“Marx aveva ragione, Camusso no. L’elezione di Landini non è scontata”. Intervista a Giuseppe Sabella

Sta per finire l’anno ed è tempo di bilanci. Il 2018 sarà ricordato, comunque la si possa pensare, come un anno di cambiamento, in cui inizia una fase nuova del Paese. Nello stesso periodo storico in cui si afferma il populismo in Italia, non solo il sindacato si ritrova a fare i conti con una politica del tutto inconsueta; inoltre, la stessa Cgil – che resta il sindacato più grande – è immersa nel suo percorso congressuale che la porta a decidere del suo nuovo corso. Come noto, Camusso ha indicato Landini come suo successore ma ne è nata un forte discussione interna che ha molto a che vedere con presente e futuro della politica. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0 e osservatore del mondo sindacale.

Sabella, dopo la designazione di Landini si è aperta una forte discussione in Cgil e, anche, al di fuori del sindacato di corso d’Italia. Qual è la situazione?

Destino vuole che la Cgil viva un congresso così importante nel duecentesimo anniversario della nascita di Karl Marx, che resta il più grande critico dell’economia capitalista, quantomeno delle sue derive. Per fare una battuta potremmo dire “Marx aveva ragione, Camusso no” visto che la segretaria uscente porta alla fase decisiva del Congresso la più grande organizzazione sindacale d’Italia spaccata in due: chi condivide l’investitura di Landini e chi non la condivide. Non è una grande situazione, né per la Cgil né per il Paese che ha bisogno di un sindacato unito. E se è divisa la Cgil, quale unità possiamo auspicare?

Ma come si arriva a questo punto?

Camusso dice che ha proceduto ad ascoltare il gruppo dirigente e ne ha tratto un’indicazione. Ma come è possibile che quest’indicazione coincida col nome di Landini se poi il gruppo dirigente non si mostra d’accordo? Del resto, Miceli – segretario generale chimici – ha detto pubblicamente “a me la questione non è mai stata posta”. Camusso probabilmente ha ritenuto che Landini fosse l’uomo giusto – e questo è un tema – ma evidentemente nelle modalità di designazione del candidato qualcosa non ha funzionato.

E adesso cosa succede? Si parla di un’altra candidatura e si fa il nome di Colla…

L’ultima riunione del direttivo della Cgil – vero luogo decisionale – apre ad una seconda candidatura considerata la discussione che ne è sorta. Le voci sono sempre più insistenti da questo punto di vista e io penso che questa seconda candidatura ci sarà e che possa esprimere un consenso interno superiore a quello che ha Landini, la cui elezione non mi sembra così scontata. Lui stesso, nelle sue apparizioni in TV è stato molto cauto sulla sua elezione. Ad ogni modo, portare alla contrapposizione le due anime della Cgil che esistono da sempre è un errore che si poteva evitare. Penso tuttavia che la statura delle persone coinvolte possa evitare lo scontro. Serve, infatti, una Cgil unita, perché c’è bisogno di un’unità nuova e forte dentro tutto il movimento sindacale. Non si possono vincere le sfide che ci attendono senza questa unità alla base.

Quando parla di sfide, a cosa si riferisce?

Per dirla con le parole del sociologo Mauro Magatti, bisogna costruire un rapporto nuovo tra economia e società. E ciò passa da una riscrittura dei diritti del lavoro – da una nuova Carta o Statuto che dir si voglia – e da un piano per lo sviluppo. Come si fa a fare queste cose se non si dialoga unitariamente? È una sfida già persa in partenza… Ma poi c’è un’altra questione di fondo ancor più macroscopica.

Quale?

Vi è un terzo aspetto che, io penso, è decisivo per le sorti della nostra democrazia rappresentativa. Non c’è nessun altro soggetto organizzato, oltre al sindacato, in grado di difendere la democrazia dall’attacco sovranista che fa leva non sul processo che lega la persona alle Istituzioni – attraverso i corpi intermedi – ma su un legame diretto: è un’idea vecchia che arriva dalla Rivoluzione Francese, lo Stato è espressione del Popolo e il Popolo è nello Stato. Ora, non è che il Popolo non sia nello Stato, ma se eliminiamo il processo faticoso che è alla base di questo rapporto – l’intermediazione tra Persona-Comunità-Istituzioni svolta dai corpi intermedi – viene meno il fondamento della democrazia rappresentativa. Io penso che questo sia un grande compito che hanno le forze sociali, quello di ristabilire un equilibrio che i movimenti sovranisti stanno alterando.

Non si tratta di un problema che forse parte da un po’ più lontano?

Si, ha ragione. Per onestà, va anche detto che il primo a stressare questo equilibrio è stato Berlusconi e che lo stesso Renzi per anni ha governato ricorrendo sistematicamente allo strumento del decreto legge. Evidentemente, anche la nostra democrazia – come quelle di tutto il mondo – ha qualche problema. Tuttavia, oggi il fenomeno conosce la forma di disintermediazione più avanzata che se non sarà affrontata porterà la democrazia ad una deriva preoccupante. È questa una sfida alla portata del sindacato visto che in Italia le sole CGIL CISL UIL rappresentano 11 milioni di persone. Certo, la loro capacità di “fare cultura” si è un po’ appannata in questi anni – mentre è resistita quella di rappresentare le persone nei luoghi di lavoro – ma io penso che con un’opportuna riflessione / riorganizzazione interna questa possibilità di tornare a incidere a livello culturale sia una possibilità concreta. Soprattutto se si considera che con il congresso della CGIL, inevitabilmente, partirà un nuovo corso per l’intero movimento sindacale.

Quindi, per ristabilire un equilibrio democratico nel Paese, meglio Landini o Colla alla guida della Cgil?

Io auspico che le due anime della Cgil trovino un punto di incontro. Gli stessi Landini e Colla sono due bravi sindacalisti: il primo resta il più bravo a muovere le persone – anche questo è importante – il secondo è molto capace a livello organizzativo, non a caso è il nome su cui converge quella parte di gruppo dirigente che non ha condiviso la scelta di Landini. Se in Cgil si trovasse una mediazione, questa sarebbe una grande lezione di democrazia per il Paese. Oggi questo presunto nuovo che avanza si diverte a citare Rousseau. Ricordo che il filosofo francese in quel suo grande scritto che è “Il contratto sociale” quando parlava di volontà generale non intendeva la volontà della maggioranza. Si riferiva, invece, al volere del popolo inteso come bisogno, anche, inespresso e inconsapevole. Questo è il compito che hanno le elite, ovvero le classi dirigenti: quello di capire i bisogni della comunità e di darvi risposta. Ciò implica delle scelte anche coraggiose che non sempre coincidono con quello che la gente si aspetta. Rinunciare alle giuste decisioni, in nome del consenso, significa venir meno alla propria missione.

La riforma dello IOR e l’ “eredità” di Marcinkus. Intervista a Fabio Marchese Ragona

Era il 1982 quando il Banco ambrosiano fu liquidato, Roberto Calvi fu trovato impiccato sotto un ponte londinese e Marcinkus fu accusato di aver avuto un ruolo centrale nel crac del banco milanese, giocandosi la berretta cardinalizia. Nello stesso anno fu istituita la commissionvaticanistae mista Italia-Vaticano per l’accertamento della verità sul crac dell’Ambrosiano e sul coinvolgimento dello Ior di Marcinkus. Cinque anni dopo, nel 1987, i magistrati italiani spiccarono nei suoi confronti, e in quelli di due suoi collaboratori, un mandato di cattura internazionale per concorso in bancarotta fraudolenta.

Tutto inutile. Il monsignore americano, cosi come i suoi fedelissimi, non vide mai le manette. Marcinkus, infatti, grazie all’immunità diplomatica ricevuta dal Vaticano, non poté essere arrestato: si era abilmente rifugiato dentro le mura d’oltretevere. E li rimase rinchiuso

per molti anni. I tentativi di contatto (formali e informali) della magistratura italiana, che chiese persino l’estradizione dell’arcivescovo, caddero tutti nel vuoto.

Il libro (“Il Caso Marcinkus” Ed. Chiarelettere), appena uscito nelle librerie, di Fabio Marchese Ragona – vaticanista di  Mediaset – ripercorre le imprese rocambolesche di quel banchiere senza scrupoli, arricchendole di dettagli venuti alla luce solo di recente, di nuove testimonianze e di documenti inediti.

