IL PATTO SPORCO. Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista

“Chiediamoci perché politica, istituzioni, cultura, abbiano avuto bisogno delle parole dei giudici per cominciare finalmente a capire… Un manipolo di magistrati e di investigatori ha dimostrato di non aver paura a processare lo Stato. Ora anche altri devono fare la loro parte.”
Nino Di Matteo

“Volevo che nelle pagine di questo libro parlasse il magistrato, parlasse l’uomo,
protagonista e testimone di un processo destinato a lasciare il segno.”
Saverio Lodato

 

 

 

 

IL LIBRO
Gli attentati a Lima, Falcone, Borsellino, le bombe a Milano, Firenze, Roma, gli omicidi di valorosi commissari di polizia e ufficiali dei carabinieri. Lo Stato in ginocchio, i suoi uomini migliori sacrificati. Ma mentre correva il sangue delle stragi c’era chi, proprio in nome dello Stato, dialogava e interagiva con il nemico.
La sentenza di condanna di Palermo, contro l’opinione di molti “negazionisti”, ha provato che la trattativa non solo ci fu ma non evitò altro sangue. Anzi, lo provocò. Come racconta il pm Di Matteo a Saverio Lodato in questa appassionata ricostruzione, per la prima volta una sentenza accosta il protagonismo della mafia a Berlusconi esponente politico, e per la prima volta carabinieri di alto rango, Subranni, Mori e De Donno, sono ritenuti colpevoli di aver tradito le loro divise. Troppi i non ricordo e gli errori di politici e forze dell’ordine dietro vicende altrimenti inspiegabili come l’interminabile latitanza (43 anni!) di Provenzano, la cattura di Riina e la mancata perquisizione del suo covo, il siluramento del capo delle carceri, Nicolò Amato, la sospensione del carcere duro per 334 boss mafiosi.
Anni di silenzi, depistaggi, pressioni ai massimi livelli (anche dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), qui documentati, finalizzati a intimidire e a bloccare le indagini. Ora, dopo questa prima sentenza che si può dire storica, le istituzioni appaiono più forti e possono spazzare via per sempre il tanfo maleodorante delle complicità e della convivenza segreta con la mafia. Tutto questo viene raccontato in un libro straordinario che oggi esce nelle librerie.

GLI AUTORI
Sostituto procuratore della Repubblica a Caltanissetta e poi a Palermo, Nino Di Matteo è ora sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Ha indagato sulle stragi dei magistrati Chinnici, Falcone, Borsellino e delle loro scorte, e sull’omicidio del giudice Saetta. Pm in processi a carico dell’ala militare di Cosa Nostra, si è occupato anche dei processi a Cuffaro, al deputato regionale Mercadante, al funzionario dei servizi segreti D’Antone, e alle “talpe” alla procura di Palermo. Diverse amministrazioni comunali (tra queste Roma, Milano, Torino, Bologna, Genova) gli hanno conferito la cittadinanza onoraria per il suo impegno nella ricerca della verità. È autore dei libri “Assedio alla toga” (con Loris Mazzetti, Aliberti) e “Collusi” (con Salvo Palazzolo, Rizzoli).

Saverio Lodato è tra i più autorevoli giornalisti italiani in materia di mafia, antimafia e Sicilia. Per trent’anni è stato inviato de “l’Unità” in Sicilia e oggi scrive sul sito antimafiaduemila.com. Ha scritto: “Avanti mafia!” (Corsiero Editore); “Quarant’anni di mafia” (Rizzoli); “I miei giorni a Palermo” (con Antonino Caponnetto, Garzanti); “Dall’altare contro la mafia” (Rizzoli); “Ho ucciso Giovanni Falcone” (con Giovanni Brusca, Mondadori); “La linea della palma” (con Andrea Camilleri, Rizzoli); “Intoccabili” (con Marco Travaglio, Rizzoli); “Il ritorno del Principe” (con Roberto Scarpinato, Chiarelettere); “Un inverno italiano” (con Andrea Camilleri, Chiarelettere); “Di testa nostra” (con Andrea Camilleri, Chiarelettere).

PER GENTILE CONCESSIONE PUBBLICHIAMO L’INCIPIT DEL LIBRO

Venticinque anni di solitudine e coraggio

Dottor Di Matteo, venticinque anni di inchieste e di solitudine,
di ricerca accanita della verità, di successi e momenti
di amarezza, ma anche di isolamento e vita blindata. Un
quarto di secolo, con la toga addosso, nell’Italia di oggi.
Dall’età di trent’anni, a oggi che ne ha cinquantasette. Così
è volata via metà della sua esistenza. Ma quando ha inizio
l’incubo di una vita blindata giorno e notte?
Il primo servizio di scorta lo ebbi nel dicembre 1993,
alla procura di Caltanissetta. Ero alle prime armi. Mi
avevano assegnato un processo che riguardava la guerra
in corso in quegli anni fra Cosa Nostra e la Stidda, nel
territorio di Gela.

Cos’è la Stidda?
Un’organizzazione di tipo mafioso che fra la fine degli
anni Ottanta e l’inizio del ’90 si oppose al potere tra
dizionalmente incarnato, nel resto della Sicilia, solo da
Cosa Nostra; formata, in parte consistente, anche da
fuoriusciti di Cosa Nostra; e che con gli stessi metodi
di intimidazione e violenza entrò in guerra, nei territori
di Gela, Vittoria, Ragusa, di tutto l’agrigentino, proprio
con la mafia tradizionale.

Cosa accadde?
Venne intercettata una telefonata fra due capi della Stidda.
L’indomani dovevo andare da Caltanissetta a Gela, dove
sostenevo l’accusa in un processo nell’aula del tribunale.
I due capi stiddari parlavano del tragitto che ero solito
fare quando mi recavo in udienza, osservando che organizzare
un agguato poteva essere facile. Così mi trovai, da
un giorno all’altro, a passare dalla vita normale dei primi
tempi in cui ero in magistratura, alla presenza costante dei
carabinieri che mi accompagnavano in ogni spostamento.

Quanti anni aveva?
Nel ’93 avevo trentadue anni e non ero ancora sposato.
All’inizio, e penso che sia un fatto umano, la protezione,
in un certo senso, mi faceva anche piacere. Provavo un
senso di maggiore sicurezza nel mio lavoro. E poi, perché
no?, la scorta poteva essere vista come un riconoscimento
dell’importanza del mio ruolo. Con il passare degli anni, però, questa situazione, invece di essere da me
accettata, come sarebbe stato fisiologico, ha costituito
un peso sempre maggiore.

Quando iniziò a fare il magistrato?
Avevo iniziato il tirocinio, che allora si chiamava uditorato,
nell’agosto 1991. Lo avevo vissuto, da appassionato
di vicende di mafia, negli uffici giudiziari più esposti,
proprio quelli palermitani. La mia formazione coincise
tragicamente con il periodo dell’attacco più violento
della mafia alle istituzioni, ma soprattutto con le stragi
di Capaci e via D’Amelio, che colpirono Giovanni Falcone,
Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, uomini e
donne delle loro scorte.

Cosa rappresentavano per lei, giovane uditore giudiziario,
Falcone e Borsellino?
Erano stati, fra gli altri, ma più degli altri, i miei punti
di riferimento nella scelta di diventare magistrato. Finalmente
avevo realizzato un sogno. Li avevo conosciuti.
Ero orgoglioso di fare il tirocinio negli stessi uffici dove
loro avevano lavorato e dove Paolo Borsellino continuava
a lavorare. E in quegli stessi corridoi della procura
di Palermo ho vissuto lo sgomento per gli attentati di
Capaci e via D’Amelio.

