“Il sogno di una ‘società aperta’ europea è ancora attuale”. Intervista  a Giulio Giorello e Giuseppe Sabella

 

Nel tempo del sovranismo è ancora possibile pensare ad una “società aperta”? Su quali valori si può ripensare una “società aperta” europea? Lo  abbiamo chiesto, in questa intervista, a due autorevoli interlocutori: al filosofo Giulio Giorello e al sociologo del lavoro Giuseppe Sabella. Giorello e Sabella  sono autori di un interessante saggio, appena uscito  nelle librerie: Società aperta e lavoro. La rappresentanza tra ecocrisi e intelligenza artificiale  (Ed. Cantagalli, Milano 2019, pag. 96).

Giulio Giorello | docente di Filosofia della scienza presso l’Università degli Studi di Milano. È stato Presidente della SILFS (Società Italiana di Logica e Filosofia della Scienza). Ha vinto la IV edizione del Premio Nazionale Frascati Filosofia 2012. Dirige, presso l’editore Raffaello Cortina di Milano, la collana Scienza e idee e collabora alle pagine culturali del Corriere della Sera.

Giuseppe Sabella | direttore di Think-industry 4.0, think tank specializzato in lavoro e welfare. Ha collaborato e collabora con diverse testate tra cui Il Sole 24Ore, il sussidiario e Start Magazine. È spesso ospite del TGCom24 e del sito internet di Rainews24 (www.rainews.it) in veste di commentatore economico ed è autore di diversi saggi sui temi dell’industria e del lavoro. Per Cantagalli dirige la collana nova industria.

Giorello e Sabella, il vostro saggio sulla “società aperta” e il lavoro nella 4 rivoluzione industriale, assume, per me, il significato di un interessante “manifesto” liberal (o, se volete, di liberalismo sociale) nel tempo del sovranismo imperante. Si può intendere in questo modo?

Si. Tanto per ricordare il celebre insegnamento di Luigi Einaudi, il pensiero liberale non coincide affatto con il liberismo economico che, in quanto tale, è in crisi. Ma non sono in crisi la tradizione e la società liberale, che a noi piace chiamare società aperta.

Veniamo ai contenuti del libro. Professor Giorello, nel libro si parla diffusamente di “società aperta” e del filosofo della scienza Karl Popper. A lei chiedo: quali sono i valori della società aperta che sono minacciati dal sovranismo?

Tutti i valori della società aperta sono minacciati dal sovranismo, a cominciare dalla libertà intellettuale dei singoli e dalla tolleranza. Per non dire di quei valori che stanno alla base della ricerca scientifica. E poi, come diciamo nel libro, la competenza, l’innovazione, la giustizia sociale, il pluralismo, la pratica del dissenso e, naturalmente, la laicità.

Professore, Il grande idolo dei sovranisti, Vladimir Putin, ha affermato che il liberalismo è finito. Condivide questo giudizio?

Chissà che prima o poi non si possa constatare che “finiti” sono i tipi come Putin!

Perché la lezione di Karl Popper può essere attuale in questo tempo?

Karl Popper è stato un critico particolarmente acuto del totalitarismo, nelle sue più diverse forme. La sua critica è stata radicale dal punto di vista di tutti coloro che insistono sull’autonomia della ricerca scientifica. Ricordiamoci che tale autonomia ci ha garantito i maggiori successi delle nostre condizioni di vita negli ultimi quattro secoli: dalle applicazioni tecnologiche più significative ai progressi dell’indagine medica. In particolare, nel tempo della grande trasformazione, la lezione di Popper è importante – soprattutto per un Paese come il nostro – perché ci aiuta a comprendere come bisogna andare incontro al cambiamento e all’innovazione. Ovviamente la significatività della crescita tecnico-scientifica non deve minimamente far dimenticare la riflessione etica sulla condizione umana: altrimenti, il successo tecnologico può diventare un idolo. E di idolatria, non abbiamo alcun bisogno.

Oggi è tornata di moda la “sovranità” : “prima gli italiani”, con tutti gli annessi e connessi. Quella dei sovranisti e dei populisti è rancorosa. In una visione aperta, qual è il senso della sovranità?

Per noi sovranità non può che essere sovranità dello stato di diritto. Il sovranismo attuale tende invece a calpestare la dignità della legge: non fosse altro per il culto e il ruolo più o meno spregiudicato del leader. In questo senso costituisce un tradimento della miglior tradizione europea, a cominciare da Montesquieu.

Sabella, nel libro si parla del lavoro e delle sue trasformazioni. Dal punto di vista antropologico come viene percepito il suo valore oggi?

Nell’epoca della grande trasformazione del lavoro e, al contempo, della sua precarietà (intesa anche come mancanza), il lavoro viene percepito prima di tutto come “bisogno”: se vi è oggi un rischio di alienazione questa consiste nel pericolo di essere ai margini della società perché esclusi dal lavoro oltre che, paradossalmente, nel ritrovarsi schiavi dello stesso. Oggi la schiavitù la vediamo da una parte nel fenomeno dei braccianti, ma anche in quei casi meno visibili di dipendenza dal lavoro, tipici delle alte professioni. Ecco perché è molto interessante ciò che ci arriva dalla tradizione greca: scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero.

