“Querida Amazonia è un testo aperto alla creatività ecclesiale”. Intervista ad Andrea Grillo

Con il teologo Andrea Grillo, docente di Teologia al Pontificio Istituto Teologico Sant’Anselmo di Roma, facciamo il punto sull’Esortazione Querida Amazonia di Papa Francesco. Il documento, uscito ieri in Vaticano, sta creando un grosso dibattito all’interno della Chiesa Cattolica.

Professore, ieri è uscita l’esortazione post sinodale di Papa Francesco Querida Amazonia. Proviamo a fare un piccolo bilancio. Per cominciare partiamo dalla mancata considerazione della proposta, presente nel documento finale del Sinodo Amazzonico di Ottobre, riguardo

l’ordinazione di viri probati, o comunque di diaconi permanenti sposati, al sacerdozio per risolvere il problema della mancanza di clero in molte comunità ecclesiali della Amazzonia. La proposta aveva ricevuto una larga maggioranza nei padri sinodali. Ma aveva anche suscitato polemiche e attacchi da parte conservatrice e di Cardinali di curia. Come spiega questo comportamento del Papa,? Pensa che abbia subito pressioni forti?

Vi sono diversi aspetti da valutare. Da un lato assistiamo ad una sorta di “mutazione del magistero sinodale”. Il fenomeno era già cominciato con il sinodo duplice sulla famiglia, ma ha assunto da ieri una sorta di versione accelerata: il documento papale non “recepisce” solo in parte il documento finale, ma intende esplicitamente “non sostituirlo” e introdurlo direttamente e con il suo tenore integrale nell’esercizio della autorità magisteriale. Dunque non è esatto dire che vi sia una “mancata considerazione” di ciò che il Sinodo aveva elaborato. E’ giusto dire, invece, che il Sinodo ha come esito un duplice livello di pronunciamento, che dal papa è indicato come doppiamente normativo. Questo è una cosa nuova e che crea anche un certo imbarazzo, comprensibile soprattutto sul piano “operativo”. Infatti il documento finale non ha, diremmo per essenza, “intenzioni operative”, mentre la Esortazione, che potrebbe averle, non ritiene di doverle assumere. E il rimando tra i due testi potrebbe generare un grande conflitto di interpretazioni. Ma è certo che questo modo di procedere sta cambiando il modo di funzionare del Sinodo e la stessa funzione del Sinodo dei Vescovi. Potrei dire che ne sovverte quella logica, che si era affermata a partire dagli anni 70, e nella quale il Sinodo era destinato a non riservare mai sorprese. Ora, forse, ne riserva anche troppe! Ma questo è un segno di vitalità e di movimento, anche se ancora non codificato e non immediatamente efficace.

Parliamo ancora delle dinamiche ecclesiali. Per il card Muller, ex prefetto della Congregazione, questo documento è un documento di riconciliazione (nel senso che pone fine al conflitto ecclesiale), per altri invece non chiude a possibili soluzioni future, per altri ancora è una sconfitta di Francesco. Per lei?

E’ inevitabile che molti si siano lasciati trascinare dalla foga: da un lato, si è letto, “non cambia nulla”. Dall’altro “tutto può ancora cambiare”. Oppure “il papa ha fallito”. Io direi che la impressione di “paralisi”, che certo può sorgere alla lettura del testo, deve far spazio a due considerazioni diverse. In primo luogo, il “dispositivo di blocco” al quale eravamo abituati da decenni, si è interrotto. Proprio perché la parola definitiva di “impotenza” e di “impossibile mutamento” non è stata detta. Le questioni più brucianti “restano sul tavolo”, come ha detto il Card. Czerny. E questo è promettente, anche se non risolutivo. In secondo luogo, il mutamento linguistico, il tono poetico e profetico di 3/4 delle pagine del testo (almeno fino al n.85) dice una ripresa potente del linguaggio conciliare, che caratterizza tutto il pontificato di Francesco e che si è fatto udire fin dalle prime parole del marzo 2013. Tutto questo è tutt’altro che un dettaglio irrilevante. E qualifica quella “mutazione del magistero” che alcuni addetti stampa, anche della sala stampa del Vaticano, fanno fatica a capire del tutto e a presentare correttamente.

Nell’Esortazione, riprendendo il Documento finale del Sinodo Amazzonico, si parla con parole bellissime del sogno ecclesiale del Papa di sviluppare una Chiesa dal volto amazzonico, con grande spirito missionario. Però la soluzione alla mancanza di sacerdoti nell’area amazzonica, secondo il documento, è quello  di inviare più missionari nell’Amazzonia. Insomma una soluzione classica. Come reagiranno i vescovi dell’Amazzonia?

Questa domanda, come è giusto, mette a paragone il tono ispirato e profetico della prima parte con le soluzioni “di piccolo cabotaggio” dell’ultima parte. Ma queste soluzioni, appunto, vengono dalla “foresta curiale”. La foresta amazzonica, lo si dice chiaramente, deve elaborarne diverse, a partire da una cultura e da una esperienza ecclesiale diversa, dello stesso cattolicesimo “romano”, ma che vive lontano da Roma, a 10.000 Km. Su questo Francesco è stato molto onesto nell’ammettere che le soluzioni devono essere trovate e assunte dagli esperti “in loco”, non dal papa o dalla curia romana. Questo è molto bello e importante. E consente di guardare con un occhio più sereno e indulgente a quei numeri in cui la “foresta curiale” sembra restare del tutto estranea alla “foresta pluviale” e si ferma alle piccole categorie che sistemano tutto per bene: il prete, la donna, Gesù, Maria, la messa e la confessione. Ma qui si resta senza poesia e senza profezia. Come se non ce ne fosse bisogno.

Anche sui laici e sulle donne si auspica un maggior protagonismo, e c’è il riconoscimento ruolo forte delle donne nelle comunità cristiane amazzoniche, però il papa si scaglia contro la clericalizzazione delle donne. E con questo chiude all’ordinazione delle donne. L’argomento della clericalizzazione è un argomento forte. Dov’è il limite del Papa?

Sicuramente il testo è capace di poesia anche nel pensare diversamente la Chiesa. E in questo dipende profondamente dalla tradizione conciliare. Ma quando riflette su questi profili “istituzionali” il discorso utilizza un linguaggio che pare non del tutto all’altezza della sfida. Anche lo stesso termine “laici”, che pure viene usato con vera determinazione e grande apertura, è un termine troppo limitato. Soprattutto nel momento in cui diventa speculare e reciproco a “chierici”. La insistenza sui laici in un certo modo legittima quella lettura clericale dei chierici e della donna, del sacerdozio e dei sacramenti, che in QA appare stanca e datata. Lì il sogno si spegne, resta solo una “insonnia preoccupata”, che rischia la paralisi. Qui è anche evidente come, rispetto al tono di Amoris Laetitia, la Chiesa fa fatica a condividere una teologia del ministero davvero aggiornata e comune. Una teologia dinamica è oggi più facile per pensare la famiglia che per pensare il sacerdozio. Su questo anche i teologi portano la loro bella responsabilità. D’altra parte come si potrebbe concepire una Commissione che studia il possibile diaconato femminile, se fosse solo un modo di esporre le donne al rischio di clericalismo? Dovremmo forse proteggere le donne dal contagio del ministero ordinato? Queste argomentazioni sono fragilissime in sé, e sicuramente non aiutano a comprendere la foresta amazzonica. Ma, lo ripeto, è bello che non pretendano di chiudere il discorso, perché lasciano aperto il testo del documento di fine sinodo, che su questi temi parla con la competenza della vita, della sofferenza e della passione.

Al di là di questi “limiti” c’è comunque un messaggio positivo per la Chiesa universale?

Su questo punto vorrei dire due cose diverse. La prima riguarda la natura “speciale” del Sinodo sulla Amazzonia. Spesso dimentichiamo che questo sinodo ha avuto, fin dall’inizio, carattere non universale, ma speciale. D’altra parte il cattolicesimo, negli ultimi secoli, sperimenta una certa difficoltà a fare i conti seriamente con la particolarità e la specialità delle questioni. Il testo, almeno nei suoi primi tre sogni, è molto ricco di questa “specializzazione” e pensa davvero a fondo le esigenze di “inculturazione” che scaturiscono da questo approccio. La seconda cosa, legata a questa prima, è proprio che a livello universale dobbiamo scoprire il valore “particolare” delle esperienze ecclesiali che viviamo. E dobbiamo poter concepire forme ministeriali, forme di esercizio del sacerdozio, forme di servizio alla Chiesa, riconosciute nel loro esercizio da parte di uomini sposati e di donne, che non siano pensati soltanto dalla logica un pochino ossessiva della conformità con la “foresta curiale”, che misura tutta la realtà tra via della Conciliazione e Piazza S. Pietro. Dal Concilio Vaticano II in poi, l’universale fa i conti con le culture, con le lingue e con i sogni di 5 continenti diversi. Ormai anche il Papa sa di far parte, già con il suo corpo, di questa complessità interculturale e continentale.

