Così nascono i giovani boss della ‘ndrangheta. Intervista a Claudio Cordova

Il familismo criminale della ‘ndrangheta genera nuovi boss giovani. Chi sono gli emergenti? Ne parliamo con Claudio Cordova, giornalista calabrese. Tra le sue inchieste più famose ricordiamo quella sui rapporti tra la massoneria  e la ‘ndrangheta. Cordova è autore di  un importante saggio : Gotha. Il legame indicibile tra ‘ndrangheta, massoneria e servizi deviati (PaperFirst, 2019).

Claudio, per analizzare la struttura della’ ndrangheta si usa un termine, un concetto sociologico, di “familismo amorale”. Cosa si intende e perché si “applica” nella analisi del fenomeno criminale della ‘ndrangheta?

E’ un concetto che Banfield incollò alle dinamiche e logiche mafiose negli scorsi decenni. Ma credo che possa essere ancor più calzante per la ‘ndrangheta. Se, in Sicilia, non esisteva la “cosca Riina” o la “cosca Provenzano”, ma i clan erano e sono strutturati per luoghi d’origine o aree di influenza – i “Corleonesi” o la mafia del quartiere Brancaccio – la ‘ndrangheta è strutturata in famiglie. Famiglie di sangue. Con un cognome che significa ancora più unità, ancora più ermetismo. Famiglie che proseguono la propria opera criminale spesso per discendenza diretta. Del resto, la ‘ndrangheta ruba riti, ruba tradizioni. Piega alle proprie logiche perverse anche concetti neutri o anche positivi. Oltre al tema della “famiglia”, penso alle idee di “onore” e “rispetto”. Che, evidentemente, nell’accezione ‘ndranghetista diventano elementi fondamentali per alimentare l’omertà.

In questo contesto, di familismo criminale assoluto, trova forza la struttura’ ndranghetista. Il legame di sangue non è comune con le altre mafie. E’ così?

Essere strutturata in famiglie di sangue, con rapporti di parentela assai stretti, la rende più immune rispetto alle altre organizzazioni criminali al fenomeno dei collaboratori di giustizia. Il cosiddetto “pentitismo”. E’ più difficile, umanamente, collaborare e mandare in carcere il proprio padre o il proprio fratello, rispetto a un “estraneo” con cui si sono commessi dei crimini. La ‘ndrangheta ha avuto, storicamente, meno collaboratori rispetto alle altre mafie. E, soprattutto, di livello inferiore. Per intenderci, la ‘ndrangheta non ha avuto il suo Tommaso Buscetta, che al giudice Giovanni Falcone ha aperto, letteralmente, le porte dei livelli più alti di Cosa Nostra. Questo perché la ‘ndrangheta è una struttura chiusa, che la fa assomigliare molto a una setta. E in questa chiusura familiare, un ruolo sempre più importante lo rivestono le donne. Di rado (solo per adesso) con gradi apicali nella struttura, ma vestali e custodi proprio di quello spirito familiare, che è l’humus ‘ndranghetista.

A che punto siamo sul fronte dei pentiti? Ci sono cambiamenti?

Si muove qualcosa in più. Le nuove leve sembrano più pericolose, ma meno forti e integraliste dei vecchi capi. Questo ha portato ad alcune collaborazioni di 35enni/40enni. Ma, anche in questo caso, salvo casi sporadici, come, per esempio, Emanuele Mancuso, nipote dei boss del potente casato vibonese, non parliamo di boss, ma di luogotenenti o, più spesso, manovalanza. La ‘ndrangheta è un’organizzazione subdola, quindi anche il fenomeno del pentitismo, a volte può celare delle insidie e far parte di un piano. Solo per citare un esempio recente: la controversa collaborazione del boss di Cutro, Nicolino Grande Aracri. Per anni egemone in Emilia Romagna. Sulla carta probabilmente l’elemento della ‘ndrangheta più importante a pentirsi, ma sulla cui attendibilità i magistrati nutrono seri dubbi. In generale, il concetto dei “falsi pentiti” e dei depistaggi non è solo uno strumento di Cosa Nostra, come crediamo in maniera riduttiva. Ma, anzi, molto presente nelle strategie ‘ndranghetiste. Calunnia, isolamento e delegittimazione sono armi spesso anche più efficaci delle pistole.

Parliamo delle nuove generazioni di boss. Quanto pesa la storia criminale della famiglia ‘ndranghetista nei figli dei capi delle cosche?

Pesa moltissimo. Le famiglie che appartengono al gotha della ‘ndrangheta – penso ai De Stefano o ai Piromalli, ma anche ai Condello e ai Mancuso – non sono in questa condizione di grande potere per caso. Ma per la loro storia. Nella ‘ndrangheta la tradizione conta molto. E, viceversa, se si sbaglia, si viene tagliati fuori. Anche se si ha un cognome importante. Ci sono cosche, anche importanti, che ancora pagano scelte fatte circa trent’anni fa. La famiglia Fontana di Reggio Calabria, per esempio, nel corso della seconda guerra di ‘ndrangheta non si schierò dalla parte ritenuta “giusta”. E quindi per anni è stata relegata ad affari considerati “minori”. Che comunque ha saputo far fruttare bene. Ma quel che conta è che la ‘ndrangheta non dimentica. Mai.

Esiste una ereditarietà del ruolo di capo nella’ ndrangheta?

Certamente. Ma, anche in questo caso, i gradi da generale bisogna guadagnarseli. Essere figli di un grande boss è un ottimo punto di partenza sotto il profilo criminale, ma poi bisogna dimostrare di essere all’altezza. Faccio solo un esempio esplicativo: dei figli del superboss Paolo De Stefano, quello a prendere le redini del clan, fino a diventare “Capo Crimine” della ‘ndrangheta, non è stato il figlio maggiore, Carmine. Ma il secondogenito, Giuseppe, che ha dimostrato doti delinquenziali fuori dal comune e che già, appena 18enne, godeva del rispetto degli anziani della ‘ndrangheta. Esistono diversi casi di “figli illustri” che per la loro scarsa attitudine al comando o per alcuni comportamenti fuori dal “codice” della ‘ndrangheta sono stati messi da parte. O talvolta anche eliminati.

Facciamo un il punto sui “rampolli” emergenti della’ndrangheta. Molti di loro appartengono alle famiglie storiche della mafia calabrese (Molè, CondelloSibio/De Stefano, Greco, Macrì, Tegano, Mancuso ecc). In che ambito operano? Chi sono gli emergenti?

Certamente i De Stefano. Sono quelli che hanno dimostrato maggiore capacità di rigenerarsi. Anche se colpiti da dure condanne. Giuseppe De Stefano, per esempio, potrebbe trascorrere tutta la vita dietro le sbarre. Carmine entra ed esce di galera e Dimitri, un tempo considerato fuori dai giochi, ha imparato a gestire le logiche criminali. Ma non dimentichiamo Giorgino Condello Sibio, oggi De Stefano perché riconosciuto dalla famiglia. A Milano frequentava gli ambienti più “in”. Così come erano e sono di casa a Milano (nel mercato ortofrutticolo, soprattutto) i Piromalli.  In generale, gli ambiti di intervento sono quelli di sempre. L’edilizia, gli appalti, la sanità. E, ovviamente, la droga. Con una crescente capacità di interloquire con la classe dirigente. Ma sempre più spesso notiamo la capacità di sfruttare i nuovi business. I rampolli dei Tegano, i cosiddetti “Teganini” hanno mostrato di sapersi muovere bene nel “gambling”, il gioco d’azzardo online. Con l’abilità di muoversi anche in altri Paesi, come Malta. Sempre e comunque grazie a professionisti e soggetti “cerniera” o “facilitatori” degli affari.

