LA SVOLTA “BERGOGLIANA” DELLA CEI. INTERVISTA A FRANCESCO ANTONIO GRANA

Il cardinale Gualtiero Bassetti, appena nominato Presidente CEILa nomina del Cardinale Bassetti alla Presidenza della Cei (Conferenza episcopale italiana) segna un punto di discontinuità nella Chiesa italiana. Quali gli  sviluppi? Ne parliamo con Francesco Antonio Grana, vaticanista e Direttore dell’Agenzia di Stampa on line “Il Faro di Roma”.

 

Francesco Grana, la nomina di Bassetti, cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, alla  presidenza della Cei segna definitivamente la fine del lungo ciclo “ruiniano”. Qual è il bilancio di quella stagione?

 Il ruinismo è decisamente finito. Anche se Ruini sostiene che esso sia ancora vivo al di fuori dell’Italia, in altri Paesi europei. Certamente quella stagione della Chiesa italiana oggi sarebbe improponibile con un Papa come Francesco. Ha avuto ragione di vita con san Giovanni Paolo II che ha impostato la Cei in un modo certamente diverso da ciò che oggi Bergoglio chiede a questo organismo ecclesiale. Bisogna sottolineare, però, che Ruini era fedelissimo di Wojtyla e che il Papa polacco nutriva verso il porporato emiliano una stima piena. Il ruinismo, ovvero la presenza forte della Chiesa italiana sul dibattito pubblico, con un interventismo politico abbastanza spiccato, ha funzionato proprio per questo tandem efficace: Ruini-Wojtyla. Fare un bilancio oggi è difficile perché non è rimasto concretamente molto di quella stagione che nessuno rimpiange. Viviamo una Chiesa con un’impostazione decisamente diversa data da Bergoglio. La dimensione pastorale è predominante. È presto per dire se ciò sarà efficace o meno. Certo chi vorrebbe oggi applicare il modello Ruini per stabilire un ponte tra i 5 Stelle e la Chiesa cattolica è destinato a fallire.

 

Quali sono stati i limiti?

Il ruinismo è nato con la fine della Prima Repubblica e con essa della Democrazia Cristiana che ha visto il voto cattolico dividersi, non in modo omogeneo, in tutto l’arco costituzionale. È quindi frutto di un passaggio storico senza il quale quella stagione non solo non avrebbe avuto senso, ma non sarebbe nemmeno esistita. Alcuni limiti li ha fatti notare lo stesso Francesco quando ha rigettato l’espressione di “valori non negoziabili” tanto cara a Ruini e a Benedetto XVI. Per il Papa latinoamericano non è possibile stabilire una scala di gradazioni all’interno della categoria dei valori. Questo è certamente un primo e importante limite del ruinismo. Un altro limite è quello nel dibattito bioetico: al di là del valore della vita dal suo concepimento al suo fine naturale che ovviamente nessuno mette in discussione, non si possono affrontare i singoli casi con un giudizio senza alcuna misericordia. La vicenda di Piergiorgio Welby a cui furono negati i funerali perché aveva scelto l’eutanasia oggi appare a moltissimi dentro la Chiesa una decisione errata. Nel caso di dj Fabo la posizione delle gerarchie cattoliche è stata esattamente l’opposta consentendo la messa in suo suffragio. Altro limite è stato paradossalmente proprio l’efficace interventismo politico che, seppure è riuscito in quegli anni a ottenere significativi risultati elettori, ha dato poi il via alla stagione dell’antipolitica che è appena all’inizio.

 

Quella stagione è stata segnata dalla conflittualità con la politica. In nome dei valori non negoziabili si è ristretto il campo della autonomia dei laici cattolici. Pensi che ora si apriranno spazi? 

Ruini ha sempre respinto l’idea di un partito dei cattolici e ha guardato con molta simpatia al centrodestra. Con Berlusconi c’è stato un lungo e proficuo dialogo che l’ex premier intensificava proprio nei momenti in cui la sua condotta morale era messa alla gogna processuale e mediatica. Bisogna, però, sottolineare che esiste anche l’altra parte della medaglia ovvero l’interventismo della politica nella vita della Chiesa cattolica. Un’immagine che non fa notizia, che si preferisce celare, ma che esiste e non è marginale. Pensiamo, per fare un esempio attuale, al leader della Lega Matteo Salvini che va a trovare a casa il cardinale Raymond Leo Burke. O al ministro degli Esteri Angelino Alfano che è di casa nell’appartamento di monsignor Rino Fisichella. Dubito che trascorrano il tempo della visita a pregare: si parla di politica e di come si possono orientare i voti dei cattolici. In fondo sono proprio i laici più lontani dalle sagrestie che paradossalmente cercano l’approvazione e il consenso della Chiesa. Pensiamo a quanto in queste settimane i 5 Stelle stanno, in modo a dir poco goffo, “corteggiando” il voto cattolico. Grillo è arrivato perfino a definire il suo Movimento “francescano”. Un’eresia, un vero e proprio scivolone oltre che una caduta di stile prontamente bacchetta dal Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.

 

Bassetti, nella sua prima conferenza stampa, ha affermato che non sarà calcolatore. Cosa significa? Una chiesa più libera da fardelli?

