“Gli elettori vogliono un PD coraggioso, solo così riuscirà a vincere le elezioni”. Intervista a Giorgio Tonini

Non è partita bene la campagna elettorale. E’ quasi tutto un lancio di proposte populiste. I sondaggi segnalano che il PD, in questi 50 giorni prima del voto, dovrà effettuare una rincorsa per ribaltare i pronostici non favorevoli. Ci riuscirà? Ne parliamo con il Senatore Giorgio Tonini del PD.

Senatore Tonini, parliamo della campagna elettorale appena cominciata: non trova deludente questa rincorsa populista alle proposte irrealizzabili, o comunque costose oltre misura?  E purtroppo anche il PD non è immune….

In condizioni politiche difficilissime, senza una maggioranza al Senato, in questa legislatura il Pd ha garantito al Paese un governo che è riuscito a rimettere in moto la crescita e a riportare ai livelli pre-crisi l’occupazione, senza violare le regole europee, dunque senza mettere a repentaglio la credibilità presso i mercati della nostra finanza pubblica. Ciò è stato possibile anche perché i nostri governi, e il governo Renzi in particolare, non si sono limitati a gestire l’ordinaria amministrazione, ma hanno messo in cantiere una batteria di riforme impressionante per quantità e qualità. Naturalmente non tutte sono andate in porto e non tutte sono riuscite nel modo migliore. Ma il Paese si è rimesso in movimento. Capisco che i nostri avversari abbiano pochi argomenti contro il nostro governo, che infatti gode (il governo, purtroppo non il partito, ma questa è un’altra questione…) di elevatissimi livelli di consenso. E dunque tentino di buttarla in caciara, come si dice a Roma, sparando una raffica di proposte demagogiche, che avrebbero come unico effetto, se portate avanti, quello di minare la credibilità del Paese e di riportarci nel pieno di una crisi economica dalla quale stiamo solo ora faticosamente uscendo. Ma il Pd non ha alcun bisogno di inseguire demagoghi e populisti sul loro terreno.

Continuamo il ragionamento sulla campagna elettorale. Vi sono tre grosse proposte, Pd, Centrodestra e MS5. Il disegno della destra è chiaro, più o meno, quello dei 5stelle, è un disegno di sincretismo confuso, e quello del PD? Non basta il richiamo alla etica della responsabilità c’è bisogno della visione. Qual è la visione del PD? Il renzismo è superato…. 

Ma il Pd ce l’ha eccome una visione sul futuro dell’Italia! Intanto siamo l’unico partito davvero europeista. Gli altri, o sono esplicitamente contro l’Europa, o sono quanto meno ambigui e confusi. Prendiamo il centrodestra: Forza Italia si considera un partner politico della Cdu tedesca, ma poi si allea con la Lega di Salvini e coi Fratelli d’Italia della Meloni che la pensano esattamente al contrario e al parlamento europeo vanno a braccetto con le peggiori forze nazionaliste. Lo stesso Berlusconi ha ripetuto per mesi di essere contrario all’uscita dell’Italia dall’Euro, ma ha poi proposto la doppia moneta sul modello delle Am-Lire, quelle stampate dal governo provvisorio durante l’occupazione angloamericana… Una prospettiva da incubo. E non parliamo dello stato confusionale in cui versa, dal punto di vista programmatico, il M5S… Il Pd è invece il partito che ha saputo imporre una applicazione del Fiscal compact con la necessaria flessibilità e ora si pone l’obiettivo di fare dell’Italia un partner di Francia e Germania nella costruzione di una nuova governance europea. Il vertice a Roma di Gentiloni con Macron, non in chiave antitedesca, ma di partnership paritaria e complementare, è la migliore espressione di questa “visione”. L’Europa è la prima coordinata della visione del Pd, insieme al primato del lavoro, soprattutto per i giovani, a quello della famiglia nelle politiche sociali, al rinnovamento della democrazia e delle sue istituzioni.

I sondaggi sono crudeli per il PD. Non passa giorno in cui il PD fa segnare una perdita. Resta difficile un cambio di tendenza. Non mi dica che si perde consenso perché siete stati al governo (lo ha detto Renzi).. Il partito in alcune realtà è ai minimi termini. Senza radicamento si perde… È tardi Senatore Tonini…. Non le pare?

Shimon Peres diceva che i sondaggi sono come i profumi, vanno annusati e non bevuti. Oggi i sondaggi ci dicono che c’è un ampio e diffuso, anche se non acritico, consenso alla nostra azione di governo, che non si traduce in orientamento di voto al nostro partito. Penso che se sapremo usare la campagna elettorale per ricomporre questo scarto, possiamo ancora vincerle queste elezioni. Mi pare che Renzi abbia da tempo deciso di attestarsi su questa linea, come dimostra il fatto che stiamo confezionando le liste attorno alla candidatura dei principali esponenti del governo. Il paradosso del consenso al governo ma non al partito si spiega in gran parte con lo stato di sofferenza nel quale il partito versa. Questo è stato forse il vero errore di Renzi e di tutti noi con lui: aver trascurato il partito, che ha finito per ridursi, in molti, troppi territori, ad una confederazione di correntine, cordatine e conventicole. Non si trattava e non si tratta di tornare a vecchi modelli di organizzazione politica ormai esauriti, ma di sperimentarne di nuovi, come hanno saputo fare negli anni scorsi con Obama i democratici americani. Questo resta comunque il compito dei prossimi anni.

Il rapporto con liberi e uguali. Qualcuno ha suggerito una sorta di non belligeranza tra voi. Una proposta ragionevole…. 

Ma noi non siamo in guerra con Liberi e Uguali. E non abbiamo ancora perso la speranza che questi nostri amici e compagni ascoltino gli appelli che anche in questi ultimi giorni hanno rivolto loro Prodi, Veltroni e la stessa Susanna Camusso, perché ci si possa presentare alleati alle elezioni regionali in Lombardia e Lazio, se non anche nei collegi delle politiche. Del resto si fatica a comprendere il senso di questa loro fuga solitaria dalla realtà. È ovviamente legittimo contestare e contrastare la linea politico-culturale, nella quale anch’io da sempre mi riconosco e che si è affermata nel Pd, in questi anni, grazie alla leadership di Matteo Renzi. Ma c’è un tempo per ogni cosa, dice la Bibbia. C’è un tempo per il confronto interno e una sede nella quale organizzarlo, che si chiama congresso. E c’è un tempo per il confronto con gli avversari veri, che stanno a destra e dalle parti nebulose del M5S, il tempo delle elezioni. Confondere le elezioni col congresso rischia di portare questi nostri amici e compagni in una condizione nella quale, nella migliore delle ipotesi, dal punto di vista del loro consenso, si riveleranno dannosi, perché spianeranno la strada alla vittoria dei nostri comuni avversari; nella peggiore si riveleranno inutili, cioè irrilevanti.

Ho letto che non si candida. Una notizia che ha molto colpito. Al di là della questione delle deroghe, mi è parso di cogliere un velo di delusione nei confronti della politica… Si rimprovera qualcosa?

Nel Pd, dieci anni fa, ci siamo dati una regola, voluta per favorire il ricambio della classe politico-parlamentare: dopo 15 anni non ci si può più ricandidare, salvo poche, motivate eccezioni. Io ho alle spalle quattro legislature, per complessivi 17 anni di Senato. Dunque non posso più essere candidato, né intendo chiedere una deroga. Perché non voglio diventare un problema per il mio partito, che di problemi ne ha già tanti e di molto più seri. Naturalmente la mia non è né una fuga né una diserzione e non ho nessuna delusione da smaltire. Se la segreteria del Pd mi chiedesse di ricandidarmi, magari in un collegio ad alto rischio, mi sentirei seriamente chiamato in causa.

Potrebbe essere questa la carta vincente per il PD?

