Eni porta l’ex Ilva nel Green New Deal. Intervista a Giuseppe Sabella

Si è tenuto ieri pomeriggio un vertice al Ministero dello Sviluppo Economico a cui hanno preso parte il Ministro Patuanelli e i sindacati. Dagli elementi che sono emersi, anche in virtù di alcune dichiarazioni di chi era presente, la vicenda Ilva sembra giunta ad un punto di svolta. Anche perché, in assenza di un vero cambio di marcia, ArcelorMittal potrebbe lasciare Taranto dal 1 dicembre 2020. Inoltre, la notizia diffusasi in serata relativamente all’incarico affidato a Eni – da parte di Mittal – per la progettazione delle bonifiche di suoli e falda a Taranto, suona come una novità importante. Ne abbiamo parlato Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0, che dall’inizio segue le vicende della ex Ilva.

Sabella, ieri sera – al termine del vertice al Mise – i sindacati hanno deciso di sospendere lo sciopero dei lavoratori dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal di Taranto previsto per oggi. Si tratta indubbiamente di un segnale positivo. Come sta evolvendo la situazione?

I sindacati ieri hanno avuto rassicurazione da parte del Governo soprattutto in relazione al confronto che dal primo ottobre si aprirà con ArcelorMittal relativamente al nuovo piano industriale e agli assetti proprietari del gruppo, in modo da chiudere presumibilmente la trattativa entro il mese di ottobre. Del resto non vi è alternativa: o il Governo si accorda con Mittal o la multinazionale franco-indiana lascerà l’Italia. Personalmente, come anche in altre occasioni ho avuto modo di dire a RaiNews, non ho mai creduto a questo scenario che sarebbe oltremodo funesto per la nostra industria.

Qual è intanto la situazione nella ex Ilva, in particolare a Taranto?

Com’è noto, recentemente è partita un’altra massiccia dose di cassa integrazione. Solo nel sito di Taranto vi sono quasi 5.000 lavoratori in cig per 9 settimane. La produzione di acciaio sta viaggiando a livelli molto bassi, si stima che a fine anno raggiungerà 4 milioni di tonnellate rispetto agli 8 previsti. Da una parte incide senza dubbio il rallentamento del commercio mondiale anche se i mesi di marzo e aprile – quelli con il lockdown più pervasivo – sono quelli in cui Arcelor Mittal è ricorsa meno agli ammortizzatori sociali, evidentemente sfruttando il fermo di qualche competitor diretto. Dall’altra, restano i problemi relativi alla crisi del settore auto – aggravatasi con la pandemia – e alla concorrenza cinese e turca. Ciò spiega le difficoltà che il colosso della siderurgia ha incontrato nel 2020. Vi sono però responsabilità del Governo che ne hanno rallentato la ripresa.

A cosa si riferisce in particolare?

Intanto, a marzo di quest’anno veniva finalmente risolto il contenzioso esploso con la revoca dello scudo penale: Mittal ritirava la sua volontà di recedere e il Governo si impegnava a realizzare investimenti green. Siamo quasi a ottobre e nessuno ha ancora contezza di cosa intende fare il governo. Addirittura, tra lunedì e martedì di questa settimana, a tal proposito il ministro Roberto Gualtieri ha rilanciato l’idea della produzione a gas (idrogeno, tecnologia DRI), molto costosa – è ciò in cui il Governo si è impegnato – ma in grado di avviare la grande fabbrica verso un vero percorso di sostenibilità ambientale. Poco dopo, il responsabile del Mise Stefano Patuanelli diceva che la produzione a gas non è un’ipotesi concreta. È evidente che al governo non hanno le idee chiare. Ed è grave, perché è ovvio che in questo contesto l’azienda ha tutto da guadagnare – scaricando i costi del personale sulle casse dello Stato con la cig – e a farne le spese sono i lavoratori.

Perché Mittal potrebbe lasciare l’Italia e perché secondo lei non lo farà?

Perché l’accordo del marzo scorso prevede che senza gli investimenti che il governo si è impegnato a fare – a cui seguirà un nuovo assetto societario con la partecipazione dello Stato in ArcelorMittal Italia – dal 1° dicembre 2020, Mittal potrebbe lasciare l’Italia esercitando una clausola rescissoria di 500 milioni di euro. Fino a quando il Governo non presenterà una proposta concreta a Mittal – che investimenti vuole fare, quanto vuole investire e che quota vuole di Arcelor Mittal Italia – il player franco-indiano farà sempre più rallentare lo stabilimento, producendo acciaio altrove e andando verso il recesso a dicembre. È auspicabile che non si verifichi questo scenario perché non sarà semplice trovare un altro player privato. A ogni modo, come dicevo, sono convinto che questo resterà solo un pericolo perché l’operazione che è alle porte sarà molto conveniente per ArcelorMittal.

