“Salario minimo, ecco perché sarà una vittoria del sindacato”. Intervista a Giuseppe Sabella

(D-S) I segretari generali di CGIL Maurizio Landini, UIL Lazzaro Barbagallo e CISL Annamaria Furlan, fuori Palazzo Chigi al termine dell’incontro con il governo a Roma, 15 marzo 2019. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

È entrata nel vivo la discussione sul salario minimo legale. Dopo l’inizio del confronto in Commissione lavoro al Senato, ieri c’è stato un incontro tra Governo e Parti Sociali (Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Usb). Si tratta di una situazione di indubbia complessità, ma la volontà condivisa è quella di individuare un modo per non invadere il campo della contrattazione collettiva. Tra le Parti, trapela un cauto ottimismo dopo questo incontro. Ne parliamo con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Sabella, come vede questa vicenda?
Mi pare che dopo una partenza fatta di molta propaganda e confusione, ci stiamo avvicinando ad una discussione che si muove sui giusti binari e sul buon senso. Tuttavia, è materia molto complessa e, fondamentalmente, resta da capire in che maniera il Governo intende trovare una soluzione per garantire una paga oraria minima e la validità dei minimi contrattuali.

Eppure, in Europa 22 stati su 28 prevedono il salario minimo. Perché l’Italia non dovrebbe legiferare in questo senso?
Se in Italia questo istituto non è previsto, non è perché il legislatore ha mancato, ma perché il ruolo forte della contrattazione collettiva ha nel tempo dato certezza salariale ai lavoratori. Sostanzialmente il salario minimo legale è vigente laddove non vi è una contrattazione nazionale dei minimi tabellari. L’Italia, invece, ha ereditato questa caratteristica dal periodo corporativo quando i relativi accordi erano fonte primaria del diritto al pari delle leggi. E la giurisprudenza ha consolidato il concetto di retribuzione di base legandolo ai minimi retributivi. Quindi, non si può dire che in Italia non esista un salario minimo.

E allora perché si è giunti a questa discussione?
I motivi sono vari e già nella precedente legislatura, con il Jobs Act, si era previsto di intervenire sperimentalmente in ambito di salario minimo. Il governo Renzi è quello che per primo ha affrontato il grande tema del lavoro autonomo o pseudo tale. In questo senso, si consideri anche la legge 81/2017 sul lavoro autonomo. Per la prima volta si iniziava a dare riferimenti a questa tipicità del lavoro, anche attraverso lo stesso Jobs Act art. 2 che offre strumenti per ricondurre quel lavoro che proprio autonomo non è al lavoro subordinato. Si veda in questo senso la recente sentenza della Corte d’appello di Torino sul caso Foodora. Il salario minimo legale, nel nostro Paese, risponde essenzialmente a questo problema, a quel lavoro che in realtà autonomo non è ed è, anche, sottopagato. Ma poi, vi è il problema della proliferazione dei contratti che è seguita al caso Fiat i cui effetti di dumping salariale sono molto seri. È questo aspetto che crea un ponte, per quanto problematico, con le Parti sociali.

Effettivamente, negli ultimi 5 anni il numero dei contratti depositati al Cnel è più che raddoppiato e, fuori dal perimetro della contrattazione collettiva tradizionale, vi sono salari inferiori anche del 30%…
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul caso Fiat (2013), nel sindacato c’era chi invocava un intervento sui criteri di rappresentatività che stabilisse per legge chi è nella condizione di rappresentare le persone che lavorano. Ma le Parti sociali non ne erano del tutto convinte e, soprattutto, non si fidavano del lavoro che il governo Renzi e il Parlamento potevano fare in materia. L’idea del salario minimo era nata in quel momento. Oggi, mi pare che tutti si sono convinti che la cosa giusta è di riportare ordine tra la rappresentanza del lavoro e che, in particolare, si debba rispondere al fenomeno dei “contratti pirata” in modo diverso, non col salario minimo legale ma rendendo validi erga omnes i minimi retributivi dei contratti collettivi comparativamente più rappresentativi. Questo passaggio legislativo è fondamentale, se si considera che la contrattazione collettiva copre ancora l’85% dei rapporti di lavoro.

Di Maio però dice che i salari sono bassi. Come si incontreranno governo e sindacati concretamente?
Che in Italia i salari sono bassi lo sanno tutti. Di Maio però dovrebbe ricordarsi che nel nostro Paese il cuneo fiscale è al 47,7%, quasi quanto in Germania (49,7%) dove però i salari sono più alti del 30%. Le tasse sul lavoro in Italia sono troppo alte, anche per questo i salari sono bassi. Ciò premesso, governo e sindacati, anche dopo l’incontro di ieri, credo troveranno un’intesa sull’efficacia erga omnes dei minimi contrattuali e, penso, sulla fissazione di alcuni criteri di rappresentatività. Questo va nella direzione di rafforzare la contrattazione collettiva e può essere un passaggio storico. Per il resto, una paga minima oraria di 9€ valida laddove non vi è copertura dei contratti nazionali può far bene al (finto) lavoro autonomo. In sintesi, più che un problema di salario minimo bisognerebbe affrontare il tema del giusto salario.

Ma a proposito di salari bassi in Italia, non vi è anche un problema di produttività del lavoro?
Si, ma la media della produttività del lavoro nelle nostre aziende sopra i 50 dipendenti è in linea con la media europea. Questo ci dice che il problema della produttività esiste nella micro e piccola impresa dove, io penso, esisterà sempre per varie ragioni e, in particolare, per la difficoltà di avvicinare alla cultura organizzativa quei contesti produttivi che tradizionalmente passano di padre in figlio.

