Storie bibliche per l’oggi. Haim Baharier racconta la Torà

Davvero una bella iniziativa quella che si svilupperà, per sei domeniche, al Piccolo Eliseo a Roma. Parliamo degli incontri del maggior studioso della Torà, Haim Baharier, che inizieranno domenica prossima all’Eliseo. Durante gli incontri leggerà e commenterà, attualizzandole, storie bibliche tra le più note.

Pubblichiamo un testo di Baharier che spiega il significato dell’iniziativa a seguire il programma degli incontri.

Nel Pentateuco, la Torà, vi sono due volti che si fronteggiano, ogni tanto si sfiorano, ogni tanto si allontanano, qualche volta si baciano e si fondono, il primo è narrativo, il secondo normativo. Un immenso commentatore mistico del medioevo, il Nachmanides, asserisce che il volto narrativo costituisce il fondamento del volto normativo, previo un serio percorso intellettivo e spirituale. Questo percorso dice il Nachmanides non è evidente al lettore occasionale, necessita una seria preparazione sotto la guida di un maestro. Questo mi suggerisce che il Nachmanides ci abbia invitato all’interiorizzazione e all’elaborazione di specifiche regole ermeneutiche fondanti una lettura prospettiva e costruttiva del nostro patrimonio culturale. Soltanto in questo modo saremmo in grado di immaginare delle vie per uscire dai labirinti letali dell’attualità. Consapevole di ciò, mi immergo nella lettura di questo Libro che narra la storia della nascita e dello sviluppo, in ambienti quasi sempre ostili, dell’identità ebraica. Senza mai parlare inizialmente di un monoteismo in lotta con l’idolatria, lo sviluppo avviene in contrapposizione ad un ambiente in preda all’imperare della coscienza magica. Ma è proprio questa eccezionalità ambientale che mi frena. Anche la più complessa, la più sofisticata delle trasposizioni risulterebbe azzardata in un ambiente radicalmente diverso come forse quello odierno. Ma è poi così diverso? Nella stessa identità ebraica non vi sono forse delle frange ostaggi della più bieca coscienza magica? Come definire diversamente queste ortodossie arroccate sulle loro certezze, dimenticati e sepolti gli ammonimenti dei Maestri autentici “le buone domande non hanno risposta”… Che pensare di quella parte del del mondo cristiano adoratrice del perdono anticipato, ossia del perdono divino istituzionalizzato? Questa nuova propensione a non voler giudicare implica un pernicioso non valutare, la paura di qualsiasi percorso di pensiero… Che dire del soldato di Allah, il braccio armato, non pensante di un Dio senza uomini? E quando si prova a pensare, cosa succede? Parliamo del Creatore dei cieli e della terra. Cosa dice il Libro? “Plasmò i cieli e la terra… e tutto era caos”. La coscienza magica si uniforma e passa al giorno secondo. La coscienza ebraica nascente si rimbocca le maniche e decide di dover metter un po’ di ordine nel caos. Alcune colonne più avanti e per la coscienza magica Eva nasce da una costola asportata ad Adamo anestetizzato. E’ soltanto una parte di un tutto glorioso Adamo? La lettrice insoddisfatta decide che il sostantivo “addormentato” in ebraico ha la stessa energia numerica della parola “traduzione” e quindi legge che l’Adamo maschio unico e solitario ha rapidamente esaurito il suo significato e verrà sostituto da un Adamo plurale, Eva e Adamo. Ancora qualche colonna e l’umanità è diventata “Hamas”, si è pervertita. Vi sarà un diluvio universale dal quale un tale Noè, con la famiglia e qualche esemplare degli animali della terra, si salverà entrando nella parola. Arca in ebraico è anche parola. Il diluvio universale appartiene a tutte le culture, nella storia della coscienza ebraica il diluvio che annienta questo mondo già distrutto da un rapporto sordido con l’etica, risorgerà con l’avvento di un linguaggio nuovo fondante una lingua nuova. Per la lettura ebraica il mondo è linguaggio, la lingua è comunicazione interpersonale… Ma quando si dirà che l’identità ebraica, tutt’uno con lo stato di Israele, è parte integrante di questo Occidente, squassato dai venti e dalle tempeste delle coscienze magiche che lo assediano? Basteranno le mie sei lezioni per suscitare un desiderio di studio?

Haim Baharier

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Il teatro è scuola di vita. Intervista ad Annina Pedrini

Milano e il teatro. Un binomio inscindibile, da sempre. Nella storia culturale europea, moderna e contemporanea, Milano è il Teatro. Sarebbe davvero lungo l’elenco dei maestri, i grandi attori, che hanno fatto di Milano l’eccellenza nell’arte teatrale, due nomi per tutti: Giorgio Strehler e Dario Fo. Quale il senso del Teatro oggi, nella nostra “società liquida”?  Come ridare al Teatro il valore che gli spetta? Ne parliamo, in questa intervista, con Annina Pedrini, cresciuta alla scuola del “Piccolo” di Strehler, animatrice del CTA-Centro Teatro Attivo – di Milano.

Può raccontarci, in breve, quando e come ha deciso di intraprendere la carriera di attrice e di “costruire” con altri una Scuola di Teatro, a Milano?

Durante il liceo a Padova, negli anni ’70, ho partecipato ad alcuni laboratori teatrali. Dopo la maturità, l’unica scuola che mi sembrava offrisse una vera formazione completa professionale era il Piccolo Teatro di Milano e così è iniziato il mio apprendistato teatrale.

Tra i miei insegnanti del Piccolo, c’era Nicoletta Ramorino – attrice appartenente al gruppo dei primi diplomati dell’Accademia nel 1954. E’ lei la fondatrice di Centro Teatro Attivo, nel 1982.

Perché avete chiamato la vostra scuola “Centro Teatro Attivo”? Qual è la vostra mission?

L’ho chiesto alla mia socia Nicoletta Ramorino, che a 86 anni è ancora una colonna portante della scuola. Mi ha risposto: “Mah, è nato così… Mi sembrava che le parole “teatro” e “attivo” ben rappresentassero l’energia e la passione che sentivo dentro di me”.

