Il caso Bose. Intervista a Riccardo Larini

La Chiesa italiana è scossa per le notizia, uscita in questi giorni con grande clamore sulla stampa nazionale, dell’allontanamento, deciso dalla Santa Sede, di Enzo Bianchi dalla Comunità di Bose. Comunità fondata da lui subito dopo il Concilio Vaticano II. Un caso clamoroso. Cerchiamo di capire di più, per quanto è possibile, in questa intervista con il teologo Riccardo Larini. Riccardo Larini è un intellettuale molto vicino alla Comunità, avendone fatto parte per undici anni ed essendo sempre rimasto in ottimi rapporti con tutti a Bose.

“All’indomani della solennità della Pentecoste, la Comunità di Bose ha accolto la notizia che il suo fondatore, fr. Enzo Bianchi, assieme a fr. Goffredo Boselli e a sr. Antonella Casiraghi hanno dichiarato di accettare, seppure in spirito di sofferta obbedienza, tutte le disposizioni contenute nel Decreto della Santa Sede del 13 maggio 2020. Fr. Lino Breda l’aveva dichiarato immediatamente, al momento stesso della notifica.
A partire dai prossimi giorni, dunque, per il tempo indicato nelle disposizioni, essi vivranno come fratelli e sorella della Comunità in luoghi distinti da Bose e dalle sue Fraternità.
Ai nostri amici e ospiti che ci hanno accompagnato con la preghiera e l’affetto in questi giorni difficili chiediamo di non cessare di intercedere intensamente per tutti noi monaci e monache di Bose ovunque ci troviamo a vivere.
Pregate per ciascuno di noi, e per la Comunità nel suo insieme, perché possa proseguire nel solco del suo carisma fondativo: fedele alla sua vocazione di comunità monastica ecumenica di fratelli e sorelle di diverse confessioni cristiane, continui a testimoniare quotidianamente l’evangelo in mezzo agli uomini e alle donne del nostro tempo”.

Continua a leggere

Galli Della Loggia e Ruini: nostalgici della Chiesa d’ordine. Intervista a Guido Formigoni

 

 

 

Nell’opinione pubblica cattolica italiana hanno fatto discutere gli interventi, nei giorni scorsi, di Ernesto Galli Della Loggia e di Camillo Ruini. Rispettivamente
storico, Galli della Loggia, ed ex presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Camillo Ruini. Due interventi che hanno toccato il postconcilio e l’attuale
pontificato. Cerchiamo, in questa intervista, con il professor Guido Formigoni, ordinario di Storia Contemporanea all’Università IULM di Milano, di approfondire il significato di queste prese di posizione.

 

Professor Formigoni, la Chiesa Cattolica ha appena celebrato i cento anni della
nascita di Giovanni Paolo II. Un centenario che ha proiettato, da parte di
qualche alto prelato, anche giudizi sugli ultimi cinquant’anni della storia della
Chiesa contemporanea. Ma andiamo con ordine. Chiedo a lei, come storico, un
giudizio sintetico su Karol Wojtyla. Al di là dell’apologia, e in questi giorni se
n’è vista troppa, qual è la cifra del pontificato di Giovanni Paolo II?

Beh, difficile ridurre a una cifra semplice e sintetica un pontificato tra i più lunghi
della storia recente e senz’altro complesso come quello di Giovanni Paolo II. A mio
modo di vedere (e anche nei limiti della mia conoscenza), senz’altro il quadro
iniziale del pontificato è stato collegato alla ripresa e alla valorizzazione del concilio
(che si era chiuso da meno di quindici anni), ma con la caratteristica originale di
attribuirvi un nuovo timbro “istituzionale”. Il senso del messaggio del papa era un
rinsaldamento della Chiesa come struttura centralizzata e autorevole, come forza
sociale in grado di esprimere una visione forte del mondo e della storia, sia
nell’Occidente secolarizzato che nell’Oriente comunista e anche nel cuore delle
nuove esperienze dei popoli extraeuropei e del loro rigoglio di sviluppo religioso. In
questo senso l’esperienza polacca della Chiesa storicamente concepita come guida
della nazione indubbiamente contava. Per cui, in alcune realtà come quella italiana
dove il cammino postconciliare aveva seguito uno sviluppo proprio, centrato sulle
chiese locali, la valorizzazione del laicato, il pluralismo teologico, il dialogo con
l’esterno, questa logica apparve e fu piuttosto impositiva, provocando una crisi
indubbia (si ricordi l’approccio del papa al convegno ecclesiale di Loreto). Oppure si
ricordi il senso di una stretta sulle esperienze di comunità di base in America Latina,
con la connessa riaffermazione dell’autorità episcopale oltre che i limiti rigidi
imposti alla teologia della liberazione. Il papa pensava tutto ciò come un “tradimento del concilio” (titolo di un libro polemico che uscì in quegli anni)? Io direi di no,
anche se la sua sensibilità e il suo approccio deciso e volitivo aprivano uno scontro
multiforme ma visibilissimo su come intendere alcune delle conseguenze nella
recezione del Vaticano II. Il sinodo del 1985 non a caso rilanciò l’idea del concilio
come “grande grazia di questo secolo”: tutt’altro rispetto alla sua rilettura come
causa di tutti i mali contemporanei, che era propria della destra cattolica. E che il
papa restasse nel solco del Vaticano II lo si vide poi da alcuni gesti e parole
importanti: la tenuta sulla riforma liturgica; la critica estesa anche al capitalismo
dopo il crollo del comunismo europeo nel 1989; il deciso impegno per la pace e
contro ogni giustificazione religiosa della guerra, partito dalla grande preghiera
interreligiosa del 1986; l’apertura al ripensamento del ruolo papale nella “Ut Unum
Sint”; la richiesta di perdono per i peccati della Chiesa connessa al grande Giubileo
del 2000.