Prima di andare a Caltanissetta, li aveva già conosciuti
personalmente?
Sì, Falcone in maniera più superficiale. Ogni tanto,
seppure fosse già in servizio al ministero della Giustizia
a Roma, veniva a Palermo. Paolo Borsellino lo conobbi
meglio perché lavorava come procuratore aggiunto a
Palermo, proprio mentre facevo il tirocinio nello stesso
ufficio giudiziario.

Cosa ricorda di loro?
La prima stretta di mano con Falcone rimarrà soprattutto
un mio ricordo, legato a una grande emozione.
Quella di stringere la mano a colui che era stato il punto
di riferimento ideale del mio impegno per diventare
magistrato. Accadde in occasione di una sua visita
alla procura di Palermo, in cui gli vennero presentati
i tirocinanti. Appena pochi giorni prima dell’omicidio
di Salvo Lima, europarlamentare democristiano, il 12
marzo 1992. Il delitto che, come immediatamente
percepì con preoccupazione proprio Falcone, avrebbe
cambiato il corso dei rapporti fra il vertice di Cosa
Nostra e l’apparato statuale. Stava iniziando la stagione
delle bombe.

Nino Di Matteo – Saverio Lodato, IL PATTO SPORCO.Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista, Ed.Chiarelettere 2018, pagine 224, prezzo 16 €

De Gasperi e il popolo. Un testo di Paolo Pombeni

(ANSA/UFFICIO STAMPA ISTITUTO LUCE CINECITTA’)

Come ogni anno, nell’anniversario della morte del grande statista, La “Fondazione trentina Alcide De Gasperi” offre  l’opportunità a studiosi, uomini politici  di confrontarsi con il pensiero del leader democristiano.  La Lectio 2018 da punti di ha trattato, da punti di vista complementari, quale fosse l’idea dello statista trentino sul popolo e sulla democrazia e in che modo si possa fare oggi tesoro del suo insegnamento in una fase politica di radicale trasformazione.  Pubblichiamo, per gentile concessione, il testo della Lectio del politologo bolognese Paolo Pombeni

Paolo Pombeni, (Bolzano 1948), è professore emerito presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’università di Bologna dove ha insegnato Storia dei Sistemi Politici Europei e dal 2010 al 2012 ha diretto l’Istituto di Studi Avanzati. Dal 2010 al 2016 ha diretto l’Istituto Storico Italo-Germanico della Fondazione Bruno Kessler Trento. Ha fondato ed è membro del comitato direttivo della rivista “Ricerche di Storia Politica” e dell’editorial board del “Journal of Political Ideologies”. È membro del direttivo della rivista “Il Mulino” e del Consiglio Editoriale della Casa Editrice Il Mulino; del Consiglio scientifico della “Fondation Charles De Gaulle” (Parigi); del Comitato Scientifico per l’Edizione Nazionale delle opere di Aldo Moro e del Comitato Scientifico per l’Edizione Nazionale delle lettere di Alcide De Gasperi. Ha diretto l’edizione critica degli Scritti e discorsi politici di Alcide De Gasperi. È editorialista del quotidiano Il Sole-24Ore. È segretario della giuria del premio “Alcide De Gasperi-Costruttori dell’Europa”. Fra le sue opere più recenti: La ragione e la passione. Le forme della politica nell’Europa contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2010; Giuseppe Dossetti. L’avventura politica di un riformatore cristiano, Bologna, Il Mulino, 2013; (in dialogo con M. Marchi), La politica dei cattolici dal Risorgimento ad oggi, Roma, Città Nuova, 2015; La questione costituzionale in Italia, Bologna, Il Mulino, 2016; Che cosa resta del ’68, Bologna, Il Mulino, 2018.

Pieve Tesino, 18 agosto 2018

Non occorre che richiami, visti i tempi non facili in cui stiamo vivendo, la cautela con cui va maneggiato un termine/concetto come popolo. Specialmente in un uomo politico come De Gasperi che, per varie ragioni, nella sua vita dovette fare i conti con almeno tre contesti politici in cui il riferimento al popolo aveva assunto una valenza piuttosto divisiva. Ancor più per uomo che aveva fatto della politica, come scrisse alla moglie dalla prigione fascista il 6 agosto 1927, “la mia carriera, o meglio la mia missione” e che concludeva: “rimango sempre un “popolare”, il De Gasperi dei suoi giovani o dei suoi anni maturi”.

Popolare non solo perché così si definiva il partito trentino che aveva contribuito a fondare nel 1904 ancora nel quadro dell’impero asburgico o il partito in cui si era inserito nell’Italia a cui il Trentino era stato unito con le vicende della Prima Guerra Mondiale. Popolare perché De Gasperi era e si sentiva un figlio del popolo e lo rivendicava con fierezza. Lo fece non solo nella prima parte della sua esperienza politica, ma anche nel secondo dopoguerra. A Trento, in un discorso del 20 luglio 1947 fece un riferimento diretto, cosa peraltro non frequente nella sua retorica: “io vengo da un ceppo di contadini e mio nonno lavorava quella magra terra – che è più roccia che terra – di Sardagna e so che cosa sia il lavoro e la fatica del contadino, che cosa sia la libertà del contadino, ed i bisogni di questo infaticabile lavoratore che dopo tutti i disastri riprende il suo lavoro, che non vale solo per lui e per la sua famiglia, ma anche vale per la nazione; c’è in me un senso profondo di rispetto per questo lavoro, che deve essere la base di rinnovamento sociale”.

Non era un passaggio occasionale, un cedimento al ricordo visto che parlava al congresso provinciale della Dc nella sua Trento, perché aveva esordito di essere “responsabile di fronte all’Assemblea Costituente, di fronte ai rappresentanti eletti dal popolo italiano, e sostengo e difendo la mia responsabilità dal banco del governo, davanti a tutti questi delegati del popolo italiano, a qualsiasi partito appartengano”. E aggiungeva subito: “non è che io comunque sfugga questo giudizio e non mi ci sottoponga: ammetto il principio di democrazia, ammetto il principio della sovranità del popolo, e opero e governo solo secondo questi principi”.

De Gasperi, che dichiarava apertamente il suo “desiderio di democrazia diretta popolare”, chiariva che essa presumeva “rispetto della libertà di opinione, rinuncia alla violenza, rinuncia a forme ostruzionistiche, affidamento alla forza della parola ed al giudizio del libero popolo”. Tuttavia egli sapeva bene quale ambiguità si nascondesse dietro la possibilità di appellarsi al popolo. È curioso infatti che proprio in questa circostanza egli citi subito un messaggio anonimo che gli era stato recapitato e che recava scritto: “Il popolo ti ringrazia per l’aumento del prezzo del pane e per le tasse spogliatrici fatte gravare su contadini e artigiani”. Lo statista non si faceva certo impressionare e spiegava con pazienza non solo quanto si era fatto per la necessità di impostare una politica finanziaria che evitasse l’incubo dell’inflazione (quell’incubo che, notiamolo, la sua generazione ricordava con preoccupazione avendo visto dove aveva portato la repubblica di Weimar), ma anche la necessità di agire per una politica credibile e creduta tanto all’interno quanto sulla scena internazionale.

Tornava così al tema del popolo che non andava adulato con “frasi sonanti o belle dizioni”, perché “ho imparato che bisogna guardare innanzitutto al popolo. Quando mi parlano di partiti, io li giudico da questo punto di vista: come servono il popolo? Io non servirei nemmeno la Democrazia Cristiana se non avessi la convinzione che la Democrazia Cristiana vuol servire il popolo. E il popolo vuol dire: il popolo come vive organicamente nel suo paese, nelle sue società, nei suoi focolari, nelle sue città. Non vuol dire il conglomerato posticcio improvvisato su di una piazza”.