Perché secondo lei questa operazione risulterà conveniente e interessante per ArcelorMittal? E se mai non lo fosse e Mittal lasciasse, esiste un altro investitore che potrebbe subentrare?

Non credo che possa esistere un altro investitore che, al punto in cui è giunta la vicenda, decida di immolarsi su una strada così patologica e complessa. E lo Stato non è in grado di gestire la situazione da solo, già lo abbiamo visto negli anni del Commissariamento (2012-2018). L’expertise del privato è fondamentale, il pubblico non riesce nemmeno a fare politiche per l’industria 4.0 tanto è il deficit di innovazione che registriamo in Italia figuriamoci a gestire uno dei siti più complessi che abbiamo. Quindi, bisogna che il Governo faccia di tutto per non perdere Mittal. A ogni modo, ieri sera Patuanelli ha dato queste rassicurazioni ai sindacati.

Nello specifico, cosa ha reso noto il Ministro ai sindacati?

Sulla base di qualche indiscrezione, possiamo dire che Patuanelli ha detto loro che a breve dovrebbe arrivare a conclusione la due diligence avviata da Invitalia e finalizzata al possibile coinvestimento in ArcelorMittal. Quanto agli investimenti, il titolare del Mise avrebbe parlato di un fondo da 3 miliardi di euro, risorse che in gran parte arrivano dall’Europa per riprogettare e modernizzare la grande fabbrica. Lo stabilimento dell’ex Ilva va indirizzato verso una sua evoluzione green. A Taranto vi è uno dei distretti industriali più importanti d’Europa, con vicino un porto strategico. Non solo va rilanciato con le risorse del Recovery Fund – il cui fine è il rilancio delle produzioni anche in un’ottica green – ma potrebbe anche diventare una delle operazioni più interessanti del Green New Deal tanto caro a Ursula von der Leyen e a Giuseppe Conte. La portata dell’operazione spiega da sé perché per ArcelorMittal sia conveniente.

Intanto, nelle ultime ore si è diffusa la notizia che Mittal ha incaricato Eni per la progettazione delle bonifiche di suoli e falda dell’ex Ilva a Taranto. Pare elemento dirimente, lei cosa ne pensa?

Sono d’accordo con lei. Questa è una notizia importantissima. Eni Rewind, società ambientale di Eni e centro di eccellenza nel risanamento e nella valorizzazione delle risorse naturali in ottica circolare, si occuperà di assistere ArceloMittal nella progettazione degli interventi di bonifica dell’area ex Ilva a Taranto. L’accordo tra Mittal ed Eni contempla anche l’assistenza specialistica nell’iter autorizzativo finalizzato all’approvazione da parte degli enti preposti del progetto di messa in sicurezza operativa dello stabilimento ArcelorMittal Italia a Taranto. Insomma, la scadenza elettorale alle spalle permette ora al Governo di dedicarsi ai dossier urgenti. Questo è uno di quelli. È l’ultima chiamata per la ex Ilva e, questa volta, non si può sbagliare.

5G e il “complotto” maledetto. Intervista a Vanessa Bocchi

Copertina di Alice CantoroNon c’è solo, tra le grandi infrastrutture strategiche, per la rinascita italiana, la rete a fibra ottica, c’è anche la rete 5G. Una tecnologia che fa fare un grande salto d’innovazione alla IT (information technology). Ma è anche oggetto di Fake News da parte di gruppi complottisti. Quali sono le più clamorose Fake sul 5G? Ne parliamo, in questa intervista, con la giornalista Vanessa Bocchi, autrice, insieme a Vincenzo Corrado, di un interessante ebook che smonta le “idee” dei complottisti . L’ebook è acquistabile su Amazon. La copertina è di Alice Cantoro.

Vanessa, il tuo ebook è un  “manuale”contro le Fake news sul 5g. Partiamo dalla definizione di 5G. In cosa si differenzia dalle altre reti?
Quando parliamo di 5G ci riferiamo a tecnologie e standard di nuova generazione per la comunicazione mobile che riguardano non soltanto gli smartphone, ma anche altri oggetti connessi (IoT, Internet of things) come elettrodomestici, auto, semafori, lampioni, orologi ecc. Una delle caratteristiche principali della rete 5G, infatti, è proprio quella di permettere molte più connessioni in contemporanea, con alta velocità e tempi di risposta molto rapidi. Di fatto il 5G dovrebbe soppiantare in futuro anche le attuali connessioni in fibra. Niente più modem da collegare alla rete telefonica, ma al massimo un modem 5G.