Oggi è il tempo della 4 rivoluzione industriale, anche se sopravvivono elementi di fordismo, come si difende il lavoro in questo tempo del culto della flessibilità?

Purtroppo, ad oggi, si continua a giocare troppo in difesa, anche per l’effetto della grande crisi economica che – soprattutto in Paesi come l’Italia – è ancora crisi del lavoro. Istat ci dice che la disoccupazione è scesa a livelli record (9,9%) ma continua a crescere il cosiddetto “lavoro povero”, come emerge dalla recente rilevazione Inps: continua il trend negativo delle ore lavorate (-4,8%) ed è in costante aumento il part time involontario per il 20% degli occupati. In sintesi, cosa si dovrebbe fare per aggredire la situazione? Una forte politica per gli investimenti e un intervento di rafforzamento del potere d’acquisto delle persone.

 

Sabella nel libro trattate anche del sindacato. Come può essere protagonista nel tempo della disintermediazione?

Per come vanno le cose oggi, il protagonismo dell’azione sindacale più prossimo è nei luoghi di lavoro. La trasformazione del lavoro e lo sviluppo del welfare offrono possibilità importanti alle Parti sociali dal punto di vista contrattuale. È questo un terreno dove ancora non si registra una forte spinta ma è auspicabile che ci si convinca a fare di più. Per il resto, sarebbe interessante che il sindacato tornasse ad essere soggetto per lo sviluppo: è chiaro che, in questo senso, ne è coinvolto il livello confederale, ovvero la parte più ingessata del sindacato. Il dichiarato intento dell’unità sindacale è importante ma non basta.

Ultima domanda per entrambi: il sogno di una “società aperta” europea è ancora attuale?

Oggi più che mai. Come abbiamo scritto nel libro, la società aperta non coincide affatto con la “società liquida” su cui ha tanto insistito Zygmunt Bauman. La società aperta è una società che sa difendersi. Per questo oggi la sua dimensione non può che essere decisamente europea. E cosa vuol dire società che sa difendersi? Significa, in breve, una società che sappia individuare e bloccare i fanatici e gli intolleranti, di qualunque matrice ideologica siano, religiosa o politica. Contro costoro non sono certo efficaci quei quattro nostalgici del marxismo che riducono il pensiero di Marx e Engels a poche formulette che vengono ripetute senza un minimo senso critico.

“PER DIO NESSUNO È STRANIERO”. Testo dell’Omelia di Papa Francesco alla Messa per i Migranti e i Soccorritori

Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia di Papa Francesco, fatta questa mattina in Vaticano, durante la messa per i migranti e i soccorritori. Il significativo evento religioso è avvenuto sei anni dopo la sua visita a Lampedusa. A San Pietro erano presenti 250 persone (tra migranti e volontari).

Altare della Cattedra, Basilica di San Pietro

Lunedì, 8 luglio 2019

Oggi la Parola di Dio ci parla di salvezza e di liberazione.

Salvezza. Durante il suo viaggio da Bersabea a Carran, Giacobbe decide di fermarsi a riposare in un luogo solitario. In sogno, vede una scala che in basso poggia sulla terra e in alto raggiunge il cielo (cfr Gen 28,10-22a). La scala, sulla quale salgono e scendono gli angeli di Dio, rappresenta il collegamento tra il divino e l’umano, che si realizza storicamente nell’incarnazione di Cristo (cfr Gv 1,51), offerta amorosa di rivelazione e di salvezza da parte del Padre. La scala è allegoria dell’iniziativa divina che precede ogni movimento umano. Essa è l’antitesi della torre di Babele, costruita dagli uomini che, con le proprie forze, volevano raggiungere il cielo per diventare dèi. In questo caso, invece, è Dio che “scende”, è il Signore che si rivela, è Dio che salva. E l’Emmanuele, il Dio-con-noi, realizza la promessa di mutua appartenenza tra il Signore e l’umanità, nel segno di un amore incarnato e misericordioso che dona la vita in abbondanza.

Di fronte a questa rivelazione, Giacobbe compie un atto di affidamento al Signore, che si traduce in un impegno di riconoscimento e adorazione che segna un momento essenziale nella storia della salvezza. Chiede al Signore di proteggerlo nel difficile viaggio che dovrà proseguire e dice: «Il Signore sarà il mio Dio» (Gen 28,21).

Facendo eco alle parole del patriarca, al Salmo abbiamo ripetuto: “Mio Dio, in te confido”. È Lui il nostro rifugio e la nostra fortezza, scudo e corazza, àncora nei momenti di prova. Il Signore è riparo per i fedeli che lo invocano nella tribolazione. Del resto è proprio in questi frangenti che la nostra preghiera si fa più pura, quando ci accorgiamo che valgono poco le sicurezze che offre il mondo e non ci resta che Dio. Solo Dio spalanca il Cielo a chi vive in terra. Solo Dio salva.