Veniamo ora agli aspetti sociali, culturali ed ecologici dell’esortazione. Per ciascuno di questi il Papa ha “disegnato” un sogno. “Sogni” che formano una via amazzonica allo sviluppo integrale della società. Che tipo di conseguenze politiche avrà l’esortazione?

Penso che questo aspetto del testo, che proprio in prospettiva “speciale” suona come del tutto prioritario, possa essere valutato come una spinta formidabile alla difesa della dignità e delle culture che la regione panamazzonica vive con incertezza e con trepidazione. Qui non mi sembra che il testo mostri incertezze.

Una battuta finale sulla Sinodalità. Pensa che questo sviluppo del Sinodo Amazzonico influenzerà il Sinodo tedesco?

Non ci sono “sinodi speciali o locali o nazionali” che possiamo leggere come “dispute accademiche” su temi universali. Viceversa ci sono Chiese che, in Amazzonia o in Germania, riflettono sulla tradizione e assumono orientamenti, indirizzi e decisioni. Questa è la tradizione sinodale. Il fatto che ci siano queste possibilità riconosciute e istituite è già il frutto di un cammino di trasformazione che dobbiamo riconoscere come positivo.  Una possibilità di trasformazione del ministero ecclesiale, ordinato o non ordinato, è nella logica della tradizione e delle cose. Non credo che vi sia, immediatamente, una influenza tra sinodi locali, visto che, pur all’interno della medesima tradizione, si deve rispondere a e di storie e forme ecclesiali tra loro assai diverse. Come ha detto un bravo commentatore, il documento di Francesco non si intitolava: “Amazzonia in veritate”, o “De virginitate in Amazzonia”, ma “Querida Amazonia”. Della logica sinodale è costitutiva una “contingenza” che non si lascia dominare da alcuna universalità astratta. Prendersi cura, con passione, delle Chiese particolari e locali esige la elaborazione di procedure nuove, che stanno nascendo lentamente in Amazzonia, in Germania ed anche a Roma, ossia in una città che talvolta appare come “foresta oscura”, ma che sa essere anche bosco ameno, prato ridente e comunità viva.

La preziosa eredità di San Giovanni Paolo II vive nella Chiesa di Francesco. intervista a Giacomo Galeazzi

Chi ha paura, ancora oggi, di Papa Giovanni Paolo II?

A questa domanda cerca di rispondere un libro, uscito proprio all’inizio dell’anno del centenario della nascita di Karol Wojtyla, scritto da due importanti vaticanisti: Giacomo Galeazzi e Gianfranco Svidercoschi. Il titolo del libro è emblematico: “Chi ha paura di Giovanni Paolo II. Il Papa che ha cambiato la storia” (Ed. Rubbettino). Con Giacomo Galeazzi,   vaticanista della Stampa, in questa  intervista mettiamo in evidenza i punti strategici del pontificato di Wojtyla.

Giacomo Galeazzi, il vostro libro (scritto insieme all’amico Gian Franco Svidercoschi) esce proprio nell’anno del centenario della nascita di Karol Wojtila. Allora proprio, come prima domanda, dal titolo : chi ha paura di Giovanni Paolo II?

 “Gli ambienti permeati dal peggior clericalismo. Parto da un esempio. L’accusa al recente Sinodo dei vescovi sullAmazzonia è arrivata da settori tradizionalisti: autorizza riti pagani in Vaticano e nella parrocchia di Santa Maria in Transpontina, oltre a legittimare eresie dottrinarie. Nel 1986 dagli stessi ambienti ultraconservatori arrivarono gli attacchi allincontro interreligioso di Assisi: consente agli animisti di sgozzare polli sullaltare della chiesa di Santa Chiara per compiere i loro riti, oltre a favorire il sincretismo religioso. Ieri ad essere criticato era San Giovanni Paolo II, oggi Jorge Mario Bergoglio. Veniva da lontano, lidea di una via religiosa alla pace”.A lanciarla, per primo, era stato Dietrich Bonhoeffer. Infuriava il nazismo e leroico pastore luterano, fatto più tardi uccidere da Hitler, aveva proposto unAssemblea mondiale delle Chiese cristiane che gridasse “la pace di Cristo al mondo impazzito e teso ad autodistruggersi“.  Ad aver paura di Wojtyla. sono sempre stati coloro che per spirito di conservazione del loro potere hanno cercato di boicottarlo e fraintederlo. Tre mesi dopo lelezione, in Messico, Giovanni Paolo II pronunciò delle parole rivoluzionarie. “La Chiesa vuole mantenersi libera di fronte agli opposti sistemi, così da optare solo per luomo”. Abituati, dai tempi di Costantino, a combattere o a cercare lalleanza della Chiesa, a seconda che la Chiesa si opponesse ai loro interessi o li sostenesse, Stati e regimi politici si trovarono spiazzati – e impauriti” – a scoprire una Chiesa che si liberava definitivamente dal fardello delle collusioni ideologiche e politico-economiche. 130 Tentarono di volta in volta di appiccicargli le etichette più diverse. Ma Giovanni Paolo II – parlando di pace, di giustizia e in difesa della vita – non fece altro che rivendicare la verità di Dio. E, per ciò stesso, la verità sulluomo”..

Sappiamo quanto sia imponente la personalità di Wojtila. Il vostro libro è un tentativo, autorevole, di riproporre all’opinione pubblica (non solo cattolica) gli elementi strategici del Pontificato wojtiliano. Partiamo dal primo: il suo Cristocentrismo. Ricordiamo la sua prima omelia : “Aprite, spalancate le porte a Cristo”…. È un Cristocentrismo vissuto in maniera “apocalittica” (in senso positivo ovviamente). È così?

Cristo è al centro. Traccio un identikit del sacerdozio secondo Wojtyla. Un prete impegnato in prima linea nel sociale che al tempo stesso però difende la vita e la famiglia, i migranti e le fragilità. Per capirci, una figura simile a don Aldo Buonaiuto, il sacerdote anti-tratta della Comunità Papa Giovanni XXIII. fu papa Wojtyla a dare una poderosa spallata a quella che una volta aveva criticato come «lantica unilateralità clericale»; ma fu poi la realtà” profonda del cattolicesimo, sotto lazione dello Spirito, a emergere alla superficie, a imporre nuovi protagonisti – i giovani, i movimenti, le donne – e nuove vie – il passaggio da una Chiesa gerarchica, clericale, a una Chiesa più comunitaria, più laicale, più popolo di Dio. Ma va anche ricordato che, questo progetto di Chiesa, si imbatté in forti resistenze, subì ritardi e addirittura correzioni di rotta”, e, in genere, andò incontro a molte incomprensioni. E non sempre a causa di una vera e propria opposizione, ma anche, non di rado, per pigrizia”, per timore delle novità. Fu quanto accadde, con diverse intensità, sia nella Curia romana, sia in non poche diocesi, e perfino in numerose parrocchie. Dove spesso – per la persistenza di un autoritarismo clericale, quello del parroco-padrone – i laici continuavano a essere esclusi da qualsiasi responsabilità. Ma già Giovanni Paolo II, per primo, aveva messo in conto tutto questo. Sapeva bene come le rivoluzioni, specialmente quelle spirituali, avessero bisogno di tempi lunghi, prima di riuscire a entrare nelle coscienze e, più ancora, nelle strutture. Infatti, il Papa non si preoccupò più di tanto, quando venne a sapere dellesistenza di un fronte del no”. A lui importava seminare, e cioè che, nellhumus profondo del cattolicesimo, si depositasse questa immagine di una Chiesa rinnovata. Più che un uomo di governo, Wojtyla si sentiva fondamentalmente un pastore, un vescovo, e non era ossessionato dal fare-per-fare, o dal vederne subito i risultati”.

