“Finora il governo ha usato armi di distrazione di massa “. Intervista a Fabio Martini

Nonostante l’accordo sulla Cassa Depositi e Prestiti, le tensioni nel governo restano. Il capitolo nomine è ancora aperto. In prospettiva non sarà facile conciliare Di Maio con Tria. Come si svolgerà la navigazione della compagine governativa? Ne parliamo, in    questa intervista,  con Fabio Martini, cronista parlamentare del quotidiano “La Stampa”.     

 

Fabio Martini, il bilancio di questi primi mesi del governo “Legastella” non è esaltante. La furia propagandistica, frutto di una visione manichea  della politica, ha prodotto solo due fatti : la chiusura dei porti alle Ong, con effetti paradossali, e il cosiddetto  decreto “dignità”,  molto criticato.  A   me sembra il governo della “propaganda”. Qual è il tuo pensiero ?

Partiamo dai due interventi toccabili e misurabili, che sono esattamente quelli indicati nella domanda. Come è noto la chiusura dei porti e il decreto dignità non rientrano tra gli interventi strutturali promessi in campagna elettorale: la flat tax, per ridare ossigeno alle imprese e il reddito di cittadinanza per ridare ossigeno ai più deboli.  Due riforme che costano, soprattutto se sono immaginate per dare una “frustata”, cioè per incidere veramente. Ma per queste due riforme, servono risorse, che non ci sono e vedremo se mai ci saranno. Nel frattempo – hanno pensato Salvini e Di Maio – occorrono leggi-manifesto, capaci di restituire l’idea di un governo attivo e incisivo. La politica per i migranti è presto per “misurarla”: per ora sono aumentati i morti in mare. Il decreto dignità, anche al netto di chi prevede effetti negativi, obiettivamente è poca cosa, anche nell’ottica di chi sta dalla parte dei giovani precari o disoccupati. Sintetizzando e brutalizzando un po’, si potrebbe dire che fino ad oggi il governo ha largheggiato in armi di distrazione di massa.

 Matteo Salvini, da subito si è posto come leader egemonico della coalizione , trovando anche qualche  sponda nei 5 stelle..La sua visione sovranista sulla questione ’immigrazione (i porti chiusi, la sua contrarietà radicale alla azione umanitaria delle Ong, il suo euroscetticismo estremo), ha creato problemi nell’azione di governo dei flussi migratori.  Insomma con una mano cerca l’Europa (per la ridistribuzione dei migranti) , con l’altra scava la fossa all’Europa cercando l’alleanza con il gruppo di Visegrad. Insomma, la linea dura, al di là di qualche parziale risultato , porta all’isolamento non ad essere credibili…Per  te?

 Non lo possono dire chiaramente, ma gli obiettivi di questa politica sono due. Il primo è provare a dimostrare che dalla rotta libico-italiana non si passa più, sperando così di produrre– a medio termine – una deterrenza forte sui flussi migratori. In altre parole scoraggiare questa rotta, immaginando che ad un certo punto il flusso si fermerà o prenderà altre strade. Secondo obiettivo: svegliare con la linea dura gli altri Paesi, che per ragioni diverse finora ci hanno lasciati soli. Non servirà molto tempo per verificare la fattibilità di questi due obiettivi. Per ora i Paesi nazionalisti (Visegrad) sono i più ostili all’Italia e quelli che dovrebbero essere più vicini (Francia, Spagna, Germania) si limitano a poche concessioni. Ma non bisogna mai dimenticare il dato di partenza: dalla seconda metà di luglio dello scorso anno gli sbarchi erano drasticamente diminuiti. E c’era stata una diminuzione dei morti in mare. La gestione del fenomeno era avviata lungo i binari giusti. Poi si è cambiato completamento approccio. Per ora si sta rivelando una scommessa.

 Veniamo all’altro socio di maggioranza, Luigi Di Maio, che è il più nervoso tra i due. Il suo decreto “dignità” è stato fatto troppo in fretta e con superficialità.  E il presidente dell’inps, tra gli altri, ha smascherato l’elemento propagandistico del decreto. Altro fronte di nervosismo, per usare un eufemismo, è stata la nomina alla Cassa Depositi Prestiti. Lo scontro con Tria è un altro elemento esplosivo.. O vince Di Maio o vince Tria.  E il risultato non sarà senza conseguenze per il futuro del governo…

Questo governo è nato con un’anomalia che soltanto per il conformismo della grande stampa non è stato rilevato: nel cuore del governo – all’Economia e agli Esteri – sono stati collocati due tecnocrati che non hanno nulla a che vedere con le ragioni sociali e ideali del governo. Questa contraddizione, la cui natura resta misteriosa, è destinata a produrre cozzi dolorosi, quasi sempre senza vincitori.

Il Premier Conte, che ha affermato di ispirarsi a Moro (paragone assai azzardato ), cerca  di farsi spazio.  E qualche segnale lo ha dato (grazie alla sponda del Quirinale). Ma l’impressione che si ha è che sia molto complicato uscire fuori dal ruolo di esecutore. Per te?

 Il presidente del Consiglio è destinato ad avere un peso crescente nella vicenda governativa: per il ruolo che ha,  per le connessioni con la struttura tecnocratica, per l’ambizione che lo muove. Il solo accostarsi a Moro spiega bene la considerazione che l’uomo ha di sé stesso. Nelle segrete stanze già svolge un ruolo di mediazione importante, ma se avesse la possibilità di uscire da palazzo Chigi, fare discorsi, incrociare la gente, il suo peso aumenterebbe. Non per caso lo tengono chiuso a palazzo Chigi.

 I prossimi mesi non saranno per nulla semplice per i sovranisti . Scrivere la legge di stabilità non sarà facile, mettere insieme l’interventismo nazionalista in economia con le logiche Europee di bilancio. Lo spettro del “partito della spesa” si riaffaccia nel gioco politico?

 Questo governo non è fortunato: sta incrociando la fine della stagione di crescita moderata che ha contraddistinto questi anni. L’Italia, durante il governo Gentiloni, aveva abbandonato il fanalino di coda dell’eurozona, ora rischia di ricaderci. E anche se Conte cercherà di strappare qualche margine di flessibilità, difficilmente arriveranno regali dall’Europa alla viglia di elezioni Europee storiche. Il partito della spesa, che in questo governo è fortissimo, sarà costretto ad aspettare.

E in questo caos  le opposizioni non fanno una bella figura, il PD soprattutto. E’ così?

