I crocifissi di oggi e il Crocifisso di ieri. Un testo di Leonardo Boff

Leonardo Boff (Ansa)

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo questa meditazione pasquale del teologo brasiliano Leonardo Boff, traduzione di S. Toppi e M. Gavito.

Oggi la maggior parte dell’umanità vive crocifissa dalla povertà, dalla fame, dalla scarsità d’acqua e dalla disoccupazione. Crocifissa è anche la natura lacerata dall’avidità industriale che si rifiuta di accettare limiti. Crocifissa è la Madre Terra, esausta fino al punto di perdere il suo equilibrio interiore, evidenziato dal riscaldamento globale.

Uno sguardo religioso e cristiano vede Cristo stesso presente in tutti questi crocifissi. Per avere assunto pienamente la nostra realtà umana e cosmica, lui soffre con tutti i sofferenti. La foresta abbattuta dalla motosega significa colpi sul suo corpo. Negli ecosistemi decimati e per l’acqua inquinata, lui continua a sanguinare. L’incarnazione del Figlio di Dio ha una misteriosa solidarietà di vita e di destino con tutto quello che lui ha assunto, con tutta la nostra umanità e tutto ciò che esso implica di ombre e di luci.

Il primo Vangelo di San Marco, narra con parole terribili la morte di Gesù. Abbandonato da tutti, in cima alla croce, si sente anche abbandonato dal Padre di misericordia e bontà. Gesù grida:

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? E dando un forte grido, Gesù spirò” (Mc 15,34.37).

Gesù non muore perché tutti moriamo. È stato assassinato nel modo più umiliante del tempo: inchiodato ad una croce. Sospeso tra cielo e terra, agonizzò per tre ore sulla croce.

Il rifiuto umano può decretare la crocifissione di Gesù, ma non può definire il senso che lui ha dato alla crocifissione che gli fu imposta. Il Crocifisso ha definito il significato della sua crocifissione come solidarietà con tutti i crocifissi della storia che, come lui, erano e sono vittime di violenza, di relazioni sociali ingiuste, d’odio, d’umiliazione dei piccoli e di rifiuto della proposta di un Regno di giustizia, fratellanza, compassione e amore incondizionato.

Nonostante il suo impegno solidale verso gli altri e il Padre, una terribile e ultima tentazione invade la sua mente. La grande lotta di Gesù, ora che sta per morire, è con il suo Padre.

Il Padre di cui lui ha avuto esperienza con profonda intimità filiale, il Padre che lui aveva annunciato come misericordioso e pieno di bontà, Padre con tracce di madre amorevole, il Padre il cui regno ha proclamato e anticipato nelle sue prassi liberatorie, questo Padre ora sembra abbandonarlo. Gesù passa attraverso l’inferno dell’assenza di Dio.

Verso le tre del pomeriggio, minuti prima della fine, Gesù gridò a grandi voce: “Eloì, Eloì, lamá sabacthani: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Gesù è sull’orlo della disperazione. Dal vuoto abissale del suo spirito, esplodono domande spaventose che modellano la tentazione più terribile subita dagli esseri umani e ormai da Gesù, la tentazione della disperazione. Si chiede: “Non era assurda la mia fedeltà? Senza senso la lotta sostenuta, per gli oppressi e per Dio? Non sono stati vani i rischi che ho corso, le persecuzioni che ho sopportato, il processo legale-religioso umiliante in cui sono stato sottoposto alla pena capitale: la crocifissione che sto soffrendo?”

Gesù è nudo, indifeso, completamente vuoto davanti al Padre che è in silenzio e così rivela tutto il suo Mistero. Gesù non ha nessun altro a cui aggrapparsi.

Per gli standard umani, ha fallito completamente. La stessa certezza interiore svanisce. Anche se il sole è tramontato al suo orizzonte, Gesù continua ad avere fiducia nel Padre. Così grida con voce potente. “Padre mio, Padre mio!” Al culmine della disperazione, Gesù si dona al Mistero veramente senza nome. Egli sarà l’unica speranza oltre qualsiasi speranza. Non ha più alcun sostegno in te stesso, soltanto in Dio, che si nascondeva. La speranza assoluta di Gesù può essere compresa solo sul presupposto della sua disperazione. Dove è abbondata la disperazione, ha sovrabbondato la speranza.

La grandezza di Gesù è quella di sopportare e superare questa tentazione scoraggiante. Questa tentazione lo porterà all’abbandono totale a Dio, una solidarietà senza restrizioni con i fratelli e le sorelle anch’essi disperati e crocifissi nel corso della storia, una spoliazione totale di se stesso, un dedicazione assoluta di se stesso in funzione degli altri. Solo allora la morte è morte e può anche essere completa: la rende perfetta a Dio e ai suoi figli e figlie che soffrono, ai suoi fratelli e sorelle più piccoli.

Le ultime parole di Gesù indicano questa consegna, non dimessa e fatale, ma libera, “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). “Tutto è compiuto” (Gv 19,30).

Il Venerdì Santo continua, ma non ha l’ultima parola. La risurrezione, come irruzione dell’essere nuovo è la grande risposta del Padre e la promessa per tutti noi.