E questo totale ed estremo affidamento è ciò che accomuna il capo della sinagoga e la donna malata nel Vangelo (cfr Mt 9,18-26). Sono episodi di liberazione. Entrambi si avvicinano a Gesù per ottenere da Lui ciò che nessun altro può dare loro: liberazione dalla malattia e dalla morte. Da una parte abbiamo la figlia di una delle autorità della città; dall’altra abbiamo una donna afflitta da una malattia che fa di lei una reietta, una emarginata, una persona impura. Ma Gesù non fa distinzioni: la liberazione è elargita generosamente in entrambi i casi. Il bisogno pone entrambe, la donna e la fanciulla, tra gli “ultimi” da amare e rialzare.

Gesù rivela ai suoi discepoli la necessità di un’opzione preferenziale per gli ultimi, i quali devono essere messi al primo posto nell’esercizio della carità. Sono tante le povertà di oggi; come ha scritto San Giovanni Paolo II, i «“poveri”, nelle molteplici dimensioni della povertà, sono gli oppressi, gli emarginati, gli anziani, gli ammalati, i piccoli, quanti vengono considerati e trattati come “ultimi” nella società» (Esort. ap. Vita consecrata, 82).

In questo sesto anniversario della visita a Lampedusa, il mio pensiero va agli “ultimi” che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono. Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un’accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea. Essi sono solo alcuni degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e rialzare. Purtroppo le periferie esistenziali delle nostre città sono densamente popolate di persone scartate, emarginate, oppresse, discriminate, abusate, sfruttate, abbandonate, povere e sofferenti. Nello spirito delle Beatitudini siamo chiamati a consolare le loro afflizioni e offrire loro misericordia; a saziare la loro fame e sete di giustizia; a far sentire loro la paternità premurosa di Dio; a indicare loro il cammino per il Regno dei Cieli. Sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratorie! “Non si tratta solo di migranti!”, nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane, e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata.

Viene spontaneo riprendere l’immagine della scala di Giacobbe. In Gesù Cristo il collegamento tra la terra e il Cielo è assicurato e accessibile a tutti. Ma salire i gradini di questa scala richiede impegno, fatica e grazia. I più deboli e vulnerabili devono essere aiutati. Mi piace allora pensare che potremmo essere noi quegli angeli che salgono e scendono, prendendo sottobraccio i piccoli, gli zoppi, gli ammalati, gli esclusi: gli ultimi, che altrimenti resterebbero indietro e vedrebbero solo le miserie della terra, senza scorgere già da ora qualche bagliore di Cielo.

Si tratta, fratelli e sorelle, di una grande responsabilità, dalla quale nessuno si può esimere se vogliamo portare a compimento la missione di salvezza e liberazione alla quale il Signore stesso ci ha chiamato a collaborare. So che molti di voi, che sono arrivati solo qualche mese fa, stanno già aiutando i fratelli e le sorelle che sono giunti in tempi più recenti. Voglio ringraziarvi per questo bellissimo segno di umanità, gratitudine e solidarietà.

 

Dal sito:

https://c.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2019/documents/papa-francesco_20190708_omelia-migranti.html

“Solo un’Europa “keynesiana” salverà l’Italia”. Intervista a Giorgio Tonini

Ieri a Bruxelles sono stati definiti i “top job”, gli incarichi di vertice, della nuova Commissione Europea. Il quadro si è completato, oggi a Strasburgo, con l’elezione dell’italiano David Sassoli, parlamentare del PD, a Presidente del Parlamento Europeo. Quali sfide la nuova Europa dovrà affrontare? Quali conseguenze per l’Italia? Ne parliamo, in questa intervista con Giorgio Tonini. Tonini è Capogruppo regionale e provinciale del PD in Trentino.

Giorgio Tonini, dopo l’esperienza romana si è tuffato nella sua “patria di elezione”: il Trentino. Anche qui ha soffiato forte il vento leghista. Visto dal Trentino com’è il salvinismo? Quali contraddizioni stanno emergendo?

Giorgio Tonini (LaPresse)

Il “salvinismo” è una variante italiana dell’ideologia prevalente nella destra contemporanea,tendenzialmente populista e anti-liberale. Un’ideologia che si fonda su due elementi principali: la rivolta fiscale e il rifiuto degli immigrati. Entrambe queste posizioni hanno una motivazione strutturale, che va compresa e non semplicemente giudicata, in particolare da chi voglia contrastare il populismo. Nel caso della rivolta fiscale, la motivazione strutturale è la stanchezza degli italiani costretti da 25 anni ad accollarsi il peso di un significativo avanzo primario. In altre parole, da un quarto di secolo lo Stato italiano, al netto della spesa per interessi, incassa dai contribuenti più di quello che spende. È quindi comprensibile che una parte significativa del Paese possa essere attratta da una proposta politica che promette la restituzione, in tutto o in parte, di questo avanzo. Naturalmente resta il problema di come finanziare il debito e di come ridurlo. E questo è, nel medio termine, il vero, grande punto debole del salvinismo. L’altro elemento, più frequentato nel dibattito pubblico, è il rifiuto dell’immigrazione. Il modo disordinato col quale questo delicatissimo tema è stato gestito nella passata legislatura, prima del (tardivo) arrivo di Minniti al Viminale, ha contribuito non poco ad alimentare questo sentimento e il salvinismo che ha saputo cavalcarlo. Resta il fatto che una quota di immigrazione è indispensabile, per l’Italia che invecchia e non fa figli. Il problema è dunque come governare questo fenomeno, non come azzerarlo.