Dare un giudizio sulla presidenza del cardinale Bassetti a poche ore dalla sua nomina sarebbe giocare al chiromante. Il porporato deve ancora “entrare” nel suo nuovo ruolo con un Papa che chiede di reinterpretare la presidenza della Cei alla luce dei criteri pastorali da lui indicati nel documento programmatico del suo pontificato, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Certamente, come Bassetti ha chiarito, il suo non essere un calcolatore non vuol dire essere un improvvisatore. Ma è la volontà di mettersi in ascolto di tutto l’episcopato italiano e creare quella rete di collaborazione e di raccordo tra i vescovi e il Papa per attuare una pastorale incarnata nei problemi delle persone, soprattutto di quelle che vivono nelle periferie non solo geografiche ma esistenziali.

 

Come e quando nasce l’amicizia con Bergoglio?

 Credo che risalga almeno a prima del pontificato. Francesco ha subito testimoniato in modo chiaro, pubblico e concreto la sua stima, oltre che la sua amicizia, per Bassetti. Nei primi mesi del suo pontificato lo ha voluto subito tra i membri della Congregazione per i vescovi, poi nel suo primo concistoro lo ha creato cardinale, nel 2016 gli ha affidato le meditazioni per la Via Crucis al Colosseo, e infine lo ha nominato alla presidenza della Cei.

 

Quali sono le priorità?

Le priorità sono tante: dai migranti che bussano alle nostre porte, alla pedofilia dei preti e non solo; dalla tutela della vita, alla formazione del clero, fino alla difesa della famiglia e a una pastorale efficace per i giovani che vivono il grande dramma della disoccupazione. Sono tutti temi indicati da Bassetti nella sua prima conferenza stampa. Ma c’è una vera priorità ed è quella di sintonizzare l’orologio della Chiesa cattolica su quello dei fedeli di oggi. Le chiese non si svuotano in Italia, i cosiddetti “sbattezzi” nel nostro Paese non sono rilevanti, ma spesso la pastorale è antica e ancora frutto di pregiudizi. Il Papa chiede di spalancare le porte e di accogliere tutti come in “un ospedale da campo”. Bassetti è il “primario” giusto per attuare questa conversione pastorale.

 

Pensi che i circoli tradizionalisti aumenteranno il conflitto contro il Papa per questa nomina?

Certamente Bassetti non è un “lefebvriano”. Non ama i paramenti cinquecenteschi e non indossa abiti cardinalizi lussuosi. E’ un pastore con l’odore delle pecore come piace a Bergoglio e come è lui stesso. E’ facile prevedere che ciò non piacerà ai tradizionalisti che vedono solo nella forma, anche quando è anacronistica come quella che propongono, la sostanza. A Francesco piace esattamente il contrario. Così come a Bassetti.

 

Piano piano Bergoglio continua il suo cammino di cambiamento. Cosa manca ancora per il suo completamento? 

Il volto della Chiesa cambia anche attraverso gli uomini. Le idee hanno bisogno di gambe, non viaggiano nell’etere. Quindi l’aver creato già 61 nuovi cardinali è un segnale importante verso questa conversione pastorale chiesta alla Chiesa da Francesco. Ma pensare che la riforma si esaurisca con le nomine sarebbe utopistico. Preziosi, per esempio, sono stati i due Sinodi dei vescovi sulla famiglia dai quali è scaturita l’esortazione apostolica Amoris laetitia, così come il Giubileo straordinario della misericordia. Francesco traccia una vera e propria enciclica dei gesti dando l’esempio per primo. In questo modo egli propone alla Chiesa un cambiamento che per sua natura è graduale. Se così non fosse, alla fine del suo pontificato non ne resterebbe traccia.

Ratzinger rinuncia alla rinuncia? La fine di un mito. Intervista ad Andrea Grillo

 

Ratzinger rinuncia alla rinuncia? La domanda può sembrare una  provocazione, ma un episodio fa sorgere questo dubbio. Si tratta della pubblicazione di una “prefazione” , come anticipato dal “Corriere della Sera” e dalla “Nuova bussola quotidiana”, ad un libro, dal titolo la “Forza del Silenzio”, del Cardinale conservatore Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto Divino. Sappiamo che il cardinale è un ultras della  “Riforma della Riforma” liturgica del Vaticano II. E sappiamo, anche, che Papa Francesco è su altre posizioni.  Insomma quale “statuto” deve avere il “papa” emerito? Ne parliamo, in questa intervista, con il professor Andrea Grillo ordinario di Teologia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma.

 

 Professore, il sito ultratradizionalista “La nuova bussola quotidiana ”  e il “Corriere della Sera”, hanno lanciato l’anticipazione della “postfazione” (nell’edizione italiana sarà una “prefazione”) di Joseph Ratzinger (Papa Benedetto XVI) ad un libro (titolo “La force du silence”) del Cardinale  Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino. Sappiamo che il cardinale è un ultras della  “Riforma della Riforma” liturgica del Vaticano II. E sappiamo, anche, che Papa Francesco è su altre posizioni. Non sfugge, quindi, che la decisione di Ratzinger sia da interpretare come una blindatura di Sarah. Insomma un condizionamento non da poco. E’ così?