Com’è il loro stile di vita?

I vecchi boss mantenevano un profilo basso, operavano sotto traccia. Pur miliardari, non mostravano opulenza. E sapevano essere tattici, anche da giovani. I nuovi rampolli di ‘ndrangheta questo lo fanno molto meno. Sono più disinvolti e spregiudicati. Si mostrano nei locali della movida e spesso terrorizzano commercianti ed esercenti. Con atteggiamenti e richieste che ne rivelano la pochezza: dalla rissa per uno sguardo di troppo, alla pretesa di non pagare, anche se il conto è di poche decine di euro. Ecco, forse è un po’ presto per parlare di una “camorrizzazione” delle nuove leve della ‘ndrangheta. Con questi comportamenti sono molto più molesti e pericolosi. Ma di certo non andranno lontano.

Tra loro ci sono degli “strateghi” (ovvero gente capace di individuare nuovi ambiti di infiltrazione)?

Roccuccio Molè, sebbene meno che 30enne, ragionava e operava già da leader. E’ solo l’ultimo esempio. Ma ci sono giovani che hanno la stoffa criminale per portare avanti i propri casati. Nella fattispecie, i Molè erano indicati in grande difficoltà. E il giovane, nipote omonimo del boss ucciso l’1 febbraio 2008, voleva riportare la famiglia di Gioia Tauro ai fasti di un tempo. In generale, devo dire che le nuove leve della ‘ndrangheta si muovono meglio altrove. Non sul territorio d’origine, dove i fari degli inquirenti sono maggiormente accesi, ma la Nord o all’Estero, dove possono muoversi più indisturbati. E, ovviamente, dove possono fare la bella vita.
Ci sono dei pentiti, giovani che rompono con la  storia della famiglia?

I collaboratori ci sono tutto sommato in ogni famiglia. Ma raramente hanno i cognomi importanti o del clan originario. A parte l’eccezione di Emanuele Mancuso, di cui parlavo prima, di solito si tratta di soggetti che gravitano intorno al clan o che sono al suo interno. Ma che non hanno i cognomi De Stefano, Piromalli, Condello, Libri, o altri casati così importanti. Il pentimento di un De Stefano “puro” sarebbe dirompente, per esempio. Ma fin qui non è accaduto. E’ accaduto in passato, invece, con le donne. Penso alla collaborazione di Giuseppina Pesce, giovane di una delle cosche più importanti. Ecco, le donne. Come dicevo prima, sono le custodi del nucleo familiare. Ma possono essere l’anello della catena che si spezza, facendo scelte coraggiose catastrofiche per i clan. Non solo per il loro patrimonio conoscitivo, ma anche perché metterebbero a nudo le debolezze della famiglia.

Ci sono programmi di recupero, quanto sono efficaci?

Il più famoso è il programma “Liberi di scegliere”, portato avanti dal Tribunale dei Minori di Reggio Calabria e da Libera, che adesso sta avendo concretezza anche altrove. Roccuccio Molè vi aveva aderito. Evidentemente con scarsi risultati. Ma, a parte questo caso eclatante, è innegabile che alcuni risultati siano stati raggiunti. Personalmente penso che questo programma vada implementato in tutte le zone in cui serve. Ma, allo stesso tempo, considerando la ‘ndrangheta non solo un fenomeno criminale e militare, resto fedele alla mia idea che serva un percorso culturale per sdradicarla. E non parlo solo di quelle famiglie col cognome “classico”. Parlo dell’intera società, dei professionisti, delle famiglie cosiddette “perbene”. La società calabrese, purtroppo, è profondamente pervasa da una cultura ‘ndranghetista. Che non significa che tutti i calabresi siano affiliati. Ma che in tanti resta viva la logica del compromesso, della raccomandazione, del sotterfugio. Che sono i primi gradini della mentalità ‘ndranghetista.

Ultima domanda : Vedi qualche rottura, rispetto al passato, nel rapporto tra ‘ndrangheta e la politica calabrese?

Nessuna, purtroppo. Anzi, vedo ormai una tendenza consolidata: se prima era l’esponente della ‘ndrangheta a cercare il politico – un po’ per chiedere favori, un po’ per nobilitarsi – oggi sono i politici che, poco dopo aver firmato la propria candidatura vanno a trovare lo ‘ndranghetista. Di fatto consegnando se stessi e la propria eventuale attività istituzionale alla ‘ndrangheta, in cambio di pacchetti di voti. Sono innumerevoli i casi e anche recentissimi. La politica non intende la Cosa Pubblica come qualcosa della collettività, ma come qualcosa su cui mettere le mani. E non si fuoriesce mai dalla logica giudiziaria: andare a trovare uno ‘ndranghetista, essere intercettato e parlare di attività politiche, avere una certa affinità con soggetti controindicati, potrà anche non essere reato. Ma è certamente qualcosa che dovrebbe essere ostativo all’attività politica. Non dobbiamo aspettare che sia la magistratura a dettare le linee, ma recuperare quel senso di etica, quella questione morale che oggi vedo assolutamente scomparsa in ogni schieramento.

La strana vita di un riformista europeo. Romano Prodi si racconta

(La recensione uscirà nel numero 3 della “Rivista dell’AREL”. Il numero è interamente dedicato al FORUM ITALIA-SPAGNA, organizzato ogni anno dall’ Arel, agenzia di studi economici diretta da Enrico Letta. Tra i numerosi contributi segnaliamo una bella intervista Carmen Yanez, moglie del grande scrittore cileno Luis Sepulveda, ucciso dal Covid-19 nell’aprile del 2020. Sarà possibile acquistare la rivista, nelle librerie, a partire dalla prossima settimana).

 Un libro che ha avuto un grande riscontro di lettori e di opinione pubblica. Non poteva che essere così. Il personaggio, infatti, è tra quelle persone – in Italia onestamente non sono moltissime – che nel dibattito politico fanno pensare.

Il titolo incuriosisce. «Strana vita la mia. Sono del 1939. Appartengo a una generazione partita con la guerra, ma che poi è stata fortunatissima». E ha ragione. «Non solo per il noto fattore “C”, o per gli incarichi accademici o politici, ma perché può vantare di averci davvero provato a lasciare un segno», scrive Marco Ascione nell’introduzione. Per questo il libro si presenta ricco di storia e suggestioni.

L’immagine che esce fuori dalla lettura di queste pagine è quella di un uomo assolutamente consapevole di possedere grande competenza e con gli strumenti giusti per attivare le azioni di governo. Un uomo appassionato e determinato. Proprio come diceva di lui Edmondo Berselli: «Una bonomia che gronda da tutti i suoi artigli». “Artigli”, l’immagine è forte ma sta a significare certamente un uomo che non si piega (ne sanno qualcosa i cardinali Ruini e Bagnasco), ma anche la forza delle sue “armi”: riformismo e competenza.

