Per dove passa il futuro del cristianesimo? Un testo di Leonardo Boff

Leonardo BoffPapa Francesco ha un merito innegabile: ha sollevato la Chiesa cattolica che era in uno stato di profonda demoralizzazione a causa dei crimini di pedofilia che hanno interessato centinaia di persone del clero. Inoltre ha smascherato i crimini della Banca Vaticana, che coinvolgevano Monsignori e gente della finanza italiana.

Ma soprattutto ha dato un’altra immagine alla Chiesa, non più quella di una fortezza chiusa contro i “pericoli” della modernità, ma quella di un ospedale da campo che serve a tutti coloro che hanno bisogno o sono alla ricerca di un senso della vita. Questo Papa ha coniato la frase “una Chiesa in uscita” verso gli altri e non verso se stessa, auto referenziata.
I dati rivelano che oggi il cristianesimo è una religione del Terzo e Quarto Mondo. Il 25% dei cattolici vive in Europa, il 52% in America e gli altri nel resto del mondo. Ciò significa che, finito il ciclo occidentale, il cristianesimo dovrà vivere la sua fase mondiale con una presenza più densa in alcune parti del mondo, oggi considerate periferiche.

Potrà avere un significato universale sotto due condizioni.

La prima, se tutte le chiese si comprenderanno come il movimento di Gesù, si riconosceranno l’un l’altra come portatrici del suo messaggio senza che nessuna di esse abbia l’intenzione di rivendicarne l’esclusiva, ma in dialogo con le altre religioni del mondo, valorizzandole come percorsi spirituali abitati e promosso dallo Spirito. Solo allora ci sarà la pace religiosa, una delle condizioni importanti per la pace politica. Tutte le chiese e le religioni devono essere al servizio della vita e della giustizia per i poveri e per il Grande Povero che è il Pianeta Terra, contro il quale il processo industriale muove una vera e propria guerra.

La seconda condizione è che il cristianesimo relativizzi le sue istituzioni di carattere occidentale e abbia il coraggio di reinventarsi a partire dalla vita e dalla pratica del Gesù storico con il suo messaggio di un regno di giustizia e di amore universale, in completa apertura al trascendente. Mantenere l’attuale modo di essere può condannare il cristianesimo a diventare una setta religiosa.

Secondo la migliore esegesi contemporanea, il piano originale di Gesù è riassunto nel Padre nostro. In esso si affermano le due “fami” dell’essere umano: la fame di Dio e la fame di pane. Il nostro Padre sottolinea lo slancio verso l’alto. Solo unendo il nostro Padre con il nostro pane quotidiano si può dire Amen e sentirsi nella tradizione del Gesù storico. Lui ha lanciato un sogno, il Regno di Dio, la cui essenza si trova nei due poli, nel Padre nostro e nel pane nostro di ogni giorno vissuti nello spirito delle beatitudini.

Ciò implica per il cristianesimo l’audacia di disoccidentalizzarsi, abbandonare lo spirito maschilista e patriarcale, e organizzare reti di comunità che si accolgano reciprocamente e siano incarnate nelle culture locali e insieme formino il grande sentiero spirituale cristiano, che si unisca agli altri percorsi spirituali e religiosi dell’umanità.

Realizzati questi presupposti, oggi si presentano oggi alle chiese e al cristianesimo quattro sfide fondamentali.

La prima è quella di salvaguardare la casa comune e il sistema di vita minacciato dalla crisi ecologica diffusa e dal riscaldamento globale. Non è impossibile una catastrofe ecologica e sociale che potrà decimare la vita di gran parte dell’umanità. La domanda non è più che cosa sarà il cristianesimo nel futuro, ma come proteggere il futuro della vita e la biocapacità della Madre Terra. Lei non ha bisogno di noi. Noi abbiamo bisogno di lei.

La seconda sfida è come mantenere l’umanità unita. I livelli di accumulazione della ricchezza materiale in poche mani (1% controlla la maggior parte della ricchezza del mondo) possono dividere l’umanità in due parti: coloro che godono di tutti i vantaggi della scienza e della tecnologia e coloro che devono affrontare l’esclusione, senza nessuna speranza di vita o anche essere considerati subumani. È importante dire che abbiamo solo una Casa Comune e che tutti siamo fratelli e sorelle, figli e figlie di Dio.

La terza sfida è la promozione della cultura della pace. Le guerre, il fondamentalismo politico e l’intolleranza , difronte alle differenze culturali e religiose, possono portare a livelli di violenza di alta potenza distruttiva. Eventualmente possono degenerare in guerre mortali con armi chimiche, biologiche e nucleari.

La quarta sfida si riferisce all’America Latina: l’incarnazione nelle culture indigene e afro-americani. Dopo avere quasi sterminato le grandi culture originali e schiavizzato milioni di africani, è necessario lavorare per aiutarli a riformarsi biologicamente e a salvare la loro saggezza ancestrale e vedere riconosciute le loro religioni come forme di comunicazione con Dio. Per la fede cristiana la sfida è di incoraggiarli a fare la sintesi in modo da dar luogo ad un cristianesimo originale, sincretico, africano-indiano-latino-brasiliano.
La missione delle chiese, delle religioni e dei percorsi spirituali è quello di alimentare la fiamma interiore della presenza del Sacro e del Divino (espresso in migliaia di nomi), nel cuore di ogni persona.

Il cristianesimo, nella fase planetaria e unificata della Terra, forse diventerà una vasta rete di comunità, incarnate nelle diverse culture, testimonianti la gioia del Vangelo che promuove in questo mondo una vita giusta e fraterna, in particolare per i più emarginati, che si completerà al termine della storia.
Oggi, tocca a noi vivere la convivialità tra tutti e tutte, simbolo anticipatorio di un’umanità riconciliata che celebra i buoni frutti della Madre Terra. Non era questa la metafora di Gesù, quando parlava del regno della vita, della giustizia e dell’amore?

