“PER DIO NESSUNO È STRANIERO”. Testo dell’Omelia di Papa Francesco alla Messa per i Migranti e i Soccorritori

Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia di Papa Francesco, fatta questa mattina in Vaticano, durante la messa per i migranti e i soccorritori. Il significativo evento religioso è avvenuto sei anni dopo la sua visita a Lampedusa. A San Pietro erano presenti 250 persone (tra migranti e volontari).

Altare della Cattedra, Basilica di San Pietro

Lunedì, 8 luglio 2019

Oggi la Parola di Dio ci parla di salvezza e di liberazione.

Salvezza. Durante il suo viaggio da Bersabea a Carran, Giacobbe decide di fermarsi a riposare in un luogo solitario. In sogno, vede una scala che in basso poggia sulla terra e in alto raggiunge il cielo (cfr Gen 28,10-22a). La scala, sulla quale salgono e scendono gli angeli di Dio, rappresenta il collegamento tra il divino e l’umano, che si realizza storicamente nell’incarnazione di Cristo (cfr Gv 1,51), offerta amorosa di rivelazione e di salvezza da parte del Padre. La scala è allegoria dell’iniziativa divina che precede ogni movimento umano. Essa è l’antitesi della torre di Babele, costruita dagli uomini che, con le proprie forze, volevano raggiungere il cielo per diventare dèi. In questo caso, invece, è Dio che “scende”, è il Signore che si rivela, è Dio che salva. E l’Emmanuele, il Dio-con-noi, realizza la promessa di mutua appartenenza tra il Signore e l’umanità, nel segno di un amore incarnato e misericordioso che dona la vita in abbondanza.

Di fronte a questa rivelazione, Giacobbe compie un atto di affidamento al Signore, che si traduce in un impegno di riconoscimento e adorazione che segna un momento essenziale nella storia della salvezza. Chiede al Signore di proteggerlo nel difficile viaggio che dovrà proseguire e dice: «Il Signore sarà il mio Dio» (Gen 28,21).

Facendo eco alle parole del patriarca, al Salmo abbiamo ripetuto: “Mio Dio, in te confido”. È Lui il nostro rifugio e la nostra fortezza, scudo e corazza, àncora nei momenti di prova. Il Signore è riparo per i fedeli che lo invocano nella tribolazione. Del resto è proprio in questi frangenti che la nostra preghiera si fa più pura, quando ci accorgiamo che valgono poco le sicurezze che offre il mondo e non ci resta che Dio. Solo Dio spalanca il Cielo a chi vive in terra. Solo Dio salva.

E questo totale ed estremo affidamento è ciò che accomuna il capo della sinagoga e la donna malata nel Vangelo (cfr Mt 9,18-26). Sono episodi di liberazione. Entrambi si avvicinano a Gesù per ottenere da Lui ciò che nessun altro può dare loro: liberazione dalla malattia e dalla morte. Da una parte abbiamo la figlia di una delle autorità della città; dall’altra abbiamo una donna afflitta da una malattia che fa di lei una reietta, una emarginata, una persona impura. Ma Gesù non fa distinzioni: la liberazione è elargita generosamente in entrambi i casi. Il bisogno pone entrambe, la donna e la fanciulla, tra gli “ultimi” da amare e rialzare.

Gesù rivela ai suoi discepoli la necessità di un’opzione preferenziale per gli ultimi, i quali devono essere messi al primo posto nell’esercizio della carità. Sono tante le povertà di oggi; come ha scritto San Giovanni Paolo II, i «“poveri”, nelle molteplici dimensioni della povertà, sono gli oppressi, gli emarginati, gli anziani, gli ammalati, i piccoli, quanti vengono considerati e trattati come “ultimi” nella società» (Esort. ap. Vita consecrata, 82).

In questo sesto anniversario della visita a Lampedusa, il mio pensiero va agli “ultimi” che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono. Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un’accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea. Essi sono solo alcuni degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e rialzare. Purtroppo le periferie esistenziali delle nostre città sono densamente popolate di persone scartate, emarginate, oppresse, discriminate, abusate, sfruttate, abbandonate, povere e sofferenti. Nello spirito delle Beatitudini siamo chiamati a consolare le loro afflizioni e offrire loro misericordia; a saziare la loro fame e sete di giustizia; a far sentire loro la paternità premurosa di Dio; a indicare loro il cammino per il Regno dei Cieli. Sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratorie! “Non si tratta solo di migranti!”, nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane, e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata.

