“Ratzinger e Sarah, Una obbedienza filiale da brividi”. Intervista ad Andrea Grillo

Le anticipazioni del libro di Ratzinger e Sarah, che uscirà mercoledì in Francia, stanno facendo discutere l’opinione pubblica mondiale. Il libro tratta del celibato del Sacerdozio cattolico. Un tema discusso, anche, nel recente Sinodo amazzonico di Ottobre. In quell’occasione l’assemblea si era espressa, a grande maggioranza, per l’ordinazione dei viri probati. Ed è proprio contro questa apertura che si scagliano i due autori del libro. Un estremo tentativo, dell’ala conservatrice, di condizionare Papa Francesco?
Ne parliamo, in questa intervista, con il teologo Andrea Grillo docente di Teologia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma.

Professore, ieri le Figaro ha pubblicato, in esclusiva mondiale, alcuni brani del prossimo libro di Benedetto XVI (il papa emerito) scritto insieme al Cardinale Sarah. Il libro uscirà in Francia mercoledì. Il titolo “Des profondeurs des nos coeurs” è emblematico, vuole essere, quasi, una supplica al Papa regnante perché non ceda alla richiesta, contenuta nel documento finale del Sinodo sulla Amazzonia, di aprire il sacerdozio, a certe condizioni, ai viri probati. Insomma, pur manifestando obbedienza filiale al Papa, l’anima conservatrice non rinuncia minimamente a condizionare pesantemente Papa Francesco. Qual è il suo giudizio?

L’obbedienza filiale ha molti volti. Si può anche obbedire come il figlio maggiore della parabola e vivere la comunione pieni di risentimento. Ad ogni modo vi è stato un Sinodo, al quale il Card. Sarah ha partecipato, e che ha aperto una fase di ripensamento delle forme di identificazione dei candidati al presbiterato, almeno in Amazzonia. Tutto questo può essere anche discusso o contestato, ma parlare come se l’eventuale documento del papa che autorizzasse questa riforma fosse una “catastrofe”, appare un modo irresponsabile di porsi nella vita della Chiesa. La obbedienza filiale assomiglia in questo caso ad un individualismo smisurato e ad una mancanza di rispetto verso le diverse condizioni che vivono le Chiese nei diversi continenti. In una vicenda come questa, ed anche nelle reazioni ufficiali, si tocca con mano che nella Chiesa uno dei peccati più diffusi è quello di usare parole vuote. A mio avviso il termine “obbedienza filiale” può essere utilizzato per parlare di queste dichiarazioni solo facendo abbondante ricorso ad un linguaggio segnato da clericalismo e da ipocrisia. In tutta onestà, qui io non trovo alcuna obbedienza e tanto meno figliolanza. La retorica ecclesiastica in questi casi è un rimedio peggiore del male. Chiamare le cose con il loro nome resta sempre il primo atto che la fede ci chiede. E lo chiede tanto ai pastori, quanto ai teologi, quanto ai giornalisti.

Apriamo una piccola parentesi. Riguarda il “papa emerito”. Sappiamo, dal diritto canonico, che un papa che rinuncia al proprio ufficio non è più papa. Insomma aver consentito di usare un titolo come quello di “papa emerito” rischia di creare non pochi problemi alla comunione ecclesiale. Perché Ratzinger non si rende conto di questo?

Credo che la questione del “papa emerito” sia una sfida per la istituzione ecclesiale. Nella sua novità, ha richiesto una certa dose di improvvisazione, che ora stiamo pagando. Il vescovo emerito di Roma non ha più alcuna autorità di ministero. E, fin dall’inizio, ha cercato, credo veramente, di tenere il profilo più basso possibile. Non è un arbitrio ritenere che il ruolo di un “papa emerito”, quando un altro papa è stato eletto dopo di lui, sia evidentemente vincolato ad un estremo riserbo, per non dire ad un “silentium incarnatum”. Questa è la conseguenza della concentrazione di potere che il papa ha assunto lungo i secoli. Ogni confusione diventa pericolosa, per la Chiesa in quanto tale. A maggior ragione la cosa diventa del tutto distorta se un vescovo emerito di Roma pretende di esercitare una sorta di “veto” sugli atti che il suo successore deve ancora assumere. Per quanto la si circondi di un’aura spirituale, orante, filiale e paterna, questo non è il set di un film. E deve essere gestito con assoluta chiarezza, senza lasciar adito a dubbi.

Torniamo al contenuto del libro. Stando alle anticipazioni gli autori espongono, sentito come un dovere morale, le loro riflessioni sul Sacerdozio cattolico. Per loro il sacerdozio e il celibato sono “uniti fin dall’inizio della” nuova alleanza”di Dio con l’umanità stabilita da Gesù, la cui oblazione totale è il modello stesso del Sacerdozio”. Insomma, per i due autori, c’è una “astinenza ontologica”…. Il termine è assai forte.…

Mi pare, però, che proprio su questo piano ciò che viene scritto nel libro sia teologicamente troppo fragile, quasi imbarazzante. Sembra più il frutto della penna incerta di Sarah che della mano sicura di Ratzinger. Le argomentazioni con cui si vorrebbe giustificare la “immodificabilità” dei criteri di selezione dei prebiteri sono stentate, zoppicanti, ingenue o paradossali. Da due pastori con così grande responsabilità il popolo di Dio si aspetterebbe qualche maggiore motivazione, per giustificare il fatto di aver assunto una posizione drastica come quella che hanno voluto manifestare. Altrimenti, se le ragioni sono davvero quelle indicate, sembra di assistere alla resistenza un poco cieca dello “status quo”, contro ogni possibile cambiamento.

Un altra affermazione, a me sembra malata di catastrofismo, è quella che “la possibilità di ordinare uomini sposati rappresenterebbe una catastrofe pastorale, una confusione ecclesíologica e un oscuramento della comprensione del Sacerdozio”. Qui ogni apertura è cedimento allo spirito del mondo. Non è esagerato tutto questo?