 

“Populorum Progressio”: la profezia inascoltata di Paolo VI. Intervista a Gianpaolo Salvini

Cinquant’anni fa Papa Paolo VI pubblicò la Populorum progressio. Una Enciclica che segnò per sempre la Storia della Chiesa contemporanea. Quel 26 marzo del 1967 si verificò, a due anni dal Concilio Vaticano II, lo spostamento dell’asse dell’Evangelizzazione della Chiesa: “Lo sviluppo dei popoli, in modo particolare di quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane; che si muovono con decisione verso la meta di un loro pieno rigoglio, è oggetto di attenta osservazione da parte della chiesa. All’indomani del Concilio ecumenico Vaticano II, una rinnovata presa di coscienza delle esigenze del messaggio evangelico le impone di mettersi al servizio degli uomini, onde aiutarli a cogliere tutte le dimensioni di tale grave problema e convincerli dell’urgenza di una azione solidale in questa svolta della storia dell’umanità”. Iniziava così il documento pontificio. A 50 anni dalla sua pubblicazione è ancora attuale questo documento? Ne parliamo, in questa intervista, con Padre Gianpaolo Salvini, gesuita, economista ed ex direttore della prestigiosa rivista “La Civiltà Cattolica”.

Padre Salvini, cinquant’anni fa il Papa Paolo VI rinnovò, sulla scia del Concilio Vaticano II e dell’approccio evangelico dei “segni dei tempi”, la  dottrina sociale della Chiesa pubblicando la “Populorum Progressio”. L’Enciclica fece grande scalpore per il suo contenuto. Il documento  pontificio è stata definito come la “Rerum Novarum” dei popoli, perché?

La Populorum Progressio fu e rimane una delle encicliche più significative della dottrina sociale della Chiesa. In certo senso completò il Concilio, chiusosi due anni prima, che aveva parlato poco dei problemi sociali a livello mondiale. Il Vaticano II era stato soprattutto un Concilio europeo e in particolare tedesco e francese, dal punto di vista teologico. Ben pochi vescovi provenienti dal mondo povero avevano avuto modo di farsi notare. In qualche modo fu un’integrazione del Concilio, e come tale venne percepita. Inoltre in quel momento molti Stati ex-colonie, accedevano all’indipendenza, pieni di speranze, ma anche di incognite, come purtroppo dimostrò la storia successiva.
Allora non si parlava di globalizzazione, ma l’enciclica portò un messaggio globale, occupandosi dei problemi dello sviluppo, visto come riedizione su scala planetaria della vecchia questione sociale. Inoltre il testo non si poneva più al di sopra delle parti, «dando a ciascuno il suo», ma si pone decisamente dalla parte dei più deboli, dei Paesi poveri, cioè dei vinti, degli emarginati.
Per questo non venne ben accolta dappertutto, almeno in alcuni Paesi industrializzati. Per alcuni si trattava addirittura di «marxismo riscaldato». Non si percepiva ancora l’interconnessione tra i vari Paesi del globo che esiste, e che non necessariamente è frutto di un rapporto tra causa ed effetto. Ma si denunciava come uno scandalo che le due realtà, di grande ricchezza e di povertà coesistessero, anche se non sempre (ma spesso sì) frutto dello sfruttamento degli uni sugli altri. Nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro lo scandalo non è dato dal fatto che il primo abbia depredato il secondo (cosa che il Vangelo non dice), ma che le due realtà coesistano e che il ricco rimanga cieco davanti alla povertà dell’altro. Semplicemente non lo vede. E per questo viene condannato, e non solo rimbrottato come noterà Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis (che commemora proprio la Populorum progressio). Il progetto di Dio sull’umanità è incompatibile con questa situazione.

La “Populorum Progressio” è frutto di un lavoro preparatorio di laici e teologi. Quali sono le radici della P.P.?

La Populorum progressio ebbe una gestione di oltre sei anni, e risentì in particolare del pensiero del domenicano Louis-Joseph Lebret, e di altri teologi, ma risentì in particolare della grande sensibilità di Paolo VI per i problemi internazionali. Se nell’Ottocento i documenti ufficiali del magistero sociale della Chiesa arrivarono in ritardo rispetto al Manifesto di K. Marx, non fu così nel secondo dopoguerra per i problemi riguardanti lo sviluppo. La Populorum progressio si compone di 87 paragrafi, espressi in modo lapidario e molto efficace. Alcune sue frasi sono diventate quasi proverbiali: «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (n. 47); «lo sviluppo deve essere rivolto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (n.14) e non hanno perso nulla del loro messaggio. I documenti dei Papi successivi in materia sono invece assai più complessi e articolati, probabilmente anche per tenere conto di un mondo che rivelava gradualmente la sua complessità.

Veniamo ai contenuti. Al centro c’è la messa in discussione di un modello “neoliberale” (o per meglio dire neoliberista) di sviluppo. Propone uno sviluppo integrale dell’uomo e della società. Ci può dire  quali sono i punti fermi di  questa riflessione dell’enciclica?