Viene spontaneo riprendere l’immagine della scala di Giacobbe. In Gesù Cristo il collegamento tra la terra e il Cielo è assicurato e accessibile a tutti. Ma salire i gradini di questa scala richiede impegno, fatica e grazia. I più deboli e vulnerabili devono essere aiutati. Mi piace allora pensare che potremmo essere noi quegli angeli che salgono e scendono, prendendo sottobraccio i piccoli, gli zoppi, gli ammalati, gli esclusi: gli ultimi, che altrimenti resterebbero indietro e vedrebbero solo le miserie della terra, senza scorgere già da ora qualche bagliore di Cielo.

Si tratta, fratelli e sorelle, di una grande responsabilità, dalla quale nessuno si può esimere se vogliamo portare a compimento la missione di salvezza e liberazione alla quale il Signore stesso ci ha chiamato a collaborare. So che molti di voi, che sono arrivati solo qualche mese fa, stanno già aiutando i fratelli e le sorelle che sono giunti in tempi più recenti. Voglio ringraziarvi per questo bellissimo segno di umanità, gratitudine e solidarietà.

 

Dal sito:

https://c.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2019/documents/papa-francesco_20190708_omelia-migranti.html

VERSO IL DIACONATO FEMMINILE? Intervista ad Andrea Grillo e Pierluigi Consorti

Nella Chiesa cattolica si sta discutendo sull’opportunità di aprire il diaconato alle donne. Papa Francesco, nell’agosto del 2016, aveva istituito una Commissione per lo studio del diaconato delle donne nella Chiesa. La Commissione ha terminato i suoi lavori ed  ha consegnato al papa, a metà dicembre, il risultato delle sue ricerche. Quali potranno essere i possibili sviluppi? Ne parliamo, in questa intervista interdisciplinare, con due esperti: Andrea Grillo e Pierluigi Consorti. Andrea Grillo, teologo, è docente di Teologia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma, Pierluigi Consorti, canonista, insegna Diritto Canonico nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa.

Vogliamo fare un piccolo bilancio della Commissione , istituita da Papa Francesco, per studiare  la questione del “Diaconato Femminile”. Qual è il bilancio?

AG: Ritengo che il bilancio fino ad ora sia poco chiaro. Intendo dire che finché non saranno resi noti gli atti, le conclusioni, non si potrà esprimere un giudizio fondato. Abbiamo tuttavia il giudizio interlocutorio espresso dal Papa, che mi pare dica due cose: da un lato la mancanza di un accordo all’interno della Commissione; dall’altro la esigenza di non chiudere il lavoro di approfondimento e di studio.  E’ probabile che il lavoro di scavo storico abbia avuto il limite di un forte condizionamento sul piano teologico e sistematico. Intendo dire che nella storia puoi trovare solo ciò che sai concepire. Se hai una teologia vecchia in testa, anche nella storia vedi solo cose vecchie.

PC: E’ difficile fare un bilancio, dato che gli atti della discussione non sono noti. L’istituzione di una Commissione di studio va vista come un’opportunità di approfondimento di un’ipotesi che tuttavia non necessita solo di uno studio storico quanto di una prospettiva. Spesso nella Chiesa per giustificare un cambiamento si cercano gli antefatti: se all’inizio c’erano donne ordinate, allora è possibile farlo di nuovo. Da questo punto di vista la Chiesa sembra preda di un ostacolo mentale, quasi sia soggetta a ripetere solo cose già fatte. L’idea che debba essere mantenuto ad ogni costo un ininterrotto filo di continuità con la tradizione, a bene vedere, è un tradimento della Tradizione. Il punto è annunciare il Vangelo: come farlo lo decide la Chiesa stessa.

La questione dell’ordinazione diaconale delle donne, come si sa, investe la Storia del cristianesimo delle origini, la Teologia sistematica e sacramentaria, ma investe anche il Diritto canonico. Vi chiedo: sul piano storico è accertato che, nella Chiesa antica, ci fossero “diaconesse”. Qual era il posto delle donne , di queste donne, nella comunità?

AG: E’ evidente che sul piano storico, accanto a dati indiscutibili, sia possibile lungamente discutere sul ruolo delle diaconesse antiche e sulla portata della loro ordinazione. Il ruolo delle donne, nella Chiesa antica, era quello che veniva loro consentito dalla cultura sociale, familiare, politica del tempo. La totale assenza, in molte tradizioni, di una minima possibilit di attribuire autorità alla donna ha di fatto escluso anche dall’orizzonte ecclesiale ogni possibile equiparazione della donna all’uomo. Ma questa, storicamente, è una questione non di ordine teologico, ma di ordine sociologico e culturale.