A distanza di trent’anni dall’uscita di scena di monsignor Marcinkus, cosa resta di lui nelle stanze del torrione di Niccolo V, sede dell’Istituto per le opere di religione? E’ vero che lo Ior si e ormai quasi totalmente rinnovato, grazie alla vigilanza dell’Autorità d’informazione finanziaria della Santa sede e alle nuove normative sulla trasparenza entrate in vigore in Vaticano? Ne parliamo, in questa intervista, con l’autore. 

Fabio, il tuo libro, sul caso Marcinkus, porta nuova luce su fatti drammatici che hanno riguardato le finanze vaticane. Cinquant’anni di storia con molti protagonisti tra cui papi, capi di Stato, cardinali e banchieri. Ti chiedo: nello Ior aleggia ancora lo “spirito” di Marcinkus?

Di certo, con gli ultimi due papi, Benedetto e Francesco, le cose all’interno dello IOR sono cambiate radicalmente. Soprattutto Bergoglio, pontefice arrivato dall’Argentina, ha voluto dare un’accelerata alla riforma finanziaria anche se ha trovato tanti ostacoli lungo il suo percorso. Lo “spirito” di Marcinkus aleggia ancora quando qualcuno tenta di bloccare il vento di cambiamento voluto dal nuovo Papa. E purtroppo è successo. 

Nello IOR ci sono ancora opacità, nel libro riveli un episodio emblematico quello sulla riforma dello Statuto dello IOR. Puoi parlarcene?    

 Mi riferivo proprio a questo. Appena eletto Papa, Francesco ha istituito una commissione formata da cardinali, vescovi, monsignori e laici per studiare lo IOR e proporre al Papa un progetto di riforma. Dopo una riunione dell’autunno 2014 il Papa aveva chiesto che lo IOR modificasse lo statuto, fermo ancora al 1990. La commissione alla fine fu sciolta perché immobilizzata da chi faceva ostruzionismo. E lo statuto non fu mai cambiato.

Veniamo al tragico protagonista del tuo libro: l’Arcivescovo americano Paul Casimir Marcinkus. Dominus incontrastato delle finanze vaticane per trent’anni. Il periodo di Marcinkus attraversa uno dei periodi più difficili della storia del nostro Paese , con i suoi misteri. Il ritratto che ne viene fuori è di un uomo molto molto discutibile (incriminato dalla  magistratura italiana per il  caso del Banco Ambrosiano).  Come è stato possibile che un uomo così spregiudicato abbia goduto la fiducia di due grandi Papi: Paolo VI e Giovanni Paolo II? Quali “meriti” poteva avere?

Monsignor Marcinkus fu chiamato alla guida dello IOR da San Paolo VI perché Montini voleva riformare l’istituto, voleva che outsider rompesse gli equilibri della Curia. Marcinkus non aveva però alcuna competenza finanziaria, si affidava molto ad alcuni collaboratori laici e ad alcuni banchieri di cui si fidava ciecamente. Lui stesso godeva di grande fiducia perché era diventato molto amico sia di Paolo VI (gli aveva salvato la vita nelle Filippine) e del suo segretario particolare, sia di Giovanni Paolo II perché lo aveva aiutato molto a combattere il comunismo, facendo arrivare fondi a Solidarnosc.  

Fa impressione leggere della “bella vita”che faceva alle Bahamas l’Arcivescovo…sempre in golf club esclusivi, con l’immancabile sigaro cubano. Ma nelle Bahamas non andava  solo per vacanze…andava a creare istituti bancari ad hoc per un paradiso fiscale. Perché lo Ior aveva “bisogno” di questo tipo di Banca. Che tipo di operazioni voleva occultare lo IOR?

Lo IOR non voleva occultare delle operazioni. Non ne aveva bisogno. La dirigenza dell’epoca dell’Istituto per le Opere di Religione però era in affari con il Banco Ambrosiano e i vertici di quell’istituto bancario milanese avevano compiuto delle acrobazie finanziarie che partivano da Milano, transitavano dalla Città del Vaticano (per eludere i controlli), raggiungevano le Bahamas e poi rientravano tramite la Svizzera o tramite altre offshore. Un gioco di scatole cinesi. Marcinkus e company erano consapevoli di tutto: lo stesso monsignore era membro del CdA della Cisalpine di Nassau, creata con proventi della mafia.  

Parlando dell’Istituto di Nassau non si può non parlare di Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano morto a Londra sotto Il ponte dei “frati neri”.  I due, Calvi e Marcinkus, avevano un rapporto di una certa familiarità e amicizia. Alla morte di Calvi non prova alcun rimorso…anzi critica l’operato di Calvi. Eppure anche lui, Marcinkus, ha contribuito a mandare in rovina Calvi…. Come ti spieghi il comportamento del Monsignore?

Monsignor Marcinkus si fidava molto di Roberto Calvi e lo lasciava fare. Quando Calvi fu arrestato dalla Guardia di Finanza dopo il processo valutario, Marcinkus lo scaricò del tutto. Furono inutili i tentativi dei familiari di entrare in contatto con lui o con i suoi collaboratori. Successivamente Calvi, una volta uscito di prigione, tornò dal monsignore americano, implorandolo di poterlo aiutare. Marcinkus accettò di firmare delle lettere di patronage a patto che Calvi firmasse una lettera di manleva in cui si prendeva tutta la responsabilità sulle operazioni con le società offshore. Era un uomo con l’acqua alla gola e firmò. Fu la sua condanna a morte. 

Non poteva mancare il rapporto con un amico storico del Vaticano: Giulio Andreotti. Il “Divo” è stato utile per lui….Che tipo di rapporto c’era?

Tra Marcinkus e Andreotti c’era un rapporto molto stretto, di grande amicizia e di stima reciproca. I due si conoscevano da oltre 40 anni. All’interno dell’Archivio personale di Giulio Andreotti ho trovato decine di lettere e biglietti che i due si scambiavano. Anche quando il monsignore era rifugiato in Vaticano per sfuggire alla giustizia italiana, Marcinkus comunicava tramite lettera con il ministro degli esteri Giulio Andreotti.  

Un avversario di Marcinkus fu  Albino Luciani.Cosa opponeva questi due uomini così opposti?

Sul rapporto tra Marcinkus e Papa Luciani si è scritto tanto ma non ci sono mai state testimonianze dirette. Nel libro ho raccolto la testimonianza di un sacerdote che conosceva l’allora patriarca di Venezia e racconta che quando Luciani incontrò Marcinkus rimase molto deluso per il trattamento riservatogli dal prelato americano. Si era sentito – dice – trattato come un bidello. Quando Luciani divenne Papa aveva in mente di sostituire Marcinkus dalla guida dello IOR. Ma non perché serbasse rancore nei suoi confronti ma perché secondo Giovanni Paolo I era inconcepibile che un vescovo guidasse un istituto bancario. 

Con Wojtyla tocchiamo l’apice della “gloria” per Marcinkus. Sappiamo che Karol Wojtyla utilizzò lo Ior per finanziare il sindaco polacco  Solidarnosc. Qual è stato il ruolo dell’Arcivescovo  Marcinkus?

Con Giovanni Paolo II possiamo dire che il potere di Marcinkus crebbe ancor di più. Il monsignore americano sosteneva con forza la lotta di Wojtyla al comunismo e diede una grande mano per far arrivare fondi al sindacato polacco Solidarnosc. Nel libro viene testimoniato che il vescovo statunitense apriva dei conti correnti sui quali arrivavano fondi dagli Stati Uniti e da lì venivano dirottati in Polonia. Marcinkus era per Wojtyla un amico ma anche uno degli uomini di fiducia che avrebbero garantito che il suo progetto per il crollo del comunismo potesse andare in porto. 

Dopo averlo “glorificato” Wojtyla lo allontana (su pressioni di Casaroli e Silvestrini), tardivamente, dallo Ior.. Troppo Tardivamente non trovi?

 Giovanni Paolo II fece di tutto perché “l’allontanamento” fosse il più delicato possibile. Marcinkus continuò a vivere in Vaticano per diversi anni per poi far ritorno negli Stati Uniti. Giovanni Paolo II avrebbe voluto insignirlo anche della porpora cardinalizia, ma su questo trovò la resistenza dell’allora Segretario di Stato, Agostino Casaroli. Passò la linea di Casaroli e il monsignore tornò negli USA senza soldi e senza porpora.

