Da Pomigliano a Termoli: è in Italia la nuova “giga factory” di Stellantis. Intervista a Giuseppe Sabella

CEO of Stellantis Carlos Tavares (Photo by Daniel Pier/NurPhoto via Getty Images)

CEO of Stellantis Carlos Tavares (Photo by Daniel Pier/NurPhoto via Getty Images)

Com’è noto, si è tenuto ieri l’Electrification Day di Stellantis. L’attesa era alta, un po’ per
comprendere le reali intenzioni del quarto gruppo mondiale dell’auto; un po’ perché qualcuno si aspettava la sorpresa, ovvero l’annuncio della nuova Giga Factory di batterie in Italia. E, appunto, l’annuncio c’è stato: il sito prescelto è quello di Termoli. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Sabella, cosa significa per il nostro Paese la Giga Factory di Termoli?
È un’operazione industriale importante. Mi lasci però prima dire che se oggi l’Italia sta ritrovando centralità nel settore dell’automotive, questo è grazie agli accordi di Pomigliano del 2010. Senza quelle intese Fiat in Italia avrebbe chiuso – e con essa gran parte del nostro settore auto – e non saremmo qui a celebrare questa svolta. Il contraccolpo di quella vicenda, alla fine, è stato tutto per il sistema confindustriale che non è stato in grado di far fronte ad un’occasione di innovazione importante. E ha perso non solo terreno ma anche l’azienda più importante che aveva. C’è chi ci ha creduto ed è per questo stato attaccato e biasimato. Mi riferisco a una vulgata che ha coinvolto persino l’Accademia e il Parlamento. Una cosa incredibile e mai vista prima, in presenza oltretutto di una importante operazione di rilancio industriale che da Pomigliano oggi fa tappa a Termoli.

Perché la definisce un’operazione industriale importante?
I motivi sono diversi a cominciare da quello prettamente industriale: sappiamo che la vera ragione per cui il Lingotto ha voluto la fusione con PSA è per ridurre la sua distanza dalla frontiera dell’elettrico. Se c’è un limite della stagione di Marchionne – che non dimentichiamolo mai ha preso in mano una Fiat tecnicamente fallita e, portandola alla fusione con Chrysler, l’ha resa uno dei marchi più competitivi al mondo – è quello di non aver oltrepassato il confine dell’oil. Oggi la Giga Factory di Termoli avvicina l’industria italiana alla tecnologia dell’elettrico. Ma facciamo un passo indietro: l’anno scorso, Pietro Gorlier (responsabile area EMEA di Stellantis) disse testualmente “nel giro di due/tre anni, Europa e Italia diventeranno l’epicentro della produzione mondiale della mobilità elettrica”. Tuttavia, poco risalto per queste dichiarazioni: ad oggi è prevalsa l’idea – sempre tra i soliti noti – che la Francia farà razzia delle nostre produzioni, a vantaggio del proprio comparto manifatturiero.

E invece?
Non che questa possibilità non esista, nelle alleanze – anche in quelle più riuscite – vi sono sempre conflitti di interesse latenti. Il punto è che oggi una delle missioni più importanti che hanno i governi è proprio questa: nel mondo globalizzato, ministri e primi ministri devono sempre più operare a protezione della propria economia e delle proprie imprese. Quindi, se qualcuno fa affari a suo vantaggio con le nostre aziende, ciò può significare anche che non sono state protette adeguatamente e in qualche caso svendute, come del resto è successo. È molto importante quindi, quando si sta al governo, sapere quali sono le imprese che si possono cedere e quali no. Negli anni passati è stato uno stillicidio. Oggi possiamo dire che questa situazione si sta normalizzando.

Nel caso specifico in un certo senso succede il contrario: è la Francia a darci qualcosa. È così?
Questo è un altro aspetto per cui ritengo importante questa operazione: il consolidamento della partnership europea tra Francia e Italia, nell’ottica di contrastare USA e Cina. Ma c’è un altro elemento che mi pare significativo: la terza Giga Factory di Stellantis in Europa per la produzione di batterie per veicoli elettrici – le altre due sono in Francia e Germania – sarà allocata presso lo stabilimento delle Meccaniche di Termoli, in Molise, dove lavorano oltre duemila addetti. Si tratta di uno stabilimento vecchio che produce motori a combustione, a rischio chiusura. È evidente che nel giro di qualche anno vi saranno cali produttivi significativi. In questo modo, si dà un futuro industriale e occupazionale a questo sito produttivo in un’area del Paese – il Mezzogiorno – che ha bisogno di investimenti come questo. Deve essere questa un’operazione pilota del Green Deal italiano, soprattutto al Sud. Come sappiamo, il nord produttivo è più agganciato al cuore dell’industria europea, la Germania. Ed è più avanti dal punto di vista dell’innovazione.