Un’ultima cosa visto che si faceva cenno al caso Foodora. Perché la sentenza della Corte d’appello di Torino secondo lei è così importante?
Questa sentenza può segnare l’inizio di una nuova vita per i cosiddetti nuovi lavori. La tendenza ad assegnare le nuove forme al lavoro autonomo è sempre stata preponderante. Oggi però la magistratura rimanda un caso significativo al lavoro subordinato. Ciò vuol dire che la galassia dei nuovi lavori inizia concretamente a fare i conti con aspetti tipici del lavoro tradizionale. Se si avrà la capacità di andare a fondo del caso, è questo un punto di non ritorno.

“Donat-Cattin fu un sindacalista prestato alla politica, ma anche uomo di partito e di governo con una straordinaria sensibilità sociale”. Un testo di Francesco Malgeri

Cento anni fa nasceva Carlo Donat-Cattin. Ricordare Carlo Donat-Cattin significa ripercorrere la storia del cattolicesimo sociale che ha segnato la vita della Repubblica nella seconda metà del 900. Con questo spirito, la Fondazione “Carlo Donat-Cattin” di Torino, ha promosso le celebrazioni che partono domani pomeriggio dal Senato alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con il saluto del presidente Maria Elisabetta Casellati. I relatori del Convegno celebrativo, che si aprirà domani, alle 16.30 presso la Sala Koch di Palazzo Madama, saranno lo storico Francesco Malgeri, il ministro Alberto Bonisoli, Pierferdinando Casini,  senatore e Annamaria Furlan, Segretario Generale della Cisl.
Quello che fu definito il “ministro dei lavoratori” nell’autunno caldo ha lasciato un segno profondo nelle vicende politiche dimostrando sempre un profondo senso dello Stato unito alla fedeltà alle sue radici cristiane.
Dalla Resistenza al sindacato, dalla Dc al governo, ha espresso sempre una coerenza ed un’onestà intellettuale che gli hanno conquistato il consenso delle classi più umili insieme al rispetto degli avversari.
Un percorso umano segnato da successi e da sconfitte che la Fondazione intende celebrare per costruire sulla memoria un futuro legato a quei valori che sono stati la forza di Carlo Donat-Cattin e di tanti cattolici che hanno speso la loro vita al servizio dell’Italia. Di seguito pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, l’intervento del professor Francesco Malgeri.

Ricordiamo oggi, a cento anni dalla nascita, una delle figure più rappresentative della storia dell’Italia repubblicana, espressione di una viva e intensa sensibilità sociale e politica. Questa sensibilità Carlo Donat-Cattin l’aveva maturata in seno alla sua famiglia, grazie all’esempio del padre, che aveva militato nel popolarismo sturziano; l’aveva consolidata alla scuola dell’Azione cattolica, durante gli anni del fascismo, entrando in contatto con ambienti culturali come il cenacolo domenicano torinese, animato da p. Marcolino Daffara e p. Enrico di Rovasenda. Non aveva mancato di dedicare la sua attenzione anche alla scuola economica dell’Università cattolica di Milano, che aveva in Francesco Vito e nel giovane Amintore Fanfani gli studiosi più accreditati. La Resistenza, che lo vide impegnato nella zona del Canavese, rappresentò per lui un ulteriore scuola di libertà e democrazia.

Nell’immediato secondo dopoguerra il suo impegno si orientò prevalentemente sul versante sindacale. Militò nelle Acli, fu dirigente a Torino della Libera CGIL e dal 1950 della Cisl. Mai abbandonando, però, l’attenzione alla politica, con l’obiettivo di trasferire in seno al partito della Democrazia cristiana, una cultura, un pensiero una scuola ispirata all’azione sociale e sindacale.

Fu espressione e leader di quella Sinistra sociale che attraverso “Forze sociali”, poi “Rinnovamento” ed infine dal 1964 “Forze Nuove”, rifletteva le istanze del pensiero sociale cristiano e l’esigenza di trasferire le attese del mondo del lavoro in seno ad un partito interclassista, assumendo la funzione di gruppo propulsore di nuovi equilibri politici.

Potremmo affermare che Donat-Cattin fu un sindacalista prestato alla politica, ma anche uomo di partito e di governo, che si distingueva per la sua straordinaria sensibilità sociale.

Il suo passaggio alla politica avviene all’inizio degli anni Cinquanta, quando la Democrazia cristiana conobbe il tramonto del  dossettismo, l’emergere di Iniziativa democratica e di un ricambio generazionale alla guida del partito con il progressivo declino della leadership degasperiana.

Sono anni carichi di attese e di speranze. Gli anni che segnano l’avvio del miracolo economico, destinato non solo a favorire un balzo in avanti dell’economia italiana ed una straordinaria accelerazione allo sviluppo industriale del paese, ma anche ad incidere sul costume, sulla mentalità e i comportamenti degli italiani. Una crescita che conobbe anche alti costi sociali segnati, tra l’altro, dalle grandi migrazioni che dalle regioni meridionali hanno trasferito nel triangolo industriale una massa eccezionale di forza lavoro.