Come è strutturata una rete 5G? Un ruolo fondamentale è quello delle antenne, di che tipo?
Non ci sarà più modem da collegare alla rete telefonica, ma al massimo un modem 5G che sancirà l’avvento dell’era dei dispositivi (davvero) sempre connessi, e che non dovranno più passare continuamente da Wi-Fi a rete mobile. Le antenne 5G sono di dimensione inferiore rispetto alle antenne 4G, questo permeate di ottimizzare gli spazi urbani.
Grazie al beamforming la tecnologia 5G rende possibile direzionare il segnale verso aree specifiche intorno e nelle vicinanze della torre.

L’iperconnettività è la caratteristica del 5g, ovvero non solo scambi di dati e informazioni ma anche IoT. Quali saranno i vantaggi per gli utenti?
Come spiega Jaime D’Alessandro in un articolo per www.repubblica.it  “se con il 4G impieghiamo ad esempio circa 43 secondi per scaricare un film da un gigabyte – che richiedeva ben quattro ore con il 3G – con la rete di quinta generazione il tempo di attesa scenderebbe sotto la soglia del secondo.” Non solo. La latenza, ossia quanto ci mette un segnale inviato dal nostro smartphone ad andare a destinazione e tornare indietro, si fa infinitesimale sulla carta. Ciò per gli utenti significa poter connettere apparati produttivi che rispondono ai comandi in tempo reale, o guidare veicoli anche a chilometri di distanza Dall’industria all’agricoltura, dall’intrattenimento alle città smart, il 5G promette nel corso della sua evoluzione di cambiare le nostre vite.

Come si sta sviluppando nel mondo la tecnologia 5G?
Secondo l’Agi (Agenzia Giornalistica Italia), a maggio del 2020, 81 operatori in 42 Paesi hanno lanciato servizi commerciali 5G. A marzo 2019 erano meno di dieci. La grande accelerazione è arrivata a cavallo tra l’aprile e il settembre del 2019: in sei mesi le offerte 5G si sono quintuplicate e poi la crescita è proseguita al ritmo costante di circa dieci lanci commerciali ogni trimestre.
I dati della Gsa, l’associazione che rappresenta le compagnie dell’ecosistema mobile, raccontano quanto e dove la tecnologia di quinta generazione sia già disponibile. Gli 81 operatori che hanno puntato su offerte commerciali sono peraltro solo una piccola parte di quelli che hanno investito nelle nuove reti: ce ne sono ben 386 in 97 Paesi, numero praticamente raddoppiato nell’arco di un anno e mezzo.
Inoltre,  secondo i dati contenuti nell’Ericsson Mobility Report relativi al secondo trimestre 2020, cioè da aprile a giugno, il periodo del lockdown per il coronavirus, sembra esserci stata una crescita di 15 milioni di abbonamenti solamente durante il secondo trimestre.

E in Europa e in Italia?
In Italia sono già disponibili offerte Tim e Vodafone, mentre il grande assente in Europa, per ora, resta la Francia. Tra i Paesi più ricchi e industrializzati del mondo, i nostri Cugini d’Oltralpe sono gli unici a non avere ancora la disponibilità di offerte 5G. In Europa mancano anche, tra gli altri, Portogallo e Svezia.

Sappiamo che nel nostro paese,  e non solo, l’introduzione di questa tecnologia è contrastata da un “movimento”  no 5G. Un movimento composito. Che tipo di “ideologia”  esprime?  Vi sono collegamenti anche con altri “movimenti” simili come i “no vax”?
Le teorie complottistiche trovano principalmente il loro fondamento nella paura e nell’incapacità di reperire fonti veritiere. Le stesse persone che diffondono notizie imprecise o totalmente false spesso sono insofferenti o restie alle novità, fino al punto di arroccarsi su posizioni irragionevoli; altre volte non tengono in considerazione punti di vista differenti, nonostante siano riconducibili a fonti ufficiali, quali ad esempio l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) o l’ISS (Istituto Superiore di Sanità). Di base questi gruppi si oppongono all’ascesa della tecnologia di quinta generazione.

