Vulnerabili, come il coronavirus sta ridisegnando la geopolitica mondiale. Intervista a Vittorio Emanuele Parsi

Occorre cominciare a concepirci come l’equipaggio di un solo e insostituibile vascello, che all’infinito naviga in uno sterminato oceano. La nave è vulnerabile, e la sua componente più vulnerabile è costituita dall’equipaggio, la cui sicurezza non può venir messa in secondo piano: perché la solidità e la resilienza di un sistema sono dettate da quelle dell’elemento più fragile.” Il Covid-19 sta mettendo sottosopra il nostro mondo. Anche gli equilibri di potenza. Quali scenari per la geopolitica mondiale? Ne parliamo con il professor Vittorio Emanuele Parsi, che ha dedicato proprio a questo tema un interessante ebook, uscito per Piemme. Il titolo del saggio è: Vulnerabili. Come la  pandemia cambierà il mondo. Vittorio Emanuele Parsi è Professor of International Relations ASERI Director all’Università Cattolica di Milano.

Professor Parsi, il suo interessante ebook prende in considerazione i possibili scenari geopolitici mondiali che il terribile virus Covid-19, con i suoi devastanti effetti sanitari, economici,  sociali e politici  sta producendo. E il titolo che ha dato al suo saggio è la sua chiave di lettura degli avvenimenti. Tutti, a causa di questa epidemia, ci siamo ritrovati più fragili e vulnerabili.  Facciamo il nostro dialogo dal concetto di “vulnerabilità” . Per lei quindi il mondo va ripensato dalla vulnerabilità, e dunque dalla fragilità. E’ davvero una bella sfida culturale e politica ai paradigmi che andavano di moda nel tempo “pre covid 19”. E’ così professore?

Sì è una sfida gigantesca. Si tratta di ricordarsi che nel nostro mondo iperglobalizzato la forza complessiva del sistema dipende da quella umana, la più vulnerabile. Nei sistemi complessi la ridondanza, la duplicazione di alcuni dei sottosistemi, serve a garantire l’efficacia, il funzionamento, anche a scapito parziale dell’efficienza. In termini concreti, il fattore umano è stato quello sacrificato sempre di più negli ultimi 30, costretto ad adattarsi ai ritmi e alle velocità degli altri (le merci, il denaro, le informazioni). Si immagini se una nave venisse progettata, costruita e condotta ignorando la necessità di proteggere l’equipaggio. Eppure è la stessa logica che si sta riaffermando, quando si oppongono le ragioni della ripresa dell’economia a quelle della sicurezza dei lavoratori: la necessità di fatturare e fare profitti, rispetto ai costi della protezione dei lavoratoti. Ma la sicurezza è il presupposto perché i talenti di ognuno possano trasformarsi in ricchezza per tutti.

Ora veniamo ai possibili scenari del nuovo mondo. Non sarà facile abbandonare i vecchi schemi. Certo per qualcuno, direi stoltamente, il mondo “post covid” sarà una occasione di “restaurazione”. Io penso che questo sia lo scenario con meno probabilità di riuscita, chi potrebbero essere i nuovi, se mai esistessero, “Metternich” di questo “disordine”  restaurato (parafrasando Emmanuel Mounier)? Usa o Cina?

In uno scenario di Restaurazione non avremmo alcun Metternich. Cina e Stati Uniti continuerebbero a competere per la leadership di un sistema globale che resterebbe tanto instabile, iniquo e quindi alla fine fragile quanto quello da cui provenivamo. Dietro i vari Trump e Xi, avremmo i veri “vincitori” della pandemia: poco importa se con passaporto cinese, americano od olandese. Penso a Daniel Zhang (Ali Baba), Mark Zukerberg, Jeff Bezos (Amazon), che dalla pandemia e grazie alla pandemia hanno tratto enormi profitti. Come i costruttori di armi, aerei, navi durante le due guerre mondiali: ma che per ora non  corrono il rischio che i loro extra profitti vengano pesantemente tassati, come invece sarebbe giusto. E come infatti accadde in tutti i sistemi liberal-democratici dopo le guerre mondiali.  Con la parziale eccezione dell’Italia. Non mi stupisco che Alain Elkann non veda nulla di strano nel chiedere allo Stato di farsi carico della socializzazione delle perdite, mentre con i soldi che FCA ha in pancia paga uno straordinario dividendo agli azionisti. Il nonno non agiva molto diversamente,  del resto. Noi opponiamo spesso il modello di capitalismo di mercato (occidentale) al capitalismo di concessione (cinese). Ed è vero che hanno caratteristiche diverse per la tutela della proprietà privata e per il rapporto tra élite economica ed élite politica. Nell’uno il rischio è che la prima controlli la seconda; nell’altro la certezza è che la seconda controlla la prima. Ma in realtà, i due modelli si parlano e sono all’interno di un unico sistema finanziario globale. E a mano a mano che tendono all’oligarchizzazione e alla concentrazione di ricchezza, reddito, opportunità e potere, si assomigliano sempre di più.

 Veniamo al secondo scenario, direi drammaticamente suggestivo. Uno scenario da “fine dell’impero romano”. Che cosa caratterizzerà questo secondo scenario? E aggiungo questo è lo scenario, per me, più pericoloso, già qualche segnale lo abbiamo…

È lo scenario di una deglobalizzazione drastica e incontrollata, che potrebbe aversi anche come contraccolpo del fallimento del tentativo di restaurazione. Tutte le istanze sovraniste sarebbero esaltate, perderemmo persino la consapevolezza che comunque viviamo tutti su un solo pianeta e su un solo pianeta tutti insieme potremmo morire. Ci dimenticheremmo che, anche una volta completamente sconnesso e ridotto in sfere economiche più o meno autarchiche e sfere di influenza politica chiuse le une alla altre, resterebbero una serie di problemi e sfide per loro natura globali che definiscono l’interdipendenza “naturale”, quella a cui non potremo mai sfuggire. Sono sfide oltretutto sempre più pressanti e urgenti (quelle ambientali, le pandemie, le migrazioni), che necessitano della collaborazione tra gli Stati (e non solo), sia pure su una base diversa dall’attuale. E invece noi avremmo perso persino la prassi e la fiducia nel multilateralismo, cioè nel metodo che riconosce che arrivare a una sintesi che tuteli gli interessi di tutti comporta il sacrificio di una parte di quelli di ognuno e uno sforzo continuo e instancabile.

 Tra i tanti pericoli, che lei intravede, nella transizione verso il “nuovo mondo” c’è quello del rischio autoritario. Perché?