Appunto: esagerazione. Una grande esagerazione. Il Card. Sarah non è nuovo a queste esagerazioni, sempre in relazione ai Sinodi. Si ricorderà come, durante il Sinodo sulla famiglia, in un suo intervento paragonò “fondamentalismo e gender” alle “bestie dell’Apocalisse”. Ogni mutamento rispetto alla struttura della Chiesa ottocentesca viene percepito come cedimento, tradimento, resa al mondo moderno e alle sue rovine. Il pregiudizio antimoderno diventa il criterio di un discernimento senza sfumature. E che presuppone una idea di Chiesa e di Sacerdozio vecchia di quasi 200 anni.

Eppure nella Chiesa latina vi sono sacerdoti sposati… Sono causa di catastrofi?

Non mi pare proprio. La tradizione latina conosce il presbitero uxorato. Ma la chiesa di oriente conosce quasi solo presbiteri uxorati. Un minimo di conoscenza del mondo e delle diverse tradizioni ecclesiali dovrebbe suggerire un giudizio meno drastico, più sfumato, più attento. Soprattutto più informato. Penso che anche un certo provincialismo curiale non sia estraneo a questo modo di esprimersi, che appare rozzo e autocentrato.

Ultima domanda: Quest’ultima uscita di Ratzinger svela, ancora una volta, il paradigma di fondo di una parte della Chiesa: la paura della storia. È così professore?

A me sembra che questo testo abbia un grande valore: manifesta la persistenza ostinata di un modello di autocomprensione della Chiesa che definirei “dispositivo di blocco”. La Chiesa non ha alcuna autorità, se non quella di ripetere quello che è stata nel passato. E per questo deve solo respingere ciecamente ogni cambiamento. Può contare soltanto sulle “tre cose bianche”: l’ostia, l’immacolata e il papa. Come è evidente il dispositivo entra in crisi quando una delle tre “cose bianche” non si piega ad essere stereotipato a restare senza autorità, e inizia ad aver fiducia di poter iniziare percorsi di cambiamento e di riforma. Se la Chiesa esce dal museo e si riscopre giardino, può fiorire. Ma i profeti di sventura, alla prima brezza fredda, o alla pioggia più intensa o al primo sole cocente, sono subito pronti ad esprimere la loro nostalgia per l’aria condizionata, i sistemi di sicurezza e la silenziosa prevedibilità ovattata che il museo loro garantiva. Francesco conosce bene il funzionamento cieco di questo “dispositivo”. E non si lascerà ridurre a “cosa bianca”.

 

I “calcoli” di Donald Trump sull’Iran. Intervista a Marina Calculli

Dopo l’uccisione del generale iraniano Soleimani il Medioriente ha vissuto giorni di grande tensione. Con le parole pronunciate, dopo il simbolico bombardamento iraniano, dal Presidente americano siamo in una fase di “tregua armata”. “Il precipizio non si è allontanato”, come ha scritto oggi su Repubblica,  Bernardo Valli, grande inviato di guerra. Le tensioni, infatti, nel mondo arabo sono  altissime (vedi Libia, Siria e Yemen). Ma quali sono stati i “calcoli” di Donald Trump sull’ Iran? Ne parliamo con la politologa, esperta di relazioni internazionali. Marina Calculli è Lettrice di “Middle East Politics”  all’Università di Leiden.

Marina Calculli  partiamo dall’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani – per ordine di Trump. Un uccisione che destabilizza ancora di più un’area che è piena di tensioni e di guerre. Le, “ragioni”, secondo gli USA, sono, da una parte, la rappresaglia verso le milizie che si sono rese responsabili dell’assalto alla ambasciata di Baghdad e dall’altra la prevenzione verso  possibili futuri attacchi. Una risposta, quella americana, non credibile. Qual è stato, secondo te, il vero “calcolo” di Trump?

L’idea di una guerra contro l’Iran è ben radicata in una parte dell’establishment neo-con di Washington che è lì da prima che arrivasse Trump alla Casa Bianca. Però mi sembra che nella contingenza Trump abbia preso una decisione ‘autoritaria’, dettata in buona parte dall’esigenza di distrarre l’opinione pubblica dalla questione domestica dell’impeachment. E’ in chiara polemica con il Congresso, che non era stato informato dell’attacco, la cui presidente Nancy Pelosi, è in prima linea sul fronte di coloro che vorrebbero l’impeachment di Trump. Per aggirare il Congresso Trump ha dovuto usare l’argomento, politicamente e soprattutto legalmente poco difendibile, dell’autodifesa contro un attacco imminente – poco credibile dato che Soleimani era in Iraq per incontri ufficiali ed è stato ucciso in un aeroporto civile.

E’ stata anche una decisione poco astuta, a giudicare sia dalle reazioni immediate domestiche sia da quelle degli alleati mediorientali degli Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita in primis, tutt’altro che giubilanti e che hanno evidentemente contribuito a spingere Trump alla moderazione, almeno per ora. Questo perché, nonostante gli amici-clienti di Trump in Medio Oriente abbiano in passato spinto Trump a far saltare il JCPOA, l’accordo nucleare firmato da Obama nel 2015, e a riprendere la politica classica di isolamento dell’Iran, una guerra contro l’Iran non è uno scenario ideale per nessuno nella regione. Persino Netanyahu ha detto che l’uccisione di Soleimani era una cosa ‘tutta americana’ e che ‘Israele non c’entrava nulla’. Nella visione cinica della destra israeliana e della casa reale saudita, molto meglio sarebbe la prosecuzione della cinica strategia che Trump stava già perseguendo: strozzare l’Iran lentamente con le sanzioni e indebolire contemporaneamente il Levante arabo. Una guerra potrebbe avere invece conseguenze disastrose soprattutto per i paesi del Golfo che l’Iran è certamente in grado di colpire.

Nella guerra all’Isis, il generale e gli americani erano dalla stessa parte…. E poi che è successo?

