“Siamo ancora in tempo a fermare la deriva di Renzi”. Intervista a Chiara Geloni

CHIARA GELONI

CHIARA GELONI (Contrasto)

Ieri si è svolta direzione del PD. Sabato prossimo si terrà, a Roma, l’Assemblea Nazionale per la convocazione del Congresso. Come si svilupperà? Per alcuni osservatori la scissione si fa sempre più vicina. Andrà davvero così? Ne parliamo, in questa intervista, con Chiara Geloni, giornalista ed ex direttore di YouDem TV ai tempi della Segreteria PD di Pierluigi Bersani.

Chiara, la direzione non ha soddisfatto, secondo le parole di Bersani, la Sinistra PD. Francamente l’impressione,  agli occhi della gente, che la Sinistra PD sia incontentabile. Non Volevano il Congresso? 

Il congresso è previsto nel 2017 per statuto, non si tratta di volerlo o meno. È vero che i non renziani del Pd hanno detto nei mesi scorsi che accelerare verso le elezioni anticipate prima di fare il congresso, e quindi senza fare un bilancio di questi anni e presentare una nuova proposta agli italiani, sarebbe stata una forzatura inaccettabile. Però, e anche questo era stato detto da tempo, lo sarebbe altrettanto un congresso che si risolva solo in una conta per rilanciare la leadership di Renzi e gli consegni un mandato in bianco per esercitare i pieni poteri. E anche sull’impressione che tutto questo fa “agli occhi della gente” sarei più cauta nel giudicarlo.

Cosa è mancato nell’intervento di Renzi? 

Non ha preso nessun impegno circa un congresso vero che dia la possibilità di un vero confronto politico, salvo vaghe allusioni alle regole (poi sui giornali di oggi ha detto “li seppelliremo con le loro regole”, virgolettato smentito ma che faccio fatica a ritenere inventato). Ha ripetuto che chi perde dovrà rispettare chi vince, come se in un partito non fosse necessario e dovuto anche il contrario. Non ha nemmeno detto che, come prevede lo statuto in caso di congresso anticipato, si dimetterà formalmente in assemblea. Ha eluso il fatto che il Pd come partito di maggioranza relativa ha responsabilità innanzitutto verso l’Italia e verso i nostri alleati europei. Ha accennato con nonchalance al fatto che il tesseramento si chiude il 28 febbraio, cioè tra quindici giorni, e sembra non avere idea dello stato in cui è il partito sui territori. Infine ha respinto un documento della minoranza che impegnava il Pd a sostenere il governo a prescindere dagli esiti del congresso. Non ci sono molti elementi per sentirsi garantiti.

La Sinistra teme che  Renzi faccia cadere il governo prima della scadenza della legislatura. Pensi davvero che Mattarella non faccia nulla?

La mia fiducia nel presidente Mattarella è totale. Ma il presidente della repubblica non è onnipotente e la nostra è una democrazia parlamentare. Se il partito di maggioranza relativa, se la maggioranza del parlamento gli chiedono di sciogliere le camere lui deve farlo. Mattarella è il garante della costituzione e la costituzione dice questo.

Torniamo al Congresso. La Sinistra PD  Si presenta con ben tre candidature, e forse si candiderà Andrea Orlando. Vi sarà una convergenza su di lui? 

Vedremo quali saranno le candidature al momento di presentarle. Andrea Orlando ieri ha detto molte cose apprezzabili sul fatto ad esempio che non ci serve una conta e che le primarie rischiano di diventare la sagra dell’antipolitica e altre inaccettabili (come la richiesta di autocritica a chi ha votato No, evitando che il Pd venisse seppellito – davvero – dalla valanga referendaria), e comunque non ha rotto con Renzi, non gli ha votato contro e non si è candidato. Mi aspetto intelligenza e generosità da tutti gli aspiranti segretari, in ogni caso. Ma prima di tutto la minoranza Pd dovrà capire se ci sono le condizioni per partecipare a questo congresso. Poi si discuterà di chi candidare e sostenere.

Molti osservatori affermano che la scissione sia più vicina. Nel week end si svolgerà l’assemblea per indire il Congresso. Pensi che la scissione avverrà platealmente in assemblea? 

Alzarsi e uscire con le bandiere come a Livorno nel 1921 dici? Scenario affascinante, non lo nego… Specialmente per una di formazione democristiana come me sarebbe un’esperienza nuova! Scherzi a parte, si entra in una fase in cui la forma è più che mai sostanza. L’assemblea deve svolgersi regolarmente secondo le procedure statutarie: numero legale, dimissioni del segretario, elezione di un reggente e della commissione congressuale nel rispetto del pluralismo interno eccetera. Questo è il minimo. Il rispetto delle regole comuni in questo passo d’avvio del congresso darà il tono a tutto ciò che seguirà poi.

Cosa dovrebbe succedere per evitare una scissione che farà molto male al popolo della Sinistra?  C’è una persona seria che sta cercando di evitare questo: Gianni Cuperlo. Come giudichi il suo ruolo?

Condivido sempre quello che dice Cuperlo, non sempre capisco la sua strategia. Mi auguro che non solo lui, ma tanti, stiano lavorando per evitare una scissione che sarebbe la fine di un progetto al quale ho creduto e lavorato per più di vent’anni e che continuo a ritenere una proposta giusta per l’Italia. Ho letto che qualcuno dice che la sinistra Pd cerca pretesti per rompere. Io dico che da tre anni, e non solo io, stiamo cercando pretesti per restare. Nonostante minacce, insulti, umiliazioni personali, politiche e professionali. In molti purtroppo non ne hanno potuto più e hanno già lasciato il Pd. Non parlo di deputati ma di elettori, militanti, gente che non ha più preso la tessera e non ci ha più votato. Ora questa idea politica può riprendere fiato o finire. In questi cinque giorni io guarderò e giudicherò cosa faranno coloro che ieri hanno taciuto o espresso critiche alla stagione renziana e poi gli hanno votato a favore, coloro che possono fermare la deriva verso la trasformazione del Pd in partito di Renzi. Credo che in molti come me pensino con le parole di De André: anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti.

La Globalizzazione nell’era di Trump. Intervista a Monica Di Sisto.

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Vi saranno cambiamenti nella globalizzazione nell’era di Trump? Intanto mercoledì prossimo al Parlamento europeo, a Strasburgo, si discuterà del CETA (Accordo economico e commerciale globale con il Canada). Un accordo molto discusso. Di tutto questo parliamo con Monica Di Sisto, giornalista di ASKANEWS, vicepresidente dell’Associazione Fairwatch, che si occupa di commercio internazionale e di clima da oltre 10 anni. Insegna Modelli di sviluppo economico alla Pontificia Università Gregoriana di Roma.

Partiamo da Donald Trump. Con lui torniamo indietro di decenni su molti fronti. Anche su quello dei trattati internazionali del commercio. Infatti ha stoppato l’accordo Trans-Pacifico, poi sarà l’ora del Ttip (ma  la trattativa,  ormai, è su un binario morto) e del Nafta. Insomma siamo nell’era del protezionismo galoppante? 