 Perché nel primo scenario si rafforzerebbero quelle spinte tecnocratiche e decisioniste che, dietro la competenza degli “esperti”, ridurrebbero ulteriormente lo spazio deliberativo della democrazia (la discussione, il confronto aperto delle ipotesi, l’argomentazione trasparente degli interessi e dei valori che si ritengono prioritari e più degni di protezione) per imporre le “scelte necessarie e obbligate”. Un modo di aggirare la conquista del consenso che svuota e delegittima la democrazia e il principio di eguaglianza tra gli uomini e le donne che ne sta alla base. È un meccanismo che abbiamo visto all’opera durante il decennio che ha seguito la grande crisi finanziaria del 2008 e quella del cosiddetto debito sovrano del 2011. Il risultato è stato quello di alimentare sovranismo e populismo, i quali reclamano di dare la voce al popolo, di interpretarne  i bisogni e id desideri, ma in realtà si appropriano del tutto (il popolo sovrano) per gli interessi di una parte (la porzione di popolo che li appoggia). Guardi, il popolo dei sovranisti/populisti sta al popolo vero, come l’immagine riflessa in uno specchio al soggetto che si specchia o, per essere contemporanei, come il logaritmo di ricerca di Google delle “nostre” preferenze alle nostre vere preferenze.

E con il sovranismo come la mettiamo ?  Trump e Putin come giocheranno questa partita?

Trump e Putin credo la stiano giocando malissimo. Solo che il primo deve vedersela con un sistema politico che è ancora competitivo, con un sistema mediatico che non controlla totalmente, con l’impatto disastroso della pandemia negli Stati Uniti che non riesce a nascondere (neppure impedendo al dottor Fauci di riferire al Congresso degli Stati Uniti). Putin non ha questo problema, ma ha un’economia in ginocchio, un consenso ai minimi termini ed è “un uomo solo al comando” da troppo tempo.                                                       

Parliamo dell’Europa. Durante la pandemia, o meglio agli inizi non si è dimostrata all’altezza. Errore riconosciuto dalla stessa presidente della Commissione Europea. Adesso pare, grazie alla “conversione” di Angela Merkel, che sia  disposta a fare un salto di qualità.  E’ ottimista sul ruolo dell’Europa?               

L’Europa è stata colta come al solito in mezzo al guado; ma, o riesce a far sentire ai suoi cittadini di essere in grado di “fare la differenza”, o rischia di affogarci nel fiume che sta guadando. E noi con lei, purtroppo. Merkel inizia a capire che, di egoismo in egoismo, la Germania rischia di perdere quell’enorme capitale, per lei molto remunerativo in particolare da dopo la riunificazione tedesca, rappresentato dall’Unione Europea. Merkel stava finendo ostaggio dei giochini dei suoi partner minori (l’Austria, l’Olanda, la Svezia…), che non hanno certo i medesimi, poderosi interessi industriali della Germania. Questo spiega il suo (forse tardivo) nuovo coraggio europeista. E sulla strada ha trovato Macron, un altro in cerca di una sponda robusta per non finire travolto da una presidenza che è  stata sempre più percepita dai francesi come ostile alla stessa idea di interesse generale: nella Repubblica comunque erede della Rivoluzione del 1789, decisamente un po’ troppo. Vedremo se questa serie di debolezze (alle quali vanno aggiunte quelle di Spagna e Italia) riusciranno a compiere l’impresa di salvare quel grandioso progetto politico, innanzitutto politico, che era e deve restare l’Unione Europea.

Veniamo al terzo scenario, quello del “Rinascimento”. E’ lo scenario più positivo, e più affascinante. Implica un cambio radicale di paradigma, ovvero il perdere sul serio la vulnerabilità della persona umana. Questo implica una diversa concessione della politica, dell’economia. Una globalizzazione dell’umano e non delle cose.  Chi saranno i protagonisti di questo “ridisegno” del mondo? Papa Francesco può essere tra questi? 

Si tratta di ripartire dalla centralità dell’uomo: senza un nuovo Umanesimo non è possibile alcun Rinascimento. In questo la storia si ripete. Significa, in ultima analisi, ricordarsi che senza uomini e donne non c’è economia, non c’è politica, non c’è cultura, non c’è società. Qualunque attività umana deve servire l’uomo. Ricordiamoci che una nave senza equipaggio è inutile, è un vascello fantasma. E certo che Papa Francesco è un testimone di tutto questo. Ma non può essere lui a fornirci la leadership politica e la visione economica, né è uomo da prestarsi a chi vorrebbe strattonarlo di qui e di là per interessi di parrocchia. Siamo fortunati ad avere un pontefice come lui in un momento come questo. Ma ricordo che sarebbe ingiusto, ingeneroso e troppo comodo scaricare su un “re taumaturgo” la responsabilità di ogni cambiamento. Sta a noi farci iterpreti di un tempo nuovo di Rinascita. Impariamo dalla lezione appresa durante la pandemia. Quel poco o quel tanto di rallentamento che c’è stato nella diffusione del virus è dipeso dalle nostre scelte individuali. Noi abbiamo fatto la differenza, capendo che proteggere gli altri era il solo modo per ricevere quella protezione moltiplicata per 60 milioni: altro che i 60.000 vigilantes che qualche scriteriato propone… Guardi, per cambiare le cose servono una un perno, una leva e una forza da applicare alla leva. La forza è quella delle miriadi di braccia degli sfruttati dalla globalizzazione delle cose, che devono solo tornare a credere che nulla è impossibile. La leva è rappresentata dalle idee che da trent’anni circolano sulla necessità di cambiare registro, prodotte da economisti politici del calibro di Picketty, Stiglitz, Krugman, Reich, Rodrik, Mazzucato… e la lista è lunga. Il perno è costituito da un punto in cui possa concentrarsi una decisione politica. un punto in cui il potere politico sia contendibile da leadership capaci di farsi alfieri del cambiamento. Le elezioni americane di novembre sono il momento più evidente e ravvicinato dove questo cambiamento può innescarsi. Se lì cambia l’idea di cosa è accettabile, normale, “giusto”, il contagio sarà inarrestabile e investirà innanzitutto l’Europa. E le premesse ci sono. Questa è la crisi economica, politica e sociale più grave dal 1929: ebbene, dalla Grande Depressione si uscì con il New Deal. Fu la drammaticità della crisi a rendere possibile Roosevelt e il suo “Nuovo Contratto”. E a cambiare l’America, e poi l’Europa per i successivi 45 anni.

 E in questo “nuovo mondo” un ruolo strategico lo giocherà la Sanità più che le armi. E’ così professore?

Le armi resteranno importanti purtroppo. Ma la grandezza di una potenza non sarà solo misurata in termini di atomiche o cannoni e neppure di Pil o tasso di crescita: ma anche e soprattutto in termini di benessere, di equità del suo sistema sociale, economico e politico. Perché l’equità è il vero moltiplicatore dei talenti e della ricchezza.

 Ultima domanda. In origine i verdi tedeschi lanciarono uno slogan: pensare globalmente e agire localmente. Forse  è arrivato il tempo di metterlo in pratica davvero questo slogan… Che ne pensa?