L’enciclica critica certamente alcuni dei capisaldi del capitalismo e dei suoi meccanismi, senza con questo contestare radicalmente l’economia di mercato. D’altronde voleva rifiutare decisamente le soluzioni proposte dal sistema ad economia pianificata (cioè il modello proposto dal comunismo, che aveva nell’Urss il suo Paese leader), allora molto popolare e visto (da milioni di persone) quasi come un messaggio messianico, ma che la Chiesa giudicava un rimedio peggiore del male, anche in base all’esperienza storica del dopoguerra. L’enciclica poneva al centro la persona umana, trasformando la quale si sarebbero trasformate anche le strutture economiche. Il marxismo sosteneva il contrario. Uno dei principali messaggi dell’enciclica è che lo sviluppo (l’originale latino usava l’espressione più forte progressio) non si può mai ridurre soltanto all’aspetto economico o all’aumento del Pil, ma richiede uno sviluppo armonico di tutte le dimensioni umane, di cui quella economica è una, anche se molto importante. Il sogno di Paolo VI era quello di dare un’anima allo sviluppo. Un’espressione molto suggestiva, ma tanto difficile da attuare in un mondo nel quale prevalgono tuttora i rapporti di forza.

Per citare il domenicano Marie-Dominique Chenu: con l’Enciclica di Paolo VI viene superato il “riformismo morale ” della Rerum Novarum e  si pone, finalmente, fine alla “collusione ” della Chiesa con il sistema capitalistico. E’ Così?

E’ vero che vi è un grosso distacco dal sistema capitalistico, di cui si denunciano le disfunzioni e i meccanismi perversi, le «strutture di peccato», come le chiamerà Giovanni Paolo II, e le correzioni che l’enciclica propone di portare al sistema capitalistico sono tali, che ci si può chiedere se alla fine si tratta ancora della vecchia economia di mercato o di qualcos’altro. Basti pensare al rifiuto degli automatismi di mercato che avrebbero provveduto a sanare il sistema. Ma occorre ricordare che l’economia mondiale è assai più articolata e variegata di quanto normalmente si pensi. In ogni caso i Governi oggi vedono il vantaggio dell’integrazione e protestano non più perché devono entrare in un mondo globalizzato, ma perché non si concede loro di entrarvi, o almeno non di entrarvi a condizione eque.

Quali sono i punti che hanno anticipato la riflessione della società politica su questi temi e quali, invece, sono “datati”?

Molti temi dell’enciclica sono ancora attualissimi, mentre altri sono ovviamente datati, o semplicemente non esistevano (o non venivano percepiti) al tempo della sua pubblicazione. Non vi è alcun cenno ai problemi ecologici e dell’ambiente. Non si parla del problema della donna e cosa ha comportato l’ingresso massiccio di essa nel mondo del lavoro. Si accenna solo marginalmente al problema delle migrazioni, oggi così drammatico e urgente. Nel nostro mondo attuale possono circolare liberamente le informazioni, le tecnologie, le merci (ancora per quanto?), ma non le persone non qualificate, che ogni Paese si affanna a respingere alle proprie frontiere, vedendole come una minaccia costante. Lo stesso problema del lavoro e della disoccupazione non viene visto nell’enciclica come «il» problema centrale.

Lei è stato per diversi anni in America Latina,in particolare in Brasile. Cosa ha significato per l’America Latina  quell’Enciclica?

Io sono stato alcuni anni in Brasile e in America Latina, dove la Populorum progressio ebbe un enorme influsso. Ma questo non significa che vi abbia avuto adeguata applicazione, anche perché a molti di quei Paesi, per il timore del comunismo, non venne consentito di svilupparsi in forme democratiche e anche perché non sempre le classi politiche e dirigenti si sono dimostrate preparate e all’altezza della situazione. Milioni di latinoamericani sono usciti in questi cinquant’anni dalla povertà, ma senza che lo sviluppo si sia tradotto in un processo durevole e sostenibile animato da una cultura nazionale adeguata, in grado di includere la maggioranza della popolazione.

L’Insegnamento sociale vive della Storia degli uomini e della Chiesa. Per dirla ancora  con un grande teologo francese, citato nell’Enciclica, Marie-Dominique Chenu: l’insegnamento sociale è il “Vangelo nel tempo”. Oggi questo “Vangelo nel tempo” si incarna nella predicazione di Papa Francesco.  Possiamo dire che con Papa Francesco la Populorum Progressio trova la sua pienezza?

Papa Francesco ha certamente sottolineato con forza quanto manca alla realizzazione degli ideali proposti dalla Populorum progressio e in particolare la necessità di un continuo dinamismo. La storia va avanti e le sue conquiste hanno bisogno di tempo, anche se non lo fa sempre con i ritmi così veloci che noi vorremmo. Ma il timore di Papa Francesco è che l’umanità si accontenti dei risultati raggiunti (che sono molti), senza badare a i milioni che sono stati «scartati» da un sistema economico e sociale che non è riuscito ad includerli in un sistema più equo e meno disuguale, nel quale anzi le disuguaglianze aumentano. La Populorum progressio propone degli ideali molto impegnativi, ma si tratta di traguardi in movimento che richiedono a loro volta di essere «aggiornati». Lo sviluppo, sia delle persone che delle società e dei Paesi è esso stesso un traguardo mobile, che ci corre davanti e che richiede continui perfezionamenti. L’impressione che dà spesso Papa Francesco di «essere oltre» esprime semplicemente questo desiderio di non perdere il treno della storia che si spinge evangelicamente e costantemente a qualcosa di più grande e di più umano.