PC: Come ho detto, l’indagine storica ha un valore relativo. I Vangeli ricostruiscono una condizione storica del tempo di Gesù in cui le donne occupano spazi marginali; eppure Gesù non segue questa tradizione e affida alle donne il medesimo compito di evangelizzare attribuito agli uomini. Cosa che desta qualche scandalo, attestato come tale nelle Scritture stesse. Le prime comunità molto probabilmente vivevano gli stessi problemi di emarginazione delle donne; che tuttavia erano a pieno titolo membre delle comunità, ossia battezzate (Gal. 30), perciò libere di essere chiamate a svolgere anche incarichi ecclesiali. Tuttavia, ancora oggi facciamo fatica a descrivere la Chiesa con categorie diverse da quelle della fraternità: come fossimo senza sorelle. Dio stesso è immaginato come un uomo, mentre certamente non ha un genere, ma nessuno dice che Dio è buona. Gesù è il figlio dell’Uomo, ma è certamente anche figlio della Vergine: ma non viene mai chiamato figlio della donna. E’ una questione di mentalità. Homo in latino designa l’umanità intera: per dire uomo-maschio si usa vir e uomo-donna mulier. Gesù dovrebbe essere detto quindi figlio dell’uomo e della donna. Ma non succede.

La storia del Cristianesimo delle origini è complessa e diversificata. Gli Atti degli apostoli raccontano una comunità di uomini e di donne guidata però da soli uomini, e la tradizione racconta che i presbiteri e i vescovi fossero scelti (eletti) dalle loro comunità, con modalità che si devono ritenere eterogenee. In realtà nelle Chiese post-costantiniane i vescovi erano nominati dai re, che convocavano i concili, li dirigevano e sanzionavano. Esattamente come fece Costantino a Nicea. Logico che il potere fosse gestito da maschi. Le donne potenti nella storia ci sono state, ma sono eccezioni. E’ perciò molto possibile che gli incarichi non “di potere” fossero attribuiti alle donne. Ma, come ho detto, l’archeologia interessa fino ad un certo punto. Bisognerebbe piuttosto chiedersi cosa osta ad affidare incarichi (ordinare) anche alle donne.

Quindi non è sufficiente il piano storico per fugare idubbi  sull’ordinazione diaconale femminile?

AG: Ritengo, come ho già chiarito, che la ricerca storica sia necessaria ma non sufficiente. La indagine sulle forme ecclesiali del passato è un passaggio assolutamente necessario, assai illuminante, ma non risolutivo. Perché la storia ci dice che cosa è stato, ma che cosa deve essere domani può dircelo solo un giudizio in cui il discernimento del presente è decisivo e non può essere tratto dal passato. La tradizione, se è sana, sa andare avanti. Se è malata, si paralizza.

PC: Credo di avere già risposto. E’ come dire che prima di attraversare la strada bisogna guardarsi indietro e non intorno e davanti.

Veniamo alla teologia. Sappiamo che Paolo VI ha ripristinato il diaconato nel 1966 (il diaconato permanente). Il diaconato non è solo il primo gradino verso il presbiterato ma assume un suo “spessore” proprio.  Se è così quali sono i dubbi teologici? Come superarli?

AG: Per il diaconato, i dubbi teologici sono il frutto della storia. Ciò che il Concilio ha rimesso in vigore ha sicuramente i suoi presupposti nella storia antica della Chiesa. Ma siccome dal Medioevo e lungo tutta l’età moderna avevamo perso totalmente la comprensione “autonoma” del diaconato, con tutta la sua dignità in sé, quando abbiamo riaperto la possibilità di un accesso alla “permanenza nel diaconato” siamo rimasti imbarazzati: una Chiesa che aveva totalizzato la ministerialità del “sacerdote/presbitero” ha faticato molto a comprendere quale ruolo ministeriale debba essere attribuito al diacono e in che rapporto esso stia nei confronti del Vescovo e del Presbitero. Ma questa è, appunto, una materia su cui la estensione alla donna del diaconato potrebbe recare grandi e positivi vantaggi. Non sono affatto d’accordo con coloro che dicono: prima “sistemiamo” la teologia del diaconato e poi apriamo il diaconato anche alle donne. Io dico il contrario: per sistemare la teologia bisogna ampliare la “base di esperienza ministeriale”, includendo in essa anche la donna battezzata.

