“Non dimenticare il tesoro di Bose”. Intervista a Riccardo Larini

Il 13 maggio 2020 il Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin  ha emesso nei confronti della comunità di Bose un decreto singolare, approvato in forma specifica da papa Francesco, che ha lasciato esterrefatte moltissime persone. Torniamo, in occasione dell’uscita del libro di Riccardo Larini dedicato alla Comunità di Bose, dopo poco più di un anno sulla vicenda. In questa intervista approfondiamo alcuni aspetti del libro e diamo anche alcune notizie sullo stato di salute di Enzo Bianchi e sulla Situazione a Bose.

Il libro, Bose. La traccia del Vangelo, è stato scritto per consentire a chiunque lo voglia di conoscere più da vicino la realtà fondata nel lontano 1965 da Enzo Bianchi, attraverso un esame della sua storia e delle sue radici, caratterizzate da una profonda ricerca di fedeltà al vangelo e di laicità cristiana. Solo così sarà possibile non solo comprendere i recenti drammatici sviluppi occorsi a Bose, ma soprattutto riflettere sui tanti benefici che la comunità ha recato a un numero enorme di persone, nonché su tutto ciò che potrà continuare a donare se saprà riprendere le proprie intuizioni e corregge re i propri errori.

Per saperne di più sul libro si segua questo link: https://riprenderealtrimenti.wordpress.com/2021/08/25/habemus-librum/

 L’autore: Riccardo Larini (Milano 1966), fisico, pedagogista, traduttore e teologo, dopo la laurea in fisica a Pavia si è dedicato agli studi di teologia ecumenica e di ermeneutica filosofica, prima presso la comunità di Bose (di cui è stato membro per undici anni) e quindi a Cambridge. Dopo avere diretto un collegio ecumenico in Inghilterra e una scuola europea in Estonia, ha deciso di dedicarsi prevalentemente all’attività professionale di esperto della formazione all’uso dell’intelligenza artificiale nell’apprendimento sia scolastico sia aziendale, e alla scrittura di articoli per il blog Riprendere altrimenti e per varie riviste italiane e straniere dedite alla divulgazione delle scienze religiose.

Larini, è passato poco più di un anno dalla nostra ultima intervista sulla crisi che ha investito la Comunità di Bose. Adesso è appena uscito il suo libro dedicato proprio alla storia di Bose, dalle sue origini, fino alle ultime tristi vicende. Però prima di inoltrarsi nella analisi del suo saggio, vorrei chiederle: cosa è cambiato un anno dopo?

Sarebbe bello poter dire che sono emersi spiragli di luce, di dialogo e di speranza, ma per ora, purtroppo, non è possibile. L’ipotesi di lasciare che Enzo Bianchi e chi continuava a riconoscersi in lui potesse trasferirsi nella fraternità di Cellole di San Gimignano, caldeggiata anche da diverse personalità ecclesiastiche sensibili e di valore, è stata affondata dal Delegato Pontificio e dalla componente comunitaria più ostile a qualsiasi dialogo. Di conseguenza, come peraltro aveva detto pubblicamente fin dal principio, il fondatore di Bose ha individuato dopo una faticosa ricerca un luogo idoneo alla sua vita e alla prosecuzione dei suoi impegni ecclesiali e civili, e il 30 maggio di quest’anno ha lasciato definitivamente i luoghi in cui era vissuto fin dal lontano 1965. Faccio notare, tristemente e per inciso, che quegli stessi organi di stampa cattolici che pure si erano scagliati contro la presunta e maliziosa indisponibilità di Bianchi a lasciare il proprio eremo, hanno passato totalmente sotto silenzio la sua partenza, e dunque la sua obbedienza al provvedimento pur ampiamente ingiusto della Segreteria di Stato. E anche la comunità, che pure non aveva esitato a emettere comunicati e veline talvolta spiacevoli sulla vicenda, non ha condiviso pubblicamente in alcun modo la partenza del suo fondatore.

So che ha incontrato Enzo Bianchi. Come sta?

Dal punto di vista spirituale e morale non ha perso la propria forza d’animo. Non l’ho trovato né rancoroso né incattivito, pur nella grande amarezza per tutto ciò che è accaduto. Fisicamente, invece, rispetto al nostro ultimo incontro avvenuto nel novembre del 2019, ho notato l’insorgere di evidenti difficoltà, soprattutto di deambulazione. Ormai non riesce più a camminare per più di qualche decina di metri senza provare dolore e affaticamento, e ha praticamente smesso di guidare l’automobile, per ragioni analoghe. Ha un evidente bisogno di sostegno nel quotidiano, ma per il momento vive da solo.

Approfondiremo, per quello che è possibile, più avanti alcuni passaggi chiave, richiamati nel suo libro, della crisi di Bose. Ora veniamo ad alcune linee paradigmatiche della esperienza bosina. Punti che costituiscono l’autentico tesoro evangelico di Bose. Sappiamo che Bose nasce da una intuizione evangelica, favorita dal clima conciliare, di Enzo Bianchi di costituire una comunità di semplici cristiani, quindi laici uomini e donne, che vogliono vivere l’evangelo, nel celibato profetico per il regno, nella compagnia degli uomini in una prospettiva ecumenica. Quello che ho richiamato si trova nelle “Tracce per una vita comune” del 1968. Quindi : Evangelo, laicità e Ecumenismo. Le chiedo come si è sviluppato questo tesoro?

Come sottolineo nel mio libro e più in generale nei miei scritti, le grandi creazioni comuni sorgono quando alcune persone colgono lo spirito che attraversa il loro tempo e la loro storia, e le fanno diventare realtà. In questo senso penso sia fondamentalmente sbagliato parlare di “carisma dei fondatori”, come si fa spesso nella vulgata cattolica, più ripetendo un cliché che non pensando veramente a fondo alle cose. Se lo stesso spirito colto da chi poi viene definito fondatore non viene riconosciuto in maniera unica e personalissima da ogni persona che si unisce al suo cammino, non si potrà mai costruire una casa comune solida, duratura e capace di svilupparsi.

Per contro, non vi è dubbio che senza la forza e la tenacia di grandi personalità, spesso di singoli leader, ben difficilmente un gruppo di persone può dar luogo a una creazione comune capace di non risultare effimera, in grado di non arrendersi e crollare di fronte alle prime difficoltà, sia esterne sia interne.

Nello specifico, Bianchi e coloro che hanno camminato con lui sia prima della nascita di Bose, sia durante la sua crescita e lo sviluppo della sua straordinaria parabola umana e cristiana, hanno colto ciò che da sempre costituisce la base più profonda del rinnovamento cristiano: il ritorno alle origini, a quel tempo che per certi versi precede la codifica di un’ortodossia ecclesiale, prima della divisione di cristiani in gruppi, categorie o addirittura “generi”. Alludo a un’epoca in cui già si erano manifestate divisioni dolorose e significative (il Nuovo Testamento è attraversato da palesi divergenze) ma in cui proprio per questo la ricerca della comunione tra diversi e tra comunità con parabole divergenti era sentita come un’esigenza fondamentale. Il concilio Vaticano II, sulla scia di altri grandi movimenti sorti al di fuori della chiesa cattolica fin dall’Ottocento (come ricostruisco nel mio studio su Bose), non aveva trovato tutte le soluzioni possibili, ma aveva identificato una traiettoria di aggiornamento, di ritorno alle origini, che Bose ha intercettato come pochissime altre realtà del cristianesimo, non solo italiano. L’unico tratto più peculiare rispetto a un puro ritorno alle origini, è stato rappresentato a Bose dalla scelta, non del tutto scontata, di dare vita a una comunità di “celibi per il regno”, senza tuttavia che con questo si intendesse contraddire la fondamentale laicità dell’esperienza che si era deciso di avviare.