Erano tecnicamente, non politicamente, dalla stessa parte, anche se è vero che in molte occasioni gli americani hanno collaborato sul terreno con le milizie sostenute dall’Iran in Siria e in Iraq. Il problema centrale a mio parere è che, al di là della guerra all’ISIS, nessuno dei due ha mai pensato che questo potesse tradursi in un concreto riavvicinamento. E’ possibile che l’Iran sperasse di rendere l’ostilità di Washington più costosa sbandierando il proprio impegno contro l’ISIS – che è d’altronde un’arma che tutti hanno usato per cercare di ottenere credito presso le opinioni pubbliche internazionali per poi tradurlo in un vantaggio politico. Anche i curdi ci hanno provato però, come è noto, con scarso successo… Il problema dell’Iran però è più profondo per Washington. E’ intanto storico: l’odio americano contro l’Iran che trapela per esempio nelle minacce di Trump (seppur smorzate successivamente) di distruggere 52 siti culturali iraniani, simbolo dei 52 americani presi in ostaggio all’ambasciata americana nel 1979, mostra come l’impero americano abbia vissuto in modo traumatico la ribellione di uno stato che ai tempi dello scià era un fermo alleato degli Stati Uniti e che dalla rivoluzione del 1979 è diventato il principale sfidante della loro strategia mediorientale. Poi ci sono questioni più recenti: dopo l’invasione dell’Iraq del 2003, l’America puntava a indebolire il regime iraniano e potenzialmente anche a provocare un cambio di regime a Teheran, cosa che G.W. Bush rese peraltro esplicita. Ma il risultato è opposto: l’Iran si è rafforzato nella regione, non solo contro le aspettative dell’America ma soprattutto capitalizzando sui limiti della ‘guerra al terrorismo’ americana in Medio Oriente. E’ questo che rende una parte dell’establishment di Washington, quello che rappresenta meglio la mentalità imperiale degli Stati Uniti, fanatica nelle manifestazioni di odio anti-Iran, almeno quanto fanatici possono essere i falchi anti-americani del regime iraniano.

Qasem Soleimani è stato definito, da qualche osservatore, come il “Machiavelli del Medioriente”. Trovi giusta questa definizione?

Le guardie rivoluzionarie iraniane e i loro alleati, come Hezbollah, hanno dedicato molte energie nell’elaborazione di un pensiero strategico militare. Certamente questo ha pagato, se si guarda agli indiscutibili vantaggi militari che l’Iran, anche grazie al suo principale alleato libanese Hezbollah, ha ottenuto nel Levante arabo e in Iraq, soprattutto dopo il 2003. Ma questa strategia militare ha delle falle politiche profonde, soprattutto perché a farne le spese sono state le popolazioni civili e in particolar modo i movimenti sociali nella regione: penso ai siriani anti-Asad in Siria, schiacciati direttamente e indirettamente dalla strategia iraniana in Siria. Penso alle recenti rivolte in Libano e in Iraq che rivendicano la fine delle ingerenze esterne, sia quella iraniana sia quella americana, che hanno sistematicamente impedito il consolidamento di un ordine politico domestico, sottoponendolo alle rispettive politiche di potenza.

Guardiamo la cosa dal punto di vista iraniano. Per la Repubblica islamica, l’omicidio di Soleimani, è una perdita grave. Che tipo di conseguenze politiche potrà avere per l’Iran?

Come diceva Conrad in Lord Jim, ‘nessuno è indispensabile’. Tanto più in un regime come l’Iran in cui, seppur ancora in grado di sfruttare la retorica della ‘guerra eroica’ e dei ‘martiri’, le transizioni vengono accuratamente pianificate. La forza dell’Iran nella regione non dipendeva da Soleimani, ma dalla strategia complessiva del regime e delle guardie rivoluzionarie in particolare. Per fare un parallelo, nel 1992 gli israeliani assassinarono Abbas al-Musawi, il segretario generale di Hezbollah in Libano, sperando così di sbaragliare tutta l’organizzazione. Il risultato fu l’elezione di Hassan Nasrallah, ancora oggi segretario generale di Hezbollah, forse persino più carismatico di al-Musawi, che ha portato avanti esattamente la linea che aveva prevalso nel 1992.

Teheran aveva detto che la vendetta sarà pesante…. E la risposta è stata il lancio di missili ballistici su una base americana in Iraq. Dopo il bombardamento sono arrivate le parole di Trump di ieri pomeriggio che rivendicando, ovviamente dal suo punto di vista, la giustezza della uccisione di Soleimani, si è detto disponibile a trattare un accordo di pace con l’Iran. Come giudichi le parole di Trump?

L’Iran ha voluto dimostrare simbolicamente e politicamente di non voler entrare in una guerra che comunque non potrebbe vincere, ma anche di poter dare filo da torcere all’America nel caso di escalation. L’attacco molto preciso alle due basi americane colpite in Iraq ha svolto questa funzione. Trump è tra due fuochi: da una parte, ha pensato di poter sfruttare una guerra contro l’Iran a suo vantaggio nell’anno cruciale delle elezioni, macchiato dal rischio di impeachment. Dall’altra sa bene che proprio un’ennesima e costosa avventura militare potrebbe alienare parte del suo elettorato che il presidente americano ha conquistato anche con la promessa di un ritiro dal Medio Oriente.

Donald Trump (Ap)

 

“L’anno 2019 è stato l’anno dell’emancipazione politica del premier Conte”. Intervista a Fabio Martini

 

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte interviene alla Camera dei Deputati (LaPresse)

Con questa intervista a Fabio Martini, cronista parlamentare del quotidiano “La Stampa”, facciamo un bilancio dell’anno che sta per finire  provando ad immaginare, anche,  i possibili sviluppi.

Fabio Martini, tra poche ore si chiude il 2019. Proviamo a fare un bilancio della politica italiana. Per cominciare partiamo dal Premier. In conferenza stampa è apparso tonico. Possiamo dire che il 2019, tra l’altro, è stato l’anno della emancipazione, o maturazione, politica di Giuseppe Conte?