Restiamo ai fatti. Dopo quasi cinque mesi dalla storica sconfitta del 4 marzo il Pd non ha ancora cercato di capire le ragioni di quell’arretramento. Non lo ha fatto e non lo farà, perché questo imporrebbe un’analisi sulla gestione Renzi nella quale erano in qualche modo “implicati” quasi tutti coloro non lo possono più vedere. Ma per ripartire, il Pd avrebbe bisogno di capire cosa è accaduto nella testa e nelle tasche degli italiani, ha bisogno di avere un’idea più chiara dell’Italia e di sé stesso in questa Italia, di dotarsi il prima possibile di una leadership legittimata. Ma Renzi farà di tutto per non farle le Primarie, perché un segretario vero ne segnerebbe il declino e nel frattempo il Pd si sta logorando: ogni giorno, ogni sera la lettura degli eventi è così scontata, così “antica” da sfiorare l’irrilevanza.

RAGIONANDO DI AFORISMI. INTERVISTA A DINO BASILI

L’aforisma è un genere prezioso. Lo usavano i greci e i romani.  Nel secolo scorso è stato uno strumento,  anche, di  critica al potere costituito. Su questo punto lo scrittore austriaco Karl Kraus è l’esempio tra i più geniali. Ed oggi, nel tempo di.  Internet, il tempo della velocità ma non della profondità, cosa ha da dire a noi questo genere letterario? Ne parliamo, in questa intervista, con Dino Basili, già cronista parlamentare per la Rai, aforista tra i più importanti a livello internazionale, insignito,  recentemente, di un premio    alla carriera per gli     aforismi.

Basili, lei è un maestro dell’aforisma italiano. L’aforisma è un genere letterario antico, era usato dai greci e dai romani. Oggi in Italia è un genere letterario misconosciuto, eppure ha avuto grandissimi aforisti: Ennio Flaiano, Leo Longanesi e Alda Merini, per citare alcuni a mò di esempio. Come spiega questo atteggiamento della cultura letteraria italiana nei confronti di questo genere?

Un’analisi abbastanza difficile. Io credo che ci sia un pò la crisi della definizione, perché aforismo viene dal greco e significa “definizione”. Andando un pò più a fondo sono d’accordo con Robert Musli che ritiene che sia il più piccolo intero possibile. Tutto sommato è più facile scrivere un libro di 200-300 pagine che una trentina di ottimi aforismi. Certo l’aforisma può scadere nella banalità o, come dice Magris, nella “presunzione sibillina”, ma Hannah Arendt racconta che Walter Benjamin avrebbe anteposto l’aforisma al saggio voluminoso, se non fosse che veniva retribuito per il numero delle righe prodotte.

Lei, recentemente, ha preso un premio alla carriera per gli aforismi. Insomma “Tagliar corto” le è sempre piaciuto. Perché “aforista” e non romanziere?

Non è stata una scelta, io ho cominciato a scrivere piccole frasi sul giornalino dei Boy Scout “squadriglia castori” a sant’Agnese a Roma. Poi è capitato di fare una rubrica su un quotidiano romano, c’era comunicazione con i lettori. Io poi sono innamorato di Epitetto, filosofo greco che ho conosciuto nell’ultimo anno di liceo, poi di Guicciardini, cioè di tutta quella che è stata la scrittura breve. Ho iniziato a scrivere presto gli aforismi, poi ci sono i libri e numerose interviste sull’argomento. Il fatto che più mi ha rallegrato è stato il riferimento sul Meridiano di Mondadori sugli scrittori italiani di aforismi del Novecento.

Quindi insomma aforisti si diventa. Immaginando una possibile “cassetta” degli attrezzi del “buon aforista” cosa non può mancare?

Quello che non può mancare è una penna o una matita, anzi la matita più che la penna. Karl Krauss osservava che un aforisma non si può dettare su nessuna macchina da scrivere, figuriamoci su un computer!

L’aforisma non è solo esercizio letterario, scrivere una massima su alcuni aspetti della vita, ma è anche, in passato così è stato ,uno strumento di critica della società (vedi ad esempio Karl Krauss) usando “magicamente” l’ironia. Se lei, da aforista, dovesse scrivere un aforisma sulle paure, vere o presunte, della nostra società cosa scriverebbe?

Di paure ce ne sono molte, però mi rimetto proprio all’attualità. Proprio ieri ho scritto un articolo sulla paura della valanga dei numeri che ci piovono addosso ogni giorno instancabilmente, numeri di ogni genere – rosa, grigi ecc. – che ci confondono completamente la testa.

Lei è stato giornalista parlamentare, ai tempi della I Repubblica, chi era il politico più aforista? Andreotti? Martinazzoli?

Indubbiamente Andreotti aveva uno spirito particolarmente tagliente e una conoscenza del vocabolario eccellente. Mino Martinazzoli, come dice Guicciardini, ci metteva le sue risposte di “molta borra”. Un perfetto aforista è invece Altan.

Cosa scriverebbe su Di Maio e Salvini?

Su Di Maio direi che “c’è de mejo” alla romana; riguardo a Salvini dico che ancora deve mostrare il suo vero volto.

Alla fine, cos’è per lei un aforisma?

Direi che mi riconosco su una frase che mi dedicò Giulio Nascimbeni, un “corrierista” degli anni scorsi, l“aforisma è una carta vetrata sui nostri lati deboli”.

Dicono che un aforisma deve essere “sottile”…

Riguardo all’essere “sottile” o non esserlo, io non esagererei tanto nella perfezione. Perché non esiste la frase perfetta. Le racconto la mia esperienza:  diedi le bozze di un mio libro di aforismi alla fine degli anni 70, a un mio collega di Rai, Raffaele La Capria, che aveva sempre il tavolo di lavoro sgombro senza neanche un foglietto aveva però il pacchetto di sigarette e l’accendino e allora cominciò a leggere i miei aforismi e con l’accendino accendeva e spegneva e diceva “questo si accende questo non si accende”, così ho imparato a valutare i miei aforismi.

Lettera ai vescovi italiani perche’ intervengano contro il razzismo dilagante e xenofobia

(ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Un gruppo di presbiteri e laici ha scritto una lettera ai Vescovi italiani perché intervengano sul dilagare della cultura intollerante e razzista. Per aderire invia una mail a adesioni@cercasiunfine.it inserendo Nome e COGNOME, incarico e/o professione, Città.

