La nuova primavera di Palermo. Intervista ad Alfio Mastropaolo

 

Palermo (Contrasto)

Entro questa primavera si svolgeranno le importanti elezioni amministrative. Elezioni che saranno, anche, un test politico nazionale. In particolare per PD e Movimento 5Stelle.

Complessivamente, considerando tutte le regioni, alla tornata elettorale amministrativa di primavera 2017 saranno interessati gli elettori di 1.020 comuni, di cui 796 appartenenti a regioni ordinarie e 224 a regioni a statuto speciale.
Si voterà in quattro comuni capoluogo di regione (Catanzaro, Genova, L’Aquila e Palermo) ed in ventuno comuni capoluogo di provincia (Alessandria, Asti, Belluno, Como, Cuneo, Frosinone, Gorizia, La Spezia, Lecce, Lodi, Lucca, Mondza, Oristano, Padova, Parma, Piacenza, Pistoia, Rieti, Taranto, Trapani e Verona).
Superano i 100.000 abitanti le seguenti città: Genova, Monza, Padova, Palermo, Parma, Piacenza, Taranto e Verona.
Da segnalare che si voterà per la prima volta in nove nuovi comuni istituiti nel 2017 mediante processi di fusione amministrativa. Il comune più piccolo alle elezioni è Blello (BG), che conta solo 71 abitanti al 31 dicembre 2015, data dell’ultimo bilancio demografico annuale Istat.

Ce ne occuperemo anche noi, facendo un piccolo “tour” politico – amministrativo, andando a scovare realtà significative nel nostro Paese.
Incominciamo, oggi, con la città di Palermo. Palermo città di Frontiera. Ne parliamo, in questa intervista, con Alfio Mastropaolo, palermitano doc, che è stato per anni docente universitario di Scienza politica e tra i più noti studiosi europei sull’antipolitica.

Professore, guardando all’operato di questi anni del Sindaco Orlando, quale giudizio si sente di esprimere? Per riprendere lo slogan di Luca Orlando “Il sindaco lo sa fare” sì o no?
Palermo è un laboratorio di molte cose italiane e per questo merita di essere osservata. È un esempio di quel che capita al momento alle amministrazioni locali in Italia. Nei primi anni ’90 erano state acclamate come la leva del rinnovamento politico e morale del paese. Si era introdotta l’elezione diretta del sindaco, si erano snellite le procedure amministrative (qualcuno si ricorda la storia del sindaco manager), se ne erano ampliate le competenze e si era concessa loro qualche autonomia impositiva. Dopo un quarto di secolo la situazione si è rovesciata. Che l’applicazione pratica dei modelli più perfetti sia di solito deludente è cosa nota. Ma qui siamo al disastro. Ci si voleva liberare dai partiti. Pian piano qualcuno comincia a pensare che tra sindaco e cittadini non c’è niente in mezzo, che l’assenza d’istituzioni di raccordo pregiudica l’azione di governo, che se le elezioni producono una scelta disgraziata – un sindaco non necessariamente disonesto, basta incompetente – le conseguenze sono micidiali e i cittadini le pagano. Non siamo ancora entrati in una fase di ripensamento, ma siamo in pieno in quella dell’insofferenza. La cosa più saggia sarebbe rivedere certe scelte e provvedere a una messa a punto. Al momento, invece, il rischio di derive politiche devastanti e di riforme peggiorative è altissimo. Osservare i casi concreti è dunque utile.
Ciò che rende ancor più problematica la condizione delle amministrazioni locali sono state le misure spietate adottate nei loro confronti degli ultimi governi. Esse hanno pagato la parte più consistente delle riduzioni della spesa pubblica. I tagli erano iniziati da tempo, ma si sono a dismisura accelerati. Sono i tagli, risalenti, la ragione delle cementificazioni dissennate degli ultimi due decenni. Concedere opportunità di costruzione era un modo per far cassa, come lo erano le grandi opere e i grandi eventi. Da ultimo sono intervenute riduzioni mostruose nei trasferimenti dallo Stato agli enti locali. I governi si vantano di avere ridotto la spesa pubblica e perfino di aver abbassato le tasse. Invece, anche se pochi cittadini lo sanno e nessuno li informa, la fiscalità è divenuta iniqua. Il risultato è che i comuni si sono impoveriti e hanno ridotto drammaticamente i servizi ai cittadini, di cui sono i fondamentali fornitori. Non senza differenze tra i comuni più ricchi e quelli più poveri.
In questa micidiale tempesta, la parabola di Palermo è esemplare. È un distillato della storia recente. La città ha vissuto da protagonista la stagione delle grandi aspettative, con un sindaco – Orlando – che impersonava il desiderio di rigenerazione morale non solo di Palermo, ma pure del paese. In otto anni di amministrazione, tra il 1992 e il 2001, Orlando era riuscito a ottenere risultati piuttosto soddisfacenti. Quando il suo ciclo elettorale si esaurito, a Palermo è toccata un’amministrazione disastrosa e neanche troppo rispettabile. Cinque anni or sono la città si è di nuovo affidata a Orlando e sta provando a risalire la china, con una duplice complicazione: lo stato lamentevole in cui la città era stata lasciata dall’amministrazione precedente e i succitati tagli spietati della spesa pubblica.
La mia esperienza è quella di un fruitore part time della città. Molti palermitani si lamentano, ma chi studia queste cose sa che gli elettori hanno memoria corta. Vista con più distacco, la città è in risalita. Date le condizioni in cui il sindaco Orlando l’aveva trovata – valga per tutti il fallimento dell’azienda municipale per la nettezza urbana – a Palermo si sono fatti miracoli. Gli elettori non studiano scienze sociali e le classifiche, come quella del Sole/24 Ore, giocoforza semplificano. Per rendere giustizia alla realtà, occorrerebbero indagini molto più accurate.

Durante l’incontro al Teatro Golden, per il lancio della sua ricandidatura a Sindaco, Orlando ha presentato il bilancio del suo operato. Stando alle cifre che ha mostrato indubbiamente vi sono opere pubbliche di riqualificazione del territorio molto importanti, si pensi alle zone strappate al degrado che hanno recuperato una bellezza antica. Tutto questo è importante, però le chiedo, in sintesi, quali sono state le direttrici strategiche su cui si è mosso il Sindaco?
Orlando ha illustrato pubblicamente il bilancio della sua amministrazione. Mi pare ovvio che abbia redatto un elenco di successi strepitosi. Questa è la politica. Ma è innegabile che di cose lui e la sua giunta ne hanno fatte molte. Il comune ha resistito alle difficoltà a quadrare i bilanci. Come tutti le amministrazioni locali, quella di Palermo è afflitta da terribili carenze di personale, aggravate dai vari blocchi delle assunzioni. Eppure, la città è più pulita di cinque anni fa; le attività culturali sono in pieno risveglio; il restauro del centro storico, che porta ancora le ferite della guerra, è ripreso, pur nella crisi generalizzata dell’edilizia; si è avviata una politica di potenziamento del trasporto pubblico e di riduzione dell’inquinamento; si contrasta l’abusivismo edilizio e la massiccia evasione di tributi e tariffe locali. Insomma, si fanno cose utili. Non escludo che si potesse far di meglio. Bastava trovare l’uomo adatto e eleggerlo.