A proposito dei manifesti contro Papa Francesco

 

La domanda dei manifesti contro il Papa, “Francesco …ma n’do sta la tua misericordia?”, svela il pensiero degli ispiratori dell’operazione.

(a cura Redazione “Il sismografo”)
Nascondersi dietro un manifesto anonimo non è solo troppo facile ma, alle volte, è anche molto pericoloso, soprattutto per chi crede di potervi far ricorso senza pagare dazio. Tanti hanno commentato in questi ultimi giorni ciò che i soliti ignoti hanno commesso qualche notte fa affiggendo per le vie di Roma decine di manifesti accusatori nei confronti dell’operato di Papa Francesco. Molti vi hanno visto la mano di quella corrente conservatrice che da anni attacca l’operato del pontefice via web, altri l’ultima sfida di chi non vuole il cambiamento dentro la Curia romana, altri ancora il primo eco della battaglia definitiva contro il pontificato di un Papa che viene dalla “fine del Mondo” e parla degli ultimi condannando l’indifferenza e lo scarto dilaganti in questo mondo ormai allo sbando.
Subito dopo la notizia si è aperto il dibattito, per ora tutto ipotetico, su chi possa aver ordito tale azione, su chi ha mestato nell’ombra, su cosa c’è veramente dietro questa “goliardata” estemporanea. Certo, la giustizia farà il suo corso e, con tutta probabilità e con viva speranza, si farà luce su chi ha materialmente affisso quei manifesti e su chi li ha commissionati. Non bisogna nascondere la gravità del gesto retrocedendola a semplice marachella, né esagerare a sproposito parlando di duello all’ultimo sangue. Sinceramente più preoccupante, come altri hanno più opportunamente e con precisione evidenziato, è l’impatto che un siffatto manifesto può avere su un singolo individuo già in animo di compiere scellerati gesti. Tuttavia, chi ha avuto l’idea di quel gesto aveva chiaro nella mente un solo principale obiettivo: screditare il Papa, ridimensionare la sua figura e cercare di insinuare tra i fedeli il dubbio su ciò che fa ogni giorno come guida della Chiesa cattolica. Persino la scelta di quella foto è stata soppesata e l’intercalare romano, usato un po’ goffamente nella stesura del messaggio, serviva a mescolare le carte per far credere che fosse il popolo a pensare quelle cose.
Tuttavia c’è un altro aspetto che merita di essere analizzato fino in fondo e che ci mostra con grande evidenza la malafede e la fallacità del messaggio che quel manifesto voleva diffondere tra i fedeli come un freddo venticello d’inverno quale è la calunnia. Lasciamo per un momento la ricerca dei colpevoli, degli autori del gesto e del fine recondito che gli autori di quell’azione volevano portare a casa propria. Da semplici cristiani, da semplici fedeli di strada, fermiamoci su quel messaggio e ragioniamoci sopra per qualche istante. Cosa ci dicono quelle parole rivolte al Papa? Ci vogliono far credere, in buona sostanza, che Papa Francesco parla solo di misericordia ma poi non la mette in pratica nel suo quotidiano compito di guidare la Chiesa. Insomma, si è voluto ancora una volta far ricorso al vecchio cliché, di grande impatto  popolare e populista, che ci racconta dello stereotipo  del sacerdote che predica bene ma che razzola male. Ma vi è di più, molto di più. Quel testo insinua che la misericordia del Papa, quella sua personale, si è fermata davanti a certe decisioni che sono state da lui prese nella gestione quotidiana di quella che è la sua “santa missione”. Quel messaggio usa la pubblicità comparativa in senso negativo, ossia prima ci parla di alcune cose, messe lì alla rinfusa e tenute volutamente tenebrose allo stesso uditorio che non può essere in grado di capire di cosa si sta realmente parlando, e poi ci chiede, sarcasticamente, come può essere considerato misericordioso chi le ha fatte. Quel testo aveva il solo scopo di insinuare il dubbio, di far nascere il sospetto, di minare la credibilità dell’azione di un Papa che parla ogni giorno di Misericordia e che usa ogni suo gesto per disseminarne il valore cristiano tra i fedeli. Ma è davvero così? Realmente ci troviamo di fronte a un pontefice che parla in un modo e poi agisce dentro le mura del Vaticano in un senso diametralmente opposto? È vero che il Santo Padre non è stato misericordioso come predica a tutti noi quando ha dovuto trattare con i cardinali, con i sacerdoti, con certe situazioni specifiche che si sono solo accennate nel manifesto?
No, assolutamente. La risposta, infatti, ce la fornisce la stessa frase riportata dai manifesti. Non bisogna scervellarsi tanto per arrivare a questa semplice conclusione e capire che chi ha voluto affiggere quei manifesti non aveva argomenti seri per convalidare la propria teoria. La Misericordia di cui ci parla ogni giorno Papa Francesco non è, infatti, la sua “personale” misericordia o la misericordia di una sua individuale linea “politica”. Papa Francesco ci parla e ci racconta della misericordia di Gesù Cristo, non della sua. Il Santo Padre ci parla del Vangelo e dell’insegnamento del Cristo e non di una sua personale visione del mondo e dell’uomo.