Dicevano all’inizio che il centenario ha offerto l’occasione, a qualche autorevole  prelato, in questo caso ad un cardinale italiano, Camillo Ruini, già Presidente
della Conferenza episcopale italiana sotto Wojtyla, di esprimere un giudizio su
una stagione complessa, quella del post concilio. Secondo Ruini con Giovanni
Paolo II “la Chiesa è uscita da quella posizione difensiva sulla quale era stata a
lungo costretta dalla crisi del dopo Concilio e ha potuto riprendere l’iniziativa,
soprattutto nell’ambito dell’evangelizzazione”. Un giudizio che tocca in pieno il
pontificato di Paolo VI. Al di là della modalità espressiva assai poco felice e
sbrigativa, è difficile pensare con Papa Montini, uomo dotato di grande cultura
e di raffinata visione “politica” del cattolicesimo, ad una Chiesa difensiva come
quella dell’immediato postconcilio. Mi sembra che il “dottor sottile”
dell’episcopato italiano qui voglia colpire il Concilio e la sua visione di Chiesa
sulla frontiera del dialogo con la modernità. Eppure Wojtyla, con i suoi limiti
ermeneutici, ha confermato su diversi punti (il dialogo est-ovest,  il dialogo
interreligioso, ecumenico, la critica al modello di sviluppo economico) il
Pontificato di Paolo VI. Qualcosa non torna nel giudizio di Ruini. E’ così
Professore?

Il giudizio di Ruini mi pare vada oltre Giovanni Paolo II stesso. Allude a un ruolo
del concilio del causare una situazione di crisi nella Chiesa che è concetto frutto di
una lettura storica non neutrale e ricca di conseguenze: molto diverso naturalmente è
vedere invece sotto i cosiddetti “anni dell’onnipotenza” fermentare una crisi del
cattolicesimo contemporaneo, cui il concilio provò a rispondere. L’ipotesi per cui
Paolo VI si ridusse a una posizione difensiva è smentita dalle ultime ricerche
storiche, che hanno messo in luce come indubbiamente il papa attraversò una fase di
incertezze, dubbi e sconforto nell’immediato post-concilio, venendo molto turbato
dalla violenta ondata anti-istituzionale che dalla società investiva la Chiesa. Ma è
ormai chiaro che negli ultimi anni di pontificato il suo approccio divenne molto più saldo, sereno e fiducioso, fino a quegli interventi come l’«Evangeli nuntiandi» del
1975 che erano attraversati da una logica tutt’altro che difensiva, ma innovativa e
propositiva, sul nocciolo stesso della questione dell’evangelizzazione.

Veniamo, ora, al secondo fatto, non direttamente legato al centenario di papa
Wojtyla, ma dato il personaggio coinvolto, forse un qualche legame c’è. Mi
riferisco a  Ernesto Galli della Loggia. Un personaggio assai controverso nella
sua “competenza” ecclesiale. Lo storico si è reso protagonista, con ben due
articoli apparsi sul “Corriere della Sera”, di un duro attacco a Papa  Francesco.
Nel primo, in estrema sintesi, si “accusa” la Chiesa guidata da Bergoglio di non
avere alcun impatto politico in quanto, il “discorso pubblico” del Papa, sarebbe
ridotto a ideologia (perché perde ogni specificità religiosa).  Non solo ideologia
ma anche i suoi destinatari, dei discorsi, sarebbero non più gli uomini di buona
volontà ma i poveri e i movimenti. Sociali. Affermazioni, queste, facilmente
smontabili. Nel secondo articolo, poi, si accusa il Papa nel suo annuncio in
favore dei poveri di mettere in secondo piano l’obbligo dei credenti verso Dio è
anche per questo che diventa un discorso ideologico e quindi, inevitabilmente, la
conseguenza è che la Chiesa diventi come un “partito”. Le accuse sono assai
pesanti.  Professore che idea si è fatto di questi attacchi? Perché questa
virulenza, da un “maestro” (si fa per dire) del moderatismo italiano?