Matura in questi anni anche una delle più significative svolte politiche conosciute dalla storia della democrazia repubblicana, con un processo che porta al superamento del tradizionale quadro politico, ancorato ai partiti del centro democratico, e all’inserimento nell’area di governo del partito socialista che, superando lo schema frontista, si proponeva come forza politica disponibile all’incontro e alla collaborazione con le forze di democrazia laica e cattolica.

Siamo negli anni che, sul piano internazionale registrano importanti novità: dalla destalinizzazione in Unione sovietica, alle rivoluzioni polacche e ungheresi, al processo di distensione avviato da Kruscev, all’avvento di Kennedy alla Casa Bianca. Un processo che suscitò grandi speranze, animate anche dalla dall’avvento di Giovanni XXIII al soglio pontificio e dal grande rinnovamento della Chiesa cattolica operato nella stagione del Concilio Vaticano II.

È in questo contesto storico e politico che Donat Cattin entra a pieno titolo nella vita politica nazionale. Consigliere nazionale della DC dal 1954, deputato dal 1958 e membro della direzione del partito dal 1959, dopo le elezioni del 1963, cominciò una lunga esperienza di governo, come Sottosegretario alle partecipazioni statali nei primi tre governi di centro sinistra, guidati da Moro, dal dicembre 1963 al giugno 1968.

L’impegno di governo era una esperienza nuova per Donat Cattin. Una esperienza che gli offre l’occasione per cogliere le molte e significative realtà dell’economia italiana. Se scorriamo i suoi interventi parlamentari in quegli anni vediamo emergere i molti problemi dell’industria pubblica da lui affrontati: dall’Italsider, alla Rai, all’Ansaldo, all’Alfa Romeo, all’Eni, all’Agip, alle acciaierie di Bagnoli, alla Cogne, alla Tirrenia, all’Alitalia e così via.

Il suo impegno di governo gli consentì di affrontare, con una intensa partecipazione, piccoli e grandi problemi che attraversano la vita economica e industriale del nostro paese, spesso con ricadute che investono il mondo del lavoro.

Donat Cattin coltivava la speranza e l’ambizione di favorire la crescita di un sistema economico in grado di offrire all’uomo, al lavoratore uno sviluppo non alienante, ma costruito sulla base di equilibri che tengano conto soprattutto del rispetto dei valori più profondi che devono animare la convivenza civile. A suo avviso, il centro-sinistra avrebbe dovuto costruire uno “stadio più alto di civiltà”.

Prende corpo in questi anni la sua amicizia e collaborazione con Aldo Moro. Si trattò di un rapporto intenso e profondo. La formazione sociale e sindacale di Donat Cattin, forgiatasi nella durezza degli scontri e delle rivendicazioni del movimento operaio torinese, sorretta dalla chiara idea di un partito che doveva farsi carico delle esigenze e dei bisogni del mondo del lavoro, forse mal si conciliava con l’elaborazione culturale e politica di un intellettuale del Mezzogiorno, che aveva maturato le sue scelte politiche sulla base di una fede profondissima, di una profonda formazione filosofica e giuridica. Probabilmente lo affascinò di Moro la eccezionale capacità di lettura e interpretazione dei fenomeni sociali, a partire da quel discorso pronunciato nel novembre 1968, sui “tempi nuovi “, sul “moto irresistibile della storia” e su una “nuova umanità che vuol farsi”.

Attento osservatore della società italiana, a Donat Cattin non sfuggirono, alla fine degli anni Sessanta, i segnali che provenivano dai mutamenti generazionali e dalle agitazioni studentesche, oltre che operaie. Egli cercò di coglierne il carattere e gli obiettivi, vi rintracciò prospettive “ancora confuse” e “non omogenee”, ma anche la denuncia nei confronti degli aspetti autoritari dei sistemi politico-economici, che avevano “la disponibilità – affermò – dei mezzi di controllo e di manipolazione approntati dallo sviluppo tecnologico”.

Ebbe anche tentazioni scissionistiche, ben presto rientrate, nella convinzione che “senza radici storico-sociali l’avventura politica del cristiano si limita a testimonianza”.

Momento significativo nella biografia politica di Donat-Cattin, fu la nomina, nell’agosto del 1969, a Ministro del lavoro nel secondo governo Rumor, confermato nel 3° Rumor e nei successivi governi di Colombo e di Andreotti, sino al giugno 1972. Donat Cattin assumeva la carica che era stata del socialista Giacomo Brodolini, morto nel luglio 1969.

Toccò proprio al vecchio sindacalista, al “ministro dei lavoratori” Donat Cattin, gestire la drammatica situazione segnata dall’esplodere delle agitazioni sindacali del 1969, di quell’“autunno caldo” che fu soprattutto una risposta alla crisi determinatasi dalla conclusione del processo espansivo dell’economia italiana e dalla diminuzione degli investimenti industriali.

Il successo più significativo del ministro, grazie all’azione congiunta dei sindacati e della Dc, impegnati sul piano politico e sindacale, fu l’approvazione da parte del Parlamento nel 1970 dello Statuto dei lavoratori, che fissava precise norme a tutela del mondo del lavoro. Donat Cattin ebbe a definirlo “un fondamento dello Stato democratico” e “il completamento del sistema di libertà” nel nostro paese.

Alla fine degli anni Settanta, nel clima di emergenza economica, sociale e terroristica, Donat-Cattin, sia pure con qualche esitazione e riserve iniziali, aveva condiviso il progetto di Moro, tendente a coinvolgere il Pci nell’area di governo. Aveva giudicato un “capolavoro politico” il modo con cui Moro era riuscito a realizzare quel disegno, che doveva portare ad un governo di “tregua” e di “transizione.