Alla base della sua formazione economica c’è una formazione umanistica. Aver frequentato il Liceo Classico, l’Università Cattolica, la facoltà di Legge, gli ha permesso di gettare le fondamenta del suo “discorso” economico. La London School of Economic è la fucina dalla quale uscivano, e continuano a uscire, grandi economisti. Per un giovane di quei tempi, i primissimi anni Sessanta, frequentare quell’ambiente significa sprovincializzare le sue “categorie” politiche ed economiche. Se c’è un tratto permanente nella vita di Prodi è l’assoluto rifiuto di ghetti politici, culturali e perfino ecclesiali («sono un cattolico adulto»). Ha fatto dell’innovazione, e quindi del riformismo, il tratto della sua azione. Ed è anche un uomo attento alla complessità della storia.

Il libro si sviluppa sullo sfondo della grande storia italiana ed europea. Dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri. Forte è il legame con la sua terra: l’Emilia. L’Emilia democristiana che si confronta con quella comunista. Ma quella Emilia democristiana è una terra riformista. Pensiamo ai Dossetti, ai Gorrieri senza dimenticare il “bolognese d’adozione” Beniamino Andreatta (il rapporto con Andreatta è stato, come si sa, particolarissimo). Lo stesso comunismo emiliano non era certo, per come si svilupperà, un vetero comunismo. Anzi!

Per cui si può ben dire che senza quel confronto sviluppatosi in quell’Emilia non vi sarebbe stato il grande progetto dell’Ulivo.

Il saggio di Prodi, scritto con il bravo giornalista del «Corriere» Mario Ascione, presenta e fa conoscere gli innumerevoli incontri del Professore.

Dall’esperienza, anche drammatica, con l’IRI («il mio Vietnam»), alla breve avventura ministeriale,  fino alla Presidenza del Consiglio, per due volte, passando per la Presidenza della Commissione Europea. Sono davvero tanti, impossibile qui ricordarli tutti (una sola annotazione critica: un vero peccato non aver trattato, professore, il suo rapporto con il sindacato confederale, con la Cisl in particolare. Siamo certi che il suo riformismo si è alimentato, anche, del rapporto con uomini come Pierre Carniti, Raffaele Morese e Bruno Manghi, per fare solo tre nomi. E Franco Marini è citato come segretario del PPI non come sindacalista).

Ma l’importanza del libro è nel suo messaggio politico, che si sviluppa in tre direzioni.

La prima. Come già detto, il suo riformismo si alimenta del riformismo emiliano, e in questa radice si comprende il suo obiettivo strategico: tenere insieme tutte le componenti riformiste. Famose, al riguardo, sono le sue parole al Congresso del PDS nel 1995: «Mi sento uno di voi, siamo un solo tronco ma con radici diverse». Questa scelta lo pone agli antipodi di un cattolico, che in gioventù gli è stato molto amico, il potente cardinale conservatore Camillo Ruini. Una scelta non indolore per Prodi. Ma anche in questo ha mostrato di essere, sulla scia del Concilio Vaticano II, un figlio adulto della Chiesa cattolica: testimoniare con laicità e responsabilità il suo impegno politico. Dicevamo del primo grande progetto politico, quello di unire tutti i riformismi, interrottosi con la fine dell’Ulivo. Con la Segreteria del PD di Enrico Letta Prodi vede la ripresa di questo grande disegno.

Il secondo messaggio è di natura economico-sociale. E questo contiene una forte critica al neoliberismo per una forte impronta di solidarietà sociale. Per questo il Professore vede un nuovo ruolo dello Stato nella rifondazione economica dell’Italia.

La terza componente sta nella grande attenzione alla dimensione internazionale dell’azione politica. Una dimensione che si è caratterizzata fin dall’inizio della sua “bella avventura” grazie alla formazione in U.K. e USA e si è consolidata poi con l’impegno in Europa. Per Prodi l’atlantismo (quindi il rapporto privilegiato con gli Stati Uniti) non deve essere coniugato in modo becero come fortezza occidentale contro il resto del mondo. È invece la base per costruire il multilateralismo, quindi il dialogo con Cina e Russia. Senza fare sconti a nessuno degli attori in campo. Guai a cedere alla nuova “guerra fredda” (tra USA e Cina), una guerra per la supremazia. In questo scenario l’Europa deve crescere nella sua consapevolezza di essere protagonista per l’equilibrio del pianeta. Per questo Prodi auspica il superamento del bipolarismo per proporre un maturo multilateralismo: «Il cammino verso il multilateralismo renderebbe certamente più percorribile un pacifico cammino di sviluppo del nostro pianeta» (p. 205). E l’appello è rivolto soprattutto all’Europa.

Allora, in questo quadro articolato, si capiscono le sue parole conclusive: «Il filo conduttore di queste mie semplici pagine (…) sta proprio nella profonda convinzione che il dialogo sia lo strumento più importante che la politica ha a disposizione. E sono anche convinto che, in questo momento storico, solo l’Europa possegga la cultura e l’autorità per poterlo usare» (p. 215).

Ecco il grande ed esigente lascito politico di Romano Prodi.

ROMANO PRODI (con MARCO ASCIONE)

Strana vita, la mia.  Ed. Solferino, Milano 2021

 

TIM-KKR: “L’ITALIA RISCOPRE IL SUO ATLANTISMO E SALUTA LA VIA DELLA SETA”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Com’è noto, il fondo infrastrutturale americano KKR ha presentato una proposta di offerta per l’acquisto di TIM. La reazione del titolo in borsa è stata molto buona – ieri +30%, oggi oltre +4% – ma le incognite sull’operazione restano. E non sono poche. A cominciare da Vivendi, socio di maggioranza relativa (23,9% delle azioni), che giudica insufficiente l’offerta degli americani. Mentre i sindacati chiedono un incontro urgente al governo, da Palazzo Chigi traspare massimo riserbo. Come evolverà la situazione? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0 / oikonova.

Sabella, cosa sta succedendo e quali possibili evoluzioni per le telecomunicazioni italiane?

La notizia si è presentata come un fulmine a ciel sereno. Inoltre, KKR è un interlocutore con alcune particolarità significative: è americano, ha in gestione oltre 400 miliardi (circa un quarto del nostro pil), è già presente nel pacchetto azionario di Fiber cop proprio insieme a Tim e a Fastweb. Di certo sappiamo che Tim ha bisogno di un’iniezione di denaro, la situazione è davvero critica. L’indebitamento è stimato attorno ai 21 miliardi e le marginalità lorda attorno ai 7. Dopo l’offerta di KKR il titolo ha registrato un balzo significativo ma a fine ottobre valeva 0,32€. Consideriamo che nel 2015, quando Vivendi diventava azionista di maggioranza acquisendo il 23,9%, il titolo era quotato a 1,08€. Questo ci dice di quale performance negativa si è resa protagonista l’azienda. Come potrà evolvere la situazione è difficile prevederlo ma, in questo senso, è interessante codificare la nota del MEF di domenica sera.

E secondo lei cosa ci dice questa nota?

Innanzitutto, il governo prende atto di un’offerta che proviene da un “investitore qualificato” e – prosegue il MEF – si tratta di una buona notizia per il Paese. Dopodiché la nota rimarca che Tim è la società che detiene la parte più rilevante dell’infrastruttura di telecomunicazione del Paese, e che di conseguenza il governo valuterà attentamente la situazione anche in ragione delle sue prerogative. Si allude qui naturalmente alla Golden Power.