Erano parole forti altrettanto quanto quelle della sostanziale conclusione di questo discorso. “Oggi bisogna dire che si domanda al paese e ai cittadini di ogni partito, una disciplina non al servizio di un partito o di un uomo, cancelliere e non cancelliere, una disciplina che si chiede non per l’adesione ad un partito, ad un governo che passa, ma una disciplina che si pretende per la libertà del popolo italiano, indipendentemente da qualunque governo e da qualunque partito”.

Così parlò De Gasperi in quel luglio 1947 quando ormai iniziavano a volgere a conclusione i lavori della Costituente. Ma aveva alle spalle una lunga vita di battaglie politiche, iniziate sin da quando era studente universitario a Vienna, e nell’ambito delle lotte che si svolgevano nell’impero asburgico da subito si era schierato per una scelta di posizionamento dalla parte del popolo. Eccolo allora che al congresso degli universitari cattolici a Borgo Valsugana, l’11 settembre 1905 tiene “un discorso popolare” che appunto si incentra su questo rapporto speciale.

“Questa mattina al vedere tanta piena di popolo che ci accompagnò qui quasi in trionfo mi tornava alla memoria un dialogo breve ch’io ebbi al congresso di Caldonazzo con un professore universitario della Germania. Il professore, avvezzo a vedere gli studenti aggirarsi in quell’atmosfera di birra e di fumo, già descritta dalla Stael, guardava attonito a quell’affollarsi di popolo sotto le loro bandiere, a quel confondersi di tutte le classi con gli universitari. Veda, interruppi allora la sua esclamazione di meraviglia, il popolo è grato agli studenti! Gli studenti hanno dichiarato di essere col popolo e per il popolo. Le opere non hanno smentito le promesse e il popolo se ne ricorda”.

Era un discorso ardente, ancora segnato dalla retorica cattolica, ma anche da quella pedagogia che voleva le élite come servizio alla comunità. Tipica la chiusa: “Promettiamolo qui e oggi, amici e colleghi, di fronte a questo popolo industre, di fronte a questo castello diroccato, testimonio di una gente non serva, ma fattrice dei propri destini. Gli anni che verranno sarà tempo di battaglia, le nostre energie giovanili cozzeranno giorno per giorno coi tempi ostili. Che importa! Siamo con Cristo e il suo popolo. Andiamo!”.

Egli si era formato a cavallo fra Otto e Novecento e l’appello al popolo aveva avuto nel XIX secolo una sua lunga storia. Non c’era stato solo l’esempio del bonapartismo, assai discusso e studiato nell’Europa di quei decenni. Più in generale l’esistenza di una frattura fra il popolo, talora addirittura connotato come “il buon popolo”, e le élite, era stata sfruttata nei più diversi contesti, dalla contestazione di matrice socialista nelle sue varie forme, a quella radical conservatrice che aveva lanciato la famosa distinzione fra paese legale e paese reale (un tema fatto proprio da vari movimenti che si riferivano alla chiesa cattolica che si riteneva la vera interprete del buon popolo a lei fedele). Su un altro versante, non esattamente sovrapponibile a questo, aveva fatto irruzione nella storia europea la questione nazionale: anch’essa voleva farsi promotrice del valore politico di popoli che si trasformavano in nazioni nel momento in cui la nazione si fosse riconosciuta, per citare una famosa formula poetica di Manzoni, “una d’arme, di lingua e d’altar”.

Si può capire come la faccenda, da questo punto vista, fosse spinosa in un contesto come quello dell’impero asburgico, che era un Vielvölkerstaat, noi diremmo uno stato multietnico, ma la traduzione esatta è uno stato di molti popoli. La costituzione imperiale del 1867, ottenuta dopo lunghe turbolenze e anche in conseguenza infine delle sconfitte nelle guerre italiane, neo nazionali per tanti versi, riconosceva all’art. 19 ai Volkstämme, cioè ai ceppi etnici presenti al suo interno, diritti di eguaglianza, di riconoscimento dell’identità linguistico-culturale nell’istruzione, nell’amministrazione e nella autopromozione delle diverse comunità.

Da un lato questo riferimento alla presenza di molti popoli si sarebbe mantenuta in forme più o meno liturgiche sino alla fine del regno degli Asburgo (si ricordi che nei proclami che dichiaravano l’entrata nella Prima Guerra Mondiale, l’imperatore usava l’incipit “ai miei popoli” – un plurale significativo), ma dall’altro la Duplice Monarchia sarebbe stata travagliata proprio dalla fine del XIX secolo in avanti dal sorgere di una complicata e tempestosa questione nazionale proprio fra la pluralità dei suoi popoli.

La questione era particolarmente calda in Trentino, dove era in atto una sfida che i tirolesi portavano alla identità italiana di quello che invece per loro doveva essere il Welschtirol. Quando il quotidiano di cui De Gasperi fu fatto giovanissimo direttore dal vescovo Endrici mutò il proprio nome da “La Voce Cattolica” a “Il Trentino”, i giornali di Innsbruck si allarmarono, vedendo nella nuova titolazione “una pericolosa concessione all’irredentismo nemico della Chiesa” sicché avvertivano i nuovi redattori, dietro cui avevano visto bene la nuova “Unione politica popolare”, che “il popolo non vuole saperne del ‘fantastico’ Trentino e che faremmo bene a non scivolare nella china fatale del nazionalismo”. De Gasperi rispondeva con durezza che “di questo Trentino sapremo difendere la fede avita, i diritti nazionali e gli interessi economici” sottolineando che la questione di un sistema elettorale democratico non era rinviabile.

Quella tematica lo avrebbe posto in urto anche coi liberali, poco simpatetici con l’idea che sorgesse un partito cattolico ben radicato nell’elettorato e che di conseguenza cercavano di metterlo in difficoltà accusandolo di non battersi per l’italianità della sua terra. Ad essi il giovane direttore rispondeva a muso duro che quella battaglia si faceva “col combattere a spada tratta e con la massima energia la vostra [dei liberali] politica negativa, frasaiola e nullista, la quale ci ha ridotto nazionalmente così deboli. In poche parole noi vogliamo innanzitutto far opera di democrazia, perché solo attraverso questa e con l’elevazione economica potremo inaugurare una politica positivamente nazionale. E la nostra democrazia non è una parola, avete dovuto ammetterlo anche voi. E non assomiglia punto alla vostra, voi, che nel giornale di ieri avete il coraggio di attaccare una società di poveri segantini in Fiemme, i quali cercano onestamente e legalmente di migliorare le proprie condizioni. Ci vedete anche in questa società, che non è niente affatto confessionale, un prodotto della nostra politica? Ebbene sia segno che la nostra politica è buona, che la nostra democrazia è genuina e che noi ci interessiamo davvero delle classi popolari”.

La polemica sulla questione nazionale sarebbe durata a lungo. Essa gli consentiva un doppio fronte, verso i liberali e verso i tirolesi pangermanisti. Ai primi rinfacciava una politica che traviava soprattutto i giovani che “prediligono come è naturale le aspirazioni più radicali ed estreme e s’imbevono di un romanticismo nazionale”. Ma così si sarebbero formati degli uomini “divisi ormai

moralmente dal popolo”, rinchiusi “nell’egoismo della loro carriera” e fatalmente destinati ad una collocazione di classe: “Ed eccovi costituita per un processo naturale la classe dei siori, quella borghesia che visse in buona parte di un nazionalismo astratto ed impopolare”.