PC: Dal punto di vista giuridico la questione è molto più semplice. L’attestazione del diaconato come ministero è di derivazione divina: nel senso che la Scrittura dice che furono istituti sette diaconi per il servizio alle mense, anche per consentire agli incaricati della predicazione di non lasciare quel servizio. Si serve in tanti modi. La vita comunitaria consente che qualcuno si dedichi ad un servizio più che ad un altro, solo perché qualcun altro non farà mancare i servizi necessari. Ma tutti i ministeri sono servizio. Una donna dell’epoca di Gesù la pensava diversamente e raccomandò i suoi figli. La risposta del Maestro non lascia dubbi. L’idea di associare il ministero ad un potere e di graduarlo secondo l’ordine sacramentale della giurisdizione è un espediente teologico. Per il diritto non è così. La riforma conciliare è stata una semplice operazione di pulizia concettuale. Ad esempio, nulla vieta che tutti i ministeri possano essere affidati temporaneamente. Del resto, a ben vedere, è già così se solo si pensa che un diacono serve una o un’altra comunità, e anche un prete può andare in una o un’altra parrocchia (e perfino diocesi) e così i vescovi. Il problema è che questi avvicendamenti sono supposti in una logica istituzionale, fuori da una comunità concreta. L’ordine come sacramento di giurisdizione svolge una funzione amministrativa impropria. Questo ha portato la Chiesa a pensarsi non solo come luogo per soli maschi, ma per soli preti che guidano altri fedeli (più o meno) in comunione coi Vescovi (che è poi l’idea che la Chiesa sia un luogo per vescovi coi preti). Non è un pensiero sano. Ricorda l’antico adagio del populus ducens (il clero) e del populus ductus (i laici e le religiose) che non solo non era quello dell’origine, ma soprattutto non è  quello proposto dal nostro Maestro.

L’argomento del “sesso maschile” di Gesù, che impone una “imitazione di Gesù” intesa come identità fisica , è ancora autorevole? 

AG: credo che l’argomento non sia mai stato autorevole. E’ una argomentazione che abbiamo opposto alla possibile ordinazione delle donne nel momento in cui è cambiato il profilo culturale, sociale e professionale della donna. Prima non era autorevole l’argomento, ma la forza culturale e sociale del primato del maschile. Quando è entrato in crisi, e addirittura un papa, Giovanni XXIII ha salutato questa “crisi” come “segno dei tempi”, vedendo nell’entrata della donna nella vita pubblbica una segno di vangelo da cui la Chiesa doveva imparare qualcosa, abbiamo iniziato a mettere in piedi vecchie e nuove argomentazioni difensive e riduttive. Tra cui questa biologica, ma anche quella sociale, quella simbolica, quella relazionale. A me sembrano tutti tentativi di sfuggire la realtà.

PC: Direi che è un argomento senza senso. Gesù ha proposto di seguirlo, e in questo senso tutti devono sforzarsi di essere come lui; ossia avere i suoi stessi sentimenti. L’idea del sacerdozio ministeriale quale imitatio Christi “migliore” rispetto a quella comune è del resto molto tardiva, tutta tesa a giustificare la separazione fra sacerdozio ordinato e quello universale, che il Concilio ha cercato di colmare, riuscendoci solo in parte. Il diritto canonico sotto questo punto di vista appare ancora troppo al servizio di una logica istituzionale sorretta da una visione teologica di natura gerarchica, per cui i vari ministeri finiscono per accentrarsi nell’unico sacramento dell’Ordine, a sua volta proposto con una visione altrettanto gerarchica, che distingue il sacerdozio dagli altri ministeri. Il diaconato, ad esempio, è considerato un ministero connesso all’ordine, ma di natura non sacerdotale. Questa distinzione paradossalmente contesta l’impostazione che vuole negare l’ordinazione diaconale femminile: infatti, pur volendo accedere all’idea fisica della “imitatio Christi” sacerdotale (ossia: all’idea per cui vescovi e presbiteri agiscono come fossero “Cristo sacerdote”), nulla osterebbe al conferimento del ministero diaconale (e non sacerdotale) anche alle donne, che certamente possono – o devono – essere imitartici di Cristo, e quindi possono svolgere tutti i ministeri.

Approfondiamo un poco: sul fronte del Diritto Canonico c’è  da affrontare una discriminazione, che perdura da troppo tempo, che riguarda il genere “in ordine all’ordine”. Il diritto canonico non consente la partecipazione del genere femminile al  sacramento dell’ordine. In quanto la visione ecclesiologica è quella del primato assoluto dell’eucarestia. Tutto il sacramento dell’ordine è finalizzato all’eucarestia. Come superare questa discriminazione di genere? 

AG: Il diritto canonico non è la fonte della vita cristiana, ma uno strumento. Quando non funziona più, lo si deve cambiare. Il canone 1024, che stabilisce in modo generico nel “battezzato maschio” il soggetto per la valida ordinazione ha già subito una interpretazione restrittiva del suo significato dagli stessi giuristi, che lo intendono come riferito ad Episcopato e Presbiterato, non al Diaconato. Nulla impedisce che se ne cambi anche esplicitamente il dettato. D’altra parte la destinazione alla eucaristia non impedisce di pensare anche al ruolo eucaristico che il diacono svolge nell’annuncio della Parola, cosa che sarebbe facilmente riconoscere anche alle donne. Sarebbe solo un riconoscimento di una pratica di “annuncio della parola” che spesso compete in molte comunità proprio alle donne.