Quindi secondo lei quali sono le reali intenzioni dell’esecutivo?

Non è semplice prevedere come l’operazione potrà concludersi ma non credo che Draghi fosse all’oscuro di questa situazione. Credo, anzi, che la sua figura non sia estranea alla manifestazione di interesse di un fondo americano così importante. Pertanto, ho la sensazione che l’operazione evolverà. A ogni modo, è un’evoluzione che può presentare caratteri di positività per l’interesse nazionale.

Perché ritiene vi possano essere questi caratteri di positività?

Partiamo dalla situazione di fatto, l’azienda è in seria difficoltà e ha bisogno di una restart. Quindi, un investitore qualificato che si presenta con un’offerta è il benvenuto. Il punto vero, tuttavia, è che il governo – proprio attraverso il potere speciale della golden power a cui è già ricorso in altre occasioni – può determinare un equilibrio importante. Da questo punto di vista, è interessante notare che lo stesso fondo, quando ha presentato l’offerta, l’ha subordinata al gradimento del governo italiano. Naturalmente, in KKR sanno che esiste la golden rule; il punto è un altro, in KKR sanno che col governo italiano dovranno negoziare alcune condizioni imprescindibili. Teniamo presente che stiamo parlando di una delle infrastrutture su cui poggiano gli investimenti del PNRR. Il governo potrebbe riportare a casa la rete oppure rafforzare la presenza di CDP nel pacchetto azionario: anche in Europa con le privatizzazioni degli ex monopoli, le reti sono di proprietà delle compagnie.

I francesi di Vivendi non hanno reagito bene a questa notizia…

Naturalmente avvertono il rischio di essere superati. Tornando a Draghi, mi pare che gli USA stiano riavvicinandosi all’Italia e, forse, è proprio questo che infastidisce i francesi. Del resto, l’isolazionismo di Trump è stata un’anomalia che ci ha fatto soffrire, esponendo il nostro Paese alla penetrazione di Cina e Russia che non disdegnerebbero vedere implodere l’Unione Europea. Ora, gli USA di Biden stanno riscoprendo l’importanza di essere presenti in un Paese con il quale da sempre hanno relazioni importanti, anche commerciali, ma che è così importante anche dal punto di vista degli equilibri internazionali e della difesa, considerando la nostra vicinanza all’Africa, regione in grande difficoltà e in cui proprio la Cina è molto presente.

I sindacati sono in stato di agitazione e hanno chiesto un incontro urgente al governo. Che ricadute può avere tutto questo per il lavoro?

In una situazione come questa, è normale che i sindacati vadano in agitazione. A ogni modo, l’azienda come è adesso non ha futuro. Quindi, è giusto che chiedano di conoscere i piani e le giuste garanzie. Ma credo che debbano plaudire alla possibile evoluzione che si sta presentando.

“L’uomo che camminava sui pezzi di vetro”. Memorie di vita sindacale friulana . Un testo di Gianni Alioti.

La copertina del libro di Roberto Muradore (realizzata dal fotografo/musicista Flaviano Miani) e il titolo scelto “L’uomo che camminava sui pezzi di vetro” – a prima vista – richiamano più un romanzo noir che a un libro in cui si racconta di sindacato. Anche la quarta di copertina non svela del tutto il contenuto: “[…] C’è un sentire inadeguato e malato. Prevale l’indifferenza al disastro ambientale e alle povertà crescenti. Ci si disinteressa dell’altro e addirittura del proprio futuro. L’educazione sentimentale è importante. Sì, ci vogliono buoni sentimenti per fermare la barbarie culturale e sociale, per evitare di perderci nell’individualismo […]. In giro ci sono troppi cinici che, per dirla con Oscar Wilde, «conoscono il prezzo di tutto e il valore di niente»”.

Solo aprendolo e iniziandone l’impegnativa lettura, si scopre il valore intrinseco di questo ricco volume per quanti continuano a manifestare interesse e curiosità sulle vicende sindacali dagli anni ’70 ad oggi. Non solo per le 343 pagine che raccolgono numerose testimonianze sull’autore, alcuni saggi e una vasta selezione di articoli e interventi scritti da Roberto Muradore negli ultimi decenni. Ma perché, come scrive Angelo Floramo (storico e scrittore nato a Udine) nella postfazione: “Abbiamo bisogno di testimoni. Oggi più che mai, in questa nostra società liquida, che riscrive il passato adattandolo ogni volta alla convenienza del presente, la memoria è uno strumento rivoluzionario”.

E se la memoria è uno strumento rivoluzionario, oltre che un “fondamentale e insostituibile elemento costitutivo delle singole persone, delle comunità e pure delle organizzazioni” come scrive Roberto Muradore, diventa imprescindibile in uno o più libri “fissare per non perdere” situazioni, fatti, riflessioni e proposte che attraversano l’esperienza sindacale. Nel caso dell’autore, un lungo percorso vissuto da operaio a sindacalista nella Fim e Cisl di Udine (dal 1976 al 1999), la parentesi alla Fim di Gorizia (dal 1999 al 2004) il ritorno alla Cisl di Udine (nel 2004) di cui sarà leader autorevole dal 2007 al 2017 e, infine, gli ultimi anni vissuti nella segreteria confederale regionale a Trieste e da semplice pensionato (a partire dagli ultimi mesi del 2019).

La struttura del libro risulta, a questo scopo, alquanto complessa. Dopo la prefazione di Piero Ragazzini (attuale segretario generale della Fnp Cisl) e l’introduzione, c’è il primo capitolo cheraccoglie le testimonianze su Roberto Muradore come persona e come sindacalista. Il secondo contiene, invece, un breve saggio di contesto scritto da Bruno Tellia sulle trasformazioni economiche e politiche degli ultimi 40 anni. Per il docente di sociologia industriale nelle università
di Trieste, Trento e Udine il lavoro e le dinamiche socio-culturali ed economiche del Friuli Venezia Giulia hanno costituito uno dei temi costanti di studio e di ricerca, oltre che di proficua cooperazione con la Cisl udinese.

Il quinto capitolo contiene, invece, un altro saggio: «Il tempo di “ecopolis” dopo il crollo di “cosmopolis”», scritto da Sandro Fabbro, capace e affermato professore universitario in materia di pianificazione territoriale, di politiche urbane e territoriali, di tecnica urbanistica nei corsi di laurea in Ingegneria dell’Ambiente e in Scienze dell’Architettura all’Università di Udine.

Nel terzo e quarto capitolo del libro, come nel sesto, settimo e ottavo sono, invece, raccolti gli articoli e gli interventi di Roberto Muradore riorganizzati in base ad altrettanti temi, che ne preservano l’interesse anche a distanza di tempo:
Valori, contenuti e formula organizzativa dell’azione sindacale
Unità sindacale, ma di diversi e uguali
La multiforme centralità della realtà locale
Il confronto continuo con la realtà produttiva locale
La lotta continua.

Infine, prima della postfazione già citata di Angelo Floramo, un capitolo 9 che contiene una lunga e interessante intervista di Roberto Muradore rilasciata, nell’aprile del 2021, a Giuseppe Liani, giornalista della redazione di Udine della RAI.