In una stagione come quella che sta attraversando l’Italia, si può diventare Presidenti del Consiglio per caso, ma per restare un anno e mezzo a palazzo Chigi in una fase instabile ed emotiva come questa, serve stoffa. Il professor Giuseppe Conte ha percorso esattamente questo tragitto: è approdato casualmente ai piani alti della politica, ma ci è restato perché ha dimostrato di avere doti politiche per nulla scontate. Nella seconda metà del 2018 Conte ha preso le misure, parlando pochissimo, tenendosi lontano dai bagni di folla, distillando le sue apparizioni sui Social, disertando i talk show e prendendo dimestichezza con i dossier. Ma nel 2019 ha cambiato approccio. Nei primi sette mesi dell’anno, la litigiosità tra Salvini e Di Maio gli ha consentito via via di “esporsi”, assecondando la nascita di un “personaggio” sorridente, ansiolitico e competente. E’ riuscito a sopravvivere alla crisi di agosto, che avrebbe potuto cancellarlo dalla scena politica, per una ragione più forte di altre: per Pd e Cinque stelle era difficile trovare un presidente del Consiglio che rispondesse alla sua duttilità. Così capace di interpretare con professionalità l’incarico di avvocato di due cause così diverse. Sì, il 2019 è stato l’anno dell’emancipazione dai Cinque stelle e della maturazione, perché – per dirne solo una – un conto è incontrare i grandi della Terra per la prima volta, altro è rivederli ripetutamente.

Quale è stata la qualità che gli ha consentito di reggere una “barca”, non certo robusta, che fatica a trovare una direzione unitaria?
Un mare politico così tempestoso come quello che si è agitato tra il maggio 2018 ed oggi non si vedeva da anni e Conte è riuscito ad evitare che la barca naufragasse essenzialmente per tre ragioni: una sapienza politica evidentemente innata e accoppiata ad un’ambizione fortissima; una cultura giuridica che gli ha consentito di risparmiarsi infortuni legislativi, quasi inevitabili per un novizio come lui. La capacità di guadagnarsi la fiducia dei poteri forti, interni e internazionali, forze assai diverse tra loro. Uno Zelig dotato del talento “giusto” per interpretare questo ruolo, in una stagione nella quale la coerente visione del mondo non è l’attitudine più ricercata. Ma dovendo sintetizzare la virtù che gli ha consentito di tenere la barca, si potrebbe dire che è il personaggio che, a sorpresa, ha rivelato maggiore qualità politica rispetto agli altri leader di questa stagione. Tutti leader-follower, ma tra questi Conte ha dimostrato una professionalità che ne fa il più capace, in una stagione povera di classe dirigente.

Veniamo al governo, provando a dargli un voto, per carità provvisorio, che sintetizzi il suo operato, che voto daresti? Quali sono i risultati, oltre al blocco dell’Iva, che può mettere in “vetrina”?
La domanda ci sta, la risposta in questo caso deve essere interlocutoria in termini di voto. In termini di misure e provvedimenti siamo ancora in attesa di un segno forte e sinora l’unico effetto non misurabile ma palpabile riguarda la psicologia collettiva: Matteo Salvini aveva puntato sulla maieutica dei sentimenti: tirar fuori l’aggressività che ognuno di noi tiene sotto controllo. Questo governo è meno aggressivo e di conseguenza anche gli italiani sono portati a tenere sotto controllo questa pulsione.

Continuiamo con il governo. Sappiamo, però, che le insidie per il “Conte 2” sono tante: le elezioni regionali in Emilia-Romagna e quelle calabresi, la giustizia, la legge elettorale, il Caso Gregoretti, il referendum sul taglio dei parlamentari, le crisi aziendali.. Davvero un territorio molto minato, qual è il pericolo più grosso?
Le elezioni in Emilia-Romagna. Ci sono diversi risultati che risulterebbero destabilizzanti. Ovviamente una sconfitta del Pd. Ma paradossalmente altrettanto destabilizzante sarebbe anche il risultato al momento più probabile: una vittoria(netta!) del Governatore uscente, Stefano Bonaccini, e un risultato molto deludente dei Cinque stelle. Gli altri problemi sono tutti governabili.

Ragioniamo in prospettiva, sempre tenendo conto dell’estrema aleatorietà della politica italiana, vediamo , in sintesi, i possibili sviluppi per le principali forze politiche italiane.. Incominciamo dai 5Stelle… La vicenda delle dimissioni di Fioramonti da ministro è un ulteriore segnale del Caos che regna nei pentastellati.. Domanda : il 2020 sarà l’anno più pericoloso per i 5 Stelle?
Assolutamente sì. Sta venendo a maturazione la fisiologica contraddizione tra un movimento nato e cresciuto come anti-sistema e che una volta arrivato al potere, si scopre senza una cultura di governo. O meglio senza una gran voglia di averla. Ma poiché il lievito che teneva assieme elettori ed eletti era quello genericamente antagonista, è altrettanto fisiologico che affiorino sensibilità (per comodità chiamiamole di destra e di sinistra) che erano rimaste “affogate” dalla principale. L’implosione dei Cinque stelle è l’unica vera mina che può esplodere e far saltare il governo.

Veniamo al PD. Un partito in cerca di una identità. Pensi che il 2020 sarà l’anno, salvo clamorosi eventi negativi, di un maggior protagonismo politico per il PD (un qualche segnale in questa direzione Conte nella Conferenza stampa lo ha mandato)…
Dopo l’”emigrazione” a Bruxelles di Paolo Gentiloni, a guidare il Pd sono rimasti in due – Nicola Zingaretti e il capo delegazione al governo Dario Franceschini – che coltivano una naturale vocazione al quieto vivere. Certo, dopo un’iniziale e plateale acquiescenza, entrambi hanno capito che con i Cinque stelle è più produttivo farsi sentire, ma per vocazione si fanno vivi quando proprio non ne possono fare a meno. O a cose fatte. Come nel caso della prescrizione. La conferenza programmatica di Bologna, che aveva fatto registrare qualche segnale identitario, è esemplare: è tutto caduto nell’oblio. A cominciare dalla bella relazione di Fabrizio Barca, che era ricca di spunti per una moderna sinistra di governo. Non se ne è saputo più nulla. Ma una resipiscenza identitaria è fatale che si manifesti: se dopo aver contrattato l’Agenda 2000, i Cinque stelle dopo qualche mese dovessero ricominciare ad essere inquieti, a quel punto il Pd sarà spinto a trarne le conseguenze.

Matteo Renzi sembra in sofferenza. Sappiamo quanto sia importante per Renzi il potere. È questo può rappresentare un pericolo per Conte. Come sarà il 2020 di Renzi?

