​Verso una ridefinizione del potere sindacale? Intervista a Giuseppe Sabella

(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Il contratto dei metalmeccanici ha portato ad una serie di novità significative per le relazioni industriali e per il sindacato. Come si sta muovendo il sindacato confederale? Lo abbiamo chiesto, in questa intervista, allo studioso di   “relazioni industriali” Giuseppe Sabella. Sabella è direttore di Think-in, think tank specializzato in welfare e relazioni industriali ora impegnato a proporre in modo itinerante una riflessione sul tema “Industria e sindacato un anno dopo il rinnovo metalmeccanico”.

Nel Novembre dell’anno scorso c’è stato l’importante rinnovo del contratto dei metalmeccanici che ha portato delle innovazioni al sistema delle relazioni industriali: i meccanici sono tornati a dare la linea, come negli anni ’70. Le chiedo si potrà arrivare ad un contratto unico per il comparto industria? Sarebbe una vera rivoluzione…

Chi conosce bene la storia delle relazioni industriali sa che questo rinnovo ha un’incidenza significativa. Al di là di qualche innovazione importante, vedi in particolare la chiarezza assegnata al rapporto tra i due livelli contrattuali e la formazione come diritto soggettivo del lavoratore – che come principio ricorda molto il diritto allo studio del contratto del ’73, quando con le 150 ore un milione di italiani portava a compimento la scuola dell’obbligo –, il punto è che tali novità provengono dal settore più importante della nostra industria (la metalmeccanica vale quasi il 10% del nostro pil) e più esposto agli investitori internazionali, ma che più ha espresso negli ultimi 10 anni la cultura sindacale massimalista, si pensi al caso Fiat. Tuttavia, considerando quanta difficoltà si registra da anni nell’arrivare a un modello contrattuale, mi pare difficile pensare che si possa giungere ad un contratto unico per l’industria, anche se la semplificazione è più che mai auspicabile.

In questo anno vi sono stati importanti best risultati di applicazione del CCNL metalmeccanico. Quali sono stati? Chi si è posto all’avanguardia nell’applicazione?

È chiaro che questo deciso rinvio alla contrattazione di secondo livello assegna a imprese e sindacati un protagonismo maggiore ma chiede anche una crescita in termini proprio di competenze: contrattare al secondo livello, in impresa in particolare, necessita di sapere con chiarezza quali obiettivi strategici l’azienda si dà in funzione dell’ottimizzazione del lavoro di tutti e di una partecipazione crescente del lavoro di tutti: da questo punto di vista, ci sono aziende che storicamente nel settore sono all’avanguardia, si pensi non solo a FCA ma anche a Lamborghini, Ducati, Brembo, Finmeccanica… Di recente, si sta sviluppando una progettualità importante in Siemens – dove si registra un recente ottimo accordo sullo smart working – e, anche, in ABB.

Dalle Confederazioni Cgil Cisl Uil e Confindustria si colgono voci che la trattativa per il modello contrattuale è alla stretta finale, qualcuno dice prima di Natale. Hanno un fondamento queste voci…

Si, lo hanno perché sono voci provenienti proprio dalle segreterie confederali. Io, però, rispondo con una battuta cara a San Tommaso: “finché non vedo non credo”.

Quali sono i punti di difficoltà di arrivare alle firme: siamo sicuri che la Cgil lo voglia? E anche gli altri, Cisl Uil? E la Confindustria lo vuole?

A parte il fatto che non si avverte una grande necessità di un modello contrattuale, considerato anche che i contratti di settore si sono ormai già rinnovati, è proprio questo il punto: davvero le Parti lo vogliono? Gli Industriali insistono da tempo – Boccia non si è mai mosso da qui – su una prospettiva in linea con quanto sancito dal rinnovo metalmeccanico: la ricchezza si distribuisce quando, laddove e se prodotta. A Cgil Cisl Uil conviene adeguarsi a questa filosofia? Vorrebbe dire, anche, sancire la linea dei metalmeccanici. Detto questo, credo che le confederazioni debbano impegnarsi a risolvere in modo definitivo il problema della rappresentanza e dei criteri di rappresentatività.

Ad oggi siamo arrivati infatti a 868 contratti collettivi nazionali di cui 500 presentano minimi retributivi inferiori del 30% ai contratti firmati dai sindacati maggioritari. Si pone, così, sempre più il problema della rappresentanza. Come risolverlo?

Credo che l’unico modo per risolverlo sia un intervento legislativo, ma non una legge che si inventi regole nuove. Basterebbe che le Parti delegassero il legislatore circa quanto già da loro convenuto nel Testo Unico del 2014, chiedendo al Parlamento semplicemente di recepire il loro accordo. Sarebbe, anche, una concreta lezione di come funziona una democrazia avanzata per i tanti fan della democrazia diretta, per cui i corpi intermedi vanno eliminati.

Torna di attualità il “Jobs act”. Per alcuni aspetti ha svolto una funzione positiva, per altri aspetti non ha fatto altro che aumentare la precarietà. Secondo lei su quali punti andrebbe cambiato?

