Il “made in Italy” della guerra e le possibili alternative di disarmo. Intervista a Francesco Vignarca

Guerra in Siria (GettyImages)

 

La folle guerra di Erdogan contro i curdi è fatta anche, purtroppo, con armi “made in Italy”. Quello siriano non è l’unico teatro di guerra dove sono “protagoniste” le armi italiane. Ne parliamo, in questa intervista, con Francesco Vignarca Coordinatore della Rete Disarmo.

Siamo nel pieno della folle offensiva di Erdogan contro i curdi. Il tradimento di Trump, l’ipocrisia dell’occidente sono vergognosi. E questa guerra si fa anche con il “made in in Italy”. E così Vignarca?

Assolutamente. Per anni il Governo di Ankara è stato uno dei maggiori destinatari delle produzioni militari italiane, basti pensare che negli ultimi quattro anni sono state rilasciate autorizzazioni per armamenti del controvalore di 890 milioni di euro, mentre 463 milioni sono state quelle consegnate. E solo nel 2018 le 70 autorizzazioni rilasciate ammontano a oltre 360 milioni di euro di vendite. Purtroppo la continua erosione della trasparenza nei dati della legge 185/90 (che regola l’export di armi) non ci permettono di conoscere i dettagli specifici, ma almeno sappiamo la categoria di queste armi: armi o sistemi d’arma di calibro superiore ai 19.7mm, munizioni, bombe, siluri, razzi, missili e accessori oltre ad apparecchiature per la direzione del tiro, aeromobili e software.

Sappiamo della spregiudicatezza del sanguinario “Sultano” Erdogan. La Turchia, infatti, secondo esercito della Nato fa affari militari anche con i russi. E così?

Certamente negli ultimi anni, per ragioni di politica internazionale, Erdogan e Putin si sono avvicinati molto. E proprio l’accordo per la vendita dei missili russi S400 ha rovinato talmente i rapporti tra Washington e Ankara da portare l’amministrazione Trump ad estromettere la Turchia dal programma dei caccia F-35 (era previsto l’acquisto di 100 esemplari)

Il governo italiano può interrompere le forniture alla Turchia? Quali possono essere le misure che può prendere la Nato?

Sulla NATO non saprei, è sempre stata molto ondivaga e non credo che abbia voglia di stravolgere gli equilibri interni. So invece perfettamente cosa potrebbe (anzi dovrebbe) fare l’Italia: bloccare tutte le forniture militari alla Turchia sulla base del dettato della legge 185 del 1990 ed anche sulla base della Posizione Comune UE e del Trattato internazionale sul commercio di armamenti. Le recenti decisioni di stop alle vendite prese (per la prima volta) su altro confitto dimostrano che è possibile farlo.

L’Italia è stata presente, con i missili Rwm, anche nel conflitto dello Yemen. Sappiamo che il Parlamento ha deciso di sospendere le forniture “bombe e missili” All’Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. È sufficiente questo? Come si sta attuando questa decisione?

E’ sicuramente un primo passo e sembra proprio che l’indicazione, scaturita da una mozione votata alla Camera prima dell’estate, si stia mettendo in pratica. Quantomeno è quello che risulta dalle comunicazioni interne della stessa azienda perché finora nessuno ha potuto vedere il documento ufficiale di stop probabilmente emesso dal Ministero degli Esteri. Noi riteniamo che sia ancora una scelta parziale perché diretta ad alcuni tipi di armamento specifici e solo ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi: a nostro parere si dovrebbero fermare tutte le armi verso ogni paese della coalizione a guida saudita che è intervenuta in Yemen.

Sulla fabbrica Rwm in Sardegna ci sono state, nei mesi scorsi, molte polemiche. Qual è la situazione?

Come dicevo prima: la decisione del Governo ha fermato una parte delle esportazioni e ciò è servito all’azienda per tagliare una serie di posti di lavoro interinali. Il fatto che fossero interinali dimostra chiaramente che erano ben consapevoli che prima o poi (finite alcune commesse) li avrebbero lasciati a casa, ma nonostante questo ora la RWM sta cercando di sviare l’attenzione dalle proprie responsabilità in forniture verso conflitti giocando la carta del “ricatto occupazionale”. Inaccettabile perché con l’esigenza di lavoro non si può giustificare tutto (e nemmeno scavalcare norme di legge italiana o accordi internazionali) ed anche perché i problemi della Sardegna non sono certo provocati dall’aver bloccato quella fornitura di bombe. Noi chiediamo che il Governo si impegni in investimenti che portino vero lavoro degno a quella regione, permettendo un rilancio dell’economia positivo e non collegato ad una produzione che poi miete vittime e porta distruzione in un’altra parte del mondo. Lo si potrebbe fare finanziando il fondo per la riconversione previsto dalla stessa Legge 185/90.

Guardando allo scenario globale, le esportazioni italiane di armamenti diminuite o aumentate?

Nel 2018, dopo due anni di autorizzazioni complessive per oltre 10 miliardi di euro, il totale si attesta sui 5,2 miliardi di euro (comprendendo anche licenze globali ed intermediazioni). Ma se guardiamo il trend non possiamo che notare come e esportazioni di sistemi d’arma italiani si stiano sicuramente irrobustite negli ultimi anni. Basti pensare che, nonostante l’ovvia differenza tra un anno e l’altro derivante dalla presenza di grandi contratti (come sono state recentemente le “mega-commesse” per gli aerei al Kuwait e le navi al Qatar) complessivamente, per le sole licenze individuali, negli ultimi quattro anni (2015-2018) sono stati autorizzati trasferimenti di armi per 36,81 miliardi cioè oltre 2 volte e mezzo i 14,23 miliardi autorizzati nei quattro anni precedenti (2011-2014). Ed anche nel 2018 sono stati oltre 80 i Paesi del mondo destinatari di licenze per armamenti italiani e si conferma quindi la tendenza ad un robusto allargamento del “parco clienti” registrata negli ultimi anni.

E sulle spese militari italiane quali sono le previsioni di spesa?

Vedremo cosa deciderà il nuovo Governo Conte. I segnali non sono rassicuranti, a partire dalla storica questione dei caccia F-35, e quindi ci sono segnali di una risalita dopo una minima “stasi” avuta quest’anno. Complessivamente siamo comunque sempre sui 25 miliardi di euro all’anno, dei quali oltre 5,5 sono dedicati all’acquisto di nuovi armamenti.

Appunto un capitolo assai problematico riguarda proprio i famosi caccia F35. Anche qui sia mo coinvolti. A che punto è la situazione? Qual è la posizione del governo? Le richieste della campagna “Stop F35” sono ancora valide?

Certo che sono ancora valide, soprattutto perché la prossima decisione che aspetta l’Italia riguarda i cosiddetti contratti “multi-annuali” previsti sulla base di un quinquennio. Firmati quelli sarà proprio impossible uscire dal programma senza penali come invece è stato finora. Purtroppo sembra che il Ministro della Difesa Guerini sia intenzionato a confermare la pianificazione di 90 aerei mentre non moltissime voci del Movimento 5 Stelle puntano a una forte riduzione. Il Presidente Conte ha dichiarato di essere disponibile ad una “rimodulazione”, ma senza vedere carte e decisioni formali per noi gli annunci contano poco.