Un tesoro cosi può reggere nella Chiesa cattolica?

La chiesa cattolica, per sua natura, tende sempre a inglobare e omologare, e non solo a categorizzare le esperienze religiose di qualsiasi genere e natura. Questo non è sempre e solo negativo: già la Prima Lettera di Giovanni invita a “mettere alla prova gli spiriti”, ovverosia a sottoporre ogni ispirazione a un cammino di verifica. E le autorità umane hanno probabilmente qualche ruolo anche in tale direzione. Bose, però, è nata, per sua stessa autodefinizione, come comunità non appartenente di per sé ad alcuna confessione cristiana, “non cattolica, protestante o ortodossa ma di cattolici, protestanti e ortodossi”, nel rispetto di ogni singola chiesa e delle rispettive autorità. Questa sana “marginalità” le ha consentito di essere luogo di incontro per tutti (e non solo per i cristiani o per i credenti in generale), di acquisire una credibilità senza pari nell’ecumene cristiano e nel mondo della cultura laica, e tutto ciò senza assumere traiettorie bizzarre o eccentriche. Tuttavia, per ragioni complesse, la comunità ha finito per entrare di fatto nell’alveo della chiesa cattolica, sia a motivo della propria crescente complessità e dimensione, sia per favorirne un consolidamento istituzionale in vista della successione di Enzo Bianchi, consolidamento che si è rivelato a mio avviso maldestro. Una volta immessa formalmente nell’alveo del cattolicesimo, Bose ha finito per perdere qualcosa di importante, ed è risultata inoltre drammaticamente esposta agli aspetti meno luminosi della tradizione cattolica. Non me la sento ovviamente di esprimere giudizi sommari su quest’ultima, ma sicuramente l’istituzionalizzazione in senso cattolico porta non di rado a soffocare le esperienze profetiche.

Lei nel suo bel libro porta alla luce, per quelli che non conoscono l’esperienza di Bose, i valori e il contributo davvero notevole sul piano teologico, liturgico, estetico, architettonico, editoriale che Bose ha offerto al cristianesimo contemporaneo (quindi a tutte le confessioni). Insomma quella di Bose è una esperienza di bellezza dell’Evangelo che tocca tutta la dimensione umana. Qual è stato il contributo più importante che la comunità ha dato alle Chiese?

Tra i molti ne sottolinerei almeno due. In primo luogo la capacità, decisamente inconsueta, di dare vita a liturgie di rara bellezza ed evangelicità, in grado di far vivere in profondità il mistero cristiano. Sono vissuto in molti paesi, ho sperimentato molti modi di fare comunità nel cristianesimo e di esprimerne l’identità e la forza trasformatrice nel culto, ma non ho mai incontrato da nessuna parte qualcosa di paragonabile alla creatività liturgica bosina. In Italia sicuramente c’è oggi molta povertà e manca quasi totalmente una sperimentazione liturgica intelligente. Accanto alla liturgia, direi che Bose ha saputo creare e vivere un “codice deontologico dell’ecumenismo” che è un vero e proprio paradigma dell’incontro tra visioni differenti, ben al di là del cristianesimo e della stessa religione. Ce n’è un bisogno enorme nel nostro mondo diviso e frammentato.

La compagnia degli uomini, anche da celibi, implica un “giudizio”,alla luce del Vangelo, sulla società contemporanea. C’è un giudizio politico di Bose sulla società?

Sicuramente. Ma non nel senso più comune del privilegiare una o l’altra delle parti che si contendono il potere sul terreno della “politics”, ma in quello più alto della ricerca dei valori e delle “policies” che li possono perseguire. Enzo Bianchi soprattutto (perché questo è stato più un suo dono che non un dono generale della comunità) ha saputo esprimere con franchezza perplessità e critiche importanti riguardo all’evoluzione della cultura e della società italiane e non solo. La comunità, per contro, ha sempre espresso un giudizio con il suo semplice stile di vita, con le sue scelte, i suoi valori. Non è mai possibile separare la fede dalla vita nella società, soprattutto se si decide di vivere una marginalità, come si dice a Bose, “nella compagnia degli uomini”. Come accadde a Thomas Merton, che cito nel mio libro, a un certo punto è necessario compiere una conversione da “cercatori della santità” a “testimoni colpevoli” delle storture del mondo.

Veniamo alle ultime vicende. La crisi di Bose parte da lontano. Attraversa molteplici aspetti. Qual è secondo lei l’elemento scatenante? Era così necessario il ricorso alla Santa Sede?

Come ogni comunità umana, anche Bose ha visto svilupparsi al proprio interno dei problemi, anche seri. È un fatto umano, umanissimo, che non rappresenta di per sé uno scandalo. Un intero capitolo del mio saggio è dedicato a questo. E umano è anche per certi versi che non si sia riusciti ad affrontare internamente il conflitto, soprattutto quando, come accade spesso nella chiesa, non si è abituati a riconoscere e accettare conflitti e differenze di sostanza. Lo snodo cruciale è tuttavia che ogni volta che degli esseri umani si legano vicendevolmente sorge la questione del potere. Certo, facendo i “santi da soli” la vita sarebbe più facile, ma cosa sarebbe il cristianesimo senza dimensione comunitaria? Ma il potere, nella chiesa, viene affrontato troppo spesso tramite il meccanismo del sacro, che porta inesorabilmente a sviluppare forme di violenza, come ha mostrato in maniera magistrale René Girard. Laddove si cerca in qualsiasi modo di anteporre alla coscienza individuale l’erezione a “vicari di Cristo” di singole persone (presbiteri, vescovi, abati) o anche del capitolo di una comunità monastica, si cozza inesorabilmente contro l’unica vera realtà totalmente sacra: ogni singola persona. Il cristianesimo deve oggi interrogarsi profondamente riguardo a queste dimensioni, se vorrà sopravvivere in una forma realmente evangelica e conforme allo sviluppo dello spirito umano. Il ricorso alla Santa Sede era una possibilità, accanto ad altre, ma non era né l’unica né certamente, alla luce di quanto accaduto, la più saggia.

Nell’ultimo capitolo parla dei protagonisti di questi tempi difficili. Sono rimasto colpito dalla figura del delegato pontificio: il canossiano Cencini. Da quello che emerge, leggendo le sue pagine, è una figura assai dura e molto chiusa al dialogo. Non proprio un mediatore ma un intransigente. Una domanda sorge spontanea : perché la Santa Sede si è messa nelle mani di una persona così dura? Che cosa voleva ottenere?

Come già le ho detto un anno fa in un’altra intervista, non mi occupo di politica ecclesiastica o di dietrologie vaticaniste: non ho né l’interesse né le competenze per farlo. E neppure sono nella testa del Delegato Pontificio. Posso dunque solo, basandomi su quanto ha scritto, detto e fatto in tanti anni, ribadire che si tratta di una persona che opera in modi sbagliati e, nella fattispecie del caso Bose, antiumani e antievangelici. Tutti lo dicono da tempo, compresi molti vescovi, nei “corridoi della chiesa”, ma nessuno ha il coraggio di denunciarlo ad alta voce. Di fatto Cencini è vittima delle proprie rigide teorizzazioni che lo portano a intervenire con soluzioni predeterminate, senza mai promuovere dialoghi reali. Infine, con molta onestà e franchezza, devo dirle che non è a me che dovrebbe chiedere spiegazioni sulle scelte della Santa Sede. Ognuno si deve assumere le responsabilità delle proprie scelte, delle proprie iniziative e dei propri fallimenti. Nessuno ne può essere esentato, neppure un vescovo di Roma, soprattutto in un sistema che gli conferisce poteri (e dunque responsabilità) che nessuno possiede sulla terra.

Lei vede la figura di Enzo Bianchi come un “capro espiatorio”. È servito a qualcosa il sacrificio?