Possiamo dire che la mission di questa scuola, che esiste da più di 30 anni, sia quella di fare in modo che la formazione teatrale rappresenti uno strumento di conoscenza di sé e del modo con cui ci relazioniamo con gli altri. Con il sogno che il miglioramento dell’individuo, attraverso l’agire artistico, possa contribuire a uno sviluppo “buono” della relazione sociale.

Chi frequenta i vostri corsi? 

Abbiamo un’utenza molto variegata, dai 6 anni… ai 60 o più. Questo per quanto riguarda i corsi frequentati da chi vuole fare un percorso teatrale per curiosità, passione o divertimento. Poi abbiamo l’Accademia professionale, che prevede selezione e un’età compresa tra i 18 e i 26.

Tra i vostri successi c’è il rapporto con le aziende. Avete lavorato con grandi aziende italiane e non solo. Insomma, mettete in comunicazione due mondi apparentemente lontani. Qual è il vostro valore aggiunto alle aziende?

La metafora teatrale è fortemente collegata ai temi di fondo dello “stare nell’organizzazione”: interpretare e fare interpretare un ruolo in modo ricco e convincente, esporsi di fronte a pubblici diversi, presidiare il rapporto tra il vissuto personale e l’immagine che si proietta all’esterno, individuare l’equilibrio tra la spontaneità del comportamento e le tecniche che rendono credibile l’interpretazione, raggiungere un obiettivo comune e gestire con consapevolezza la leadership.

Un altro plus è l’approccio metodologico, che sposta su un terreno metaforico l’obiettivo formativo, consentendo ai partecipanti di lavorare anche su temi di alta complessità e l’aspetto pratico concreto dei role play (giochi di ruolo) in aula consente un’accelerazione dei tempi di apprendimento.

Quale il senso del Teatro oggi, nella nostra “società liquida”?  Come ridare al Teatro il valore che gli spetta?

In un contesto nel quale mancano i “contorni” alle cose, il teatro offre con il suo portato fantastico, emozionale e narrativo uno sguardo più aperto e sfaccettato sulla realtà.

Proprio per la capacità che il teatro ha di essere così duttile come strumento di relazione e di conoscenza dell’agire umano, sarebbe meraviglioso che diventasse una materia obbligatoria… o quasi, nelle scuole superiori. I ragazzi sarebbero aiutati ad entrare in un contatto più profondo con sé stessi, a liberarsi dalla connessione estenuante e autoreferenziale con i social e a godere della poesia che l’atto teatrale porta inevitabilmente con sé.
Lei nel suo lavoro, anche di consulente aziendale, ha incontrato, e incontra, molti giovani. Come si pongono i giovani nei confronti del Teatro?

Non è semplice rispondere…Molto dipende se sono stati “segnati” da esperienze negative, come da spettacoli teatrali di routine, poco interessanti e incapaci di parlare ai loro bisogni. Ma quando si prospetta la grande opportunità che il teatro dà, di riflessione e conoscenza, spesso c’è stupore, curiosità e desiderio di vivere l’esperienza dell’incontro tra spettatore e attore sulla scena.

Consiglierebbe ad un giovane di fare l’attore?

Consiglierei sicuramente a un giovane di fare un percorso teatrale, anche breve, per acquistare consapevolezza di sé e delle proprie modalità comunicative. Per quanto riguarda una scelta professionale, sicuramente oltre alla passione bisogna essere consapevoli delle difficoltà produttive di questo momento in Italia.

Chi, nella sua vita, è stato determinante per  dare una svolta alla sua strada professionale?

Ho avuto la fortuna, alcuni anni fa, di seguire un master condotto da un maestro molto importante, Anatolj Vassiliev (grande pedagogo di Mosca), che mi ha permesso di approfondire attraverso il metodo degli Etjude un lavoro di derivazione Stanislavskijana.

A quali modelli di Filosofia del Teatro lei si rifà?

Come appunto dicevo, sicuramente Stanislavskij rimane un riferimento importante, ma oggi come oggi i linguaggi teatrali stanno evolvendo con altre discipline artistiche:, video, installazioni, ecc… le performance attorali stanno vivendo nuovi stimoli. e’ tutto liquido, anche le metodologie.

Vi sono dei autori teatrali che lei mette in scena con maggior passione?

Ho una passione sviscerata per Cechov, è un’occasione per l’attore assolutamente unica di affinare sentimenti e poetica delle “piccole cose”.

Ha un testo che ama profondamente inerente il Teatro è che, secondo lei, chiunque dovrebbe leggere?   

Sicuramente “Il gabbiano” di Cechov, soprattutto per i giovani che si avvicinano al teatro.

Vivere e Recitare per lei coincidono? Nella tradizione greca la maschera dà risonanza alla voce…quale, secondo lei, la relazione tra maschera e volto?

Recitare è un mestiere e anche vivere lo è. A volte coabitano e quando accade si chiama “teatro”.

Rifarebbe le scelte che ha fatto? Cosa cambierebbe? Quali i suoi progetti per il futuro? Innovare o approfondire?  

Sì, rifarei le scelte che ho fatto. Era un altro momento storico e le opportunità erano diverse. Sarebbe stato importante andare a Wuppertal da Pina Bausch, quella sarebbe stata una straordinaria occasione espressiva.

Ho l’opportunità di lavorare con un giovane regista, Fabio Cherstich, l’incontro tra il suo modo di fare teatro e la mia esperienza professionale ha prodotto uno spettacolo per me molto significativo (con un testo di Massimo Carlotto) e spero nel futuro di approfondire questo incontro artistico.

“La Chiesa non è Google Traduttore”, i limiti di Liturgiam Autenticam. Intervista ad Andrea Grillo

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Allinterno della Chiesa Cattolica c’è un dibattito, tra gli addetti ai lavori, sulla liturgia. Un tema importante per la Chiesa del post-Concilio Vaticano II. Anche in questi ultimi anni il dibattito è continuato. Uno dei punti di confronto è il documento “Liturgiam authenticam”. Ne parliamo, in questa intervista, con il teologo Andrea Grillo, docente di Liturgia al Sant’Anselmo di Roma.

