Il “colonialismo” camaleontico dei Benetton in Patagonia. Intervista a Monica Zornetta e Pericle Camuffo

Un libro di denuncia sull’operato della potente famiglia Benetton in Argentina. Ma è anche un libro sulla lotta degli indios Mapuche, il popolo originario della Patagonia, per i suoi diritti. Una testimonianza dalla “fine del mondo” che ci fa conoscere le profonde storture, ingiustizie, di un sistema socioeconomico. “Alla fine del mondo. La vera storia dei Benetton in Patagonia”, questo è il titolo del saggio, edito da Stampa Alternativa (si può scaricare gratuitamente da questo link

http://www.stradebianchelibri.com/camuffo-p-zornetta-m—alla-fine-del-mondo-la-vera-storia-dei-benetton-in-patagonia.html

 

A breve uscirà anche la versione cartacea. Scritto dalla giornalista d’inchiesta Monica Zornetta  e da Pericle Camuffo, studioso di comunicazione interculturale, sta facendo discutere l’opinione pubblica argentina (ne ha parlato il prestigioso quotidiano “Pagina 12” ). In questa intervista con gli autori approfondiamo alcune tematiche del libro.

 

 

Gli Autori Pericle Camuffo si occupa di letteratura italiana del Novecento con particolare attenzione all’elaborazione dei concetti di frontiera e di alterità. È stato assegnista di ricerca in diverse Università e docente a contratto di Comunicazione interculturale. Ha pubblicato studi monografici, saggi e articoli su diverse riviste letterarie. Nel 2000 il libro Biagio Marin, la poesia, i filosofi gli è valso il Premio Nazionale “Biagio Marin” nella sezione dedicata alla saggistica. Ha inoltre pubblicato li- bri e reportage di viaggio, racconti ed il libro-inchiesta United Business of Benetton. Sviluppo insostenibile dal Veneto alla Patagonia (Stampa Alternativa 2008).

Ha curato e tradotto, assieme a Nicoletta Buttignon, Inside Black Australia. Antologia di poesia aborigena (Qudu 2013).

 

Monica Zornetta, giornalista professionista, é autrice di numerosi saggi di inchiesta. Ha approfondito la mafia in Veneto per il magazine “Narcomafie” e per altre testate nazionali e internazionali. Ha indagato la Mala del Brenta realizzando due saggi, più volte ristampati, e dando il proprio contributo a lavori di autori esteri e a trasmissioni televisive (“Blunotte” e “Linea Gialla”). È tra gli autori del Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia, delle antologie Giornalismi e mafie e Novanta- due. L’anno che cambiò l’Italia. A lungo impegnata nella ricostruzione degli anni di Piombo in Italia, ha collaborato con Rsi.Ch, Rai Storia, il “Corriere della Sera”, per il quale ha realizzato una serie di interviste con ex protagonisti del neofascismo. Ha collaborato con la trasmissio- ne “I Dieci comandamenti”, e approfondito gli anni del “Plan Condor” e della guerra “sporca” in Argentina; ha fatto parte del progetto “Una generazione scomparsa”.

Attualmente scrive per “Avvenire”. Ha pubblicato per Baldini Castoldi Dalai; Rizzoli, Castelvecchi; Jaca Book, Editions éditalie; Editrice storica. Tra i suoi libri: A casa nostra. Cinquant’anni di mafia e criminalità in Veneto ,Terrore a nordest, La resa. Ascesa, declino e pentimento di Felice Maniero, Ludwig. Storie di fuoco, sangue, follia. Vive negli Stati Uniti. www.monicazornetta.it

 

 

Innanzitutto va riconosciuto un merito a questo vostro lavoro coraggioso: cerca di fare luce su una potentissima multinazionale italiana. E soprattutto di squarciare il velo di ipocrisia che avvolge la Benetton. Vi chiedo: dall’azienda avete avuto reazioni?

No, nessuna per il momento. Non sappiamo se sia per la proverbiale propensione al silenzio della famiglia e del Gruppo o per altre ragioni. Quando ci siamo approcciati a questo libro, ma anche nei nostri precedenti lavori, li abbiamo contattati per avere la loro voce; abbiamo chiesto più volte che ci illustrassero la loro posizione, che ci spiegassero il loro punto di vista (avevamo già raccolto quello della piccola comunità Mapuche che ha recuperato della terra nella estancia Leleque), ma la loro risposta – via ufficio stampa – è stata un breve comunicato di parecchi anni prima in cui spiegavano di aver donato della terra, 7500 ettari, da destinare alla popolazione autoctona, ma che questa terra era stata rifiutata per quella che definivano “presunta scarsa produttività dell’appezzamento”, portando così, a loro dire, ad una battuta d’arresto di un processo di dialogo (che, aggiungiamo noi, per i Mapuche non c’è invece mai stato) in cui il Gruppo Benetton sarebbe stato volontariamente coinvolto.

 

 

So che avete proposto il libro a diverse case editrici. In cambio avete ricevuto solo dei no. Davvero, in Italia, si ha paura a parlare dei Benetton, perché?

Nessuna ha ufficialmente motivato il proprio rifiuto facendo riferimento ad una seppur generica “paura”. Non possono farlo, verrebbe meno il loro mandato culturale. La cultura non deve avere paura, altrimenti diventa o propaganda o regime. Certo il riferimento a possibili azioni legali da parte dell’impresa veneta è stato, non possiamo ignorarlo, un continuo disturbo sotto traccia. Le risposte degli editori sono state diverse, alcune anche fantasiose, altre proprio ridicole, ma l’obiezione principale riguardava la lontananza dei Mapuche e dell’Argentina dal contesto nazionale, seppur intrecciati con la conduzione imprenditoriale di una delle più note imprese italiane. Come dire: “A chi volete che interessino queste cose?”. Poi c’è stato l’incontro con Marcello Baraghini, editore “all’incontrario” e fondatore della storica Stampa Alternativa, con il suo nuovo progetto editoriale chiamato “Le strade bianche di Stampa Alternativa”. E’, anche questo, un progetto dirompente, come tutti quelli che lo hanno visto attore principale nella scena della controinformazione fin dal 1970. È stato lui a pubblicare nel 2008 il libro United Business of Benetton. Sviluppo insostenibile dal Veneto alla Patagonia (di Pericle Camuffo, nda), primo volume in Italia ad indagare i costi umani e ambientali della strategia imprenditoriale Benetton.

Ci ha detto: “Sono a vostra disposizione”. Era l’occasione che aspettavamo. Il primo marzo è uscita la versione elettronica, scaricabile gratuitamente e liberamente.

 

 

Comunque il libro ha cominciato a circolare. Quanti lo hanno scaricato? 

L’interesse è stato da subito molto alto e i riscontri, immediati. Ad oggi, siamo a quasi 4500 downloads… e tutto senza promozione, pubblicità o recensioni sui giornali. E’ doveroso per noi segnalare che la versione elettronica, vista l’attualità dell’argomento, è uscita, in accordo con l’editore, senza editing e lavoro redazionale. Stiamo preparando la versione cartacea rivista, ampliata ed aggiornata. Dovrebbe uscire tra qualche settimana.

 

Veniamo al contenuto del libro. Protagonisti sono la potentissima famiglia Benetton e gli Indios Mapuche, il popolo originario della estesa Patagonia in Argentina e in parte del Cile. Parliamo dei Mapuche, il popolo originario. Questo popolo è la memoria vivente di quelle terre. Perché è così particolare questo legame con la terra?

