A chi è cara e a chi no la “Querida Amazonia”? un testo di Leonardo Boff

Leonardo Boff (Ansa)

Leonardo Boff (Ansa)

Questo che pubblichiamo, in una nostra traduzione dallo spagnolo, è una analisi “teologico-strutturale” dell’ Esortazione post-sinodale “Querida Amazonia” di Papa Francesco. Un testo prezioso, scritto dal famoso teologo della liberazione,  per capire anche alcuni nodi problematici della “ecclesiologia” dell’Esortazione.  Un testo sincero, nelle sue critiche, ma leale nei confronti di Papa Francesco. 

Papa Francesco è il campione del mondo nella difesa della Madre Terra e di tutto ciò che sostiene la sopravvivenza. Ho letto con attenzione e grande entusiasmo la sua Esortazione Apostolica “Cara Amazzonia, nella quale egli considera un vero e proprio crimine quello che si sta facendo ora in Amazzonia. Contrappone quattro sogni fondamentali: quello sociale, quello culturale, quello ecologico e quello ecclesiale.

Come non restare affascinati – tra le altre – da dichiarazioni come questa, chiara espressione di un’ecologia globale e cosmica: “Noi siamo acqua, aria, terra e ambiente di vita creato da Dio. Pertanto, chiediamo che cessino gli abusi e la distruzione della Madre Terra. La Terra ha sangue e sta sanguinando, le multinazionali hanno tagliato le vene alla nostra Madre Terra”. Sono perfettamente d’accordo con questo tipo di linguaggio e di denuncia e soprattutto i primi tre sogni s’inseriscono nella scia della “Laudato Si: sobre el cuidado de la Casa Común” (Laudato Si: sulla cura della Casa Comune”).

Tre sogni e mezzo e un incubo
La prima parte del quarto sogno segue lo stile della grande bellezza dei sogni precedenti. Tuttavia, la seconda parte di questo quarto sogno sembra piuttosto un incubo. Il tono prima profetico, etico, ecologico e poetico dei primi tre è svanito. Ci sarà sotto la presenza di un’altra mano?

Oso pensare che questa parte rientri nel vecchio paradigma culturale latino, clericale e maschilista. E si nega agli indigeni il diritto divino di ricevere il corpo e il sangue di Cristo dalle mani dei suoi viri probati sposati e ordinati. Glielo si impedisce in virtù di una legge umana ecclesiastica: il celibato. Altri teologi lo hanno detto e io lo sottolineo: “non possiamo porre la questione del celibato al di sopra della celebrazione dell’Eucarestia“.

Quella parte del quarto sogno, ho la netta impressione che provenga da un’altra mano e da un altro spirito, diverso da quello a cui ci ha abituati Papa Francesco. Lo conferma chiaramente il vescovo Erwin Kräutler dell’Amazzonia, figura centrale del Sinodo panamazzonico: “molte persone, ed io stesso, troviamo questa parte molto strana, perché cambia veramente stile, come se lo scritto papale avesse subìto un intervento nella parte più controversa dell’Esortazione Apostolica”.

In questa parte non parla il pastore ma il dottore. Non colui che ha il coraggio di andare contro il sistema anti-vita, ma colui che si arrende ai timori e alle pressioni dei gruppi conservatori, forse per via del pericolo di una spaccatura all’interno della Chiesa. Il timore frena sempre e ritarda le innovazioni a causa di un’eccessiva prudenza. Mi vengono in mente le parole di Dante nella Divina Commedia: “nel pensier rinova la paura” (Inferno I, v. 4).

Per quanto riguarda il punto importante del ministero sacerdotale, l’ “autore” preferisce l’ecclesiastico tradizionale all’indigeno amazzonico. Al volto amazzonico della Chiesa preferisce, nel punto del ministero sacerdotale, il volto romano-latino occidentale. Analogamente a coloro che impongono la ricolonizzazione economica dell’America Latina, l’ “autore” ha preferito la ricolonizzazione latino-romana della Chiesa amazzonica. Contro coloro che, con la maggioranza dei voti nel sinodo Panamazzonico hanno accettato l’ordinazione dei “viri probati”, l “autore” ha scelto la minoranza che l’ha respinta.

A chi non è cara la “Cara Amazzonia?”
Sicuramente non è “cara” al presidente brasiliano Jair Messias Bolsonaro, di estrema destra, anti-amazzonico e anti-indigeno. Non è “caro” ai taglialegna, o ai “garimpeiros” dell’oro e alle aziende nazionali ed internazionali che hanno in mente le industrie minerarie, le centrali idroelettriche e lo sfruttamento delle risorse naturali dell’Amazzonia. Ma c’era da aspettarselo.

Ma quello che non ci si doveva aspettare per quanto riguarda l’inculturazione del ministero sacerdotale era la mancata accettazione del sacerdozio degli indigeni viri probati. Per questo la “Cara Amazzonia” non è “cara” nei confronti di questi indigeni sposati ai quali si nega l’ordinazione. Non è “cara” nei confronti delle donne, alle quali viene negato il ​​diaconato femminile, facendo inoltre presente, secondo me in modo infondato, il rischio del clericalismo. E non è “cara” soprattutto nei confronti di tanti teologi e vescovi, missionari e missionarie, che si trovano tra gli indigeni, come ha chiaramente detto il già citato vescovo Erwin Kräutler dal cuore dell’Amazzonia (Xingú). Tutti speravano veramente nell’approvazione dei viri probati: indigeni sposati e ordinati con un volto autenticamente amazzonico.

Non è stato così. Nei suoi scritti di ecologia ed economia Papa Francesco ha saputo dare ascolto alla scienza. Per quanto riguarda questo specifico ministero sacerdotale, sembra che l’ “autore” non si sia dato pena di consultare un esperto in materia di ministeri, il Cardinale Walter Kasper, amico e molto vicino a Papa Francesco. Nei suoi scritti ha esposto le migliori riflessioni sul ruolo/missione del sacerdote nella Chiesa sulla base del Vaticano II. La sua posizione va in una direzione molto diversa rispetto a quella rappresentata dall’ “autore” nell’Esortazione “Querida Amazonia”. Con questa visione che mantiene il regime occidentale, clericale e a favore del celibato, non si può pensare ad una Chiesa amazzonica dal volto autenticamente indigeno.

La specificità del sacerdote non è concentrare il potere, ma coordinare e presiedere la comunità.
La visione di quel testo nel quarto sogno risale al Consiglio IV Lateranense del 1215 indetto da Innocenzo III, che dice “nemo potest conficere sacramentum nisi sacerdos rite ordinatus” (“nessuno può somministrare il sacramento eucaristico se non un sacerdote ordinato secondo il rito”). L’ecclesiologia di questo sogno applica il rigore del Concilio di Trento, che nella sessione XIII dell’11 ottobre 1551, sotto il pontificato di Papa Giulio III, ha ribadito la stessa dottrina esclusivista.

Secondo la migliore ecclesiologia nata dal Concilio Vaticano II, la funzione/missione specifica del sacerdote dev’essere pensata non in modo assoluto, ma sempre all’interno del Popolo di Dio e nel contesto della comunità.
La sua unicità non è consacrare assolutamente come un mago, ma essere nella comunità principio di coesione e di unità di tutti i servizi e carismi. Non è quella di concentrarsi, ma quella di coordinare. Per il fatto di presiedere la comunità, presiede anche alla celebrazione eucaristica.

Il problema sorge quando, senza colpa, non c’è nessun sacerdote presente e la comunità, come riconosciuto dall’Esortazione, “a causa in parte all’immensa estensione territoriale, con molti luoghi di difficile accesso” (n. 85) non può averlo.

Nel testo si pone il problema con grande realismo e qui si vede la mano di Papa Francesco: “sarà possibile evitare di pensare ad un’inculturazione dal modo in cui sono strutturati e vivono i misteri ecclesiali ?” (n. 85). E aggiunge con sincerità: “è necessario far sì che la ministerialità si configuri in modo tale che sia al servizio di una maggiore frequenza della celebrazione dell’Eucarestia, anche nelle comunità più remote e nascoste” (n. 86). Questa situazione è assolutamente vera. Ma l’ “autore” non l’ha ritenuta tale e ci ha proposto la configurazione del ministero come dovrebbe essere.

È qui dove l’ecclesiologia di comunione potrebbe avrebbe aiutato molto l’ “autore” nella sua concezione di poter consacrare. Essa ha prevalso per tutto il primo millennio come la ricerca storica ha dimostrato inequivocabilmente.