La forza carismatica e la competenza di Luca Orlando fanno la differenza. Un sindaco senza partito. Tanto che lui afferma “Palermo è il mio partito”. Una logica di indipendenza molto forte. I partiti di centrosinistra accetteranno questo?
Si parla troppo del carisma di Orlando e non gli si rende giustizia. Vent’anni fa ne avevano fatto uno straordinario personaggio televisivo. Poi la televisione e media l’hanno mollato e Orlando è rientrato tra i ranghi, ma è rimasto una personalità non comune. Il suo è uno stile politico singolare, per qualcuno magari irritante, ma lui è soprattutto un amministratore competente, un politico attento a parlare coi cittadini, oltre che una figura moralmente irreprensibile. Nessuno ha mai potuto metterne in discussione la moralità personale. Per temperamento non ama le liturgie dei partiti. Ma il problema non sta tanto nel fatto che lui non ama i partiti. Sta nel fatto che i partiti sono odiosi, pretenziosi e inconsistenti. Tanto che a Palermo non riescono nemmeno a opporgli una candidatura accettabile.
Il Pd si vanta di essere rimasto l’ultimo partito italiano. Sta mettendo in scena l’ennesima ridicola incoronazione del suo leader, ma a Palermo, dopo avere fatto sempre resistenza a Orlando, non ha trovato nessuno disposto a fargli concorrenza. Secondo un’antica tradizione nazionale, corre perciò in soccorso al (presunto) vincitore: se va bene, elemosinerà qualche assessorato. L’unica scusante è che i partiti sono allo stremo in tutta Italia, in Europa e forse, a guardare all’America, in tutto l’occidente. È molto difficile capirne la ragione. Butto lì un’ipotesi: i partiti non sanno e non vogliono più connettere i cittadini ai pubblici poteri, perché costa molta fatica. Vogliono vincere le elezioni, spartirsi le cariche pubbliche e si illudono che a questo fine basti la comparsata televisiva dell’istrione di turno. Così il popolo lo stanno scoprendo i nuovi estremisti di destra, o i populisti alla Grillo. È una condizione disastrosa, perché i partiti erano sì stati inventati come macchine elettorali, per conquistare il potere, ma lo facevano raggruppando gli individui, accogliendoli, soprattutto educandoli e connettendoli tra loro. Per carità, c’era chi lo faceva malissimo e si incrociava con la mafia. Sta di fatto che i partiti attuali sono unicamente gruppi di potere, che si affannano tra politica e affari. Palermo riflette in piccolo questa condizione. In assenza di un’alternativa credibile, Orlando ne profitta e li tratta con sufficienza.
In realtà, anche se dice di non avere un partito, lui dispone di un larghissimo network di relazioni nella società locale, tra associazioni, parrocchie, gruppi di volontariato, opinion leaders di circoscrizione, che coltiva da decenni e che, specie in assenza di concorrenti, costituisce una discreta base elettorale. Ho però il sospetto che, come tutte le persone di buon senso, anche lui si renda conto che i partiti ci vorrebbero. Come si tiene assieme una società, anche solo locale, senza una pubblica amministrazione decente, senza attività imprenditoriali, private o pubbliche che diano lavoro e reddito e pure senza partiti che raggruppino e educhino i cittadini? Palermo è un esempio tra tanti. Le assenze – niente pubbliche amministrazioni, niente partiti, niente imprese – sembrano essere il destino del paese. Da qualche parte sopravvivono segmenti di amministrazioni pubbliche e di imprese, più o meno solidi: a Milano, a Torino, a Firenze. Ma il resto, si veda Roma, è al collasso. Nel collasso può capitare di tutto: il pessimo – di esempi ne abbiamo molti sotto gli occhi – e il buono. Quest’ultimo mi pare il caso di Orlando, il quale però può far fuoco solo con la legna che c’è. Dobbiamo comunque essere consapevoli che se c’è bricolage virtuoso, c’è n’è anche di terribile. Non a caso l’elettore medio, in Italia e non solo, non è scontento, ma è disperato, e la disperazione produce movimenti scomposti. È sciocco gridare al lupo populista quando non si fa che chiamarlo.

Palermo si è contraddistinta per le politiche di accoglienza. Può parlarcene? Vi sono progetti meritevoli?
Anche qui, l’amministrazione comunale fa quel che i mezzi le consentono. A quel che vedo, fa parecchio. L’immigrazione è un fenomeno irreversibile. Come lo giudichiamo è irrilevante. Ciò che conta è che non si fermerà. E non porta da nessuna parte l’idea che possiamo fermarla. Per fermarla servirebbero non i respingimenti, ma una politica di sostegno ai paesi di provenienza, che crei pane e lavoro da quelle parti. E poi smetterla di accendere guerre scellerate in giro per il mondo. Se uno avesse buon senso, rinuncerebbe alle guerre e investirebbe nella pace. Ma l’occidente è irrimediabilmente insensato e vai a persuadere le popolazioni occidentali che occorre investire per dare pane e lavoro all’Etiopia o al Marocco. Quindi adeguiamoci. Le politiche di accoglienza costano anch’esse. Ma oltre all’accoglienza materiale, è essenziale quella simbolica: la conoscenza e il rispetto dell’altro. Questa è una politica che non costa, ma che in pochi fanno. Orlando la fa, con accanimento. La fa col suo stile: Palermo come punto di contatto tra nord e sud, come grande capitale mediterranea. Le parole contano. Anzi, le parole sono fatti. Certe parole – benedetto sia chi le pronuncia – servono a bilanciare le parole di odio pronunciate da altri. Sono coerenti con questo schema anche le parole che Orlando spende da sempre contro la mafia e la sua attenzione ai temi della legalità. C’è da aspettarsi che Palermo capitale della cultura nel 2018, oltre a far conoscere meglio le sue mille risorse monumentali, artistiche, gastronomiche, colga l’occasione per ribadire questi temi, anche agli occhi dei palermitani. I quali andrebbero pure persuasi a rispettare di più la loro città. Un’amministrazione non può farcela da sola. Se il problema della raccolta rifiuti è ancora grave, quanto non aiuterebbe a risolverlo un comportamento più disciplinato dei cittadini? Se ci fossero dei partiti di qualità, aiuterebbero loro. Non ci sono anche in questo e se ne sente la mancanza.

