“Il populismo è una minaccia molto pericolosa per lo sviluppo politico e sociale dei popoli”. Intervista a Padre Arturo Sosa (S.J)

Papa Francesco con Padre Arturo Sosa (LaPresse)

Padre Arturo Sosa, per la sua missione, è un uomo dalla visione globale. E’ il 30° successore di Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù. Il primo “Papa Nero” non europeo dei gesuiti, anche questo è un segno dei tempi. Latinoamericano, come Papa Francesco, del Venezuela. Porta nel suo sguardo sul mondo anche la competenza degli studi di politica. In questa intervista a tutto campo, Padre Sosa, ci offre una chiave di lettura, il discernimento, su molte questioni che riguardano la Chiesa e il mondo contemporaneo.

 

Padre Sosa, Lei due anni fa, dalla 36° Congregazione generale della Compagnia, è stato eletto successore di Sant’Ignacio de Loyola. Ignacio è il Santo del discernimento. Una parola che sta molto a cuore a Papa Francesco, come ad ogni gesuita. Può spiegarci, in breve, il significato profondo della parola?

I Vangeli raccontano come Giuseppe decide di accettare Maria, incinta, come sua moglie. Giuseppe, dopo molte esitazioni, contravviene alla legge mosaica che aveva rispettato per tutta la vita. Lo fa perché ha sentito il messaggero che gli assicura che si tratta di un’opera di Dio. Giuseppe, dicono le scritture, era un uomo giusto, amava Dio e amava Maria. Guidato dal suo sentimento interiore, apre le porte della sua casa e il suo cuore a Maria, sua moglie, e al bambino che porta in grembo, assumendo tutte le responsabilità di marito e di padre. Giuseppe ha fatto un vera e propria scelta spirituale. La premessa è che Dio è presente e agisce nella storia umana. Dio può e vuole comunicare con gli esseri umani come comunicano gli esseri liberi, a partire dall’amore rispettoso dalle decisioni degli altri. Giuseppe si trova di fronte a una decisione trascendentale: rifiutare o accettare Maria sua sposa promessa, come sua moglie. La comunicazione onesta, aperta e libera lo porta a scegliere di prenderla in moglie, mantenendo la promessa fatta anche in circostanze fuori dal suo controllo.

Il discernimento è un processo complesso, per il quale non esistono formule o ricette. Così Gesù ci insegna nella parabola della zizzania e del grano. Ciò che sembra zizzania (malerba) può esser grano. È necessaria una sensibilità spirituale per distinguere i moti dello Spirito dall’inclinazione al male travestito esternamente come bene. L’esito del processo consente di confermare che si decide secondo lo Spirito.

La pace profonda che consente di affrontare situazioni inedite deriva dall’essere in sintonia con lo Spirito e garantisce che si sia scelto di seguire il Signore. La scena della preghiera di Gesù nell’orto prima della passione e della morte imminenti è la migliore immagine di un discernimento che sceglie di porsi completamente nelle mani di Dio e affidarsi pienamente alla sua promessa di vita, affrontando le sofferenze conseguenza dell’ingiustizia umana.

 

Utilizzando questo discernimento, come si presenta il mondo agli occhi del Successore di Sant’Ignacio?

Come una sfida e un’opportunità. Il cambio di epoca storica, con l’ emergere della società laica e della cultura digitale, in cui abbiamo iniziato a vivere, apre nuove opportunità – per gli esseri umani e per le società contemporanee – di progredire verso la riconciliazione attraverso il raggiungimento della giustizia sociale e di ristabilire l’equilibrio con l’ambiente. Si tratta d’una nuova opportunità per annunciare la Buona Novella che Gesù ci ha dato, insegnandoci con la  sua vita e la sua parola la via per una vita pienamente umana.

La sfida consiste nel trovare il modo migliore per veicolare il messaggio, che non può prescindere da un comportamento coerente con esso da parte di chi lo diffonde. Pertanto un primo aspetto di questa sfida complessa e stimolante è la conversione di noi che ci professiamo seguaci di Gesù Cristo e quindi la profonda riforma della Chiesa affinché la coerenza della vita sia il primo annuncio della fede che ci muove e dà senso alla nostra vita. Seguendo l’esempio di Gesù, la sfida si affronta avvicinandosi realmente al mondo dei poveri e nell’ottica di chi subisce le conseguenze dell’ingiustizia strutturale che caratterizza i rapporti sociali odierni. Per questo, il recente Sinodo ci invita a vedere il mondo dalla parte dei giovani, che cercano in effetti di superare i limiti del mondo che hanno ereditato e di generare nuove speranze di vita.

 

Papa Francesco parla spesso di “terza guerra mondiale a pezzi”. Qual è secondo Lei l’elemento più pericoloso che può portare il nostro Pianeta verso il Caos incontrollabile?

La violenza che si sostituisce al rispetto per le persone, le culture e i popoli con il sopruso di chi si sente più forte o ha i mezzi per imporsi. La violenza impedisce di fare del dialogo lo strumento per instaurare rapporti giusti tra gli esseri umani e i popoli, partendo dal riconoscimento dell’altro come uguale e dal rispetto gioioso delle differenze. La guerra è la distruzione della politica come modo per prendere decisioni in grado di armonizzare gli interessi privati a vantaggio del Bene Comune. L’indebolimento della politica come modo di risolvere i conflitti e unire le persone e i popoli alla ricerca del Bene Comune conduce alla comparsa di tante guerre e di tanti diversi modi di fare la guerra, che oggi osserviamo.

 

 Il tempo della globalizzazione ha portato, certamente, tanti guasti nel nostro mondo. Ma sarebbe ingeneroso non vedere, anche, gli elementi positivi. Quali sono per Lei?

Ci sono molti aspetti positivi. Voglio citarne solo alcuni. La consapevolezza di un’umanità culturalmente ricca e diversificata e creativa per la sua immensa diversità. Riconoscerci come esseri umani nella varietà delle espressioni culturali che esistono, sono esistite ed esisteranno ha portato ad accettare la dignità di tutti gli esseri umani e il riconoscimento dei Diritti Umani come base per le relazioni tra tutti i popoli. Siamo lontani dal poter dire che i diritti umani di tutti siano rispettati integralmente, ma che esista questa prospettiva è qualcosa che lascia sperare.

Prima accennavo all’emergere della società secolare in cui si tratta di garantire spazi liberi che consentano lo sviluppo delle persone e dei popoli in condizioni migliori che in altre epoche storiche. La società laica apre nuovi spazi per una libertà decisionale personale e per modalità democratiche di fare politica. Inoltre crea spazi per la libertà religiosa e il dialogo interreligioso. Resta pur sempre un ideale, ma anche una reale possibilità. Lo sviluppo scientifico-tecnologico e i suoi effetti sulla vita quotidiana attraverso la moltiplicazione dei beni che fungono da civilizzatori a disposizione di un numero crescente di persone e di popoli è una porta aperta nonostante tutte le sue ambiguità. La rivoluzione delle comunicazioni ha sicuramente cambiato il modo in cui ci relazioniamo, con conseguenze che ancora possiamo solo intravvedere in termini di opportunità e di minacce.

 

In Occidente ed anche in America Latina soffia il vento, pericoloso, del populismo sovranista. Qual è il suo giudizio e quello dal punto di vista della Dottrina Sociale della Chiesa?

Il populismo è una minaccia molto pericolosa per lo sviluppo politico e sociale dei popoli del mondo. Dietro agli atteggiamenti populisti si celano nuove forme di dominio di pochi sul resto dell’umanità. Molte forme di populismo sono solo varianti del personalismo tipico delle forme dittatoriali di esercizio del potere politico.

Con un linguaggio ambiguo il populismo sostituisce il popolo, i cittadini organizzati, come soggetto della vita pubblica, privandoli del loro potere decisionale per concentrarlo nelle mani di pochi. Il progredire del populismo è il più grande ostacolo allo sviluppo della democrazia nel nostro tempo.

 

Perché la Sinistra in America Latina non è più un segno di speranza per i poveri?

Neppure la destra lo è in America Latina o in qualunque parte del mondo. La realtà dello sviluppo politico e sociale ha creato confusione su ciò che significa destra e sinistra. Le ideologie politiche estremiste e l’emergere di forme di populismo di destra e di sinistra hanno diluito i concetti di destra e sinistra.  È il momento di rafforzare i processi di personalizzazione e di organizzazione dei poveri perché basino le loro speranze in quelle che sono le loro potenzialità, indipendentemente da false ideologie di redenzione di segno contrapposto o dai populismi che generano false speranze.

 

 Siamo anche nel tempo della crisi generalizzata della politica. Oggi nel mondo sono pochi i veri statisti, cioè politici che hanno una visione del bene comune globale. Cosa fare per ridare dignità alla politica?

Sviluppare la coscienza civica, vale a dire ampliare ed approfondire l’educazione politica in tutti i settori sociali e in tutte le generazioni. La coscienza civica nasce dall’esperienza della necessità degli altri di poter vivere come esseri umani. Gli esseri umani sono esseri sociali, cioè esseri politici. Per potere non solo sopravvivere, ma avere una vita dignitosa, abbiamo bisogno gli uni degli altri. Abbiamo anche bisogno di organizzarci per creare le condizioni per una vita dignitosa per tutti. Ogni essere umano è chiamato a rendersi conto della necessità di mettere l’interesse comune al di sopra degli interessi individuali o di gruppo e agire di conseguenza. I populismi creano l’illusione di poter soddisfare gli interessi personali prescindendo dall’interesse comune e minano pertanto le possibilità di cittadinanza, democrazia e giustizia sociale.