• Leonardo Boff ha scritto Ecclesiogenesi. Le comunità di base reinventano la Chiesa. Borla, Roma 1978.
• (Traduzione di S. Toppi e M. Gavito)
• Dal sito: https://leonardoboff.wordpress.com/2016/12/02/per-dove-passa-il-futuro-del-cristianesimo/

ANTISEMITISMO IN EUROPA E STAMPA EUROPEA. INTERVISTA A UGO VOLLI

Ugo Volli (Belen Sivori/LaPresse)

Ugo Volli (Belen Sivori/LaPresse)

Tira una brutta aria in Europa. L’ascesa dei movimenti populisti, anti UE e anti establishment, porta con se molteplici pericoli. Non solo sul piano della tenuta del “sogno Europeo”, ma anche di una probabile rinascita dell’antisemitismo. Quale ruolo gioca la stampa europea nella denuncia? E’ all’altezza? Ne parliamo con Ugo Volli. Volli è un Filosofo della Comunicazione ed esperto di Semiologia. Svolge una grande attività di collaborazione con diverse testate. Scrive di ebraismo e di medio oriente su Pagine Ebraiche, Moked e Informazione Corretta oltre a recensire libri su Bollettino della Comunità ebraica di Milano Mosaico. Sul Sito “Informazione Corretta” fa una attività di monitoraggio sulla stampa europea e italiana per assicurare una corretta informazione su Israele.

Professore Può farci un quadro europeo, ovvero dove, secondo lei, è maggiore il pericolo di questa rinascita?

Oggi quel che appare più pericoloso non è l’antisemitismo tradizionale, avvolto nella macabra liturgia nazista, e nemmeno il tradizionale antigiudaismo cristiano. Essi sopravvivono, ma in forma grottesca e senza presa politica. Quel che preoccupa davvero è l’antisemitismo di matrice islamista, quello che spesso si traveste da antisionismo e gode di appoggi anche all’estrema sinistra. I bambini uccisi a Tolosa, le stragi del museo ebraico di Bruxelles e del supermercato kasher di Parigi, le minacce e  le violenze subite dagli ebrei in Norvegia e in altri paesi nordici vengono tutti da questa direzione.

Lei denuncia l’antisemitismo di stampo islamista (ovvero il radicalismo islamista). Le chiedo: e nei partiti di estrema destra europei (ad esempio il Front National oppure il partito liberalnazionale austriaco) non vede questo pericolo? 

In certi casi il pericolo di una deriva antisemita da parte di partiti etichettati come “populisti” esiste; in altri no, come in Olanda dove la matrice del movimento di Theo Vang Gog, Ayaan Hirsi e oggi Geert Wilders è certamente liberale. In altri casi il dubbio è più legittimo. E’ interessante però che sia in Francia, sia in Austria sia in Germania i partiti di opposizione di destra che recentemente hanno avuto grande successo abbiano esplicitamente ripudiato le ideologie antidemocratiche e antisemite che stanno nel passato di alcuni loro dirigenti, spingendosi a dichiarare il loro appoggio per lo stato di Israele. Ci si può chiedere naturalmente se queste prese di posizione non siano dovute a calcoli elettorali; ma in Italia abbiamo conosciuto un caso del genere, con le dichiarazioni di Gianfranco Fini sulle persecuzioni razziali come “male assoluto”; Ormai è passata una dozzina d’anni, e né Fini né i suoi eredi sono tornati indietro rispetto a queste prese di posizioni. Ci sono ancora degli antisemiti di estrema destra, ma sono una sparuta minoranza. In generale si può dire che la nascita di movimenti di destra che dichiarano di rispettare la democrazia e di rifiutare l’ideologia nazifascista e l’antisemitismo costituisce un allargamento dell’area democratica, importante nel momento in cui vi è una forte domanda politica da parte dell’elettorato per posizioni che si oppongano all’immigrazione selvaggia e alla denazionalizzazione. Comunque la si pensi su questo tema, è chiaramente molto meglio se queste posizioni sono rappresentate da partiti che sentono l’obbligo di dichiararsi democratici e non razzisti. Personalmente credo che sia opportuna un’apertura di fiducia nei confronti di queste forze. Un’apertura critica , ma un’apertura

Per l’Italia vede questo rischio di rinascita dell’antisemitismo?

Sono state segnalate minacce gravi, vi è stato qualche episodio concreto di attentati preparati, pestaggi, intimidazioni, tutti provenienti dalla matrice islamista. Oggi in Italia per fortuna tutte le sinagoghe, le scuole, i musei, le case di riposo sono vigilate dalle Forze dell’Ordine. Noi ebrei siamo grati allo Stato Italiano e ai militari che rischiano la vita per difenderci. Ma è normale che per andare a scuola, a pregare, a visitare un museo sia necessario superare scorte armate, metal detector, porte blindate? Già questo è un segno terribile della forza ancora attuale dell’antisemitismo omicida. Gli ebrei vivono in Italia da più di 2000 anni, hanno dato un contributo importante alla cultura nazionale, all’economia, all’arte e alla scienza. Hanno in genere un ottimo rapporto con l’Italia, che amano profondamente. Sanno di essere stati per lo più trattati da quel che sono, cittadini attivi e bene integrati. Ricordano però anche le eccezioni, il tradimento del ‘38, certe contestazioni violente da parte dell’estrema sinistra. E devono purtroppo pensare che nella situazione attuale  vi siano nuovi rischi, che vengono da movimenti e forze che non coincidono necessariamente coi carnefici del passato

Non sempre la stampa europea è all’altezza nella denuncia relativa al suddetto crescente antisemitismo. Quali testate si distinguono nel segnalare questo pericolo? 