Voi trentini siete la patria di De Gasperi, uno dei tre padri fondatori dell’Europa. Ieri a Bruxelles, è nata la nuova Commissione. Si spera sia all’altezza della situazione drammatica. Le chiedo una prima impressione sulle nomine….
I “top jobs”, gli incarichi di vertice, in Europa vengono attribuiti sulla base di un complesso incrocio tra i rapporti di forza tra le famiglie politiche rappresentate al Parlamento europeo e le relazioni tra i governi nazionali nel Consiglio europeo. Cinque anni fa, questo incrocio aveva portato ad un accordo tra la Germania della signora Merkel, capofila della famiglia popolare, e l’Italia di Renzi, capofila di quella socialista e democratica. Questa volta, lo spazio aperto dall’indebolimento della Merkel e dall’uscita di scena del Pd, è stato rioccupato dalla Francia di Macron, capofila della componente liberale, uscita rafforzata dalle elezioni europee. Sulla carta, e nelle speranze di chi crede nell’Europa politica, questo esito dovrebbe consentire una ripresa e un rilancio della posizione federalista, in particolare sulla decisiva questione del bilancio dell’Eurozona. Ma si tratta pur sempre di una soluzione di compromesso e, al di là dei nomi, tutti di spessore e con una importante svolta “rosa”, non sappiamo ancora quasi nulla sui risvolti di tipo programmatico.

Fa impressione che l’Italia, che qualcuno ha definito come il “dottor Jekyll e il mister Hyde d’Europa”, sia stata accanto a Polonia e Ungheria contro un socialista amico dell’Italia (che poteva dare una mano sui migranti). Come giudica il comportamento italiano? L’Italia Riuscirà ad avere un vicepresidente?
Con le elezioni politiche del 2018 e quelle europee del 2019, l’Italia è entrata nel club dei paesi europei governati da una coalizione populista. Ed è quindi uscita dalla cabina di regia delle grandi famiglie politiche variamente europeiste (popolari, socialisti, liberali, in parte verdi), che per quanto indebolite sono ancora quelle che danno le carte nel grande gioco europeo. Non a caso l’unico “top job” conquistato dall’Italia è la presidenza del Parlamento europeo, assegnata a David Sassoli del Pd, in quota “socialisti e democratici”, dunque ad un’esponente di un partito che in Italia è all’opposizione. L’Italia della maggioranza populista si è cacciata da sola in un angolo. E certamente, bocciando Timmermans a causa del diktat di Salvini, ha perso la sua ultima, perfino inaspettata, occasione: quella di far parte della coalizione che eleggeva il Presidente della Commissione. A questo punto l’Italia avrà certamente un commissario europeo, vedremo con quale delega e se avrà o meno i gradi di vicepresidente. Ma sarà comunque in seconda fila.

Lei ha scritto, sul quotidiano trentino “l’Adige”, che nel prossimo Parlamento Europeo si scontreranno tre visioni dell’Europa. Quali sono e cosa rappresentano?
Schematizzando, le tre posizioni principali mi pare che siano quella degli “europeisti conservatori”, rappresentata dai popolari a guida tedesca; quella degli “europeisti federalisti”, liberali, socialisti e democratici, in parte anche verdi, guidati da Macron; e la galassia dei “sovranisti”, inglesi, italiani, est-europei. Quest’ultima componente, per quanto cresciuta elettoralmente, resta politicamente marginale, al massimo può condizionare, ma non determinare le decisioni politiche europee, che restano di fatto una risultante del rapporto negoziale tra conservatori a guida tedesca e federalisti a guida francese. I primi tendono a conservare lo status quo, perché sono quelli che ne hanno tratto maggior beneficio. In particolare i tedeschi hanno raggiunto un delicato equilibrio tra finanza pubblica sana, avanzo commerciale, crescita moderata e piena occupazione, che hanno una comprensibile ritrosia a mettere in discussione. Una più forte spinta alla crescita in Germania, come sarebbe auspicabile e anche prescritto dal Fiscal Compact, significherebbe infatti per Berlino aprire le porte ad una ancora più massiccia immigrazione, con tutti i rischi che questo comporterebbe. Diversa la posizione francese, che punta a guidare il gruppo di partiti e paesi che hanno interesse ad un’Europa più “americana”, nella quale il necessario risanamento delle finanze degli Stati sia reso sostenibile da una forte azione anti-ciclica, “keynesiana”, dell’Unione, attraverso la “Fiscal Capacity”, la capacità di bilancio, dell’Eurozona. Insieme ai francesi, gli italiani sono quelli che hanno il maggiore interesse al successo di questa linea politica. Il problema è che la maggioranza populista che governa e rappresenta in Europa il nostro paese ha collocato l’Italia su tutt’altra traiettoria…