I Mapuche sono presenti sul territorio meridionale del continente latinoamericano, ora diviso tra Argentina e Cile, circa dal 600 a. C. Si sono fatte molte ipotesi, ma la loro origine geografica è tutt’ora incerta. Vanno comunque ritenuti nativi dell’America Latina. Il rapporto con la terra ha per i Mapuche, come per molti altri popoli originari del mondo, un’importanza fondamentale. La terra di cui parlano non è intesa esclusivamente come suolo o come pianeta ma è tutto ciò che crea e sviluppa quotidianamente la loro identità: è tutto ciò che era prima di loro (la dimora degli antenati), tutto ciò che è, tutto ciò che sarà.

La Madre Terra, che in lingua Mapuche è chiamata Nuke Mapu, non è per loro solo fonte di sussistenza ma anche il fondamento dell’intera loro impalcatura spirituale e rituale: la terra va ascoltata, cantata, celebrata, rispettata, raccontata, perché in tutte queste attività viene riattivata l’energia primordiale, ricostruito e ri-praticato il rapporto con l’intera gamma delle forze vitali, con la natura, gli esseri ancestrali, gli antenati. La relazione con la terra è, in altre parole, ciò che permette alla loro cultura di continuare ad esistere. Ed è per questo motivo che i Mapuche hanno alle spalle una lunga storia di resistenza e di lotta all’occupazione straniera.

 

 

Cosa ci insegnano i Mapuche?

La loro filosofia, come quella di tutti i grandi popoli originari del mondo, pensiamo anche ai nativi americani, può essere la base da cui partire per proporre un nuovo tipo di società. Può aiutarci a maturare una presa di coscienza più profonda, spirituale, nei confronti di noi stessi, del mondo e del nostro essere nel mondo, così da passare da una cultura del saccheggio ad una del rispetto e della condivisione. Essere intimamente legati alla natura, alla terra, esserne parte, non in competizione; esserne fratello e non nemico; dare qualcosa e non sottrarre senza sosta; esserne dominati e non solo dominatori. E tutto questo in una visione di reciprocità che implica un farsi carico, un prendersi cura che, secondo i Mapuche, l’uomo bianco predatore ha del tutto abbandonato in favore del profitto. Se non riusciremo a ristabilire l’armonia tra lo sviluppo tecnologico e quello spirituale che vada in direzione della conservazione del pianeta, sembrano dirci i Mapuche e con loro i popoli originari e le menti più illuminante del nostro mondo, come specie avremo fallito.

 

 

Parliamo dei Benetton. A che anni risale la loro presenza in Argentina? Perché la Patagonia? Quanto è estesa la loro presenza? Cosa poteva offrire al “business”?

La Patagonia, è una terra meravigliosa, di una bellezza potremmo dire primordiale, unica; è una regione che, attraversando la Cordigliera, si estende lungo due Stati, è ricchissima di risorse naturali ed è, da svariati decenni, pressoché in svendita. I Benetton ci sono arrivati nel 1991 dopo aver acquisito a prezzi irrisori quella che un tempo, fin dall’Ottocento, si chiamava Argentine Southern Land Company Limited. Era una società inglese potentissima, proprietaria di gran parte della Patagonia (grazie anche ad importanti appoggi dati dai governi dell’epoca) e di estancias a dir poco enormi, oggi tutte parte del patrimonio dei Benetton. Dopo la guerra delle Malvinas/Falkland, nel 1982, e per dribblare il pericolo di essere sequestrata, la società inglese era passata strategicamente in mano argentina e poi, nel 1991, era stata acquistata dalla famiglia di Treviso attraverso la sua Edizione, modificandone il nome in Compania de Tierras Sud Argentino. E’ a quel punto che la famiglia di Treviso diventa la proprietaria di 941 mila ettari di terra, dei laghi, dei fiumi, dei boschi, delle montagne, delle strade non solo patagoniche ma di una buona fetta del Paese latinoamericano. Nella estancia Leleque, nella provincia del Chubut, da anni allevano pecore (per la lana) e bovini. Ci teniamo comunque a precisare che i Benetton non sono i soli grandi proprietari terrieri in quel Paese e in quella regione: in Patagonia “spadroneggiano” per esempio molti altri miliardari stranieri come, tra gli altri, l’inglese Joe Lewis – sue sono tutte le terre che circondano il favoloso Lago Escondido – e l’americano Ted Turner, magnate e fondatore della Cnn.

 

 

Come si è svolta la loro acquisizione? Ci sono state irregolarità?

Da quel che ci risulta non ci sono state irregolarità da parte dei Benetton nell’acquisire la società. Le irregolarità le hanno piuttosto commesse i governi argentini, mettendo in vendita a prezzi stracciati – pensate che nei primissimi anni Novanta, quando alla Casa Rosada sedeva Carlos Menem, un ettaro di terra era arrivato a costare un dollaro! – terre che non erano di loro proprietà ma erano state date al popolo Mapuche a titolo risarcitorio dopo le sofferenze, gli abusi e le morti causate dalla Conquista del Deserto, una campagna militare guidata durante la quale  le terre ancestrali vennero saccheggiate, donate agli ufficiali che avevano partecipato alla battaglia (quelli considerati più “meritevoli e valorosi”) o messe all’asta. Per tutelare il diritto dei Mapuche a quelle terre, erano state successivamente varate anche delle leggi, nazionali e locali, disattese però dagli stessi governi. Nel nostro libro ricordiamo i meticolosi espropri dei territori che avrebbero dovuto contenere i sopravvissuti alla Conquista del Deserto e segnaliamo inoltre che questi sgomberi, a tutt’oggi una pratica molto usata in Patagonia, si erano svolti attraverso azioni concertate tra i latifondisti, i rappresentanti del governo, la gendarmeria e l’esercito.

 

 

Chi protegge i Benetton? 

All’interno degli oltre 90 mila chilometri quadrati della estancia Leleque vivono i poveri puesteros con le loro famiglie, si trova la Escuela 90 (un edificio che non versa in buone condizioni, con gli studenti che, almeno fino allo scorso anno, erano costretti, d’inverno, a fare lezione in aule freddissime e prive di riscaldamento) e il contestato Museo sulla storia e la cultura Mapuche. Lì ci sono anche le sedi distaccate di due forze di sicurezza argentine: della polizia provinciale e della gendarmeria, molto attive nella protezione della grande proprietà. A seguito del recupero territoriale di una porzione dell’estancia da parte di un gruppo di Mapuche, che cinque anni fa hanno dato vita ad una piccola comunità chiamata Pu Lof en Resistencia, è partita una campagna di criminalizzazione che ha visto “collaborare” tra loro – e tra gli altri – governo, forze di sicurezza, confederazioni rurali. In Alla fine del mondo scriviamo che queste confederazioni sono raggruppamenti di grandi proprietari terrieri, di estancieros e di produttori agricoli, molto efficienti nell’avallare le spinte razziste ed etnocentriche presenti ancora oggi in una parte della società argentina; e rammentiamo inoltre che alcuni pezzi grossi di queste confederazioni rurali, oltre che dell’amministrazione provinciale del Chubut, sono strettamente legati ai Benetton.

 

 

 

In Italia, non so se ancora è così dopo quello è successo dopo il ponte Morandi, hanno la patina di imprenditori “illuminati”, rispettosi dei popoli. In Argentina che immagine hanno? 

Hanno una visione delle cose molto più vicina alla realtà. Se per “sviluppo sostenibile” si intende un percorso di crescita economica attento e rispettoso delle culture originarie, dell’ambiente in cui si attiva e in  generale del tessuto politico, sociale e culturale preesistente, sanno che quello proposto e imposto dall’impresa dei Benetton non lo è. In un’intervista rilasciata al “Corriere della Sera” del 12 maggio 2008, Luciano Benetton aveva definito la propria strategia imprenditoriale “capitalismo creativo, sensibile alle esigenze dei meno fortunati del mondo” e usato il termine “globalizzazione dolce”. In verità Benetton non ha mai smesso di alimentare l’immagine capital-progressiva della sua impresa. Nel corso degli anni ha riproposto, rinnovato e aggiornato un “anticonformismo” che tende la mano ad una certa sinistra ambientalista e umanitaria non solo italiana, ed è riuscito a cucirsi addosso l’immagine di un capitalismo dal volto umano diventando il simbolo della responsabilità sociale, il paladino di una economia di mercato sostenibile.