La Campagna “Stop F-35 – Taglia le Ali alle Armi” (promossa da Sbilanciamoci, Rete della pace e Rete Disarmo) ha espresso chiaramente la propria preoccupazione per le notizie recente che ipotizzavano una conferma di tutto il programma ed ha chiesto al contrario a Governo e Parlamento italiano di evitare di cedere alle pressioni statunitensi. Riteniamo sia invece necessario ridiscutere la partecipazione del nostro Paese a questo programma di armamento dal costo miliardario e con gravi problematiche tecniche, strategiche e produttive.

Se sommiamo velivoli già ultimati e consegnati, quelli in corso di costruzione e quelli per i quali si è già firmato un primo contratto di pre-produzione siamo già ora a quota 28 aerei confermati e da pagare integralmente (circa 4 miliardi di spesa). L’Italia, secondo i piani di acquisizione definiti ormai oltre sei anni fa, dovrebbe acquisirne in tutto 90: se il Governo cedesse alle richieste USA ne dovremmo così comprare altri 62, con un esborso ulteriore di oltre 10 miliardi di euro. Un’ipotesi che la nostra Campagna respinge e critica con forza.

Ultima domanda : Rete Disarmo ha compiuto 15 anni. Il tema del disarmo è ancora attuale. Le chiedo quali sono le nuove priorità nell’agenda politica internazionale?

Direi che purtroppo le notizie di queste ore dimostrino chiaramente la necessità del disarmo come mezzo per garantire se non la pace quantomeno maggiore sicurezza internazionale e per fermare i focolai di conflitti che poi comportano un peggioramento dell’economia, soprattutto in alcune aree. E creano le condizioni per flussi migratori dettati da disperazione e condizioni di vita non dignitose. Noi continueremo a lavorare per distogliere fondi, risorse, energie dalla costruzione della guerra per favorire la costruzione della Pace. E in questo senso mi pare molto importante l’Agenda per il Disarmo promossa lo scorso anno dal Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres come cornice di lavoro per gli organismi internazionali. Per la prima volta il disarmo è posto al centro di un’agenda e di un programma politico: un bel segnale che potrà dare ottimi e concreti risultati se posto intessere in coordinamento con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (il numero 16 riguarda proprio la Pace) e un “green new deal” di portata mondiale.

DALLE PAROLE AI FATTI. LE PRIORITA’ PER IL SINDACATO PER UNA NUOVA POLITICA INDUSTRIALE. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Manifestazione dei lavoratrori Whirpool (LaPresse)

Oggi novemila lavoratrici e lavoratori riempiranno il Forum di Assago (Milano). Cgil, Cisl e Uil hanno infatti organizzato un’Assemblea nazionale di delegate e delegati dal titolo “Dalle parole ai fatti”. È un’iniziativa che dà seguito al percorso iniziato lo scorso gennaio con la definizione della piattaforma unitaria “Le priorità di Cgil, Cisl e Uil per il futuro del Paese”, e proseguito con le numerose mobilitazioni dei mesi scorsi. Ne parliamo con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Lavoro, ambiente, giovani, fisco e pensioni: sono queste le priorità del Paese come sostengono Cgil, Cisl e Uil? O manca qualcos’altro?

Sono le giuste suggestioni da dare ad una politica sempre più priva di una visione di Paese e di prospettiva. Il sindacato pecca certamente di agilità, è un soggetto che non brilla nella comunicazione con l’esterno. Tuttavia, il confronto continuo che ha con il mondo datoriale, in particolare, lo tiene ancorato ai problemi dell’economia reale. Non è poca cosa, visto che lo sviluppo economico è – o, meglio, dovrebbe essere – il cuore di qualsiasi agenda politica. Usciamo da una stagione, quella del governo gialloverde, per cui non è stato così: quasi non si parlava di sviluppo economico. E i risultati si sono visti.

In particolare, a quali esiti si riferisce?

Siamo tornati in recessione economica dopo 14 mesi di economia col segno +. E poi, il capitolo delle crisi aziendali è sintomo di deboli iniziative che il governo prende rispetto a problemi che dovrebbero ricadere nella gestione ordinaria. E invece, da tempo continuano a esservi questi 150 casi – tra cui Whirlpool, Pernigotti, Embraco, Mercatone Uno, IIA, Comital per citarne alcuni… – che non trovano soluzione. Ma nemmeno risposte. Whirlpool poi è una vera patologia.

Cosa intende per patologia?

L’azienda ha naturalmente delle responsabilità, si tratta anzitutto di un investimento sbagliato: l’acquisizione di Indesit si è rivelata improduttiva per Whirlpool. Tuttavia, l’azienda non ha deciso di cedere il ramo d’azienda coinvolto, quello di Napoli, dalla sera alla mattina. Ad aprile aveva informato l’allora capo del Mise Luigi Di Maio, il quale ha preferito non rendere pubblica la vicenda per ragioni elettorali (a fine maggio vi erano le elezioni europee). Chiaro che se la gestione delle crisi aziendali viene subordinata a questioni di consenso elettorale, siamo in presenza di una politica che viene meno alla sua funzione di servizio alla persona. Ma c’è anche molto altro…

Ovvero?

Quando Di Maio si è insediato al Mise, è stato allontanato il dott. Castano che guidava quella divisione che aveva gestito con molta capacità le crisi aziendali negli anni più difficili. Un’intera task force rimossa senza alcun motivo. E i risultati non potevano che essere deficitari. Speriamo che il neo Ministro Patuanelli sia in grado di dare una svolta a questo problema.

Concretamente, cosa dovrebbe fare il governo in materia di lavoro?

Per tornare alle 5 priorità del sindacato, lavoro, fisco e ambiente – ma anche giovani – sono molto legate. Naturalmente, lavoro è sinonimo di impresa, industria. Ora: come fare per crescere impresa e lavoro? Bisogna essere consapevoli che impresa e lavoro crescono quando trovano le giuste condizioni per crescere: il fisco, per esempio, è una di queste. Sappiamo tutti quanto la pressione fiscale sia molto alta nel nostro paese, sia sull’impresa sia sul lavoro. E non a caso si parla di taglio del cuneo fiscale che può dare fiato ai redditi da lavoro più bassi. Inoltre, l’impresa trova condizioni migliori se la burocrazia viene semplificata, se l’energia costa meno, se le infrastrutture si sviluppano, e se i tribunali sono più efficaci e veloci nei loro tempi. Questa sarebbe una visione disviluppo economico, a cui si aggiunge il tema dell’ambiente. Il premier Conte ama parlare di green new deal e di sviluppo sostenibile, ma questo non si ottiene soltanto sensibilizzando e incentivando le imprese alla sostenibilità ambientale. In sintesi, il governo dovrebbe condividere con le rappresentanze di impresa e lavoro un programma di almeno 3 anni.

E poi vi è la questione giovani e occupazione giovanile…

Si. Questo è un punto molto dolente, per più di una ragione. In primis perché sono moltissimi i giovani che restano esclusi dal lavoro; in secondo luogo, un sistema poco capace di essere inclusivo per i giovani è un sistema che tiene ai margini i veri portatori di innovazione. Ma in questo caso vi sono responsabilità anche della nostra impresa.

