“Ratzinger e Sarah, Una obbedienza filiale da brividi”. Intervista ad Andrea Grillo

Le anticipazioni del libro di Ratzinger e Sarah, che uscirà mercoledì in Francia, stanno facendo discutere l’opinione pubblica mondiale. Il libro tratta del celibato del Sacerdozio cattolico. Un tema discusso, anche, nel recente Sinodo amazzonico di Ottobre. In quell’occasione l’assemblea si era espressa, a grande maggioranza, per l’ordinazione dei viri probati. Ed è proprio contro questa apertura che si scagliano i due autori del libro. Un estremo tentativo, dell’ala conservatrice, di condizionare Papa Francesco?
Ne parliamo, in questa intervista, con il teologo Andrea Grillo docente di Teologia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma.

Professore, ieri le Figaro ha pubblicato, in esclusiva mondiale, alcuni brani del prossimo libro di Benedetto XVI (il papa emerito) scritto insieme al Cardinale Sarah. Il libro uscirà in Francia mercoledì. Il titolo “Des profondeurs des nos coeurs” è emblematico, vuole essere, quasi, una supplica al Papa regnante perché non ceda alla richiesta, contenuta nel documento finale del Sinodo sulla Amazzonia, di aprire il sacerdozio, a certe condizioni, ai viri probati. Insomma, pur manifestando obbedienza filiale al Papa, l’anima conservatrice non rinuncia minimamente a condizionare pesantemente Papa Francesco. Qual è il suo giudizio?

L’obbedienza filiale ha molti volti. Si può anche obbedire come il figlio maggiore della parabola e vivere la comunione pieni di risentimento. Ad ogni modo vi è stato un Sinodo, al quale il Card. Sarah ha partecipato, e che ha aperto una fase di ripensamento delle forme di identificazione dei candidati al presbiterato, almeno in Amazzonia. Tutto questo può essere anche discusso o contestato, ma parlare come se l’eventuale documento del papa che autorizzasse questa riforma fosse una “catastrofe”, appare un modo irresponsabile di porsi nella vita della Chiesa. La obbedienza filiale assomiglia in questo caso ad un individualismo smisurato e ad una mancanza di rispetto verso le diverse condizioni che vivono le Chiese nei diversi continenti. In una vicenda come questa, ed anche nelle reazioni ufficiali, si tocca con mano che nella Chiesa uno dei peccati più diffusi è quello di usare parole vuote. A mio avviso il termine “obbedienza filiale” può essere utilizzato per parlare di queste dichiarazioni solo facendo abbondante ricorso ad un linguaggio segnato da clericalismo e da ipocrisia. In tutta onestà, qui io non trovo alcuna obbedienza e tanto meno figliolanza. La retorica ecclesiastica in questi casi è un rimedio peggiore del male. Chiamare le cose con il loro nome resta sempre il primo atto che la fede ci chiede. E lo chiede tanto ai pastori, quanto ai teologi, quanto ai giornalisti.

Apriamo una piccola parentesi. Riguarda il “papa emerito”. Sappiamo, dal diritto canonico, che un papa che rinuncia al proprio ufficio non è più papa. Insomma aver consentito di usare un titolo come quello di “papa emerito” rischia di creare non pochi problemi alla comunione ecclesiale. Perché Ratzinger non si rende conto di questo?

Credo che la questione del “papa emerito” sia una sfida per la istituzione ecclesiale. Nella sua novità, ha richiesto una certa dose di improvvisazione, che ora stiamo pagando. Il vescovo emerito di Roma non ha più alcuna autorità di ministero. E, fin dall’inizio, ha cercato, credo veramente, di tenere il profilo più basso possibile. Non è un arbitrio ritenere che il ruolo di un “papa emerito”, quando un altro papa è stato eletto dopo di lui, sia evidentemente vincolato ad un estremo riserbo, per non dire ad un “silentium incarnatum”. Questa è la conseguenza della concentrazione di potere che il papa ha assunto lungo i secoli. Ogni confusione diventa pericolosa, per la Chiesa in quanto tale. A maggior ragione la cosa diventa del tutto distorta se un vescovo emerito di Roma pretende di esercitare una sorta di “veto” sugli atti che il suo successore deve ancora assumere. Per quanto la si circondi di un’aura spirituale, orante, filiale e paterna, questo non è il set di un film. E deve essere gestito con assoluta chiarezza, senza lasciar adito a dubbi.

