“Le sardine possono intralciare il cammino di Salvini”. Intervista a Fabio Martini

Manifestazione delle Sardine a Bologna (LaPresse)

Dopo Bologna e Modena e in vista di domenica a Rimini, le ‘sardine’ sono pronte a farsi vedere anche a Reggio Emilia e Parma. “Reggio Emilia non si Lega”, questo il titolo dell’appuntamento di sabato 23 novembre alle ore 18.30 nel cuore della città, in piazza Prampolini. Presto, poi,  sarà la volta di Torino, Milano, Genova, Firenze, Puglia e altre città, tra cui Benevento, Reggio Emilia e Sorrento. Il movimento delle sardine (nato per proporre un’alternativa a Salvini e alla sua Lega) cresce e si moltiplica in tutta Italia, da Nord a Sud, con ritmi e numeri per certi versi inaspettati.  Con una strategia comunicativa  efficace: tallonare Salvini per togliere visibilità mediatica.  Così il boom di Piazza Maggiore nel capoluogo emiliano e poi il bis a Modena hanno creato emulazione, tanto che le manifestazioni già convocate in altre città hanno raggiunto in poche ore quasi migliaia  di adesioni. E il trend è in continua espansione, la controprova viene dalla pagina Facebook “Arcipelago delle Sardine” aperta in Puglia, che ha fatto segnare quasi 39mila iscrizioni in neanche 48 ore. Intanto la politica italiana, quella dei partiti di Governo, è alle prese con il problema dell’Ilva e della legge di bilancio. Con Fabio Martini, cronista parlamentare della Stampa, facciamo il punto sulle nuove dinamiche politiche.

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“IL FUTURO DELLA EX ILVA È TARGATO ARCELORMITTAL” INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Dopo l’incontro di venerdì scorso al Ministero dello Sviluppo economico in cui ArcelorMittal, rappresentata dall’ad Lucia Morselli, ha ribadito la volontà del suo disimpegno a far data dal 4 di dicembre, l’annunciata “battaglia del secolo” – parole di Luigi Di Maio – pareva inevitabile. La tensione tra ArcelorMittal e Governo Italiano, esplosa circa due settimane fa quando l’azienda ha presentato il suo recesso dal contratto, era tale da rendere impensabile un riavvicinamento. Si è parlato di nazionalizzazione della ex Ilva, di nuove/vecchie cordate e di nuovi soggetti privati (tipo i cinesi della Jingye, protagonisti del salvataggio di British Steel in UK) interessati a subentrare alla multinazionale franco-indiana. Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0, ha sostenuto dall’inizio del caso – anche su queste pagine – che il dialogo si sarebbe riaperto. E così è stato.

Sabella, cosa le ha fatto credere che non ci sarebbe stata rottura tra Governo e ArcelorMittal?

Nonostante il clamoroso incidente – la revoca dello scudo penale – vi sono degli elementi nella vicenda che mi hanno sempre portato a pensare che Mittal non cercava la rottura e che il Governo italiano è consapevole che non ce la possiamo permettere; perché lo Stato Italiano è il primo a essere inadempiente e, quindi, a rischiare un risarcimento danni a favore di Mittal. L’azienda, da par suo, anzitutto da tempo segnalava le difficoltà di proseguire come da intese dello scorso settembre in ragione della contrazione del mercato dell’acciaio; quindi, al di là dello scudo penale, questo è il vero cuore della crisi della ex Ilva. E lo stesso avvicendamento al vertice, Lucia Morselli al posto di Matthieu Jehl, non ha senso nell’ottica di un disimpegno; ce l’ha invece in una prospettiva di vertenza, che è ciò, sin dall’inizio, è nelle intenzioni di Mittal.

In questo senso, la vicenda dello scudo penale ha offerto un grande pretesto all’azienda…

È così. Nell’accordo non vi è espressamente il richiamo allo scudo penale, ma vi è scritto che in caso di mutamenti della normativa ambientale che rendano impossibile l’esecuzione del contratto, dallo stesso si possa recedere. Quindi, facendo leva su questo errore del Governo, l’azienda ha esercitato il suo diritto di recesso; non per scappare ma, appunto, per arrivare a trattare i livelli occupazionali e, più in generale, le condizioni su cui poggia il suo investimento in Italia. In sintesi, possiamo dire che quella dell’azienda è una prova di forza nei confronti di una controparte inaffidabile e impreparata.