Non scopriamo oggi la preferenza di Galli Della Loggia per una Chiesa che porti un
contributo d’ordine sul modello della «religione civile», in un mondo governato dalla
logica individualistica del liberalismo moderato. Questo lo porta a criticare un
pontificato che non sta proprio nelle sue corde, per l’acquisizione di un modello
post-cristianità totalmente diverso da quello da lui auspicato, in cui l’influenza della
Chiesa è affidata alla coscienza delle persone, in un orizzonte di libertà che ha
dismesso ogni sogno di potere mondano. Al di là di questa divergenza di opinione,
quello che spicca nei suoi editoriali è un approccio per così dire «fissista» alla
teologia e alla Chiesa, quasi che un certo modello del passato (impostazione
filosofica veritativa, autorità centralizzata, dottrina della Chiesa centrista, istanze di
conversione del mondo esterno…) sia dato per ovvio ed eterno. Per cui di fronte a un
papa che sposta il tiro sulla predicazione di un’esperienza del divino centrata sulla
misericordia di Dio rivelata nel vangelo di Gesù, egli si trova spiazzato e reagisce in
modo francamente un po’ eccessivo, giudicando queste posizioni prive di originalità
religiosa e lontane dal vangelo: che cosa sia propriamente religioso lo potrà decidere
chi è dentro nella Chiesa, più che un osservatore intellettuale esterno, per quanto
partecipe? Quello che poi Galli nota correttamente è invece che il papa ha preso un
indirizzo molto più universalista nell’indirizzare il suo messaggio, oltre le mura
dell’Occidente: naturalmente ancora una volta la sua lettura è di segno negativo, ma
qui egli coglie nel segno.

Di fronte a questi attacchi “brilla” l’assenza di una qualche reazione cattolica…E’ così?

Non saprei dire se ci sia stata totale passività… Una certa mancanza di reazione fa
parte probabilmente di un approccio ecclesiastico generale che non ama la polemica
intellettuale pubblica (a torto o a ragione). Ma è anche forse da attribuire in parte a
un approccio generale della Chiesa italiana che mi pare un po’ statico: mi sorprende
sempre quanto la parte di questa comunità cristiana che dovrebbe essere più in
sintonia con le novità del pontificato di Francesco – dopo anni di incertezze e
difficoltà vissute nel corpo ecclesiale – in realtà sia come timorosa e prudente,
semplicemente in ottica di ripetizione del magistero papale, più che non
nell’assunzione di una propria funzione trainante nella Chiesa per far fecondare e
rilanciare quanto il papa suggerisce.

Eppure nel mondo post-covid19 il ruolo della Chiesa sarà fondamentale. Non
solo nell’ambito delle opere di carità ma anche nella ricostruzione morale del
Paese.  Le sfide sono davvero enormi, e il papa Francesco, con buona pace di
Galli Della Loggia, ha detto parole chiare in questo tempo di Pandemia.  In
questo senso il discorso “politico” dei cattolici potrà giocare un ruolo
fondamentale. Vede spazi per un protagonismo dei laici cattolici?

A questo proposito le cose sono complesse: non credo ci sia niente di scontato.
Francesco ha computo gesti e detto parole di alto livello, soprattutto nella invocazione a Dio, solo in piazza San Pietro. Siamo tutti nella tempesta, nella stessa barca: nessuno è autosufficiente e padrone di sé stesso. Un messaggio forte, che dalla vulnerabilità non trae discorsi vecchio stile sul castigo divino o inviti alla flagellazione e all’ulteriore depressione, ma una invocazione allo Spirito perché aiuti coloro che stanno reagendo, in modo comunitario, mettendosi assieme, ai danni della tragedia cosmica. Questo messaggio a me appare forte e forse può mettere in carreggiata un modello per la pedagogia religiosa e per la risposta cristiana ai problemi del nostro tempo. Potremmo sicuramente anche dire che ci sono elementi di antropologia e di umanità tali da basare anche una prospettiva politica nuova. È però palesemente solo un inizio. Da qui a maturare una capacità politica di tradurre questo atteggiamento in scelte e  consapevolezze acute e prudenti, ce ne passa. Far nascere un progetto politico all’altezza dell’«epoca di cambiamento» che stiamo vivendo non è cosa cui basti buona volontà ed entusiasmo, né ricchezza di principi. Non sono sicuro che nel cattolicesimo italiano si stiano muovendo oggi risorse all’altezza di questa sfida, difficilissima per quanto entusiasmante.

Galli Della Loggia e Ruini: nostalgici della Chiesa d’ordine. Intervista a Guido Formigoni

Nell’opinione pubblica cattolica italiana hanno fatto discutere gli interventi, nei giorni scorsi, di Ernesto Galli Della Loggia e di Camillo Ruini. Rispettivamente storico, Galli della Loggia, ed ex presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Camillo Ruini. Due interventi che hanno toccato il postconcilio e l’attuale pontificato. Cerchiamo, in questa intervista, con il professor Guido Formigoni, ordinario di Storia Contemporanea  all’Università IULM di Milano, di approfondire il significato di queste prese di posizione.

 

Guido​ Formigoni (Augusto Casasoli/A3/Contrasto)

Professor Formigoni, la Chiesa Cattolica ha appena celebrato i cento anni della nascita di Giovanni Paolo II. Un centenario che ha proiettato, da parte di qualche alto prelato, anche giudizi sugli ultimi cinquant’anni della storia della Chiesa contemporanea. Ma andiamo con ordine. Chiedo a lei, come storico, un giudizio sintetico su Karol Wojtyla. Al di là dell’apologia, e in questi giorni se n’è vista troppa, qual è la cifra del pontificato di Giovanni Paolo II?