Per Matteo Renzi la cosa più importante è esserci, sempre e comunque. Il potere è un mezzo per continuare a pesare. In questo senso la stella polare di Renzi è rappresentata dalla consistenza dei suoi gruppi parlamentari. Con i Gruppi Renzi può continuare a condizionare la politica italiana: mantenere – o non compromette più di tanto – quella dote in nuove elezioni, sarà la stella polare di Renzi nel 2020. Ciò detto, i tanti errori che ne hanno compromesso la carriera e bloccato l’ascesa, non hanno cancellato la qualità politica di Renzi, quel mix di intuito, velocità, decisionismo, conoscenza dei dossier e di come vanno le cose nel mondo, che consentono all’ex sindaco di Firenze di restare uno degli artefici della politica nazionale.

Matteo Salvini. La sua continua campagna elettorale è fonte di tensioni per la democrazia italiana. Pensi che l’aumento di consensi della Meloni lo preoccupi? Il 2020 sarà l’anno del conflitto per la leadership sovranista?
Il consenso, non solo virtuale, che accompagna l’ascesa di Giorgia Meloni infastidisce Matteo Salvini, ma non al punto di determinare un conflitto a destra. Il leader della Lega sta dentro il solco democratico, con parole di destra alla quali il “sistema” non era abituato. Ma se il governo saprà rilanciarsi, il problema di Salvini, più che la Meloni, è come restare a galla, continuando ad alimentare per anni l’antagonismo, l’aggressività. La strategia della tensione prima o poi crea ansia. Ecco, Salvini sarà chiamato a trovare un equilibrio: restare ansiogeno sì, ma al punto “giusto”.

I sondaggi per Forza Italia sono pessimi. Ci sarà un destino sempre più leghista?
Silvio Berlusconi, al suo apparire uno dei leader più innovatori nella storia del dopoguerra, non ha saputo gestire il suo crepuscolo politico: anche se Salvini ha fatto il pieno degli elettori forzisti delusi, il centrodestra sembra inesorabilmente vincolato da una vocazione sovranista.

Infine le “6000 sardine”. Il movimento, sul piano della visibilità mediatica, fino adesso, ha creato non pochi problemi a Salvini. E questo sarà determinante per il voto in Emilia. Pensi che si consoliderà questo ruolo?
Le sardine per ora sono un termometro, che esprimono uno stato d’animo. Di stanchezza per i partiti tradizionali, per una politica aggressiva e parolaia. Certo, sono progressiste e anti-Salvini e senza di loro molti giovani emiliani genericamente di sinistra non sarebbero andati a votare. Certo, se da movimento diventassero partito, per il Pd sarebbero dolori: finirebbero per sottrarre consensi e preziose percentuali. Anche per questo motivo, la cosa più probabile è che il loro destino finisca per riprodurre quello dei Girotondi: favorire la partecipazione, la protesta di piazza ma senza strutturarsi in partito, anche se la Sardine più ambiziose o più motivate finiranno in qualche lista.

Ultima domanda: la parola chiave per il 2020?
Due parole-chiave. La prima è “destra”. Se dopo le elezioni inglesi, il centro-destra dovesse vincere le importanti Municipali francesi di marzo, potrebbe determinarsi un’onda di destra chiamata a trovare conferma – o smentita – nelle presidenziali americane di novembre. La conferma di Trump, dopo 4 anni nei quali non si è certo nascosto, sarebbe un evento trascinante. L’altra parola-chiave è “partecipazione attiva”: dopo anni di virtualità trionfante – tutti chiusi a casa, dietro ad un computer o su una metropolitana a compulsare cellulari – si moltiplicano i segnali che invocano “fisicità”, voglia di esserci, di incidere. La straordinaria partecipazione ai comizi di Salvini e quella alle piazze delle Sardine, tante iniziative sottostimate nelle periferie della città, un volontariato giovanile silenzioso e generoso ma anche un ambientalismo sempre meno parolaio sono tutti segnali che fanno capire che in giro ci sono fermenti che potrebbero trasformare la partecipazione attiva in un fenomeno di stagione.

“Un anno nero per il lavoro, come il carbone dell’Ilva”. Intervista a Giuseppe Sabella

Ilva, Taranto (Gettyimages)

 

Si chiude un’annata con la vicenda Ilva al centro delle cronache, storia che fotografa non solo fatiche e drammi del lavoro ma soprattutto quella instabilità di fondo del sistema Italia che rende scivoloso il terreno per gli investimenti. Un travagliato anno attraversato anche da altri avvenimenti, dall’elezione di Maurizio Landini al vertice della Cgil, alla crisi d’agosto, alla fusione FCA-PSA. Ne abbiamo parlato con il direttore di Think-industry 4.0, Giuseppe Sabella. Continua a leggere

“Il Labour deve cambiare, adesso!”.  Un intervento di Tony Blair sulle ragioni della sconfitta laburista

Pubblichiamo, per gentile concessione, il discorso pronunciato a Londra da Tony Blair, dopo la pesante sconfitta del Labour party alle ultime elezioni politiche del Regno Unito. Blair è stato Premier dal 1997 al 2007 (18 dicembre 2019).

Queste elezioni non sono state una sconfitta normale per i laburisti. Hanno segnato un momento nella storia. La scelta per il Labour ora è quella di rinnovarsi come un concorrente serio, progressista, non conservatore per la guida politica del Regno Unito; oppure ritirarsi da questa ambizione, e in questo caso essere sostituito con il passare del tempo.

Sono molto addolorato per quei buoni candidati laburisti che hanno perso il seggio per colpe non loro, così come per le migliaia di lavoratori e volontari che rappresentano la spina dorsale del Partito.

Certo, la Brexit è stato un problema. È stata unelezione generale sulla Brexit, ed è stato un errore centrale che il Labour abbia accettato che fosse così. Ma una situazione già difficile è stata resa impossibile dallincapacità di prendere una posizione chiara e di seguirla fino in fondo.