Sì, potrebbe essere una mossa vincente. Invece di rappresentarci, come talvolta rischiamo di fare, come un gruppo dirigente spaventato, che si affolla attorno alle poche posizioni garantite, sarebbe bello se ci facessimo vedere, soprattutto noi della vecchia guardia, motivati a combattere nei collegi più a rischio, quelli che davvero possono fare la differenza. Gli elettori ci chiedono una prova di coraggio e di generosità.

Il conflitto in Yemen e le forniture militari italiane ai sauditi. Intervista a Mimmo Cortese

L’inchiesta del New York Times sulle bombe italiane utilizzate dall’aeronautica militare saudita nel conflitto in Yemen ha riacceso l’attenzione e il dibattito sulle esportazioni di armamenti. Sollecitata dal prestigioso quotidiano d’oltreoceano, la Farnesina ha diffuso un comunicato e diversi commentatori hanno cercato di giustificare le forniture di sistemi militari alle forze armate della monarchia saudita. Nei giorni scorsi, a fronte della gravissima situazione umanitaria nello Yemen per il perdurare del conflitto, la Norvegia ha annunciato la sospensione delle esportazioni di armamenti oltre che ai sauditi anche agli Emirati Arabi Uniti. Il Parlamento europeo si è già ripetutamente espresso chiedendo di imporre un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita. Intanto, per garantirsi autonomia nel munizionamento militare, l’Arabia Saudita ha fatto sorgere una fabbrica alle porte di Riad. Facciamo il punto della situazione con Mimmo Cortese, membro del Consiglio scientifico dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (OPAL) di Brescia.

L’inchiesta del New York Times sulle bombe prodotte in Sardegna dalla RWM Italia ed utilizzate dall’aviazione saudita nei bombardamenti anche sulle zone civili in Yemen ha riportato all’attenzione pubblica il conflitto che si sta consumando nello Yemen. Dopo oltre mille giorni di conflitto, qual è la situazione in Yemen? 

La situazione è terribile. Un paese già molto povero è stato devastato dalla guerra e dalle sue conseguenze più nefaste come le malattie e l’indigenza. Le Nazioni Unite l’hanno definita “la più grande crisi umanitaria al mondo“. Non è possibile avere dati precisi, ma i morti civili stimati dalle agenzie internazionali vanno dai 20mila ai 40mila, con 7 milioni di persone ridotte alla fame. Secondo il capo degli Affari umanitari dell’Onu, Mark Lowcock, ci troviamo davanti alla “più grande carestia che il mondo abbia mai visto da molti decenni, con milioni di vittime”. Inoltre, 800mila persone sono state colpite dall’epidemia di colera, la più grave oggi nel mondo, che ha già causato già più di 2mila morti. E mentre continuano abusi e bombardamenti indiscriminati stiamo anche assistendo al ritorno della difterite, una malattia che si ripresenta quando vengono meno i servizi sanitari e idrici di base. L’inviato speciale del Segretario Generale dell’ONU ha inequivocabilmente affermato che “non esiste una soluzione militare al conflitto“ e ha ribadito che “solo un processo di pace inclusivo che includa tutte le parti nello Yemen può portare una soluzione pacifica, fattibile e sostenibile per il popolo dello Yemen”.

 

In questo quadro così drammatico ha suscitato non poche critiche la risposta del governo italiano al reportage del New York Times. In un comunicato, la Farnesina afferma che “l’Italia osserva in maniera scrupolosa il diritto nazionale ed internazionale in materia di esportazioni di armamenti” che “l’Arabia Saudita non è soggetta ad alcuna forma di embargo, sanzione o altra misura restrittiva internazionale o europea”. Voi insieme alla Rete italiana per il Disarmo e diverse altre associazioni già da tempo criticate queste posizioni, perché? 

Riteniamo sia un’affermazione grave poiché manifesta non solo un’inammissibile ignoranza ma soprattutto perché rappresenta un’evidente intenzione di ridurre la portata della norma da parte del Ministero degli Esteri. La legge 185/90, che regolamenta l’export di armamenti, non vieta solamente le forniture a Paesi sottoposti a misure di embargo, ma anche “verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’Ue o del Consiglio d’Europa”. Come ha ben documentato, Giorgio Beretta, uno dei nostri principali analisti, le forniture di armamenti ai sauditi violano anche un’importante norma comunitaria, la Posizione Comune europea sulle esportazioni militari. La Farnesina e il governo italiano, inoltre, hanno del tutto ignorato tre risoluzioni adottate ad ampia maggioranza dal Parlamento Europeo che hanno chiesto all’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri, Federica Mogherini, di avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’Ue di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita. Risoluzioni, va detto, cui l’Alta Rappresentante finora non ha dato alcun seguito.

 

Nei giorni scorsi, sul sito “Affari Internazionali” è apparso un articolo di Michele Nones, consulente del Ministro della difesa Pinotti, in cui si afferma che sia “fuorviante” sostenere che “l’Arabia Saudita andrebbe considerata come coinvolta in un conflitto perché interviene insieme ad altri paesi a sostegno del governo dello Yemen”. E lo collega alla lotta al terrorismo internazionale. Come valuta questa posizione?

Innanzitutto va detto che l’intervento militare della coalizione a guida saudita non è mai stato legittimato dal Consiglio di sicurezza delle Nazione Unite. La Risoluzione 2216 del 14 aprile 2015, infatti, prende solo atto della richiesta del presidente yemenita ai Paesi del Golfo e della Lega Araba di intervenire con tutti i mezzi, compreso quello militare, per – si noti bene – “proteggere lo Yemen e la sua popolazione”. L’intervento militare che ne è seguito ha invece visto pesanti bombardamenti da parte della coalizione saudita anche sulle zone abitate da civili. Bombardanti effettuati anche con bombe fornite dall’Italia e che il rapporto degli esperti dell’Onu ha dichiarato che “possono costituire crimini di guerra”. Riguardo al contrasto al terrorismo internazionale va segnalato che nello Yemen sia Al Qaeda che l’Isis-Daesh si sono rafforzati ed hanno guadagnato posizioni proprio a seguito del protrarsi del conflitto. L’affermazione del professor Nones ritengo sia incommentabile, soprattutto di fronte alla tragedia che stanno vivendo milioni di persone in Yemen. Anche per questo abbiamo chiesto alla Ministra Pinotti di chiarire se quelle dichiarazioni rappresentano il suo pensiero.

Il professor Nones inoltre parla, in riferimento alla guerra in Yemen e alla lotta al terrorismo, di “inevitabili vittime civili”. Un’aberrazione in senso generale che diventa però assolutamente inaccettabile di fronte alla catastrofe umanitaria di cui stiamo parlando. Stabilire che decine di migliaia di persone debbano morire, indiscriminatamente, per una scelta politica avallata da un governo di una nazione come l’Italia che, sollevatasi dalla tragedia del fascismo e della Seconda guerra mondiale, ha scritto, nell’articolo 11 della Costituzione, che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” rappresenta un chiaro stravolgimento del nostro dettato costituzionale.

 

Intanto ci sono nuove notizie. Nei giorni scorsi il Ministero degli esteri della Norvegia ha comunicato di aver sospeso le licenze all’export di armi e munizioni agli Emirati Arabi Uniti per i rischi associati all’impegno militare degli Emirati in Yemen. Il recente rapporto del vostro Osservatorio riporta, invece, che l’Italia non solo ha incrementato l’esportazione di armamenti all’Arabia Saudita, ma che continua a rifornire di munizionamento anche gli Emirati Arabi Uniti.