Di fronte a tutto questo quasi ci si dimentica che la Benetton è una multinazionale che fattura centinaia di milioni di euro l’anno e soprattutto si dimentica di chiedersi in che modo e con quali costi ambientali ed umani tutto questo avvenga; in Argentina, invece, non hanno smesso di farsi questa domanda e hanno costruito dal basso una contro narrazione che mette in discussione la facciata buonista, umanitaria e socialmente responsabile con cui l’azienda si presenta al mondo, rivelandola per quello che è: una strategia di marketing.

 

 

A proposito di rispetto dei popoli, c’è l’emblematica vicenda del museo “Mapuche” fatto costruire dai Benetton. Un’opera ripudiata dai Mapuche. Perché?

Il museo è nato dal fruttuoso incontro tra diversi personaggi e competenze. Alla metà degli anni Novanta il collezionista Pablo Korchenewski ha donato la sua gigantesca collezione alla Fondazione Ameghino, presieduta dal suo amico antropologo Rodolfo Casamiquela, che lo ha messo in contatto con il minore dei quattro fratelli di Treviso, Carlo, scomparso nel 2018. Il progetto ha richiesto investimenti e avrebbe coinvolto, a detta di Carlo stesso “aziende, associazioni culturali, università ed istituzioni”. E’ organizzato in sale tematizzate dove sono raccolti più di 15 mila oggetti tra reperti archeologici, utensili, documenti e fotografie che narrano 13 mila anni di storia e cultura della Patagonia: nonostante l’ordine dell’esposizione, tuttavia, ai Mapuche non piace quel museo, che pretende di illustrare e raccontare una storia da cui vengono lasciati fuori. Il direttore del museo scelto da Carlo Benetton, infatti, è uno studioso controverso, conosciuto anche per le sue posizioni nettamente contrarie al riconoscimento dei Mapuche quale popolo pre-esistente alla formazione dello Stato argentino, ed è con questa logica che ha organizzato la sale del Museo.

Senza dubbio, come osserviamo nel libro, quella di Casamiquela è una posizione politica poiché l’estraneità del “popolo della terra” al Dna della Patagonia argentina preclude ai suoi discendenti ogni pretesa, anche legale e non solo antropologica o storica, di recupero e di riconoscimento dei territori ancestralmente occupati. “Museizzando” in questo modo i Mapuche, si cancella ogni possibilità di restituzione alle rispettive comunità.  È  un modo come un altro – forse solo più “pulito” – per chiudere la bocca alla resistenza Mapuche che proprio in quegli anni stava cominciando a crescere rapidamente nelle città e nelle zone rurali.

 

 

Torniamo al conflitto con il popolo Mapuche. Perché i Mapuche hanno rifiutato l’offerta dei Benetton?

Perché, da quanto anche i periti hanno accertato e a differenza di quanto hanno sostenuto i ricchi donatori, si trattava di terra di non buona, non adatta alla coltivazione e comunque in grado al massimo di sfamare non più di un paio di famiglie. I Benetton hanno invece sostenuto che il rifiuto della terra è stato, come dire, strumentale: non hanno accettato perché se avessero accettato sarebbe finita la storia dei Mapuche, ha affermato il capostipite Luciano qualche anno fa, durante una presentazione pubblica della sua nuova Fabrica Circus, a Villorba ( Treviso), rispondendo alla domanda di un ragazzo arrivato fin lì per chiedere “Dov’è Santiago?”. Ma di questo parleremo dopo.

 

Come si sviluppa la resistenza del popolo Mapuche? Ci sono leggi a difesa del popolo originario?

L’Argentina possiede parecchi strumenti legislativi a carattere nazionale ed internazionale varati per tutelare i loro diritti: si tratta di provvedimenti che, se fossero applicati in maniera adeguata, ridurrebbero di molto il numero delle controversie e dei conflitti tra Stato, privati e pueblos originarios. E non sono certo pochi se pensiamo che, da dati dell’Osservatorio dei Diritti Umani del Popoli Indigeni (ODHPI), nel 2013 sono stati circa 350 i Mapuche coinvolti in cause giudiziarie legate a dispute sui diritti alle terre, mentre secondo “La Nación”, sarebbero 437 i processi ancora aperti. Ricordiamo l’incorporamento dell’articolo 75 nel Quarto Capitolo della Costituzione Nazionale, avvenuto nel 1994, il cui paragrafo 17 stabilisce la responsabilità del Congresso argentino nel “riconoscere”, tra le altre cose, “la pre-esistenza etnica e culturale dei popoli indigeni argentini; […] il possesso e la proprietà comunitaria della terra che occupano tradizionalmente; nel regolamentare la consegna di altra terra che sia adatta e sufficiente per lo sviluppo umano; […] nell’assicurare la loro partecipazione all’amministrazione delle loro risorse naturali e degli altri loro interessi”. E ricordiamo anche la Dichiarazione sul Diritto dei Popoli Indigeni dell’ONU e la Convenzione 169 dell’ILO (l’Organizzazione Internazionale del Lavoro) sui Popoli Indigeni e Tribali in Stati Indipendenti, ratificata dall’Argentina nel 2000 ed entrata in vigore a metà 2001, che attesta alcuni diritti fondamentali alla sopravvivenza di queste popolazioni.

 

 

Nel libro parlate della tragica vicenda di Santiago Maldonado. Perché? 

Innanzitutto va detto chi era. Santiago era un giovane tatuatore argentino, attivista, esperto di erbe curative, appassionato di musica, di arte, di culture ancestrali e di ecologia, scomparso il 1 agosto 2017 nel corso di un blitz della gendarmeria proprio all’interno della proprietà dei Benetton. Santiago era arrivato da poco in zona, e il suo intento era sostenere la lotta dei Mapuche contro lo strapotere delle multinazionali che devastano l’ambiente, si appropriano dei beni comuni, saccheggiano le antiche terre dei Mapuche, li scacciano e distruggono i loro manufatti, violano i diritti umani. In quel periodo, tra luglio e agosto di tre anni fa, i Mapuche avevano bloccato una strada, la Ruta 40, per protestare contro la detenzione che stava subendo Facundo Jones Huala, il giovane lonko, cioè il capo, della piccola comunità insediatasi con una azione di recupero territoriale nella estancia Leleque, e di altri 4 Mapuche, tutti accusati di alcuni reati commessi in Cile. Nel libro raccontiamo la storia di Santiago Maldonado, le modalità della sua scomparsa (il giorno del blitz sono stati visti girare nei luoghi “caldi” anche i furgoni della Compañia de Tierras Sud Argentino) e le vicende che hanno caratterizzato i mesi seguenti: il ritrovamento del cadavere nel fiume Chubut, l’autopsia contestata, l’avvicendamento dei giudici, i depistaggi e gli occultamenti di prove, la mancata perquisizione della tenuta, gli attacchi mediatici e dei troll nei confronti della famiglia Maldonado, etc.. La scomparsa del povero Santiago ha avuto una risonanza mondiale e nel dicembre 2017 il fratello Sergio e la mamma sono venuti anche in Italia, ricevuti da papa Francesco: giustizia è la sola cosa che chiedevano e continuano a chiedere. Anche in questo caso i Benetton hanno preferito tacere.

 

 

La Patagonia non è solo pecore è una terra ricca di Miniere e risorse naturali. Tanto da attirare diverse multinazionali dell’energia. Anche in questo ambito i Benetton hanno interessi?