Tavares ha parlato anche dell’investimento complessivo nell’elettrificazione.  Quali considerazioni possiamo fare? 
Possiamo certamente dire che Pietro Gorlier un anno fa non scherzava affatto. Gli obiettivi di Tavares ed Elkann sono molto ambiziosi: entro il 2030 i veicoli elettrificati dovranno rappresentare oltre il 70% delle vendite in Europa e più del 40% delle vendite negli USA. Per il raggiungimento di questi obiettivi, il piano di Stellantis prevede oltre 30 miliardi di euro da investire entro il 2025 nell’elettrificazione e nello sviluppo software. Si tenga presente che due mesi fa Stellantis e Foxconn – il più grande produttore di componenti elettronici al mondo nonché il principale assemblatore di Apple, Dell, HP, Microsoft, Motorola, Nintendo, Nokia, ecc. – firmavano un memorandum d’intesa per dare vita a Mobile Drive, nuova realtà dedicata allo sviluppo di tecnologie digitali per l’auto. Il software sarà il “cuore” della mobilità elettrica. In particolare, Mobile Drive proporrà programmi di infotainment, telematica e sviluppo di piattaforme cloud service attraverso innovazioni di software che dovrebbero includere applicazioni basate in particolare su intelligenza artificiale e comunicazione 5G. Questo ci dice quanto si stia sempre più riducendo la differenza tra manifattura e servizi: l’industria 4.0 è sempre di più servizio. La UE sembra puntare molto sulla mobilità elettrica, del resto in Europa c’è Stellantis ma ci sono anche Renault e Volkswagen, Daimler, BMW…
Come ho scritto nel mio libro “Ripartenza verde” , la trasformazione della mobilità è il più rilevante obiettivo che il Green Deal europeo si è dato, non solo per rispondere alla questione climatica, ma anche perché da un punto di vista economico le implicazioni sono rilevantissime. Sebbene il 2020 sia l’annus horribilis dell’automobile (-24,3% di immatricolazioni in Ue, -27,9% Italia), si registra una crescita significativa della diffusione dell’auto elettrica (+107% Ue, +251,5% Italia). Mobilità elettrica però significa anche infrastrutture e batterie, cosa su cui in Europa bisogna accelerare e su cui i costruttori stanno facendo pressing sull’Unione. Del resto, come si vende l’auto elettrica se non ci sono le colonnine? Anche se, in futuro, l’evoluzione dell’auto elettrica potrebbe prescindere dalle colonnine. Il movimento dell’auto, infatti, è in grado da sé di produrre energia.

In conclusione, concentriamoci in prima battuta sulle infrastrutture: qual è al momento la situazione?
Secondo Acea, al momento ci sono circa 200mila colonnine in tutta Europa. Il Green Deal ne prevede 3 milioni installate entro il 2030. In Italia, l’ultimo aggiornamento del Piano Nazionale Energia e Clima (2020) ha stimato che, entro 10 anni, la rete di ricarica passerà da 8mila a 45mila stazioni e il parco circolante raggiungerà un ventaglio compreso tra i 4 e i 6 milioni di auto elettriche. Per quanto riguarda la produzione di batterie, è questo un mercato dominato dalla Cina; Australia e Usa fanno la loro parte ma sono molto indietro. Su questo versante, l’Europa si sta organizzando per essere autonoma, come del resto per la produzione di vaccini e semiconduttori. La Giga Factory di Termoli è nel segno di questa logica.

Veniamo ora all’aspetto occupazionale: il motore elettrico è più semplice e più piccolo di circa la metà rispetto al motore a combustione. Quali sono le conseguenze di questa trasformazione sul piano del lavoro? 
Naturalmente il problema è serio. Motore elettrico significa meno componenti e meno mano d’opera. Mobilità elettrica però vuol dire anche infrastrutture e batterie. E, in quest’ottica, l’installazione delle colonnine per l’alimentazione e lo sviluppo dell’industria delle batterie sono occasione di riconversione e di ricollocazione dei flussi occupazionali in uscita dal settore dell’automotive. I governi hanno un compito importante: accompagnare la trasformazione con politiche del lavoro efficaci, che significa riqualificazione e ricollocazione di lavoratori e lavoratrici. Se pensiamo al nostro Paese, questo è il nostro punto debole, e non è una novità. Sono gli enti locali – le Regioni – ad avere le deleghe del lavoro: bisogna che lavoriamo sulla modernizzazione dei nostri servizi all’impiego, soprattutto nel centro sud del Paese.

“LA RIPRESA È BUONA, MA SOLO LA CRESCITA DI COMPETENZE E SALARI LA CONSOLIDERÀ”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Negli ultimi mesi, le previsioni di crescita 2021 per l’Europa si sono attestate su buoni livelli, in particolare per il nostro Paese. Il trend di ripresa della produzione industriale ormai costante da un anno a questa parte è del resto indice del fatto che lo shock economico – che segue a quello pandemico – è ormai superato. Resta l’incognita di nuove ondate ma, quantomeno per l’anno in corso, gli istituti economici hanno pochi dubbi su quello che sarà il prodotto dell’economia. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, anche alla luce degli esiti del G7 in Cornovaglia.

Sabella, anzitutto, cosa possiamo dire dopo questo G7?

Il G7 ci consegna l’evidenza di quello scenario che avevo anticipato un anno fa nel mio libro “Ripartenza verde” (http://confini.blog.rainews.it/2020/07/15/ripartenza-verde-come-il-nuovo-whatever-it-takes-della-bce-intervista-a-giuseppe-sabella/): Europa e USA stanno ricostituendo l’alleanza atlantica, certo in nuove forme. Biden e Draghi ai vertici sono una contingenza storica che certamente favorisce questo nuovo corso, ma lo stesso Trump avrebbe cercato nuove intese con l’Unione Europea. Era inevitabile. Oggi la Cina è temuta non solo per quello che ha causato con la pandemia ma anche in ragione della sua potenza e fragilità economica. Non dimentichiamoci che gli investimenti e gli interessi dell’Occidente nel mondo asiatico sono ancora tanti. E che, per quanto sia ancora l’economia da inseguire, la Cina presenta da tempo segnali di squilibrio e di difficoltà di tenuta.

Concretamente, a cosa possono portare i nuovi intendimenti di questo importante summit?