 La Norvegia ha da tempo vietato le esportazioni di sistemi militari all’Arabia Saudita, così come hanno fatto altri paesi dell’Unione come Germania, Svezia e Paesi Bassi. Questa nuova decisione è stata presa anche sulla spinta di diverse campagne di pressione da parte di associazioni norvegesi ed europee per la tutela dei diritti umani. Il nostro paese, invece, continua ad esportare bombe non solo agli Emirati ma anche ai sauditi: la licenza per la fornitura all’Arabia Saudita di 19.675 bombe del tipo MK 82, MK 83 e MK 84 del valore di 411 milioni di euro, rilasciata dal governo Renzi nel 2016, rappresenta la maggiore autorizzazione per l’esportazione di bombe aeree mai rilasciata da un governo italiano dal dopoguerra. Il fatto preoccupante tuttavia è che vendiamo armi, con trend sempre crescenti negli ultimi anni, a paesi nei quali i diritti umani sono gravemente violati e in zone di forte tensione se non a paesi chiaramente in conflitto.

 

Nei giorni scorsi però è apparsa la notizia che la Rheinmetal Defence potrebbe trasferire l’attuale produzione di bombe aeree dalla Sardegna alla sua azienda in Arabia Saudita. Qual è stata finora la posizione dei lavoratori e delle rappresentanze sindacali? E qual è la sua opinione in merito? 

L’investimento militare, benché redditizio, è per sua natura instabile. Lo dimostrano numerosi studi e ricerche e lo sanno bene gli analisti economici del settore. In questo caso – anche mettendo tra parentesi, solo per un momento, il problema non semplice della fabbricazione di ordigni letali – quando si punta su una produzione legata alla contingenza di un conflitto armato, è difficile pensare che non possano accadere situazioni come quella che si sta profilando alla RWM. Le delocalizzazioni non sono un fenomeno nato ieri. Il punto centrale, tuttavia, è che proprio l’articolo 1 della legge 185/90 impegna il Governo a predisporre “misure idonee ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa”. Sono lustri che non vediamo attuata questa importante prescrizione di una legge dello Stato: se venisse messa in atto, anche situazioni come quelle che sta vivendo la Sardegna potrebbero essere scongiurate.

La foto è tratta dall’inchiesta del NYT

“Per un sindacato che affronta le novità e ne diventi protagonista”. Intervista a Marco Bentivogli

Il 2017 è stato un anno importante per il movimento sindacale italiano, in particolare per la categoria dei metalmeccanici. Quali saranno le prossime sfide per il sindacato confederale? Ne parliamo, in questa intervista, con Marco Bentivogli, Segretario Nazionale della Fim-Cisl.

Marco Bentivogli, facciamo un piccolo bilancio del 2017. Nel 2017 i metalmeccanici sono tornati protagonisti nel movimento sindacale. Puoi dirci i risultati dell’anno appena passato?

È stato un anno importante: si sono chiusi tanti rinnovi contrattuali, nei metalmeccanici li abbiamo centrati tutti cercando di innovare impianto e contenuti del Contratto Nazionale. Abbiamo risolto molte crisi industriali e riacceso la speranza per Alcoa, mancano ancora all’appello Ilva, Aferpi e tante altre su cui siamo impegnati anche in queste ore.

E sul piano confederale, la Cisl è stata determinante per dare un senso e risultati alla riapertura del dialogo col Governo, sul lavoro, la povertà, le pensioni, temi su cui abbiamo superato un’incomunicabilità pericolosa.

 

Quali accordi puoi definirli come “strategici”, nel senso che portano innovazione alla cultura sindacale?

È appena iniziata la gestione dei Contratti, fase spesso trascurata dopo la firma. Un bel colpo è stato il primo contratto territoriale firmato a Bergamo con Confimi. Tenteremo una pista del tutto nuova anche in Manfrotto. È il momento di consolidare ovunque un nuovo sistema di inquadramento professionale.

Il mondo del lavoro e più in generale la società stanno profondamente cambiando, come sono cambiati anche i bisogni dei lavoratori. Davanti ai cambiamenti del mondo del lavoro, il sindacato non può e non deve stare fermo, deve sapersi evolvere al passo di quella che ormai tutti definiscono la Quarta Rivoluzione Industriale. Industry 4.0 è una grande occasione per il rilancio della nostra industria ma serve un vero e proprio ecosistema 4.0 in cui tutte le parti agiscono con responsabilità ed integrazione. Il lavoro del futuro porterà a un lavoratore professionalizzato, con un ruolo crescente, diventerà sempre più stakeholder dell’impresa. Ci sarà un’evoluzione delle relazioni industriali con salto di qualità in senso partecipativo. Questo non determinerà la fine della rappresentanza ma servirà un’evoluzione nelle relazioni industriali. La smart factory la ‘fabbrica intelligente e agile’ non funziona senza le persone, e neanche senza la smart union, vale a dire che servirà un sindacato competente, che studia, ascolta e capace di guardare le spalle alle persone promuovendole nel lavoro. Il futuro che si apre davanti a noi sarà per un sindacato che non si chiude in difensiva con desueti slogan sulla contrattazione e la rappresentanza. Sarà invece per un sindacato che affronta le novità e ne diventa protagonista. Di fronte a tutti questi cambiamenti penso che sia necessaria una rappresentanza più snella e forte: non ha più senso la proliferazione dei soggetti sindacali. Modelli evoluti di partecipazione si realizzano nei Paesi in cui si è ridotti il numero dei sindacati, dei contratti collettivi e delle categorie. È necessaria una semplificazione dei livelli organizzativi che tenda alla realizzazione di un’organizzazione più leggera e partecipata. Per aprire questo nuovo ciclo sindacale, ci vuole coraggio e una visione lungimirante.

 

Il 2018 sarà un anno, per il sindacato, importante. E’ l’anno, anche, del Congresso della Cgil. Pensi che la nuova leadership di Corso Italia sarà più disponibile ad affrontare un cammino che porti all’unità del Sindaco Confederale? Quale elemento frena, ancora, questo cammino?

La Cgil è imprigionata in un’idea del lavoro e del sindacato le cui difficoltà sono accentuate dall’essere orfane di un rapporto organico con un partito di dimensioni degne di una grande confederazione. Mi sembrano più concentrati sull’insuccesso del Pd che sulle tematiche del lavoro. È vero che in tal modo si è rappresentativi dell’Italia del rancore” ma quel paese non si iscrive al sindacato e consegna lo stomaco ai populisti e alle destre.

Credo, come dice Mauro Magatti, che senza nuovi paradigmi rischiamo di fare solo tenerezza nella nostra auto-marginalizzazione. Nonostante le profonde divisioni penso che le ragioni che nel dopoguerra hanno dato vita a Cgil Cisl Uil non siano più attuali. Nei grandi sindacati europei coesistono culture, socialdemocratiche, liberali, ambientaliste, radici più vicine alla dottrina sociale della Chiesa. In Italia abbiamo fatto meglio dei partiti (guardi a sinistra dove ne nasce uno al giorno…) ma dobbiamo osare di più in futuro.

L’unità non guasta ma deve produrre avanzamenti. Quando si è uniti per star fermi o in retromarcia meglio non allontanarmi mai dal merito e difendere la nostra gente, proprio come abbiamo fatto questo mese su lavoro e previdenza.

Non nego che una semplificazione del quadro sindacale sarebbe utile, all’interno delle confederazioni, come è avvenuto in tutta Europa riducendo il numero delle categorie e nel numero delle sigle sindacali. In Fca siamo in 7 sindacati, in altri settori si siedono al tavolo anche 30 sigle. Non solo bisogna rendere operativi gli accordi sulla rappresentanza sostenendo la selezione di rappresentatività per sindacati di lavoratori e imprese con una cornice legislativa ma credo bisognerebbe andare oltre.

 

La Fabbrica 4.0 mette in discussione vecchi paradigmi fordisti. Eppure c’è Ancora, nel lavoro italiano, molto fordismo. Torna il tema del conflitto sociale. Questo il sindacato non lo può dimenticare…. Qual è il tuo pensiero?