 

Professore, c’è un dibattito nella Chiesa di Roma, che sembra riguardare più gli “addetti ai lavori”, ma in realtà è di interesse per tutto il popolo di Dio. Stiamo parlando della traduzione in liturgia. Come si sa con il Concilio Vaticano II è avvenuta la rivoluzione copernicana nella liturgia Cattolica.  Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II è stato Emanato un documento “Liturgiam authenticam” che pone dei criteri di traduzione dal latino alle diverse lingue. Sappiamo che l’attuale prefetto della Congregazione per il culto divino è l’ultra conservatore Cardinale Sarah, che sogna una “riforma della riforma” della liturgia cattolica. Quali sono i limiti, secondo lei, del documento “Liturgiam authenticam”?

 

La prima cosa da dire è che il documento del 2001 si inserisce in una lunga catena di testi, prodotti dal magistero centrale – papale e curiale – tra la fine degli anni 80 fino a tutto il primo decennio del nuovo secolo. Sono tutti documenti accomunati da una caratteristica: sono frutto della paura. Reagiscono alla fiducia e alla confidenza che il Concilio Vaticano II aveva introdotto nella Chiesa degli anni 60 e 70. superando il trauma antimoderno che aveva paralizzato la Chiesa per più di un secolo. Ora ci si muove di nuovo con la antica sfiducia e diffidenza. Si ripescano stili ottocenteschi. Nel nostro caso è la sfiducia e la diffidenza verso le lingue e le culture moderne. Ci si spoglia della autorità di tradurre e per tranquillizzarsi si impone un modo per tradurre dal latino che ha un esito che non è esagerato definire comico: se si seguono le regole stabilite a tavolino, il testo che ne risulta appare incomprensibile; se invece lo si vuole rendere comprensibile, si è costretti a violare le regole. E non se ne esce. Questa è l’esperienza di tutte le Conferenze episcopali negli ultimi 15 anni. Le vicende del Messale per gli anglofoni, dei vescovi tedeschi e di quelli francesi e italiani sono gli esempi più noti.

 

Come è possibile che una “Chiesa in uscita” sia preoccupata per la fedeltà testuale al latino?

 

La questione è che il latino diventa il simbolo di una tradizione intoccabile e mummificata. Ci si attacca al latino per non fare i conti con la realtà. Ma si deve riconoscere che il latino, che è la lingua in cui si è espressa la Chiesa per 1500 anni, non è né la lingua originaria della Chiesa né quella oggi in uso. La lingua latina non è più viva, perché non è più parlata dai bambini. Dante lo aveva capito 700 anni fa. Questo non giustifica la ignoranza del latino. Ma non giustifica neppure le illusioni reazionarie di chi vorrebbe“ricominciare dal latino”. Oggi si deve poter cominciare dal francese, dall’inglese, dall’italiano,,,

 

A livello liturgico, secondo lei, quali possono essere i miglioramenti per rendere la liturgia più legata all’inculturazione del Vangelo?

 

Proprio sul piano della “traduzione” dobbiamo riconoscere che le “lingue moderne” possono esprimere aspetti della tradizione che il greco e il latino non riuscivano ad esprimere. Ogni lingua ha i suoi pro e i suoi contro. Anche il latino e il greco hanno limiti che il francese o l’inglese possono superare. Ad ogni modo, la traduzione deve essere sempre fedele e rispettosa. Ma bisogna definire bene che cosa significa: la fedeltà e il rispetto verso un testo devono essere diretti verso due soggetti: chi lo ha scritto e chi lo legge. Per questo una traduzione buona non è mai soltanto letterale. Il linguaggio è sempre molto più complesso di una pure sequenza di parole. A tradurre parola per parola ci pensa già Google Traduttore: la Chiesa dovrebbe guardare più lontano, come ha sempre fatto.

Vi sono esempi in questo senso?

 

In realtà non bisogna inventarsi inculturazioni strane o straordinarie. L’ atto di culto è di per sé necessariamente inculturato. Questa è stata l’esperienza degli apostoli Pietro e di Paolo, di papa Gregorio Magno e del teologo S. Tommaso. Chi vuole bloccare la Chiesa su una traduzione letterale dal latino non conosce la storia bimillenaria e si lascia condizionare solo da un antimodernismo tanto viscerale quanto rozzo.

 

Sappiamo che con Benedetto XVI è stato promulgato il documento “Summorum pontificum” che liberalizzò la possibilità di celebrare con il rito tridentino. Non pensa che questo sia contraddittorio con lo spirito del Concilio? Cosa ne pensa Papa Francesco?

 

Lei mi chiede “che cosa pensa papa Francesco”? Io le rispondo semplicemente: Francesco pensa. Basta questo. Se pensi davvero alla questione, non puoi lasciare in piedi questo pasticcio teologico e pastorale, questo parallelismo di forme non coerenti e conflittuali. Come attuare questo cambiamento, con quali tempi e modalità, fa parte di scelte di opportunità che non dipendono solo dalla cosa, ma anche dal contesto. E anche questo il papa lo sa e lo pensa adeguatamente.

 

Queste posizioni tradizionalistiche quanto sono presenti nella Chiesa?

 

Sono presenti poco dal punto di vista dei numeri, molto dal punto di vista della presenza mediatica. Bisogna tuttavia distinguere bene tra nazioni e Chiesa diverse. Non tutti i paesi sono uguali e non tutte le Chiese sono sullo stesso piano. La questione dei tradizionalisti diventa ingestibile se si pensa di affrontarla con “norme generali”, che valgono per tutta la Chiesa. Solo la competenza dei singoli Vescovi, che conoscono le differenze locali, qui è capace di muoversi adeguatamente

 

Vuole aggiungere qualcosa?

 

Voglio raccontare una storia che può aiutare a comprendere la questione. L’ho sentita raccontare da Rita Levi Montalcini, in televisione. Inaugurano molti anni fa un grande software di traduzione, che sa tradurre tutto, da ogni lingua. Ma letteralmente. Un acuto provocatore va alla inaugurazione e mette in crisi il sistema. Chiede di tradurre in cinese il proverbio inglese “out of sight out of mind” (che in italiano corrisponde, non letteralmente, a “lontano dagli occhi lontano dal cuore”). Il computer traduce in caratteri cinesi. Poi lo stesso personaggio chiede di tradurre in italiano. E il risultato è INVISIBILE IMBECILLE. Se si perde il senso metaforico, si fraintende tutto. Noi sulla base di LA abbiamo rischiato di produrre continuamente traduzioni alla maniera di “invisibile imbecille”.