La stampa europea in genere tende a occultare i rischi connessi all’immigrazione e l’antisemitismo. Spesso si mette alla testa della campagne contro Israele e attizza in maniera più o meno consapevole l’antisemitismo. Ricordo l’ignobile campagna del giornale svedese Aftonbladet che sostenne che l’esercito israeliano uccideva i palestinesi per far commercio dei loro organi. Non c’era nessuna prova, anzi la falsità era assoluta ed evidente, ma dietro si evocava la secolare calunnia del sangue per cui gli ebrei ucciderebbero i bambini cristiani per impastarvi il pane azzimo della Pasqua. E’ un caso estremo, ma non è isolato.

Come giudica la stampa italiana su questo fronte?

E’ come quella europea, certamente non migliore. Alla campagna contro Israele partecipano i giornali cattolici come Avvenire e Osservatore Romano, l’organo della confindustria Sole 24 ore e naturalmente i giornali di estrema sinistra come Il Manifesto. E’ molto difficile fare arrivare al pubblico notizie importanti che non rientrano nella linea anti-israeliana della stampa. Basta pensare all’abitudine di descrivere il governo israeliano come “di Tel Aviv”, anche se governo, parlamento, corte suprema, ministeri, partiti di Israele risiedono tutti a Gerusalemme, fin dal 1949. Al di là di qualunque dissenso sui confini di Israele, al di là di qualunque desiderio nobile o assassino,  di fatto le cose stanno  così, ma i giornali continuano a parlare di “governo di Tel Aviv”. E’ come se qualche clericale che non è d’accordo sulla fine dello Stato della Chiesa parlasse dell’Italia usando la locuzione “il governo di Firenze”

Il suo giudizio su Avvenire e Osservatore Romano, è duro. Francamente non posso condividerlo. Se penso al grande cammino della Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II, alle visite dei Papi alle Sinagoghe (Giovanni-Paolo II, Benedetto XVI e da ultimo Papa Francesco). Può spiegare le ragioni del suo giudizio?

Bisogna distinguere fra la posizione della Chiesa e in particolare dei grandi pontefici che lei ha citato, dal lavoro giornalistico di organi di stampa che pure sono di proprietà della Cei o del Vaticano. Purtroppo di fatto questi giornali perseguono su Israele un atteggiamento di evidente antipatia e spesso di informazione parziale e pregiudizievole, anche se l’atteggiamento verso la religione ebraica e i suoi esponenti è per lo più positivo. C’è un problema in questa differenza, che va attribuito da un lato a un’antica diffidenza teologica verso uno stato del popolo che si è conservato nei secoli proprio perché ha rifiutato la conversione che gli si chiedeva; dall’altro a un certo terzomondismo erede della teologia della liberazione che ha molto corso oggi nella chiesa; dall’altro ancora a un malinteso realismo politico. Fatto sta che la ricostruzione dei fatti che si legge sotto queste testate rispecchia quasi sempre posizioni filo-arabe e antisraeliane; il terrorismo palestinese è messo in secondo piano e le reazioni israeliane sono enfatizzate, mai si rileva che il solo stato di tutto il Medio Oriente in cui il culto cristiano è libero e senza pericolo e di conseguenza i fedeli sono in crescita è proprio Israele. Io spero che prima o poi gli intellettuali cattolici che si occupano di comunicazione si rendano conto che non solo vi deve essere una relazione naturale di amicizia, oggi finalmente sottratta ai risentimenti antichi, fra la Chiesa e gli ebrei, ma che lo stesso deve avvenire con lo Stato di Israele.

Parliamo dell’antisionismo, che a me pare l’altra faccia della medaglia,  ovvero una forma di antisemitismo occultato. In che misura la legittima critica delle scelte di qualunque governo d’Israele da parte di chicchessia diventa antisionismo?

E’ banale dirlo. La differenza sta fra l’opposizione al governo, certamente legittima e che nella democrazia israeliana ha largo spazio giornalistico e parlamentare, e la volontà di distruggere lo stato e magari il popolo ebraico. In concreto un celebre oppositore sovietico, fuggito a suo tempo in Israele, Natan Sharansky, ha proposto il criterio delle “tre D”. Sono antisioniste e quindi antisemite le posizioni che demonizzano Israele dandone un ritratto violentemente negativo, come fanno coloro che parlano di “nuovo nazismo” o di “Lager a cielo aperto” per Gaza; e ancora le posizioni  che delegittimano lo stato nazione del popolo ebraico, lasciando intendere che non dovrebbe esistere, essendo il frutto di un “peccato originale” da smontare o cose del genere. E infine le posizioni che applicano un doppio standard, condannando Israele per scelte che sono accettate altrove, come la difesa dal terrorismo o la richiesta a organizzazioni finanziate da governi stranieri di dichiararsi come tali.

Dove vede la  maggior concentrazione di antisionismo/antisemitismo in Italia?

Purtroppo oggi a sinistra. Vi sono personaggi come D’Alema, De Magistris e anche molti esponenti del movimento 5 stelle che non perdono occasione per esibire violenta antipatia nei confronti di Israele e solidarietà al terrorismo, e che spesso  estendono la loro inimicizia agli ebrei in genere. Un caso particolarmente doloroso è quello dell’Anpi, che negli ultimi anni ha escluso da molte manifestazioni per il 25 aprile la “Brigata ebraica” che combatté per liberare l’Italia dal nazismo, per non dispiacere ai filopalestinesi. Non è una posizione isolata in Europa. Vi sono posti, soprattutto nei paesi nordici, dove gli ebrei sono esclusi anche dalla celebrazione della memoria della Shoà, sempre in odio a Israele.