 

Molti cattolici sentono la nostalgia dei partiti “cristiani”.  Ha senso oggi un partito “cristiano”?

La nostalgia è una visione distorta del passato. Come raccomanda il Vangelo, non si deve versare il vino nuovo in otri vecchi … La memoria dei cristiani integerrimi che hanno dato la vita per contribuire con l’azione politica alla costruzione di società democratiche ci aiuta a ritrovare la coscienza politica di tutti i battezzati. Ogni cristiano è chiamato ad essere un cittadino ed a partecipare attivamente e consapevolmente alla vita pubblica. Alcuni saranno anche chiamati a fare dell’azione politica il loro progetto di vita. Toccherà alla comunità cristiana motivare e indicare la dimensione politica della vita umana che deve ha bisogno di trovare nuove forme di organizzazione politica che approfondiscano la democrazia e superino i populismi e ogni forma di tirannia e di dittatura.

 

Parliamo dell’immigrazione. Oggi in molti paesi dell’Unione Europea, e in particolare in Italia, c’è una visione cattiva, alimentata dalla propaganda del partito della Lega Nord, una visione che crea la paura del    diverso, dello straniero. La    Compagnia è in prima fila sulla frontiera dell’accoglienza.  Le chiedo cosa fare per spezzare la spirale della paura e dell’indifferenza (che investe anche molti cattolici).

Il faccia a faccia è il modo migliore per scoprire l’umanità dell’altro che viene in cerca di una vita migliore. Il contatto personale è il miglior antidoto alla paura dell’ignoto. Chi è costretto a lasciare le sua casa per la violenza o per la povertà o perché cerca nuovi orizzonti di vita, va in cerca di una vita migliore per sé e per i suoi familiari. Viene, quindi, con tutte le sue energie, disposto a contribuire ad una vita migliore. Porta anche la ricchezza della sua cultura, le competenze personali e la formazione tecnica o professionale che può aver acquisito. Chi viene può e vuole contribuire a una vita migliore nel posto in cui si reca, il che, a sua volta, gli consente di aiutare i suoi familiari, dai quali ha dovuto separarsi. Offrire spazi e modi di incontro per riconoscere le diversità e apprezzare il contributo che possono dare è un mezzo per superare i pregiudizi, non avere paura e riconoscere l’altro come un fratello o una sorella con cui poter costruire una vita migliore per tutti.

 

La predicazione sociale di Papa Francesco è molto esigente. Come è accolta, secondo lei, nella Chiesa Universale?

Non esiste un unico modo di recepire questo messaggio. Per molti si tratta di un messaggio di speranza che deriva dalla sua esperienza spirituale fondata sulla contemplazione del Gesù dei vangeli. Per altri è una deviazione dottrinale pericolosa. Altri vanno oltre e pensano che derivi fuori delle sue funzioni di capo del corpo della Chiesa. Gran parte del popolo di Dio lo recepisce come un messaggio in sintonia con la brezza rinfrescante che il Concilio Vaticano II ha portato alla Chiesa.

 

 Molti “nemici” di Papa Francesco, all’interno della Chiesa, hanno cercato di delegittimare il Papa. Con accuse gravi e pesanti. Cosa ha dire Lei a questi nemici del Papa?

Li invito a mettersi davanti al Signore in croce e ad esaminare la loro esperienza di fede per discernere gli spiriti che muovono le accuse che fanno.

Li invito inoltre ad utilizzare i modi e i canali di correzione fraterna che esistono nella Chiesa, evitando la tentazione di essere solo dei protagonisti mediatici. Chiamare il Papa alla riflessione, se si ritiene in coscienza di aver qualcosa da dire a chi è responsabile di curarsi dell’unità di tutto il corpo della Chiesa e portare l’annuncio della Buona Novella al mondo di oggi, lo si deve fare attraverso i mezzi consacrati dalla sana tradizione della Chiesa.

 

Il Papa fa molto affidamento sulla Compagnia per supportarlo nell’opera di evangelizzazione. Più volte vi ha invitati ad essere “creativi”. In quale frontiera si esprime di più la vostra creatività?

Il cambiamento epocale che stiamo vivendo ci obbliga ad essere creativi in ​​tutti i campi in cui ci muoviamo. L’accompagnamento attraverso gli Esercizi Spirituali è stato uno dei campi in cui abbiamo trovato molti nuovi modi per condividere questo tesoro spirituale, mantenendo la fedeltà al metodo ignaziano e proponendo modi di offrirlo adatti alle persone e alle loro condizioni di vita. Il campo educativo a tutti i livelli è una sfida costante alla tradizione pedagogica della Compagnia di Gesù, oggi ampiamente condivisa tra i Gesuiti, compagni e compagne nella missione. Offrire ai bambini e ai giovani, in contesti sociali così diversi come quelli attuali, le opportunità di formazione che consenta loro di acquisire le attitudini e le capacità per muoversi liberamente nel presente e prepararsi a vivere in un futuro che non riusciamo neppure immaginare come sarà.

 

C’è un cancro mortale nella Chiesa, ed è quello del crimine della pedofilia. Nonostante la tolleranza zero di Papa Francesco le cose non vanno tanto bene. Molto si è fatto ma molto resta ancora da fare. Le chiedo: da dove cominciare per estirpare questo crimine?

Si deve cominciare dalla preghiera, dal digiuno e dalla penitenza, come ha ricordato Papa Francesco nella sua lettera al Popolo di Dio del 20 agosto 2018. Non si tratta solo di “casi”, ognuno inaccettabile, né solo della condizione di coloro che hanno abusato (clero, vescovi, religiosi). Il problema è di fondo: le nostre società hanno una “cultura di abuso” che si esprime non solo in abusi sessuali, ma anche in abusi di coscienza e di potere, che hanno provocato meno scandalo, ma più danni. Solo in una relazione intima con il Signore e aprendo i nostri cuori alla sua grazia e alla sua ispirazione troveremo la forza e la via per affrontare la situazione. La giustizia per le vittime è una condizione senza la quale nulla di ciò che si fa può essere efficace. Si tratta di ascoltarle veramente, denunciare, assoggettarsi al diritto civile e a quello canonico; soprattutto, accompagnarle nel processo di riparazione, cercando di raggiungere la riconciliazione. Coloro che hanno commesso questo crimine devono, da un lato, assumersi le conseguenze legali, civili e canoniche. D’altra parte si devono garantire le condizioni di vita che evitino ogni ricaduta e gli aiuti necessari nella misura del possibile per cambiare la loro vita. In generale, dobbiamo fare in modo che tutte le istituzioni della Chiesa abbiano programmi di prevenzione e protocolli di comportamento adeguati nei rapporti con i minori e con le persone vulnerabili. Meglio ancora che questi programmi vengano mantenuti sempre attivi e siano gestiti da agenzie specializzate e indipendenti. Sono anche necessari protocolli aggiornati per affrontare i casi che si possono presentare, facilitare la denuncia, garantire giustizia e la riparazione in ognuno di essi. Senza indugio si dovrebbe anche avviare un’azione sistematica e approfondita per promuovere una cultura di tutela dei bambini e delle persone vulnerabili. Promuovere cambiamenti strutturali nei rapporti sociali, soprattutto nella concezione e nell’uso del potere, che consentano di rendere la vita sociale uno spazio sicuro e dignitoso.

 

La Chiesa ha crisi di vocazione eppure voi gesuiti siete ancora tanti. In quale area del mondo siete in espansione? Cosa vi rende attraenti?

È il Signore che chiama. Speriamo che continui a chiamare molte persone a una vita cristiana radicale nella varietà di possibilità offerte dalla vita moderna. Noi cerchiamo di aiutare ad ascoltare quella chiamata e di accompagnare i processi di discernimento e di scelta. Non guardiamo tanto al numero ma alla qualità; manteniamo un processo di formazione impegnativo e lungo prima dell’incorporazione definitiva nella Compagnia di Gesù. Apriamo le porte a persone di qualità umana, spirituale, intellettuale ed apostolica … Se sono molti, siano i benvenuti …  In questo momento crescono le vocazioni per la Compagnia in Africa e in Asia, restano stabili in America Latina e diminuiscono in Nord America e in Europa. Nei prossimi decenni vivremo una diminuzione del numero di gesuiti ed uno spostamento geografico. Allo tempo stesso cresceremo in forme apostoliche nelle quali collaboriamo con molte altre persone e facendo rete.

 

Siamo alla vigilia del Natale. Vuole lasciare un messaggio ai cristiani che la leggeranno?

Mi auguro che l’esperienza di questo Natale ci avvicini ai poveri, a coloro che soffrono e a coloro che lavorano per la pace e si trasformi in un rinnovamento profondo della nostra speranza e ci trasformi in portavoce della speranza in un mondo che lotta per superare tanta ingiustizia per trovare il modo di per vivere come fratelli e sorelle.