Ecco, allora, che basta prendere in mano il Vangelo e fermarci su un passo di Giovanni, narrato al capitolo 2,14-16, per dare il giusto senso alle cose. “[Gesù] trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi, gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: Portate via queste cose e non fate della case del Padre mio un luogo di mercato”. Soffermiamoci su questo brano e chiediamoci come mai Gesù stesso, il Cristo misericordioso, nato per morire in croce perdonandoci tutti, abbia agito così duramente. Perché lo ha fatto? Perché ha rovesciato i banchetti dei cambiavalute e ha scacciato con una cordicella intrecciata coloro che avevano reso un mercato la casa del Padre? Come poteva il Gesù misericordioso comportarsi così? Era davvero necessario usare la sferza e cacciare tutti dal Tempio? Dov’era la misericordia di Gesù in quel momento?
Ecco la stessa domanda che gli anonimi autori dei manifesti ci hanno fatto trapelare per tentare di screditare ai nostri occhi l’operato del Papa: “… ma n’do sta la tua misericordia ?”. Basta questo per smascherare la fallacità di quel manifesto. La misericordia, quella di Gesù e di cui ci parla il Papa, non è sinonimo di buonismo, di lassismo, di noncuranza che sfocia nell’assoluto fatalismo delle cose che capitano. Non lo è affatto. La misericordia è ben altro che lasciar fare e non intervenire nelle situazioni che devono essere cambiate e che danneggiano l’uomo e la Casa del Padre. La misericordia riguarda l’anima dell’uomo, del singolo uomo, e non la sua azione corrotta e il suo comportamento errato e ipocrita. Qui sta la grande bugia raccontata in quel manifesto, il grande imbroglio che si è cercato di far passare mediaticamente grazie alla copertura che tutte le Tv hanno assicurato a quel testo diffondendolo in mondovisione. Tuttavia, a ben vedere, è stato un errore clamoroso, un autogol all’ultimo minuto. Quel messaggio ci racconta che chi lo ha pensato non conosce affatto il Vangelo o, forse, pur conoscendolo bene vuole raccontare ai fedeli qualcosa di molto diverso dalla realtà. Chi ha pensato quella frase del manifesto non ha agito da cristiano, da fedele di Gesù Cristo, da seguace del Vangelo. Non lo ha fatto non solo perché, come mi ha insegnato mia nonna da bambino, al Papa si deve sempre e comunque obbedienza, rispetto e lealtà, ma perché ha mentito sapendo di mentire. Chi ha ordito quella campagna di disinformazione verso il Papa, perché è di questo che si tratta, ha cercato di imbrogliarci, di farci deviare dal giusto sentiero, di gettare discredito e maldicenza usando la menzogna.
Il Pontefice è chiamato a compiere scelte, a prendere decisioni, ad assumere provvedimenti all’interno di una Chiesa in continuo movimento nei secoli e tra le società che cambiano. Non è certo un compito facile né invidiabile. Nel fare questo potrà anche sbagliare o avere dei dubbi, ma non si può mai mancare di rispetto o di lealtà. Non lo si può fare soprattutto dinanzi ad un Pontefice che più volte ha dichiarato e ha dato prova concreta di tenere più in considerazione chi lo critica che chi lo adula o, semplicemente, ne approva l’operato. Chi ha pensato quella frase e ha voluto metterla in un manifesto anonimo dovrebbe chiedersi prima di tutto quale beneficio ha portato la sua condotta alla Chiesa e alla fede che dice di voler tutelare. Chi si è nascosto dietro il vile anonimato dovrebbe interrogarsi sul suo essere cristiano e rileggersi con accuratezza il vangelo. Si accorgerebbe così che Gesù non ha mai usato l’anonimato, non ha mai fatto dire agli altri ciò che pensava, non si è mai nascosto dietro frasi pensate e fatte dire da altri. Si accorgerebbe inoltre che Gesù ci ha esortato a parlare chiaro, a dire Si Si e No No, ad essere reali testimoni della nostra fede e del nostro comportamento quotidiano, ad assumerci ogni nostra personale responsabilità. Al Papa si deve obbedienza e lealtà non per cortigianeria ma perché così si serve la Chiesa, intesa come comunità universale dei fedeli. Chiesa che già ha tante sfide davanti a sé e non ha proprio alcun bisogno di manifesti anonimi che cercano soltanto, in modo subdolo e calunnioso, di disorientare i fedeli e di alimentare quelle divisioni tra i cristiani che proprio Gesù ci ha chiesto di evitare in ogni modo. (Damiano Serpi – ©copyright)

Pubblichiamo questa riflessione per gentile concessione del sito d’informazione religiosa: ilsismografo.blogspot.it

Non c’è confusione nella Chiesa di Francesco. Intervista ad Andrea Tornielli

Andrea Tornielli (Contrasto)

In certi circoli tradizionalisti e autoreferenziali si alimenta nel web e su alcuni quotidiani di destra , con molta spregiudicatezza, una propaganda mirata a screditare l’opera di riforma di Papa Francesco. Opera di riforma che, secondo il loro giudizio, porta “confusione” nella Chiesa di Roma. Le cose stanno così? Oppure è solo propaganda ? Ne parliamo, in questa intervista, con Andrea Tornielli vaticanista della Stampa e coordinatore del sito d’informazione religiosa “Vatican Insider”.