La liturgia usa al 90 % linguaggio metaforico. Pensare di tradurla con metodo letterale è puramente illusorio. Per paura si fanno disastri. Si demonizza la libertà e la creatività. Ma senza libertà le metafore non si capiscono. Sarebbe sufficiente leggere in LA quella regola che imporrebbe di rispettare le figure retoriche latine nella lingua di traduzione. Ma questo è proprio cio che non si può mai fare. Ogni lingua ha le sue figure particolari. Tradurre non è imporre le figure retoriche di una lingua all’altra, ma mediare tra una e l’altra. E per questo ci vuole libertà. Che non si può mai barattare con un piatto di lenticchie.

A Vent’anni dalla morte di Giuseppe Dossetti. Un testo di Pierluigi Castagnetti

Giuseppe DossettiDi seguito pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, la relazione di Pierluigi Castagnetti al Convegno, che si è tenuto a Bologna giovedì scorso con la partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “Costruzione e Rinnovamento. Dossetti fra Costituzione e Concilio” organizzato dall’Istituto di Scienze Religiose di Bologna per ricordare il grande costituente nel ventennale della morte.

 

Voglio esprimere anch’io, signor Presidente della Repubblica, la mia gratitudine per la sua presenza oggi, che rende giusto omaggio a una delle maggiori personalità italiane della seconda metà del secolo scorso, e sono grato al prof. Melloni per avermi proposto di illustrare l’originalità del suo apporto alla politica in senso stretto. Quando si parla del Dossetti politico, infatti, si è soliti soffermarsi sul suo rilevante apporto all’Assemblea Costituente piuttosto che su quello non meno importante alla costruzione concreta degli strumenti e degli obiettivi, sia sul piano nazionale che internazionale, affidati alla nuova generazione di politici democratici e, in particolare, ai cattolici nel secondo dopoguerra del secolo scorso.
Dossetti è stato per due periodi non lunghi (1945/46 e 1950/51) vice segretario della Democrazia Cristiana; in effetti, dal 1945 al 1951, fu l’alter ego di Alcide De Gasperi, leader indiscusso del partito e del paese.
I rapporti fra i due non sono facili da definire perché, al di là di una profonda stima reciproca e persino  ammirazione per aspetti delle rispettive personalità che ognuno riconosceva all’altro, al fondo vi erano visioni globali e strategiche assai diverse.
Diversi i percorsi formativi e le esperienze precedenti dell’uno e dell’altro.
Diverso era l’approccio alla politica: De Gasperi non disdegnava parlare della politica come “vocazione” e come “professione”, Dossetti relegava invece l’impegno politico al Kairòs, al momento storico preciso.
Diverso era il ruolo attribuito al partito politico: per De Gasperi doveva essere subordinato alla centralità dell’azione del governo, per Dossetti esattamente il contrario.
Diverso era il modo di vedere il rapporto fra politica ed economia: per De Gasperi doveva essere molto stretto, collaborativo e, com’era solito dire, “realistico”, per Dossetti doveva essere di separazione netta, non rinunciando in ogni caso al primato della politica.
Diversa era la visione delle alleanze internazionali: per De Gasperi occorreva realisticamente prendere atto che Yalta, oltre che la geografia, aveva collocato l’Italia nella parte occidentale del mondo e la nostra politica estera doveva trarne tutte le conseguenze, per Dossetti non si doveva rinunciare all’ambizione di una certa autonomia, pur riconosciuti i vincoli di Yalta.
E si potrebbe continuare.
Perché allora Dossetti accettò di impegnarsi in prima persona all’interno della DC?
Per tante ragioni anche se diverse nelle due occasioni in cui fece il vice-segretario.
La prima volta venne scelto, infatti, da De Gasperi e Piccioni  praticamente in sua assenza, essendo bloccato all’ospedale di Grosseto a causa di un incidente stradale, con non poco personale disappunto, non avendo allora alcuna intenzione di impegnarsi nel partito.  De Gasperi voleva che ad affiancare il vicesegretario Piccioni fossero due giovani, uno del nord (Giuseppe Dossetti, appunto) e uno del sud (Bernardo Mattarella). Scelta che si rivelò poi imprevedibilmente decisiva – De Gasperi ancora non poteva saperlo – per fare prevalere la Repubblica al successivo referendum istituzionale.
Per dire lo spirito con cui Dossetti accettò, basta ricordare quanto ebbe a scrivere il 22 agosto 1945 a p. Agostino Gemelli: “Ho cercato di fare di tutto per sottrarmi. Ma a un certo punto mi sono dovuto convincere che avrei mancato a un dovere, increscioso e di gran lunga trascendente le mie possibilità, ma sempre un dovere, che data la situazione, sarebbe stato egoismo rifiutare di adempiere”.
Si dimise dopo qualche mese per dissensi con De Gasperi nella conduzione del partito e per la scelta del referendum istituzionale, sospettando egli una riserva mentale nel segretario a favore della monarchia. Quelle dimissioni furono silenziose e in qualche modo silenziate, con la complicità dell’interessato che, nel frattempo, ottenuta la vittoria della Repubblica al referendum, si dedicò con tutte le sue energie al fondamentale lavoro dell’Assemblea Costituente.
La seconda volta, invece, nel 1950, fu costretto ad accettare per altre ragioni, di nuovo ancora difficilmente eludibili.
Dopo le elezioni del 1948 Dossetti infatti, assieme al gruppo dei suoi amici, iniziò una lunga battaglia interna al partito per indurlo ad affrontare una nuova stagione delle riforme che, in una qualche misura, trasformasse in scelte politiche quelle valoriali contenute nella Costituzione, vincendo le resistenze di quanti cercavano di riprendere e rilanciare una strategia  economica di stampo liberal-capitalistico, l’on. Pella in particolare, quando, invece, a suo avviso era maturo il tempo di una seconda fase “espansiva” dell’economia, che si facesse carico del costo altissimo pagato dai ceti popolari nei primi anni del dopoguerra. Questa iniziativa portò il gruppo dossettiano a registrare un certo successo al congresso di Venezia del 1949, e la successiva apertura di una, per il momento abbastanza prudente, strategia riformistica che necessitava però di un sostegno unitario di tutto il partito, a maggior ragione dopo la contrastata adesione dell’Italia alla Nato, dopo gli incidenti alle Fonderie di Modena in cui vennero uccisi diversi operai  per mano della polizia e dopo un accorato appello sia di De Gasperi che del segretario Gonella. Dossetti era il capo della minoranza interna e non poteva sottrarsi all’assunzione di una responsabilità adeguata alla gravità del momento.
Anche in questo caso l’esperienza si concluse dopo meno di un anno con le sue dimissioni, questa volta però accompagnate da inevitabile clamore e conseguenze politiche per molti versi traumatiche.
E’ giusto aggiungere però che, in entrambe le occasioni, l’accettazione da parte di Dossetti di un impegno diretto nella segreteria del partito fu anche il frutto di un tormento di fondo che lo ha sempre accompagnato:
era giusto infatti assumere il dato dell’immodificabilità della natura della DC, partito sostanzialmente moderato, senza aver provato a cambiarla?
E poi: se era vero ciò che i dossettiani avevano sempre sostenuto, e cioè che la democrazia, dopo la lunga esperienza fascista, per affermarsi realmente avesse bisogno di una solida coscienza democratica nel popolo, perché rinunciare a utilizzare il partito come luogo in cui educare alla partecipazione democratica le masse, nella fattispecie e in particolare quelle cattoliche?