Sull’altro versante attaccava i nemici del Volksbund, anch’essi soggetti ad improbabili appelli al popolo, sognanti riconquiste “per un anacronistico romanticismo misto alla moderna megalomania teutonica”.

Erano tempi difficili in cui sorgeva un populismo di nuovo stampo, che, senza del tutto abbandonare le antiche formule reazionarie, puntava ora su un nazionalismo di nuovo conio. De Gasperi coglieva con acutezza il passaggio storico. Così il 25 febbraio 1913 con ormai all’orizzonte la crisi politica europea (è una leggenda che la Prima Guerra Mondiale scoppi inaspettata) l’ormai affermato leader cattolico, che dal 1911 era parlamentare a Vienna, rifletteva su un tornante che vedeva lucidamente. Da un lato il chiudersi del lungo Ottocento sociale: “Avevamo avuto un lungo periodo di pace e di ricostruzione civile. Per quasi cinquant’anni ogni sforzo nazionale parve concentrarsi nell’intensificare e nel migliorare la vita sociale. Non s’è parlato che di rappresentanza proporzionale degli interessi, di protezione delle classi deboli, di equa distribuzione del benessere, e proprio negli ultimi anni si studiava e si preparava ‘l’assicurazione sociale’, le pensioni per gli invalidi e gli indigenti, la garanzia dei forti in favore dei deboli”. Ma ora il vento era cambiato come mostrava la Francia che, pur avendo al governo “demagoghi radicali e tribuni socialisti”, aveva appena varata una legge sul prolungamento a tre anni del servizio militare di leva. “Che cosa sarà di altri Stati ove la potenza militare è l’ideale di un’educazione e la garanzia a cui in mancanza di altre più sicure sono tentati di ricorrere i dominanti? Ritorniamo dunque proprio indietro? All’epoca sociale seguirà un’era imperialista e nazionalista?”

La domanda avrebbe presto trovato una risposta purtroppo positiva con lo scoppio della Grande Guerra. Dopo anni molto duri, in cui si sarebbe visto dissolversi il rapporto che indubbiamente legava una parte consistente delle classi popolari trentine al vecchio orizzonte a causa della dissennata politica contro gli austro-italiani condotta dalle autorità asburgiche, si giunse all’inclusione del Trentino nel regno d’Italia.

C’era scarso entusiasmo in Italia per far gestire il passaggio del Trentino nel nuovo sistema in un quadro di rappresentatività democratica dal basso. Era stata sì istituita una Consulta delle forze politiche locali, ma il suo peso era modesto. Così De Gasperi interveniva il 24 giugno 1919 dalle colonne del suo giornale, che aveva riaperto col titolo de “Il Nuovo Trentino”, esponendosi senza riserve: “La Consulta trentina nella sua ultima seduta ha proclamato alto e forte un principio di

democrazia e di libertà ed ha anche indicato il mezzo per attuarlo. Principio. Il sistema di amministrazione di un paese non dev’essere imposto dalla burocrazia, ma determinato dal popolo stesso. Mezzo. Indire le elezioni in base al suffragio universale e proporzionale e dare incarico a questa rappresentanza popolare in tal modo eletta, di fare le proposte concrete”.

La battaglia perché il Trentino entrasse nel sistema politico italiano forte di una propria visione ed esperienza della democrazia fu combattuta da De Gasperi anche con l’adesione del suo vecchio partito al nuovo Partito Popolare Italiano promosso da don Sturzo. È però significativo ricordare che nell’assemblea costitutiva della nuova formazione, il 14 ottobre 1919, l’ormai affermato leader politico non mancava di rinviare ancora una volta la nozione di popolo alla sua dimensione di comunità strutturata. “Attingiamo anche qui del resto alle fonti più pure della nostra storia. Le nostre vicinie, i nostri municipi, le nostre comunità che cosa furono se non i gangli più vivi e resistenti del nostro organismo di fronte alla prepotenza assorbente del dominio straniero e questi gangli a che cosa ci ricongiungono se non alle fulgide tradizioni dei comuni italiani che irradiarono tanta civiltà nel mondo? / Non abbiate quindi paura, voi che vi chiamate progressisti e siete pur così putibondi conservatori, in un momento in cui altri parla di costituente, e altri ancora organizza un supremo sforzo per conquistare la dittatura, di proclamare alto il diritto alle nostre libertà e di rivendicare le nostre autonomie. Non ci parlate semplicemente di decentramento amministrativo, cosa desiderabilissima anche questa, ma cosa vale un decentramento delle istanze burocratiche, se non vi è unito un proprio e fondamentale decentramento dei poteri?”

Quella battaglia per l’autonomia non avrebbe ottenuto risultati per il rapido avvento del fascismo con la conseguente espulsione di De Gasperi dalla politica attiva. Non certo domato, egli avrebbe coltivato come e finché gli era possibile una sua attività di pubblicista sia pure sotto pseudonimo. Durante i lunghi anni del regime l’ultimo segretario del PPI non avrà molte occasioni di tornare a parlare espressamente del suo concetto di “popolo”: visto l’uso che del termine facevano Mussolini e i suoi seguaci e quello, assai aggressivo, di Hitler e del nazismo non era davvero possibile esporsi su una materia tanto incandescente per un soggetto che era e rimaneva un “sorvegliato speciale” degli organi di regime. Nonostante questo De Gasperi trovò più volte modo di tornare sul tema del costituzionalismo e dell’apporto che ad esso, contro quello che si sosteneva, a volte anche dall’interno della Chiesa, avevano dato i cattolici. E non c’è dubbio che il tema del costituzionalismo chiamasse in causa la sovranità popolare e, sia pure con passaggi progressivi, la democrazia.

Gli interventi scritti in questo periodo risentono ovviamente delle contingenze, ma è comunque possibile trovare in essi notazioni interessanti, perché ripetute. Non è qui possibile esaminarle, ma sono importanti perché testimoniano della riflessione profonda che De Gasperi aveva fatto in tema di

democrazia. Più volte aveva ricordato come il partito cattolico tedesco, lo Zentrum, non aveva avuto difficoltà a collaborare alla stesura della costituzione di Weimar che prevedeva non solo la sovranità del popolo, ma anche la repubblica. Citerà molte volte il volume di James Bryce, Modern Democracies, dove questo importante studioso e politico, inglese e gladstoniano, aveva riconosciuto l’apporto delle chiese alla costruzione della moderna libertà politica. Lo farà anche in un intervento polemico contro la Storia d’Europa di Croce che invece quel merito ai cattolici non aveva voluto riconoscerlo. Era così amareggiato che a Stefano Jacini scriveva: “Siccome a sentire il Croce – ed è un maestro fra molti – nessun credente nella vita ventura può essere un liberale cosciente, sai dirmi ove potremmo collocarci noi, ed un discreto numero di nostri antenati spirituali?”.

Non che il suo pensiero fosse fermo al costituzionalismo liberale dell’Ottocento. Nella sua anonima rassegna internazionale che usciva sull’ Illustrazione Vaticana, il 1 settembre 1935 scriveva: “Un’altra reazione si annunzia e si consolida e sta creandosi una teoria ed una dottrina. È il pluralismo sociale che si vuol opporre al totalitarismo statale, ultimo corollario dell’individualismo assoluto. Abbiamo già messo in rilevo la dottrina pluralista del Maritain, che, risalendo in fondo alla scolastica, distingue nettamente fra Società e Stato, il quale della società è parte, come sono parte le persone e le istituzioni intermedie. Una dottrina similare è ora svolta sistematicamente, nel suo aspetto soprattutto giuridico, da un non cattolico, il prof. Gurvitch, nel suo recente libro: L’idée du Droit social.”