Questo governo italiano è quello meno europeista della storia della repubblica. Epperò continua a chiedere flessibilità di bilancio. È giusto questo atteggiamento? Salvini dice: l’Italia è tra i maggiori contributori, ci diano quello che si spetta…
Questo è l’atteggiamento storicamente sostenuto dagli inglesi. “I want my money back!” Rivoglio indietro i miei soldi, diceva Margaret Thatcher. Questa strada ha portato il Regno Unito nel pantano della Brexit… Quanto alla flessibilità ne abbiamo avuta e continuiamo ad averne tanta. Ma la flessibilità serve a comprare tempo, non a risolvere il rompicapo italiano, fatto di alto debito, forte avanzo primario e bassa crescita. Noi abbiamo bisogno di un motore europeo (il bilancio dell’Eurozona) che spinga sulla crescita. Solo in questo modo possiamo portare l’avanzo primario ad un livello tale da ridurre il debito, senza contraccolpi sul piano sociale e politico. Ma se non è stato capace il Pd di spiegare questa elementare verità agli italiani e di aggregare su questa piattaforma il consenso necessario, come si può sperare che lo facciano i populisti?

Sfioriamo, per un attimo, il tema del PD. Rispetto alla volta scorsa i numeri sono dimezzati. C’è la possibilità di avere un ruolo?
L’elezione di Sassoli dice che il Pd è ancora in gioco in Europa. Per me questa è una notizia molto importante, perché credo che il Pd potrà tornare a vincere in Italia solo se riuscirà a porsi tra i protagonisti di un cambiamento in Europa. Come ho già cercato di dire, la soluzione del rompicapo italiano (per ridurre il debito dobbiamo mantenere, anzi aumentare l’avanzo primario, ma gli italiani non ne vogliono più sapere di fare l’avanzo primario più grande d’Europa; e d’altra parte se smettiamo di fare avanzo primario il debito diventerà insostenibile…) può arrivare solo da una svolta “keynesiana” dell’Europa. Il Pd deve intestarsi questa battaglia e selezionare gli alleati in Europa sulla base di questa discriminante. Se riusciremo a fare questo, disporremo di un’alternativa praticabile e convincente per il Paese, quando l’attuale coalizione populista andrà in crisi.

Il cuore nero di Brescia.Intervista a Federico Gervasoni

 

Sempre più la cronaca ci racconta un fenomeno, molto preoccupante: la presenza di gruppi neofascisti nella provincia italiana. E’ il caso, ad esempio, di Brescia. Città antifascista per eccellenza, vittima di un criminale attentato, nel 1974 a Piazza della Loggia (8 morti e oltre 100 feriti), ad opera dei neofascisti Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Anche in questa città si sta sviluppando questo preoccupante fenomeno. Un giovane, e coraggioso , giornalista bresciano ha indagato a lungo sui neofascismo della città e della provincia. Il suo nome è: Federico Gervasoni. Per le sue inchieste è stato minacciato pesantemente da esponenti neofascisti. Federico, cui va la nostra solidarietà, ha pubblicato un libro-inchiesta su questo fenomeno, uscito da poco nelle librerie:Il cuore nero della città. Viaggio nell’antifascismo bresciano (Ed. liberedizioni). In questa intervista ci parla del suo libro. 

Federico, parliamo un po’ di te: sei giovane, quando ti è nata la passione per il giornalismo? 

Ho cominciato nell’estate 2010, avevo diciotto anni. Tutto è nato dalla voglia di far emergere le vicende poco raccontate e in aggiunta da una forte passione trasformata successivamente in professione. Certo, a distanza di tempo dall’inizio, i sacrifici sono ancora molti, essendo io un professionista freelance, vivo dei pezzi che scrivo, lontano dalle redazioni.  

È molto importante il legame che crei tra essere antifascista ed essere giornalista. Perché, per te, questo legame è così forte? 
 

Ha influito sicuramente ciò che ho studiato e imparato nel tempo. Mi sono diplomato nove anni fa al liceo Veronica Gambara, la cui meravigliosa biblioteca è dedicata a Clementina Calzari Trebeschi, la professoressa di italiano rimasta uccisa a 31 anni il 28 maggio 1974 nella strage nera di piazza della Loggia. Oggi Brescia è città medaglia d’argento per l’eroica resistenza al nazifascismo.  

Una piccola variazione sul tema: vedi messo in pericolo, nella coscienza degli italiani, l’antifascismo? 