Mette in soffitta antagonismo padronale e sindacale ma funziona se è sostituito da modelli di partecipazione evoluti. Il conflitto sorge dove si utilizza la tecnologia senza progettazione sociale o dove non si investe affatto in tecnologia. C’è un dualismo economico tra imprese che innovano, investono, esportano e il resto, che non punta al futuro e investe solo su conflitto e ammortizzatori sociali.

 

Ci sono forze politiche che propongono il ripristino dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Una mossa giusta? Più in generale qual è il tuo giudizio sul Job act?

Credo che la partita del Job Act sia stata viziata fin dall’inizio da due atteggiamenti sbagliati: da una parte il trionfalismo che vedeva nel provvedimento la soluzione di tutti i problemi del lavoro in un paese in cui l’industria aveva perso 1/3 del suo tessuto. L’altro atteggiamento sbagliato è stato quello ideologico che vedeva nel Job Act e nell’art 18 la causa di tutti i mali perché avrebbero determinato l’aumento dei licenziamenti. Possiamo sicuramente rintracciare nel provvedimento degli aspetti positivi e negativi. Non banalizzo l’aspetto positivo del provvedimento sulle assunzioni e sull’apprendistato di primo livello che sono elementi fondamentali ma ritengo che il Job Act, poteva essere una grande opportunità per fare molto di più. Quando parliamo di lavoro bisogna essere più realistici, per far ripartire le assunzioni bisogna pensare a come poter rilanciare l’industria e far ripartire gli investimenti, motori essenziali per la crescita del Paese. Tra gli aspetti negativi che non condiviso del Job Act sicuramente lo scarso coraggio messo in campo dal governo per lo sfoltimento delle forme contrattuali. Nella maggior parte dell’Europa ci sono al massimo 4/5 forme contrattuali con cui è possibile assumere e che rendono il sistema più stabile. Non condivido la possibilità di procedere a licenziamenti collettivi mentre sui disciplinari andavano specificate meglio le casistiche all’interno delle quali confinarli. Ma i temi della formazione e dell’apprendistato dovevano essere centrali. Ce se ne accorge solo adesso.

 

Il governo Gentiloni ha avuto alcuni meriti, in particolare quello di riaprire il dialogo con il sindacato: Un dialogo che ha portato all’accordo di Novembre con Cisl e Uil senza la Cgil. Poi c’è stato il rinnovo del contratto degli Statali. Insomma un governo per certi versi “concertativo” .Ti chiedo, guardando alle elezioni, nel caso di una vittoria della destra sovranista e populista come si comporterà il sindacato?

Il populismo è nemico del lavoro, ma anche nemico del nostro ruolo educativo tra la gente. Come sindacato dobbiamo proteggere le persone dalla disinformazione che sta minando ed erodendo la nostra democrazia. La cultura è l’arma più forte, insieme al nuovo protagonismo delle persone.

Credo che il sindacato debba riappropriarsi con forme nuove del suo ruolo educativo nel lavoro e all’interno della società, deve tornare ad occuparsi dei nodi cruciali della vita delle persone per poter fronteggiare con coraggio l’ondata populista che fa leva sulle paure e insicurezze delle persone. È un compito difficile soprattutto in una società frammentata ma non possiamo rinunciare alla nostra missione. Il Sindacato è una delle più belle forme di solidarietà collettiva e non sarà mai compatibile col razzismo e con qualsiasi forma di totalitarismo né tantomeno con la falsa democrazia diretta dei click.

 

Ultima domanda: Sappiamo che sei molto corteggiato dalla politica e da diversi schieramenti. Cederai alla tentazione?

Mi fa molto piacere che ci sia stata un’attenzione da parte della politica ma per quanto mi riguarda ho ancora molto da fare nella mia Organizzazione. Stiamo trasformando la Fim in modo profondo, siamo soddisfatti ma a metà del guado. C’è sempre il rischio di tornare indietro verso la burocratizzazione e l’inaridimento valoriale. Non possiamo permettercelo.

Ritratti della legislatura. La “galleria” di Fabio Martini

 

FABIO MARTINI (Contrasto)

La legislatura che si è appena conclusa, per certi versi caotica e per altri versi innovativa, ci ha consegnato personaggi che hanno segnato il suo destino. Fabio Martini, cronista parlamentare del quotidiano “La Stampa”, in questa sua “galleria, ricostruisce, con finezza, “l’anima” di questi protagonisti.

GENTILONI L’ansiolitico
Ci sono due modi per affrontare i problemi di una nazione: aggredendoli, magnificando i risultati ogni ora; oppure lavorare di bulino, in silenzio. Ci sono due modi per conquistare il consenso: alimentare la rabbia dei cittadini contro il resto del mondo, ovvero far leva sull’istinto alla pace, alla rassicurazione. Nel suo primo anno da presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni ha scelto sempre la stessa medicina: l’ansiolitico.

RENZI Ego
Le qualità politiche di Matteo Renzi – intuito, dinamismo, dna politico – sono difficilmente contestabili. Ma nel corso del 2017 è emersa senza più possibilità di smentita la sua coazione a ripetere: è un leader che tende a sopravvalutarsi. Aveva evitato la maggioranza qualificata sulle riforme costituzionali per potersi legittimare col referendum e lo ha perso. Ha chiesto la Commissione banche convinto di poterle cantare a Banca d’Italia e hanno “processato” il Giglio magico. Ha voluto una riforma elettorale, convinto che potesse convenirgli ma converrà ad altri. Un ego super è la delizia ma anche la croce di Matteo Renzi.

BOSCHI-LOTTI I biondi
I principali collaboratori di Matteo Renzi erano – e restano – due trentenni toscani diversissimi tra loro ma entrambi comparsi sulla scena nazionale con un piglio di freschezza, dinamismo,  novità. Erano e sono biondi tutti e due, un carattere che è solo somatico, ma durante l’ultimo anno le asperità del potere – senza mai illegittimità – è come se avesse opacizzato quella lucentezza. Il 2018, per entrambi, sarà l’anno della verità: disponendo probabilmente di meno potere, dovranno dispiegare le loro qualità politiche per restare sulla breccia.

D’ALEMA E BERSANI Inaffondabili
Due tra gli ultimi “figli del Pci” ancora sulla scena sembravano destinati ad inabissarsi politicamente e invece sono brillantemente riemersi. Il primo dopo aver subito l’ostracismo di Renzi (contraccambiato con egual moneta) ha azzeccato dal suo punto di vista due mosse strategiche: ha cavalcato con successo il No al referendum, ha capito che il modo per far più male a Renzi era la scissione dal Pd. Il secondo, dopo aver perso due battaglie campali (elezioni 2013 Quirinale) ed essersi dimesso da segretario Pd, ha puntato su Pietro Grasso come leader della nuova formazione di sinistra e la scelta sembra essersi dimostrata azzeccata.

FRANCESCHINI-CASINI Democristianità
Una delle tipicità della Dc era la certezza di vincere le successive elezioni e infatti, dal 1946 sino alla sua fine, è stata sempre il partito di maggioranza relativa. Tutti i suoi notabili sapevano che, perdendo un congresso, avrebbero potuto vincere il successivo. Questo ha consentito a quasi tutti i suoi “figli” – sicuramente e Franceschini e Casini – di disporre di un know how che gli consente di essere “sempre verdi” nel mutare delle condizioni politiche.

GIORGIO NAPOLITANO E ANDREA ORLANDO Miglioristi
Delle tre anime del Pci – togliattismo, ingraismo, amendolismo – Giorgio Napolitano e il Guardasigilli Andrea Orlando proseguono quella migliorista, a suo tempo incarnata da Giorgio Amendola, e che ha sempre avuto come mantra l’ostilità ad ogni ideologismo e il perseguimento della migliore soluzione possibile in quel dato momento storico e politico. Da questo punto di vista la riforma delle intercettazioni di fine 2017 è esemplare di un metodo: una lunghissima contrattazione con le “parti” del processo si è combinata al ripristino del principio costituzionale della privacy delle conversazioni private. Una riforma migliorista.