Il secondo elemento strategico, che ho colto dalla lettura del vostro libro è la critica antropologica alle ideologie: prima al comunismo e poi al capitalismo imperante. Come si sviluppa questa via “antropologica” nel discorso sociale di Giovanni Paolo II?
C’è un episodio che trovo rivelatore. Wojtyla era convinto che la Chiesa fosse credibile nella sua voce esterna solo dopo un processo di revisione e di purificazione interna. Per parlare alluomo e delluomo la Chiesa deve emendare le proprie colpe storiche. essere Finito il Giubileo del 2000, condensando e commentando il tutto nella sua splendida lettera apostolica, Giovanni Paolo II verso la fine se ne uscì con quellincredibile passaggio: «Ho chiesto alla Chiesa di interrogarsi sulla ricezione del Concilio. È stato fatto?». Un interrogativo che, non essendo poi seguito da una risposta, aveva un che di estremamente critico o di provocatorio, o tutti e due. Voleva dire che nessun vescovo – nessuno! – aveva toccato largomento. Nessuno aveva fatto sapere come fosse andata, nella propria diocesi, lattuazione dei documenti conciliari. Si sarebbe tentati di chiedersi: ma come fa un Papa, con un episcopato così, a cambiare ciò che non va nella Chiesa? Papa Wojtyla sapeva bene che il cammino che aveva scelto sarebbe stato lastricato di ostacoli e di incomprensioni. E che avrebbe suscitato inevitabilmente un certo malessere in non pochi credenti: disorientati di fronte alla prospettiva – erronea, certo, ma più che comprensibile – che la storia della Chiesa non fosse altro che una serie ininterrotta di colpe, di ombre oscure. E molto probabilmente, proprio a motivo di queste preoccupazioni, Giovanni Paolo II decise di percorrere la strada dei mea culpa”, come vennero poi chiamati, sostanzialmente da solo”.

Questa critica “antropologica” fa da supporto al suo disegno geopolitico. E su questo bisogna essere molto chiari: Nel pensiero di Giovanni Paolo II non c’è spazio per i nazionalismi e i sovranismi. È così?

Nulla è più lontano da Wojtyla della prospettiva suprematista. Chi oggi cerca strumentalmente di arruolarlo tra i suprematisti non conosce il suo pensiero. Al tempo stesso il suo sguardo era rivolto al mondo senza essere mai mondialista. Giovanni Paolo II era convinto della necessità di riformare in profondità lOnu e, in diversi Angelus, richiamò esplicitamente il personale diplomatico delle organizzazioni internazionali a cambiare strada sui temi bioetici. «Nel Consiglio di sicurezza, per esempio, serve una migliore rappresentatività. La composizione a quindici membri è stata ritoccata negli anni 60 e in mezzo secolo i membri delle Nazioni Unite sono arrivati a quasi duecento: la Santa Sede esorta a fare una riforma», sottolinea il cardinale Martino. E quella di Wojtyla contro il mondialismo è stata «una illuminante strategia per lazione, presente e futura, della Chiesa nella società, a partire dallattenzione ai diritti umani e dalla proposta di un umanesimo integrale, aperto al trascendente». Quello di Giovanni Paolo II è stato un attivismo morale più vigoroso di quello dei sui predecessori, teso a far accettare la legittimità della questione morale in seno ai dibattiti secolari. E, sottolinea il cardinale Martino, contro Karol Wojtyla «hanno agito potenti lobbies culturali, economiche e politiche mosse prevalentemente dal pregiudizio verso tutto quello che è cristiano: nuove sante inquisizioni piene di soldi e di arroganza perché contro la Chiesa cattolica e i cristiani ogni metodo è lecito se serve a zittirne la voce; dallintimidazione al disprezzo pubblico, dalla discriminazione culturale allemarginazione». Ne è un esempio la disinvolta e allegra maniera con cui queste lobbies promuovono tenacemente la confusione dei ruoli nellidentità di genere, sbeffeggiano il matrimonio tra uomo e donna, sparando addosso alla vita, fatta oggetto delle più strampalate sperimentazioni”

 Una parola bisogna dirla sulla visione di Europa che aveva Giovanni Paolo II. Come dimenticare il discorso a Strasburgo, al Parlamento Europeo, nel 1988. Il sogno di una Europa riconciliata… Est e Ovest, i due polmoni, ma anche con l’ambiente. Un Papa europeista. È così?

Si. E per capirlo compiutamente scorriamo rapidamente, come in un documentario, i fotogrammi di questa storia. Cominciamo dalla Seconda guerra mondiale, dai due totalitarismi di segno opposto ma di uguale ferocia che si erano succeduti. E, proprio per la conoscenza diretta che ne aveva dovuto fare, in Wojtyla – e sarà uno dei princìpi ispiratori del suo pontificato – si era rafforzata «la sensibilità per la dignità di ogni persona e per il rispetto dei suoi diritti, a partire dal diritto alla vita». Quindi, riprendendo il filo della storia, la spaventosa vicenda della Shoah, i campi di sterminio e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, lEuropa tagliata in due dalla cortina di ferro”, la Guerra fredda… Finché, sul quadrante della storia, era scoccata unaltra data fondamentale: il 9 novembre del 1989. Una data che aveva segnato la fine della divisione del continente europeo. «Una delle più grandi rivoluzioni della storia», aveva commentato Giovanni Paolo II. Anzi, inquadrandola in una dimensione di fede, laveva accolta come un intervento divino: «Come una grazia». In pochissimi anni, era cambiato il corso della storia. Era caduto un impero che sembrava incrollabile. Erano falliti i messianismi politico-economici, avvelenati dalle loro stesse false ricette. E tuttavia, non aiutato”, non sostenuto, e anche non capito da un certo mondo politico, convinto che labbattimento di un sistema” significasse automaticamente il trionfo del sistema” opposto, quel cambiamento – perché, comunque, fu un grande cambiamento – durò poco; o, almeno, non si sviluppò come si sarebbe sperato. Ricominciò la via crucis del mondo contemporaneo. Centinaia di milioni di donne, uomini, e specialmente bambini, ridotti alla fame, alla miseria. Oppure costretti a subire le tragiche conseguenze della esplosione di nazionalismi, di razzismi, di fondamentalismi, di conflitti armati, e infine di un terrorismo, quello islamico, diffuso su scala planetaria. E, nello stesso tempo, una serie infinita di orrori, di veri e propri genocidi. Le pulizie etniche” nellex Jugoslavia. La prima guerra del Golfo. L11 settembre. La strage in Afghanistan. La seconda, ancora più inutile e devastante, guerra del Golfo. E i tanti attentati, dallEuropa allAfrica, allAsia”.

Anche sull’America Latina il Papa Giovanni Paolo II ha ancora qualcosa da dire. Sappiamo, però, quanto fu complicato il suo rapporto con quel continente…

Nel rapporto con lAmerica Latina va fatta piazza pulita di alcuni fraintendimenti. Nella concezione integralmente umana e cristiana di Karol Wojtyla, in ogni economia e in ogni società andavano garantite la destinazione universale dei beni della terra, la garanzia della proprietà privata come condizione indispensabile dellautonomia individuale, il rifiuto di considerare il lavoro come mera merce, la promozione di una ecologia umana, il ruolo sociale dello Stato, la necessità di una democrazia basata sui valori. Nellintervista concessa a Jas Gawronski il 2 novembre 1993 e pubblicata da «La Stampa», Giovanni Paolo II precisò che «il comunismo ha avuto successo in questo secolo come reazione ad un certo tipo di capitalismo eccessivo, selvaggio, che noi tutti conosciamo bene: basta prendere in mano le encicliche sociali, e soprattutto la prima, la Rerum Novarum, nella quale Leone XIII descrive la situazione degli operai a quei tempi». E, proseguì Karol Wojtyla, «lha descritto a suo modo anche Marx e la realtà sociale era quella, non cerano dubbi, e derivava dal sistema, dai princìpi del capitalismo ultraliberale». Quindi «è nata una reazione a quella realtà, una reazione che è andata crescendo e acquistando molti consensi tra la gente, e non solo nella classe operaia, ma anche fra gli intellettuali».Insomma, secondo il Papa cera un «nocciolo di verità nel marxismo e questa non è una novità, è stato sempre un elemento della dottrina sociale della Chiesa, lo diceva anche Leone XIII e noi non possiamo che confermarlo. Del resto è anche quello che pensa la gente comune. Nel comunismo c’è stata una preoccupazione per il sociale, mentre il capitalismo è piuttosto individualista”.