Certamente. I Benetton sono anche i proprietari di maggioranza della Minera Sud Argentina Sa, con sede centrale in Canada, e godono di finanziamenti da parte dello Stato per l’esplorazione petrolifera e, appunto, mineraria. In Alla fine del mondo ricordiamo dove sono presenti e con quali progetti: nella provincia di San Juan, per esempio, sono impegnati nell’estrazione del rame, dell’oro e dell’argento; a Santa Cruz, anche della manganese e del mercurio. E non solo. La mega miniera dei Benetton si spartisce un territorio immenso e ricchissimo con potenti multinazionali  come Barrick Gold Corp, Meridian Gold, Minera Mincorp SA e molte altre. Ricordiamo inoltre che, proprio nella provincia di San Juan, cinque anni fa la Barrick Gold aveva sversato in alcuni fiumi un milione di litri di cianuro, provocando il più grande disastro ambientale della storia argentina. Mentre loro si arricchiscono, i piccoli campesinos e i popoli originari sono costretti ad abbandonare i territori ancestrali ormai devastati dallo sfruttamento compiuto anche dalle parecchie decine di corporations petrolifere: pensiamo ad esempio alla Chevron, che da anni ha in piedi un conflitto molto duro con una comunità Mapuche di Vaca Muerta, alla Exxon Mobil, alla Shell, alla Total e alla “nostra” Eni. In quelle zone di grandissimo pregio ambientale, culturale e scientifico (a Campo Maripe, per esempio, ci sono formazioni rocciose ricche di fossili di dinosauro) non di rado avvengono disastri ambientali: è accaduto nel settembre 2019 quando è esploso un pozzo di fracking, bruciando per ventiquattro giorni e facendo sgorgare gas incandescente e altri elementi nell’aria e provocando, come ha raccontato un contadino al giornalista argentino Uki Goni, danni irreversibili agli animali, molti dei quali sono poi nati con gravi deformazioni.

 

 

Siamo alla fine della nostra conversazione. Si può dire che quello dei Benetton in Patagonia è un colonialismo camaleontico? 

L’ingerenza delle multinazionali nelle politiche sociali ed economiche dei Paesi che le ospitano è nota da molto tempo. Lo schema è semplice: noi investiamo nel vostro Paese ma le condizioni che regolamentano questo investimento le decidiamo noi. Prendere o lasciare. È un meccanismo che spesso innesca catene di corruzione, coinvolge politici e amministratori di vario livello, pretende sconti e deroghe su leggi e norme, prevede la privatizzazione dei profitti e la socializzazione dei costi umani e ambientali, che vengono scaricati sulle comunità locali e sul loro ambiente.

Più che di colonialismo o neocolonialismo si può parlare di rapace atteggiamento neoliberista, simile a quello delle altre multinazionali che operano non solo in Argentina ma in tutto il pianeta. Certo, presentare e coprire tutto questo con le tinte ed i toni di quel capitalismo che aspira ad essere creativo, dolce, sensibile, empatico, sostenibile, costituisce un’aggravante da non trascurare. È questa “copertura” che l’attivismo anti-Benetton, emerso a partire dagli anni Novanta, ha sempre cercato di contestare e smontare. E la nostra documentata contro-narrazione va esattamente in questa direzione.

Tra virus ed elezioni, l’autunno sarà “caldo” per la politica italiana? Intervista a Fabio Martini

FABIO MARTINI

I prossimi mesi saranno decisivi per l’Italia. Le sfide della “ripartenza” sono tante, la politica sarà all’altezza? Ne parliamo, in questa intervista, con con Fabio Martini inviato e cronista parlamentare del quotidiano “La Stampa”.

Fabio Martini, come era facilmente prevedibile, la fase tre (quella della convivenza con il virus) si è avviata in maniera un poco caotica. Anche la “fase tre” della politica (quella della progettazione e della ripartenza) non pare all’altezza. Siamo agli inizi, certo, ma l’impressione è che questi benedetti “stati generali”, come il piano Colao, siano capitoli di un libro ancora tutto da scrivere. E rischiamo grosso con l’Europa, la nostra unica ancora di salvezza. Insomma c’è una idea di Paese?
«Un’idea di Paese è esattamente quello che in questo momento servirebbe al governo per poter uscire in piedi dalla crisi sanitaria ed economica. Si può immaginare che qualche idea per il Paese, il presidente del Consiglio l’abbia cercata, e magari trovata, nella consultazione delle parti sociali a Villa Pamphili. Una consultazione viziata da due dubbi: il suo carattere neo-corporativo e la piegatura auto-promozionale dell’operazione. Questo sospetto sul fatto di procedere per annunci&eventi ha trovato puntuale conferma in conclusione degli Stati generali: Conte ha annunciato che si starebbe studiando la riduzione dell’Iva. Un annuncio per rilanciare su un nuovo miraggio l’attenzione dell’opinione pubblica? Di sicuro all’ annuncio è seguita una correzione. Al Paese,  per ripartire da 20 anni di stallo, lo sanno tutti, servirebbe una scossa capace di incidere sui vizi atavici del sistema. Soltanto un gravissimo infarto sociale ed economico può fare cadere questo governo, che dunque proseguirà il suo cammino ma per la natura delle forze che lo compongono, questo esecutivo sembra più adatto ad una navigazione sotto costa che ad una sfida nel mare aperto delle sfide capaci di far rinascere un popolo».

Veniamo alla politica . La maggioranza, per ora, regge. Anche grazie alla “rendita di posizione” (non ci sono alternative) e all’equilibrismo di Conte. L’impressione è che in autunno, qualcuno dice anche a settembre , i rischi saranno alti per la maggioranza. Questo non solo per l’esplosione del malcontento, ma anche per le elezioni regionali. Le elezioni regionali saranno il detonatore? È un calcolo sbagliato? È solo uno spauracchio?
«Effettivamente le elezioni Regionali  di settembre – che pure chiamano in causa un campione elettorale limitato – potrebbero contribuire – più che a buttar giù il governo – a ridisegnare gli schieramenti politici. Nessuno ragiona attorno ad una questione: in Emilia il Pd ha già vinto a febbraio con una coalizione di centro-sinistra, facendo a meno dei grillini e se per caso dovesse riconquistare Campania e Toscana con lo stesso assetto, si dimostrerebbe vincente il modello dell’autosufficienza. Dell’orgoglio Pd. Dando argomenti importanti a chi, in quel partito, tende ad allentare la presa dai Cinque stelle e da una personalità capace ma di inafferrabile identità politica come Conte. E ancora: in Liguria e nelle Marche Pd e Cinque stelle si coalizzeranno? Questa eventuale alleanza porterà vittorie o sconfitte? Ultimo dato: se in Veneto il Governatore Zaia dovesse vincere con una percentuale “fuori misura”, di fatto si conquisterebbe un posto in prima fila per la futura leadership del centrodestra, insidiando seriamente Matteo Salvini. Se gli elettori premieranno il centrosinistra a vocazione indipendente e maggioritaria e Zaia dovesse svettare, le prossime elezioni regionali potrebbero configurarsi come un Big bang sulla politica italiana».