La riforma dello IOR e l’ “eredità” di Marcinkus. Intervista a Fabio Marchese Ragona

Era il 1982 quando il Banco ambrosiano fu liquidato, Roberto Calvi fu trovato impiccato sotto un ponte londinese e Marcinkus fu accusato di aver avuto un ruolo centrale nel crac del banco milanese, giocandosi la berretta cardinalizia. Nello stesso anno fu istituita la commissionvaticanistae mista Italia-Vaticano per l’accertamento della verità sul crac dell’Ambrosiano e sul coinvolgimento dello Ior di Marcinkus. Cinque anni dopo, nel 1987, i magistrati italiani spiccarono nei suoi confronti, e in quelli di due suoi collaboratori, un mandato di cattura internazionale per concorso in bancarotta fraudolenta.

Tutto inutile. Il monsignore americano, cosi come i suoi fedelissimi, non vide mai le manette. Marcinkus, infatti, grazie all’immunità diplomatica ricevuta dal Vaticano, non poté essere arrestato: si era abilmente rifugiato dentro le mura d’oltretevere. E li rimase rinchiuso

per molti anni. I tentativi di contatto (formali e informali) della magistratura italiana, che chiese persino l’estradizione dell’arcivescovo, caddero tutti nel vuoto.

Il libro (“Il Caso Marcinkus” Ed. Chiarelettere), appena uscito nelle librerie, di Fabio Marchese Ragona – vaticanista di  Mediaset – ripercorre le imprese rocambolesche di quel banchiere senza scrupoli, arricchendole di dettagli venuti alla luce solo di recente, di nuove testimonianze e di documenti inediti.

A distanza di trent’anni dall’uscita di scena di monsignor Marcinkus, cosa resta di lui nelle stanze del torrione di Niccolo V, sede dell’Istituto per le opere di religione? E’ vero che lo Ior si e ormai quasi totalmente rinnovato, grazie alla vigilanza dell’Autorità d’informazione finanziaria della Santa sede e alle nuove normative sulla trasparenza entrate in vigore in Vaticano? Ne parliamo, in questa intervista, con l’autore. 

Fabio, il tuo libro, sul caso Marcinkus, porta nuova luce su fatti drammatici che hanno riguardato le finanze vaticane. Cinquant’anni di storia con molti protagonisti tra cui papi, capi di Stato, cardinali e banchieri. Ti chiedo: nello Ior aleggia ancora lo “spirito” di Marcinkus?

Di certo, con gli ultimi due papi, Benedetto e Francesco, le cose all’interno dello IOR sono cambiate radicalmente. Soprattutto Bergoglio, pontefice arrivato dall’Argentina, ha voluto dare un’accelerata alla riforma finanziaria anche se ha trovato tanti ostacoli lungo il suo percorso. Lo “spirito” di Marcinkus aleggia ancora quando qualcuno tenta di bloccare il vento di cambiamento voluto dal nuovo Papa. E purtroppo è successo. 

Nello IOR ci sono ancora opacità, nel libro riveli un episodio emblematico quello sulla riforma dello Statuto dello IOR. Puoi parlarcene?    

 Mi riferivo proprio a questo. Appena eletto Papa, Francesco ha istituito una commissione formata da cardinali, vescovi, monsignori e laici per studiare lo IOR e proporre al Papa un progetto di riforma. Dopo una riunione dell’autunno 2014 il Papa aveva chiesto che lo IOR modificasse lo statuto, fermo ancora al 1990. La commissione alla fine fu sciolta perché immobilizzata da chi faceva ostruzionismo. E lo statuto non fu mai cambiato.

Veniamo al tragico protagonista del tuo libro: l’Arcivescovo americano Paul Casimir Marcinkus. Dominus incontrastato delle finanze vaticane per trent’anni. Il periodo di Marcinkus attraversa uno dei periodi più difficili della storia del nostro Paese , con i suoi misteri. Il ritratto che ne viene fuori è di un uomo molto molto discutibile (incriminato dalla  magistratura italiana per il  caso del Banco Ambrosiano).  Come è stato possibile che un uomo così spregiudicato abbia goduto la fiducia di due grandi Papi: Paolo VI e Giovanni Paolo II? Quali “meriti” poteva avere?

Monsignor Marcinkus fu chiamato alla guida dello IOR da San Paolo VI perché Montini voleva riformare l’istituto, voleva che outsider rompesse gli equilibri della Curia. Marcinkus non aveva però alcuna competenza finanziaria, si affidava molto ad alcuni collaboratori laici e ad alcuni banchieri di cui si fidava ciecamente. Lui stesso godeva di grande fiducia perché era diventato molto amico sia di Paolo VI (gli aveva salvato la vita nelle Filippine) e del suo segretario particolare, sia di Giovanni Paolo II perché lo aveva aiutato molto a combattere il comunismo, facendo arrivare fondi a Solidarnosc.  

Fa impressione leggere della “bella vita”che faceva alle Bahamas l’Arcivescovo…sempre in golf club esclusivi, con l’immancabile sigaro cubano. Ma nelle Bahamas non andava  solo per vacanze…andava a creare istituti bancari ad hoc per un paradiso fiscale. Perché lo Ior aveva “bisogno” di questo tipo di Banca. Che tipo di operazioni voleva occultare lo IOR?

Lo IOR non voleva occultare delle operazioni. Non ne aveva bisogno. La dirigenza dell’epoca dell’Istituto per le Opere di Religione però era in affari con il Banco Ambrosiano e i vertici di quell’istituto bancario milanese avevano compiuto delle acrobazie finanziarie che partivano da Milano, transitavano dalla Città del Vaticano (per eludere i controlli), raggiungevano le Bahamas e poi rientravano tramite la Svizzera o tramite altre offshore. Un gioco di scatole cinesi. Marcinkus e company erano consapevoli di tutto: lo stesso monsignore era membro del CdA della Cisalpine di Nassau, creata con proventi della mafia.  

Parlando dell’Istituto di Nassau non si può non parlare di Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano morto a Londra sotto Il ponte dei “frati neri”.  I due, Calvi e Marcinkus, avevano un rapporto di una certa familiarità e amicizia. Alla morte di Calvi non prova alcun rimorso…anzi critica l’operato di Calvi. Eppure anche lui, Marcinkus, ha contribuito a mandare in rovina Calvi…. Come ti spieghi il comportamento del Monsignore?

Monsignor Marcinkus si fidava molto di Roberto Calvi e lo lasciava fare. Quando Calvi fu arrestato dalla Guardia di Finanza dopo il processo valutario, Marcinkus lo scaricò del tutto. Furono inutili i tentativi dei familiari di entrare in contatto con lui o con i suoi collaboratori. Successivamente Calvi, una volta uscito di prigione, tornò dal monsignore americano, implorandolo di poterlo aiutare. Marcinkus accettò di firmare delle lettere di patronage a patto che Calvi firmasse una lettera di manleva in cui si prendeva tutta la responsabilità sulle operazioni con le società offshore. Era un uomo con l’acqua alla gola e firmò. Fu la sua condanna a morte. 

Non poteva mancare il rapporto con un amico storico del Vaticano: Giulio Andreotti. Il “Divo” è stato utile per lui….Che tipo di rapporto c’era?

Tra Marcinkus e Andreotti c’era un rapporto molto stretto, di grande amicizia e di stima reciproca. I due si conoscevano da oltre 40 anni. All’interno dell’Archivio personale di Giulio Andreotti ho trovato decine di lettere e biglietti che i due si scambiavano. Anche quando il monsignore era rifugiato in Vaticano per sfuggire alla giustizia italiana, Marcinkus comunicava tramite lettera con il ministro degli esteri Giulio Andreotti.  

Un avversario di Marcinkus fu  Albino Luciani.Cosa opponeva questi due uomini così opposti?

Sul rapporto tra Marcinkus e Papa Luciani si è scritto tanto ma non ci sono mai state testimonianze dirette. Nel libro ho raccolto la testimonianza di un sacerdote che conosceva l’allora patriarca di Venezia e racconta che quando Luciani incontrò Marcinkus rimase molto deluso per il trattamento riservatogli dal prelato americano. Si era sentito – dice – trattato come un bidello. Quando Luciani divenne Papa aveva in mente di sostituire Marcinkus dalla guida dello IOR. Ma non perché serbasse rancore nei suoi confronti ma perché secondo Giovanni Paolo I era inconcepibile che un vescovo guidasse un istituto bancario. 

Con Wojtyla tocchiamo l’apice della “gloria” per Marcinkus. Sappiamo che Karol Wojtyla utilizzò lo Ior per finanziare il sindaco polacco  Solidarnosc. Qual è stato il ruolo dell’Arcivescovo  Marcinkus?

Con Giovanni Paolo II possiamo dire che il potere di Marcinkus crebbe ancor di più. Il monsignore americano sosteneva con forza la lotta di Wojtyla al comunismo e diede una grande mano per far arrivare fondi al sindacato polacco Solidarnosc. Nel libro viene testimoniato che il vescovo statunitense apriva dei conti correnti sui quali arrivavano fondi dagli Stati Uniti e da lì venivano dirottati in Polonia. Marcinkus era per Wojtyla un amico ma anche uno degli uomini di fiducia che avrebbero garantito che il suo progetto per il crollo del comunismo potesse andare in porto. 

Dopo averlo “glorificato” Wojtyla lo allontana (su pressioni di Casaroli e Silvestrini), tardivamente, dallo Ior.. Troppo Tardivamente non trovi?