Dovevano passare ancora lunghi e difficili anni, ma alla fine si sarebbe prospettato il crollo del regime e la possibile riapertura di un futuro politicamente nuovo. Dettando ad inizi del 1943 un suo “Testamento politico”15 scriveva, indirizzandosi a chi, dopo il crollo, “darà la sua opera alla ricostruzione dello Stato italiano”, che l’obiettivo da porsi doveva essere: “Instaurare la pace del popolo, abolire cioè i privilegi di partito e di classe, ridestare nei cittadini il senso della responsabilità e l’interessamento, ora morto, per la pubblica cosa, ecco una prima meta della libertà politica”. E proseguiva: “Eliminando quindi ogni discriminazione di partito, di classe e di razza ricostruiremo la democrazia italiana sulla base del suffragio universale, come espressione dei diritti generali del cittadino: sistema che ha incontrato obiezioni, ma al quale, dopo molteplici esperienze, si è finito sempre col ritornare, come ad uno strumento rappresentativo che più di ogni altro soddisfa la tendenza popolare all’eguaglianza politica, pur senza impedire l’emulazione dei migliori”.

De Gasperi auspicava una nuova democrazia sociale ed economica, ma, non rinunciando al suo consueto realismo, ammoniva: “Vero è che il funzionamento della democrazia economica esige disinteresse, come quello della democrazia politica suppone la virtù del carattere. L’opera di

rinnovamento fallirà, se in tutte le categorie, in tutti i centri non sorgeranno degli uomini disinteressati, pronti a faticare e a sacrificarsi per il bene comune e la democrazia politica sarà una parola vana se gli uomini che se ne fanno sostenitori non si sentiranno legati dalle ferree leggi della solidarietà che derivano dalla morale e dall’onore”.

Il rinvio alla propria tradizione storica era forte nel periodo di preparazione della svolta democratica. Lo vediamo sviluppato in un intervento del dicembre 1943, in cui scriveva che «la molteplice esperienza mondiale negli ultimi 150 anni porta alla conclusione che il metodo più adatto alle presenti condizioni della convivenza umana è il metodo della libertà e la miglior forma politica una democrazia rappresentativa fondata sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri. Né partito unico, né cesarismo plebiscitario, né monarchia assoluta, né repubblica dittatoriale, né l’oligarchia dei ricchi, né la dittatura dei proletari». Seguiva una importante integrazione che, sia pure da un altro punto di vista, andava a specificare il suo approccio alla moderna questione democratica: “ Il partito è uno strumento organizzativo atto a fungere su di un solo settore della nostra comunità nazionale, quello dello Stato. E come per noi pluralisti (nel senso di Maritain e di Sturzo) lo Stato è l’organizzazione politica della società, così il partito è un organismo limitato che non deve proporsi di tutto rifare e riordinare in tutti i campi, ma suppone che altri organismi sociali agiscano nello stesso tempo e nello stesso spazio su diversi piani …”

La riaffermazione del rapporto fondativo fra libertà, costituzionalismo e partecipazione del popolo alla costruzione della sfera politica era contenuta anche nel suo intervento alla prima assemblea della sezione romana della Democrazia Cristiana nel luglio 1944. “La Democrazia Cristiana è un partito di riforme, meglio di rivoluzione, ma in questo mai dovrà perdere di vista il supremo bene della libertà. Questo bene deve essere gelosamente custodito e strenuamente difeso. Quale che dovrà essere l’avvenire, è necessario che avvenga costituzionalmente e per volontà del popolo, e che non ci sia imposto con dimostrazioni di piazza e con violenze private.”

Non c’è tempo qui per esaminare i molti interventi in cui nel periodo costituente e dopo la sua affermazione alle elezioni del 18 aprile 1948 torna a ribadire la sua profonda convinzione per il regime democratico, come regime di popolo, ma di popolo concreto, che trovava la sua forma nelle istituzioni politiche che certo nascevano dalla sua volontà, ma che diventavano poi dei vincoli all’azione delle sue componenti.

Mi piace invece concludere citando due passaggi di due discorsi del 1950. Era quello un anno difficile, di tensioni sociali, che aveva richiesto anche uno sforzo di unità alla Democrazia

Cristiana, tanto che si era, almeno momentaneamente, composta la frattura con la sinistra dossettiana chiamando il suo leader a riassumere la vicesegreteria politica del partito.

Parlando il 22 ottobre al congresso dei capi partigiani delle formazioni non comuniste, De Gasperi, in forte polemica coi comunisti, richiamava il carattere democratico che aveva avuto la resistenza fondando un regime che doveva durare: “domani ci può essere un’altra maggioranza diversamente costituita, ma il principio non deve essere perduto: istituzioni libere e possibilità di trasmissione diretta della sovranità del popolo; questa è la libertà politica della sovranità del popolo”. Non era un inciso, la questione della fondazione popolare del sistema politico non poteva essere evitata: “arriva un momento in cui si impone il dovere morale di difendere il carattere di una nazione, la dignità di un popolo. Ed allora, diamo contenuto a questa parola di patriottismo, a questa parola di nazione, diamo un contenuto che si inquadri nei nostri valori storici e soprattutto quella parola applichiamola al popolo. Non è più il momento di decidere delle questioni in piccola gerarchia o rappresentanza di classe. È il popolo italiano l’attore principale, non dimentichiamolo”.

In chiusura del suo intervento lo statista si lasciava andare ad un passaggio quasi lirico. Sebbene non sia esatto descrivere la retorica degasperiana come priva di pathos, perché sapeva anche trovare accenti forti che muovevano il suo uditorio, è però vero che il passaggio che ora cito è molto particolare per impatto emotivo.

“Con un pensiero vorrei concludere: la nazione è anche una storia, una tradizione, un complesso di sentimenti, un complesso di idee che continuamente rifluiscono di generazione in generazione; ma la patria vivente in cui dobbiamo lavorare e che dobbiamo difendere, è il popolo italiano. E quando diciamo di amare la patria, bisogna voler dire: lavorare, continuare nello sforzo pazientemente, fino a che al popolo italiano sia data la possibilità di una giustizia sociale che oggi non ha”. E continuava, rivolgendosi direttamente al capo partigiano Riccardo Mauri, un simbolo vivente della resistenza autonoma nelle Langhe: “Anche qui, amico Mauri, io credo che saremo d’accordo, perché in un suo libretto ho trovato ricordata una canzone dei partigiani del Piemonte in cui si precisavano gli scopi della guerra di liberazione. Le strofe erano diverse, ma una mi ha colpito specialmente: perché combattere? E la canzone partigiana rispondeva: ‘perché questa antica parola popolo suoni divina – al mio compagno signore – e a me stirpe contadina”.

Su questi concetti, incluso quello di una sua estrazione dal popolo, De Gasperi sarebbe tornato poco dopo, il 5 novembre 1950, in un discorso a Modena in cui puntava a spiegare come tutta l’opera del suo governo fosse orientata alla realizzazione di una democrazia sociale.