Le nuove intese tra Europa e USA da una parte hanno l’effetto di contenere i rapporti tra UE e Cina: non dimentichiamo che a gennaio, a Davos, Angela Merkel ha criticato duramente Xi Jinping sul piano della gestione della pandemia. Mi spiego meglio: la Cina viene attaccata dal suo più importante partner commerciale, la Germania. È il segno evidente che qualcosa è cambiato nei rapporti tra il Vecchio continente e il mondo asiatico. Ciò in primis renderà più autonomo il mercato europeo dai prodotti cinesi, come del resto ambisce a fare il programma Green Deal già dal 2019. Dall’altro lato, USA e Europa vogliono coinvolgere l’Africa nella nuova globalizzazione: Biden e Draghi in particolare hanno condiviso l’idea di un piano di investimenti infrastrutturali nel continente africano che avrà come effetto anche quello di contenere i flussi migratori. Credo che questa si prospetta come una svolta decisiva, sia sul piano economico che su quello sociale.

Veniamo al nostro Paese: quanto questo nuovo scenario è propizio per la nostra economia?

Credo che l’Italia oggi si presenta all’appuntamento con la storia in una condizione piena di tensioni e contraddizioni. Ma ciò non significa che mancheremo l’occasione. Credo anzi che prevarrà la nostra eccellenza, ma lo sforzo che il Paese è chiamato a fare è notevole. A ogni modo, la crescita passa in primo luogo attraverso il rilancio delle filiere produttive. Sappiamo di avere in casa i migliori prodotti del manufacturing mondiale ma c’è anzitutto una parte di imprese che resta lontana da quell’innovazione che domani diventerà ordinaria. Sono tutte imprese – e sono tante – destinate a chiudere. Oltretutto, la pandemia ha messo a rischio 500 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo di cui 100 milioni persi in modo permanente. In Italia i posti di lavoro persi ammontano a quasi 1 milione. Insomma, il problema della ricostruzione è un problema molto serio. E, al momento, le incognite della pubblica amministrazione, della giustizia, della burocrazia e della capacità de territori di farsi ecosistemi – aspetto fondamentale per accompagnare lo sviluppo – pesano enormemente sul nostro futuro. Anche se, come dicevo prima, penso che il nostro Paese libererà le migliori risorse che ha. Del resto, le previsioni di crescita dell’Italia – da parte di Ocse, FMI e agenzie di rating – sono superiori alle medie europee e alla stessa Germania.

La risposta all’emergenza sociale, che ancora non è finita, si calcola sia costata 100 miliardi al nostro Paese. Se consideriamo i fondi europei, siamo in presenza di livelli record del debito che la stessa Banca d’Italia ci ha segnalato proprio ieri. Quanto è sostenibile questo indebitamento?

Naturalmente questo è un punto critico, al di là del fatto che tutti i Paesi e tutte le economie si stanno indebitando. Come scriveva Mario Draghi sul Financial Times il 25 marzo dello scorso anno – giorno prima che iniziassero i lavori del Consiglio europeo che ha poi portato al Recovery Plan (o Next Generation EU) – “La pandemia è una tragedia umana di proporzioni bibliche. Una profonda recessione è inevitabile. È chiaro che la risposta deve riguardare un significativo aumento del debito pubblico”. Il punto è, però, che tra 3/4 anni vi saranno economie che hanno fatto fruttare l’investimento del debito ed economie che non ne saranno state capaci. Le prime avranno sì un indebitamento importante ma altrettanto lo sarà la ricchezza prodotta, il pil. E, quindi, il debito risulterà sostenibile. Sono pronto a scommettere che tra queste vi saranno USA, Germania, Francia, UK: i loro sistemi economici sono sistemi virtuosi, insieme alla capacità delle loro istituzioni di accompagnare lo sviluppo economico. Le seconde, invece, subiranno potenti contraccolpi, come in precedenza Grecia e Spagna per non andare lontano. Venendo all’Italia, il nostro Paese ha caratteristiche per evitare situazioni drammatiche ma non c’è più tempo da perdere. E non possiamo più permetterci di sprecare risorse, cosa in cui ci siamo specializzati negli ultimi anni.

Cosa serve in tal senso al Paese per avviare uno stabile ciclo di sviluppo economico e per ritrovarsi tra qualche anno insieme alle altre economie avanzate e non tra i Paesi in recessione?

A parte le riforme che del resto il PNRR prevede e che rispondono ai problemi che sollevavo pocanzi – PA, giustizia, burocrazia, ma anche fisco, infrastrutture, etc. – la cosa fondamentale è che servono risorse umane e competenze: le sapremo individuare? Non è un problema di poco conto. Se le istituzioni devono accompagnare lo sviluppo economico, si presuppone che alla guida di istituzioni ed enti locali – questi ultimi avranno un ruolo importantissimo – ci siano dirigenti che sanno quel che fanno, che sono competenti. Questo è ahimè un punto molto dolente che in alcuni territori impedirà la crescita o la limiterà, anche nel cosiddetto nord produttivo. E poi, il problema dei salari non è soltanto una rivendicazione. Al di là del fatto che le retribuzioni italiane sono da tempo inferiori di circa il 30% a quelle tedesche e francesi – anche per poca efficacia delle politiche contrattuali di ridistribuzione della ricchezza prodotta – il punto è che il nuovo ciclo prevede due fattori ineludibili: costi crescenti dei prodotti e dell’inflazione. Questo per la politica monetaria espansiva – lo abbiamo visto bene negli USA – ma anche per effetto di una limitazione crescente del prodotto a basso costo. Von der Leyen, a questo proposito, ha parlato più volte di dazi europei. È evidente che se a tutto questo non si risponde sul piano dei salari, il sistema non sta in piedi. Non a caso, a novembre 2020 l’Unione Europea ha presentato la sua direttiva sul salario minimo: non è obbligatorio che sia la legge a stabilirlo, lo possono fare anche i contratti di lavoro; ma, appunto, l’adeguamento dei salari è richiesto agli stati membri dall’Unione. Del resto, solo dalla crescita dei salari può conseguire la crescita dei consumi e della domanda interna: è l’aspetto decisivo per consolidare la ripresa.