Un altro punto strategico, come hai ricordato prima, è quello dell’incontro di Assisi. Impressionante fu quell’incontro. Un incontro che alcuni, nella Chiesa, tentarono di ridimensionare. Ma che oggi, a distanza di anni, si può ben considerare una pietra miliare per il dialogo e la fraternità tra le religioni. È così?

La Giornata mondiale di preghiera per la pace (onorata dalla sospensione delle guerre in tutto il mondo, non una sola vittima) fu certamente liniziativa più audace, più coraggiosa, più “nuova” di Giovanni Paolo II, ma anche la più contestata. Lo stesso Wojtyla, seppure in tono scherzoso, raccontò di come per poco non lo scomunicassero”. Alcuni cardinali e non pochi curiali protestarono per il presunto sincretismo, per laver messo le religioni tutte sullo stesso piano. Ma non era stato così. Invece, quella Giornata rappresentò come uno spartiacque nella storia dei rapporti tra le religioni, dopo secoli di divisioni, di contrasti, di incomprensioni. Ed è stato un grande merito della Comunità di santEgidio, laver tenuta accesa la fiaccola” di Assisi e averla portata in giro in tutto il mondo. Giovanni Paolo II aveva maturato la convinzione che la sapienza” di Dio, anziché riservata solamente ad alcuni, fosse una porta spalancata a tutti gli uomini. Un punto di convergenza in cui i credenti delle diverse religioni avrebbero potuto riconoscersi come figli di uno stesso Padre e, addirittura, come fratelli . Una preghiera mondiale per la pace In più, cera da tener conto del continuo aggravarsi della situazione internazionale”. Alla fine, Giovanni Paolo II ebbe un quadro preciso, e ruppe ogni indugio: Una preghiera di tutte le religioni per la pace, ecco che cosa ci vuole”. E decise che la città di san Francesco fosse la sede più adatta per un evento del genere. E così fu così. Per la prima volta, il 27 ottobre del 1986, ad Assisi, i rappresentanti di tutte le religioni, ossia di più di quattro miliardi di donne e di uomini, si trovarono a pregare nello stesso luogo, nello stesso momento, per chiedere allAltissimo il dono della pace”. Le preghiere erano diverse. Diverso il modo di pregare. Diverso anche il destinatario”, alcuni rivolgendosi a un Dio unico, altri a un Assoluto impersonale, senza nome”.

E da ultimo il Papa del no alla guerra in Iraq e del dialogo con l’Islam. Cosa resta di questo insegnamento?
Resta limpostazione di fondo. Già nel 1991, in occasione della prima guerra del Golfo, Giovanni Paolo II, proponendo di metter mano a una riforma del diritto internazionale, aveva opposto un rifiuto assoluto al ricorso alle armi come strumento per regolare i rapporti tra gli Stati. «La guerra – diceva – è unavventura senza ritorno».«Non è una fatalità; essa è sempre una sconfitta dellumanità». E, tale convinzione, il Papa laveva immediatamente ribadita al profilarsi del secondo conflitto del Golfo (o guerra dIraq), per il quale non cera più nemmeno l’“attenuante” etica di dover porre rimedio a una invasione, quella del Kuwait. In più, nel giudizio di Wojtyla, questa operazione militare internazionale – per le motivazioni stesse che ne erano allorigine – portava in sé un carico enorme di pericolosità. Per il rischio di nuovi estremismi, e di «tremende conseguenze» sia per le popolazioni dellIraq sia per lequilibrio geopolitico dellintera regione mediorientale. Papa Wojtyla comunque non si era limitato a mettere in guardia i diretti responsabili, Saddam Hussein, presidente Usa e membri del Consiglio di Sicurezza. Si era anche adoperato – con i suoi strumenti”, sia spirituali che diplomatici – per una vasta opera di prevenzione. 113 Aveva proclamato una Giornata di digiuno e preghiera per la pace in Medio Oriente. Aveva parlato di quel gravissimo argomento con molti capi di Stato. E aveva inviato due suoi personali ambasciatori, a Baghdad e a Washington, per un estremo tentativo. Era stato il cardinale Roger Etchegaray, a incontrare i governanti iracheni. I quali, per la verità, si erano detti disposti a collaborare con gli ispettori delle Nazioni Unite (incaricati di verificare che venisse eliminato «ogni motivo di intervento armato»); ma si erano mostrati assai reticenti circa le accuse di possedere le cosiddette«armi di distruzione di massa», e di sostenere il terrorismo islamico. Atteggiamento non proprio negativo, ma fortemente ambiguo e, quindi, pericoloso. Laltro inviato pontificio, il cardinale Pio Laghi, aveva parlato con il presidente americano, George W. Bush. Il quale, senza neppure leggere la lettera inviatagli da Giovanni Paolo II, aveva risposto che comprendeva perfettamente le ragioni morali del Papa (secondo alcune fonti, invece, si sarebbe detto addirittura convinto che fare la guerra allIraq fosse la «volontà di Dio»), ma non poteva ormai tornare indietro. Anche perché aveva imposto un ultimatum di quarantotto ore a Saddam Hussein”.

Ultima domanda : alcuni circoli di cattolici di destra, supportati dai sovranisti, mettono in contrapposizione Giovanni Paolo II e PAPA FRANCESCO. Mi sembra unoperazione scorretta. Per te? 

Euna strumentalizzazione di corto respiro. Chi attacca oggi Bergoglio, criticava ieri Wojtyla. Torno allesempio iniziale. Per la prima volta nella storia, il 27 ottobre 1986, i leader delle grandi religioni mondiali si incontrarono per dialogare e pregare per la pace. Si aprì una nuova stagione di dialogo, che ha contribuito a superare incomprensioni, diffidenze e chiusure. “La pace è un cantiere aperto a tutti”, disse Giovanni Paolo II in un mondo segnato dalle tensioni della guerra fredda. 33 anni dopo Francesco ha chiuso in Vaticano il Sinodo dei vescovi sullAmazzonia. Una coincidenza di date che ha scatenato dietrologie negli ambienti ultra-trazionalisti che accomunano Giovanni Paolo II e Jorge Mario Bergoglio nellaccusa di eresia, sincretismo religioso e negazione del Magistero tradizionale della Chiesa”.

“Ratzinger e Sarah, Una obbedienza filiale da brividi”. Intervista ad Andrea Grillo

Le anticipazioni del libro di Ratzinger e Sarah, che uscirà mercoledì in Francia, stanno facendo discutere l’opinione pubblica mondiale. Il libro tratta del celibato del Sacerdozio cattolico. Un tema discusso, anche, nel recente Sinodo amazzonico di Ottobre. In quell’occasione l’assemblea si era espressa, a grande maggioranza, per l’ordinazione dei viri probati. Ed è proprio contro questa apertura che si scagliano i due autori del libro. Un estremo tentativo, dell’ala conservatrice, di condizionare Papa Francesco?
Ne parliamo, in questa intervista, con il teologo Andrea Grillo docente di Teologia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma.

Professore, ieri le Figaro ha pubblicato, in esclusiva mondiale, alcuni brani del prossimo libro di Benedetto XVI (il papa emerito) scritto insieme al Cardinale Sarah. Il libro uscirà in Francia mercoledì. Il titolo “Des profondeurs des nos coeurs” è emblematico, vuole essere, quasi, una supplica al Papa regnante perché non ceda alla richiesta, contenuta nel documento finale del Sinodo sulla Amazzonia, di aprire il sacerdozio, a certe condizioni, ai viri probati. Insomma, pur manifestando obbedienza filiale al Papa, l’anima conservatrice non rinuncia minimamente a condizionare pesantemente Papa Francesco. Qual è il suo giudizio?

L’obbedienza filiale ha molti volti. Si può anche obbedire come il figlio maggiore della parabola e vivere la comunione pieni di risentimento. Ad ogni modo vi è stato un Sinodo, al quale il Card. Sarah ha partecipato, e che ha aperto una fase di ripensamento delle forme di identificazione dei candidati al presbiterato, almeno in Amazzonia. Tutto questo può essere anche discusso o contestato, ma parlare come se l’eventuale documento del papa che autorizzasse questa riforma fosse una “catastrofe”, appare un modo irresponsabile di porsi nella vita della Chiesa. La obbedienza filiale assomiglia in questo caso ad un individualismo smisurato e ad una mancanza di rispetto verso le diverse condizioni che vivono le Chiese nei diversi continenti. In una vicenda come questa, ed anche nelle reazioni ufficiali, si tocca con mano che nella Chiesa uno dei peccati più diffusi è quello di usare parole vuote. A mio avviso il termine “obbedienza filiale” può essere utilizzato per parlare di queste dichiarazioni solo facendo abbondante ricorso ad un linguaggio segnato da clericalismo e da ipocrisia. In tutta onestà, qui io non trovo alcuna obbedienza e tanto meno figliolanza. La retorica ecclesiastica in questi casi è un rimedio peggiore del male. Chiamare le cose con il loro nome resta sempre il primo atto che la fede ci chiede. E lo chiede tanto ai pastori, quanto ai teologi, quanto ai giornalisti.