Preciso innanzitutto che nel mio libro non limito al solo fondatore di Bose l’attribuzione del titolo di “capro espiatorio”. Vorrei che non ci dimenticassimo mai degli altri tre membri della comunità che sono stati banditi dalla medesima, Antonella, Goffredo e Lino, e dei molti che sono stati, in un modo o nell’altro, costretti ad andarsene, con pressioni psicologiche anche gravi. Le sofferenze susseguitesi all’intervento vaticano sono state ancora più pesanti di quelle che lo avevano suscitato, da una parte come dall’altra del conflitto di potere in atto. Ho scelto volutamente questa metafora biblico-ebraica e girardiana per indicare un problema fondamentale: a Bose sono sorti dei problemi che coinvolgevano tutti, ma si è scelto di “risolverli” eliminando una parte, senza tuttavia affrontare in realtà in alcun modo il nodo cruciale di come migliorare il dialogo interno e accettare e gestire gli inevitabili conflitti che sorgono in una comunità così complessa e numerosa. Tanto è vero che il successore di Bianchi compie oggi gesti mai visti a Bose in passato e totalmente estranei sia allo spirito sia alla lettera della stessa Regola di Bose, come l’esclusione dal capitolo e dai pasti comunitari per lunghi periodi di chiunque ne contraddica la voce nello stesso capitolo.

In questa vicenda quali sono stati i limiti del fondatore?

Penso di poter dire che da un lato non è riuscito a discernere come aveva fatto in passato l’insorgere di difficoltà e problemi non dovuti certamente solo o a lui, ma comunque avvertiti come seri da un certo numero di fratelli e di sorelle della comunità. E dall’altro, non ha saputo cogliere il momento giusto per andarsene a condizioni ben diverse, che egli stesso avrebbe potuto dettare, con un paio d’anni almeno di anticipo. Ma onestamente, quando sei stato il protagonista principale di una creazione così eccezionale, lungo un arco di tempo superiore ai cinquant’anni, è difficilissimo, se non sei aiutato a farlo a chi ti sta intorno, compiere un passo di tal genere. Per quanto mi è dato di sapere, non conosco “fondatori” che lo abbiano mai fatto…

Lei parla di non rispetto dei diritti umani in tutta questa vicenda. Perché?

Nessuna autorità al mondo, neppure quella di un pontefice per un cattolico, può giustificare provvedimenti così duri, immediati e inappellabili senza alcun processo, senza contenzioso e senza spiegazioni dettagliate. A prescindere da come la si pensi sul conflitto esploso a Bose, non si può accettare una modalità di giudizio e di intervento che non ha tenuto in alcun conto i diritti degli “imputati” (che non sono stati neppure tali, in quanto sono passati direttamente allo status di “condannati”).

Inoltre il provvedimento vaticano, come hanno mostrato diversi giuristi, non potrebbe mai essere applicato nel territorio italiano senza essere recepito da un tribunale ordinario (che mai lo farebbe), in quanto priva delle persone molto concrete di diritti fondamentali, a partire da quello di usufruire e di godere dei beni materiali e spirituali che hanno contribuito (alcuni in maniera massiccia e determinante) a realizzare. L’allontanamento dalla propria dimora e la proibizione di intessere relazioni con altre persone è un fatto gravissimo nell’ordinamento giuridico italiano, e nei confronti di alcuni allontanati, proprio nelle ultime settimane, è stata aggiunta anche la cancellazione unilaterale del contributo di sussistenza che pure era stato concordato per iscritto.

Credo sia tristissimo che in molti – anzi, decisamente in troppi – nel mondo cattolico si siano interessati molto di più ai presunti abusi compiuti dal fondatore di Bose (di cui non vi è traccia nel Decreto singolare né, ad oggi, è emerso alcun esempio concreto) che non ai palesi abusi compiuti dalla Santa Sede nei confronti di cittadini italiani. Un conto è non volersi schierare nel conflitto (decisione legittima e rispettabilissima), tutt’altra cosa è chiudere gli occhi di fronte a queste cose. Nessuna chiesa può essere veramente evangelica se non persegue fino in fondo la verità e non rispetta radicalmente la dignità di ogni persona, che ha diritti inalienabili.

Siamo alla fine di questa nostra lunga conversazione. Come riprendere un cammino riconciliato?

 Nel mio libro avanzo qualche timida proposta, basata soprattutto sul fatto che Bose possiede diverse case in giro per l’Italia. La riscoperta di dimensioni più piccole e umane aiuterebbe molto, e permetterebbe a gruppi di persone che ormai hanno visioni parzialmente divergenti della storia di Bose di continuare a vivere la vita a cui si sono votate senza una costante atmosfera di conflitto e senza cercare di risolvere i problemi eliminando del tutto l’altra parte dal proprio orizzonte. Ancora più importante, però, sarebbe la scelta (o l’invio?) di un nuovo, vero mediatore (o gruppo di mediatori), che avvii un autentico processo di confronto tra le parti in conflitto, e che guidi la comunità a (re-)imparare l’arte del dialogo fraterno. Perché c’è ancora un enorme bisogno di Bose nella chiesa e nelle chiese.

 

100 anni di Pax Romana, imparando che l’unità politica dei cattolici era transeunte e che la teologia morale da ripensare. Intervista a Stefano Ceccanti

Proprio oggi,  cento anni fa, nacque a Friburgo l’associazione cattolica “Pax Romana”. Con Stefano Ceccanti, ex Presidente nazionale della FUCI e attualmente costituzionalista e deputato del PD, cerchiamo di capire che cosa ha significato la nascita di “Pax Romana” per il laicato cattolico.

Professor Ceccanti, in un recente articolo del Riformista, ed anche oggi su Avvenire, lei ha ricordato che nel luglio del 1921, esattamente cento anni fa, dopo la prima guerra mondiale e all’esplosione dei nazionalismi esasperati, nacque a Friburgo l’associazione internazionale degli universitari cattolici Pax Romana che poi funzionò fino al Concilio Vaticano II come un grande network montiniano e maritainiano, fornendo la gran parte degli uditori laici al Concilio. Ha anche ricordato che analogamente a quanto era successo in Italia dove dalla Fuci era germogliato il Movimento Laureati di Azione Cattolica (oggi Meic), nel 1947 era poi sorto anche il secondo ramo di Pax Romana, quello appunto dei laureati. Un anno prima era sorta la Jec internazionale, coinvolgendo gli studenti delle secondarie, a cui corrisponde in Italia il Movimento Studenti dell’Azione Cattolica. Forse però vale la pena ora di concentrarci su quello che è successo dopo, nel post-Concilio, a cominciare dagli aspetti ecclesiali: le intuizioni di Pax Romana sono state sostanzialmente fatte proprie dalla Chiesa oppure anche problematizzate?

Un’esperienza di frontiera quale è quella di associazioni di ambiente, per di più inviate in ambienti che si erano separati dall’influenza della Chiesa in modo anche polemico, è sempre per sua natura sperimentale. La realtà ecclesiale pone domande all’ambiente ed anche viceversa. In questo senso il Concilio ha fatto proprio il metodo, per così dire, sperimentale, tra Chiesa e mondo ed ancor più puntualmente il documento montiniano del 1971, la Lettera Octogesima Adveniens del 1971, specie al suo paragrafo 4. Altra cosa sono i le sperimentazioni concrete, che sono destinate ad essere superate. Paradossalmente, siccome il metodo è confermato, i punti provvisori di arrivo vengono problematizzati. Nei movimenti di ambiente il post-concilio determina anzitutto un nuovo protagonismo delle periferie ed in particolare dell’America Latina. Quel movimento composito che chiamiamo teologia della liberazione parte dal movimento universitario brasiliano e da quello peruviano, il cui assistente è per molti anni Gustavo Gutierrez. Però non possiamo dire esattamente che Gutierrez viene a sostituire Maritain perché in realtà, come spiega per l’appunto Paolo Vi nel testo del 1971, la Chiesa riscopre non solo la propria dimensione internazionale, ma anche policentrica. Mentre i vari filoni conciliari in America Latina, con risonanza globale, cercano di declinare il tema dell’opzione per i poveri, in realtà negli altri continenti soprattutto nel Nord del mondo le priorità non potevano essere le stesse. Devo dire che poi la situazione si è molto evoluta anche in America Latina, ad esempio con le riflessioni sulla teologia della rigenerazione dell’attuale arcivescovo di Lima Carlos Castillo, che è sttao anche lui assistente del movimento peruviano

Ma in Europa e nel Nord del Mondo quali sono stati quindi gli specifici problemi e le specifiche priorità?