PC: Il diritto canonico non è immutabile. Proprio il canone 1008 – che disciplina il sacramento dell’ordine – è stato ad esempio già modificato nel 2009 perché fosse più aderente alle disposizioni conciliari. Com’è noto, nella prima versione si diceva che il sacramento dell’ordine costituisse alcuni fedeli in ‘ministri sacri’ “consacrandoli e destinandoli a pascere il popolo di Dio, adempiendo nella persona di Cristo Capo, ciascuno nel suo grado, le funzioni di insegnare, santificare e governare”. Questa formula ripeteva esattamente la tesi dei tria munera Ecclesiae, e li riferiva al clero ordinato. Il nuovo testo recita che i ‘ministri sacri’ sono “consacrati e destinati a servire, ciascuno nel suo grado, con nuovo e peculiare titolo, il popolo di Dio”. Possiamo trarne almeno due conseguenze: l‘ordine conferisce un titolo di servizio peculiare, ma non esclusivo, senza distinzione di uffici assegnati; il diritto canonico può cambiare se utile ad una migliore disciplina della Chiesa.

La vita della Chiesa non si esaurisce nei sacramenti ma si “espande” nella carità. Ovvero nel “servizio” agli ultimi. Non è questa la “sostanza” del diaconato? E questa “sostanza” non può essere “incarnata”, anche, in una donna?

AG: La riformulazione della “sostanza” del sacramento dell’ordine è il punto più delicato, che non può essere svolto solo dallo storico, anche se la storia ci dice una cosa molto importante. Ragionare in termini di “sostanza del sacramento” è una nostra peculiarità, che la teologia medievale non applicava al caso della ordinazione. Lavorava, quella teologia, piuttosto con una logica generale di “Ministero”, a cui faceva seguire una serie di “impedimenti”, di cui il primo era il “sesso femminile”. Nel nostro tempo noi potremmo uscire dalla logica della sostanza e tornare alla logica degli impedimenti e valutare, con molta lucidità, le buone e cattive ragioni di ogni impedimento. E’ utile sapere che per S. Tommaso gli impedimenti erano essere donna, schiavo, assassino, figlio naturale, incapace e disabile. Quanto è cambiato il mondo da allora!

PC: Come ho cercato di dire, non è esatto distinguere diverse sostanze nell’unico sacramento. Il riferimento alla “sostanza” è stato centrale nel dibattito filosofico medievale, ma oggi è privo di riferimenti concettuali analogici. Oggi per “sostanza” indichiamo il cuore di un concetto, non la materia di un oggetto. Distinguiamo ad esempio “sostanza” da “essenza”, che invece filosoficamente sono state intese come sinonimi. Aristotele e Platone si sono distinti su questo punto, e Tommaso ha fatto tesoro di queste formule per ragionare intorno alla ‘sostanza’ dei sacramenti. La sostanza era per lui ciò che non si vedeva, ma c’era. Se dovessimo aggiornarci, diremmo oggi che la sostanza del sacramento dell’ordine è il maschio, perché solo nel suo corpo lo Spirito può agire conferendogli poteri straordinari. Questo genere di argomentazioni scade facilmente nella magia. Se ragioniamo invece in termini di “presenza sacramentale” possiamo semplicemente chiederci che cosa un sacramento indica concretamente. L’ordine, ad esempio, indica la ricezione di un mandato di servizio. Giuridicamente si tratta di un atto di governo che attribuisce specifici ministeri. I ministeri sacramentali in senso stretto nella Chiesa cattolica sono solo due, fatti salvi quelli dell’iniziazione: l’ordine e il matrimonio. Uno solo discrimina in ordine al genere e questa discriminazione si ripercuote sulla ministerialità sacramentale, dato che i ministri ordinari dei sacramenti sono proprio gli ordinati. Il diritto conosce già alcune deroghe a quest’ultimo criterio di ministerialità, che quindi non è assoluto, ma soprattutto conosce un più vasto ventaglio di ministeri che col tempo vengono progressivamente attribuiti sia a fedeli non ordinati, sia a donne. Penso ad esempio al ministero di giudice. La strada è quindi aperta, si tratta di scegliere se percorrerla o no.

Per i tradizionalisti l’ordinazione delle donne al diaconato sarebbe
un cedimento allo “spirito del mondo”. Come rispondete a questa posizione?