L’Addio di Marcinkus allo Ior è segnato dal suo triste ritorno in   patria, gli Usa. Nel libro  riporti una dichiarazione di Andreotti ad una agenzia di Stampa  in cui sostanzialmente da la colpa al “Sistema Vaticano” che fece l’errore di affidargli, anni prima, la   Presidenza dello IOR. Lui Marcinkus, infatti, non aveva alcuna competenza bancaria…Insomma il “Banchiere di  Dio” è stato un povero ingenuo?

E’ stato un uomo che si è fidato troppo di persone sbagliate. Non so se ingenuo sia la parola giusta; di certo non aveva competenze e lui stesso non ne faceva mistero. Molti lo descrivono come un uomo straordinario, altri come un delinquente. L’unica cosa certa è che è sempre stato e rimarrà per sempre una figura controversa. 

Ultima domanda: Vista questa “eredità“, di Marcinkus, non sei molto ottimista sul tentativo di riforma dell’Istituto da parte di Papa Francesco…o sbaglio?

Papa Francesco ce la sta mettendo tutta, in Curia lo stanno aiutando. Sul tema finanziario, però, il Papa sta trovando molte resistenze da parte di molte persone. Non sono pessimista, anche se per Bergoglio riuscire a riformare del tutto lo IOR è una sfida non indifferente. 

 

L’Azione cattolica italiana, la politica e lo Stato. Una storia lunga 150 anni. Un testo di Guido Formigoni

Il testo che pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, è l’intervento del professor Guido Formigoni, Ordinario di Storia Contemporanea allo IULM di Milano, al Convegno “L’Azione cattolica italiana nella storia del Paese e della Chiesa (1868-2018)”. L’incontro si è tenuto a Roma la scorsa settimana, nei giorni 6-7 dicembre , all’Archivio Storico della Presidenza della Repubblica. Il Convegno segna la chiusura degli eventi promossi per i 150 anni di vita dell’Azione cattolica italiana. Il Convegno è stato una occasione di riflessione e confronto sul contributo offerto dalla Associazione alla vita del Paese e della Chiesa nei suoi centocinquant’anni di storia.

(I titoli dei paragrafi sono della redazione).

Credo necessario partire da una constatazione di cornice: potrebbe apparire eccessivo e forse addirittura fuorviante aoccd alcune sensibilità, dentro e fuori l’associazione, dedicare un’attenzione così rilevante e specifica al rapporto tra Azione cattolica, politica e Stato, a fronte di un’autocoscienza delle organizzazioni di azione cattolica che hanno sempre rivendicato un assoluto primato del religioso, pur con formule e linguaggi diversi nel corso del tempo. Molti libri hanno costruito la propria interpretazione su questo presupposto, giungendo a negare l’opportunità di fare una storia politica dell’Azione cattolica (per citare il titolo dell’antico libro di Gabriele De Rosa). Mi pare indubbio che tali intuizioni e tali percorsi siano stati concepiti nel quadro di un travagliato ripensamento sul senso della fede cristiana e dell’esperienza della Chiesa di fronte alla modernità, non certo primariamente con una intenzione e secondo un progetto di natura politica. Peraltro, fin dalle origini, se non vogliamo costruire una storia soltanto interna e un po’ anche riduttiva di queste esperienze, occorre considerare come dalla loro cultura e dalla loro sensibilità religiosa scaturissero sempre giudizi, scelte e riflessi che avevano un impatto più o meno diretto e profondo anche nella vicenda politica italiana. Tanto che il nesso tra l’ispirazione di fede e il contesto civile divenne più e più volte, in modi diversi a seconda dei periodi storici, un argomento discusso e controverso nelle fila associative. E ancor di più, potremmo dire, tanto che le conseguenze volute e spesso anche molti altri effetti paradossalmente non voluti di quella fondamentale ispirazione religiosa hanno pesato non poco nella storia civile del nostro paese. Una storia articolata dell’Azione cattolica, a sfondo nazionale (e forse anche più ampio), non può quindi sottovalutare questa dimensione. Mi limito qui a tentare di inquadrare alcuni aspetti di questa storia, soprattutto cercando di sintetizzare quelli che a me paiono rilevanti risultati delle ricerche più recenti, ma anche alcune esigenze di ripresa o di ulteriori approfondimenti, che lo stato degli studi suggerisce.

La fase intransigente

Il primo punto ha a che fare con l’assestamento dell’eredità di quella opposizione intransigente allo Stato risorgimentale e alla modernità liberale al cui interno si collocò senza equivoci la nascita dell’Azione cattolica moderna. Partendo dalle prime intuizioni e iniziative di Fani e Acquaderni, per approdare dopo qualche anno a quella forma particolare di modello semi-federale piuttosto sfrangiato e articolato nel paese, con la rete di esperienze collegata debolmente ma in modo simbolicamente forte nel circuito dell’Opera dei Congressi. Non è un tema oggi particolarmente rivisitato, dopo una stagione di discussioni aperte e di ricostruzioni anche vivaci, ma merita ancora a mio parere qualche attenzione. Il «cattolicesimo senza aggettivi» proclamato con grande forza dal barone d’Ondes Reggio nel 1874 si presentava come polemico contro le istituzioni nazionali, abbracciando il non expedit come bandiera identitaria. Ma voleva anche distinguersi da ogni progetto politico legittimistico superato dai fatti, mettendosi nell’ottica di una prospettiva nazionale ormai decisamente acquisita. Sono del tutto note le vicende articolate, gli alti e bassi di questa opposizione. È indubbio che non possiamo attribuire ad essa un peso esclusivo nel rappresentare un cattolicesimo italiano molto più articolato, in parte anche già profondamente inserito nelle classi dirigenti sociali e anche politiche dell’epoca (anche nella Sgci si espresse ad esempio notoriamente un filone apertamente conciliatorista). Abbiamo scontato, poi, quanto fosse poco centrato leggervi – come pure qualche studioso ha fatto – un compiuto disegno di sostituzione futura della classe dirigente liberale, oppure un dissidio esclusivamente di facciata che coprisse una solidarietà di classe fondamentalmente conservatrice, funzionale al consolidamento dell’egemonia capitalistica nel paese.

Ci resta però, io credo, da fare i conti con il tema degli effetti di lungo periodo di quella stagione. Prendendo in considerazione seriamente il peso di una «mentalità intransigente» ideologicamente assolutistica, abbarbicata a una identità mitica e costruita su un disegno alternativo all’esistente piuttosto astratto (anche se connesso a questioni tutt’altro che banali, quali quelle della rappresentanza degli interessi, delle istanze di giustizia delle popolazioni rurali e operaia, oppure delle forme della competizione sociale). Si pensi alla concezione alternativa della nazione, a quel mito dell’Italia cattolica che conduceva ad acquisire un linguaggio chiave della modernità ma in senso estraneo allo Stato nazionale. Si pensi alla persistente tendenza a leggere il primato della società in chiave illusoriamente autosufficiente, estraniandosi da una presa d’atto forte delle dimensioni storiche pesanti della modernità statuale. Si pensi ancora a una certa sottovalutazione permanente del conflitto sociale e culturale e delle sue esigenze, all’interno di una dimensione di costruzione del consenso che troppo ancora veniva affidata all’idea per cui esistesse la forza di verità consegnata da una tradizione indiscussa, fuori dagli istituti del costituzionalismo moderno e della divisione dei poteri.