Oggi la sfida è ancora più audace: pensa globalmente e agisci sia localmente sia globalmente. Guadagna un metro ovunque si possa guadagnare terreno. È la consapevolezza della nostra finitezza, della nostra vulnerabilità, a costringerci a pensare in grande a essere audaci, a spingerci a pretendere un sistema che consenta alle nostre capacità di essere esaltate e non schiacciate.

 

 

Speranze e limiti della tecnologia nella lotta al Covid-19. Intervista a Paolo Benanti  

 

Siamo  nella seconda fase della lotta al Coronavirus. Nella ripartenza del Paese,  che si spera sarà fatta con intelligenza e prudenza, è prevista, il lancio avverrà entro questo mese, l’utilizzo di un app. di tracciamento. App. che fa discutere l’opinione pubblica.

 Quali limiti invalicabili per la nostra privacy? Quali speranze può suscitare la tecnologia nella lotta al Covid-19. E quale sarà il ruolo della scienza nel mondo post-pandemia? Di tutto questo parliamo, in questa intervista, con il professor Paolo Benanti.

Paolo Benanti,  teologo,  classe 1973,  è un francescano del Terzo Ordine Regolare – TOR – e si occupa di etica, bioetica ed etica delle tecnologie. In particolare i suoi studi si focalizzano sulla gestione dell’innovazione: internet e l’impatto del Digital Age, le biotecnologie per il miglioramento umano e la biosicurezza, le neuroscienze e le neurotecnologie.

Come scrive lui stesso, “cerco di mettere a fuoco il significato etico e antropologico della tecnologia per l’Homo sapiens: siamo una specie che da 70.000 anni abita il mondo trasformandolo, la condizione umana è una condizione tecno-umana…”

Presso la Pontificia Università Gregoriana ha conseguito nel 2008 la licenza e nel 2012 il dottorato in teologia morale. La dissertazione di dottorato dal titolo “The Cyborg. Corpo e corporeità nell’epoca del postumano” ha vinto il Premio Belarmino – Vedovato.

Dal 2008 è docente presso la Pontificia Università Gregoriana, l’Istituto Teologico di Assisi e il Pontificio Collegio Leoniano ad Anagni. Oltre ai corsi istituzionali di morale sessuale e bioetica si occupa di neuroetica, etica delle tecnologie, intelligenza artificiale e postumano. Ha fatto parte della Task Force Intelligenza Artificiale per coadiuvare l’Agenzia per l’Italia digitale. E’ membro corrispondente della Pontificia accademia per la vita con particolare mandato per il mondo delle intelligenze artificiali. A fine 2018 è stato selezionato dal Ministero dello sviluppo economico come membro del gruppo di trenta esperti che a livello nazionale hanno il compito di elaborare la strategia nazionale sull’intelligenza artificiale e la strategia nazionale in materia di tecnologie basate su registri condivisi e blockchain. Tra le sue numerose pubblicazioni segnaliamo il nuovissimo EBook appena uscito per l’Editore “Castelvecchi”: Se l’uomo è solo. Speranze e limiti della tecnologia nella lotta al Covid-19.

Professore, siamo, nel nostro paese, nella “Fase 2” della lotta contro il coronavirus. Una fase,  delicatissima, che è molto importante per la ripartenza dell’Italia. Oltre alla riapertura, prudente, di alcune realtà produttive – rispettando i protocolli di sicurezza – è previsto anche l’utilizzo di un “app” (facoltativa) a sostegno della lotta contro il coronavirus. Sappiamo che si chiama “Immuni”. Servirà per evitare che il contagio si diffonda, attraverso un processo di tracciamento di un eventuale contatto con una persona contagiata. Questa tecnologia ha creato molte discussioni, ovvero su una possibile violazione della privacy, sulla raccolta dei dati e della loro gestione. Il governo ha stabilito che i dati raccolti saranno conservati fino al 31 dicembre di quest’anno .Dopo quella data verranno cancellati. Quindi , professore, non dovremmo avere più nessun dubbio circa l’utilizzo di questa applicazione?

Il tema centrale resta quello della giusta proporzionalità tra quanto consegniamo di noi come contributo al bene comune e il vantaggio che tutti ne abbiamo. E’ questo ciò che distingue un’eventuale app di tracciamento dall’essere utile oppure una minaccia della libertà. Immuni va giudicata dal reale bilanciamento che saprà fare tra questi due elementi. E qui arriva un’altra questione: quella dei dati che vengono utilizzati per il controllo dei contatti con eventuali Covid positivi, che hanno un grande valore. Ecco quindi che nel patto tra assistenza sanitaria, Stato e cittadino ci dev’essere la risposta al “quando”. Cioè, per quanto tempo verranno conservati e per cosa verranno utilizzati. Solo se il periodo previsto sarà lo stretto necessario e se verranno impiegati esclusivamente per questa finalità, allora potremo dire di mitigare gli effetti di questo sistema che di fatto è di controllo delle persone. Se ci concentriamo solo sull’app stiamo dicendo che è importante solo la vita di chi usa lo smartphone. Questo può essere uno strumento in più ma la risposta deve essere sociale, perché ognuno è una vita che ha dignità e diritti. Su questo non possiamo delegare alla tecnologia, che può essere un supporto, restando però sempre umani.

La risposta a questa pandemia dev’essere una risposta umana. Altrimenti rischiamo dei profili distopici e disumani. Ritenere il modello smartphone quello standard, significa infatti affermare che chi resta fuori, bambini, anziani, poveri, è di serie B. Se noi mettiamo l’altare della privacy contro quello della comunità stiamo creando un falso dilemma. Perché nella modalità con cui questa app funziona, il tracciamento è anonimo. Piuttosto si tratta di dati personali e non di privacy. La privacy è quel recinto all’interno del quale ognuno di noi fa quello che desidera e nessuno può entrare. Ma qui la differenza è che stiamo fornendo uno strumento flessibile ed anonimo per poter ricostruire gli ultimi 14 giorni di una vita che però prevede molti scambi e incontri.

Allarghiamo lo sguardo al nostro tempo. La pandemia, con la sua impressionante velocità di diffusione, ci ha scaraventati in un mondo, per alcuni versi, ignoto. Dovremo ripensare, in profondità, la nostra società. Ora qualche studioso ha affermato, anche, che siamo nel tempo del “post – umano”. Come si interseca questo con la costruzione del mondo “post-Covid”? 