Quali sono le principali Fake news diffuse dai complottisti?
Tra le principali fake news c’è quella relativa alla salute, secondo i NO 5G la tecnologia di quinta generazione è da ritenersi una minaccia capace di provocare gravi effetti sulla salute dell’uomo.Sono riusciti a ricondurre anche la morte di un gruppo di animali al 5G, caso di cui parlo insieme al mio collega Vincenzo Corrado, nel nostro libro. Non solo, lo stesso inquinamento viene fatto ricondurre all’evoluzione della telefonia mobile secondo i complottisti, il tutto senza dati veritieri alla mano, anche di questo ne parliamo.
Come sta reagendo la politica ufficiale di fronte a questa propaganda?
La reazione di buona parte dei sindaci dei comuni italiani è stata quella di assecondare l’atteggiamento degli Anti 5G e di accogliere le loro richieste, tra cui, ad esempio, quella dello smantellamento delle antenne. Il tutto al fine di rassicurarli, visto il periodo difficile, questo ovviamente non ha fatto che aumentare il livello di disinformazione al riguardo e aumentare la paura.

Nel tuo ebook parli del caso emblematico del comune di Sabbioneta. Perché?
Parliamo del caso di Sabbioneta, in quanto, trattandosi di un comune di poco più di quattromila abitanti, quindi di una realtà decisamente piccola, la possiamo considerare un osservatorio privilegiato al fine di comprendere le motivazioni di una protesta immotivata, definirne i contorni, conoscerne la genesi e tutte le caratteristiche che, fatte le debite proporzioni, stanno ispirando vere e proprie guerre mediatiche contro il 5G in molte città e metropoli d’Italia e del resto del mondo.

Sappiamo che è la rete che diffonde queste Fake, trovi adeguata l’opera di contrasto alle Fake?
Se trovassi adeguata l’opera di contrasto alle fake news, forse non avrei scritto questo libro! Non penso ci sia un limite al riguardo. Le fake news vanno combattute e soprattutto è di fondamentale importanza dare un mezzo alle persone affinché siano autonome nel riconoscerle. Questo è quello che ci impegniamo a fare io e Vincenzo.

Torniamo, per un attimo, alla rete. Come si integrerà il 5g con quella che, speriamo, diventerà la fibra unica nel nostro paese? 
L’Italia, insieme a Canada, Russia, Brasile e pochi altri, si avvale della tecnologia Fwa (Fixed Wireless Access), vale a dirsi quella ibrida, che punta a sfruttare determinate frequenze per portare la banda larga fissa dove i cavi non possono arrivare (o non è conveniente che arrivino). Sono ancora pochi gli operatori che hanno lanciato un servizio Fwa 5G: 39 in 24 Paesi, tra i quali Cina, Stati Uniti, Germania, Australia, Sud Africa, Regno Unito e Finlandia. Rispetto al 5G mobile, sono molti meno anche i Paesi nei quali gli operatori stanno investendo sul Fixed Wireless Access.

Il 5G insieme alla rete in fibra potrà essere un elemento fondamentale nella rinascita italiana. In termini di PIL quanto sarà la crescita per il nostro paese?
Per rispondere a questa domanda mi rifaccio a quelle che sono le linee guida proposte dal premier Conte qualche giorno fa, per la definizione del Piano italiano di ripresa e resilienza per accedere ai fondi previsti dal Recovery Fund. Nel Pnrr sono previste sei missioni, tra cui la digitalizzazione e l’innovazione, quindi immagino che inciderà positivamente l’avvento della tecnologia di quinta generazione sul PIL.

“IL GREEN NEW DEAL È L’UNIONE DEL LAVORO E DELLA SALUTE”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Ursula Von Der Leyen (ApPhoto)

Salario minimo, nuovo patto per l’immigrazione e salute al centro dell’agenda europea. Questo il discorso di Ursula von der Leyen al Parlamento europeo che ha aggiunto che “assieme al presidente Giuseppe Conte, in occasione della presidenza italiana del G20, organizzerò un vertice mondiale sulla sanità in Italia (con molta probabilità a Roma) e questo dimostrerà agli europei che l’Europa c’è ed è pronta a proteggerli. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, esperto di politiche europee e autore del recente Ripartenza Verde (Rubbettino Editore), qui già presentato.

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De Gasperi tra Costituente e ricostruzione. Un testo di Marta Cartabia (Presidente della Corte Costituzionale)

Pubblichiamo, per gentile concessione della “Fondazione Trentina Alcide De Gasperi”, il testo della Lectio degasperiana 2020 tenuta, il 18 agosto a Pieve Tesino, dalla Professoressa Marta Cartabia (Presidente della Corte Costituzionale).

