Aldo Moro, lo statista e il suo dramma. Intervista a Guido Formigoni

13bcbb6cover26474-jpegDOMANI al Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e delle alte cariche dello Stato, si svolgerà la Cerimonia per il Centenario della nascita di Aldo Moro. Lo statista pugliese è stato l’uomo più importante, dopo De Gasperi, per la democrazia italiana. La sua tragica fine, ucciso barbaramente dalle BR, segnò per sempre la storia dell’Italia repubblicana e della Democrazia Cristiana. Quali sono le radici politiche di Aldo Moro? Cosa ha significato Moro per la democrazia italiana? Di questo, e altro, parliamo con lo storico Guido Formigoni, Ordinario di Storia Contemporanea all’Università IULM di Milano. Formigoni è un conoscitore profondo della vicenda politica morotea. E’ appena uscita, per la casa editrice Il Mulino, una biografia sul leader democristiano: Aldo Moro, Lo statista e il suo dramma. (pagg. 490).

Professor Formigoni, il 23 settembre sono cento anni dalla nascita Aldo Moro, lei ha appena pubblicato una corposa biografia, per la casa editrice Il Mulino, sullo statista pugliese. Il suo è stato un lavoro profondo di ricerca archivistica. Quali novità storiografiche sono presenti nel suo libro? 

Ho tentato di dare un’immagine di Moro che tenga assieme gli aspetti diversi della sua personalità, come uomo, credente, intellettuale, giurista, marito e padre di famiglia, oltre che politico. Non è cosa semplice, soprattutto per la riservatezza del suo carattere, che ha lasciato poche tracce. Ma egli, pur essendo profondamente dedito alla sua vocazione politica, non ha mai voluto essere un “politico di professione”. Poi, ho voluto inserire la sua biografia su uno sfondo internazionale complessivo (le carte americane sono a questo proposito molto utili) e in una comprensione più articolata del dibattito politico interno alla Dc (soprattutto in alcuni momenti cruciali). La documentazione inedita aiuta a fare qualche passo avanti in questa direzione.
Devo anche dire che ho tentato di fare un lavoro che sia simpatetico con il personaggio (condizione necessaria per capirlo), ma non agiografico. Ho anche individuato alcuni limiti e soprattutto una tensione interna alla sua politica, che mi ha fatto usare il sottotitolo “Lo statista e il suo dramma”. Non solo il dramma dell’assassinio, ma della crescente difficoltà che egli sperimentò a far convergere tutti gli elementi della sua proposta politica.

Sicuramente dopo De Gasperi è l’uomo più importante nella storia della democrazia italiana. Qual era la sua visione della politica? Per alcuni, denigratori, rappresentava “gli arcani del potere”. Invece era l’uomo che guardava lontano, nel senso che capiva i movimenti profondi della società italiana. Perché questa dicotomia?

Il suo modo di far politica, e anche la sua peculiare leadership, erano in effetti complessi da capire. Non tanto per il luogo comune del linguaggio astruso (che gli fu cucito addosso: fu la stampa a confezionare addirittura alcune delle famose espressioni contraddittorie, come “convergenze parallele”). In realtà egli parlava con grande logicità e chiarezza, anche se non era certo un demagogo e forse era un po’ prolisso e qualche volta noioso. Ma il problema è più profondo. Da una parte egli capiva in anticipo molti problemi e sapeva dove voleva andare: aveva un progetto, un discorso sul ruolo dello Stato rispetto alla società e sul ruolo dell’Italia nel mondo, che erano indubbiamente lungimiranti. Ma aveva poi la convinzione che questo progetto andasse perseguito con grande prudenza e trainandosi per così dire un mondo che era lontano, distratto, problematico. Per non causare controreazioni pericolosissime (in un paese dalla democrazia fragile e incerta), non bisognava mai forzare. Costruire piuttosto lentamente il consenso. Qui stanno le origini sia di alcuni suoi grandi successi, sia di una possibile rilettura del suo ruolo come pigro insabbiatore delle novità, quando non riusciva a rendere palese che le sue lentezze erano mirate a non pregiudicare un obiettivo, e non semplicemente frutto di conservatorismo. Comunque, quando lo riteneva necessario, sapeva usare la battaglia e la durezza del confronto delle idee: si pensi alla lotta contro il ritorno indietro reazionario dei primi anni Settanta.

Moro è un “figlio” spirituale di Montini (che diventerà, poi, Papa Paolo VI). La sua era una spiritualità profonda, per certi versi, a mio modo di vedere, anche mistica. Quali sono le radici della spiritualità morotea?

Certo, abbiamo coscienza di un legame con la cultura montiniana e la sintesi tra fede e modernità che essa perseguiva. Però abbiamo poche tracce per indicare i tratti profondi e personali della sua spiritualità. Possiamo ricordare la frequentazione diretta del Vangelo fin da giovane, il piacere nell’incontrare il Concilio (anche se non ne parlò mai in pubblico), alcuni struggenti cenni di fede negli scritti dalla prigionia brigatista. Non so se si possa parlare di mistica, ma certo di una fede interiorizzata e vissuta, che ogni giorno guidava la vita.

Qual è stato il contributo più importante di Aldo Moro nella storia dei cattolici italiani?

Forse il suo impegno a costruire le premesse di una autonomia della Dc dalla Chiesa, costruita non su una laicizzazione qualunque, ma sulla coscienza di un’assunzione di responsabilità del laicato, nel dialogo onesto con la comunità cristiana tutta. La battaglia sul centro-sinistra (osteggiato dalla gerarchia) coincide con questo difficilissimo processo, che riesce a ottenere risultati importanti (anche se la generazione successiva alla sua non coltiverà molto tale assetto). La sua idea di ispirazione cristiana come “principio di non appagamento” e stimolo interiore verso la giustizia, espressa nel congresso della Dc del 1973, è il risvolto ulteriore di questa coscienza forte di una unità tra fede e vita non giocata sul richiamo confessionale, ma piuttosto sulla coerenza delle scelte quotidiane.