Si spieghi meglio…

Il nostro sistema produttivo è molto eterogeneo. Certo, vi è un 35% delle nostre imprese che produce e compete sul mercato internazionale e distribuisce ricchezza. Sono imprese che hanno capito che il segreto per stare sul mercato è l’innovazione. E sono quelle imprese dove i giovani trovano spazio e, spesso, vengono valorizzati. Poi però abbiamo l’altro 65% di impresa che in parte lotta per la sopravvivenza in parte vive di rendita, fino a quando riesce però perché oggi è sempre più difficile. Qui i giovani faticano ad entrare, la maggior parte di queste aziende sono vecchie, non vi è stato ricambio. E, soprattutto, non vi è una visione di futuro. E laddove non vi è futuro, non possono esservi giovani.

Veniamo al tema pensioni. Secondo lei Quota 100 resterà in vigore?

Il tema delle pensioni è davvero indice di quanto l’Italia sia un paese ingessato. Sono 7 anni che litighiamo sulla riforma Fornero (2012) e chi si è proposto per il cambiamento, dopo averla contrastata da quando è nata, come soluzione ha voluto che si introducesse una via d’uscita per qualche privilegiato, Quota 100 appunto. Ora, premesso che la Fornero ritardava di due anni (e non di cinque) l’età pensionabile, ha senso che il tema pensioni occupi a tal punto l’agenda politica quando vi è qualche milione di lavoratori che non solo convive con la precarietà del lavoro oggi ma che non è nemmeno sicuro della pensione domani proprio in virtù del lavoro precario e della scarsa contribuzione versata? Una politica per il cambiamento è, anche, chiamata a qualche scelta complessa. Il consenso non può essere sempre l’unico criterio.

Un programma triennale condiviso con sindacati e rappresentanze di impresa. Ma nel breve periodo, cosa dovrebbe fare il governo per esempio con questa manovra?

Le risorse sono poche. Mi sembrerebbe buona cosa fermare Quota 100 e investire in taglio del cuneo fiscale e incentivi per l’industria 4.0. E poi bisognerebbe far ripartire davvero i cantieri.

“Nuovi cammini per la Chiesa: la Chiesa è fedele alla tradizione non al tradizionalismo”. Un testo del Card. Claudio Hummes

Pubblichiamo l’importante relazione del Cardinale Claudio Hummes, relatore generale al Sinodo amazzonico che è iniziato questa mattina in Vaticano.