ENRICO LETTA L’auto-esiliato
Una volta disarcionato da palazzo Chigi ad opera di una democratica “intentona” ordita da Renzi d’intesa con tutti i notabili del partito, a cominciare da quelli poi usciti dal Pd, Enrico Letta si è auto-confinato a Parigi dove dirige una prestigiosa facoltà di Scienze Politiche. In vista delle prossime elezioni ha pensato che fosse prematuro un suo rientro in Italia. Scommette su una legislatura breve e rovinosa? Intanto è stato “riabilitato” da Paolo Gentiloni nella conferenza stampa di fine anno: il governo Letta – dopo anni di ostracismo – è stato indicato a modello, come uno di quelli dai quali trae alimento una sinistra di governo.

DEL RIO-MINNITI I riservisti
Se il Pd dovesse subire una debacle elettorale, i primi ad essere interpellati come possibili successori di Matteo Renzi sarebbero due tra i ministri più efficaci del governo Gentiloni, ma provenienti da tradizioni culturali diverse: l’ex “comunista” Marco Minniti e l’ex “democristiano di sinistra” Graziano Delrio.

GRASSO Il presidente
Incoronato leader dei Liberi ed eguali il presidente del Senato Pietro Grasso ha preferito restare al suo posto, scartando l’opzione di alcuni (non tutti) suoi predecessori (Saragat, Pertini) di dimettersi nel momento in cui cambiava la loro collocazione politica. Da parte di Grasso nessun obbligo costituzionale a farlo, ma soprattutto una scommessa: che l’aura da “Presidente” possa aiutarlo in campagna elettorale. I primi sondaggi sembrerebbero dargli ragione.

ALFANO La quaresima
Nel 2017 l’agrigentino Angelino Alfano ha raggiunto l’apice del suo potere: ministro degli Esteri dopo essere stato ministro dell’Interno. In Sicilia non è bastato: le sue truppe si sono assottigliate. Dopo un accumulo di potere, Alfano ha scelto di disintossicarsi: decidendo di non partecipare alle prossime elezioni politiche ha scelto una stagione di quaresima.

BERLUSCONI L’eterno
Dopo aver perso tre elezioni politiche, nel 2017 è tornato sulla breccia. Questa sua predisposizione all’eternità, sarà studiata dagli storici. La Dc, ma con una decina di grandi leader, è durata 47 anni, Benito Mussolini, per effetto di un regime autoritario, è restato al potere 21 anni, Berlusconi è sulla breccia da 23, con “vista” sui prossimi cinque.

SALVINI-MELONI I destri
Nel corso del 2017 si è consolidato uno scenario inedito: per la prima volta nella storia repubblicana hanno preso corpo due forze politiche parallele, due forze politiche di destra che si contenderanno lo stesso elettorato. La Lega, ammainato con la guida di Matteo Salvini, il vessillo nordista, si propone esplicitamente come forza nazionale, con valori della vecchia e della nuova destra. I Fratelli d’Italia, guidati da Giorgia Meloni, puntano essenzialmente sul vecchio elettorato missino e poi di An.

DI MAIO Tutti
Proprio nello scorcio finale del 2017 il capo dei Cinque Stelle Luigi Di Maio ha completato una metamorfosi non plateale ma significativa del suo Movimento: ha annunciato che, se avrà l’incarico dal presidente della Repubblica, i Cinque Stelle offriranno il proprio programma di governo a tutti. Dalla stagione del “Vaffa” rivolto contro tutti al programma di governo offerto a tutti, c’è il segno di un’evoluzione che potrebbe offrire molte sorprese nel dopo-elezioni.

(Gettyimages)

“Ambizione, vanagloria e traditori di fiducia sono il cancro della Chiesa”. Il testo del discorso di Papa Francesco alla Curia Romana

(L’Osservatore Romano/Pool Photo via AP)

Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento di Papa Francesco, tenuto questa mattina in Vaticano, alla Curia Romana nel corso dei tradizionali auguri natalizi. Come ogni anno, da quando è iniziato il suo pontificato, Papa Bergoglio continua la sua analisi delle malattie della Curia vaticana. Il discorso non fa sconti ai traditori di fiducia, ovvero a quelle persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma, non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità, si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si autodichiarano erroneamente ‘martiri del sistema’, del ‘Papa non informato’, della ‘vecchia guardia’, invece di recitare il mea culpa”. Evidenti, in questo passaggio, sono i riferimenti del Papa agli ultimi episodi che hanno visto come protagonisti negativi alcuni esponenti della Curia Romana.

 

 

Cari fratelli e sorelle,

 

Il Natale è la festa della fede nel Figlio di Dio che si è fatto uomo per ridonare all’uomo la sua dignità filiale, perduta a causa del peccato e della disobbedienza. Il Natale è la festa della fede nei cuori che si trasformano in mangiatoia per ricevere Lui, nelle anime che permettono a Dio di far germogliare dal tronco della loro povertà il virgulto di speranza, di carità e di fede.

Quella di oggi è una nuova occasione per scambiarci gli auguri natalizi e auspicare per tutti voi, per i vostri collaboratori, per i Rappresentanti pontifici, per tutte le persone che prestano servizio nella Curia e per tutti i vostri cari un santo e gioioso Natale e un felice Anno Nuovo. Che questo Natale ci apra gli occhi per abbandonare il superfluo, il falso, il malizioso e il finto, e per vedere l’essenziale, il vero, il buono e l’autentico. Tanti auguri davvero!

Cari fratelli,

avendo parlato in precedenza della Curia romana ad intra, desidero quest’anno condividere con voi alcune riflessioni sulla realtà della Curia ad extra, ossia il rapporto della Curia con le Nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese Orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’Islam e le altre religioni, cioè con il mondo esterno. 

Le mie riflessioni si basano certamente sui principi basilari e canonici della Curia, sulla stessa storia della Curia, ma anche sulla visione personale che ho cercato di condividere con voi nei discorsi degli ultimi anni, nel contesto dell’attuale riforma in corso. 

E parlando della riforma mi viene in mente l’espressione simpatica e significativa di Mons. Frédéric-François-Xavier De Mérode: «Fare le ‎riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti»[1].‎ Ciò evidenzia quanta pazienza, dedizione e delicatezza occorrano per raggiungere tale obbiettivo, in quanto la Curia è un’istituzione antica, complessa, venerabile, composta da uomini provenienti da diverse culture, lingue e costruzioni mentali e che, strutturalmente e da sempre, è legata alla funzione primaziale del Vescovo di Roma nella Chiesa, ossia all’ufficio “sacro” voluto dallo stesso Cristo Signore per il bene dell’intero corpo della Chiesa, (ad bonum totius corporis)[2]. 

L’universalità del servizio della Curia, dunque, proviene e scaturisce dalla cattolicità del Ministero petrino. Una Curia chiusa in sé stessa tradirebbe l’obbiettivo della sua esistenza e cadrebbe nell’autoreferenzialità, condannandosi all’autodistruzione. La Curia, ex natura, è progettata ad extra in quanto e finché legata al Ministero petrino, al servizio della Parola e dell’annuncio della Buona Novella: il Dio Emmanuele, che nasce tra gli uomini, che si fa uomo per mostrare a ogni uomo la sua vicinanza viscerale, il suo amore senza limiti e il suo desiderio divino che tutti gli uomini siano salvi e arrivino a godere della beatitudine celeste (cfr 1 Tm2,4); il Dio che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi (cfr Mt 5,45); il Dio che non è venuto per essere servito ma per servire (cfr Mt 20,28); il Dio che ha costituito la Chiesa per essere nel mondo, ma non del mondo, e per essere strumento di salvezza e di servizio.