Dal 97, con la legge Treu, è iniziato un percorso di riforma che – per via della propaganda che lo ha accompagnato – ha presentato i limiti più grandi sul versante dell’applicazione: la bagarre che si scatena ogni volta che il legislatore mette mano al lavoro, finisce col vanificare anche quanto di buono c’è sul piano normativo. Da questo punto di vista, credo che se oggi si vuole fare un passo avanti, anche in ottica di maggior sicurezza, bisogna insistere su quanto il Jobs Act presenta in chiave di politiche attive del lavoro. Anche perché la stessa ANPAL (Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro), prevista proprio dal Jobs Act, presenta qualche criticità dopo la bocciatura della riforma costituzionale.

L’ultima domanda riguarda le trasformazioni del sindacato: il potere è sempre più nelle mani di chi contratta. E la “confederalità” che fine farà?

Questa è una bella domanda. Credo che le confederazioni dovrebbero – ma fanno molta fatica – accompagnare i settori merceologici nella trasformazione. Ci sono categorie oggi più che mai contigue nel cambiamento, si pensi per esempio a quanti lavoratori usciranno dal settore bancario e finiranno in quello dei servizi. Come gestire questo passaggio in termini organizzativi? È chiaro che c’è il rischio che le categorie di riferimento facciano fatica da sole, in questo le confederazioni potrebbero supportarle in modo non indifferente. Ma, credo, che l’orizzonte principale che queste dovrebbero darsi è quello di ripensare all’attuazione dell’art. 39 della Costituzione, che afferma che i sindacati possono “stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”. Come si diceva prima, parlando degli 868 ccnl, questa efficacia oggi è molto minata.

“Una Coalizione Europeista per il Centrosinistra”. Intervista a Stefano Ceccanti

Dopo le elezioni regionali siciliane il processo politico italiano sta avendo, come è ovvio, una accelerazione. Tutto questo in vista delle elezioni politiche del 2018.Le diverse forze politiche stanno posizionandosi in vista di quella scadenza. Il maggior movimento si nota nel centrosinistra e alla sinistra del PD. Quale coalizione? E su quale linea politica si potrà costruire una coalizione competitiva?Il cammino non si presenta per nulla facile. Ne parliamo, in questa intervista, con il professor Stefano Ceccanti, docente di Diritto Pubblico Comparato all’Università “La Sapienza di Roma”. Ceccanti è anche un esponente di spicco dell’area liberal del Partito Democratico.

 Professor Ceccanti, lei è un’esponente di spicco dell’area liberal del Pd (insieme a Tonini e  Morando). Siete molto vicino a Matteo Renzi. Spassionatamente le chiedo: non è preoccupato per lo stato del PD.  Io vedo un partito ancora frastornato dalla débacle del dicembre dello scorso anno, adesso arriva questa botta micidiale del voto siciliano.  Non è così professore?

Penso che dovremmo partire prima dall’Italia e non dal Pd, prima dal contesto che dallo strumento. Il problema dell’essere frastornati dopo il referendum riguarda l’Italia prima che il Pd. La percentuale del Sì il 4 dicembre, il 40%, che pur sarebbe importantissima in un’elezione politica, è stata purtroppo pari a quella dei sostenitori delle forze politiche di maggioranza. I pochi elettori dissenzienti di queste forze sono stati bilanciati da pochi elettori delle forze di opposizione. Purtroppo il risultato era in larga parte ipotecato dopo la rottura con Berlusconi in seguito all’elezione di Mattarella. I riflessi negativi sono soprattutto per l’Italia perché con quella riforma sarebbe stato possibile presentarsi agli elettori in un secondo turno elettorale nazionale per un’unica Camera con rapporto fiduciario con due piattaforme politiche alternative chiaramente individuabili analogamente a quanto accade per i sindaci. Invece da allora siamo immersi tutti in una sorta di palude che rende difficile prospettare una via d’uscita chiara, nonostante gli sforzi del Pd, che resta nel paese la forza di gran lunga più radicata, come iscritti e come elettori che partecipano democraticamente alle decisioni, e nonostante le sagge guide di Gentiloni a Palazzo Chigi e Mattarella al Quirinale. Se il tema è il referendum dobbiamo quindi preoccuparci più per l’Italia che non per il Pd. E’ chiaro però che il Pd che è stato costruito come un partito a vocazione maggioritaria di Governo ha a questo punto più problemi di altri (parlo del Pd come tale, non tanto di Renzi) perché il contesto istituzionale è a questo punto ostile, le elezioni non comportano chiaramente la scelta di un Governo: questo tende a favorire o le forze che prendono voti sulla protesta  o quelle che sono più spregiudicate nel siglare alleanze che non sono veramente di governo.

Quanto alla Sicilia, invece, non c’entra nulla, si tratta di una non notizia: la volta scorsa Crocetta aveva vinto solo perché il centro-destra si era diviso in due. Sarebbe come rimproverare il centro-destra per non aver vinto in Emilia o Toscana. Astrattamente si può certo dire che avendo vinto, pur per errori altrui, il centrosinistra ha sprecato un’occasione per farsi apprezzare. Tuttavia bisogna anche considerare che Crocetta ha lavorato senza una maggioranza in Assemblea regionale e che quella è una sede in cui la regola antistorica è il voto segreto ed in cui quindi le responsabilità possono essere eluse.

Parliamo di Matteo Renzi. Indubbiamente il confronto televisivo con i giornalisti per lui è stato positivo sul piano della tenuta dialettica, però sul piano dell’autocritica e dei contenuti non è stato per nulla efficace. Anzi è   apparso molto   scontato. Qual è il     suo pensiero?