In Europa sono due i temi che animano maggiormente i dibattiti dopo il Concilio, molto diversi tra di loro. Il primo è quello del rapporto tra comunità cristiane e politica: l’opzione preferenziale per la democrazia finalmente sancita dalla Gaudium et Spes pone in prima fila la Chiesa nel rompere i rapporti coi precedenti regimi autoritari in Portogallo e in Spagna. A ciò, col nuovo pontificato di Giovanni Paolo II, si aggiunge il protagonismo nell’abbattimento delle cosiddette democrazie popolari. Dentro le democrazie, però, già il Concilio e poi la Octogesima Adveniens, avevano stabilito come regola il pluralismo. Può sembrare strano perché il Concilio, almeno a prima vista, era segnato dall’apogeo delle Democrazie Cristiane, almeno in Italia ed in Germania, mentre l’Mrp francese stava scomparendo. In realtà la Cdu tedesca era (ed è) un partito molto diverso dalla Dc italiana non solo perché interconfessionale con una significativa presenza evangelica e posizionato più chiaramente sul centrodestra,, ma anche perché dalla svolta della Spd di Bad Godesberg la Chiesa cattolica aveva assunto una posizione di equidistanza istituzionale tra i due maggiori partiti e c’era già una presenza significativa di cattolici nella Spd. Lo spiegò anni fa l’allora cardinale Ratzinger in una conferenza al Senato italiano causando stupore in molti che credevano erroneamente che lo schema fosse simile a quello italiano. Quindi in realtà il Concilio e poi l’Octogesima Adveniens prendono atto di una situazione di fatto, a cui l’Italia continuava a fare eccezione.

Proseguiamo su questo primo punto, ma cosa motivava l’eccezione?

Lo spiega il vescovo francese Matagrin che fu l’estensore del documento dei vescovi francesi del 1972 a favore del pluralismo politico. Paolo VI approvò il documento, che del resto era la diretta conseguenza dell’Octogesima Adveniens, ma gli spiegò che riteneva diversa la situazione politica italiana. Il testo francese era scritto per riconoscere la legittimità della presenza anche nel nuovo Partito Socialista accanto a quella più tradizionale nei partiti di centrodestra, mentre in Italia il problema era che il primo partito della sinistra si diceva ancora comunista, quindi espressione di una religione secolare. Era l’egemonia comunista sulla sinistra che comportava il mantenimento dell’opzione prudenziale per l’unità politica dei cattolici. Questo però aveva precise conseguenze sui movimenti di ambiente collocati nella scuola, nell’università e nel mondo del lavoro. Al di là delle scelte dei singoli, nello schema italiano di tipo montiniano e degasperiano, essi avevano la funzione di presidiare socialmente e culturalmente le correnti di sinistra del partito unitario. Più precisamente i movimenti intellettuali di Azione Cattolica avevano il loro referente naturale nella corrente morotea, quelli del mondo del lavoro nella corrente di Forze Nuove. Viceversa fuori dall’Italia, dove il partito più forte della sinistra non era comunista, era saldamente pro occidentale, la collocazione naturale era quella nei partiti socialisti. Non a caso Pax Romana esprime due Presidenti del Consiglio nel nuovo Portogallo democratico: prima Pintasilgo, che poi è anche la capolista socialista per le prime elezioni europee a cui partecipa il suo Paese, e quindi Guterres, l’attuale segretario generale dell’Onu. Diciamo che in Europa sulla politica al Maritain iniziale, teorico delle democrazie cristiane (che poi però sarebbe divenuto un filosofo cristiano della democrazia) per questi movimenti si sostituiva Mounier, secondo il quale la collocazione naturale di questi settori era nella sinistra non comunista.

Al di là delle diversità delle singole persone c’erano quindi per così dire delle scelte quasi naturali?

Sì, nella prima sessione europea a cui partecipai nell’aprile del 1981, in concomitanza col primo turno delle presidenziali francesi era abbastanza pacifico che la grande maggioranza dei quadri di questi movimenti votasse socialista e non solo nel Regno Unito dove c’era una classica vicinanza col Labour. Per inciso la moglie di Tony Blair faceva parte in quegli anni del movimento secondario e c’era stato un afflusso significativo di quadri nel Ps francese (più però nell’area di Delors e Rocard) ed anche il nostro presidente mondiale Carbonell era già impegnato nel Partito Socialista Catalano, di cui sarebbe poi stato parlamentare regionale.

E come leggevano la situazione italiana?

R-Noi portammo come relatrice in quella sessione Paola Gaiotti, che era stata eletta al Parlamento europeo grazie alla sinistra dc del Nord-Est. Piacque a tutti moltissimo per i contenuti, ma alla fine ci chiesero come facesse a stare nel Ppe anziché nel Pse. Non era tanto facile spiegarlo. Però da questo ci rendemmo conto che eravamo noi l’eccezione e non la regola e che quella eccezione non poteva che essere transeunte. Da lì poi partimmo con le iniziative per la democrazia dell’alternanza, compresi i referendum elettorali. Ci sembrava un modello più fecondo per la democrazia e anche per la Chiesa.

E il secondo tema?

Era quello del cosiddetto scisma sommerso, per dirla col filosofo Pietro Prini. Nelle società avanzate si era determinata una situazione nuova. Mentre nelle società tradizionali maturità fisica, entrata nel mondo del lavoro e matrimonio erano sostanzialmente allineati, viceversa già negli anni ’70 e ’80 si era già creato un ampio periodo di intervallo tra maturità fisica da una parte, stabilità lavorativa e scelta matrimoniale. Le categorie tradizionali elaborate dalla teologia morale e recepite dal Magistero non sembravano comprensibili, erano percepite come una somma di divieti, ampiamente disapplicati proprio perché non comprensibili. Era difficile individuare soluzioni, però il problema non poteva essere negato, ma a parte poche voci come in Italia il cardinal Martini non si riusciva a passare dai dibattiti informali a una vera discussione pubblica. Era però un nodo scoperto, come emerse anche in due conflitti, uno italiano ed uno europeo.

Quali furono?

Il primo fu una educata ma ferma contestazione a monsignor Carlo Caffarra alla settimana teologica della Fuci del 1980 perché aveva esposto tesi iper-rigoriste. Il secondo fu la visita di Giovanni Paolo II al campus di Lovanio. Venne scelta come oratrice Veronique Oruba, del nostro segretariato europeo Jec-Miec, che chiese con franchezza di rielaborare un insegnamento in chiave più personalistica, ma questa franchezza non fu presa tanto bene, almeno sul momento. Lei ebbe dei problemi con l’Università, poi per fortuna superati.