Beh, difficile ridurre a una cifra semplice e sintetica un pontificato tra i più lunghi della storia recente e senz’altro complesso come quello di Giovanni Paolo II. A mio modo di vedere (e anche nei limiti della mia conoscenza), senz’altro il quadro iniziale del pontificato è stato collegato alla ripresa e alla valorizzazione del concilio (che si era chiuso da meno di quindici anni), ma con la caratteristica originale di attribuirvi un nuovo timbro “istituzionale”. Il senso del messaggio del papa era un rinsaldamento della Chiesa come struttura centralizzata e autorevole, come forza sociale in grado di esprimere una visione forte del mondo e della storia, sia nell’Occidente secolarizzato che nell’Oriente comunista e anche nel cuore delle nuove esperienze dei popoli extraeuropei e del loro rigoglio di sviluppo religioso. In questo senso l’esperienza polacca della Chiesa storicamente concepita come guida della nazione indubbiamente contava. Per cui, in alcune realtà come quella italiana dove il cammino postconciliare aveva seguito uno sviluppo proprio, centrato sulle chiese locali, la valorizzazione del laicato, il pluralismo teologico, il dialogo con l’esterno, questa logica apparve e fu piuttosto impositiva, provocando una crisi indubbia (si ricordi l’approccio del papa al convegno ecclesiale di Loreto). Oppure si ricordi il senso di una stretta sulle esperienze di comunità di base in America Latina, con la connessa riaffermazione dell’autorità episcopale oltre che i limiti rigidi imposti alla teologia della liberazione. Il papa pensava tutto ciò come un “tradimento del concilio” (titolo di un libro polemico che uscì in quegli anni)? Io direi di no, anche se la sua sensibilità e il suo approccio deciso e volitivo aprivano uno scontro multiforme ma visibilissimo su come intendere alcune delle conseguenze nella recezione del Vaticano II. Il sinodo del 1985 non a caso rilanciò l’idea del concilio come “grande grazia di questo secolo”: tutt’altro rispetto alla sua rilettura come causa di tutti i mali contemporanei, che era propria della destra cattolica. E che il papa restasse nel solco del Vaticano II lo si vide poi da alcuni gesti e parole importanti: la tenuta sulla riforma liturgica; la critica estesa anche al capitalismo dopo il crollo del comunismo europeo nel 1989; il deciso impegno per la pace e contro ogni giustificazione religiosa della guerra, partito dalla grande preghiera interreligiosa del 1986; l’apertura al ripensamento del ruolo papale nella “Ut Unum Sint”; la richiesta di perdono per i peccati della Chiesa connessa al grande Giubileo del 2000.

 Dicevano all’inizio che il centenario ha offerto l’occasione, a qualche autorevole prelato, in questo caso ad un  cardinale italiano, Camillo Ruini, già Presidente della Conferenza episcopale italiana sotto Wojtyla, di esprimere un giudizio su una stagione complessa, quella del post concilio. Secondo Ruini con Giovanni Paolo II “la Chiesa è uscita da quella posizione difensiva sulla quale era stata a lungo costretta dalla crisi del dopo Concilio e ha potuto riprendere l’iniziativa, soprattutto nell’ambito dell’evangelizzazione”. Un giudizio che tocca in pieno il pontificato di Paolo VI. Al di là della modalità espressiva assai poco felice e sbrigativa, è difficile pensare con Papa Montini, uomo dotato di grande cultura e di raffinata visione “politica” del cattolicesimo, ad una Chiesa difensiva come quella dell’immediato postconcilio. Mi sembra che il “dottor sottile” dell’episcopato italiano qui voglia colpire il Concilio e la sua visione di Chiesa sulla frontiera del dialogo con la modernità. Eppure Wojtyla, con i suoi limiti  ermeneutici, ha confermato su diversi punti (il dialogo est-ovest,  il dialogo interreligioso, ecumenico, la critica al modello di sviluppo economico) il Pontificato di Paolo VI. Qualcosa non torna nel giudizio di Ruini. E’ così Professore?

 Il giudizio di Ruini mi pare vada oltre Giovanni Paolo II stesso. Allude a un ruolo del concilio del causare una situazione di crisi nella Chiesa che è concetto frutto di una lettura storica non neutrale e ricca di conseguenze: molto diverso naturalmente è vedere invece sotto i cosiddetti “anni dell’onnipotenza” fermentare una crisi del cattolicesimo contemporaneo, cui il concilio provò a rispondere. L’ipotesi per cui Paolo VI si ridusse a una posizione difensiva è smentita dalle ultime ricerche storiche, che hanno messo in luce come indubbiamente il papa attraversò una fase di incertezze, dubbi e sconforto nell’immediato post-concilio, venendo molto turbato dalla violenta ondata anti-istituzionale che dalla società investiva la Chiesa. Ma è ormai chiaro che negli ultimi anni di pontificato il suo approccio divenne molto più saldo, sereno e fiducioso, fino a quegli interventi come l’«Evangeli nuntiandi» del 1975 che erano attraversati da una logica tutt’altro che difensiva, ma innovativa e propositiva, sul nocciolo stesso della questione dell’evangelizzazione.