«Ti chiameranno riparatore di brecce, restauratore di case in rovina per abitarvi».

Questo splendido passo di Isaia (Is 58,12), a me molto caro, ci introduce al tema scelto con grande lungimiranza dagli organizzatori per la Lectio degasperiana di quest’anno: «Ricostruzione e Costituzione».

La parola ricostruzione risuona da mesi nella riflessione pubblica ed è risuonata nel corso di questa estate, specie nelle ultime settimane, in occasione della cerimonia di inaugurazione del nuovo ponte di Genova, ricostruito, appunto, dopo la tragedia del crollo di due anni fa.

In quella occasione, l’architetto Renzo Piano, che ha donato il progetto del nuovo ponte, nel suo intervento di saluto, ha espresso, con parole bellissime, pensieri profondi da cui desidero prendere le mosse per la nostra riflessione odierna.

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“Evitare (falsi) capri espiatori, avviare un vero dialogo cristiano a Bose”. Intervista a Riccardo Larini

Torniamo a parlare, di Bose e del suo ex Priore e fondatore Enzo Bianchi. In questi ultimi due mesi, leggendo articoli apparsi su alcune testate, la situazione non è per nulla pacificata. Anzi, secondo “Settimana” (una rivista online dei Dehoniani), parrebbe che Bianchi non abbia lasciato Bose, come gli era stato chiesto dal decreto vaticano, ma sia ancora a Bose. L’articolo afferma al riguardo: “rimane difficile da interpretare la perdurante presenza a Bose del fondatore”. Dopo un giorno, il 15 agosto per la precisione, con un tweet arriva la smentita amara e dolorosa di Enzo Bianchi: “Non ascoltate notizie fantasiose su di me. Mi sono allontanato dalla comunità da tre mesi, senza aver avuto più contatti con essa. Vivo in radicale solitudine in un eremo fuori comunità e date le mie condizioni di salute (non sono più autonomo) ho un fratello che mi visita. Amen”. Ma come stanno le cose? Cerchiamo di capirlo, in questa intervista, con Riccardo Larini ex Monaco di Bose e persona molto vicina alla Comunità.

Larini mi sembra di capire che tutta la vicenda sta prendendo una gran brutta piega. Lei cosa ne pensa?

Innanzitutto, mi sembra palese che la situazione sia gestita in maniera, per usare un eufemismo, fortemente inadeguata, soprattutto da parte di chi ha o dovrebbe avere l’autorità necessaria per promuovere crescita della comunità e dialogo tra le parti in conflitto. Non è infatti possibile che escano costantemente dalla comunità informazioni parziali e calunniose su alcune delle persone coinvolte, soprattutto quando dovrebbe essere stato avviato un lungo e faticoso processo di dialogo. Questo primo elemento mi sembra francamente molto grave, così come mi pare grave che alcuni mezzi di informazione cattolici abbiano ripreso in maniera molto parziale e tendenziosa queste “veline” provenienti dall’interno della comunità, quasi a volersi schierare a favore di una delle parti in conflitto. Sono rimasto allibito dalla mancanza di etica giornalistica, umanità e spirito evangelico che ho colto tra le righe dell’articolo che lei ha citato.

Che informazioni ha su Bianchi?

Il fondatore di Bose, come ha detto egli stesso, è attualmente nell’eremo che a inizio anni 2000 la comunità concordò unanimemente fosse costruito per lui, anche in vista del momento in cui, lasciando il priorato, si sarebbe ritirato a vivere in disparte. È un’abitazione al di fuori della comunità, con accesso stradale indipendente, del tutto idonea, in condizioni normali, a garantire piena autonomia a chi ci vive.

Da inizio giugno non partecipa più in nessun modo alla vita della comunità e sono autorizzati ad avere contatti con lui solo un paio di fratelli che gli portano il necessario o lo aiutano a tenere in ordine l’eremo e il terreno circostante.

Vista l’età e l’enorme stress che ha vissuto in questi mesi, è profondamente provato, essendo tra l’altro affetto da seri problemi di salute.

Veniamo al Decreto vaticano. Un decreto che la Santa Sede, inspiegabilmente, non ha mai pubblicato (e questo fa sì, onestamente, che aumenti la poca chiarezza su tutta la vicenda). Di cosa viene “accusato” Bianchi? Di interferenza? Di pressioni? Di abusi di potere? E cosa gli è stato imposto?

Come sa ho invocato da mesi la pubblicazione integrale del Decreto, per gli ovvi motivi che lei stesso ha sottolineato. Sono tra quelli (non pochi: in questa triste fase della storia della chiesa i corridoi vaticani hanno una tenuta stagna simile al Titanic) che hanno avuto modo di leggerlo, dunque posso parlare con cognizione.