Quest’uomo mite aveva molti nemici (dagli Usa alla destra cattolica). Dove nasce quest’odio? Cosa faceva paura di Aldo Moro?

Non solo la destra cattolica, ma tutta la destra. Pensiamo alla P2. Pensiamo a una certa stampa ferocemente a lui avversa. Nel caso degli Stati Uniti bisogna distinguere: da una parte c’è la vera ostilità preconcetta di Kissinger, dall’altra invece ci sono ambienti politici e diplomatici che percepiscono la sua capacità politica e lo stimano e apprezzano (soprattutto nel mondo progressista kennediano). Nei suoi nemici c’era probabilmente proprio la consapevolezza che egli guardava altrove e che poteva riuscire a realizzare progetti di cambiamento, non era solo un innocuo utopista. In questo senso era percepito come più pericoloso di altri: era un vero statista, non un predicatore qualunque.

L’idea di Moro sulla DC era un’idea riformista e progressista, pur nei limiti della struttura del partito. E’ così?

Beh, lui si rende conto che la Dc è (degasperianamente) un partito composito che deve stare al centro del sistema e garantire in qualche modo il suo equilibrio complessivo. Cioè appunto la sua lenta trasformazione verso il modello dello Stato sociale previsto dalla Costituzione. In questo senso la Dc per lui va guidata dall’interno con abilità e prudenza, senza forzature, portandosi dietro possibilmente tutto il moderatismo. Per questo spesso interloquisce con le correnti della sinistra interna, ma solo tra il 1969 e il 1973 si fa mettere nell’angolo con le sinistre: lui voleva piuttosto gestire in modo progressista un partito ambivalente, non fare semplicemente testimonianza dall’opposizione.

La “terza fase”, il disegno politico-strategico moroteo, si interruppe con la sua tragica fine. Quale sarebbe stato lo sviluppo della democrazia  italiana?

Questo è difficile dirlo. C’è una controversia sul modo di intendere il progetto della terza fase. Recentemente molti hanno messo l’accento sulla sua volontà di fermare l’avanzata comunista, di logorare il Pci in mezzo al guado. Io non credo sia da leggere in questo modo. E’ chiarissimo da tutte le fonti che egli non pensi al governo insieme al Pci: non accetta la proposta berlingueriana del compromesso storico.
Pensa che non sarebbe accettabile né nel paese né a livello internazionale, e soprattutto vede ancora la lentezza del processo di ripensamento del partito comunista. Ma pensa necessaria una fase di avvicinamento e rilegittimazione reciproca per coinvolgere il Pci più radicalmente sul terreno della difesa delle istituzioni democratiche, in modo da favorire il suo processo di revisione ideologica e politica. Al fondo di questo percorso forse ci sarebbe stato il superamento della “democrazia diffiicile” segnata dall’impatto delle guerra fredda. Ma non è certo facile immaginare in che modi e in che tempi.

A quasi 40 anni dalla sua morte resta sempre la domanda: perché fu ucciso?

Sicuramente fu ucciso dalla follia brigatista che vedeva in lui ben più di un semplice simbolo del potere democristiano, ma propriamente colui che poteva stabilizzare la democrazia (con il suo dialogo con il Pci, ma anche con la sua attenzione ai movimenti sociali post-sessantottini). Poi, è evidente che i cinquantacinque giorni sono ancora un buco nero in cui non sappiamo tutta la verità, nemmeno su aspetti molto banali e concreti (la prigione, i tempi…). Per cui c’è la sensazione che sull’azione delle Br forse si sia innestata anche la volontà di altri ambienti che odiavano il suo ruolo politico. Si è spesso citato la Cia o il Kgb (senza nessun appiglio diretto in realtà). Forse sarebbe anche da guardare a centri di potere interni alla società italiana, che condizionavano ad esempio la passività degli apparati di sicurezza…

Cosa resta della sua lezione politica?

A tratti sembra di essere ormai troppo lontani dai suoi giorni per poter parlare di una lezione viva. Anche perché purtroppo la sua assenza non ha aiutato una continuità delle sue intuizioni, dei suoi metodi e della sua ispirazione. Ma credo senz’altro che anche la politica attuale potrebbe imparare dalla sua capacità di intuire i problemi storici senza farsi condizionare troppo dall’attualità, dalla sua volontà di usare in modo mite la parola e la ragione per ricondurre sempre le tensioni su un terreno di dialogo e di crescita della democrazia, della sua arte della mediazione non finalizzata alla propria sopravvivenza, ma all’evoluzione lenta e sicura di un sistema fragile come la democrazia italiana.

Da Assisi appello di Pace: con la guerra sono perdenti anche i vincitori

 Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace, Papa Francesco nelle Basilica di San Francesco (Ap Photo)

Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace, Papa Francesco nelle Basilica di San Francesco (Ap Photo)

Al termine del 30esimo Incontro mondiale dei leader religiosi organizzato ad Assisi dalla Comunità di Sant’Egidio è stato letto l’Appello per la pace 2016.
Eccolo integralmente, (dal sito):

Uomini e donne di religioni diverse, siamo convenuti, come pellegrini, nella città di San Francesco. Qui, nel 1986, trent’anni fa, su invito di Papa Giovanni Paolo II, si riunirono Rappresentanti religiosi da tutto il mondo, per la prima volta in modo tanto partecipato e solenne, per affermare l’inscindibile legame tra il grande bene della pace e un autentico atteggiamento religioso. Da quell’evento storico, si è avviato un lungo pellegrinaggio che, toccando molte città del mondo, ha coinvolto tanti credenti nel dialogo e nella preghiera per la pace; ha unito senza confondere, dando vita a solide amicizie inter-religiose e contribuendo a spegnere non pochi conflitti. Questo è lo spirito che ci anima: realizzare l’incontro nel dialogo, opporsi a ogni forma di violenza e abuso della religione per giustificare la guerra e il terrorismo. Eppure, negli anni trascorsi, ancora tanti popoli sono stati dolorosamente feriti dalla guerra. Non si è sempre compreso che la guerra peggiora il mondo, lasciando un’eredità di dolori e di odi. Tutti, con la guerra, sono perdenti, anche i vincitori.