Proprio pensando a questa finalità ministeriale, petrina e curiale, ossia di servizio, salutando di recente i Padri e Capi delle Chiese Orientali Cattoliche[3], ho fatto ricorso all’espressione di un “primato diaconale”, rimandando subito all’immagine diletta di San Gregorio Magno del Servusservorum Dei. Questa definizione, nella sua dimensione cristologica, è anzitutto espressione della ferma volontà di imitare Cristo, il quale assunse la forma di servo (cfr Fil 2,7‎). Benedetto XVI, quando ne parlò, disse che sulle labbra di Gregorio questa frase non era «una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire. Egli era intimamente colpito dall’umiltà di Dio, che in Cristo si è fatto nostro servo, ci ha lavato e ci lava i piedi sporchi»[4].

Analogo atteggiamento diaconale deve caratterizzare anche quanti, a vario titolo, operano nell’ambito della Curia romana la quale, come ricorda anche il Codice di Diritto Canonico, agendo nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice, «adempie alla propria funzione per il bene e al servizio delle Chiese» (can. 360; cfr CCEO can. 46). 

Primato diaconale “relativo al Papa”[5]; e altrettanto diaconale, di conseguenza, è il lavoro che si svolge all’interno della Curia romana ad intra e all’esterno ad extra. Questo tema della diaconia ministeriale e curiale mi riporta a un antico testo presente nella Didascalia Apostolorum, dove si afferma: il «diacono sia l’orecchio e la bocca del Vescovo, il suo cuore e la sua anima»[6], poiché a questa concordia è legata la comunione, l’armonia e la pace nella Chiesa, in quanto il diacono è il custode del servizio nella Chiesa[7]. Non credo sia per caso che l’orecchio è l’organo dell’udito ma anche dell’equilibrio; e la bocca l’organo dell’assaporare e del parlare. 

Un altro antico testo aggiunge che i diaconi sono chiamati a essere come gli occhi del Vescovo[8]. L’occhio guarda per trasmettere le immagini alla mente, aiutandola a prendere le decisioni e a dirigere per il bene di tutto il corpo.

La relazione che da queste immagini si può dedurre è quella di comunione di filiale obbedienza per il servizio al popolo santo di Dio. Non c’è dubbio, poi, che tale dev’essere anche quella che esiste tra tutti quanti operano nella Curia romana, dai Capi Dicastero e Superiori agli ufficiali e a tutti. La comunione con Pietro rafforza e rinvigorisce la comunione tra tutti i membri.

Da questo punto di vista, il richiamo ai sensi dell’organismo umano aiuta ad avere il senso dell’estroversione, dell’attenzione a quello che c’è fuori. Nell’organismo umano, infatti, i sensi sono il nostro primo legame con il mondo ad extra, sono come un ponte verso di esso; sono la nostra possibilità di relazionarci. I sensi ci aiutano a cogliere il reale e ugualmente a collocarci nel reale. Non a caso Sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei Misteri di Cristo e della verità[9].

Questo è molto importante per superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano. Quando questo avviene, però, si perde la gioia del Vangelo, la gioia di comunicare il Cristo e di essere in comunione con Lui; si perde la generosità della nostra consacrazione (cfr At 20,35 e 2 Cor 9,7).

Permettetemi qui di spendere due parole su un altro pericolo, ossia quello dei traditori di fiducia o degli approfittatori della maternità della Chiesa, ossia le persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma – non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità – si  lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del “Papa non informato”, della “vecchia guardia”…, invece di recitare il “mea culpa”. Accanto a queste persone ve ne sono poi altre che ancora operano nella Curia, alle quali si dà tutto il tempo per riprendere la giusta via, nella speranza che trovino nella pazienza della Chiesa un’opportunità per convertirsi e non per approfittarsene. Questo certamente senza dimenticare la stragrande maggioranza di persone fedeli che vi lavorano con lodevole impegno, fedeltà, competenza, dedizione e anche tanta santità.

È opportuno, allora, tornando all’immagine del corpo, evidenziare che questi “sensi istituzionali”, cui potremmo in qualche modo paragonare i Dicasteri della Curia romana, devono operare in maniera conforme alla loro natura e alla loro finalità: nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice e sempre per il bene e al servizio delle Chiese[10]. Essi sono chiamati ad essere nella Chiesa come delle fedeli antenne sensibili: emittenti e riceventi.

Antenne emittenti in quanto abilitate a trasmettere fedelmente la volontà del Papa e dei Superiori. La parola “fedeltà”[11] per quanti operano presso la Santa Sede «assume un carattere particolare, dal momento che essi pongono al servizio del Successore di Pietro buona parte delle proprie energie, del proprio tempo e del proprio ministero quotidiano. Si tratta di una grave responsabilità, ma anche di un dono speciale, che con il passare del tempo va sviluppando un legame affettivo con il Papa, di interiore confidenza, un naturale idem sentire, che è ben espresso proprio dalla parola “fedeltà”»[12].

L’immagine dell’antenna rimanda altresì all’altro movimento, quello inverso, ossia del ricevente. Si tratta di cogliere le istanze, le domande, le richieste, le grida, le gioie e le lacrime delle Chiese e del mondo in modo da trasmetterle al Vescovo di Roma al fine di permettergli di svolgere più efficacemente il suo compito e la sua missione di «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione»[13]. Con tale recettività, che è più importante dell’aspetto precettivo, i Dicasteri della Curia romana entrano generosamente in quel processo di ascolto e di sinodalità di cui ho già parlato[14].

Cari fratelli e sorelle,

ho fatto ricorso all’espressione “primato diaconale”, all’immagine del corpo, dei sensi e dell’antenna per spiegare che proprio per raggiungere gli spazi dove lo Spirito parla alle Chiese (cioè la storia) e per realizzare lo scopo dell’operare (la salus animarum) risulta necessario, anzi indispensabile, praticare il discernimento dei segni dei tempi[15], la comunione nel servizio, la carità nella verità, la docilità allo Spirito e l’obbedienza fiduciosa ai Superiori.

Forse è utile qui ricordare che gli stessi nomi dei diversi Dicasteri e degli Uffici della Curia romana lasciano intendere quali siano le realtà a favore delle quali debbono operare. Si tratta, a ben vedere, di azioni fondamentali e importanti per tutta la Chiesa e direi per il mondo intero.

Essendo l’operato della Curia davvero molto ampio, mi limiterei questa volta a parlarvi genericamente della Curia ad extra, cioè di alcuni aspetti fondamentali, selezionati, a partire dai quali non sarà difficile, nel prossimo futuro, elencare e approfondire gli altri campi dell’operato della Curia.

La Curia e il rapporto con le Nazioni 

In questo campo gioca un ruolo fondamentale la Diplomazia Vaticana, che è la ricerca sincera e costante di rendere la Santa Sede un costruttore di ponti, di pace e di dialogo tra le Nazioni. Ed essendo una Diplomazia al servizio dell’umanità e dell’uomo, della mano tesa e della porta aperta, essa si impegna nell’ascoltare, nel comprendere, nell’aiutare, nel sollevare e nell’intervenire prontamente e rispettosamente in qualsiasi situazione per avvicinare le distanze e per intessere la fiducia. L’unico interesse della Diplomazia Vaticana è quello di essere libera da qualsiasi interesse mondano o materiale. 

La Santa Sede quindi è presente sulla scena mondiale per collaborare con tutte le persone e le Nazioni di buona volontà e per ribadire sempre l’importanza di custodire la nostra casa comune da ogni egoismo distruttivo; per affermare che le guerre portano solo morte e distruzione; per attingere dal passato i necessari insegnamenti che aiutano a vivere meglio il presente, a costruire solidamente il futuro e a salvaguardarlo per le nuove generazioni. 