Il decreto vaticano si compone di prescrizioni rivolte ai quattro membri che sono stati allontanati, e di indicazioni sulla forma che la comunità dovrà assumere in futuro dal punto di vista canonico e liturgico. Le seconde intendono inquadrare Bose, che fino ad ora era stata giuridicamente un’associazione di laici per tutelare i propri membri non cattolici, nell’alveo delle congregazioni religiose cattoliche di tipo monastico, ponendo fine nel contempo alle sperimentazioni liturgiche che, a mio modesto parere, sono alla radice della carica profetica della comunità (e che diversi papi hanno apprezzato profondamente, come testimonia il fatto che monsignor Piero Marini si servisse costantemente dei servizi di Bose per plasmare le liturgie pontificie, e che le traduzioni del Salterio ad opera di Enzo Bianchi sono utilizzate da innumerevoli parrocchie e associazioni cattoliche). Tra queste la predicazione dei laici e delle donne.

Riguardo alle prescrizioni alle persone allontanate, l’unica accusa mossa è di interferenza con il governo della comunità. Non vi è alcuna traccia nei testi vaticani di abusi o di pressioni psicologiche di alcun genere. Ai tre fratelli e alla sorella allontanati è stato imposto di non avere rapporti con altri membri della comunità e di andare a vivere ciascuno in luoghi differenti. Come ormai noto, per tre dei membri allontanati, il provvedimento è temporaneo, mentre per Bianchi è a tempo indeterminato. Questa la lettera del provvedimento, dopo di ché vi sono alcuni fratelli e sorelle che vorrebbero definitivo l’allontanamento del fondatore di Bose e di chiunque non gli sia ostile, e che si sono adoperati e si stanno adoperando in tale direzione. Lo dico con estrema tristezza, ma per dovere di verità, perché da cristiano non credo e non posso credere alla parola “definitivo” in una situazione di questo genere, quale che ne siano state le cause, né posso accettare che in un contesto monastico non vi sia spazio per un cammino di riconciliazione e di misericordia.

Quali sono stati gli errori di Bianchi? 

Premetto che non vivo più a Bose dal 2005, anche se ho sempre mantenuto contatti cordiali e fraterni con moltissimi fratelli e sorelle, visitando regolarmente la comunità e tenendo anche lezioni di teologia ecumenica ai novizi. La mia fonte è perciò la mia esperienza in comunità fino a tale anno e le molte voci che purtroppo si stanno diffondendo dall’interno della stessa, molto divergenti e contraddittorie, in quanto la comunità è attualmente divisa in almeno tre blocchi.

Siccome ho sempre avuto il coraggio di parlare in faccia alle persone, Enzo Bianchi sa che ritengo un errore il suo aver voluto continuare a partecipare alla vita comunitaria dopo aver lasciato il priorato, sebbene nessuno immaginasse, anche solo tre anni fa, quando Manicardi è stato eletto priore (con il massimo appoggio di Bianchi), che avrebbero potuto fiorire divisioni così forti. Avrebbe fatto bene anche a lui prendere le distanze, invece ha voluto rimanere (legittimamente, va detto per inciso e con grande chiarezza) anche se rischiosamente, come fratello sui generis, garante di un cammino e di una serie straordinaria di intuizioni, testimoniate dal fatto che non c’è una singola pietra a Bose o nelle sue fraternità che non sia stata pensata e fatta ergere da lui. Tengo tuttavia a dire che lo ha fatto alla luce del sole, comunicandolo fin dall’inizio, in maniera chiarissima, ad esempio nel suo discorso (pubblico e pubblicato) di congedo dal priorato. E nessuno, nemmeno tra coloro che oggi lo contestano profondamente (e che fino a meno di tre anni fa, per essere molto precisi, erano tutti suoi fedelissimi collaboratori da una vita), ha avuto il coraggio di dire che non era d’accordo quando era il momento giusto, né, a quanto mi risulta, fino a quando non sono sopraggiunti gli “ispettori” vaticani durante il passato inverno.

Nel 2014 fu Bianchi stesso a chiedere, secondo una formula che avevamo pensato insieme quando ero ancora in comunità nel 2003 e che pure in molti fratelli e sorelle non avrebbero voluto adottare perché inorriditi dalla possibilità di interferenze esterne, una visita fraterna di guide monastiche di comunità vicine, da cui, contrariamente a quanto affermano alcuni, non emerse alcun grave elemento nei confronti dell’allora priore e fondatore, il quale una paio d’anni dopo, come preannunciato fin dal 2000, avviò spontaneamente (e non a seguito di tale “visita” del 2014) la successione al priorato.