Se non vogliamo essere ideologici, dobbiamo intenderci sulle parole. Gli Stati Uniti di Obama erano protezionisti: bloccano da oltre 15 anni qualsiasi negoziato nell’Organizzazione Mondiale del Commercio per non consentire a Cina, India, Brasile e Russia, di guadagnare uno spazio commerciale globale pari al proprio. Se analizziamo i livelli di dazi americani a protezione del loro mercato interno, sono molto più alti di quelli europei. Se analizziamo il livello di sussidi alla produzione interna, che da sempre rafforzano la posizione degli Usa nel mercato globale, sono altissimi soprattutto in ambito agricolo. .Ricordo che su questo Obama ha perso una causa esemplare al Tribunale della Wto contro il Brasile proprio perché i sussidi ai produttori Usa del cotone che sono stati riconosciuti come lesivi della concorrenza. Il programma “Buy American” di Obama, che premiava le imprese nazionali nelle gare e negli appalti rispetto alla concorrenza internazionale, che cos’era se non un complesso di misure protezionistiche? Anche il NAFTA, il TTIP e il TPP servivano a garantire ai firmatari delle condizioni commerciali favorevoli rispetto al resto dei concorrenti globali nei mercati di riferimento, cioè centro-nord americano, atlantico e pacifico. Erano misure protezionistiche a geometrie variabili, a leggerle con le categorie della retorica economicista.
La domanda vera da porsi, a mio avviso, è: come impattano le condizioni sociali e ambientali dei territori coinvolti? Il “Buy american” ha garantito una ridensificazione produttiva e un miglioramento delle condizioni sociali di molti distretti industriali americani che erano stati annientati dall’apertura dell’area di libero commercio tra Usa, Canada e Messico attuata dal Nafta. Secondo me, dunque, era una buona politica. Se il Nafta venisse superato da una politica, o da un complesso di misure, che portasse i neoschiavi messicani fuori dalle zone di produzione per l’esportazione promosse dal Nafta, promuovendo un modello industriale più diffuso e sostenibile nel Paese senza precipitarlo nella deindustrializzazione, sarebbe cosa buona e giusta. Se sarà Trump o Ronald Mc Donald in persona a farlo, personalmente non credo, ma mi interessa il giusto. E’ quello il vero obiettivo: come utilizziamo l’economia e tutti i suoi strumenti, anche commerciale, per stare tutti meglio, e perché i diritti di tutti siano rispettati. Voglio parlare di fatti e impatti, gli slogan in un secolo complesso come questo non aiutano.

La Cina come reagirà di fronte a questi provvedimenti?

La Cina si è già presentata al Forum economico di Davos come campionessa della globalizzazione neoliberal e come antidoto al trumpismo. C’è da sorridere. Il modello cinese è quello di un capitalismo di stato talmente controllato da consentire a un investitore straniero di operare sul proprio territorio solo in presenza di una partnership con un soggetto locale. Altro che liberismo! A livello di commercio internazionale se c’è un Paese che, secondo i report dell’Organizzazione mondiale del commercio sul dumping, infrange tutte le regole di liberalizzazione che pure ha sottoscritto pur di mantenere la propria competitività, è la Cina. La Cina ha introdotto il salario minimo, con grande capacità di visione e di coraggio, che è una delle misure che gli Stati Uniti ancora nemmeno osano immaginare proprio per colpa del mantra condiviso della libertà dell’azione economica. Io, personalmente, credo che l’approccio economico cinese al tempo presente sia più strategico di quello europeo, molto interessante, zero ideologico. Ma se qualcuno crede alla sceneggiata di Davos, dovrebbe leggersi il Piano statale quindicennale di programmazione economica del Partito comunista cinese. Io lo trovo una lettura istruttiva sulla distanza tra retorica e realtà.

Ci sarà una riforma del WTO?

In tanti lo auspichiamo da molti anni. Personalmente vorrei che l’Organizzazione mondiale del commercio rientrasse nel sistema delle Nazioni Unite, e che ponesse in tutti gli accordi che promuove  almeno sullo stesso piano, se non su um piano superiore, il rispetto dei diritti umani universali, dei diritti dell’ambiente, dei diritti del lavoro, rispetto alle esigenze del commercio. Ad oggi gli unici  principi che animano la Wto sono quelli della concorrenza leale e della non distorsione del mercato globale. Vi chiedo: se un prodotto fa male, va prodotto e commerciato? Io credo di no, e credo che, nel secolo di Amazon, ci debba essere un’istituzione globale che garantisca tutti gli abitanti del pianeta che esso sia bandito da ogni mercato. Se un prodotto inquina, va commerciato? In un pianeta sporco e invivibile come il nostro, io credo di no, e credo che ci debba essere un’istituzione che garantisca a tutti gli abitanti del pianeta che esso sia bandito dal mercato globale. Se un prodotto è fatto bene, è realizzato rispettando i diritti di chi lo fa, di chi lo consuma, dell’ambiente, crea occupazione e benessere, deve avere un trattamento ‘di favore’ nel mercato globale, perché magari produrlo costa di più, per renderlo accessibile a più persone possibili in tutto il pianeta? Io credo di si. Il fatto che la Wto, con le sue regole, renda di fatto illegale ciascuna di queste tre cose di buon senso, dimostra come sarebbe urgente che i Paesi che ne fanno parte vi ponessero seriamente mano.

Parliamo dell’Europa, una UE che sarà ancora più debole con la Brexit. Il Regno Unito, sicuramente, farà accordi con gli USA. E questo non pensi che porterà danno ai paesi UE? Quale strada  dovrebbe seguire l’Ue? 

 La Brexit è una ferita dolorosissima. Personalmente l’ho molto sofferta, ma non va letta come causa del disastro europeo. La Brexit è un sintomo del fatto che Bruxelles non adotta politiche positive e inclusive tali da far sentire tutti noi a casa in Europa. E per me Europa vuol dire almeno bacino mediterraneo…
Sono un’europeista convinta ma affranta. Quando puoi forzare le strette maglie di una coesione economicista come quella fondata sul debito solo quando subisci un terremoto, e non puoi farlo per intervenire, ad esempio, sulla prevenzione e sulla pianificazione, c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa che non va se Bruxelles decide che una vongola è vendibile solo se supera un tot di millimetri, se una pesca è vendibile nel mercato comune solo se pesa un tot, senza nessun’altra considerazione qualitativa o di protezione della biodiversità, e così decidendo si sbattono sul lastrico centinaia di migliaia di produttori piccoli, che magari sono proprio quelli che il territorio te lo curano e te lo proteggono. E’ questo il punto: se Bruxelles – non l’Europa, perché l’Europa siamo anche tutti noi che la vorremmo diversissima da com’è – reagisce alla Brexit accelerando, tra l’altro, l’agenda commerciale attuale che sta inasprendo la competizione internazionale, facendo invadere il mercato europeo da prodotti a più basso costo economico ma che danneggiano persone e ambiente, abbassando i costi di produzione interne, in primis quelli legati a stipendi, welfare, qualità e ambiente, dà la risposta sbagliata alle aspettative e ai sogni dei propri cittadini. A quel punto non ci sarà nessuna ragione, che non sia geopolitica, di massa critica, per tenerla in piedi. Ma per quello c’è anche la Nato: siamo davvero ridotti solo a questo?