Apriamo una piccola parentesi. Riguarda il “papa emerito”. Sappiamo, dal diritto canonico, che un papa che rinuncia al proprio ufficio non è più papa. Insomma aver consentito di usare un titolo come quello di “papa emerito” rischia di creare non pochi problemi alla comunione ecclesiale. Perché Ratzinger non si rende conto di questo?

Credo che la questione del “papa emerito” sia una sfida per la istituzione ecclesiale. Nella sua novità, ha richiesto una certa dose di improvvisazione, che ora stiamo pagando. Il vescovo emerito di Roma non ha più alcuna autorità di ministero. E, fin dall’inizio, ha cercato, credo veramente, di tenere il profilo più basso possibile. Non è un arbitrio ritenere che il ruolo di un “papa emerito”, quando un altro papa è stato eletto dopo di lui, sia evidentemente vincolato ad un estremo riserbo, per non dire ad un “silentium incarnatum”. Questa è la conseguenza della concentrazione di potere che il papa ha assunto lungo i secoli. Ogni confusione diventa pericolosa, per la Chiesa in quanto tale. A maggior ragione la cosa diventa del tutto distorta se un vescovo emerito di Roma pretende di esercitare una sorta di “veto” sugli atti che il suo successore deve ancora assumere. Per quanto la si circondi di un’aura spirituale, orante, filiale e paterna, questo non è il set di un film. E deve essere gestito con assoluta chiarezza, senza lasciar adito a dubbi.

Torniamo al contenuto del libro. Stando alle anticipazioni gli autori espongono, sentito come un dovere morale, le loro riflessioni sul Sacerdozio cattolico. Per loro il sacerdozio e il celibato sono “uniti fin dall’inizio della” nuova alleanza”di Dio con l’umanità stabilita da Gesù, la cui oblazione totale è il modello stesso del Sacerdozio”. Insomma, per i due autori, c’è una “astinenza ontologica”…. Il termine è assai forte.…

Mi pare, però, che proprio su questo piano ciò che viene scritto nel libro sia teologicamente troppo fragile, quasi imbarazzante. Sembra più il frutto della penna incerta di Sarah che della mano sicura di Ratzinger. Le argomentazioni con cui si vorrebbe giustificare la “immodificabilità” dei criteri di selezione dei prebiteri sono stentate, zoppicanti, ingenue o paradossali. Da due pastori con così grande responsabilità il popolo di Dio si aspetterebbe qualche maggiore motivazione, per giustificare il fatto di aver assunto una posizione drastica come quella che hanno voluto manifestare. Altrimenti, se le ragioni sono davvero quelle indicate, sembra di assistere alla resistenza un poco cieca dello “status quo”, contro ogni possibile cambiamento.

Un altra affermazione, a me sembra malata di catastrofismo, è quella che “la possibilità di ordinare uomini sposati rappresenterebbe una catastrofe pastorale, una confusione ecclesíologica e un oscuramento della comprensione del Sacerdozio”. Qui ogni apertura è cedimento allo spirito del mondo. Non è esagerato tutto questo?

Appunto: esagerazione. Una grande esagerazione. Il Card. Sarah non è nuovo a queste esagerazioni, sempre in relazione ai Sinodi. Si ricorderà come, durante il Sinodo sulla famiglia, in un suo intervento paragonò “fondamentalismo e gender” alle “bestie dell’Apocalisse”. Ogni mutamento rispetto alla struttura della Chiesa ottocentesca viene percepito come cedimento, tradimento, resa al mondo moderno e alle sue rovine. Il pregiudizio antimoderno diventa il criterio di un discernimento senza sfumature. E che presuppone una idea di Chiesa e di Sacerdozio vecchia di quasi 200 anni.

Eppure nella Chiesa latina vi sono sacerdoti sposati… Sono causa di catastrofi?

Non mi pare proprio. La tradizione latina conosce il presbitero uxorato. Ma la chiesa di oriente conosce quasi solo presbiteri uxorati. Un minimo di conoscenza del mondo e delle diverse tradizioni ecclesiali dovrebbe suggerire un giudizio meno drastico, più sfumato, più attento. Soprattutto più informato. Penso che anche un certo provincialismo curiale non sia estraneo a questo modo di esprimersi, che appare rozzo e autocentrato.

Ultima domanda: Quest’ultima uscita di Ratzinger svela, ancora una volta, il paradigma di fondo di una parte della Chiesa: la paura della storia. È così professore?

A me sembra che questo testo abbia un grande valore: manifesta la persistenza ostinata di un modello di autocomprensione della Chiesa che definirei “dispositivo di blocco”. La Chiesa non ha alcuna autorità, se non quella di ripetere quello che è stata nel passato. E per questo deve solo respingere ciecamente ogni cambiamento. Può contare soltanto sulle “tre cose bianche”: l’ostia, l’immacolata e il papa. Come è evidente il dispositivo entra in crisi quando una delle tre “cose bianche” non si piega ad essere stereotipato a restare senza autorità, e inizia ad aver fiducia di poter iniziare percorsi di cambiamento e di riforma. Se la Chiesa esce dal museo e si riscopre giardino, può fiorire. Ma i profeti di sventura, alla prima brezza fredda, o alla pioggia più intensa o al primo sole cocente, sono subito pronti ad esprimere la loro nostalgia per l’aria condizionata, i sistemi di sicurezza e la silenziosa prevedibilità ovattata che il museo loro garantiva. Francesco conosce bene il funzionamento cieco di questo “dispositivo”. E non si lascerà ridurre a “cosa bianca”.

 

“E’ stato un Sinodo profetico”. Intervista a Francesco Antonio Grana

(AP/Alessandra Tarantino)

Si è concluso, in Vaticano, l’importante Sinodo sull’Amazzonia. Facciamo con Francesco Antonio Grana, vaticanista del www.ilfattoquotidiano.it, un piccolo bilancio.

 

Francesco, si è appena concluso il Sinodo sull’Amazzonia. Un Sinodo, per diversi motivi, che è stato definito storico. Facciamo un piccolo bilancio. Qual è il frutto più maturo che lascia alla Chiesa universale?

 

Quello sull’Amazzonia è stato il quarto Sinodo di Papa Francesco in quasi sette anni di pontificato. Sicuramente un primo frutto di questa assemblea speciale è di aver portato nel cuore della Chiesa cattolica i popoli dell’Amazzonia con le loro tradizioni, le loro culture, i loro problemi insieme alla risorsa ambientale preziosa e insostituibile che quella regione rappresenta per la salvaguardia dell’intero pianeta e della vita sulla terra. Ciò non solo perché viviamo in un mondo globale, ma proprio perché la foresta amazzonica è davvero il polmone del mondo. Mettere al centro questa realtà, senza pregiudizi, ma ascoltando la voce dei diretti protagonisti è un grande merito di Francesco e del Sinodo.

 

Sempre più, con Papa Francesco, il Sinodo diventa strategico per il cammino della Chiesa. Questo nonostante le resistenze del partito curiale, è così?

 

Il Papa lo ha detto nel primo discorso che ha pronunciato nell’Aula del Sinodo parlando proprio del “disprezzo”. “Mi è dispiaciuto molto sentire qui dentro un commento beffardo su quell’uomo pio che portava le offerte con le piume in testa. Ditemi: che differenza c’è tra il portare piume in testa e il ‘tricorno’ che usano alcuni ufficiali dei nostri dicasteri?”. È un’affermazione forte che risponde a chi in queste tre settimane ha storto il naso per il Sinodo sull’Amazzonia. Ma anche a chi, soprattutto all’interno della Curia romana, non ama questo strumento collegiale voluto da San Paolo VI dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II. Non è un caso se Montini non ha voluto che il Sinodo fosse deliberativo, ma soltanto consultivo. L’ultima parola, ieri come oggi, spetta al Papa. I padri sinodali offrono al Pontefice un documento finale, ma poi è il vescovo di Roma a dover decidere e a comunicare le sue scelte attraverso un’esortazione apostolica. Sicuramente la collegialità è un processo strategico in questo pontificato, ma è iniziata col Vaticano II.