Per mille anni chi presiedeva la comunità presiedeva anche all’Eucarestia
La legge fondamentale di quei tempi era: chi presiede la comunità, presieda anche all’Eucarestia. Poteva trattarsi di un vescovo, di un presbitero, di un profeta o di un confessore, anche laico, secondo Tertulliano, che era un esimio teologo laico.

Se questo è vero, perché impedire a un indigeno sposato di presiedere la sua comunità e presiedere anche alla celebrazione eucaristica?

In questa parte si realizza quello che gli ecclesiologi chiamano “cefalizzazione” della Chiesa. Tutto il potere si concentra nella “testa“, nel papa o nel clero, prescindendo completamente dalla comunità.

In questa visione riduzionista l’ “autore” ha pensato solo al sacerdote come a colui che ha il potere di consacrare in modo esclusivo e assoluto, senza connessione con la comunità. Quindi emerge una contraddizione: un sacerdote può celebrare da solo, senza la comunità, ma la comunità non può celebrare da sola senza il sacerdote.

Nel successivo millennio: può consacrare solo chi è stato consacrato nel Sacramento dell’Ordinazione.
Questo punto di vista non deriva da questioni teologiche, ma da questioni politiche: le dispute per il potere tra l’Imperium e il Sacerdotium, tra Papi e Imperatori. Chi detiene, in ultima analisi, il potere? Ciò appare chiaramente sotto Gregorio VII (1077). Con lui l’asse della comunità laica si è spostato verso l’asse del potere sacro (sacra potestas). Il potere assoluto lo possiede il Papa. Ricordiamoci del suo Dictatus Papae che, se lo si traduce bene, significa la dittatura del Papa. Tutto il potere risiede nella testa, vale a dire, nel Papa e in coloro che esso delega. I latori del potere sacro saranno solamente coloro che sono stati ordinati esclusivamente nel sacramento dell’Ordinazione, vale a dire gli appartenenti alla gerarchia ecclesiastica. La comunità dei fedeli ormai non conta più.

Padre J.Y. Congar, l’ecclesiologo più erudito e importante del XX secolo, ha denunciato questa pericolosa deviazione teologica con conseguenze dannose per tutte l’ecclesiologia successiva, che dura ancor oggi. Nell’Esortazione “Querida Amazonia” risuona ancora questo tipo di ecclesiologia del potere sottratto alla comunità.

Per questo continuano a destare perplessità le affermazioni: “È importante stabilire ciò che è specifico del sacerdote, ciò che non può essere delegato. La risposta si trova nel sacramento dell’Ordinazione sacra, che configura Cristo sacerdote … Il carattere esclusivo ricevuto con l’Ordinazione fa sì che solo lui sia abilitato a presiedere all’Eucarestia; questa è la sua funzione specifica, principale e non delegabile” (n. 87).

È qui che credo – e non sono il solo – appare una “mano esterna”, con la sua ecclesiologia del potere specifico e indelegabile di consacrare, visione sacerdotalista, arretrata e scollegata dalla comunità della fede. Con questa visione invano può realizzare un’inculturazione del ministero sacerdotale a indigeni viri probati sposati, che darebbero un volto veramente amazzonico alla Chiesa. Anche in questo caso si continua a portare avanti un cristianesimo di colonizzazione dentro al paradigma cattolico-romano, occidentale e favorevole al celibato.

Per porre fine a questo tipo di ricolonizzazione si deve tornare all’ecclesiologia del primo millennio, che stabiliva un’intima connessione tra la comunità e chi la presiedeva. Non si deve dimenticare il canone 6 del Concilio di Calcedonia (451), valido per la Chiesa orientale fino ad oggi e per quella occidentale solo fino al XII-XIII secolo. In questa, quella occidente, tutto è cambiato a causa delle dispute politiche sul potere tra i Papi e gli Imperatori. Al posto della visione comunionale del primo millennio si è imposta la visione giuridico-canonica della sacra potestas degli inizi del secondo millennio. Dice il canone 6:

“Nessuno sia ordinato in modo assoluto, né sacerdote né diacono, a meno che non gli vengano espressamente assegnati una chiesa urbana o rurale, o un martyrion o un monastero. [Per quanto riguarda] chiunque sia stato ordinato in modo assoluto, il santo Consiglio ha deciso che la sua ordinazione sarà nulla o inesistente … e non potrà esercitare le sue funzioni da nessuna parte”.
Qui appare chiaro il collegamento tra la comunità e il celebrante dell’Eucarestia. Qui si presenta un problema teologico che dev’essere preso sul serio: esiste il diritto divino di tutti i fedeli a ricevere il corpo e il sangue di Gesù (Gv 6:35) e a celebrare la sua memoria (Lc 22,19; 1 Corinzi 11:25 ).

Questo diritto divino non può essere negato per via di una legge umana che lo vincola esclusivamente ad una sola persona, il sacerdote celibe, senza il quale questo diritto divino non si può realizzare. Il divino si pone sempre e senz’alcuna eccezione sopra a quello umano. È Cristo che battezza, perdona e consacra, e non il sacerdote.

D’altra parte occorre ricordare qualcosa che ha conseguenze fondamentali: dopo il sommo sacerdozio di Cristo non ci sono più sacerdoti in se nella Chiesa. Chi porta questo nome – sacerdote – altro non è che un rappresentante del sacerdozio di Cristo. È Cristo che battezza, è Cristo che perdona, è Cristo che consacra. Il sacerdote non ha in sé il potere di consacrare, ma solo quello di rappresentare e di agire “in persona Cristi”, al posto di Cristo, ma senza sostituirlo. Il sacerdote rende Cristo-Sacerdote invisibile.
Perché in assenza del sacerdote, per ragioni che non dipendono dalla comunità, un altro cristiano laico “vir probatus” dalla comunità e sposato, non può rappresentare Cristo, renderlo visibile quando, con il battesimo, partecipa anch’egli al sacerdozio di Cristo?

Inoltre il Concilio Vaticano II, riassumendo la tradizione, dice a ragion veduta: non si costruisce nessuna comunità cristiana se essa non ha come radice e come centro la celebrazione della Santissima Eucarestia” (PO 6).

Negando l’ordinazione di viri probati indigeni si nega la possibilità di costruire la comunità cristiana. Questo diritto divino non lo si può negare in nome di una legge umana e culturale come il celibato, e per un’ecclesiologia, che – tra l’altro – considera esclusivo il potere di consacrare. Qui allora non vale l’inculturazione sviluppata in modo tanto convincente nell’Esortazione “Querida Amazonia”?. Non la s’impedisce per ragioni ecclesiologiche estranee, che finiscono per rendere impossibile il volto indigeno e amazzonico della Chiesa negando l’ordinazione dei viri probati indigeni e sposati?.

Le 24 Chiese anch’esse cattoliche senza la legge del celibato
È illuminante in questo contesto ricordare che ci sono altre 24 Chiese, anch’esse cattoliche, ma non romane, come quella copta, quella melchita, quella maronita, quella etiope, quella greca bizantina, quella armena, quella siriaca, quella caldeo e altre. In tutte queste chiese ci sono sacerdoti sposati e sacerdoti celibi. Non per questo sono meno “chiese cattoliche” rispetto a quella romana.

Per quale ragione la Chiesa cattolica romana è così inflessibile per quanto riguarda la legge del celibato, condizione per poter essere ordinati sacerdoti? Sappiamo che la legge del celibato si è formata lentamente nella Chiesa e che nella storia è sempre stata un problema, venendo violata da papi, cardinali, vescovi e presbìteri. E negli ultimi anni è venuta alla luce, nei gradini più alti della Curia vaticana, la violazione del celibato, aggravata dai reati di pedofilia, che sono anch’essi un modo per violare il significato del celibato.

Nell’Esortazione “Cara Amazzonia” il tema dell’inculturazione nelle culture indigene e amazzoniche, per le ragioni già indicate, non è stato portato alle estreme conseguenze, non si è andati fino alla radice. Com’è noto, nella cultura indigena non esiste la figura dell’indigeno celibe. Tutti vivono con la moglie. E lo stesso vale per il sacerdote indigeno.

I viri probati indigeni: ostaggi della cultura romana, latina, occidentale e fautrice del celibato
Impedire a viri probati indigeni sposati di essere sacerdoti significa non calarsi completamente nella loro cultura. In essa il sacramento eucaristico dovrebbe essere celebrato da un sacerdote indigeno sposato. Il non calarsi completamente nella loro cultura condanna gli indigeni a rimanere ostaggi per quanto riguarda il sacramento dell’Ordinazione, della cultura romana, latina, occidentale e fautrice del celibato. Questo significa non far loro giustizia, poiché hanno il diritto divino di ricevere secondo la loro cultura la presenza eucaristica del Signore.