La lettura del libro, per come è strutturato, può non seguire necessariamente l’ordine delle pagine, ma procedere “disordinatamente” seguendo le proprie curiosità. Personalmente ho letto per prima cosa, divorandole piacevolmente, le tante testimonianze raccolte. E nel farlo mi sono divertito a contare alcune parole chiave e/o valutazioni ricorrenti. Ebbene, la parola usata di più per definire Roberto Muradore è quella di “sindacalista eretico”. E conoscendo Roberto, penso che a lui la cosa non dispiaccia per nulla… Anzi!

Riferendosi alle relazioni e alle dinamiche interne alle organizzazioni, tra cui i sindacati, è solito affermare “[…] che sono più utili gli eretici costruttori che gli yes men. Le sollecitazioni, le inquietudini e i contributi degli uni aiutano la propria organizzazione a progredire, migliorandola […]. L’accondiscendenza dei secondi la frena, addormentandola in senso conservativo”.

La società, non solo le organizzazioni come i sindacati, ha bisogno sempre e costantemente di eretici. Pena l’immobilismo, l’apatia, l’impoverimento sociale, culturale, economico… L’eretico quasi sempre sta fuori dai grandi movimenti, ma in diversi casi vi sta dentro in modo critico e stimolante.

E Roberto sia nella sua esperienza nel sindacato metalmeccanici, sia nella Cisl non sempre era allineato, specie su tanti temi delicati e controversi come l’ambiente, la precarietà del lavoro, la globalizzazione, la democrazia, le istituzioni europee, la sussidiarietà, il neoliberismo ecc. Diverse testimonianze, proprio per questo, gli riconoscono una libertà di pensiero e di animo, oltre che la serietà, la passione e l’impegno che metteva nel suo lavoro. Caratteristiche che, giunte alla capacità di analisi e alla coerenza, gli fecero conquistare rispetto e credibilità, oltre che tra i lavoratori e in ambito sindacale, anche nelle controparti imprenditoriali e nei diversi interlocutori istituzionali e universitari.

A questo punto inserisco una mia personale testimonianza, una chiave interpretativa. D’altronde con Roberto, tre anni più giovane di me, ho molte cose in comune. Entrambi, siamo entrati in fabbrica come operai, condividendo le tensioni ideali e l’utopia proprie dei movimenti libertari figli del “maggio francese” del ’68. E, per molti aspetti esistenziali, influenzati dalle idee, dalle letture, dalla musica e dalle inquietudini legate alla cultura underground di quegli anni di ribellione…

Si può dire, in altro modo, che in gioventù ci siamo innamorati di un’idea “esagerata” di libertà. E a questa idea abbiamo cercato di restare fedeli nella nostra traiettoria sindacale, non senza contraddizioni, imperfezioni e inevitabili compromessi. La libertà come valore supremo della persona, la forma stessa dell’agire etico. Nell’anarchismo – per definizione un’ideologia sincretica – la libertà, l’uguaglianza, la diversità, la solidarietà sono valori inscindibili, a differenza del liberalismo e del socialismo che interpretano i valori della libertà e dell’uguaglianza in modo indipendente e separato.

Il pensiero di un mondo senza dominio e senza privilegio ha sicuramente permeato il nostro modo di essere anche negli anni a venire. Specie nel nostro lavoro sindacale che, per sua natura, deve saper mediare – con una dose sufficiente di pragmatismo – tra utopia e realtà, tra obiettivi e risultati. Senza rinunciare, però, a vivere la politica in chiave etica, attraverso l’esercizio pratico della coerenza tra mezzi e fini. Nel caso specifico dell’azione sindacale l’impronta anarchica (come quella cristiana) si traduce, al di là dell’ideologia o della fede religiosa, in un forte sentimento di giustizia sociale.

Eravamo appena ventenni quando abbiamo iniziato da operai l’impegno sindacale unitario nella FLM. Io avevo solo vent’anni quando nel 1972 sono stato eletto – su scheda bianca – delegato di gruppo omogeneo nel Consiglio di Fabbrica della Galante di Genova Isoverde. Roberto ne aveva 23 quando è stato eletto nel 1978 nel Consiglio di Fabbrica della Safau di Udine. E, più tardi, nello stesso anno il 1986, ci siamo ritrovati per la prima volta a ricoprire il ruolo di segretari generali. Io in Fim Cisl Liguria, lui in Fim Cisl Udine. Percorsi di vita paralleli, ma per tanti versi convergenti, usando il paradosso delle “convergenze parallele” attribuito ad Aldo Moro… in realtà inventato da Eugenio Scalfari in un articolo sul settimanale L’Espresso.

Ci siamo ritrovati a fare delle cose insieme solo dalla seconda metà degli anni ’90, quando lui era in segreteria della Cisl di Udine con delega all’industria e io, dopo l’esperienza in Brasile e nel cono-sud dell’America Latina – rientrato in Italia – collaboravo a tempo parziale con la Fim Cisl nazionale sui temi dell’ambiente e della salute-sicurezza sul lavoro… Temi molto cari a Roberto

Muradore, sin dalla sua esperienza in fabbrica alla Safau. In quegli anni fui invitato spesso a Udine come relatore a diversi convegni, seminari e attività di formazione promossi dalla Fim e Cisl. Con Roberto, come con la struttura sindacale della Fim di Udine guidata da Paolo Mason, si creò un buon rapporto e si avviò nei metalmeccanici un proficuo lavoro di coordinamento degli Rls, anche grazie a Pietro Moos delegato storico della Fim Cisl nel gruppo Pozzo (ora gruppo Bosch). Conobbi anche Bruzio Bisignano (storico delegato del Consiglio di Fabbrica della Safau e della FLM) e il suo spettacolo “Ocjo”, veicolo straordinario di sensibilizzazione delle persone in piazza sui temi della salute e sicurezza sul lavoro… Spettacolo utilizzato, poi, anche nei corsi nazionali Fim Cisl ad Amelia e in eventi pubblici in altre città.

Il rapporto di reciproca stima e amicizia con Roberto è proseguito con il suo rientro in Fim a Gorizia e Monfalcone (dove abbiamo gestito insieme la problematica dell’esposizione dei lavoratori all’amianto) e non si è mai interrotto negli anni a venire con il suo ritorno nella Cisl a Udine e neppure con la pensione. Tra noi c’è stato sempre un comune sentire. Non ci sentivamo spesso e, ancora meno, sono state le occasioni per incontrarci di persona. Ma, quando succedeva, qualsiasi fosse il motivo della telefonata o la circostanza dell’incontro, ci trovavamo quasi sempre in perfetta sintonia. Anche per questo ho letto con molta curiosità e qualche nostalgia il suo libro, prestando molta attenzione alle testimonianze, ma anche alle cose da lui sostenute negli articoli e negli interventi raccolti. Quando si conosce l’autore e/o si sono vissuti molti dei fatti di cui si parla, è naturale che nella lettura si cerchino conferme o smentite sull’idea che uno si è fatto.

E non nascondo il piacere di aver ritrovato nel libro un riconoscimento a Roberto Muradore e alla “sua” Cisl di Udine di essersi sempre mostrata curiosa e attenta verso la realtà locale e la specificità regionale friulana… Investendo, con ostinazione e continuità, energie e risorse per produrre conoscenza, partecipazione, dibattito. Un’impostazione cislina attenta al bene comune, al principio di sussidiarietà e all’autogestione. Senza sudditanze di pensiero e azione.