 Veniamo, ora, al secondo fatto, non direttamente legato al centenario di papa Wojtyla, ma dato il personaggio coinvolto, forse un qualche legame c’è. Mi riferisco a  Ernesto Galli della Loggia. Un personaggio assai controverso nella sua “competenza” ecclesiale. Lo storico si è reso protagonista, con ben due articoli apparsi sul “Corriere della Sera”, di un duro attacco a Papa  Francesco. Nel primo, in estrema sintesi, si “accusa” la Chiesa guidata da Bergoglio di non avere alcun impatto politico in quanto, il “discorso pubblico” del Papa, sarebbe ridotto a ideologia (perché perde ogni specificità religiosa).  Non solo ideologia ma anche i suoi destinatari, dei discorsi, sarebbero non più gli uomini di buona volontà ma i poveri e i movimenti. Sociali. Affermazioni, queste, facilmente smontabili. Nel secondo articolo, poi, si accusa il Papa nel suo annuncio in favore dei poveri di mettere in secondo piano l’obbligo dei credenti verso Dio è anche per questo che diventa un discorso ideologico e quindi, inevitabilmente, la conseguenza è che la Chiesa diventi come un “partito”. Le accuse sono assai pesanti.  Professore che idea si è fatto di questi attacchi? Perché questa virulenza, da un “maestro” (si fa per dire) del moderatismo italiano?

Non scopriamo oggi la preferenza di Galli Della Loggia per una Chiesa che porti un contributo d’ordine sul modello della «religione civile», in un mondo governato dalla logica individualistica del liberalismo moderato. Questo lo porta a criticare un pontificato che non sta proprio nelle sue corde, per l’acquisizione di un modello post-cristianità totalmente diverso da quello da lui auspicato, in cui l’influenza della Chiesa è affidata alla coscienza delle persone, in un orizzonte di libertà che ha dismesso ogni sogno di potere mondano. Al di là di questa divergenza di opinione, quello che spicca nei suoi editoriali è un approccio per così dire «fissista» alla teologia e alla Chiesa, quasi che un certo modello del passato (impostazione filosofica veritativa, autorità centralizzata, dottrina della Chiesa centrista, istanze di conversione del mondo esterno…) sia dato per ovvio ed eterno. Per cui di fronte a un papa che sposta il tiro sulla predicazione di un’esperienza del divino centrata sulla misericordia di Dio rivelata nel vangelo di Gesù, egli si trova spiazzato e reagisce in modo francamente un po’ eccessivo, giudicando queste posizioni prive di originalità religiosa e lontane dal vangelo: che cosa sia propriamente religioso lo potrà decidere chi è dentro nella Chiesa, più che un osservatore intellettuale esterno, per quanto partecipe? Quello che poi Galli nota correttamente è invece che il papa ha preso un indirizzo molto più universalista nell’indirizzare il suo messaggio, oltre le mura dell’Occidente: naturalmente ancora una volta la sua lettura è di segno negativo, ma qui egli coglie nel segno.

 

 Di fronte a questi attacchi “brilla” l’assenza di una qualche reazione cattolica…E’ così?

 Non saprei dire se ci sia stata totale passività… Una certa mancanza di reazione fa parte probabilmente di un approccio ecclesiastico generale che non ama la polemica intellettuale pubblica (a torto o a ragione). Ma è anche forse da attribuire in parte a un approccio generale della Chiesa italiana che mi pare un po’ statico: mi sorprende sempre quanto la parte di questa comunità cristiana che dovrebbe essere più in sintonia con le novità del pontificato di Francesco – dopo anni di incertezze e difficoltà vissute nel corpo ecclesiale – in realtà sia come timorosa e prudente, semplicemente in ottica di ripetizione del magistero papale, più che non nell’assunzione di una propria funzione trainante nella Chiesa per far fecondare e rilanciare quanto il papa suggerisce.

 

Eppure nel mondo post-covid19 il ruolo della Chiesa sarà fondamentale. Non solo nell’ambito delle opere di carità ma anche nella ricostruzione morale del Paese.  Le sfide sono davvero enormi, e il papa Francesco, con buona pace di Galli Della Loggia, ha detto parole chiare in questo tempo di Pandemia.  In questo senso il discorso “politico” dei cattolici potrà giocare un ruolo fondamentale.   Vede spazi per un protagonismo dei laici cattolici?