Quali strumenti possono essere usati per combattere l’antisionismo/antisemitismo ? 

Bisogna continuare a spiegare come stanno le cose, a smascherare le menzogne e i trucchi che si usano per combattere e delegittimare il mondo ebraico, come la recente delibera dell’Unesco che ha preteso di considerare il Monte del Tempio, lo spazio centrale della storia ebraica da tremila anni, e anche il luogo di molta predicazione di Gesù, come un monumento puramente musulmano da sempre e per sempre. Peccato che gli arabi abbiano conquistato con le armi e islamizzato a forza Gerusalemme solo sette secoli dopo la vita di Gesù e una ventina dopo le prime tracce ebraiche nella regione. Non bisogna rassegnarsi a subire le discriminazioni. Bisogna contrastare giorno per giorno una propaganda antisionista che è quotidiana. Io personalmente mi sforzo di farlo innanzitutto in rete, con una rubrica quotidiana sul sito “Informazione Corretta”.

La comunità ebraica si sente oggi sicura in Italia?

Come ho detto sopra, c’è una buona sicurezza, dovuta anche alla sorveglianza delle forze dell’ordine e alla solidarietà della popolazione. Ma i rischi non mancano. Gli ebrei ricordano non solo le deportazioni naziste del ‘43-45, ma anche gli attentati palestinesi, alcuni dei quali mortali, come quello al Tempio centrale di Roma e all’aeroporto di Fiumicino.

Lei, sulla sua pelle, o analogamente suoi amici ebrei, ha avuto  diretta esperienza di episodi antiebraici? 

Preferisco non parlare della mia esperienza per non personalizzare il discorso. Basti dire che non c’è ebreo in Italia che non debba fare i conti prima o poi con i problemi derivanti dalla sua identità. Per fortuna, lo ripeto, di questi tempi non è accaduto a noi niente di grave. Possiamo solo sperare che continui così.

Il Contratto è il nostro Patto di Fabbrica per Industry 4.0. Intervista a Marco Bentivogli

bentivogli_marcoSabato scorso, dopo 13 mesi di una estenuante trattativa con Federmeccanica, i lavoratori del settore metalmeccanico hanno un contratto. L’intesa siglata dai sindacati di categoria, è stata definita, non senza ragioni, storica. Cerchiamo di capirne di più, in questa intervista, con un protagonista di questa trattaiva: Marco Bentivogli, Segretario Generale della FIM-Cisl.

Finalmente dopo 13 mesi, 1,6 milioni di lavoratori Metalmeccanici, hanno un contratto. Lei ha definito, il nuovo contratto, come il più difficile della storia. Perché? Non è un tantino enfatico?
Non era mai accaduto prima che si rinnovasse il contratto dei metalmeccanici in un contesto così complicato, in un settore che ha perso 300.000 posti di lavoro e con tante aziende ancora in crisi, in un quadro economico-finanziario contrassegnato dalla deflazione e con una controparte, Federmeccanica, che per oltre 10 mesi è rimasta marmorizzata sulla posizione di partenza, cioè di superare completamente il livello nazionale di contrattazione o comunque di arrivare a ridurre i livelli ad uno solo.
Siamo riusciti nell’impresa di convincere gli industriali che 1.600.000 metalmeccanici hanno bisogno di una cornice di regole e di strumenti che li tenga assieme e che contemporaneamente si diffonda la contrattazione di secondo livello e la partecipazione dei lavoratori nelle scelte strategiche delle imprese, attraverso i comitati consultivi di partecipazione.

Quali sono stati i momenti di maggior difficoltà? Quali erano i punti più problematici?
Senza dubbio la rigida posizione iniziale di Federmeccanica (di applicare il Contratto solo al 5% dei lavoratori e nella fase finale di riconoscere a tutti solo una quota (decrescente) dell’inflazione e sul sistema di inquadramento in particolare) è stata un grande ostacolo da superare, ma è servita per compattarci, anche se poi siamo riusciti ad andare oltre le divisioni e a fare importanti passi in avanti, insieme. Verso l’innovazione.

In cosa consiste la svolta, per così dire,  “culturale”  del nuovo contratto? 
Con questo contratto, si riapre la partita delle relazioni industriali del nostro Paese e può essere da stimolo anche per la discussione che si sta affrontando sul nuovo modello contrattuale.
E’ una svolta culturale che si affermi un’impostazione sindacale partecipativa ed autorevole nelle relazioni sindacali. Partecipazione è responsabilità reciproca, condivisione di scelte, anche organizzative, per valorizzare il contributo dei lavoratori e aumentare la produttività delle aziende.
Si superano tutte le ambiguità degli “anche” che dal ’93 avevano sovrapposto i due livelli contrattuali indebolendo entrambi. Lo dico anche per una categoria come la nostra che ha uno dei migliori gradi di copertura della contrattazione di secondo livello (il 37% delle aziende che occupano il 70% dei lavoratori della categoria). Ogni livello avrà un ruolo rinnovato e distinto.