Il supplet Ecclesia e il ministro straordinario dell’Eucarestia
Nonostante questo limite nella comprensione di che presiede all’Eucarestia, la comunità cristiana può ricorrere ad un altro espediente ecclesiologico assicurato nella tradizione, il famoso “supplet ecclesia“. Chiarisco: gli indigeni sposati che già presiedono le loro comunità possono presiedere alla celebrazione della cena del Signore al posto del sacerdote celibe assente in qualità di “supplenza della Chiesa“. Fungono da ministri straordinari dell’Eucarestia e lo fanno con l’intenzione di stare con la Chiesa (cum Ecclesia), mai contro la Chiesa (contra Ecclesiam), e di fare tutto quello che avrebbe fatto il sacerdote se fosse stato presente.

Qualsiasi situazione straordinaria richiede una soluzione straordinaria: la legittimazione del laico indigeno e sposato a presiedere alla celebrazione della cena e alla memoria del Signore. Necessità non ha legge. L’ordo caritatis (l’ordine della carità) e la richiesta della salus animarum (della salvezza delle anime) e l’oeconomia salutis (il processo storico della salvezza) supportano teologicamente tale prassi.

La stessa visione la si ritrova nel sistema giuridico-canonico della Chiesa. Il Diritto Canonico afferma esplicitamente che la legge suprema della Chiesa è sempre la “salvezza dell’anima” (canone 1752). Ciò non implicherebbe anche l’accesso senza le limitazioni imposte dalle leggi umane al sacramento dell’Ordinazione?

È ingiusto considerare le donne cristiane inferiori
Lasciamo da parte la questione del diaconato delle donne, anch’esso negato nell’Esortazione. Tale rifiuto non supera, com’era purtroppo previsto, la questione del genere e fa sì che le donne restino, per impegnate che siano nelle comunità, cristiane inferiori, di seconda categoria, come sostiene anche la cultura maschilista ancora dominante per quanto le riguarda. Sarebbe bene che nella Chiesa si rompesse con una tradizione così ingiusta. Per le donne non valgono i sette sacramenti: per esse i sacramenti sono solo sei, essendo escluse dall’Ordinazione.

Ricordiamo che San Tommaso d’Aquino, nella sua dottrina sui sacramenti, sosteneva che il battesimo è il sacramento dell’iniziazione alla vita cristiana e contemporaneamente è per tutti l’iniziazione a tutti gli altri sacramenti e quindi contiene i sette sacramenti. Secondo questa interpretazione del Dottore Angelico, per il fatto di essere donna, essa, la donna, riceve un battesimo minore perché le manca il contenuto del sacramento dell’Ordinazione.

Ma noi non vogliamo non ricordare un paradosso flagrante: una donna può generare un figlio che è Figlio di Dio. Questa stessa donna che ha dato alla luce questo figlio che è Figlio di Dio non può rappresentare suo figlio che è figlio di Dio. Solo per il fatto di esser donna. Le Scritture dicono che questa donna, Maria, “è benedetta tra tutte le donne” (Lc 1,41). Sembra tuttavia che non sia benedetta abbastanza per rappresentare il proprio Figlio che è il Figlio di Dio che si è fatto uomo.

Aggiungo anche il fatto che le donne non hanno mai tradito Gesù, come fecero Pietro e gli apostoli, che lo abbandonarono. Furono sempre fedeli e furono esse le prime testimoni del più grande fatto della fede, che è la Resurrezione. Solo per queste ragioni dovrebbero avere un posto centrale nella Chiesa, se questa non fosse stata vincolata alla cultura maschilista latino-occidentale.

Niente è più forte di un’idea quando raggiunge il suo punto di maturità
Tutto quello che ho scritto non significa mancanza di lealtà a Papa Francesco, che è incrollabile in me. Vale però il vecchio detto: Amicus Plato, sed magis amica veritas. Compete al teologo cercare nuove vie per i nuovi problemi, sempre al servizio delle comunità cristiane e della stessa Chiesa universale.

Come già si è detto: “Niente è più forte di un’idea quando arriva il momento della sua realizzazione”. Verrà questo momento per i viri probati indigeni e soprattutto per le donne all’interno della Chiesa cattolica romana.

Ma quanto tarda questo  momento …

Nonostante questi vincoli interni, l’ “Esortazione Apostolica Querida Amazonia” è, in questo momento cruciale della crisi ecologica come emergenza planetaria, la difesa più determinata e coraggiosa del Rio delle Amazzoni, presente in 9 paesi, fonte di vita per tutta l’umanità, garanzia del futuro della Terra e speranza della salvaguardia della nostra civiltà. Per questo non smetteremo di ringraziare Papa Francesco per questo servizio profetico a vantaggio di tutta l’Umanità e per tutti coloro che amano e si prendono cura di questo bello e splendido pianeta, la nostra Casa Comune, la grande e generosa Madre Terra.

(Traduzione dallo Spagnolo)

Leonardo Boff è un ecclesiologo del Brasile che ha scritto, tra gli altri, i seguenti testi di ecclesiologia: Die Kirche im Horizont der als Sakrament Welterfahrung, Padeborn 1972; Eclesiogénesis: la reinvención de la Iglesia, Record, Rio de Janeiro 2008 e Dabar, Messico 2009; Iglesia: carisma y poder, Vozes 1982; La Iglesia se hizo pueblo, Vozes 1984; Nuevas fronteras de la Iglesia, Verus 1986.

 

“Querida Amazonia è un testo aperto alla creatività ecclesiale”. Intervista ad Andrea Grillo

Con il teologo Andrea Grillo, docente di Teologia al Pontificio Istituto Teologico Sant’Anselmo di Roma, facciamo il punto sull’Esortazione Querida Amazonia di Papa Francesco. Il documento, uscito ieri in Vaticano, sta creando un grosso dibattito all’interno della Chiesa Cattolica.

Professore, ieri è uscita l’esortazione post sinodale di Papa Francesco Querida Amazonia. Proviamo a fare un piccolo bilancio. Per cominciare partiamo dalla mancata considerazione della proposta, presente nel documento finale del Sinodo Amazzonico di Ottobre, riguardo

l’ordinazione di viri probati, o comunque di diaconi permanenti sposati, al sacerdozio per risolvere il problema della mancanza di clero in molte comunità ecclesiali della Amazzonia. La proposta aveva ricevuto una larga maggioranza nei padri sinodali. Ma aveva anche suscitato polemiche e attacchi da parte conservatrice e di Cardinali di curia. Come spiega questo comportamento del Papa,? Pensa che abbia subito pressioni forti?

Vi sono diversi aspetti da valutare. Da un lato assistiamo ad una sorta di “mutazione del magistero sinodale”. Il fenomeno era già cominciato con il sinodo duplice sulla famiglia, ma ha assunto da ieri una sorta di versione accelerata: il documento papale non “recepisce” solo in parte il documento finale, ma intende esplicitamente “non sostituirlo” e introdurlo direttamente e con il suo tenore integrale nell’esercizio della autorità magisteriale. Dunque non è esatto dire che vi sia una “mancata considerazione” di ciò che il Sinodo aveva elaborato. E’ giusto dire, invece, che il Sinodo ha come esito un duplice livello di pronunciamento, che dal papa è indicato come doppiamente normativo. Questo è una cosa nuova e che crea anche un certo imbarazzo, comprensibile soprattutto sul piano “operativo”. Infatti il documento finale non ha, diremmo per essenza, “intenzioni operative”, mentre la Esortazione, che potrebbe averle, non ritiene di doverle assumere. E il rimando tra i due testi potrebbe generare un grande conflitto di interpretazioni. Ma è certo che questo modo di procedere sta cambiando il modo di funzionare del Sinodo e la stessa funzione del Sinodo dei Vescovi. Potrei dire che ne sovverte quella logica, che si era affermata a partire dagli anni 70, e nella quale il Sinodo era destinato a non riservare mai sorprese. Ora, forse, ne riserva anche troppe! Ma questo è un segno di vitalità e di movimento, anche se ancora non codificato e non immediatamente efficace.

Parliamo ancora delle dinamiche ecclesiali. Per il card Muller, ex prefetto della Congregazione, questo documento è un documento di riconciliazione (nel senso che pone fine al conflitto ecclesiale), per altri invece non chiude a possibili soluzioni future, per altri ancora è una sconfitta di Francesco. Per lei?