Focalizziamoci sui principali attori della scena politica. Incominciamo dal PD. Ha fatto scalpore l’uscita di Gori contro Zingaretti. Uscita stoppata dai maggiorenti del Partito. Cosa cova sotto le ceneri del PD? A qualche osservatore è apparsa una uscita, quella di Gori, in stile “renziano”. È così?
«Nel senso del primo Renzi? Assolutamente sì. Nei sei mesi più felici della sua storia politica, Renzi prima vince le Primarie del Pd e poi conquista palazzo Chigi (con l’appoggio implicito ma decisivo dei bersaniani e di D’Alema) sulla linea del rinnovamento della linea politica, della vocazione maggioritaria, dell’orgoglio Pd. Poi si inebria e inizia il declino, ma in quei sei mesi il suo è un modello di successo, non solo per sé stesso e per il partito, ma anche per il Paese. Giorgio Gori ha semplicemente detto quel che a voce bassa, sostiene il 95 per cento del gruppo dirigente del partito e anche molti elettori: un Pd passivo non aiuta il Paese ad uscire dalla crisi e, vivacchiando, fa male a sé stesso e alla prospettiva dei progressisti. La leadership pacifista di Zingaretti ha letteralmente salvato il Pd, perché Renzi – dopo aver perso il congresso – era pronto a mandarlo in frantumi. Ma questa è un’altra stagione. Al Pd – questo dicono sottovoce in tanti e Gori a voce alta – non serve una leadership agnostica, ma una leadership  – se non progettuale – almeno convincente e trascinante dal punto di vista delle cose (serie e non di manutenzione) da fare. Non domattina, ma con un orizzonte che guardi ai prossimi 12-24 mesi»

Vedi un possibile rafforzamento nel PD di Stefano Bonaccini? Ovvero di una figura dotata di un riformismo pragmatico?
«Da presidente della Regione Emilia-Romagna Bonaccini ha dimostrato due cose: cultura e prassi di governo, ma anche capacità di presa e di recupero elettorale su un territorio che era diventato molto accidentato, come dimostrano le poderose percentuali (che i media disattenti non hanno notato) che il centro-destra ha conquistato nelle province di confine, Ferrara e Piacenza. Bonaccini è interessato a giocarsi la partita. In tempi e modi ancora da valutare ma il modello-Emilia è un asso che prima o poi sarà calato».

I 5stelle anche loro, parafrasando Woody Allen, non stanno tanto bene. Il ritorno di Grillo e Di Battista – Casaleggio, porta con sé antichi rancori. L’apparenza dice: che il più saggio in questo frangente è proprio Beppe Grillo. Come ti spieghi questo?
«Dopo una stagione nella quale nel Movimento nessuno stava più a sentire Grillo – esemplare il gelo nel quale calò la sua proposta di togliere il voto agli anziani – la perdurante crisi dei Cinque stelle riconsegna forza ai punti di riferimento, alle figure “carismatiche”, espressione che usiamo per farci da capire e da non prendere alla lettera. Grillo è intervenuto per stroncare chi – come Di Battista – invocava il rispetto di un impegno elementare: celebrare finalmente il primo congresso del Movimento per fare decidere alla mitica base la linea politica. Con un intervento apparentemente di buon senso ma di fatto autoritario, Grillo ha aperto la strada ad una soluzione dorotea: tutto il potere ai “capi-corrente”».
Salvini, Meloni e Berlusconi. Il centro destra è attraversato da movimenti. Ormai sappiamo che la competizione all’estrema destra sarà Salvini – Meloni. E La Meloni non concederà molto a Salvini. Insomma dobbiamo prepararci ad una destra guidata da una discendente del neo fascismo?
«Giorgia Meloni proviene dalla scuola politica che parte dal Movimento sociale e ha ereditato dai due leader di maggior peso di quella storia (Giorgio Almirante e Gianfranco Fini), la grinta contestativa e argomentativa, ma non quella gravitas, che in alcune fasi del lungo dopoguerra italiano consentì ai due segretari del Msi di “parlare” ad una platea più vasta di quella degli elettori nostalgici. Ciò premesso, si fatica ad etichettarla come neofascista ma anche ad immaginarla leader di uno schieramento: per quanto la Lega abbia perso intenzioni di voto, resta di gran lunga la forza maggioritaria del centrodestra, con oltre il 50% dei consensi interni e dunque la premiership toccherà a loro. A chi, come detto, è tutto da vedere».

È riapparso Silvio Berlusconi…. Che ruolo sta giocando….?
«Se Berlusconi non fosse… Berlusconi, lo avrebbero già fatto accomodare in maggioranza e forse anche al governo. Ma su Berlusconi pesa, nell’immaginario grillino, una pregiudiziale etica della quale si possono comprendere le ragioni. E dunque il Cavaliere si è ritagliato un ruolo di saggio moderatore, in particolare nei rapporti con l’Europa, ma senza rompere con Salvini e Meloni. Anche per lui le Regionali saranno una cartina di tornasole: il Berlusconi moderato torna ad aggregare? Se le risposte fossero nette – in un senso o nell’altro – anche le conseguenze sarebbero nette».

Matteo Renzi sempre più alla ricerca della sua visibilità, alterna momenti di lontananza (con azioni di disturbo) e vicinanza dalla maggioranza. Una tattica che non porta molti voti….
«Renzi si ritrova nella spiacevole situazione per la quale qualsiasi cosa faccia o dica, viene letta sempre nella logica dell’interesse personale. Poco importa che su diverse questioni abbia visto prima degli altri o che alcuni dossier da lui indicati siano stati poi adottati dalla maggioranza: tutto questo non si tramuta in intenzioni di voto. Un caso esemplare di auto-dissipazione, alla quale hanno contribuito l’alto senso di sé e qualche “bidone” rifilato qua e là. Ma attenzione: una certa inaffidabilità – per quanto non generalizzabile – è abbastanza comune: Renzi l’ha pagata di più, forse anche perché la qualità politica del personaggio rende ancora più imperdonabili le sue leggerezze».
Una battuta sulla Presidenza della repubblica. Il grande oggetto del desiderio… È ancora troppo presto?
«Tutti i candidati – e sono tanti – sono già al lavoro e ogni giorno, senza che ce ne accorgiamo, aggiungono una tesserina al proprio mosaico. Ma è presto per azzardare scenari, perché non sappiamo assolutamente quale sarà la platea dei grandi elettori.: Poniamo che ad eleggere il successore di Mattarella sia questo Parlamento: nei giorni delle votazioni quale maggioranza sosterrà il governo? L’attuale o una di salvezza nazionale? A due maggioranze diverse equivalgono, in linea di massima, due diversi Presidenti. E se invece la legislatura si chiuderà prematuramente? A quel punto avremo una maggioranza di centrodestra autosufficiente o nessuna maggioranza? Tutti scenari che portano a presidenti diversi. Una cosa possiamo però anticiparla: “voci di dentro” del Quirinale ci dicono che Mattarella non chiederà di restare per altri sette anni»

L’ultimo saluto a Giorello: “Giulio era musica”. Intervista a Giuseppe Sabella

Ieri, a Milano, parenti e amici hanno dato l’ultimo saluto a Giulio Giorello. Non un funerale ma un dolce congedo che, anche nelle parole di chi ne ha ricordato frammenti di vita (la moglie Roberta Pelachin, Vittorio Sgarbi, il Rettore dell’Università di Milano Elio Franzini, etc.), ha fatto apparire quell’immagine di lui che si unisce a quella dell’epistemologo, del filosofo della scienza: Giorello è stato un filosofo della libertà. E i suoi libri testimoniano questa fortissima tensione per la libertà che negli ultimi anni si è sempre più accentuata. Non a caso, lo avevamo intervistato (leggi qui) proprio in occasione della sua ultima pubblicazione Società aperta e lavoro (Cantagalli 2019), scritta insieme al suo allievo Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0, che collabora con RaiNews.it sui temi economici e del lavoro.

E proprio a Sabella abbiamo chiesto un ricordo del professore.

Giulio è stato strappato dall’affetto di chi continuerà ad amarlo in modo molto improvviso. Come si è saputo, aveva contratto il covid e, dopo due mesi di ospedale e due tamponi negativi, sembrava averlo superato. Ma una volta dimesso, ha avuto qualche complicazione che nel giro di pochi giorni si è rivelata letale. È quindi questa una ferita, per chi è affettivamente legato a lui, che chiede tempo per guarire. Ad ogni modo, è morto con un viso disteso e bello.