Affronto molto seriamente largomento secondo cui abbiamo abbandonato” o mancato di rispetto” ai nostri elettori della classe operaia ridiscutendo il risultato del referendum. Ma il problema di questa posizione è che non cera modo di unire il paese sulla Brexit. Il Regno Unito è profondamente diviso su questo tema. Ora che la Brexit si realizzerà, dobbiamo trarne il meglio e il Paese deve unirsi.

Ma fino a quando le elezioni non hanno risolto il dibattito sulla Brexit una volta per tutte, come sfortunatamente hanno fatto, se il Labour avesse optato per il Leave avrebbe semplicemente alienato la metà della nazione che si opponeva alla Brexit; così come la grande parte dei membri del nostro Partito.

Il sondaggio post-elettorale mostra che tra il 2017 e il 2019 abbiamo perso solo un piccolo numero di elettori che erano per il Leave e nel frattempo abbiamo guadagnato più del doppio del numero di elettori favorevoli al Remain. La più grande riduzione percentuale degli elettori laburisti tra il 2017 e il 2019 è stata tra i giovani, probabilmente sconcertata dallambiguità nei confronti della Brexit che detestano.

Dopo il giugno del 2016 avremmo dovuto accettare il risultato, affermare che spettava al governo negoziare un accordo, ma riservarci il diritto di criticarlo e, nel caso in cui non si fosse rivelato un buon affare per il Paese, sostenere che la decisione finale dovesse essere presa ancora una volta dai cittadini. Avremmo potuto perdere i più ferventi sostenitori della Brexit, ma credo che, con una leadership diversa, avremmo mantenuto gran parte del nostro voto nelle aree tradizionali del Labour, beneficiando del fatto che, anche in quelle zone, la maggioranza di quelli che votano laburista erano a favore del Remain.

Invece abbiamo seguito un percorso di indecisione quasi comica, alienando entrambe le parti del dibattito, lasciando i nostri elettori senza guida o leadership. Lassenza di leadership su quella che era ovviamente la più grande domanda che il paese doveva affrontare, ha rafforzato tutti gli altri dubbi su Jeremy Corbyn

Limportante è capire perché la sua leadership sia stata respinta in modo così deciso. Non si tratta di Jeremy Corbyn come persona. Non ho dubbi che abbia convinzioni profonde e sincere a cui è rimasto fedele anche quando queste sono state criticate duramente.

Ma politicamente, la gente lo ha visto come un politico fondamentalmente contrario a ciò che il Regno Unito e le società occidentali rappresentano. Ha personificato unidea, un marchio di socialismo quasi rivoluzionario, mescolando la politica economica di estrema sinistra con la profonda ostilità alla politica estera occidentale, che non piace agli elettori laburisti tradizionali, che non gli piacerà mai, ha rappresentato per loro una combinazione di ideologia sbagliata e inettitudine atroce che hanno trovato offensivo.

Nessun partito sensato partecipa a unelezione con un leader che ha un gradimento netto del – 40%. La colonizzazione del Partito laburista da parte dellestrema sinistra lo ha trasformato in un glorificato movimento di protesta, con un contorno di culto, assolutamente incapace di essere credibile per un governo.

Il risultato ci ha fatto vergognare. Abbiamo deluso il nostro Paese. In qualsiasi momento, partecipare alle elezioni con una tale divergenza tra popolo e partito è inaccettabile. Farlo in un momento di crisi nazionale quando unopposizione credibile era così essenziale per il nostro interesse nazionale, è imperdonabile.

Lantisemitismo è una macchia. Lincapacità di affrontarlo è stata una questione spregevole che ha lasciato in alcuni di noi il dubbio di votare laburista, per la prima volta nella nostra vita.

Va bene, prendiamoci un periodo di riflessione”; ma ogni tentativo di mascherare questa sconfitta, fingere che sia qualcosa di diverso da quello che è, o la conseguenza di qualcosa di diverso dallovvio, causerà un danno irreparabile al nostro rapporto con lelettorato.

Demoliamo questa illusione che il programma era popolare”. Il sentimento alla base di alcune delle politiche rifletteva alcune ansie degli elettori, ma in mezzo cera anche una lista dei desideri” di cento pagine. Ogni pazzo può promettere tutto gratis. Ma il popolo non si è fatto ingannare. Sanno che la vita non è così. E la promessa della banda larga gratuita” pubblica, gestita dal governo è stata la conferma definitiva della non credibilità del programma.

I signori Johnson e Cummings avevano una strategia per la vittoria e noi ne avevamo una per la sconfitta. Ho notato la sfrontatezza della visita di Johnson a Sedgefield per mettere il coltello sulla piaga! Ma vorrei vedere la loro brillantezza strategica fronteggiare una squadra diversa da una in cui lattaccante non sapeva da che parte attaccare, il centrocampo in stato comatoso, la difesa assente sulle gradinate a chiacchierare con una piccola parte dei tifosi e il suo portiere dietro la rete a ritwittare un video della sua unica parata in un devastante 9-0.

Per il Partito Laburista le scelte sono nette, più nette di quanto si pensi. Si sta preparando a combattere un partito conservatore ultra thatcheriano”.

Ma Boris Johnson ha anche capito che il paese non può essere unito sul tema Brexit. Quindi, la sua strategia è di realizzarla e poi trattarla come uno scomodo impiccio della vita e non un tema che definisce il Partito conservatore. Adotterà la retorica centrista su tutto, tranne che sulla Brexit e possibilmente anche su quello; aspettiamo di vedere alcuni ex ribelli tornare nellovile. Dopo aver trasformato la Brexit da un problema dei Tory a un problema della nazione, aspettiamoci che cambi il tenore del dibattito sulla Brexit. La sfida sarà formidabile, non ultimo per quanto riguarda il nuovo accordo commerciale e la minaccia per lUnione, oltre al dover mantenere tutte quelle promesse fatte agli ex elettori laburisti del Nord.

Ma la maggior parte delle persone non riuscirebbe a scommettere contro 10 anni di governo Tory. La prima regola della politica, tuttavia, è che nulla è inevitabile.

Il Labour può continuare con il programma e le posizioni di Corbyn anche con un nuovo leader. In quel caso sarebbe finito. Oppure può capire che deve liberare il Partito dallestrema sinistra, apportare cambiamenti radicali e iniziare la marcia indietro.