Tuttavia, a quanto mi risulta anche da diverse persone molto equilibrate in seno alla comunità, che non si vogliono schierare e che in questo momento hanno timore di parlare, il fondatore di Bose non è cambiato “in peggio” rispetto agli anni in cui ero presente di persona in comunità. Perciò mi sento di poter escludere problemi seri legati a violenze psicologiche e abusi di potere. Mentre non mi è difficile immaginare che il suo comportamento possa essere risultato ad alcuni un’ingerenza nel governo della comunità. Una personalità straordinaria e forte come la sua è destinata ad avere un forte impatto anche mediante la sola presenza fisica, e di certo qualche parola di disapprovazione per l’operato di Manicardi potrebbe averla detta, ma questo non lo rende certamente un mostro.

Sappiamo quanto sia difficile il rapporto, nella dinamica della vita religiosa, tra il fondatore e il governo della comunità che ha fondato. E recentemente ci sono stati casi simili nella Chiesa cattolica. Che hanno portato all’ allontanamento del fondatore. Ma nel caso di Bose pensa che ci sia un accanimento nei confronti di Bianchi?

Purtroppo la mia risposta è: assolutamente sì. Non c’è bisogno di una laurea in psicologia per comprenderlo. Le voci più “veementi” contro Bianchi sono in larga misura quelle di chi più gli è stato fedele, e non per anni ma per decenni, sposando e avallando in tutto ogni sua decisione e comportamento, senza mettere mai nulla in discussione (ammesso che ci fossero cose da mettere in discussione). Alcuni amici della comunità mi hanno chiamato sconvolti dopo aver parlato con un paio di sorelle e di fratelli di Bose che avevano spiegato loro come la comunità avrebbe potuto vivere solo se Enzo fosse scomparso per sempre (parole testuali) dal suo orizzonte, e con lui chiunque non sposasse la narrazione di chi all’improvviso si era messo a contestarlo.

Si è giunti a tali livelli di irrazionalità da esercitare pressioni sul plenipotenziario della Santa Sede perché Enzo lasci quanto prima anche il suo eremo, come se al giorno d’oggi, con la tecnologia di cui tutti dispongono, una maggiore distanza fisica potesse impedire eventuali contatti “illeciti” tra membri della comunità e il suo fondatore. E negando, di fatto, allo stesso Bianchi, la calma necessaria per individuare un luogo diverso dove poter andare a trascorrere, a questo punto molto verosimilmente, il resto dei suoi giorni, continuando a svolgere un ministero che nessuno, a partire da papa Francesco, intende negargli o sottrargli. Un noto teologo italiano ha definito la situazione un “parricidio freudiano”, e temo che purtroppo abbia ragione.

La comunità, e i suoi responsabili, come stanno reagendo a questo “terremoto”? 

Quanto ai responsabili, compreso chi è stato mandato dall’esterno a vigilare in nome dell’esercizio della giurisdizione diretta del papa su ogni fedele cattolico, penso di avere già detto chiaramente la mia opinione, e onestamente sono esterrefatto che continuino a uscire così tante voci dalla comunità senza un controllo efficace, ma ancor peggio senza che si intuisca l’avvio di alcun processo reale di dialogo e di pacificazione degli animi guidato dalle autorità preposte. Anzi, dall’esterno si coglie un incattivirsi di alcuni veramente funesto, alimentato anche da persone che detengono funzioni importanti nel monastero. La comunità soffre, mi pare chiaro, e con lei soffrono tutti coloro che, come me, la amano profondamente. “Dal momento delle dimissioni di Bianchi di tre anni fa hanno lasciato la comunità in molti, e si parla di una decina di ulteriori casi anche dopo la visita canonica (esclusi gli allontanati).” Ed è intellettualmente disonesto lasciar intendere che ci sarebbe una “comunità contro Bianchi”, finendo in tal modo per far convergere attenzione e eventuali accuse interamente sul fondatore di Bose. C’è una comunità divisa, perché non ha saputo vivere una transizione epocale e difficile, come umanamente può succedere, con quattro persone allontanate, alcuni che vorrebbero infierire ulteriormente, e un consistente gruppo di persone che propendono o per una delle due parti, ma che soprattutto vorrebbero un vero cammino di pace, e che sono sconvolte. E sinceramente credo che i fratelli e le sorelle di Bose meriterebbero segni di speranza, dopo tutti i semi di lacerazione che sono stati seminati, e di una speranza non basata sulla “fine” di nessuno.

