Francesco: il Papa della riconciliazione degli opposti. Intervista a Massimo Borghesi

Jorge Bergoglio, Una biografia intellettuale (Ed. Jaca book). Un libro denso, questo di Massimo Borghesi (Ordinario di Filosofia Morale all’Università di Perugia). La formazione intellettuale di papa Bergoglio viene analizzata e ripercorsa nella sua poliedrica ricchezza. Un libro che smentisce i pregiudizi dei denigratori di Papa Francesco.  Con Massimo Borghesi, in questa intervista, ripercorriamo, in sintesi, la riflessione originale di Papa Francesco.

 

 

 

 

Professor Borghesi, questa nostra intervista avviene in un contesto di forte polemica, inscenata dagli avversari integralisti, contro Papa Francesco accusandolo di essere debole “teologicamente e filosoficamente”. A lui , gli integralisti, contrappongono il Papa emerito (lui, per loro, vero teologo). Tutto questo è una manipolazione assurda e fatta in malafede. Il suo libro è la smentita a queste assurdità. Vuole dire una parola su questo pregiudizio.
La lettera di Benedetto indirizzata a Mons. Viganò era, per quanto possiamo capire, una lettera riservata. Essa contiene delle valutazioni che sono state poi messe in secondo piano grazie ad un vero e proprio polverone mediatico suscitato ad arte. Due i giudizi di rilievo. Nel primo Benedetto scrive che si tratta di uno <<stolto pregiudizio [quello] per cui Papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica>>.  <<Papa Francesco – afferma Benedetto –  è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica>>. Nel secondo parla di  <<continuità interiore tra i due pontificati, pur con tutte le differenze di stile e di temperamento>>.  Si tratta di valutazioni di grande significato. In altre occasioni Benedetto aveva espresso pubblicamente la sua stima e la sua sintonia con Francesco. Nella sua intervista con il gesuita Jacques Servais, del marzo 2016, aveva messo in luce il filo rosso che legava gli ultimi pontificati, compreso quello di Giovanni Paolo II: la concezione di Dio inteso come Misericordia. <<Papa Francesco – affermava Benedetto –  si trova del tutto in accordo con questa linea. La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio. È la misericordia quello che ci muove verso Dio, mentre la giustizia ci spaventa al suo cospetto>>. Già allora la continuità manifesta mirava a sconfessare quanti, dentro la Chiesa, tentavano di mettere in contrapposizione papa Wojtyla, e lui stesso, con il nuovo Pontefice. Una linea che ha visto il tradizionalismo cattolico superare di gran lunga il Rubicone con accuse fuori da ogni misura ed intelligenza. Ora, con la sua lettera indirizzata a Viganò, Benedetto torna a confermare questa “continuità interiore”, che non vuol dire psicologica ma ideale.  Personalmente non posso che essere profondamente contento di questi giudizi del Papa emerito. Essi confermano le tesi del mio volume: quella sulla profonda formazione intellettuale di Bergoglio e l’altra, sulla continuità ideale dei pontificati pur nella differenza di stile e di temperamento.

Veniamo al suo libro. Il suo saggio è  molto ricco di spunti e di approfondimenti. Una vera miniera. Il titolo è indicativo: “Jorge Bergoglio. Una biografia intellettuale”. Lei scava alla ricerca dei filoni di pensiero presenti nelle parole e nell’opera pastorale di Papa Francesco. L’idea che ne traggo, con la Lettura del suo libro, è quello di un Papa “dialettico” (e qui c’è una radice moderna e antica al tempo stesso ), di un uomo che si fa “ponte” tra la modernità latinoamericana, o più specificamente argentina, e quella europea. E’ così?
La scoperta del pensiero “dialettico”, antinomico, di Jorge Mario Bergoglio è, certamente, il nucleo fondamentale del volume. Le radici provengono dalla lettura de La dialectique des “Execices spirituels” d’Ignace de Loyola, un’opera del 1956 di Gaston Fessard che il giovane studente Bergoglio conosce attraverso il suo professore di filosofia, Miguel Angel Fiorito. Nel suo commento agli “Esercizi” di Ignazio, Fessard mostrava l’intima tensione polare, dialettica, che sta al centro della spiritualità ignaziana: quella tra il grande e il piccolo, tra la grazia e la libertà. Il cattolicesimo, dirà de Lubac, costituisce una sintesi paradossale che unifica gli opposti che, sul piano della natura, risultano inesorabilmente divisi. E’ l’idea della Chiesa come coincidentia oppositorum che sta al centro del pensiero di Bergoglio. Da qui deriva un modello sociale, agonico, per cui il bene comune risiede nel perseguire una una conciliazione che non elimina i poli opposti ma ne impedisce la contraddizione e la guerra. Il pensiero di Bergoglio è un pensiero antinomico, proprio di una dialettica cattolica, non hegeliana, che ha i suoi autori di riferimento in Adam Möhler, Erich Przywara, Romano Guardini, Henri de Lubac, Gaston Fessard. Il pensiero antinomico spiega quello che lei chiede, e cioè la concezione integratrice che Francesco ha, nel rapporto tra Europa e America Latina. Tutta la sua formazione, sul modello dei gesuiti, si muove “tra” Argentina  ed Europa. Bergoglio non è semplicemente un Papa “argentino”, come vogliono i suoi detrattori. E’ un Papa che intende il vero come tensione tra globalizzazione universalizzante e particolarità. L’immagine che egli suggerisce è quella del poliedro, del tutto che valorizza le parti.

Tra i cosiddetti opinionisti,”liberali” del nostro Paese, penso a Pera, Panebianco, e a storici come Zanatta, il difetto maggiore del Papa, tra gli altri, è quello di essere, secondo loro, un populista. E per questo di esprimere un anticapitalismo peronista. Non mi sembra che siffatti personaggi abbiano colto la radice,  mi scuso per il gioco di parole, del radicalismo di Bergoglio. Quali radici profonde ha la critica al capitalismo di Papa Francesco?
Coloro che vogliono colpire Francesco lo dipingono come un pericoloso sostenitore della teologia della liberazione latinoamericana degli anni ’70. un filo-marxista. In realtà il futuro Pontefice non ha mai appoggiato questa corrente. La sua Teologia del popolo è la riformulazione argentina, operata dalla Scuola del Rio de la Plata, della teologia della liberazione. L’opzione per i poveri implica il rifiuto del marxismo e della violenza. Il suo non è un populismo ideologico. Lo stesso rapporto con il peronismo è un rapporto critico. Queste distinzioni, vengono sistematicamente ignorate, non bastano agli avversari del Papa.  Così Panebianco, Zanatta, Pera, esprimono, con toni perentori, la distanza con cui l’area laica, liberal, guarda a Bergoglio. L’ideologia occidentalista, capitalista, liberista, vede nel Papa “argentino” un freno al pensiero unico che ha dominato nell’era della globalizzazione. Il Pontefice è un avversario e come tale va trattato. Zanatta ha scritto un articolo per “Il Mulino” in cui afferma che Bergoglio «è figlio di una cattolicità imbevuta di antiliberalismo viscerale, erettasi, attraverso il peronismo, a guida della crociata cattolica contro il liberalismo protestante, il cui ethos si proietta come un’ombra coloniale sull’identità cattolica dell’America Latina». È la critica che troviamo nel filosofo liberal Marcello Pera, il quale, da parte sua, afferma che  <<il Papa riflette tutti i pregiudizi del sudamericano verso l’America del Nord, verso il mercato, le libertà, il capitalismo». Secondo Pera «la sua visione è quella sudamericana del giustizialismo peronista, che non ha nulla a che vedere con la tradizione occidentale delle libertà politiche e con la sua matrice cristiana».  A questi critici vanno sommati i cattolici  conservatori di orientamento teocon, analoghi, nella mentalità a tanta parte del cattolicesimo USA. Torna, in essi, l’opposizione Occidente – America del Sud tipica della destra liberale laica. Questi cattolici, che pensano di combattere per l’intransigenza della dottrina morale,  sono, in realtà, gli strumenti inconsapevoli  di poteri che, a livello mondiale, non amano questo Pontefice.