Bisogna considerare bene la singolarità della situazione. Un papa rinuncia all’esercizio del proprio ministero petrino. Si apre la procedura di successione e viene eletto il successore. Normalmente ciò accade “mortis causa”. Quando la ragione non è la morte del precedessore, ma la “dimissione”, questo fatto apre per la istituzione un delicato caso di possibile conflitto di autorità. Che dovrebbe essere superato dalla “consegna del silenzio” del predecessore. Il quale, nella prefazione con cui esalta le doti del Prefetto Sarah, cita un testo di Ignazio di Antiochia che dice: “E’ meglio rimanere in silenzio…”. Se non solo parla, ma addirittura esalta un Prefetto che ha creato continui imbarazzi alla Chiesa e al suo successore, si apre un conflitto pericoloso, che richiederebbe comportamenti più prudenti e parole più responsabili. Si dovranno prevedere, in futuro, norme che regolamentino in modo più netto e sicuro la “morte istituzionale” del predecessore e la piena autorità del successore, in caso di dimissioni.

Sulla liturgia, all’interno della Chiesa, c’è un dibattito, certo tra addetti ai lavori, decisivo però sul cuore stesso della Chiesa. La liturgia non è mera ritualità: è l’estroversione della testimonianza cristiana; le chiedo, allora, la posta in gioco è molto alta?

La liturgia è fonte e culmine di tutta la azione della Chiesa, come dice il Concilio. Questo significa che una lettura chiusa, inadeguata, nostalgica della liturgia – che Sarah ha in comune con Ratzinger – insidia in radice ogni percorso di “uscita” e di “liberazione dalla autoreferenzialità”. La fissazione sul “rito antico” è, precisamente, il segno preoccupante che accomuna il Vescovo emerito di Roma e il Prefetto della Congregazione del culto. E su questo papa Francesco ha preso posizione con giusta fermezza.

Veniamo a Ratzinger.  Papa Francesco lo ha definito come un “nonno saggio”. E Ratzinger ha manifestato stima nei confronti di Bergoglio. Eppure la visione idilliaca di un “Papa” emerito pone non pochi problemi. Se uno lascia il ministero, anche esteriormente dovrebbe  manifestarlo. Insomma regge o non regge questa “coabitazione”?

 

Non può esserci coabitazione. Questo è ora del tutto evidente. Come è evidente che la veste bianca e la loquacità, oltre alla residenza, debbono essere dettagliatamente normate. Il Vescovo emerito deve allontanarsi dal Vaticano e tacere per sempre. Solo a queste condizioni è possibile configurare una reale “successione”. E’ ovvio che per Ratzinger, come per Bergoglio, si tratta di un “experimentum”, poiché non vi sono precedenti. Per questo si deve fare paziente esperienza di questi inciampi. E non vi è dubbio che questa Postfazione (o Prefazione) sia un capitombolo. Le intenzioni di discrezione e di umiltà sono palesemente violate, in modo quasi scandaloso. E trovo veramente sconcertante che il Vescovo emerito di Roma lodi Francesco per una nomina che sa bene di aver contribuito pesantemente a determinare. Questo mi sembra il dato più grave, un segno di clericalismo e direi anche di una certa ipocrisia.

Vi sono stati episodi di  condizionamento fatti da Ratzinger? Mons.Gaenswein, tempo fa, parlava di un “ministero allargato”…

Anche questi sono “sogni di visionari interessati”: non vi è alcun ministero allargato. C’è una successione al papato che è avvenuta senza morte, ma che deve esigere un silenzio e una discrezione che non alterino l’esercizio del ministero petrino da parte del successore. E’ ovvio che chi perde il potere cerca di mantenerlo. E i segretari spesso sognano e brigano molto più dei pontefici…

ULTIMA domanda: come giudica l’apertura di Papa Francesco nei confronti della “Fraternità San PIO X” , che ha provocato uno scisma negli anni del post-concilio?

Mi sembra che Francesco voglia due cose: comunione e misericordia. E le voglia giustamente con e per tutti. Questo, ovviamente, non significa una “resa incondizionata”. Occorrono adeguate garanzie di “fedeltà a tutta la tradizione” (compresa quella più recente) per poter recuperare una comunione effettiva con chi era caduto in condizione di scomunica. Magari anche recuperando, in forma differenziata, soggetti legati a tradizioni più rigide e chiuse, ed eliminando così la tentazione che per recuperare loro si contaminino le fonti comuni a tutti. Mi riferisco, in particolare, all’uso del “rito antico”, che con un accordo di comunione con i lefebvriani – subordinato a specifiche garanzie – sarebbe sottratto all’”uso straordinario” ed entrerebbe nelle caratteristiche rituali di un settore specifico della esperienza ecclesiale, che per questo risulterebbe accuratamente circoscritto e controllato.