Certamente vi sono stati dei miglioramenti presentati dal Sindaco in quelle sue slides, che hanno fatto sì che l’immagine di Palermo in Italia sia migliorata. Però c’è l’enorme cifra della disoccupazione che si aggira intorno al 42% nella città metropolitana. Il tessuto industriale del comprensorio si è desertificato per la chiusura della Fiat. Non pensa che questo dovrà diventare la priorità assoluta per il prossimo sindaco?
Palermo sul piano occupazionale è molto malmessa. Lo è come il resto della Sicilia e come il Mezzogiorno. Ci sono segni di risveglio, ma sono molto timidi. Cosa può fare un sindaco? Non chiediamogli quel che non può fare. Una città ben amministrata può attrarre investimenti: magari di buona qualità, anziché grandi opere e grandi eventi, genere olimpiadi. Il problema è che amministrare bene aiuta, ma non risolve. Palermo è situata alla periferia dell’Europa. Per ravvicinarla si dovrebbe investire in infrastrutture – porto, aeroporto, ferrovie, ecc. – ma mancano le disponibilità finanziarie e neanche questo forse basterebbe. Sarebbe invece di enorme aiuto lo Stato, ove colmasse, e consentisse di colmare, i vuoti che ci sono nelle pubbliche amministrazioni, se intervenisse a potenziare le scuole, l’università, la ricerca, ecc. ecc. Queste cose chi ci governa non le fa nemmeno nelle regioni di paese che gli stanno più a cuore. Figurarsi nel Mezzogiorno, in Sicilia, a Palermo, che sul piano elettorale contano ormai molto poco. Non parliamo della regione Sicilia. La strategia nazionale è di mettere le città in concorrenza e di far piovere finanziamenti dall’alto più o meno per grazia sovrana. Personalmente penso che tutti i cittadini abbiano diritto a essere trattati allo stesso modo e a ottenere lo stesso livello di servizi: non a essere erraticamente beneficati mediante qualche curiosa procedura competitiva, che premia gli amministratori e ignora i cittadini. Come pretendere allora il miracolo dal sindaco di una città carente di iniziative imprenditoriali private e pubbliche di qualche respiro? Si può sperare nel turismo, ma di solo turismo non si campa e comunque, salvo trasformare i centri storici in Disneyland, serve una politica del turismo, non solo locale. Soprattutto però occorrerebbe una vera politica industriale nazionale, che metta al centro il divario con il Mezzogiorno. Purtroppo non nutro alcuna speranza che ciò possa avvenire nei prossimi anni. L’agenda dei governanti nazionali è tutt’altra e coloro che aspirano a sostituirli non sono affatto migliori.
La sola cosa che forse si potrebbe fare, dico forse, è cominciare a sperimentare, in posti come Palermo, forme di organizzazione e distribuzione della vita collettiva e del lavoro alternative. Non il lavoro non pagato dei cosiddetti volontari o degli stagisti, che è una forma di sfruttamento vergognoso, ma la redistribuzione del lavoro. Può però farlo un sindaco? Non lo so. Ma bisognerebbe pensarci. Da qualche parte si fanno esperimenti. Perché non a Palermo?

Ecco chi e perché nel mondo perseguita i cristiani. Intervista a Nello Scavo

 

Nello Scavo, giornalista dinchiesta per il quotidiano cattolico Avvenire, in

questo libro, Perseguitati, ci offre un documentatissimo reportage di chi in ogni angolo del mondo viene perseguitato per la sola ragione di pregare il Dio di Gesù Cristo.

I dati sono impressionanti: ll  75% delle violenze che, oggi, una minoranza religiosa subisce riguarda i cristiani. Quali le ragioni di tanto odio? Ne parliamo, in questa intervista, con lautore del libro. Il libro verrà presentato a Roma, presso il Palazzo della Cancelleria, il prossimo 28 marzo. Alla presentazione sarà presente, tra gli altri, mons. Silvano Maria Tomasi (Segretario della Pontificia Commissione Giustizia e Pace).

 

Come nasce questo libro?


Dal desiderio di conoscere e di raccontare. Dalla necessità di andare a fondo. Non mi bastavano infatti le risposte preconfezionate sulla “guerra al cristianesimo” per ragioni strettamente religiose, come se l’essenza di una religione, sia essa l’islam o certe derive del buddismo nel sudest asiatico, così come l’induismo e lo stesso cristianesimo (laddove i cristiani venivano accusati di non essere vittime ma carnefici), contenessero nel loro Dna il germe dell’odio. Così ho provato a raccontare una delle ricadute della “terza guerra mondiale a pezzi” tante volte denunciata da Papa Francesco.

Il tuo libro è davvero un grido di allarme per le enormi violazioni della  libertà religiosa che investe, ormai quotidianamente, il 60% degli Stati a livello mondiale. Puoi farci una piccola mappa dove, secondo la tua esperienza sul campo, maggiori sono le violazioni?

Secondo Open Doors International la Corea del Nord per il 15° anno di fila è il luogo peggiore al mondo dove essere cristiani. La Chiesa è interamente clandestina. C’è poi la Somalia dove gli islamici che si convertono al cristianesimo, se scoperti vanno incontro a morte certa La Chiesa è pressoché totalmente clandestina o fortemente ostracizzata anche in Paesi come Afghanistan, Pakistan, Sudan, Iran ed Eritrea. La pressione anticristiana cresce rapidamente nelle regioni del Sud-Est Asiatico e dell’Asia Meridionale. Ma fenomeni anticristiani si registrano anche alle porte d’Europa, dove centinaia di profughi cristiani incontrano enormi difficoltà a raggiungere i Paesi Ue ai quali intendono chiedere asilo.

ll  75% delle violenze che, oggi, una minoranza religiosa subisce riguarda i cristiani. Un dato impressionante. Qual è il fattore scatenante di tanto odio?

Ci sono molte ragioni, ma in generale possiamo dire che si tratta di scontri per difendere un interesse. Sia esso di tipo economico, culturale, sociale, o di “supremazia religiosa”. Il cristianesimo, infatti, non è mai privo di ricadute sociali e la novità che esso rappresenta viene spesso vissuto come una minaccia per chi ha fatto del sopruso, sotto qualsiasi forma, anche quelle apparentemente più innocue, una regola di vita.

Colpisce, nel libro, il racconto delle umiliazioni , e le violenze, che subiscono le donne cristiane…Ce ne puoi parlare?

Ho cercato di ricostruire il tariffario delle schiave sessuali cristiane, le “condizioni contrattuali”, nella compravendita delle donne, le angherie che molte sopportano spesso per proteggere i propri bambini. Ci sono casi di donne rimaste vedove e che avrebbero voluto togliersi la vita, una volta “comprate” da qualche miliziano, ma che hanno accettato il quotidiano martirio solo per non abbandonare i figli nelle mani dei mujaheddin. I maschietti vengono avviati alla “guerra santa”, quanto alle femminucce non serve immaginazione per sapere quale futuro le aspetterebbe.

Hai scritto nel libro che hai raccolto testimonianze, documenti  e atti “top secret” che confermano l’esistenza di piani per la sistematica eliminazione di comunità di credenti perché, secondo il regime, creano destabilizzazione nella società. A chi ti riferisci in particolare?

Ho rovistato nel passato dell’America Latina, trovando molte conferme sui piani anticristiani delle dittature militare spalleggiate dagli Usa. Uno spartito che non è cambiato al giorno d’oggi in molti Paesi africani, in Asia, nella penisola araba, solo per fare alcuni esempi.