Seguirono i giorni drammatici del sequestro e dell’assassinio di Moro, che Donat-Cattin visse con passione e sgomento. Lo confermano le lettere ad Andreotti e la disperata ricerca di una via d’uscita per salvare la vita del suo amico.

Anche le lettere di Moro dal carcere lasciarono un segno nell’animo di Donat Cattin. Quelle parole, a volte crude e pesanti, svelavano, a suo avviso, “pagine tristi di uno squallido mondo del potere”.  Quelle pagine, scriveva il vecchio sindacalista con la sua consueta franchezza, “scavano giudizi contro il sistema e contro di noi democratici cristiani. Sapremo costituire – si chiedeva – quel senso che lasciano con una immagine più vicina a quella di una Dc che ha saputo risollevare l’Italia col sacrificio, la dedizione, il disinteresse di tante guide e di tanti militanti?”.

Il leader di Forze nuove tornò più volte ad interrogarsi su quel difficile e drammatico momento, cercando di trovare nella propria coscienza le ragioni di una scelta difficile e penosa. “Se pure la scelta era difficile – scrisse nell’ottobre del ’90 – chi era amico di Moro la compì con libera e scrupolosa coscienza”, precisando che “la coscienza è sempre in qualche misura condizionata dal costume, dagli influssi dominanti della cultura”.

La tragica scomparsa di Moro, il venir meno della solidarietà nazionale con il progressivo disimpegno del Pci, e l’emergere della disponibilità socialista a far parte di un esecutivo basato sulla formula del pentapartito, convinse Donat-Cattin a escludere qualsiasi forma i collaborazione governativa con il Pci. Nel 1980 fu l’estensore del “preambolo” alla mozione della maggioranza al Congresso, che accoglieva una pregiudiziale contraria al coinvolgimento del Pci nell’area di governo.

Questa vicenda fece riemergere la sua figura in primo piano nel quadro politico nazionale. Molti interpretarono questo sua atteggiamento  se non un tradimento certo un radicale abbandono delle sue antiche battaglie.  In realtà, rileggendo oggi, a circa quarant’anni di distanza quella vicenda, va ricordato che la sua  posizione era riflesso di una diversa e contrapposta visione dello Stato. Donat-Cattin rifiutava l’idea dello Stato socialista inteso come “economia statizzata e burocratizzata”, “liquidazione della libertà di un paese. Giudicava fatale per la democrazia, “una maggioranza pressoché unanimistica, con tutti e due i piedi dentro la ‘democrazia consociativa’ senza controllo, slittante verso la strategia incontrollabile di piccoli gruppi dirigenti”.

Ma egli intendeva anche evitare che la Dc venisse sospinta a destra, ad interpretare un ruolo conservatore nel quadro politico nazionale. Aveva affermato, un anno prima, il 12 agosto 1979 alla Camera, per definire la fisionomia del suo partito: “Noi non siamo marxisti né siamo liberali. Siamo cresciuti nel solco tracciato per faticosi decenni nella gleba dell’Italia contadina, tra le minoranze cattoliche dei quartieri operai e degli opifici di vallata della prima e della seconda industrializzazione, nel popolo minuto dedito all’artigianato e al commercio, nella schiera interminabile di educatori, intellettuali, uomini di pensiero, nella più ristretta schiera di imprenditori, di scienziati, di ricercatori chiamati alla vita sociale dalla ispirazione cristiana […] E siamo i continuatori della tradizione politica del popolarismo”.

Negli ultimi anni della sua vita matura la crisi del sistema politico italiano. Donat-Cattin non crede che la soluzione si dovesse trovare nel cambiamento del vecchio sistema, imperniato sul ruolo centrale dei partiti e sul sistema proporzionale. Temeva fortemente un cambiamento poco ponderato, che rischiava di incidere negativamente sulla vita democratica nazionale. Temeva soprattutto le avventure plebiscitarie, i partiti personali, il peso eccessivo e l’ingresso sempre più invadente del potere economico e finanziario nella vita politica italiana.

La sua morte, avvenuta il 17 marzo 1991, precede di poco le grandi trasformazioni destinate a modificare radicalmente quel sistema politico nel quale Donat-Cattin si era formato e aveva operato. Precedeva di poco anche la conclusione della lunga esperienza politica della Democrazia cristiana, di cui era stato una delle espressioni più vivaci e coerenti, avendone animato i dibattiti con l’obiettivo di rivendicare il “primato del sociale” e di riaffermare la natura popolare del partito.

 

“Il DDL Pillon non ha nulla di cattolico”. Un documento dell’Associazione “Donne per la Chiesa”.

Di seguito pubblichiamo, in occasione della Festa della Donna, un documento di riflessione sul controverso ddl Pillon. Il ddl vuole introdurre delle modifiche in materia di diritto di famiglia, separazione e affido condiviso dei e delle minori. Il disegno di legge prende il nome dal senatore della Lega Simone Pillon, uno degli organizzatori del Family Day. Come si sa Pillon è uno dei massimi esponente dei gruppi integralisti cattolici italiani.

Con questo documento vogliamo espressamente occuparci del DDL 735 (Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità) presentato dal Sen. Pillon al Senato il 1 agosto 2018, che   sta sollevando molte discussioni e generalizzate critiche da parte del mondo psicologico-giuridico e del diritto.