E’ inevitabile che molti si siano lasciati trascinare dalla foga: da un lato, si è letto, “non cambia nulla”. Dall’altro “tutto può ancora cambiare”. Oppure “il papa ha fallito”. Io direi che la impressione di “paralisi”, che certo può sorgere alla lettura del testo, deve far spazio a due considerazioni diverse. In primo luogo, il “dispositivo di blocco” al quale eravamo abituati da decenni, si è interrotto. Proprio perché la parola definitiva di “impotenza” e di “impossibile mutamento” non è stata detta. Le questioni più brucianti “restano sul tavolo”, come ha detto il Card. Czerny. E questo è promettente, anche se non risolutivo. In secondo luogo, il mutamento linguistico, il tono poetico e profetico di 3/4 delle pagine del testo (almeno fino al n.85) dice una ripresa potente del linguaggio conciliare, che caratterizza tutto il pontificato di Francesco e che si è fatto udire fin dalle prime parole del marzo 2013. Tutto questo è tutt’altro che un dettaglio irrilevante. E qualifica quella “mutazione del magistero” che alcuni addetti stampa, anche della sala stampa del Vaticano, fanno fatica a capire del tutto e a presentare correttamente.

Nell’Esortazione, riprendendo il Documento finale del Sinodo Amazzonico, si parla con parole bellissime del sogno ecclesiale del Papa di sviluppare una Chiesa dal volto amazzonico, con grande spirito missionario. Però la soluzione alla mancanza di sacerdoti nell’area amazzonica, secondo il documento, è quello  di inviare più missionari nell’Amazzonia. Insomma una soluzione classica. Come reagiranno i vescovi dell’Amazzonia?

Questa domanda, come è giusto, mette a paragone il tono ispirato e profetico della prima parte con le soluzioni “di piccolo cabotaggio” dell’ultima parte. Ma queste soluzioni, appunto, vengono dalla “foresta curiale”. La foresta amazzonica, lo si dice chiaramente, deve elaborarne diverse, a partire da una cultura e da una esperienza ecclesiale diversa, dello stesso cattolicesimo “romano”, ma che vive lontano da Roma, a 10.000 Km. Su questo Francesco è stato molto onesto nell’ammettere che le soluzioni devono essere trovate e assunte dagli esperti “in loco”, non dal papa o dalla curia romana. Questo è molto bello e importante. E consente di guardare con un occhio più sereno e indulgente a quei numeri in cui la “foresta curiale” sembra restare del tutto estranea alla “foresta pluviale” e si ferma alle piccole categorie che sistemano tutto per bene: il prete, la donna, Gesù, Maria, la messa e la confessione. Ma qui si resta senza poesia e senza profezia. Come se non ce ne fosse bisogno.

Anche sui laici e sulle donne si auspica un maggior protagonismo, e c’è il riconoscimento ruolo forte delle donne nelle comunità cristiane amazzoniche, però il papa si scaglia contro la clericalizzazione delle donne. E con questo chiude all’ordinazione delle donne. L’argomento della clericalizzazione è un argomento forte. Dov’è il limite del Papa?

Sicuramente il testo è capace di poesia anche nel pensare diversamente la Chiesa. E in questo dipende profondamente dalla tradizione conciliare. Ma quando riflette su questi profili “istituzionali” il discorso utilizza un linguaggio che pare non del tutto all’altezza della sfida. Anche lo stesso termine “laici”, che pure viene usato con vera determinazione e grande apertura, è un termine troppo limitato. Soprattutto nel momento in cui diventa speculare e reciproco a “chierici”. La insistenza sui laici in un certo modo legittima quella lettura clericale dei chierici e della donna, del sacerdozio e dei sacramenti, che in QA appare stanca e datata. Lì il sogno si spegne, resta solo una “insonnia preoccupata”, che rischia la paralisi. Qui è anche evidente come, rispetto al tono di Amoris Laetitia, la Chiesa fa fatica a condividere una teologia del ministero davvero aggiornata e comune. Una teologia dinamica è oggi più facile per pensare la famiglia che per pensare il sacerdozio. Su questo anche i teologi portano la loro bella responsabilità. D’altra parte come si potrebbe concepire una Commissione che studia il possibile diaconato femminile, se fosse solo un modo di esporre le donne al rischio di clericalismo? Dovremmo forse proteggere le donne dal contagio del ministero ordinato? Queste argomentazioni sono fragilissime in sé, e sicuramente non aiutano a comprendere la foresta amazzonica. Ma, lo ripeto, è bello che non pretendano di chiudere il discorso, perché lasciano aperto il testo del documento di fine sinodo, che su questi temi parla con la competenza della vita, della sofferenza e della passione.

Al di là di questi “limiti” c’è comunque un messaggio positivo per la Chiesa universale?

Su questo punto vorrei dire due cose diverse. La prima riguarda la natura “speciale” del Sinodo sulla Amazzonia. Spesso dimentichiamo che questo sinodo ha avuto, fin dall’inizio, carattere non universale, ma speciale. D’altra parte il cattolicesimo, negli ultimi secoli, sperimenta una certa difficoltà a fare i conti seriamente con la particolarità e la specialità delle questioni. Il testo, almeno nei suoi primi tre sogni, è molto ricco di questa “specializzazione” e pensa davvero a fondo le esigenze di “inculturazione” che scaturiscono da questo approccio. La seconda cosa, legata a questa prima, è proprio che a livello universale dobbiamo scoprire il valore “particolare” delle esperienze ecclesiali che viviamo. E dobbiamo poter concepire forme ministeriali, forme di esercizio del sacerdozio, forme di servizio alla Chiesa, riconosciute nel loro esercizio da parte di uomini sposati e di donne, che non siano pensati soltanto dalla logica un pochino ossessiva della conformità con la “foresta curiale”, che misura tutta la realtà tra via della Conciliazione e Piazza S. Pietro. Dal Concilio Vaticano II in poi, l’universale fa i conti con le culture, con le lingue e con i sogni di 5 continenti diversi. Ormai anche il Papa sa di far parte, già con il suo corpo, di questa complessità interculturale e continentale.

Veniamo ora agli aspetti sociali, culturali ed ecologici dell’esortazione. Per ciascuno di questi il Papa ha “disegnato” un sogno. “Sogni” che formano una via amazzonica allo sviluppo integrale della società. Che tipo di conseguenze politiche avrà l’esortazione?

Penso che questo aspetto del testo, che proprio in prospettiva “speciale” suona come del tutto prioritario, possa essere valutato come una spinta formidabile alla difesa della dignità e delle culture che la regione panamazzonica vive con incertezza e con trepidazione. Qui non mi sembra che il testo mostri incertezze.

Una battuta finale sulla Sinodalità. Pensa che questo sviluppo del Sinodo Amazzonico influenzerà il Sinodo tedesco?

Non ci sono “sinodi speciali o locali o nazionali” che possiamo leggere come “dispute accademiche” su temi universali. Viceversa ci sono Chiese che, in Amazzonia o in Germania, riflettono sulla tradizione e assumono orientamenti, indirizzi e decisioni. Questa è la tradizione sinodale. Il fatto che ci siano queste possibilità riconosciute e istituite è già il frutto di un cammino di trasformazione che dobbiamo riconoscere come positivo.  Una possibilità di trasformazione del ministero ecclesiale, ordinato o non ordinato, è nella logica della tradizione e delle cose. Non credo che vi sia, immediatamente, una influenza tra sinodi locali, visto che, pur all’interno della medesima tradizione, si deve rispondere a e di storie e forme ecclesiali tra loro assai diverse. Come ha detto un bravo commentatore, il documento di Francesco non si intitolava: “Amazzonia in veritate”, o “De virginitate in Amazzonia”, ma “Querida Amazonia”. Della logica sinodale è costitutiva una “contingenza” che non si lascia dominare da alcuna universalità astratta. Prendersi cura, con passione, delle Chiese particolari e locali esige la elaborazione di procedure nuove, che stanno nascendo lentamente in Amazzonia, in Germania ed anche a Roma, ossia in una città che talvolta appare come “foresta oscura”, ma che sa essere anche bosco ameno, prato ridente e comunità viva.

La preziosa eredità di San Giovanni Paolo II vive nella Chiesa di Francesco. intervista a Giacomo Galeazzi

Chi ha paura, ancora oggi, di Papa Giovanni Paolo II?

A questa domanda cerca di rispondere un libro, uscito proprio all’inizio dell’anno del centenario della nascita di Karol Wojtyla, scritto da due importanti vaticanisti: Giacomo Galeazzi e Gianfranco Svidercoschi. Il titolo del libro è emblematico: “Chi ha paura di Giovanni Paolo II. Il Papa che ha cambiato la storia” (Ed. Rubbettino). Con Giacomo Galeazzi,   vaticanista della Stampa, in questa  intervista mettiamo in evidenza i punti strategici del pontificato di Wojtyla.