Roma 14 luglio 2018

Eminenza Reverendissima Mons. Gualtiero Bassetti, presidente della CEI Eccellenze Reverendissime, Vescovi delle Chiese Cattoliche in Italia,
vi scriviamo per riflettere con voi su quanto sta attraversando, dal punto di vista culturale, il nostro Paese e l’intera Europa.
Cresce sempre più una cultura con marcati elementi di rifiuto, paura degli stranieri, razzismo, xenofobia; cultura avallata e diffusa persino da rappresentanti di istituzioni.
In questo contesto sono diversi a pensare che è possibile essere cristiani e, al tempo stesso, rifiutare o maltrattare gli immigrati, denigrare chi ha meno o chi viene da lontano, sfruttare il loro lavoro ed emarginarli in contesti degradati e degradanti. Non mancano, inoltre, le strumentalizzazioni della fede cristiana con l’uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte blasfemo o offensivo.
I recenti richiami – in primis dei cardinali Parolin e Bassetti – al tema dell’accoglienza sono il punto di partenza; ma restano ancora poche le voci di Pastori che ricordano profeticamente cosa vuol dire essere fedeli al Signore nel nostro contesto culturale, iniziando dall’inconciliabilità profonda tra razzismo e cristianesimo. Un vostro intervento, in materia, chiaro e in sintonia con il magistero di papa Francesco, potrebbe servire a dissipare i dubbi e a chiarire da che parte il cristiano deve essere, sempre e comunque, come il Vangelo ricorda. Come ci insegnate nulla ci può fermare in questo impegno profetico: né la paura di essere fraintesi o collocati politicamente, né la paura di perdere privilegi economici o subire forme di rifiuto o esclusione ecclesiale e civile.
E’ così grande lo sforzo delle nostre Chiese nel soccorrere e assistere gli ultimi, attraverso le varie strutture e opere caritative. Oggi riteniamo che l’urgenza non sia solo quella degli interventi concreti ma anche l’annunciare, con i mezzi di cui disponiamo, che la dignità degli immigrati, dei poveri e degli ultimi per noi è sacrosanta perché con essi il Cristo si identifica e, al tempo stesso, essa è cardine della nostra comunità civile che deve crescere in tutte le forme di “solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 2 della Costituzione).
Grati per la vostra attenzione e in attesa di un vostro riscontro, vi salutiamo cordialmente.

Firmatari in ordine alfabetico
Luigi ADAMI, parroco, già delegato diocesano per l’Ecumenismo, Verona luigi_adami@libero.it
Ambroise ATAKPA, docente Teologia Dogmatica, Pontificia Università Urbaniana, Roma k.atakpa@urbaniana.edu
Maria Cristina BARTOLOMEI, già docente Filosofia della religione, università statale di Milano; socia Coordinamento Teologhe Italiane; mariacristina.bartolomei@unimi.it

Fernando BELLELLI, parroco, già vicario foraneo, presidente dell’ass. Spei lumen, Modena-Nonantola
fernandobellelli@gmail.com
Renata BEDENDO, docente di Islam, ISSR San Pietro Martire, Verona renata.bedendo@teologhe.org
Lettera ai Vescovi italiani, luglio 2018 – 2
Andrea BIGALLI, docente di Cinema ISSR, riv. Testimonianze e Libera Toscana, Firenze andrea.bigalli@gmail.com
Carlo BOLPIN, presidente Associazione Esodo, Venezia carlo.bolpin@alice.it
Giorgio BORRONI, direttore diocesano Caritas e Pastorale Sociale, Novara direttorecaritas@diocesinovara.it
Alfonso CACCIATORE, docente di religione e giornalista pubblicista, consulta diocesana di Pastorale Sociale, Agrigento alfonso.cacciatore@gmail.com
Liberato CANADA’, direttore diocesano Pastorale Turismo e Tempo Libero, Melfi (Pz) liberato.canada@tiscali.it
Anna CARFORA, docente Storia della Chiesa, Facoltà Teologica Italia Meridionale, Napoli annacarfora@storiadelcristianesimo.it
Claudio CIANCIO, docente emerito di Filosofia Teoretica, Università del Piemonte Orientale, Torino claudio.ciancio@uniupo.it
Bruna COSTACURTA, docente di Teologia Biblica, Pontificia Università Gregoriana, Roma costacurta@unigre.it
Pasquale COTUGNO, direttore diocesano Pastorale Sociale e Migrantes, Cerignola-Ascoli S. (Fg) donpasqualecotugno@libero.it
Dario CROTTI, direttore diocesano Caritas, Pavia ddariocrotti@cdg.it
Mario CUCCA, docente di Teologia Biblica, Pontificia Università Antonianum e Pontificia Università Gregoriana, Roma mariocucca76@gmail.com
Elena CUOMO, docente di Filosofia Politica, università Federico II di Napoli, elena.cuomo@unina.it
Chiara CURZEL, docente di patrologia, Trento srchiara16@gmail.com
Rocco D’AMBROSIO, docente Filosofia Politica, Pontificia Università Gregoriana, Roma r.dambrosio@unigre.it
Michele DEL CAMPO, direttore diocesano Pastorale Sociale, Prato, midelca@libero.it

Saverio DI LISO, docente di Filosofia, Facoltà Teologica Pugliese, Bari diliso.saverio8@gmail.com
Sergio DI VITO, docente, capo AGESCI, Caserta sergiodivito@hotmail.it
Simone DI VITO, direttore diocesano Ufficio Scuola e Pastorale Sociale, Gaeta (Lt) simonedvt@tiscali.it
Sergio DURANDO, direttore diocesano e incaricato regionale Migrantes, Piemonte e Valle d’Aosta, Torino sergidurando@hotmail.com
Franco FERRARA, presidente centro studi Erasmo, Gioia (Ba) piazzapinto17@virgilio.it

Franco FERRARI, presidente associazione Viandanti, Parma fferraripr@gmail.com Francesco FIORINO, direttore Opera di Religione G. Di Leo, Mazara del Vallo (Tp) francesco.std@gmail.com
Domenico FRANCAVILLA, direttore diocesano Caritas, Andria (Bt) andriacaritas@libero.it