Torniamo al contenuto del libro. Stando alle anticipazioni gli autori espongono, sentito come un dovere morale, le loro riflessioni sul Sacerdozio cattolico. Per loro il sacerdozio e il celibato sono “uniti fin dall’inizio della” nuova alleanza”di Dio con l’umanità stabilita da Gesù, la cui oblazione totale è il modello stesso del Sacerdozio”. Insomma, per i due autori, c’è una “astinenza ontologica”…. Il termine è assai forte.…

Mi pare, però, che proprio su questo piano ciò che viene scritto nel libro sia teologicamente troppo fragile, quasi imbarazzante. Sembra più il frutto della penna incerta di Sarah che della mano sicura di Ratzinger. Le argomentazioni con cui si vorrebbe giustificare la “immodificabilità” dei criteri di selezione dei prebiteri sono stentate, zoppicanti, ingenue o paradossali. Da due pastori con così grande responsabilità il popolo di Dio si aspetterebbe qualche maggiore motivazione, per giustificare il fatto di aver assunto una posizione drastica come quella che hanno voluto manifestare. Altrimenti, se le ragioni sono davvero quelle indicate, sembra di assistere alla resistenza un poco cieca dello “status quo”, contro ogni possibile cambiamento.

Un altra affermazione, a me sembra malata di catastrofismo, è quella che “la possibilità di ordinare uomini sposati rappresenterebbe una catastrofe pastorale, una confusione ecclesíologica e un oscuramento della comprensione del Sacerdozio”. Qui ogni apertura è cedimento allo spirito del mondo. Non è esagerato tutto questo?

Appunto: esagerazione. Una grande esagerazione. Il Card. Sarah non è nuovo a queste esagerazioni, sempre in relazione ai Sinodi. Si ricorderà come, durante il Sinodo sulla famiglia, in un suo intervento paragonò “fondamentalismo e gender” alle “bestie dell’Apocalisse”. Ogni mutamento rispetto alla struttura della Chiesa ottocentesca viene percepito come cedimento, tradimento, resa al mondo moderno e alle sue rovine. Il pregiudizio antimoderno diventa il criterio di un discernimento senza sfumature. E che presuppone una idea di Chiesa e di Sacerdozio vecchia di quasi 200 anni.

Eppure nella Chiesa latina vi sono sacerdoti sposati… Sono causa di catastrofi?

Non mi pare proprio. La tradizione latina conosce il presbitero uxorato. Ma la chiesa di oriente conosce quasi solo presbiteri uxorati. Un minimo di conoscenza del mondo e delle diverse tradizioni ecclesiali dovrebbe suggerire un giudizio meno drastico, più sfumato, più attento. Soprattutto più informato. Penso che anche un certo provincialismo curiale non sia estraneo a questo modo di esprimersi, che appare rozzo e autocentrato.

Ultima domanda: Quest’ultima uscita di Ratzinger svela, ancora una volta, il paradigma di fondo di una parte della Chiesa: la paura della storia. È così professore?

A me sembra che questo testo abbia un grande valore: manifesta la persistenza ostinata di un modello di autocomprensione della Chiesa che definirei “dispositivo di blocco”. La Chiesa non ha alcuna autorità, se non quella di ripetere quello che è stata nel passato. E per questo deve solo respingere ciecamente ogni cambiamento. Può contare soltanto sulle “tre cose bianche”: l’ostia, l’immacolata e il papa. Come è evidente il dispositivo entra in crisi quando una delle tre “cose bianche” non si piega ad essere stereotipato a restare senza autorità, e inizia ad aver fiducia di poter iniziare percorsi di cambiamento e di riforma. Se la Chiesa esce dal museo e si riscopre giardino, può fiorire. Ma i profeti di sventura, alla prima brezza fredda, o alla pioggia più intensa o al primo sole cocente, sono subito pronti ad esprimere la loro nostalgia per l’aria condizionata, i sistemi di sicurezza e la silenziosa prevedibilità ovattata che il museo loro garantiva. Francesco conosce bene il funzionamento cieco di questo “dispositivo”. E non si lascerà ridurre a “cosa bianca”.