Il movimento post-umano parte dall’assunto che una trasformazione profonda nel vivere dell’uomo è già avvenuta e che il risultato di questa trasformazione genera un cambiamento nel suo modo di essere dando inizio all’era post-umana. Da questo punto di vista il movimento post-umano, pur nella sua eterogenesi e nella sua diversità, si differenzia dai numerosi altri movimenti, come ad esempio il Cyberpunk: chi si riconosce appartenente alla corrente post-umana non guarda al futuro possibile ma alla realtà presente, riconoscendo che un cambiamento radicale nel modo di essere uomini già c’è stato. Il compito che si attribuiscono gli appartenenti al postumanesimo è, allora, quello di descrivere e analizzare la condizione post-umana. Il postumanesimo capisce se stesso e si descrive anche in relazione e contrasto con quello che viene definito umanesimo: da una prospettiva generata dalla recente filosofia continentale europea, l’umanesimo è visto non come un movimento progressista ma come una corrente reazionaria, in base al modo in cui si appella – positivamente, cioè facendovi ricorso come criterio fondativo – alla nozione di un nucleo di umanità o a una funzione essenziale comune nei termini della quale l’essere umano può essere definito e capito. Quello che il movimento post-umano contesta in maniera decisa è l’esistenza di un’idea di umano e umanità che sia immutabile. La tecnologia, più che la scienza, ha, agli occhi dei postumanisti, distrutto l’idea di una natura immutabile dell’uomo, rendendo evidente come l’essere umano sia un essere malleabile e capace di essere modificato a piacimento. È questo il punto che cambia la condizione umana in una condizione post-umana. Il mondo “post-Covid” potrebbe essere quello che sancisce per sempre l’idea di una umanità sconfitta dalle sfide della storia e che consegna alla macchina la supremazia nel decidere e nell’organizzare le relazioni umane.

Sempre per rimanere nell’ambito delle definizioni. C’è un legame tra la postmodernità e il post umanesimo?  Il postumanesimo è cesura radicale con tutto il passato?

Il movimento post-umano prende lentamente forma a partire dalla seconda metà del secolo scorso. Alcuni studiosi suggeriscono di guardare al 1982 come data in cui il movimento si inizia a costituire attorno ad alcune idee chiave. Il motivo di questa scelta è legato ad un articolo pubblicato dal popolare settimanale Time che, all’epoca, suscitò numeroso scalpore nell’opinione pubblica mostrando un mutamento ormai compiutosi nella società occidentale. Il Time è un settimanale statunitense che dedica la prima copertina di ogni nuova annata alla persona più influente dell’anno appena trascorso. Al personaggio prescelto è attribuito il titolo di Man of the Year. Nel 1983 il settimanale nordamericano, proseguendo una tradizione lunga oltre cinquanta anni, indica così le qualità che contraddistinguono il vincitore del 1982 è giovane, affidabile, silenzioso, pulito e intelligente. È bravo con i numeri e insegnerà o intratterrà i bambini senza un lamento. Il Time non si riferiva però ad un essere umano ma ad un computer: nell’editoriale che accompagnava la proclamazione del vincitore, Otto Friedrich fa notare che nonostante molti uomini avessero potuto essere eletti a rappresentare il 1982 nessuno era in grado di simbolizzare l’anno appena trascorso come un elaboratore elettronico. Seguendo le lettere di risposta dei lettori che seguirono la scelta del Time ci sembra di poter indicare in questo evento un simbolo di quanto il postumanesimo avrebbe proposto da lì a poco: “questa volta, sembrava, l’umanità ha fallito nel lasciare un segno. In fatti, il riconoscimento di ‘Uomo dell’anno’ non era più applicabile, così la copertina era decorata con un nuovo titolo: ‘Macchina dell’anno’. Al centro della pagina stava la macchina vittoriosa, con il suo schermo vivo con tutte le informazioni. Una scultura logora e senza vita di una figura umana che faceva da spettatore, con il suo epitaffio formato dalle quattro parole sotto il titolo principale: ‘Il computer arriva’”.

La nostra identità umana è un impasto di tanti elementi. Com’è l’identità dell’uomo nel tempo “post – umano”?  È arrivato il tempo del “Cyborg”? 

Viene sancita l’idea di un uomo in crisi, incapace di saper gestire le macchine che lui stesso aveva creato, destinato ad essere confinato in un passato fatto di residui archeologici.

Il post-umano si configura, quindi, attorno all’idea centrale di un’umanità sconfitta dal suo stesso progresso. Le difficoltà e le trasformazioni che ha conosciuto l’Occidente industrializzato nel primo dopoguerra hanno fatto emergere una serie di dubbi sulle capacità dell’uomo di saper gestire la complessità tecnico-sociale che egli stesso andava producendo. Queste riflessioni sono il nucleo su cui si fonda il pensiero raccolto ed elaborato dai postumanisti.  Con il cyborg parliamo di un uomo che in qualche modo pensiamo migliore e che interagisca con la tecnologia non solo mediante interfacce hard (macchine, computer o simili) ma anche mediante interfacce soft (farmaci o molecole appositamente modificate). Oggi si può parlare di cyborg non per la sola inserzione di componenti meccaniche o elettroniche nel corpo ma per una serie di relazioni tra uomo e tecnologia che hanno come finalità il miglioramento delle prestazioni: l’improvement. Il cyborg si presenta quindi come una questione che tocca direttamente le finalità della tecnologia biomedica e il destino dell’uomo.

Questo tempo, tra l’altro, è caratterizzato dall’affermarsi della A.I. Ovvero dalla “intelligenza artificiale”. Una sfida affascinante ma al tempo stesso carica di incognite. . `Viviamo nella “dittatura” del “dataismo” (parafrasando il dadaismo).. Perché,  per lei, questa è nuova religione? E chi sono i sommi sacerdoti?

Oggi l’umanesimo è di fronte una sfida esistenziale e l’idea di “libero arbitrio” è in pericolo. Le conoscenze neuroscientifiche suggeriscono che i nostri sentimenti non sono una qualità spirituale unicamente umana. Piuttosto, sono meccanismi biochimici che tutti i mammiferi e uccelli utilizzano per prendere decisioni calcolando rapidamente probabilità di sopravvivenza e la riproduzione: anche i sentimenti sono capiti come algoritmi!

Se portiamo questo processo alla sua logica conclusione dovremmo dare agli algoritmi artificiali l’autorità di prendere le decisioni più importanti della nostra vita, come oggi decidiamo in forza dell’autorità che diamo ai nostri sentimenti e vissuti, come dice l’umanesimo. Nell’Europa medievale sacerdoti e genitori avevanoil potere di scegliere il partner per le persone. Nelle società umaniste diamo questa autorità ai nostri sentimenti. In una società dataista chiederò a Google di scegliere. «Hallo Gooogle», dirò, attivando il sistema di intelligenza artificiale. «Sia Giovanna che Maria mi corteggiano. Mi piacciono entrambe, ma in un modo diverso, ed è così difficile decidere. Dato tutto quello che sai dei miei dati, che cosa mi consigli di fare?».