Il DDL si compone di 24 articoli e, nell’ottica di chi lo ha elaborato, dovrebbe garantire al figlio minorenne di coppie separate una più corretta applicazione della legge 54/06 sul cd affidamento condiviso, attraverso una serie di passaggi di una certa rilevanza, sulla scorta di un rigido principio di bigenitorialità.

Lasciamo a operatori più esperti e competenti i profili di critica agli aspetti psicologici, processuali, del diritto e della tutela effettiva delle parti più deboli del rapporto familiare.

In quanto donne e credenti ci interessa sottolineare un altro aspetto che attiene alle premesse culturali della riforma, più che alla regolamentazione che essa propone.

I proponenti (a partire dal senatore Pillon, eletto nelle file della Lega Nord) hanno in più occasioni ribadito le proprie radici culturali come cristiane ed in particolare cattoliche ed hanno di conseguenza proposto e reclamizzato la propria azione politica, con ciò esprimendo una visione integralista, sia della religione sia del rapporto della politica con la religione.

Questo fatto ci trova profondamente contrarie e ci induce a intervenire nel dibattito, per contrastare con forza un atteggiamento che piega e riduce un pensiero ed una tradizione secolari e complessi alle idee di pochi, a poche idee, a idee che in gran parte appaiono in contrasto con il messaggio rivoluzionario e di misericordia che ci ha fatto innamorare ed iniziare un cammino che chiamiamo fede cristiana.

Prendiamo parola convinte che la nostra autorevolezza e il rispetto che pretendiamo derivino innanzitutto dall’essere donne.

Donne  che vivono  nel mondo, donne con figli e con mariti, donne senza figli e senza mariti, religiose, donne che hanno generato non fisicamente ma  nell’amore e nella dedizione agli altri o al proprio lavoro, donne che sono state sposate e non lo sono più, donne che hanno sposato  uomini che venivano da altri matrimoni o altre storie, donne che si sono a loro volta risposate;  pensiamo che la nostra credibilità  venga non solo da quello che diciamo, ma dal fatto che siamo donne reali, donne che hanno vissuto  sul proprio corpo cosa significa generare un figlio o scegliere di non generarlo,  stare accanto ad un uomo che ti ama e stare accanto ad un uomo che non ti ama più, siamo o abbiamo amiche sposate, single,  divorziate, separate.

Abbiamo l’urgenza e la forza, poi, dell’assertività che viene dall’essere donne di fede.

Fede vissuta, cammini iniziati, interrotti, ripresi, cadute e nuovi inizi, dubbi, domande, critiche, preghiera, ascolto, nessuna certezza ma anche impegno in piccole e grandi realtà parrocchiali e comunitarie, in mille forme di volontariato, nella carità delle piccole cose e delle grandi fatiche silenziose, fede che ci accompagna nella educazione dei nostri figli e nelle Chiese sempre più vuote e nelle Messe in cui vediamo, a dire il vero, molti pochi di quegli uomini che  invece si fanno forti sbandierando “valori cristiani” sulle pubbliche piazze.

Il substrato culturale del decreto parte innanzitutto da una immagine del tutto stereotipata della donna e dalla volontà di confinarla nel ruolo di madre e di moglie.

Noi crediamo, invece, che ogni essere umano sia chiamato ad una sua personalissima realizzazione (che è la tensione verso il divino presente in ognuno di noi) che si compie nell’amore per Dio e per i fratelli e le sorelle, ma che in ciascuno può trovare i modi e le manifestazioni più diverse: porre ostacoli alla vocazione di un essere umano, anche in nome del “valore della famiglia” significa frapporsi tra un’anima e il suo Creatore.

Invochiamo con forza la necessità di liberare il messaggio cristiano dai limiti culturali  del contesto in cui  avvenne la predicazione di Gesù e soprattutto denunciamo, con ancor più forza,  l’utilizzo  della religione come strumento di potere, nel nostro caso di  potere patriarcale che ha buon gioco nell’estrapolare e strumentalizzare alcuni  passi delle scritture per legittimare una condizione di inferiorità femminile che non può riferirsi al messaggio evangelico, ma che si ha estremo interesse a mantenere immutata.  

 Altro aspetto fondamentale è quello del rapporto tra uomini e donne nel matrimonio. Troppo spesso il profondo e sacro legame che nelle Scritture si auspica esistere tra uomo e donna (Marco 10, 6-9) viene interpretato non come unità, ma come proprietà l’uno dell’altro.

La conseguenza è che valori come la fedeltà e l’indissolubilità vengono a valere a senso unico e lungi dall’essere, come dovrebbero, i segni esteriori dell’amore unitario, diventano unicamente mezzi per l’esercizio di un potere, in un legame matrimoniale che non vede la dignità di un rapporto fra pari, ma egoismo, umiliazione, e controllo.

Per quanto riguarda le proposte del decreto riguardo ai figli è evidente l’errore di prospettiva, adultocentrica, del prevedere obbligatori tempi di paritetica spartizione del figlio nel più totale oblio del suo vero interesse. Noi donne credenti sentiamo l’urgenza di manifestare la nostra contrarietà a questa visione che ferisce per la totale mancanza di rispetto per i figli, tramite la sottrazione della loro soggettività e riducendo la loro libertà di esseri che sono già persona in pienezza, ancorché bambini. Se perdiamo di vista questo valore, tradiamo la visione cristiana del rapporto di filiazione, e in generale dell’attenzione verso i più deboli oltre a valori etici che vengono ancora prima e attengono alla dignità e ai diritti della persona umana.