Il problema sta nel fatto che gli stessi antifascisti si sono praticamente estinti. La cultura civile contro ogni forma di totalitarismo è sparita mentre i ha assistito a una vasta diffusione di un’ignoranza di massa. Mi preoccupa per di più chi davanti a certi episodi di violenza si volta dall’altra parte senza denunciare. A Brescia e in provincia, il neofascismo è evidentemente presente, chi ne racconta, dà molto fastidio.  
E il mondo giovanile, dal tuo osservatorio, su questo punto (dell’antifascismo), come lo vedi? 

Per ciò che ho potuto constatare in questi ultimi anni, il mondo giovanile è poco attratto dalla politica contemporanea. Non so se si tratti di una reazione dovuta a un sentimento di sfiducia generale.  

Parliamo del tuo libro – inchiesta. Un libro importante e interessante. Un libro che ci offre la mappa (nel senso proprio dei luoghi) e dell’azioni criminose del neofascismo bresciano. Prima vorrei chiederti : come è possibile che, a Brescia, città antifascista per eccellenza, che è stata vittima di un criminale attentato, la tua città tolleri una presenza sempre più preoccupante sotto molti punti di vista? 

Il discorso è più ampio. In Italia, da diverso tempo i fascisti hanno rialzato la testa. Sono infatti alla ricerca di una legittimazione da parte dell’opinione pubblica e in parte ci sono riusciti, riaffermando le proprie idee sia nelle piazze che sul web. Il nuovo fascismo si esprime in modo disomogeneo con forme nuove rispetto a ciò che la storia ci ha raccontato sebbene le idee siano le stesse. Davanti a ciò, da giornalista mi sento in dovere di informare i lettori, ovvero i cittadini, dal rischio che questo fenomeno può causare per la nostra democrazia.  
Sappiamo, invece, che la provincia ha atavici legami con il neofascismo. È così? 

In provincia ci sono una miriade di piccoli partiti, gruppi e associazioni che si differenziano da CasaPound e Forza Nuova anche per aspetti minimi. E se molti di loro nemmeno si presentano alle elezioni, a preoccupare sono invece i singoli episodi di violenza registrati. Ho detto registrati, perché l’elenco si arricchisce anche di pericolosi e controversi episodi mai denunciati.  

Approfondiamo alcuni aspetti del libro, per esempio c’è l’incredibile e preoccupante vicenda della ricostituzione del famigerato gruppo fascista Avanguardia Nazionale, con la presenza di Stefano delle Chiaie. Come è stato possibile? 

Avanguardia Nazionale si è ormai ricostituita da quasi tre anni nella più assoluta indifferenza. I dirigenti sono rimasti gli stessi, compreso il capo Delle Chiaie. Inoltre, a fare impressione sono i volti dei giovani. Abbiamo infatti tre generazioni diverse, tutte riunite sotto la stessa bandiera, quella di un’organizzazione neofascista sciolta per legge nel 1976.  

Chi sono i gruppi protagonisti del neofascismo bresciano? Che tipo di azioni hanno compiuto? 

Oltre ai già citati Forza Nuova e CasaPound, c’è una componente bresciana chiamata Brigata Leonessa e legata a Veneto Fronte Skinheads (blitz naziskin a Como, 28 novembre 2017) che proprio lo scorso settembre è rimasta coinvolta in un’aggressione ai danni di altri giovani nel centro storico di Brescia.  

Dove avviene il reclutamento giovanile: negli stadi? Anche sul Web? 

Spesso il calcio viene utilizzato come pretesto per costruire una rete di violenza più ampia. Sia le curve degli stadi che i concerti d’area sono entrambi terreni molto fertili per la costruzione di nuove leve mentre sui Social si moltiplicano le pagine dove si incita all’odio e alla violenza in nome dell’ideologia. Soltanto su Facebook sono centinaia le pagine che fanno propaganda fascista. Per questo propongo di aggiornare le leggi Scelba e Mancino in era digitale.  

Vi sono alleanze e azioni concordate con gruppi di altre città? 

A livello calcistico assolutamente sì. Nonostante Hellas Verona e Brescia siano divisi dai colori e da una rivalità storica, ci pensa l’estrema destra con Forza Nuova e Veneto Fronte Skinheads in testa a mettere tutti d’accordo. A dimostrazione che dove il pallone separa, l’ideologia (nera) unisce.  
 

La tua città come sta reagendo? 

Io penso che Brescia non abbia bisogno di queste cose. Brescia è diventata nel tempo la città dell’accoglienza e non dello scontro. Ciò che oggi più mi preoccupa e mi riferisco ai reduci delle cene di Avanguardia Nazionale è vedere delle persone che pur avendo vissuto in prima persona le violenze e il dolore degli anni Settanta esaltano oggi le proprie gesta senza fare una dovuta riflessione. Trovo questo concetto assolutamente preoccupante perché ci riporta indietro nel tempo e finisce per mettere in discussione i principi della convivenza civile. Personalmente ho ricevuto tanta solidarietà dalla sezione provinciale dell’Anpi, una delle pochissime realtà rimaste a vigilare sui rischi del neofascismo. Ringrazio inoltre i miei colleghi che mi sono stati vicini nei momenti più difficili.  