Ancora: se era vero quanto affermato dall’arcivescovo di Baltimora, cardinale Gibbon (citato da Dossetti anche in occasione del suo più importante intervento all’Assemblea Costituente) e cioè che: “Il secolo futuro sarà il secolo in cui la Chiesa non si accorderà con i Principi e i Parlamenti, ma si accorderà con le grandi masse popolari”, perché rinunciare a usare lo strumento che nelle democrazie è espressamente preposto a collegare lo Stato con le masse, il partito politico?
C’era infatti allora il rischio concreto, e Dossetti lo verificava giorno dopo giorno, di una riproposizione nei fatti del modello di democrazia liberale prefascista con la conseguente nuova estraneizzazione del popolo e il sostanziale tradimento della Costituzione e, a monte, della Resistenza.
Queste le ragioni che lo tormentavano e che alla fine, in entrambe le occasioni, lo indussero ad accettare di impegnarsi.
E come gestì Dossetti quelle esperienze di vice segretario della DC.?
Innanzitutto affrontò l’impegno con molta professionalità. Quando assumeva un impegno vi si dedicava totalmente, cercando di conoscere  e impossessarsi della natura dell’istituzione o del tema che gli erano affidati, facendosi normalmente aiutare da uno stuolo di esperti e studiosi, i migliori allora disponibili. Padroneggiare la materia per poterla modellare, riformare, finalizzare agli obiettivi preposti: questa era la sua regola.   Diversamente dal suo amico Aldo Moro che riteneva che  il pensiero e la parola contenessero già  in sé il farsi della politica e della storia, Dossetti riteneva che il pensiero e la parola fossero solo il presupposto di ogni azione la quale, per concretizzarsi, necessitasse di strumenti, strutture e istituzioni.
Questa a me pare  la chiave per capire l’impegno massiccio, meticoloso e puntiglioso, profuso da Dossetti nella costruzione del partito. Impresa particolarmente ardua, perché si trattava di realizzare un amalgama interno fra realtà e sensibilità molto diverse, si trattava di inventare una forma-partito “a-confessionale” ma ad “ispirazione cristiana”, autonoma ma contigua alla Chiesa, somigliante ma non simile alle altre DC nate o nascenti nel resto del mondo.
La mole e il “metodo di lavoro” di Dossetti erano veramente impressionanti, un metodo che sapeva affascinare e “conquistare” chi ne era coinvolto o anche solo chi l’osservava dall’esterno: insomma, si può ben dire che Dossetti abbia rappresentato un caso abbastanza raro di intellettuale e pensatore originalissimo capace di trasformarsi in realizzatore concretissimo come pochi, tanto quando lavorava in politica che quando lavorava nel Concilio o in Curia a Bologna.
Leggiamo ne “La coscienza del fine” alcuni appunti sugli esercizi spirituali del 1950 che ci aiutano a capire meglio: “Sempre più distaccato da ogni sottinteso personale, da ogni posizione o atteggiamento di prestigio, di affermazione delle mie idee o della mia persona. Prudente e paziente nelle attese e nei molti disappunti e contrasti…Costante, deciso, energico e concludente…Specificatamente e direttamente sempre rivolto a fare il bene dei poveri e degli umili, a soddisfare le esigenze di giustizia e di pace della povera gente, a sentire i gemiti degli afflitti, degli oppressi, dei disoccupati…” .
Perché, allora, abbandonò per la seconda volta la vicesegreteria nazionale e, di lì a poco, anche l’incarico di parlamentare?
Roberto Villa nel suo recente volume (“L’invenzione del partito”, ed. Zikkaron), pone la questione se realmente dette le dimissioni o fosse stato dimissionato.
Io penso che dette le dimissioni, nel senso che la sua fu una scelta a lungo meditata e radicata, una scelta dunque “sua personale”, seppur indotta dalla definitiva costatazione dell’immodificabilità della natura del partito, e dell’invincibilità del condizionamento di troppi ambienti “esterni”- a partire dalla Chiesa- nazionali e internazionali, non disponibili  a favorire quei cambiamenti cui aveva legato la sua permanenza in politica.
Fu Dossetti stesso a parlarne ai preti della diocesi di Pordenone-Concordia nel 1994: “La mia stagione politica è durata sette anni, mettendoci dentro anche il periodo della clandestinità; nel ’52 era già finita. Finita, si! Io ho deciso che fosse finita, e sono ancora profondamente convinto che dovesse finire e che sarebbe stato un grande errore proseguirla, perché non avrei raggiunto gli obiettivi che mi ripromettevo di raggiungere, e comunque avrei ingannato, illuso troppa gente”.
Ad Alberto Melloni, nel 1994, aveva già confidato: “ Io stavo dentro ma a certe condizioni. Avevo ambizioni per il partito, non per me, ma per il partito e il paese, sì. Invece è succeduta un’età in cui non c’erano più ambizioni se non per per sé,  per le proprie affermazioni personali.…”.
Mariano Rumor, in un’intervista al settimanale “La Discussione”, aggiunse invece che Dossetti,  sin dai primi momenti dell’impegno romano, gli confidò di aver deciso di farsi prete già durante la Resistenza, quando sull’appennino reggiano, nella chiesetta di Costabona (Villa Minozzo), fu costretto a forzare la serratura del  tabernacolo per poter assumere tutte le ostie consacrate  conservate nella pisside, nel timore di una possibile profanazione da parte delle truppe naziste in fase di avanzamento a tappeto in un’operazione militare di rappresaglia: “In quel momento lo decisi” .
Come si vede sono tante e profonde le ragioni, avvalorate nel tempo dall’interessato, che sono alla base di questo suo ritiro dalla politica. Ma, seppur diverse, non sono in contraddizione.
Mi sembra di potere affermare che Dossetti ha sempre ritenuta temporanea, cioè destinata a finire, la sua esperienza politica, ma la costatazione definitiva che il perseguimento dei  suoi obiettivi politici avrebbe richiesto un impegno molto lungo e compromessi troppo esosi, l’ha indotto a finirla in quel tempo, scelto da lui.
Conclusivamente vorrei dire che Dossetti è sempre stato un personaggio scomodo. Di lui per lungo tempo si è faticato a parlare sia in sede politica che ecclesiale. Fondamentalmente perché si era sempre posto come segno di contraddizione rispetto alla realtà, alla realtà dell’uso del potere in particolare, sia da parte della politica che da parte della Chiesa. Il tema del potere era centrale nella sua riflessione e nella sua esperienza. Dominare il potere (terreno privilegiato da Satana) con l’intelligenza e la fortezza, per non esserne dominati, è stata una delle sfide più importanti della sua vita.
Di lui poi colpiva, e intimidiva, la straordinaria intelligenza storica, la capacità di vedere e interpretare i processi in corso, grazie a una precisa attitudine a ordinare e nello stesso tempo relativizzare le decisioni. Per comprenderne il senso può essere utile ricordare quanto disse nel 1957 a un gruppo di ragazzi della Giac di Bologna “Non c’è possibilità di crescita della storia, nel senso in cui lo intende lo storicismo, perché non è possibile. Una volta che Cristo è venuto, è morto, è risorto ed è asceso, non si può più verificare qualche cosa che aggiunga qualche cosa a questo. Perché l’unico fatto veramente decisivo e riassuntivo è già verificato…”.
Ecco, con questa bussola, gli riusciva particolarmente facile  valutare le vicende del suo tempo con giudizi sempre definiti con nettezza.
Le vicende internazionali in particolare, che ha continuato a osservare anche dopo la scelta monastica, sempre preso come era dall’assillo della pace nel mondo, diventano così il terreno in cui eserciterà sino alla fine dei suoi giorni la sua testimonianza profetica di cristiano, di politico e da ultimo di monaco.
Forse questa intelligenza della storia e la fiducia nella Costituzione come garanzia e ancoraggio insostituibile per la nostra democrazia, rappresentano ancora oggi l’eredità più preziosa di un’esperienza politica per tante ragioni divenuta comprensibilmente inattuale, seppur sempre intrigante.