E come può finire questa vertenza?

È difficile fare una previsione dettagliata anche in ragione del coinvolgimento diretto della Cassa Depositi e Prestiti. Si sta sempre più delineando la possibilità che CDP faccia da capofila per creare attraverso società a partecipazione pubblica come Fincantieri e Finmeccanica un polo di nuove iniziative produttive legate al consumo di acciaio e localizzate nell’area tarantina. Questo polo potrebbe assorbire lavoratori in esubero da Mittal, sconti sull’affitto e un po’ di ammortizzatori sociali potrebbero fare il resto… ad ogni modo, la cosa importante è che un negoziato tra Mittal e Governo sia iniziato: auguriamoci che sia occasione di rilancio anche per il Sud che ha un bisogno estremo di ritrovare occasioni di ripresa.

Intanto, sia la Procura di Taranto sia quella di Milano stanno mettendo alle strette ArcelorMittal e, proprio ieri, la Guardia di Finanza di Milano è stata nella sede milanese dell’azienda: l’ipotesi al vaglio dei pm è che la crisi della ex Ilva sia stata pilotata. Lei cosa ne pensa?

Vedremo quali accertamenti farà la GdF. È auspicabile che l’azione della magistratura sia contenuta. Voglio appunto pensare che l’iniziativa del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – che ha ricevuto i Segretari Generali di Cgil Cisl Uil – introduca una nuova tregua dentro la vicenda perché questa tensione, anche giudiziaria, non fa bene a nessuno. Mittal ha vinto legittimamente una gara che l’ha portata a prendere possesso della ex Ilva (anche se non ne è ancora proprietaria), la cordata perdente Arvedi-Jindal non fece alcun ricorso. Io direi che è il momento di ragionare su come è andato questo primo anno, in particolare a Taranto, sia da un punto di vista industriale che ambientale. Mittal è player importante, non lasciamolo solo: approfittiamo di questa situazione per rilanciare il cuore dell’industria italiana – la siderurgia – e il recupero del territorio a Taranto.

Pochi giorni fa, si è appreso che ArcelorMittal ha investito 6 miliardi di euro per un’acciaieria in India. Secondo diversi osservatori, questo sarebbe un evidente segnale del suo disimpegno italiano. Lei come ha valutato questa notizia?

Effettivamente si tratta di un’operazione di rilievo e anche con numeri interessanti: si parla di una produzione di 10 milioni di tonnellate di acciaio e 4.000 lavoratori a fronte della produzione italiana di 4,5 milioni di tonnellate e 10 mila lavoratori (considerando quelli attualmente in cassa integrazione). Anzitutto, sull’affare indiano Mittal lavorava da due anni. E poi, Taranto è sito industriale importante anche da un punto di vista strategico per via del porto. In sintesi, credo che l’acciaieria di Taranto continui a essere interessante per Mittal. Il Governo deve però, come prima cosa, reintrodurre lo scudo penale.

E lo farà?

Si, lo scudo penale sarà reintrodotto, al di là delle dichiarazioni di facciata anche di quest’oggi. Non c’è alternativa, anche perché vorrei capire quale investitore sarebbe disposto a lavorare in un contesto devastato e reso pericoloso da chi c’era prima di lui sapendo che se succede qualcosa ne subisce delle conseguenze penali. Aggiungiamo che l’altoforno 2 è sotto sequestro da parte della magistratura perché non a norma ed entro il 13 dicembre, salvo proroghe, rischia lo spegnimento. Spegnere gli altiforni è operazione che ne mette in dubbio la tenuta e la successiva riaccensione. Ma dal 13 dicembre è difficile immaginare che non via sia tutela legale nell’area ex Ilva…

Sempre ieri, secondo fonti sindacali, ArcelorMittal avrebbe esplicitamente parlato della possibilità di fermare le cokerie. Non era stato detto che gli altiforni non saranno spenti? Perché fermare le cokerie?