Adesso, il prossimo 15 febbraio, il parlamento di Strasburgo voterà per il CETA. Tu hai espresso un giudizio duro su questo trattato. Perché? Quali i pericoli? Il Trattato non è un modo per combattere l’isolazionismo protezionista  di Trump?

 Trump non è isolazionista: vuole espandersi nel mondo alle proprie regole. Incontrare i partner faccia a faccia, stringere accordi bilaterali rapido dove i vantaggi per gli Usa siano chiari, così ha detto il suo nuovo capo negoziatore, che arriva dallo staff di Reagan, un campione del liberismo. Per questo ha messo in stand by il TTIP ma non l’ha cancellato: prova a capire se, stringendo un accordo vantaggioso con la Gran Bretagna, non riesca a costringere la Commissione europea ad accettare un TTIP ancora più sbilanciato sugli Usa.
Il Canada ha fatto lo stesso, e lo ha ammesso con i quotidiani nazionali la sua ministra al commercio: quando la regione belga della Vallonia ha chiesto alla Commissione europea di bloccare il CETA, Chrystia Freeland ha lasciato immediatamente Bruxelles: “Abbiamo deciso che era davvero importante non andarcene via da arrabbiato, perché volevamo che i Valloni fossero colpevolizzati”, ha detto testualmente al “Globe”(1). “Sapete, noi siamo canadesi, per la gente siamo gentili, grandi, quindi il tono che abbiamo scelto era più di dispiacere che di rabbia. Questa modalità ha creato una crisi e ha trasformato questo in un loro problema. Nelle 24 ore successive, sapete quanti politici europei mi hanno chiamato per chiedermi di non andarmene?”. Questo è il livello di affidabilità dei nostri partner commerciali che dovrebbero farci da argine a Trump.
Il primo ministro canadese Justin Trudeau, appena Trump è stato eletto si è congratulato pubblicamente per la scelta in virtù dei “comuni valori” dei loro governi, e lo ha di nuovo ringraziato per aver dato il via libera all’oleodotto Keystone XXL bloccato da Obama perché avrebbe accelerato la lavorazione di sabbie bituminone che lui considerava nemiche della sua “rivoluzione verde”.
Oltre a queste considerazioni politiche “di contesto”, già abbastanza decisive per smontare la bufala del “si al CETA” come strumento anti-Trump, vorrei provare a convincere quei parlamentari che vogliono votare, nel centro e a sinistra del Parlamento europeo, si a un trattato così sbagliato senza averlo mai letto, di non fidarsi della propaganda che stanno subendo da parte della Commissione Europea.
Un foglietto che circola tra i loro banchi, e che rinviano via email alle migliaia di cittadini che da mesi gli scrivono ogni giorno da tutta Europa per chiedergli di fermare il CETA, li convince con delle falsità che vorrei smentire.
C’è scritto che con il CETA gli europei risparmieranno 500 milioni di euro in tariffe doganali. Non è vero. Saranno soltanto le aziende che esportano in Canada ad avere questo vantaggio, che in verità è piuttosto risibile se rapportato al valore degli scambi tra Ue e Canada,che già oggi ammonta a più di 50 miliardi di euro. Il CETA però sottrarrà agli Stati europei ben 331 milioni di euro di dazi riscossi fino ad oggi sulle merci in arrivo dal Canada. Questo a fronte di un aumento di Pil che – al lordo della Brexit di cui la Commissione non ha mai calcolato l’impatto sul trattato – per l’Europa, in dieci anni, vale tra lo 0.003% e lo 0.08% e per il Canada tra lo 0.03% e lo 0.76%.
La Tift University statunitense ha calcolato che il CETA provocherà una perdita media di reddito da lavoro media di 615 euro tra tutti i lavoratori UE, con punte minime di -316 euro fino a picchi di -1331 euro in Francia, e la distruzione di 204mila posti di lavoro, dei quali circa 20 mila in Germania e oltre 40 mila sia in Francia sia in Italia.
Si dice che le imprese europee aumenteranno le proprie quote d’accesso negli appalti pubblici canadesi. Ma quante imprese italiane, che sono in gran parte piccole e medie, saranno in grado di parteciparvi? Quello che è certo è che le amministrazioni pubbliche avranno ancora più difficoltà, dopo il CETA, clausole premiali che avvantaggino le imprese del loro territorio.
Triplicheranno le quote di importazione di grano d’oltreoceano, che in Canada è pesantemente trattato con il diserbante glifosato, riconosciuto come tossico anche dall’Ue, e che, a causa dell’umidità e delle basse temperature canadesi, sviluppa micotossine nocive per l’uomo.
Aumenteranno le quote per latte e carne da un Paese in cui gli animali vengono trattati con ormoni della crescita vietati in Europa. Anche se nominalmente il Canada rispetta il principio di precauzione, insieme agli Stati Uniti si appellò contro il bando degli ormoni negli allevamenti introdotto dall’Ue presso l’Organismo di risoluzione delle dispute della WTO, e vinse proprio perché la WTO dichiarò che un concetto come la precauzione, anche se riconosciuto nella legislazione ambientale internazionale, non era rilevante ai fini commerciali. L’Europa, per mantenere il bando, fu condannata a riconoscere a Usa e Canada delle compensazioni.
Per la prima volta nel trattato col Canada viene introdotta una “lista negativa” per i servizi pubblici, cioè un sistema in cui tutti i servizi non esplicitamente menzionati nella lista vanno aperti a gara cui si ammettono anche gli operatori canadesi.
Per la prima volta nel CETA si introduce una Corte sovranazionale costituita da arbitri commerciali in cui un’impresa o un investitore canadese che si sentissero danneggiati da una legge in vigore in Europa, potrebbero farci causa e chiederne la revoca. Per di più, dopo il Ceta, l’UE dovrà consultare il Canada (e viceversa) prima di introdurre nuove leggi o regolamenti che influenzino il commercio tra le due sponde dell’Atlantico, e dovrà attendere i “consigli” di tutti i portatori d’interesse prima di definirne l’articolato.
A queste e molte altre preoccupazioni, la Commissione europea e il Governo canadese, pur di chiudere in fretta la partita, hanno risposto elaborando una Dichiarazione congiunta  nella quale assicurano, sotto la propria responsabilità, che nessuno di questi pericoli è concreto, che gli Stati manterranno la loro capacità attuale di regolare e le imprese non saranno in alcun modo preferite ai cittadini. Peccato che molti pareri autorevoli , uno tra tutti quello dell’esperto Simon Lester  dell’ultraliberista Cato Institute, convergono nel parere che “chiunque abbia preoccupazioni e sia rassicurato da questo testo, sa poco di legge” perché la dichiarazione “vale poco più di un comunicato stampa”.
A me sembra abbastanza per respingere un trattato che rimodella la filiera delle regole sui meri interessi commerciali delle due parti dell’Atlantico, e che non neanche mette niente in tasca se non a piccoli gruppi d’interesse ben rappresentati a Roma e a Bruxelles.