In realtà il dibattito ha dimostrato soprattutto il grado di faziosità di un certo tipo di giornalismo in cui si riflettono due tic: il primo è di dare addosso a un interlocutore che appare in difficoltà e che magari verrebbe esaltato acriticamente se sembrasse in fase ascendente; la seconda è pensare di fatto di privilegiare altri soggetti politici come il Movimento 5 Stelle, a cui non viene opposta un’analoga rigidità di criteri e di giudizi, con un’opera di fiancheggiamento nell’illusione di poterli costituzionalizzare, di poter riempire il loro obiettivo vuoto di contenuti da parte di un pezzo di establishment che si ritiene in grado di fornire contenuti. E’ una linea editoriale evidente non da oggi e che ha anche precisi precedenti storici: basti pensare all’atteggiamento di una parte della classe dirigente liberale verso il fascismo. La storia non si ripete, ma allora tanto bene non andò…

Il giorno dopo il dibattito, visto la grande audience televisiva, ha ricominciato a parlare, lo ha fatto anche durante il confronto con i giornalisti, dell’obiettivo del 40 %. Sulla coalizione di centrosinistra l’impressione forte che dà è di non crederci (salvo con i cespugli come Alfano). Eppur e il buon senso, e la virtù della prudenza dovrebbero suggerire al Segretario PD di mettersi intorno ad un tavolo e cercare una mediazione con la sinistra. Come ha fatto Romano Prodi a suo tempo. La politica vive anche di mediazione …. Perché secondo lei Renzi non comprende questa banale verità? Non può essere cosi sciocco da pensare che una buona performance di share si trasformi in voti. Se ragiona così nega il principio di realtà….

Il problema è su quale linea politica anzitutto di raccordo coi cittadini si intenda cercare di ottenere quell’ambizioso obiettivo politico. L’Italia ha bisogno di raccordarsi alla leadership di Macron nel sostenere un balzo in avanti dell’integrazione politica come enunciata nel discorso alla Sorbona e per questa ragione ha bisogno di muoversi in continuità con le scelte politiche realizzate dai Governi della legislatura. L’azione di Draghi, decisiva nel far ripartire l’Europa in termini di sviluppo, è stata resa possibile in termini decisivi dalla credibilità italiana con la riforma del Jobs Act. Se questa è la linea, comprensibile per i cittadini, la scelta del sistema di alleanze politiche compatibili viene di conseguenza. Ci sono coloro che hanno condiviso con il Pd responsabilità di Governo per tutta la legislatura ed è quindi ovvio che la proposta si rivolga primariamente a loro, a meno che qualcuno non intenda autoescludersi. E’ quello che l’Ulivo nel 1996 fece con componenti più moderate come quella di Dini: in questo senso il paragone col Prodi del 1996 è giusto. Ci sono poi forze a sinistra del Pd che devono decidere se la loro prospettiva è quella unitaria di Governo per il Paese o se invece esse si ritengono vocate a una posizione minoritaria testimoniale o di risentimenti personali. Anche in questo caso l’esempio del 1996 è quello giusto: i Verdi accettarono questa logica, mentre Rifondazione Comunista no. Ovviamente non credo invece che qualcuno voglia rifarsi all’esempio di Prodi del 2006 quando le maglie si allargarono troppo da Rifondazione fino a Mastella con gli effetti disastrosi che ne conseguirono.

Ricapitoliamo quindi la situazione attuale che vede a sinistra del Pd tre gruppi distinti.

Ci sono anzitutto forze che sono state all’opposizione per l’intera legislatura e che quindi, prendendole com’è giusto sul serio, sono inevitabilmente incomponibili con esso.

Ce ne sono invece altre, una seconda area. che hanno condiviso responsabilità fino quasi alla fine e che sembrano invece mosse non tanto da dissensi di merito (altrimenti questa collaborazione passata non si spiegherebbe), ma dalla difficoltà di accettare per la prima volta nella propria vita di ritrovarsi in minoranza in un partito, tanto da aver promosso una scissione. Se così è il problema non sembra tanto di trovare compromessi sul programma perché la tentazione, l’unico programma, sembra consistere nel far perdere il Pd anche a prezzo di suicidarsi e di dare il Paese in mano di altri. Qui, almeno con una parte più responsabile, si può cercare di dialogare, separando le pregiudiziali personali dai compromessi sul programma. Con chi privilegia i secondi, accordi possono essere trovati. Anche perché per i due terzi dei seggi le liste della medesima coalizione sono comunque in concorrenza e possono marcare le proprie differenze.

Non bisogna però neanche dimenticare che c’è una terza area, un consistente gruppo di eletti in Sel ha aderito al Pd o è uscito da Sel magari collocandosi nel Gruppo Misto mantenendo l’appoggio ai Governi che sono seguiti, persone che hanno anche precisi riferimenti tra sindaci e amministratori locali. Pertanto quest’area a sinistra del Pd sarà comunque coalizzata con esso insieme ad altre realtà senza rappresentanza parlamentare in questo periodo (Verdi e Radicali).

Parliamo di coalizione. Quelli di articolo Uno affermano. “occorre una svolta radicale nelle politiche del centrosinistra (jobs act e Buona scuola)”. E ovvio che se si apre il tavolo della discussione ognuno rinuncia a qualcosa. Per voi liberal si possono trovare questi punti? Quali, se esistono?