Ieri i vertici aziendali hanno convocato d’urgenza i sindacati territoriali per via dei disagi che seguono alla protesta delle aziende che vantano pagamenti arretrati, in particolare il blocco della portineria C. Nella stessa riunione sindacale, il capo del personale Ferrucci ha assicurato che le aziende dell’indotto-appalto siderurgico saranno pagate. La sensazione è che ArcelorMittal abbia tirato la corda sentendosi a sua volta danneggiata. E che, nello specifico, la situazione con le aziende si normalizzerà non appena si inizieranno a trovare soluzioni all’intera vicenda. Speriamo che questa sia la lettura giusta perché le imprese dell’indotto e i loro imprenditori, anche piccoli, non meritano di pagare questo pegno.

Il ministro Patuanelli ha di recente parlato di “area a caldo nel breve periodo e poi decarbonizzazione”. Può essere questo il futuro di Taranto?

Può certamente essere impostato un percorso come questo, ma finalmente anche al Governo è chiaro che uno stabilimento a ciclo integrale non può essere decarbonizzato dall’oggi al domani, come da sempre sono andati dicendo diversi esponenti della maggioranza. E, anche in questo caso, serve accordarsi con ArcelorMittal: l’attuale piano industriale non prevede la decarbonizzazione dell’impianto.

Questa vicenda ha dato linfa al sentimento antindustriale che in Italia è ancora vivo. Possiamo permettercelo?

Ovviamente no, come non possiamo permetterci di trattare le multinazionali come dei rapaci predatori. Il punto vero è che con la complessità dell’industria dobbiamo interloquire e non siamo attrezzati: lo dimostrano i 160 tavoli di crisi aperti – oltre a Ilva, Whirlpool, Embraco, IIA, Pernigotti, etc – che da troppo tempo sono senza soluzione. E anche col processo dell’investimento dobbiamo imparare a relazionarci in un modo migliore, nel nostro interesse: il futuro del lavoro ci chiede di essere sempre più attrattivi come sistema Paese.

Benigno Zaccagnini nella storia della Repubblica. Un testo di Guido Formigoni

PIETRO CALABRESE BENIGNO ZACCAGNINI FLAMINIO PICCOLI MARIANO RUMOR 1979, FOTO CONTRASTO

Questo che pubblichiamo, per gentile concessione, è il testo dell’intervento di Guido
Formigoni, ordinario di Storia Contemporanea all’ Università IULM di Milano, durante
la commemorazione, a trent’anni dalla morte, di Benigno Zaccagnini. Alla
commemorazione, che si è tenuta a Ravenna martedì scorso, ha partecipato il Presidente
della Repubblica Sergio Mattarella. Continua a leggere

IL “MURO DI SPECCHI” DEL CASO MORO. INTERVISTA A MARIA ANTONIETTA CALABRÒ

Un saggio davvero importante questo di Calabrò e Fioroni. Appena uscito nelle librerie (Moro. Il caso non è  chiuso. La verità non detta. Ed. Lindau) vuole infrangere il “muro di specchi” che ha impedito per quarant’anni di conoscere la verità sul caso Moro. Non è un caso che esca proprio nei giorni in cui si ricorda la caduta del Muro di Berlino. In questa intervista, con Maria Antonietta Calabrò, giornalista d’inchiesta, abbiamo approfondito alcuni punti del libro. Il volume sarà presentato martedì 12 novembre, alle ore 16, alla Camera, nella Sala Conferenze del Palazzo Theodoli Bianchelli, con la partecipazione di Roberto Fico, Presidente della Camera,  del ministro Dario Franceschini e dello storico Andrea Riccardi.

 Maria Antonietta, il vostro libro è un documentatissimo saggio sul caso Moro ed è un lavoro davvero importante. Tu e Fioroni – l’altro autore del libro – utilizzate l’enorme documentazione della Commissione Moro 2. Documentazione inedita, frutto di nuove indagini e di documenti provenienti dagli archivi desecretati dei servizi segreti. Il compito del libro è, riprendo un vostro concetto, di “ristrutturare il campo della conoscenza ” sul caso Moro. Il tutto alla luce della guerra fredda.. Insomma fino alla Conclusione della Commissione c’era un Muro di  di specchi” che impediva di guardare la realtà vera dell’omicidio Moro. Da cosa era rappresentata il Muro di specchi e perché usi proprio questa immagine?