Quali i punti più innovativi?
Oltre alla diffusione – già richiamata – della contrattazione di secondo livello e della partecipazione, i punti innovativi sono tanti e riguardano nuovi diritti o strumenti rinnovati e potenziati. La formazione diventa un diritto soggettivo del lavoratore, 24 ore nel triennio o un budget di 300 euro da spendere per aggiornare e rafforzare la propria professionalità; il welfare contrattuale diviene uno strumento importante per riconoscere risorse completamente detassate che potranno essere modulate a seconda dei bisogni dei lavoratori; inoltre costruiremo uno dei fondi di sanità integrativa più grandi d’Europa e abbiamo centrato l’obiettivo per per un nuovo sistema di inquadramento, quello attuale era fermo al 1973. Inoltre abbiamo rafforzato il ruolo dei rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza e introdotto nuove modalità di conciliazione vita lavoro, con una attenzione particolare anche alle esigenze dei migranti.

Nel contratto c’è una svolta partecipativa e  una maggiore attenzione alla contrattazione di secondo livello. Temi antichi per la Fim-Cisl. La Fiom di Maurizio Landini vi ha seguito su questo terreno. Insomma inizia una nuova storia per il sindacato italiano?
Per tutta la Cisl, fin dal consiglio generale di Ladispoli del 1953, la contrattazione di secondo livello è il nostro faro, perchè – come dicevo prima – solo contrattando nelle singole aziende si può fare vera innovazione nei processi organizzativi e partecipativi. La ricchezza si distribuisce laddove viene generata, cioè in azienda.
Sarà anche in discontinuità ma non ci interessano le dietrologie. Landini, in questa occasione, ha dimostrato lungimiranza e coraggio. Insieme abbiamo saputo scrivere una pagina nuova, di unità che guarda la realtà in avanti, non dallo specchietto retrovisore.

Torniamo al contratto. Sono presenti anche strumenti di Welfare e di previdenza integrativa? C’è attenzione per i giovani lavoratori?
Sì, certo. Da tempo la FIM sta spingendo perchè il tema delle pensioni sia vissuto, dai giovani in particolari, non solo come un tema che riguarda principalmente chi o è già in pensione o ci sta andando. Abbiamo realizzato anche una ricerca sulle future pensioni di 500 giovani metalmeccanici, oggi poco più che ventenni; senza fare allarmismo, la loro pensione rischia di arrivare dopo 50 anni di lavoro, con importi che possono arrivare, se il percorso professionale è stato discontinuo, anche alla metà dell’ultimo stipendio. Ecco perchè abbiamo chiesto di rafforzare la diffusione e l’informazione sulla previdenza complementare e di incrementare il versamento da parte delle aziende dall’1,6% al 2%.
Per quanto riguarda il welfare, sono stati previsti importi importanti (100 euro nel 2017, 150 nel 2018 e 200 euro nel 2019), completamente detassati. Ricordo che, se lo stesso importo fosse stato erogato sotto forma di salario, a causa della tassazione, ne sarebbero arrivati solo 58 euro nelle tasche dei lavoratori, 85 euro nel caso di contrattazione aziendale.
A queste cifre si sommano i 156 euro della sanità integrativa, strumento sempre più importante per le lavoratrici e i lavoratori, totalmente a carico dell’azienda e rivolta anche ai familiari o ai conviventi a carico dei metalmeccanici.

Come si svilupperà la “road map” per l’approvazione del contratto?
Giovedì 1 dicembre abbiamo convocato l’assemblea nazionale FIM-FIOM-UILM per approvare l’ipotesi di accordo che poi sarà sottoposta alle lavoratrici e ai lavoratori nelle fabbriche, tramite consultazione certificata, il 19-20-21 dicembre.

In che misura questo contratto riuscirà a rendere competitivo il settore industriale italiano?
Per essere competitivo, il nostro settore industriale – oltre che di riforme – ha bisogno di puntare sull’innovazione. In questo contratto sono tanti gli strumenti e le leve che vanno in questa direzione: non esiste reale e concreta innovazione che non tenga conto del contributo dei lavoratori nei processi di lavoro e organizzativi.

La partita per i rinnovi contrattuali non è terminata (vedi pubblico impiego), adesso c’è il referendum costituzionale. Avere una continuità governativa è interesse del Sindacato. Cosa dovrebbe fare Renzi se non riuscisse a vincere il referendum?
Ci sono ancora 10 milioni di lavoratrici e di lavoratori senza contratto, dai tessili ai ferrovieri, insegnanti, dipendenti pubblici, assicuratori, lavoratori della distribuzione. La FIM sarà al loro fianco per sostenere le loro richieste. Senza dubbio questo Paese avrebbe bisogno di stabilità, negli ultimi 70 anni si sono succeduti ben 63 Governi, a fronte dei 24 della Germania o dei 20 del Regno Unito ad esempio e questa instabilità ha reso impossibile fare quelle riforme che avrebbero sbloccato il Paese e rilanciato l’economia. Ma non voglio mescolare le carte, lo fanno già in tanti. Non voglio parlare di contratto e Referendum assieme perché sono due cose diverse e noi abbiamo trattato con Federmeccanica e Assistal, non con il Governo.
E in questa occasione i metalmeccanici, con idee e coraggio, hanno saputo superare le divisioni, facendo tutti un passo avanti, insieme.

MIO NIPOTE NELLA GIUNGLA. L’ultimo libro di Oliviero Beha

“Con la freddezza di un chirurgo, fa un’analisi caustica e spietata, prendendo di mira i paradigmi della cultura contemporanea.” (Franco Battiato, prefazione a Il culo e lo stivale)

Tra racconto, confessione e pamphlet, in uno stile accattivante, il libro più crudo e più chiaro di un critico feroce dei nostri giorni alle prese con il futuro da inventare di nipoti, figli, fratellini, sorelline…

Un manuale appassionato, da domani nelle librerie, di sopravvivenza pratica e intellettuale che non nasconde i pericoli senza consegnarsi alla rassegnazione.