ADISTA, l’agenzia che tiene viva la memoria del Concilio. Intervista a Valerio Gigante

Immagine del primo numero dell’agenzia

 

Adista, una piccola agenzia di stampa ma di grande prestigio e qualità, compie quest’anno 50 anni. Un bel traguardo. Per cinquant’anni ha raccontato il cammino della Chiesa cattolica del post-Concilio. Uno strumento prezioso, non solo per chi fa informazione religiosa, per la comunità dei credenti.  La sua storia merita di essere conosciuta. Lo facciamo, in questa intervista, con Valerio Gigante, giornalista e Presidente della Cooperativa  che   gestisce la testata. Si perché Adista è un progetto “dal basso”, libero e indipendente. Ed è con questa prospettiva che racconta i fatti della vita sociale ed ecclesiale del Paese e del mondo. Neanche a dirlo, questa indipendenza  crea una sola dipendenza, quella dai lettori e abbonati. È un bell’esempio di giornalismo che va sostenuto.

 Valerio, quest’anno cadono diversi cinquantenari. Ed è anche il vostro: quello dell’agenzia “Adista”. Partiamo dalle origini: come nasce la vostra agenzia?

Nasce nel 1967 dall’iniziativa di un gruppo di cristiani progressisti che avevano un duplice obiettivo: scardinare il dogma dell’unità dei cattolici in politica, ossia dentro la Democrazia Cristiana, rivendicando il diritto di militare, come cristiani, anche a sinistra, in particolare nei partiti dell’area socialista e comunista; dall’altro, il tentativo di realizzare il mandato conciliare, impegnandosi per una Chiesa più aperta ed inclusiva, che riformasse se stessa ed il suo modo di rapportarsi con la realtà contemporanea.

Franco Leonori, cattolico vicino all’esperienza dei cattolici comunisti, è stato il vostro fondatore. Quali sono stati gli altri “Padri fondatori”?

Leonori veniva dal Partito della Sinistra Cristiana, un partito che aveva fatto la resistenza e che in gran parte, alla fine del 1945, era confluito all’interno del Partito Comunista Italiano, su impulso di un suo autorevolissimo dirigente, Franco Rodano. Leonori in particolare era però assai legato ad Adriano Ossicini, con cui aveva fatto la Resistenza qui a Roma, che all’interno della Sinistra Cristiana faceva parte di quell’area, minoritaria, che aveva scelto di non confluire dentro il Pci. Il principio della vicinanza e della collaborazione con i comunisti, ma da una posizione autonoma ed “indipendente” caratterizza la scelta di Ossicini e Leonori anche in merito alla fondazione di Adista: Ossicini subito dopo aver contribuito a far nascere la testata viene eletto parlamentare, come indipendente, proprio nelle liste del Pci. Negli anni successivi, a partire dal 1976, diversi altri credenti lo raggiungono caratterizzando il gruppo parlamentare della Sinistra Indipendente come una fucina in cui si sperimentava una inedita collaborazione tra cristiani (nel gruppo c’era infatti anche il pastore valdese Tullio Vinay) e comunisti, credenti e marxisti. Adista in quegli anni divenne il punto di riferimento di questa area politico culturale, mantenendo però sempre una sua forte autonomia. Che si accrebbe quando, alla fine degli anni ’70, Adista divenne una cooperativa, sviluppando nuove aree di impegno ed interesse grazie al contributo determinante di un altro personaggio centrale nella storia della testata: Giovanni Avena. Lui ad Adista era arrivato nel 1978, dall’impegno in una parrocchia palermitana contro la mafia, le connivenze tra la Chiesa e il potere democristiano, l’impegno per la chiusura dei manicomi (uno dei quali era nel territorio della sua parrocchia, una sorta di terra di nessuno dove avvenivano abusi di ogni tipo).

La vostra agenzia nasce nell’ambito del post-concilio, quel periodo ricco di iniziative nella Chiesa cattolica e nel mondo cattolico. Quella era “la primavera” nella Chiesa. Quale è stato il contributo di Adista?

L’aver messo in collegamento le tantissime realtà di base del nostro territorio, l’aver offerto loro le colonne di Adista in una fase (assai lunga, per la verità e ancora in parte operante) nella quale la Chiesa plurale, quella conciliare, l’anima cattolica conciliare non aveva diritto di parola e di espressione nei media e nei luoghi istituzionali della Chiesa cattolica. Adista ha poi informato su tutto ciò che si muoveva di nuovo nel cattolicesimo politico, nelle diocesi e nelle parrocchie di “frontiera”, accompagnando questa informazione ad una documentazione amplia sul dibattito teologico in Italia ed all’estero, dando ai lettori materiale spesso inedito e comunque pressocché introvabile su teologia della liberazione, teologia indigena, femminista, del pluralista, altermondialialista, asiatica, queer, ecc. ecc. Tutto ciò, insomma, che intellettuali e teologi hanno prodotto lontano dal Vaticano. Venendo spesso censurati e perseguitati a causa del loro impegno e del loro mancato “allineamento” alle posizioni espresse dalla gerarchia.

Non solo avete fatto conoscere la Chiesa di base, il “mondo” vicino alle CdB, ma avete aperto lo sguardo del cattolicesimo contemporaneo alla Chiesa dei poveri. In particolare alla realtà dell’America latina. Avete mai subito pressioni dalla Curia romana?