Torniamo alla “dialettica” bergogliana. Un aspetto fondamentale è quella dialettica tra “centro” e “periferia”. Nella pubblicistica si è semplificato così: Bergoglio è il Papa delle periferie. E’ questo è vero però c’è una riflessione più profonda che sfugge alla semplificazione. Il Papa argentino non fa una operazione sociologica, nemmeno economica, ma compie un salto filosofico, sulla scia della filosofa argentina Amelia Podetti, quello dell’affermare la centralità dell’America Latina nella storia del mondo. Perché è importante questa centralità?
La reazione agli effetti negativi della globalizzazione sorge non da una ideologia ma dalla difesa del pueblo fiel, dalla lotta per conservare quei valori di solidarietà, di sacrificio, di dedizione che il relativismo individualistico e l’ateismo libertino irridono e dissolvono. Per questo il mondo va visto dalla “periferia”. Visto dal “centro” si è come dentro una bolla che non permette di vedere “fuori”, si è parte di una “sfera” in cui tutto è uniforme, senza smagliature. Solo dalla periferia appare il “poliedro”, la diversità dei valori e dei disvalori. Il cardinal Bergoglio ne parlerà nella messa celebrata nel santuario di Aparecida, nel maggio 2007 in Brasile,  durante la Conferenza della Chiesa latinoamericana. Qui ricorse a una straordinaria metafora quando parlò per la prima volta (almeno in un’importante arena pubblica) delle periferias existenciales, le periferie esistenziali. Quasi tutti i vescovi che parteciparono ad Aparecida vivevano in una città nelle cui periferie arrivavano costantemente masse di migranti, e la frase toccò molte corde: evocava non solo le bidonville, ma anche un mondo di vulnerabilità e fragilità, un luogo di sofferenza, brama e povertà, ma anche di gioia e speranza, il luogo dove Cristo aveva scelto di rivelarsi nell’America latina contemporanea. Bergoglio aveva imparato da Amelia Podetti la categoria delle “periferie”. Da lei aveva intuito che il mondo, visto dai suoi luoghi di “fragilità”, assumeva una prospettiva diversa. Era questa la direzione di Aparecida fatta propria da Bergoglio il quale, da vescovo di Buenos Aires, evangelizzò la città a partire dalle periferie. Da qui l’idea di un Vicariato, nato nell’agosto 2009 e coordinato dal P. José Maria Di Paola, padre Pepe, addetto all’impegno pastorale e sociale nelle baraccopoli. L’idea non sorgeva da un’ideologia pauperistica, che Bergoglio non ha mai avuto, ma dalla percezione di un’umanità intrisa di religiosità che costituiva una lezione anche per i quartieri alti della città. E questo anche se nelle villas miseria si rischiava la vita, come accadrà a P. Pepe per la sua opposizione ai trafficanti di droga.

Nel libro viene affrontato, in parte, il rapporto di Bergoglio con la teologia della liberazione, o meglio, con un parte di essa. Che tipo di rapporto è? E’ chiaro che Bergoglio non è un intellettuale astratto . E’ un mistico nell’azione. In questo ambito gioca un ruolo importante il “pueblo fiel”. E’ così?
Come accennavo prima, La “Teologia del pueblo” argentina accoglie, al pari di tutta la Chiesa latinoamericana, l’opzione preferenziale per i poveri. Rifiuta però, in modo categorico, il primato della prassi che la teologia della liberazione mutua dal marxismo. L’unione che il gesuita Bergoglio richiede tra contemplazione e azione è una unione antinomica. E’ la sintesi tra evangelizzazione e promozione umana che sta al centro della dottrina sociale di Paolo VI.  In Bergoglio il “pueblo” è, innanzitutto, il “pueblo fiel”, il popolo credente. In esso la lotta per la giustizia non è separabile dalla sua religiosità, dalla sua fede cristiana. Questo non è un residuo arcaico che deve essere, illuministicamente, spazzato via. E’ il terreno dove germoglia la giustizia, l’impegno comune, il senso di solidarietà. Lo stesso Gustavo Gutierrez, che è il padre della teologia della liberazione latinoamericana, riconoscerà, nel 1988, la verità della Teologia del pueblo. Questo lo porterà ad una autocritica della primitiva versione della teologia della liberazione, dipendente dal marxismo. Bergoglio, da parte sua, dipende dalla Teologia del pueblo, dai suoi maestri: Lucio Gera, Rafael Tello, Juan Carlos Scannone.

Un ruolo fondamentale nel pensiero e nell’azione di Bergoglio, ovviamente, c’è il suo ordine, quello dei gesuiti. Al di là del lato intellettuale, importantissimo, c’è anche la dialettica che l’ordine sviluppa con la modernità E in questo il Papa incoraggia la Compagnia ad essere al largo, in navigazione aperta. Ovvero ad avere un pensiero mai compiuto…Una bella sfida davvero…E questo fa paura alle cittadelle del pensiero unico….E’ così?
Alla conferenza di Aparecida, nel 2007, l’idea di fondo era data da una formula che Bergoglio trovava esemplarmente descritta nella Deus caritas est di Benedetto XVI: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva». E’ la formula riportata  nella lntroduzione del documento conclusivo di Aparecida. Essa verrà ripresa da Francesco nella Evangelii gaudium, al & 7.  Indica il punto d’inizio della fede, ieri come oggi, e, insieme, un giudizio storico sulla deriva “eticistica” che caratterizza il cattolicesimo nell’era della globalizzazione.  Terminata la stagione calda dell’impegno storico di sinistra, tipico degli anni ’70 caratterizzato dalle teologie politiche, della rivoluzione, della speranza, ecc., si assiste, a partire dagli anni ’80, ad una sorta di riflusso, di ripiegamento in un recinto protetto. L’impegno nel mondo è affidato alla difesa di un insieme, definito e selezionato, di valori discendenti dall’etica e dall’antropologia cristiana minacciati dall’onda relativistica che caratterizza il tempo nuovo. In parallelo viene meno l’attenzione per la questione sociale e si attenua fortemente la percezione di una Chiesa missionaria, proiettata, oltre i propri confini, nella dimensione dell’ “incontro”. Il processo di secolarizzazione determina, nel mondo cristiano, una reazione etica, la chiusura nella cittadella ecclesiale, l’indurirsi di un pensiero centrato sulle regole e timoroso di ogni confronto.  Con ciò l’idea di Alberto Methol Ferré, condivisa da Bergoglio,  sulla testimonianza cristiana vissuta come risposta adeguata all’ateismo libertino veniva a perdersi. La Chiesa si oppone ma non è in grado, positivamente, di porsi, di affermare una tipologia umana nella quale l ‘ “attrattiva Gesù” sia più forte dell’attrattiva estetica della società opulenta.  La deriva etica della Chiesa indica una strategia di resistenza, non un’era di rinascita. Questo sbilanciamento etico, per cui l’incontro cristiano cade in secondo piano, permette di chiarire la correzione che ne apporta Francesco nella Evangelii gaudium. Si tratta di rimettere in evidenza ciò che primerea: la grazia di un annuncio trasmessa da una testimonianza umanamente credibile.