Ho parlato di Muro di specchi per analogia con il Muro di cemento, il Muro di Berlino, che divise l’Europa durante la Guerra Fredda. Risulta evidente dai documenti adesso accessibili grazie ad una legge dello Stato del 2014, che in Italia – e voglio aggiungere in Vaticano, poi spiegherò perché – fu costruito un Muro altrettanto efficace e pervasivo che ha impedito di vedere quella che era la realtà del sequestro Moro. Anche in occasione del quarantennale, nella primavera 2018, è stata “suonata” la stessa canzone. Sui media è stato riproposto – spiace dirlo –  il compromesso sulla verità dei fatti che apparati dello Stato italiano e terroristi hanno “sottoscritto ” insieme, pochi anni prima della caduta del Muro, cioè il cosiddetto Memoriale Morucci, che in realtà ( dimostrano i nuovi documenti) è un dossier del SISDE, il servizio segreto interno, frutto di un processo di rielaborazione , molto tortuoso ed ex post (durato oltre dieci anni, da quel tragico 1978 al 1990) su che cosa era veramente accaduto durante “l’Operazione Fritz”, il nome in codice dell’”Operazione Moro”.  In base ai nuovi documenti,  il sequestro Moro, va completamente riscritto. E’ quello che faccio nel libro. Dove si spiega dove era veramente la prigione del popolo ( a via Montalcini probabilmente Moro non c’è mai stato, e sicuramente non è stato ucciso), a come è morto Aldo Moro, ai legami internazionali che le  Brigate Rosse hanno sempre negato”.

Siamo nei giorni del ricordo della caduta del muro di Berlino. Tu affermi che il sequestro Moro ha rappresentato per noi, italiani, il significato dell’esistenza di quel Muro. Perché?

”Perché il sequestro Moro, in base alla nuova documentazione desecretata dal governo e agli atti della Commissione Moro 2 (che ha chiuso i suoi lavori nel dicembre 2018), presieduta da Giuseppe Fioroni, che coautore con me del libro “Moro, il caso non è chiuso”(edizioni Lindau), risulta essere stato la più grande operazione della Guerra Fredda. Il punto è che da noi la disinformazione sul caso Moro continua ancora oggi, dal momento che il reato di strage (come fu quello di via Fani) per il nostro ordinamento non si prescrive e molti protagonisti sono ancora vivi”.

Scrivi, nel libro, che in quei giorni “Roma era come Berlino”. Perché?

Perché come Berlino a quei tempi era tre quarti ‘ occidentale’ e un quarto ‘orientale’

Parliamo un po’ di alcuni contenuti del libro. Fa impressione, ad esempio, il ruolo della Stasi, un Servizio Segreto davvero onnipotente (tanto onnipotente da conoscere i dettagli dell’agguato di via Fani) che tipo di relazione c’era tra le BR e la STASI?

Dagli archivi della STASI, un pò alla volta, lentamente, visto che sono passati ormai 40 anni,  sono venute fuori carte e documenti che dimostrano chiaramente che durante il sequestro Moro, la Stasi aveva un interesse quotidiano, puntuale su quello che accadeva a Roma durante I 55 giorni del sequestro. Sono stati ritrovati questi documenti negli archivi una volta che è caduto il muro, ma il punto è che questi  documenti superstiti (perché il 90 per cento dell’archivio che riguardava le operazioni all’estero è stato distrutto tra 9 novembre 1989 e il 15 gennaio 1990) dimostrano qualche cosa di più di un interesse. Ovviamente  un fatto enorme, quale il rapimento del presidente Moro, era all’attenzione di tutti i servizi segreti di tutto il mondo, ma la Stasi era l’unica ad avere il dettaglio dell’operazione del sequestro in via Fani. Questo appunto che è stato trovato dal ricercatore italiano Gianluca Falanga e di cui spieghiamo l’importanza  nel capitolo “L’appunto e il disegno” mette in evidenza il ruolo ,diciamo, strategico, dal punto di vista dell’operazione di Via Fani, del bar Olivetti, cioè del bar che era di fronte, per capirci, al corteo delle auto che viene bloccato dalle Brigate Rosse, dove poi c’è stato il sequestro del presidente Moro. La Stasi lo appunta in un suo documento  l’8 Giugno 1978 ( analogamente i servizi italiani il 2 giugno), ma in modo estremamente più dettagliato.  Quindi c’era qualcuno che queste notizie gliele dava, o in Italia, negli apparati italiani, o loro avevano fonti anche all’interno della galassia terroristica che magari poteva fornirgli questi dettagli . Nell’appunto la Stasi scrive ad esempio anche il numero dei terroristi che hanno organizzato l’azione  che sarebbe di 40 persone e sottolinea il parallelo con il sequestro da parte della RAF (Rote Armee Fraktion ) di Hans Martin Schleyer, avvenuto alla fine del 1977.