E Google risponderà: «Beh, io ti conosco dal giorno in cui sei nato. Ho letto tutti i vostri messaggi di posta elettronica, ho registrato tutte le chiamate telefoniche, e conosco i tuoifilm preferiti, il tuo DNA e l’intera storia biometrico del tuo cuore. Ho i dati esatti su ogni appuntamento e posso mostrarti secondo per secondo i grafici dei livelli di frequenza cardiaca, pressione sanguigna e lo zucchero per ogni appuntamento che hai avuto con Giovanna e Maria. E, naturalmente, li conosco così come conosco te. Sulla base di tutte queste informazioni, sui miei algoritmi superbi e grazie a statistiche di milioni di rapporti negli ultimi decenni, ti consiglio di scegliere Giovanna: hai una probabilità dell’87% di essere più soddisfatto di lei nel lungo periodo».

Il dataismo è la religione perfetta per gli studiosi e gli intellettuali: promette di fornire un Santo Graal scientifico che ci è sfuggito da secoli: una singola teoria globale che unifica tutte le discipline scientifiche, dalla musicologia, passando attraverso l’economia, fino alla biologia.

Secondo il dataismo la Quinta sinfonia di Beethoven, una bolla speculativa in borsa e il virus dell’influenza sono solo tre modelli di flusso di dati che possono essere analizzati con gli stessi concetti e strumenti di base. Questa idea è estremamente attraente e dà a tutti gli scienziati un linguaggio comune per costruisce ponti che superino le spaccature accademiche e le fratture interdisciplinari, essendo facile esportare le scoperte dataiste oltre i confini disciplinari.

La tecnologia è sempre più questione antropologica e religiosa che non tecnica!

Per contenere  la “dittatura” dei dati e degli algoritmi c’è bisogno di un Algor -etica. Più precisamente cosa vuol dire? 

L’industria informatica ha prodotto una nuova cultura, un nuovo modo di abitare il mondo. Una delle più grandi trasformazioni attraversa il mondo del lavoro, che si disintermedia mentre appare un nuovo attore sociale, l’algoritmo, e nuove forme di potere: le piattaforme digitali. Con la sua grande capacità narrativa, Ken Loach fotografa cosa significa oggi lavorare per un algoritmo che tende a ottimizzare il nostro processo produttivo. Con la scusa di considerare le persone “imprenditori di se stessi” si introducono nuove forme di lavoro a cottimo senza tutele.

Se le macchine riescono a surrogare l’uomo in tante decisioni, dobbiamo chiederci con quali criteri può avvenire questa surrogazione. In altre parole, se la macchina commette un errore chi è responsabile? L’etica diventa il guard rail che ci permette di convivere in modo più sicuro con queste macchine sapienti. L’etica, però, è una questione di valori difficili da comunicare alle macchine, che funzionano sulla base di numeri. E allora bisogna mettere insieme algoritmi ed etica. Da qui nasce un nuovo termine, l’algoretica, la nuova disciplina che vorrebbe rendere le macchine capaci di computare princìpi tipicamente umani. Un percorso che coinvolge più discipline: non bastano più filosofia, tecnologia, informatica, serve la contaminazione

Mentre in tutto il mondo si sta ricercando un vaccino che ci liberi da questa dannazione, in questi giorni abbiamo sperimentato il coraggio umano dei nostri medici. Per loro prendersi cura dei malati di Covid-19 è stato un autentico martirio.  Nel mondo “post-Covid” avremo   sempre più bisogno di Sanità e di grandi investimenti nella ricerca scientifica biologica. Che lezione trarre da quello che è successo?

Il Covid ci ha fatto pesantemente confidare nella digitalizzazione e nei sistemi informatici. Vogliamo sempre più usare le intelligenze artificiali e i sistemi esperti per la medicina e la sanità pubblica. Già da ora dobbiamo chiederci quali saranno le conseguenze per la sanità, specie per i modelli che prevedono un sistema pubblico. Per inquadrare bene lo scenario ci serve partire dalla storia recente. Non molto tempo fa la città di Chicago ha consegnato il controllo dei suoi parchimetri a un gruppo di investitori privati. I funzionari hanno pubblicizzato l’accordo come un’innovativa “win-win situation” — un’espressione idiomatica inglese che indica un accordo da cui entrambe le parti emergono con un vantaggio. La municipalità di Chicago, in cambio di un contratto di affitto di 75 anni, ricevette una somma forfettaria che andava a colmare un vuoto di bilancio cittadino. La prospettiva storica ci fa riconoscere che quel grosso pagamento anticipato era di gran lunga inferiore ai potenziali guadagni dei contatori: era almeno di 1 miliardo di dollari troppo basso. Al momento i sistemi diagnostici dotati di AI sembrano promettere di far risparmiare soldi a una sanità pubblica sempre più in difficoltà ma è un vero risparmio? Ad oggi non è chiaro. Quello che è certo è che nel frattempo, gli sviluppatori di questi sistemi diventeranno capaci di acquisire knowledge e capacità di intelligence sulla salute e sull’evoluzione delle condizioni cliniche dei cittadini. Le scelte tecnologiche che faremo potrebbero affidare non più al medico ma alla macchina la conoscenza di come sono distribuite le patologie, come queste evolvono, che connessione tra fattori secondari e condizioni mediche, l’efficacia delle terapie, le strategie di mitigazione di epidemie e anche dati sulle abitudini sessuali degli inglesi e sulle malattie sessualmente trasmissibili. I dati raccolti possono portare a miniere di informazioni ancora inimmaginabili. Questo know-how, inoltre, potrà essere rivenduto alle sanità e alle assicurazioni sanitarie di tutto il mondo. Dopo il Covid dobbiamo chiederci se e come sarà ancora possibile una sanità pubblica.

Lei è un religioso francescano, le chiedo quale potrebbe essere  il ruolo della Chiesa nel tempo “postumano”?

Nel corso della sua storia il cristianesimo ha abitato con competenza fine tutti i domini del sapere, a favore dell’intera famiglia umana. In questo passaggio della storia, segnato da una rivoluzione tecnologica permanente, il cristianesimo non si tira indietro: è generosamente al lavoro con una dedizione che onora la sapienza del passato. Il compito della Chiesa è quello di associarsi  tutti gli uomini di buona volontà che riconoscono la necessità di lavorare uniti per stabilire principi etici, tenendo conto delle complesse sfide che abbiamo in parte delineato. Noi tutti ci auguriamo che questo modo di accompagnare lo sviluppo tecnologico, che cerca di anticipare i problemi e la ricerca di soluzioni, anziché intervenire solo a posteriori, possa essere fruttuoso dando contenuto buono, forza e sostegno a quel neonato movimento culturale che si interroga criticamente sull’intelligenza artificiale. L’obiettivo è guidare la tecnologia verso un umanesimo che salvaguardi e promuova sempre la dignità dell’essere umano

Cosa può succedere dopo il coronavirus? Un testo di Leonardo Boff

Quale progetto per ricostruire il “mondo post-coronavirus”? Quali priorità? Di seguito pubblichiamo una interessante riflessione del teologo brasiliano Leonardo Boff.