AG: Per i tradizionalisti è un cedimento allo spirito del mondo il rapporto con la cultura. Ma questa è stata la regola della Chiesa fino al XIX secolo. Fino al blocco antimodernistico, che ha paralizzato i rapporti con la cultura, la Chiesa non solo era aperta alla cultura, ma faceva, produceva cultura. In tutte le diocesi c’era preti non solo teologi, ma letterati, scienziati, chimici, fisici, astronomi, biologi… Una Chiesa all’altezza della sua grande tradizione sa superare questo blocco e entrare in un dialogo profondo con la cultura moderna, con le sue gioie e speranze, con le sue notti e tristezze. E non rinuncia a mettere in piedi una cultura ministeriale nuova. Coma la Chiesa ha sempre fatto fino al XIX secolo.

PC: Certamente, i tradizionalisti amano la tradizione. Bisogna però vedere se amano allo stesso modo anche Gesù e la Tradizione, e anche se desiderano conformarsi ai suoi sentimenti. I cristiani non hanno paura del mondo, anzi lo amano fino al punto di volerlo salvare. Cedere allo spirito del mondo significa assumerne i sentimenti e le sembianze: prestare attenzione alle forme per apparire, senza dare troppa importanza alla sostanza (tanto per tornare alla sostanza). Saulo è un apostolo, ma non era fra i dodici; Giuda è stato un apostolo, ma ha tradito; Pietro è stato un apostolo, ha tradito e poi si è convertito; Maria Maddalena non è conteggiata fra i dodici, ma è “Apostola degli apostoli” perché ha annunciato la Resurrezione agli altri. Non giudico la fede dei tradizionalisti, ma non vedo la necessità di abbandonare il piano del ragionamento per scendere su quello della forma.

Ultima domanda: a livello ecumenico quali influenze potrà avere l’ordinazione diaconale femminile?

AG: Io farei il discorso al contrario: quanto ha influito una migliore conoscenza dei fratelli e delle sorelle “separati” per elaborare una evoluzione della tradizione cattolica? L’ecumenismo non è solo tra le conseguenze, ma è tra le cause della evoluzione cattolica. Conoscere i fratelli e le sorelle cristiane di altre tradizioni è una ricchezza che trasforma. Non è secondario il fatto che, se impariamo a conoscere la loro storia, troviamo, ad es. presso i fratelli e le sorelle valdesi italiani, un percorso molto simile a quello che oggi noi intraprendiamo, elaborato già 50 anni fa. Gli argomenti sono gli stessi, solo spostati 50 anni dopo. Tutti hanno dovuto fare i conti con “il ruolo della donna nella vita pubblica”: la magistratura, l’esercito, le grandi istituzioni musicali, gli ambienti politici, altre tradizioni ecclesiali. Il riconoscimento del ruolo pubblico della donna non è “cedimento allo spirito del mondo”, ma migliore conoscenza del vangelo.

PC: Le altre Chiese cristiane hanno affrontato questo percorso prima di noi. Credo che le loro riflessioni e le loro decisioni possano aiutare la Chiesa cattolica a percorrere la sua strada. Il processo è avviato, e già questo mi sembra un risultato ecumenicamente apprezzabile.

“Siamo nel ‘secondo tempo’ di un pontificato drammatico”. Intervista a Marco Politi

 

Come sarà il “secondo tempo” di Papa Francesco nella sua drammatica battaglia per la riforma della Chiesa cattolica? Ne parliamo con il vaticanista Marco Politi. Di Politi è appena uscito nelle librerie, per l’editore Laterza, un saggio, molto documentato su quello che è, come lo definisce Politi, il “secondo tempo” del pontificato di Bergoglio (M.Politi, La solitudine di Francesco. Un Papa profetico. Una Chiesa in tempesta, Ed. Laterza, pagg. 238. € 16). Politi attualmente è editorialista del “Fatto quotidiano”e collabora con prestigiose testate estere come BBC e CNN.

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IL PAPA CONTRO IL SOVRANISMO.

“La Chiesa osserva con preoccupazione il riemergere di correnti aggressive verso gli stranieri, specie gli immigrati, come pure quel crescente nazionalismo che tralascia il bene comune”. Questa preoccupazione attraversa tutto l’intervento di Papa Francesco a conclusione dell’Assemblea Plenaria, che si è svolta in questi giorni in Vaticano, della Pontificia Accademia della Scienza Sociali. Un discorso che sta facendo discutere, dato il momento storico, l’opinione pubblica europea. Di seguito pubblichiamo il testo integrale dell’intervento del Pontefice. 