 

I “calcoli” di Donald Trump sull’Iran. Intervista a Marina Calculli

Dopo l’uccisione del generale iraniano Soleimani il Medioriente ha vissuto giorni di grande tensione. Con le parole pronunciate, dopo il simbolico bombardamento iraniano, dal Presidente americano siamo in una fase di “tregua armata”. “Il precipizio non si è allontanato”, come ha scritto oggi su Repubblica,  Bernardo Valli, grande inviato di guerra. Le tensioni, infatti, nel mondo arabo sono  altissime (vedi Libia, Siria e Yemen). Ma quali sono stati i “calcoli” di Donald Trump sull’ Iran? Ne parliamo con la politologa, esperta di relazioni internazionali. Marina Calculli è Lettrice di “Middle East Politics”  all’Università di Leiden.

Marina Calculli  partiamo dall’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani – per ordine di Trump. Un uccisione che destabilizza ancora di più un’area che è piena di tensioni e di guerre. Le, “ragioni”, secondo gli USA, sono, da una parte, la rappresaglia verso le milizie che si sono rese responsabili dell’assalto alla ambasciata di Baghdad e dall’altra la prevenzione verso  possibili futuri attacchi. Una risposta, quella americana, non credibile. Qual è stato, secondo te, il vero “calcolo” di Trump?

L’idea di una guerra contro l’Iran è ben radicata in una parte dell’establishment neo-con di Washington che è lì da prima che arrivasse Trump alla Casa Bianca. Però mi sembra che nella contingenza Trump abbia preso una decisione ‘autoritaria’, dettata in buona parte dall’esigenza di distrarre l’opinione pubblica dalla questione domestica dell’impeachment. E’ in chiara polemica con il Congresso, che non era stato informato dell’attacco, la cui presidente Nancy Pelosi, è in prima linea sul fronte di coloro che vorrebbero l’impeachment di Trump. Per aggirare il Congresso Trump ha dovuto usare l’argomento, politicamente e soprattutto legalmente poco difendibile, dell’autodifesa contro un attacco imminente – poco credibile dato che Soleimani era in Iraq per incontri ufficiali ed è stato ucciso in un aeroporto civile.

E’ stata anche una decisione poco astuta, a giudicare sia dalle reazioni immediate domestiche sia da quelle degli alleati mediorientali degli Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita in primis, tutt’altro che giubilanti e che hanno evidentemente contribuito a spingere Trump alla moderazione, almeno per ora. Questo perché, nonostante gli amici-clienti di Trump in Medio Oriente abbiano in passato spinto Trump a far saltare il JCPOA, l’accordo nucleare firmato da Obama nel 2015, e a riprendere la politica classica di isolamento dell’Iran, una guerra contro l’Iran non è uno scenario ideale per nessuno nella regione. Persino Netanyahu ha detto che l’uccisione di Soleimani era una cosa ‘tutta americana’ e che ‘Israele non c’entrava nulla’. Nella visione cinica della destra israeliana e della casa reale saudita, molto meglio sarebbe la prosecuzione della cinica strategia che Trump stava già perseguendo: strozzare l’Iran lentamente con le sanzioni e indebolire contemporaneamente il Levante arabo. Una guerra potrebbe avere invece conseguenze disastrose soprattutto per i paesi del Golfo che l’Iran è certamente in grado di colpire.

Nella guerra all’Isis, il generale e gli americani erano dalla stessa parte…. E poi che è successo?

Erano tecnicamente, non politicamente, dalla stessa parte, anche se è vero che in molte occasioni gli americani hanno collaborato sul terreno con le milizie sostenute dall’Iran in Siria e in Iraq. Il problema centrale a mio parere è che, al di là della guerra all’ISIS, nessuno dei due ha mai pensato che questo potesse tradursi in un concreto riavvicinamento. E’ possibile che l’Iran sperasse di rendere l’ostilità di Washington più costosa sbandierando il proprio impegno contro l’ISIS – che è d’altronde un’arma che tutti hanno usato per cercare di ottenere credito presso le opinioni pubbliche internazionali per poi tradurlo in un vantaggio politico. Anche i curdi ci hanno provato però, come è noto, con scarso successo… Il problema dell’Iran però è più profondo per Washington. E’ intanto storico: l’odio americano contro l’Iran che trapela per esempio nelle minacce di Trump (seppur smorzate successivamente) di distruggere 52 siti culturali iraniani, simbolo dei 52 americani presi in ostaggio all’ambasciata americana nel 1979, mostra come l’impero americano abbia vissuto in modo traumatico la ribellione di uno stato che ai tempi dello scià era un fermo alleato degli Stati Uniti e che dalla rivoluzione del 1979 è diventato il principale sfidante della loro strategia mediorientale. Poi ci sono questioni più recenti: dopo l’invasione dell’Iraq del 2003, l’America puntava a indebolire il regime iraniano e potenzialmente anche a provocare un cambio di regime a Teheran, cosa che G.W. Bush rese peraltro esplicita. Ma il risultato è opposto: l’Iran si è rafforzato nella regione, non solo contro le aspettative dell’America ma soprattutto capitalizzando sui limiti della ‘guerra al terrorismo’ americana in Medio Oriente. E’ questo che rende una parte dell’establishment di Washington, quello che rappresenta meglio la mentalità imperiale degli Stati Uniti, fanatica nelle manifestazioni di odio anti-Iran, almeno quanto fanatici possono essere i falchi anti-americani del regime iraniano.