Molti l’hanno predetto chiaramente: dopo il coronavirus, non sarà più possibile continuare il progetto del capitalismo come modo di produzione, né del neoliberismo come la sua espressione politica. Il capitalismo è buono solo per i ricchi; per il resto è un purgatorio o un inferno, e per la natura, una guerra senza tregua.

Ciò che ci sta salvando non è la concorrenza – il suo principale motore – ma la cooperazione, né l’individualismo – la sua espressione culturale – ma l’interdipendenza di tutti e tutte con l’umanità intera.

Ma andiamo al punto centrale: abbiamo scoperto che il valore supremo è la vita, non l’accumulo di beni materiali. L’apparato bellico che abbiamo, capace di distruggere più volte la vita sulla Terra, si è rivelato ridicolo di fronte a un invisibile nemico microscopico che minaccia tutta l’umanità. Potrebbe essere il Next Big One (NBO) che i biologi temono, “il prossimo grande virus” che distruggerà il futuro della vita? Non lo pensiamo. Speriamo che la Terra abbia ancora compassione per noi e ci stia dando solo una sorta di ultimatum.

Dato che il virus che ci minaccia proviene dalla natura, l’isolamento sociale ci offre l’opportunità di chiederci: qual è stato e quale dovrebbe essere il nostro rapporto con la natura e, più in generale, con la Terra come Casa Comune? La medicina e la tecnica, anche se molto necessarie, non sono sufficienti. La loro funzione è quella di attaccare il virus fino allo sterminio. Ma se continuiamo ad attaccare la Terra vivente, “la nostra casa con una comunità di vita unica”, come dice la Carta della Terra (Preambolo), essa colpirà di nuovo con altre pandemie mortali, fino a quella che ci sterminerà.

Succede che la maggior parte dell’umanità e dei capi di Stato non si rendono conto che siamo alla sesta estinzione di massa. Finora non ci sentivamo parte della natura, e nemmeno come la sua parte cosciente. Il nostro rapporto con essa non è il rapporto che abbiamo con un essere vivente, Gaia, che ha un valore in sé e deve essere rispettato, ma di mero utilizzo secondo il nostro comodo e per il nostro arricchimento. Stiamo violentemente sfruttando la Terra al punto che il 60% del suolo è stato eroso, nella stessa proporzione le foreste umide, e causiamo una devastazione incredibile di specie, tra 70-100 mila all’anno. Questa è la realtà attuale dell’antropocene e del necrocene. Continuando questa strada incontreremo la nostra stessa scomparsa.

Non abbiamo altra alternativa che fare, secondo le parole dell’enciclica papale “sulla cura della Casa Comune”, una “radicale conversione ecologica”. In questo senso, il coronavirus non è una crisi come le altre, ma esprime la richiesta di un rapporto amichevole e attento con la natura. Come si può realizzare questo in un mondo che si dedica allo sfruttamento di tutti gli ecosistemi? Non ci sono progetti già pronti. Tutti li stanno cercando. La cosa peggiore che ci potrebbe capitare sarebbe, dopo la pandemia, tornare alla situazione di prima: le fabbriche che producono a pieno ritmo, anche se con un minimo di attenzione ecologica. Sappiamo che le grandi aziende si stanno organizzando per recuperare il tempo e i profitti perduti.

Ma bisogna riconoscere che questa conversione ecologica non può essere immediata, ma piuttosto graduale. Quando il presidente francese Macron ha detto che “la lezione della pandemia è che ci sono beni e servizi che devono essere tolti dal mercato”, ha provocato l’immediato intervento di decine di grandi organizzazioni ambientaliste, come Oxfam, Attac e altre, che hanno chiesto che i 750 miliardi di euro della Banca centrale europea destinati a rimediare alle perdite delle imprese, siano utilizzati per la riconversione sociale ed ecologica dell’apparato produttivo nell’interesse di una maggiore attenzione per la natura, per più giustizia e uguaglianza sociale. Logicamente, questo sarà fatto solo ampliando il dibattito, coinvolgendo tutte le realtà, dalla partecipazione popolare alla scienza, fino a quando non emerga una consapevolezza e una responsabilità collettiva.

Dobbiamo essere pienamente consapevoli di una cosa: con l’aumento del riscaldamento globale e l’aumento della popolazione mondiale, devastando gli habitat naturali, avvicinando così l’uomo agli animali, questi ultimi trasmetteranno più virus, ai quali non saremo immuni, che troveranno in noi nuovi ospiti. Questo porterà a pandemie devastanti.

Il punto essenziale e inalienabile è la nuova concezione della Terra, non più come un mercato globale che ci pone come suoi signori (dominus), al di fuori e al di sopra di esso, ma come una super entità vivente, un sistema, autoregolato e in grado di auto ricrearsi, del quale noi siamo la parte cosciente e responsabile, insieme agli altri esseri come fratelli (frater). Il passaggio dal dominus (proprietario) al frater (fratello) richiederà una nuova mente e un nuovo cuore, cioè riuscire a vedere la Terra in modo diverso e poter sentire con il cuore la nostra appartenenza ad essa e al Grande Universo. Insieme a questo dovremo avere anche il senso di interrelazione tutti e tutte con l’umanità intera e una responsabilità collettiva verso un futuro comune. Solo in questo modo arriveremo, come prevede la Carta della Terra, a “uno stile di vita sostenibile” ed a una garanzia per il futuro della vita e della Madre Terra.

L’attuale fase di distanziamento sociale può significare una specie di ritiro riflessivo e umanistico per pensare a queste cose e alla nostra responsabilità nei loro confronti. È urgente e il tempo è poco, non possiamo fare troppo tardi.

*Leonardo Boff ha scritto Como cuidar da Casa Comun (Come prendere cura della Casa Comune), Vozes 2018, e A opção Terra: a solução da Terra não cai do céu (Opzione Terra: la soluzione per la Terra non cade dal cielo), Record 2009.

(Traduzione dal portoghese  di M. Gavito e S. Toppi)

Dal sito : https://leonardoboff.org/2020/05/03/cosa-puo-succedere-dopo-il-coronavirus/

«Addio, in questa prigione dorata non mi è mancato nulla se non le vostre carezze»

 

Su Interris.it è stata pubblicata la straziante lettera di un anziano che viveva in un Rsa e prima di essere ucciso dal Covid-19 saluta la figlia e i nipoti, senza sapere se leggeranno mai queste sue parole: i rimpianti, i rimorsi, le riflessioni di un uomo che sa di morire. Un commovente addio e una forte denuncia.  Ecco il testo della lettera

 

Pubblichiamo il testo integrale della lettera daddio di un anziano morto per coronavirus allinterno di una Rsa (Residenza sanitaria assistita, ndr) dove purtroppo si sono registrati numerosi decessi e dove le persone sono morte da sole e a causa della pandemia non si è potuto neanche celebrare un funerale

 

Da questo letto senza cuore scelgo di scrivervi cari miei figli e nipoti. (L’ho consegnata di nascosto a Suor Chiara nella speranza che dopo la mia morte possiate leggerla). Comprendo di non avere più tanti giorni, dal mio respiro sento che mi resta solo questa esile mano a stringere una penna ricevuta per grazia da una giovane donna che ha la tua età Elisa mia cara. È l’unica persona che in questo ospizio mi ha regalato qualche sorriso ma da quando porta anche lei la mascherina riesco solo a intravedere un po’ di luce dai suoi occhi; uno sguardo diverso da quello delle altre assistenti che neanche ti salutano.