Per scrivere questo libro hai attraversato le “trincee della fede”, dalla Cambogia alla Somalia, ti sei imbattuto anche negli “007 della Fede”, così li hai definiti questi uomini coraggiosi, chi sono e cosa fanno?

Si tratta di cristiani, sia cattolici che protestanti, i quali affrontano enormi rischi per far arrivare il sostegno delle comunità di credenti ai gruppi perseguitati. Tra essi persone che mettono a repentaglio la loro vita per contrabbandare copie della Bibbia da far giungere alle chiese relegate nel silenzio.

Tra tanto dolore c’è stato un episodio che ti ha destato una speranza per il futuro?

Sono molti gli episodi che danno speranza e proprio alcuni di questi mi hanno spinto a continuare nell’inchiesta e scrivere il libro. Penso ad alcuni imam che nei Balcani hanno dato accoglienza a tanti profughi cristiani provenienti dalla Siria. Penso anche a quegli islamici che in Siria stanno proteggendo i loro amici cristiani, insomma a quei “samaritani” che non si girano dall’altra parte, ma si soffermano senza fare calcoli.

Ultima domanda: In questa tuoi incontri nel dolore come viene percepito Papa Francesco? Te lo chiedo perché nei “circoli” tradizionalisti Bergoglio viene accusato di fare poco per i cristiani perseguitati. Una accusa mostruosa….
Ovunque il pontefice è percepito dai cristiani, anche da tante comunità protestanti, come un vero difensore dei diritti umani e l’unico leader in grado di agire a sostegno dei martiri del nostro tempo. Sapere che c’è qualcuno che chiede di pregare per loro, non è solo di grande consolazione, ma gli conferma di essere parte di una comunità universale.

Nello Scavo, Perseguitati, Edizioni Piemme, Milano 2017, pagg. 300. € 18, 50

Fine vita: profezia e attualità in una riflessione inedita di fratel Arturo Paoli

Per gentile concessione dell’agenzia Adista pubblichiamo questo di Arturo Paoli, esponente di spicco del cattolicesimo conciliare e religioso dei Piccoli fratelli del Vangelo, recentemente scomparso. Ci sembra di grande attualità questa lucida riflessione di Paoli su un tema, il “fine vita” così delicato e importante

(Dino Biggio) Chi non ricorda il calvario di Eluana Englaro e della sua famiglia, con tutte le discussioni e le polemiche che sollevò in campo politico, ma anche ecclesiastico, per lo più dettate da interessi di parte che poco avevano a che vedere con il bene di Eluana? [La ragazza, 21 anni, studentessa universitaria, aveva avuto un gravissimo incidente stradale il 18 gennaio 1992. Dopo 17 anni in stato vegetativo permanente, e dopo quattro giorni di sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione, era morta nel tardo pomeriggio di lunedì 9 febbraio 2009. La richiesta della famiglia di interrompere l’alimentazione forzata, considerata un inutile accanimento terapeutico, aveva scatenato nel nostro Paese un aspro dibattito sui temi legati alle questioni del fine vita. Dopo un lungo e straziante iter giudiziario, l’istanza era stata accolta dalla magistratura per mancanza di possibilità di recupero della coscienza e in base alla volontà della ragazza, che era stata ricostruita tramite testimonianze, ndr].

Fratel Arturo Paoli, che sul caso aveva riflettuto e meditato a lungo, aveva espresso il suo pensiero quattro giorni prima della morte della ragazza, durante la celebrazione della messa comunitaria del giovedì, nel salone della casa Beato Charles de Foucauld di San Martino in Vignale, dov’era ospitato dalla diocesi di Lucca.

Ecco, di quella riflessione sono riuscito ad avere la registrazione, grazie alla sollecitudine di una cara amica. Un pensiero lucido, quello di fratel Arturo, che non ha mai perso l’occasione per levare sempre alta la sua voce in difesa dei più deboli, di coloro che non hanno voce. In questo come in altri casi, la Chiesa cattolica si è dimostrata piuttosto “piccina”, ma al suo interno ci sono sempre state “altre” voci, come quella di fratel Arturo, emerse nonostante i tentativi di metterle a tacere.

Le discussioni vivaci, spesso ipocrite, che si sono riaccese in questi giorni, in seguito alla dolorosa vicenda di Dj Fabo (Fabiano Antoniani), mi hanno convinto dell’opportunità di riproporre quella riflessione di fratel Arturo Paoli, perché sono persuaso che, se dovesse parlare oggi, egli amplierebbe la platea dei destinatari del suo messaggio.

Questo il testo – pubblicato per la prima volta oggi da Adista – che ho estrapolato dall’omelia più ampia proposta da fratel Arturo il 5 febbraio 2009, prendendo lo spunto dal Vangelo di Marco 6,7-13, e che descrive uno dei tanti invii dei discepoli di Gesù agli uomini. Questa riflessione è di un’attualità sconcertante, direi profetica. Sembra pronunciata per i tempi che stiamo vivendo oggi. 

Stasera vorrei soffermarmi con voi a riflettere un po’ sull’argomento così delicato di cui si sta parlando tanto e che sta generando un preoccupante disorientamento. Devo confessare che in quest’ultimo periodo ho seguito poco le notizie di stampa, sia per ragioni di tempo, ma soprattutto perché esse mi deprimono. L’unico modo per difendermi e mantenere la tranquillità è quello di non seguirle. Forse in questo c’è un po’ di viltà, ma è la verità. Ci sono dei fatti di cronaca che vengono assunti dalla stampa – meglio sarebbe dire da chi la governa – con l’obiettivo di distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dai guai veri della nostra società. Vengono così creati ad arte dei fatti sensazionali e scandalistici falsi, che giungono anche a tradire la dottrina della Chiesa proveniente dalla rivelazione di Dio. Pensate un po’ alla confusione che regna sulla problematica della vita e della morte, dell’eutanasia, dell’accanimento terapeutico eccetera.

La prima legge è molto chiara e non dovrebbe creare conflitti: la vita umana è da considerarsi tale quando essa può esprimere liberamente la propria facoltà di pensare, di ragionare, di amare.

La seconda legge è anch’essa altrettanto chiara: nessuna persona è obbligata a mantenersi in vita – o a mantenere in vita altre persone – usando mezzi innaturali, come quello della nutrizione o della respirazione assicurate attraverso strumenti meccanici.

Il disorientamento di oggi nasce proprio dalla grande confusione tra eutanasia e rifiuto di utilizzare questi mezzi straordinari, che sono pur sempre il frutto di conquiste della scienza e della tecnica di cui riconosco la grande valenza.