 

L’assemblea ha prodotto un bellissimo documento finale. C’è una parte “geopolitica” (definiamola così) che colloca la Chiesa nella difesa dell’Amazzonia come “consustanziale” alla evangelizzazione. È così?

 

Riconoscere l’Amazzonia, coi suoi popoli e il suo creato, come risorsa preziosa per il mondo e per la Chiesa cattolica significa difendere questa realtà. Nel documento finale si condanna in modo chiaro “un’evangelizzazione in stile colonialista”. Da ciò deriva un autentico rispetto che soprattutto gli uomini di Chiesa, ma ovviamente non solo loro, devono avere nell’approccio con i popoli di questa regione.
Apriamo una piccola parentesi. Al Sinodo hanno partecipato i rappresentanti dei popoli amazzonici. Hanno portato la loro cultura e la loro fede nel centro della cattolicità. Eppure qualcuno ha gridato allo scandalo, parlo delle statue delle divinità amazzoniche che sono state ospitate in una Chiesa di via della Conciliazione a Roma. Qualcuno ha affermato che si è trattato di un cedimento al “paganesimo”. Tanto da organizzare un rosario di riparazione. Non è ridicolo questo?

 

Credo che come sempre le parole del Papa anche su questo aspetto siano state la migliore risposta a chi si è stracciato le vesti per le statuette amazzoniche. Cosa ha detto Bergoglio? Ha chiesto perdono come vescovo di Roma a chi si è sentito offeso dal gesto inqualificabile commesso da alcune persone di buttare nel Tevere cinque statuette. L’inculturazione del Vangelo, tanto cara a San Paolo VI, e il rispetto delle tradizioni religiose, di cui parla Francesco nell’Evangelii gaudium, ci insegnano il rispetto per le culture altre e non a caso non uso il termine diverse.
Torniamo al Sinodo. Tra i compiti del Sinodo c’era quello di trovare nuove strade per una Chiesa dal volto amazzonico. E l’attenzione era tutta puntata sull’ordinazione dei “viri probati” e sul ministero per le donne. Sappiamo che è stato accettato il sacerdozio ai diaconi sposati. Sul ministero, il diaconato, alle donne si rimanda alla ennesima commissione. Eppure le donne hanno fatto sentire la loro voce… Non è umiliante rimandare ancora?

 

Sulle donne la Chiesa è sicuramente molto indietro. Non so se di duecento anni come diceva il cardinale Carlo Maria Martini, però sicuramente tante aspettative che si erano manifestate anche durante il Sinodo sono state profondamente deluse. Viene da domandarsi se non sia arrivato il tempo del riconoscimento di una ministerialità femminile. Eppure nei Vangeli le donne sono le protagoniste principali proprio come gli apostoli. Sono loro a ricevere il primo annuncio della resurrezione. Ma la Chiesa è ancora fortemente maschilista. Si ha forse paura di aprire una porta temendo che si possa arrivare, tra diversi anni, al sacerdozio e all’episcopato per le donne come avvenuto nella Chiesa anglicana. Francamente non avrei questo timore: le donne ieri come oggi sono parte fondamentale della Chiesa, dalla Madonna a Santa Teresa di Calcutta, a Chiara Lubich. Gli esempi sono tantissimi. Ma non è pensabile che il loro servizio prevalente in Vaticano sia quello di fare da serve a cardinali e vescovi. San Giovanni Paolo II ha parlato del “genio femminile”. È giunto il tempo che la Chiesa gerarchica lo faccia fruttare efficacemente.
Ultima domanda: quale sarà la prossima tappa sinodale di Papa Francesco?

 

Dall’assemblea sono stati proposti tre temi tra cui quello della sinodalità. Il Papa ha detto di non aver ancora deciso. C’è anche chi ha chiesto un Sinodo sul celibato sacerdotale, ma credo che sia molto prematuro visti anche i risultati in merito all’apertura ai preti sposati in Amazzonia. Precedentemente Francesco ha voluto due Sinodi sulla famiglia e uno sui giovani. Sicuramente il prossimo avrà un tema ugualmente di grande attualità per il mondo intero, non solo per la stretta geografia cattolica, e sarà anche profondamente collegato al cammino del pontificato missionario di Bergoglio.

“Nuovi cammini per la Chiesa: la Chiesa è fedele alla tradizione non al tradizionalismo”. Un testo del Card. Claudio Hummes

Pubblichiamo l’importante relazione del Cardinale Claudio Hummes, relatore generale al Sinodo amazzonico che è iniziato questa mattina in Vaticano.