Pressioni dirette non in maniera particolare. Semmai qualche telefonata in cui ci veniva manifestato il dispiacere di questo o quell’ecclesiastico per ciò che avevamo scritto. Diverse pressioni affinché persone di spicco all’interno del mondo ecclesiale evitassero di avere rapporti con l’agenzia, di “macchiare” la loro immagine associando la loro firma a testi pubblicati sulle nostre pagine, oppure inviti agli inserzionisti di area cattolica che ci commissionavano un po’ di pubblicità a non dare soldi a un giornale come il nostro, accusato di non fare il bene della Chiesa e minare la sua unità.

Tra la gerarchia cattolica chi vi ha difeso?

Esplicitamente pochi, perché siamo stati oggettivamente una “pietra di scandalo” e un vescovo o un cardinale che difendesse apertis verbis Adista si metteva in una posizione piuttosto difficile. Chi è dentro l’istituzione, mi pare comprensibile, non può ufficialmente consentire con chi l’istituzione la contesta. Detto questo, tanti vescovi e cardinali sono stati e sono tuttora abbonati alla rivista, diversi l’hanno sostenuta anche con qualche contributo economico nei momenti difficili, non pochi hanno chiamato o sono venuti qui in redazione a discutere con noi questioni ecclesiali, teologiche o pastorali; in tanti comunque hanno apprezzato e ritenuto che il nostro lavoro fosse prezioso, seppure non sempre condivisibile, per mettere in circolazione idee e creare finalmente un’opinione pubblica anche dentro il mondo cattolico.

 Torniamo, per un attimo, alla politica. Per i vostri critici si trattava di un “collateralismo” opposto a quello ufficiale. Come rispondi a questa critica?

Che non c’è nulla di male ad essere o ad essere stati comunisti o socialisti, o dell’area della sinistra radicale. In nessun momento della sua vita Adista si è legata a carrozzoni politici, ha fatto l’ufficio stampa di qualche parlamentare o aspirante tale. Ha sostenuto sempre le ragioni della sinistra, di una sinistra plurale, ritenendo fondamentale il confronto ed il dialogo tra culture diverse che avevano però valori comuni; e soprattutto ha cercato di aiutare il cattolicesimo politico a dialogare con la sinistra, fossero i cattolici dei gruppi spontanei, della comunità di base, delle Acli della scelta socialista, i cattolici del fermento e quelli del cosiddetto “dissenso”, i cristiani per il socialismo, i cristiani nonviolenti e pacifisti, le femministe cattoliche, ecc.

 

Qual è stato lo scoop più importante della vostra agenzia?

Diversi, direi soprattutto legati alla pubblicazione di documenti riservati di qualche Congregazione Vaticana. Oppure la diffusione delle propositiones che concludevano i sinodi dei vescovi, che in passato erano sub secreto e che poi sono diventate pubbliche anche e soprattutto grazie al fatto che comunque Adista trovava il modo di averle e di diffonderle non per fare sensazionalismo, ma per garantire ai credenti il diritto di sapere come si era svolto il dibattito tra i loro vescovi e su quali punti si era o meno trovata la sintesi tra di loro.

 

Veniamo all’oggi. Quali saranno le future battaglie di ADISTA?

La prima è la sopravvivenza. L’editoria è in crisi. Quella che non è legata a sponsor politici ed ecclesiastici, gruppi finanziari o imprenditoriali lo è drammaticamente di più. Adista è una piccola cooperativa che vive del sostegno dei suoi abbonati, cui si aggiungeva un tempo il finanziamento pubblico all’editoria, oggi drasticamente ridotto. Il contributo dello Stato garantisce la pluralità dell’informazione. Siamo imprese, come tante altre, e stiamo sl mercato. Ma non vendiamo soprammobili, facciamo e vendiamo notizie. E se non vogliamo un’opinion pubblica informata ed orientata solo in un’unica direzione è necessario garantire che tante voci possano contribuire a formare coscienze critiche che conoscano e confrontino tante idee ed opinioni diverse.

Abbonarsi ad Adista è un atto di militanza per una Chiesa più aperta dentro una società più giusta e libera, ma è anche la scelta di presidiare i pochi strumenti di informazione “alternativa” ancora presenti oggi.

Se l’obiettivo della sopravvivenza sarà raggiunto, continueremo ad essere coscienza critica nella Chiesa e nella società, facendo quello che un giornale dovrebbe sempre fare, essere diffidente nei confronti del potere, di ogni potere, cercando di raccontare ciò che accade nelle pieghe della realtà. Per quanto ci riguarda, continuando a prediligere le strade polverose della storia percorse dai  tanti poveri cristi oppressi che vivono nella nostra realtà contemporanea, senza voce e senza diritti, piuttosto che frequentando le cattedrali che odorano di incenso. Fuori dal tempio, ma – speriamo – sempre dentro la storia.

I crocifissi di oggi e il Crocifisso di ieri. Un testo di Leonardo Boff

Leonardo Boff (Ansa)

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo questa meditazione pasquale del teologo brasiliano Leonardo Boff, traduzione di S. Toppi e M. Gavito.