Lavoro: “La riforma che Draghi chiede all’Europa vuole chiudere la stagione del mercato duale”. Intervista a Giuseppe Sabella

Intervenendo al vertice di Oporto sui diritti sociali, organizzato dalla presidenza portoghese del Consiglio dell’Unione europea, il primo ministro italiano Mario Draghi ha speso parole significative: “Troppi Paesi dell’Ue hanno un mercato del lavoro a doppio binario che avvantaggia i garantiti a spese dei non garantiti. Mentre i garantiti sono meglio retribuiti e godono di una maggiore sicurezza del lavoro, i non garantiti soffrono un vita lavorativa precaria. Questo sistema è profondamente ingiusto e costituisce un ostacolo alla nostra capacità di crescere e di innovare”. Si tratta di parole importanti, segno ulteriore della nuova stagione europea. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella.

Sabella, Draghi porta all’attenzione del consiglio europeo il tema del lavoro precario che, in particolare, è tale per giovani e donne. Come valuta questo affondo del premier italiano?
Credo che Draghi sia consapevole del rischio di disgregazione che corre l’Unione: non è soltanto questione della contingente contrazione economica dovuta all’emergenza sanitaria, il problema è che quando l’economia ripartirà di fatto saremo sempre più avviati alla trasformazione dell’industria. Il che significa non solo innovazione ma anche imprese che chiudono perché non riescono a tenere il passo, attività che vengono sostituite dalle macchine, prodotti il cui impiego diminuisce. Tutto ciò naturalmente comporterà erosione di posti di lavoro. Però attenzione: la trasformazione è tale per cui avremo nuove attività e nuovi prodotti. Prima della pandemia, i paesi che più avevano investito in tecnologia – Cina, Usa e Corea del sud – erano i paesi in cui il saldo occupazionale tra posti di lavoro persi e posti di lavoro creati era positivo, cosa che ci dice che non vi è alternativa a investire in innovazione. In sintesi, Draghi vuole rendere il lavoro meno precario e rafforzare non solo il sistema di protezione sociale ma anche quello delle politiche attive. È fondamentale questo passaggio, altrimenti questa volta si rischia davvero il disordine sociale.

Il premier italiano propone di rendere strutturale il programma SURE che, ad oggi, ha retto il sistema degli ammortizzatori sociali. È la strada giusta?
Naturalmente il welfare ha un costo. Quindi, la prima cosa è quella di darsi degli obiettivi e trovare un modo per renderli sostenibili. Da questo punto di vista, a Oporto ancora una volta si sono confrontate due posizioni: una più nazionale e una più comunitaria. Secondo alcuni paesi, la UE dovrebbe solo fissare obiettivi e poi lasciar fare alle politiche nazionali. Il presidente Draghi invece si è espresso dicendo “targets and national policies are not enough”: le politiche nazionali non sono abbastanza, ci vogliono politiche europee comuni come Next Generation EU e il fondo SURE (che già ha finanziato 27 miliardi della nostra cassa integrazione). Credo che insistere sul fondo SURE sia una buona ipotesi, va certamente rafforzata la sua missione. Va però detto che più di questo l’Europa non può fare. Bisogna poi che gli stati membri, in particolare il nostro, si attivino per far funzionare soprattutto le politiche attive del lavoro. Sin dai tempi delle prime riforme – mi riferisco alla legge Treu del ‘97 e alla legge Biagi del 2003 – è sempre stata questa la nostra debolezza. Si può naturalmente affermare che qualcosa poteva essere pensato meglio nell’impianto di riforma del lavoro, ma se avessero funzionato le politiche attive – cosa che tutt’ora dipende dalle regioni – il lavoro sarebbe certamente stato meno precario.

Cosa poteva essere pensato meglio nell’impianto di riforma del mercato del lavoro in Italia?
Da una parte, è vero che il nostro mercato del lavoro era piuttosto ingessato. Ma la repentina iniezione di flessibilità si è rivelata difficile da gestire. Inoltre, non vi è mai stata una riforma complessiva del sistema di ammortizzatori sociali: per fare qualche esempio, solo in tempo di pandemia si è trovata qualche iniziale soluzione anche per le partite iva – dopo 25 anni! – che in gran parte non sono lavoro autonomo ma bensì povero e precario; la stessa indennità di disoccupazione ha iniziato a funzionare soltanto nel 2015 con la Naspi. E poi, ad ogni governo che si susseguiva i ministri del lavoro dovevano per forza intestarsi la loro riforma. A ogni modo, il punto è che l’iniezione di flessibilità che si è attuata in nome del cambiamento dell’economia, si è prevalentemente rivelata come lavoro precario e meno pagato. Solo nel 2015 con il Jobs Act, al netto dei problemi e delle contraddizioni rilevate persino dalla Corte Costituzionale, si è posto il problema delle tutele e delle protezioni, senza peraltro che si completasse questa strada.