Affrontava nell’occasione una questione assai calda in quel momento: l’accusa da parte delle sinistre “di mancata fede verso il popolo”. Puntualizzava come di fronte a questi attacchi non

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si fosse reagito con la repressione, ma ciò rientrava nella consapevolezza di non volere un sistema di guerra per bande. “No! – tuonava De Gasperi – Unità dello Stato, unità del popolo come è organizzato dal governo. L’Italia è un paese povero che non arriva a mantenere i suoi figli: lo sappiamo, ma sappiamo anche, con tranquilla coscienza, di fare ogni sforzo per il bene del popolo”. E qui richiamava l’impegno per le riforme e per gli interventi sociali e aggiungeva: “Si dice che De Gasperi in queste cose è un poco sinistroide; la verità è che io sono nato figlio del popolo, mi sono sempre trovato in mezzo a lavoratori, ho sentito la loro miseria, sono parte del popolo minuto e sento che questo popolo ha delle ragioni da far valere e che c’è una giustizia da compiere”.

Potrebbe sembrare un passaggio che si apriva ad un linguaggio populista, ma non era così. Il presidente del consiglio prendeva di petto le accuse comuniste che dipingevano la politica italiana come vittima di un “regime di oppressione” guidato da “uomini maledetti” (erano citazioni di un comizio del PCI proprio a Modena) e rispondeva che invece “tutto indica che la Repubblica italiana è un regime aperto ad ogni progresso e soprattutto all’avvento delle masse popolari e del popolo”.

Era questa l’affermazione che più stava a cuore al “popolare” Alcide De Gasperi perché rappresentava non solo ciò per cui si era battuto tutta la vita, ma la sua stessa storia personale, come si vede bene in questo passaggio. “Non è vero che si possa parlare politicamente di una casta dominante. Che casta? La gente che sta al governo oggi viene dai ceti contadini, dai piccoli proprietari, dal ceto medio dei lavoratori. Sono figli del popolo che appartengono anch’essi al popolo. Dove sono questi rappresentanti della classe dominante che vogliono restringere, mantenere a sé il potere? È una frase, una menzogna convenzionale. Questo è un governo di popolo, un governo che si fonda sopra la maggioranza popolare, pronto ad andarsene domani quando ci fosse un’altra maggioranza; perché questa è democrazia e questa è libertà”.

Era magari una visione ideale che avrebbe ricevuto non pochi colpi dalla realtà politica degli anni seguenti, ma costituiva la sintesi del percorso che il figlio di una famiglia del popolo aveva fatto nella storia politica dell’Italia e dell’Europa. Un percorso in cui non aveva mai dimenticato che era la “democrazia moderna” l’orizzonte in cui ci si doveva muovere e che in essa il popolo era una componente costitutiva: ma il popolo concreto che vive nelle istituzioni sociali, culturali e politiche che gli danno forma e lo rendono attore e costruttore del destino comune, non il popolo fantasma che amano evocare i demagoghi di tutte le risme, uno spettro in cui incarnare ciò che essi vorrebbero prendesse forma come risultato delle loro fantasie.

Note

1 A. De Gasperi, Lettere dalla prigione 1927-1928 , Milano, Mondadori, 1965, p. 101.

2 A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, [d’ora innanzi  ADG, Scritti ], Vol. III, Bologna, Il Mulino, 2008, p.1074. L’intero discorso pp. 1069 -1076.

3 ADG, Scritti , I, (Bologna, Il Mulino, 2006) pp. 356-359

4 Ne ho ampiamente dato conto nel mio, La ragione e la passione. Le forme della politica nell’Europa

contemporanea , Bologna, Il Mulino, 2010.

5 Sulla complessa fisionomia dell’impero, M. Bellabarba, L’impero asburgico , Bologna, Il Mulino, 2014.

6 Ibidem , pp. 431-434

7 Ibidem , pp. 436-37 (l’articolo è datato 10 aprile 1906).

8 Vigilia , ibidem,  pp. 978-990 (articolo del 18 settembre 1909)

9 Documenti contro i germanizzatori , ibidem , pp. 990-992 (articolo del 8 ottobre 1909)

10 Ibidem,  pp. 1531-1532

11 ADG, Scritti,  vol. II, Bologna, Il Mulino, 2007, pp. 274-277.

12 Ibidem,  p. 331.

13 Citato da G. Vecchio, Alcide De Gasperi 1919-1942 , saggio introduttivo a ADG, Scritti , vol. II, p. 142

14 ADG, Scritti , II, p. 2348.

15 ADG, Scritti , IV, pp. 2829-2846.

16 La parola ai democratici cristiani , «Il Popolo» 12 dicembre 1943. Ora in ADG, Scritti,  III, pp. 652- 662.

Questo documento, come quello citato sopra, sarà riedito anche l’anno seguente come programma della DC.

17 ADG, Scritti,  III, pp. 711- 714.

18 Ibidem , pp. 1403-1408.

19 Ibidem,  pp. 1410-1419.

La rivoluzione di Sergio Marchionne. Intervista a Tom Dealessandri

La notizia della morte di Sergio Marchionne ha fatto il giro de l mondo. Il grande manager di FCA è deceduto oggi a   Zurigo all’UniversitatsSpital, l’ospedale universitario di Zurigo, dove era ricoverato dalla fine di giugno. Aveva 66 anni. Lascia due figli, Alessio Giacomo e Jonathan Tyler, e la compagna Manuela.Quale eredità lascia all’industria italiana e al Paese? Ne parliamo, in questa intervista, con Tom Dealessandri, un protagonista di primo piano del mondo sindacale e edella politica torinese. E’ stato, infatti, Segretario della Cisl di Torino e Vicesindaco, con delega al Lavoro, con la giunta Chiamparino.

 

Tom Dealessandri, tu sei stato, per i tuoi incarichi di segretario della Cisl di Torino e Vicesindaco e Assessore al lavoro nella giunta Chiamparino, un interlocutore di Sergio Marchionne. Per i suoi critici era l’esempio del moderno “padrone delle ferriere”. Per te?

Sergio Marchionne è stato uno che si è preso un’azienda quasi fallita e che non è partito con il piede “quel che non va chiudo” ma “come faccio a tenere aperti gli stabilimenti e di conseguenza salvare l’occupazione”. Questo è quello che ha fatto qui, ma anche con Chrysler, dando una prospettiva internazionale che nessuna delle due prima aveva.

 

Il rapporto con il Sindacato è stato duro, o almeno, con una parte di esso (la Fiom). La Fim e la Cisl, con la Uil, accettarono di firmare il contratto FCA. Anche l’uscita da Confindustria fu uno choc. Insomma un intero sistema di relazioni industriali fu sconvolto. Che cosa è stata la rivoluzione di Sergio Marchionne?

Intanto il problema è che si è arrivati lì dopo che gli accordi aziendali erano stati separati e quindi diventava difficile mantenere gli accordi separati con un contratto nazionale che invece era firmato da tutti. Se Fiom avesse firmato gli accordi aziendali, che tra l’altro non peggioravano le condizioni di lavoro né a Pomigliano né a Melfi né a Mirafiori, questo avrebbe consentito di avere maggiore produzione a Mirafiori, perché la 500L era a lì destinata (dopo è stata portata in Serbia), forse non sarebbe manco uscita dal sistema Confindustria. Ovviamente ha pesato la cultura americana, perché in America i contratti sono fatti prima dalle grandi aziende e poi vengono portati nelle piccole e medie. Per cui ha sconvolto perché, in realtà, non si è andati d’accordo. Non è negativo, se noi guardiamo gli stabilimenti sono migliorati con Marchionne, il livello delle condizioni di lavoro, l’ergonomia, questa è la nuova fabbrica. Il problema è che se si fa finta di discutere sulla stessa fabbrica su cui io discutevo negli anni 70 non è la stessa fabbrica e allora vanno adeguati i modelli di relazione sindacale.