Rita GARRETTA, comunità Orsoline casa Ruth, Caserta rut@orsolinescm.it
Graziano GAVIOLI, fidei donum Arcidiocesi di Manila, già direttore diocesano Pastorale Scolastica, Modena-Nonatola dongrazianogavioli@gmail.com
Paolo GASPERINI, vicario per la pastorale, Senigallia (An) donpaologasperini@virgilio.it Claudio GESSI, incaricato regionale Pastorale Sociale, Lazio, Velletri-Segni claudio.gessi@tiscali.it
Giorgio GHEZZI rel. sacramentino, volontario Centro Astalli, Roma jamboduana@libero.it Tommaso GIACOBBE, ingegnere, Torino famgiacobbe@gmail.com
Annalisa GUIDA, docente Sacra Scrittura, Facoltà Teologica Italia Meridionale, Napoli annalisaguida@storiadelcristianesimo.it
Luigi Mariano GUZZO, docente di Beni Culturali, Università Magna Graecia, Catanzaro lmguzzo@unicz.it
Domenico LEONETTI, direttore diocesano Caritas, Sorrento-Castellamare (Na) leonetti.mimmo@gmail.com
Lettera ai Vescovi italiani, luglio 2018 – 3
Flavio LUCIANO, direttore diocesano e incaricato regionale Pastorale Sociale, Piemonte e Valle d’Aosta, Cuneo flvlcn13@gmail.com
Pierangelo MARCHI, rel. sacramentino, resp. Casa Zaccheo, Caserta casazaccheo@gmail.com
Fabrizio MANDREOLI, docente di Teologia, Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, Bologna mandreoli.fabrizio@gmail.com
Antonino MANTINEO, docente di Diritto ecclesiastico, Università Magna Graecia, Catanzaro mantineo@unicz.it
Gianni MANZIEGA, prete operaio, direttore redazionale della rivista Esodo, Venezia associazionesodo@alice.it
Luigi MARIANO, docente di Etica economica, Pontificia Università Gregoriana, Roma marianoluigi1@gmail.com
Pietro MARIDA, parroco emerito, Salerno pietro.mari@virgilio.it
Virgilio MARONE, direttore diocesano e incaricato regionale Ufficio Scuola, Nola (Na) virgiliomarone@libero.it
Stefano MATRICCIANI, parroco, Roma stefano.matricciani26@gmail.com
Roberto MELIS, direttore diocesano e incaricato regionale Centri Missionari, Piemonte e Valle d’Aosta, Biella (Bi) info@cmdbiella.org
Mario MENIN, docente Teologia sistematica, St. Teologico Interd., Reggio Emilia mario.menin@saveriani.it
Carmine MICCOLI, direttore diocesano Pastorale Sociale, diocesi di Lanciano-Ortona, carmine.miccoli@gmail.com
Luigi MILANO, già direttore diocesano ufficio Catechesi, Sorrento-Castellamare (Na) donluigimilano@gmail.com
Simone MORANDINI, vicepreside Istituto di Studi Ecumenici San Bernardino, Venezia morandinis@yahoo.it
Franco MOSCONI, monaco camaldolese, eremo S. Giorgio, Bardolino (Vr) francomo@libero.it
Mimmo NATALE, direttore diocesano Pastorale Sociale, Altamura-Gravina- Acquaviva (Ba) mimmo.nat@libero.it
Serena NOCETI, docente Teologia Sistematica, ISSR S. Caterina da Siena, Firenze serena.enne@gmail.com
Emilia PALLADINO, docente di Dottrina Sociale della Chiesa, Pontificia Università Gregoriana, Roma e.palladino@unigre.it
Giacomo PANIZZA, docente Scienze Politiche, Università della Calabria, vicedirettore Caritas, Lamezia Terme giacomopanizza@c-progettosud.it
Fabio PASQUALETTI, decano Facoltà Scienze della Comunicazione, Università Pontificia Salesiana, decano.fsc@unisal.it
Salvatore PASSARI, docente di Filosofia, Torino passariconsiglio@alice.it
Giovanni PERINI, direttore diocesano e incaricato regionale Caritas, Piemonte e Valle d’Aosta, Biella (Bi) giovanniperini@libero.it
Marinella PERRONI, docente Nuovo Testamento, Pontificio Ateneo S. Anselmo, Roma marinellaperroni@gmail.com
Enrico PEYRETTI, Centro Studi Sereno Regis, Torino enrico.peyretti@gmail.com Giannino PIANA, già docente di Etica cristiana, ISSR Libera Università di Urbino gianninopiana@virgilio.it
Vito PICCINONNA, direttore diocesano Caritas, Bari piccinonna.vito@gmail.com
Fabrizio PIERI, docente di Teologia Biblica, Pontificia Università Gregoriana, Roma fabriziopieri@yahoo.it
Giuseppe PIGHI, magistrato, capo AGESCI, Modena giuseppe.pighi@gmail.com

Elisabetta PLATI, vicedirettrice diocesana Caritas, Mazara del Vallo (Tp) platielisabetta@gmail.com
Lettera ai Vescovi italiani, luglio 2018 – 4
Francesco PREZIOSI, parroco, Modena-Nonantola, donfrancescopreziosi@gmail.com
Angelo ROMEO, docente di sociologia, università di Perugia angelo.romeo@unipg.it

Renato SACCO, coordinatore nazionale di Pax Christi, drenato@tin.it
Giorgia SALATIELLO, docente di Filosofia, Pontificia Università Gregoriana, Roma salatiello@unigre.it
Fedele SALVATORE, docente Religione, presidente cooperativa Irene 95, Marigliano (Na) fedele.salvatore@virigilio.it
Paolo SALVINI, parroco, Roma paolo.salvini@infinito.it
Francesco SANNA, docente di Statistica, La Sapienza e Pontificia Università Gregoriana, Roma francescomaria.sanna@uniroma1.it
Felice SCALIA, gesuita, rivista Presbyteri, Messina scalia.f@gesuiti.it
Giorgio SCATTO, priore della Comunità monastica di Marango, Venezia giorgio.scatto@gmail.com
Stefano SCIUTO, già ordinario di Fisica Teorica, Università di Torino stefanosciuto@unito.it Ettore SENTIMENTALE, vicario episcopale della zona jonica, Messina-Lipari-S. Lucia del Mela ettoresentimentale@gmail.com
Ettore SIGNORILE, vicario giudiziale Tribunale Ecclesiastico Regionale Piemontese, signorile@terp.it
Guido SIGNORINO, docente Economia Applicata, università di Messina, signorin@unime.it
Giuseppe SILVESTRE, vicario diocesano zonale, docente di Ecumenismo, Catanzaro- Squillace donpino12@libero.it
Cristina SIMONELLI, docente di Teologia Patristica, Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, presidente del Coordinamento Teologhe Italiane, Verona cristinasimonelli@teologiaverona.it
Stefano SODARO, direttore de Il Giornale di Rodafà, Trieste s.sodaro@virgilio.it