A tal proposito, Mario Draghi ha aggiunto che “già prima della pandemia le nostre società e i nostri mercati del lavoro erano frammentati: disuguaglianze generazionali, disuguaglianze di genere, disuguaglianze regionali. Questa non è l’Italia come dovrebbe essere, né l’Europa come dovrebbe essere. Il sogno europeo è di garantire che nessuno venga lasciato indietro”. Perché secondo lei, in particolare nel nostro Paese, si è creata questa situazione?
Guardi, come lei sa bene c’è chi accusa il legislatore di complicità con il capitalismo selvaggio. Io non sono tra questi. Penso invece che questo Paese spesso affronta problemi seri in modo ideologico, come in una guerra di religione. Nella fattispecie, quando in particolare nel 2002 si poneva il problema di intervenire nuovamente sul mercato del lavoro dopo il pacchetto Treu, in quell’occasione si scatenò il finimondo, tanto che Marco Biagi e la sua famiglia pagarono un prezzo altissimo. Questo perché da una parte vi erano l’ideologia e la violenza, che non hanno alcuna giustificazione e vanno condannate. Dall’altra, tuttavia, avanzava una nuova forma di ideologia, quella per cui “il mercato ci chiede”, peraltro distante dal pensiero del giuslavorista bolognese – basta leggere i suoi scritti – sempre orientato a coniugare flessibilità e sicurezza. La verità è che il lavoro è un terreno delicatissimo in cui non si deve mai far saltare l’equilibrio tra innovazione e protezione sociale. Anche perché, se conta solo ciò che “il mercato ci chiede”, non si capisce quale ruolo spetti al decisore politico e alle rappresentanze di impresa e lavoro. In quel caso l’equilibrio saltò, perché tutto veniva scritto nel segno della flessibilità. E così, come dice Draghi, ancor prima della crisi del 2008 il mercato scaricava la flessibilità prevalentemente sui più deboli, giovani e donne. D’altronde, ciò alle imprese conveniva: e, considerando che il 95% di imprese italiane ha meno di 10 addetti ed è stretto nella morsa di fisco e burocrazia, questa è stata la via d’uscita, per quanto miope. Da quel momento, questa tendenza è stata irreversibile, si è acuita con la crisi del 2008 ed è giunta ai nostri giorni. Oggi questo processo va corretto non solo per giustizia sociale ma anche perché i mercati che meglio funzionano sono quelli in cui donne e giovani sono più integrati: sono loro, infatti, i veri portatori di innovazione.

Secondo lei cosa va fatto oggi per riformare in meglio il nostro mercato del lavoro?
Partiamo da qui: il processo di trasformazione dell’industria, che naturalmente riguarda anche i servizi, sta sempre più avvicinando lavoro subordinato e lavoro autonomo. Lo vediamo nel caso dei nuovi lavori e delle piattaforme (es. riders) ma anche nei luoghi per eccellenza del lavoro dipendente: le fabbriche. L’ultimo rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, da questo punto di vista, ha riformato l’inquadramento professionale, prima fermo al 1973. Anche la contrattazione collettiva si orienta alle capacità cognitive e trasversali delle persone: autonomia, responsabilità, partecipazione al lavoro di gruppo, polivalenza, polifunzionalità, miglioramento continuo e innovazione. E poi vi è il tema dello smart working che non è il lavoro distanziato. In quest’ottica la contrattazione collettiva sta facendo cose importanti a livello aziendale – si pensi ai contratti Bayer, Leonardo, Sanofi, Poste italiane, Wind, Tim, Siemens, Sasol, etc. – che prima o poi avranno effetto a livello nazionale. Siamo a metà del guado, ma va detto che registriamo percorsi di qualità. Va scritto un nuovo statuto dei lavori, idea di cui Marco Biagi è precursore.

Pare questo un altro tassello di un nuovo corso europeo. Lei cosa ne pensa?
Si, è così. Il Green New Deal è anche questo. Del resto, l’innovazione – che è centrale nei nuovi obiettivi europei – ha bisogno della qualità del lavoro. Non possiamo pensare di crescere se non in ragione di un nuovo equilibrio nel lavoro che renda il mercato meno schizofrenico. Nel secondo dopoguerra le nazioni avviarono un trentennio – che si chiudeva nel ‘75 con l’inizio del periodo della stagflazione (e in Italia del terrorismo) – in cui la stabilità delle Istituzioni partiva dal lavoro: si pensi, ad esempio, al primo articolo della nostra carta costituzionale. Oggi siamo in un contesto molto diverso, la globalizzazione ci pone davanti a continui shock – l’11 settembre, la crisi del 2008, la pandemia, ora il pericolo della crisi ambientale – ma i decisori devono trovare il modo per restituire pace e stabilità alle nazioni e alle comunità sociali. Tra USA e Europa si sta riscrivendo una nuova alleanza atlantica: questo è fondamentale, ma non basterà a garantirci un trentennio di prosperità. Ai nostri giorni, i cicli dell’economia si sono di molto accorciati.

“Il successo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza può dare anche una svolta all’Europa”. Intervista a Marcello Messori

Mario Draghi (Ansa)

Ieri il Parlamento ha approvato il Recovery Fund. Come si sa non è stato un “parto”
facile. Adesso comincia la grande sfida per costruire un futuro positivo per l’Italia e per
l’Europa. Approfondiamo, in questa intervista, con il Professor Marcello Messori il
significato strategico per l’Italia e per l’Europa del PNRR. Marcello Messori è
professore di Economia al Dipartimento di ‘Economia e Finanza’ della LUISS (Roma) e
Senior Fellow della Luiss School of European Political Economy.