Una situazione spiacevole

Sì, ma sono contrario ai vittimismi. Se si sceglie un approccio sperimentale, di stare sulla frontiera, pur senza fare scelte estreme, provocatorie, ma in modo giustamente sobrio, direi moroteo, è anche inevitabile che ci possano essere incomprensioni. Come diceva il padre domenicano Maydieu ai residenti cattolici francesi contro Vichy era vero che la scelta di ribellarsi a quella che secondo alcuni era un potere legittimo non poteva poggiare su un qualche documento magisteriale pre-esistente, ma l’importante era che fosse ragionevole pensare che nell’arco di una generazione, ex post, quel documento avrebbe potuto esserci. In effetti ci fu poi la Gaudium et Spes per l’opzione preferenziale per la democrazia e la Populorum Progressio sul diritto di resistenza. Per di più, obiettivamente, abbiamo vissuto momenti privilegiati come il seminario segreto di Pax Romana convocato in fretta e furia nel maggio 1985 in Polonia sulle prospettive che si aprivano con l’arrivo di Gorbaciov alla guida del Pcus il mese precedente.

E cosa accadde?

Il seminario fu convocato dal nostro movimento polacco, il Kik, nel presupposto che prima o poi la cosiddetta democrazia popolare sarebbe caduta. Liberi dal dover essere uniti contro il Regime, ci fu una significativa maggioranza, che ovviamente noi dell’Ovest supportammo, per la creazione di una normale democrazia occidentale legata all’Europa. Però ci fu anche una consistente minoranza, proveniente dalle zone più agricole, che ipotizzava un rapporto tra Chiesa cattolica e democrazia analogo a quello della Costituzione italiana con l’Islam. Per fortuna poi nel 1989 il Presidente del Kik Mazowiecky divenne primo ministro. Però vedemmo allora che ci potevano essere dei problemi. Del resto la democrazia non si sviluppa in modo lineare.

 

 

“Per la Chiesa cattolica sarà determinante il prossimo Sinodo mondiale dei vescovi”. Intervista a Marco Politi


Papa Francesco è nell’ottavo anno di Pontificato. Moltissimi processi, nel senso di nuovi cammini, sono stati avviati. Si pensi ad esempio alla bellissima lettera sulla fratellanza universale, firmata insieme al grande Iman Ahmad Al-Tayyeb, che ha ispirato  grande enciclica “Fratelli tutti”. Per non dire della “Laudato si”. Tutto questo è un grande arricchimento per la Chiesa cattolica. Però all’interno vi sono inquietudini e “lamentazioni” (critiche). Per esempio ha colpito molto una recente presa di posizione, assai dura, di un importante intellettuale cattolico, il professor Alberto Melloni. Lo storico della Chiesa ha scritto un articolo, apparso su Repubblica, dal titolo assai significativo : Francesco e il giugno nero della Chiesa. Nell’articolo si prendono di mira alcune decisioni del papa (dalla lettera al cardinale Marx, fino alla vicenda di Bose e di Becciu).”c’è un filo tra questi atti? (…)Fossero anche eventi slegati il loro accumularsi è un fatto  che prepara tempesta”. Ma com’è lo stato della Chiesa cattolica? Ne parliamo, in questa intervista, con il vaticanista Marco Politi. Politi è stato per diversi anni vaticanista di “Repubblica” e attualmente è editorialista del “Fatto Quotidiano”. E’ autore di diversi saggi. L’ultimo è uscito per Laterza : Francesco. La peste, la rinascita (pagg. 114, 2020).

 

 

Marco, cosa pensi dell’analisi di Melloni  ?

Non credo che la gran massa del miliardo e trecento milioni di cattolici sparsi per il mondo avverta questo giugno cosiddetto nero. La peste del Covid è in pieno corso in moltissime nazioni, il 70 per cento dei londinesi è vaccinato, mentre in Africa solo il 2 per cento. Tanto per capire la drammaticità della situazione. Nei paesi del Primo Mondo, dove le cose vanno meglio, c’è una economia da ricostruire
, diseguaglianze crescenti da superare. In molte regioni asiatiche aumenta la schiavitù, in altre cresce lo sfruttamento brutale del lavoro minorile. Chi se ne importa di una recognitio alla Congregazione del Clero o di un audit al Vicariato di Roma o di una perquisizione nella diocesi di Ozieri, di cui la maggioranza degli stessi italiani ignora l’esistenza.

 

 Cosa conta allora ?

Ciò che suscita l’attenzione del mondo cattolico sono gli eventi fondamentali. La cacciata del cardinale Becciu dal suo posto in curia perché la mala amministrazione non può essere tollerata al vertice della Chiesa. L’inaudita opposizione dell’ex papa Ratzinger e del cardinale Sarah all’ipotesi di un clero non celibatario. Il gesto di Francesco che accoglie in Vaticano un transessuale spagnolo con la sua partner: gesto che rimarrà quando il responso del Sant’Uffizio sul divieto alle benedizioni delle coppie gay sarà già caduto nel dimenticatoio.

 

Qual è il limite della presa di posizione di Melloni?

Ogni analisi è un contributo prezioso. Ma ritengo che vada rovesciata la prospettiva. Inutile fissare solo lo sguardo sul pontefice regnante. I papi non sono onnipotenti. Il loro potere è o sembra assoluto solo quando sono conservatori. Chi riforma si scontra con resistenze, paure, pigrizie mentali. Lo sguardo a rivolto alla magmatica transizione in corso da oltre mezzo secolo in seno al cattolicesimo. Il vecchio modello tridentino non funziona più, il modello sinodale, aperto alle profonde trasformazioni della psiche sociale, non si è ancora né delineato né tantomeno affermato.

 

L’attacco di Melloni è  stato ripreso dall’ala ultra conservatrice della Chiesa. Uno di loro, Antonio Socci, uno dei più duri e ostili a papa Francesco, ha affermato che l’analisi di Melloni è il segnale che i progressisti stanno “scaricando” Francesco. Socci termina il suo articolo con l’esortazione a papa Francesco “a riprendere la via eroica di papa Wojtyla e Ratzinger”. Cosa pensi di questa affermazione?

 I falchi conservatori non creano il futuro e non capiscono il presente. Il manifesto sulla libertà della Chiesa, firmato dal cardinale Mueller e dall’ex nunzio Viganò, per contrastare le misure sul Covid è stato un flop. La cosa essenziale oggi è cercare di cogliere non quello che succede tra i “generali” ma nella massa del cattolicesimo. Perché non c’è stato tra i preti italiani un movimento di protesta – come nei paesi del Nord Europa – contro il divieto di benedizione delle coppie gay? Perché tra i vescovi italiani non ce n’è stato uno che abbia chiesto che una personalità come Enzo Bianchi sia nuovamente valorizzata? Perché tra i vescovi e i cardinali del mondo non si sono avute pubbliche prese i posizione contro la pattuglia conservatrice internazionale (incluso Ratzinger) che ha voluto legare le mani a papa Francesco sulle misure auspicate dal sinodo dell’Amazzonia? Perché tre quarti dei vescovi americani in queste ore si contrappongono alla linea papale, fissati con l’idea di punire con l’esclusione dall’eucaristia Biden e altri politici che ammettono una legislazione sull’aborto? Perché la maggioranza degli episcopati mondiali non ha voglia di mettere in piedi un sistema rigoroso per contrastare e smascherare gli abusi sessuali nell’istituzione ecclesiastica? Il grido d’allarme di Marx non vale solo per il caso Germania.

 

Veniamo ad alcuni nodi.  Per esempio sinodalità. La Chiesa tedesca sta dando prova di grande protagonismo sinodale. Sappiamo che questo protagonismo preoccupa l’anima ultra conservatrice della Chiesa. Come stanno le cose?