In conclusione se il pensiero cristiano, nella storia, si è reso colpevole di aver tramandato un ideale di femminilità fatto di docilità e passività, asseriamo con forza che non è questo il progetto di Dio sull’uomo e sulla donna, per come Gesù Cristo lo ha proposto nel suo Vangelo. La Chiesa ha troppo spesso scelto di mantenere il silenzio sulla violenza domestica, sull’abuso e sulla sottomissione, per preservare lo status quo, ma oggi che sta uscendo finalmente allo scoperto con una importante azione di verità sulle proprie colpe, non possiamo accettare che la società civile -che si appella ai principi cristiani- vada nella direzione opposta, riproponendo un modello familiare fatto di predominio maschile e subordinazione femminile.

“L’inclusione è la chiave dell’alternativa per il PD”. Intervista a Marco Damilano

Il boom delle “Primarie” di domenica, un milione e ottocentomila di partecipanti, hanno rivitalizzato il partito principale del centrosinistra italiano. Nicola Zingaretti, il neo eletto segretario del PD, avrà da compiere un duro lavoro di ricostruzione. Come si muoverà il nuovo leader? Ne parliamo con Marco Damilano, Direttore del settimanale “L’Espresso”.

 Marco, in due mesi, tra Elezioni regionali, Manifestazione anti razzismo a Milano, e Primarie del Pd, sembra che il lungo letargo della sinistra sia terminato. Cosa ha determinato questo risveglio? È l’inizio di una rincorsa per giocare ad armi pari con la destra a trazione sovranista?

 Io penso che come dici tu siamo solo all’inizio di una strada lunga e difficile. Va bene per i leader del Pd esultare una sera ma poi bisogna cominciare a lavorare per ottenere quello che tu dici: una condizione di parità con la destra. La manifestazione di Milano mi sembra l’evento più sorprendente e di portata strategica. Credo che si stia formando un campo che non è solo anti-salviniano, ma ha una visione diversa della società. In minoranza, probabilmente, ma non più costretto a sentirsi irrilevante. C’è sempre stato, in realtà, ma in questi mesi è mancata una rappresentanza politica. Ora bisogna darla: sinistra, cattolici e lib-dem.

Focalizziamo meglio il risultato delle Primarie del PD. Straordinaria la partecipazione, Elezione di Nicola Zingaretti, il candidato più lontano da Matteo Renzi. Sono elementi che dovrebbero segnare una svolta, perché nel commentare le Primarie, hai scritto che è un voto “conservativo”? Forse ho interpretato male il tuo pensiero?

Ho usato quell’aggettivo per dire che il popolo delle primarie va a votare prima di tutto per dichiarare la sua esistenza. Più che un cambiamento chiede un riconoscimento, la difesa di valori che sente minacciati. Questi numeri disegnano lo zoccolo duro dell’elettorato delle primarie. Zingaretti ha saputo parlare a questi elettori, è legittimato da un voto importante, ora deve avere la forza di compiere la sua svolta. Sul piano organizzativo: via il pesante partito novecentesco, la Ditta di Bersani, ma anche il partito personale di Renzi, il Pd formato Leopolda. Sul piano culturale: come recuperare le parole e i temi e un’analisi della società alternativa ai populisti. Sul piano politico: le alleanze.

Torniamo su Zingaretti. L’uomo ha una lunga storia dentro la sinistra romana, quella della FGCI, ne è il distillato ultimo di quella tradizione. Un uomo prudente,Certamente. Eppure nel suo intervento dopo le elezioni ha indicato una visione inclusiva del partito e della società. Pensi che questo sia il valore aggiunto del PD di Zingaretti? Sarà sufficiente nella competizione con i 5 Stelle?

L’inclusione è la chiave dell’alternativa, accanto ad altri temi. Libertà e giustizia, qui ti cito tra gli altri Antonio Funiciello che ne ha scritto sull’Espresso. La lotta per l’uguaglianza, su questo rimando al lavoro che sta facendo il forum di Fabrizio Barca, e per lo sviluppo sostenibile, su cui è impegnato Enrico Giovannini. Il nuovo welfare che è la vera emergenza nazionale. Bisogna trovare l’agenda della sinistra, così come Salvini trovò la sua sulla sicurezza in anni di renzismo trionfante.

Ma il nemico numero uno del PD di Zingaretti è La Lega sovranista di Salvini. Una lega spregiudicata, capace di mobilitare le insicurezze degli italiani. Il salvinismo è un mix di xenofobia, con tratti anche peggiori, individualismo economico, tradizionalismo ipocrita e tanto altro. Tutto questo è riuscito a prendere il senso comune della maggioranza degli italiani. Zingaretti che risposta potrà dare a questa ideologia della Paura?

Il lavoro più duro da fare è il recupero del popolo che non è un tutto indistinto, ma sono cittadini in carne e ossa. Poi c’è un tema più immediato: pressare M5S mettendolo di fronte alla scelta di visione della società. Tornare a uno scontro tra destra contro sinistra servirebbe a far capire quali sono i valori in campo, alternativi. E costringere M5S a dire da che parte sta.