Oggi la maggior parte dell’umanità vive crocifissa dalla povertà, dalla fame, dalla scarsità d’acqua e dalla disoccupazione. Crocifissa è anche la natura lacerata dall’avidità industriale che si rifiuta di accettare limiti. Crocifissa è la Madre Terra, esausta fino al punto di perdere il suo equilibrio interiore, evidenziato dal riscaldamento globale.

Uno sguardo religioso e cristiano vede Cristo stesso presente in tutti questi crocifissi. Per avere assunto pienamente la nostra realtà umana e cosmica, lui soffre con tutti i sofferenti. La foresta abbattuta dalla motosega significa colpi sul suo corpo. Negli ecosistemi decimati e per l’acqua inquinata, lui continua a sanguinare. L’incarnazione del Figlio di Dio ha una misteriosa solidarietà di vita e di destino con tutto quello che lui ha assunto, con tutta la nostra umanità e tutto ciò che esso implica di ombre e di luci.

Il primo Vangelo di San Marco, narra con parole terribili la morte di Gesù. Abbandonato da tutti, in cima alla croce, si sente anche abbandonato dal Padre di misericordia e bontà. Gesù grida:

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? E dando un forte grido, Gesù spirò” (Mc 15,34.37).

Gesù non muore perché tutti moriamo. È stato assassinato nel modo più umiliante del tempo: inchiodato ad una croce. Sospeso tra cielo e terra, agonizzò per tre ore sulla croce.

Il rifiuto umano può decretare la crocifissione di Gesù, ma non può definire il senso che lui ha dato alla crocifissione che gli fu imposta. Il Crocifisso ha definito il significato della sua crocifissione come solidarietà con tutti i crocifissi della storia che, come lui, erano e sono vittime di violenza, di relazioni sociali ingiuste, d’odio, d’umiliazione dei piccoli e di rifiuto della proposta di un Regno di giustizia, fratellanza, compassione e amore incondizionato.

Nonostante il suo impegno solidale verso gli altri e il Padre, una terribile e ultima tentazione invade la sua mente. La grande lotta di Gesù, ora che sta per morire, è con il suo Padre.

Il Padre di cui lui ha avuto esperienza con profonda intimità filiale, il Padre che lui aveva annunciato come misericordioso e pieno di bontà, Padre con tracce di madre amorevole, il Padre il cui regno ha proclamato e anticipato nelle sue prassi liberatorie, questo Padre ora sembra abbandonarlo. Gesù passa attraverso l’inferno dell’assenza di Dio.

Verso le tre del pomeriggio, minuti prima della fine, Gesù gridò a grandi voce: “Eloì, Eloì, lamá sabacthani: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Gesù è sull’orlo della disperazione. Dal vuoto abissale del suo spirito, esplodono domande spaventose che modellano la tentazione più terribile subita dagli esseri umani e ormai da Gesù, la tentazione della disperazione. Si chiede: “Non era assurda la mia fedeltà? Senza senso la lotta sostenuta, per gli oppressi e per Dio? Non sono stati vani i rischi che ho corso, le persecuzioni che ho sopportato, il processo legale-religioso umiliante in cui sono stato sottoposto alla pena capitale: la crocifissione che sto soffrendo?”

Gesù è nudo, indifeso, completamente vuoto davanti al Padre che è in silenzio e così rivela tutto il suo Mistero. Gesù non ha nessun altro a cui aggrapparsi.

Per gli standard umani, ha fallito completamente. La stessa certezza interiore svanisce. Anche se il sole è tramontato al suo orizzonte, Gesù continua ad avere fiducia nel Padre. Così grida con voce potente. “Padre mio, Padre mio!” Al culmine della disperazione, Gesù si dona al Mistero veramente senza nome. Egli sarà l’unica speranza oltre qualsiasi speranza. Non ha più alcun sostegno in te stesso, soltanto in Dio, che si nascondeva. La speranza assoluta di Gesù può essere compresa solo sul presupposto della sua disperazione. Dove è abbondata la disperazione, ha sovrabbondato la speranza.

La grandezza di Gesù è quella di sopportare e superare questa tentazione scoraggiante. Questa tentazione lo porterà all’abbandono totale a Dio, una solidarietà senza restrizioni con i fratelli e le sorelle anch’essi disperati e crocifissi nel corso della storia, una spoliazione totale di se stesso, un dedicazione assoluta di se stesso in funzione degli altri. Solo allora la morte è morte e può anche essere completa: la rende perfetta a Dio e ai suoi figli e figlie che soffrono, ai suoi fratelli e sorelle più piccoli.

Le ultime parole di Gesù indicano questa consegna, non dimessa e fatale, ma libera, “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). “Tutto è compiuto” (Gv 19,30).

Il Venerdì Santo continua, ma non ha l’ultima parola. La risurrezione, come irruzione dell’essere nuovo è la grande risposta del Padre e la promessa per tutti noi.