Giacomo Galeazzi, il vostro libro (scritto insieme all’amico Gian Franco Svidercoschi) esce proprio nell’anno del centenario della nascita di Karol Wojtila. Allora proprio, come prima domanda, dal titolo : chi ha paura di Giovanni Paolo II?

 “Gli ambienti permeati dal peggior clericalismo. Parto da un esempio. L’accusa al recente Sinodo dei vescovi sullAmazzonia è arrivata da settori tradizionalisti: autorizza riti pagani in Vaticano e nella parrocchia di Santa Maria in Transpontina, oltre a legittimare eresie dottrinarie. Nel 1986 dagli stessi ambienti ultraconservatori arrivarono gli attacchi allincontro interreligioso di Assisi: consente agli animisti di sgozzare polli sullaltare della chiesa di Santa Chiara per compiere i loro riti, oltre a favorire il sincretismo religioso. Ieri ad essere criticato era San Giovanni Paolo II, oggi Jorge Mario Bergoglio. Veniva da lontano, lidea di una via religiosa alla pace”.A lanciarla, per primo, era stato Dietrich Bonhoeffer. Infuriava il nazismo e leroico pastore luterano, fatto più tardi uccidere da Hitler, aveva proposto unAssemblea mondiale delle Chiese cristiane che gridasse “la pace di Cristo al mondo impazzito e teso ad autodistruggersi“.  Ad aver paura di Wojtyla. sono sempre stati coloro che per spirito di conservazione del loro potere hanno cercato di boicottarlo e fraintederlo. Tre mesi dopo lelezione, in Messico, Giovanni Paolo II pronunciò delle parole rivoluzionarie. “La Chiesa vuole mantenersi libera di fronte agli opposti sistemi, così da optare solo per luomo”. Abituati, dai tempi di Costantino, a combattere o a cercare lalleanza della Chiesa, a seconda che la Chiesa si opponesse ai loro interessi o li sostenesse, Stati e regimi politici si trovarono spiazzati – e impauriti” – a scoprire una Chiesa che si liberava definitivamente dal fardello delle collusioni ideologiche e politico-economiche. 130 Tentarono di volta in volta di appiccicargli le etichette più diverse. Ma Giovanni Paolo II – parlando di pace, di giustizia e in difesa della vita – non fece altro che rivendicare la verità di Dio. E, per ciò stesso, la verità sulluomo”..

Sappiamo quanto sia imponente la personalità di Wojtila. Il vostro libro è un tentativo, autorevole, di riproporre all’opinione pubblica (non solo cattolica) gli elementi strategici del Pontificato wojtiliano. Partiamo dal primo: il suo Cristocentrismo. Ricordiamo la sua prima omelia : “Aprite, spalancate le porte a Cristo”…. È un Cristocentrismo vissuto in maniera “apocalittica” (in senso positivo ovviamente). È così?

Cristo è al centro. Traccio un identikit del sacerdozio secondo Wojtyla. Un prete impegnato in prima linea nel sociale che al tempo stesso però difende la vita e la famiglia, i migranti e le fragilità. Per capirci, una figura simile a don Aldo Buonaiuto, il sacerdote anti-tratta della Comunità Papa Giovanni XXIII. fu papa Wojtyla a dare una poderosa spallata a quella che una volta aveva criticato come «lantica unilateralità clericale»; ma fu poi la realtà” profonda del cattolicesimo, sotto lazione dello Spirito, a emergere alla superficie, a imporre nuovi protagonisti – i giovani, i movimenti, le donne – e nuove vie – il passaggio da una Chiesa gerarchica, clericale, a una Chiesa più comunitaria, più laicale, più popolo di Dio. Ma va anche ricordato che, questo progetto di Chiesa, si imbatté in forti resistenze, subì ritardi e addirittura correzioni di rotta”, e, in genere, andò incontro a molte incomprensioni. E non sempre a causa di una vera e propria opposizione, ma anche, non di rado, per pigrizia”, per timore delle novità. Fu quanto accadde, con diverse intensità, sia nella Curia romana, sia in non poche diocesi, e perfino in numerose parrocchie. Dove spesso – per la persistenza di un autoritarismo clericale, quello del parroco-padrone – i laici continuavano a essere esclusi da qualsiasi responsabilità. Ma già Giovanni Paolo II, per primo, aveva messo in conto tutto questo. Sapeva bene come le rivoluzioni, specialmente quelle spirituali, avessero bisogno di tempi lunghi, prima di riuscire a entrare nelle coscienze e, più ancora, nelle strutture. Infatti, il Papa non si preoccupò più di tanto, quando venne a sapere dellesistenza di un fronte del no”. A lui importava seminare, e cioè che, nellhumus profondo del cattolicesimo, si depositasse questa immagine di una Chiesa rinnovata. Più che un uomo di governo, Wojtyla si sentiva fondamentalmente un pastore, un vescovo, e non era ossessionato dal fare-per-fare, o dal vederne subito i risultati”.

Il secondo elemento strategico, che ho colto dalla lettura del vostro libro è la critica antropologica alle ideologie: prima al comunismo e poi al capitalismo imperante. Come si sviluppa questa via “antropologica” nel discorso sociale di Giovanni Paolo II?
C’è un episodio che trovo rivelatore. Wojtyla era convinto che la Chiesa fosse credibile nella sua voce esterna solo dopo un processo di revisione e di purificazione interna. Per parlare alluomo e delluomo la Chiesa deve emendare le proprie colpe storiche. essere Finito il Giubileo del 2000, condensando e commentando il tutto nella sua splendida lettera apostolica, Giovanni Paolo II verso la fine se ne uscì con quellincredibile passaggio: «Ho chiesto alla Chiesa di interrogarsi sulla ricezione del Concilio. È stato fatto?». Un interrogativo che, non essendo poi seguito da una risposta, aveva un che di estremamente critico o di provocatorio, o tutti e due. Voleva dire che nessun vescovo – nessuno! – aveva toccato largomento. Nessuno aveva fatto sapere come fosse andata, nella propria diocesi, lattuazione dei documenti conciliari. Si sarebbe tentati di chiedersi: ma come fa un Papa, con un episcopato così, a cambiare ciò che non va nella Chiesa? Papa Wojtyla sapeva bene che il cammino che aveva scelto sarebbe stato lastricato di ostacoli e di incomprensioni. E che avrebbe suscitato inevitabilmente un certo malessere in non pochi credenti: disorientati di fronte alla prospettiva – erronea, certo, ma più che comprensibile – che la storia della Chiesa non fosse altro che una serie ininterrotta di colpe, di ombre oscure. E molto probabilmente, proprio a motivo di queste preoccupazioni, Giovanni Paolo II decise di percorrere la strada dei mea culpa”, come vennero poi chiamati, sostanzialmente da solo”.

Questa critica “antropologica” fa da supporto al suo disegno geopolitico. E su questo bisogna essere molto chiari: Nel pensiero di Giovanni Paolo II non c’è spazio per i nazionalismi e i sovranismi. È così?

Nulla è più lontano da Wojtyla della prospettiva suprematista. Chi oggi cerca strumentalmente di arruolarlo tra i suprematisti non conosce il suo pensiero. Al tempo stesso il suo sguardo era rivolto al mondo senza essere mai mondialista. Giovanni Paolo II era convinto della necessità di riformare in profondità lOnu e, in diversi Angelus, richiamò esplicitamente il personale diplomatico delle organizzazioni internazionali a cambiare strada sui temi bioetici. «Nel Consiglio di sicurezza, per esempio, serve una migliore rappresentatività. La composizione a quindici membri è stata ritoccata negli anni 60 e in mezzo secolo i membri delle Nazioni Unite sono arrivati a quasi duecento: la Santa Sede esorta a fare una riforma», sottolinea il cardinale Martino. E quella di Wojtyla contro il mondialismo è stata «una illuminante strategia per lazione, presente e futura, della Chiesa nella società, a partire dallattenzione ai diritti umani e dalla proposta di un umanesimo integrale, aperto al trascendente». Quello di Giovanni Paolo II è stato un attivismo morale più vigoroso di quello dei sui predecessori, teso a far accettare la legittimità della questione morale in seno ai dibattiti secolari. E, sottolinea il cardinale Martino, contro Karol Wojtyla «hanno agito potenti lobbies culturali, economiche e politiche mosse prevalentemente dal pregiudizio verso tutto quello che è cristiano: nuove sante inquisizioni piene di soldi e di arroganza perché contro la Chiesa cattolica e i cristiani ogni metodo è lecito se serve a zittirne la voce; dallintimidazione al disprezzo pubblico, dalla discriminazione culturale allemarginazione». Ne è un esempio la disinvolta e allegra maniera con cui queste lobbies promuovono tenacemente la confusione dei ruoli nellidentità di genere, sbeffeggiano il matrimonio tra uomo e donna, sparando addosso alla vita, fatta oggetto delle più strampalate sperimentazioni”

 Una parola bisogna dirla sulla visione di Europa che aveva Giovanni Paolo II. Come dimenticare il discorso a Strasburgo, al Parlamento Europeo, nel 1988. Il sogno di una Europa riconciliata… Est e Ovest, i due polmoni, ma anche con l’ambiente. Un Papa europeista. È così?