Il caso della ragazza di cui si parla tanto è davvero emblematico: è ammalata da tantissimi anni; è provato che non sussista alcuna speranza di ritorno ad una vita normale, senza l’utilizzo di mezzi assolutamente innaturali; i suoi genitori si rifiutano di continuare a tenerla in vita in questo modo. Proprio non riesco a capire come si possa parlare di omicidio! Sono profondamente convinto che sia gravemente peccaminoso usare questo linguaggio, perché esso è contro la verità e perché crea forte disorientamento nell’opinione pubblica, condizionandone la libertà. Il desiderio dei genitori va nella direzione di liberare la propria figlia da un inutile martirio. Stabilire in modo appropriato le probabilità di coscienza della ragazza è sicuramente un’indagine difficile, se non impossibile, però ritengo assolutamente colpevole porre sullo stesso piano la rinunzia a mezzi meccanici di mantenimento in vita e l’omicidio. Non si può ragionevolmente sostenere che sia vita quella di mantenere artificialmente il respiro di una persona che ha già perso totalmente i connotati della persona stessa, non potendo più né pensare, né parlare, né amare. Se questa ragazza fosse vissuta trent’anni fa, a quest’ora sarebbe già uscita dal mondo tranquillamente, senza polemiche, semplicemente perché mancavano questi ritrovati della scienza, certamente importanti in molte situazioni, ma che non possono ridarle una benché minima possibilità di vita normale.

Polemiche strumentali

La cosa a me sembra molto chiara. Oggi si fanno tante polemiche che a me appaiono sempre più strumentali e mosse da precisi interessi e finalità da raggiungere. Ma queste polemiche altro non fanno che accrescere la confusione, che divide e impedisce di condurre relazioni pacifiche e, soprattutto, crea profonde crisi di fede. Bisogna stare molto attenti a non perdere la pace, né l’unità, né la fedeltà a Dio, a motivo di queste polemiche esasperate, che ci sono state anche in passato, ma che restavano relegate in ambito domestico, ristretto, mentre oggi, proprio per i mezzi potenti di comunicazione di massa, vengono gridate, amplificate e diffuse in modo molto più estensivo, provocando sconvolgimenti molto gravi.

Per mantenere la calma e la serenità in mezzo a tanto clamore, tutte le mattine mi fermo un bel po’ di tempo ad ascoltare la voce dello Spirito, che per me è come un lavacro che rigenera la mia fede e la mia speranza, preservandole dal turbamento.

Tutti dovremmo trovare un tempo da dedicare a questo ascolto, perché tutti noi che diciamo di professare la fede in Cristo dovremmo sentirci responsabili di questa fede. E riallacciandomi all’inizio della riflessione, dico che siamo responsabili in quanto inviati. È proprio questa responsabilità che ci impone d’essere saldi su questioni così gravi. Io non sono né teologo né moralista, ma queste cose le ho studiate e seguite con molta attenzione, proprio per l’esigenza di non disorientare nessuno.

Ho un ricordo molto vivo, che è riaffiorato alla mia memoria e che risale a molti anni fa: in occasione della morte del cardinal Giovanni Benelli, arcivescovo di Firenze, nacquero delle discussioni polemiche, che rimasero però contenute e silenziate. Il cardinale era stato colpito da un violento attacco cardiaco, che non lo privò della capacità di ragionare, o meglio, la riacquistò in modo abbastanza soddisfacente. Vista la gravità della situazione, il chirurgo che lo aveva in cura gli prospettò la possibilità di praticare un intervento estremamente delicato e rischioso, che lasciava un tenue filo di speranza per la sua sopravvivenza. Gli chiese perciò il consenso per poter procedere. Il cardinale, dopo averci pensato sicuramente con molta attenzione, rifiutò di dare il suo consenso. Si levarono subito i commenti: «Ma questo è un rifiuto della vita!». No, dico io, quello del cardinale è stato un rifiuto a cui aveva pieno diritto e in perfetta sintonia con la dottrina morale cristiana e cattolica, che stabilisce: quando a una persona gravemente malata e in pericolo di vita viene prospettata una possibilità di intervento molto rischioso, con scarsissime probabilità di riuscita, essa può legittimamente rifiutare il ricorso a mezzi straordinari. Ed è proprio ciò che ha fatto il cardinale Benelli, in piena fedeltà alla legge di Dio. Ha accettato di dire il suo amen alla vita in modo pacifico.

Contro la verità

La nostra società è guidata da criteri assurdi, lontani dalla verità politica e anche dottrinale. Viviamo un momento estremamente caotico, confuso, in cui le scelte sono mosse da interessi personali e non dalla ricerca sincera della verità. Si creano così dei polveroni, si intorbidiscono le acque, per impedire che si faccia chiarezza, con l’intento di intralciare la prosecuzione di certi esperimenti scientifici che, di fatto, si vogliono proibire. Si procede quindi per condanne. Si condanna un po’ tutto e si chiude bottega perché non si può andare avanti. Pazienza se non si può fare chiarezza. Questa è la ragione vera all’origine della creazione di certe esagerazioni spaventose che scuotono le coscienze.

La povera Eluana, di fatto, è morta già da diciassette anni. Con quale coraggio si può affermare che essa è una persona ancora viva, quando la sua è sempre stata una condizione vegetativa, che si è potuta mantenere esclusivamente attraverso l’impiego di strumenti meccanici artificiali?

Questo abbaiare, questo gridare da tutte le parti, in effetti nasconde la gravità dei veri problemi della vita, occultando le profonde ingiustizie che colpiscono tanta parte dell’umanità. Basti pensare all’impiego delle enormi risorse finanziarie per la fabbricazione delle armi, per il traffico della droga eccetera. Questi sono i grandi drammi che dovrebbero scuoterci profondamente, mentre invece perdiamo enormi energie in diatribe assolutamente distruttive. Ed è molto grave, anzi gravissimo, che molte autorità religiose le alimentino con le loro prese di posizione, proprio per la responsabilità di guida che esse rivestono. Anche perché dovrebbero sapere benissimo, per via della loro scienza, che la dottrina sostiene proprio il contrario di quello che affermano. Ma arrivare a parlare di omicidio è, ripeto, addirittura peccaminoso, perché è contro la verità.

Da: http://www.adista.it/articolo/57127

“Un centrosinistra plurale può salvarci dal populismo”. Intervista a Franco Monaco

 

Franco Monaco (Camera dei deputati/Wikipedia)

Il congresso del PD si è avviato. Il contesto è reso difficile dall’inchiesta sulla Consip. Le polemiche quotidiane sull’inchiesta rischiano di avvelenare il clima congressuale. In questo Congresso non c’è solo in gioco il destino personale di Matteo Renzi, ma più in generale quello del Centrosinistra italiano.  Quale sarà il suo sviluppo? Ne parliamo con Franco Monaco deputato e giornalista, ulivista della prima ora.  