 A questo proposito le cose sono complesse: non credo ci sia niente di scontato. Francesco ha computo gesti e detto parole di alto livello, soprattutto nella invocazione a Dio, solo in piazza San Pietro. Siamo tutti nella tempesta, nella stessa barca: nessuno è autosufficiente e padrone di sé stesso. Un messaggio forte, che dalla vulnerabilità non trae discorsi vecchio stile sul castigo divino o inviti alla flagellazione e all’ulteriore depressione, ma una invocazione allo Spirito perché aiuti coloro che stanno reagendo, in modo comunitario, mettendosi assieme, ai danni della tragedia cosmica. Questo messaggio a me appare forte e forse può mettere in carreggiata un modello per la pedagogia religiosa e per la risposta cristiana ai problemi del nostro tempo. Potremmo sicuramente anche dire che ci sono elementi di antropologia e di umanità tali da basare anche una prospettiva politica nuova. È però palesemente solo un inizio. Da qui a maturare una capacità politica di tradurre questo atteggiamento in scelte e consapevolezze acute e prudenti, ce ne passa. Far nascere un progetto politico all’altezza dell’«epoca di cambiamento» che stiamo vivendo non è cosa cui basti buona volontà ed entusiasmo, né ricchezza di principi. Non sono sicuro che nel cattolicesimo italiano si stiano muovendo oggi risorse all’altezza di questa sfida, difficilissima per quanto entusiasmante.

A che punto è Francesco? 
Intervista a Mariantonietta Calabrò

(foto Ansa)

 

Ha sorpreso l’opinione pubblica italiana, cattolica soprattutto, la recente nomina ad Arcivescovo di Genova di Padre Marco Tasca, ex padre generale dei frati minori conventuali.  Come si inserisce questa nomina nel più ampio „gioco“ strategico del pontificato di Papa Francesco? Lo abbiamo chiesto, in questa intervista, alla giornalista Mariantonietta Calabrò (vaticanista dell’HuffingtonPost).

 

(foto ofmconv.net)

Mariantonietta, partiamo da una notizia recente: la nomina, per molti aspetti inaspettata, di Frate minore conventuale ad Arcivescovo di Genova. Si tratta di Padre Tasca, già ministro generale dellOrdine. Insomma una nomina in puro stile bergogliano, che spiazza una tradizione consolidata. E lo spiazzamento è grande visto che si tratta di una Diocesi come quella di Genova. Ecosì?

Genova è stata dai tempi del cardinale Siri, la sede episcopale che ha avuto maggiormente a che fare con il potere italiano, un francescano, un minore conventuale, lí è un simbolo oltre che la valorizzazione di una persona. Ma, mi piace sottolinearlo, si tratta di un religioso schivo e lontano dalla ribalta mediatica.

Come sta procedendo il rinnovamento  “bergogliano” nella CEI? Una Conferenza Episcopale che ha mostrato, in alcuni esponenti , una certa resistenza al Papa. Vi sono ancora troppo incrostazioni?

Francamente non mi piace che venga usato l’aggettivo “bergogliano”. E’ un aggettivo proprio delle tifoserie, ed in particolare di quelli che sono ostili al Papa. Nè si può parlare di “incrostazioni” , come fossero sporco da ripulire, è un linguaggio da eresia catara, di qui i “puri”, di là gli sporchi. Si tratta di dinamiche che hanno a che fare con un pensiero assolutista, direi “leninista”, di cui ha fatto le spese prima Benedetto XVI e poi ( a partire dall’attacco dell’ex Nunzio Viganò nell’estate del 2018) anche Francesco. Vorrei ricordare che monsignor Viganò era “sponsorizzato” da autoproclamati fans di Bergoglio a diventare nel 2013, Segretario di Stato .Come si dice, c’è sempre uno più puro che ti epura. Se c’è una cosa che dovrebbe insegnare a tutti l’esperienza drammatica dell’epidemia che stiamo vivendo è l’umiltà davanti alla nostra fragilità. Del resto la prima riforma, ha sempre detto Francesco, è quella del cuore. E la pandemia è un fuoco che brucia tutto ciò che non è essenziale.

Parliamo sempre della Chiesa che è in Italia. Tra qualche giorno, stando al protocollo firmato con il governo, potranno riprendere, con la dovuta cautela, le celebrazioni eucaristiche. Certamente per alcuni assistere alla messa in streaming è stato un trauma (?). Per altri, però, è stata una opportunità per sperimentare  forme nuove di evangelizzazione. Insomma non tutto è  stato un male.  Ecosì?

Certamente è stata la possibilità di ascoltare la parola di Dio e quella dei pastori in un momento drammatico. Da questo punto di vista il gesto di Francesco del 27 marzo rimarrà nella storia come il gesto più potente. Il gesto del Pescatore ( non si chiama anello del Pescatore, l’anello della dignità papale che viene distrutto alla sua morte?) che assume su di sè le paure scatenate dalla tempesta , le fa proprie e le assume nella fede “rocciosa” di Pietro, come ha detto. Ma come ha detto lo stesso Francesco, che per questo sospenderà la messa in streaming da Santa Marta, la fede vive in una comunità che si raccoglie “fisicamente” per la Messa. Non mi sembra un caso che la prima messa con il popolo il cardinale Bassetti, presidente della CEI , la celebrerà per il centenario della nascita di San Giovanni Paolo II, il papa polacco, il papa del popolo polacco, non dell’opinione pubblica o del people nell’accezione inglese della parola.