 

Sergio Marchionne, per la sua statura, ha portato un esempio di manager anomalo. Per esempio il suo rapporto con la politica italiana era di distanza. Eppure alcuni leader hanno espresso ammirazione. C’è qualcosa che Marchionne ha insegnato alla politica?

Nel senso che come sappiamo da cent’anni a questa parte i manager sono sempre stati filogovernativi, per necessità perché se sei una grande azienda non puoi essere in contraddizione con la politica. La cosa che lui ha insegnato è stata quella di rispettare la politica per le sue prerogative, di farsi rispettare per le proprie. Anche prima comunque c’era la regola di non intromettersi negli affari di governo e della politica, il contrario era più una leggenda metropolitana giornalistica.

 

Parliamo della azienda. FCA è ormai una azienda globale. Il vero colpo da maestro di Marchionne è stato aver preso Chrysler in liquidazione. Da lì nasce FCA. Tanto che i maggiori profitti vengono dal mercato americano (l’area Nafta), mentre l’Europa ha problemi. Il marchio FCA in Italia pure. Insomma non è tutto oro quello che luccica.

Come pensi che si svilupperà il futuro dell ‘azienda? Pensi che il nuovo amministratore delegato sia all’ altezza?

La linea è tracciata, si tratta di caratterizzare di più i nostri marchi, Alfa in primis, la gamma 500 ecc. Così come portiamo Jeep in qua, dobbiamo portare 500 verso gli altri mercati. D’altra parte la Renegade o il piccolo SUV cittadino dovrebbe essere fatto in Italia, per cui bisogna andare avanti su questa strada. Se i marchi vengono caratterizzati per quello che sono – uno sportivo, uno legato al fuoristrada, uno per interurbano ed urbano e così via – è possibile mantenerla. Pur essendo un grande gruppo, è tra i più piccoli dei 7, per cui forse si possono fare degli accordi con gli altri, sia mettendo assieme l’azionariato oppure per tenere un livello di competitività coi grandi si investono su parti in comune.

Per quanto riguarda il nuovo amministratore delegato, essendo stato scelto all’interno del gruppo ed essendo uno di quelli del gruppo che Marchionne ha creato, l’indicazione mi pare chiara: la continuità. Poi, se mi posso permettere, per riuscire a determinare anche qualche scelta bisogna tenere relazioni ed avere fiducia reciproca e poi si negozia, ma la fiducia reciproca è necessaria. Bisogna farlo sentire cittadino di questo Paese anche se inglese.

 

Alla fine, qual è l’eredità che Marchionne ha lasciato All’Italia?

Davanti ai problemi non arrendersi, studiare come fare per risalire la china, che è un bel insegnamento. Di fronte ad uno stabilimento che non ha una situazione a posto si può dire chiudiamo, invece Marchionne ha fatto di tutto per tenerlo aperto.

“Finora il governo ha usato armi di distrazione di massa “. Intervista a Fabio Martini

Nonostante l’accordo sulla Cassa Depositi e Prestiti, le tensioni nel governo restano. Il capitolo nomine è ancora aperto. In prospettiva non sarà facile conciliare Di Maio con Tria. Come si svolgerà la navigazione della compagine governativa? Ne parliamo, in    questa intervista,  con Fabio Martini, cronista parlamentare del quotidiano “La Stampa”.     

 

Fabio Martini, il bilancio di questi primi mesi del governo “Legastella” non è esaltante. La furia propagandistica, frutto di una visione manichea  della politica, ha prodotto solo due fatti : la chiusura dei porti alle Ong, con effetti paradossali, e il cosiddetto  decreto “dignità”,  molto criticato.  A   me sembra il governo della “propaganda”. Qual è il tuo pensiero ?

Partiamo dai due interventi toccabili e misurabili, che sono esattamente quelli indicati nella domanda. Come è noto la chiusura dei porti e il decreto dignità non rientrano tra gli interventi strutturali promessi in campagna elettorale: la flat tax, per ridare ossigeno alle imprese e il reddito di cittadinanza per ridare ossigeno ai più deboli.  Due riforme che costano, soprattutto se sono immaginate per dare una “frustata”, cioè per incidere veramente. Ma per queste due riforme, servono risorse, che non ci sono e vedremo se mai ci saranno. Nel frattempo – hanno pensato Salvini e Di Maio – occorrono leggi-manifesto, capaci di restituire l’idea di un governo attivo e incisivo. La politica per i migranti è presto per “misurarla”: per ora sono aumentati i morti in mare. Il decreto dignità, anche al netto di chi prevede effetti negativi, obiettivamente è poca cosa, anche nell’ottica di chi sta dalla parte dei giovani precari o disoccupati. Sintetizzando e brutalizzando un po’, si potrebbe dire che fino ad oggi il governo ha largheggiato in armi di distrazione di massa.

 Matteo Salvini, da subito si è posto come leader egemonico della coalizione , trovando anche qualche  sponda nei 5 stelle..La sua visione sovranista sulla questione ’immigrazione (i porti chiusi, la sua contrarietà radicale alla azione umanitaria delle Ong, il suo euroscetticismo estremo), ha creato problemi nell’azione di governo dei flussi migratori.  Insomma con una mano cerca l’Europa (per la ridistribuzione dei migranti) , con l’altra scava la fossa all’Europa cercando l’alleanza con il gruppo di Visegrad. Insomma, la linea dura, al di là di qualche parziale risultato , porta all’isolamento non ad essere credibili…Per  te?

 Non lo possono dire chiaramente, ma gli obiettivi di questa politica sono due. Il primo è provare a dimostrare che dalla rotta libico-italiana non si passa più, sperando così di produrre– a medio termine – una deterrenza forte sui flussi migratori. In altre parole scoraggiare questa rotta, immaginando che ad un certo punto il flusso si fermerà o prenderà altre strade. Secondo obiettivo: svegliare con la linea dura gli altri Paesi, che per ragioni diverse finora ci hanno lasciati soli. Non servirà molto tempo per verificare la fattibilità di questi due obiettivi. Per ora i Paesi nazionalisti (Visegrad) sono i più ostili all’Italia e quelli che dovrebbero essere più vicini (Francia, Spagna, Germania) si limitano a poche concessioni. Ma non bisogna mai dimenticare il dato di partenza: dalla seconda metà di luglio dello scorso anno gli sbarchi erano drasticamente diminuiti. E c’era stata una diminuzione dei morti in mare. La gestione del fenomeno era avviata lungo i binari giusti. Poi si è cambiato completamento approccio. Per ora si sta rivelando una scommessa.

 Veniamo all’altro socio di maggioranza, Luigi Di Maio, che è il più nervoso tra i due. Il suo decreto “dignità” è stato fatto troppo in fretta e con superficialità.  E il presidente dell’inps, tra gli altri, ha smascherato l’elemento propagandistico del decreto. Altro fronte di nervosismo, per usare un eufemismo, è stata la nomina alla Cassa Depositi Prestiti. Lo scontro con Tria è un altro elemento esplosivo.. O vince Di Maio o vince Tria.  E il risultato non sarà senza conseguenze per il futuro del governo…

Questo governo è nato con un’anomalia che soltanto per il conformismo della grande stampa non è stato rilevato: nel cuore del governo – all’Economia e agli Esteri – sono stati collocati due tecnocrati che non hanno nulla a che vedere con le ragioni sociali e ideali del governo. Questa contraddizione, la cui natura resta misteriosa, è destinata a produrre cozzi dolorosi, quasi sempre senza vincitori.