Veniamo a Matteo Renzi. Francamente è il vero sconfitto della Primarie (i puri e duri del renzismo, Giachetti e Ascani, non hanno brillato). Sappiamo che era più interessato alla promozione del suo libro, che sta avendo successo in libreria. Insomma ha giocato delle “Primarie” parallele. Promette collaborazione. Durerà questo spirito?

Credo che sia una fase tattica. Renzi è spiazzato dal voto, inatteso in queste dimensioni. Per la prima volta non è più lui a interpretare il nuovo nel Pd e potrebbe ritrovarsi nella scomoda posizione di gufo e rosicone, come diceva una volta.

 La proposta di Calenda, con la vittoria di Zingaretti, è uscita rafforzata?

Si. E in ogni caso si è indebolita la tentazione di andarsene.

 Ultima domanda : La vittoria di Zingaretti che conseguenze può avere nei confronti di Bersani, D’Alema, Speranza?

Uno spazio di manovra ancora più ridotto. Anche perché non credo che Zingaretti vorrà riammettere gli ex capi del Pd nel nuovo partito.

 

“La legislatura cambierà verso dopo le europee”. Intervista a Fabio Martini

 I due ultimi turni elettorali ci consegnano una situazione politica in movimento. Con Fabio Martini, cronista parlamentare del quotidiano “La Stampa, in questa intervista, ne analizziamo i possibili scenari.

Fabio Martini, queste mese di elezioni regionali ci hanno consegnato, per l’analisi politica, alcune “novità” e delle conferme. Partiamo dalle “novità“: il PD esiste. O per meglio dire il Centrosinistra esiste. Un centrosinistra “largo”, più inclusivo, meno borioso. Sarà, sicuramente, merito dei due candidati alla Presidenza della Regione, Zedda e Legnini, ma questo è stato il dato che è uscito dalle due consultazioni. Pensi che sia un dato acquisito?

In politica, ovviamente, non c’è mai nulla di acquisito. La “ripresina” del centrosinistra è stata favorita dal sistema maggioritario, che polarizza su due schieramenti ed è stata incoraggiata dalla qualità dei candidati-Presidenti. In Abruzzo e in Sardegna sono state scelte le due personalità di gran lunga migliori disponibili in quelle regioni e questa opzione non era scontata. Se il Pd nazionale, con umiltà, avesse fatto lo stesso alle Politiche di un anno fa, il risultato sarebbe stato così umiliante? Ora il Pd sta per affidarsi ad un leader – Nicola Zingaretti – che nella sua storia politica, ha dimostrato di aver una qualità: compositore di alleanze. Pochi, a sinistra, sanno preparare le campagne elettorali come il Governatore del Lazio. Ma non basterà. Serve una piattaforma riformista per la  ripresa del Paese, che sappia intrigare il “popolo” di sinistra ma anche i tanti moderati contrari alla cultura assistenzialista della maggioranza. Moderati anche di centrodestra che, continuando a votare Forza Italia, sanno che prima i poi finiranno nelle mani di Salvini. Ma servono duttilità, intelligenza. visione e soprattutto sapienza politica, doti di cui al momento  sembra disporre soprattutto Paolo Gentiloni, che sarà il presidente del “nuovo” Pd.

Domenica ci saranno le Primarie del Pd. Arrivano con grande ritardo. E questo è un handicap pesante, ma, comunque, restano sempre un fatto importante di partecipazione. Zingaretti resta il favorito. Qual è la carta vincente?

Il ritardo è clamoroso. Le Primarie si celebrano un anno dopo la batosta del 4 marzo 2018: dodici mesi senza leader e senza gruppo dirigente equivalgono ad un autolesionismo con pochi esempi nella storia dei partiti politici dei Paesi occidentali. Senza guida e senza essersi chiesti il perché di quella batosta. La carta vincente di Zingaretti? Essersi presentato – ed essere creduto – come l’unica vera alternativa alla stagione renziana, ma senza spiegare molto bene perché: come se la boria dell’ex leader potesse spiegare tutto. Il messaggio è: il nuovo sono io. Ha funzionato. Ora dovrà far capire quale è il suo progetto politico.
Avere un segretario è importante, ovviamente per ragioni identitarie, ma il disegno politico ancora di più. E qui c’è una carenza. Tutti a dire mai con i 5 Stelle. Cacciari e D’Alema consigliano al PD di incunearsi tra Lega e 5 stelle per evitare una pericolosa deriva a destra. Pensi che sia un buon consiglio?

Immaginare che dopo le Europee possa nascere un’alleanza di governo tra Pd e Cinque stelle, come vorrebbero Il Fatto quotidiano e personalità di varia natura è davvero uno scenario realistico? Sappiamo già la risposta: no. E’ impossibile. Salvini griderebbe al tradimento e al trasformismo, con qualche ragione. E poi nove mesi di governo hanno sfatato la suggestione che il Movimento Cinque stelle sia un movimento con un’anima progressista. La Lega è un partito di destra con un linguaggio populista, i Cinque stelle, come rivendica il loro presidente del Consiglio, è un movimento squisitamente populista. Per un centro-sinistra che vuole rimettersi in piedi, l’abbraccio con i Cinque stelle in declino, sarebbe mortale.

Veniamo all’altra novità: il tonfo dei 5stelle. Il 30% in meno in Sardegna è una botta non da poco. Di Maio pensa di risolvere la crisi con stratagemmi organizzativi. Invece il punto è identitario. Ovvero politico ideologico. È così?