Il tema del Sinodo che stiamo per iniziare, è: “Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”. Un tema che riprende le grandi linee pastorali proprie di Papa Francesco. Delineare nuovi cammini. Fin dall’inizio del suo ministero papale, Francesco ha sottolineato la necessità della Chiesa di camminare. Essa non può rimanere ferma in casa, occupandosi solo di sé stessa, racchiusa dentro mura protette. E ancor meno guardando indietro con la nostalgia dei tempi passati. Essa ha bisogno di spalancare le porte, di abbattere le mura che la circondano e di costruire ponti, di uscire e mettersi in cammino nella storia, in questi tempi di cambiamenti epocali, camminando sempre al fianco di tutti, soprattutto di chi vive nelle periferie dell’umanità. Chiesa “in uscita”. Perché uscire? Per accendere luci e riscaldare cuori che aiutino la gente, le comunità, i paesi e l’umanità intera a trovare il senso della vita e della storia. Queste luci sono soprattutto l’annuncio della persona di Gesù Cristo, morto e risorto e del suo regno, così come la pratica della misericordia, della carità e della solidarietà soprattutto verso i poveri, i sofferenti, i dimenticati e gli emarginati del mondo di oggi, i migranti e gli indigeni.
Il camminare rende la Chiesa fedele alla vera tradizione. Non il tradizionalismo che rimane legato al passato, ma la vera tradizione che è la storia viva della Chiesa, in cui ogni generazione, accogliendo ciò che le è stato dato dalle generazioni precedenti, come la comprensione e l’esperienza della fede in Gesù Cristo, arricchisce la tradizione stessa con la propria esperienza e comprensione della fede in Gesù Cristo nei tempi attuali.
Le luci: l’annuncio di Gesù Cristo e la pratica instancabile della misericordia nella tradizione viva della chiesa, indicano il cammino da seguire in un procedere inclusivo che invita, accoglie e incoraggia tutti, senza eccezioni, a camminare insieme, verso il futuro, come amici e fratelli, rispettando le nostre differenze.
“Nuovi cammini”. Nuovi. Non aver paura del nuovo. Nell’omelia di Pentecoste del 2013, Papa Francesco sosteneva: “La novità ci fa sempre un po’ di paura, perché ci sentiamo più sicuri se abbiamo tutto sotto controllo, se siamo noi a costruire, a programmare, a progettare la nostra vita secondo i nostri schemi, le nostre sicurezze, i nostri gusti (…) abbiamo paura che Dio ci faccia percorrere strade nuove, ci faccia uscire dal nostro orizzonte spesso limitato, chiuso, egoista, per aprirci ai suoi orizzonti. Ma, in tutta la storia della salvezza, quando Dio si rivela porta novità – Dio porta sempre novità – trasforma e chiede di fidarsi totalmente di Lui”. Nell’Evangelii Gaudium (n. 11), il Papa mostra Gesù Cristo come “l’eterna novità”. Lui è sempre il nuovo. Lui è sempre lo stesso, il nuovo, “ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8) il nuovo. Per questo la chiesa prega: “Manda il tuo Spirito e sarà una nuova creazione e rinnoverai la faccia della terra”. Allora, non temiamo il nuovo. Non temiamo Cristo, il nuovo. Questo sinodo cerca nuovi cammini.
Nel suo discorso ai vescovi brasiliani, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, nel 2013, a Rio de Janeiro, parlando di Amazzonia come “un test decisivo, un banco di prova per la Chiesa e per la società brasiliana”, il Papa propone di “rilanciare [lì, in Amazzonia] l’opera della Chiesa”, “di consolidare il volto amazzonico della Chiesa” e “di formare un clero autoctono”, aggiungendo: “In questo, per favore, vi chiedo di essere coraggiosi, di essere intrepidi”. Questo ci rimanda necessariamente alla storia della Chiesa in quella regione. Fin dai primordi della colonizzazione dell’Amazzonia, anche lì ci sono stati i missionari cattolici, sia per dare assistenza ai colonizzatori, sia per evangelizzare, all’epoca, gli indigeni. Inizia così la missione evangelizzatrice della Chiesa nella regione. Tra luci e ombre – sicuramente più luci che ombre – le generazioni successive di missionari e missionarie, soprattutto di Ordini e Congregazioni religiose, ma anche preti diocesani e laici – in particolare le donne – hanno cercato di portare Gesù Cristo ai popoli locali e di costruire comunità cattoliche. È giusto ricordare, riconoscere ed esaltare, in questo sinodo, la storia eroica – e spesso di martirio – di tutti i missionari e missionarie del passato e anche di quelli e quelle di oggi nella Panamazzonia. Accanto ai missionari, ci sono sempre stati numerosi leader laici e indigeni che hanno dato una testimonianza eroica e che spesso sono stati – e lo sono tuttora – uccisi. Non si può dimenticare inoltre, che la chiesa missionaria dell’Amazzonia si è distinta in tutta la sua storia – e ancora oggi si distingue – per i grandi e fondamentali servizi alla popolazione locale in ambito scolastico, sanitario, nella lotta contro la povertà e contro la violazione dei diritti umani. D’altro canto, la storia della Chiesa in Panamazzonia mostra che c’è sempre stata grande carenza di risorse materiali e di missionari per un pieno sviluppo delle comunità, in particolare l’assenza quasi totale dell’Eucaristia e di altri sacramenti essenziali per la vita cristiana quotidiana. Il volto amazzonico della Chiesa locale deve essere consolidato, come ha detto Papa Francesco nel già citato discorso ai vescovi brasiliani e anche il suo volto indigeno nelle comunità indigene, come ha esortato il Papa a Puerto Maldonado (19.01.2018). Fin dall’annuncio del Sinodo, il Papa ha messo in chiaro che il rapporto della Chiesa con i popoli indigeni e con la foresta Amazzonica, è uno dei suoi temi centrali. Infatti, annunciando il sinodo e spiegando le sue finalità, Francesco ha detto: “Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta” (Vaticano, 15.10.17). E a Puerto Maldonado, ha detto ai popoli indigeni: “Ho voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture.” Nella fase dell’ascolto sinodale, i popoli indigeni hanno manifestato in molti modi che vogliono il sostegno della Chiesa nella difesa e nella tutela dei loro diritti, nella costruzione del loro futuro. E chiedono alla Chiesa di essere un’alleata costante. Di fatto, l’umanità ha un grande debito verso le popolazioni indigene nei diversi continenti della terra e anche in Amazzonia. Ai popoli indigeni deve essere restituito e garantito il diritto di essere protagonisti della loro storia, soggetti e non oggetti dello spirito e dell’azione del colonialismo di chiunque. Le loro culture, le lingue, le storie, le identità, le spiritualità costituiscono ricchezze dell’umanità e devono essere rispettate e preservate e incluse nella cultura mondiale.
La missione della Chiesa oggi in Amazzonia è il nodo centrale del sinodo. È un sinodo della Chiesa per la Chiesa. Non una Chiesa chiusa su se stessa, ma integrata nella storia e nella realtà del territorio – in questo caso, dell’Amazzonia – attenta al grido di aiuto e alle aspirazioni della popolazione e della “casa comune” [il creato], aperta al dialogo, soprattutto al dialogo interreligioso e interculturale, accogliente e desiderosa di condividere un cammino sinodale con le altre chiese, religioni, scienza, governi, istituzioni, popoli, comunità e persone, rispettando le differenze, con l’intento di difendere e promuovere la vita delle popolazioni dell’area, soprattutto dei popoli originari e preservare la biodiversità del territorio nella regione amazzonica. Una Chiesa aggiornata, “semper reformanda”, secondo l’Evangelii Gaudium, ossia, una Chiesa in uscita, missionaria, con l’annuncio esplicito di Gesù Cristo, dialogante e accogliente, che cammina accanto alla gente e alle comunità, misericordiosa, povera, per i poveri, e con i poveri, e dunque con una opzione preferenziale per i poveri, inculturata, interculturale e sempre più sinodale. Una Chiesa di dimensione mariana, alimentata con la devozione per Maria Santissima, secondo molti titoli locali, soprattutto quello di Maria de Nazaré, la cui festa a Belém do Pará riunisce ogni anno milioni di devoti e di pellegrini. L’inculturazione della fede cristiana nelle diverse culture dei popoli si impone, come ha detto San Giovanni Paolo II: “Questa [l’inculturazione] costituisce un’esigenza che ha segnato tutto il cammino storico [della Chiesa], ma oggi è particolarmente acuta e urgente” (Redemptoris Missio, 52). Assieme all’inculturazione, l’evangelizzazione dei popoli amazzonici richiede anche particolare attenzione all’interculturalità, perché è lì che le culture sono molte e diversificate, sebbene mantengono alcune radici comuni. Il compito dell’inculturazione e dell’interculturalità si svolge soprattutto nella liturgia, nel dialogo interreligioso ed ecumenico,  nella pietà popolare, nella catechesi, nella convivenza dialogale quotidiana, con le popolazioni autoctone, nelle opere sociali e caritatevoli, nella vita consacrata, nella pastorale urbana.
Tuttavia, non si può dimenticare che oggi, e già da molto tempo, la Chiesa in Amazzonia soffre per la mancanza di risorse materiali necessarie per la sua missione e che ha la necessità di aumentare il suo potenziale di comunicazione (radio e Tv).