Bartolomeo SORGE, gesuita, già direttore de “La Civiltà Cattolica” e di “Aggiornamenti Sociali”, Milano sorge.b@sanfedele.net
Piero TANI, economista, Firenze piero.tani38@gmail.com
Sergio TANZARELLA, docente Storia della Chiesa, Facoltà Teologica Italia Meridionale, Napoli sergiotanzarella@storiadelcristianesimo.it
Maurizio TARANTINO, direttore diocesano Caritas, Otranto (Le) donmauriziotarantino@gmail.com
Debora TONELLI, docente di Filosofia Politica, Fondazione Bruno Kessler e CSSR, Trento deboratonelli24@gmail.com
Carmelo TORCIVIA, direttore diocesano Ufficio Pastorale, docente di Teologia Pastorale, Palermo ctorcivia59@gmail.com
Rita TORTI, curatrice del blog Il Regno delle donne – Il Regno, Parma rita.torti65@gmail.com
Marco VALENTI, parroco, Roma donmarcovalenti@gmail.com
Adriana VALERIO, docente di Storia del Cristianesimo, università Federico II, Napoli avalerio@unina.it
Marco VERGOTTINI, teologo, Milano mc.vergottini@gmail.com
Dario VITALI, docente di Ecclesiologia, Pontificia Università Gregoriana, Roma dondariovitali@gmail.com
Pio ZUPPA, docente di Teologia pastorale, Facoltà Teologica Pugliese, parroco Cattedrale Troia (Fg) piozuppa@gmail.com

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“Salvini, il ministro della Paura”. Intervista ad Antonello Caporale

Matteo Salvini, leghista e ministro degli Interni, è l’uomo forte del governo populista sorto dal terremoto elettorale dello scorso 4 marzo. Detta la linea governativa, onnipresente sui social. Così facendo mette in ombra Di Maio, il capo politico dei 5Stelle. Ma qual è la tecnica salviniana di propaganda? Come è riuscito ad entrare nel “senso comune”degli italiani? Ne parliamo con Antonello Caporale, caporedattore del “Fatto quotidiano”, autore del saggio, appena uscito nelle edicole e nelle librerie, “Matteo Salvini. Il Ministro della Paura”(Ed. PaperFIRST, pagg. 145, €10,50).

Antonello, nel tuo libro fai una Analisi spietata, sul piano linguistico, e, ovviamente dei contenuti, dell’”ideologia” salviniana che, come  vedremo nel corso dell’intervista, ha un nome. Incominciamo dal titolo, molto eloquente, “Ministro della Paura”. Un Ministro che gestisce e produce paura…E’ così?

E’ così. Oggi in Italia e non solo il mercato della paura è florido. La paura dell’altro, la paura del futuro, persino della propria identità cristiana. Salvini raccoglie questo sentimento e invece di domarlo lo amplifica, tende a estremizzarlo. Ogni nostra paura diviene così più grande, e più grande è questa paura più elevato il fatturato politico della Lega.

E veniamo all’armamentario propagandistico comunicativo . Al centro, della propaganda salviniana, c’ è , quella che tu chiami, l’ideologia dello schifo. Un nome terribile, che caratteristiche ha?

Una locuzione spregiativa di uso comune. Salvini ha la capacità di connettersi con i nostri pensieri quotidiani e di rilanciare una parola, appunto schifo, che schifo, che noi usiamo spesso. Il linguaggio comune produce identificazione, contestualità, sovrapposizione. Una comunità ha un linguaggio comune, e Salvini usa l’epiteto, forza trainante del nostro sdegno, come apripista.

Tu nel libro affermi che questa ideologia ha uno sfondo fascista. Lo intendi come lo intendeva Umberto Eco, ovvero il fascismo “eterno”?

Affermo che la violenza delle parole ha una sua caratura fascistica. Il vocabolario ci offre una innumerevole serie di varianti, di possibilità. Se noi scegliamo una parola anziché un’altra un motivo c’è. Io chiedo: usare il verbo scaricare a proposito dei migranti (li hanno scaricati etc) che altro significa se non quello che ci siamo appena detti? Si scarica un sacco di patate non una persona, eppure lui e gli organi di stampa a lui vicini scelgono questo verbo. Scelgono, anzi premeditano.

Questa “ideologia” ha i suoi nemici da asfaltare, un altro termine usato da Salvini, con i loro valori negativi, ma ha, anche, suoi “supereroi” da esaltare e da emulare. Puoi dirci chi sono gli amici e i nemici di Salvini? E nell’ostilità ai suoi nemici  c’è del razzismo?

I nemici sono i neri. Coloro che hanno la pelle nera, coloro che anche nella fumettistica infantile ci fanno paura. Il nero ci toglie non solo il lavoro, ma si trasforma spesso in ladro, scippatore, spacciatore. Dunque ci leva il sonno, la pace, la tranquillità e la sicurezza. Fa da pungiball al nostro vivere quotidiano, è l’opponente contro cui sfogarsi, il capro espiatorio perfetto. Gli amici sono gli altri, tutti gli altri, vittime di questa condizione: non essere più padroni a casa propria, sfrattati dal suolo nativo. Nell’iperbole la propaganda salviniana.

Una piccola divagazione: nell’atteggiamento del far politica lo trovi  simile a Renzi?

Aria da bullo, anche parole e atteggiamenti molto esposti e molto simili. A differenza di Renzi Salvini ha due frecce formidabili al suo arco: produce empatia ed entra nel gorgo delle viscere degli italiani. Penso che Renzi non abbia invece mai nemmeno tentato di comprendere il suo Paese, che non ne sia capace.

Anche la religione è un “ingrediente” di questa ideologia…In che modo?

Se viene il nero, che è islamico, ci porta Maometto. Ce lo porta con l’invasione pacifica o con il terrore dell’Isis. Le donne velate gireranno per le nostre strade, sarà questo il futuro dei nostri figli? L’iperbole consente ogni suggestione, come vedi.

Il “non verbo” salviniano, appunto l’ideologia dello schifo, viene diffuso attraverso i   social. Salvini è sicuramente tra i più abili ad usarli. Nel tuo libro denunci, anche, la capacità manipolatoria di Salvini, con l’uso dei social, di creare casi che alimentano l’ideologia dello schifo. In che modo avviene?

Due ragazzi neri hanno imbrattato una vetrina. Che schifo! Dieci migranti, alloggiati a spese nostre, trascorrono la domenica in piscina mentre i nostri ragazzi non hanno lavoro. Che schifo! L’Europa vuole portarci a tavola gli insetti. Che schifo! Schifo è la locuzione che racchiude ogni pensiero e lo accomuna nel giudizio di disvalore. E’ parola-bandiera.