Caos Bosnia. Intervista a Jean Toschi Marazzani Visconti

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Sono passati più di 21 anni dagli accordi di Dayton, nell’Ohio, sulla Bosnia Herzegovina, che pose fine al conflitto balcanico. Accordi che hanno mostrato i loro limiti, ben lungi, quindi, dalla soluzione ottimale del conflitto.

Ne parliamo, in questa intervista, con la giornalista Jean Toschi Marazzani Visconti, autrice del libro, uscito per l’Editrice Zambon, La porta d’ingresso dell’Islam.

Sono passati 21 anni dagli accordi Dayton sulla Bosnia Herzogovina. Quale bilancio si può fare ?

Non si può certo definire ottimale la situazione creata dal Trattato di Dayton. La nota positiva è che la gente non muore più e le armi tacciono da vent’anni, però la vita delle tre comunità è lungi dall’ essere normale o risolta.

Gli Accordi prevedevano il ritorno delle popolazioni di tutte le etnie ai luoghi e alle case dove vivevano prima dello scoppio della guerra. Pochi sono rientrati, la maggior parte della popolazione ha preferito rimanere nelle zone dove fosse maggioritaria o forte l’etnia della loro provenienza.

I Croati cattolici della Erzegovina si sentono stretti nella Federazione croata-musulmana imposta dagli USA nel 1994 e traditi dalla ventilata promessa dell’indipendenza della loro regione.  

I Musulmani, assurti alla dignità di Bosgnacchi per decisione statunitense – in realtà Serbi convertiti all’Islam durante i cinquecento anni della lunga occupazione ottomana – godono di una particolare attenzione da parte delle autorità internazionali, vissuta male dalle altre due nazioni.

I Serbi della Republika Srpska avrebbero maggiori possibilità di sviluppo nella loro zona più unita e compatta, però vivono sotto la spada di Damocle degli ipotetici crimini commessi e quindi soggetti a continue pressioni da parte degli Alti Rappresentanti occidentali nello sforzo di concentrare tutte le prerogative di governo a Sarajevo, in contraddizione alle disposizioni del Trattato di Dayton.

La Bosnia-Erzegovina, secondo gli Annessi del Trattato che corrispondono alla sua Costituzione, è soggetta all’alternanza etnica del Presidente e del primo Ministro ogni otto mesi a rotazione e il Consiglio dei ministri tripartito ha scadenza annuale. La Federazione croato-musulmana e la Republika Srpska hanno una larga autonomia. Questo implica che il governo centrale è debole rispetto a due entità forti e questo impedisce qualsiasi progetto centralizzato. In pratica sono tutti separati in casa.

Si passa da una zona all’altra senza frontiere, ma le popolazioni vivono in un clima sospeso, ciascuna nel suo territorio o nel proprio quartiere senza mescolarsi con le altre etnie. L’odio e la memoria dei crimini reciprocamente inferti e subiti sono molto presenti, nessuna politica di riconciliazione è stata intrapresa, al contrario i media continuano ad essere estremamente critici verso i Serbi rinfocolando i rancori.