La globalizzazione, pur con i suoi gravi limiti, è stata comunque una occasione di crescita per l’umanità. Adesso nell’era sovranista c’è la voglia di costruire “muri” di ogni genere con quello che ne consegue. Insomma è possibile una nuova globalizzazione? 

Io sono refrattaria a parlare di nuova globalizzazione. Il sovranismo è la risposta a mio avviso più caotica alla mancanza di una governance intelligente di un fenomeno che è parte del genere umano: conoscere e incontrarsi, riconoscersi e definire lo spazio intorno a partire da se’. La globalizzazione è quello che è: da Marco Polo a Colombo fino a internet, è sempre stata cultura, economia, pensiero, passione, competenze. Oggi è la “contemporaneità” la vera sfida, la eterna presenza, l’accelerazione. Rileggere le nostre identità nella velocità è faticoso, e quando i contorni si fanno più labili, è molto umano che c’è chi si voglia fermare, chi ridisegnare i propri confini, chi, invece, fondersi. Sono impatti materiali che vanno governati. Al momento chi è riuscito a farlo sono solo alcune identità forti, pervasive: dagli archi d’oro del panino, ai bit della digital-economy, alle filiere del “vedo, compro, ricevo” e così via, offrono identità portabili, comprese nel prezzo. Ciascuna le offre modellate sui propri interessi. Ma questi vettori che attraversano il mondo lo stringono in maglie sempre più strette: le identità che disegnano per noi riducono lo spazio vitale di ciascuno perché lo costringono nei pochi vuoti rimasti tra i loro intrecci. Come questo spazio, invece, si possa riallargare sulla base di un nuovo patto sociale da ridisegnare non pensando a roccaforti, fossati e confini, ma a partire da una comunità politica, cioè abitante le città, pensante e senziente, che parte da un sé globale ma non indistinto, e rimette l’economia al posto che le compete. Al servizio di un progetto umano condiviso e biodiverso, che potrebbe decisivo per riportare pace e benessere a questa nostra martoriata comunità umana.

(1)  http://www.theglobeandmail.com/news/world/foreign-affairs-warns-trump-of-retaliation-if-border-tariffs-imposed/article33955105/

 

A proposito dei manifesti contro Papa Francesco

 

La domanda dei manifesti contro il Papa, “Francesco …ma n’do sta la tua misericordia?”, svela il pensiero degli ispiratori dell’operazione.