Siamo alla fine, Professore, dell’intervista. Concludiamo con un autore caro a Papa Bergoglio: Romano Guardini. L’autore caro a Paolo VI, Benedetto XVI. Guardini è il filosofo dell’opposizione polare.  E la Chiesa è una complexio oppositorun. Se è così, nel tempo del fallimento della globalizzazione, la Chiesa si pone come luogo di riconciliazione. Papa Francesco allora si può definire come il pontefice della riconciliazione della famiglia umana. In fondo questa è la “dialettica” del Verbo…
La sua osservazione è assolutamente pertinente. La predilezione di Bergoglio per Romano Guardini, come dimostro nel mio libro, sorge dal fatto che la dialettica polare guardiniana è il modello che trova la sua manifestazione nella Chiesa come complexio oppositorum. Qui risiede il fulcro del pensiero di Bergoglio. Il Papa  è “strutturalmente” uomo di pace. Lo ha dimostrato in molteplici occasioni anche per il ruolo svolto a livello internazionale. La sua geopolitica della Misericordia è dettata da una concezione che vede nel dialogo, nel confronto, il metodo affinché le polarità odierne non degenerino in contraddizione. Il Papa non è irenico, ha una visione drammatica del tempo odierno segnato da una terza guerra mondiale a pezzi. Noi assistiamo al frantumarsi del disegno della globalizzazione. Il suo universalismo astratto, egemonico, portato avanti da una economia sacrificale, sta suscitando  reazioni di difesa che si chiudono nella particolarità. Per Francesco la vera universalità valorizza la particolarità e la vera particolarità non può  non aprirsi all’universale. Questa è la formula di Guardini, la formula della Chiesa, il modello di pace. Francesco è il testimone instancabile di questo modello in un mondo che torna alle grandi divisioni del passato.

Cinque anni di Francesco, il Papa del Kerigma. Intervista a Massimo Faggioli

 

Roma, Piazza San Pietro: Elezioni Papa Francesco (Photo by Peter Macdiarmid/Getty Images)

Siamo nel quinto anniversario dell’elezione al soglio pontificio di Jorge Bergoglio. Cinque anni intensi e rivoluzionari. Ne parliamo, in questa intervista, con il professor Massimo Faggioli, Professor of Historical Theology alla Villanova University (USA).

 

Professor Faggioli, lei ha appena pubblicato un libro, Cattolicesimo, nazionalismo, cosmopolitismo (Armando Editore) che arriva nel quinto anniversario dell’elezione al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio. Quel cardinale, che veniva dalla “fine del mondo”, sorprese tutti. Non era dato tra i papabili, non in quel Conclave dove venne eletto. Proviamo ad offrire, in modo sintetico, alcune chiavi di lettura per comprendere il pontificato e vedere il suo sviluppo. Papa Francesco è un papa “kerigmatico”, cioè molto più legato all’annuncio del kerygma evangelico che alla dottrina. Questo gli ha creato non pochi problemi.

Certamente è così, anche perché Francesco viene eletto in un momento in cui in alcune zone del cattolicesimo mondiale, come gli Stati Uniti in cui vivo e lavoro dal 2008, c’erano segnali dell’inizio di un ritorno del tradizionalismo anti-conciliare, secondo il quale i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI erano la parola finale e definitiva sul cattolicesimo ed erano pontificati di “correzione” del Vaticano II e del post-concilio. Francesco è figlio del concilio come del post-concilio, ed è la prova che il cattolicesimo continua sulle traiettorie indicate dal concilio Vaticano II: la pastoralità della dottrina e la centralità dell’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo.

Il kerygma si annuncia con la misericordia. Ma la visione di Francesco non è solo spirituale è anche sociale. Come si sviluppa questo aspetto?

Francesco si oppone al rigetto della teologia della liberazione come rigetto dell’incarnazione dell’annuncio: la fede cristiana non è disincarnata e indifferente rispetto alle condizioni materiali ed esistenziali di chi riceve l’annuncio. Francesco riprende il magistero di Paolo VI sull’evangelizzazione nel senso di una evangelizzazione che non scarta l’importanza dell’umanizzazione dell’umano. Predicare il Vangelo agli uomini e donne del nostro tempo fingendo di non vedere i fenomeni sociali ed economici di disumanizzazione è blasfemo.

L’onda della misericordia di Francesco “investe” la Chiesa. Secondo lei questa logica è stata recepita nella struttura viva della Chiesa? Ovvero il “volto” della Chiesa è questo?

Non è ancora stata recepita in pieno dalla chiesa, ma questo non stupisce. Francesco non ha mai avuto un piano di riforma istituzionale della chiesa, ma ha una idea di riforma in senso congariano (da Yves Congar, il teologo più importante al Vaticano II) che prevede tempi lunghi, una conversione delle mentalità e della cultura. Dalla chiesa della misericordia non credo che si torni indietro: Francesco ha sviluppato un discorso che parte da Giovanni XXIII.

 

Questo è un Papa “politico”, e questo non è in contrasto con la sua figura kerigmatica che ha cercato di abbattere i muri per costruire “ponti”. Qual è   stato il risultato più bello di questa diplomazia della misericordia?

Direi il contributo dato alla fine dell’embargo americano contro Cuba. È stato il risultato di sforzi diplomatici durati molti anni, con un ruolo della chiesa cattolica molto delicato politicamente, non solo a Cuba ma anche negli Stati Uniti. Ma ci sono tante altre aree del mondo in cui la diplomazia vaticana gioca un ruolo importante e nascosto.

 

La prossima grande sfida per la diplomazia della misericordia sarà la Cina. È d’accordo su questo punto?

Credo di sì. La sfida più importante per la chiesa cattolica non è la dirigenza cinese o il partito comunista cinese, ma la Cina come paese e l’Asia come continente. Certamente le riforme costituzionali in corso in Cina (il presidente eletto a vita) potrebbe complicare i prossimi passi, ma la sfida è quella e credo che si faranno passi in avanti nel prossimo futuro.

Francesco è il Papa della critica al capitalismo. Oggi nemmeno nella Sinistra cosiddetta storica si sente parlare di critica al capitalismo. Invece è presente, come elemento antimoderno, nella destra populista. Tanto che tra i detrattori del Papa lo si accusa di pauperismo populistico. Qual è il   suo pensiero?

Anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno criticato il capitalismo, ma la critica di Francesco è più radicale perché viene da un’area del mondo che vede il capitalismo globale in modo diverso e meno positivo da come lo si vede in Europa o negli Stati Uniti. In questo Francesco parla una lingua che è quella della maggioranza dei cattolici al mondo, che non vivono in Europa o negli Stati Uniti. L’enciclica Laudato Si’, nella sua analisi dei rapporti tra politica ed economia oggi, è una delle pagine più interessanti e coraggiose del pontificato.

In quale ambito l’azione di riforma del papa ha incontrato e manifestato limiti?

La chiesa deve dare qualche tipo di risposta alla questione del ruolo delle donne nella chiesa: il diaconato femminile è una questione ormai matura sul piano teologico e da questa dipende molto del futuro della chiesa. Non c’è un piano di riforma istituzionale della Curia romana, perché non risponde alla visione bergogliana di riforma spirituale, ma anche per la difficoltà di riformare il governo della chiesa. All’inizio del pontificato c’era il progetto per una nuova “costituzione apostolica” che sostituisse la Pastor Bonus di Giovanni Paolo II (1988), ma poi, qualche mese fa, questo progetto è stato abbandonato. La riforma dei media vaticani lascia a desiderare: che il papa non abbia più un vero portavoce (e non per colpa dei direttori della Sala Stampa vaticana) è una cosa grave e pericolosa, come si è visto durante il viaggio in Cile per esempio.

 

Sull’ecumenismo ho la sensazione che il Papa sia più avanti del popolo di Dio. Esagero?

Non saprei: sull’ecumenismo verso l’oriente cristiano certamente sì, ma questo era vero anche per i suoi predecessori. Francesco ha meno familiarità con le chiese della Riforma e lo si vede da alcuni suoi documenti, dal modo in cui cita documenti di fonte non cattolico romana. Quello che è nuovo in Francesco è che il papa vede e sperimenta che ci sono dei “confini” e delle divisioni interne alla chiesa cattolica non meno dolorose che tra chiese diverse.

Proprio nell’anniversario del quinto anno di pontificato arriva una lettera del papa emerito. Benedetto XVI giudica come “stolto pregiudizio” le critiche sulla preparazione di Francesco, affermando che c’è una “continuità interiore” tra i due pontificati. Come giudica questa mossa di Benedetto?