Pensi che tutto questo sia figlio di un clima politico, a livello nazionale, che ha sdoganato atteggiamenti xenofobi di chiusura verso il diverso? 
 

Certamente. In particolare, la banalizzazione dell’estremismo nero. Il nostro ministro dell’Interno Salvini, dopo aver allontanato la Lega dal Nord, ha permesso ai fascisti del terzo millennio di CasaPound di avvicinarsi e ad alcuni persino di confluire. Bossi, da antifascista convinto, non avrebbe mai tollerato questo comportamento.  

Ultima domanda : per il tuo lavoro di inchiesta hai ricevuto minacce, intimidazioni pesanti. Continuano? 

Le intimidazioni e le minacce sono un aspetto che considero poco piacevole del mio lavoro ma che al tempo stesso non mi turba. In Italia, chi si occupa di estrema destra, sa che non avrà vita facile. Ad esempio, penso al collega di Repubblica Paolo Berizzi (attualmente sotto scorta). La maggior parte dei gruppi neofascisti, da sempre adottano infatti il metodo di delegittimare e denigrare chi ne scrive. Nonostante l’età (ho ventotto anni) e la mia condizione di giornalista precario non voglio assolutamente fermarmi.  
 

 
 

 

 

 

 

 

“Il Cardinale Martini è stato un grande maestro perché sapeva ascoltare”. Intervista ad Alberto Guasco

E’ appena uscito nelle librerie, un saggio dello storico Alberto Guasco: Martini. Gli anni della formazione (1927-1962), (Il Mulino, 2019), un testo importante per conoscere le “radici” del pensiero e dell’azione del grande Arcivescovo di Milano. Il libro  verrà presentato, oggi pomeriggio a Roma, presso la sede di Civiltà Cattolica (via di Porta Pinciana, 1) con una tavola rotonda sul tema: “Carlo Maria Martini. Formazione ed eredità”. Interverranno : Gian Maria Flick, presidente emerito della Corte terv,costituzionale. P. GianPaolo Salvini S.I., direttore emerito de La Civiltà Cattolica. P. Carlo Casalone S.I., presidente della Fondazione Martini, p .Francesco Occhetta S.I., scrittore de La Civiltà Cattolica. Per l’occasione abbiamo intervistato l’autore del libro.

Alberto Guasco, il tuo libro è un documentatissimo saggio (ricchissimo di note e fonti inedite) sulla storia della formazione di Carlo Maria Martini. Alla fine della lettura esce fuori un “ritratto” di un uomo, che per qualità umane, spirituali e intellettuali, era “predestinato” ad essere un testimone importante della Chiesa contemporanea. Ho esagerato? 

Un pochino sì. Capisco il senso della domanda, ma a me è sempre parso difficile, a ogni livello, parlare di “predestinazione”. Certo, è indubbio, ciascuno di noi possiede talenti particolari, attitudini che a un dato momento si mostrano con più o meno evidenza.

Non è detto però che giungano a maturazione. Possono anche sfiorire. Perché non accada occorrono maestri in grado di intravederle e di farle crescere: Martini ne ha avuti molti, nominati nel libro. Ma occorre anche la disponibilità a mettersi alla loro scuola, e questa non poteva che mettercela il futuro arcivescovo. Ecco qui le radici, l’impasto di quell'”edificio umano” che è stato Martini.

Mi viene da fare , anche un’altra osservazione : senza la compagnia non ci sarebbe stato Carlo Maria Martini. Voglio con questo sottolineare il fatto che la compagnia, con il suo rigore spirituale e intellettuale, ha permesso a Martini di sviluppare la sua vocazione. Nel libro è ben evidenziato l’attenzione, particolare e severa, dei superiori nei confronti del giovane Carlo Maria… È così?

Nell’ottica di prima, è esattamente così. È la Compagnia, nella persona del padre Carlo Brignone, che a 9-10 anni, gli fa la proposta vocazionale. Sono i padri dell’Istituto Sociale, che fino a 17 anni gli “provano lo spirito” per verificare che quell’ embrione di vocazione sia autentico. È la Compagnia che lo forma, che si accorge delle sue capacità e dunque gli fa saltare tre anni di formazione, tanto che nel 1952, dopo sette anni da gesuita, è già prete. Ed è sempre la Compagnia, pur tra qualche contraddizione, che lo destina agli studi  biblici a Roma. Martini è “il prodotto” della Compagnia in transizione tra Vaticano I e Vaticano II e non potrebbe che essere così.

Il libro colloca, il nostro protagonista, nelle temperie del ‘900. La guerra e il fascismo. L’Istituto Sociale, scuola dell’ alta borghesia torinese, grazie anche ai suoi professori, la educato ad essere diffidente del fascismo. È così?

Direi che è anche così. Da cardinale, Martini avrebbe ricordato il fascismo come “una grande pagliacciata, fatta di molti discorsi roboanti privi di sostanza”.