La prima “democrazia cristiana”

Non a caso, l’uscita dall’opposizione attraversò un percorso notoriamente farraginoso e complesso, che si spalmò su parecchi decenni. Dobbiamo ricordare e valorizzare come prendesse piede un processo di politicizzazione progressiva di questo bagaglio, strettamente collegato allo sviluppo della particolare forma di nazionalizzazione. Connesso inoltre a una sorta di spinta dal basso, a un fenomeno democratico diffuso, proveniente dal pluralismo di questo mondo composito e nutrito dalla sua ampia condivisione dei problemi reali delle masse popolari che stavano costruendo pian piano una propria soggettività. La giovane «democrazia cristiana» di fine Ottocento germogliò tra i giovani della Sgci e delle sezioni giovanili dell’Opera, nelle unioni professionali e nelle cooperative e quindi nacque assolutamente in questo contesto, al di là dei suoi sviluppi interni, a loro volta plurali. Ponendo il problema dell’«azione sociale sul terreno costituzionale», oltre l’ombra della questione romana, tali gruppi giovanili esprimevano una progettualità piuttosto articolata di politicizzazione riformista e progressista del bagaglio intransigente. La crisi di inizio secolo dell’Opera dei Congressi mostrò peraltro che molteplici ostacoli si frapponevano a questo disegno: da una parte la resistenza gerarchica a uscire dall’idea che il «movimento cattolico» fosse fondamentalmente strumento di affermazione sociale degli interessi specifici e ristretti della Chiesa-istituzione. Dall’altro, le paure di ordine propriamente politico e sociale, dei vecchi intransigenti che vedevano gli spettri di sviluppi socialisteggianti. Di qui la linea di arresto imposta da Pio X a tale processo, che comportò lo scioglimento dell’«equivoco politico-religioso» dell’Opera (secondo la formula di De Rosa), in nome di un raccoglimento strettamente religioso e dell’unità del movimento, in una Chiesa gerarchicamente ordinata. Naturalmente, questa impostazione rifletteva un sospetto radicato nei confronti della politica, più ancora che una presa di posizione pro o contro un certo tipo di politica. Lo si vide anche dalla scarsa coerenza degli esiti delle alleanze clerico-moderate. Ma la forza delle cose non permise alla nuova uniformità ecclesiasticamente sancita di bloccare del tutto il movimento in corso, portando invece abbastanza rapidamente molti militanti dell’associazionismo cattolico ad assumere ruoli politici (oltre che sindacali) fuori dall’organizzazione. Proprio in parallelo a una strutturazione faticosa dell’Unione popolare come organo di raccolta del laicato attivo e militante sul terreno morale e religioso: un percorso che apparve molto difficile proprio per la vivacità diffusa di scelte diverse.

Il primo dopoguerra

La guerra mondiale così costituì contemporaneamente un vertice del processo di nazionalizzazione (fino alla messa sostanziale tra parentesi degli appelli pacifisti di Benedetto XV), ma al tempo stesso una complicazione nel processo di politicizzazione. Ben rappresentato dalle ambasce di Meda ministro, che si sentiva orgoglioso di aver sanato nella sua persona la spaccatura tra cattolici e istituzioni nazionali, ma appariva al contempo molto imbarazzato sulla propria possibilità di guidare un autonomo e specifico progetto politico nel cuore di quelle istituzioni. Fu piuttosto, di lì a pochi anni il prete don Sturzo, cresciuto a ruoli nazionali proprio nella Giunta direttiva dell’Azione cattolica voluta da papa Della Chiesa, a coagulare infine il progetto di un partito aconfessionale, ma rappresentativo al massimo di questo lungo processo di apprendistato sociale, culturale e anche politico.

Le difficoltà e il rapporto ambiguo con il Ppi dell’Azione cattolica furono ancora una volta frutto delle eredità di lungo periodo sopra delineate. La linea del presidente dell’Unione popolare Dalla Torre nel 1919 era teoricamente chiara: «preparazione delle coscienze per la restaurazione cristiana della società al di fuori e al di sopra dell’azione politica» (Malgeri 2008). Ma lo spazio per esercitare questo ruolo in modo distinto dalla stagione della fervida e disordinata mobilitazione sociale e politica postbellica non doveva apparire molto chiaro e solido.

Fu in fondo il catalizzatore fascista che dopo il 1920 provocò un ripensamento complessivo. Non attirò grandi simpatie cattoliche, nella propria proclamazione antirivoluzionaria, ma si pose come alternativa minacciosa, riuscendo a smontare con violenze e blandizie alternate la sovrapposizione di fatto – se non di diritto – della Chiesa e dell’Ac con il partito di Sturzo. Solo nell’ottica di questa sfida, dopo il 1922 con l’avvio del governo Mussolini, si comprende l’iniziale rigorosa spoliticizzazione favorita dall’orientamento di papa Ratti: la nuova Azione cattolica della riforma del 1923 doveva attenersi allo slogan: «prima di tutto formazione cristiana della vita individuale». In un’esperienza segnata dalla prevalenza del modello «milanese» già sperimentato sotto l’ispirazione del card. Ferrari: nomina ecclesiastica della dirigenza invece che forma elettiva, animazione dal basso della nuova società di massa su basi di intransigenza ideale, modernità degli schemi educativi e aggregativi. Un apostolato innervato quindi ancora da una cultura di stampo intransigente e antimoderno, che teneva ben fisso l’obiettivo della ricristianizzazione integrale della società, ma che aveva gradualmente fatto propria una serie di «mezzi», di schemi educativi, di modalità di mobilitazione e di propaganda, mutuati dalla stessa modernità contemporanea della società di massa. Una spregiudicata e «modernissima» apertura sui mezzi si collegava cioè a una marcata continuità delle finalità perseguite.

La convinzione per cui il cattolicesimo per sua natura e vocazione stemperasse i conflitti, fosse un attore di mediazione civile per eccellenza, portò inizialmente all’appello alla pacificazione nazionale lanciato nei primi anni Venti, come esito di una debole protesta per le violenze anticattoliche delle squadre fasciste, nel clima dello spettro di una guerra civile. In questa direzione, fu sviluppo quasi naturale l’approccio entusiasta alla Conciliazione. La scelta compiuta anche dal governo e dalla Santa Sede di «ridare l’Italia a Dio e Dio all’Italia», secondo la formula di papa Ratti, sembrava fissare definitivamente la legittimazione nazionale della Chiesa e il suo spazio sociale.  Del resto, fu lo stesso Pio XI che, ricevendo in udienza il presidente nazionale Luigi Colombo dopo il Concordato, lo esortò a un approccio positivo e attivo alla nuova situazione istituzionale e politica. Sostegno alle liste governative nel plebiscito, inserimento nelle strutture del regime, discussione spregiudicata anche sull’aspetto «dottrinario». Un «entrismo» che negli anni successivi sarà ad esempio fortemente sostenuto dall’assistente centrale mons. Pizzardo.

Il Fascismo

Da questa nuova condizione prese le mosse un confronto con il regime che tendeva sempre più chiaramente, lungo gli anni Trenta, ad assumere un carattere totalitario. L’ambizione espansiva di utilizzare il regime autoritario e antiliberale, fin dove possibile, per rafforzare i caratteri dell’«Italia cattolica» strideva quindi con la crescente ideologizzazione del mito nazionale che prese piede nell’ambito fascista, con i processi di statalizzazione dell’idea di nazione operata da Gentile, con il velleitario ma enfatico allargamento imperiale ed europeo dell’orizzonte fascista. Ecco allora la progressiva presa di sviluppo della parallela concezione «totalitaria» del cristianesimo ad opera del papa, che aveva nell’Ac pupilla dei suoi occhi l’immediato risvolto, quello operativamente più incisivo. L’annosa questione interpretativa sui rapporti tra Azione cattolica e fascismo ha ricevuto recentemente nuova luce nel porre la questione in questo orizzonte. Non si trattò solo di una storia di compromessi ed incontri, oppure di scontri e tensioni. Anche di questo, naturalmente, ma solo in quanto quel piano era espressione di una più radicale vicenda di contrapposizione e anche di imitazione reciproca, nella logica travolgente della costruzione di moderne religioni politiche e della inevitabile politicizzazione del religioso nell’autosufficienza totale ricercata dal modello cattolico militante. La costruzione della «regalità sociale di Cristo» si spingeva a dimensioni non solo strettamente interiori e privatistiche.

Ecco allora che si possono rileggere in quest’ottica gli scontri in difesa dell’autonomia dell’associazione nel 1931 o nel 1938. Si può anche però soppesare la compresenza nell’Azione cattolica di diversi disegni su come rapportare la propria forma cristiana totalitaria al regime: era possibile una sottile operazione di sostituzione del cattolicesimo al fascismo nell’ispirazione del regime totalitario nazionale? Oppure occorreva rafforzare l’intransigenza ideale per tenersi al riparo da contaminazioni sempre pericolose? Tutto il sottile e continuo tentativo di distinguere tra Stato e partito fascista, tra Italia del re e regime, tra regime nazionale e regime di partito si spiega alla luce di queste esigenze non sempre convergenti (Moro). Ci fu quindi anche, come è ormai chiaro, una gradazione nell’acquiescenza o anche nella franca accettazione dello stato di cose politico. Ci fu probabilmente una certa misura di successo pedagogico nel rivendicare l’interiorità come barriera e come distinzione dalla massificazione totalitaria fascista. Ci fu poi un progressivo distacco finale, indagato in tante storie individuali e nella vicenda spesso non lineare che la biografia degli esseri umani costruisce.