In questo ampio contesto, Chiesa ed ecologia integrale sul territorio sono collegate. E’ una Chiesa consapevole che la sua missione religiosa, in modo coerente con la sua fede in Gesù Cristo, include inevitabilmente “la cura della casa comune”. Questo legame dimostra anche che il grido della terra e il grido dei poveri della regione è lo stesso grido. La vita in Amazzonia forse non è mai stata tanto minacciata come oggi, “dalla distruzione e dallo sfruttamento ambientale, dalla sistematica violazione dei diritti umani fondamentali della popolazione amazzonica. In particolare, la violazione dei diritti dei popoli originari, come il diritto al territorio, all’autodeterminazione, alla delimitazione dei territori, alla consultazione e al consenso previo.” (IL,14). Secondo il processo di ascolto sinodale della popolazione, la minaccia alla vita in Amazzonia deriva da interessi economici e politici dei settori dominanti della società odierna, in particolare delle imprese che estraggono in modo predatorio e irresponsabile [legalmente o illegalmente] le ricchezze del sottosuolo e alterano la biodiversità, spesso in connivenza, o con la permissività dei governi locali e nazionali e a volte anche con il consenso di qualche autorità indigena. La consultazione sinodale registra anche che le comunità ritengono che la vita in Amazzonia sia minacciata soprattutto da: a) la criminalizzazione e l’assassinio di leader e difensori del territorio; (b) l’appropriazione e la privatizzazione di beni naturali, come l’acqua stessa; (c) le concessioni a imprese di disboscamento legali e l’ingresso di imprese di disboscamento illegali; (d) caccia e pesca predatorie, soprattutto nei fiumi; (e) megaprogetti: idroelettrici, concessioni forestali, disboscamento per produrre monocolture, strade e ferrovie, progetti minerari e petroliferi; (f) inquinamento provocato dall’intera industria estrattiva che crea problemi e malattie, in particolare ai bambini/e ai giovani; (g) il narcotraffico; (h) i conseguenti problemi sociali associati a tali minacce come l’alcolismo, la violenza contro la donna, il lavoro sessuale, il traffico di esseri umani, la perdita della loro cultura originaria e della loro identità (lingua, pratiche spirituali e costumi), e l’intera condizione di povertà a cui sono condannati i popoli dell’Amazzonia” (IL,15).
L’ecologia integrale ci palesa che tutto è collegato, gli esseri umani e la natura. Tutti gli esseri viventi del pianeta sono figli della terra. Il corpo umano è fatto con il “fango della terra”, su cui Dio ha “soffiato” lo spirito di vita, come dice la Bibbia (cf. Gen 2,7). Di conseguenza, tutto ciò che viene fatto ai danni della terra, danneggia gli esseri umani e tutti gli altri esseri viventi della terra. Questo dimostra che non si può affrontare separatamente ecologia, economia, cultura etc. In Laudato si’ si sostiene che devono essere pensate congiuntamente: un’ecologia ambientale, economica, sociale e culturale (cf. LS, cap. IV).
Anche il Figlio di Dio si è incarnato e il suo corpo umano viene dalla terra. In questo corpo, Gesù è morto per noi sulla croce per vincere il male e la morte, è resuscitato tra i morti ed è seduto alla destra di Dio Padre nella gloria eterna e immortale. Dice l’apostolo Paolo: “Perché piacque a Dio di fare abitare in lui [in Gesù resuscitato] ogni pienezza, e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose (…) le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Cl 1,19-20). In Laudato si’ leggiamo: “Questo ci proietta alla fine dei tempi, quando il Figlio consegnerà al Padre tutte le cose perché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28). Così le creature di questo mondo non ci appaiono più come semplice realtà naturale, perché il Resuscitato le coinvolge misteriosamente e le guida verso un destino di pienezza” (LS, 100). Così, Dio stesso si è collegato definitivamente a tutto il suo creato. Questo mistero si compie nel sacramento dell’Eucaristia.
Il Sinodo si svolge in un contesto di grave e urgente crisi climatica ed ecologica che coinvolge tutto il nostro pianeta. Il riscaldamento globale del pianeta per l’effetto serra ha generato uno squilibrio climatico senza precedenti, grave e impellente, come mostrato dalla Laudato si’ e dal COP21 di Parigi, dove è stato sottoscritto, praticamente da tutti i paesi del mondo, l’Accordo Climatico in verità fino ad oggi quasi inattuato, malgrado l’urgenza. Al tempo stesso, sul Pianeta avviene una devastazione, una depredazione e un degrado galoppante delle risorse della terra, tutto promosso da un paradigma tecnocratico globalizzato, predatorio e devastante, denunciato dalla Laudato si’. La terra non ce la fa più.
L’enorme realtà urbana dell’Amazzonia, in parte conseguenza delle migrazioni interne, e la presenza della Chiesa nelle città è un altro tema centrale di questo sinodo, perché anche la Chiesa, nella città, deve sviluppare e consolidare il suo volto amazzonico. Essa non può essere la riproduzione della Chiesa urbana di altre regioni. La sua missione in Amazzonia include la cura e la difesa della foresta amazzonica e dei suoi popoli: indigeni, caboclos, ribeirinhos, quilombolas, poveri di ogni specie, piccoli agricoltori, pescatori, seringueiros, spaccatrici di cocco e altri, secondo la regione. Questa missione sicuramente non sarà un peso, ma una gioia come solo il Vangelo sa offrire. Oggi le migrazioni sono un fenomeno mondiale, segnano i tempi attuali della Panamazzonia, tra le migrazioni, in passato quella degli haitiani, oggi quella dei venezuelani, ma soprattutto degli stessi indigeni e altre porzioni di poveri dell’interno della regione. La Chiesa ha fatto un grande sforzo di accoglienza. Ma bisogna porre l’accento sulla migrazione degli indigeni nelle città. Migliaia e migliaia. Hanno bisogno di un’attenzione efficace e misericordiosa per non soccombere culturalmente e umanamente in città, davanti alla miseria, all’abbandono, al disprezzo e al rifiuto, con un disperante vuoto interiore. “L’indigeno in città è un migrante, un essere umano senza terra e un sopravvissuto a una storica battaglia per la delimitazione della sua terra, con la sua identità culturale in crisi.” (IL, 132). Per molte ragioni è obbligato all’invisibilità. Il grido spesso silenzioso, ma non meno forte e pungente, degli indigeni urbani deve essere ascoltato. La Chiesa in città affronta tutta la problematica sociale e religiosa delle sue periferie povere e dell’evangelizzazione di tutti i segmenti della popolazione urbana.
Un’altra questione è la carenza di presbiteri al servizio delle comunità locali sul territorio, con la conseguente mancanza della Eucaristia, almeno domenicale, e di altri sacramenti. Mancano anche preti incaricati, questo significa una pastorale fatta di visite sporadiche anziché di un’adeguata pastorale con presenza quotidiana. Ebbene, la Chiesa vive dell’Eucaristia e l’Eucaristia edifica la Chiesa (S. Giovanni Paolo II). La partecipazione nella celebrazione dell’Eucaristia, almeno la domenica, è fondamentale per lo sviluppo progressivo e pieno delle comunità cristiane e per la vera esperienza della Parola di Dio nella vita delle persone. Sarà necessario definire nuovi cammini per il futuro. Nella fase di ascolto, le comunità indigene hanno chiesto che, pur confermando il grande valore del carisma del celibato nella Chiesa, di fronte all’impellente necessità della maggior parte delle comunità cattoliche in Amazzonia, si apra la strada all’ordinazione sacerdotale degli uomini sposati residenti nelle comunità. Al tempo stesso, di fronte al gran numero di donne che oggi dirigono le comunità in Amazzonia, si riconosca questo servizio e si cerchi di consolidarlo con un ministero adatto alle donne dirigenti di comunità. Un altro importante capitolo è la questione dell’acqua, “perché è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici” (LS 28). La scarsità di acqua potabile e sicura è una minaccia crescente in tutto il pianeta. “la questione non è marginale, bensì fondamentale e molto urgente (…). Ogni persona ha diritto all’accesso all’acqua potabile e sicura; è un diritto umano essenziale e una delle questioni cruciali nel mondo attuale”, ha affermato Papa Francesco in un discorso del 24 febbraio 2017. L’Amazzonia è una delle più voluminose riserve di acqua dolce nel pianeta. “Il bacino del Rio delle Amazzoni e le foreste tropicali che lo circondano nutrono i suoli e regolano, attraverso il riciclo dell’umidità, i cicli dell’acqua, dell’energia e del carbonio a livello planetario. Solo il Rio delle Amazzoni getta nell’Oceano (…) il 15% di acqua dolce totale del pianeta. Ecco perché l’Amazzonia è essenziale per la distribuzione delle piogge in altre regioni remote del Sud America e contribuisce ai grandi movimenti dell’aria in tutto il pianeta. Nutre anche la natura, la vita e le culture di migliaia di comunità indigene, contadini, afro-discendenti, popolazioni che vivono sulle rive dei fiumi e delle città (…). La sovrabbondanza naturale di acqua, calore e umidità fa sì che gli ecosistemi dell’Amazzonia ospitino dal 10 al 15% circa della biodiversità terrestre” (IL,9). Qui subentra anche la funzione della foresta e dei popoli indigeni. Di fatto, in Amazzonia la foresta si prende cura dell’acqua e l’acqua si prende cura della foresta e insieme producono la biodiversità, e i popoli indigeni sono i millenari guardiani di questo sistema. Per questo anche la Chiesa si sente chiamata a prendersi cura dell’acqua della “casa comune”, minacciata in Amazzonia principalmente dal riscaldamento climatico, dalla deforestazione e dalla contaminazione causata dalle miniere e dai pesticidi. Per concludere, propongo, per la dinamica dei lavori di questa assemblea sinodale, alcuni nuclei generativi: a) la Chiesa in uscita in Amazzonia e i suoi nuovi cammini; b) Il volto amazzonico della chiesa: inculturazione e interculturalità in ambito missionario-ecclesiale; c) La ministerialità nella chiesa in Amazzonia: presbiterato, diaconato, ministeri, il ruolo della donna; d) L’azione della Chiesa nel prendersi cura della Casa Comune: l’ascolto della Terra e dei poveri; ecologia integrale ambientale, economica, sociale e culturale; e) La Chiesa amazzonica nella realtà urbana; f) La questione dell’acqua; g) altri.
Chiudo invitando tutti a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo in queste giornate di sinodo. Lasciatevi avvolgere dal mantello della Madre di Dio, Regina dell’Amazzonia. Non lasciamoci sopraffare dall’autoreferenzialità, ma dalla misericordia davanti al grido dei poveri e della terra. Sarà necessario pregare molto, meditare e discernere una pratica concreta di comunione ecclesiale e di spirito sinodale. Questo sinodo è come un tavolo che Dio ha imbandito per i suoi poveri e ci chiede di servire a quel tavolo.