Credo che quel giudizio sia maturato nel giovane Martini a partire da diversi fattori. La passione politica di suo padre Leonardo, uomo di sentimenti liberali. L’esperienza diretta della guerra come svelamento del fascismo come menzogna. La scuola di libertà propostagli da alcuni professori di liceo. L’ancoraggio, nel crollo di tutti i poteri, alla “roccia che non crolla” della fede. Tutto ciò dentro una realtà scolastica, quella del Sociale, tendenzialmente afascista, ma pure immersa nel mare della cultura concordataria di quel tempo.

 

Guardiamo alla spiritualità che ne plasma la personalità. In questo non si può non parlare del noviziato. Da lui definito come un periodo di “formazione austerissima e liberante”. Austerissima è facile da immaginare ma, mi permetto di fare una piccola provocazione, liberante un po’ meno. In che senso lo è stata?

Sì, è un punto difficile da capire, tanto più per chi vive in una cultura come la nostra.

Riferendosi al noviziato cuneese del 1944-1946, noviziato in tempo di guerra in cui o si mangiano rane e lumache o si fa la fame, è proprio “l’austerità” la via per la libertà interiore. Il noviziato, dice Martini, è una scuola “da cui si esce avendo messo sotto i piedi ogni pretesa d’indipendenza e ogni residuo d’orgoglio”.

È il paradosso del Vangelo, in cui l’obbedienza è via di libertà. Altrimenti, parafrasando Bonhoeffer,  è solo arbitrio.

Sappiamo quanto nella formazione di un gesuita sia importante la filosofia. E sappiamo quanto era duro il percorso dell’istituto di Gallarate. I suoi professori ne parlano come di giovane dotato di mente “filosofica”. Eppure lui, uomo della Parola rigorosa, non ne ha un buon ricordo. Perché?

In realtà dobbiamo distinguere due gradi di giudizio, quello formulato  dal Martini studente in filosofia, negli anni 1946-1949, e quello formulato dal Martini già anziano, che rimedita sulla sua formazione filosofica d un tempo.

Negli anni Quaranta, negli istituti di formazione la filosofia è Tommaso. Punto. Scrivendo a casa nel 1947, il giovane Carlo Maria mostra di apprezzare il sistema del dottore angelico, perché capace di dare una “comprensione sempre più chiara di tutta la realtà”. Non è che stia mentendo, probabilmente a quei tempi lo pensa davvero. Ma quel tipo di filosofia, quel clima di rinascita neotomista, non è ciò di cui è in cerca. E che trova più in là, mettendo insieme Bibbia ed Esercizi spirituali.

Poi c’è il Martini anziano, che nel 2006 – con tutto quel che c è stato in mezzo – ripensando a quel vecchio approccio filosofico non può che riconoscervi limiti fortissimi.

Fino a definire quegli anni “una perdita di tempo ben organizzata”.

La seconda metà degli anni cinquanta e primi anni sessanta sono gli anni della svolta per Martini e lo sono anche per la Chiesa cattolica (il Concilio Vaticano II). Martini diventa sempre più “uomo della Parola”, è professore al Biblico a Roma. Qual è il contributo al rinnovamento degli studi biblici?

Entriamo di nuovo nel campo del ruolo svolto dalla Compagnia, specie dal Pontificio Istituto Biblico di Roma, al grande rinnovamento degli studi biblici, rinnovamento che contribuisce a preparare il Vaticano II e che trova entro il Vaticano II – dopo scontri furiosissimi – definitiva legittimazione.

Martini è immerso in questa corrente, formandosi (a Chieri) alla scuola di un grande protagonista del rinnovamento biblico come Silverio Zedda e (a Roma) a quella di maestri come Lyonnet, Zerwich, Vaccari e Bea.

È proprio il cardinal Bea a  preparare il terreno ideale per la crescita di nuove generazioni di biblisti come Vanhoye, De La Potterie e Martini.

Il quale giunge a Roma nel 1962 formatosi alla scuola del Biblico, aperto dell’esegesi protestante dei Cullmann e degli Aland e pronto a sfornare, nel 1966, la tesi di dottorato e a diventare, nel 1969, rettore del Biblico. Veste in cui rivitalizza anche la sede gerosolimitana del Biblico stesso.

Con la nomina a Rettore dell’istituto Biblico si compie la maturità di Martini. Da lì in poi sarà un crescendo di responsabilità. Se tu dovessi sintetizzare il dato costante del suo percorso vita , alla luce delle tue ricerche, qual è?

Lo dico con le parole di Silvano Fausti, ultimo padre spirituale di Martini: il cardinale era un grande maestro che sapeva ascoltare, anzi, era un grande maestro perché  sapeva ascoltare. In tutto il volume, lo si sente più ascoltare che parlare. Ma è in quell’ascolto, sempre concreto e mai disincarnato, che si sente crescere l’uomo della parola, della parola di senso, del potere della parola con la P maiuscola. Che è tutto il contrario della parola del potere.