 

“Populorum Progressio”: la profezia inascoltata di Paolo VI. Intervista a Gianpaolo Salvini

Cinquant’anni fa Papa Paolo VI pubblicò la Populorum progressio. Una Enciclica che segnò per sempre la Storia della Chiesa contemporanea. Quel 26 marzo del 1967 si verificò, a due anni dal Concilio Vaticano II, lo spostamento dell’asse dell’Evangelizzazione della Chiesa: “Lo sviluppo dei popoli, in modo particolare di quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane; che si muovono con decisione verso la meta di un loro pieno rigoglio, è oggetto di attenta osservazione da parte della chiesa. All’indomani del Concilio ecumenico Vaticano II, una rinnovata presa di coscienza delle esigenze del messaggio evangelico le impone di mettersi al servizio degli uomini, onde aiutarli a cogliere tutte le dimensioni di tale grave problema e convincerli dell’urgenza di una azione solidale in questa svolta della storia dell’umanità”. Iniziava così il documento pontificio. A 50 anni dalla sua pubblicazione è ancora attuale questo documento? Ne parliamo, in questa intervista, con Padre Gianpaolo Salvini, gesuita, economista ed ex direttore della prestigiosa rivista “La Civiltà Cattolica”.

Padre Salvini, cinquant’anni fa il Papa Paolo VI rinnovò, sulla scia del Concilio Vaticano II e dell’approccio evangelico dei “segni dei tempi”, la  dottrina sociale della Chiesa pubblicando la “Populorum Progressio”. L’Enciclica fece grande scalpore per il suo contenuto. Il documento  pontificio è stata definito come la “Rerum Novarum” dei popoli, perché?

La Populorum Progressio fu e rimane una delle encicliche più significative della dottrina sociale della Chiesa. In certo senso completò il Concilio, chiusosi due anni prima, che aveva parlato poco dei problemi sociali a livello mondiale. Il Vaticano II era stato soprattutto un Concilio europeo e in particolare tedesco e francese, dal punto di vista teologico. Ben pochi vescovi provenienti dal mondo povero avevano avuto modo di farsi notare. In qualche modo fu un’integrazione del Concilio, e come tale venne percepita. Inoltre in quel momento molti Stati ex-colonie, accedevano all’indipendenza, pieni di speranze, ma anche di incognite, come purtroppo dimostrò la storia successiva.
Allora non si parlava di globalizzazione, ma l’enciclica portò un messaggio globale, occupandosi dei problemi dello sviluppo, visto come riedizione su scala planetaria della vecchia questione sociale. Inoltre il testo non si poneva più al di sopra delle parti, «dando a ciascuno il suo», ma si pone decisamente dalla parte dei più deboli, dei Paesi poveri, cioè dei vinti, degli emarginati.
Per questo non venne ben accolta dappertutto, almeno in alcuni Paesi industrializzati. Per alcuni si trattava addirittura di «marxismo riscaldato». Non si percepiva ancora l’interconnessione tra i vari Paesi del globo che esiste, e che non necessariamente è frutto di un rapporto tra causa ed effetto. Ma si denunciava come uno scandalo che le due realtà, di grande ricchezza e di povertà coesistessero, anche se non sempre (ma spesso sì) frutto dello sfruttamento degli uni sugli altri. Nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro lo scandalo non è dato dal fatto che il primo abbia depredato il secondo (cosa che il Vangelo non dice), ma che le due realtà coesistano e che il ricco rimanga cieco davanti alla povertà dell’altro. Semplicemente non lo vede. E per questo viene condannato, e non solo rimbrottato come noterà Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis (che commemora proprio la Populorum progressio). Il progetto di Dio sull’umanità è incompatibile con questa situazione.

La “Populorum Progressio” è frutto di un lavoro preparatorio di laici e teologi. Quali sono le radici della P.P.?

La Populorum progressio ebbe una gestione di oltre sei anni, e risentì in particolare del pensiero del domenicano Louis-Joseph Lebret, e di altri teologi, ma risentì in particolare della grande sensibilità di Paolo VI per i problemi internazionali. Se nell’Ottocento i documenti ufficiali del magistero sociale della Chiesa arrivarono in ritardo rispetto al Manifesto di K. Marx, non fu così nel secondo dopoguerra per i problemi riguardanti lo sviluppo. La Populorum progressio si compone di 87 paragrafi, espressi in modo lapidario e molto efficace. Alcune sue frasi sono diventate quasi proverbiali: «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (n. 47); «lo sviluppo deve essere rivolto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (n.14) e non hanno perso nulla del loro messaggio. I documenti dei Papi successivi in materia sono invece assai più complessi e articolati, probabilmente anche per tenere conto di un mondo che rivelava gradualmente la sua complessità.

Veniamo ai contenuti. Al centro c’è la messa in discussione di un modello “neoliberale” (o per meglio dire neoliberista) di sviluppo. Propone uno sviluppo integrale dell’uomo e della società. Ci può dire  quali sono i punti fermi di  questa riflessione dell’enciclica?