 Giovanni Paolo II fece di tutto perché “l’allontanamento” fosse il più delicato possibile. Marcinkus continuò a vivere in Vaticano per diversi anni per poi far ritorno negli Stati Uniti. Giovanni Paolo II avrebbe voluto insignirlo anche della porpora cardinalizia, ma su questo trovò la resistenza dell’allora Segretario di Stato, Agostino Casaroli. Passò la linea di Casaroli e il monsignore tornò negli USA senza soldi e senza porpora.

L’Addio di Marcinkus allo Ior è segnato dal suo triste ritorno in   patria, gli Usa. Nel libro  riporti una dichiarazione di Andreotti ad una agenzia di Stampa  in cui sostanzialmente da la colpa al “Sistema Vaticano” che fece l’errore di affidargli, anni prima, la   Presidenza dello IOR. Lui Marcinkus, infatti, non aveva alcuna competenza bancaria…Insomma il “Banchiere di  Dio” è stato un povero ingenuo?

E’ stato un uomo che si è fidato troppo di persone sbagliate. Non so se ingenuo sia la parola giusta; di certo non aveva competenze e lui stesso non ne faceva mistero. Molti lo descrivono come un uomo straordinario, altri come un delinquente. L’unica cosa certa è che è sempre stato e rimarrà per sempre una figura controversa. 

Ultima domanda: Vista questa “eredità“, di Marcinkus, non sei molto ottimista sul tentativo di riforma dell’Istituto da parte di Papa Francesco…o sbaglio?

Papa Francesco ce la sta mettendo tutta, in Curia lo stanno aiutando. Sul tema finanziario, però, il Papa sta trovando molte resistenze da parte di molte persone. Non sono pessimista, anche se per Bergoglio riuscire a riformare del tutto lo IOR è una sfida non indifferente. 

 

“Il dossier Viganò è un attacco ai fondamenti della Chiesa”. Intervista ad Andrea Tornielli

Il tentato “golpe” contro Francesco esplode come “bomba mediatica” a Dublino, durante la richiesta di perdono alle famiglie delle centinaia di minori e seminaristi abusati dal clero irlandese. È la denuncia dell’arcivescovo Viganò, che coinvolge gli entourage di ben tre Pontefici e che accusa Francesco di aver coperto il cardinale pedofilo McCarrick. Ma la bomba è solo la deflagrazione più forte e recente di una guerra intestina che si combatte fin dal primo giorno di elezione di papa Francesco: una battaglia senza esclusione di colpi tra  gruppi di potere, fra curia vaticana e conferenze episcopali del mondo, fra ultraortodossi e riformatori. Un libro scritto, appena uscito nelle librerie,  da due bravi vaticanisti, Andrea Tornielli e Gianni Valente, dal titolo “Il giorno del giudizio” (Ed. PIEMME, pagg. 288, euro 17, 90) smaschera la grande menzogna del dossier Viganò. Un’inchiesta esclusiva con testimonianze sorprendenti e “gole profonde”. Cosa sta accadendo in Vaticano? Ne parliamo, in questa intervista, con Andrea Tornielli, vaticanista del quotidiano La Stampa e coordinatore del sito “Vatican Insider”.

 Andrea Tornielli, il tuo libro, scritto insieme a Gianni Valente, smaschera il grande inganno che si nasconde dietro il famigerato dossier Viganò. Un documento scritto dall’ex Nunzio apostolico negli Usa,  l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò, per screditare Papa Francesco accusandolo di aver coperto il cardinale americano Theodore Mc Carrick, pedofilo e abusatore sessuale seriale di giovani seminaristi. L’attacco di Viganò al Papa si spinge fino alla richiesta di  dimissioni per papa Francesco. Insomma quello di Viganò è un attacco “demoniaco” alla Chiesa?

Il demonio è il  “Grande accusatoreˮ della Chiesa e lavora quotidianamente per dividerla. Il dossier Viganò e tutta l’operazione politico-mediatica che lo sostiene, arrivando a chiedere l’impeachment del Papa (cosa che non ha precedenti nella storia recente della Chiesa) ha questa caratteristica. Un arcivescovo viola tutti i giuramenti che ha fatto e costruisce un dossier con elementi veri, ricordi labili e veri e propri omissis interessati al solo fine di mettere in stato d’accusa il Successore di Pietro. Mostrando così di non conoscere nemmeno il Codice di Diritto canonico: l’unica condizione perché la rinuncia di un Papa sia valida è che questa rinuncia sia data in modo assolutamente libero. Fare pressioni perché si dimetta è il modo per invalidare un’eventuale rinuncia. Inoltre è del tutto evidente l’assoluta strumentalità dell’operazione Viganò, che cerca di scaricare solo su Francesco ogni responsabilità sulla gestione del caso McCarrick, dimenticando che Papa Bergoglio è stato l’unico Pontefice a sanzionare in modo duro l’ormai ex cardinale togliendoli la porpora, come nella Chiesa non accadeva da ormai 91 anni.

Una piccola parentesi: perché questo titolo?

Perché crediamo che sia purtroppo in atto, in alcuni settori della Chiesa, una sorta di mutazione genetica, che porta persino vescovi a scambiare la Chiesa stessa con una corporation, con un’azienda, e a considerare il Papa come un amministratore delegato sottoposto al voto degli azionisti. Un segno preoccupante dei tempi che viviamo.

Torniamo al libro . Viganò nel costruire la “grande menzogna”, contro Papa Francesco, manipola la realtà dei fatti. Coinvolge, nel suo Dossier, anche gli immediati predecessori di Papa Francesco:  quelli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Su di loro Viganò ha, però, un atteggiamento  diverso. È così?

Sì, e questo è sorprendente per chi cerchi di ricostruire i fatti senza pregiudizi, senza quei pregiudizi anti-Francesco di cui sono disseminati tanti articoli prodotti dalla galassia politico-mediatica antipapale negli Stati Uniti e in Italia. C’è un Papa, Giovanni Paolo II, che ha promosso per quattro volte McCarrick. C’è un altro Papa, Benedetto XVI, che di fronte ad accuse e denunce, ha accolto le dimissioni di McCarrick senza lasciarli completare la proroga di due anni e poi ha cercato di limitarne i movimenti con delle istruzioni che non erano sanzioni. McCarrick per tutto il pontificato di Benedetto XVI, nonostante le istruzioni ricevute, ha continuato a viaggiare, a presiedere celebrazioni, persino a visitare il Vaticano e a incontrare di fronte a tutti quel Papa che aveva dato il suo assenso alle istruzioni contro di lui. Dunque per non creare scandalo Benedetto XVI e i suoi collaboratori hanno deciso di non procedere con sanzioni vere e proprie, e soprattutto di non pubblicare alcuna istruzione o restrizione. E infine c’è un Papa, Francesco, che non ha modificato in alcun modo le istruzioni date dal predecessore, ma che ha tolto al quasi novantenne pensionato McCarrick la porpora, come non accadeva da 91 anni nella storia della Chiesa. Attenzione però: tutti questi fatti non significano affatto che si vuole gettare responsabilità sui Papi del passato. McCarrick è stato abilissimo e intelligentissimo nel difendersi al momento della nomina a Washington, è una personalità poliedrica, con grandi relazioni bipartisan nel mondo politico, ed è stato anche un grande fundriser, un grande raccoglitore di soldi. Giovanni Paolo II ha nominato migliaia di vescovi, in questo (come in altri casi) è stato indotto a commettere degli errori. Ma è davvero assurdo scaricare la colpa su Francesco, come fa Viganò, presentando Papa Wojtyla come un Pontefice molto malato e dunque succubo dell’entourage già cinque anni prima della morte: questo semplicemente non è vero. E anche Viganò lo sa bene. Stupisce poi che nell’elenco di persone coinvolte egli ometta il nome del più stretto e influente collaboratore di Giovanni Paolo II, il suo segretario, il vescovo Stanislao Dzwisiz.

Non mancano, nella diffusione della “grande menzogna” di Viganò, i complici quali sono?

 Viganò ha avuto il supporto previo e poi l’assoluto sostegno nell’operazione da parte di una galassia politico-mediatica, da TV, giornali, giornali online e blog antipapali, che in questi ultimi anni, si sono specializzati nell’attacco quotidiano al Pontefice, qualunque cosa faccia o dica, spesso mettendo in pagina un’immagine della realtà falsata e strumentale ignorando volutamente il magistero di Francesco. Si tratta, in alcuni casi, di media che sono sostenuti da ambienti i quali sono poco interessati alle questioni dottrinali ma sono molto impauriti dal messaggio dell’attuale Papa sui temi dell’economia, della finanza, del traffico di armi, dell’ambiente, delle migrazioni e della povertà. Non è nel mio stile fare nomi e dunque mi fermo qui.

Sappiamo che il documento di Viganò è stato  bene accolto dagli ambienti anti Francesco europei e americani . In particolare vi soffermate , giustamente ,su quelli Americani . Un mondo fatto di collusioni tra ambienti ecclesiali, politici e la grande finanza. Quali sono i loro obiettivi politici e non solo?