Professore, il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, dopo un parto assai
complicato, è stato approvato ieri dal Parlamento. La Ue aveva fatto dei rilievi
riguardanti la concorrenza e il fisco. Può spiegarci cosa riguarda in
particolare?
Come è ovvio, non ho informazione specifica riguardo alle interlocuzioni informali
fra Commissione europea e Governo italiano in merito ai contenuti del Piano
Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Esaminando la  parte del PNRR
dedicata alle riforme, posso però sottolineare tre punti. Primo, questa parte compie
rilevanti passi in avanti rispetto alla versione del PNRR di metà gennaio 2021,
anche se la sfida rimane quella di attuare effettivamente le iniziative descritte in
termini di riorganizzazione della Pubblica amministrazione, snellimento delle
procedure giudiziarie e semplificazioni. Secondo, per fornire una  valutazione
specifica di ogni intervento di riforma  disegnato nel PNRR, sarebbe necessario
entrare nei dettagli; l’impressione da verificare è che, in vari casi, si privilegi
l’aspetto quantitativo rispetto a quello qualitativo (organizzativo). Terzo, il capitolo
dedicato alla concorrenza è ancora generico in quanto enuncia principi piuttosto
che indicare impegni puntuali di riforma; vero è che taluni di tali impegni emergono
dai progetti c. oncreti (per esempio, quelli relativi alle telecomunicazioni). Vorrei
infine notare che la riforma fiscale non può essere inscritta nel PNRR in quanto
comporta impegni di bilancio permanenti (o, comunque, ben oltre l’orizzonte del
2026). Pertanto, non mi pare cogente valutare quanto è detto al riguardo nel
PNRR.

Dunque c’è discontinuità del Piano Draghi con quello del Conte2?
Come ho già detto, vi sono forti elementi di discontinuità in termini di strategia
generale e di attenzione alle riforme. Inoltre, le due direttrici dell’innovazione
digitale e della transizione ecologica hanno contenuti più convincenti ed efficaci
rispetto alla precedente versione del Piano. In particolare, nell’ambito delle
innovazioni nel settore delle telecomunicazioni, le riforme e gli investimenti
disegnati hanno segno opposto rispetto ai progetti proposti a metà gennaio 2021.

Quale idea di Italia propone il piano?
Questo è il punto più rilevante di novità rispetto alla versione precedente del PNRR.
Specie se combinato con il Documento di Economia e Finanza (DEF)
recentemente varato dal governo Draghi, l’attuale versione del PNRR risponde a
una strategia ben definita: rafforzare il potenziale di crescita dell’economia italiana
dilatando la spesa pubblica e utilizzando tutte le risorse europee, perché solo così
sarà possibile rendere sostenibile sia la convergenza del nostro paese verso il

nucleo forte dell’euro area sia la dinamica del debito pubblico rispetto al PIL. Si
privilegia pertanto una forte spinta quantitativa agli investimenti pubblici e privati.
Tale scommessa è rischiosa perché, se la selezione degli investimenti non sarà
efficiente e se la loro realizzazione risulterà inadeguata, gli squilibri e i problemi
dell’ Italia si aggraveranno. Si tratta, comunque, di una scommessa forse inevitabile
che ha, come essenziale  garanzia, l’autorevolezza delle componenti governative
che gestiscono la politica economica e l’uso delle risorse europee.

Per il direttore del Foglio, Claudio Cerasa, questo Piano di Draghi, è un capolavoro neoliberista. Non trova esagerata questa affermazione?
La chiave di lettura del direttore del Foglio è interessante, ma non mi sento di
condividerla per almeno tre ragioni. Primo, non penso che la ‘ricetta’ efficace per
avviare l’economia italiana su un sentiero di sviluppo sostenibile sia il neo-
liberismo: i processi di innovazione, la conseguente riorganizzazione dell’apparato
produttivo e le necessarie protezioni sociali richiedono una complessa
combinazione fra intervento pubblico, efficiente funzionamento dei mercati,
appropriata regolamentazione e efficace spesa  sociale che è incompatibile con lo
schema del neo-liberismo. Secondo, l’opzione neo-liberista (peraltro mai realizzata
in Italia) non trova riscontro in molte parti del PNRR; come si è già detto, la parte
dedicata alla concorrenza è molto generica; le semplificazioni sono attente ai
vincoli e agli assetti istituzionali. Terzo, l’approccio neo-liberista non si afferma
neppure per la sua componente più positiva: l’eliminazione delle protezioni
pubbliche alle pervasive posizioni di rendita che connotano il nostro paese. Anche
nella sua attuale versione, il PNRR include troppi progetti; e alcuni di questi progetti
sono troppo esigui e troppo contingenti per accrescere l’efficienza dei mercati. Vi è
poi il rischio che tale tendenza si rafforzi rispetto ai progetti finanziati dal fondo
nazionale, costituito in parallelo al PNRR.

Parliamo della sei missioni del Piano: digitalizzazione, innovazione, competitività
e cultura, rivoluzione verde e transizione ecologica; istruzione e ricerca ;
inclusione sociale e coesione. Le chiedo:. Secondo lei tutte queste missioni
sono ben armonizzate? Oppure invece c’è una sproporzione. Per esempio sul
Sistema Sanitario, che in questa pandemia ha mostrato eccellenze ma anche
limiti enormi, non si poteva prevedere più risorse?
Non mi presterò al gioco di correggere l’allocazione delle risorse fra le sei missioni
perché questo sarebbe giustificato solo se il PNRR declinasse la chiara strategia
macroeconomica, su cui si fonda e di cui abbiamo già discusso (spinta alla crescita
mediante spesa pubblica), in un insieme ordinato di obiettivi microeconomici.
Viceversa, questa ulteriore declinazione più microeconomica non è resa esplicita,
ossia non vi è una chiara gerarchia in merito alle priorità da perseguire per
massimizzare il tasso macroeconomico di crescita; pertanto, sarebbero possibili e
ragionevoli molte allocazioni oltre quella fissata dal PNRR. Ciò mi spinge a formulare
due sole constatazioni. Primo, il PNRR soddisfa pienamente le soglie minime europee
in termini di risorse destinate alla  transizione ecologica e all’innovazione digitale. Qui
la scommessa per l’Italia sarebbe quella di saldare le due componenti. Il PNRR compie
qualche passo promettente in questa direzione; sarebbe stato ancora più efficace se
avesse inserito, per esempio, gli investimenti ‘verdi’ nell’alta velocità e nei trasporti
locali come fattore essenziale per la realizzazione di progetti di agglomerazione
territoriale per le innovazioni digitali. Secondo, le risorse destinate al capitolo sulla