Gli incontri con i Capi delle Nazioni e con le diverse Delegazioni, insieme ai Viaggi Apostolici, ne sono il mezzo e l’obbiettivo. 

Ecco perché è stata costituita la Terza Sezione della Segreteria di Stato, con la finalità di dimostrare l’attenzione e la vicinanza del Papa e dei Superiori della Segreteria di Stato al personale di ruolo diplomatico e anche ai religiosi e alle religiose, ai laici e alle laiche che prestano lavoro nelle Rappresentanze Pontificie. Una Sezione che si occupa delle questioni attinenti alle persone che lavorano nel servizio diplomatico della Santa Sede o che vi si preparano, in stretta collaborazione con la Sezione per gli Affari Generali e con la Sezione per i Rapporti con gli Stati[16]. 

Questa particolare attenzione si basa sulla duplice dimensione del servizio del personale diplomatico di ruolo: pastori e diplomatici, al servizio delle Chiese particolari e delle Nazioni ove operano. 

La Curia e le Chiese particolari

Il rapporto che lega la Curia alle Diocesi e alle Eparchie è di primaria importanza. Esse trovano nella Curia Romana il sostegno e il supporto necessario di cui possono avere bisogno. È un rapporto che si basa sulla collaborazione, sulla fiducia e mai sulla superiorità o sull’avversità. La fonte di questo rapporto è nel Decreto conciliare sul ministero pastorale dei Vescovi, dove più ampiamente si spiega che quello della Curia è un lavoro svolto «a vantaggio delle Chiese e al servizio dei sacri pastori»[17].

La Curia romana, dunque, ha come suo punto di riferimento non soltanto il Vescovo di Roma, da cui attinge autorità, ma pure le Chiese particolari e i loro Pastori nel mondo intero, per il cui bene opera e agisce.

A questa caratteristica di «servizio al Papa e ai Vescovi, alla Chiesa universale, alle Chiese particolari» e al mondo intero, ho fatto richiamo nel primo di questi nostri annuali incontri, quando sottolineai che «nella Curia romana si apprende, “si respira” in modo speciale questa duplice dimensione della Chiesa, questa compenetrazione tra l’universale e il particolare»; e aggiunsi: «penso che sia una delle esperienze più belle di chi vive e lavora a Roma»[18]. 

Le visite ad limina Apostolorum, in questo senso, rappresentano una grande opportunità di incontro, di dialogo e reciproco arricchimento. Ecco perché ho preferito, incontrando i Vescovi, avere un dialogo di reciproco ascolto, libero, riservato, sincero che va oltre gli schemi protocollari e l’abituale scambio di discorsi e di raccomandazioni. È importante anche il dialogo tra i Vescovi e i diversi Dicasteri. Quest’anno, riprendendo le visite ad limina, dopo l’anno del Giubileo, i Vescovi mi hanno confidato che sono stati ben accolti e ascoltati da tutti i Dicasteri. Questo mi rallegra tanto, e ringrazio i Capi Dicastero qui presenti.

Permettetemi anche qui, in questo particolare momento della vita della Chiesa, di richiamare la nostra attenzione alla prossima XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Chiamare la Curia, i Vescovi e tutta la Chiesa a portare una speciale attenzione alle persone dei giovani, non vuol dire guardare soltanto a loro, ma anche mettere a fuoco un tema nodale per un complesso di relazioni e di urgenze: i rapporti intergenerazionali, la famiglia, gli ambiti della pastorale, la vita sociale… Lo annuncia chiaramente il Documento preparatorio nella sua introduzione: «La Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi. Come un tempo Samuele (cfr 1 Sam 3,1-21) e Geremia (cfr Ger 1,4-10), anche oggi ci sono giovani che sanno scorgere quei segni del nostro tempo che lo Spirito addita. Ascoltando le loro aspirazioni possiamo intravedere il mondo di domani che ci viene incontro e le vie che la Chiesa è chiamata a percorrere»[19].

La Curia e le Chiese Orientali

L’unità e la comunione che dominano il rapporto della Chiesa di Roma e le Chiese Orientali rappresentano un concreto esempio di ricchezza nella diversità per tutta la Chiesa. Esse, nella fedeltà alle proprie Tradizioni bimillenarie e nella ecclesiastica communio, sperimentano e realizzano la preghiera sacerdotale di Cristo (cfr Gv 17)[20] 

In questo senso, nell’ultimo incontro con i Patriarchi e gli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali, parlando del “primato diaconale”, ho evidenziato anche l’importanza di approfondire e di revisionare la delicata questione dell’elezione dei nuovi Vescovi ed Eparchi che deve corrispondere, da una parte, all’autonomia delle Chiese Orientali e, allo stesso tempo, allo spirito di responsabilità evangelica e al desiderio di rafforzare sempre di più l’unità con la Chiesa Cattolica. «Il tutto, nella più convinta applicazione di quella autentica prassi sinodale, che è distintiva delle Chiese d’Oriente»[21]. L’elezione di ogni Vescovo deve rispecchiare e rafforzare l’unità e la comunione tra il Successori di Pietro e tutto il collegio episcopale[22]. 

Il rapporto tra Roma e l’Oriente è di reciproco arricchimento spirituale e liturgico. In realtà, la Chiesa di Roma non sarebbe davvero cattolica senza le inestimabili ricchezze delle Chiese Orientali e senza la testimonianza eroica di tanti nostri fratelli e sorelle orientali che purificano la Chiesa accettando il martirio e offrendo la loro vita per non negare Cristo[23].

La Curia e il dialogo ecumenico

Ci sono pure degli spazi nei quali la Chiesa Cattolica, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, è particolarmente impegnata. Fra questi l’unità dei cristiani che «è un’esigenza essenziale della nostra fede, un’esigenza che sgorga dall’intimo del nostro essere credenti in Gesù Cristo»[24]. Si tratta sì di un “cammino” ma, come più volte è stato ripetuto anche dai miei Predecessori, è un cammino irreversibile e non in retromarcia. “L’unità si fa camminando, per ricordare che quando camminiamo insieme, cioè ci incontriamo come fratelli, preghiamo insieme, collaboriamo insieme nell’annuncio del Vangelo e nel servizio agli ultimi siamo già uniti. Tutte le divergenze teologiche ed ecclesiologiche che ancora dividono i cristiani saranno superate soltanto lungo questa via, senza che noi oggi sappiamo come e quando, ma ciò avverrà secondo quello che lo Spirito Santo vorrà suggerire per il bene della Chiesa»[25].

La Curia opera in questo campo per favorire l’incontro con il fratello, per sciogliere i nodi delle incomprensioni e delle ostilità, e per contrastare i pregiudizi e la paura dell’altro che hanno impedito di vedere la ricchezza della e nella diversità e la profondità del Mistero di Cristo e della Chiesa che resta sempre più grande di qualsiasi espressione umana.

Gli incontri avvenuti con i Papi, i Patriarchi e i Capi delle diverse Chiese e Comunità mi hanno sempre riempito di gioia e di gratitudine.

La Curia e l’Ebraismo, l’Islam, le altre religioni

Il rapporto della Curia Romana con le altre religioni si basa sull’insegnamento del Concilio Vaticano II e sulla necessità del dialogo. «Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro»[26]. Il dialogo è costruito su tre orientamenti fondamentali: «il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni. Il dovere dell’identità, perché non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro; il coraggio dell’alterità, perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti; la sincerità delle intenzioni, perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione»[27]. 

Gli incontri avvenuti con le autorità religiose, nei diversi viaggi apostolici e negli incontri in Vaticano, ne sono la concreta prova. 

Questi sono soltanto alcuni aspetti, importanti ma non esaurenti, dell’operato della Curia ad extra. Oggi ho scelto questi aspetti, legati al tema del “primato diaconale”, dei “sensi istituzionali” e delle “fedeli antenne emittenti e riceventi”.