La sfida della rinascita democratica

Alla luce di questa consapevolezza, il mito della preparazione al futuro democratico consapevolmente costruita nei retroscena della dittatura, appare largamente improprio, come molti studi hanno dimostrato. Lo sguardo al futuro fu largamente imprevedibile e la determinazione verso il nuovo incerta. I rapporti di questa Ac con la vicenda civile italiana furono avviati nella complessa fase di transizione al dopoguerra e al postfascismo con l’intenzione di rispondere ad una nuova «sfida della democrazia», vista nel mondo cattolico con molte preoccupazioni come fonte di opportunità ma anche di pericoli (il pluralismo, la legittimazione dell’errore, il peso delle correnti anticlericali). Proprio il relativo successo di una compattezza costruita sul piano dell’identità religiosa spiega come la posta in gioco fosse, fin da subito, quella della capacità di influire nel nuovo contesto storico. E proprio l’eredità di letture diverse del fascismo ci porta a considerare ancora una volta come ci fosse una gamma non scontata di sbocchi culturali e politici possibili di questo passaggio critico. La comune formazione totalitaria poteva condurre a percorsi diversi: già il dibattito Gedda-Lazzati nella Giac del 1940-’41 alludeva a questa possibilità, evidenziando la trama di diverse interpretazioni del senso associativo, ma anche del significato della costruzione del regno di Cristo.

Gli studi hanno inquadrato la stagione del grande successo dell’operazione diplomatica montiniana, rispetto ad altri equilibri possibili. La vittoria del disegno di stabilizzazione democratica del ruolo sociale del cristianesimo guidato da De Gasperi, con la confluenza non semplice e non lineare attorno al nuovo partito della Democrazia cristiana di una componente soprattutto giovanile che si era formata nelle organizzazioni di Ac, fu favorita dal complesso dell’associazione sotto la presidenza Veronese, come risvolto dell’abile opera gestita dalla segreteria di Stato.

Tale passaggio comportò la valorizzazione politica estesa di un personale maturato nei ranghi associativi, non solo quella notissima dei movimenti intellettuali. Per allargare l’orizzonte, basta citare figure come Lazzati e Scalfaro o Gorrieri ed Emilio Colombo; oppure per il decisivo mondo femminile che si affacciava alle responsabilità politiche, protagoniste come Maria Federici, Maria De Unterrichter, Elsa Conci, Maria Eletta Martini. Abbiamo molta contezza ormai dei diversi passaggi cruciali rappresentati per alcuni nella capillarità delle scelte di resistenza, o almeno di distacco dal regime, o comunque di ripresa di un patriottismo non fascista, nella crisi della dittatura.  Non abbiamo ancora prosopografie complessive solide e non immaginifiche sulla Dc del dopoguerra ma è facile descrivere la «seconda generazione» come fortemente imperniata su questo ceppo formativo: i dirigenti dell’Ac passarono in quota rilevante a ruoli politici (qualcuno tentò anche di assommare i due ruoli…). La forza delle cose portò comunque una generazione di dirigenti e aderenti all’Azione cattolica sulla scena della storia e anche della politica, divenuti nei fatti una generazione di padri e madri della patria. Né vale dire che fosse ovvio, dato che l’Ac era diventata l’unica forma di struttura relativamente autonoma dalla gerarchia: proprio qui sta il punto.

Quel percorso non era stato scuola di politica, ma aveva strutturato una mentalità che può essere ritenuta interessante poi a capire anche alcune dinamiche interne a quello che si avviava a diventare il partito-perno del sistema. Pretesa di autosufficienza teorica, intransigenza sui valori, forte comunanza di abiti mentali e di comportamenti. Una cultura religiosa che era anche una sorta di antropologia civile implicitamente portata a comportamenti solidaristici. I riferimenti diffusi alla letteratura della crisi avevano predisposto ad accettare novità in materia di ruolo dello Stato e di controllo dell’economia. Tutto ciò era però collegato a una certa incertezza o a qualche ingenuità sulle culture operative e sui modelli, sul dialogo con le altre forze, sulle priorità strategiche e sulle opzioni programmatiche realistiche. In qualche modo questa complessità fu probabilmente una delle matrici di una certa flessibilità, che contribuì nel tempo a spiegare la tenuta della Dc come partito plurale che ammorbidì le divergenze tra diverse sensibilità e culture, nell’alveo del modello cangiante ma resistente dell’ «ispirazione cristiana» della politica.

Se di fatto nei primi anni del dopoguerra questa spinta si convogliò prevalentemente in canali democratici, confluendo a sostenere la battaglia democristiana contro gli oppositori politici, restava peraltro sospettosa e rigida nei confronti degli interlocutori e avversari esterni. Sullo sfondo stava ancora una rilettura possibile dell’identità cattolica come rivincita sui nemici storici e riaffermazione di un ruolo politico «naturale» di guida della società. Tali caratteri vennero accentuati dal clima di «scontro di civiltà» proprio degli anni più tesi della guerra fredda, con il pericolo comunista avvertito come sfida radicale. Si pensi ai modelli della mobilitazione elettorale dell’Ac (e del neonato comitato civico) soprattutto attorno al 1948. Luigi Gedda sulla stampa associativa rapportò la vittoria elettorale democristiana del 1948 ai sogni di Fani e Acquaderni nel 1868: finalmente si realizzava l’auspicata «Italia ufficialmente cristiana». La realizzazione politica nuova implicava l’unità sul terreno religioso come base del senso comune della nazione, e in questa direzione approdava spesso a quello che è stato definito un «esclusivismo cattolico» (la formula è di Miccoli) spinto addirittura alla negazione della legittimazione nazionale a chi fosse fuori dall’orbita ecclesiale.  Luigi Gedda rappresentava in questo percorso non tanto un’alternativa, ma una lettura diversa dell’insieme dei frutti di quel percorso organizzativo e formativo. L’accentuazione dell’obiettivo della cattolicizzazione giuridica del paese da ottenere con una forte pressione di massa che giungesse anche a condizionare la politica, la messa in secondo piano dell’approdo democratico e costituzionale della sintesi democristiana, la correzione socialmente conservatrice e politicamente a tratti reazionaria (nella logica dell’alleanza democristiana a destra per difendere la civiltà contro il comunismo) aveva un collegamento con il citato cruciale quadro identitario. La missione della riconquista era in questo caso letta secondo schemi molto più rigidi rispetto ad altre sensibilità, che la traducevano in mediazioni culturali più sfumate.

Gli studi su Gedda, la sua crescita nella considerazione di Pio XII e la sua conquista dell’Ac nazionale con la vicepresidenza nel 1949 e la presidenza tre anni dopo sono ormai diventati molto più cospicui, documentati e solidi. Indubbiamente l’Ac dopo il 1948 cambiò marcatamente il proprio volto pubblico: le crisi interne come quelle Carretto e Rossi, ma anche un tessuto di confronto continuativo restituito dagli ultimi studi, testimoniavano però di un persistente pluralismo. La parentesi geddiana, in fondo, non fu nemmeno così lunga, perché già con le nomine roncalliane del 1959 si tornò su posizioni meno esposte e più prudenti (Trionfini-Ferrantin).

Concilio e scelta religiosa

Qui si arriva ormai all’ultimo passaggio rilevante: la vicenda conciliare e la stagione della cosiddetta «scelta religiosa». Ridimensionamento e rinascita dell’associazione sono due lati di una storia sola. Che ormai sappiamo non essere guidata dal distacco e dalla critica nei confronti della politica. Tutt’altro: la sensibilità della nuova dirigenza montiniana (Bachelet e Costa) guidò un cammino di cordiale persuaso inserimento nella dinamica conciliare, con la coscienza che essa e i conseguenti stimoli provenienti dal disegno di ordinata recezione del concilio di papa Montini richiedevano un adeguamento della lunga tradizione associativa, non senza vere e proprie svolte rispetto al passato recente. Tale impostazione continuava comunque a ritenere il ruolo religioso e formativo dell’Ac come capace di comprendere anche un’attenzione critica alla vicenda civile e una attitudine a formare coscienze che si impegnassero alla costruzione di percorsi attivi nella società e nella politica.