Non volevo dirvelo per non recarvi dispiacere su dispiacere sapendo quanto avrete sofferto nel lasciarmi dentro questa bella “prigione”. Si, così l’ho pensata ricordando un testo scritto da quel prete romagnolo, don Oreste Benzi che parlava di questi posti come di “prigioni dorate”. Allora mi sembrava esagerato e invece mi sono proprio ricreduto. Sembra infatti che non manchi niente ma non è così…manca la cosa più importante, la vostra carezza, il sentirmi chiedere tante volte al giorno “come stai nonno?”, gli abbracci e i tanti baci, le urla della mamma che fate dannare e poi quel mio finto dolore per spostare l’attenzione e far dimenticare tutto. In questi mesi mi è mancato l’odore della mia casa, il vostro profumo, i sorrisi, raccontarvi le mie storie e persino le tante discussioni. Questo è vivere, è stare in famiglia, con le persone che si amano e sentirsi voluti bene e voi me ne avete voluto così tanto non facendomi sentire solo dopo la morte di quella donna con la quale ho vissuto per 60 anni insieme, sempre insieme.

In 85 anni ne ho viste così tante e come dimenticare la miseria dell’infanzia, le lotte di mio padre per farsi valere, mamma sempre attenta ad ogni respiro e poi il fascino di quella scuola che era come un sogno poterci andare, una gioia, un onore. La maestra era una seconda mamma e conquistare un bel voto era festa per tutta la casa. E poi, il giorno della laurea e della mia prima arringa in tribunale. Quanti “grazie” dovrei dire, un’infinità a mia moglie per avermi sopportato, a voi figli per avermi sempre perdonato, ai miei nipoti per il vostro amore incondizionato. Gli amici, pochi quelli veri, si possono veramente contare solo in una mano come dice la Bibbia e che dire, anche il parroco, lo devo ringraziare per avermi dato l’assoluzione dei miei peccati e per le belle parole espresse al funerale di mia moglie. Ora non ce la faccio più a scrivere e quindi devo almeno dire una cosa ai miei nipoti… e magari a tutti quelli del mondo.

Non è stata vostra madre a portarmi qui ma sono stato io a convincere i miei figli, i vostri genitori, per non dare fastidio a nessuno. Nella mia vita non ho mai voluto essere di peso a nessuno, forse sarà stato anche per orgoglio e quando ho visto di non essere più autonomo non potevo lasciarvi questo brutto ricordo di me, di un uomo del tutto inerme, incapace di svolgere qualunque funzione.

«Se potessi tornare indietro direi a mia figlia di farmi restare a casa»

Certo, non potevo mai immaginare di finire in un luogo del genere. Apparentemente tutto pulito e in ordine, ci sono anche alcune persone educate ma poi di fatto noi siamo solo dei numeri, per me è stato come entrare già in una cella frigorifera. In questi mesi mi sono anche chiesto più volte: ma quelli perché hanno scelto questo lavoro se poi sono sempre nervosi, scorbutici, cattivi? Una volta quell’uomo delle pulizie mi disse all’orecchio: “Sai perché quella quando parla ti urla? Perché racconta sempre di quanto era violento suo padre, una così con quali occhi può guardare un uomo?”. Che Dio abbia pietà di lei. Ma allora perché fa questo lavoro? Tutta questa grande psicologia, che ho visto tanto esaltare in questi ultimi decenni, è servita solo a fare del male ai più deboli? A manipolare le coscienze e i tribunali? Non voglio aggiungere altro perché non cerco vendetta.

Ma vorrei che sappiate tutti che per me non dovrebbero esistere le case di riposo, le Rsa, le “prigioni” dorate e quindi, si, ora che sto morendo lo posso dire: mi sono pentito. Se potessi tornare indietro supplicherei mia figlia di farmi restare con voi fino all’ultimo respiro, almeno il dolore delle vostre lacrime unite alle mie avrebbero avuto più senso di quelle di un povero vecchio, qui dentro anonimo, isolato e trattato come un oggetto arrugginito e quindi anche pericoloso. Questo coronavirus ci porterà al patibolo ma io già mi ci sentivo dalle grida e modi sgarbati che ormai dovrò sopportare ancora per poco…l’altro giorno l’infermiera mi ha già preannunciato che se peggioro forse mi intuberanno o forse no.

La mia dignità di uomo, di persona perbene e sempre gentile ed educata è stata già uccisa. Sai Michelina, la barba me la tagliavano solo quando sapevano che stavate arrivando e così il cambio. Ma non fate nulla vi prego…non cerco la giustizia terrena, spesso anche questa è stata così deludente e infelice. Fate sapere però ai miei nipoti (e ai tanti figli e nipoti) che prima del coronavirus c’è un’altra cosa ancora più grave che uccide: l’assenza del più minimo rispetto per l’altro, l’incoscienza più totale.

E noi, i vecchi, chiamati con un numeretto, quando non ci saremo più, continueremo da lassù a bussare dal cielo a quelle coscienze che ci hanno gravemente offeso affinché si risveglino, cambino rotta, prima che venga fatto a loro ciò che è stato fatto a noi.

 

 

(Dal sito: https://m.famigliacristiana.it/articolo/coronavirus-la-lettera-di-un-nonno-in-una-rsa-prima-di-morire-in-questa-prigione-dorata-non-e-mi-mancato-nulla-se-non-le-vostre-carezze.htm)

Il futuro è nelle nostre mani: la grafologia e le nuove sfide post-pandemia. Intervista a Sara Cordella

Questi sono giorni difficili, e assai complicati, Ma sono, anche, giorni -di riflessione Sul nostro futuro. Ci interroghiamo pure su quali risorse mettere in campo per la “ricostruzione”(che è ancora tutta progettare). Il segreto, forse, di un percorso inedito sta, letteralmente parlando,  nelle nostre mani. Ne parliamo con Sara Cordella, grafologa forense. Molti sono gli spunti che ci vengono da questo dialogo con una persona molto originale… 

 

Sara, stiamo vivendo una situazione di crisi dovuta ad una gravissima pandemia. Il “Coronavirus” è devastante non solo per i nostri polmoni ma rischia di diventarlo (anzi per certi versi lo è già diventato ) anche per la nostra realtà sociale. Insomma ci imporrà scelte non facili da compiere . Un esempio il mantenimento della distanza (quella dei due metri nel rapporto “vis a vis”). Sono sconvolgimenti non facili da gestire……Tutto il nostro corpo è investito da questi cambiamenti. Il virus si diffonde attraverso le mani e la bocca (che sono gli strumenti basilari della nostra intimità umana). Ma forse è dall’avere le mani, pulite ovviamente, che può rinascere uno sviluppo di nuova profondità umana. E’ così Sara?