Che genere di filosofo è stato Giorello?

Allievo di Ludovico Geymonat, Giorello è stato un filosofo che non solo si è dedicato agli studi epistemologici, a Karl Popper in particolare e a chi ne ha discusso le posizioni, ma che – proprio come Popper – ha creduto che il metodo scientifico fatto di congetture e confutazioni potesse essere anche il giusto metodo per la costruzione della democrazia liberale. Non a caso, nel nostro Società aperta e lavoro c’è un capitolo che si intitola dalla fabbrica dei cieli alla società aperta. Giorello aveva questa sana tensione alla vita civile. In poche parole, Giorello è stato un intellettuale, figura che manca così tanto ai nostri giorni.

Ci racconta un episodio significativo?

Ricordo un episodio quando ero studente, proprio negli anni della tesi – che mi fece fare su Geymonat – che descrive molto bene il professore. Avendo lui intuito la mia passione per la metafisica (kantiana ed hegeliana in particolare), in un colloquio che seguiva alla lettura del primo capitolo mi disse: Sabella, sa cosa dice Aristotele nell’Etica? Pensi pure Platone al bene in sé, noi vogliamo il bene di questi cittadini qui. Io naturalmente gli feci quella che secondo me resta un’obiezione valida: Professore, come si fa a volere il bene di questi cittadini qui se non si ha un’idea di bene? Ho compreso nel tempo che la sua domanda aveva un senso di verità molto profondo e che sintetizzava bene il suo pensiero: o le idee sono in grado di agire e di modificare la realtà o non sono nulla, sono astrazioni. E, contro queste astrazioni, lui ha condotto fino all’ultimo la sua battaglia. Sono convinto, oggi, che se possiamo parlare di verità, la verità è dentro questa tensione che c’è tra Platone e Aristotele, come tra Hegel e Marx, e che è una tensione al vero. E al bello.

Nel 2010, Giorello pubblicava per Longanesi Senza Dio. Del buon uso dell’ateismo. È giusto quindi ricordarlo come un ateo?

Il sottotitolo di questo libro che lei cita, Del buon uso dell’ateismo, dice ancora una volta moltissimo di lui. Giulio, da uomo non solo di filosofia ma anche di scienza, riteneva che la pratica scientifica e civile dovesse prescindere da Dio e dalla religione. Era un perfetto laico, convinto che qualsiasi scelta dovesse essere libera e responsabile. Non a caso amava gli illuministi come Adam Smith, Denis Diderot, David Hume. Ma, a proposito di Dio, ricorderei anche che Giorello ha avuto un rapporto speciale col cardinal Martini e che amava Baruch Spinoza. Noi sentiamo e sappiamo di essere eterni diceva Spinoza: è arduo, soprattutto oggi, dire che il grande filosofo olandese fosse un ateo.

Lei si occupa di economia e di industria, cosa vi legava tanto da condividere pensieri, dibattiti pubblici e, anche, un libro?

L’industria è stata e continua a essere il sistema tecnico più sofisticato che abbiamo inventato e sviluppato per coniugare le risorse della terra e il lavoro dell’uomo, quello fisico come quello intellettuale. È il più grande prodotto della scienza moderna. Ma, contrariamente al tempo degli albori del sistema di fabbrica, oggi abbiamo ragione di credere che non ci sia uno schema preordinato che in qualche modo sciolga l’enigma della storia, come per esempio voleva Marx. Crediamo invece che gli individui possano di continuo cambiarne l’apparente direzione. Una vera e propria direzione della storia in sé e per sé non esiste, il suo corso è imprevedibile perché, in particolare, è imprevedibile l’evoluzione scientifica e tecnologica. Ecco, oggi siamo nel cuore della rivoluzione digitale, che è la rivoluzione dell’industria, quella che chiamiamo Industry 4.0. Questo è diventato con gli anni il mio principale oggetto di studio che a lui interessava molto perché, appunto, è prova evidente del fatto che non è l’ideologia a cambiare il mondo ma la tecnica, perché questa è il vero contenitore in cui ricade la forma più alta di conoscenza: la tecnologia e le macchine non sono infatti nient’altro che idee della scienza in marcia diceva Giorello. Scienza e tecnica si fanno luce a vicenda, il loro rapporto è circolare, vive di continui riflessi. E così è sempre stato, soprattutto nell’antichità, quando ancor prima che l’uomo fosse in grado di porsi le domande fondamentali sulla propria esistenza, già era capace di creare strumenti tecnici, persino per formarne degli altri. Ovviamente la significatività della crescita tecnico-scientifica non deve minimamente far dimenticare la riflessione etica sulla condizione umana: altrimenti, il successo tecnologico può diventare un idolo. E di idolatria, diceva Giorello, non abbiamo alcun bisogno.

Come si spiega questa popolarità del professore e, anche, l’affabilità che lo contraddistingueva?

Giulio è stata una persona amabile, perché aveva un cuore gentile e generoso. Aveva una capacità di pensare e di comunicare molto lineare. Era molto diretto ma garbato, era in grado di esprimere qualsiasi idea senza offendere nessuno, perché era rispettoso ed elegante nei modi. Ricordo sin da quando ero studente la sua insistenza sull’eresia della scienza. In questo senso, Giulio ci ha insegnato ad essere eretici. E che il progresso della conoscenza come della civiltà si fonda su questa irriverenza, a dire il vero non sempre gentile e garbata come era lui. Leggere ciò che scriveva era emozionante perché il suo modo di esprimersi era musicale. Non a caso, oltre alla birra irlandese, amava la musica. E Bach in particolare, che nel giorno del congedo ci ha accompagnato con la sua musica. Aveva un senso dell’ironia particolarmente affilato e divertente: chissà se lo spirito è santo o solo sopra i 40 gradi? ogni tanto si chiedeva sorridendo. Oggi qualche risposta concreta comincerà ad averla.

TUTTE LE SCONFITTE DELL’ITALIA IN LIBIA. INTERVISTA A MICHELA MERCURI

Quali saranno i “giochi” strategici militari nel nuovo scenario libico? Ne parliamo con la professoressa Michela Mercuri. Michela Mercuri è  docente del Corso in Terrorismo e le sue mutazioni geopolitiche alla SIOI (Società italiana per le organizzazioni internazionali di Roma), insegno Geopolitica del Medio Oriente all’Università Niccolò Cusano e Storia contemporanea dei Paesi mediterranei all’Università di Macerata . È componente dell’Osservatorio sul Fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista (O.F.T.).

Professoressa, la situazione in Libia è ancora ben lontana dalla stabilizzazione. Comunque un dato emerge : Haftar esce fortemente ridimensionato dal conflitto. Colui che voleva conquistare Tripoli viene respinto dal forte intervento turco a fianco del governo di accordo nazionale (quello di Tripoli). Domanda adesso che faranno Francia e Russia? Secondo una fonte giornalistica, Arab weekly, Parigi e Mosca si stanno accordando per il controllo di Sirte (e anche della base di Al-Qardabìya). L’obiettivo russo è avere basi in Cirenaica. Insomma per il Sultano Erdogan non è una passeggiata per lui la Libia…