L’asse politico-culturale intorno a cui devono ruotare le varie proposte è quello della nuova integrazione politica europea contro le tentazioni sovraniste e quindi le scelte in grado di dare all’Italia la credibilità interna per perseguire questa linea. Dentro questo schema tutto è negoziabile, fuori da esso si rischierebbero confusioni analoghe a quelle che sono presenti nel M5s e nel centrodestra, con proposte fra il surreale e il pericoloso come referendum sull’euro o doppie monete. Ne parleremo nel nostro convegno di Orvieto del 2 e 3 dicembre. Faccio un esempio: l’idea di rimettere in discussione il sistema pensionistico non tenendo conto della crescita dell’aspettativa di vita è demagogica e irresponsabile, fa perdere credibilità al sistema paese e quindi allontana l’integrazione politica. Invece l’individuazione precisa dei lavori usuranti (quelli che riducono effettivamente l’aspettativa di vita) e le modalità del cosiddetto anticipo pensionistico per ragioni sociali sono questioni serie, suscettibili di saggi compromessi programmatici.

Da diverse parti si chiede a Renzi, non di abdicare, ma di fare un gesto lungimiranza politica. E questo gesto potrebbero le primarie o di trovare una personalità terza che riesca ad unire i “pezzi” del centrosinistra. Se così non fosse vincerebbe la linea “gruppettara” di D’Alema. Con la conseguenza di regalare Mdp dopo le elezioni ai 5stelle. E’ un bene questo per l’Italia?

Non capisco il ragionamento. Se c’è una coalizione spetta come dappertutto al partito maggiore esprimere la guida del Governo per la coerenza che ci deve essere tra consenso, potere e responsabilità. Se ci si vuole alleare col Pd e negargli la leadership basta prendere più voti del Pd: in fondo per due terzi dei seggi si corre da soli. A me sembra fisiologico che, come dappertutto nelle democrazie parlamentari il Pd indichi il proprio segretario. Se però si sostiene che il Pd e la coalizione dovrebbero indicare Gentiloni questo però significa che ci si riconosce nell’attuale Governo e che quindi la discontinuità richiesta non è affatto programmatica.

Renzi dice il “centrodestra il giorno dopo le elezioni si spacca” e spera pure   che Berlusconi sia della partita. Non trova sconcertante questo tipo di ragionamento?. 

Premesso che Renzi e il Pd chiedono il 40% e quindi di risolvere la partita direttamente in sede elettorale, il problema è politico. Solo in Italia assistiamo a una coalizione tra chi si dice legato alla Merkel e chi alla Le Pen. E’ giusto dubitare che quel tipo di accordo, che porta alle proposte paradossali come quella della circolazione della doppia moneta lira/euro, possa reggere ed è giusto dirlo agli italiani prima che ciò possa verificarsi.

 Una battuta sulla legge elettorale. Quel “genio” di Rosato ha combinato un bel pasticcio…….Qual è il suo giudizio?

La legge era chiamata a ridurre i danni del risultato referendario e della conseguente sentenza della Corte che ha eliminato il ballottaggio dato che era rimasto il doppio rapporto fiduciario. Questo è stato fatto: sceglieremo i rappresentanti con un mix decente di collegi uninominali e di liste bloccate corte di pochi candidati stampati sulla scheda. Ci siamo scampati le tante incongruenze tra Camera e Senato ed alcune follie come la preferenza unica al Senato sulla mostruosa scala regionale. Certo la legge non poteva risolvere i problemi di governabilità che però non sono risolubili con questa frammentazione del voto a Costituzione invariata e che derivano dal risultato del referendum. Indubbiamente il discorso andrà ripreso nella prossima legislatura prospettando l’integrale adozione del sistema francese e forse bisognerebbe cominciare a dirlo nei programmi elettorali. Anche questo proporremo puntualmente a Orvieto il 2 e 3 dicembre.

Ultima domanda: i sondaggi danno per scontato che la partita sarà tra centrodestra e 5Stelle. Per lei?

Questi sondaggi sono costruiti senza i collegi elettorali che ancora non esistono, senza conoscere l’offerta politica sia dei candidati sia delle coalizioni perché non è chiaro il panorama delle liste che si presentano, senza prospettarci cosa accade al Senato (dove i 18-25 enni non votano). Il loro valore è quindi pari a zero. La partita è tutta da giocare.

Peccato Originale. Conti segreti, verità nascoste, del blocco di potere che ostacola la rivoluzione di Francesco

– Evita assolutamente di conoscere i nomi dei correntisti.
– E se invece li chiedessi?
– Amico mio, avrai quindici minuti per mettere in
sicurezza i tuoi figli.
Conversazione telefonica riservata tra l’ex presidente Ior
Ettore Gotti Tedeschi e un uomo delle istituzioni

Le verità che mancavano.
I segreti e le paure di papa Luciani.
La trattativa mai svelata sul caso Emanuela Orlandi.
I documenti riservati dello Ior.
I conti correnti di papi, cardinali, attori famosi e politici.
La verità sulle dimissioni di Ratzinger.
La battaglia sotterranea contro le riforme di Francesco.
Gli abusi sessuali tra i chierichetti del papa che vivono in
Vaticano.
L’imperversare della lobby gay.