Abbiamo rivolto la nostra preghiera a Dio, perché doni la pace al mondo. Riconosciamo la necessità di pregare costantemente per la pace, perché la preghiera protegge il mondo e lo illumina. La pace è il nome di Dio. Chi invoca il nome di Dio per giustificare il terrorismo, la violenza e la guerra, non cammina nella Sua strada: la guerra in nome della religione diventa una guerra alla religione stessa. Con ferma a convinzione, ribadiamo dunque che la violenza e il terrorismo si oppongono al vero spirito religioso.
Ci siamo posti in ascolto della voce dei poveri, dei bambini, delle giovani generazioni, delle donne e di tanti fratelli e sorelle che soffrono per la guerra; con loro diciamo con forza: No alla guerra! Non resti inascoltato il grido di dolore di tanti innocenti. Imploriamo i Responsabili delle Nazioni perché siano disinnescati i moventi delle guerre: l’avidità di potere e denaro, la cupidigia di chi commercia armi, gli interessi di parte, le vendette per il passato. Aumenti l’impegno concreto per rimuovere le cause soggiacenti ai conflitti: le situazioni di povertà, ingiustizia e disuguaglianza, lo sfruttamento e il disprezzo della vita umana.
Si apra finalmente un nuovo tempo, in cui il mondo globalizzato diventi una famiglia di popoli. Si attui la responsabilità di costruire una pace vera, che sia attenta ai bisogni autentici delle persone e dei popoli, che prevenga i conflitti con la collaborazione, che vinca gli odi e superi le barriere con l’incontro e il dialogo. Nulla è perso, praticando effettivamente il dialogo. Niente è impossibile se ci rivolgiamo a Dio nella preghiera. Tutti possono essere artigiani di pace; da Assisi rinnoviamo con convinzione il nostro impegno ad esserlo, con l’aiuto di Dio, insieme a tutti gli uomini e donne di buona volontà.

Un inno alla leggerezza: Lettera sul fanatismo. Un testo di Shaftesbury

lettera-sul-fanatismo_cover-1Tre motivi per leggerlo.

“Le opinioni più ridicole, le mode più assurde possono essere dissipate soltanto con la dote dell’irriverenza e da un pensiero meno serio e più lieve.” Ashley-Cooper, conte di Shaftesbury). Prezioso questo libretto pubblicato da Chiarelettere. Un classico del pensiero del ‘700. In tempi segnati da fanatismo e integralismo ci farà bene la lettura di questo libretto- Perché è una lettera illuminante scritta da un filosofo più di tre secoli fa e ancora oggi essenziale. Perché è un manifesto contro la malinconia e l’eccesso di serietà. Perché è un inno alla leggerezza che è l’anticamera della libertà.

L’AUTORE (DA WIKIPEDIA)

Shaftesbury nasce a Londra, nipote di Anthony Ashley-Cooper, I conte di Shaftesbury e figlio del secondo Conte. Sua madre è Lady Dorothy Manners, figlia di John, Conte diRutland. Secondo il racconto del III Conte, il matrimonio tra i genitori di Shaftesbury venne combinato grazie all’intercessione di John Locke, fidato amico del I Conte. Il padre di Shaftesbury pare fosse debilitato sia dal punto di vista fisico che psichico, tanto che, all’età di tre anni, il figlio è posto sotto la tutela del I Conte, il nonno. Locke, presente nella casa del Conte grazie alle sue conoscenze mediche, ha già assistito alla nascita del piccolo Shaftesbury, ed è a lui che gliene viene affidata l’educazione, che la condusse sulla base dei principî enunciati nel proprio scritto Pensieri sull’educazione (pubblicato nel 1693); il metodo di insegnamento del latino e greco antico tramite la conversazione fu portato avanti con successo dalla sua istruttrice, Elizabeth Birch, tanto che all’età di undici anni si dice il piccolo Shaftesbury fosse in grado di leggere scorrevolmente entrambe le lingue.

Nel novembre del 1683, alcuni mesi dopo la morte del I Conte, il padre inviò Shaftesbury al College di Winchester, dove trascorse un periodo infelice, a causa del suo carattere timido e perché schernito a causa del nonno. Lasciò Winchester nel 1686, per una serie di viaggi all’estero, che gli permisero di entrare in contatto con associazioni di artisti e classicisti, che ebbero una forte influenza sui suoi carattere e opinioni. Durante i suoi viaggi sembra non cercasse il dialogo con altri giovani inglesi quanto piuttosto coi loro tutori, con cui poteva conversare su tematiche a lui più congeniali.

Nel 1689, l’anno successivo alla Gloriosa Rivoluzione, Shaftesbury tornò in Inghilterra, e sembra che abbia trascorso i successivi cinque anni dedicandosi a una tranquilla vita di studio. Non c’è dubbio che la maggior parte della sua attenzione era rivolta all’analisi degli autori classici, nel tentativo di comprendere il vero spirito dell’antichità classica. Non era sua intenzione, tuttavia, trasformarsi in un “recluso”. Divenne candidato parlamentare nel villaggio di Poole, ottenendo l’elezione il 21 maggio 1695. Si distinse tra l’altro per un intervento in favore della legge per la regolamentazione delle controversie in caso di tradimento, in particolare per quella norma che doveva assicurare agli accusati di tradimento, o di mancata denuncia di un tradimento, l’assistenza di un avvocato. Nonostante appartenesse ai Whig, Shaftesbury fu sempre pronto a supportare le proposte della parte avversaria, se queste gli sembravano promuovere la libertà dei sudditi e l’indipendenza del parlamento. La salute debole lo costrinse a ritirarsi dal parlamento nel 1698. Soffriva d’asma, disturbo aggravato dall’atmosfera inquinata di Londra.