Semplicemente, occorreva insistere su chiare distinzioni di responsabilità. Il nesso con la Dc venne indubbiamente ridimensionato. Tale distacco maturava quindi per ragioni squisitamente ecclesiali, confermando d’altronde valutazioni piuttosto simpatetiche e spesso anche controcorrente dell’unità dei cattolici nella Dc (mons. Costa cercava sempre, in quegli anni, un «contatto cordiale» con il partito di ispirazione cristiana). Anche dopo che i fermenti anti-istituzionali maturati tra i giovani e i movimenti sociali avevano fatto increspare il quadro del collateralismo cattolico, non furono certo prevalenti nel quadro associativo le sensibilità critiche verso il partito-Stato.

Appare opportuno peraltro mettere al centro della scena non solo la necessità dell’associazione di ritagliarsi uno spazio e un volto pubblici meno dipendenti dal legame con il partito-guida del paese. Occorre pesare specularmente la crescita nel partito di una nuova classe politica molto più centrata nella formazione interna, con carriere e opportunità molto meno dipendenti da ruoli associativi o comunque da riconoscimenti ecclesiastici. La «terza generazione» democristiana non sopportava molte concorrenze in questo senso. Perlomeno, il distacco deve essere rappresentato come biunivoco nelle sue cause e tendenze profonde.

Non si trattava comunque di una fuga dai problemi reali della storia: come hanno mostrato anche studi recenti, la dimensione civile era ben presente nelle attenzioni formative e nella stampa associativa. Era bensì il frutto di una lettura più articolata delle opportunità di servizio cristiano alla società, e di una valorizzazione della distinzione conciliare tra azioni del singolo credente e impegni della Chiesa (o dell’associazione stessa, strettamente collegata alla gerarchia), secondo «Gaudium et Spes», n. 76. Anzi, potremmo dire che in questi anni fu evidente il recupero e la nuova centralità di spunti e tradizioni culturali non omogenei all’intera storia associativa, o perché patrimonio prevalente di alcuni ambienti (in particolare quelli intellettuali), oppure perché legate a un filo rosso genericamente «cattolico-democratico» che spesso era stato storicamente esterno all’Ac «papalina» e intransigente. A livello di intenzioni espresse, quindi, appare oggi difficile sostenere che l’Ac avesse a un certo punto scientemente e volutamente cessato di «alimentare l’impegno politico dei cattolici» come si espresse una famosa lettera aperta al papa di sette noti intellettuali cattolici (da Gabrio Lombardi a Augusto Del Noce a Sergio Cotta), nel settembre 1974. Naturalmente, però, forme e modi di questo impegno formativo e culturale che non si traducesse in schieramento partitico non erano semplici da costruire, come mostrò soprattutto l’intricata crisi interna sul referendum sul divorzio, recentemente ricostruita da Vecchio.

In termini teorici, la discussione metodologica più agguerrita fu quindi quella sulla cosiddetta «mediazione culturale», che secondo la prospettiva della scelta religiosa doveva condurre a una distinzione e riconnessione originale tra i diversi livelli di azione e le rispettive autonomie. Lo scontro con la cosiddetta «linea della presenza» fatta propria da Comunione e liberazione dalla metà del decennio ’70 in poi è difficilmente sottovalutabile come indice di una divaricazione sul modo di assestare la dinamica post-conciliare nella Chiesa italiana. Recentemente alcune retoriche della comunicazione ecclesiastica hanno provato a ridimensionare tale confronto, addebitandolo semplicemente a incomprensioni o a sotterranee esigenze competitive. Mi pare difficile seguire questa tendenza: si trattò della maturazione di prospettive molto diverse su come leggere la secolarizzazione, interpretare la risposta ecclesiale, collegare il proprio progetto pastorale e la propria autocoscienza religiosa al loro impatto civile. Peraltro, ambedue le linee, potremmo dire, furono tendenzialmente ridimensionate nel medio periodo: la prima dall’assunto neo-istituzionale del pontificato di Giovanni Paolo II, la seconda dalla tutela gerarchica della spinta movimentista imposta dalla Cei presieduta dal cardinal Ruini.

In seconda battuta, esisteva però nella via ecclesiale italiana una linea di resistenza più sotterranea e meno articolata verso la «scelta religiosa», che faceva perno proprio sulla sfiducia di molti ambienti ecclesiastici nei confronti di un investimento sull’autonomia culturale (e infine politica) del laicato, e che chiedeva sorveglianza anche nei confronti del dibattito interno alla chiesa e all’Ac sui temi politici, dato che non si doveva mettere in questione l’unità fondamentale della Chiesa e nemmeno la precaria ma ancora centrale unità politica dei cattolici nella Dc (attorno a cui il discorso ecclesiastico conobbe addirittura un rilancio negli anni Ottanta).

In buona sostanza, però, questo ridimensionamento – potremmo forse dire questa progressiva emarginazione di tale sintesi nelle dinamiche della Chiesa italiana – pesò sulla ripresa di un ruolo di formazione all’impegno. E rese meno significativo e corale, riducendolo in qualche modo a scelta di minoranza, l’approdo di una nuova generazione di dirigenti dell’Ac alla militanza politica, sia a livello locale che nazionale. Un’esperienza ancora da studiare a fondo in termini storiografici, che iniziò dalla metà del decennio ’80, consolidandosi proprio in rapporto con la crisi dell’autosufficienza democristiana e poi con la dissoluzione della Dc. Si allargò quindi ulteriormente nel nuovo Partito popolare, soprattutto dopo la spaccatura del 1995 e la sua collocazione sul fronte di centro-sinistra politico del nuovo bipolarismo italiano. Una ripresa di passaggi personali che si collegò ad esperienze di altri circoli dirigenti dell’associazionismo, nel contribuire a formare una stagione di impegno originale di credenti nelle istituzioni. La fatica personale e la difficoltà storica di tale impegno fu peraltro connessa alla crisi incipiente della politica democratica, alla sua verticalizzazione e specializzazione, alla sua spettacolarizzazione e personalizzazione: tutti processi non certo semplici da gestire con la cultura democratica e la sensibilità culturale piuttosto articolata che erano maturate nell’associazione.

Conclusioni

In sintesi, è quasi banale riconsiderare il fatto che la questione politica coinvolse e interessò a lungo un’esperienza nata sul piano di un ripensamento profondo del ruolo del cristiano laico nel quadro della modernità. Specularmente, e forse con qualche minore ovvietà, possiamo affermare che la storia d’Italia non potrebbe essere compiutamente conosciuta senza considerare gli effetti di tale storia associativa, di un percorso formativo che ha raggiunto molte persone, di una mentalità originale consolidata nel tempo.

Potrebbe essere evocativo sintetizzare questo lungo percorso come un passaggio dall’intransigenza alla democrazia. Messa in questo modo, però, la riflessione storica si impoverirebbe molto, sena riuscire a rappresentare la complessità interna di questa evoluzione, la sua non linearità e nemmeno il pluralismo continuo di sviluppi possibili (via via divenuti maggioritari ed evidenti, oppure rimasti come alternative interne, oppure ancora progressivamente usciti dell’orizzonte associativo). L’onda lunga dell’eredità originariamente intransigente si è via via ripresentata e continuamente riespressa, ma è anche stata profondamente rivista e integrata da riletture innovative, da innesti esterni e rimodulata in sviluppi spesso divergenti. Straordinaria è stata l’importanza del mutamento storico della vicenda del paese, da cui sono provenute sfide e provocazioni che hanno costituito elementi decisivi della continua ridefinizione di sé stessa da parte dell’associazione.

L’effetto complessivo di questo itinerario è stato originale in ogni momento storico, ha visto spesso un confronto interno tra protagonisti e sensibilità diverse. Alla fine, ha portato comunque un contributo in termini di protagonismo personale e di influsso collettivo, nell’alveo della crescita storica dell’Italia unita. Successi e limiti della costruzione originale avvenuta nel nostro paese di un percorso costituzionale moderno di stampo europeo, oltre la dittatura e il totalitarismo, hanno avuto nel loro cuore anche la storia di questi uomini e queste donne credenti. E si spiegano meglio considerando congiuntamente sia il valore intrinseco e la forza trasformativa, sia le asperità e le fragilità tipiche del loro approccio al mondo contemporaneo.