Queste carte lascerebbero intendere, insomma che quella mattina a Via Fani oltre ai componenti del commando delle Brigate Rosse ci fossero anche dei tedeschi della RAF, cioè la frazione armata rossa, la RAF, che era il gruppo diciamo l’equivalente terroristico delle Brigate Rosse in Germania. E questo è stato confermato dalle nuove audizioni, svolte dalla commissione Moro 2 , circa la presenza di due persone, un uomo e una donna, lei con  i capelli raccolti a chignon, i quali non parlavano italiano, e che sono stati sentiti affermare in modo distinto Achtung! Achtung!, cioè ‘Attenzione ‘ in tedesco.

Questi stessi personaggi vengono individuati da altri testimoni che sono stati ascoltati solo dopo 40 anni come inquilini, di quello che era il covo di Via Gradoli, che era  il comando strategico del rapimento, e dove abitavano Mario Moretti e la Balzarani, durante il sequestro Moro, fino al 18 aprile”.

Com’è possibile che diciamo, nellarco di tutti questi 40 anni con tutte le indagini, I processi, gli interrogatori, non si sia mai arrivati a capire che cerano anche degli stranieri che facevano parte del commando?

“Una domanda che io mi sono posta, è perché, visto che i legami tra la RAF e le BR erano una cosa abbastanza nota, già dalla pubblicistica degli anni ‘70-’80, aver ritagliato fuori, dalla versione ufficiale, tra virgolette, del sequestro, in particolare del rapimento, queste, queste figure di questi terroristi tedeschi ha un solo scopo, secondo me ha avuto un solo scopo “togliere” dal luogo delitto i tedeschi, perchè I tedeschi della RAF, erano controllati dalla Stasi del generale Wolf, lo ha detto lui stesso nel suo libro autobiografico “L’uomo senza volto”..

Quindi diciamo, si sarebbe potuto stabilire un collegamento diretto tra il sequestro e il servizio segreto più potente del blocco orientale dopo il KGB.

Siamo, prima della caduta del muro di Berlino, certi equilibri geopolitici non potevano essere toccati, quindi la versione che noi abbiamo avuto del sequestro Moro, è una versione “compatibile” prima della caduta del Muro. Ma poi i tedeschi si è scoperto non erano solo i due di via Fani…” 

E cioe?

“In base a una testimonianza oculare di un ragazzo, che nel ‘78 già testimoniò, e che ha ritestimoniato  davanti alla Commissione Moro2 e oggi è un maresciallo dei carabinieri di Viterbo, non erano solo due, erano molti di più, lui, il ragazzino sulla strada verso il Norditalia vede passare una Mercedes e un pulmino,  pochi giorni dopo il sequestro, il 21 marzo, con molti uomini armati (tra cui una donna), con armi lunghe che sono stati fondamentali nel corso dell’azione. E quindi la presenza della RAF era  probabilmente di più persone, l’appunto della Stasi ritrovato nel 2013  e già citato parla di 40 persone sullo scenario del sequestro e  impegnate nel logistico successivo al rapimento”.

Un altro aspetto presente nel libro è lamplissimo scenario geopolitico del sequestro Moro si proietta anche nel quadrante Mediorientale. Importantissimo è il ruolo dei Palestinesi (ovvero delle varie sigle politiche palestinesi). Non c’è solo Arafat. Chi sono stati i maggiori protagonisti che si sono spesi per la liberazione di Moro? Chi è Wadi Addad? In questi tentativi qual è stato il ruolo dei servizi segreti italiani?