Certamente è così. In pochi mesi sono arrivati al dunque sia l’ideologia “noi siamo diversi, gli altri tutti venduti” che ha portato tanti voti, sia la scelta politica di allearsi con la Lega. Questione ideologica: aprire ad alleanze con liste civiche nelle elezioni locali sarebbe la fine di un’epoca, quella della diversità e della purezza dei Cinque stelle. Un mito che è stato già messo in crisi dalla scelta – quella sì dirimente – di sostenere Salvini con lo scudo dell’immunità. Il nodo politico si scioglierà la notte del 26 maggio, quando si conoscerà l’esito delle elezioni Europee: continuare o no l’alleanza di governo con la Lega? Ma quel voto avrà un effetto di sistema per tutto il quadro politico. E’ del tutto evidente che in Italia le Europee sono destinate a trasformarsi in un fixing, che misurerà il peso reale delle forze in campo e dunque da quel momento in poi nulla sarà più come prima nella politica italiana. Il 26 maggio è destinato a diventare un evento-spartiacque per tutti. Salvini capirà dove si sarà fissato il livello della sua crescita: se sarà molto alto, potrebbe essere tentato di andare subito alle elezioni, ma in caso di risultato meno brillante, potrebbe ricontrattare l’appoggio al governo. I Cinque stelle, in caso di tracollo, potrebbero resettare a tornare a far quel che per ora hanno saputo far meglio: l’opposizione. E quanto al Pd, in caso di stallo, si prolungherà la crisi, ma in caso di ripresa, lavorerà a farsi trovare pronto quando il pendolo dell’opinione pubblica tornerà ad essere più disponibile ad oscillare verso sinistra. Un’oscillazione che potrebbe essere meno lontana di quel che pare.

Non pensi che la debolezza identitaria giocherà un brutto scherzo ai 5Stelle alle Europee?

Molto dipenderà dal reddito di cittadinanza. Se a metà maggio saranno erogati tutti i redditi potenzialmente possibili, al Sud il Movimento potrebbe correggere un piano che oggi pare inclinatissimo. Ma tre dubbi minano questo scenario. Primo: gli adempimenti per rendere operativo questo sussidio sono tali e tanti da far dubitare che si faccia a tempo a mettere a regime la misura. Secondo: quando dovessero arrivare i primi sussidi, rischia di montare l’irritazione di chi incassa la medesima cifra, ma faticando dalla mattina alla sera, con contraccolpi elettorali al nord e anche al centro Italia. Terzo: in questa fase storica gli italiani pensano che tutto gli sia dovuto. Non è detto che ci sia una riconoscenza elettorale.

L’altra “novità” è Silvio Berlusconi. Ha perso molto del seduttore di un tempo. Ma resiste. Sarà la prossima vittima di Salvini?

E’ vero resiste, ma diventando ogni volta più piccolo. Dopo il grande risultato del Pdl nel 2008, in tutte le occasioni nelle quali si è presentata, Forza Italia è andata sempre più indietro. Oramai è sotto il 10 per cento e non sembra trarre alcun beneficio dalla presenza di Berlusconi nelle campagne elettorali locali. Il Cavaliere ha ancora i “suoi” elettori, ma sono sempre meno. Ecco perché le elezioni Europee saranno decisive nel rapporto tra Lega e Forza Italia: se Salvini dovesse incamerare un bottino elettorale tre o persino quattro volte superiore (un rapporto 30-10, ovvero 32-8) e si dovesse scivolare verso elezioni anticipate, non è vero che non ci sarà un’alleanza di centrodestra – come si legge in questi giorni sui giornali – ma quella alleanza avrà modalità molto diverse e sorprendenti rispetto al passato.
Ed ora veniamo alla conferma: Matteo Salvini. Il leader leghista ha trovato lo schema vincente: governo con Di Maio (e intanto lo svuoto) e nelle regioni con Berlusconi. Tutto sembra funzionare. Non trovi troppo semplice lo schema?

E’ proprio così: uno schema semplice ed efficace. Potrebbe durare ancora un po’ ma non a lungo Gli “opposti svuotati” in qualche modo reagiranno. La reazione più interessante sarà quella dei Cinque stelle: conflittualità permanente ma senza rompere? E Salvini, per non perderli prima del decisivo test delle Europee, quanto sarà disponibile a concedere? Nei tre mesi che ci separano dalle elezioni il leader della Lega si misurerà la palla e dovrà dare uno sguardo anche al preannuncio di una novità: il voto sardo dimostra che i suoi margini di espansione si stanno riducendo.

Intanto il governo è alle prese con una crisi economica pesante…il barometro governativo segna tempesta?

Il governo giallo-verde ha deciso di investire tutte le risorse su due provvedimenti protettivi: per i lavoratori che non se la sentono più di lavorare e per i giovani disoccupati. Provvedimenti che hanno sottratto risorse da investimenti più duraturi ma inadatti a garantire un incasso elettorale immediato. Questo per il momento sembra incoraggiare la recessione e autorizza le voci su una manovra correttiva. La sostanza è che l’incertezza – economica, finanziaria e politica – è tornata ad aleggiare sull’Italia. Se ad un certo punto questo rinnovato sentimento dovesse precipitare sui fondamentali – dallo spread ai punti di Pil persi – allora effettivamente il barometro-Italia potrebbe volgere a “tempesta”. Ma al momento ci sono soltanto sintomi che non  fanno pensare ad una drammatizzazione del tipo di quella che si verificò nell’autunno del 2011.