(TESTO PROVVISORIO)

Dialogo con la Commissione Europea: “La ‘ricreazione’ per il governo è finita”. Intervista a Fabio Martini

Dopo la cena di sabato scorso tra Juncker, Presidente della Commissione Europea, e
Giuseppe Conte, premier italiano, il governo è alle prese con la riscrittura della legge di stabilità. Riscrittura che si rende necessaria dopo la bocciatura della manovra governativa e l’intenzione della Commissione di avviare la procedura di infrazione. È una corsa contro il tempo per evitare la procedura. Come si svilupperà il dialogo tra governo e Commissione Europea? Ne parliamo con Fabio Martini cronista politico della Stampa di Torino.

Fabio Martini, dopo la “commedia”, come ha giustamente definito Romano Prodi questi mesi di propaganda antieuropea, pare che il “principio di realtà” sia entrato nella mente dei due leader governativi… Come si svilupperà la trattativa?
I due leder del governo si sono misurati la palla per due mesi, hanno capito che l’effetto-mercati sarebbe costato troppo caro e ora stanno limando. Le modalità della trattativa bisognerà inventarle, visto che sinora non si era mai arrivati così vicini ad una procedura di infrazione così pesante. Ma le modifiche potrebbero essere inserite durante l’iter di approvazione parlamentare della Legge di stabilità e dunque senza subire ”l’onta” di riscrivere il provvedimento e a quel punto il Consiglio europeo di metà dicembre, chiamato a ratificare la precedente istanza della Commissione, non la approverà. Questo dice il buon senso, ma soprese sono sempre possibili, perché dovranno comporsi esigenze diverse: cambiare senza che appaia una marcia indietro; fare in modo che le due misure più innovative e anche più elettoralistiche (quota 100 e Reddito) diventino operative prima delle elezioni Europee del maggio 2019: fare in modo che quelle misure siano facilmente fruibili, perché altrimenti diventano un boomerang. Per sintetizzare: servirà una buona dose di gattopardismo e di sapienza legislativa per evitare il boomerang.

Parliamo della coalizione “gialloverde”. In sei mesi di governo non ha dato prova di brillantezza. Molta propaganda, insieme ad alcuni provvedimenti assai discutibili, che è, la propaganda, il collante che tiene insieme due “entità” diverse. Ebbene quello che si sta verificando, alla luce di alcuni fatti (vedi ad esempio il diverso atteggiamento sulla TAV ) è il venire meno di un collante che ha fatto pensare, o sognare, al partito unico dei populisti. Ritieni possibile, come ha scritto in questi giorni Paolo Mieli, sul Corriere, che qualora l’Italia andasse in recessione e non fosse in grado di far fronte alle emissioni dei titoli, il governo non reggerebbe. A quel punto sarebbero inevitabili le elezioni. PENSI che questo sia improbabile e che il governi duri, almeno, fino alle europee? Qual è il tuo pensiero?
Non credo affatto che nel giro di poche settimane tutto precipiterà verso elezioni anticipate, da tenersi a marzo. Ci vuole un certo coraggio a far cadere governo e legislatura, sfidando il destino con nuove elezioni, esattamente un anno dopo la conclusione fisiologica della precedente legislatura. Nel Regno Unito, dove sono abituati a questa prassi, non hanno apprezzato la sfida di Cameron su Brexit. E l’hanno mandato a casa. Certo, le Europee sono lontane ma il buon senso direbbe che il redde rationem si consumerà la prossima estate: lasciano o raddoppiano.

I sondaggi indicano una Lega sempre più nazionale, anche se è ancora presente la vecchia cultura autonomistica con un profilo marcatamente xenofobo e di estrema destra, capace di cannibalizzare Forza Italia e Fratelli d’Italia. Esiste un interclassismo leghista dunque . Insomma Salvini al nord prende i voti del “partito del PIL” al sud fa concorrenza ai pentastellati, al centro sta erodendo voti al PD. Fa impressione. Come si può governare un Paese con il bullismo di Salvini?
Bullismo? Diciamo la verità, noi italiani siamo abituati ad una politica troppo spesso ipocrita. Nel sopire le diversità o anche nell’esaltarle, ben oltre la propria convinzione. La brutalità di Salvini può apparire a qualcuno bullismo e in qualche caso il suo agire stride con il suo incarico di ministro dell’Interno. Penso alla vicenda delle tre minorenni contestatrici del ministro, messe al pubblico ludibrio in una foto “autorizzata” dal ministro stesso. Ma a ben guardare il piglio aggressivo di Salvini si ferma quasi sempre ad un passo dal bullismo. Come conferma il dietrofront nelle critiche all’allenatore del Milan Gattuso.

I 5stelle, in questi ultimi due mesi, hanno dato una immagine di sé poco edificante. Mettendo a nudo il loro antimodernismo e una grave insofferenza verso la complessità democratica liberale. Gli attacchi alla stampa ne sono la cifra più grave. Basterà il “Reddito di cittadinanza” a salvarli?
In questi mesi una parte del loro patrimonio di credibilità si è eroso. Sul Reddito si giocano molto: dovrà arrivare ad una vasta platea di giovani, soprattutto meridionali, ma in modo lineare: senza scontentare mezza Italia. Non sarà semplice.

Se il tema della sicurezza è così prorompente non pensi che una diga al dilagare del Salvinismo possa essere rappresentata dalla persona di Minniti?
È bastato che gli sbarchi diminuissero, o si parlasse d’altro, perché l’emergenza si sgonfiasse. Marco Minniti, se vuole diventare leader del Pd, dovrà saper parlare ai suoi elettori parlando in modo arioso di tante questioni e non soltanto di sicurezza.

Parlare di Minniti vuol dire parlare del PD. Un partito che rischia grosso. Francamente 7 candidature sono troppe. …Cosa c’è da dire di più sul PD? Sembra un partito, per usare un termine martinazzoliano, che ha fatto l’abbonamento alla disfatta…
Il Pd rischia grosso, sette candidature sono troppe ma soltanto perché non corrispondono a proposte visibilmente diverse. Sono soltanto sfumature dello stesso colore, in particolare per quanto riguarda i tre candidati più quotati. Con due osservazioni ulteriori, una deprimente e una incoraggiante. Deprimente è la qualità del dibattito pre-congressuale: si sta svolgendo in modo molto introverso, senza una sola proposta che parli al Paese, o meglio alla metà del cielo che non ama il governo. Incoraggiante è invece la prospettiva elettorale: in elezioni Europee molto polarizzate – governisti contro antigovernisti – è possibile che il voto si coaguli dove c’è maggiore massa critica. Se un tempo le Europee erano l’occasione per togliersi uno “sfizio”, le prossime potrebbero trasformarsi in una chiamata alle armi da parte delle casamatte più grandi. Il Pd potrebbe giovarsi di questo clima.

In molti cercano una opposizione. Il civismo, la piazza di Torino ne è un esempio, può essere un elemento per la costruzione di una alternativa?
A Roma e a Torino si sono coagulati due mood diversi. A Roma l’esasperazione del ceto medio progressista per l’esaurirsi di quei gesti che costituiscono l’abc di ogni amministrazione municipale. A Torino, più che la Tav, ha inciso la rivolta contro il declino della città, accelerato dai no sistematici della Appendino. Questi movimenti civici in tutta Italia sono molto più ampi, diffusi e radicati di quel che sembra, ma per trasformarli in energia politica servirebbero progetti mirati e leader. Mancano entrambi. E il Pd combatte la battaglia dell’ombelico.

La vicenda della legge di stabilità, criticata da tutti della UE, compresi quelli del patto di Visigrad, ha lasciato una immagine di un’ Italia isolata. Per adesso Salvini ha ricevuto il sostegno della Le Pen. Un po’ poco per costruire l’alternativa sovranista… Pensi che davvero le elezioni europee soffierà forte il vento sovranista?
È presto per dirlo. Molto dipenderà da come i grandi leader europeisti decideranno di drammatizzare la partita elettorale. Se lo faranno, il vento populista, già non molto energico, si fermerà. E comunque, diciamo la verità: ogni volta che i populisti sono attesi da un boom elettorale, questo boom non c’è. In Francia, in Baviera, in Olanda, in Svezia, ovunque, si ripetono puntualmente queste vittorie dimezzate. È come se la paura, da loro cavalcata per conquistare consensi, al dunque fosse sovrastata da un’altra paura, eguale e contraria: il timore che possano conquistare il governo. Per ora questo è accaduto solo in Italia. Anche perché Lega e Cinque stelle si erano presentati in contrapposizione.