Shaftesbury si ritirò quindi nei Paesi Bassi, dove entrò in contatto con Jean LeclercPierre BayleBenjamin Furly (il mercante inglese quacchero, che aveva ospitato Locke durante la sua permanenza a Rotterdam) e probabilmente con Limborch e il resto del circolo letterario che una diecina di anni prima aveva avuto Locke come suo membro onorato. Probabilmente questo era un ambiente sociale ben più congeniale a Shaftesbury che non quello inglese. In questo periodo erano i Paesi Bassi la nazione dove si potevano tenere, con la maggior libertà e il minor rischio che non nel resto d’Europa, confronti sugli argomenti che più interessavano a Shaftesbury (filosofiapoliticamorale,religione). Sembra si debba riferire a questo periodo la pubblicazione clandestina, in patria, in un’edizione incompleta della Ricerca sulla virtù e il merito, ricavata da una bozza che Shaftesbury aveva schizzato all’età di vent’anni; pubblicazione dovuta a John Toland.

Dopo oltre un anno, Shaftesbury tornò infine in Inghilterra, e dopo poco succedette al padre come Conte. Partecipò attivamente, a fianco dei Whig, alle elezioni generali del bienno 1700-1791, e ancora, ma con minor successo, a quelle dell’autunno 1701. Si dice che in quest’ultima occasione Guglielmo III espresse il suo apprezzamento per i servizî di Shaftesbury, offrendogli la carica di segretario di Stato, che tuttavia Shaftesbury rifiutò, a causa del progressivo deteriorarsi delle condizioni di salute. Se il Re fosse vissuto più a lungo, probabilmente l’influenza di Shaftesbury a corte sarebbe stata maggiore. Dopo le prime due settimane di regno della regina Anna, Shaftesbury, privato del suo titolo di vice-ammiraglio di Dorset, tornò alla propria vita ritirata, anche se da alcune sue lettere si evince che mantenne un forte interesse per la politica.

Nell’agosto del 1703 si stabilì nuovamente nei Paesi Bassi, nel cui clima sembrava avere, al pari di Locke, grande fiducia. Tornò in Inghilterra nel 1704, fortemente provato nella salute. Nonostante il soggiorno all’estero gli avesse prodotto, sull’immediato, dei benefici, la malattia progredì inesorabilmente fino a diventare cronica. Shaftesbury ridusse quindi le sue attività a mantenere la corrispondenza e a scrivere, completando e rivedendo, i trattati in seguito raccolti nelle Caratteristiche di uomini, maniere, opinioni, tempi. Continuò tuttavia ad avere un grande interesse per la politica, sia interna che estera, in particolar modo per la guerra contro la Francia, guerra che sostenne in maniera entusiasta.

All’età di quasi quarant’anni si sposò, e anche in questo caso sembra che si decidesse al passo dietro le insistenti richieste dei suoi amici, principalmente per garantire un successore al suo titolo. Oggetto della sua scelta (o, meglio, della sua seconda scelta, in quanto un primo progetto di matrimonio era già fallito in breve tempo) fu Jane Ewer, la figlia di un gentiluomo di Hertfordshire. Il matrimonio ebbe luogo nell’autunno del 1709, e il 9 febbraio dell’anno successivo l’unico figlio di Shaftesbury nacque a Reigate, nelSurrey; è ai suoi manoscritti che dobbiamo molti dettagli sulla vita di Shaftesbury stesso. L’unione sembrò felice, anche se Shaftesbury si sentiva troppo coinvolto dalla sua vita matrimoniale.

Se si esclude, nel 1698 la prefazione a uno scritto di Whichcote (esponente della scuola di Cambridge), Shaftesbury non pubblicò nulla di proprio sino al 1708. A quel tempo iCamisardi francesi attiravano l’attenzione grazie alle loro folli stravaganze, rispetto alle quali erano stati proposte diverse misure repressive, ma Shaftesbury affermò che non c’era nulla di meglio per combattere il fanatismo, se non la presa in giro e il buon umore. A sostegno di questa sua visione, scrisse Lettera sull’entusiasmo, datata al settembre1707, che venne pubblicata in forma anonima l’anno seguente, provocando numerose risposte. Nel maggio del 1709 tornò sull’argomento dando alle stampe un’ulteriore lettera, titolata Sensus communis, e nello stesso anno pubblicò anche Il moralista, seguito l’anno successivo dal Soliloquio o consiglio a un autore. Pare che nessuno di questi titoli sia stato pubblicato col suo nome o con le sue iniziali. Nel 1711 comparvero i tre volumi delle Caratteristiche di uomini, maniere, opinioni, tempi, anch’esse in forma anonima e prive persino del nome dello stampatore. Questi volumi contenevano, oltre ai quattro trattati già citati, le inedite Riflessioni miscellanee e la Ricerca sulla virtù e il merito, che si segnalava esser già stata pubblicata in forma imperfetta, ora corretta e intera.

A causa dell’aggravarsi della malattia, Shaftesbury fu costretto alla ricerca di un clima più caldo; nel luglio del 1711 partì per l’Italia. A novembre si stabilì a Napoli, dove visse per più di un anno. La sua principale occupazione, in questo periodo, sembra sia consistita nella preparazione di una seconda edizione delle Caratteristiche, che fu pubblicata nel1713, poco dopo la morte. La copia, minuziosamente corretta di suo pugno, è attualmente conservata nel British Museum. Durante il soggiorno a Napoli fu impegnato anche nella stesura di brevi saggi (poi inclusi nelle Caratteristiche), e all’abbozzo di Plastica, o l’origine, il progresso e la potenza delle arti del disegno, che però era appena iniziato quando sopraggiunse la morte (venne pubblicato comunque nel 1914, col titolo Caratteristiche seconde o il linguaggio delle forme).