L’enciclica critica certamente alcuni dei capisaldi del capitalismo e dei suoi meccanismi, senza con questo contestare radicalmente l’economia di mercato. D’altronde voleva rifiutare decisamente le soluzioni proposte dal sistema ad economia pianificata (cioè il modello proposto dal comunismo, che aveva nell’Urss il suo Paese leader), allora molto popolare e visto (da milioni di persone) quasi come un messaggio messianico, ma che la Chiesa giudicava un rimedio peggiore del male, anche in base all’esperienza storica del dopoguerra. L’enciclica poneva al centro la persona umana, trasformando la quale si sarebbero trasformate anche le strutture economiche. Il marxismo sosteneva il contrario. Uno dei principali messaggi dell’enciclica è che lo sviluppo (l’originale latino usava l’espressione più forte progressio) non si può mai ridurre soltanto all’aspetto economico o all’aumento del Pil, ma richiede uno sviluppo armonico di tutte le dimensioni umane, di cui quella economica è una, anche se molto importante. Il sogno di Paolo VI era quello di dare un’anima allo sviluppo. Un’espressione molto suggestiva, ma tanto difficile da attuare in un mondo nel quale prevalgono tuttora i rapporti di forza.

Per citare il domenicano Marie-Dominique Chenu: con l’Enciclica di Paolo VI viene superato il “riformismo morale ” della Rerum Novarum e  si pone, finalmente, fine alla “collusione ” della Chiesa con il sistema capitalistico. E’ Così?

E’ vero che vi è un grosso distacco dal sistema capitalistico, di cui si denunciano le disfunzioni e i meccanismi perversi, le «strutture di peccato», come le chiamerà Giovanni Paolo II, e le correzioni che l’enciclica propone di portare al sistema capitalistico sono tali, che ci si può chiedere se alla fine si tratta ancora della vecchia economia di mercato o di qualcos’altro. Basti pensare al rifiuto degli automatismi di mercato che avrebbero provveduto a sanare il sistema. Ma occorre ricordare che l’economia mondiale è assai più articolata e variegata di quanto normalmente si pensi. In ogni caso i Governi oggi vedono il vantaggio dell’integrazione e protestano non più perché devono entrare in un mondo globalizzato, ma perché non si concede loro di entrarvi, o almeno non di entrarvi a condizione eque.

Quali sono i punti che hanno anticipato la riflessione della società politica su questi temi e quali, invece, sono “datati”?

Molti temi dell’enciclica sono ancora attualissimi, mentre altri sono ovviamente datati, o semplicemente non esistevano (o non venivano percepiti) al tempo della sua pubblicazione. Non vi è alcun cenno ai problemi ecologici e dell’ambiente. Non si parla del problema della donna e cosa ha comportato l’ingresso massiccio di essa nel mondo del lavoro. Si accenna solo marginalmente al problema delle migrazioni, oggi così drammatico e urgente. Nel nostro mondo attuale possono circolare liberamente le informazioni, le tecnologie, le merci (ancora per quanto?), ma non le persone non qualificate, che ogni Paese si affanna a respingere alle proprie frontiere, vedendole come una minaccia costante. Lo stesso problema del lavoro e della disoccupazione non viene visto nell’enciclica come «il» problema centrale.

Lei è stato per diversi anni in America Latina,in particolare in Brasile. Cosa ha significato per l’America Latina  quell’Enciclica?

Io sono stato alcuni anni in Brasile e in America Latina, dove la Populorum progressio ebbe un enorme influsso. Ma questo non significa che vi abbia avuto adeguata applicazione, anche perché a molti di quei Paesi, per il timore del comunismo, non venne consentito di svilupparsi in forme democratiche e anche perché non sempre le classi politiche e dirigenti si sono dimostrate preparate e all’altezza della situazione. Milioni di latinoamericani sono usciti in questi cinquant’anni dalla povertà, ma senza che lo sviluppo si sia tradotto in un processo durevole e sostenibile animato da una cultura nazionale adeguata, in grado di includere la maggioranza della popolazione.

L’Insegnamento sociale vive della Storia degli uomini e della Chiesa. Per dirla ancora  con un grande teologo francese, citato nell’Enciclica, Marie-Dominique Chenu: l’insegnamento sociale è il “Vangelo nel tempo”. Oggi questo “Vangelo nel tempo” si incarna nella predicazione di Papa Francesco.  Possiamo dire che con Papa Francesco la Populorum Progressio trova la sua pienezza?

Papa Francesco ha certamente sottolineato con forza quanto manca alla realizzazione degli ideali proposti dalla Populorum progressio e in particolare la necessità di un continuo dinamismo. La storia va avanti e le sue conquiste hanno bisogno di tempo, anche se non lo fa sempre con i ritmi così veloci che noi vorremmo. Ma il timore di Papa Francesco è che l’umanità si accontenti dei risultati raggiunti (che sono molti), senza badare a i milioni che sono stati «scartati» da un sistema economico e sociale che non è riuscito ad includerli in un sistema più equo e meno disuguale, nel quale anzi le disuguaglianze aumentano. La Populorum progressio propone degli ideali molto impegnativi, ma si tratta di traguardi in movimento che richiedono a loro volta di essere «aggiornati». Lo sviluppo, sia delle persone che delle società e dei Paesi è esso stesso un traguardo mobile, che ci corre davanti e che richiede continui perfezionamenti. L’impressione che dà spesso Papa Francesco di «essere oltre» esprime semplicemente questo desiderio di non perdere il treno della storia che si spinge evangelicamente e costantemente a qualcosa di più grande e di più umano.