 Io chiederei piuttosto quale contributo gli episcopati del mondo danno alle domande cruciali poste in Germania: potere e divisione dei poteri nella Chiesa, ruolo delle donne, vita sacerdotale oggi, relazioni e sessualità. La riposta è: pubblicamente quasi zero. Ma le svolte, come il concilio Vaticano II, non si fanno perché un papa emana un decreto o una singola conferenza episcopale scrive un documento. I cambiamenti si fanno perché c’è un attivo movimento riformatore internazionale come negli anni ’60 del secolo scorso.
Il bilancio di questi anni mostra che un simile movimento massiccio pro-riforma non è ancora sorto.

 

Era così necessaria la scomunica per chi ordina le donne sacerdote?

Non era né urgente né necessario. Sappiamo tutti che prima o poi anche la Chiesa cattolica avrà donne-sacerdote e sappiamo anche che questo non riempirà maggiormente le chiese alla messa domenicale. Ma in ogni caso è storicamente necessario. Tuttavia bisogna essere franchi: per le riforme ecclesiali più ardite papa Francesco non dispone di una maggioranza di due terzi all’interno dell’episcopato mondiale.

 

Sul piano della curia come sta procedendo la riforma?

La riforma della curia è entrata nel suo stadio finale, ma in ultima analisi non sarà un evento primario. Molto più importante è stata la riforma riguardante i beni finanziari e immobiliari della Santa Sede fatta da Francesco: nel senso della centralizzazione della gestione (Apsa) e della centralizzazione dei controlli da parte della Segreteria per l’Economia

 

Pur nelle difficoltà questo pontificato ha dato alla Chiesa elementi pieni di futuro. Abbiamo detto già la fraternità e l’ecologia integrale. Sul piano della fede quale elemento sta facendo emergere Papa Francesco?

Papa Bergoglio resta una pietra miliare del “processo di transizione” ecclesiale, perché propugna un cristianesimo che non si limita ad essere identitario, ma si prende cura del prossimo e del creato. Perché predica un Dio padre di tutti – uomini e donne di ogni religione e filosofia – e non solo dei battezzati. Un Dio misericordioso dalla parte degli esseri umani, lontano dal clericalismo e dall’idolatria monarchica dell’apparato vaticano. Il prossimo sinodo mondiale dei vescovi, che si svolgerà nell’arco di due anni, iniziando nell’ottobre 2021 passando dal piano delle diocesi, passando poi a quello continentale, arrivando infine nel 2023 al livello universale, sarà il test dello stato di salute della Chiesa cattolica oggi. Si parlerà della missione della Chiesa nel XXI secolo, della partecipazione, della sinodalità. Cioè di tutto. Quasi un concilio.

“La lettera di Ladaria farà bene alla democrazia americana”. Intervista a Stefano Ceccanti

Sta facendo discutere l’opinione pubblica cattolica, statunitense ed europea, la lettera del Cardinale Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, al presidente dei Vescovi americani Gomez, ultraconservatore. Lettera che stoppa radicalmente l’iniziativa clamorosa da parte dell’ala conservatrice di negare la comunione al Presidente Biden (in quanto favorevole alla legislazione pro aborto). In questa intervista con il costituzionalista, e deputato PD, Stefano Ceccanti cerchiamo di approfondire i contenuti di questa lettera.

Professor Ceccanti, i termini della lettera non sono per niente teneri nei confronti dei conservatori: tra le righe si denuncia il comportamento strumentale dell’iniziativa di Gomez. È così professore? 

Veda, io partirei da un po’ più lontano, dall’anniversario che si celebrerà domani. Il 14 maggio 1971, 50 anni fa, Paolo VI scrisse al Cardinale Roy la lettera Octogesima Adveniens, per gli 80 anni dalla Rerum Novarum. Il parametro per le nostre questioni è quello perché essa rappresenta il punto di arrivo della riflessione conciliare sul tema dei rapporti tra Chiesa e politica. Infatti, pur avendo la Gaudium et Spes, la Costituzione conciliare, espresso alcune scelte significative, tra cui il riconoscimento dell’opzione preferenziale per la democrazia (paragrafo 31), lo specifico capitolo 4 ebbe una trattazione del tutto insufficiente perché essa coincise con la giornata del ritorno di Paolo VI dall’Onu, il 5 ottobre 1965, e i lavori dell’assemblea furono concentrati sul suo discorso. Fu questa la ragione per la quale Paolo VI rifece il punto con la Octogesima Adveniens ed in particolare nei punti 4 e 50.

Il punto 4 fa due affermazioni molto importanti che deideologizzano l’insegnamento sociale: la prima è che “Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale” e la seconda è che le comunità cristiane attingono da esso “principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione” che consentono di giungere a conclusioni concrete. L’elemento comune di principi, criteri e direttive è il fatto che essi hanno dei margini di elasticità rispetto alle soluzioni concrete. Margini che evidentemente non sono infiniti, l’elastico oltre una certa soglia si rompe, ma ciò non di meno essi esistono, le soluzioni concrete non coincidono con essi. E’ per questo che, come chiarisce il n. 50: “Nelle situazioni concrete e tenendo conto delle solidarietà vissute da ciascuno, bisogna riconoscere una legittima varietà di opzioni possibili” con “uno sforzo di reciproca comprensione per le posizioni e le motivazioni dell’altro”.

Dietro queste affermazioni si coglie tutta la finezza di un papa che per storia familiare conosceva la concretezza della vita politico-parlamentare che è fatta non di referendum su princìpi, ma di continue mediazioni tra più princìpi che entrano in gioco nella stessa decisione, tra princìpi e realtà sociale concreta e tra diverse visioni che sono rappresentate in una società aperta. Solo così si evitano approcci strumentali.

Lei quindi ritrova questo approccio che viene da lontano nella lettera del Prefetto, ovvero specificamente nel punto in cui si afferma che né il tema dell’aborto, né quello della eutanasia possono essere usati come ‘unica materia in cui si richiede il pieno livello di responsabilità da parte dei cattolici. Una gran picconata al “partito dei valori non negoziabili”? Ma quello non veniva dal pontificato di Giovanni Paolo II e dalla Nota dottrinale del 2002 della medesima Congregazione che però Ladaria cita come fondamento della sua critica?

Anche nell’enciclica Evangelium vitae” di Giovanni Paolo II del 1995 (che aveva confermato l’opzione prefrenziale per le democrazie liberali nella Centesimus Annus del 1991) si riscontrano almeno due importanti passaggi nella medesima direzione della Octogesima Adveniens. Il primo (par. 71) ricorda sulla base dell’insegnamento di Tommaso (su cui a lungo aveva riflettuto Jacques Maritain) che la difesa e lo sviluppo di alcuni principi e valori non coincide con la massima estensione possibile del diritto penale per punire comportamenti che li neghino:” la pubblica autorità può talvolta rinunciare a reprimere quanto provocherebbe, se proibito, un danno più grave”. Se un principio o un valore siano concretamente sviluppati in un ordinamento dipende da una serie di incentivi, da un insieme di politiche pubbliche: può darsi che un diritto penale meno esteso accompagnato da politiche sociali positive più consistenti abbiano in un determinato contesto storico, effetti ben più positivi. Il secondo (par. 73) tende a valorizzare comportamenti politico-parlamentari tesi alla riduzione del danno.

Viceversa questo senso della complessità non sembra riprodotto per intero nella Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2002 perché essa sembra presupporre che vi siano ambiti in cui “l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno” (par. 4) in cui cioè lo schema sia bianco-nero, tutto-nulla, verità-errore. Qui sta il problema teorico, che poi è anche un serio problema pratico: infatti la Nota risulta a tutt’oggi del tutto disapplicata e non per volontà dei singoli, ma perché in questi termini è sostanzialmente inapplicabile. Ora alcuni vescovi americani, i primi che concretamente vogliano farlo sia pure arrivando a conclusioni sulla Comunione non direttamente previste nel testo, credono di interpretare correttamente la Nota ritenendo che questo ragionamento riguardi un particolare ambito materiale, in particolare i temi dell’aborto e dell’eutanasia perché sarebbero i primi citati nel testo. Il cardinale Ladaria, a nome della Congregazione, reagisce segnalando che scegliere un preciso ambito materiale finirebbe per selezionare arbitrariamente alcune materie a danno di altre: “sarebbe fuorviante dare l’impressione che l’aborto e l’eutanasia da soli siano gli unici temi centrali della Dottrina Sociale cattolica, che richiedono il più alto livello di rendiconto da parte dei cattolici”.