Gli eventi che precedettero il Trattato di Utrecht, che Shaftesbury vedeva come un segnale dell’abbandono dell’Inghilterra da parte dei suoi alleati, lo preoccupò particolarmente durante gli ultimi mesi di vita. Non visse comunque sino a vederne la ratifica (che avvenne il 31 maggio 1713), in quanto morì il mese precedente, il 4 febbraio 1713. Il suo corpo fu riportato in Inghilterra e sepolto nella residenza di famiglia nel Dorsetshire. Il suo unico figlio gli successe come IV Conte, mentre il suo pronipote, VII Conte, divenne un famoso filantropo.

Per gentile concessione dell’Editore pubblichiamo stralci dell’introduzione del curatore del volume David Bidussa

“Una nuova prospettiva”

Nel Settecento per dire «fanatismo» si diceva «entusiasmo». Il primo a distinguere tra le due parole è Voltaire nel suo Dizionario filosofico. Fanatismo, scrive, è una degenerazione della superstizione. Diverso l’entusiasmo, che «è il frutto della religiosità male intesa», in cui la ragione può essere sopraffatta. Non diversamente Hume: la superstizione è figlia della supremazia del clero, della paura e del panico; l’entusiasmo è quella condizione di spirito, altrettanto fondata sull’intolleranza, ma effetto della liberazione dell’individuo dai poteri forti, soprattutto dal clero. In questo senso, a differenza della superstizione, l’entusiasmo sarebbe amico della libertà civile. Entrambi si nutrono direttamente di ciò che all’inizio del Settecento aveva scritto Shaftesbury nella sua Letter concerning Enthusiasm, che in questa edizione abbiamo scelto di tradurre come Lettera sul fanatismo per il doppio significato che la parola «entusiasmo» contiene nell’opera: fanatismo, appunto, da un lato; resistenza a una condizione di sopruso dall’altro. Un tipo di resistenza che nasce da una visione della politica la cui finalità è quella di «salvare le anime» e il cui portatore si sente in «missione per conto di Dio, in nome di un bene da raggiungere». «Salvare anime – scrive Shaftesbury – è diventata ormai la passione eroica degli spiriti esaltati e, in qualche modo, la principale preoccupazione del magistrato e il vero e proprio fine del governo.» È questa la matrice degenerativa di qualsiasi forma di credo, in religione come in politica.

“Prima della violenza”

Shaftesbury ci spiega che la scelta intransigente che all’inizio del Settecento fonda le correnti del fanatismo religioso, non nasce né è la conseguenza di un pensiero religioso, ma è data dalla rivolta contro un sistema che si ritiene «falso», che promette un «bene falso» e contro il quale non può esserci né tregua né pietà. È la rivolta di coloro che si sentono depositari della verità, testimoni di Dio, e che perciò non pensano che il perdono né la comprensione siano una via di riconciliazione in grado di redimere e «salvare» i reprobi. Ma è anche una rivolta di coloro che scoprono la verità della parola di Dio come arma contro la corruzione, come via per la salvezza. Un modello di comportamento fondato sulla rinuncia e che legge la rinuncia come virtù La violenza non necessariamente è inclusa in questo paradigma. La premessa necessaria infatti più che nella violenza consiste nella natura intransigente e radicale della scelta nei confronti del modello di società (e dei suoi valori) da cui si dichiara di voler fuoriuscire. Su questa caratteristica dobbiamo fissare la nostra attenzione. Questa scelta non è solo contrassegnata dall’orgoglio (che certamente c’è ed è rilevante) ma comunica anche la domanda di dignità che chi si rivolta esprime nei confronti di una società che considera corrotta. L’intransigente presenta se stesso come appartenente a un mondo di liberati, soprattutto di non sottomessi. Questa scena e questa scelta non si sono verificate per la prima volta nelle periferie di Europa, in una delle tante banlieues della rabbia. Esprimono una storia e un sentimento che prima degli ultimi anni hanno avuto almeno altre due occasioni di manifestazione: all’inizio degli anni Ottanta e vent’anni dopo. Nel primo caso la meta era l’Afghanistan, vent’anni dopo l’Iraq. Oggi il fenomeno è numericamente più consistente ma non toglie che risponda anche a una crisi complessiva appunto di promesse non mantenute, al crollo del mito emancipativo in Occidente. Tuttavia questa scena si è svolta in un luogo già definito e compiuto molto tempo fa. Questa storia ci riguarda direttamente.

La scena è un palazzo vescovile; il tempo circa otto secoli fa; il luogo è Assisi. Un giovane benestante decide che la qualità di vita che la sua famiglia gli offre non è fatta per lui, non è quella che desidera. Non solo la rifiuta, ma la ritiene contraria ai principi cui attenersi. Il segno del tradimento. Perciò decide di assumerne un’altra. Per rendere radicale la sua scelta fa un gesto pubblico e plateale in modo da rendere impossibile la revoca. Non vuole essere né solitario né unico, tant’è che chiede che anche altri facciano lo stesso gesto e si uniscano a lui. L’entusiasmo, l’intransigenza, la radicalizzazione non sempre hanno parlato la lingua del darsi e dare morte. Non sempre hanno seguito la strada della violenza e del sangue, ma hanno sempre usato il vocabolario dell’irriducibilità della scelta e dell’impossibilità di mediazione. Tutto questo è la premessa che può tramutarsi nella cultura del dare e darsi morte oppure in quella del rifiuto radicale. Comunque sia, nel suo lessico non è prevista la possibilità di revoca e dunque di compromesso. Anche per questo, inaspettatamente, ma non impropriamente, la storia dell’entusiasmo e le parole di Shaftesbury ci riguardano e, soprattutto, più che a noi, parlano di noi. E delle nostre icone.