Partiamo dal tuo ultimo libro, “In Viaggio”,  presentato pochi giorni fa a Roma. Il libro parla dei viaggi apostolici di Papa Francesco. In quattro anni di pontificato ne ha fatti molti, e altri ne farà. Quale è stato il viaggio di Francesco che più ti ha colpito, quello dove il carisma e la parola di Francesco hanno impresso una svolta nel luogo visitato?

Risponderei in due passaggi. Il viaggio che mi ha più colpito è stato quello a Tacloban, nelle Filippine: Francesco nel gennaio 2015 ha sfidato un mini-tifone – comunque pericoloso per il volo – andando a trovare i sopravvissuti del tremendo tifone Yolanda, che nel dicembre di due anni prima aveva fatto migliaia di vittime. A colpirmi è stata l’omelia, bellissima e commovente, che il Papa ha fatto a braccio, mentre celebrava la messa indossando un impermeabile giallo su un piccolo palco squassato dalla pioggia e dal vento. Il viaggio nel quale la presenza e la parola di Francesco hanno impresso una svolta è per me quello nella Repubblica Centrafricana, novembre 2015, quando il Papa ha voluto aprire con l’anticipo di una settimana il Giubileo della misericordia, in un Paese dimenticato da tutti, sfruttatissimo e poverissimo, nonostante sia tra i più ricchi per risorse naturali. Bangui, la capitale, quel giorno è diventata la «capitale spirituale» del mondo e le fazioni che si combattevano hanno siglato una tregua per permettere l’attesa visita di Bergoglio.

Tu hai seguito anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Anche loro, in particolare Wojtyla, amavano i viaggi apostolici. C’è continuità o noti in Francesco un approccio diverso?

Ogni Papa apporta le sue peculiarità, ma certamente a caratterizzare i viaggi è la continuità. Giovanni Paolo II continuando sulla via aperta da Paolo VI, ha girato il mondo in lungo e in largo, con una serie infinita di record e di «prime volte». Benedetto si è messo umilmente sulla sua scia, prediligendo la parola e puntando – da teologo qual è – sulla profondità dei suoi discorsi. Francesco è capace di mostrare prossimità e tenerezza, insiste particolarmente sui gesti. E sembra prediligere Paesi periferici nei quali ritiene che la sua presenza possa aiutare processi positivi in atto.

Veniamo al “viaggio” più complicato per Papa Francesco: quello all’interno della Chiesa. Dopo il Sinodo sulla Famiglia e la pubblicazione dell’Amoris Laetitia, abbiamo assistito, sul piano mediatico, ad una offensiva degli oppositori del Papa. Clamorosa è stata quella lettera dei 4 Cardinali, con protagonisti principali Burke e Caffarra, che esprimevano “dubbi” sull’esortazione apostolica, che erano poi critiche pesanti al documento pontificio. Il Cardinale Burke aveva minacciato di correggere pubblicamente il Papa se non fossero chiariti i dubbi. C’è stato poi l’intervento del Cardinale Muller,prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, per riaffermare che non c’è  nessun pericolo per la dottrina. Basterà l’intervento del Cardinale Muller, o pensi che l’offensiva tradizionalista continuerà?

Vorrei premettere che dialettica, discussioni, polemiche anche forti e critiche anche fortissime al Papa e al suo magistero non sono affatto delle novità. Basta guardare agli ultimi Pontefici per rendersene conto: Paolo VI fu messo in croce dopo l’Humanae vitae, ad esempio. Presentare dei «dubia» è legittimo. Porre delle domande vere, sincere, che siano realmente domande e non siano pensate per mettere in difficoltà l’interlocutore o pretendere che affermi ciò che noi pensiamo, è sempre utile e positivo. I quattro cardinali hanno anche scelto di rendere pubblici i «dubia» dopo poche settimane che li avevano presentati. Il cardinale Müller, in un’intervista televisiva, è sembrato non essere d’accordo con questa pubblicazione. La questione della «correzione formale» al Papa, invece, è tutt’altra cosa: finora ne ha parlato quasi esclusivamente soltanto il cardinale Raymond Leo Burke, senza peraltro spiegare in che modo essa dovrebbe avvenire. Mi ha colpito che il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, in una lunghissima intervista pubblicata sul quotidiano Il Foglio, non abbia speso nemmeno una parola su questa eventuale «correzione». In ogni caso non credo proprio che le affermazioni di Müller siano bastate per pacificare gli animi. Basta leggere i giornali e navigare un po’ in Internet per rendersene conto.