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“Il testo di Ratzinger rimane sempre al di qua di Francesco, di ogni sua parola e di ogni suo gesto”. Intervista ad Andrea Grillo

Sta facendo discutere l’opinione pubblica mondiale il testo del papa emerito. Benedetto XVI ha voluto con i suoi “appunti” fare una analisi sul grande male, quello della pedofilia, che ha colpito la Chiesa cattolica. Quali sono i punti dell’analisi di Ratzinger? Quali quelli più controversi? Ne parliamo, in questa intervista, con il teologo Andrea Grillo. Andrea Grillo è docente di Teologia e di Filosofia della Religione al Pontificio Ateneo “Sant’Anselmo” di Roma.

Professore, sta facendo discutere il  “saggio” del papa emerito (che lui ha chiamato “appunti”) sulla pedofilia nella Chiesa. Un saggio preparato per una rivista cattolica tedesca e anticipato, in Italia, dal “Corriere della sera”. Il saggio è uscito dopo il recente vertice vaticano sulla pedofilia. Come interpretare l’uscita di questi appunti? Sono un atto di amore o una ingerenza?

Sono appunti, come è evidente: ha ragione a chiamarli così. Proprio come appunti appaiono confusi, senza un tono unitario, non trovano un vero filo di continuità. Oscillano troppo tra desiderio di autogiustificazione, riduzione della storia ad esempi troppo personali e considerazioni teologiche di fondo, eleganti ma non specifiche. In continuità con molti altri testi precedenti dello stesso autore, è facile scoprirvi la tendenza a condensare tutto un fenomeno complesso in una battuta: Maometto o Lutero a Ratisbona, esattamente come la pedofilia o il 68 in questo testo, vengono tutti risolti in una affermazione drastica di poche righe. Questo è tipico del modo di scrivere e di pensare di J. Ratzinger. Ed è anche ciò che lo rende sempre  facile da leggere e brillante nei passaggi. Ma sulla opportunità del testo, continuo a pensare che la promessa del silenzio fosse già prima – e resti anche oggi – “consustanziale” alla scelta di “restare nel recinto di S. Pietro”. Non ho ragioni per pensare che non sia un atto di amore. Ma talora accade che le intenzioni e gli effetti non coincidano in modo perfetto.

Veniamo al contenuto.  Nella prima parte c’è un duro attacco alla Rivoluzione del ’68  e alla sua rivoluzione sessuale  (fenomeno che ha provocato la “dissoluzione del concetto cristiano di moralità”). Fin qui nulla di nuovo, sappiamo quanto Joseph Ratzinger sia rimasto “choccato” negativamente dal’ 68…Ma c’è un passaggio che ha colpito molto l’opinione pubblica : “parte della fisionomia della rivoluzione del ’68 è stata che la pedofilia è stata diagnosticata come ammessa e appropriata”. Sconcertante questo…  Qual è il suo pensiero?

E’ facile capire il 68, quando si è nati negli anni 50 o 60. Ma per chi è nato negli anni 20, ed è diventato prete negli anni 50, non è affatto facile uscire da una “forma mentis” che tende ad escludere e addirittura a delegittimare ogni tentativo di “partire dalla libertà”. Qui poi, per chi è cattolico, e per di più è prete e teologo e vescovo, è facile che il 68 si sovrapponga a tutti i fantasmi del modernismo, del relativismo, della perdita di Dio, del vuoto di autorità della Chiesa e dello scacco del comandamento morale. Io credo che Ratzinger, come prova la sua autobiografia pubblicata a suo tempo e tantissimi riferimenti nelle sue opere, non abbia mai superato il trauma del 68, su cui ha concentrato tragicamente ogni disvalore. Purtroppo questo trauma ha travolto, nella sua esperienza, ma a posteriori, anche il giudizio sul Concilio Vaticano II. Questo è diventato evidentissimo proprio la sera della commemorazione dei 50 anni dalla apertura del Concilio. Io credo che quella sera, l’11 ottobre del 2012, dopo aver trasfigurato il Concilio Vaticano II in una grande sciagura, con venti contrari alla navigazione, pesci cattivi nella rete, zizzania nel campo, Benedetto XVI abbia deciso, dentro di sé, di dimettersi dal suo ufficio. Ed è rimasto a quel punto. Con ammirevole e rara coerenza, poiché pensava così, ha capito di non poter più essere papa. Ma lui pensa ancora così. E la tragedia che vede nel 68 è tale, che può spostare sul 68 ogni colpa, esterna o interna alla Chiesa. Fino a distorcerne i dati e i termini. Questo è frutto non di un ragionamento, ma di una emozione, di un attaccamento e di una nostalgia. Ed è invincibile.