IL LIBRO
Dopo “Vaticano Spa”, “Sua Santità”, “Via Crucis”, tre inchieste che ci hanno introdotto nelle stanze e nei segreti più profondi del Vaticano, in questo nuovo libro , presentato ieri a Roma, Gianluigi Nuzzi ricompone, attraverso documenti inediti, carte riservate dall’archivio Ior e testimonianze sorprendenti, i tre fili rossi – quello del sangue, dei soldi e del sesso – che collegano e spiegano la fitta trama di scandali, dal pontificato di Paolo VI fino a oggi. Una ragnatela di storie dagli effetti devastanti, che hanno suscitato nel tempo interrogativi sempre rimasti senza risposta e che paralizzano ogni riforma di papa Francesco.
L’autore ricostruisce finalmente molte verità che mancavano, a cominciare dal mistero della morte di papa Luciani e il suo incontro finora mai divulgato con Marcinkus; la trattativa riservata tra Vaticano e procura di Roma per chiudere il caso Emanuela Orlandi; i conti di cardinali, attori, politici presso lo Ior, tra operazioni milionarie, lingotti d’oro, fiumi di dollari e trame che portano al traffico internazionale di droga; l’evidenza di una lobby gay che condiziona pesantemente le scelte del Vaticano, tra violenze e pressioni perpetrate nei sacri palazzi e qui per la prima volta documentate. Ecco il “fuori scena” di un blocco di potere per certi aspetti criminale, ramificato, che continua ad agire impunito, più forte di qualsiasi papa (Ratzinger è stato costretto alle dimissioni aprendo però la strada a Bergoglio), sempre capace di rigenerarsi, che ostacola con la forza del ricatto e dei privilegi ogni tentativo di riforma.

L’AUTORE
Gianluigi Nuzzi, milanese, è autore di diverse inchieste e scoop che hanno avuto vasta eco, anche internazionale. Nel 2009 “Vaticano Spa” rivela, grazie alle carte segrete di monsignor Renato Dardozzi, gli scandali finanziari e politici dei sacri palazzi, accelerando le dimissioni del presidente dello Ior Angelo Caloia, in carica da vent’anni. Nel 2012 “Sua Santità” rende pubbliche le carte riservate del papa, stravolgendo gli equilibri di potere vaticani e facendo scoppiare una crisi che contribuirà alle dimissioni di Ratzinger nel 2013. Nel 2015 “Via Crucis” racconta la lotta di papa Bergoglio per una chiesa più trasparente e cristiana svelando nuovi documenti segreti. Per questo l’autore sarà processato e poi prosciolto. Nuzzi ha anche ideato e condotto la trasmissioni “Gli intoccabili” su La7 e attualmente conduce su Rete4 “Quarto grado”, incentrata sui grandi casi di cronaca che appassionano e dividono l’opinione pubblica.

PER GENTILE CONCESSIONE DELL’EDITORE
PUBBLICHIAMO UNO STRALCIO DEL LIBRO

Questo libro
Papa Francesco e le sette domande
Peccato originale vuole rispondere a sette precise domande, che rappresentano i tasselli mancanti nel lavoro di ricerca che porto avanti ormai da dieci anni, un lavoro che con Vaticano S.p.A., Sua Santità e Via Crucis ha trovato le prime verità. È stato ucciso Albino Luciani? Chi ha rapito Emanuela Orlandi? Se la ragazza ormai «sta in cielo», come afferma papa Francesco, il Vaticano ha delle responsabilità nell’omicidio, e quali sono? Perché le riforme per la trasparenza della curia, avviate prima da Joseph Ratzinger e adesso da Bergoglio, puntualmente falliscono o rimangono incompiute? Cosa blocca il cambiamento? E ancora: i mercanti del tempio continuano a condizionare la vita della Chiesa dopo aver avuto un ruolo nella rinuncia al pontificato di Benedetto XVI? Infine, la questione più drammatica: lo stallo nel quale sono cadute le riforme di Francesco è dovuto a chi non vuole questo papa, dentro e fuori i sacri palazzi, e dunque ne ostacola l’opera riformatrice? Per rispondere a queste sette domande, come insegnava il giudice Giovanni Falcone, ho seguito il filo del denaro, che in ogni storia di potere s’intreccia a quello del sangue e a quello del sesso. Tre fili rossi, quindi, che annodandosi tra loro costituiscono una fitta trama d’interessi opachi, violenze, menzogne, ricatti, e soffocano ogni cambiamento, alimentando inevitabilmente quella che Ratzinger indicava come la crisi della fede. Una ragnatela mortale che si espande già nel pontificato di Paolo VI, in un mondo dilaniato dalla guerra fredda, nell’Italia instabile delle rivolte operaie, del terrorismo, dei poteri occulti che trovano nei sacri palazzi la sponda più inattesa, potente, ramificata. Bisogna partire da lì, riconsiderando soprattutto l’operato dell’arcivescovo Paul Casimir Marcinkus, al vertice dello Ior, la banca del papa, e le sue inquietanti connessioni fin dentro l’appartamento pontificio, fino ai paradisi offshore nell’America dei cartelli, dei golpe, della cocaina. In Vaticano Marcinkus raccoglie e garantisce interessi che ora si possono ricostruire attraverso l’archivio inedito dello Ior, fatto di decine e decine di documenti finora rimasti sconosciuti: contabili, appunti, fogli di cassa, che rivelano depositi dai saldi sorprendenti, come quelli intestati a monsignor Pasquale Macchi, storico segretario particolare di Paolo VI, o i conti di clienti inattesi come l’attore Eduardo De Filippo o madre Teresa di Calcutta, ospite riverita negli uffici più riservati della banca. Queste carte, con i desiderata inconfessabili di preti e cardinali, tra compravendite d’oro, dollari e palladio, spiegano perché il pontificato di papa Luciani è durato solo trentatré giorni e perché, anche negli anni Novanta, gli eredi di Marcinkus hanno perseverato sulla sua stessa strada, condizionando le finanze vaticane. Fino ad arrivare ai giorni nostri, al pontificato di Benedetto XVI che mette in cantiere le riforme volte a chiudere per sempre con questo passato. Un’opera portata avanti dagli uomini scelti da Ratzinger, porporati e laici, che tuttavia sono stati inesorabilmente «impallinati»: chi licenziato, chi delegittimato, chi esautorato, in una fine strategia svelata in queste pagine grazie a interviste con alcuni dei protagonisti e a documenti inediti e rivelatori.