Si. E per capirlo compiutamente scorriamo rapidamente, come in un documentario, i fotogrammi di questa storia. Cominciamo dalla Seconda guerra mondiale, dai due totalitarismi di segno opposto ma di uguale ferocia che si erano succeduti. E, proprio per la conoscenza diretta che ne aveva dovuto fare, in Wojtyla – e sarà uno dei princìpi ispiratori del suo pontificato – si era rafforzata «la sensibilità per la dignità di ogni persona e per il rispetto dei suoi diritti, a partire dal diritto alla vita». Quindi, riprendendo il filo della storia, la spaventosa vicenda della Shoah, i campi di sterminio e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, lEuropa tagliata in due dalla cortina di ferro”, la Guerra fredda… Finché, sul quadrante della storia, era scoccata unaltra data fondamentale: il 9 novembre del 1989. Una data che aveva segnato la fine della divisione del continente europeo. «Una delle più grandi rivoluzioni della storia», aveva commentato Giovanni Paolo II. Anzi, inquadrandola in una dimensione di fede, laveva accolta come un intervento divino: «Come una grazia». In pochissimi anni, era cambiato il corso della storia. Era caduto un impero che sembrava incrollabile. Erano falliti i messianismi politico-economici, avvelenati dalle loro stesse false ricette. E tuttavia, non aiutato”, non sostenuto, e anche non capito da un certo mondo politico, convinto che labbattimento di un sistema” significasse automaticamente il trionfo del sistema” opposto, quel cambiamento – perché, comunque, fu un grande cambiamento – durò poco; o, almeno, non si sviluppò come si sarebbe sperato. Ricominciò la via crucis del mondo contemporaneo. Centinaia di milioni di donne, uomini, e specialmente bambini, ridotti alla fame, alla miseria. Oppure costretti a subire le tragiche conseguenze della esplosione di nazionalismi, di razzismi, di fondamentalismi, di conflitti armati, e infine di un terrorismo, quello islamico, diffuso su scala planetaria. E, nello stesso tempo, una serie infinita di orrori, di veri e propri genocidi. Le pulizie etniche” nellex Jugoslavia. La prima guerra del Golfo. L11 settembre. La strage in Afghanistan. La seconda, ancora più inutile e devastante, guerra del Golfo. E i tanti attentati, dallEuropa allAfrica, allAsia”.

Anche sull’America Latina il Papa Giovanni Paolo II ha ancora qualcosa da dire. Sappiamo, però, quanto fu complicato il suo rapporto con quel continente…

Nel rapporto con lAmerica Latina va fatta piazza pulita di alcuni fraintendimenti. Nella concezione integralmente umana e cristiana di Karol Wojtyla, in ogni economia e in ogni società andavano garantite la destinazione universale dei beni della terra, la garanzia della proprietà privata come condizione indispensabile dellautonomia individuale, il rifiuto di considerare il lavoro come mera merce, la promozione di una ecologia umana, il ruolo sociale dello Stato, la necessità di una democrazia basata sui valori. Nellintervista concessa a Jas Gawronski il 2 novembre 1993 e pubblicata da «La Stampa», Giovanni Paolo II precisò che «il comunismo ha avuto successo in questo secolo come reazione ad un certo tipo di capitalismo eccessivo, selvaggio, che noi tutti conosciamo bene: basta prendere in mano le encicliche sociali, e soprattutto la prima, la Rerum Novarum, nella quale Leone XIII descrive la situazione degli operai a quei tempi». E, proseguì Karol Wojtyla, «lha descritto a suo modo anche Marx e la realtà sociale era quella, non cerano dubbi, e derivava dal sistema, dai princìpi del capitalismo ultraliberale». Quindi «è nata una reazione a quella realtà, una reazione che è andata crescendo e acquistando molti consensi tra la gente, e non solo nella classe operaia, ma anche fra gli intellettuali».Insomma, secondo il Papa cera un «nocciolo di verità nel marxismo e questa non è una novità, è stato sempre un elemento della dottrina sociale della Chiesa, lo diceva anche Leone XIII e noi non possiamo che confermarlo. Del resto è anche quello che pensa la gente comune. Nel comunismo c’è stata una preoccupazione per il sociale, mentre il capitalismo è piuttosto individualista”.

Un altro punto strategico, come hai ricordato prima, è quello dell’incontro di Assisi. Impressionante fu quell’incontro. Un incontro che alcuni, nella Chiesa, tentarono di ridimensionare. Ma che oggi, a distanza di anni, si può ben considerare una pietra miliare per il dialogo e la fraternità tra le religioni. È così?

La Giornata mondiale di preghiera per la pace (onorata dalla sospensione delle guerre in tutto il mondo, non una sola vittima) fu certamente liniziativa più audace, più coraggiosa, più “nuova” di Giovanni Paolo II, ma anche la più contestata. Lo stesso Wojtyla, seppure in tono scherzoso, raccontò di come per poco non lo scomunicassero”. Alcuni cardinali e non pochi curiali protestarono per il presunto sincretismo, per laver messo le religioni tutte sullo stesso piano. Ma non era stato così. Invece, quella Giornata rappresentò come uno spartiacque nella storia dei rapporti tra le religioni, dopo secoli di divisioni, di contrasti, di incomprensioni. Ed è stato un grande merito della Comunità di santEgidio, laver tenuta accesa la fiaccola” di Assisi e averla portata in giro in tutto il mondo. Giovanni Paolo II aveva maturato la convinzione che la sapienza” di Dio, anziché riservata solamente ad alcuni, fosse una porta spalancata a tutti gli uomini. Un punto di convergenza in cui i credenti delle diverse religioni avrebbero potuto riconoscersi come figli di uno stesso Padre e, addirittura, come fratelli . Una preghiera mondiale per la pace In più, cera da tener conto del continuo aggravarsi della situazione internazionale”. Alla fine, Giovanni Paolo II ebbe un quadro preciso, e ruppe ogni indugio: Una preghiera di tutte le religioni per la pace, ecco che cosa ci vuole”. E decise che la città di san Francesco fosse la sede più adatta per un evento del genere. E così fu così. Per la prima volta, il 27 ottobre del 1986, ad Assisi, i rappresentanti di tutte le religioni, ossia di più di quattro miliardi di donne e di uomini, si trovarono a pregare nello stesso luogo, nello stesso momento, per chiedere allAltissimo il dono della pace”. Le preghiere erano diverse. Diverso il modo di pregare. Diverso anche il destinatario”, alcuni rivolgendosi a un Dio unico, altri a un Assoluto impersonale, senza nome”.

E da ultimo il Papa del no alla guerra in Iraq e del dialogo con l’Islam. Cosa resta di questo insegnamento?
Resta limpostazione di fondo. Già nel 1991, in occasione della prima guerra del Golfo, Giovanni Paolo II, proponendo di metter mano a una riforma del diritto internazionale, aveva opposto un rifiuto assoluto al ricorso alle armi come strumento per regolare i rapporti tra gli Stati. «La guerra – diceva – è unavventura senza ritorno».«Non è una fatalità; essa è sempre una sconfitta dellumanità». E, tale convinzione, il Papa laveva immediatamente ribadita al profilarsi del secondo conflitto del Golfo (o guerra dIraq), per il quale non cera più nemmeno l’“attenuante” etica di dover porre rimedio a una invasione, quella del Kuwait. In più, nel giudizio di Wojtyla, questa operazione militare internazionale – per le motivazioni stesse che ne erano allorigine – portava in sé un carico enorme di pericolosità. Per il rischio di nuovi estremismi, e di «tremende conseguenze» sia per le popolazioni dellIraq sia per lequilibrio geopolitico dellintera regione mediorientale. Papa Wojtyla comunque non si era limitato a mettere in guardia i diretti responsabili, Saddam Hussein, presidente Usa e membri del Consiglio di Sicurezza. Si era anche adoperato – con i suoi strumenti”, sia spirituali che diplomatici – per una vasta opera di prevenzione. 113 Aveva proclamato una Giornata di digiuno e preghiera per la pace in Medio Oriente. Aveva parlato di quel gravissimo argomento con molti capi di Stato. E aveva inviato due suoi personali ambasciatori, a Baghdad e a Washington, per un estremo tentativo. Era stato il cardinale Roger Etchegaray, a incontrare i governanti iracheni. I quali, per la verità, si erano detti disposti a collaborare con gli ispettori delle Nazioni Unite (incaricati di verificare che venisse eliminato «ogni motivo di intervento armato»); ma si erano mostrati assai reticenti circa le accuse di possedere le cosiddette«armi di distruzione di massa», e di sostenere il terrorismo islamico. Atteggiamento non proprio negativo, ma fortemente ambiguo e, quindi, pericoloso. Laltro inviato pontificio, il cardinale Pio Laghi, aveva parlato con il presidente americano, George W. Bush. Il quale, senza neppure leggere la lettera inviatagli da Giovanni Paolo II, aveva risposto che comprendeva perfettamente le ragioni morali del Papa (secondo alcune fonti, invece, si sarebbe detto addirittura convinto che fare la guerra allIraq fosse la «volontà di Dio»), ma non poteva ormai tornare indietro. Anche perché aveva imposto un ultimatum di quarantotto ore a Saddam Hussein”.