Il Premier Conte, che ha affermato di ispirarsi a Moro (paragone assai azzardato ), cerca  di farsi spazio.  E qualche segnale lo ha dato (grazie alla sponda del Quirinale). Ma l’impressione che si ha è che sia molto complicato uscire fuori dal ruolo di esecutore. Per te?

 Il presidente del Consiglio è destinato ad avere un peso crescente nella vicenda governativa: per il ruolo che ha,  per le connessioni con la struttura tecnocratica, per l’ambizione che lo muove. Il solo accostarsi a Moro spiega bene la considerazione che l’uomo ha di sé stesso. Nelle segrete stanze già svolge un ruolo di mediazione importante, ma se avesse la possibilità di uscire da palazzo Chigi, fare discorsi, incrociare la gente, il suo peso aumenterebbe. Non per caso lo tengono chiuso a palazzo Chigi.

 I prossimi mesi non saranno per nulla semplice per i sovranisti . Scrivere la legge di stabilità non sarà facile, mettere insieme l’interventismo nazionalista in economia con le logiche Europee di bilancio. Lo spettro del “partito della spesa” si riaffaccia nel gioco politico?

 Questo governo non è fortunato: sta incrociando la fine della stagione di crescita moderata che ha contraddistinto questi anni. L’Italia, durante il governo Gentiloni, aveva abbandonato il fanalino di coda dell’eurozona, ora rischia di ricaderci. E anche se Conte cercherà di strappare qualche margine di flessibilità, difficilmente arriveranno regali dall’Europa alla viglia di elezioni Europee storiche. Il partito della spesa, che in questo governo è fortissimo, sarà costretto ad aspettare.

E in questo caos  le opposizioni non fanno una bella figura, il PD soprattutto. E’ così?

Restiamo ai fatti. Dopo quasi cinque mesi dalla storica sconfitta del 4 marzo il Pd non ha ancora cercato di capire le ragioni di quell’arretramento. Non lo ha fatto e non lo farà, perché questo imporrebbe un’analisi sulla gestione Renzi nella quale erano in qualche modo “implicati” quasi tutti coloro non lo possono più vedere. Ma per ripartire, il Pd avrebbe bisogno di capire cosa è accaduto nella testa e nelle tasche degli italiani, ha bisogno di avere un’idea più chiara dell’Italia e di sé stesso in questa Italia, di dotarsi il prima possibile di una leadership legittimata. Ma Renzi farà di tutto per non farle le Primarie, perché un segretario vero ne segnerebbe il declino e nel frattempo il Pd si sta logorando: ogni giorno, ogni sera la lettura degli eventi è così scontata, così “antica” da sfiorare l’irrilevanza.

RAGIONANDO DI AFORISMI. INTERVISTA A DINO BASILI

L’aforisma è un genere prezioso. Lo usavano i greci e i romani.  Nel secolo scorso è stato uno strumento,  anche, di  critica al potere costituito. Su questo punto lo scrittore austriaco Karl Kraus è l’esempio tra i più geniali. Ed oggi, nel tempo di.  Internet, il tempo della velocità ma non della profondità, cosa ha da dire a noi questo genere letterario? Ne parliamo, in questa intervista, con Dino Basili, già cronista parlamentare per la Rai, aforista tra i più importanti a livello internazionale, insignito,  recentemente, di un premio    alla carriera per gli     aforismi.

Basili, lei è un maestro dell’aforisma italiano. L’aforisma è un genere letterario antico, era usato dai greci e dai romani. Oggi in Italia è un genere letterario misconosciuto, eppure ha avuto grandissimi aforisti: Ennio Flaiano, Leo Longanesi e Alda Merini, per citare alcuni a mò di esempio. Come spiega questo atteggiamento della cultura letteraria italiana nei confronti di questo genere?

Un’analisi abbastanza difficile. Io credo che ci sia un pò la crisi della definizione, perché aforismo viene dal greco e significa “definizione”. Andando un pò più a fondo sono d’accordo con Robert Musli che ritiene che sia il più piccolo intero possibile. Tutto sommato è più facile scrivere un libro di 200-300 pagine che una trentina di ottimi aforismi. Certo l’aforisma può scadere nella banalità o, come dice Magris, nella “presunzione sibillina”, ma Hannah Arendt racconta che Walter Benjamin avrebbe anteposto l’aforisma al saggio voluminoso, se non fosse che veniva retribuito per il numero delle righe prodotte.

Lei, recentemente, ha preso un premio alla carriera per gli aforismi. Insomma “Tagliar corto” le è sempre piaciuto. Perché “aforista” e non romanziere?

Non è stata una scelta, io ho cominciato a scrivere piccole frasi sul giornalino dei Boy Scout “squadriglia castori” a sant’Agnese a Roma. Poi è capitato di fare una rubrica su un quotidiano romano, c’era comunicazione con i lettori. Io poi sono innamorato di Epitetto, filosofo greco che ho conosciuto nell’ultimo anno di liceo, poi di Guicciardini, cioè di tutta quella che è stata la scrittura breve. Ho iniziato a scrivere presto gli aforismi, poi ci sono i libri e numerose interviste sull’argomento. Il fatto che più mi ha rallegrato è stato il riferimento sul Meridiano di Mondadori sugli scrittori italiani di aforismi del Novecento.

Quindi insomma aforisti si diventa. Immaginando una possibile “cassetta” degli attrezzi del “buon aforista” cosa non può mancare?

Quello che non può mancare è una penna o una matita, anzi la matita più che la penna. Karl Krauss osservava che un aforisma non si può dettare su nessuna macchina da scrivere, figuriamoci su un computer!

L’aforisma non è solo esercizio letterario, scrivere una massima su alcuni aspetti della vita, ma è anche, in passato così è stato ,uno strumento di critica della società (vedi ad esempio Karl Krauss) usando “magicamente” l’ironia. Se lei, da aforista, dovesse scrivere un aforisma sulle paure, vere o presunte, della nostra società cosa scriverebbe?

Di paure ce ne sono molte, però mi rimetto proprio all’attualità. Proprio ieri ho scritto un articolo sulla paura della valanga dei numeri che ci piovono addosso ogni giorno instancabilmente, numeri di ogni genere – rosa, grigi ecc. – che ci confondono completamente la testa.

Lei è stato giornalista parlamentare, ai tempi della I Repubblica, chi era il politico più aforista? Andreotti? Martinazzoli?

Indubbiamente Andreotti aveva uno spirito particolarmente tagliente e una conoscenza del vocabolario eccellente. Mino Martinazzoli, come dice Guicciardini, ci metteva le sue risposte di “molta borra”. Un perfetto aforista è invece Altan.

Cosa scriverebbe su Di Maio e Salvini?

Su Di Maio direi che “c’è de mejo” alla romana; riguardo a Salvini dico che ancora deve mostrare il suo vero volto.

Alla fine, cos’è per lei un aforisma?

Direi che mi riconosco su una frase che mi dedicò Giulio Nascimbeni, un “corrierista” degli anni scorsi, l“aforisma è una carta vetrata sui nostri lati deboli”.

Dicono che un aforisma deve essere “sottile”…

Riguardo all’essere “sottile” o non esserlo, io non esagererei tanto nella perfezione. Perché non esiste la frase perfetta. Le racconto la mia esperienza:  diedi le bozze di un mio libro di aforismi alla fine degli anni 70, a un mio collega di Rai, Raffaele La Capria, che aveva sempre il tavolo di lavoro sgombro senza neanche un foglietto aveva però il pacchetto di sigarette e l’accendino e allora cominciò a leggere i miei aforismi e con l’accendino accendeva e spegneva e diceva “questo si accende questo non si accende”, così ho imparato a valutare i miei aforismi.