Questi ambienti non sopportano che ci sia un Papa divenuto un’autorità mondiale credibile sui temi della Dottrina sociale. Francesco con i suoi interventi e le sue encicliche – pensiamo alla Laudato si’ – ha posto una domanda seria sulla sostenibilità dell’attuale modello economico-finanziario, chiedendo a tutti di considerare dei rimedi. Ha indicato per la prima volta lo stretto collegamento che esiste fra problemi solitamente considerati slegati, quali la crisi ambientale e la difesa del creato, le guerre, la povertà, le migrazioni, il sistema economico-finanziario. Questo fa paura, perché certi poteri non sopportano che si sollevino queste domande e preferiscono farci credere che viviamo nel migliore dei sistemi possibili, anche per la fede cristiana, e che al massimo bisogna insegnare alla gente ad essere onesta. Francesco ha invece mostrato come esistano dei problemi strutturali. Ci sono quelle che già Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis (1987) chiamava «strutture di peccato».

Nel libro prendete in esame l’inquietante “Red Hat Report” (“Rapporto berrette rosse”). Che cosa è esattamente e quali finalità si propone? Chi vuole colpire?

Il Red Hat Report è soltanto uno – il più inquietante al momento – dei fenomeni che mostrano come vi siano laici e anche vescovi, purtroppo, che confondono la Chiesa con una corporation pensando che pulizia e lotta alla corruzione verranno da norme aziendalistiche sempre più precise. Ma questa è soltanto la parte per così dire più “nobileˮ dell’operazione. C’è anche un evidente intento di pilotare il prossimo conclave sulla base di dossieraggi resi pubblici e che hanno già preso di mira il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato.

Nel libro ricordate le battaglie di Benedetto XVI e di Francesco contro la pedofilia. Un cancro mortale, la pedofilia, per la Chiesa.  Papa Francesco lega la sua lotta contro l crimine della pedofilia alla lotta contro il clericalismo . Perché? Si ha consapevolezza di questo nella comunità cristiana?

Manca ancora una coscienza diffusa. Francesco sostiene, a ragione, che ogni abuso sessuale commesso da un chierico su un minore o su un adulto vulnerabile ha un’origine nel clericalismo e si configura sempre prima come abuso di potere e di coscienza. Non servono chissà quali studi per comprenderlo: il prete abusatore esercita un’influenza sul minore o sull’adulto vulnerabile. Lo stesso McCarrick era il vescovo dei seminaristi e dei giovani preti (tutti adulti) che si portava alla casa al mare. Esercitava su di loro un potere e un’influenza. Non si possono presentare come «relazioni omosessuali» alla stregua di quelle tra due persone adulte, libere e consenzienti. Mi sembra persino lapalissiano. Eppure il dirlo scatena la reazione della galassia politico-mediatica antipapale, che ripete ossessivamente: il problema non è il clericalismo ma l’omosessualità.

Nella Chiesa cattolica c’è la grande questione dell’omosessualità. Un tema difficile per la Chiesa…E’ così? 

È un tema sensibile. Purtroppo la selezione nei seminari in questo senso ha lasciato molto a desiderare e si sono ordinati preti persone che non avevano una sessualità risolta e una capacità di vivere il celibato. Ma si stanno facendo dei passi significativi in questo senso. Mi colpisce un fatto: coloro che oggi gridano «al lupo!» per l’omosessualità nella Chiesa sono gli stessi che fino a qualche anno fa vedevano come fumo negli occhi il ricorso a psichiatri e psicologi nei seminari. Una delle accuse che qualcuno dal Vaticano faceva all’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio era di usare troppo gli psichiatri nel seminario di Buenos Aires. Colpisce che oggi siano proprio coloro che non volevano queste consultazioni ad accusare il Papa per l’omosessualità nella Chiesa.

Insomma il documento di Viganò non ha fatto che aumentare, in certi ambienti conservatori,  la mondanissima voglia di potere e di rivincita. Un pretesto per  una pesante operazione di lobbyng . Quella degli oppositori di Francesco assomiglia alla Chiesa del “Grande inquisitore” di Dostoevskij.  Una  Chiesa, questa si, rassicurante. Come pensi che si svilupperà il cammino di Francesco? Per gli oppositori non ha più niente da dire…. 

Non sono in grado di dirlo. Di certo c’è chi vuole trasformare la Chiesa in un grande unico tribunale; chi si mette sul piedistallo e accusa gli altri di essere corrotti presentandosi come l’unico puro (peccato anche nel caso di Viganò questo non sia poi così vero); chi cerca salvezza e riparo nelle norme di comportamento, nei codici etici e aziendali sempre più precisi. La risposta che ci offre Francesco e che prima di lui ha offerto Benedetto XVI è un’altra e ha a che fare con la fede cristiana: siamo tutti poveri peccatori, tutti bisognosi di aiuto, perdono, misericordia. La risposta più vera è quella della preghiera, della penitenza. Mi ha colpito che Francesco si sia rivolto al popolo di Dio invitandolo a pregare il rosario invocando anche san Michele arcangelo contro il demonio, il “Grande accusatoreˮ che vuole dividere la Chiesa. Per fortuna che per gli oppositori – ma anche per certi fan che hanno cercato e cercando di appiccicargli la loro agenda – Francesco non ha più niente da dire. Perché significa, invece, che ha davvero molto da dire e da testimoniare, riportandoci all’essenziale della fede cristiana

Lettera ai vescovi italiani perche’ intervengano contro il razzismo dilagante e xenofobia

(ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Un gruppo di presbiteri e laici ha scritto una lettera ai Vescovi italiani perché intervengano sul dilagare della cultura intollerante e razzista. Per aderire invia una mail a adesioni@cercasiunfine.it inserendo Nome e COGNOME, incarico e/o professione, Città.

Roma 14 luglio 2018

Eminenza Reverendissima Mons. Gualtiero Bassetti, presidente della CEI Eccellenze Reverendissime, Vescovi delle Chiese Cattoliche in Italia,
vi scriviamo per riflettere con voi su quanto sta attraversando, dal punto di vista culturale, il nostro Paese e l’intera Europa.
Cresce sempre più una cultura con marcati elementi di rifiuto, paura degli stranieri, razzismo, xenofobia; cultura avallata e diffusa persino da rappresentanti di istituzioni.
In questo contesto sono diversi a pensare che è possibile essere cristiani e, al tempo stesso, rifiutare o maltrattare gli immigrati, denigrare chi ha meno o chi viene da lontano, sfruttare il loro lavoro ed emarginarli in contesti degradati e degradanti. Non mancano, inoltre, le strumentalizzazioni della fede cristiana con l’uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte blasfemo o offensivo.
I recenti richiami – in primis dei cardinali Parolin e Bassetti – al tema dell’accoglienza sono il punto di partenza; ma restano ancora poche le voci di Pastori che ricordano profeticamente cosa vuol dire essere fedeli al Signore nel nostro contesto culturale, iniziando dall’inconciliabilità profonda tra razzismo e cristianesimo. Un vostro intervento, in materia, chiaro e in sintonia con il magistero di papa Francesco, potrebbe servire a dissipare i dubbi e a chiarire da che parte il cristiano deve essere, sempre e comunque, come il Vangelo ricorda. Come ci insegnate nulla ci può fermare in questo impegno profetico: né la paura di essere fraintesi o collocati politicamente, né la paura di perdere privilegi economici o subire forme di rifiuto o esclusione ecclesiale e civile.
E’ così grande lo sforzo delle nostre Chiese nel soccorrere e assistere gli ultimi, attraverso le varie strutture e opere caritative. Oggi riteniamo che l’urgenza non sia solo quella degli interventi concreti ma anche l’annunciare, con i mezzi di cui disponiamo, che la dignità degli immigrati, dei poveri e degli ultimi per noi è sacrosanta perché con essi il Cristo si identifica e, al tempo stesso, essa è cardine della nostra comunità civile che deve crescere in tutte le forme di “solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 2 della Costituzione).
Grati per la vostra attenzione e in attesa di un vostro riscontro, vi salutiamo cordialmente.

Firmatari in ordine alfabetico
Luigi ADAMI, parroco, già delegato diocesano per l’Ecumenismo, Verona luigi_adami@libero.it
Ambroise ATAKPA, docente Teologia Dogmatica, Pontificia Università Urbaniana, Roma k.atakpa@urbaniana.edu
Maria Cristina BARTOLOMEI, già docente Filosofia della religione, università statale di Milano; socia Coordinamento Teologhe Italiane; mariacristina.bartolomei@unimi.it