È una mossa molto importante, che dice molto dell’alto “senso della chiesa” di Joseph Ratzinger. Temo però che questa lettera non verrà ascoltata da coloro che si dicono ratzingeriani senza averne titolo.

Se dovesse scegliere una immagine emblematica di questi intensi anni, quale immagine sceglierebbe?

Il papa coi carcerati e le carcerate, che si chiede: “Ogni volta che entro in un carcere mi domando: perché loro e non io”.

 

 

 

“Donne per la Chiesa”: un manifesto per valorizzare il femminile

(Stefano Dal Pozzolo/contrasto)

Sono una trentina di donne credenti di tutta Italia – non teologhe – impegnate in diversi ambiti sociali e ecclesiali, che si riuniscono nei social (il gruppo Facebook si chiama “Donne per la Chiesa”) interrogandosi sui principali problemi, ma anche sugli auspici e le intenzioni che vogliono portare all’attenzione nel dibattito sul ruolo della donna nella Chiesa: riflessioni che adesso, dopo un lavoro condiviso di mesi, vogliono «intraprendere con tutte le sorelle credenti che vi si riconoscono e offrire alla comunità cristiana», si legge in un comunicato stampa. Di qui l’elaborazione di un manifesto che sintetizza l’esigenza di «dare voce a un mondo femminile diverso da un certo modello tradizionale (nel quale la differenza tra maschile e femminile si declina nella sottomissione della seconda al primo), un mondo composto da donne credenti che hanno a cuore la possibilità di esprimere nella Chiesa ciò che sono, senza sminuirsi per compiacere alcuno e senza rinunciare ai propri talenti e alla propria assertività, che sono pronte a offrire il proprio servizio alla comunità ecclesiale con competenza e coscienza del proprio valore». Di seguito pubblichiamo il manifesto, per gentile concessione dell’Agenzia Adista, diffuso il 6 febbraio su Gli Stati Generali.

“D’altronde, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo senza la donna. Infatti, come la donna viene dall’uomo, così anche l’uomo esiste per mezzo della donna e ogni cosa è da Dio” (1Cor 11, 11-12)

CHI SIAMO

Siamo donne credenti, siamo discepole di Gesù, innamorate della Chiesa, delle nostre famiglie, di chi è più fragile e più indifeso, ma innamorate anche della nostra forza, energia e intelligenza, doni di Dio. Alla Chiesa, come anche alla società e alle nostre famiglie, vogliamo portare tutto ciò che siamo e non sminuirci per compiacere qualcuno. Non sentiamo il bisogno di riconoscerci in modelli preconfezionati, ma rivendichiamo la possibilità di costruire ciascuna il proprio cammino unico e irripetibile: come persone, come donne, come sorelle, figlie, mogli e madri. Amiamo la maternità che il Creatore ci ha affidato, ma siamo consapevoli che è ben più grande e irradiante della maternità fisica, per questo cerchiamo di essere generative in ogni situazione della nostra vita, compresi i luoghi di lavoro, dell’impegno sociale e politico.

Rivendichiamo la nostra assertività come una ricchezza per le nostre comunità e non accettiamo di mostrarci deboli per lusingare la forza maschile. Amiamo gli uomini e siamo al loro fianco con amore, corresponsabilità, rispetto e stima. Allo stesso modo vogliamo offrire ai nostri Pastori una collaborazione fatta di reciprocità, valorizzazione delle differenze, rispetto e stima.

Pur consapevoli che in alcune realtà ecclesiali la situazione sia in movimento, come donne adulte sperimentiamo quotidianamente il ruolo subalterno della donna nella Chiesa, che ci fa sentire sempre più fuori luogo e inadeguate. Subiamo l’incapacità di essere viste e valorizzate nelle nostre competenze e specificità e questo ci priva troppo spesso di un reale riconoscimento. Vediamo che le donne nella comunità esistono nella misura in cui risolvono i problemi dei protagonisti uomini. Tutti uomini. Che si tratti dell’oratorio parrocchiale, di movimenti ecclesiali o di Facoltà teologiche, il modello femminile che viene proposto è sempre quello di “stampella” a sostegno delle figure maschili (presbiteri, docenti o mariti). Non ci sono spiragli per capacità femminili che vadano al di là della procreazione, dell’accudimento, o del sostegno agli uomini, a meno di pesanti rinunce alla propria femminilità.

Nel nostro cammino abbiamo visto come la fede stessa della donna e l’adesione a qualunque vocazione essa abbracci è considerata inferiore, di minore qualità di quella maschile, se non in casi eccezionali e astutamente propagandati.

Nelle comunità manca spesso un reale rispetto nei confronti delle donne, che siano single, sposate o divorziate: nel primo caso non sono risorse da sfruttare “tanto non hanno altro da fare”, nel secondo non sono “solo” mamme e mogli, nel terzo non vanno identificate per ciò che non sono, ma per ciò che sono e fanno.

Quando si tratta di prendere decisioni manca lo spazio per il contributo originale delle donne, la loro visione della Vita, la capacità di affrontare le situazioni in maniera creativa, dentro le relazioni, precludendo così la possibilità di rompere schemi di azione e relazione ormai logori e inefficaci per creare nuove opportunità di crescita delle comunità.

Quello che vogliamo dire è che in gioco non c’è affatto soltanto lo spreco di talenti, la mancanza di rispetto e il colpevolizzare tutte quelle che non si ritrovano nel quadretto della moglie/madre pia e devota (tutte cose assolutamente già gravi in sé), ma c’è soprattutto una profonda infedeltà al Vangelo, al modo scelto da Gesù per trattare le donne, alla forza di Maria, alla novità dell’annuncio di Maria Maddalena.

CHIEDIAMO:

Rispetto nei confronti del nostro impegno, la possibilità di esprimere un servizio coerente con le nostre competenze e capacità.

• Che i presbiteri ai quali le nostre comunità sono affidate conoscano e apprezzino il femminile, che abbiano un rapporto sano e sereno con le donne, che siano persone psicologicamente mature.

• Che si prenda in considerazione che la ricerca vocazionale femminile ha aperto nuovi e più articolati orizzonti, in una maturazione di prospettive che necessita di attenzioni e risposte.

• Che si riconosca la possibilità per le donne di avvicinarsi al cuore della vita ecclesiale e che si attribuisca il dovuto valore all’autentico desiderio di partecipare ad una ministerialità più attiva, compresa quella sacramentale. E che pertanto è legittimo e va nel senso del bene per la Chiesa intera iniziare a concepire risposte concrete in questo ambito.

Non siamo dei sostituti d’azione, ma possiamo “inventare” forme nuove che arricchiscono la chiesa.

Non chiediamo posti di potere, ma di essere pienamente riconosciute come figlie di Dio e membri della comunità alla pari degli uomini.

PER QUESTO SIAMO PRONTE A METTERCI AL SERVIZIO DELLA CHIESA CON TRE CRITERI:

Assertività: non temiamo di proporre, di chiedere riconoscimento per ciò che facciamo e portiamo alla comunità

Libertà: il nostro agire non è finalizzato a conquistare posti di prestigio e questo ci mette in condizioni di non ricattabilità

Alleanza femminile: là dove siamo e tra noi scegliamo di essere alleate delle sorelle che incontriamo e soprattutto di non cadere nella rivalità tra donne per ottenere l’approvazione maschile

PER QUESTO:

Abbiamo deciso di trovarci tra donne adulte, che hanno vissuto e vivono un percorso di fede per condividere e scambiare e siamo pronte ad accogliere quante decideranno di unirsi a noi.

Vogliamo dare un messaggio chiaro sul genere di femminilità di cui riteniamo che la

Chiesa abbia bisogno

Vogliamo farci conoscere per testimoniare che nella Chiesa ci sono donne che non si sottomettono e poter così avvicinare anche altre sorelle nella fede che si sentono disorientate da quest’ondata tradizionalista

Non rinunciamo a portare avanti istanze serie e grandi come anche forme di servizio presbiterale femminile.