Onorevole Monaco, lei è un “ulivista” della prima ora. E’ stato, ed è tuttora, molto vicino a Romano Prodi, è stato tra i fondatori del PD. Quindi lei può aiutarci a capire più in profondità la crisi del suo partito. Per molti la crisi del PD è dovuta alla persona di Matteo Renzi. Per alcuni è visto come un “usurpatore” della tradizione, o delle tradizioni, del PD. Non pensa che le colpe siano un pò più larghe? Di trasformismi all’interno del PD ve ne sono stati diversi..
Prima di stabilire le responsabilità, merita fissare la portata del fatto. La scissione segna l’affossamento del progetto del PD nel solco dell’Ulivo, quale partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria, inclusivo verso il centro ma anche verso sinistra. E resta agli atti che quel fallimento si è prodotto nel tempo in cui Renzi era alla guida del PD. Quanto alle responsabilità non ho esitazione a sostenere che quelle largamente prevalenti sono in capo a Renzi. Per limitarci alla causa prossima, basterebbe la cruda verità squadernata dal fuori onda di Del Rio: mentre si consumava la rottura, Renzi, irresponsabilmente, non faceva neppure una telefonata e i suoi sodali – parola di Del Rio – ancor più irresponsabilmente si compiacevano perché si sarebbero liberati altri posti per loro. Da non credere. Ma la cosa dice tutto circa mediocre qualità di quel gruppo dirigente. Senza bisogno di scomodare lo spaccato fornito dallo scandalo Consip.

Dove, secondo, lei Matteo Renzi si è dimostrato più lontano dalla cultura ulivista?
Sotto molti profili: una leadership arrogante e divisiva; un posizionamento e politiche fuori asse per un partito di centrosinistra, sino alla suggestione del “partito della nazione”; lo schiacciamento sull’establishment; la teoria e la pratica della disintermediazione anziché la cura per la mediazione e il dialogo con le forze sociali, che è tratto caratteristico di tutti i partiti riformisti e socialisti europei; l’approccio divisivo alla stessa Costituzione, che si pretendeva di riformare a colpi di maggioranza. Nel Manifesto fondativo del PD è scolpito il solenne impegno a non ripetere mai più quel l’errore e le stesse, starcitate a sproposito, tesi dell’Ulivo recitavano così: “le regole si scrivono insieme”. Quelle costituzionali e quelle elettorali. Si è fatto esattamente l’opposto.

Eppure qualcosa di sinistra ha fatto, penso all’attenzione agli immigrati, alle unioni civili, alla critica della politica del rigore europeo…. Per alcuni Renzi è colui che ha mutato geneticamente il PD. Pensa che questa mutazione sia irreversibile? Oppure, invece,  si è ancora in tempo per fermare questa mutazione?
Non nego che siano state fatte anche alcune cose buone in tema di immigrazione. Meno nel rapporto con la Ue. Dove anche le nostre buone ragioni sono oscurate dai nostri torti. La vis polemica verso le istituzioni comunitarie più che su una diversa visione di esse e delle loro politiche si è esercitata per il malcelato proposito di avere sconti, di sottrarci agli impegni da noi stessi sottoscritti. Si pensi alla facile polemica retrospettiva sul governo Monti. Quasi che tutti i nostri guai fossero responsabilità sua, che l’emergenza finanziaria del 2011-2012 ce la fossimo inventata. Ora, anche ministri del governo come Calenda, stigmatizzano la politica dei bonus, una politica economica orientata più alla ricerca del consenso che non concentrata su misure strutturali volte alla crescita. Bene le unioni civili, ma ho l’impressione che l’enfasi con la quale le si rivendica come “cosa di sinistra” è l’altra faccia della circostanza che si è invece trascurata la lotta alle disuguaglianze quale vera e decisiva ragione sociale della sinistra.

Parliamo degli “scissionisti”. Renzi ha non poche gravi responsabilità, politiche ed umane, questo è evidente. Però ad uno sguardo obiettivo anche tra gli ex-Pd  non mancano le responsabilità…Penso ad esempio alla loro opposizione talvolta preconcetta. Per lei? Qual è il punto debole della scissione?
La scissione si è prodotta tardi e male. La sua causa prossima è sembrata oscura e politicista: congresso, calendario, primarie, conferenza programmatica…. Ma essa maturava da tempo su ragioni politiche di sostanza. Manifestamente il PD renziano ha lasciato un grande vuoto a sinistra, dove ora fioriscono più iniziative non so quanto suscettibili di amalgama e di sintesi.
Io, un paio di anni fa, quando già si incattivivano a dismisura i rapporti politici e persino personali dentro il partito, sostenevo la tesi di una “separazione consensuale” tra le anime del PD, a congrua distanza dalle elezioni politiche, così da avere tempo e modo di stringere poi un’alleanza di governo tra soggetti distinti, tra il centro renziano e una sinistra di governo. Ora, a ridosso delle elezioni e a valle di una lacerazione, la cosa è più difficile.

Non teme che la scissione renda ancora più difficile il contrasto al populismo?
Si può ancora sperare di farcela. Con una legge elettorale a impianto proporzionale, arricchendo e articolando l’offerta politica su più soggetti nel campo del centrosinistra, si può persino sperare che il consenso complessivo sia superiore. Di sicuro il PD da solo non ce la può fare, è svanita la pretesa dell’autosufficienza del PD di cui era figlio l’Italicum, concepito sull’onda di quel 40% alle europee che ci si è illusi potesse stabilizzarsi. Certo, molto dipenderà dalla legge elettorale, dalle soglie e dall’eventuale premio alle coalizioni.

Chi, secondo lei, riuscirà a rimettere insieme i “cocci” del centrosinistra? Pisapia?
Quella di Pisapia è una iniziativa interessante e da incoraggiare. Si può condensare in cinque dense parole: sinistra, di governo, di impronta civica, plurale e inclusiva, con un profilo di novità. Se e come essa possa interagire con i soggetti che si posizionano a sinistra del PD lo vedremo nei prossimi mesi.

Veniamo alle primarie.  Parteciperà alle primarie? La sua amica e collega Rosi Bindi sosterrà Andrea Orlando. Lei?
No, penso di non partecipare alle primarie. Guardo con più interesse appunto alla novità di Pisapia. Rinvengo in essa, potenzialmente, più spirito dell’Ulivo di quanto non ne residui nel PD centrista renziano. E poi i tre candidati non mi convincono. Del mio dissenso da Renzi ho detto. Emiliano ha un timbro populista e non mi riesce di scorgere una sua cifra politica. Orlando è certo il più composto, si propone come erede della sinistra pre-PD, ma nei tre anni del renzismo ha condiviso organicamente le scelte politiche e di governo.

Torniamo  a parlare, per un attimo, di Matteo Renzi. Gli ultimi avvenimenti , inchiesta Consip, per alcuni osservatori rappresentano gli ultimi giorni del “renzismo”. Per lei?
Al netto dei profili giudiziari, a fare problema è lo spaccato di un sistema di potere provinciale e familistico. Come si è detto con formula efficace, troppo potere in pochi chilometri. Ma separerei rigorosamente la questione giudiziaria da quella politica.