Ultima domanda : alcuni circoli di cattolici di destra, supportati dai sovranisti, mettono in contrapposizione Giovanni Paolo II e PAPA FRANCESCO. Mi sembra unoperazione scorretta. Per te? 

Euna strumentalizzazione di corto respiro. Chi attacca oggi Bergoglio, criticava ieri Wojtyla. Torno allesempio iniziale. Per la prima volta nella storia, il 27 ottobre 1986, i leader delle grandi religioni mondiali si incontrarono per dialogare e pregare per la pace. Si aprì una nuova stagione di dialogo, che ha contribuito a superare incomprensioni, diffidenze e chiusure. “La pace è un cantiere aperto a tutti”, disse Giovanni Paolo II in un mondo segnato dalle tensioni della guerra fredda. 33 anni dopo Francesco ha chiuso in Vaticano il Sinodo dei vescovi sullAmazzonia. Una coincidenza di date che ha scatenato dietrologie negli ambienti ultra-trazionalisti che accomunano Giovanni Paolo II e Jorge Mario Bergoglio nellaccusa di eresia, sincretismo religioso e negazione del Magistero tradizionale della Chiesa”.

“Ratzinger e Sarah, Una obbedienza filiale da brividi”. Intervista ad Andrea Grillo

Le anticipazioni del libro di Ratzinger e Sarah, che uscirà mercoledì in Francia, stanno facendo discutere l’opinione pubblica mondiale. Il libro tratta del celibato del Sacerdozio cattolico. Un tema discusso, anche, nel recente Sinodo amazzonico di Ottobre. In quell’occasione l’assemblea si era espressa, a grande maggioranza, per l’ordinazione dei viri probati. Ed è proprio contro questa apertura che si scagliano i due autori del libro. Un estremo tentativo, dell’ala conservatrice, di condizionare Papa Francesco?
Ne parliamo, in questa intervista, con il teologo Andrea Grillo docente di Teologia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma.

Professore, ieri le Figaro ha pubblicato, in esclusiva mondiale, alcuni brani del prossimo libro di Benedetto XVI (il papa emerito) scritto insieme al Cardinale Sarah. Il libro uscirà in Francia mercoledì. Il titolo “Des profondeurs des nos coeurs” è emblematico, vuole essere, quasi, una supplica al Papa regnante perché non ceda alla richiesta, contenuta nel documento finale del Sinodo sulla Amazzonia, di aprire il sacerdozio, a certe condizioni, ai viri probati. Insomma, pur manifestando obbedienza filiale al Papa, l’anima conservatrice non rinuncia minimamente a condizionare pesantemente Papa Francesco. Qual è il suo giudizio?

L’obbedienza filiale ha molti volti. Si può anche obbedire come il figlio maggiore della parabola e vivere la comunione pieni di risentimento. Ad ogni modo vi è stato un Sinodo, al quale il Card. Sarah ha partecipato, e che ha aperto una fase di ripensamento delle forme di identificazione dei candidati al presbiterato, almeno in Amazzonia. Tutto questo può essere anche discusso o contestato, ma parlare come se l’eventuale documento del papa che autorizzasse questa riforma fosse una “catastrofe”, appare un modo irresponsabile di porsi nella vita della Chiesa. La obbedienza filiale assomiglia in questo caso ad un individualismo smisurato e ad una mancanza di rispetto verso le diverse condizioni che vivono le Chiese nei diversi continenti. In una vicenda come questa, ed anche nelle reazioni ufficiali, si tocca con mano che nella Chiesa uno dei peccati più diffusi è quello di usare parole vuote. A mio avviso il termine “obbedienza filiale” può essere utilizzato per parlare di queste dichiarazioni solo facendo abbondante ricorso ad un linguaggio segnato da clericalismo e da ipocrisia. In tutta onestà, qui io non trovo alcuna obbedienza e tanto meno figliolanza. La retorica ecclesiastica in questi casi è un rimedio peggiore del male. Chiamare le cose con il loro nome resta sempre il primo atto che la fede ci chiede. E lo chiede tanto ai pastori, quanto ai teologi, quanto ai giornalisti.

Apriamo una piccola parentesi. Riguarda il “papa emerito”. Sappiamo, dal diritto canonico, che un papa che rinuncia al proprio ufficio non è più papa. Insomma aver consentito di usare un titolo come quello di “papa emerito” rischia di creare non pochi problemi alla comunione ecclesiale. Perché Ratzinger non si rende conto di questo?

Credo che la questione del “papa emerito” sia una sfida per la istituzione ecclesiale. Nella sua novità, ha richiesto una certa dose di improvvisazione, che ora stiamo pagando. Il vescovo emerito di Roma non ha più alcuna autorità di ministero. E, fin dall’inizio, ha cercato, credo veramente, di tenere il profilo più basso possibile. Non è un arbitrio ritenere che il ruolo di un “papa emerito”, quando un altro papa è stato eletto dopo di lui, sia evidentemente vincolato ad un estremo riserbo, per non dire ad un “silentium incarnatum”. Questa è la conseguenza della concentrazione di potere che il papa ha assunto lungo i secoli. Ogni confusione diventa pericolosa, per la Chiesa in quanto tale. A maggior ragione la cosa diventa del tutto distorta se un vescovo emerito di Roma pretende di esercitare una sorta di “veto” sugli atti che il suo successore deve ancora assumere. Per quanto la si circondi di un’aura spirituale, orante, filiale e paterna, questo non è il set di un film. E deve essere gestito con assoluta chiarezza, senza lasciar adito a dubbi.

Torniamo al contenuto del libro. Stando alle anticipazioni gli autori espongono, sentito come un dovere morale, le loro riflessioni sul Sacerdozio cattolico. Per loro il sacerdozio e il celibato sono “uniti fin dall’inizio della” nuova alleanza”di Dio con l’umanità stabilita da Gesù, la cui oblazione totale è il modello stesso del Sacerdozio”. Insomma, per i due autori, c’è una “astinenza ontologica”…. Il termine è assai forte.…

Mi pare, però, che proprio su questo piano ciò che viene scritto nel libro sia teologicamente troppo fragile, quasi imbarazzante. Sembra più il frutto della penna incerta di Sarah che della mano sicura di Ratzinger. Le argomentazioni con cui si vorrebbe giustificare la “immodificabilità” dei criteri di selezione dei prebiteri sono stentate, zoppicanti, ingenue o paradossali. Da due pastori con così grande responsabilità il popolo di Dio si aspetterebbe qualche maggiore motivazione, per giustificare il fatto di aver assunto una posizione drastica come quella che hanno voluto manifestare. Altrimenti, se le ragioni sono davvero quelle indicate, sembra di assistere alla resistenza un poco cieca dello “status quo”, contro ogni possibile cambiamento.

Un altra affermazione, a me sembra malata di catastrofismo, è quella che “la possibilità di ordinare uomini sposati rappresenterebbe una catastrofe pastorale, una confusione ecclesíologica e un oscuramento della comprensione del Sacerdozio”. Qui ogni apertura è cedimento allo spirito del mondo. Non è esagerato tutto questo?

Appunto: esagerazione. Una grande esagerazione. Il Card. Sarah non è nuovo a queste esagerazioni, sempre in relazione ai Sinodi. Si ricorderà come, durante il Sinodo sulla famiglia, in un suo intervento paragonò “fondamentalismo e gender” alle “bestie dell’Apocalisse”. Ogni mutamento rispetto alla struttura della Chiesa ottocentesca viene percepito come cedimento, tradimento, resa al mondo moderno e alle sue rovine. Il pregiudizio antimoderno diventa il criterio di un discernimento senza sfumature. E che presuppone una idea di Chiesa e di Sacerdozio vecchia di quasi 200 anni.