Qasem Soleimani è stato definito, da qualche osservatore, come il “Machiavelli del Medioriente”. Trovi giusta questa definizione?

Le guardie rivoluzionarie iraniane e i loro alleati, come Hezbollah, hanno dedicato molte energie nell’elaborazione di un pensiero strategico militare. Certamente questo ha pagato, se si guarda agli indiscutibili vantaggi militari che l’Iran, anche grazie al suo principale alleato libanese Hezbollah, ha ottenuto nel Levante arabo e in Iraq, soprattutto dopo il 2003. Ma questa strategia militare ha delle falle politiche profonde, soprattutto perché a farne le spese sono state le popolazioni civili e in particolar modo i movimenti sociali nella regione: penso ai siriani anti-Asad in Siria, schiacciati direttamente e indirettamente dalla strategia iraniana in Siria. Penso alle recenti rivolte in Libano e in Iraq che rivendicano la fine delle ingerenze esterne, sia quella iraniana sia quella americana, che hanno sistematicamente impedito il consolidamento di un ordine politico domestico, sottoponendolo alle rispettive politiche di potenza.

Guardiamo la cosa dal punto di vista iraniano. Per la Repubblica islamica, l’omicidio di Soleimani, è una perdita grave. Che tipo di conseguenze politiche potrà avere per l’Iran?

Come diceva Conrad in Lord Jim, ‘nessuno è indispensabile’. Tanto più in un regime come l’Iran in cui, seppur ancora in grado di sfruttare la retorica della ‘guerra eroica’ e dei ‘martiri’, le transizioni vengono accuratamente pianificate. La forza dell’Iran nella regione non dipendeva da Soleimani, ma dalla strategia complessiva del regime e delle guardie rivoluzionarie in particolare. Per fare un parallelo, nel 1992 gli israeliani assassinarono Abbas al-Musawi, il segretario generale di Hezbollah in Libano, sperando così di sbaragliare tutta l’organizzazione. Il risultato fu l’elezione di Hassan Nasrallah, ancora oggi segretario generale di Hezbollah, forse persino più carismatico di al-Musawi, che ha portato avanti esattamente la linea che aveva prevalso nel 1992.

Teheran aveva detto che la vendetta sarà pesante…. E la risposta è stata il lancio di missili ballistici su una base americana in Iraq. Dopo il bombardamento sono arrivate le parole di Trump di ieri pomeriggio che rivendicando, ovviamente dal suo punto di vista, la giustezza della uccisione di Soleimani, si è detto disponibile a trattare un accordo di pace con l’Iran. Come giudichi le parole di Trump?

L’Iran ha voluto dimostrare simbolicamente e politicamente di non voler entrare in una guerra che comunque non potrebbe vincere, ma anche di poter dare filo da torcere all’America nel caso di escalation. L’attacco molto preciso alle due basi americane colpite in Iraq ha svolto questa funzione. Trump è tra due fuochi: da una parte, ha pensato di poter sfruttare una guerra contro l’Iran a suo vantaggio nell’anno cruciale delle elezioni, macchiato dal rischio di impeachment. Dall’altra sa bene che proprio un’ennesima e costosa avventura militare potrebbe alienare parte del suo elettorato che il presidente americano ha conquistato anche con la promessa di un ritiro dal Medio Oriente.

Donald Trump (Ap)