Il tema del Sinodo che stiamo per iniziare, è: “Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”. Un tema che riprende le grandi linee pastorali proprie di Papa Francesco. Delineare nuovi cammini. Fin dall’inizio del suo ministero papale, Francesco ha sottolineato la necessità della Chiesa di camminare. Essa non può rimanere ferma in casa, occupandosi solo di sé stessa, racchiusa dentro mura protette. E ancor meno guardando indietro con la nostalgia dei tempi passati. Essa ha bisogno di spalancare le porte, di abbattere le mura che la circondano e di costruire ponti, di uscire e mettersi in cammino nella storia, in questi tempi di cambiamenti epocali, camminando sempre al fianco di tutti, soprattutto di chi vive nelle periferie dell’umanità. Chiesa “in uscita”. Perché uscire? Per accendere luci e riscaldare cuori che aiutino la gente, le comunità, i paesi e l’umanità intera a trovare il senso della vita e della storia. Queste luci sono soprattutto l’annuncio della persona di Gesù Cristo, morto e risorto e del suo regno, così come la pratica della misericordia, della carità e della solidarietà soprattutto verso i poveri, i sofferenti, i dimenticati e gli emarginati del mondo di oggi, i migranti e gli indigeni.
Il camminare rende la Chiesa fedele alla vera tradizione. Non il tradizionalismo che rimane legato al passato, ma la vera tradizione che è la storia viva della Chiesa, in cui ogni generazione, accogliendo ciò che le è stato dato dalle generazioni precedenti, come la comprensione e l’esperienza della fede in Gesù Cristo, arricchisce la tradizione stessa con la propria esperienza e comprensione della fede in Gesù Cristo nei tempi attuali.
Le luci: l’annuncio di Gesù Cristo e la pratica instancabile della misericordia nella tradizione viva della chiesa, indicano il cammino da seguire in un procedere inclusivo che invita, accoglie e incoraggia tutti, senza eccezioni, a camminare insieme, verso il futuro, come amici e fratelli, rispettando le nostre differenze.
“Nuovi cammini”. Nuovi. Non aver paura del nuovo. Nell’omelia di Pentecoste del 2013, Papa Francesco sosteneva: “La novità ci fa sempre un po’ di paura, perché ci sentiamo più sicuri se abbiamo tutto sotto controllo, se siamo noi a costruire, a programmare, a progettare la nostra vita secondo i nostri schemi, le nostre sicurezze, i nostri gusti (…) abbiamo paura che Dio ci faccia percorrere strade nuove, ci faccia uscire dal nostro orizzonte spesso limitato, chiuso, egoista, per aprirci ai suoi orizzonti. Ma, in tutta la storia della salvezza, quando Dio si rivela porta novità – Dio porta sempre novità – trasforma e chiede di fidarsi totalmente di Lui”. Nell’Evangelii Gaudium (n. 11), il Papa mostra Gesù Cristo come “l’eterna novità”. Lui è sempre il nuovo. Lui è sempre lo stesso, il nuovo, “ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8) il nuovo. Per questo la chiesa prega: “Manda il tuo Spirito e sarà una nuova creazione e rinnoverai la faccia della terra”. Allora, non temiamo il nuovo. Non temiamo Cristo, il nuovo. Questo sinodo cerca nuovi cammini.
Nel suo discorso ai vescovi brasiliani, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, nel 2013, a Rio de Janeiro, parlando di Amazzonia come “un test decisivo, un banco di prova per la Chiesa e per la società brasiliana”, il Papa propone di “rilanciare [lì, in Amazzonia] l’opera della Chiesa”, “di consolidare il volto amazzonico della Chiesa” e “di formare un clero autoctono”, aggiungendo: “In questo, per favore, vi chiedo di essere coraggiosi, di essere intrepidi”. Questo ci rimanda necessariamente alla storia della Chiesa in quella regione. Fin dai primordi della colonizzazione dell’Amazzonia, anche lì ci sono stati i missionari cattolici, sia per dare assistenza ai colonizzatori, sia per evangelizzare, all’epoca, gli indigeni. Inizia così la missione evangelizzatrice della Chiesa nella regione. Tra luci e ombre – sicuramente più luci che ombre – le generazioni successive di missionari e missionarie, soprattutto di Ordini e Congregazioni religiose, ma anche preti diocesani e laici – in particolare le donne – hanno cercato di portare Gesù Cristo ai popoli locali e di costruire comunità cattoliche. È giusto ricordare, riconoscere ed esaltare, in questo sinodo, la storia eroica – e spesso di martirio – di tutti i missionari e missionarie del passato e anche di quelli e quelle di oggi nella Panamazzonia. Accanto ai missionari, ci sono sempre stati numerosi leader laici e indigeni che hanno dato una testimonianza eroica e che spesso sono stati – e lo sono tuttora – uccisi. Non si può dimenticare inoltre, che la chiesa missionaria dell’Amazzonia si è distinta in tutta la sua storia – e ancora oggi si distingue – per i grandi e fondamentali servizi alla popolazione locale in ambito scolastico, sanitario, nella lotta contro la povertà e contro la violazione dei diritti umani. D’altro canto, la storia della Chiesa in Panamazzonia mostra che c’è sempre stata grande carenza di risorse materiali e di missionari per un pieno sviluppo delle comunità, in particolare l’assenza quasi totale dell’Eucaristia e di altri sacramenti essenziali per la vita cristiana quotidiana. Il volto amazzonico della Chiesa locale deve essere consolidato, come ha detto Papa Francesco nel già citato discorso ai vescovi brasiliani e anche il suo volto indigeno nelle comunità indigene, come ha esortato il Papa a Puerto Maldonado (19.01.2018). Fin dall’annuncio del Sinodo, il Papa ha messo in chiaro che il rapporto della Chiesa con i popoli indigeni e con la foresta Amazzonica, è uno dei suoi temi centrali. Infatti, annunciando il sinodo e spiegando le sue finalità, Francesco ha detto: “Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta” (Vaticano, 15.10.17). E a Puerto Maldonado, ha detto ai popoli indigeni: “Ho voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture.” Nella fase dell’ascolto sinodale, i popoli indigeni hanno manifestato in molti modi che vogliono il sostegno della Chiesa nella difesa e nella tutela dei loro diritti, nella costruzione del loro futuro. E chiedono alla Chiesa di essere un’alleata costante. Di fatto, l’umanità ha un grande debito verso le popolazioni indigene nei diversi continenti della terra e anche in Amazzonia. Ai popoli indigeni deve essere restituito e garantito il diritto di essere protagonisti della loro storia, soggetti e non oggetti dello spirito e dell’azione del colonialismo di chiunque. Le loro culture, le lingue, le storie, le identità, le spiritualità costituiscono ricchezze dell’umanità e devono essere rispettate e preservate e incluse nella cultura mondiale.
La missione della Chiesa oggi in Amazzonia è il nodo centrale del sinodo. È un sinodo della Chiesa per la Chiesa. Non una Chiesa chiusa su se stessa, ma integrata nella storia e nella realtà del territorio – in questo caso, dell’Amazzonia – attenta al grido di aiuto e alle aspirazioni della popolazione e della “casa comune” [il creato], aperta al dialogo, soprattutto al dialogo interreligioso e interculturale, accogliente e desiderosa di condividere un cammino sinodale con le altre chiese, religioni, scienza, governi, istituzioni, popoli, comunità e persone, rispettando le differenze, con l’intento di difendere e promuovere la vita delle popolazioni dell’area, soprattutto dei popoli originari e preservare la biodiversità del territorio nella regione amazzonica. Una Chiesa aggiornata, “semper reformanda”, secondo l’Evangelii Gaudium, ossia, una Chiesa in uscita, missionaria, con l’annuncio esplicito di Gesù Cristo, dialogante e accogliente, che cammina accanto alla gente e alle comunità, misericordiosa, povera, per i poveri, e con i poveri, e dunque con una opzione preferenziale per i poveri, inculturata, interculturale e sempre più sinodale. Una Chiesa di dimensione mariana, alimentata con la devozione per Maria Santissima, secondo molti titoli locali, soprattutto quello di Maria de Nazaré, la cui festa a Belém do Pará riunisce ogni anno milioni di devoti e di pellegrini. L’inculturazione della fede cristiana nelle diverse culture dei popoli si impone, come ha detto San Giovanni Paolo II: “Questa [l’inculturazione] costituisce un’esigenza che ha segnato tutto il cammino storico [della Chiesa], ma oggi è particolarmente acuta e urgente” (Redemptoris Missio, 52). Assieme all’inculturazione, l’evangelizzazione dei popoli amazzonici richiede anche particolare attenzione all’interculturalità, perché è lì che le culture sono molte e diversificate, sebbene mantengono alcune radici comuni. Il compito dell’inculturazione e dell’interculturalità si svolge soprattutto nella liturgia, nel dialogo interreligioso ed ecumenico,  nella pietà popolare, nella catechesi, nella convivenza dialogale quotidiana, con le popolazioni autoctone, nelle opere sociali e caritatevoli, nella vita consacrata, nella pastorale urbana.
Tuttavia, non si può dimenticare che oggi, e già da molto tempo, la Chiesa in Amazzonia soffre per la mancanza di risorse materiali necessarie per la sua missione e che ha la necessità di aumentare il suo potenziale di comunicazione (radio e Tv).