Quando Benedetto XVI pianificava la rinuncia
Da qui, la pianificazione della rinuncia di Benedetto XVI, che vede manomesso il suo pontificato. I nuovi elementi raccolti e svelati in questo libro, tra retroscena e raffinati giochi di potere, portano a retrodatare già all’inverno del 2011 la progettazione di questo clamoroso passo indietro, preparato in ogni dettaglio. È proprio in quel periodo che in Vaticano si consumano gli scontri più violenti e finora mai trapelati: da una parte precise azioni per risolvere questioni drammatiche e togliere così ingombranti fardelli al successore di Ratzinger, dall’altra sofisticate operazioni per sabotare questi cambiamenti. Una situazione che si ripete nel pontificato di Francesco. A lui la folla acclamante, il grande sostegno delle piazze, l’abbraccio infinito della moltitudine di fedeli nel mondo. Alla curia la gestione dell’amministrazione della Chiesa e del piccolo Stato Città del Vaticano, che vivono grazie alle offerte dei fedeli. Ma di come questi denari vengano spesi e investiti ancora oggi si sa poco o nulla. Due volti, un unico mondo: nei sacri palazzi c’è chi sostiene Bergoglio ma anche chi si prodiga a sabotare le riforme. «Se vogliamo che tutto rimanga com’è – scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo – bisogna che tutto cambi.» Non è un caso se proprio oggi arrivano denunce su presunte vessazioni e abusi sessuali consumati all’interno delle mura vaticane, con notti da incubo raccontate da chi era presente. A tutela delle vittime, ma anche del presunto carnefice, ho preferito sostituire i nomi dei protagonisti con altri di fantasia, in attesa che la giustizia faccia il suo corso. Per questo una delle prime copie del libro è già stata portata all’attenzione dei giudici vaticani. È necessario partire innanzitutto dal filo del sangue, dalla storia di Emanuela Orlandi, un caso che con Ratzinger, prima della rinuncia, torna a essere di stringente attualità. Non è una storia del passato, è una storia di oggi. Emanuela, la ragazza di appena quindici anni, figlia di un messo pontificio, sparita misteriosamente a Roma il 22 giugno 1983 è una spina nel fianco del Vaticano. Anche del pontificato di papa Francesco. La sua scomparsa rappresenta una ferita ancora non rimarginata, un fantasma che ritorna mostrando verità indicibili rimaste chiuse nei sacri palazzi, diventate strumenti di potere e ricatto per chi ne è a conoscenza. Grazie a documenti e testimonianze di chi ha deciso di uscire allo scoperto e di raccontare, per la prima volta, ciò che ha visto e sentito, siamo in grado di ricostruire come la verità su quanto accaduto alla ragazza sia nascosta proprio in Vaticano. Una storia ancora da scrivere negli sviluppi più clamorosi rimasti riservati. Una storia che preoccupava Benedetto XVI tanto da spingere la Santa sede ad aprire, negli ultimi due anni del suo pontificato, un dialogo segreto, una «trattativa» con la procura di Roma. Un caso che ha visto l’interesse anche di papa Francesco, con la richiesta di approfondimenti affidata al suo primo collaboratore, il segretario di Stato Pietro Parolin. La speranza è che oggi, finalmente, queste nuove verità possano aiutare a dare giustizia a Emanuela, ai suoi familiari e a chi le vuole bene.

Gianluigi Nuzzi, Peccato originale. Conti segreti, verità nascoste, ricatti:il
blocco di potere che ostacola la rivoluzione di Francesco, Ed. Chiarelettere,
Milano 2017 . 18,60 euro, pagg.352

Cosa insegna il voto siciliano. Intervista ad Alfio Mastropaolo

La tornata elettorale siciliana di domenica scorsa, probabilmente, fa segnare una svolta nella politica italiana. Per alcuni osservatori, visti i risultati siciliani e quelli di Ostia, il prossimo confronto elettorale sarà il campo di battaglia tra due populismi: quello dei 5Stelle e quello del centrodestra. Un bipolarismo inedito per il nostro Paese. Continua a leggere

Storia di un “avvocato di strada” contro il caporalato. Intervista a Massimiliano Arena

Nel foggiano la piaga criminale del caporalato frutta, secondo alcune stime, circa 38 milioni di Euro all’anno. Una cifra da capogiro. I moderni schiavi sono immigrati, donne e uomini, anche italiani. In Capitanata esistono 6-7 ghetti, sono luoghi ad alta concentrazione di persone, generalmente si attestano ad una presenza minima di circa 2-300 persone in modo stanziale, che hanno un incremento costante di persone fino a raggiungere il momento di presenza massima, nei mesi estivi, verso luglio con presenze che arrivano anche a 5.000 persone. C’è l’impegno dello Stato, con un commissario ad hoc, dei sindacati e della società civile, il volontariato, per contrastare questo triste fenomeno. Tra queste esperienze c’è una storia che merita di essere raccontata: quella di Massimiliano Arena, fondatore della sezione foggiana degli “avvocati di strada”. In questa intervista ci parla del suo percorso di vita e della sua esperienza a difesa dei senza diritti.