Un altro  mezzo di diffusione, usato da Salvini, è la televisione. Strumento decisivo per la creazione del “senso comune” favorevole a Salvini. Interviste su ogni canale, con giornalisti non sempre all‘altezza, hanno prodotto l’amalgama mentale pro Salvini. Hai delle critiche da fare alla stampa?

No, Salvini ha attraversato il deserto senza mass media amici. Ora lo vediamo dappertutto ma negli anni passati era solo. Ha fatto tutto da solo, piazza per piazza, con i social a tutte le ore. Ha costruito il consenso senza l’arma dei mass media organizzati. E’ questa un’altra considerazione da fare, un punto di cui tener conto.

Veniamo alla politica di questi giorni. Il governo è sempre più ad egemonia salviniana. I 5stelle paiono fagocitati. Il Premier Conte è solo un “flautus voci”, nel senso proprio filosofico del termine: è solo un nome. Insomma il governo è il “taxi” di Salvini?

Come dice il sociologo Domenico De Masi la Lega è mattone, i Cinquestelle solo sabbia.

Andrea Camilleri, in una recente intervista, si è detto preoccupato su quello che sta avvenendo nella mentalità degli italiani, ed è  pessimista sul futuro del nostro   Paese. C’è un antidoto “al Salvini che è in noi”?

L’antidoto è la conoscenza, la riflessione, il rifiuto di banalizzare ogni questione, la capacità di contare sul proprio talento, affinare la propria competenza. Guardare a quel che riusciamo a fare noi, contare sulle nostre forze senza bisogno di un nemico (ora i migranti, ora l’Europa, ora l’elite) che giustifichi le nostre debolezze.

 

Simone Veil, una combattente realista per l’Europa. Un testo di Emmanuel Macron

Ci sono eventi, che pur nella loro retorica, nel loro mettere in scena riti e relative
emozioni, costituiscono l’occasione per ricordare il senso di una comunità. In questo
discorso Emmanuel Macron ricorda Simone Veil e attraverso questo ricordo i valori più
profondi della civiltà europea. La memoria della Shoah, l’altra metà del mondo, le
donne, ancora oggetto di violenze, brutalità, marginalizzazioni e discriminazioni in ogni
parte del mondo, l’Europa unita come nostro faro di civiltà e strumento per superare
questi tempi bui. Lo pubblichiamo per gentile concessione della Professoressa Sofia
Ventura.
Discorso di Emmanuel Macron in occasione del trasferimento delle spoglie di Simone
Veil al Pantheon, 1 luglio 2018.
VIDEO
Discorso (lingua originale)
Discorso del Presidente Emmanuel Macron, traduzione in italiano (a cura di
Sofia Ventura)
Omaggio solenne della nazione a Simone Veil – 1 luglio 2018

Il 5 giugno dello scorso anno, quando ho annunciato, al termine dell’omaggio che le
era stato reso presso la Corte degli Invalidi, che Simone Veil avrebbe riposato al
Pantheon accanto al suo sposo, questa decisione non fu solo la mia.
Non fu nemmeno quella della sua famiglia, che comunque accettò.
Questa decisione fu quella di tutti i francesi.
E’ intensamente, tacitamente, ciò che tutti i francesi e le francesi desideravano.
Perché la Francia ama Simone Veil.
L’ama nelle sue battaglie, sempre giuste, sempre necessarie, sempre animate dall
preoccupazione per i più fragili, per le quali si impegnava con una forza di carattere
poco comune.
La Francia l’ama ancora di più perché ha compreso da dove le veniva questa forza
messa al servizio di un’umanità più degna.
Non è che tardivamente, quando Simone Veil aveva superato il 50 anni, che la Francia
scoprì che le radici del suo impegno affondavano nell’oscurità più assoluta,
innominabile, dei campi della morte. È là che trovò in lei, per sopravvivere, questa
parte profonda, segreta, inalienabile che si chiama dignità. È là che, malgrado i dolori e
i lutti, lei acquisì la certezza che alla fine l’umanità vince sulla barbarie.
Tutta la sua vita fu l’illustrazione di questa invincibile speranza. Noi abbiamo voluto che
Simone Veil entrasse al Pantheon senza attendere che passino le generazioni, come
abbiamo ormai l’abitudine di fare, perché le sue battaglie, la sua dignità, la sua
speranza restino una bussola nei tempi difficili che attraversiamo.

Poiché ha conosciuto il peggio del XX secolo e si è perciò battuta per renderlo
migliore, Simone Veil riposerà con suo marito nel Sesto caveaux.
Lì raggiungerà quattro grandi personaggi della nostra storia: René Cassin, Jean
Moulin, Jean Monnet e André Malraux. Furono, come lei, maestri di speranza. Come
loro Simone Veil si è battuta contro i pregiudizi, l’isolamento, contro i demoni della
rassegnazione o dell’indifferenza senza nulla cedere, perché sapeva ciò che era la
Francia.
Come loro, sfidò l’ostilità, agì come un precursore, abbracciò delle cause che si
credevano perdute per restare fedele all’idea che aveva della Repubblica e alla
speranza cheriponeva in essa.
È bello oggi che questa donna raggiunga in questo luogo la confraternita d’onore alla
quale, per lo spirito, per il valore, appartiene di diritto e di cui per tutta la sua vita
condivise le battaglie.
Come René Cassin, Simone Veil si è battuta per la giustizia.
Nel 1948, Cassin fa ratificare dall’Assembela generale delle Naizoni Unite la
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Simone Veil sapeva tuttavia che in
questa nobile battaglia per i diritti umani, la metà dell’umanità continuava
ostinatamente ad essere dimenticata: le donne.
Aveva visto la loro sottomissione e le loro umiliazioni, lei stessa aveva subito
discriminazioni che riteneva assurde, sorpassate. Allora si batté affinché giustizia fosse
fatta per le donne, tutte le donne.
Giustizia per le donne detenute in condizioni indegne, che si sforzò mentre era
magistrato di migliorare, giustizia per le donne, la loro indipendenza finanziaria, la loro
autonomia coniugale, la loro eguaglianza nell’autorità genitoriale.
Giustizia perché le loro qualità e i loro talenti fossero riconosciuti in tutti gli ambiti.
Per le donne martoriate nel loro corpo, nell’anima, per le donne che procuravano gli
aborti, per le donne che dovevano nascondere la loro tristezza o la vergogna, e che lei
strappò alla sofferenza sostenendo con una forza ammirabile il progetto di legge
sull’interruzione volontaria di gravidanza, dietro richiesta del Presidente Valery Giscard
d’Estaing e con il sostegno del primo ministro Jacques Chirac.
Giustizia per le donne inconsapevoli dei loro diritti e del loro posto nella società, per le
donne emarginate a causa delle leggi, degli stereotipi, delle convenzioni. Giustizia per
tutte le donne, che, ovunque nel mondo, sono martirizzate, violentate, vendute,
mutilate.
Con Simone Veil entrano qui le generazioni di donne che hanno fatto la Francia, senza
che la nazione abbia loro offerto la riconoscenza e la libertà che era loro dovuta. Che
oggi attraverso di lei, giustizia sia a loro tutte resa.
E che in questo giorno, i nostri pensieri vadano in particolare a una di loro, una donna
risoluta, forte, dolce che, nelle condizioni indicibili dei campi della morte sostenne le
sue due figlie con tutta la forza del suo amore. Avrebbe desiderato una vita di gioia,
ma per lunghi mesi, il suo destino tragico volle che lo spettacolo della loro sofferenza si
aggiungesse alla propria sofferenza, sino allo sfinimento finale, fino alla sua morte.
Saluto qui la memoria della madre di Simone Veil, Madame Yvonne Jacob, nata
Steimetz, morta a Bergen-Belsen nel marzo 1945, di cui l’esempio ispirò la lotta di
Simone Veil per le donne.
Come Jean Monnet, Simone Veil si è battuta per la pace e, dunque, per l’Europa.
Lei che aveva vissuto l’indicibile esperienza della brutalità e dell’arbitrarietà sapeva
che solo il dialogo e la concordia tra i popoli avrebbero impedito che Auschwitz
potesse rinascere dalle ceneri fredde delle sue vittime.