Fernando BELLELLI, parroco, già vicario foraneo, presidente dell’ass. Spei lumen, Modena-Nonantola
fernandobellelli@gmail.com
Renata BEDENDO, docente di Islam, ISSR San Pietro Martire, Verona renata.bedendo@teologhe.org
Lettera ai Vescovi italiani, luglio 2018 – 2
Andrea BIGALLI, docente di Cinema ISSR, riv. Testimonianze e Libera Toscana, Firenze andrea.bigalli@gmail.com
Carlo BOLPIN, presidente Associazione Esodo, Venezia carlo.bolpin@alice.it
Giorgio BORRONI, direttore diocesano Caritas e Pastorale Sociale, Novara direttorecaritas@diocesinovara.it
Alfonso CACCIATORE, docente di religione e giornalista pubblicista, consulta diocesana di Pastorale Sociale, Agrigento alfonso.cacciatore@gmail.com
Liberato CANADA’, direttore diocesano Pastorale Turismo e Tempo Libero, Melfi (Pz) liberato.canada@tiscali.it
Anna CARFORA, docente Storia della Chiesa, Facoltà Teologica Italia Meridionale, Napoli annacarfora@storiadelcristianesimo.it
Claudio CIANCIO, docente emerito di Filosofia Teoretica, Università del Piemonte Orientale, Torino claudio.ciancio@uniupo.it
Bruna COSTACURTA, docente di Teologia Biblica, Pontificia Università Gregoriana, Roma costacurta@unigre.it
Pasquale COTUGNO, direttore diocesano Pastorale Sociale e Migrantes, Cerignola-Ascoli S. (Fg) donpasqualecotugno@libero.it
Dario CROTTI, direttore diocesano Caritas, Pavia ddariocrotti@cdg.it
Mario CUCCA, docente di Teologia Biblica, Pontificia Università Antonianum e Pontificia Università Gregoriana, Roma mariocucca76@gmail.com
Elena CUOMO, docente di Filosofia Politica, università Federico II di Napoli, elena.cuomo@unina.it
Chiara CURZEL, docente di patrologia, Trento srchiara16@gmail.com
Rocco D’AMBROSIO, docente Filosofia Politica, Pontificia Università Gregoriana, Roma r.dambrosio@unigre.it
Michele DEL CAMPO, direttore diocesano Pastorale Sociale, Prato, midelca@libero.it

Saverio DI LISO, docente di Filosofia, Facoltà Teologica Pugliese, Bari diliso.saverio8@gmail.com
Sergio DI VITO, docente, capo AGESCI, Caserta sergiodivito@hotmail.it
Simone DI VITO, direttore diocesano Ufficio Scuola e Pastorale Sociale, Gaeta (Lt) simonedvt@tiscali.it
Sergio DURANDO, direttore diocesano e incaricato regionale Migrantes, Piemonte e Valle d’Aosta, Torino sergidurando@hotmail.com
Franco FERRARA, presidente centro studi Erasmo, Gioia (Ba) piazzapinto17@virgilio.it

Franco FERRARI, presidente associazione Viandanti, Parma fferraripr@gmail.com Francesco FIORINO, direttore Opera di Religione G. Di Leo, Mazara del Vallo (Tp) francesco.std@gmail.com
Domenico FRANCAVILLA, direttore diocesano Caritas, Andria (Bt) andriacaritas@libero.it

Rita GARRETTA, comunità Orsoline casa Ruth, Caserta rut@orsolinescm.it
Graziano GAVIOLI, fidei donum Arcidiocesi di Manila, già direttore diocesano Pastorale Scolastica, Modena-Nonatola dongrazianogavioli@gmail.com
Paolo GASPERINI, vicario per la pastorale, Senigallia (An) donpaologasperini@virgilio.it Claudio GESSI, incaricato regionale Pastorale Sociale, Lazio, Velletri-Segni claudio.gessi@tiscali.it
Giorgio GHEZZI rel. sacramentino, volontario Centro Astalli, Roma jamboduana@libero.it Tommaso GIACOBBE, ingegnere, Torino famgiacobbe@gmail.com
Annalisa GUIDA, docente Sacra Scrittura, Facoltà Teologica Italia Meridionale, Napoli annalisaguida@storiadelcristianesimo.it
Luigi Mariano GUZZO, docente di Beni Culturali, Università Magna Graecia, Catanzaro lmguzzo@unicz.it
Domenico LEONETTI, direttore diocesano Caritas, Sorrento-Castellamare (Na) leonetti.mimmo@gmail.com
Lettera ai Vescovi italiani, luglio 2018 – 3
Flavio LUCIANO, direttore diocesano e incaricato regionale Pastorale Sociale, Piemonte e Valle d’Aosta, Cuneo flvlcn13@gmail.com
Pierangelo MARCHI, rel. sacramentino, resp. Casa Zaccheo, Caserta casazaccheo@gmail.com
Fabrizio MANDREOLI, docente di Teologia, Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, Bologna mandreoli.fabrizio@gmail.com
Antonino MANTINEO, docente di Diritto ecclesiastico, Università Magna Graecia, Catanzaro mantineo@unicz.it
Gianni MANZIEGA, prete operaio, direttore redazionale della rivista Esodo, Venezia associazionesodo@alice.it
Luigi MARIANO, docente di Etica economica, Pontificia Università Gregoriana, Roma marianoluigi1@gmail.com
Pietro MARIDA, parroco emerito, Salerno pietro.mari@virgilio.it
Virgilio MARONE, direttore diocesano e incaricato regionale Ufficio Scuola, Nola (Na) virgiliomarone@libero.it
Stefano MATRICCIANI, parroco, Roma stefano.matricciani26@gmail.com
Roberto MELIS, direttore diocesano e incaricato regionale Centri Missionari, Piemonte e Valle d’Aosta, Biella (Bi) info@cmdbiella.org
Mario MENIN, docente Teologia sistematica, St. Teologico Interd., Reggio Emilia mario.menin@saveriani.it
Carmine MICCOLI, direttore diocesano Pastorale Sociale, diocesi di Lanciano-Ortona, carmine.miccoli@gmail.com
Luigi MILANO, già direttore diocesano ufficio Catechesi, Sorrento-Castellamare (Na) donluigimilano@gmail.com
Simone MORANDINI, vicepreside Istituto di Studi Ecumenici San Bernardino, Venezia morandinis@yahoo.it
Franco MOSCONI, monaco camaldolese, eremo S. Giorgio, Bardolino (Vr) francomo@libero.it
Mimmo NATALE, direttore diocesano Pastorale Sociale, Altamura-Gravina- Acquaviva (Ba) mimmo.nat@libero.it
Serena NOCETI, docente Teologia Sistematica, ISSR S. Caterina da Siena, Firenze serena.enne@gmail.com
Emilia PALLADINO, docente di Dottrina Sociale della Chiesa, Pontificia Università Gregoriana, Roma e.palladino@unigre.it
Giacomo PANIZZA, docente Scienze Politiche, Università della Calabria, vicedirettore Caritas, Lamezia Terme giacomopanizza@c-progettosud.it
Fabio PASQUALETTI, decano Facoltà Scienze della Comunicazione, Università Pontificia Salesiana, decano.fsc@unisal.it
Salvatore PASSARI, docente di Filosofia, Torino passariconsiglio@alice.it
Giovanni PERINI, direttore diocesano e incaricato regionale Caritas, Piemonte e Valle d’Aosta, Biella (Bi) giovanniperini@libero.it
Marinella PERRONI, docente Nuovo Testamento, Pontificio Ateneo S. Anselmo, Roma marinellaperroni@gmail.com
Enrico PEYRETTI, Centro Studi Sereno Regis, Torino enrico.peyretti@gmail.com Giannino PIANA, già docente di Etica cristiana, ISSR Libera Università di Urbino gianninopiana@virgilio.it
Vito PICCINONNA, direttore diocesano Caritas, Bari piccinonna.vito@gmail.com
Fabrizio PIERI, docente di Teologia Biblica, Pontificia Università Gregoriana, Roma fabriziopieri@yahoo.it
Giuseppe PIGHI, magistrato, capo AGESCI, Modena giuseppe.pighi@gmail.com

Elisabetta PLATI, vicedirettrice diocesana Caritas, Mazara del Vallo (Tp) platielisabetta@gmail.com
Lettera ai Vescovi italiani, luglio 2018 – 4
Francesco PREZIOSI, parroco, Modena-Nonantola, donfrancescopreziosi@gmail.com
Angelo ROMEO, docente di sociologia, università di Perugia angelo.romeo@unipg.it

Renato SACCO, coordinatore nazionale di Pax Christi, drenato@tin.it
Giorgia SALATIELLO, docente di Filosofia, Pontificia Università Gregoriana, Roma salatiello@unigre.it
Fedele SALVATORE, docente Religione, presidente cooperativa Irene 95, Marigliano (Na) fedele.salvatore@virigilio.it
Paolo SALVINI, parroco, Roma paolo.salvini@infinito.it
Francesco SANNA, docente di Statistica, La Sapienza e Pontificia Università Gregoriana, Roma francescomaria.sanna@uniroma1.it
Felice SCALIA, gesuita, rivista Presbyteri, Messina scalia.f@gesuiti.it
Giorgio SCATTO, priore della Comunità monastica di Marango, Venezia giorgio.scatto@gmail.com
Stefano SCIUTO, già ordinario di Fisica Teorica, Università di Torino stefanosciuto@unito.it Ettore SENTIMENTALE, vicario episcopale della zona jonica, Messina-Lipari-S. Lucia del Mela ettoresentimentale@gmail.com
Ettore SIGNORILE, vicario giudiziale Tribunale Ecclesiastico Regionale Piemontese, signorile@terp.it
Guido SIGNORINO, docente Economia Applicata, università di Messina, signorin@unime.it
Giuseppe SILVESTRE, vicario diocesano zonale, docente di Ecumenismo, Catanzaro- Squillace donpino12@libero.it
Cristina SIMONELLI, docente di Teologia Patristica, Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, presidente del Coordinamento Teologhe Italiane, Verona cristinasimonelli@teologiaverona.it
Stefano SODARO, direttore de Il Giornale di Rodafà, Trieste s.sodaro@virgilio.it