Cagliari 6 febbraio 2018, memoria di San Paolo Miki e compagni

LE FIRME

Paola Lazzarini, Cagliari

Sara Milano, Torino

Iole Iaconissi, Villa Santina (Udine)

Anna Paola Loi, Cagliari

  Eleonora Manni, Terni

Carla Piras, Cagliari

Maria Adele Valperga, Torino

Alessandra Bonifazi, Roma

Esther Valerio, Bari

Barbara Serpi, Senigallia (Ancona)

Raffaella Zanacchi, Cremona

Fabiana Pagoto, Torino

Maria Nicoletti, Pavia

Alessandra Zambelli, Bologna

Claudia Cossu, Cagliari

Silvia Ferrandes, Viterbo

Giulia Casadio, Ravenna

Manuela Chessa, Cagliari

Tiziana Minotti, Meda (Milano)

Fulvia Caredda, Tribiano (Milano)

Maria Cristina Rossi, Torino

Lucia Bagalà, Gioia Tauro (Reggio Calabria)

Carmelinda Tripodi, Roma

Elena Savio, Padova

Giuseppina Bagalà, Gioia Tauro (Reggio Calabria)

Anna Gamberini, Torino

Eleonora Consoli, Santa Maria di Licodia (Catania

Dal sito : http://www.adista.it/articolo/58250

Papa Francesco e la nuova America Latina. Intervista a Massimo De Giuseppe

Papa Francesco durante il viaggio in Perù (AP Photo/Karel Navarro)

Quali sono le sfide della nuova America Latina alla Chiesa di Papa Francesco? Il Continente Latinoamericano sta vivendo un delicato periodo di transizione politica ed economica. Tra sfide vecchie e nuove, qual è il ruolo, geopolitico, di un Papa figlio di quella terra ancora, per dirla con lo scrittore Edoardo Galeano, dalle “venas abiertas” (le vene aperte)? Ne parliamo, in questa intervista, con lo storico milanese, esperto di America Latina, Massimo De Giuseppe.  De Giuseppe insegna Storia Contemporanea all’Università “IULM” di Milano.

Professore, facciamo un piccolo bilancio del recente viaggio di   Papa Francesco in America Latina. Un viaggio che si presentava difficile ed insidioso, in Cile è stato fatto oggetto di contestazioni (sulle vicenda del vescovo Barros che è stato allievo del prete pedofilo Karadima). In Cile  era in gioco la ripresa di credibilità della Chiesa cilena. Una Chiesa, non dimentichiamolo, che durante la dittatura di Pinochet è stata un baluardo coraggioso in difesa dei diritti umani. Pensa che questo viaggio aiuterà il cammino di “risalita” della Chiesa cilena?

Il viaggio in Cile di Papa Francesco era considerato da molti piuttosto delicato per un insieme di ragioni. La prima, forse banale ma non insignificante, rimanda a una certa resistenza di una parte di cileni ad accogliere un Papa argentino. Esistono ancora in Cile retaggi non troppo sopiti di un nazionalismo forgiatosi tra Otto e Novecento e rilanciato in termini esasperati negli anni seguenti al golpe di Pinochet che sembrano impermeabili agli sforzi di rilancio di una cultura continentale, sostenuti anche dall’attuale pontificato. A ciò va aggiunto che la destra cilena. sostenuta in questo anche da altre componenti nazionaliste, non ha gradito il dialogo avviato dal papa con il presidente Evo Morales intorno alla questione spinosa delle richieste di accesso al mare da parte della Bolivia, conseguenza della Guerra del Pacifico del 1879-1884; una controversia geopolitica complessa, oggi in attesa di una sentenza (più che altro simbolica) da parte del Tribunale dell’Aja. In tal senso gli attacchi a Francesco erano iniziati già nel luglio del 2015, all’indomani della sua omelia a La Paz, in cui aveva invocato la necessità di riaprire un dialogo diplomatico, e a margine del discorso di fronte ai movimenti popolari tenutosi a Santa Cruz de la Sierra, per ripetersi in seguito alla visita del presidente boliviano in Vaticano dello scorso dicembre. Infine l’altro nodo caldo riguardava la questione della mancata rimozione del vescovo di Osorno, Juan Barros, accusato di connivenza con il suo maestro spirituale, il sacerdote Fernando Karadima, condannato nel 2011 per pedofilia. Se il Papa è riuscito, nella costruzione del viaggio e sgrazie ai suoi interventi, a ridimensionare le resistenze politiche, rilanciando il senso della diplomazia di pace vaticana e adattando all’esperienza cilena i temi chiave del suo pontificato (dall’ecologia integrale della Laudato si’ al rilancio della pastorale sociale e del senso di comunità), proprio la questione Barros si è dimostrata la più spinosa a livello mediatico internazionale, riguardando un tema drammatico come quello degli abusi contro minori commessi da esponenti ecclesiastici. Non è bastata infatti a calmare le acque la richiesta di perdono che ha aperto la visita apostolica durante l’incontro a Santiago con le autorità e i rappresentanti della società civile del 16 gennaio, quando, lanciando un appello all’ascolto e promettendo appoggio alle vittime e impegno affinché ciò non si ripeta, Francesco ha espresso «il dolore e la vergogna, vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa». Le polemiche seguite ad alcune dichiarazioni a caldo del pontefice nella Conferenza  stampa sull’aereo che lo riportava a Roma (la richiesta di “prove concrete”), forse frutto di stanchezza, sono state poi rettificate, con un coraggioso atto di umiltà, dopo un puntuale intervento di richiamo alla gravità del caso, da parte del cardinale O’Malley, sono montate rapidamente, anche se una risposta concreta è poi giunta dalla decisione, giunta a fine mese, di inviare in Cile l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna per incontrarsi con le vittime e indagare a fondo le accuse nei confronti di Barros. Credo che questo non possa che consolidare gli sforzi di chiarezza intrapresi dagli ultimi due pontificati, dopo una lunga stagione di inquietanti silenzi.

Non c’era solo la questione degli abusi ma, ed è un male che attraversa molti paesi del Sudamerica, anche quella della corruzione politica. In Perù la classe politica su questo lato ha dato il peggio di sé. Come sono state accolte le parole del Papa?

Questo è senz’altro un leit motiv degli interventi papali che sta accompagnando i suoi viaggi latinoamericani (ma che vive anche sullo sfondo di tanti interventi che toccano la dimensione e le trasformazioni mancate della politica nei paesi più ricchi e che riverbera nei suoi richiami alla dimensione transnazionale, da holding, di molti cartelli criminali). Il tema è d’altronde caro a Francesco almeno fin dai suoi anni alla guida dell’arcidiocesi di Buenos Aires, ed è stato ripreso esplicitamente nei suoi interventi in Paraguay nel 2015, in Messico nel 2016 (quando contrappose alla politica della corruzione e dell’abuso le “tre T”, techo, trabajo e tierra), ora in Perù nel 2018. Nell’incontro con le autorità, il 19 gennaio, nel palazzo di governo di Lima, Francesco ha voluto esplicitamente connettere il tema del degrado ambientale che ha connotato il suo incontro con le popolazioni amazzoniche con quello del degrado morale, richiamando genesi e impatto delle estrazioni minerarie irregolari, l’incapacità politica di frenare la presenza di nuove forme di schiavitù, la poca trasparenza nei rapporti tra bene pubblico e interessi privati, connotandoli come una sorta di “virus sociale” che investe tutti, compresi rappresentanti delle istituzioni ecclesiastiche.