Il libro
Soprattutto per un giovane, o per un neonato, il futuro è una muraglia altissima, apparentemente insuperabile e la giungla in cui siamo precipitati sembra inestricabile: difficile trovare una direzione. A proteggere il novello Mowgli dalle insidie e dai pericoli non ci sarà nessuna pantera Bagheera, dovrà cavarsela da solo. Ma qualcosa per lui possiamo fare da qui, ora, senza aspettare: chiarirgli le idee, avviarlo o riavviarlo al coraggio e alla libertà di pensiero. E questo libro ci prova, cercando di accorciare le distanze tra noi abitanti di una palude maleodorante, certo italiana ma sempre più planetaria, e la “vegetazione” minacciosa che attende i nostri nipoti. Acuto e tagliente come sempre, Beha questa volta racconta il presente per superarlo, per trovare le parole che non abbiamo più e quelle che non abbiamo ancora, sospesi tra un passato senza ricordi consapevoli e un avvenire pressoché indecifrabile. La salute come merce, la “sindrome da cucina” che avanza, la desertificazione del sapere, il clima impazzito, la memoria truccata, la politica ma anche la camorra e l’Isis, il “fondamentalismo finanziario” del denaro, il messaggio evangelico tra banche, massonerie e mafi e, la paura, l’amicizia, gli altri spariti dai nostri orizzonti… insomma la vita che siamo al tempo di Facebook, Instagram e Snapchat. “Un oggi usurato ed estenuato, consumato ancor prima di esserci.” Ecco qualche utensile per il nostro Mowgli e per noi che siamo qui. Senza illusioni ma con un afflato umano intergenerazionale che non spenga le fiammelle interiori di speranza.

L’Autore
Oliviero Beha è uno dei più noti giornalisti italiani e conduttori radiotelevisivi. Le sue trasmissioni, regolarmente censurate da ogni parte politica, hanno avuto grande seguito e continuano a essere ricordate dal pubblico. Ha scritto per “la Repubblica” e vari quotidiani e settimanali, ed è ora editorialista de “il Fatto Quotidiano”, di cui è cofondatore. Molti i suoi libri, anche di poesie. Per Chiarelettere ha pubblicato: Italiopoli, I nuovi mostri, Dopo di Lui il diluvio, Il culo e lo stivale.