(Dal BOLLETTINO N. 0782 -07.10.2019 – Traduzione dal portoghese)

“Il magistero dell’Amazzonia può vincere lo scettiscismo”. Intervista ad Andrea Grillo

Si aprirà domani, in Vaticano, l’importante Sinodo dei Vescovi sull’Amazzonia. Un Sinodo, per alcuni versi, dall’intreccio “esplosivo”. Un Sinodo strategico per il Pontificato di Papa Francesco. Ne parliamo con il teologo Andrea Grillo. Grillo è docente ordinario di Teologia al Pontificio Ateneo “Sant’Anselmo” di Roma.

Professore, domani, in Vaticano, si apre l’importantissimo Sinodo dei Vescovi sull’Amazzonia. Un Sinodo, definito “speciale”, strategico per il Pontificato di Jorge Mario Bergoglio. Perché è così importante per Francesco?

Direi che la rilevanza del Sinodo dedicato alla Amazzonia deriva da due fattori: il primo è il rapporto con una “periferia integrale”, a differenza dei Sinodi su Famiglia e sui giovani, che hanno affrontato un tema universale, di cui hanno poi scandagliato elementi periferici. Qui il centro è la “periferia amazzonica”, come pienezza di espressione ecclesiale con un “rostro” peculiare. Per questo, ed è il secondo elemento, questo Sinodo esige risposte immediatamente praticabili: non essendo rivolto ad una Chiesa universale, chiede concrete decisioni sulla liturgia, sul ministero, sull’annuncio, sui soggetti autorevoli e sulle forme ecclesiali davvero credibili.

Sappiamo che è un Sinodo, come già detto “”speciale”, che ha un doppio livello uno geopolitico, la difesa del bioma Pan-Amazzonico, e l’altro la ricerca di un cammino per una Chiesa dal volto amazzonico. L’intreccio è esplosivo: solo una chiesa non coloniale può preservare il bioma amazzonico. Bioma visto come “luogo teologico” fondamentale per la testimonianza evangelica. È così professore?

Direi che proprio questo intreccio, che lei ha bene rilevato, chiede al Sinodo un respiro profondo e una vista lunga. Difendere una “forma di vita”, senza nessuna concessione al tradizionalismo, e “giocare il gioco linguistico ecclesiale” con regole più semplici e insieme più articolate diventa una sfida per il pensiero e per la prassi ecclesiale. Si tratta, in fondo, di ripetere ciò che Dante diceva quando distingueva tra “ciò che non muore e ciò che può morire”. E questo deve essere fatto, in modo intrecciato, tra forme di vita locale e gioco linguistico ecclesiale. Sarà una esperienza di crescita e di maturazione, per la Amazzonia e per tutta la Chiesa.

Tralasciamo il lato “politico” del Sinodo, che però, occorre ricordare, inevitabilmente avrà. Affrontiamolo dal lato ecclesiale. Il Sinodo è stato fatto oggetto di attacchi, forti, dalla componente conservatrice.. Quest’ultimi sono preoccupati per alcune affermazioni dell:Istrumentum laboris, tra cui la proposta di ordinare “viri probati” all sacerdozio e sul ruolo della donna. Insomma per loro il Sinodo è una specie di “Cavallo di Troia” per scardinare la Chiesa cattolica. A me sembra una esagerazione…. Per lei?

Questo Sinodo, come tutti i precedenti condotti da Francesco, non avendo conclusioni “predeterminate” – come spesso accadeva nei Sinodi precedenti – inquieta i burocrati e i pigri. Francesco ha sempre detto che il confronto sincero e sereno può far camminare la Chiesa, modificare la disciplina, approfondire la dottrina. Questo Sinodo, in particolare, è una preziosa occasione per una riflessione accurata e esigente sul ministero e sulla liturgia. Sono due temi su cui ogni trasformazione evoca facilmente disastri, tradimenti, perdite, apostasie, eresie…In realtà in gioco vi è la capacità della Chiesa di rispondere, autorevolmente, ai segni dei tempi. La Chiesa può farlo e quindi deve farlo. Ne ha la autorità e non può sottrarsi. Altrimenti sarebbe infedele al proprio compito. I tradizionalisti vogliono una Chiesa infedele per codardia. Cambiare non è cedere, ma crescere.

Si può dire, secondo lei, che il Sinodo oltre che della “Laudato si” è figlio di un logica diversa del rapporto tra tradizione e aggiornamento (o modernità)?

Sicuramente. Questo Sinodo, ancor più dei precedenti, si pone come “mediazione della tradizione”, che esige una nuova traduzione, in questo caso per annunciare la Parola e celebrare il Sacramento nel contesto di un complesso di culture particolari, per le quali la applicazione delle “logiche romane”  – così come sono – risulta da secoli inefficace. Con i suoi “bisogni emergenti” la Amazzonia può indicare a Roma orizzonti nuovi e più ampi, cieli più azzurri. La Amazzonia non è una foresta oscura, in cui la Chiesa possa perdersi. Piuttosto è una storia particolare, o meglio un insieme di storie particolarissime, in cui può ritrovare il gusto di una fedeltà creativa e dinamica al Vangelo.

Come viene delineato il “rostro Amazzonico” della Chiesa e cosa porta alla Chiesa universale?