PRIMA CHE GRIDINO LE PIETRE. Manifesto contro il nuovo razzismo. Un libro di Alex Zanotelli

 

Alex Zanotelli (ANSA / CIRO FUSCO)

Alex Zanotelli (ANSA / CIRO FUSCO)

Mi diranno che faccio politica?

La vita di ogni giorno è politica.

Ogni nostra scelta è politica.

Alex Zanotelli

Questo libro racconta il razzismo di ieri e soprattutto di oggi, potente macchina del consenso. Missionario e attivista – da sempre convinto che “Dio è schierato, è il Dio degli oppressi, degli schiavi, dei poveri” –, Alex Zanotelli compone uno scritto politico che non è solo denuncia del presente ma contributo essenziale di conoscenza. È il precipitato di oltre cinquant’anni vissuti fianco a fianco con gli ultimi della terra, prima in Sudan poi in Kenya, in una delle infinite baraccopoli di Nairobi. È sorprendente leggere il racconto della quotidiana distorsione dei fatti, di cui ormai siamo vittime, spesso inconsapevoli. È decisivo restituire una storia ai popoli in fuga, per capire quello che sta succedendo, perché di quella storia siamo responsabili. Ricordando la “santa collera” del pastore luterano Kaj Munk; il Sanctuary Movement che, a partire dagli Stati Uniti, ha trasformato le chiese in rifugi protetti; il primo sciopero dei braccianti africani, guidato dallo studente di ingegneria e lavoratore nei campi Yvan Sagnet, fino all’esperienza di Riace, Zanotelli, in questo libro, da oggi nelle librerie, tira le fila di un’Italia impegnata e rilancia con forza il valore politico della disobbedienza civile.

GLI AUTORI

Alex Zanotelli, nato a Livo (Trento) nel 1938, completa i suoi studi a Cincinnati (Usa) e, nel 1964, è ordinato sacerdote. Missionario comboniano, dal 1965 al 1978 vive in Sudan, dal 1978 al 1987 è direttore della rivista “Nigrizia”, nel 1988 arriva in Kenya e dal 1990 al 2002 vive a Korogocho, baraccopoli di Nairobi, un’esperienza che ha raccontato nel libro autobiografico «Korogocho. Alla scuola dei poveri» (Feltrinelli 2003). Dall’aprile del 2002 risiede stabilmente in Italia, a Napoli, nel rione Sanità, dove continua la sua battaglia dalla parte dei poveri.

La curatela di questo libro è di Valentina Furlanetto, giornalista di Radio 24 – Il Sole 24 Ore che si occupa prevalentemente di immigrazione, economia e temi sociali. Tra i suoi libri ricordiamo «L’industria della carità» (Chiarelettere 2013).

Per gentile concessione pubblichiamo un estratto del libro.

Piccola premessa

Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), i rifugiati nel mondo sono sessantacinque milioni, l’86 per cento dei quali è ospitato nei paesi più poveri. Appena il 14 per cento si trova nell’Occidente ricco e sviluppato. Eppure l’Europa si sente sotto assedio, si sente invasa, reagisce con paura e ostilità, erge muri, srotola filo spinato, chiude i porti, respinge i migranti. Quella stessa Europa che pretende di essere l’esempio della civiltà tollera episodi di discriminazione e xenofobia. Gli italiani, emigrati negli anni in tutto il mondo, hanno dimenticato la loro storia, o fanno finta di non ricordarla.

QUESTO LIBRO

Questo libro nasce dall’esigenza di un confronto forte e deciso con il razzismo e la xenofobia che ci stanno travolgendo. Dobbiamo farlo insieme, credenti e laici, dobbiamo riappropriarci di quella che il pastore danese  Kaj Munk, luterano antinazista, ucciso come un cane nel 1944, definiva «santa collera». L’informazione deve illuminare i motivi per cui le persone scappano dal proprio paese: dittature,guerre, cambiamenti climatici, crisi umanitarie. Se l’Africa soffre è anche responsabilità nostra perché per secoli è stata depredata. E anche ora si continua: miniere da cui vengono estratti importanti minerali per le componenti hi-tech, per i nostri telefonini, per i computer. L’Onu si aspetta entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. E ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’Eni a Finmeccanica. Le chiese devono diventare luoghi di rifugio per i migranti. Nel Vangelo c’è scritto di accogliere, ma da anni esiste la Lega, è mai possibile che nessuna conferenza episcopale, un vescovo lombardo, veneto, abbiano analizzato la Lega e il suo razzismo? Tutti siamo sotto accusa per la situazione in cui ora ci troviamo, anche la mia Chiesa.

Mi appello alla marina e alla guardia costiera perché di fronte a provvedimenti come la chiusura dei porti mettano in atto la disobbedienza civile. L’Europa finora è rimasta a guardare l’enorme problema degli immigrati e non è stata in grado di mettere in campo una politica comune di solidarietà. Ha stretto un accordo scellerato con la dittatura di Erdoğan in Turchia e vuole fare lo stesso in Libia. Era facile donare per l’Africa o fare adozioni a distanza quando l’Africa era lì, lontana. Era facile dire «italiani brava gente», ma ora che questa gente viene a casa nostra ci rivela che siamo razzisti. Il nero a chilometro zero non piace. Questo svela il nostro razzismo, che nasce dal nostro senso di superiorità. Nei secoli ci siamo sentiti migliori e ci siamo identificati con la civiltà, la filosofia, il sapere, la scienza, la crescita, dopo aver attinto tante risorse dai paesi che giudicavamo non sviluppati.

Adesso che quei popoli arrivano da noi traballiamo. È semplicemente ridicolo parlare di invasione. In Europa gli abitanti sono più di cinquecento milioni e gli immigrati arrivati negli ultimi sei anni sono meno di due milioni: una goccia nel mare. Eppure ne abbiamo una paura terribile. Ieri erano gli ebrei e i rom, oggi sono i migranti e ancora una volta i rom. Il clima di odio è quello degli anni che hanno preceduto i totalitarismi. Anche la richiesta dell’uomo forte alla guida del paese è una situazione che mi ricorda l’avvento del fascismo. L’Onu informa che il maggior numero di rifugiati (86 per cento) è accolto in paesi africani e in altri paesi poveri come il Libano, dove ha trovato riparo un milione e mezzo di profughi siriani. Sono i poveri che accolgono.

Questo è il vero tramonto dell’Occidente. La fortezza Europa si manifesta come un sistema egoista dove dilaga il razzismo. In queste pagine vi voglio parlare dell’Africa, che conosco bene, perché lì ho vissuto una parte fondamentale della mia vita. È difficile che noi in Europa comprendiamo la migrazione se non conosciamo la storia degli ultimi cinque secoli, una storia che ci lega a quel continente.

È difficile e non capiamo cos’è oggi «casa loro», quanto è stata violentata e depredata. Non per sentirci in colpa, ma per comprendere le ragioni di chi fugge. Vi voglio parlare di quanto è stata saccheggiata l’Africa, di quanti conflitti in quel continente ci sono a causa delle lotte per il controllo delle ricchezze (diamanti, petrolio, uranio, coltan), di quanto di questi argomenti non si scriva e dica mai abbastanza, soprattutto sui nostri media. È necessario conoscere il presente e il passato di quei paesi per capire l’oggi. Vi voglio parlare dell’Africa, di questa terra che amo. E vi voglio parlare di quello che mi preoccupa, della situazione in Italia oggi, del dilagare di sovranismo e razzismo, delle promesse tradite dell’Europa e del vento di rancore e odio che rischia di intossicare il nostro paese e riportarlo agli anni Trenta del secolo scorso. E di come ci si debba mobilitare per evitarlo. Vi voglio raccontare di tutto questo, ma prima voglio parlarvi del sale.

 

PRIMA CHE GRIDINO LE PIETRE

di Alex Zanotelli

a cura di Valentina Furlanetto

Manifesto contro il nuovo razzismo

Chiarelettere, Milano 2018, pp. 160, prezzo 15 euro