Ultima domanda: Come giudica Paolo Gentiloni?
Conosco e stimo Gentiloni. Piace la sua misura, la sua compostezza, il suo understatement. Anche per differenza, rispetto alla premiership nevrotizzante di Renzi. Gli italiani respirano, si rilassano. Certo, si tratta di un governo di fine legislatura, ricalcato su quello che lo ha preceduto, che di necessità non può avere largo respiro e grandi ambizioni. E tuttavia esso, nato con la scadenza incorporata per l’ossessione di Renzi di precipitare il paese verso elezioni-rivincita, per come si sono messe le cose, potrebbe reggere sino alla scadenza naturale della legislatura, facendo cose buone.

‘Il fragile e il prezioso”. Intervista sulla Bioetica a Luigi Alici

La vicenda straziante del  DJ Fabo, come in passato quelle di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby, sta facendo discutere l’opinione pubblica e la politica italiana. Intanto il prossimo 13 marzo, finalmente, il progetto di legge sul “testamento biologico” approderà, per la discussione, alla Camera. Il dibattito sul ‘fine vita” sta facendo, ovviamente, emergere sensibilità e posizioni diverse nell’opinione pubblica.  Fino a che punto può si può spingere l’autodeterminazione di una persona? E’ una domanda cruciale per capire il cuore dei problemi affrontati dalla Bioetica.
Ne parliamo, in questa intervista, con Luigi Alici, già Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, filosofo e docente all’Università di Macerata. Tra le sue numerose pubblicazioni vogliano ricordare il volume, uscito da poco per la casa editrice Morcelliana, ‘Il fragile e il prezioso. Bioetica in punta di piedi”.

Luigi Alici ha anche un blog di dibattito:
https://luigialici.blogspot.it/

Professore, in questi giorni abbiamo assistito,  con un poco di spettacolarizzazione, a fatti che toccano il senso della vita. Ovvero il morire con dignità. Mi riferisco alla vicenda del DJ Fabo, e di altri malati costretti ad andare in Svizzera per porre fine, attraverso il “suicidio assistito”, alle loro immani sofferenze. Straziante è stato l’appello di Fabo perché lo si liberasse dal suo inferno di dolore. Lei è un filosofo morale, che insegna nella sua università Etica della vita, ed è anche un credente. Qual è il suo giudizio su questa vicenda? 

Il giudizio morale su un’azione – doveroso per chi la compie, possibile ma difficile per un osservatore esterno – non deve mai trasformarsi in un giudizio sulla persona. La persona ‘oltrepassa” sempre le proprie azioni e nessuno può attraversare la soglia della coscienza con la pretesa di leggerla ‘in chiaro”. In nessun caso: né per screditare DJ Fabo come ostaggio e vittima di una congiuntura disgraziata fra menomazione fisica e strumentalizzazione politica; né per celebrarlo come profeta coraggioso e militante dell’autodeterminazione… In presenza di una fragilità ferita abbiamo altre risorse rispetto alla nettezza del giudizio (di cui il circo mediatico ha bisogno, per sceneggiare un conflitto tra opposte tifoserie…): le risorse discrete e silenziose della partecipazione, della memoria, della preghiera, che debbono tradursi in impegno solidale verso chi vive situazioni analoghe di sofferenza…

Sul piano etico, in ogni caso, la questione di fondo non si risolve in un ‘tiro alla fune” fra tradizionalisti e progressisti, e meno ancora stilando una graduatoria fra la sanità pubblica in Italia e la sanità privata in Svizzera. Nel dibattito sull’energia nucleare (produrla o comprarla in Paesi vicini), si argomentò giustamente che ciò che conta è dare un giudizio sulla ‘cosa”, a prescindere da quel che accade intorno a noi, altrimenti saremmo sempre schiavi di circostanze esterne.

Per la teologia “tradizionale”  la vita è dono di Dio.  Per alcuni teologi contemporanei, vedi Hans Kung, la vita è certamente dono di Dio ma allo stesso tempo è un compito dell’uomo. E dunque messa a disposizione perché ne faccia un uso responsabile. Questa “messa a disposizione” vale anche per la fase finale della vita.  E’ su questa base, che ho semplificato forse troppo, che si fonda, a determinate rigorose condizioni, il “suicidio assistito”. Le chiedo questa “autodeterminazione” non è coerente, anche per un credente, con una visione responsabile della vita? 

In tutta la tradizione occidentale – non solo cristiana – si è sempre riconosciuto che la vita è insieme dono e compito. La responsabilità, tuttavia, anche etimologicamente, è sempre una risposta, non un inizio. Noi non siamo ‘autori” della nostra vita per il semplice fatto che non ne possediamo l’origine: possiamo, con la procreazione assistita, intervenire sulle modalità di trasmissione della vita, ma non possiamo ‘fabbricarla”; né possiamo, con un suicidio, ‘riprendercela”. Il termine ‘autodeterminazione” è equivoco se confonde autonomia morale (di cui abbiamo bisogno per esercitare la responsabilità) e autonomia ontologica, che non è invece nelle nostre disponibilità. Il ‘mio” essere non è mai assolutamente mio: dal concepimento fino alla morte. Chi ha vissuto la tragedia del terremoto lo capisce benissimo, ma non per questo deve farsi paralizzare dal fatalismo…

L’autodeterminazione è incoerente con una visione responsabile della vita quando assolutizza l’autonomia individuale e ignora il contesto storico e comunitario delle nostre scelte. La cultura ambientalista, ad esempio, denuncia l’autodeterminazione come un pericoloso eccesso antropocentrico, all’origine dell’aggressione sistematica alla biosfera… D’altro canto, non possiamo immaginare che una scelta soggettiva possa prescindere completamente dall’età (come ritengono i difensori dell’eutanasia infantile) o da condizionamenti psico-sociali, patologie invalidanti, biografia personale… Un’autodeterminazione astratta e ‘allo stato puro” semplicemente non esiste. Per questo, dobbiamo distinguere il malato grave che dichiara, essendo ormai prossimo alla fine della vita, di voler morire (che spesso significa: ‘Non voglio soffrire, non voglio essere solo…”), rispetto a chi invece pronuncia la stessa frase perché non accetta la propria condizione esistenziale (non solo un handicappato, ma forse anche un ergastolano al quale è impedito il suicidio, che considera la perdita della libertà peggio del dolore o dell’invalidità). Non possiamo confondere un’ammissione di impotenza, spesso frutto di una patologia atroce, con una volontà di potenza teorizzata a tavolino. Dobbiamo imparare a fare un elogio della vita che non suoni irrispettoso per chi soffre, mentre incoraggiare l’ammissione di impotenza per legittimare il paradigma individualistico della volontà di potenza è la cosa peggiore, una strumentalizzazione deplorevole.

Una Chiesa che predica il Vangelo della Misericordia potrebbe aprirsi verso chi compie un gesto di autodeterminazione?

La misericordia nella tradizione cristiana – da Agostino a Tommaso – non ha limiti, in quanto attesta che l’amore di Dio è infinitamente ‘più esagerato” di ogni abisso della miseria umana. In questo senso, essa è il nome e il volto di Dio, non un espediente retorico di papa Francesco per riavvicinare la chiesa alla vita della gente! La diffidenza nei confronti di un ‘eccesso di misericordia” tecnicamente è una bestemmia contro Dio e dimentica che il peccato contro l’amore è sempre per difetto, mai per eccesso.