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo il prologo del libro.
Lui è lì, che sospira nel mondo, ormai è in piedi e cammina da un pezzo pur avendo compiuto un anno da pochi mesi. Gorgheggia anche parole basiche. Lui è lì, e come una folgorazione nella comune, banale e straordinaria esperienza di un nipote, di due generazioni dopo di te, del tempo che corre negli anni davvero luce (be’, insomma, anche in penombra…), improvvisamente mi colpisce come uno schiaffo la realtà del futuro. È lui il futuro, e gli altri come lui, qui e dappertutto, semplicemente lui. Sono il futuro le sue manine, i piedini che sbatte, gli occhi radiosi per fortuna più allegri di quelli di molti, per esempio dei miei (ed è già un delitto, ormai un peccato originale dei contemporanei…), è il futuro quello che tu riesci a immaginare attraverso di lui. Niente a che vedere per intensità emotiva con i discorsi seri, più o meno impegnati, a volte apocalittici e altre integrati, sulla catastrofe del pianeta, la degenerazione delle persone, lo svuotamento ideale ed etico dell’Italia dove a lui è capitato di nascere. Come al nonno, ma in tutt’altro periodo, in tutt’altro Paese. Adesso è davvero una giungla. Che posso fare per non spegnere l’entusiasmo vitale nel suo sguardo, la sua curiosità, la sua socievolezza? Che fare per lui e per loro, per i nipoti di tutti, in un’Italia trasfigurata al suo interno e decimata nei rapporti con il resto del mondo, se non descrivere la giungla in cui è venuto al mondo, novello Mowgli senza un Kipling a raccontarlo? Lui, cucciolo dell’idea di uomo in una foresta sempre più disumana di piante carnivore e individui animalizzati nel senso peggiore, di organismi geneticamente modificati dall’insensatezza. Lui che crescerà senza pantere come Bagheera che lo proteggano, e verrà invece aggredito fin dall’inizio da serpenti a misura umana di qualunque taglia che mutano pelle per sembrare come lui, in un libro della giungla che si scrive da solo, quotidianamente. Mentre tutti i segnali ci dicono che stiamo andando giù, sempre più giù, e non tanto e non solo dal punto di vista economico, assurto ormai a unico metro della nostra esistenza? Nella giungla che non ha memoria per cui nessuno ricorda niente di nessuno e soprattutto non se ne dispiace, in cui il futuro sembra un’altissima muraglia che ottunda qualunque orizzonte in un paesaggio circoscritto alla configurazione dell’oggi, un oggi istantaneo usurato ed estenuato, consumato ancor prima di esserci. Nella giungla in cui tutto sembra obsoleto perché «niente è paragonabile a prima grazie alla scienza e alla tecnologia», supplenze tendenzialmente straordinarie e invece troppo spesso mostruose del senso della vita. Un «prima» impietosamente già polverizzato? Posso solo raffigurarla, questa giungla, o provare a farlo nella maniera più lineare e accessibile, sintetizzando i temi che si intersecano nella nostra/sua quotidianità, dicendo senza sconti le cose come stanno, almeno a parere di chi le ha vissute e se le è sentite addosso, disboscando gli intrecci di liane mentre gli anni si accalcano alla porta qualche volta bussando, altre entrando senza difficoltà perché ne possiedono la chiave. Posso solo tentare di rintracciare che cosa abbiamo in comune, il futuro nel passato, il passato verso il futuro, lui batuffolo fatto già quasi persona e io persona sempre più imbatuffolita negli acciacchi, che ha già traversato molta vita in un mix di velleitarismo e conoscenza, sul limitare dell’età in cui ci si trasforma in vecchi bavosi o in venerati maestri (o altro ancora: scostiamo il frusciame tra Arbasino e Berselli). Per il cucciolo se vorrà saperlo: trattasi di due intellettuali, finissimo il primo, randelloso il secondo, scomparsi all’inizio del terzo Millennio, eccellenti descrittori dell’Italia di allora e di sempre. È un modo di fargli gli auguri, di offrirgli istruzioni per l’uso che dovrà ovviamente come tutti forgiarsi da sé, alla faccia dell’esperienza trasmessagli da chi lo ha preceduto. È il disegno di una passerella interiore affacciata sul vuoto, che ballonzoli tra lui e il suo duende in embrione. Il duende che non è necessario sapere bene che cosa sia ma che confligge, simpatizza e antipatizza con lui, nel suo spirito, un Dna ballerino come lui che cammina sulle punte, imprescindibile se avrà qualcosa dell’artista. È un machete per la mente laddove il groviglio sembra più fitto e sempre meno naturale. È un espediente personale, credo umanissimo, per ricominciare a pensare e a pensarsi nel futuro, a farsi domande e non solo a darsi risposte estemporanee e ingannevolmente risolutrici, a tracciare linee guida esistenziali che si sporgano dalla finestra di un presente cupo e, se ci riescono, inducano al sorriso. Non è forse questa la capacità che ci distingue dagli animali nel libro della giungla di sempre, preverbale? E, d’altro canto, non è proprio questa difficoltà a sorridere che ci sta avvelenando la vita nella nostra giungla quotidiana, secolare e per certi versi ultramondana? E tale mancanza del sorriso e dell’allegria di un popolo che ha sempre cantato, sotto qualunque vessazione, e ora non canta più, che altro è in realtà se non una paura a vivere davvero, senza recitare per forza una parte ma rischiando di essere se stessi come è umanissimo che sia? Questa mancanza, fanciullino, che dopo aver gattonato in modo strambo, insieme unico e universale, finalmente scorrazzi per casa barrendo parole che aprono al mondo, questa davvero non la posso concepire né permettere: qui siamo ben oltre le colpe dei padri o dei nonni che ricadono su figli e nipoti, qui abbiamo fatto crescere una giungla malsana dove poteva esserci un ambiente ordinato e consapevole. Qui la natura è stata sostituita da qualcosa che è stato fatto passare per cultura, e di certo non lo era nel suo significato migliore. Una vegetazione che ti può soffocare e che ripropone un homo homini lupus aggiornato al nucleare e ai mercati finanziari del denaro e del potere, da Hobbes al plutocrate Soros per chi ha una vaga idea di chi siano. Come premessa dunque intanto perdonami, nipote, cioè perdonaci. P.S. E non sei neppure nato ad Aleppo, dove la tragedia ininterrotta dei tuoi coetanei è diventata mostruosa, una pioggia di bombe terrificante anche solo a immaginarla da lontano. Sai, M., non è solo un «incidente» bellico che accade in Siria, ma è diventato un genocidio voluto da qualcuno ben identificato e collegato ahimè a tutto il resto. Barbarie all’ennesima potenza in questa giungla, adesso anche tua.

Oliviero Beha, MIO NIPOTE NELLA GIUNGLA. Tutto ciò che lo attende (nel caso fosse onesto), Editrice Chiarelettere, Milano 2016, pp. 176 , 15 €

La “mia” Repubblica tradita. Intervista a Giovanni Valentini

 

9788899784089_0_190_0_80Giovanni Valentini, storico Direttore dell’ Espresso ed ex vice direttore di Repubblica, ha appena pubblicato per “Paper First” (la casa editrice del Fatto Quotidiano) un libro sulla mega fusione editoriale tra due grandi quotidiani italiani: Repubblica e La Stampa. Già dal titolo, La Repubblica tradita, si intende che il libro è una testimonianza personale e inedita degli avvenimenti che hanno portato alla fusione di questi giornali. Una mega-concentrazione che Valentini giudica una minaccia per il pluralismo dell’informazione del nostro Paese. In questa intervista approfondiamo le ragioni che l’hanno spinto a scrivere il libro.

Il tuo libro, davvero interessante e al tempo stesso inquietante, apre uno squarcio sul velo di ipocrisia che riguarda il più prestigioso quotidiano italiano: la Repubblica. Il titolo non lascia dubbio alcuno la Repubblica tradita. Diversi sono stati i protagonisti di questo tradimento, ne parleremo più avanti. Adesso fissiamo un punto. Perché scrivi che l’attuale Repubblica tradisce il progetto originale e i suoi valori? Dove si compie il tradimento? Sui valori di sinistra riformista?
Parlo di “tradimento”, all’indomani della mega-fusione con La Stampa e con Il Secolo XIX, perché quarant’anni fa Repubblica è stata fondata da un “editore puro”, come allora usava dire: nacque infatti dal matrimonio fra il gruppo L’Espresso e la Mondadori. Un soggetto cioè che non aveva altri interessi, estranei all’attività editoriale. A 27 anni, lasciai Il Giorno di Milano, che era il terzo quotidiano italiano ed era di proprietà dell’Eni, per andare a lavorare con Eugenio Scalfari. Ora la maxi-concentrazione di “Stampubblica” trasforma quel giornale in uno strumento di potere, in mano a un gruppo economico-finanziario, costituito da De Benedetti e dalla Fiat. Non è Repubblica che tradisce il progetto originario, è il nuovo soggetto editoriale che tradisce il progetto originario del giornale.