Il saggio continua con la critica della teologia morale post – Conciliare. C’è il richiamo all’insegnamento, in particolare al documento “Veritatis Splendor”, di Giovanni Paolo II che ha contrastato questa decadenza teologica. C’è un passaggio, anche questo clamoroso, in cui si addossa allo”spirito Conciliare “il garantismo estremo dei processi ecclesiastici volto alla tutela ad oltranza dell’accusato (…) al punto da escludere praticamente la condanna del colpevole”. Insomma tutta colpa dei riformatori?

Anche in questo caso c’è un “Vetus Ordo” che, nella convinzione di Ratzinger,  garantisce la Chiesa meglio del Novus. Non si tratta, in questo caso, di una nostalgia del celebrare, ma di un modo nostalgico di pensare la Chiesa, il mondo, la storia, il soggetto. E’ un mondo in cui la teologia morale svolge ancora una funzione immediatamente pedagogica, non si lascia mettere in questione dagli eventi o dalla Scrittura, ma tutto subordina ad un intento sistematico e disciplinare assolutamente insuperabile. E in questa prospettiva classica si dedica attenzione alle questioni vecchie – se l’imputato debba essere garantito o meno, se la fede sia in gioco o meno – ma non si riesce a dire una sola parola sulle vittime e sulla loro centralità. Nel sistema che Ratzinger vuole difendere le vittime “non possono mai” essere centrali, perché non si vedono, non appaiono, non hanno consistenza. Se le si mettesse al centro, si contesterebbe la centralità di Dio! Questo è un pensiero “antimodernistico”, percepito come dovuto, e che spiega la posizione assunta, ma la colloca anche in un mondo che non è il nostro, ma quello di 70 anni fa.

Il documento contiene anche la denuncia di “club omosessuali” che si formarono in molti seminari, di Vescovi che rifiutavano la vera cattolici tà in nome di una specie di moderna cattolicità”. Insomma una visione catastrofica della Chiesa post Conciliare. Non mi sembra molto corretto… 

Non solo non è corretto, ma distorce la realtà con una miscela di risentimento e di nostalgia che impedisce un giudizio ponderato. Le parole sono usate con una terminologia “liquida”: perciò si scivola facilmente nel confondere termini che dovrebbero essere accuratamente distinti. Sembra che la libertà affermata contro ogni norma inciti alla omosessualità, alla pedofilia e all’abuso. Si passa dalla libertà all’abuso con una disinvoltura imbarazzante. E’ un quadro profondamente distorto, che rischia di rendere difficile il discernimento tra livelli della realtà che in nessun modo ci si dovrebbe permettere di confondere. Da un teologo mi aspetterei un maggior rigore nelle distinzioni e una minore ingenuità nel pensare come modello assoluto il seminario tridentino degli anni 50. Eè difficile che quello possa essere il rimedio agli abusi, che forse ne sono un frutto. Ma, “ingravescente aetate”, come ad ogni uomo provato dalla esperienza, anche ad ogni teologo deve essere riservato pure il diritto di tacere. Questo piccolo abuso – che lo si sia costretto o che si sia sentito costretto a parlare – ha profondamente compromesso una parola chiara sugli abusi.

La requisitoria di Ratzinger, a volte un poco rancorosa, colpisce anche la società occidentale che dimentica Dio nel dibattito pubblico, come pure il parlare della Chiesa in termini di politici a cui contrappone una “chiesa santa che è indistruttibile con i suoi martiri. Insomma sembra quasi un manifesto per il post Francesco. Per lei?

Io dico di no. Piuttosto, vi è qui il segno di un “passaggio di generazioni”. Sia chiaro, alcuni potranno cercare di approfittare di queste pagine. Questo è fuori di dubbio, Ma il testo, di per sé, è il documento di un modo di pensare Dio, la Chiesa e il cristianesimo che non riesce ad uscire dalle evidenze classiche e continua ad esprimersi come se avesse di fronte la chiesa di 70 anni fa. Vorrei ricordare un altro testo, di ben altro livello, ma altrettanto sorprendente. Anche R. Guardini, quando nel 1961 scrisse il suo testo “contro la pena di morte”, usò argomenti che, già 10 anni dopo, nessuno avrebbe mai più utilizzato. Non ci sono, quindi, manifesti del post-Francesco. Questo è chiaramente un testo del pre-Francesco. Tutto quello che vi si dice, parla dal e del passato. Ma è utile per capire che quella strada, quel modo di pensare la Chiesa, quella maniera di proporre soluzioni su cose che non si riescono a capire, è definitivamente e irrimediabilmente finita. Il testo rimane sempre al di qua di Francesco, di ogni sua parola e di ogni suo gesto. Ratzinger lo sa. Per questo si è dimesso. Perché lo sa. Sa di non potere. Il suo silenzio ordinario lo attesta. Ma anche le sue parole “extra ordinem” lo confermano.

(foto Ansa)