Questo intervento, particolarmente deciso (che ha un chiaro precedente nella meditazione in Santa Marta del 29 gennaio 2016, Dal peccato alla corruzione), richiama la necessità di una profonda ricostruzione etica dei gangli sociali che rimetta in circolo antidoti efficaci alla corruzione che si manifesta in modo ancor più drammatico in paesi segnati da una cronica fragilità della classe media e da sperequazioni sociali estremizzate. Il dato interessante e che in tutti questi casi il richiamo non era rivolto solo alla leadership politica nazionale, ma anche alla classe dirigente, a vescovi e clero, nonché ai semplici cittadini, invitati a non nascondersi dietro facili ipocrisie. L’attacco alla corruzione è d’altronde associato alla critica degli squilibri esasperati che costellano il continente (e non solo), all’assenza di politiche sociali, alla debolezza di intervento pubblico degli stati in campo educativo, assistenziale e pensionistico, temi che hanno inquietato diversi osservatori che accusano Francesco di essere anti-moderno e anti-liberale, ma che ritrovano un riscontro prepotente nella situazione di molti paesi che associazioni imponenti sperequazioni e indici macroeconomici in forte ascesa.

Un altro aspetto, importantissimo, è stata la questione degli Indios. In Cile e Amazzonia (dalla sua parte cilena). Le parole del Papa sono parole definitive sulla scelta della Chiesa a difesa degli Indios. Il Papa desidera una Chiesa india. Un “sogno”?

L’attenzione per la questione indigena è un altro tema forte del pontificato di Francesco e questo è un dato importante sotto molti punti di vista. Se infatti i occasione delle contestate celebrazioni del 1992, l’anno del cinquecentenario della “scoperta-conquista” delle Americhe e del Nobel per la pace a Rigoberta Menchú, il tema era tornato all’attenzione globale, sollevando un’interessante riflessione su questioni quali diritti, multiculturalismo, sincretismo religioso, evangelizzazione…, conoscendo una ulteriore ondata d’attenzione mediatica all’indomani della rivolta del 1994 dell’Ezln in Messico e degli appelli di mons. Samuel Ruiz, negli anni successivi è seguito una sorta di oblio. Eppure i cosiddetti indigeni non sono scomparsi e non sono nemmeno rimasti staticamente congelati in un tempo immobile e sospeso, anzi. Hanno vissuto in prima persona i mutamenti dei processi sociali, ambientali, migratori, alimentari, finanziari, minerari …, offrendo spesso risposte originali di resistenza (o forse meglio resilienza) culturale e riadattamento alle pressioni della contemporaneità. Francesco, forgiatosi nell’esperienza dinamica del magistero latinoamericano sembra aver colto (almeno fin dai tempi della V conferenza del Celam, ad Aparecida in Brasile nel 2007) la dimensione profonda e tutt’altro che folklorica delle diverse anime correlate alla questione indigena. Se a San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, nel 2016, il papa si era concentrato infatti su due elementi guida, quello della pluriculturalità e quello dell’inculturazione, aprendo una serie di riflessioni originali sulla complessità e vitalità (sociale, etica, perfino epistemologica) della religiosità popolare e sulla priorità del senso comunitario, a Temuco, tra i mapuches, storicamente ai margini della società e dei processi di nation-building cileni, e soprattutto in Perù, nell’amazzonico Coliseo regional Madre de Dios (a Puerto Maldonado) ma anche in occasione della celebrazione mariana della Virgen de la Puerta (la “Mamita de Otuzco”) e nella messa nella base aerea de Las Palmas a Lima (luogo di reminiscenza non ancora smarrite della “guerra sucia” peruviana che tante vittime ha provocato proprio nel mondo indigeno) ha voluto insistere sulla dimensione dell’ecologia integrale alla base della Laudato Si’. Quando il 19 gennaio ha affermato «probabilmente i popoli originari dell’Amazzonia non sono mai stati tanto minacciati nei loro territori come lo sono ora», il papa si riferiva tanto alla dimensione globale del «neo-estrattivismo», della deforestazione selvaggia,  all’impatto ambientale delle monocolture agro-industriali, senza però rimuovere una netta critica alle logiche alla base di alcune scelte che toccano stati e impianti multilaterali (e anche di certo ecologismo istituzionale), riportando l’attenzione su uomini, donne e comunità, fino a lanciare un invito a «rompere il paradigma storico che considera l’Amazzonia come una dispensa inesauribile degli Stati senza tener conto dei suoi abitanti». Anche il richiamo ai popoli indigeni (lo stesso lanciato al mondo degli altipiani) come memoria viva della cura della “casa comune” non è apparso paternalistico bensì incentrato su una forma di rispetto profondo per la pluriculturalità che ammanta il continente americano (e non solo) e che rischia di essere schiacciata da logiche predatorie.

Non è mancata la critica al modello economico di sfruttamento economico delle Multinazionali , con la complicità di alcuni governi, che con le loro scelte decidono il destino delle popolazioni latinoamericane.  E’ così Professore?

Certo questa è l’altra faccia della stessa medaglia e la stessa che spesso inquieta, provocando critiche nei confronti di alcune scelte del pontificato. L’attenzione alla dimensione ecologica del territorio e dei suoi abitanti implica una riflessione sui caratteri dell’economia del XXI secolo, che non va confusa con un anti-globalismo tout-court ma che va ripresa per l’essenza del suo messaggio. Alcune nuove forme di schiavitù che sembrano caratterizzare l’attuale dinamica dei mercati globali, l’impatto di una finanziarizzazione esasperata che tende a spingere le élite economico-finanziarie a non reinvestire nei territori, la svalorizzazione (anche culturale del lavoro), sono processi che vanno ben oltre le reti produttive e distributive e che hanno una ricaduta sociale complessa. L’attenzione al rispetto della persona e dell’ambiente rimanda quindi a una necessaria ripresa di vitalità culturale che parte dal basso, dai sistemi sociali ed educativi, dalle sintesi e miscele prodotte dagli effetti di ritorno delle migrazioni, dalla ridefinizione degli immaginari e dalla ricostruzione di forme di rispetto. Anche le basi della politica e dell’economia potrebbero trarre beneficio da un nuovo approccio propositivo ai temi complessi dello sviluppo e le chiese possono giocare un ruolo di accompagnamento culturale e sociale, oltreché religioso, tutt’altro che banale. Questo significa anche avviare un percorso dal basso di prevenzione di una cultura della violenza che colpisce in primis proprio gli elementi più fragili di società giovani, dinamiche e in divenire.

Nel 2018 l’America Latina, o meglio alcuni suoi Paesi importanti (Colombia, Messico, Venezuela, Costa Rica, Paraguay e Brasile), conoscerà una stagione politica decisiva per il suo futuro. 350 milioni di persone voteranno per il loro destino. Tra mille difficoltà è ancora possibile sperare un cammino  di giustizia il Continente latinoamericano? La Chiesa che ruolo giocherà? Il Papa fa molto affidamento sui movimenti popolari…

Dopo le polemiche seguite al recente voto in Honduras (uno dei paesi con i più alti tassi di violenza al mondo), il 2018 rappresenterà indubbiamente un banco di prova importante dal punto di vista politico per alcuni dei principali paesi del continente. Il quadro è estremamente composito. Dopo la fine dell’onda rosa (suggellata dal successo di Piñera in Cile) e la crisi conclamata del progetto bolivariano post-chavista, resta la grande incognita di quale sarà la soluzione per il Venezuela, paese in cui la diplomazia vaticana ha fatto grandi sforzi per aprire vie di dialogo (tutt’altro che semplici da raggiungere) tra il governo Maduro e l’opposizione. La crisi economica del paese resta poi la grande incognita sullo sfondo della politica. In un altro ambito, la transizione del Brasile post-Lula arriverà a una svolta decisiva per un paese che sta giocando anche il suo ruolo e la sua credibilità all’interno del G20; diversa è invece la situazione del Messico, sospeso tra indici macroeconomici positivi, la necessità di pacificare alcuni stati della federazione e di riequilibrare politiche sociali e spinte alla crescita di una delle maggiori e più emblematiche “open economies” del XXI secolo. La maturità democratica di questi paesi latinoamericani è dunque alla prova, ma in una stagione dinamica in cui le prospettive di dialogo e apertura internazionale potrebbero crescere e di cui anche l’Europa, piuttosto disattenta (con alcune eccezioni) nel corso degli ultimi anni, rispetto agli interlocutori latinoamericani, potrebbe e dovrebbe prendere coscienza.