(a cura Redazione “Il sismografo”)
Nascondersi dietro un manifesto anonimo non è solo troppo facile ma, alle volte, è anche molto pericoloso, soprattutto per chi crede di potervi far ricorso senza pagare dazio. Tanti hanno commentato in questi ultimi giorni ciò che i soliti ignoti hanno commesso qualche notte fa affiggendo per le vie di Roma decine di manifesti accusatori nei confronti dell’operato di Papa Francesco. Molti vi hanno visto la mano di quella corrente conservatrice che da anni attacca l’operato del pontefice via web, altri l’ultima sfida di chi non vuole il cambiamento dentro la Curia romana, altri ancora il primo eco della battaglia definitiva contro il pontificato di un Papa che viene dalla “fine del Mondo” e parla degli ultimi condannando l’indifferenza e lo scarto dilaganti in questo mondo ormai allo sbando.
Subito dopo la notizia si è aperto il dibattito, per ora tutto ipotetico, su chi possa aver ordito tale azione, su chi ha mestato nell’ombra, su cosa c’è veramente dietro questa “goliardata” estemporanea. Certo, la giustizia farà il suo corso e, con tutta probabilità e con viva speranza, si farà luce su chi ha materialmente affisso quei manifesti e su chi li ha commissionati. Non bisogna nascondere la gravità del gesto retrocedendola a semplice marachella, né esagerare a sproposito parlando di duello all’ultimo sangue. Sinceramente più preoccupante, come altri hanno più opportunamente e con precisione evidenziato, è l’impatto che un siffatto manifesto può avere su un singolo individuo già in animo di compiere scellerati gesti. Tuttavia, chi ha avuto l’idea di quel gesto aveva chiaro nella mente un solo principale obiettivo: screditare il Papa, ridimensionare la sua figura e cercare di insinuare tra i fedeli il dubbio su ciò che fa ogni giorno come guida della Chiesa cattolica. Persino la scelta di quella foto è stata soppesata e l’intercalare romano, usato un po’ goffamente nella stesura del messaggio, serviva a mescolare le carte per far credere che fosse il popolo a pensare quelle cose.
Tuttavia c’è un altro aspetto che merita di essere analizzato fino in fondo e che ci mostra con grande evidenza la malafede e la fallacità del messaggio che quel manifesto voleva diffondere tra i fedeli come un freddo venticello d’inverno quale è la calunnia. Lasciamo per un momento la ricerca dei colpevoli, degli autori del gesto e del fine recondito che gli autori di quell’azione volevano portare a casa propria. Da semplici cristiani, da semplici fedeli di strada, fermiamoci su quel messaggio e ragioniamoci sopra per qualche istante. Cosa ci dicono quelle parole rivolte al Papa? Ci vogliono far credere, in buona sostanza, che Papa Francesco parla solo di misericordia ma poi non la mette in pratica nel suo quotidiano compito di guidare la Chiesa. Insomma, si è voluto ancora una volta far ricorso al vecchio cliché, di grande impatto  popolare e populista, che ci racconta dello stereotipo  del sacerdote che predica bene ma che razzola male. Ma vi è di più, molto di più. Quel testo insinua che la misericordia del Papa, quella sua personale, si è fermata davanti a certe decisioni che sono state da lui prese nella gestione quotidiana di quella che è la sua “santa missione”. Quel messaggio usa la pubblicità comparativa in senso negativo, ossia prima ci parla di alcune cose, messe lì alla rinfusa e tenute volutamente tenebrose allo stesso uditorio che non può essere in grado di capire di cosa si sta realmente parlando, e poi ci chiede, sarcasticamente, come può essere considerato misericordioso chi le ha fatte. Quel testo aveva il solo scopo di insinuare il dubbio, di far nascere il sospetto, di minare la credibilità dell’azione di un Papa che parla ogni giorno di Misericordia e che usa ogni suo gesto per disseminarne il valore cristiano tra i fedeli. Ma è davvero così? Realmente ci troviamo di fronte a un pontefice che parla in un modo e poi agisce dentro le mura del Vaticano in un senso diametralmente opposto? È vero che il Santo Padre non è stato misericordioso come predica a tutti noi quando ha dovuto trattare con i cardinali, con i sacerdoti, con certe situazioni specifiche che si sono solo accennate nel manifesto?
No, assolutamente. La risposta, infatti, ce la fornisce la stessa frase riportata dai manifesti. Non bisogna scervellarsi tanto per arrivare a questa semplice conclusione e capire che chi ha voluto affiggere quei manifesti non aveva argomenti seri per convalidare la propria teoria. La Misericordia di cui ci parla ogni giorno Papa Francesco non è, infatti, la sua “personale” misericordia o la misericordia di una sua individuale linea “politica”. Papa Francesco ci parla e ci racconta della misericordia di Gesù Cristo, non della sua. Il Santo Padre ci parla del Vangelo e dell’insegnamento del Cristo e non di una sua personale visione del mondo e dell’uomo.
Ecco, allora, che basta prendere in mano il Vangelo e fermarci su un passo di Giovanni, narrato al capitolo 2,14-16, per dare il giusto senso alle cose. “[Gesù] trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi, gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: Portate via queste cose e non fate della case del Padre mio un luogo di mercato”. Soffermiamoci su questo brano e chiediamoci come mai Gesù stesso, il Cristo misericordioso, nato per morire in croce perdonandoci tutti, abbia agito così duramente. Perché lo ha fatto? Perché ha rovesciato i banchetti dei cambiavalute e ha scacciato con una cordicella intrecciata coloro che avevano reso un mercato la casa del Padre? Come poteva il Gesù misericordioso comportarsi così? Era davvero necessario usare la sferza e cacciare tutti dal Tempio? Dov’era la misericordia di Gesù in quel momento?
Ecco la stessa domanda che gli anonimi autori dei manifesti ci hanno fatto trapelare per tentare di screditare ai nostri occhi l’operato del Papa: “… ma n’do sta la tua misericordia ?”. Basta questo per smascherare la fallacità di quel manifesto. La misericordia, quella di Gesù e di cui ci parla il Papa, non è sinonimo di buonismo, di lassismo, di noncuranza che sfocia nell’assoluto fatalismo delle cose che capitano. Non lo è affatto. La misericordia è ben altro che lasciar fare e non intervenire nelle situazioni che devono essere cambiate e che danneggiano l’uomo e la Casa del Padre. La misericordia riguarda l’anima dell’uomo, del singolo uomo, e non la sua azione corrotta e il suo comportamento errato e ipocrita. Qui sta la grande bugia raccontata in quel manifesto, il grande imbroglio che si è cercato di far passare mediaticamente grazie alla copertura che tutte le Tv hanno assicurato a quel testo diffondendolo in mondovisione. Tuttavia, a ben vedere, è stato un errore clamoroso, un autogol all’ultimo minuto. Quel messaggio ci racconta che chi lo ha pensato non conosce affatto il Vangelo o, forse, pur conoscendolo bene vuole raccontare ai fedeli qualcosa di molto diverso dalla realtà. Chi ha pensato quella frase del manifesto non ha agito da cristiano, da fedele di Gesù Cristo, da seguace del Vangelo. Non lo ha fatto non solo perché, come mi ha insegnato mia nonna da bambino, al Papa si deve sempre e comunque obbedienza, rispetto e lealtà, ma perché ha mentito sapendo di mentire. Chi ha ordito quella campagna di disinformazione verso il Papa, perché è di questo che si tratta, ha cercato di imbrogliarci, di farci deviare dal giusto sentiero, di gettare discredito e maldicenza usando la menzogna.
Il Pontefice è chiamato a compiere scelte, a prendere decisioni, ad assumere provvedimenti all’interno di una Chiesa in continuo movimento nei secoli e tra le società che cambiano. Non è certo un compito facile né invidiabile. Nel fare questo potrà anche sbagliare o avere dei dubbi, ma non si può mai mancare di rispetto o di lealtà. Non lo si può fare soprattutto dinanzi ad un Pontefice che più volte ha dichiarato e ha dato prova concreta di tenere più in considerazione chi lo critica che chi lo adula o, semplicemente, ne approva l’operato. Chi ha pensato quella frase e ha voluto metterla in un manifesto anonimo dovrebbe chiedersi prima di tutto quale beneficio ha portato la sua condotta alla Chiesa e alla fede che dice di voler tutelare. Chi si è nascosto dietro il vile anonimato dovrebbe interrogarsi sul suo essere cristiano e rileggersi con accuratezza il vangelo. Si accorgerebbe così che Gesù non ha mai usato l’anonimato, non ha mai fatto dire agli altri ciò che pensava, non si è mai nascosto dietro frasi pensate e fatte dire da altri. Si accorgerebbe inoltre che Gesù ci ha esortato a parlare chiaro, a dire Si Si e No No, ad essere reali testimoni della nostra fede e del nostro comportamento quotidiano, ad assumerci ogni nostra personale responsabilità. Al Papa si deve obbedienza e lealtà non per cortigianeria ma perché così si serve la Chiesa, intesa come comunità universale dei fedeli. Chiesa che già ha tante sfide davanti a sé e non ha proprio alcun bisogno di manifesti anonimi che cercano soltanto, in modo subdolo e calunnioso, di disorientare i fedeli e di alimentare quelle divisioni tra i cristiani che proprio Gesù ci ha chiesto di evitare in ogni modo. (Damiano Serpi – ©copyright)

Pubblichiamo questa riflessione per gentile concessione del sito d’informazione religiosa: ilsismografo.blogspot.it

“Il Pd? E’ un grande forno”. Intervista ad Alessandro De Angelis

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Vuoi un titolo? Il grande forno, come diceva Marx a proposito della rivoluzione… In cui tutto brucia. Chissà se, per restare alla metafora, poi si rigenera”. Alessandro De Angelis, firma dell’Huffington Post, affida a questa immagine la sua analisi su quel che accade nel Pd.

Scusa, ma che cosa brucia, nel forno?
Mettiamo in fila gli elementi. Dopo la sconfitta del 4 dicembre, epocale, la più significativa degli ultimi vent’anni per la sinistra, che cosa succede? Prima Renzi dice “o governissimo o voto” e nasce il governo Gentiloni, poi “voto ad aprile” ed è chiaro che non ci sarà ad aprile, poi tenta l’asse con Grillo ma quello gli dice no, poi con Berlusconi sulle “coalizioni”. E se vuoi vado avanti. Si bruciano formule, politiche, la sinistra evoca la “scissione”, in un dibattito che si svolge sui giornali e nelle riunioni ma senza popolo. Ti pare normale?

Prosegui.
È tutto scomposto, sgrammaticato, perché a monte c’è la pretesa leaderista di soffocare il dibattito, senza un confronto. In un qualunque partito si sarebbe fatto un congresso. Credo non sbagli chi lo chiede. E invece Renzi, ancora una volta insegue un disegno di potere più che un disegno politico.