Hanno colpito molto, in questi giorni, le vicende dell’Ordine di Malta. Una vicenda brutta per l’Ordine. Pensi che il Cardinale Burke abbia giocato un ruolo negativo nell’iniziale ribellione del Gran Maestro dell’Ordine alla Santa Sede? Cosa c’è in gioco in tutta questa vicenda?

Nonostante la cortina fumogena che certi siti web, certi blog e certi commentatori tentano di sollevare – sono in servizio permanente effettivo nell’accusare il Papa qualsiasi cosa faccia o dica – non ci sono collegamenti con la questione dei «dubia». La Santa Sede è stata chiamata in causa della vicenda della defenestrazione del Gran Cancelliere von Boeselager, perché il cardinale Burke ha chiesto l’avvallo del Papa. Ma Francesco, pur invitando a vigilare sul rispetto della morale cattolica, aveva invitato a risolvere la contesa con il dialogo interno, non tagliando delle teste, come invece è avvenuto. La commissione d’inchiesta guidata dal vescovo Silvano Tomasi ha indagato sulla vicenda e le risultanze sono state tali da indurre il Gran Maestro Matthew Festing a dimettersi. Ora si spera che nell’Ordine di Malta, che compie tanto bene per i poveri, i migranti e i rifugiati, ritrovi serenità. Non c’è stato alcun commissariamento.

La propaganda tradizionalista, ormai da diverso tempo, non fa altro che alimentare, anche con l’apporto di giornalisti spregiudicati, un atteggiamento di ostilità nei confronti del Papa. Tra questi giornalisti c’è addirittura chi parla di clima di terrore in Vaticano sotto Francesco. Qual è la ricaduta di tutto questo sulla comunità ecclesiale?

Sulla comunità ecclesiale mi sembra che la ricaduta sia praticamente nulla. Ho letto anch’io con il sorriso sulle labbra i sedicenti reportage con fonti anonime sul «clima di terrore» in Vaticano. Hanno letto troppo Dan Brown! Nelle parrocchie e nelle comunità tutto questo non arriva. Certi circoli che alimentano in tutti i modi possibili e immaginabili l’ostilità e in molti casi anche l’odio e lo scherno verso il Papa sono molto autoreferenziali. Credo sia un errore pensare che se c’è chiasso sui blog o su Facebook, questo sia un riflesso della situazione reale in termini quantitativi. Peraltro devo aggiungere che non mi sembra di vedere nemmeno tutta quella «confusione» che molti circoli continuano ad affermare – come un mantra – regnerebbe nella Chiesa oggi.

“La Chiesa non è Google Traduttore”, i limiti di Liturgiam Autenticam. Intervista ad Andrea Grillo

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Allinterno della Chiesa Cattolica c’è un dibattito, tra gli addetti ai lavori, sulla liturgia. Un tema importante per la Chiesa del post-Concilio Vaticano II. Anche in questi ultimi anni il dibattito è continuato. Uno dei punti di confronto è il documento “Liturgiam authenticam”. Ne parliamo, in questa intervista, con il teologo Andrea Grillo, docente di Liturgia al Sant’Anselmo di Roma.

 

Professore, c’è un dibattito nella Chiesa di Roma, che sembra riguardare più gli “addetti ai lavori”, ma in realtà è di interesse per tutto il popolo di Dio. Stiamo parlando della traduzione in liturgia. Come si sa con il Concilio Vaticano II è avvenuta la rivoluzione copernicana nella liturgia Cattolica.  Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II è stato Emanato un documento “Liturgiam authenticam” che pone dei criteri di traduzione dal latino alle diverse lingue. Sappiamo che l’attuale prefetto della Congregazione per il culto divino è l’ultra conservatore Cardinale Sarah, che sogna una “riforma della riforma” della liturgia cattolica. Quali sono i limiti, secondo lei, del documento “Liturgiam authenticam”?

 

La prima cosa da dire è che il documento del 2001 si inserisce in una lunga catena di testi, prodotti dal magistero centrale – papale e curiale – tra la fine degli anni 80 fino a tutto il primo decennio del nuovo secolo. Sono tutti documenti accomunati da una caratteristica: sono frutto della paura. Reagiscono alla fiducia e alla confidenza che il Concilio Vaticano II aveva introdotto nella Chiesa degli anni 60 e 70. superando il trauma antimoderno che aveva paralizzato la Chiesa per più di un secolo. Ora ci si muove di nuovo con la antica sfiducia e diffidenza. Si ripescano stili ottocenteschi. Nel nostro caso è la sfiducia e la diffidenza verso le lingue e le culture moderne. Ci si spoglia della autorità di tradurre e per tranquillizzarsi si impone un modo per tradurre dal latino che ha un esito che non è esagerato definire comico: se si seguono le regole stabilite a tavolino, il testo che ne risulta appare incomprensibile; se invece lo si vuole rendere comprensibile, si è costretti a violare le regole. E non se ne esce. Questa è l’esperienza di tutte le Conferenze episcopali negli ultimi 15 anni. Le vicende del Messale per gli anglofoni, dei vescovi tedeschi e di quelli francesi e italiani sono gli esempi più noti.

 

Come è possibile che una “Chiesa in uscita” sia preoccupata per la fedeltà testuale al latino?