In questo ampio contesto, Chiesa ed ecologia integrale sul territorio sono collegate. E’ una Chiesa consapevole che la sua missione religiosa, in modo coerente con la sua fede in Gesù Cristo, include inevitabilmente “la cura della casa comune”. Questo legame dimostra anche che il grido della terra e il grido dei poveri della regione è lo stesso grido. La vita in Amazzonia forse non è mai stata tanto minacciata come oggi, “dalla distruzione e dallo sfruttamento ambientale, dalla sistematica violazione dei diritti umani fondamentali della popolazione amazzonica. In particolare, la violazione dei diritti dei popoli originari, come il diritto al territorio, all’autodeterminazione, alla delimitazione dei territori, alla consultazione e al consenso previo.” (IL,14). Secondo il processo di ascolto sinodale della popolazione, la minaccia alla vita in Amazzonia deriva da interessi economici e politici dei settori dominanti della società odierna, in particolare delle imprese che estraggono in modo predatorio e irresponsabile [legalmente o illegalmente] le ricchezze del sottosuolo e alterano la biodiversità, spesso in connivenza, o con la permissività dei governi locali e nazionali e a volte anche con il consenso di qualche autorità indigena. La consultazione sinodale registra anche che le comunità ritengono che la vita in Amazzonia sia minacciata soprattutto da: a) la criminalizzazione e l’assassinio di leader e difensori del territorio; (b) l’appropriazione e la privatizzazione di beni naturali, come l’acqua stessa; (c) le concessioni a imprese di disboscamento legali e l’ingresso di imprese di disboscamento illegali; (d) caccia e pesca predatorie, soprattutto nei fiumi; (e) megaprogetti: idroelettrici, concessioni forestali, disboscamento per produrre monocolture, strade e ferrovie, progetti minerari e petroliferi; (f) inquinamento provocato dall’intera industria estrattiva che crea problemi e malattie, in particolare ai bambini/e ai giovani; (g) il narcotraffico; (h) i conseguenti problemi sociali associati a tali minacce come l’alcolismo, la violenza contro la donna, il lavoro sessuale, il traffico di esseri umani, la perdita della loro cultura originaria e della loro identità (lingua, pratiche spirituali e costumi), e l’intera condizione di povertà a cui sono condannati i popoli dell’Amazzonia” (IL,15).
L’ecologia integrale ci palesa che tutto è collegato, gli esseri umani e la natura. Tutti gli esseri viventi del pianeta sono figli della terra. Il corpo umano è fatto con il “fango della terra”, su cui Dio ha “soffiato” lo spirito di vita, come dice la Bibbia (cf. Gen 2,7). Di conseguenza, tutto ciò che viene fatto ai danni della terra, danneggia gli esseri umani e tutti gli altri esseri viventi della terra. Questo dimostra che non si può affrontare separatamente ecologia, economia, cultura etc. In Laudato si’ si sostiene che devono essere pensate congiuntamente: un’ecologia ambientale, economica, sociale e culturale (cf. LS, cap. IV).
Anche il Figlio di Dio si è incarnato e il suo corpo umano viene dalla terra. In questo corpo, Gesù è morto per noi sulla croce per vincere il male e la morte, è resuscitato tra i morti ed è seduto alla destra di Dio Padre nella gloria eterna e immortale. Dice l’apostolo Paolo: “Perché piacque a Dio di fare abitare in lui [in Gesù resuscitato] ogni pienezza, e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose (…) le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Cl 1,19-20). In Laudato si’ leggiamo: “Questo ci proietta alla fine dei tempi, quando il Figlio consegnerà al Padre tutte le cose perché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28). Così le creature di questo mondo non ci appaiono più come semplice realtà naturale, perché il Resuscitato le coinvolge misteriosamente e le guida verso un destino di pienezza” (LS, 100). Così, Dio stesso si è collegato definitivamente a tutto il suo creato. Questo mistero si compie nel sacramento dell’Eucaristia.
Il Sinodo si svolge in un contesto di grave e urgente crisi climatica ed ecologica che coinvolge tutto il nostro pianeta. Il riscaldamento globale del pianeta per l’effetto serra ha generato uno squilibrio climatico senza precedenti, grave e impellente, come mostrato dalla Laudato si’ e dal COP21 di Parigi, dove è stato sottoscritto, praticamente da tutti i paesi del mondo, l’Accordo Climatico in verità fino ad oggi quasi inattuato, malgrado l’urgenza. Al tempo stesso, sul Pianeta avviene una devastazione, una depredazione e un degrado galoppante delle risorse della terra, tutto promosso da un paradigma tecnocratico globalizzato, predatorio e devastante, denunciato dalla Laudato si’. La terra non ce la fa più.
L’enorme realtà urbana dell’Amazzonia, in parte conseguenza delle migrazioni interne, e la presenza della Chiesa nelle città è un altro tema centrale di questo sinodo, perché anche la Chiesa, nella città, deve sviluppare e consolidare il suo volto amazzonico. Essa non può essere la riproduzione della Chiesa urbana di altre regioni. La sua missione in Amazzonia include la cura e la difesa della foresta amazzonica e dei suoi popoli: indigeni, caboclos, ribeirinhos, quilombolas, poveri di ogni specie, piccoli agricoltori, pescatori, seringueiros, spaccatrici di cocco e altri, secondo la regione. Questa missione sicuramente non sarà un peso, ma una gioia come solo il Vangelo sa offrire. Oggi le migrazioni sono un fenomeno mondiale, segnano i tempi attuali della Panamazzonia, tra le migrazioni, in passato quella degli haitiani, oggi quella dei venezuelani, ma soprattutto degli stessi indigeni e altre porzioni di poveri dell’interno della regione. La Chiesa ha fatto un grande sforzo di accoglienza. Ma bisogna porre l’accento sulla migrazione degli indigeni nelle città. Migliaia e migliaia. Hanno bisogno di un’attenzione efficace e misericordiosa per non soccombere culturalmente e umanamente in città, davanti alla miseria, all’abbandono, al disprezzo e al rifiuto, con un disperante vuoto interiore. “L’indigeno in città è un migrante, un essere umano senza terra e un sopravvissuto a una storica battaglia per la delimitazione della sua terra, con la sua identità culturale in crisi.” (IL, 132). Per molte ragioni è obbligato all’invisibilità. Il grido spesso silenzioso, ma non meno forte e pungente, degli indigeni urbani deve essere ascoltato. La Chiesa in città affronta tutta la problematica sociale e religiosa delle sue periferie povere e dell’evangelizzazione di tutti i segmenti della popolazione urbana.
Un’altra questione è la carenza di presbiteri al servizio delle comunità locali sul territorio, con la conseguente mancanza della Eucaristia, almeno domenicale, e di altri sacramenti. Mancano anche preti incaricati, questo significa una pastorale fatta di visite sporadiche anziché di un’adeguata pastorale con presenza quotidiana. Ebbene, la Chiesa vive dell’Eucaristia e l’Eucaristia edifica la Chiesa (S. Giovanni Paolo II). La partecipazione nella celebrazione dell’Eucaristia, almeno la domenica, è fondamentale per lo sviluppo progressivo e pieno delle comunità cristiane e per la vera esperienza della Parola di Dio nella vita delle persone. Sarà necessario definire nuovi cammini per il futuro. Nella fase di ascolto, le comunità indigene hanno chiesto che, pur confermando il grande valore del carisma del celibato nella Chiesa, di fronte all’impellente necessità della maggior parte delle comunità cattoliche in Amazzonia, si apra la strada all’ordinazione sacerdotale degli uomini sposati residenti nelle comunità. Al tempo stesso, di fronte al gran numero di donne che oggi dirigono le comunità in Amazzonia, si riconosca questo servizio e si cerchi di consolidarlo con un ministero adatto alle donne dirigenti di comunità. Un altro importante capitolo è la questione dell’acqua, “perché è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici” (LS 28). La scarsità di acqua potabile e sicura è una minaccia crescente in tutto il pianeta. “la questione non è marginale, bensì fondamentale e molto urgente (…). Ogni persona ha diritto all’accesso all’acqua potabile e sicura; è un diritto umano essenziale e una delle questioni cruciali nel mondo attuale”, ha affermato Papa Francesco in un discorso del 24 febbraio 2017. L’Amazzonia è una delle più voluminose riserve di acqua dolce nel pianeta. “Il bacino del Rio delle Amazzoni e le foreste tropicali che lo circondano nutrono i suoli e regolano, attraverso il riciclo dell’umidità, i cicli dell’acqua, dell’energia e del carbonio a livello planetario. Solo il Rio delle Amazzoni getta nell’Oceano (…) il 15% di acqua dolce totale del pianeta. Ecco perché l’Amazzonia è essenziale per la distribuzione delle piogge in altre regioni remote del Sud America e contribuisce ai grandi movimenti dell’aria in tutto il pianeta. Nutre anche la natura, la vita e le culture di migliaia di comunità indigene, contadini, afro-discendenti, popolazioni che vivono sulle rive dei fiumi e delle città (…). La sovrabbondanza naturale di acqua, calore e umidità fa sì che gli ecosistemi dell’Amazzonia ospitino dal 10 al 15% circa della biodiversità terrestre” (IL,9). Qui subentra anche la funzione della foresta e dei popoli indigeni. Di fatto, in Amazzonia la foresta si prende cura dell’acqua e l’acqua si prende cura della foresta e insieme producono la biodiversità, e i popoli indigeni sono i millenari guardiani di questo sistema. Per questo anche la Chiesa si sente chiamata a prendersi cura dell’acqua della “casa comune”, minacciata in Amazzonia principalmente dal riscaldamento climatico, dalla deforestazione e dalla contaminazione causata dalle miniere e dai pesticidi. Per concludere, propongo, per la dinamica dei lavori di questa assemblea sinodale, alcuni nuclei generativi: a) la Chiesa in uscita in Amazzonia e i suoi nuovi cammini; b) Il volto amazzonico della chiesa: inculturazione e interculturalità in ambito missionario-ecclesiale; c) La ministerialità nella chiesa in Amazzonia: presbiterato, diaconato, ministeri, il ruolo della donna; d) L’azione della Chiesa nel prendersi cura della Casa Comune: l’ascolto della Terra e dei poveri; ecologia integrale ambientale, economica, sociale e culturale; e) La Chiesa amazzonica nella realtà urbana; f) La questione dell’acqua; g) altri.
Chiudo invitando tutti a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo in queste giornate di sinodo. Lasciatevi avvolgere dal mantello della Madre di Dio, Regina dell’Amazzonia. Non lasciamoci sopraffare dall’autoreferenzialità, ma dalla misericordia davanti al grido dei poveri e della terra. Sarà necessario pregare molto, meditare e discernere una pratica concreta di comunione ecclesiale e di spirito sinodale. Questo sinodo è come un tavolo che Dio ha imbandito per i suoi poveri e ci chiede di servire a quel tavolo.

(Dal BOLLETTINO N. 0782 -07.10.2019 – Traduzione dal portoghese)