Valorizzazione della dimensione locale e “comunitaria”, ma in una società aperta e accogliente… Autonomismo, come migliore strumento per prendersi cura della propria terra e dei giovani friulani costretti a emigrare, ma riconoscendo l’apporto economico e culturale degli immigrati al benessere della comunità… Centralità del lavoro, come fondamento della dignità della persona, ma mai a scapito dell’ambiente e degli eco-sistemi. Come nella lotta contro l’elettrodotto Udine-Redipuglia, nella difesa dei beni comuni come l’acqua e nel contrasto al consumo di suolo, alla cementificazione del territorio, alle grandi opere inutili.

Fuori dagli schematismi e dalle soluzioni “facili”, diffidando dei nuovi “demagoghi” e della personalizzazione della politica. Smascherando l’“egocentrismo” di leader indifferenti a ciò che li circonda, che non si mettono mai in discussione e non si pongono domande. Un “leaderismo” che fa breccia anche in un movimento per sua natura collettivo come il sindacalismo.

Il contrario di come Roberto Muradore ha esercitato il suo ruolo di dirigente sindacale. Coltivando la virtù del dubbio, ascoltando sempre gli altri pur avendo le proprie convinzioni, usando l’autoironia come antidoto al potere di natura gerarchica insita nella parola “capo”… Lo ha fatto sì anche con tratti d’intransigenza e rigore morale, ma prima di tutto verso se stesso.

In quest’ottica, nel concludere queste righe, penso che l’amico Roberto sia stato un sindacalista all’antica. Non certo nella sua accezione negativa, riferita a quanti non sanno cogliere i cambiamenti e interpretare la “modernità”. Ma, al contrario, nel suo significato profondo e positivo, rivolto a coloro che, affondando le radici nel passato più autentico ed etico dell’organizzazione operaia, attraversano le generazioni e sanno riproporsi – senza mai desistere – nel presente. Senza subire un processo di snaturamento e deformazione dei valori fondativi. E il merito del libro è un pò questo. Non riproporre un “antico” superato. Ma al contrario, offrire al lettore attento e appassionato una potente narrazione, utile per il futuro.

La “setta divina”. Un libro inchiesta sul Movimento dei Focolari. Intervista a Ferruccio Pinotti

Misticismo e abusi sessuali, opere di carità e sottrazione di beni personali, donazione totale di sé e fanatismo dei metodi, culto della leader carismatica e asservimento delle donne; il sorriso costante indossato come una divisa ma unito a un malessere diffuso. È lungo l’elenco delle contraddizioni che emergono da questa  inchiesta sul Movimento dei Focolari, una realtà ecclesiale per molti aspetti sconosciuta, nonostante conti due milioni di aderenti in tutto il mondo. Fondato nel 1943 da Chiara Lubich, una figura controversa ma avviata verso la canonizzazione, il Movimento è attivo oggi, a livello internazionale, negli ambiti della formazione, della cultura e della politica – con scuole, gruppi editoriali, istituti di ricerca – e soprattutto opera in campo economico con le attività delle cittadelle, veri centri produttivi, e attraverso migliaia di cooperative e imprese collegate alla rete dell’Economia di Comunione. Un’organizzazione laicale potente, che ha validi sostegni nella Chiesa. Ma che, da qualche anno, è oggetto di severe contestazioni: un folto gruppo di ex appartenenti, in Italia e in altri Paesi, denuncia fenomeni di manipolazione psicologica, sfruttamento del lavoro, censure. Ferruccio Pinotti, che ha studiato a lungo le derive integraliste delle associazioni cattoliche internazionali, ha raccolto in questo libro una ricchissima documentazione sul mondo dei Focolari e una serie di interviste esclusive di testimoni, ex focolarini abusati, teologi ed esperti: il risultato è un reportage vibrante, arricchito da un dossier inedito, che dà voce a drammatiche esperienze esistenziali e osserva dall’interno l’ambiente del Movimento, facendone emergere le problematiche e illuminandone i punti oscuri. In questa intervista con Ferruccio Pinotti focalizziamo l’attenzione su alcuni punti della sua indagine.

Ferruccio Pinotti è giornalista e autore di libri di inchiesta. Lavora al “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri “Poteri Forti” sulla morte del banchiere Roberto Calvi, “Opus Dei segreta”, l’inchiesta sulla massoneria “Fratelli d’Italia”, “Colletti sporchi” (col magistrato Luca Tescaroli), e i bestseller “La lobby di Dio” su Comunione e Liberazione e “Wojtyla segreto” (con Giacomo Galeazzi). Da segnalare anche la seconda grande inchiesta sulla massoneria: “Potere Massonico” (ed. Chiarelettere).

Ferruccio, forse questo tuo ultimo libro è quello più delicato. Confesso che sono rimasto impressionato dalle storie raccolte. Storie di ex appartenenti al movimento dei focolari che hanno subito abusi sessuali, manipolazioni e un uso distorto delle autorità. Però prima di parlare dei focolarini, ti chiedo un giudizio sulle dimissioni di Carron leader di Comunione e Liberazione: che interpretazione dai? 

Credo che le dimissioni di don Julian Carron non abbiano solamente il significato di adempiere a quello che è il dettato del decreto emanato per volontà del Papa dal dicastero dei Laici relativamente alla necessità di porre fine ai mandati a vita e al culto della personalità dei fondatori, successori e leader carismatici vari. Si tratta a mio parere di un commissariamento di Comunione e Liberazione, che mette a nudo tutti i problemi che travagliano anche questa realtà ecclesiale alla quale ho dedicato un libro di inchiesta già nel 2010, “La Lobby di Dio”, che documentava puntualmente gli scandali che l’hanno attraversata.

Veniamo al libro. Il titolo, “La Setta Divina”, sintetizza e dà una chiave di lettura del libro. Però diamo qualche numero sui Focolarini, anche per comprendere la realtà. Quanti aderenti hanno e che tipo di attività svolgono? 

Il movimento dei Focolari, nato nel 1943 su iniziativa della fondatrice Chiara Lubich, è diffuso in 182 Paesi, vanta circa 120.000 membri “interni“ (ovvero consacrati che prestano il triplice voto di castità povertà e obbedienza, volontari e altre persone che partecipano attivamente alla vita del movimento) e circa 2 milioni di fedeli in tutto il mondo, alcune migliaia dei quali anche non di religione cattolica. Le attività spaziano in tutti gli ambiti: dalla presenza in contesti disagiati alla formazione scolastica, dal dialogo interreligioso al supporto di chi soffre in zone travagliate da guerre. Non c’è settore nel quale il movimento dei Focolari non abbia una propria realtà specifica e sul quale non esprima un pensiero.

Abbiamo visto i numeri, ma anche il loro patrimonio è da “multinazionale”. È così? 