Perché andare al voto è un disegno di potere? Non è una cosa democratica, ridare il potere ai cittadini?
Calma, calma. Certo che il voto è democratico. Ed è ovvio che ci devi andare. Però ti chiedo io? Il problema è come ci vai. Perché Renzi vuole il voto anticipato?

Perché?
Primo: perché vuole evitare la manovra economica, che sarà dura e nella quale sarà impossibile fare spesa pubblica e distribuire bonus e mancette. Secondo: perché vuole evitare che le amministrative di primavera non abbiano il traino delle politiche, il cosiddetto election day. Terzo, perché vuole evitare il congresso del Pd. E allora punta al voto con l’obiettivo di portare in parlamento gruppi a lui fedeli e obbedienti. E magari tornare a palazzo Chigi con una coalizione larga. Domando: è un disegno politico o un disegno di potere? E che cosa racconta al paese? La favola dell’Italia felice su cui è stato sconfitto al referendum? Nei partiti normali si sarebbe fatta una discussione sulle ragioni della sconfitta, della leadership e poi il voto.

Dai ragione alla sinistra?
Mi pare una posizione sensata.

Poi c’è la questione della legge elettorale.
Con quella che è uscita dalla Consulta non vai al voto, vai al caos. A meno che uno non voglia illudersi che il Pd può prendere il 40 per cento. Mi pare complicato assai…

Una follia?
Diciamo un azzardo. Non ricordo chi ha dato a Renzi del pokerista, ma coglie un tratto caratteriale. Che fa un pokerista dopo che perde male una partita? Cerca subito una rivincita, un altro tavolo dove rigiocarsi tutto.

Come si comporterà Mattarella?
Mattarella non vuole il 2018 per principio. Vuole un percorso ordinato, con una logica. Se c’è un sistema elettorale logico, scioglie anche a giugno.

Tu hai intervistato Bersani, che ha parlato di scissione. È una minaccia tattica o il Pd si rompe davvero?
È una posizione politica. Bersani ha elencato tre punti su cui occorre discutere: legge elettorale, con l’abolizione dei “nominati”, funzione del governo, e un meccanismo di discussione democratica del Pd. E ha detto: se Renzi tira dritto, noi facciamo un’altra cosa. E, se Renzi tira dritto, la farà.

L’altro ha offerto le primarie.
Tu hai capito cosa ha offerto? Primarie vere o una gazebata? Si vedrà.

In tutto questo soffia in Europa un vento populista.
Soffia un vento anti-establishment. Nel no al referendum c’è anche questo, che evidenzia una frattura profonda tra elite e popolo, non solo una rivolta contro il governo e l’uomo solo al governo e la sua narrazione ottimistica che non ha incrociato la vita reale. E quella frattura è ancora tutta lì, da analizzare, discutere, mente la politica si è avvitata nella sua autoreferenzialità, rimuovendo la questione.

Porterà alla vittoria dei Cinque stelle?
Attenzione, la richiesta di stare con i piedi nella realtà vale anche per loro. Anzi, a maggior ragione per loro che hanno promesso una rivoluzione nel rapporto tra politica e cittadini e che a Roma invece costruito un sistema, e che sistema, con Marra e Romeo, opaco, ambiguo, senza trasparenza. Il tema del domani è ricostruire la politica nell’era del suo rifiuto. Solo la politica può farlo, non l’antipolitica.

Dalla negazione dei diritti alla negazione delle vite: le leggi razziali e il loro seguito. Un testo di Valerio di Porto

2008-11-191Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo l’intervento di Valerio Di Porto, Consigliere Parlamentare, al Convegno dell’UCEI su Legge e legalità – le armi della democrazia. Dalla memoria della Shoah ad una integrazione dei diritti dell’uomo nell’Unione europea, che si è svolto a Roma, giovedì scorso, in occasione della “Giornata della Memoria”.

Vorrei partire da due coincidenze temporali:

questa primavera, oltre ai sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma, ricorre anche l’ottantesimo anniversario del primo provvedimento francamente razzista del regime fascista: il regio decreto-legge 19 aprile 1937, n. 880, Sanzioni per i rapporti d’indole coniugale fra cittadini e sudditi. Ugualmente, ricorrono ottanta anni da un altro decreto-legge, forse meno conosciuto, che si muove tra tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli e la loro discriminazione per rispetto delle tradizioni e consuetudini religiose musulmane: l’articolo 6 del decreto-legge 3 aprile 1937, n. 1253, autorizza infatti il Governatore generale della Libia a “disciplinare nelle aziende con personale musulmano, il lavoro notturno delle donne e dei fanciulli in determinati periodi e ricorrenze, secondo le tradizioni e consuetudini religiose”;

il 5 settembre 1938 è la data di emanazione non soltanto dei primi due decreti-legge di persecuzione dei diritti degli ebre, ma di ben altri 81 provvedimenti d’urgenza. Attraverso la lente di questi provvedimenti, emanati in un solo giorno, si ha un vivido spaccato del regime fascista, dello Stato etico cui si ispira, dell’attenzione per l’esercito, delle politiche che oggi chiameremmo di welfare. Due in particolare hanno richiamato la mia attenzione: il n. 1449, che esenta i grandi invalidi del lavoro dall’imposta sui celibi; il n. 1514, che disciplina l’assunzione di personale femminile agli impieghi pubblici e privati. Il primo è un curioso ma certo non infrequente incrocio tra discriminazione (l’imposta sui celibi) e welfare (l’esenzione per i grandi invalidi del lavoro). Il secondo limita drasticamente l’assunzione delle donne agli impieghi sia pubblici sia privati “alla proporzione massima, del dieci per cento del numero dei posti”. In più, dà ampia discrezionalità alle pubbliche Amministrazioni, cui è riservata “la facoltà di stabilire una percentuale minore nei bandi di concorso per nomine ed impieghi”; “gli ordinamenti delle singole Amministrazioni stabiliranno l’esclusione della donna da quei pubblici impieghi ai quali sia ritenuta inadatta, per ragioni di inidoneità fisica o per le caratteristiche degli impieghi stessi”.

Da questi esempi si evincono alcune cose, note e al limite del banale, che pure vale la pena evidenziare:

– le prime leggi razziste investono l’Africa italiana e denotano la stretta connessione tra conquista dell’Impero e politiche di discriminazione e persecuzione razziale;

– in un regime come quello fascista che tende all’assolutezza e allo Stato etico le discriminazioni sono funzionali agli obiettivi del regime stesso: dapprima, discriminare i celibi per favorire la crescita della popolazione e quindi la potenza della nazione; poi, discriminare le donne, per favorire l’occupazione maschile, in periodo di grave crisi economica; quindi discriminare gli indigeni africani e gli ebrei, con durezza e pervicacia. Negli ultimi anni diversi studiosi si sono dedicati alle leggi razziste anche con riguardo al vero e proprio regime di segregazione razziale istituito nell’Africa italiana;

– infine, vi sono vaste zone grigie, classificabili in due tipologie: le previsioni della legislazione razzista tese a mitigarne le conseguenze o addirittura a offrire una via di fuga; le aree della legislazione ove disposizioni più o meno apertamente discriminatorie si miscelano con tutele e riconoscimento dei diritti: la prima che ho citato va a scapito di donne e fanciulli per garantire agli uomini musulmani di osservare al meglio il Ramadan; la seconda immette in una politica discriminatoria (la tassa sui celibi) una misura di welfare.