Torniamo a Papa  Francesco. In questo momento di pandemia la sua persona è stata fatta oggetto di brutali critiche. Le inchieste di Report delle scorse settimane ci ha informati delle strategie comunicative infamanti contro Francesco messe in atto dai suoi nemici. Accuse allucinanti. Non sono mancate nemmeno le accuse deliranti del solito Socci (che successivamente ha chiesto scusa dimettendosi dallincarico di Direttore della Scuola di Giornalismo di Perugia). Ti chiedo: quanto è forte il fronte conservatore allintero della Chiesa?

Ripeto non lo chiamerei fronte conservatore, lo chiamerei fronte antipapale, tout court. Ricordo cosa dichiarò l’allora cardinale di Bologna, cardine Caffarra, uno dei cardinali dei Dubia, ma, secondo me, in totale buona fede: “preferirei che si dicesse che il cardinale abbia un’amante piuttosto che sia contro il Papa.”

L’opposizione antipapale è fatta di molto narcisismo intellettuale e di molta manipolazione propagandistica che viene dal di fuori della Chiesa, che ha a che fare con il Trono ( nazionale, almeno con la Lega al governo, e internazionale), esattamente come avvenne, a parti inverse, con Benedetto XVI.

SullAmazzonia Francesco ha fatto una frenata nel cammino riformatore. Pensi che ci saranno altre frenate? Oppure, invece, il cammino continuerà nel solco della Riforma?

La narrativa della frenata è speculare alla narrativa del progresso. E’ uno schema.

Sempre per parlare di critici del Papa, ha fatto discutere lattacco,  con un editoriale  di qualche giorno fa sul Corriere della    Sera, di Galli della Loggia.  In quelleditoriale il professore Galli della Loggia accusava il Papa di essere ideologico”…

C’è sempre chi sa fare il Papa meglio del Papa e gente per cui il Papa migliore è sempre quello morto (davvero o metaforicamente).

“L’EUROPA NON CEDA ALL’EGOISMO E ALLA TENTAZIONE DI UN RITORNO AL PASSATO”. IL MESSAGGIO “URBI ET ORBI” DI PAPA FRANCESCO

 

Pubblichiamo il testo integrale del messaggio “Urbi et orbi” pronunciato, oggi in Vaticano, al termine della liturgia pasquale da Papa Francesco.

 

Papa Francesco mentre pronuncia il messaggio Urbi Et Orbi, oggi in San Pietro

 

Cari fratelli e sorelle, buona Pasqua!

Oggi riecheggia in tutto il mondo l’annuncio della Chiesa: “Gesù Cristo è risorto!” – “È veramente risorto!”.

Come una fiamma nuova questa Buona Notizia si è accesa nella notte: la notte di un mondo già alle prese con sfide epocali ed ora oppresso dalla pandemia, che mette a dura prova la nostra grande famiglia umana. In questa notte è risuonata la voce della Chiesa: «Cristo, mia speranza, è risorto!» (Sequenza pasquale).

 

È un altro “contagio”, che si trasmette da cuore a cuore – perché ogni cuore umano attende questa Buona Notizia. È il contagio della speranza: «Cristo, mia speranza, è risorto!». Non si tratta di una formula magica, che faccia svanire i problemi. No, la risurrezione di Cristo non è questo. È invece la vittoria dell’amore sulla radice del male, una vittoria che non “scavalca” la sofferenza e la morte, ma le attraversa aprendo una strada nell’abisso, trasformando il male in bene: marchio esclusivo del potere di Dio.

 

Il Risorto è il Crocifisso, non un altro. Nel suo corpo glorioso porta indelebili le piaghe: ferite diventate feritoie di speranza. A Lui volgiamo il nostro sguardo perché sani le ferite dell’umanità afflitta.

Il mio pensiero quest’oggi va soprattutto a quanti sono stati colpiti direttamente dal coronavirus: ai malati, a coloro che sono morti e ai familiari che piangono per la scomparsa dei loro cari, ai quali a volte non sono riusciti a dare neanche l’estremo saluto. Il Signore della vita accolga con sé nel suo regno i defunti e doni conforto e speranza a chi è ancora nella prova, specialmente agli anziani e alle persone sole. Non faccia mancare la sua consolazione e gli aiuti necessari a chi si trova in condizioni di particolare vulnerabilità, come chi lavora nelle case di cura, o vive nelle caserme e nelle carceri. Per molti è una Pasqua di solitudine, vissuta tra i lutti e i tanti disagi che la pandemia sta provocando, dalle sofferenze fisiche ai problemi economici.

Questo morbo non ci ha privato solo degli affetti, ma anche della possibilità di attingere di persona alla consolazione che sgorga dai Sacramenti, specialmente dell’Eucaristia e della Riconciliazione. In molti Paesi non è stato possibile accostarsi ad essi, ma il Signore non ci ha lasciati soli! Rimanendo uniti nella preghiera, siamo certi che Egli ha posto su di noi la sua mano (cfr Sal 138,5), ripetendoci con forza: non temere, «sono risorto e sono sempre con te» (cfr Messale Romano)!