Ma la più grande necessità è capire che la sfida non è iniziata nel 2015. È piuttosto il culmine dei cambiamenti politici e socio-economici nellultimo mezzo secolo e le circostanze della nascita di Labour più di un secolo fa.

Questo è un momento in cui o usiamo le lezioni della sconfitta per costruire una coalizione politica moderna e progressista in grado di competere, vincere e mantenere il potere; o accettiamo che il Partito Laburista abbia esaurito la sua missione originale e non sia in grado di realizzare lo scopo per il quale è stato creato.

Con lavvicinarsi della rivoluzione industriale del XIX secolo, il partito Whig divenne il partito liberale e lalternativa efficace al partito conservatore. (…) È comparso poi un concorrente: il neo-partito laburista nato dal comitato di rappresentanza del lavoro, unorganizzazione sindacale progettata per portare veri rappresentanti della classe operaia e socialista in Parlamento. Col tempo, il partito laburista prese il posto della principale alternativa al partito conservatore e il partito liberale divenne sempre più una minoranza.

Quindi, Lloyd George, un grande riformatore liberale, e Clement Attlee, un grande riformatore laburista, finirono in partiti diversi. Ma la divisione nella politica progressista ebbe conseguenze deleterie a lungo termine. Nel secolo scorso, con la separazione del Partito laburista e dei liberali, i Tories sono stati al potere molto più a lungo dellopposizione, vincendo 8 delle ultime 11 elezioni, mentre negli anni della competizione Tory / Partito liberale, i liberali erano in vantaggio.

Il Partito Laburista divenne dipendente dalle tradizionali forme organizzative della classe operaia e si spinse costantemente verso un socialismo che smussò in momenti cruciali il suo fascino presso laspirante classe lavoratrice. La sua ala liberale era rappresentata da gente come Roy Jenkins, ma era sempre vista con un certo sospetto.

La sinistra e la destra tradizionali del Partito – Bevin e Bevan – erano a disagio luno con laltra, ma si unirono per rendere il Labour un partito di governo, con una politica parlamentare non rivoluzionaria, a favore della Nato e dellAlleanza transatlantica, allinterno del mainstream del socialismo europeo e della politica socialdemocratica.

Poi cera un terzo filone di politica di sinistra che derivava dal marxismo/leninismo ed era una spina nel fianco della leadership laburista. Fin dallinizio, la leadership ha spinto questo filone ai margini del Labour. Lassalto ai vertici del Partito di Tony Benn negli anni 70 e 80, è stato respinto sotto Michael Foot che ha sostenuto Denis Healey contro Benn.

Durante tutto questo periodo stava succedendo qualcosaltro. Leconomia e la società stavano cambiando. La classe media è cresciuta e strumenti di potere collettivo come i sindacati hanno perso la loro base industriale.

E man mano che lo Stato cresceva, per dimensioni e autorità, divenne chiaro che sebbene fosse un mezzo di progresso sociale, poteva anche essere un interesse acquisito, e le limitazioni dello Stato in unera di scelta individuale e aumento del reddito diventavano sempre più apparenti. Il sindacato e la base industriale sono stati svuotati. Le strutture del Partito Laburista si sono dimostrate vulnerabili alle infiltrazioni. I valori sono rimasti forti; ma lofferta al popolo è stata debole e obsoleta.

Il New Labour fu un tentativo di riunire le tradizioni liberali e laburiste della politica progressista. Sia la sinistra tradizionale sia la destra della tradizione laburista furono espressamente incluse, simboleggiate da me e John Prescott; ma lestrema sinistra era tornata ai margini.

Uno studio sulla storia del Labour ha mostrato che nel XX secolo ha governato solo in modo intermittente. Il periodo di potere più lungo ininterrotto fu di 6 anni. Il partito laburista non ha mai vinto due legislature consecutive complete.

Quindi, il programma del Partito è stato rimodellato attorno a un appello alle imprese e ai sindacati allaspirazione e alla giustizia sociale; culturalmente era forte sui temi della sicurezza militare, su legge e ordine, ma anche liberale sui temi sociali. Abbiamo vinto tre legislature consecutive e governato per più del doppio di qualsiasi precedente governo laburista.

Il Partito si è esteso oltre la tribù, ma non ha trascurato i suoi elettori tradizionali.

Si è posizionato saldamente dalla parte delle vittime, non dei criminali. Dalla parte della classe operaia che crede che si debba guadagnare quello che si ottiene. Dalla parte dellinteresse dei pazienti e degli allunni, non dellinteresse del produttore. Ha sostenuto gli investimenti nei servizi pubblici, ma ha abbinato la riforma per garantire che questi soldi fossero spesi saggiamente. Ha respinto esplicitamente la visione del mondo anti-occidentale dellestrema sinistra e stava dalla parte di chi si mostrava patriottico nei confronti del proprio paese.

Non è stato – nonostante tutta le caricature fatte da quando abbiamo lasciato lincarico – un progetto dell’élite liberale delle città. Ha riunito una nuova coalizione di elettori tradizionali della classe operaia, elettori aspirazionali che in precedenza si erano rivolti a Margaret Thatcher e ha unito il voto progressista che era stato diviso nel secolo precedente.

La cosa straordinaria è il desiderio del Partito Laburista di riscrivere in termini negativi il suo unico periodo di maggioranza di governo in mezzo secolo.

Non abbiamo trascurato” i tradizionali territori del Labour nel tentativo di renderci affascinanti alla classe media. In quelle comunità abbiamo fatto il più grande investimento di sempre in scuole e ospedali; abbiamo ridistribuito la ricchezza attraverso modifiche fiscali e crediti dimposta; ridotto la povertà dei pensionati e dei bambini; preso i senzatetto dalle strade; e attraverso il Sure Start, il salario minimo e una serie di altri programmi abbiamo aiutato coloro che avevano più bisogno di aiuto. E abbiamo mantenuto il loro sostegno. Nel 2005, a Sedgefield, la mia maggioranza era di quasi 20mila persone. A Bolsover erano 18mila. In Scozia avevamo 41 seggi su 56, di cui due con maggioranze aumentate rispetto alle elezioni del 2001. Il sostegno che abbiamo perso è stato principalmente tra la classe media per le tasse universitarie e per lIraq.