Si fece combattente per la pace, si fece combattente per l’Europa. Voleva l’Europa per
realismo, non per idealismo; per esperienza, non per ideologia; per lucidità, non per
ingenuità.
Non era tenera con l’insignificanza dell’irenismo e le complicazioni tecnocratiche che,
talvolta, divenivano l’immagine di questa Europa, poiché apparteneva a quella
generazione per la quale la nostra Europa non era né un’eredità, né un obbligo, ma la
conquista di ogni giorno.
Come parlamentare, come presidente del parlamento europeo, come cittadina
impegnata, non cessò di ravvivarne la fiamma originaria e d’incarnarne lo spirito
fondatore.
Jean Monnet diceva che l’Europa sarebbe la somma delle soluzioni da apportare alle
sue crisi. Noi dobbiamo a Simone Veil il fatto di non avere lasciato che i dubbi e le crisi
che colpiscono l’Europa attenuino la vittoria eclatante che da 70 anni abbiamo riportato
sugli strazi e gli errori del secolo passato.
Nulla sarebbe peggio che rinunciare alla speranza che ha fatto nascere l’Europa dalle
rovine nelle quali era stata sepolta e sotto le quali avrebbe potuto perire.
Noi siamo oggi i depositari di questa sfida alle vecchie nazioni che l’Europa non ha
cessato di tenere viva. Questa sfida è la nostra, quella della gioventù di Francia e
dell’Europa, ora che venti malevoli di nuovo si levano. È il nostro orizzonte più bello.
Come André Malraux, Simone Veil si è battuta per la civiltà.
Nata prima della guerra, in una civiltà che si credeva ancora immortale, ne visse il
rapido e crudele tracollo. Vite i punti di riferimento morali scomparire. Vide nei campi
delle SS martirizzare dei bambini di giorno, per ritrovare la sera i propri familiari venuti
a raggiungerli attorno alla tavola.
Aveva appreso nella propria carne che Auschwitz aveva sconvolto in modo durevole
l’idea stessa di civiltà. Condivideva con Malraux la triste constatazione che non vi era
più qualcosa come il «significato dell’uomo» o il «significato del mondo». Ma sapeva
anche che era possibile ricostruire una civiltà nuova.
Appassionata di arte e letteratura, continuò a credere che la cultura fa crescere l’uomo
e lo illumina sul suo destino. Riposerà ad alcuni metri dal suo caro Jean Racine, che
suo padre André Jacob le aveva fatto amare, che è sepolto nella chiesa di Saint-
Etienne-du-Mont e del quale Simone Veil occupò la poltrona all’Académie française.
Operando a favore dell’educazione, della riabilitazione dei prigionieri o come ministro,
per la protezione dei più fragili, sapeva che le civiltà sono tessute con questi legami
organici, con questi mille fili invisibili.
Impegnata a favore dell’amicizia tra i popoli europei, lo fu anche nel dialogo tra
israeliani e palestinesi, perché l’umanità non si arresta davanti alle nostre frontiere.
Credeva in questo destino comune che chiamiamo nazione, e in questa avventura
esaltante che chiamiamo civiltà, sapeva che ogni giorno che passa costituisce una
nuova battaglia contro la barbarie.
Come Jean Moulin, Simone Veil si è battuta perché la Francia restasse fedele a se
stessa.
Tradita da uno stato francese che era sceso a patti con l’occupante nazista, lei
avrebbe potuto addossare al proprio Paese il dolore delle sue prove e dei suoi lutti,
non accadde.
E quando decise di testimoniare della sua deportazione, fu innanzitutto per rendere
omaggio ai Giusti di Francia. Si erse contro coloro che innalzavano il ritratto di una
Francia vinta dai deliri antisemiti di Hitler, Petain, Laval, per ricordare il coraggio
incredibile e spontaneo di quelle famiglie francesi che, a rischio della propria vita,
avevano nascosto bambini ebrei, salvandoli dalla persecuzione e da una morte atroce.