“Ci sono ormai fatti incontrovertibili. I documenti sono stati desegretati anche dal governo italiano in una quantità enorme, io ho consultato  un terabyte di documenti, cioè oltre un milione di giga di atti raccolti in quattro anni.  Voglio fare solo un esempio che ci riporta a Berlino Est, il migliore contatto per una trattativa, instaurata dal colonnello Giovannone, che era l’uomo dell’allora servizio SID, poi SISMI, il servizio segreto estero italiano

che era di base a Beirut ed era un fidato collaboratore di Moro. Ecco dunque,  il migliore contatto per la trattativa, che lui instaurò con varie frangie palestinesi, abitava a Berlino est, e si tratta di Wadie Haddad  che era un personaggio, di prima grandezza del terrorismo, o dell’insorgernza palestinese.  Per intenderci questo uomo con cui stava trattando Giovannone, viene ucciso a Berlino Est alla fine del marzo ‘78, cioè nel corso del sequestro, Moro  tagliando completamente la possibilità di instaurare un dialogo, una trattativa con i palestinesi. Wadi Haddad è un personaggio enorme, non un terrorista qualsiasi.  Nel senso che fu l’ideatore della strage, cioè del dirottamento dell’aereo,  che finì ad Entebbe (1976) , in cui morirono oltre 100  tra cittadini israeliani ed ebrei,  e dove intervennero le teste di cuoio di Israele in un’operazione  in cui morì  il loro capo, il fratello dell’ex premier israeliano Netanhyau. E questo Wadi Haddad, viene ucciso a Berlino Est, e lui stesso  in base a quello che sappiamo dal dossier Mitrokhin, un agente del KGB, eppure viene ucciso  –  ce lo ha rivelato, diciamo ufficialmente, in qualche modo, l’anno scorso il professor Christopher Andrew, (che è stato preside del Dipartimento di Storia a Cambridge, nella sua storia dell’intelligence, pubblicata nel giugno 2018.

Secondo Andrew, Haddad  venne ucciso dal Mossad, in quanto responsabile del dirottamento che finì tragicamente ad Entebbe nel ‘76. Però  il dato che deve far riflettere è che lui venne ucciso nel corso del sequestro Moro, a Berlino Est ed è impossibile che Wolf, il capo della Stasi, non avesse dato un suo ok.   Quale era l’interesse di Wolf? Terminare ogni possibilità di contatto tra il servizio segreto italiano e le frange palestinesi che potevano influire positivamente  sul sequestro”.

 

Altri tentativi di trattativa non hanno portato a nulla. Nemmeno quello di Papa Paolo VI. Si poteva salvare Moro? Oppure era impossibile per il contesto della guerra fredda?

“Probabilmente impossibile, anche perché la Guerra fredda venne guerreggiata anche all’interno del Vaticano. Le nuove acquisizioni fanno stagliare la figura del Papa amico di Moro che instaurò una trattativa segreta a Castelgandolfo che coinvolgeva gli inquirenti italiani, i cappellani delle carceri, e il giurista Giuliano Vassalli. Trattativa che chissà perché ancora oggi alcuni in Vaticano negano pervicacemente. Essa ci fu, ma si scontrò con il sottomondo degli interessi strategici e degli affari (fino al traffico d’armi) che alloggiavano  nello stabile di via Massimi 91, di proprietà dello IOR, ai tempi di Marcinkus. Era in via Massimi,91  il “Checkpoint Charlie” italiano, e lì fu preparata a prigione di Moro, in base ai documenti desecretati del Comando generale della Guardia di Finanza negli ultimi anni. Il povero Paolo VI combattè anche contro un “nemico interno”e non potè fare nulla.

Un altro nome inquietante viene affrontato nel libro. Quello di Alessio Casimiri. Chi è e perché è importante? 

“Casimirri è l’unico protagonista del caso Moro che nonostante sia stato condannato definitivamente a 6 ergastoli non ha scontato un giorno di prigione. Era il figlio del numero due della Sala Stampa vaticana per trent’anni ,e sotto tre Papi, Luciano Casimirri. Vedi che torniamo all’ambiente vaticano. Per questo parlavo del Muro di specchi anche in Vaticano. Casimirri ha trovato rifugio in Nicaragua ed  è stato dai primi anni Ottanta un personaggio centrale del regime sandinista di Daniel Ortega, ancora oggi, e con la repressione in atto nel Paese anche contro la Chiesa. All’inizio degli anni Ottanta in Nicaragua – e negli stessi mesi – finiscono le due grandi storie criminali del Dopoguerra: quella del sequestro Moro e quella del crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, lì infatti scomparvero gran parte dei denari del Banco che portano al crack. Magari è solo una coincidenza.”

Al termine dei lavori la commissione ha consegnato il materiale ai giudici di Roma, cosa riguardano le altre indagini? 