Il punto non è di tornare alle politiche del New Labour, ma di comprendere il ruolo del New Labour nella storia del partito laburista, così possiamo capire meglio come forgiare il futuro del partito e inserirlo nella storia della politica progressista nel Regno Unito. Lì dove si trova il Labour, ma non solo occupando il posto.

Questa sconfitta è fondamentale. Non possiamo permetterci di ripetere il 1983, camminando come un granchio di fronte alla realtà. Conoscete la narrazione. Per lestrema sinistra, abbiamo vinto il dibattito”, e solo per qualche inspiegabile ragione il popolo britannico, anche se ha accettato che avevamo ragione, ha deciso di votare per gli altri. Le nostre proposte erano popolari, ma erano troppe, la nostra leadership era un problema, ma ha ispirato molte persone, non eravamo troppo estremisti ma ci siamo lasciati ritrarre In questo modo, ora dobbiamo opporci con le nostre comunità allassalto che verrà fatto su di esse dai Tories eccetera. Dobbiamo stare un podi più con le comunità della classe operaia contro il tipo di populismo delle élite liberali di Londra”. Se seguiremo questa linea, saranno 15 anni in più di governo Tory.

Il Paese non lo tollererà. Oggi ci sono persone senza diritto di voto nella nostra politica, arrabbiate per il modo in cui il paese è stato deluso dalla sua opposizione non conservatrice e si sentono senza speranza. E per il paese esiste una generazione di persone intelligenti, capaci e politicamente consapevoli che non saranno mai Tories ma che non hanno posto in Parlamento a causa dello stato del Partito Laburista e il cui talento quindi è escluso.

Devono succedere due cose.

In primo luogo, dovrebbe esserci un dibattito dentro e fuori il Partito laburista sul futuro della politica progressista, su come deve essere ricostruito e rimodellato in una coalizione vincente. Bisogna includere laburisti tradizionali di sinistra e destra, i liberal democratici e coloro che sono disillusi dai partiti principali e quelli che attualmente non sostengono alcun partito. Deve essere un dibattito sotto la Grande Tenda”, aperto e franco.

In secondo luogo, abbiamo urgentemente bisogno di una nuova agenda per la politica progressista. Al centro di ciò ci sarà la comprensione e la mobilitazione della rivoluzione tecnologica, lequivalente del 21esimo secolo di ciò che è stata la rivoluzione industriale nel 19esimo secolo. Significherà un completo riordino del modo in cui Stato e Governo sono concepiti e organizzati; grande attenzione allistruzione e alle infrastrutture; nuovi modi di affrontare la povertà generazionale; ripensare la governance e la responsabilità delle imprese; uno stimolo a livello nazionale e internazionale della scienza e della tecnologia per il cambiamento ambientale; e misure molto specifiche per collegare le comunità e le persone lasciate alle spalle dai cambiamenti determinati dalla globalizzazione.

Abbiamo bisogno di politiche per il futuro. Radicali, ma moderne. Lagenda dellestrema sinistra non è progressista; è una forma di regressione verso un vecchio statalismo, verso il programma tassa e spendi degli anni 60 e 70. Capisco che per qualcuno sia attraente, visto che affronta in modo intenso lemarginazione e il desiderio di cambiamento radicale.

È un grido di rabbia contro il sistema”. Ma non è un programma di governo.

Per tornare a vincere, abbiamo bisogno di autodisciplina, non di autoindulgenza; ascoltando ciò che la gente dice veramente, non ascoltando solo le parti che vogliamo ascoltare; capire che non puoi giocare solo con passione, ma che servono strategia, preparazione e professionalità; vincere la battaglia intellettuale assieme a quella politica.

Nel 1983, dopo la mia prima elezione, essendo stato in giro per diverse settimane ad ascoltare gli elettori laburisti che mi dicevano che stavano votando laburista nonostante lo stato del Partito invece che grazie ad esso, ho partecipato a una riunione nel mio collegio elettorale organizzata dalllestrema sinistra, ancora forte dopo londata pro Benn, intitolata Imparare le lezioni della sconfitta” o qualcosa del genere.

Dennis Skinner era loratore principale. Allinizio, il presidente ci ha esortato a essere onesti. Ingenuamente, ho preso le istruzioni alla lettera. Ho parlato onestamente. Ho detto che eravamo troppo fuori moda nel nostro modo di pensare, eravamo troppo di estrema sinistra, sembrava che stessimo vivendo nellera della TV in bianco e nero in unepoca di colori e così via.

Sono stato ascoltato in silenzio. Subito dopo di me, venne Dennis, che mi strappò politicamente pezzo per pezzo. Uscii dallincontro scioccato. Il mio saggio agente John mi disse: «Sei stato lunico a dire cose sensate, ma in futuro impara a dirle meglio». Nel 1994, pronto alla leadership del partito, ho imparato a dirlo meglio. Ho scelto con cura il mio terreno. Non cera bisogno di offendere inutilmente. Ma nessuno dubitava su quali fossero le mie convinzioni.

Il Labour Party è attualmente abbandonato nellisola della Fantasia. Capisco che gli aspiranti leader vorranno andarci e parlare la lingua locale nella speranza di convincerne abbastanza a migrare verso la terraferma della Realtà.

Ma c’è il rischio che le uniche persone che parlano al Partito il linguaggio della Realtà siano quelle che non aspirano a guidarlo.

Sfortunatamente, il 2019 è molto peggio del 1983.

Quella fu la nostra seconda sconfitta; questa è la nostra quarta. Il paese è diverso. La politica è diversa. Il paese è meno stabile nella sua appartenenza politica. La politica si muove a una velocità accelerata dai social media.

Possiamo correggere le nostre debolezze storiche e quelle contemporanee; o venirne consumati.

Ma la scelta è spietata. E davanti a noi, ADESSO.

(Dal sito: http://www.libertaeguale.it/tony-blair-il-labour-deve-cambiare-adesso/).