La città di Sirte è da sempre considerata strategica sia per la sua collocazione geografica, sia per i giacimenti inesplorati che fanno gola a molte potenze straniere da tempo presenti nel teatro libico, Francia in testa. Inoltre, la base di Al-Qardabìya è da tempo negli obiettivi di Putin che ha preso parte alla guerra per procura in Libia al fianco del generale Khalifa Haftar anche per poter ottenere uno sbocco sul mare e per il posizionamento di basi militari. Per questi motivi, per Mosca e Parigi, la Turchia non deve superare questa sorta di “linea rossa”. Al-Qardabìya, poi, ha un forte valore simbolico anche per Haftar che, nel 2016, chiamò l’offensiva militare contro le forze di Misurata battaglia di “Al-Qardabìya 2”. Nonostante tutto, un accordo tra Turchia e Russia sembrava nell’aria: oAnkara avrebbe lasciato al Cremlino la base aerea di al-Jufra, in cui sono già “piazzati” caccia russi, e magari altri “assets”, e la partita forse si sarebbe chiusa. Tuttavia la Francia per non rimanere esclusa dai giochi ha intensificato notevolmente la propria attività su Sirte, con numerosi sorvoli effettuati con caccia Rafale sui cieli della città, rimescolando le carte. Per non indispettire gli Usa, per ora più vicini alle forze dell’ovest, il Presidente Macron ha telefonato a Trump denunciando il comportamento “inaccettabile” della Turchia, tentando di mettere i bastoni tra le ruote a Erdogan che credeva oramai chiusa la partita libica con un accordo turco-russo. Il futuro, dunque, appare ancora incerto. Molto dipenderà dai futuri negoziati, che inevitabilmente vedranno la “questione Sirte” al centro del dibattito, e da quanto e come gli Usa decideranno di esporsi in favore della Turchia. L’ipotesi più plausibile, al momento, è quella di un congelamento delle posizioni, con la Turchia nell’ovest e la Russia e (molto parzialmente) la Francia nell’est. La domanda è se questa sorta di “instabilità controllata” sarà destinata a durare. Su questo nutro dei dubbi.
Resta comunque che la presenza turca sì è rafforzata ,non solo numericamente (con 1500 uomini e 11 mila mercenari siriani) ma anche con basi logistiche e navali. Sappiamo quanto sia importante per Erdogan rafforzare la presenza navale nello scacchiere centrale del mediterraneo. E le recenti manovre navali lo hanno confermato. Quali sono queste basi?

La Libia sembra essere divenuta “l’hub” per la proiezione di potenza turca nel Mediterraneo orientale e non solo. L’impegno di Ankara al fianco del Governo di accordo nazionale (Gna) di al-Serraj non è certo stato dettato da spirito caritatevole ma da una precisa strategia: rafforzare la sua presenza nel mare nostrum in cambio del supporto al Gna. Prova ne sia Erdogan, ancor prima di intervenire in Libia, aveva già siglato con al- Serraj un accordo per una zona economica esclusiva che dalle coste della Turchia si estende a quelle della Libia per sfruttare le risorse di gas offshore in un’area che vede forti interessi di Eni, Total e alcune compagnie americane.  Ma il conto potrebbe essere più salato. Il Sultano potrebbe installare basi militari nel Paese in aree strategiche.  Una potrebbe essere collocata nell’aeroporto di al-Watiya che si trova a circa 120 km a sud-ovest di Tripoli che è stato recentemente sottratto alle forze di Haftar. Si tratterebbe di una base militare in cui collocare caccia, droni e sistemi antimissilistici. Ci sarebbe, poi, la possibilità di una infrastruttura navale nell’area di Misurata utile a controllare gli interessi turchi nel Mediterraneo orientale. Va precisato che un tale “investimento” non sarebbe stato possibile senza il supporto del Qatar, altro alleato del Gna in Libia soprattutto in chiave anti Emirati che armano il generale Haftar. Lo scorso anno Ankara ha realizzato la sua seconda base in Qatar con lo scopo di proiettare la sua influenza anche nel Golfo. Detta in altri termini le ambizioni neo-ottomane del Sultano vanno ben oltre il Mediterraneo orientale.

Gli Usa si affidano Erdogan per tutelare i loro interessi?

Nonostante le tensioni tra Washington e Ankara dopo l’uccisione del generale iraniano Soleimani o le numerose “frizioni” dovute alle diverse posizioni assunte dai due Paesi in Siria (solo per citare alcuni esempi) potremmo dire che la realpolitik tende a produrre “strange bedfellow”. Trump ed Erdogan, dopo il recente arrivo di caccia russi in Libia, sembrano aver capito che, se necessario, è meglio mettere da parte le divergenze per far fronte al nemico comune e hanno concordato di “continuare una stretta collaborazione” in Libia basata su reciproci vantaggi. Il Presidente americano ha nella Turchia sia il partner che fa il “lavoro sporco”, combattendo contro le forze di Haftar e arginando l’azione dei russi, sia un possibile mediatore capace di dialogare con Putin. La Turchia, in cambio, può ritagliarsi un maggior peso in Libia e nel Mediterraneo con il tacito consenso degli americani. D’altra parte la Turchia non è vista di buon occhio nella Nato, di cui pure fa parte, e uno “sdoganamento” da parte americana può essere sicuramente utile. Di converso, gli americani hanno basi strategiche in territorio turco. Meglio mettere da parte le divergenze, magari partendo proprio dalla Libia.

Come si stanno comportando ğli altri “attori”? Mi riferisco in particolare a Egitto, Arabia Saudita e Qatar…
Qatar, Arabia Saudita ed Egitto in Libia hanno fin qui sostenuto fronti opposti. In estrema sintesi Doha è al fianco di al-Serraj mentre Riad e Il Cairo sostengono Haftar. L’Arabia Saudita al momento sembra meno interessata al dossier libico, mentre gli Emirati arabi uniti sono rimasti gli unici veri sponsor di Haftar. Saranno probabilmente loro a cercare in ogni modo di rispondere alla “vittoria turca”, forse non in Libia ma su altri tavoli come, ad esempio, la già martoriata Siria. Nel frattempo cercano di mettere i bastoni tra le ruote ad Ankara nel Mediterraneo orientale intessendo rapporti con molti degli attori interessati al progetto del gasdotto East Med (ostacolato dalla Turchia) tra cui l’Egitto. Per quanto riguarda Il Cairo, al-Sisi sembra voler salire su un gradino più alto, passando da attore attivo del conflitto, grazie al suo sostegno ad Haftar, al ruolo di mediatore. Per questo motivo ora pare molto più vicino ad Aquila Saleh, il Presidente del Parlamento di Tobruk sostenendo la sua “iniziativa di pace” che richiedeva, tra le altre cose un immediato cessate il fuoco, il ritiro delle forze straniere e un ritorno al processo politico. La proposta è stata evidentemente restituita al mittente dal Gna e dalla Turchia. Tuttavia il ruolo egiziano potrebbe essere importante per futuri negoziati che, mi auspico, vi saranno a breve.

Qualcuno ha scritto che la Libia è un

Monumento alla inettitudine della classe politica italiana. Condivide il giudizio?

La Libia è la cartina al tornasole dell’assenza di una strategia di politica estera dell’Italia. Nel 2011 abbiamo preso parte a un intervento internazionale voluto soprattutto dalla Francia, pagando per far fuori Gheddafi, il nostro migliore alleato nel Mediterraneo. Nel tempo siamo riusciti a recuperare alcune postazioni nel Paese, grazie anche all’Eni che ha continuato a lavorare in Libia mantenendo rapporti con gli attori locali. Dal 2016, abbiamo deciso di sostenere il Gna di Serraj per tutelare i nostri interessi nell’ovest ma limitando troppo spesso la nostra “chiave di lettura” della crisi libica al tema migratorio e, dunque, senza quello sguardo strategico d’insieme che una seria politica estera richiederebbe. Quando, però, l’offensiva di Haftar per conquistare Tripoli sembrava volgere a suo favore abbiamo “strizzato l’occhiolino” al generale della Cirenaica, perdendo credibilità nell’ovest. A chiudere questa “parata di errori”, negli ultimi mesi, forse troppo presi dai problemi del Covid, abbiamo abbandonato di nuovo il dossier libico lasciando campo libero alla Turchia che ha rifornito le milizie di Tripoli e dintorni di armi e mercenari permettendo ad al- Serraj di costringere Haftar a una parziale ritirata e ora “le chiavi” dell’ovest sono in mano ad Erdogan. Eppure abbiamo ancora numerosi assets nel Paese. La nostra ambasciata a Tripoli svolge un ottimo lavoro, l’Eni continua ancora ad avere un importante peso anche tra la popolazione. Abbiamo buoni rapporti con gli attori che sostengono le diverse fazioni.  Solo per fare alcuni esempi, il gas egiziano porta il marchio di Eni, il giacimento Zhor, oggi, rappresenta da solo un terzo della produzione totale di gas del Paese. Dall’altra parte l’Italia fa affari anche con il Qatar, alleato di al-Serraj. Detta in altri termini abbiamo ancora delle buone carte per giocare la nostra partita ma non lo stiamo facendo. Possiamo definire “inettitudine” questo atteggiamento, o più semplicemente incapacità di portare avanti una chiara linea di politica estera. Qualunque definizione vogliamo utilizzare i fatti non cambiano: almeno per il momento abbiamo perso la Libia.