Shaftesbury, LETTERA SUL FANATISMO. Introduzione di David Bidussa, Edizioni Chiarelettere Milano 2016, 8 euro.

La guerra dei tradizionalisti a Papa Francesco. Intervista ad Andrea Grillo

grilloIn questi giorni Massimo Franco, notista politico ed esperto di cose vaticane per il Corriere della Sera, in un pezzo dal titolo “I tradizionalisti contro Francesco” riporta, nell’articolo, l’appello, ripreso dal blog ultraconservatore “Corrispondenza romana”, di 45 teologi e storici in cui si chiede al collegio cardinalizio di intervenire sul Papa affinché  si ripudino “gli errori presenti nel documento in modo definitivo e finale, e di dichiarare autorevolmente che non è necessario che i credenti credano a quanto affermato dall’Amoris laetitia». E’ l’ultimo di una serie di episodi della guerra dei tradizionalisti contro Francesco. Ne parliamo con Andrea Grillo, docente di Teologia Sacramentaria e Filosofia della religione al Pontificio Ateneo “Sant’Anselmo” di Roma.

 

Professore, l’impressione che si ha è che il dissenso si stia allargando. È così? Oppure è solo una enfatizzazione mediatica…?

Penso che sia buona norma, anche per i giornalisti famosi, di controllare le fonti su cui basano i loro articoli. Il documento di cui si parla nel pezzo citato è un testo scritto nel linguaggio di 150 anni fa, e firmato da pochi sconosciuti. Gli unici firmatari noti appartengono a settori isolati, marginali e autoreferenziali della Chiesa cattolica. Far passare questa per opposizione a Francesco è una operazione mediatica senza alcun fondamento. Fa sorridere. Al di là dei giornalisti, io direi a coloro che hanno problemi, di esibire qualche argomentazione fondata, qualche ragionamento convincente. Fino ad ora hanno esibito solo propaganda vecchia e presuntuosa disperazione.

Quanta presa hanno sul Popolo di Dio queste posizioni?

Queste posizioni trovano attenzione – e sono anche sollecitate – soltanto da alcuni ambienti curiali – romani o periferici – che nulla hanno a che fare con il popolo di Dio. Sono giochi di potere di chi vede messo in discussione il proprio ruolo clericale, che prima sfuggiva ad ogni controllo e che ora non gode più di libertà. Papa Francesco, come è inevitabile, viene attaccato da chi ha paura della Riforma della Chiesa e di perdere potere. Il popolo di Dio non c’entra nulla e giustamente non si interessa di questo.

Cosa fa paura ai tradizionalisti dell’approccio di Francesco? La  lettura complessa della modernità?

Papa Francesco esce in modo esplicito da quell’antimodernismo che ha caratterizzato moltissima cultura cattolica prima e anche dopo il Concilio Vaticano II. Noi confondevamo spesso il cattolicesimo con l’antimodernismo. Essere cattolici era essere “contro i treni”, “contro la luce elettrica”, “contro il cinema”, “contro il voto alle donne”, “contro gli anticoncezionali”…In modo molto semplice, ma con estrema coerenza, Francesco rifiuta una lettura unilaterale e ostile della modernità. Questo suo tratto è insopportabile per i tradizionalisti, ma è anche difficile da comprendere per coloro che, senza essere tradizionalisti, hanno accettato supinamente una lettura “di comodo” del rapporto tra Chiesa e mondo. In fondo inquieta coloro che si sono rifugiati in una consolante “autoreferenzialità”, contenti di restare senza vie di uscita e di non dover mai “uscire”.

Una delle critiche  che il fronte conservatore rivolge al Papa è quella di essere più attento alla “realtà” che alla “verità”. Francamente  questo lo trovo un insulto a Francesco. Ha fondamento quest’accusa?

Questo mi sembra uno dei punti che Francesco ha portato ad una svolta decisiva. Il primato del tempo sullo spazio e della realtà sulla idea – affermato con grande forza in tutti i grandi testi magisteriali di Francesco, EG, LS e AL – costituisce una “traduzione della tradizione” che rimette in relazione verità e realtà. L’accusa mossa a Francesco ha la presunzione che il rapporto con la verità possa prescindere dalla realtà. Con questa impostazione – che dipende dall’antimodernismo di fine ottocento e primi novecento – la Chiesa ha perso il rapporto con la realtà e si è chiusa in una autoreferenzialità pericolosa e sterile.

Un’altra “operazione” che fa il fronte tradizionalista è quella di contrapporre Wojtyla e Ratzinger a Bergoglio. Lei non vede una continuità?

Tutte queste posizioni risentite – che sono di tradizionalisti radicali, ma anche di qualche Vescovo e Cardinale – cercano di enfatizzare le “contraddizioni” tra Francesco e i suoi due predecessori. Ora qui bisogna intendersi bene. Non c’è nessuna rottura. Ma non c’è nemmeno una semplice continuità. La tradizione continua traducendosi in modo nuovo. Questo è anche il senso più autentico delle parole di Benedetto XVI, quando nel 2005 parlò della “ermeneutica della riforma” come rimedio alle due ermeneutiche sbagliate del Concilio, ossia quelle della pura continuità e della pura rottura. Francesco non rompe, ma riforma. Ma è consapevole della urgenza della riforma, mentre coloro che gli si oppongono, con il pretesto di una presunta rottura, hanno solo paura del nuovo, che nella Chiesa è sempre intervenuto come una benedizione nei passaggi di crisi.

Il comportamento del Papa emerito nei confronti del Papa regnante è esemplare. Anzi Ratzinger ha manifestato grande affetto nei confronti di Bergoglio.. Eppure continua questa strumentalizzazione contro Francesco. Perché?