Sì il movimento dei Focolari è certamente dotato di un patrimonio estremamente consistente, in quanto nei suoi ottant’anni di vita ha fruito di costanti lasciti da parte dei propri membri consacrati, i quali donano i beni propri e spesso anche quelli ricevuti in eredità dalla famiglia, ma anche il frutto del loro lavoro quotidiano nel mondo. Inoltre il movimento dei Focolari vanta un’attività di “fund raising” raffinatissima in quanto i moltissimi organismi nazionali e internazionali di cui il movimento si è dotato per svolgere la propria attività sono attivi nel raccogliere fondi e donazioni non solo da privati, ma da istituzioni ed enti pubblici e privati. Nel corso dei decenni il movimento dei focolarini ha accumulato quindi un patrimonio ingente, di cui tuttavia non ritiene di dover dare conto attraverso bilanci ufficiali, resoconti di entrate e uscite, trasparenza riguardo all’impiego delle consistenti entrate.

All’interno della Chiesa sono una autentica potenza. Che rapporti hanno avuto con i pontefici? C’è stato qualcuno che ha espresso perplessità sul carisma? Come sono i rapporti con Papa Francesco? 

I Focolari hanno avuto in primo luogo l’appoggio forte e incondizionato di Papa Paolo VI il quale era legato da legami di parentela a Giulia Eli Folonari che è stata non solo la migliore amica e la compagna della prima ora della fondatrice, ma anche la sua assistente personale per tutta la vita. Un’altra grande spinta all’affermazione dei focolari è venuta da Giovanni Paolo II che conosceva e stimava Chiara Lubich sin dal dopoguerra e che ha utilizzato il movimento anche per un sottile e costante lavoro in chiave anticomunista nei paesi dell’Est. Certamente anche Benedetto XVI avuto rapporti cordiali con il movimento dei focolari.

Molto più critica la posizione di Papa Francesco che già nel febbraio di quest’anno ha rivolto un durissimo discorso all’assemblea dei focolarini, ammonendoli ad evitare il ripetersi di abusi di potere e di ogni tipo, richiamandoli alla sinodalità, evitando il culto della personalità ed altre distorsioni. Su questi temi Francesco è tornato Il 16 settembre incontrando i vertici dei movimenti laicali e ribadendo la necessità che se si adeguino al dettato del suo magistero evitando di essere a tutti gli effetti delle “chiese nella Chiesa”. Recentemente si è tenuto in Vaticano un incontro con oltre 180 vescovi amici del Movimento; molti anche i cardinali che lo appoggiano a partire dal cardinale Becciu recentemente dimessosi. Va poi detto, aldilà del Vaticano, che il movimento dei Focolari gode di consistentissimi appoggi anche in ambito politico: basti pensare che uno dei suoi più ferventi ammiratori e sostenitori è il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha reso più di una volta visita al movimento e che ha firmato la prefazione di una biografia del cofondatore Igino Giordani

Chiara Lubich e Igino Giordani (fondatrice e cofondatore) che figure sono? Come sono state vissute all’interno del Movimento? 

La figura di Chiara era e resta certamente di altissima complessità: una giovanissima ragazza trentina carica di una fede fortissima, una persona dotata di un carisma indiscutibile e magnetico, di una capacità di trascinare gli altri in imprese eroiche. Ma anche una donna travagliata da forti crisi e sofferenze personali, da periodici ricoveri in strutture specializzate, ossessionata dal controllo della realtà da lei creata e dal tema dell’Unità da lei espresso nel suo famoso testo detto Paradiso del “49 nel quale chiede ai focolarini di “essere nulla”, di rinunciare alla propria personalità, di “tagliarsi la testa”, in pratica di obbedire ciecamente al suo dettato e alla sua missione, fine al punto di autoelidersi come persone umane. Tutto questo ha prodotto depressioni enormi, sofferenze, fenomeni di autolesionismo e persino dei suicidi. La figura di Igino Giordani é anch’essa complessa: si tratta di un deputato della Dc e della Costituente sposato e con figli che però ebbe un fortissimo rapporto umano e spirituale con Chiara Lubich, tanto che sono sepolti insieme nella stessa cripta presso la sede centrale del Movimento a Rocca di Papa. Fu il primo laico sposato a consacrarsi al Movimento ma anche l’uomo che custodì in una cassetta di sicurezza i segreti del famoso Paradiso 49 sui quali il Sant’Uffizio aveva puntato la sua attenzione e che spingevano la attuale Congregazione per la dottrina della fede a negare la propria approvazione al movimento creato dalla Lubich. Ostacoli superati solo per il costante appoggio del cardinal Montini, poco dopo diventato Paolo VI.

Veniamo alle parti dolorose, profondamente dolorose. Come si è manifestata la deriva settaria del movimento? 

La deriva settaria del Movimento si è manifestata poco a poco, in maniera progressiva, mano a mano che la complessificazione e la crescita del movimento, in particolare sotto il pontificato di Wojtyla, facevano crescere il culto della personalità della fondatrice e l’idea che chiunque faceva parte il movimento dovesse sottoporsi a una disciplina rigidissima e consegnarsi a dei superiori che potevano disporre di loro come meglio ritenevano.

Tutto questo lentamente ha generato abusi psicologici, umani, purtroppo anche sessuali, appropriazione di destini, repressione della personalità, infantilizzazione, suicidi. Drammi che intelligentemente la nuova presidentessa del movimento Margaret Karram, insieme al copresidente Don Jesus Moran, hanno ammesso pubblicamente chiedendo scusa alle vittime e promettendo misure mirate al cambiamento, alla pacificazione e al risarcimento del dolore delle vittime.

Quali sono stati gli abusi più gravi? 

Certamente tra gli abusi più gravi vanno annoverati i casi di pedofilia che si sono verificati in Francia, in Italia e anche in altre realtà e che sono ora indagati da una commissione interna del movimento dei focolari ma anche da una società esterna inglese, la GCPS Consulting.

Vi sono stati, anche, abusi psicologici e umani. Quelli fisici sono un fenomeno purtroppo diffuso in tutta la Chiesa come dimostra il recente rapporto della Ciase la commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa francese che ha portato all’emersione di centinaia di migliaia di vittime, 216.000, dal 1950 a oggi.

Quanti sono state le  vittime nei Focolari?

È difficile dare dei numeri e delle stime, certo è che le molte testimonianze riportate nel mio libro hanno tutte delle sorprendenti somiglianze indipendentemente che siano situate in Inghilterra, in Uruguay, in Olanda, in Italia, in Pakistan o in Argentina. Sfortunatamente le modalità che emergono sono sempre le stesse, quindi è presumibile che i numeri siano estremamente consistenti anche se le denunce aperte sono finora numericamente limitate anche perché molte persone hanno timore di parlare. Non a caso diverse persone che hanno testimoniato per la mia inchiesta hanno preferito celarsi dietro degli pseudonimi, mentre altre hanno coraggiosamente e meritoriamente scelto di comparire con la loro identità. In questi giorni sono stato contattato da molte ex vittime che non conoscevo e che ora desiderano dare voce al loro dolore.

Quali storie drammatiche ti hanno colpito di più? 