Massimiliano, mi piace chiamarla per nome, se è d’accordo, lei è un avvocato, esperto in diritto di famiglia (e di questa sua specializzazione parleremo nel corso dell’intervista), ha studiato alla LUISS, prestigiosa università privata, per diventare un avvocato d’impresa (sognando magari di lavorare in qualche mega studio legale specializzato in questa attività). Però durante l’Università qualcosa stava cambiando. Cosa è successo? Una crisi di fede? Una messa in discussione di alcuni valori in cui credeva?

Ero andato alla LUISS e ci andrei tutta la vita perché credo sia una delle migliori università, allo stesso tempo ebbi una profondissima crisi perché l’ambiente era altamente competitivo e non ebbi in quel momento la capacità di reggere quello spirito, quel livello di ambizione. La crisi venne con il terremoto in Umbria nel ’97;  mi ritrovai a fare il volontario quasi per caso per cinque settimane dormendo  in una tenda della Caritas. Tornato a Roma, studiare diritto amministrativo o tributario mi sembrava abbastanza inutile  e così presi una decisione dentro di me: che ciò che studiavo doveva servire per aiutare altre persone.  Questa riflessione mi ha dato la spinta per terminare l’università.

Questa crisi ha prodotto in lei il desiderio di un impegno per l’altro (i poveri). Quali sono state le sue esperienze di volontariato?

Guadagnare bene è un grandissimo rischio, la più grande malattia di cui ci si possa ammalare è l’egoismo, abbiamo il dovere di restituire tutto il bene che ci viene dato, alle volte anche immeritatamente, dalla vita. Ho il piacere di fare un lavoro che mi piace e mi appassiona, grazie al quale guadagno dignitosamente e quindi è giusto che questo mio lavoro sia rivolto come fanno tanti altri miei colleghi a persone che, per il solo fatto che puzzano o che non sono vestite bene o che non sanno parlare bene, non entrerebbero mai in uno studio legale. E’ dunque l’avvocato che deve scendere in strada e mettersi a disposizione. E’ anche una grandissima forma di educazione del proprio io; non significa che sono una persona buona, perfetta, molte volte mi viene abbastanza facile perdere le staffe e non avere pazienza. Tutto ciò serve per abbassare il mio il mio ego e ricordarmi  di quanto sono fortunato e di quanto devo ancora dare. Il giorno della laurea ho comunicato ai miei genitori che da lì a poco sarei partito alla volta dell’Ecuador  con l’operazione Mato Grosso come volontario. Subito dopo l’Ecuador mi legai tantissimo ai miei amici dell’operazione Mato Grosso, organizzazione che ha tantissimi giovani in Italia che lavorano tutto l’anno per inviare fondi alle missioni in Ecuador, Bolivia, Perù e Brasile.  Nel ’99 in Brasile, nel 2000 in Perù e poi ci fu una pausa di sei anni in cui lavorai sostanzialmente come volontario in Italia, con un gruppo di ragazzi  nella mia città, Foggia, facendo lavori  tra i più umili, come sgombero cantine, traslochi, imbiancature, e il ricavato andava in missione. Dal 2006 ho ripreso i miei viaggi, sono stato in Bolivia, dove mi sono recato quasi ogni anno e dove nel 2010 sono stato per un anno chiudendo il mio studio legale. Nello stesso periodo cominciai a collaborare anche con un altra organizzazione e mi sono recato in Guinea Bissau e in Angola con progetti a favore dell’infanzia e dell’adolescenza. In contemporanea nel 2005 ci fu l’apertura nei pressi della stazione di Foggia dello sportello Avvocati di Strada, che ho il piacere di guidare da allora, e spero di passare presto il testimone perché non credo in quel tipo di volontariato che si identifica in una persona sola,è sempre necessario un ricambio generazionale.

Ed è grazie a quell’esperienza, Operazione Mato Grosso, che scatta la “scintilla” di diventare avvocato per aiutare chi ha bisogno, Qual è stato il percorso di maturazione che ha portato lei a diventare “Avvocato di Strada”? Perché proprio questo impegno?

 Per restituire dignità o identità a chi non le ha. Spesso si pensa che la professione più nobile sia quella medica. Ma se a un senza fissa dimora, che sia italiano o straniero, non viene restituita la dignità della residenza anagrafica, non può accedere alle cure sanitarie e quindi da qui si evince l’importanza della professione di avvocato.

Così nel 2005 fonda a Foggia, nella sua città, lo sportello Avvocato di Strada. Sappiamo il contesto drammatico della provincia di Foggia: capolarato e mafia. Lo sfruttamento disumano degli “invisibili” (le persone sfruttate dai caporali) frutta al caporalato foggiano 38 milioni di euro all’anno. Una cifra impressionante. Ci sono iniziative, oltre all’opera di repressione delle forze dell’ordine, di contrasto del fenomeno per opera, ad esempio, del sindacato.La sua opera come si svolge in questo contesto? Quanti avvocati siete?