 

La questione è che il latino diventa il simbolo di una tradizione intoccabile e mummificata. Ci si attacca al latino per non fare i conti con la realtà. Ma si deve riconoscere che il latino, che è la lingua in cui si è espressa la Chiesa per 1500 anni, non è né la lingua originaria della Chiesa né quella oggi in uso. La lingua latina non è più viva, perché non è più parlata dai bambini. Dante lo aveva capito 700 anni fa. Questo non giustifica la ignoranza del latino. Ma non giustifica neppure le illusioni reazionarie di chi vorrebbe“ricominciare dal latino”. Oggi si deve poter cominciare dal francese, dall’inglese, dall’italiano,,,

 

A livello liturgico, secondo lei, quali possono essere i miglioramenti per rendere la liturgia più legata all’inculturazione del Vangelo?

 

Proprio sul piano della “traduzione” dobbiamo riconoscere che le “lingue moderne” possono esprimere aspetti della tradizione che il greco e il latino non riuscivano ad esprimere. Ogni lingua ha i suoi pro e i suoi contro. Anche il latino e il greco hanno limiti che il francese o l’inglese possono superare. Ad ogni modo, la traduzione deve essere sempre fedele e rispettosa. Ma bisogna definire bene che cosa significa: la fedeltà e il rispetto verso un testo devono essere diretti verso due soggetti: chi lo ha scritto e chi lo legge. Per questo una traduzione buona non è mai soltanto letterale. Il linguaggio è sempre molto più complesso di una pure sequenza di parole. A tradurre parola per parola ci pensa già Google Traduttore: la Chiesa dovrebbe guardare più lontano, come ha sempre fatto.

Vi sono esempi in questo senso?

 

In realtà non bisogna inventarsi inculturazioni strane o straordinarie. L’ atto di culto è di per sé necessariamente inculturato. Questa è stata l’esperienza degli apostoli Pietro e di Paolo, di papa Gregorio Magno e del teologo S. Tommaso. Chi vuole bloccare la Chiesa su una traduzione letterale dal latino non conosce la storia bimillenaria e si lascia condizionare solo da un antimodernismo tanto viscerale quanto rozzo.

 

Sappiamo che con Benedetto XVI è stato promulgato il documento “Summorum pontificum” che liberalizzò la possibilità di celebrare con il rito tridentino. Non pensa che questo sia contraddittorio con lo spirito del Concilio? Cosa ne pensa Papa Francesco?

 

Lei mi chiede “che cosa pensa papa Francesco”? Io le rispondo semplicemente: Francesco pensa. Basta questo. Se pensi davvero alla questione, non puoi lasciare in piedi questo pasticcio teologico e pastorale, questo parallelismo di forme non coerenti e conflittuali. Come attuare questo cambiamento, con quali tempi e modalità, fa parte di scelte di opportunità che non dipendono solo dalla cosa, ma anche dal contesto. E anche questo il papa lo sa e lo pensa adeguatamente.

 

Queste posizioni tradizionalistiche quanto sono presenti nella Chiesa?

 

Sono presenti poco dal punto di vista dei numeri, molto dal punto di vista della presenza mediatica. Bisogna tuttavia distinguere bene tra nazioni e Chiesa diverse. Non tutti i paesi sono uguali e non tutte le Chiese sono sullo stesso piano. La questione dei tradizionalisti diventa ingestibile se si pensa di affrontarla con “norme generali”, che valgono per tutta la Chiesa. Solo la competenza dei singoli Vescovi, che conoscono le differenze locali, qui è capace di muoversi adeguatamente

 

Vuole aggiungere qualcosa?

 

Voglio raccontare una storia che può aiutare a comprendere la questione. L’ho sentita raccontare da Rita Levi Montalcini, in televisione. Inaugurano molti anni fa un grande software di traduzione, che sa tradurre tutto, da ogni lingua. Ma letteralmente. Un acuto provocatore va alla inaugurazione e mette in crisi il sistema. Chiede di tradurre in cinese il proverbio inglese “out of sight out of mind” (che in italiano corrisponde, non letteralmente, a “lontano dagli occhi lontano dal cuore”). Il computer traduce in caratteri cinesi. Poi lo stesso personaggio chiede di tradurre in italiano. E il risultato è INVISIBILE IMBECILLE. Se si perde il senso metaforico, si fraintende tutto. Noi sulla base di LA abbiamo rischiato di produrre continuamente traduzioni alla maniera di “invisibile imbecille”.

La liturgia usa al 90 % linguaggio metaforico. Pensare di tradurla con metodo letterale è puramente illusorio. Per paura si fanno disastri. Si demonizza la libertà e la creatività. Ma senza libertà le metafore non si capiscono. Sarebbe sufficiente leggere in LA quella regola che imporrebbe di rispettare le figure retoriche latine nella lingua di traduzione. Ma questo è proprio cio che non si può mai fare. Ogni lingua ha le sue figure particolari. Tradurre non è imporre le figure retoriche di una lingua all’altra, ma mediare tra una e l’altra. E per questo ci vuole libertà. Che non si può mai barattare con un piatto di lenticchie.