Lei ha scritto un saggio, pubblicato dalla prestigiosa casa editrice Morcelliana, dal titolo: L’altra America. I Cattolici italiani e l’America Latina.  Sappiamo che negli anni del post-Concilio Vaticano II per i cattolici di punta l’America Latina era una fonte di ispirazione religiosa e politica. Le chiedo: perché ancora oggi è importante, per un cattolico italiano  e non solo, guardare all’America Latina?

L’America latina postconciliare ha rappresentato nell’immaginario italiano, e nello specifico in quello dei cattolici (ma non solo) un luogo simbolico, fatto di esperienze e volti che hanno toccato in profondità l’anima del paese. Si pensi all’impatto di vicende quali il golpe cileno del 1973, la desparación argentina, le guerre civili centroamericane, alla risonanza della teologia della liberazione, alla riscoperta dell’Amazzonia di Chico Mendes o all’impatto di nomi quali Hélder Câmara, Marianela García Villas o Oscar Romero. Il libro prova a riprendere, tra documenti d’archivio e storia orale, alcuni di quei fili e intrecci per ragionare sulle forme di solidarietà del cattolicesimo italiano con l’America latina, la loro evoluzione e resistenza, e, pur senza nessuna pretesa di esaustività, tenta di dar conto della pluralità di attori che si mobilitarono e dell’articolazione delle reti che vennero edificate. In alcune stagioni della nostra storia contemporanea questo nesso euro-latinoamericano (che in fondo rimandava anche al retaggio della conquista evangelizzazione, a Cortés a Colombo ma anche a Las Casas e alle reti che hanno segnato in profondità la nostra età moderna) è emerso in modo più chiaro e rilevante; in altre meno e la distanza (anche mediatica) è parsa farsi più netta alimentandosi di silenzi e stereotipi. In fin dei conti, a pensarci bene, anche la storia di Jorge Mario Bergoglio, è figlia di quegli intrecci e incontri, nel tempo e nello spazio, attraverso l’Atlantico e due mondi sospesi.

 

Fake news e giornalismo di pace. Il messaggio di Papa Francesco per la 52° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.

 

«La verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace è il tema scelto dal Santo Padre Francesco per la 52ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Il testo ha avuto grande risonanza, data dall’attualità del tema, nell’opinione pubblica mondiale.

Pubblichiamo di seguito il Messaggio del Papa per la Giornata che quest’anno si celebra, in molti Paesi, domenica 13 maggio, Solennità dell’Ascensione del Signore:

Messaggio del Santo Padre

«La verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace

Cari fratelli e sorelle,

nel progetto di Dio, la comunicazione umana è una modalità essenziale per vivere la comunione. L’essere umano, immagine e somiglianza del Creatore, è capace di esprimere e condividere il vero, il buono, il bello. E’ capace di raccontare la propria esperienza e il mondo, e di costruire così la memoria e la comprensione degli eventi. Ma l’uomo, se segue il proprio orgoglioso egoismo, può fare un uso distorto anche della facoltà di comunicare, come mostrano fin dall’inizio gli episodi biblici di Caino e Abele e della Torre di Babele (cfr Gen 4,1-16; 11,1-9). L’alterazione della verità è il sintomo tipico di tale distorsione, sia sul piano individuale che su quello collettivo. Al contrario, nella fedeltà alla logica di Dio la comunicazione diventa luogo per esprimere la propria responsabilità nella ricerca della verità e nella costruzione del bene. Oggi, in un contesto di comunicazione sempre più veloce e all’interno di un sistema digitale, assistiamo al fenomeno delle   “notizie false”, le cosiddette fake news: esso ci invita a riflettere e mi ha suggerito di dedicare questo messaggio al tema della verità, come già hanno fatto più volte i miei predecessori a partire da Paolo VI (cfr Messaggio 1972: “Le comunicazioni sociali al servizio della verità”). Vorrei così offrire un contributo al comune impegno per prevenire la diffusione delle notizie false e per riscoprire il valore della professione giornalistica e la responsabilità personale di ciascuno nella comunicazione della verità.

  1. Che cosa c’è di falso nelle “notizie false”?

Fake news è un termine discusso e oggetto di dibattito. Generalmente riguarda la disinformazione diffusa online o nei media tradizionali. Con questa espressione ci si riferisce dunque a informazioni infondate, basate su dati inesistenti o distorti e mirate a ingannare e persino a manipolare il lettore. La loro diffusione può rispondere a obiettivi voluti, influenzare le scelte politiche e favorire ricavi economici.

L’efficacia delle fake news è dovuta in primo luogo alla loro natura mimetica, cioè alla capacità di apparire plausibili. In secondo luogo, queste notizie, false ma verosimili, sono capziose, nel senso che sono abili a catturare l’attenzione dei destinatari, facendo leva su stereotipi e pregiudizi diffusi all’interno di un tessuto sociale, sfruttando emozioni facili e immediate da suscitare, quali l’ansia, il disprezzo, la rabbia e la frustrazione. La loro diffusione può contare su un uso manipolatorio dei social network e delle logiche che ne garantiscono il funzionamento: in questo modo i contenuti, pur privi di fondamento, guadagnano una tale visibilità che persino le smentite autorevoli difficilmente riescono ad arginarne i danni.

La difficoltà a svelare e a sradicare le fake news è dovuta anche al fatto che le persone interagiscono spesso all’interno di ambienti digitali omogenei e impermeabili a prospettive e opinioni divergenti. L’esito di questa logica della disinformazione è che, anziché avere un sano confronto con altre fonti di informazione, la qual cosa potrebbe mettere positivamente in discussione i pregiudizi e aprire a un dialogo costruttivo, si rischia di diventare involontari attori nel diffondere opinioni faziose e infondate. Il dramma della disinformazione è lo screditamento dell’altro, la sua rappresentazione come nemico, fino a una demonizzazione che può fomentare conflitti. Le notizie false rivelano così la presenza di atteggiamenti al tempo stesso intolleranti e ipersensibili, con il solo esito che l’arroganza e l’odio rischiano di dilagare. A ciò conduce, in ultima analisi, la falsità.

  1. Come possiamo riconoscerle?

Nessuno di noi può esonerarsi dalla responsabilità di contrastare queste falsità. Non è impresa facile, perché la disinformazione si basa spesso su discorsi variegati, volutamente evasivi e sottilmente ingannevoli, e si avvale talvolta di meccanismi raffinati. Sono perciò lodevoli le iniziative educative che permettono di apprendere come leggere e valutare il contesto comunicativo, insegnando a non essere divulgatori inconsapevoli di disinformazione, ma attori del suo svelamento. Sono altrettanto lodevoli le iniziative istituzionali e giuridiche impegnate nel definire normative volte ad arginare il fenomeno, come anche quelle, intraprese dalle tech e media company, atte a definire nuovi criteri per la verifica delle identità personali che si nascondono dietro ai milioni di profili digitali.