Vorrei dirlo essenzialmente su due livelli. Il primo è quello dei “soggetti autorevoli”. La Chiesa, per essere fedele al suo Signore, ha sempre mutuato i modelli di “autorità” dalle culture in cui viveva. Immaginari greci, romani, franchi, sassoni o mozarabici hanno dato forma e carne alla storia del ministero cristiano. Anche la Amazzonia, con le sue peculiarità storiche e geografiche, ha il diritto di incarnare l’unica tradizione che viene da Cristo con le forme maschili e femminili di esercizio della autorità, così come si sono sviluppate in loco. Questo è un cantiere promettente, su cui si potrà lavorare con frutto. E non ci sarà bisogno di creare nulla “ex-nihilo”. Si dovrà piuttosto riconoscere e dare forza a quel che già esiste, nella realtà vitale e istituzionale di quelle culture in cui si fa l’atto della fede e si vive in Cristo. Il secondo punto è, precisamente, permettere che la correlazione tra atto di fede e vita cristiana si dica e si ascolti ritualmente secondo i linguaggi che quelle culture hanno elaborato nella sapienza secolare delle loro tradizioni. Una liturgia che tenga conto di queste ricchezze non è affatto un impoverimento del “rito romano”.Piuttosto è il rito romano che sa emigrare e radicarsi altrove. Scoprire la qualità “migrante” del rito romano potrebbe essere uno dei punti-chiave del Sinodo.

Papa Francesco, qualche giorno fa, ha fatto una affermazione: “mi sento assediato”. Cioè le critiche dei suoi avversari sono molto pesanti. Sappiamo che alcuni alti prelati sperano anche nelle sue dimissioni. La minaccia di uno scisma condizionerà il Sinodo?

Se un papa parla con le parole del Concilio Vaticano II, vive secondo l’immaginario conciliare e non rinuncia alla profezia, è inevitabile che si trovi in molti casi “assediato” da un apparato ecclesiale che spesso usa standard di espressione e di esperienza molto diversi. D’altra parte bisogna riconoscere che Francesco mostra una tale superiorità, non solo di carattere, ma direi di cultura e di esperienza, rispetto ai suoi critici, che può facilmente trovare le risorse personali ed istituzionali per resistere all’assedio. Basta leggere i testi dei critici, per capire che il linguaggio vecchio, le rappresentazioni datate e gli immaginari distorti non danno loro alcuna speranza. Se va bene difendono ideali di 200 anni fa. Se va male, difendono il loro piccolo orticello di influenza. Francesco vuole una chiesa in cammino e in uscita, che non guarda a se stessa. Quelli stanno tutto il giorno davanti allo specchio. Anche l’Amazzonia può essere per loro semplicemente uno “spiacevole turbamento” per una agenda fatta di cerimoniali rinascimentali fini a se stessi.

Ultima domanda : lei è ottimista sul Sinodo?

Sì. Sono ottimista. Non nego che ci saranno ostacoli, difficoltà, tentativi di svuotamento o di diversione. Soprattutto non ho motivi di scetticismo. Questo credo che sia, per Francesco, l’ostacolo più grande, anche in questo Sinodo. Egli può contare su un grande consenso del popolo di Dio. Ha certamente alcuni che apertamente e anche lealmente gli dicono che sbaglia. Ma deve guardarsi soprattutto da quelli che fanno sorrisi e poi dicono di essere scettici. Preferisco di gran lunga i critici agli scettici. Nella curia romana, e anche nelle curie non romane, sono gli scettici il problema vero di Francesco. Da parte mia sono ottimista perché la realtà è superiore alla idea, anche alle idee degli scettici. L’Amazzonia è un micro-macro cosmo nel quale la ipocrisia degli scettici può solo giustificare lo status quo e impedire ogni cambiamento. La speranza della fede rende possibile un grande avanzamento con cui Roma riconosce l’Amazzonia nella sua specificità, e la Amazzonia restituisce a Roma il suo “passo di corsa” e la sua “autorità nel tradurre la tradizione”. Se vogliamo correre verso il sepolcro vuoto non possiamo restare a casa, per cambiare la serratura, ossessionati solo dalla paura di perdere qualcosa. Per questo ho motivi di speranza e di fiducia.

La sfida del nuovo governo: un europeismo popolare. Intervista a Giorgio Tonini

Matteo Renzi, con la sua scissione, sta agitando le acque della politica italiana. Ma non c’è solo Renzi. Anche Matteo Salvini, con la sua voglia di vendetta contro il Premier Conte.   Con quali conseguenze? Ne parliamo con Giorgio Tonini, Capogruppo Pd nel Consiglio della Provincia autonoma di Trento e della Regione Trentino-Alto Adige.

Giorgio Tonini, lei è stato un protagonista del PD “renziano” come altri dell’area liberal (penso a personalità come Morando e Ceccanti). Pochi giorni fa avete tenuto a Orvieto la consueta assemblea annuale dell’associazione “Libertà Eguale”. Concludendo quella manifestazione lei ha definito la scissione di Renzi in modo molto caustico: “è peggio di un crimine, è un errore politico, con l’aggravante dei futili motivi”… Perché non ha scelto di seguire Renzi?

Perché io credo nel progetto del Partito democratico, non in questo o quel leader. I leader passano, i partiti restano. Il nostro “fratello maggiore”, il Partito democratico americano, è lì dal 1828: quasi due secoli. Ed ha avuto come leader personalità della statura di Roosevelt e Kennedy, Clinton e Obama. A nessuno di questi giganti sarebbe mai passato per l’anticamera del cervello di fare una scissione per fondare un partitino personale. È il grande soggetto politico il campo da gioco nel quale si decide la partita. Si può vincere o perdere la battaglia interna, ma se chi perde se ne va, di solito combina poco o nulla e intanto indebolisce la credibilità del partito e in definitiva la stabilità della democrazia, che non può funzionare senza grandi e duraturi partiti politici. E tanto meno può funzionare, nella democrazia, il riformismo: non si fanno riforme senza grandi partiti, stabili nel tempo.

Pensa che la scissione recluterà altri elementi?

Non lo so, non sono più in parlamento e frequento poco il partito nazionale. Mi auguro di no. Purtroppo Renzi, come prima di lui Bersani e D’Alema, si è messo nella triste condizione di dover essere dannoso al PD per non essere irrilevante.

Senza il “renzismo” (inteso qui come la capacità di gettare lo sguardo oltre i confini classici della sinistra) il PD è ancora il PD? Pensate voi dell’area liberal di supplire a questo vuoto?

Ogni uscita rende il PD più piccolo e più povero. Finora tutte le scissioni sono state operazioni a somma negativa: hanno concorso a far perdere al PD molti più consensi di quelli che i partitini scissionisti sono riusciti a raccogliere. Le scissioni del resto mettono in discussione non questo o quell’aspetto politico o programmatico, ma la stessa ragion d’essere del PD, che non è genericamente un partito riformista, ma la “casa comune dei riformisti”, come ebbe a definirla Romano Prodi. Questa casa comune è il partito che non c’era nella Prima Repubblica, una lunga stagione segnata da tanti riformismi e poche riforme, perché i riformisti erano divisi e quindi minoritari. L’Italia ha pagato un prezzo altissimo, tradotto in numeri nel nostro gigantesco debito pubblico, per questa anomalia politica. Il PD è nato per questo, per far diventare il riformismo maggioritario, attraverso la fondazione di un grande partito, per una volta nato da una convergenza e non da una scissione. Naturalmente, come tutti i processi storici, anche l’unità politica dei riformisti e la sua vocazione maggioritaria conoscono alti e bassi. Ma con l’unità dei riformisti tutto è possibile, con la loro divisione tutto è perduto.