Non vi è dubbio che il rapporto personale tra papa regnante e papa emerito sia buono e cordiale. Il punto però non è questo. Tra il magistero di Benedetto e quello di Francesco ci sono tuttavia alcune differenze significative, soprattutto in rapporto al Concilio Vaticano II. Francesco è pienamente convinto della riforma invocata dal Vaticano II, mentre Benedetto fu esitante, incerto, talora anche spaventato e puramente difensivo. In tre anni Francesco ha ritrovato la fiducia in un magistero che si assume nuove responsabilità, mentre il magistero di Benedetto – e quello dell’ultimo Giovanni Paolo II – era paralizzato dalla tradizione e puramente negativo. Nell’assumere questa grande iniziativa Francesco ha dovuto scontare, non senza difficoltà, le scelte diverse dei suoi predecessori.

 Un altro fronte di critica, da parte tradizionalista che trova sponda nell’area politica della destra, è quello del giudizio sull’islam. Insomma, per loro, Bergoglio è troppo buonista. Un’altra infamia nei confronti di Francesco. Qual è il  suo pensiero al riguardo ?

Anche qui bisogna considerare solo le cose serie. In questa materia le opinioni autorevoli non sono molte e le chiacchiere moltissime. La posizione verso l’Islam trova la sua origine in un approccio conciliare alle “altre religioni” che con Francesco ha trovato profondo rilancio. Nessuna concessione alle generalizzazioni propagandistiche e considerazione della complessità delle singole tradizioni. Nella intervista di ritorno dalla GMG, Francesco ha ricordato che il fenomeno del “fondamentalismo” non identifica nessuna tradizione religiosa. “Anche tra di noi”, ha ricordato, ne abbiamo molti. Va aggiunto che sul tema del rapporto con l’Islam dobbiamo anzitutto aver chiara la qualità e lo spessore della nostra tradizione. Affermare, come ha fatto un noto giornalista, che i musulmani non possono partecipare alla messa “perché non credono alla presenza reale” mi sembra la dimostrazione di una approssimazione teologica ed ecclesiale piuttosto preoccupante. E sulla base di questa ignoranza evidente costoro pensano pure di dover dare consigli al papa…

Anche nei confronti della pastorale della “misericordia” si muovono critiche. Si troviamo di fronte a due visioni opposte della Chiesa. Come fanno a coesistere?

Come ha scritto Stella Morra, in un bel libro che si intitola “Dio non si stanca”, il tema della “misericordia/perdono” è centrale nel magistero di Francesco non come un “contenuto”, ma come un modo di comprendere la Chiesa e il rapporto con Dio. E’ lo “stile della misericordia” a levare la Chiesa dalla sua autoreferenzialità, a costringerla ad “uscire per strada”, a non “stare alla finestra”, a costruire “ospedali da campo” e “campi profughi”. Questo linguaggio dà sui nervi a tutti i monsignorini con macchine lunghe, gemelli ai polsi, domestiche al servizio, case piene di stanze…E’ un modello di Chiesa e di Vangelo ad essere rimesso in campo e in gioco, dopo decenni di assuefazione all’esercizio del potere formale e del riconoscimento puramente autoritario.

Sul piano liturgico, anche qui i tradizionalisti sembrano soffrire Francesco. E’ così?

Da un lato non sembra che Francesco sia interessato alla liturgia quanto lo era Benedetto…ma d’altra parte le modifiche introdotte nella “lavanda dei piedi” e la recente richiesta di “evitare di usare la espressione ‘riforma della riforma’” indicano chiaramente un orientamento verso la piena valorizzazione della “partecipazione attiva” come logica “popolare” della liturgia e della preghiera cristiana. Anche qui chi vorrebbe tutelato il suo diritto a “restare indietro” si sente, come dire, a disagio. Quando i piedi delle donne e la riforma liturgica tornano al centro, molte preoccupazioni curiali e fissazioni sulle rubriche si ritrovano d’improvviso all’estrema periferia!

Ultima domanda: Quello che appare, in realtà, l’obiettivo finale dei conservatori è la messa in mora della creatività del Concilio Vaticano II. E’ questa la vera posta in gioco?

Effettivamente è molto utile non “personalizzare” troppo la questione. Con Francesco noi abbiamo trovato, 50 anni dopo il Concilio, il primo papa “figlio del Concilio” – ossia che è “nato alla vita ministeriale nella Chiesa non pre-, ma post-conciliare – che propone il Concilio non anzitutto teoricamente, ma con il suo modo di pensare la realtà, di comunicare, di intrecciare relazioni, di pregare o di scherzare. Tutto questo è “concilio reso vivo ed efficace”. Chi pensava che con Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI avessimo “messo sotto tutela” lo slancio conciliare, ora è sorpreso, amareggiato, in qualche caso adirato. Ma Francesco procede sereno. Come ha detto più volte, dorme bene la notte. Sarebbe cosa buona che anche i suoi interlocutori più accesi si mettessero il cuore in pace e riuscissero a prendere sonno la sera.

Ecco le novità sul caso Moro. Intervista a Gero Grassi

Scena dell'agguato in Via Fani  a Roma 1978Due notizie di questi giorni hanno riacceso l’attenzione dell’ opinione pubblica sul caso Moro: il rinvenimento, in un controsoffitto del policlinico di Milano, di documenti della colonna milanese delle BR e, l’altra notizia, la conferma (prima era solo una ipotesi investigativa), da parte dei RIS dei Carabinieri, della presenza, quel 16 marzo del ‘78, in Via Fani di Antonio Nirta, un boss della ‘ndrangheta. Questa è avvenuta analizzando una vecchia foto del ’78, ritrovata nell’archivio storico del quotidiano romano Il Messaggero. Insomma, per dirla alla maniera di Giuseppe Fioroni, Presidente della Commissione parlamentare sul Caso Moro, non siamo ai titoli di coda nella ricerca della verità di quei sanguinosi e drammatici giorni. Giorni che hanno segnato per sempre la democrazia italiana. Ne parliamo, in questa intervista, con Gero Grassi, giornalista e deputato del PD e membro della Commissione Fioroni.