Cari fratelli e sorelle, 

come ho iniziato questo nostro incontro parlando del Natale come festa della fede, vorrei concluderlo evidenziando che il Natale ci ricorda però che una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta. In realtà, una fede soltanto intellettuale o tiepida è solo una proposta di fede, che potrebbe realizzarsi quando arriverà a coinvolgere il cuore, l’anima, lo spirito e tutto il nostro essere, quando si permette a Dio di nascere e rinascere nella mangiatoia del cuore, quando permettiamo alla stella di Betlemme di guidarci verso il luogo dove giace il Figlio di Dio, non tra i re e il lusso, ma tra i poveri e gli umili.

Angelo Silesio, nel suo Il Pellegrino cherubico, scrisse: «Dipende solo da te: Ah, potesse il tuo cuore diventare una mangiatoia! Dio nascerebbe bambino di nuovo sulla terra»[28].

Con queste riflessioni rinnovo i miei più fervidi auguri natalizi a voi e a tutti i vostri cari. 

Grazie!

Grazie!

[Benedizione]

E, per favore, pregate per me.

 

 

[1] Cfr Giuseppe Dalla Torre, Sopra una storia della Gendarmeria Pontificia, 19 ottobre 2017.

[2] «Per pascere e accrescere sempre più il popolo di Dio ha istituito nella sua Chiesa vari ministeri che tendono al bene di tutto il corpo» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogmLumen gentium, 18).

[3] Cfr Saluto ai Patriarchi e agli Arcivescovi Maggiori9 ottobre 2017.

[4] Catechesi nell’Udienza generale del 4 giugno 2008.

[5] Cfr Giovanni Paolo II, Discorso alla riunione plenaria del Sacro Collegio dei Cardinali, 21 novembre 1985, 4.

[6] 2, 44: Funk, 138-166; cfr W. Rordorf, Liturgie et eschatologie, in Augustinianum 18 (1978), 153-161; Id., Que savons-nous des lieux de culte chrétiens de l’époque préconstantinienne? in L’Orient Syrien 9 (1964), 39-60.

[7] Cfr Incontro con i sacerdoti e i consacrati, Duomo di Milano, 25 marzo 2017.

[8] «Quanto ai diaconi della Chiesa, siano come gli occhi del vescovo, che sanno vedere tutto attorno, investigando le azioni di ciascuno della Chiesa, nel caso che qualcuno stia sul punto di peccare: in questo modo, prevenuto dall’avvertimento di chi presiede, forse non porterà a termine il [suoi peccato]» (Lettera di Clemente a Giacomo, 12: Rehm 14-15, in I Ministeri nella Chiesa Antica, Testi patristici dei primi tre secoli a cura di Enrico Cattaneo, Edizioni Paoline, 1997, p. 696). 

[9] Cfr Esercizi Spirituali, N. 121: «La quinta contemplazione sarà applicare i cinque sensi sulla prima e la seconda contemplazione».

[10] Nel commento al Vangelo secondo Matteo di San Girolamo si registra un curioso paragone tra i cinque sensi dell’organismo umano e le vergini della parabola evangelica, che diventano stolte quando non agiscono più secondo il fine loro assegnato (cfr Comm. in Mt XXVPL 26, 184).

[11] Il concetto della fedeltà risulta molto impegnativo ed eloquente perché sottolinea anche la durata nel tempo dell’impegno assunto, rimanda ad una virtù che, come disse Benedetto XVI, «esprime il legame tutto particolare che si stabilisce tra il Papa e i suoi diretti collaboratori, tanto nella Curia Romana come nelle Rappresentanze Pontificie”. Discorso alla Comunità della Pontificia Accademia Ecclesiastica, 11 giugno 2012.

[12] Ibid

[13] Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 18.

[14] «Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare “è più che sentire”. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo “Spirito della verità” (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli “dice alle Chiese” (Ap 2,7)» Discorso nel 50° anniversario del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015.

[15] Cfr Lc 12,54-59; Mt 16,1-4; Conc. Ecum. Vat. II, Cost. pastGaudium et spes, 11: «Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l’universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo, orientando così lo spirito verso soluzioni pienamente umane».

[16] Cfr. Lettera Pontificia, il 18 ottobre 2017; Comunicato della Segreteria di Stato, il 21 novembre 2017.

[17] Christus Dominus, 9.

[18] Discorso alla Curia romana, 21 dicembre 2013; cfr Paolo VI, Omelia per l’80° compleanno, 16 ottobre 1977: «Si, Roma ho amato, nel continuo assillo di meditarne e di comprenderne il trascendente segreto, incapace certamente di penetrarlo e di viverlo, ma appassionato sempre, come ancora lo sono, di scoprire come e perché “Cristo è Romano” (cfr Dante, Div. Comm., Purg., XXXII, 102) […] la vostra “coscienza romana” abbia essa all’origine la nativa cittadinanza di questa Urbe fatidica, ovvero la permanenza di domicilio o l’ospitalità ivi goduta; “coscienza romana” che qui essa ha virtù d’infondere a chi sappia respirarne il senso d’universale umanesimo» (Insegnamenti di Paolo VI, XV 1977, 1957).

[19] Sinodo dei Vescovi – Assemblea Generale Ordinaria XV, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, Introduzione.

[20] Da una parte, l’unità che risponde al dono dello Spirito, trova naturale e piena ‎espressione nell’«unione indefettibile con il Vescovo di Roma» (Benedetto XVI, Esort. ap. post-sin. Ecclesia in Medio Oriente, 40). E dall’altra parte, l’essere ‎inseriti nella comunione dell’intero Corpo di Cristo ci rende consapevoli di ‎dover rafforzare l’unione e la solidarietà in seno ai vari Sinodi patriarcali, ‎‎«privilegiando sempre la concertazione su questioni di grande importanza ‎per la Chiesa in vista di un’azione collegiale e unitaria» (ibid.)‎.

[21] Parole ai Patriarchi delle Chiese Orientali e agli Arcivescovi Maggiori,  21 novembre 2013.

[22] Insieme ai Capi e Padri, agli Arcivescovi e ai Vescovi orientali, in comunione ‎con il Papa, con la Curia e tra di loro, siamo tutti chiamati «a ‎ricercare sempre “la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza e la ‎mitezza” (cfrTm 6,11); [ad adottare] uno stile di vita sobrio a immagine di ‎Cristo, che si è spogliato per arricchirci con la sua povertà (cfr 2 Cor 8,9) […] ‎‎[alla] trasparenza nella gestione dei beni e sollecitudine verso ogni debolezza ‎e necessità» (Parole ai Patriarchi delle Chiese Orientali cattoliche e agli Arcivescovi Maggiori, 21 novembre 2013).

[23] Noi «vediamo tanti nostri fratelli e sorelle cristiani delle Chiese orientali sperimentare persecuzioni drammatiche e una diaspora sempre più inquietante» (Omelia in occasione del centenario della Congregazione per le Chiese Orientali e del Pontificio Istituto Orientale), Basilica di Santa Maria Maggiore, 12 ottobre 2017). «Su queste situazioni nessuno può chiudere gli occhi» (Messaggio nel centenario di fondazione del Pontificio Istituto Orientale, 12 ottobre 2017).

[24] Discorso alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità ‎dei Cristiani, 10 novembre 2016‎.

[25] Ibid.

[26] Discorso ai partecipanti alla Conferenza Internazionale per la Pace, Al-Azhar Conference Centre, Il Cairo, 28 aprile 2017.

[27] Ibid.

[28] Edizione Paoline 1989, p. 170 [234-235]: «Es mangelt nur an dir: Ach, könnte nur dein Herzzu einer Krippe werden, Gott würde noch einmal ein Kind auf dieser Erden».

 

Dal SITO: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/december/documents/papa-francesco_20171221_curia-romana.html