Repubblica nasce nel 1976. Siamo nel periodo tra i più difficili della storia repubblicana. Il fatto di chiamare un quotidiano “Repubblica” è già una scelta di campo. Eugenio Scalfari, anche recentemente, ne ha descritto la carta d’identità: siamo liberaldemocratici. Ti chiedo quale è stato il contributo maggiore dato dal quotidiano alla storia civile italiana?
Direi, per riassumere, il contributo alla modernizzazione del Paese: sul piano politico, innanzitutto, ma anche civile e culturale. Scalfari ha sempre usato la definizione di “liberali di sinistra”. Non mi risulta che la Fiat o gli Agnelli possano essere considerati tali. Né tantomeno Marchionne e John Elkann.

Nel tuo libro analizzi, sulla base della tua esperienza davvero straordinaria all’interno del gruppo “Espresso-Repubblica, le varie fasi del quotidiano. Parliamo, quindi, degli ultimi vent’anni. Che coincidono praticamente con la direzione di Ezio Mauro e con la gestione padronale di De Benedetti. Il “tradimento” incomincia con la direzione di Mauro. Francamente una cosa difficile da comprendere…. Se penso alle battaglie di Repubblica contro il berlusconismo imperante. Perché Mauro è diverso, qual è il suo “peccato” d’origine?
No, il “tradimento” non comincia con l’arrivo di Ezio Mauro alla direzione: quello, semmai, fu un primo “strappo”, una discontinuità accettata e condivisa da Caracciolo e da Scalfari. Carlo, finché ha vissuto, ne è stato il garante editoriale; Eugenio ne è stato il garante politico, la guida e il tutore. Se vogliamo parlare di “peccato originale”, quello di Ezio era la provenienza dalla direzione del giornale targato Fiat: basti pensare alla politica economica e sindacale, a quella dei trasporti o dell’ambiente, per farsene un’idea. Quanto all’anti-berlusconismo, per me è cominciato a metà degli anni Ottanta, quando andai a dirigere L’Espresso e lanciai una campagna contro la concentrazione televisiva e pubblicitaria di Berlusconi che consideravo una minaccia per il pluralismo e la libertà d’informazione. Poi, è diventato un orientamento politico, ideologico e antropologico. Ma è stato anche un alibi per non vedere, o fingere di non vedere, i ritardi e le responsabilità della sinistra.

Veniamo alla vera “anima nera” del tradimento, Carlo De Benedetti. Su sul suo conto usi parole dure, ne denunci il conflitto d’interessi su molteplici piani. Alla fine ne esce un quadro disperante sul personaggio: viene spontaneo domandarti qual è la differenza, se mai esiste, tra lui e Berlusconi?
Non confondiamo i personaggi e le rispettive estrazioni. La differenza sostanziale è che Berlusconi era un imprenditore, un concessionario pubblico ed è diventato un uomo politico, con un macroscopico conflitto d’interessi; mentre De Benedetti è sempre stato un finanziere, un uomo d’affari, ma non ha mai avuto cariche pubbliche. Fino a quando Caracciolo e Scalfari hanno garantito l’autonomia del gruppo e dei giornali, erano loro che incarnavano la figura dell’editore. Ma ora, con la complicità della crisi, gli interessi economici purtroppo hanno preso il sopravvento…

E veniamo all’ultima fase quella della fusione con la Stampa di Torino, ironicamente definita da te “Stampubblica”, cui emblema diventa Mario Calabresi (il gigante nano). Eppure Calabresi nasce, giornalisticamente parlando, a Repubblica. Sul piano dello spessore, Calabresi sicuramente è inferiore a Ezio Mauro. Però, consentimi, Repubblica ha ancora fior di giornalisti (vedi Giannini) che reggono la deriva “minimalista” di Calabresi. Perché definisci la fusione con La Stampa un pericolo per la democrazia? E perché Scalfari continua a scrivere?
Calabresi, professionalmente parlando, non nasce a Repubblica ma all’Ansa. E con tutto il rispetto per il giornalismo d’agenzia, c’è una bella differenza con quello d’opinione e d’intervento. Lui è il testimonial di questa mega-concentrazione. Non sono stato io a definirlo “un gigante nano”, bensì la perfidia dei suoi redattori, in contrapposizione al “nano gigante” Ezio Mauro. Dico che la maxi-fusione è un pericolo per la democrazia perché è destinata fatalmente a ridurre il pluralismo e la concorrenza, oltre che gli organici dei giornali interessati. Anche per questo mi auguro che Scalfari continui a scrivere su Repubblica fino a quando ne avrà la forza e la voglia.

Ultima domanda: Sei pessimista sulla stampa italiana?
Qui bisognerebbe fare un discorso molto lungo sulla crisi dei giornali e della pubblicità, sull’avvento della televisione e di Internet, sul “giornalismo diffuso” alimentato dai social network. Non c’è dubbio che l’unica prospettiva per il futuro può essere quella della “multimedialità”, cioè dell’integrazione fra i vari mezzi e i vari codici della comunicazione. Ma, a parte Cairo e lo stesso Berlusconi, non vedo in Italia molti editori che abbiano le capacità e le possibilità di proseguire su questa strada. Mi conforta, però, registrare che – nonostante tutto – testate d’opinione come Il Fatto Quotidiano, Libero, Il Foglio o La Verità, riescano a trovare uno spazio per sopravvivere e magari per crescere. Nel campo editoriale, c’è sempre tempo per la ricerca, la sperimentazione e l’innovazione.

L'immagine è tratta da Prima Comunicazione

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