Molto denaro fluisce a Sarajevo da ONG Iraniane, dell’Arabia Saudita e dalla Turchia, ma viene impiegato per costruire moschee e scuole islamiche dove affluiscono i giovani musulmani senza prospettive di lavoro, qui trovano insegnamenti e denaro per progetti ispirati ai più rigidi dettami religiosi.

In generale i giovani delle tre etnie non vedono un futuro e i migliori emigrano all’estero. Torneranno per le vacanze, non più per vivere e costruire qualcosa.

 

Qualcuno ha definito gli accordi di Dayton come un modello per la risoluzione dei conflitti etnici. Per lei invece?

 

Se la soluzione ideale per i conflitti etnici  consiste nel condannare un paese a uno stato vegetativo e fuori dal tempo, allora indubbiamente gli Accordi di Dayton sono un successo.

La Bosnia-Erzegovina è stata senz’altro un modello per i procedimenti applicati in Iraq, in Afganistan, in Libia e tentati in Siria. I risultati ripetitivi sono evidenti: prima distruzione e poi instabilità o caos.

 

Siamo lontani dal multiculturalismo della Bosnia-Erzegovina prima del conflitto balcanico del 1991. Oggi il principio base su cui si basa la società bosniaca è il nazionalismo.  E’ così?

 

La Sarajevo jugoslava, città laica, multiculturale, libera e libertina, fonte d’ispirazione per intellettuali e artisti sembra un ricordo di secoli passati. Tutto questo è stato annullato dal fatto che le tre entità bosniache  sono state spinte a riconoscersi sotto la bandiera delle religioni che hanno sostituito, anche loro malgrado, la politica e i partiti.

Ževad Galjašević, un intellettuale musulmano, politico e scrittore, nell’intervista che mi ha concesso, ha sostenuto che se si priva un musulmano bosniaco delle sue radici di Slavo del Sud (Jugo slavo), l’unica identità che resta è la religione. La religione islamica, sostiene, è diventata politica. Forse in forma minore per cattolici e ortodossi, salvo quando temono che il proponimento del defunto leader musulmano, Alija Izetbegović, di trasformare la Bosnia-Erzegovina in uno Stato musulmano dal fiume Drina alla Croazia, possa realizzarsi. Il nazionalismo in B-E non ha le stesse valenze che in Europa occidentale è una forma di autodifesa da pericoli contingenti.

 

Oggi la Bosnia è uno Stato in pieno caos, in cui il nazionalismo – come detto sopra – non fa che alimentare odio. Vi sono rischi per un nuovo conflitto?

 

L’odio è stato rinfocolato e fomentato dall’esterno. Le atrocità commesse durante la seconda guerra mondiale di cui tutte le etnie erano state oggetto –

i Serbi forse più degli altri, se si pensa all’ignorato campo di sterminio croato di Jacenovac  (1941 – 1945) che ha prodotto quasi un milione di vittime fra Serbi, Ebrei e Rom- sono state abilmente riportate alla memoria della gente nel 1991, dopo il lungo oblio imposto dalla politica pacificatrice di Tito.

Oggi questo odio è più che mai attuale, quasi accresciuto da quanto si è ripetuto durante la guerra civile. E’ incomprensibile come gli Alti Rappresentanti cerchino di unificare le tre nazioni sotto Sarajevo senza una politica di conciliazione e una valida campagna mediatica per convincere le popolazioni ad avere nuovamente fiducia gli uni negli altri, condizione primaria per vivere insieme.

Le tre entità sono bene armate, cosa di cui gli ufficiali dell’OSCE  sono perfettamente al corrente. E’ come fumare un sigaro seduti su un fusto di benzina. Però da pochi  anni il commercio d’armi é fiorente, le armi sono vendute ed esportate in Medio Oriente.

Nicolas Gros-Verheyde, redattore capo di B2 – Bruxelles 2 ha riportato il 15 agosto 2016 un’inchiesta realizzata da un gruppo di giornalisti dell’Europa centrale e orientale, denominato BIRN (Balkan Investigative Reporting Network), secondo la quale dal 2012 questo traffico dalla Bosnia, dai Balcani e da altre nazioni dell’ Est europeo ha raggiunto il valore di almeno un miliardo e duecentomila euro. Voli speciali, impiegando gli spaziosi llyushin II-76, raggiungono la Siria attraverso la Giordania e l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti oltre allo Jemen e alla Libia. Le fabbriche d’armi in B-E funzionano a pieno ritmo per soddisfare le ordinazioni. I clienti maggiori sono Sauditi, Turchi, Giordani e gli Emirati, le armi vengono distribuite attraverso due installazioni segrete denominate MOC (Military Operation Center) situate in Giordania e in Turchia.

Il Dipartimento USA del Comando per le Operazioni Speciali della Difesa (SOCOM) ha ugualmente acquistato e consegnato grandi quantità di materiale militare di provenienza dall’Europa orientale e dai Balcani all’opposizione siriana.  Buona parte del materiale viene dagli stock e dalle fabbriche della B-E.

Secondo l’ambasciatore americano in Siria (2011 – 2014), Robert S. Ford, la CIA ha probabilmente avuto un ruolo d’intermediario fra i paesi Balcanici e il Medio Oriente.

Fintanto che si produce per il mercato estero, non si litiga in casa. Gli introiti di questo traffico finiscono ovviamente nelle tasche di pochi eletti.

 

Vi sono leader credibili oggi in Bosnia?

 

In una situazione di incertezza e senza prospettiva di futuro, la popolazione opta per leader forti, anche estremisti, nell’illusione che possano difendere i loro diritti e cambiare l’instabilità percepita come un ostacolo alla normalizzazione. La credibilità dei leader dipende dall’appoggio e dai finanziamenti che ottengono dall’intervento di elementi esterni al paese.  

Il presidente serbo bosniaco, Milorad Dodik, ha dichiarato in una conferenza stampa nel maggio 2016 che l’opposizione cerca ogni modo per toglierlo di mezzo e che il partito Alleanza per il cambiamento, all’opposizione, è finanziato con denaro turco e britannico.