Il cardinale Ladaria, così facendo, evita opportunamente un doppio standard tra materie diverse, ma logicamente gli esiti possibili sono due e sono opposti. O si conferma che sia possibile teorizzare che rispetto a tutti i principi e valori che si vogliano difendere e sviluppare vadano rifiutati compromessi, ma allora diventa sostanzialmente impossibile fare politica specie nelle sedi parlamentari, si arriva a un non expedit generalizzato o, viceversa, si ammette che esistono sempre margini di elasticità. Ovviamente tutte le istanze sociali, comprese quelle ecclesiali, hanno il diritto di ritenere che nei casi concreti l’elasticità sia usata oltre i limiti ragionevoli e possono benissimo contestare i concreti compromessi raggiunti, ma non possono disconoscerne a priori l’esistenza. Questo nodo non può essere aggirato. E’ la nota del 2002 come tale che non funziona su quell’aspetto, difforme rispetto all’impostazione dellOctogesima Adveniens, che la rende inapplicabile e che, qualora si tenti di applicarla, crea conflitti non risolubili.

Pensa che questo intervento rasserenerà l’episcopato americano, o, invece, alimenterà contrasti (fomentati dai vari Bannon e Viganò)?

Come ho cercato di spiegare prima per esteso chiarendo il parametro (l’Octogesima Adveniens) e ciò che fa problema (la Nota del 2002) la linea dell’episcopato americano è insostenibile. Peraltro si tratta in questo momento e da molti anni dell’unico episcopato che sta tentando un’applicazione intransigente di quella Nota. Farebbe bene a riflettere sul suo isolamento non solo rispetto al Papa, ma anche alla Chiesa universale.

Cosa può significare per la politica americana questo intervento? 

Mentre l’intervento della Conferenza episcopale si inseriva in quella logica di over partisanship, di eccesso di partigianeria che segna quel paese da vari anni e che tanto nuoce alla democrazia americana, l’intervento del cardinal Ladaria si presta ad un più positivo rapporto con la politica. Non è in questione il diritto di esprimere posizioni critiche in pubblico secondo le regole del diritto di libertà religiosa in una società aperta, ma la Chiesa cattolica deve decidere se in una situazione già segnata da molte polarizzazioni vuole essere vista come parte del problema o parte della soluzione. Un certo intransigentismo finisce non col portare un contributo nella vita politica ma con l’esasperare le differenze politiche dentro la Chiesa.

 Non si può non vedere anche un riverbero per l’Italia, la patria del “ruinismo”…… Anche lei vede questo? 

In Italia quel periodo è tramontato irreversibilmente da tempo, prima sul piano politico e poi su quello ecclesiale. Accantonerei pertanto le polemiche sul passato e mi concentrerei sulla ricerca di una linea che raccolga in positivo la spinta innovativa del pontificato. Una linea che va sapientemente costruita.

Benedizione alle coppie omosessuali: “Il Responsum non è un documento definitivo”. Intervista ad Andrea Grillo

Matrimonio (Pixabay)

Sul recentissimo documento, il cosiddetto “responsum”, della Congregazione per la dottrina della Fede sulla possibilità di benedire le unioni formate da persone dello sesso, si sta sviluppando un forte dibattito all’interno della Chiesa Cattolica romana. Infatti la risposta negativa della Congregazione ha suscitato sconcerto in alcuni episcopati europei (in particolare quello tedesco, da segnalare anche la presa di posizione di molti teologi tedeschi ). Nella giornata ieri alcune testate internazionali hanno riportato le voci, da fonti anonime vaticane non si sa quanto credibili, che anche il papa si sarebbe distanziato da quel documento. Insomma si tratta di un documento che merita un approfondimento. Per questo abbiamo sentito il parere qualificato del professor Andrea Grillo. Grillo è docente di Teologia al Pontificio Istituto “Sant’Anselmo” di Roma.

Professor Grillo, nell’opinione pubblica c’è un grande dibattito sul recente Responsum della CDF sulla liceità di concedere, da parte della Chiesa cattolica, alle coppie dello stesso sesso la benedizione alla loro unione. Sappiamo che il responso è stato negativo. Il papa stesso ha condiviso questo. Una decisione per alcuni cattolici, e anche cristiani di altre confessioni, assai controversa. Al di là di alcune parole positive sulle unioni, resta la chiusura? Perché?

Credo che si debba considerare un doppio aspetto della questione. Il primo riguarda la
inerzia di una comprensione della sessualità e del matrimonio basata essenzialmente su una prospettiva morale e legalista. E’ facile che, anche nelle Congregazioni, prevalga un modo di ragionare su ogni novità di tipo puramente difensivo. L’idea stessa di benedizione viene così fraintesa e ricondotta semplicemente al potere della Chiesa, come se benedire significasse prima di tutto “autorizzare” e “convalidare”. La illiceità della benedizione di tutto ciò che non sia “integralmente buono” diventa perciò uno scandalo insopportabile e da evitare. Ma qui è in gioco proprio la nozione di benedizione e la relazione con il bene. Da un lato benedire è più un atto di riconoscimento che di regolarizzazione, dall’altro riguarda un aspetto della esistenza e non la sua integralità. Ma il riconoscimento è un atto difficile quando una Chiesa si è abituata, da 150 anni, a combattere sul matrimonio e sulla sessualità come se fosse sua competenza esclusiva. In ogni questione in cui vi sia in gioco una forma di “comunione di vita e di amore” immediatamente scatta una volontà di potenza più forte di ogni riconoscimento. Ogni altro potere è negato: anche quello di benedire una coppia di uomini o di donne. Del passaggio ad una lettura escatologica della
“letizia dell’amore” e della autocritica delle forme ottocentesche di pastorale familiare, che Amoris Laetitia aveva sancito con forza nei suoi numeri 34-37, non sembra esservi traccia nella mens del responsum.

Non c’era da aspettarsi una evoluzione dopo il Sinodo sulla famiglia?
Senza dubbio l’evoluzione, sul piano generale di lettura della esperienza familiare, vi è
stata, sia sul piano pastorale, sia sul piano teologico. La inerzia delle Congregazioni è nota e non è sorprendente che possa esprimere una lettura della vita personale e della
relazione sessuale tanto chiusa in una lettura meramente “funzionale”. Certo, a leggere
bene il responsum, non tutto è arretrato. Ci sono anche piccole apertura, che però non
hanno potuto incidere sulla decisione, che appare rinserrata nelle evidenze di una società tradizionale, che non ha conosciuto il passaggio dal sesso alla sessualità.
Sostanzialmente continua a ragionare con l’idea che il matrimonio sia esercizio legittimo di uno “ius in corpus”.