 

Gesù, nostra Pasqua, dia forza e speranza ai medici e agli infermieri, che ovunque offrono una testimonianza di cura e amore al prossimo fino allo stremo delle forze e non di rado al sacrificio della propria salute. A loro, come pure a chi lavora assiduamente per garantire i servizi essenziali necessari alla convivenza civile, alle forze dell’ordine e ai militari che in molti Paesi hanno contribuito ad alleviare le difficoltà e le sofferenze della popolazione, va il nostro pensiero affettuoso con la nostra gratitudine.

In queste settimane, la vita di milioni di persone è cambiata all’improvviso. Per molti, rimanere a casa è stata un’occasione per riflettere, per fermare i frenetici ritmi della vita, per stare con i propri cari e godere della loro compagnia. Per tanti però è anche un tempo di preoccupazione per l’avvenire che si presenta incerto, per il lavoro che si rischia di perdere e per le altre conseguenze che l’attuale crisi porta con sé. Incoraggio quanti hanno responsabilità politiche ad adoperarsi attivamente in favore del bene comune dei cittadini, fornendo i mezzi e gli strumenti necessari per consentire a tutti di condurre una vita dignitosa e favorire, quando le circostanze lo permetteranno, la ripresa delle consuete attività quotidiane.

 

Non è questo il tempo dell’indifferenza, perché tutto il mondo sta soffrendo e deve ritrovarsi unito nell’affrontare la pandemia. Gesù risorto doni speranza a tutti i poveri, a quanti vivono nelle periferie, ai profughi e ai senza tetto. Non siano lasciati soli questi fratelli e sorelle più deboli, che popolano le città e le periferie di ogni parte del mondo. Non facciamo loro mancare i beni di prima necessità, più difficili da reperire ora che molte attività sono chiuse, come pure le medicine e, soprattutto, la possibilità di adeguata assistenza sanitaria. In considerazione delle circostanze, si allentino pure le sanzioni internazionali che inibiscono la possibilità dei Paesi che ne sono destinatari di fornire adeguato sostegno ai propri cittadini e si mettano in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri.

Non è questo il tempo degli egoismi, perché la sfida che stiamo affrontando ci accomuna tutti e non fa differenza di persone. Tra le tante aree del mondo colpite dal coronavirus, rivolgo uno speciale pensiero all’Europa. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, questo continente è potuto risorgere grazie a un concreto spirito di solidarietà che gli ha consentito di superare le rivalità del passato. È quanto mai urgente, soprattutto nelle circostanze odierne, che tali rivalità non riprendano vigore, ma che tutti si riconoscano parte di un’unica famiglia e si sostengano a vicenda.

 

Oggi l’Unione Europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero. Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative. L’alternativa è solo l’egoismo degli interessi particolari e la tentazione di un ritorno al passato, con il rischio di mettere a dura prova la convivenza pacifica e lo sviluppo delle prossime generazioni.

Non è questo il tempo delle divisioni. Cristo nostra pace illumini quanti hanno responsabilità nei conflitti, perché abbiano il coraggio di aderire all’appello per un cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo. Non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone e salvare vite. Sia invece il tempo in cui porre finalmente termine alla lunga guerra che ha insanguinato l’amata Siria, al conflitto in Yemen e alle tensioni in Iraq, come pure in Libano. Sia questo il tempo in cui Israeliani e Palestinesi riprendano il dialogo, per trovare una soluzione stabile e duratura che permetta ad entrambi di vivere in pace. Cessino le sofferenze della popolazione che vive nelle regioni orientali dell’Ucraina. Si ponga fine agli attacchi terroristici perpetrati contro tante persone innocenti in diversi Paesi dell’Africa.

 

Non è questo il tempo della dimenticanza. La crisi che stiamo affrontando non ci faccia dimenticare tante altre emergenze che portano con sé i patimenti di molte persone. Il Signore della vita si mostri vicino alle popolazioni in Asia e in Africa che stanno attraversando gravi crisi umanitarie, come nella Regione di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico. Riscaldi il cuore delle tante persone rifugiate e sfollate, a causa di guerre, siccità e carestia. Doni protezione ai tanti migranti e rifugiati, molti dei quali sono bambini, che vivono in condizioni insopportabili, specialmente in Libia e al confine tra Grecia e Turchia. E non voglio dimenticare l’isola di Lesbo. Permetta in Venezuela di giungere a soluzioni concrete e immediate, volte a consentire l’aiuto internazionale alla popolazione che soffre a causa della grave congiuntura politica, socio-economica e sanitaria.

 

Cari fratelli e sorelle,

indifferenza, egoismo, divisione, dimenticanza non sono davvero le parole che vogliamo sentire in questo tempo. Vogliamo bandirle da ogni tempo! Esse sembrano prevalere quando in noi vincono la paura e la morte, cioè quando non lasciamo vincere il Signore Gesù nel nostro cuore e nella nostra vita. Egli, che ha già sconfitto la morte aprendoci la strada dell’eterna salvezza, disperda le tenebre della nostra povera umanità e ci introduca nel suo giorno glorioso che non conosce tramonto.

Con queste riflessioni, vorrei augurare a tutti voi una buona Pasqua.

 

Dal Sito: http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/urbi/documents/papa-francesco_20200412_urbi-et-orbi-pasqua.html