 

 

L’Europa (UE) può ancora giocare un ruolo

 

Certamente, se riuscisse ad avere una politica estera unificata e indipendente da ogni influenza statunitense. Al momento non sembra realizzabile.

 

Oggi, in Bosnia Erzegovina, sono presenti potenze islamiche che hanno interesse a consolidare la presenza islamica nel cuore dei Balcani. Quali sono queste potenze e quali interessi, oltre al fattore religioso, vogliono perseguire ?

 

La Turchia considera la Bosnia-Erzegovina un suo territorio nell’ambito della trasversale verde, quella linea ideale che percorre le zone musulmane dei Balcani che si sentono più vicine alla Turchia che all’Europa.

Il 7 maggio 2016, all’inaugurazione della moschea di Banja Luka nella Repubblika Srpska, ricostruita in seguito all’esplosione che nel 1992 l’aveva distrutta, il premier turco dimissionario Ahmet Davutoglu alla presenza del presidente musulmano Bakir Izetbegović, di rappresentanti di molti paesi arabi e di alcuni notabili europei e americani ha pronunciato un discorso in cui ha fra l’altro affermato: La Turchia è stata qui per lungo tempo, è qui ora, e rimarrà per sempre. I musulmani non devono temere perché dietro di loro ci sono 70 milioni di turchi. Durante lo stesso discorso Davutoglu ha avuto parole di apprezzamento per gli adempimenti  di Alija Izetbegović, padre dell’attuale presidente musulmano e autore della Dichiarazione Islamica nella quale prospettava la realizzazione di un mondo islamico dall’Indonesia al Mediterraneo. Ha inoltre esplicitamente escluso qualsiasi possibilità di distacco della serba Banja Luka e della croata Mostar da Sarajevo.

Come dignitario straniero, ospite in Bosnia-Erzegovina e in particolare nella capitale della Republika Srpska, ha affrontato con molta sicurezza argomenti delicati e sensibili, che non gli avrebbero dovuto competere. L’ex premier turco aveva tenuto un discorso similare nel Sandjak, regione della Serbia sopra il Kosovo, poco tempo prima.

Sono anche molto presenti agenzie iraniane e saudite. In Bosnia si verifica un processo che quasi tutti i think tank statunitensi rifiutano di accettare, una politica che unisce wahabiti e salafiti, sciiti e sunniti.Il politologo americano Samuel Philip Huntinghton nel 1995 aveva previsto che in Bosnia-Erzegovina, unico luogo al mondo, l’antagonismo fra Sunniti e Sciiti avrebbe potuto decadere.

Ci sono almeno cinquecento ONG attraverso le quali finanziano e propagandano la loro causa, oltre alla SNSD (Unione dei social democratici indipendenti) e ai servizi segreti iraniani, molto attivi, e alle ambasciate. Gli Americani pensavano di riuscire a controllare questi movimenti attraverso i Turchi presenti in Bosnia. Oggi i rapporti con la Turchia sono meno cordiali.

L’Iran ha il supporto di tutti i personaggi importanti del governo musulmano. Il sistema di alta sicurezza e i servizi segreti di Izetbegović sono legati agli Iraniani. Ultimamente l’Iran sta cercando di penetrare nel movimento Wahabita. Nessuno ha considerato questo problema. In Bosnia il sistema è stato creato da legami con l’Arabia Saudita, l’Egitto, anche la Turchia é coinvolta, così gli Sciiti possono  dire che non c’entrano con quello che potrebbe succedere.  Gli interessi occidentali sono fortemente  presenti qui in Bosnia e questi obbiettivi sono estremamente vulnerabili. Sembra che l’Ayatollah Geneti abbia chiamato la Turchia madre  e definito la Bosnia come il cancello per l’Europa.

 

E’ tutelato il pluralismo religioso in Bosnia? 

A parole sembrerebbe tutelato. In realtà la cosa cambia secondo le zone. In Erzegovina la presenza serba è ormai quasi nulla, quindi le chiese ortodosse distrutte non sono state ricostruite. In Republika Srpska esiste una cattedrale cattolica nella capitale Banja Luka e il clero è impegnato a riconfermare una presenza cattolica, anche se solo una piccola parte dei Croati e rientrata a vivere in RS, mentre la maggioranza ha preferito vendere le case e trasferirsi in zona croata o in Croazia. Le moschee fioriscono ovunque, protette dagli accordi di Dayton. In territorio musulmano nascono difficoltà davanti a qualsiasi richiesta di costruire una chiesa cattolica o ortodossa.

 

 

In Bosnia vi sono campi di addestramento per i Jihadisti. Tanti sono venuti nel 1992 per combattere a fianco dei musulmani di Bosnia e molti sono rimasti. Tra cui pericolosi terroristi. Dalla Bosnia, infatti, sono partiti il più alto tasso di combattenti per l’ISIS. Dove sono collocati i campi e come si comportano le autorità locali?

 

I combattenti islamici arrivati per combattere accanto ai Musulmani di Bosnia nel 1992, sono all’incirca dodicimila. Ormai sono inseriti nel tessuto sociale musulmano bosniaco, hanno ottenuto residenza e passaporto e si sono sposati con donne locali. Sembra che la UE abbia chiesto al governo di Sarajevo di allontanarli come misura per entrare in Europa. Sarajevo ha accettato, però nulla è successo. Alcuni di loro sono terroristi dormienti, altri hanno allenato i nuovi Jihadisti, si presume nella zona di Zenica.

Poi esiste il fenomeno dei villaggi serbi distrutti e ricostruiti con denaro proveniente dalle ONG e dalle scuole islamiche che finanziano i giovani musulmani perché vivano in quegli agglomerati secondo le più strette regole islamiche che permettono ad ogni uomo di avere diverse mogli e molti figli. La Costituzione Bosniaca non ammette la poligamia, ma apparentemente questi cittadini obbediscono a leggi diverse. La maggior parte dei villaggi si trovano sulla linea di demarcazione della RS. Spesso, veterani islamici, fra quelli giunti all’inizio della guerra, sono a capo di questi borghi. In una località chiamata Vočinja mille cinquecento Mudjahedin e le loro famiglie sono andati a vivere in un villaggio. Duecento sessanta di loro erano stranieri, il comandante del villaggio veniva dall’Algeria. Altri vivono tuttora in Zenica.