Eppure nella Chiesa latina vi sono sacerdoti sposati… Sono causa di catastrofi?

Non mi pare proprio. La tradizione latina conosce il presbitero uxorato. Ma la chiesa di oriente conosce quasi solo presbiteri uxorati. Un minimo di conoscenza del mondo e delle diverse tradizioni ecclesiali dovrebbe suggerire un giudizio meno drastico, più sfumato, più attento. Soprattutto più informato. Penso che anche un certo provincialismo curiale non sia estraneo a questo modo di esprimersi, che appare rozzo e autocentrato.

Ultima domanda: Quest’ultima uscita di Ratzinger svela, ancora una volta, il paradigma di fondo di una parte della Chiesa: la paura della storia. È così professore?

A me sembra che questo testo abbia un grande valore: manifesta la persistenza ostinata di un modello di autocomprensione della Chiesa che definirei “dispositivo di blocco”. La Chiesa non ha alcuna autorità, se non quella di ripetere quello che è stata nel passato. E per questo deve solo respingere ciecamente ogni cambiamento. Può contare soltanto sulle “tre cose bianche”: l’ostia, l’immacolata e il papa. Come è evidente il dispositivo entra in crisi quando una delle tre “cose bianche” non si piega ad essere stereotipato a restare senza autorità, e inizia ad aver fiducia di poter iniziare percorsi di cambiamento e di riforma. Se la Chiesa esce dal museo e si riscopre giardino, può fiorire. Ma i profeti di sventura, alla prima brezza fredda, o alla pioggia più intensa o al primo sole cocente, sono subito pronti ad esprimere la loro nostalgia per l’aria condizionata, i sistemi di sicurezza e la silenziosa prevedibilità ovattata che il museo loro garantiva. Francesco conosce bene il funzionamento cieco di questo “dispositivo”. E non si lascerà ridurre a “cosa bianca”.

 

“E’ stato un Sinodo profetico”. Intervista a Francesco Antonio Grana

(AP/Alessandra Tarantino)

Si è concluso, in Vaticano, l’importante Sinodo sull’Amazzonia. Facciamo con Francesco Antonio Grana, vaticanista del www.ilfattoquotidiano.it, un piccolo bilancio.

 

Francesco, si è appena concluso il Sinodo sull’Amazzonia. Un Sinodo, per diversi motivi, che è stato definito storico. Facciamo un piccolo bilancio. Qual è il frutto più maturo che lascia alla Chiesa universale?

 

Quello sull’Amazzonia è stato il quarto Sinodo di Papa Francesco in quasi sette anni di pontificato. Sicuramente un primo frutto di questa assemblea speciale è di aver portato nel cuore della Chiesa cattolica i popoli dell’Amazzonia con le loro tradizioni, le loro culture, i loro problemi insieme alla risorsa ambientale preziosa e insostituibile che quella regione rappresenta per la salvaguardia dell’intero pianeta e della vita sulla terra. Ciò non solo perché viviamo in un mondo globale, ma proprio perché la foresta amazzonica è davvero il polmone del mondo. Mettere al centro questa realtà, senza pregiudizi, ma ascoltando la voce dei diretti protagonisti è un grande merito di Francesco e del Sinodo.

 

Sempre più, con Papa Francesco, il Sinodo diventa strategico per il cammino della Chiesa. Questo nonostante le resistenze del partito curiale, è così?

 

Il Papa lo ha detto nel primo discorso che ha pronunciato nell’Aula del Sinodo parlando proprio del “disprezzo”. “Mi è dispiaciuto molto sentire qui dentro un commento beffardo su quell’uomo pio che portava le offerte con le piume in testa. Ditemi: che differenza c’è tra il portare piume in testa e il ‘tricorno’ che usano alcuni ufficiali dei nostri dicasteri?”. È un’affermazione forte che risponde a chi in queste tre settimane ha storto il naso per il Sinodo sull’Amazzonia. Ma anche a chi, soprattutto all’interno della Curia romana, non ama questo strumento collegiale voluto da San Paolo VI dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II. Non è un caso se Montini non ha voluto che il Sinodo fosse deliberativo, ma soltanto consultivo. L’ultima parola, ieri come oggi, spetta al Papa. I padri sinodali offrono al Pontefice un documento finale, ma poi è il vescovo di Roma a dover decidere e a comunicare le sue scelte attraverso un’esortazione apostolica. Sicuramente la collegialità è un processo strategico in questo pontificato, ma è iniziata col Vaticano II.

 

L’assemblea ha prodotto un bellissimo documento finale. C’è una parte “geopolitica” (definiamola così) che colloca la Chiesa nella difesa dell’Amazzonia come “consustanziale” alla evangelizzazione. È così?

 

Riconoscere l’Amazzonia, coi suoi popoli e il suo creato, come risorsa preziosa per il mondo e per la Chiesa cattolica significa difendere questa realtà. Nel documento finale si condanna in modo chiaro “un’evangelizzazione in stile colonialista”. Da ciò deriva un autentico rispetto che soprattutto gli uomini di Chiesa, ma ovviamente non solo loro, devono avere nell’approccio con i popoli di questa regione.
Apriamo una piccola parentesi. Al Sinodo hanno partecipato i rappresentanti dei popoli amazzonici. Hanno portato la loro cultura e la loro fede nel centro della cattolicità. Eppure qualcuno ha gridato allo scandalo, parlo delle statue delle divinità amazzoniche che sono state ospitate in una Chiesa di via della Conciliazione a Roma. Qualcuno ha affermato che si è trattato di un cedimento al “paganesimo”. Tanto da organizzare un rosario di riparazione. Non è ridicolo questo?

 

Credo che come sempre le parole del Papa anche su questo aspetto siano state la migliore risposta a chi si è stracciato le vesti per le statuette amazzoniche. Cosa ha detto Bergoglio? Ha chiesto perdono come vescovo di Roma a chi si è sentito offeso dal gesto inqualificabile commesso da alcune persone di buttare nel Tevere cinque statuette. L’inculturazione del Vangelo, tanto cara a San Paolo VI, e il rispetto delle tradizioni religiose, di cui parla Francesco nell’Evangelii gaudium, ci insegnano il rispetto per le culture altre e non a caso non uso il termine diverse.
Torniamo al Sinodo. Tra i compiti del Sinodo c’era quello di trovare nuove strade per una Chiesa dal volto amazzonico. E l’attenzione era tutta puntata sull’ordinazione dei “viri probati” e sul ministero per le donne. Sappiamo che è stato accettato il sacerdozio ai diaconi sposati. Sul ministero, il diaconato, alle donne si rimanda alla ennesima commissione. Eppure le donne hanno fatto sentire la loro voce… Non è umiliante rimandare ancora?

 

Sulle donne la Chiesa è sicuramente molto indietro. Non so se di duecento anni come diceva il cardinale Carlo Maria Martini, però sicuramente tante aspettative che si erano manifestate anche durante il Sinodo sono state profondamente deluse. Viene da domandarsi se non sia arrivato il tempo del riconoscimento di una ministerialità femminile. Eppure nei Vangeli le donne sono le protagoniste principali proprio come gli apostoli. Sono loro a ricevere il primo annuncio della resurrezione. Ma la Chiesa è ancora fortemente maschilista. Si ha forse paura di aprire una porta temendo che si possa arrivare, tra diversi anni, al sacerdozio e all’episcopato per le donne come avvenuto nella Chiesa anglicana. Francamente non avrei questo timore: le donne ieri come oggi sono parte fondamentale della Chiesa, dalla Madonna a Santa Teresa di Calcutta, a Chiara Lubich. Gli esempi sono tantissimi. Ma non è pensabile che il loro servizio prevalente in Vaticano sia quello di fare da serve a cardinali e vescovi. San Giovanni Paolo II ha parlato del “genio femminile”. È giunto il tempo che la Chiesa gerarchica lo faccia fruttare efficacemente.
Ultima domanda: quale sarà la prossima tappa sinodale di Papa Francesco?

 

Dall’assemblea sono stati proposti tre temi tra cui quello della sinodalità. Il Papa ha detto di non aver ancora deciso. C’è anche chi ha chiesto un Sinodo sul celibato sacerdotale, ma credo che sia molto prematuro visti anche i risultati in merito all’apertura ai preti sposati in Amazzonia. Precedentemente Francesco ha voluto due Sinodi sulla famiglia e uno sui giovani. Sicuramente il prossimo avrà un tema ugualmente di grande attualità per il mondo intero, non solo per la stretta geografia cattolica, e sarà anche profondamente collegato al cammino del pontificato missionario di Bergoglio.