sanità sono probabilmente inadeguate. Va, tuttavia, considerato che l’Italia ha ancora
la possibilità di accedere alle risorse ‘non condizionate’ offerte dallo speciale fondo
sanitario dell’ESM; e che molte traiettorie innovative  nella produzione di ‘beni’ sanitari
possono rientrare nella missione  dedicata alle innovazioni.

Sappiamo che il Piano cammina se si fanno riforme strutturali che consentono di attuarlo. Quale delle riforme previste è la più urgente?
Faccio fatica a definire il termine ‘strutturale’, se riferito alle riforme. In ogni caso,
credo che la realizzazione del PNRR richieda soprattutto riorganizzazioni puntuali
della Pubblica amministrazione e un’efficace combinazione fra riforme pro-
concorrenza e non distorsiva regolamentazione dei mercati in modo da superare i
blocchi costituiti dalle  pervasive posizioni di rendita che affliggono l’economia
italiana. A quest’ultimo riguardo, il PNRR risulta debole.

L’Italia, in Europa, non ha una bella fama nell’ambito della buona capacità di
spesa per i progetti europei. Una volta presentato, a Bruxelles, il Pnnr dovremo
affrontare il tema di come “mettere a terra” queste risorse. Un tema enorme.
Come superare questo problema?
Si tratta della giusta osservazione che non basta redigere un PNRR, che risponda
alle  esigenze europee e che prometta il superamento di alcuni dei ‘colli di bottiglia’
nazionali. L’attuale versione del PNRR soddisfa ambedue i requisiti, nonostante i
punti problematici sopra discussi. La sfida ancora più difficile è di realizzare i
progetti disegnati, secondo i tempi e nei costi fissati dal PNRR. A tale proposito,
sarà importante valutare la governance del PNRR che, tuttavia, necessita di
dettagli essenziali. Come è noto, tali dettagli saranno definiti dopo l’invio del PNRR
alla Commissione europea.

Ultima domanda: Lei è un europeista le chiedo: questo passaggio sul Recovery
Fund può diventare strutturale per l’Europa questa misura? Ovvero si supererà definitivamente la mentalità frugale?
L’Italia è il maggior beneficiario, in termini assoluti, sia del “Recovery and
Resilience Facility” (RRF) che del Next Generation – EU (NG-EU). L’approvazione
da parte del Consiglio della  Unione europea del PNRR di tutti i paesi dell’UE
rappresenta il passaggio essenziale per l’accesso ai fondi del RRF che, in totale,
ammontano a quasi il 90% di quelli di NG-EU. Non è pertanto esagerato affermare
che la possibilità di trasformare il NG-EU o il RRF nel primo passo di
un’unificazione fiscale (e non più solo monetaria) dell’Unione europea è legata al
successo del PNRR italiano in termini di disegno e – soprattutto – in termini di
esecuzione. Pertanto, prima di preoccuparci degli ostacoli che saranno posti da
alcuni paesi del Nord-Europa, dobbiamo acquisire la consapevolezza che l’Italia ha la responsabilità di aprire questa prospettiva di evoluzione europea. Sarebbe
imperdonabile non sfruttare l’occasione.

 

 

Ex Ilva: “Draghi risponde alla crisi dell’acciaio, ma lo Stato non può continuare a essere la bad bank di Arcelormittal”. Intervista a Giuseppe Sabella

Mentre gli operai della ex Ilva scioperano a sostegno del collega licenziato per il post su facebook e per una situazione sempre più insostenibile, con un comunicato congiunto firmato da Fincantieri, ArcelorMittal e Paul Wurth Italia si è resa nota la sottoscrizione di un memorandum d’intesa per la realizzazione di un progetto finalizzato alla riconversione del ciclo integrale esistente dell’acciaieria di Taranto secondo tecnologie ecologicamente compatibili, in attesa del perfezionamento degli accordi di dicembre 2020. Cosa sta succedendo attorno alla ex Ilva? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella che segue dall’inizio la vicenda.

Sabella, questo Memorandum d’intesa si presenta come una cosa interessante. Resta tuttavia da capire quali siano le prospettive del polo siderurgico di Taranto. Lei cosa ne pensa?
La sensazione è che questa intesa sia indirettamente provocata da quello che il governo ha in mente circa il dossier Ilva. Tra pochi giorni sarà composto il nuovo consiglio di amministrazione della società AMI (ArcelorMittal Italia) – per il quale si è fatto il nome di Franco Bernabè – in virtù della finalizzazione delle intese di dicembre 2020. In questa vicenda, che è una delle grandi patologie del sistema Italia, l’unica svolta possibile può essere dettata da una volontà politica forte e chiara negli obiettivi. Può essere che, da questo punto di vista, il governo Draghi sia l’occasione giusta, considerando anche l’opportunità dei fondi europei che sono finalizzati proprio al rilancio delle nostre filiere produttive.