Quali sono i rischi che corrono ĺ’Italia e l’Europa da un rafforzamento di Putin e Erdogan in Libia?

L’Italia e l’Europa non rischiano di perdere più di quanto abbiano già perso, visto che oramai sono totalmente escluse dalla partita libica. In termini brutali potremmo dire che chi è sul terreno vince e Russia e Turchia hanno combattuto nel Paese “boots on the ground” e ora chiedono il conto ai rispettivi alleati sul terreno. Quanto sarà “salato” lo scopriremo solo quando i due si siederanno al tavolo delle trattative. In ballo ci sono basi militari, porti, affari miliardari per la ricostruzione e, più in generale, l’influenza geostrategica nel quadrante mediterraneo. Se il buongiorno si vede dal mattino, tra tutti i Paesi europei, l’Italia è la grande sconfitta. Il 18 giugno, in una lettera pubblicata nel quotidiano La Repubblica, il leader del Gna, Fayez al- Serraj, pur chiedendo all’Onu e all’Unione europea un aiuto per una soluzione politica del conflitto e ribadendo il legame con l’Italia, sottolinea più volte l’indispensabile supporto fornitogli dalla Turchia e la validità dell’accordo concluso con Ankara per la già menzionata zona economica esclusiva nel Mediterraneo orientale. Parole che pesano come un macigno sull’Europa ma soprattutto sull’Italia. Non servono altri esempi per spiegare il ruolo oramai marginale che ricopriamo nel Paese. Per il nostro governo non vi sono più scelte: se vorrà tornare a dialogare con gli attori dell’ovest dovrà necessariamente “alzare la cornetta e chiamare Ankara”: è lei che decide, probabilmente anche sulla questione migranti. E a chi eccepisce che la Turchia non sia l’interlocutore migliore con cui parlare non si può che rispondere che l’Italia ha scelto di trovarsi in questa difficile situazione.

Ma in tutta questa vicenda le tribù libiche che ruolo stanno giocando?

 

La Libia è un Paese di notevoli dimensioni fatto di realtà tribali radicate nel territorio e con un forte ascendete sulla popolazione che neppure Gheddafi riusciva a controllare del tutto, specie nella Cirenaica e nel Fezzan. Le tribù, e più in generale gli attori locali come le municipalità, sono player indispensabili che potrebbero avere un ruolo aggregativo o disgregativo nei futuri assetti libici. In Tripolitania, ad esempio, dopo la sconfitta di Haftar è venuto a mancare “il nemico comune” e ora le forze che si erano strumentalmente unite contro di lui potrebbero rispolverare ambizioni egemoniche capaci di portare a scontri interni. Prima dell’avanzata dell’esercito di Haftar, per esempio, c’erano vistose crepe tra al-Serraj e i gruppi di Misurata, la potente città-Stato che con le sue milizie ha battuto lo Stato islamico a Sirte nel 2016 e da lì ha sempre ambito a un ruolo di primo piano nel Paese. I misuratini sono fin qui stati preziosi alleati del Gna nel respingere l’offensiva militare di Haftar, ma ora potrebbero chiedere il conto. Discorso simile può essere fatto per le altre milizie libiche, unite dalla causa comune di “salvare Tripoli” ma che ora potrebbero ingaggiare una guerra intestina. Di questo anche Turchia e Russia dovranno tenere conto quando decideranno come far valere i loro interessi nel Paese. D’altra parte, gli attori locali, o per lo meno alcuni, potrebbero essere alleati della comunità internazionale per un processo di ricomposizione del Paese. Un percorso che richiede una grande conoscenza della complessa realtà territoriale libica e una notevole capacità di dialogo e mediazione che fino ad oggi nessuno si è sforzato di compiere.
Sono ancora possibili negoziati di pace?

Nonostante le evidenti difficoltà di cui abbiamo sin qui parlato, è indispensabile tentare nuovi negoziati. Questa volta, però, sarà necessario lasciare da parte le belle photo opportunity (unico risultato raggiunto nei vari vertici internazionali fin qui realizzati sulla Libia) ed essere molto più pragmatici, intavolando un dialogo inclusivo con le municipalità e con le tribù. La domanda è: chi può farlo e come? E’ evidente che Russia e Turchia saranno i protagonisti indiscussi dei futuri negoziati e che gli Usa, che per il momento hanno scelto Ankara, giocheranno la loro partita dietro le quinte. Per quanto riguarda l’Europa è oramai chiaro che nessuno Stato da solo può fare la differenza e dunque non resta che sperare che le cancellerie europee aprano gli occhi e capiscano, dopo quasi10 anni di instabilità e conflitti, che la guerra, oltre ad essere una catastrofe per la popolazione, viene sempre vinta da chi è più spregiudicato e non ha problemi nell’esporsi e combattere (e questo non è certo nelle corde dell’Europa). A volte, dunque, è più conveniente trovare una soluzione comune tra tutti gli Stati e non per spirito di unità, che in Europa fin qui non è mai esistito, ma per la pragmatica presa di coscienza che una Libia stabile può favorire l’interesse nazionale di tutti i Paesi europei. Se l’Europa ci riuscirà potrà forse ambire a un qualche ruolo nel futuro del Paese.

Navi militari all’Egitto: l’affare militare non riguarda solo il caso Regeni Intervista a Giorgio Beretta (Osservatorio OPAL)

La notizia dell’autorizzazione all’esportazione all’Egitto di due fregate multiruolo Fremm ha suscitato le proteste della famiglia Regeni che si è detta “tradita dallo Stato”. La vendita delle due navi militari solleva diverse questioni di natura geopolitica e strategica, ma soprattutto sulla politica estera dell’Italia e sull’osservanza delle norme che regolano l’esportazione di armamenti. Ne parliamo con Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (OPAL) di Brescia.

 

Può spiegarci innanzitutto in cosa consiste questo contratto? Si tratta solo delle due navi militari o c’è dell’altro?

Questo è il punto principale perché riguarda l’informazione al parlamento e ai cittadini. L’esportazione all’Egitto delle due fregate Fremm, la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi,  originariamente destinate alla Marina Militare italiana, è infatti, secondo diverse e autorevoli fonti di stampa nazionale ed estera, solo una parte di un più ampio affare militare in trattativa tra Roma e il Cairo. Un maxi-contratto tra i 9 e gli 11 miliardi di euro che prevede, oltre alle due Fremm, altre quattro fregate missilistiche, 20 pattugliatori, 24 caccia multiruolo Eurofighter Typhoon e altrettanti aerei addestratori M-346 più un satellite di osservazione. Negli ambienti del settore militare-industriale è stato già definito “la commessa del secolo”. Ma, al momento, non vi è stata alcuna informativa precisa al riguardo, nemmeno sull’autorizzazione all’esportazione all’Egitto delle due fregate Fremm.
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