Onorevole Grassi, lei è membro importante della “Commissione Fioroni”, che è la sesta commissione (dal 1979) che indaga sul caso Moro, istituita con il compito di accertare “eventuali nuovi elementi che possono integrare le  conoscenze acquisite dalle precedenti commissioni (…) e eventuali responsabilità riconducibili ad apparati”. Siamo a quasi quarant’anni dai drammatici fatti Via Fani e di via Caetani, c’è ancora oscurità nella conoscenza profonda di quei fatti. Le chiedo quali sono i primi risultati o misteri svelati dalla Commissione?

Anzitutto mi corre l’obbligo di precisare che l’attuale è la seconda commissione Moro pure essendoci state 4 commissioni: quella sul Terrorismo, la Mitrokin e quella sulla P2 che hanno seguito anche il caso Moro.

C’è tanta oscurità per diverse omissioni verificate nelle indagini pregresse. Credo di poter affermare che abbiamo raggiunto più risultati in due anni che nei trentasei precedenti. Ecco alcuni risultati ottenuti sinora: anzitutto la dinamica della strage di via Fani, le presenze, la sparatoria e il luogo dell’agguato. Accanto a ciò quello che è successo nei tre mesi precedenti il 16 marzo 1978.

Per il Procuratore Pietro Spataro, in un’intervista a Repubblica sul ritrovamento, avvenuto poche settimane fa, di documenti BR della colonna “Walter Alasia”, in un controsoffitto del Policlinico di Milano,  ha affermato che sul caso Moro sappiamo tutto . Per lui non esistono “presunti misteri” . Lei contesta l’affermazione. Le chiedo: Quali, secondo lei, i misteri, le oscurità ancora da chiarire del “Caso Moro”?

Ho contestato aspramente le affermazioni del dottor Spataro anche in Commissione. In Italia esiste la tendenza a difendere posizioni acquisite. Nel caso di specie la verità che ci viene raccontata è quella del memoriale Morucci-Faranda, completamente smontato in Commissione.

Registro con amarezza che i protagonisti di quella stagione (magistrati, militari e classe politica) sono tutti indotti a credere a una verità che oggi non regge più alle evidenti prove. Spirito di corpo? Autodifesa? Troppo presto per dirlo.

In questi giorni i Carabinieri del RIS hanno riconosciuto, analizzando una fotografia della  “scena del crimine” di Via Fani , un boss della ‘ndrangheta Antonio Nirta. Che faceva un mafioso in Via Fani? Più in generale che ruolo ha giocato la criminalità organizzata nel Caso Moro? C’erano rapporti tra queste due entità criminali?

L’uomo della ‘ndrangheta non era solo. Aveva un autorevole complice. Attendiamo che i RIS ci diano conferma sull’identità del personaggio. Le BR hanno avuto rapporti consolidati con mafia, camorra, ‘ndrangheta, banda della Magliana. Anche pezzi deviati dello Stato, purtroppo, hanno avuto queste frequentazioni.

Come giudica le affermazioni di Raffaele Cutolo, lo spietato boss della Camorra: “Potevo salvare Aldo Moro la politica mi ha fermato”?

Cutolo ha detto questo. Non l’ha fermato la politica ma alcuni uomini che, evidentemente, traevano giovamento dalla morte di Moro.

Pochi giorni fa avete ascoltato Claudio Signorile. Perché è importante la sua testimonianza?

Claudio Signorile, con molta bravura, ha offerto un quadro della situazione internazionale del tempo. Ha aggiunto elementi che ci inducono a ritenere che le BR erano controllare a distanza. Infine, precisando nei dettagli affermazioni già fatte, ci ha raccontato la visita a Cossiga del 9 maggio 1978. Era presente quando il Ministro seppe della morte di Moro. La presenza di Signorile forse non fu casuale.

Torniamo a quei maledetti cinquantacinque giorni. Quello che si è scritto, nel corso di questi trentotto anni dall’omicidio di Moro, molto, poi, si è rivelato un falso.  Insomma in quei giorni drammatici abbiamo assistito a depistaggi, carenze  investigative, l’ombra lunga della P2  che domina sugli organi dello Stato e tanto altro. Le chiedo: quali  sono stati gli errori più clamorosi dello Stato italiano  in quei giorni?

Errore più clamoroso è stato il non aver considerato che le idee di Moro sarebbero sopravvissute. Errore è stato non aver capito che Moro andava salvato, perché poi Moro avrebbe salvato lo Stato. Invece ‘Il mio sangue ricadrà su di voi’ e così è stato.

Veniamo alle BR. Conosciamo la storia delle BR, è credibile oggi la tesi che le BR abbiano agito per conto di potenze straniere?

Le BR erano soggetto articolato e complesso. Dentro c’era di tutto. Brigatisti puri che credevano a quello che facevano. Brigatisti connessi alla delinquenza comune, altri erano infiltrati, altri ancora si muovevano solo per tornaconto personale.

Lei gira l’Italia per portare i frutti del suo lavoro, di membro importante della Commissione Fioroni, alla conoscenza dei cittadini. I Suoi incontri sono affollati e partecipati, segno di un desiderio di verità. I titoli degli incontri portano questa frase:  “Chi e perché ha ucciso Moro”. Arriveremo alla piena verità?

Ci stiamo arrivando nonostante il tempo trascorso. Con fiducia e speranza. Il problema è crederci senza paura di toccare il potere.

A settembre saranno cento anni dalla nascita di Aldo Moro. Cosa resta della sua lezione?

Di Aldo Moro resta anzitutto il suo esempio di martire laico della democrazia e della libertà. Un grande uomo che aveva la capacità di leggere il futuro ed incanalarci le Istituzioni. Un uomo che non morirà mai perché il suo ricordo vive nel cuore degli italiani onesti.