Da anni combattiamo contro i mulini a vento del caporalato, il problema è uno soltanto. Per denunciare il caporalato ci vuole chi  sporge querela, chi fa la denuncia; spesso noi raccogliamo frustranti storie di caporalato però poi nessuno di questi braccianti ha il coraggio, la voglia, la forza di denunciare. Tutto si ferma lì. Il sindacato ha fatto tanto o meglio alcuni sindacalisti e ci hanno anche affiancato in un periodo in cui con la regione Puglia tentammo di far emergere situazioni di sfruttamento a fronte di incentivi, i braccianti  però avevano paura di uscire dal circuito lavorativo. Questo fenomeno esiste e non ce ne possiamo lamentare perché se entriamo in un discount e pretendiamo di comprare un barattolo di pomodori pelati a 60 centesimi va da sé  che qualcuno alla fonte è stato sfruttato e quel qualcuno quasi sempre è il bracciante, che sia italiano o straniero, bianco o di colore, non ha importanza, lo sfruttamento non ha etnia, nazionalità colore di pelle. Siamo circa 12 avvocati e offriamo consulenza legale gratuita a chi ne ha bisogno.

Può raccontarci qualche episodio positivo?

Ricordo quella di un ragazzo rumeno  che non aveva documenti  e che fu investito dal trattore del suo padrone come lo chiamava lui, datore di lavoro come andrebbe chiamato. Il suo datore di lavoro non voleva nemmeno portarlo in ospedale, fu soccorso sul posto e solo il giorno dopo, grazie ad alcuni amici, fu accompagnato in ospedale dove venne riscontrata la frattura di tibia e perone. Grazie agli avvocati di strada ha avuto un  risarcimento  e poi  è tornato in Romania dove con quei soldi ha aperto un bar  – ristorante e dove conduce una vita dignitosa.

In questa sua opera hai mai ricevuto minacce dalla mafia o dai caporali?

Non abbiamo mai avuto nessun tipo di intimidazione, allo stesso tempo però quando abbiamo tentato l’ingresso in alcuni ghetti intorno a Foggia non c’era una bella aria, c’era tensione, qualcuno ha urlato perché sapeva bene che stavamo entrando nel ghetto per scardinare alcune sacche di illegalità. Ma tutto si è fermato lì.

Torniamo a parlare di Lei, Massimiliano. Quanto ha contato la sua fede nella scelta per gli ultimi?Ha affermato, in una intervista, che per lei la “misericordia” è un mistero più grande della risurrezione. E’ una affermazione assai forte. Eppure con lua testimonianza, per usare un termine antico, è un “operatore” di misericordia….

Mi viene da rispondere in questo modo: la bellezza della professione dell’avvocato sta nel non giudicare  nessuno e  nel difendere tutti quelli che hanno sbagliato e non quelli che intendono sbagliare. Secondo me è quanto di più misericordioso ci sia.

Quali saranno i suoi impegni futuri? So che ha aperto una start up…

Il mio impegno futuro è percorrere sempre più la strada dell’innovazione nella mia professione di avvocato e far crescere la mia ultima creatura, la start up Sliding Life, ideata per fornire risposte legali, psicologiche, pedagogiche e fiscali a chi sta affrontando una separazione o un divorzio.  Il mondo del lavoro sta cambiando, quindi dobbiamo essere pronti ad ogni forma di innovazione, ciò significa inventarci nuovi lavori o nuove forme di produzione del  nostro lavoro. Credo ad esempio che quello dell’avvocato sia un lavoro che non finirà mai, allo stesso tempo, però, ci viene richiesto  di farlo in maniera diversa. L’impatto delle tecnologie non può essere sottaciuto, l’avvocato non può essere più quello nascosto dietro una montagna di carte ad aspettare un cliente ipotetico e potenziale nello studio, l’avvocato deve viaggiare, deve essere sui social, deve essere smart, in tempo reale o anche on demand così come le altre libere professioni. Il bello dell’innovazione è che non ha bisogno di essere localizzata in alcune parti geografiche per cui in questo il Sud può vincere il proprio gap, sfruttando le menti brillanti che ha. Il mio desiderio è che  il mio nuovo progetto Sliding Life diventi opportunità di lavoro per tanti. Sliding Life fa dell’innovazione il suo leitmotiv perché per la prima volta persone che non si conoscono possono scambiare informazioni in tempo reale in qualsiasi momento della giornata, possono trovare il miglior professionista, fissare una conference su skype o direttamente un appuntamento con il libero professionista, che sia avvocato, psicologo, consulente pedagogista, o fiscale che faccia al proprio caso, dare un voto ad ognuno di questi.  Quindi i liberi professionisti potranno ricevere un voto dalla propria clientela; questa prospettiva certamente farà cambiare il mercato del lavoro, che avrà un volto più giovane e al passo con i tempi. La clientela potrà scegliere il meglio e noi professionisti dobbiamo essere pronti al cambiamento. Tale cambiamento sarà ancora più significativo se centralizzato al Sud, è necessario mettere da parte l’atteggiamento di passività e diventare ‘eroi della restanza’, puntando su creatività e innovazione