Tutte le storie mi hanno colpito per qualche risvolto particolarmente drammatico, certamente è molto forte la storia di una signora, Monique, ma anche la storia di Maria è molto forte, così come quelle di Martina e Guido e di tanti altri. Persone spesso strappate alle loro famiglie di appartenenza, maltrattate, usate, gettate via come stracci vecchi e inutili quando non servivano più o stavano male. Straziante è stato per me anche il racconto delle persone che si sono suicidate dopo lunghe sofferenze colpevolmente ignorate. Ciò che più mi ha commosso in certi momenti e anche affranto è stato vedere come delle persone meravigliose, dotate di una fede incredibile e di una volontà di fare del bene quasi sovrumana, abbiano potuto essere stare “usate” da un movimento che – perlomeno in una certa fase – cercava solo l’espansione e il potere e la gloria. Tutto questo mi ha commosso profondamente, ma mi ha anche spinto a raccontare pubblicamente queste vicende affinché questi fenomeni non si ripetano mai più, cosa che mi pare che i vertici del movimento abbiano compreso.

Si parla nel libro di processo di “infatilizzazione” degli aderenti. Perché? 

Bisogna innanzitutto dire che molti focolarini sono stati captati in età giovanissima, persino a 10-11 anni, cosa che secondo il mio parere dovrebbe essere vietata e che è inaccettabile, a meno che non sia sottoposta a vagli precisi da parte della Chiesa stessa.

Questo loro stato infantile viene mantenuto a vita, tanto che i focolarini vengono chiamati popi e pope con un’espressione trentina che riflette una visione poco rispettosa ed infantilizzante della persona. La compressione delle persone è esasperata dalla fortissima repressione sessuale, che viene portata avanti per tutta la vita e che genera disturbi molto importanti: sofferenza, autolesionismo ma anche fenomeni di sadismo all’interno di questa stessa realtà

Che visione hanno della donna i Focolari? Il fatto che la fondatrice sia stata una donna, Chiara Lubich, cosa ha significato per le aderenti al Movimento? 

Questo è un punto di grande importanza perché di per sé il fatto che la fondatrice fosse una donna e che per statuto il movimento dei focolari possa prevedere solo e soltanto una presidenza femminile di per sé era ed è un fatto innovativo che va salutato positivamente. Interessanti sono anche alcuni passaggi del Paradiso del 49 in cui Chiara Lubich e don Foresi denunciano apertamente il maschilismo imperante nella Chiesa, allora come oggi, spingendosi a porre sotto critica persino il fatto che la trinità stessa sia composta da tre figure maschili.

Queste intuizioni di per sé feconde purtroppo non si sono tradotte in una valorizzazione del ruolo della donna, ma in una schiavizzazione della componente femminile del movimento che è stata caricata di compiti e aspettative immani, molto di più di quella maschile, nella quale infatti i problemi sono leggermente minori. Si assiste così al paradosso di un movimento che è l’unico a guida femminile nella Chiesa, ma che ha portato avanti una vessazione  sistematica della donna, compressa e conculcata in ogni sua dimensione a partire da quella intellettuale. Uno dei motti più celebri di Chiara Lubich era che bisogna “gettare i libri in soffitta“ cioè rinunciare a studiare, a prepararsi e a formarsi una professionalità adeguata. Bisognava essere tutte delle fotocopie della fondatrice, a partire dalla pettinatura. Questo ha generato e genera in molte persone un progressivo svuotamento dell’interiorità che anche se non sfocia in denunce aperte provoca depressioni profondissime o, per sopravvivere, genera forme di cinismo che si traducono talvolta in atteggiamenti persecutori di persone giovani e innocenti.

Come sta procedendo l’opera di contrasto all’abuso? 

La presidentessa Margaret Karram  e il copresidente Jesus Moran nell’intervista che ho fatto loro per il Corriere della Sera e, nella versione più ampia, per il mio libro hanno promesso di farsi carico di tutte le situazioni di sofferenza e di abuso, rispondendo singolarmente alle persone e accettando di analizzare le singole richieste di aiuto o di risarcimento, promuovendo il lavoro della Commissione interna per il benessere e la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, la Cobetu, e collaborando con quelli che saranno i risultati del rapporto stilato da GCPS Consulting che sarà reso noti a fine anno. Bisogna augurarsi che questo tipo di risposte non siano formali ma sostanziali. Gli stessi vertici ritengono inoltre necessari cambiamenti profondi negli Statuti del movimento, che tuttora non sono pubblici. Non è ad esempio accettabile che una persona se ne vada dopo 40 o 50 anni di lavoro gratuito per il movimento ritrovandosi senza nulla, senza una pensione, senza un aiuto o una casa.

Come si sta comportando il Movimento nei confronti delle vittime? Cosa è stato fatto.? 

Finora il movimento si è limitato ad intrattenere delle corrispondenze con singole vittime accettando in alcuni casi e non senza fatica di corrispondere dei risarcimenti spesso contenuti in ragione dei moltissimi anni di lavoro spesi per il movimento e delle consistenti cifre versate attraverso redditi personali e beni familiari. Tutto questo chiaramente non basta: le vittime si aspettano dei gesti concreti di buona volontà. Diversamente c’è il rischio – come è accaduto nel caso di molte diocesi americane fallite e attualmente per la chiesa di Francia che ha iniziato a vendere immobili per risarcire delle vittime –  che anche chi ha subito degli abusi nel movimento dei focolari si organizzi attraverso “class action” e azioni civili che sono faticose per i singoli ma che credo non convengano neanche al Movimento.

Come ha reagito il Movimento all’uscita del tuo libro?

Il Movimento, attraverso i suoi vertici e i responsabili della comunicazione, ha avuto una reazione estremamente intelligente, composta e matura, nel senso che ha accolto le criticità emerse dalla mia inchiesta come uno stimolo al miglioramento e ha riconosciuto il fatto che il dolore delle vittime è incontestabile. Certamente al libro sono state mosse delle critiche anche giuste e corrette, in quanto è stato osservato che l’inchiesta non racconta la vita e l’operato delle migliaia di persone che cercano di fare il bene insieme al Movimento in tutto il mondo e che con il Movimento hanno vissuto delle esperienze positive. Questa è un’osservazione certamente corretta e doverosa, tuttavia il libro partiva dalla necessità di dare voce alle vittime che finora non hanno avuto modo di esprimersi. E nasceva anche dalle sollecitazioni personali che sono state rivolte al mio lavoro di inchiesta. Devo comunque dire che è stata una reazione estremamente matura, che testimonia la volontà di cambiare e di migliorare.

Hai avuto segnali dal Vaticano? 

So che il libro è stato è stato segnalato ad alte autorità ecclesiastiche; e che talune figure vicine all’entourage di Papa Francesco cercheranno di farglielo leggere. D’altra parte, anche se non è cosa nota, anche personalità di alto spessore come il cardinale Martini avevano dedicato una attenzione preoccupata al movimento dei focolari, intravedendo già molti anni fa dei rischi di deriva settaria che il presule aveva avuto modo di segnalare a persone qualificate. Inoltre va detto che il cardinale Kevin Farrell responsabile del dicastero dei Laici già nel 2020 ha vietato ai focolari l’uso dei cosiddetti “schemetti”, interrogatori scritti ai quali venivano sottoposti i membri consacrati e che rappresentavano una pesante violazione della privacy. È indiscutibile il fatto che Papa Francesco abbia aperto nel 2021 un faro Importante su tutti questi movimenti, ma cosa deciderà di fare con i Focolari resta ancora un mistero aperto e ci sono vari scenari possibili analizzati nel mio lavoro di ricerca che, mi preme sottolinearlo, non parte da premesse pregiudiziali ma dall’esclusivo interesse alla verità e da sentimenti di profonda compassione verso chi ha sofferto.