Bartolomeo SORGE, gesuita, già direttore de “La Civiltà Cattolica” e di “Aggiornamenti Sociali”, Milano sorge.b@sanfedele.net
Piero TANI, economista, Firenze piero.tani38@gmail.com
Sergio TANZARELLA, docente Storia della Chiesa, Facoltà Teologica Italia Meridionale, Napoli sergiotanzarella@storiadelcristianesimo.it
Maurizio TARANTINO, direttore diocesano Caritas, Otranto (Le) donmauriziotarantino@gmail.com
Debora TONELLI, docente di Filosofia Politica, Fondazione Bruno Kessler e CSSR, Trento deboratonelli24@gmail.com
Carmelo TORCIVIA, direttore diocesano Ufficio Pastorale, docente di Teologia Pastorale, Palermo ctorcivia59@gmail.com
Rita TORTI, curatrice del blog Il Regno delle donne – Il Regno, Parma rita.torti65@gmail.com
Marco VALENTI, parroco, Roma donmarcovalenti@gmail.com
Adriana VALERIO, docente di Storia del Cristianesimo, università Federico II, Napoli avalerio@unina.it
Marco VERGOTTINI, teologo, Milano mc.vergottini@gmail.com
Dario VITALI, docente di Ecclesiologia, Pontificia Università Gregoriana, Roma dondariovitali@gmail.com
Pio ZUPPA, docente di Teologia pastorale, Facoltà Teologica Pugliese, parroco Cattedrale Troia (Fg) piozuppa@gmail.com

http://www.cercasiunfine.it/meditando/articoli-cuf/lettera-ai-vescovi-italiani-luglio-2018?_authenticator=68abfe544c51367ea5aecba2cfbcc79a8e529816#.W0tOxy3lCgQ

Francesco: il Papa della riconciliazione degli opposti. Intervista a Massimo Borghesi

Jorge Bergoglio, Una biografia intellettuale (Ed. Jaca book). Un libro denso, questo di Massimo Borghesi (Ordinario di Filosofia Morale all’Università di Perugia). La formazione intellettuale di papa Bergoglio viene analizzata e ripercorsa nella sua poliedrica ricchezza. Un libro che smentisce i pregiudizi dei denigratori di Papa Francesco.  Con Massimo Borghesi, in questa intervista, ripercorriamo, in sintesi, la riflessione originale di Papa Francesco.

 

 

 

 

Professor Borghesi, questa nostra intervista avviene in un contesto di forte polemica, inscenata dagli avversari integralisti, contro Papa Francesco accusandolo di essere debole “teologicamente e filosoficamente”. A lui , gli integralisti, contrappongono il Papa emerito (lui, per loro, vero teologo). Tutto questo è una manipolazione assurda e fatta in malafede. Il suo libro è la smentita a queste assurdità. Vuole dire una parola su questo pregiudizio.
La lettera di Benedetto indirizzata a Mons. Viganò era, per quanto possiamo capire, una lettera riservata. Essa contiene delle valutazioni che sono state poi messe in secondo piano grazie ad un vero e proprio polverone mediatico suscitato ad arte. Due i giudizi di rilievo. Nel primo Benedetto scrive che si tratta di uno <<stolto pregiudizio [quello] per cui Papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica>>.  <<Papa Francesco – afferma Benedetto –  è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica>>. Nel secondo parla di  <<continuità interiore tra i due pontificati, pur con tutte le differenze di stile e di temperamento>>.  Si tratta di valutazioni di grande significato. In altre occasioni Benedetto aveva espresso pubblicamente la sua stima e la sua sintonia con Francesco. Nella sua intervista con il gesuita Jacques Servais, del marzo 2016, aveva messo in luce il filo rosso che legava gli ultimi pontificati, compreso quello di Giovanni Paolo II: la concezione di Dio inteso come Misericordia. <<Papa Francesco – affermava Benedetto –  si trova del tutto in accordo con questa linea. La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio. È la misericordia quello che ci muove verso Dio, mentre la giustizia ci spaventa al suo cospetto>>. Già allora la continuità manifesta mirava a sconfessare quanti, dentro la Chiesa, tentavano di mettere in contrapposizione papa Wojtyla, e lui stesso, con il nuovo Pontefice. Una linea che ha visto il tradizionalismo cattolico superare di gran lunga il Rubicone con accuse fuori da ogni misura ed intelligenza. Ora, con la sua lettera indirizzata a Viganò, Benedetto torna a confermare questa “continuità interiore”, che non vuol dire psicologica ma ideale.  Personalmente non posso che essere profondamente contento di questi giudizi del Papa emerito. Essi confermano le tesi del mio volume: quella sulla profonda formazione intellettuale di Bergoglio e l’altra, sulla continuità ideale dei pontificati pur nella differenza di stile e di temperamento.

Veniamo al suo libro. Il suo saggio è  molto ricco di spunti e di approfondimenti. Una vera miniera. Il titolo è indicativo: “Jorge Bergoglio. Una biografia intellettuale”. Lei scava alla ricerca dei filoni di pensiero presenti nelle parole e nell’opera pastorale di Papa Francesco. L’idea che ne traggo, con la Lettura del suo libro, è quello di un Papa “dialettico” (e qui c’è una radice moderna e antica al tempo stesso ), di un uomo che si fa “ponte” tra la modernità latinoamericana, o più specificamente argentina, e quella europea. E’ così?
La scoperta del pensiero “dialettico”, antinomico, di Jorge Mario Bergoglio è, certamente, il nucleo fondamentale del volume. Le radici provengono dalla lettura de La dialectique des “Execices spirituels” d’Ignace de Loyola, un’opera del 1956 di Gaston Fessard che il giovane studente Bergoglio conosce attraverso il suo professore di filosofia, Miguel Angel Fiorito. Nel suo commento agli “Esercizi” di Ignazio, Fessard mostrava l’intima tensione polare, dialettica, che sta al centro della spiritualità ignaziana: quella tra il grande e il piccolo, tra la grazia e la libertà. Il cattolicesimo, dirà de Lubac, costituisce una sintesi paradossale che unifica gli opposti che, sul piano della natura, risultano inesorabilmente divisi. E’ l’idea della Chiesa come coincidentia oppositorum che sta al centro del pensiero di Bergoglio. Da qui deriva un modello sociale, agonico, per cui il bene comune risiede nel perseguire una una conciliazione che non elimina i poli opposti ma ne impedisce la contraddizione e la guerra. Il pensiero di Bergoglio è un pensiero antinomico, proprio di una dialettica cattolica, non hegeliana, che ha i suoi autori di riferimento in Adam Möhler, Erich Przywara, Romano Guardini, Henri de Lubac, Gaston Fessard. Il pensiero antinomico spiega quello che lei chiede, e cioè la concezione integratrice che Francesco ha, nel rapporto tra Europa e America Latina. Tutta la sua formazione, sul modello dei gesuiti, si muove “tra” Argentina  ed Europa. Bergoglio non è semplicemente un Papa “argentino”, come vogliono i suoi detrattori. E’ un Papa che intende il vero come tensione tra globalizzazione universalizzante e particolarità. L’immagine che egli suggerisce è quella del poliedro, del tutto che valorizza le parti.

Tra i cosiddetti opinionisti,”liberali” del nostro Paese, penso a Pera, Panebianco, e a storici come Zanatta, il difetto maggiore del Papa, tra gli altri, è quello di essere, secondo loro, un populista. E per questo di esprimere un anticapitalismo peronista. Non mi sembra che siffatti personaggi abbiano colto la radice,  mi scuso per il gioco di parole, del radicalismo di Bergoglio. Quali radici profonde ha la critica al capitalismo di Papa Francesco?
Coloro che vogliono colpire Francesco lo dipingono come un pericoloso sostenitore della teologia della liberazione latinoamericana degli anni ’70. un filo-marxista. In realtà il futuro Pontefice non ha mai appoggiato questa corrente. La sua Teologia del popolo è la riformulazione argentina, operata dalla Scuola del Rio de la Plata, della teologia della liberazione. L’opzione per i poveri implica il rifiuto del marxismo e della violenza. Il suo non è un populismo ideologico. Lo stesso rapporto con il peronismo è un rapporto critico. Queste distinzioni, vengono sistematicamente ignorate, non bastano agli avversari del Papa.  Così Panebianco, Zanatta, Pera, esprimono, con toni perentori, la distanza con cui l’area laica, liberal, guarda a Bergoglio. L’ideologia occidentalista, capitalista, liberista, vede nel Papa “argentino” un freno al pensiero unico che ha dominato nell’era della globalizzazione. Il Pontefice è un avversario e come tale va trattato. Zanatta ha scritto un articolo per “Il Mulino” in cui afferma che Bergoglio «è figlio di una cattolicità imbevuta di antiliberalismo viscerale, erettasi, attraverso il peronismo, a guida della crociata cattolica contro il liberalismo protestante, il cui ethos si proietta come un’ombra coloniale sull’identità cattolica dell’America Latina». È la critica che troviamo nel filosofo liberal Marcello Pera, il quale, da parte sua, afferma che  <<il Papa riflette tutti i pregiudizi del sudamericano verso l’America del Nord, verso il mercato, le libertà, il capitalismo». Secondo Pera «la sua visione è quella sudamericana del giustizialismo peronista, che non ha nulla a che vedere con la tradizione occidentale delle libertà politiche e con la sua matrice cristiana».  A questi critici vanno sommati i cattolici  conservatori di orientamento teocon, analoghi, nella mentalità a tanta parte del cattolicesimo USA. Torna, in essi, l’opposizione Occidente – America del Sud tipica della destra liberale laica. Questi cattolici, che pensano di combattere per l’intransigenza della dottrina morale,  sono, in realtà, gli strumenti inconsapevoli  di poteri che, a livello mondiale, non amano questo Pontefice.