Lei ricordava il tempo in cui dei francesi fornivano ai loro concittadini ebrei documenti
falsi e certificati di lavoro. Era il tempo in cui l’arcivescovo di Tolosa, Monsignor
Saliege, faceva appello perché le chiese fornissero asilo, era il tempo in cui dei
sacerdoti celebravano segretamente Pourim nelle loro chiese. Era il tempo in cui delle
solidarietà sotterranee tenevano viva la fraternità francese.
A sinistra del caveau numero 6, sul muro della cripta sono scritti i nomi dei Giusti.
A quei tempi la Francia restò la Francia perché degli uomini e delle donne
abbandonavano tutto per ingrossare i ranghi dell’esercito dell’ombra. Era allora che il
generale de Gaulle incaricava Jean Moulin di organizzare la resistenza.
È per questa Francia, la vera Francia, contro la Francia sfigurata della quale i
collaboratori in esilio continuavano a difendere i crimini che Simon Veil un giorno
decise infine di dare la propria testimonianza.
La Francia, grazie a lei e alcuni altri, guardò in faccia ciò che non aveva voluto vedere,
ciò che non aveva voluto ascoltare, ciò che avrebbe tanto voluto dimenticare e che,
tuttavia, costituiva una parte di sé. Comprese, così, che la nazione non deve temere la
memoria lacerata dei suoi figli e delle sue figlie feriti, ma accoglierla e farla propria.
Mai Simone Veil accettò decorazioni per essere stata deportata, e ancor più non
accettò che emergesse una rivalità tra le memorie. La realtà delle camere a gas e dei
forni crematori dei campi di sterminio, strumenti del crimine contro l’umanità, non
attenua in nulla l’eroismo dei resistenti torturati, fucilati, deportati.
Ma esiste una verità storica e la verità del martirio ebraico è oggi parte integrante della
storia di Francia, come ne fa parte l’epopea della resistenza.
Simone Veil riposerà accanto a Jean Moulin, l’eroe della Resistenza, torturato da
Klaus Barbie e che non si lasciò sfuggire nessun segreto durante la tortura più abietta.
Lei, Simone Veil, che martirizzata dalle SS non rinunciò mai alla sua dignità.
Sono per noi due esempi di umanità profonda, lui eroico nel suo sacrificio, lei
ammirevole per il suo coraggio e per la sua testimonianza. Lei che, sul braccio sinistro,
portava le stigmate del suo dolore, quel numero di deportata a Birkenau del quale un
giorno un francese le chiese se si trattava del numero del guardaroba. Il numero 78651
era il viatico della sua dignità invulnerabile e intatta. Sarà inciso sul suo sarcofago, così
come era stato tatuato sulla sua pelle di adolescente. Perché con Simone Veil, è alla
fine la memoria dei deportati per motivi di razza, come diceva lei stessa, dei 78.500
ebrei e tzigani deportati dalla Francia che entra e vivrà in questo luogo.
Domani raggiungerà i quattro cavalieri francesi che dormono in questo caveau.
Simone Veil entrando potrà guardarli con fierezza con quel suo sguardo freddo,
sempre inquieto. Potrà dir loro: «Ho fatto la mia parte».
Simona Veil chiama anche noi a fare la nostra parte.
Un altro cavaliere li avrà raggiunti, un cavalier servente, perché non era pensabile di
dividere ciò che la vita aveva così fortemente unito, nella gioia ma anche in quei lutti
terribili che furono la perdita della sorella di Simone Veil, Madeleine, detta Milou,
sopravvissuta come lei ai campi, scomparsa in un incidente di macchina; e la morte di
suo figlio Claude-Nicola, ucciso nel 2002 da una crisi cardiaca.
Non era pensabile che Simone potesse riposare senza Antoine. Questa compagnia le
sarebbe mancata.
Antoine, l’alto funzionario che amava la vita e che portò alla giovane sopravvissuta
l’eleganza e lo humor che le permisero di rivivere. Antoine che sognava di fare politica
e al termine dell’ENA aveva cominciato come liberale europeo. Antoine che ebbe l’
intelligenza di comprendere che sua moglie, lei, portava alla politica non il semplice
desiderio di cambiare le cose, ma l’aspra volontà di combattere per l’essenziale. Egli
mise allora il suo talento, il suo amore al servizio delle battaglie condotte da Simone,

che egli sostenne anche nelle ore difficili, quando i suoi avversari utilizzavano l’ingiuria
immonda e la minaccia fisica. Il loro dialogo non cessò mai, punteggiato da risate e
talvolta malinconia, rallegrato da una famiglia con tre figli Jean, Claude-Nicolas e Pier-
François e ben presto 12 nipoti. Questo dialogo fu interrotto solo con la morte di
Antoine nel 2013, lui che sembrava fatto per vivere per sempre, tanto il gusto per la
vita non lo aveva mai lasciato.
Il Pantheon ormai sarà un mormorio delle loro conversazioni.
La vostra opera, Madame, fu grande, perché essa si è nutrita dei vostri lutti e delle
vostre ferite, delle vostre fedeltà e delle vostre intransigenze, ma anche perché voi
l’avete interamente dedicata alla Francia e alla Repubblica.
Tutto ciò che voi avete fatto, l’avete fatto perché la Repubblica vi chiamava, vi ci
conduceva, vi incoraggiava. Voi avete creduto nella Repubblica e la Repubblica ha
creduto in voi. La grandezza dell’una ha fatto la grandezza dell’altra. È perché con
tutte le vostre forze voi l’avete onorata che oggi essa vi onora.
La vostra opera tuttavia non è ancora portata a termine.. Essa entra qui nella storia e
nella posterità. Possa la vostra lotta continuare a scorrere nelle nostre vene, ispirare la
nostra gioventù e unire il popolo di Francia. Possiamo noi sempre mostrarci degni
come cittadini, come popolo dei rischi che voi avete preso e delle strade che avete
tracciato, perché è in questi rischi e su queste strade, Madame, che la Francia è
davvero la Francia.
Al tramonto della vostra vita, voi avete desiderato che un kaddich fosse recitato sulla
vostra tomba, il vostro desiderio fu esaudito dalla vostra famiglia il 5 luglio 2017, al
cimitero di Montparnasse.
Oggi, la Francia vi offre un altro canto, quello del quale le prigioniere di Ravensbrük
avevano elaborato le prime parole su centinaia di pezzi di carta; e che esse cantarono
il 14 luglio 1944 davanti alle SS stupefatte. Questo canto che i deportati, ciascuno nella
propria lingua, intonavano quando il loro campo fu infine liberato, poiché lo
conoscevano tutto a memoria. Questo canto di cui il mondo ha risuonato quando la
barbarie di nuovo ha mostrato presso di noi il suo volto disgustoso.
Questo canto è quello della Repubblica, È quello della Francia che noi amiamo E che
voi avete fatto più grande, più forte. Che sia oggi, Madame, il canto della nostra
gratitudine e della riconoscenza della nazione che voi avete tanto servito e che vi ha
tanto amata. Questo canto è la Marsigliese.
Viva la Repubblica, viva la Francia.
(dal sito: https://sofiajeanne.com/2018/07/01/simon-veil-au-pantheon/)