“Le indagini  appunto sono in corso”.

Ultima domanda. Quale “luce” può gettare il caso Moro su  gli altri mister i italiani?

“Ci sono alcuni misteri italiani che sono  rimasti tali perché collegati al caso Moro: ad esempio, quello della strage di Bologna e la scomparsa dei due giornalisti italiani Italo Toni e Gabriella De Palo. Nei giorni della strage, il titolare del bar Olivetti di via Fani era a Bologna. Nessuno lo ha mai interrogato al riguardo. Toni e De Paolo stavano indagando proprio sul traffico d’armi da cui provenivano i proiettili utilizzati in via Fani. Anche altri omicidi eccellenti (Pecorelli, Ambrosoli, Varisco , Boris Giuliano) che si consumarono, l’anno successivo al sequestro Moro, nel 1979, dimostrano a quarant’anni di distanza, collegamenti “indicibili” con le vicende del sequestro e il recupero delle carte di Moro”.

ILVA: “LA POLITICA HA SBAGLIATO TUTTO, MA SI PUÒ ANCORA RIMEDIARE”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Come noto, meno di 48 ore fa, la multinazionale dell’acciaio Arcelor Mittal – che ha rilevato la ex Ilva – ha fatto sapere di aver notificato ai commissari straordinari e ai sindacati la volontà di rescindere dall’accordo per l’affitto con acquisizione delle attività di Ilva Spa e di alcune controllate. La scelta di Mittal segue naturalmente alla cancellazione dello scudo penale, azione che ancora oggi resta anomala nella gestione della vicenda. Tuttavia, le anomalie sono tante. Ne abbiamo parlato con chi segue il caso dall’inizio, Giuseppe Sabella(direttore di Think-industry 4.0 e esperto di relazioni industriali).

Sabella, cosa sta succedendo alla ex Ilva?

La vicenda sta attraversando una fase per certi versi drammatica e per altri incredibile. Difficile a questo punto escludere colpi di scena anche se mi risulta difficile credere ad un disimpegno totale da parte di Arcelor Mittal, al di là di come l’azienda si sta comportando. Resta però il fatto che la politica ha giocato di fronte al più importante investimento degli ultimi trent’anni: un affare da 5 miliardi di euro, che vale il rilancio della nostra siderurgia e della nostra industria, non può ridursi a oggetto di campagna elettorale e di regolamento di conti dentro i partiti.

Ieri a Taranto l’ad Lucia Morselli ha incontrato i sindacati territoriali confermando la decisione di interrompere entro 30 giorni il contratto d’affitto. Alle parole di Morselli risponde il governo, prima il Ministro Patuanelli e poi il premier Conte. Come le pare si stia comportando l’esecutivo?

Sia Patuanelli che Conte si mostrano intransigenti… in realtà dovrebbero scusarsi con gli italiani e con i lavoratori della ex Ilva per la grande opportunità che stanno facendo perdere al Paese. Naturalmente non possono permettersi di ammettere le loro responsabilità perché lo Stato rischia un contenzioso giudiziale con Mittal che vale montagne di denaro. In sintesi, solo dichiarazioni di facciata e oltremodo arroganti.

Cosa rischia di perdere il nostro Paese oltre all’acciaieria più grande d’Europa?

L’acciaio e la siderurgia sono il cuore dell’industria pesante: la ex Ilva, in un paese manifatturiero come l’Italia, è questo cuore; in secondo luogo, l’Italia sta offrendo una pessima immagine del suo sistema agli investitori di tutto il mondo, all’estero c’è chi non vuole credere a quello che sta succedendo in Italia, pensa che sia un’invenzione dei giornali… terzo punto, secondo i calcoli di Svimez, perdere Ilva significa perdere l’1,4% del nostro Pil. L’impatto sulla nostra economia di questi tre fattori sarebbe devastante, soprattutto per il Sud.