Sono proprio queste aree grigie su cui vorrei soffermarmi, richiamando solo per titoli la prima tipologia e soffermandomi un po’ di più sulla seconda. Infine accennerò alle aree grigio-nere dell’oggi, per una conclusiva proiezione sul presente.

Riguardo alla prima tipologia, la legislazione razzista offre due possibilità agli ebrei che intendano sottrarvisi o per lo meno attutirne gli effetti. La seconda consiste nella discriminazione, che assume un significato positivo: l’ebreo discriminato per particolari meriti ha almeno in teoria qualche possibilità in più. La via di fuga dà luogo ad umiliazioni ed arbìtri: con la legge 13 luglio 1939, n. 1024, si riconosce la possibilità al Ministro dell’interno di dichiarare, su conforme parere di una Commissione composta di magistrati e funzionari del Ministero dell’interno, “la non appartenenza alla razza ebraica anche in difformità delle risultanze degli atti dello stato civile”. Il parere della Commissione è motivato ma resta segreto; il conseguente decreto del Ministro dell’interno non è motivato ed è insindacabile. Si apre un conflitto più o meno sotterraneo con la magistratura, cui viene sottratta ogni decisione in materia razziale. La Commissione, nota come tribunale della razza, rivendicherà di aver fatto il possibile per sottrarre molte persone alla persecuzione; il prezzo per sottrarsi, però, è la propria dignità, in aggiunta alla necessità di trovare le idonee raccomandazioni, anche di alti gerarchi fascisti, e, quasi sempre, in aggiunta alla necessità di corrompere. Il giudizio annotato da Piero Calamandrei nel suo taccuino, il 2 marzo 1940, è crudo al limite della volgarità: “il prof. Redenti mi diceva ieri gli sconci che succedono per il Tribunale della razza. Più di 50 domande di ebrei che chiedono di dimostrare di essere figli di puttane, cioè figli adulterini di padre ariano. E ci sono avvocati e funzionari che guadagnano fior di quattrini da queste speculazioni”.

Il poeta romano Carlo Albero Salustri, in arte Trilussa, gioca sul filo dell’ironia per descrivere “L’affare della razza”:

“C’avevo un gatto e lo chiamavo Ajò

ma dato ch’era un nome un po’ giudìo,

agnedi da un prefetto amico mio

pe’ domannaje se potevo o no:

volevo sta’ tranquillo, tantoppiù

ch’ero disposto de chiamallo Ajù.

“Bisognerà studia'”, disse er prefetto

“la vera provenienza de la madre”.

Dico: la madre è un’angora, ma er padre

era siamese e bazzicava er Ghetto.

Er gatto mio, però, sarebbe nato

tre mesi doppo a casa der Curato.

“Se veramente ciai ‘ste prove in mano

– me rispose l’amico – se fa presto.

La posizzione è chiara”. E detto questo

firmò ‘na carta e me lo fece ariano.

“Però – me disse – pe’ tranquillità

è forse mejo che lo chiami Ajà”.

Per qualche esempio della seconda tipologia di area grigia attingo ancora alla politica razzista italiana in Africa: l’anima di più spiccato stampo razziale di tutta la legislazione coloniale inizia a emergereiv nel regio decreto-legge 1° giugno 1936, n. 1019, recante “Amministrazione e ordinamento dell’Africa Orientale Italiana” che precede di un anno il primo provvedimento palesemente razzista del regime, già richiamato,v e che presenta un doppio volto: da un lato marca la differenza tra sudditi e cittadini; dall’altro, forse anche strumentalmente alla volontà discriminatoria sul piano razziale, mostra rispetto per la babele linguistica dell’Africa Orientale Italiana e per le religioni ivi praticate. Mi sembrano sintomatiche, soprattutto, tre disposizioni:

– l’articolo 30, primo comma stabilisce che “Il nato nel territorio dell’Africa Orientale Italiana da genitori ignoti, quando i caratteri somatici ed altri eventuali indizi facciano fondatamente ritenere che entrambi i genitori siano di razza bianca, è dichiarato cittadino italiano”;

– l’articolo 31, oltre ad usare una espressione (sorprendentemente) garantista nei confronti di tutte le religioni, pone particolare attenzione ai sudditi musulmanivi:

“Nell’Africa Orientale Italiana è garantito l’assoluto rispetto delle religioni.

Le istituzioni religiose dei cristiani monofisiti saranno regolate da leggi speciali e da accordi con le gerarchie ecclesiastiche.

Ai musulmani è data piena facoltà in tutto il territorio dell’Africa Orientale Italiana di ripristinare i loro luoghi di culto, le loro antiche istituzioni pie e le loro scuole religiose. Le controversie fra sudditi musulmani saranno giudicate dai cadi secondo la legge islamica e le consuetudini locali delle popolazioni musulmane.

È garantito a tutti il rispetto delle tradizioni locali in quanto non contrastino con l’ordine pubblico e coi principi generali della civiltà”;

– l’articolo 32 dispone che:

“Gli atti ufficiali, che per disposizione di legge debbano essere redatti o pubblicati nelle lingue scritte di sudditi dell’africa Orientale Italiana, saranno compilati nei seguenti linguaggi”: tigrino, amarico e arabo, a seconda delle zone.

“L’insegnamento delle lingue locali è impartito in tigrino, amarico, galla, harari, caffino e somalo, a seconda delle zone.

È obbligatorio in tutti i territori musulmani dell’Africa Orientale Italiana l’insegnamento della lingua araba nelle scuole per i sudditi.

Il Governatore Generale Vice Re, con suo decreto, può stabilire che l’insegnamento in alcune regioni sia impartito anche in una lingua non compresa in quelle su elencate”.

La legge è interessante: da un lato sono presenti germi razzisti (il riferimento ai caratteri somatici e alla razza), dall’altro garantisce “l’assoluto rispetto delle religioni” e “il rispetto delle tradizioni locali in quanto non contrastino con l’ordine pubblico e coi principi generali di civiltà”. Proclamando l’assoluto rispetto delle religioni il legislatore fascista va ben oltre la “tolleranza” cui fa riferimento lo Statuto albertino e la legislazione sui “culti ammessi”; nel contempo, si prepara a discriminare e segregare, in Italia e in Africa.