In questo senso la misericordia si apre a chiunque accetti di lasciarsi abbracciare, accogliere e perdonare; essa non incentiva il male e non avalla alcuna forma di complicità con esso, perché è un’alternativa radicale alla miseria, non una sua equivoca compagna. Aprirsi alla misericordia non significa quindi essere confermati nella propria condizione; significa entrare in una relazione che rigenera, responsabilizza e quindi mobilita la risorse positive della gratitudine, aiutando a risolvere ogni rivendicazione individualistica entro un processo aperto – e sofferto – di reciprocità: l’autodeterminazione diventa responsabilità.

Per lei il vero conflitto, sui temi di bioetica, è tra bioetica ideologica e bioetica critica. Un conflitto che va al di là della dicotomia “credenti e non credenti”. E propone una bioetica  dialogica. Cosa vuol dire?

L’irrigidimento ideologico è un pericolo che possiamo correre tutti; per una credente potrebbe essere la ‘trave nel proprio occhio” da togliere per prima, per poter vedere la pagliuzza nell’occhio del fratello. Impostare la riflessione intorno alla fragilità della vita umana a partire da una logorante (e sterile) guerra di posizione fra ‘bioetica laica” e bioetica cattolica” significa arrendersi a una deriva ideologica, che alla fine semplifica le questioni, predilige gli slogan, cavalca le intimidazioni mediatiche, riduce il confronto a una questione puramente quantitativa di maggioranze e minoranze. In una società multiculturale, in cui il pluralismo rischia spesso di sfumare nel relativismo, il dialogo non è una strategia per mimetizzare la conquista del consenso: è un atteggiamento etico che prende sul serio la fragilità, cercando di interrogarsi concretamente sul senso profondo dell’etica della cura, attraverso una rigorosa ricognizione dei problemi, resa possibile da un’opera preventiva di ‘ecologia semantica”. Un linguaggio purificato e guarito dalle infiltrazioni dell’approssimazione e del disprezzo non sarà l’ultimo passo, ma dev’essere il primo. Questo vuol dire ‘bioetica in punta di piedi”: inoltrarsi a piedi scalzi, senza elmo né corazza, come Mosè sull’Oreb, nei territori dolenti delle vite malate, senza scambiare l’ascolto con una rinuncia alla verità.

Lei ha scritto un libro molto interessante, “Il fragile e il prezioso” è il titolo del saggio, propone di pensare a queste due categorie, al di là dell’opzione relativista e fondamentalista,  come polarità di un’etica della cura. Come si dovrebbe sviluppare questa etica?

Per liberarci dal mito prometeico della libertà assoluta dobbiamo ripartire dalla fragilità, che è limite insuperabile della vita personale, al quale spesso s’aggiunge anche una ferita. La vita umana non è preziosa nonostante la fragilità, ma proprio grazie alla sua fragilità; è preziosa non soltanto perché è unica, ma anche perché è capace di dare e ricevere cura. Oggi abbiamo perso il senso umano fondamentale dalla cura (elaborato dal pensiero antico, prima ancora che cristiano), e ne abbiamo professionalizzato e settorializzato solo aspetti specifici. C’è infatti una cura come pratica specialistica, che risponde a situazioni di particolare bisogno cui il soggetto non può far fronte da solo (la cura medica, ma anche la cura educativa di soggetti svantaggiati, disabili, devianti…), ma prima ancora la cura è una forma fondamentale di relazione tra persone fragili, in cui tutti dobbiamo sentirci coinvolti.

Nell’eclisse di questa frontiera elementare dell’umano, prevalgono le nicchie specialistiche, cui si ‘appaltano” passaggi particolarmente difficili – e solitari – della nostra esistenza. Invece quando le possibilità del curare (to cure) si riducono, lo spettro delle possibilità del prendersi cura (to care) dovrebbe ampliarsi, attraverso i registri della confidenza, dell’ascolto, dell’empatia, dell’accompagnamento. Esistono persone inguaribili, mai incurabili. Quando la fragilità è offesa e le scelte si fanno difficili, allora ci sarebbe bisogno di ‘cellule del buon consiglio” (P. Ricoeur), in cui l’esercizio della libertà sia frutto di una deliberazione condivisa. Il mito individualistico dell’autodeterminazione rischia invece di ridurre gli altri (i parenti, il personale medico e infermieristico, la società nel suo complesso…) a ‘protesi strumentali” delle mie decisioni. Non c’è solo l’autonomia del malato, c’è anche quella di chi gli sta vicino, che deve ‘giocarsi insieme” alla prima, evitando ricatti affettivi, scorciatoie pericolose e strumentalizzazioni reciproche.

La morte del DJ è stato anche un atto di accusa verso lo Stato italiano incapace di munirsi di una legislazione adeguata. Adesso, grazie al caso Fabo, la proposta di legge, finalmente approderà, alla Camera il prossimo 13 marzo. Uno dei punti di contrasto è quello che inserisce la scelta,  per il paziente , di dire no all’alimentazione e idratazione artificiale. come risolvere questo contrasto?

Alimentazione e idratazione non sono, concettualmente, trattamenti sanitari: sono un altro modo, commisurato alle condizioni del paziente e auspicabilmente non troppo invasivo, di aiutarlo a mangiare e bere, accompagnando le funzioni vitali fino al loro esaurimento. Non sono un trattamento sanitario perché non c’è una risposta terapeutica attesa, alla luce della quale commisurarne la reale utilità. La loro sospensione si può quindi configurare come un atto di eutanasia, quando è decisa non sulla base di una inefficacia terapeutica, ma per altri motivi, come metter fine in modo indiretto a un dolore insopportabile.

La riserva riguarda semmai il carattere ‘artificiale” e di strumentalità invasiva di questi supporti vitali. Ma è sempre pericoloso chiedere alla legge di perimetrare questa zona grigia, che dovrebbe essere rimessa alla saggezza di una ‘cellula del buon consiglio”. Non possiamo reagire a un deficit di etica pubblica con un surplus di legislazione. Stranamente, oggi rifiutiamo la crescente invadenza burocratica nella vita privata e poi vorremmo delegare al legislatore soluzioni che esonerino la nostra responsabilità, dimenticando che la legge spesso riflette contingenti rapporti di forza, traducendoli in convenzioni normative: la legge italiana consente di abortire di norma nei primi 90 giorni, ma sappiamo bene che tra un feto di 89 giorni e uno di 91 biologicamente e ontologicamente non c’è alcuna differenza. La Commissione Warnock (1984) ha coniato la nozione strampalata di ‘pre-embrione”, ponendo al 14° giorno il passaggio alla condizione di ‘individuo biologico”, ma si è trattato di un compromesso che fotografava i rapporti di forza in seno alla Commissione stessa. Ci dovremmo ricordare di Einstein: ‘La natura non è divisa in dipartimenti come le università”.