Può spiegare meglio questo punto, soprattutto per il Sud…

Quel che resta dei grandi insediamenti industriali nel nostro Paese è oggi prevalentemente al Sud, dove la questione sociale è particolarmente delicata. Si pensi al rapporto Svimez presentato in questi giorni: vi sono indicatori molto negativi su mancata crescita, povertà, crollo degli investimenti, crisi demografica. Negli ultimi venti anni gli abitanti sono aumentati di 81mila unità, rispetto ai 3.300.000 del Centro-Nord; la popolazione autoctona è diminuita di 642.000 persone, mentre al Nord è aumentata di 85.000. Al crollo di nascite si somma l’emigrazione dei giovani: 2 milioni dal 2000, di cui il 20% laureati. Ciò vuol dire che il Sud si sta deprimendo, non vi è sviluppo, non vi è crescita demografica e i giovani fuggono. Quale futuro se non ci sono lavoro e sviluppo? Il Nord sta un po’ meglio ma questi disastri industriali fanno male anche al più prospero Settentrione.

Perché questa azione di forza? Secondo lei Mittal lascerà davvero l’Italia?

Nella lettera che ha inviato ai commissari, Mittal comunica il suo disimpegno e indica tre cause: 1) il venir meno dell’immunità penale sul piano ambientale col decreto Imprese, da pochi giorni convertito in legge; 2) il rischio di veder spento l’altoforno 2 per la mancata adozione delle prescrizioni di sicurezza e, a seguire, anche degli altiforni 1 e 4 per le stesse ragioni; 3) il generale clima di ostilità che rende impossibile la gestione dell’azienda. Lucia Morselli ribadiva ieri che già da oggi Arcelor Mittal avvierà le procedure per restituire gli impianti all’amministrazione controllata. A ogni modo, il problema vero secondo me è un altro; e credo che una soluzione possa essere trovata.

Quale sarebbe questo problema?

C’è un andamento del mercato che sta seriamente stressando i conti di Mittal, secondo i ben informati l’azienda starebbe perdendo 2 milioni al giorno. Federacciai stima che nel 2018 in Italia si sono prodotte 24,5 milioni di tonnellate di acciaio: siamo il secondo produttore europeo e decimo tra quelli mondiali. Nel settore, che rappresenta il 2% dell’occupazione manifatturiera italiana con un fatturato di oltre 40 miliardi di euro, ci sono 34mila addetti nella siderurgia primaria e 70mila considerando anche l’indotto. Da gennaio ad agosto 2019 l’Italia ha avuto un calo del 4,5% della produzione di acciaio rispetto allo stesso periodo del 2018, attestandosi a 15,4 milioni di tonnellate e uscendo dalla classifica dei primi dieci produttori mondiali. Un calo generalizzato di oltre 700mila tonnellate, dovuto da una parte alla crisi del settore auto e, dall’altra, alla forte concorrenza cinese e turca.

Quindi le ragioni del disimpegno di Mittal sarebbero queste?

Oggi vi è un primo faccia a faccia tra governo e azienda, vediamo cosa succede. Secondo indiscrezioni, Conte offrirebbe all’azienda la reintroduzione dello scudo penale e la sua estensione oltre l’area di Taranto. Auguriamoci che si possa giungere a qualche apertura. Non è tuttavia impensabile che si possa riportare sui giusti binari una vicenda segnata dal cinismo della politica e dalla sua inadeguatezza: serve necessariamente quella serietà da parte dell’esecutivo che ad oggi è mancata, cosa che va al di là del problema dell’immunità penale. La sensazione è che Mittal chiederà di rivedere l’accordo complessivo che ha fatto con Governo e sindacati, anche circa i livelli occupazionali. La nomina di Lucia Morselli, per chi conosce bene le cose, è chiaro che prelude a un’iniziativa d’assalto da parte dell’azienda. E ho qualche dubbio che questa iniziativa d’assalto sia il disimpegno. Mittal secondo me vuole rinegoziare gli accordi, anche sul piano sindacale e occupazionale.

C’è chi sostiene che il governo stia cercando una cordata alternativa, si fa il nome della Jindal che lo scorso hanno ha rilevato le acciaierie di Piombino. Mittal non ha proprio nulla da perdere?

Il coinvolgimento di un grande player come Arcelor Mittal era più un affare per noi che per l’azienda, anche in ragione di ciò che poteva restituirci a livello internazionale. Per Mittal non sarebbe un grande danno restituire l’Ilva, anche perché oramai ne ha acquisito soprattutto il portafoglio clienti. Tuttavia, come dicevo prima, la situazione è tale che non possiamo escludere nulla, anche perché potrebbe sfuggire di mano, soprattutto quando la politica è rappresentata da chi non ha praticamente nessuna esperienza nella gestione della complessità.