Una seconda area grigia è presente nell’articolo 36 della legge n. 1045 del 1939, recante condizioni per l’igiene e l’abitabilità degli equipaggi a bordo delle navi mercantili nazionali, finora sfuggito ad ogni tentativo di abrogazionei.

L’articolo 36 presenta un contenuto particolare in relazione al contesto storico nel quale si colloca la sua approvazione: il primo periodo ha intenti chiaramente discriminatori (“Qualora tra i componenti l’equipaggio vi siano persone di colore, a queste dovranno essere riservate sistemazioni di alloggio, di lavanda e igieniche, separate da quelle del restante personale e rispondenti ai loro usi e costumi”) ma non ricorre ad espressioni dispregiative o al termine “razza”, usando un’espressione di derivazione anglosassonex. Il secondo periodo presenta un contenuto che potrebbe apparire perfino garantista (“Per tale personale di colore dovrà altresì esservi a bordo il modo di confezionare il vitto secondo le sue abitudini e i suoi costumi”).

Per inciso, il riferimento a persone “di colore” non ricorre soltanto qui: l’articolo 2 del decreto-legge 16 giugno 1938, n. 1192, Proroga delle norme contenute nel R. decreto-legge 10 febbraio 1937-XV, n. 210, relativo ai finanziamenti per gli assuntori di opere pubbliche nell’Africa Orientale Italiana, nel novellare integralmente l’articolo 2 del citato decreto n. 210 del 1937, si riferisce all’invio nell’Africa Orientale Italiana “di operai nazionali e di operai stranieri di colore”.

In una lettera inviata dalla Società Italiana di Antropologia ed Etnologia all’Ufficio centrale demografico nel 1937 si usa invece l’espressione più dispregiativa “individui appartenenti a razze di colore”.

Ebbene, la legge n. 1045 del 1939 è datata 16 giugno e precede quindi di sole due settimane la legge 29 giugno 1939, n. 1004, recante sanzioni penali per la difesa del prestigio di razza di fronte ai nativi dell’Africa italiana. Passando dall’igiene delle navi mercantili al contesto razziale anche il linguaggio si fa netto, in un’ottica decisamente segregazionista, confermata e brutalmente incrudelita, l’anno successivo, con la legge 13 maggio 1940, n. 822, recante norme relative ai meticci. Qui la volontà di separazione razziale è elevata all’ennesima potenza: il figlio nato da coppia mista cittadino italiano-nativo dell’africa Orientale (la cui formazione era già impedita dal decreto-legge n. 880 del 1937) non può essere riconosciuto dal genitore italiano né può assumerne il cognome; può essere accolto soltanto “negli istituti, nelle scuole, nei collegi, nei pensionati e negli internati per i nativi” (art. 6); non può essere adottato da cittadini. È una legge le cui conseguenze, pesantissime per tanti figli di coppie miste, si cercherà di sanare anche con iniziative legislative. L’ultima che mi risulta è del deputato Pasquale Giuliano e risale alla XIII legislatura (A. C. 5634): “Disposizioni per l’acquisizione della cittadinanza da parte degli italo-eritrei nati anteriormente al 1° gennaio 1953”.

A tutt’oggi, la ferita non è sanata.

Nel mondo attuale – e vengo alla conclusione – la creazione e l’utilizzo di aree grigie a fini discriminatori è relativamente semplice perché sono sempre più complessi i bilanciamenti tra interessi in gioco e soggetti coinvolti, nuovi diritti e valori affermati, anche strumentalmente, a scapito di altri. Mi limito a qualche esempio che porterebbe molto lontano e che interroga le coscienze di tutti prima che il diritto: la proibizione della macellazione kosher o hallal in asserita difesa dei diritti degli animali; la proibizione della circoncisione per tutelare la salute dei bambini; la sostanziale proibizione di costruire nuove moschee in nome del governo del territorio. In questi ambiti il confine è chiaro ma talora può essere scivoloso (pensiamo ai temi della bioetica) o può essere strumentalizzato: occorre allora massimo discernimento ed equilibrio, per esempio tra la civile proibizione delle mutazioni genitali femminili e il discriminatorio divieto della ben diversa e superficiale (e talora medicalmente consigliata) circoncisione.

A queste aree grigie si aggiunge una questione che già si poneva negli anni Trenta: l’atteggiamento delle liberaldemocrazie verso le persecuzioni e i tentativi di genocidio compiuti in tante parti del mondo per motivi etnici e religiosi.

Dopo la notte dei cristalli, gli ebrei intenzionati a scappare dalla Germania e dall’Austria e dai paesi via via occupati trovarono molte barriere, alzate anche da Stati Uniti e Inghilterra. In più, il libro bianco inglese precluse la strada della Palestina, che avrebbe consentito la salvezza di molti. Il regime nazista, nei primi anni, aveva pensato all’emigrazione ebraica come possibile soluzione: la sua impraticabilità accelerò il genocidio di un popolo orami privato di tutti i diritti, segregato anche in patria, impossibilitato a mantenersi, ridotto a feccia della terra per poter essere più facilmente sterminato.

Nella sezione intitolata “Ridere per non piangere” Elena Loewenthal riporta questa “storia tremendamente, infinitamente triste:

Parigi sotto occupazione nazista. Un vecchio ebreo entra a capo chino in un’agenzia di viaggi: vuole comprare un biglietto d’imbarco per una delle navi che partono dal porto di Le Havre.

“Non c’è problema signore”, risponde la cortese impiegata, “per quale destinazione?”

“Destinazione…ah, già…scusi, ha per caso un mappamondo?” domanda il vecchio signore.

“Non c’è problema signore, signore. Ecco a lei”.

Il vecchio gira e rigira il mappamondo, studia, legge i nomi, e pensa. Passa un bel po’ di tempo, e alla fine, sospirando, domanda:

“Mi scusi, non ne ha per caso un altro, da vedere?”.

Quella del vecchio ebreo fu la situazione di tanti disperati che, pur potendo permettersi di pagarsi un viaggio, trovarono quasi tutte le strade sbarrate.

Oggi il compito cui sono chiamati gli Stati liberal-democratici è davvero improbo, con una pressione migratoria fortissima dovuta a motivi economici ma anche a tante, diffuse persecuzioni. Occorre allora volgere lo sguardo con equilibrio e fermezza a quel periodo cruciale tra fine anni Trenta e inizio anni Quaranta, in cui maturarono le condizioni dell’Olocausto, per evitare quello che purtroppo già accade, su scala più o meno ridotta, in tanti posti. L’obiettivo, prima ancora dell’accoglienza, dovrebbe essere quello di garantire a tutti una vita serena nei propri luoghi: difficile, ma forse non impossibile, visto che i focolai dell’odio e dei potenziali genocidi sono ben noti e circoscritti, anche se tante volte preferiamo non guardare e tacere, con lo stesso, terribile silenzio che avvolse dapprima la persecuzione dei diritti degli ebrei (e non solo loro) e poi la persecuzione delle vite.