Guardiamo ai primi movimenti renziani. Sappiamo che tra le caratteristiche di Renzi c’è la spregiudicatezza e la velocità. Che, a mio modo di vedere, in questa fase aumenteranno ancora di più… E questo porterà il governo a ballare. Insomma tra

DI MAIO E RENZI, pur avendo obiettivi diversi, sarà una “bella” gara a giocare il ruolo che aveva Salvini nel precedente governo.. È così Tonini?

Non lo so. Spero di no. Ma quel che so è che i piccoli partiti, tanto più se dall’incerta identità politica al di là della fedeltà al leader di turno, sono costretti a diventare un problema per le coalizioni di cui fanno parte, se non vogliono sparire dalla scena politica e mediatica. Tutti i giorni devono trovare e, se necessario, inventare, un motivo di distinzione dagli altri, in particolare dai più vicini, se non vogliono sparire dai titoli dei giornali, dall’apertura dei tg o dai like dei social. Spero che stavolta questo non avvenga, ma la politica, come l’economia, ha le sue leggi, che spesso scavalcano e travolgono la stessa volontà dei leader.

Il PD soffre questo movimentismo. Come dovrebbe rispondere? Non vede un Zingaretti lento?

Penso che il PD debba rilanciare la sua vocazione maggioritaria nel Paese, attraverso l’apertura a tutte le componenti del riformismo italiano. Guai se il PD cedesse alla tentazione di assecondare gli scissionisti riproponendo la cosiddetta “divisione del lavoro” tra centro e sinistra. Una teoria (e una pratica) sbagliata in via di principio, perché separa artificiosamente le due facce del riformismo: la lotta per l’uguaglianza, che per Bobbio era la definizione migliore della sinistra; e la cultura di governo, il realismo delle compatibilità e della gradualità, che sono la declinazione nobile e non trasformistica del centro. Il riformismo è la sintesi di queste due componenti. Senza la sintesi non c’è il riformismo, ma tuttalpiù un cartello elettorale, fondato sull’idea di marciare divisi per colpire uniti: una strategia apparentemente realistica e che invece ha sempre portato al centrosinistra solo sconfitte. Nel 1994 la divisione tra Occhetto e Segni portò alla vittoria di Berlusconi; nel 2006 la lista dell’Ulivo alla Camera prese molti più voti della somma delle liste di centrosinistra al Senato, con le conseguenze che conosciamo sulla tenuta del governo Prodi; nel 2013 la “non vittoria” di Bersani fu anche la conseguenza della “divisione del lavoro” con Monti.

Anche grazie a Renzi, il PD è ora al governo insieme al Movimento Cinquestelle. Pensa che questa alleanza possa diventare strategica? Vede il pericolo di una “grillizzazione” del PD?

Il consenso generale nel PD alla decisione di dar vita ad un governo col M5S priva la scissione di una convincente motivazione politica. Non si può condividere una decisione così impegnativa e al tempo stesso sostenere che siano esaurite le motivazioni profonde dello stare insieme. Comunque la si giri, non sta in piedi. Per venire alla sua domanda, io penso che o l’alleanza saprà diventare strategica, o finirà per dimostrarsi velleitaria. A ben guardare, la potenzialità strategica dell’alleanza si può intravedere già nelle motivazioni dell’accordo: dopo la bocciatura da parte degli elettori, alle politiche del 2018, ma prima ancora al referendum del 2016, del nostro riformismo, e dopo il fallimento dell’alleanza tra i due populismi nel governo giallo-verde, il governo giallo-rosso nasce sul compromesso tra riformisti e populisti. Questo compromesso non può basarsi solo sulla comune avversione alla destra radicale di Salvini, ma deve esplicitare una ragione positiva e propositiva. Riflettendo sull’atto di nascita di questo accordo, il voto comune a sostegno della nuova Commissione europea, presieduta da Ursula von der Leyen, la ragione positiva e propositiva dell’intesa a me piace definirla “europeismo popolare”. Solo se riusciranno insieme a porre le basi di un nuovo europeismo, un europeismo che si dimostri, agli occhi degli italiani, una risorsa imprescindibile e non solo un vincolo incomprensibile, PD e M5S usciranno vincitori da questa difficilissima impresa. Altrimenti avranno solo ritardato la vittoria della destra.

Ultima domanda: Lei è stato Presidente della commissione bilancio del Senato, quindi di manovre finanziarie se ne intende. Ora quello che emerge è che è difficilissimo far quadrare i conti… Ha qualche consiglio da dare ai suoi amici romani?

La verità è che a Roma i conti non possono tornare senza un cambiamento strategico a Bruxelles. A Roma l’unico modo di far tornare i conti è il “sentiero stretto” teorizzato e praticato nella scorsa legislatura dal ministro Padoan: tenere basso lo spread e fare avanzo primario nella misura necessaria a rallentare e via via arrestare l’aumento del debito senza soffocare la crescita. Il problema è che questa nostra strategia, che io stesso ho condiviso nel ricoprire il ruolo che lei ha ricordato, è stata clamorosamente bocciata dagli elettori, che hanno dato alle forze populiste e antieuropeiste i due terzi dei consensi. E d’altra parte, queste stesse forze non hanno potuto trasformare  l’impressionante consenso elettorale raccolto, in una credibile e praticabile strategia di governo e, in particolare, di politica economica. Giunti sulla soglia dell’uscita dell’Italia dall’euro e dall’Unione, per fortuna hanno esitato e si sono fermati, prima di portare il Paese al disastro e l’Europa in una crisi forse peggiore della Brexit. Da questo stallo si può uscire solo con una mossa di Bruxelles. Serve una svolta espansiva di politica fiscale europea, che si affianchi alla politica monetaria della Bce: una politica fiscale che non si limiti a concedere più flessibilità nell’applicazione del patto di stabilità, ma si spinga fino a dotare l’Eurozona di un propria capacità di bilancio, finalizzata a sostenere la crescita attraverso un ambizioso programma “federale” di investimenti, in infrastrutture materiali e immateriali. In un contesto di crescita, deficit e debito degli Stati nazionali farebbero molto meno paura e sarebbero contrastabili in modo efficace con misure sostenibili sul piano sociale e politico. La Francia di Macron è da anni su questa posizione, che sta gradualmente conquistando consensi anche in Germania. Col governo giallo-rosso e la nomina di Paolo Gentiloni nella Commissione europea, anche l’Italia si è posta su questa linea. Naturalmente ci vorrà del tempo prima che questo nuovo quadro europeo possa imporsi e produrre l’auspicata quadratura del cerchio per i conti pubblici italiani. La manovra di  bilancio di quest’anno è dunque inevitabilmente una manovra di transizione, che sarebbe bene non sovraccaricare di aspettative. Questo è anche il consiglio (non richiesto e non necessario) che mi permetterei di proporre al governo: non enfatizzare la portata della manovra in corso e piuttosto esplicitare, spiegare, comunicare agli italiani la strategia di medio periodo, l’unica che può portare l’Italia fuori dai guai.