Torniamo alla “dialettica” bergogliana. Un aspetto fondamentale è quella dialettica tra “centro” e “periferia”. Nella pubblicistica si è semplificato così: Bergoglio è il Papa delle periferie. E’ questo è vero però c’è una riflessione più profonda che sfugge alla semplificazione. Il Papa argentino non fa una operazione sociologica, nemmeno economica, ma compie un salto filosofico, sulla scia della filosofa argentina Amelia Podetti, quello dell’affermare la centralità dell’America Latina nella storia del mondo. Perché è importante questa centralità?
La reazione agli effetti negativi della globalizzazione sorge non da una ideologia ma dalla difesa del pueblo fiel, dalla lotta per conservare quei valori di solidarietà, di sacrificio, di dedizione che il relativismo individualistico e l’ateismo libertino irridono e dissolvono. Per questo il mondo va visto dalla “periferia”. Visto dal “centro” si è come dentro una bolla che non permette di vedere “fuori”, si è parte di una “sfera” in cui tutto è uniforme, senza smagliature. Solo dalla periferia appare il “poliedro”, la diversità dei valori e dei disvalori. Il cardinal Bergoglio ne parlerà nella messa celebrata nel santuario di Aparecida, nel maggio 2007 in Brasile,  durante la Conferenza della Chiesa latinoamericana. Qui ricorse a una straordinaria metafora quando parlò per la prima volta (almeno in un’importante arena pubblica) delle periferias existenciales, le periferie esistenziali. Quasi tutti i vescovi che parteciparono ad Aparecida vivevano in una città nelle cui periferie arrivavano costantemente masse di migranti, e la frase toccò molte corde: evocava non solo le bidonville, ma anche un mondo di vulnerabilità e fragilità, un luogo di sofferenza, brama e povertà, ma anche di gioia e speranza, il luogo dove Cristo aveva scelto di rivelarsi nell’America latina contemporanea. Bergoglio aveva imparato da Amelia Podetti la categoria delle “periferie”. Da lei aveva intuito che il mondo, visto dai suoi luoghi di “fragilità”, assumeva una prospettiva diversa. Era questa la direzione di Aparecida fatta propria da Bergoglio il quale, da vescovo di Buenos Aires, evangelizzò la città a partire dalle periferie. Da qui l’idea di un Vicariato, nato nell’agosto 2009 e coordinato dal P. José Maria Di Paola, padre Pepe, addetto all’impegno pastorale e sociale nelle baraccopoli. L’idea non sorgeva da un’ideologia pauperistica, che Bergoglio non ha mai avuto, ma dalla percezione di un’umanità intrisa di religiosità che costituiva una lezione anche per i quartieri alti della città. E questo anche se nelle villas miseria si rischiava la vita, come accadrà a P. Pepe per la sua opposizione ai trafficanti di droga.

Nel libro viene affrontato, in parte, il rapporto di Bergoglio con la teologia della liberazione, o meglio, con un parte di essa. Che tipo di rapporto è? E’ chiaro che Bergoglio non è un intellettuale astratto . E’ un mistico nell’azione. In questo ambito gioca un ruolo importante il “pueblo fiel”. E’ così?
Come accennavo prima, La “Teologia del pueblo” argentina accoglie, al pari di tutta la Chiesa latinoamericana, l’opzione preferenziale per i poveri. Rifiuta però, in modo categorico, il primato della prassi che la teologia della liberazione mutua dal marxismo. L’unione che il gesuita Bergoglio richiede tra contemplazione e azione è una unione antinomica. E’ la sintesi tra evangelizzazione e promozione umana che sta al centro della dottrina sociale di Paolo VI.  In Bergoglio il “pueblo” è, innanzitutto, il “pueblo fiel”, il popolo credente. In esso la lotta per la giustizia non è separabile dalla sua religiosità, dalla sua fede cristiana. Questo non è un residuo arcaico che deve essere, illuministicamente, spazzato via. E’ il terreno dove germoglia la giustizia, l’impegno comune, il senso di solidarietà. Lo stesso Gustavo Gutierrez, che è il padre della teologia della liberazione latinoamericana, riconoscerà, nel 1988, la verità della Teologia del pueblo. Questo lo porterà ad una autocritica della primitiva versione della teologia della liberazione, dipendente dal marxismo. Bergoglio, da parte sua, dipende dalla Teologia del pueblo, dai suoi maestri: Lucio Gera, Rafael Tello, Juan Carlos Scannone.

Un ruolo fondamentale nel pensiero e nell’azione di Bergoglio, ovviamente, c’è il suo ordine, quello dei gesuiti. Al di là del lato intellettuale, importantissimo, c’è anche la dialettica che l’ordine sviluppa con la modernità E in questo il Papa incoraggia la Compagnia ad essere al largo, in navigazione aperta. Ovvero ad avere un pensiero mai compiuto…Una bella sfida davvero…E questo fa paura alle cittadelle del pensiero unico….E’ così?
Alla conferenza di Aparecida, nel 2007, l’idea di fondo era data da una formula che Bergoglio trovava esemplarmente descritta nella Deus caritas est di Benedetto XVI: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva». E’ la formula riportata  nella lntroduzione del documento conclusivo di Aparecida. Essa verrà ripresa da Francesco nella Evangelii gaudium, al & 7.  Indica il punto d’inizio della fede, ieri come oggi, e, insieme, un giudizio storico sulla deriva “eticistica” che caratterizza il cattolicesimo nell’era della globalizzazione.  Terminata la stagione calda dell’impegno storico di sinistra, tipico degli anni ’70 caratterizzato dalle teologie politiche, della rivoluzione, della speranza, ecc., si assiste, a partire dagli anni ’80, ad una sorta di riflusso, di ripiegamento in un recinto protetto. L’impegno nel mondo è affidato alla difesa di un insieme, definito e selezionato, di valori discendenti dall’etica e dall’antropologia cristiana minacciati dall’onda relativistica che caratterizza il tempo nuovo. In parallelo viene meno l’attenzione per la questione sociale e si attenua fortemente la percezione di una Chiesa missionaria, proiettata, oltre i propri confini, nella dimensione dell’ “incontro”. Il processo di secolarizzazione determina, nel mondo cristiano, una reazione etica, la chiusura nella cittadella ecclesiale, l’indurirsi di un pensiero centrato sulle regole e timoroso di ogni confronto.  Con ciò l’idea di Alberto Methol Ferré, condivisa da Bergoglio,  sulla testimonianza cristiana vissuta come risposta adeguata all’ateismo libertino veniva a perdersi. La Chiesa si oppone ma non è in grado, positivamente, di porsi, di affermare una tipologia umana nella quale l ‘ “attrattiva Gesù” sia più forte dell’attrattiva estetica della società opulenta.  La deriva etica della Chiesa indica una strategia di resistenza, non un’era di rinascita. Questo sbilanciamento etico, per cui l’incontro cristiano cade in secondo piano, permette di chiarire la correzione che ne apporta Francesco nella Evangelii gaudium. Si tratta di rimettere in evidenza ciò che primerea: la grazia di un annuncio trasmessa da una testimonianza umanamente credibile.

Siamo alla fine, Professore, dell’intervista. Concludiamo con un autore caro a Papa Bergoglio: Romano Guardini. L’autore caro a Paolo VI, Benedetto XVI. Guardini è il filosofo dell’opposizione polare.  E la Chiesa è una complexio oppositorun. Se è così, nel tempo del fallimento della globalizzazione, la Chiesa si pone come luogo di riconciliazione. Papa Francesco allora si può definire come il pontefice della riconciliazione della famiglia umana. In fondo questa è la “dialettica” del Verbo…
La sua osservazione è assolutamente pertinente. La predilezione di Bergoglio per Romano Guardini, come dimostro nel mio libro, sorge dal fatto che la dialettica polare guardiniana è il modello che trova la sua manifestazione nella Chiesa come complexio oppositorum. Qui risiede il fulcro del pensiero di Bergoglio. Il Papa  è “strutturalmente” uomo di pace. Lo ha dimostrato in molteplici occasioni anche per il ruolo svolto a livello internazionale. La sua geopolitica della Misericordia è dettata da una concezione che vede nel dialogo, nel confronto, il metodo affinché le polarità odierne non degenerino in contraddizione. Il Papa non è irenico, ha una visione drammatica del tempo odierno segnato da una terza guerra mondiale a pezzi. Noi assistiamo al frantumarsi del disegno della globalizzazione. Il suo universalismo astratto, egemonico, portato avanti da una economia sacrificale, sta suscitando  reazioni di difesa che si chiudono nella particolarità. Per Francesco la vera universalità valorizza la particolarità e la vera particolarità non può  non aprirsi all’universale. Questa è la formula di Guardini, la formula della Chiesa, il modello di pace. Francesco è il testimone instancabile di questo modello in un mondo che torna alle grandi divisioni del passato.