Qual è il punto debole del responsum?
La debolezza non riguarda nello specifico la questione sollevata, ossia la questione della benedizione delle coppie omoaffettive. Riguarda invece la comprensione generale e strutturale del rapporto tra gioia dell’amore e esercizio della sessualità. Poiché, secondo la tradizionale posizione premoderna, l’unico luogo legittimo per l’esercizio del sesso è il matrimonio, e poiché l’esercizio del sesso tra due uomini o due donne è obiettivamente disordinato – ossia non finalizzato in alcun modo alla generazione – ecco che se ne deduce una duplice causa di illiceità: perché non può essere esercitato nel matrimonio e non può essere finalizzato alla generazione. Come è evidente, in questa prospettiva la comunità di vita e di amore, che può essere certo accessibile anche ad una coppia omoaffettiva, non entra neppure in considerazione, se non in modo talmente marginale, da non riuscire ad intaccare il giudizio drasticamente negativo. La “legge oggettiva” prevale in modo drastico su ogni considerazione soggettiva. Per questo, fin dal primo momento, mi è sembrato che fosse giusto definire la prospettiva di questo responsum con le parole di Amoris Laetitia 304: “pusilli animi est”, ossia “è meschino”, proprio perché si illude che una “legge oggettiva” possa scavalcare e determinare integralmente la logica della benedizione.

Tra le tante prese di posizione contrarie va segnalata quella del Vescovo di Anversa,
Johan Bonny, e anche di vescovi tedeschi (che stanno celebrando il loro sinodo). Per il
vescovo di Anversa il “Responsum” “manca di cura e attenzione pastorale, di fondamento scientifico e di precauzione etica”. Una stroncatura netta. Insomma tra chi vive nel concreto vivente della società questa presa di posizione è sentita come dottrinaria e astratta. Siamo lontani dalla Chiesa in uscita tante volte evocata in questi anni. È così Professore?

La reazione più sana, a mio avviso, è quella che nota come, 5 anni dopo Amoris Laetitia, e quasi in coincidenza della data anniversaria di quel documento, è possibile restare assolutamente chiusi in una comprensione formale, legalistica ed anche, me lo lasci dire, poco canonistica della questione. Ha avuto ragione il prof. Consorti ad affermare che, nella decisione, non si è considerata la questione sul piano più schiettamente canonico, il che avrebbe lasciato spazi di manovra più ampi, proprio per non anticipare il giudizio morale in un atto liturgico come la benedizione che “non chiede nulla ai soggetti” se non di essere testimoni del bene. Una lettura solo “pedagogica” ha bloccato ogni spazio di manovra, riducendo le persone al loro comportamento sessuale, inevitabilmente pregiudicato.

Quali sono invece le ragioni, dal suo punto di vista, per le quali la benedizione si potrebbe dare?

Proviamo a entrare diversamente nel problema, senza lasciarci condizionare da come è
stata posta la domanda sul “potere della Chiesa di benedire le coppie dello stesso sesso”. Mi sorprende che la CDF non abbia voluto imitare nemmeno un poco lo stile di Gesù, che non rispondeva mai alle domande, ma cambiava la domanda. Cambiamo la domanda e chiediamoci: “non può forse la Chiesa riconoscere il bene che c’è in una coppia, non importa come sia composta, nella quale la comunione di vita e di amore siano assunte come prospettive di dono reciproco e di una reale esistenza per l’altro”? Io credo che ad una tale domanda qualsiasi Congregazione non avrebbe difficoltà a rispondere: affermative. Aggiungerei, parafrasata, una frase famosa del Card. Martini, che potremmo applicare a questa condizione. Anche qui si tratta di cambiare la domanda: non dobbiamo chiederci “se si possano benedire queste coppie omoaffettive”, ma “se non siano soprattutto queste coppie a dover essere benedette”!

Sappiamo che la Chiesa Cattolica ha fatto un grande cammino verso la comprensione
della omosessualità, e questo è presente, in alcuni passaggi, del responsum. Non c’è il
rischio di passi indietro?

I passi indietro sono evidenti nel momento in cui tutta la elaborazione compiuta, anche
solo rispetto al testo del CCC, non ha avuto alcuna incidenza su una decisione che è stata assunta con categorie che sono quelle della neoscolastica degli anni 50. Tuttavia, e questo dobbiamo saperlo bene, senza un nuovo sapere sistematico, che sappia coniugare a dovere aspetti oggettivi e soggettivi nuovi, non riusciremo a affrontare correttamente le questioni. E, lo ripeto, per integrare a dovere la “omo-sessualità”, dobbiamo comprendere in modo nuovo la sessualità. Per certi versi la fatica più grande dobbiamo farla con le coppie eterosessuali, per poter comprendere, in maniera nuova, anche le coppie omosessuali. Viceversa, la incomprensione della omoaffettività dipende da una teologia della eteroaffettività ancora troppo rozza, troppo moralistica e troppo legalistica. Potrei fare questo esempio: si osservi quanto impacciati siamo nell’affrontare istituzionalmente le crisi delle coppie eterosessuali per capire quanto arretrate sono le categorie con cui pensiamo matrimonio, famiglia, sessualità e vita comune. Da categorie arretrate nel pensare la eterosessualità difficilmente verremo a capo delle questioni, solo parzialmente diverse, che emergono dalle nuove forme di unione, che dovremmo anzitutto riconoscere come esistenti e non solo come perversioni manifeste.

Veniamo per finire al Papa Francesco. Sappiamo che papa Francesco è un uomo dai
grandi gesti. Sono davvero tanti. E dalla parola profonda e sincera. Domanda : ma questo responsum è in sintonia con il suo magistero?

Fin dall’inizio io sono rimasto piuttosto perplesso per la insistenza con cui il responsum
veniva riferito direttamente al papa, cosa che in sé è tanto ovvia quanto sospetta. Dico
ovvia, perché il procedimento con cui si arriva ad un responsum prevede il passaggio
papale. Ma che un documento firmato da un Prefetto e un Segretario di Congregazione si pretenda di attribuirlo direttamente al papa dice una debolezza. E quando un documento, la cui forza starebbe nella argomentazione, pretende di valere direttamente per la autorità che rappresenta, mostra la corda prima ancora di aver parlato. Ad ogni modo, se anche fosse firmato dal papa, non sarebbe un documento definitivo. Nella sua qualità di responsum ha un valore dottrinale modesto. L’unico livello su cui potrebbe essere valorizzato è su ciò che non ha ritenuto rilevante per decidere in senso negativo. E un documento che dice no, ma diventa importante per i sì che non ha saputo argomentare come doveva, lasciando lo spazio perché colui, al servizio del quale è stato scritto, ma che non lo ha firmato, possa trovare il tempo e il modo per chiarire che cosa è veramente una benedizione e quanto è preziosa per entrare in relazione autentica con le vite di coloro che conoscono che cosa significa amare e vivere per l’altro. E non è detto che di fronte alla stessa coppia, la cui benedizione sarebbe giudicata illecita, non si trovi chi sia disposto a levarsi i calzari.

 

Versione Italiana della dichiarazione dei 212 professori di teologia tedeschi sul responsum
Dichiarazione sul “Responsum” della Congregazione per la Dottrina della Fede
Lunedì 15 marzo 2021, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato un responsum,
in cui nega la possibilità di benedizione da parte della chiesa delle unioni dello stesso sesso. Come professori di teologia cattolica, prendiamo posizione su questo.
La “Nota esplicativa” sul responsum e il “Commento” pubblicato con essa mancano di profondità teologica, comprensione ermeneutica e di rigore argomentativo.  Se rilevanti conoscenze scientifiche vengono ignorate e non recepite, come accade nel documento, il Magistero mina la propria autorità.
Il testo è caratterizzato da un gesto paternalistico di superiorità e discrimina le persone omosessuali e il loro stile di vita. Prendiamo decisamente le distanze da questa posizione. Al contrario, assumiamo che la vita e l’amore delle coppie dello stesso sesso valgono davanti a Dio non meno della vita e dell’amore di tutte le altre coppie.
In molte comunità, sacerdoti, diaconi e altri operatori e operatrici pastorali riconoscono le persone omosessuali, anche celebrando riti di benedizione per coppie dello stesso sesso e riflettendo sulle forme liturgiche appropriate di tali celebrazioni. Le riconosciamo espressamente come pratiche da valorizzare.