Secondo lei la richiesta di intervento Vaticano da chi è partita?

Onestamente non lo so, né ho trovato risposte certe. Ma a questo punto mi pare conti ben poco.

A distanza di due mesi dallo scoppio del caso si è fatta una idea più precisa, per quanto è possibile, degli obiettivi del delegato apostolico o del Vaticano?

In realtà i mesi sono già tre… Come ho già detto nella mia prima intervista, a me dei giochi di potere, compresi quelli dei palazzi vaticani, interessa molto poco. Inoltre non sono né nella testa di padre Cencini, né in quella di chi lo ha inviato, né in quella, molto nobile, di papa Francesco.

Il silenzio della Chiesa italiana è sconcertante. Nemmeno un tentativo di mediazione si è provato? Perchéé non difendere un frutto ricco nato dal Vangelo e dal Concilio?

Avevo sentito subito di arcivescovi e cardinali indignati per le modalità di intervento e le decisioni assunte sia nei confronti della comunità che del suo fondatore e dei suoi membri “allontanati”. Per quanto mi riguarda, innanzitutto ho scritto immediatamente a maggio a Manicardi e Bianchi offrendomi di mediare, e quindi ho scritto anche all’economo di Bose, Guido Dotti, molto attivo nei contatti con la stampa, ma solo Bianchi mi ha risposto, accettando la mia offerta, mentre gli altri non mi hanno mai scritto neppure una riga di conferma di ricezione del mio messaggio. Ho quindi cercato di contattare un paio di vescovi amici, offrendomi il mio aiuto con discrezione e chiedendo loro di aiutarmi a comprendere e a compiere i passi più opportuni per essere di aiuto. Ma ho incontrato un silenzio assordante. Le uniche voci chiare che hanno subito parlato bene di Bianchi, di fatto difendendo sia Bose che lui da accuse di chissà qual genere, sono state quelle di monsignor Bettazzi e del cardinal Ravasi, a cui va il ringraziamento mio e di tutti quelli che hanno a cuore la vicenda. Per il resto, spero che i beneamati “principi della chiesa” la smettano di comportarsi come tanti Nicodemo, ma trovino il coraggio di intervenire in una situazione gestita veramente in modo assai poco cristiano fino ad oggi.

Per la “generazione di Bose”, citando lo storico del cristianesimo Massimo Faggioli, è una grande sofferenza. Molti di loro si stanno domandando: cosa rimarrà della esperienza profetica di questa storia?

Intanto specifico che mi riconosco solo in parte nella pur efficace definizione dell’amico Massimo Faggioli, di qualche anno più giovane di me, nel senso che ritengo la vera e propria “generazione Bose” a cui egli allude un fenomeno sviluppatosi soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’90, quando si è registrata una forte impennata nei flussi di ospitalità, dovuta alla crescente popolarità di Bianchi e delle Edizioni Qiqajon, e una notevole diversificazione dei visitatori della comunità. Molti tra i nuovi giovani erano in cerca di spiritualità, con minore coscienza della dimensione profetica (e anche politica) della fede rispetto alle prime generazioni di frequentatori bosini. Lo dico perché quel genere di profezia probabilmente si era già notevolmente attenuata con i nuovi ingressi di novizi e novizie dal diverso retroterra culturale ed ecclesiale in comunità nel corso degli anni Novanta. Certo, come ho detto già in altre occasioni, quello che è stato fin da principio ed è rimasto un ruolo fondamentale, direi unico di Bose in seno al mondo delle comunità religiose italiane, è essere un luogo di studio, libertà e pensiero, che fa e ha fatto respirare un numero enorme di persone in tempi di progressivo inaridimento e di svolte “verso destra” e verso falsi tradizionalismi del panorama culturale del cristianesimo italiano. I protagonisti di questa storia sono indubbiamente stati molti, grazie alla straordinaria capacità di Enzo Bianchi di favorire la crescita umana e culturale dei propri confratelli e delle proprie consorelle. Ma è chiaro che la mancanza di uno stimolo del suo livello avrà certamente un impatto sul futuro della comunità, a prescindere da come si risolveranno le attuali tensioni.

Se invece quello che mi vuole chiedere è che ne sarà di Bose più in generale, facciamo che rimandiamo la risposta a un’eventuale prossima intervista. Ora l’unica speranza sarebbe ed è contra spem. Ma è quello che ci rende cristiani.