Da questo punto di vista la comunicazione di Mittal, Fincantieri e Paul Wurth ci dice qualcosa?
Si, ci dice qualcosa. Teniamo presente che un paio di mesi fa Danieli, Leonardo e Saipem firmavano un accordo quadro per proporsi assieme in progetti di riconversione sostenibile di impianti nel settore siderurgico, sia in Italia, in particolare nel mezzogiorno, sia all’estero. Il fatto che questi tre importanti player industriali mandassero qualche segnale del tipo “siamo disponibili a occuparci della ex Ilva” ha evidentemente mosso le acque. È probabile che la stessa Mittal sia stata sollecitata, capendo che il governo ha un’alternativa alla società franco-indiana. Inoltre, il 13 maggio vi è l’udienza in Consiglio di stato circa lo stop degli impianti (che è momentaneamente stato sospeso). Dare una svolta alla ex Ilva è necessario, anche in ragione del fatto che si sta aprendo una nuova fase per l’industria europea e la siderurgia italiana in questa partita ha molto da guadagnare.

Almeno sulla carta, come le sembra questa intesa tra Mittal, Fincantieri e Paul Wurth?
Mi sembra buona. L’accordo prevede l’implementazione di nuove tecnologie per migliorare l’impatto ambientale oltre all’individuazione di progetti innovativi per il contenimento delle emissioni. Inoltre, la presenza di Fincantieri significa sviluppo della produzione di acciaio per navi e grandi infrastrutture. Le idee chiare sono fondamentali per la riuscita dei progetti, poi vi è tutta la complessità di farle funzionare. Vedremo, ovviamente dobbiamo sperare nel successo di questa operazione perché, giusto per dare un numero, Ilva vale l’1% del nostro pil.

Dal punto di vista della produzione e del lavoro, com’è la situazione nella ex ilva?
L’anno scorso sono stati prodotti circa 3,5 milioni di tonnellate di acciaio, è il minimo storico. È vero anche che il 2020 è stata un’annata particolare, tra lockdown, crollo della produzione industriale e crisi dell’auto (meno 25% di immatricolazioni in UE). Attualmente la produzione viaggia al piccolo trotto e la cassa integrazione è estesa a tutto il personale fino a giugno, seppur in misure diverse a seconda dei reparti. In sintesi: l’economia va verso la ripresa come ci dice l’Ocse (e anche FMI): per l’Italia la crescita nel 2021 si stima attorno al +4,1% ed è superiore alla Germania (+3%) e alla media europea (+3,9%). È chiaro che è la manifattura a trainare questa crescita e l’acciaio ne è il cuore. Servono però idee chiare e, se fossi al posto di Draghi, cercherei di rinegoziare gli impegni che il governo Conte ha preso con ArcelorMittal, per quanto non sia semplice.

In che senso rinegozierebbe gli accordi tra governo italiano e ArcelorMittal per la ex Ilva?
Lo stato non può continuare a essere la bad bank dei grossi player e l’unico modo per contenere questo stillicidio di risorse è quello di condividere piani industriali con competenza e con politiche di innovazione. È questa l’unica strada per dare competitività all’industria, non ce n’è un’altra. Perché USA e Cina nel triennio che ha preceduto la crisi hanno continuato a crescere e l’Europa si è fermata? Perché l’industria europea ha un deficit di innovazione: ad esempio, l’85% di investimenti in intelligenza artificiale è stato realizzato in imprese americane e cinesi. Ora: mi piacerebbe molto che il governo Draghi condividesse finalmente con ArcelorMittal un innovativo piano di rilancio che porti la ex Ilva sulla strada della sostenibilità che significa in particolare decarbonizzazione. E, soprattutto, vorrei che governo rivedesse la sua partecipazione azionaria nell’assetto societario di AMI. Questa presenza massiccia dello stato nel capitale di AMI non ha nessuna utilità se non quella di alleggerire sempre di più l’impegno da parte dell’azienda, soprattutto se nel 2022 – quando scadranno i termini dell’affitto degli impianti e AMI ne diverrà proprietaria – la nuova società partecipata da Invitalia dovrebbe vedere il soggetto pubblico crescere le sue quote fino al 60%. Questo secondo me è molto sbagliato e pericoloso.

È il livello della presenza dello stato in AMI che la preoccupa o è in disaccordo in toto sulla partecipazione azionaria?
No, non sono in disaccordo in toto. Anche se preferirei che operazioni come questa siano finalizzate a far crescere aziende strategiche, ad esempio come ben fanno i francesi e come in qualche caso abbiamo fatto anche noi, per esempio con Eni, Fincantieri e Leonardo. Per intenderci, il signor Mittal non ha bisogno dei nostri soldi. Trovo tuttavia sbagliata e pericolosa questa massiccia partecipazione perché a questo punto mi chiedo quale sia l’interesse del privato. Quando il privato vede business, non vuole la partecipazione del pubblico, se non in minima parte. Cosa vede Mittal dentro questa alleanza che, secondo Arcuri, arriverà al 60%? E poi, non abbiamo manager pubblici oggi con competenze così sofisticate. L’industria, per via della digitalizzazione dei processi, ha raggiunto livelli di complessità altissimi che già il privato fatica a gestire. Lo vediamo con la vicenda Alitalia: è chiaro che se da 10 anni la compagnia di bandiera presenta questa patologia è perché non abbiamo competenze per sviluppare il trasporto aereo. E anche in questo caso: o si trovano queste competenze o non c’è alternativa al fallimento.