Le mani sono state il segno di ricostruzione dopo ogni tragedia. Pensiamo al dopoguerra, quando hanno ricreato, mattone dopo mattone, le città devastate dalle bombe o a quelle immagini storiche nelle quali una stretta di mano ha rivoluzionato il mondo. Il virus sta sicuramente modificando le percezioni e l’utilizzo di tutti i sensi e probabilmente sarà così per il futuro.

Anche quando si riprenderà, gradualmente, la vita, non potremo affidarci al “dove eravamo rimasti?” di Enzo Tortora. Questa volta non potrà essere semplicemente una ripresa, perché dovremo imparare un nuovo linguaggio del corpo che si rifletterà in ogni sfera relazionale, pubblica e privata.

Avremo nuove mani, ma avremo anche nuovi occhi e impareremo un diverso gusto della vita.

 

Anche la nostra organizzazione del lavoro sta facendo i conti con la pandemia. Stiamo sperimentando lo ” smart working” (ma forse si è trattato più di lavoro domestico), una modalità che può avere degli sviluppi interessanti, ma occorre una disciplina del lavoro non banale.. Tu da professionista che esperienza hai fatto?

Io, come credo tutti, non ero preparata a una situazione così repentina e imprevedibile. Quindi mi sono trovata, nel tempo di una settimana, a gestire una situazione di lavoro complessa, con la chiusura dei Tribunali, e due figlie con la didattica a distanza. Di conseguenza, anche la casa è dovuta diventare un ambiente di lavoro, di coworking, variegato con spazi e supporti informatici per tutti. Scrivendo ora mi accorgo di quanto la nostra impreparazione si veda anche dalla quantità di termini che abbiamo dovuto mutuare dall’inglese per dare corretta idea di quello che stiamo facendo a casa. Il lavoro domestico, infatti, fino a ieri era solo quello inerente la pulizia e le faccende di casa.

 

Dicevamo delle Mani e quindi della grafologia. Quale potrebbe essere  il contributo alla nuova organizzazione del lavoro ?

La grafologia è nata come scienza a servizio dell’uomo e, mai come ora, potrà contribuire a questa ricalibrazione degli spazi in quanto usa uno strumento non invasivo, la scrittura, che non necessita contatto diretto e nel quale il foglio di carta può divenire un filtro protettivo più di qualsiasi mascherina.

In sintesi potrebbe intervenire in maniera efficace almeno in quattro fasi del percorso lavorativo:

  1. In fase di assunzione. Lo studio della grafia permette di identificare delle componenti fondamentali per le Risorse Umane. Si pensi all’intelligenza, la flessibilità, la precisione, la gestione dello stress, la capacità di lavorare in gruppo o da soli. Questo solo da un foglio scritto, senza la necessità di incontrare direttamente i candidati. La grafia permette di prevedere alcuni comportamenti a lungo termine e anche di vedere alcuni segnali di allarme. Come già avviene da molti anni in Francia e in altre nazioni Europee, la grafologia può essere un primo filtro, economico e in totale sicurezza, di valutazione di un candidato.
  2. Il rientro. Non possiamo non pensare al fatto che il lockdown sia stata un’esperienza inedita, complessa e lunga per tutti. Chi tornerà al suo lavoro, tornerà cambiato comunque, forse impaurito, forse disorientato. Affidarsi a figure per la comprensione e la gestione del proprio stato d’animo, percepite “sanitarie”, può non essere sempre facile da accettare. Lo strumento grafologico, che ovviamente non è curativo, ma solo di riflessione, può essere uno strumento meno invasivo che permette di parlare di se stessi con una chiave di lettura differente.
  3. La ricollocazione. Probabilmente alcune posizioni lavorative ed alcune mansioni andranno riviste. Mai come ora, diventerà importante avere l’uomo giusto al posto giusto. In confronto con il datore di lavoro sarà importante, lavorando sulle risorse del dipendente, capire, attraverso le competenze trasversali che emergono dall’analisi della scrittura, come valorizzare al meglio e nella giusta posizione il lavoratore.
  4. Lo smart working. Sicuramente questa parola, fino a ieri percepita lontana, diventerà di utilizzo quotidiano. Permettere al lavoratore di svolgere parte delle attività da casa offrirà una possibilità di gestire autonomamente i tempi di lavoro, fatta eccezione per le conference call che, comunque, saranno solo una parte dell’orario complessivo. Si passerà, in alcuni casi, da una condivisione di spazi di intere giornate, ad una riduzione, privilegiando il lavoro a distanza e andando a perdere il polso della situazione relativo allo stato di benessere o frustrazione del lavoratore. Anche in questo caso la grafologia può aiutare e facilitare un dialogo e la corretta percezione dello “stato di salute” delle persone che lavorano da casa.

 

La scrittura apre uno squarcio profondo sulla persona. Oggi, però, non sappiamo più scrivere con la nostra grafia (per colpa dei social). Bisogna riprendere confidenza con la nostra grafia…Un compito arduo! Non trovi Sara?

Ma forse è proprio questo il momento giusto! Ci troviamo, da genitori, a incoraggiare i figli ad usare strumenti che fino a ieri erano sinonimo di alienazione. Ora siamo noi stessi, per la scuola, ma anche per mantenere i rapporti con gli amici, a mettere in mano il tablet ai ragazzi. Allora perché non invertire i momenti? Perché non sconnettersi dal virtuale che ci riempirà anche in futuro la vita, per creare delle piccole oasi di benessere e intimità in cui ci troviamo in tre, senza assembramenti, noi, il foglio e una penna e riprendiamo confidenza con questa dimensione così privata e unica nella sua capacità di espressione? Stiamo riscoprendo il pane fatto in casa, e lo vediamo dal lievito che va a ruba, la manualità dell’acconciarci i capelli, noi donne private dell’indispensabile parrucchiere, perché non usare le mani come occasione per riprendere anche la penna in mano?

 

Ultima domanda: Tutti auspicano, per il dopo, una ricostruzione. Dal tuo punto di vista, di grafologa, da dove partiresti ?

Io, da grafologa, vorrei si ripartisse dalle piccole cose, dalle relazioni che sono sopravvissute alla lontananza e che richiedono tempo e pazienza, come quello della scrittura; dal percepire il foglio come filtro che arricchisce e non isola; dalla volontà di fare scorrere il tempo come scorre la penna, senza cristallizzarlo; dal non aver paura di lasciare un segno, anche andando contro corrente, perché i  fogli bianchi  non dicono nulla. Partiamo dalle mani per capire che ogni strumento diventa utile solo se lo sappiamo utilizzare.