Ma la prevenzione e l’identificazione dei meccanismi della disinformazione richiedono anche un profondo e attento discernimento. Da smascherare c’è infatti quella che si potrebbe definire come “logica del serpente”, capace ovunque di camuffarsi e di mordere. Si tratta della strategia utilizzata dal «serpente astuto», di cui parla il Libro della Genesi, il quale, ai primordi dell’umanità, si rese artefice della prima “fake news” (cfr Gen 3,1-15), che portò alle tragiche conseguenze del peccato, concretizzatesi poi nel primo fratricidio (cfr Gen 4) e in altre innumerevoli forme di male contro Dio, il prossimo, la società e il creato. La strategia di questo abile «padre della menzogna» (Gv 8,44) è proprio la mimesi, una strisciante e pericolosa seduzione che si fa strada nel cuore dell’uomo con argomentazioni false e allettanti. Nel racconto del peccato

originale il tentatore, infatti, si avvicina alla donna facendo finta di esserle amico, di interessarsi al suo bene, e inizia il discorso con un’affermazione vera ma solo in parte: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?”» (Gen 3,1). Ciò che Dio aveva detto ad Adamo non era in realtà di non mangiare di alcun albero, ma solo di un albero: «Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare» (Gen 2,17). La donna, rispondendo, lo spiega al serpente, ma si fa attrarre dalla sua provocazione: «Del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”» (Gen 3,2). Questa risposta sa di legalistico e di pessimistico: avendo dato credibilità al falsario, lasciandosi attirare dalla sua impostazione dei fatti, la donna si fa sviare. Così, dapprima presta attenzione alla sua rassicurazione: «Non morirete affatto» (v. 4). Poi la decostruzione del tentatore assume una parvenza credibile: «Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (v. 5). Infine, si giunge a screditare la raccomandazione paterna di Dio, che era volta al bene, per seguire l’allettamento seducente del nemico: «La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile» (v. 6). Questo episodio biblico rivela dunque un fatto essenziale per il nostro discorso: nessuna disinformazione è innocua; anzi, fidarsi di ciò che è falso, produce conseguenze nefaste. Anche una distorsione della verità in apparenza lieve può avere effetti pericolosi.

In gioco, infatti, c’è la nostra bramosia. Le fake news diventano spesso virali, ovvero si diffondono in modo veloce e difficilmente arginabile, non a causa della logica di condivisione che caratterizza i social media, quanto piuttosto per la loro presa sulla bramosia insaziabile che facilmente si accende nell’essere umano. Le stesse motivazioni economiche e opportunistiche della disinformazione hanno la loro radice nella sete di potere, avere e godere, che in ultima analisi ci rende vittime di un imbroglio molto più tragico di ogni sua singola manifestazione: quello del male, che si muove di falsità in falsità per rubarci la libertà del cuore. Ecco perché educare alla verità significa educare a discernere, a valutare e ponderare i desideri e le inclinazioni che si muovono dentro di noi, per non trovarci privi di bene “abboccando” ad ogni tentazione.

 

  1. «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32)

La continua contaminazione con un linguaggio ingannevole finisce infatti per offuscare l’interiorità della persona. Dostoevskij scrisse qualcosa di notevole in tal senso: «Chi mente a sé stesso e ascolta le proprie menzogne arriva al punto di non poter più distinguere la verità, né dentro di sé, né intorno a sé, e così comincia a non avere più stima né di sé stesso, né degli altri. Poi, siccome non ha più stima di nessuno, cessa anche di amare, e allora, in mancanza di amore, per sentirsi occupato e per distrarsi si abbandona alle passioni e ai piaceri volgari, e per colpa dei suoi vizi diventa come una bestia; e tutto questo deriva dal continuo mentire, agli altri e a sé stesso» (I fratelli Karamazov, II, 2).

Come dunque difenderci? Il più radicale antidoto al virus della falsità è lasciarsi purificare dalla verità. Nella visione cristiana la verità non è solo una realtà concettuale, che riguarda il giudizio sulle cose, definendole vere o false. La verità non è soltanto il portare alla luce cose oscure, “svelare la realtà”, come l’antico termine greco che la designa, aletheia (da a-lethès, “non nascosto”), porta a pensare. La verità ha a che fare con la vita intera. Nella Bibbia, porta con sé i significati di sostegno, solidità, fiducia, come dà a intendere la radice ‘aman, dalla quale proviene anche l’Amen liturgico. La verità è ciò su cui ci si può appoggiare per non cadere. In questo senso relazionale, l’unico veramente affidabile e degno di fiducia, sul quale si può contare, ossia “vero”, è il Dio vivente. Ecco l’affermazione di Gesù: «Io sono la verità» (Gv 14,6). L’uomo, allora, scopre e riscopre la verità quando la sperimenta in sé stesso come fedeltà e affidabilità di chi lo ama. Solo questo libera l’uomo: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32).

Liberazione dalla falsità e ricerca della relazione: ecco i due ingredienti che non possono mancare perché le nostre parole e i nostri gesti siano veri, autentici, affidabili. Per discernere la verità occorre vagliare ciò che asseconda la comunione e promuove il bene e ciò che, al contrario, tende a isolare, dividere e contrapporre. La verità, dunque, non si guadagna veramente quando è imposta come qualcosa di estrinseco e impersonale; sgorga invece da relazioni libere tra le persone,

nell’ascolto reciproco. Inoltre, non si smette mai di ricercare la verità, perché qualcosa di falso può sempre insinuarsi, anche nel dire cose vere. Un’argomentazione impeccabile può infatti poggiare su fatti innegabili, ma se è utilizzata per ferire l’altro e per screditarlo agli occhi degli altri, per quanto giusta appaia, non è abitata dalla verità. Dai frutti possiamo distinguere la verità degli enunciati: se suscitano polemica, fomentano divisioni, infondono rassegnazione o se, invece, conducono ad una riflessione consapevole e matura, al dialogo costruttivo, a un’operosità proficua.

  1. La pace è la vera notizia

Il miglior antidoto contro le falsità non sono le strategie, ma le persone: persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità; persone che, attratte dal bene, si responsabilizzano nell’uso del linguaggio. Se la via d’uscita dal dilagare della disinformazione è la responsabilità, particolarmente coinvolto è chi per ufficio è tenuto ad essere responsabile nell’informare, ovvero il giornalista, custode delle notizie. Egli, nel mondo contemporaneo, non svolge solo un mestiere, ma una vera e propria missione. Ha il compito, nella frenesia delle notizie e nel vortice degli scoop, di ricordare che al centro della notizia non ci sono la velocità nel darla e l’impatto sull’audience, ma le persone. Informare è formare, è avere a che fare con la vita delle persone. Per questo l’accuratezza delle fonti e la custodia della comunicazione sono veri e propri processi di sviluppo del bene, che generano fiducia e aprono vie di comunione e di pace.

Desidero perciò rivolgere un invito a promuovere un giornalismo di pace, non intendendo con questa espressione un giornalismo “buonista”, che neghi l’esistenza di problemi gravi e assuma toni sdolcinati. Intendo, al contrario, un giornalismo senza infingimenti, ostile alle falsità, a slogan ad effetto e a dichiarazioni roboanti; un giornalismo fatto da persone per le persone, e che si comprende come servizio a tutte le persone, specialmente a quelle – sono al mondo la maggioranza – che non hanno voce; un giornalismo che non bruci le notizie, ma che si impegni nella ricerca delle cause reali dei conflitti, per favorirne la comprensione dalle radici e il superamento attraverso l’avviamento di processi virtuosi; un giornalismo impegnato a indicare soluzioni alternative alle escalation del clamore e della violenza verbale.

Per questo, ispirandoci a una preghiera francescana, potremmo così rivolgerci alla Verità in persona:

Signore, fa’ di noi strumenti della tua pace.
Facci riconoscere il male che si insinua in una comunicazione che non crea comunione.
Rendici capaci di togliere il veleno dai nostri giudizi
Aiutaci a parlare degli altri come di fratelli e sorelle.
Tu sei fedele e degno di fiducia; fa’ che le nostre parole siano semi di bene per il mondo:
dove c’è rumore, fa’ che pratichiamo l’ascolto;
dove c’è confusione, fa’ che ispiriamo armonia;
dove c’è ambiguità, fa’ che portiamo chiarezza;
dove c’è esclusione, fa’ che portiamo condivisione;
dove c’è sensazionalismo, fa’ che usiamo sobrietà;
dove c’è superficialità, fa’ poniamo interrogativi veri;
dove c’è pregiudizio, fa’ che suscitiamo fiducia;
dove c’è aggressività, fa’ che portiamo rispetto;
dove c’è falsità, fa’ che portiamo verità.
Amen.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2018, memoria di san Francesco di Sales

FRANCESCO

 

(Testo ripreso dal Bollettino n. 0061 della Sala Stampa della Santa Sede del 24-01-2018)