La guerra dei tradizionalisti a Papa Francesco. Intervista ad Andrea Grillo

grilloIn questi giorni Massimo Franco, notista politico ed esperto di cose vaticane per il Corriere della Sera, in un pezzo dal titolo “I tradizionalisti contro Francesco” riporta, nell’articolo, l’appello, ripreso dal blog ultraconservatore “Corrispondenza romana”, di 45 teologi e storici in cui si chiede al collegio cardinalizio di intervenire sul Papa affinché  si ripudino “gli errori presenti nel documento in modo definitivo e finale, e di dichiarare autorevolmente che non è necessario che i credenti credano a quanto affermato dall’Amoris laetitia». E’ l’ultimo di una serie di episodi della guerra dei tradizionalisti contro Francesco. Ne parliamo con Andrea Grillo, docente di Teologia Sacramentaria e Filosofia della religione al Pontificio Ateneo “Sant’Anselmo” di Roma.

 

Professore, l’impressione che si ha è che il dissenso si stia allargando. È così? Oppure è solo una enfatizzazione mediatica…?

Penso che sia buona norma, anche per i giornalisti famosi, di controllare le fonti su cui basano i loro articoli. Il documento di cui si parla nel pezzo citato è un testo scritto nel linguaggio di 150 anni fa, e firmato da pochi sconosciuti. Gli unici firmatari noti appartengono a settori isolati, marginali e autoreferenziali della Chiesa cattolica. Far passare questa per opposizione a Francesco è una operazione mediatica senza alcun fondamento. Fa sorridere. Al di là dei giornalisti, io direi a coloro che hanno problemi, di esibire qualche argomentazione fondata, qualche ragionamento convincente. Fino ad ora hanno esibito solo propaganda vecchia e presuntuosa disperazione.

Quanta presa hanno sul Popolo di Dio queste posizioni?

Queste posizioni trovano attenzione – e sono anche sollecitate – soltanto da alcuni ambienti curiali – romani o periferici – che nulla hanno a che fare con il popolo di Dio. Sono giochi di potere di chi vede messo in discussione il proprio ruolo clericale, che prima sfuggiva ad ogni controllo e che ora non gode più di libertà. Papa Francesco, come è inevitabile, viene attaccato da chi ha paura della Riforma della Chiesa e di perdere potere. Il popolo di Dio non c’entra nulla e giustamente non si interessa di questo.

Cosa fa paura ai tradizionalisti dell’approccio di Francesco? La  lettura complessa della modernità?

Papa Francesco esce in modo esplicito da quell’antimodernismo che ha caratterizzato moltissima cultura cattolica prima e anche dopo il Concilio Vaticano II. Noi confondevamo spesso il cattolicesimo con l’antimodernismo. Essere cattolici era essere “contro i treni”, “contro la luce elettrica”, “contro il cinema”, “contro il voto alle donne”, “contro gli anticoncezionali”…In modo molto semplice, ma con estrema coerenza, Francesco rifiuta una lettura unilaterale e ostile della modernità. Questo suo tratto è insopportabile per i tradizionalisti, ma è anche difficile da comprendere per coloro che, senza essere tradizionalisti, hanno accettato supinamente una lettura “di comodo” del rapporto tra Chiesa e mondo. In fondo inquieta coloro che si sono rifugiati in una consolante “autoreferenzialità”, contenti di restare senza vie di uscita e di non dover mai “uscire”.

Una delle critiche  che il fronte conservatore rivolge al Papa è quella di essere più attento alla “realtà” che alla “verità”. Francamente  questo lo trovo un insulto a Francesco. Ha fondamento quest’accusa?

Questo mi sembra uno dei punti che Francesco ha portato ad una svolta decisiva. Il primato del tempo sullo spazio e della realtà sulla idea – affermato con grande forza in tutti i grandi testi magisteriali di Francesco, EG, LS e AL – costituisce una “traduzione della tradizione” che rimette in relazione verità e realtà. L’accusa mossa a Francesco ha la presunzione che il rapporto con la verità possa prescindere dalla realtà. Con questa impostazione – che dipende dall’antimodernismo di fine ottocento e primi novecento – la Chiesa ha perso il rapporto con la realtà e si è chiusa in una autoreferenzialità pericolosa e sterile.

Un’altra “operazione” che fa il fronte tradizionalista è quella di contrapporre Wojtyla e Ratzinger a Bergoglio. Lei non vede una continuità?

Tutte queste posizioni risentite – che sono di tradizionalisti radicali, ma anche di qualche Vescovo e Cardinale – cercano di enfatizzare le “contraddizioni” tra Francesco e i suoi due predecessori. Ora qui bisogna intendersi bene. Non c’è nessuna rottura. Ma non c’è nemmeno una semplice continuità. La tradizione continua traducendosi in modo nuovo. Questo è anche il senso più autentico delle parole di Benedetto XVI, quando nel 2005 parlò della “ermeneutica della riforma” come rimedio alle due ermeneutiche sbagliate del Concilio, ossia quelle della pura continuità e della pura rottura. Francesco non rompe, ma riforma. Ma è consapevole della urgenza della riforma, mentre coloro che gli si oppongono, con il pretesto di una presunta rottura, hanno solo paura del nuovo, che nella Chiesa è sempre intervenuto come una benedizione nei passaggi di crisi.

Il comportamento del Papa emerito nei confronti del Papa regnante è esemplare. Anzi Ratzinger ha manifestato grande affetto nei confronti di Bergoglio.. Eppure continua questa strumentalizzazione contro Francesco. Perché?

Non vi è dubbio che il rapporto personale tra papa regnante e papa emerito sia buono e cordiale. Il punto però non è questo. Tra il magistero di Benedetto e quello di Francesco ci sono tuttavia alcune differenze significative, soprattutto in rapporto al Concilio Vaticano II. Francesco è pienamente convinto della riforma invocata dal Vaticano II, mentre Benedetto fu esitante, incerto, talora anche spaventato e puramente difensivo. In tre anni Francesco ha ritrovato la fiducia in un magistero che si assume nuove responsabilità, mentre il magistero di Benedetto – e quello dell’ultimo Giovanni Paolo II – era paralizzato dalla tradizione e puramente negativo. Nell’assumere questa grande iniziativa Francesco ha dovuto scontare, non senza difficoltà, le scelte diverse dei suoi predecessori.

 Un altro fronte di critica, da parte tradizionalista che trova sponda nell’area politica della destra, è quello del giudizio sull’islam. Insomma, per loro, Bergoglio è troppo buonista. Un’altra infamia nei confronti di Francesco. Qual è il  suo pensiero al riguardo ?

Anche qui bisogna considerare solo le cose serie. In questa materia le opinioni autorevoli non sono molte e le chiacchiere moltissime. La posizione verso l’Islam trova la sua origine in un approccio conciliare alle “altre religioni” che con Francesco ha trovato profondo rilancio. Nessuna concessione alle generalizzazioni propagandistiche e considerazione della complessità delle singole tradizioni. Nella intervista di ritorno dalla GMG, Francesco ha ricordato che il fenomeno del “fondamentalismo” non identifica nessuna tradizione religiosa. “Anche tra di noi”, ha ricordato, ne abbiamo molti. Va aggiunto che sul tema del rapporto con l’Islam dobbiamo anzitutto aver chiara la qualità e lo spessore della nostra tradizione. Affermare, come ha fatto un noto giornalista, che i musulmani non possono partecipare alla messa “perché non credono alla presenza reale” mi sembra la dimostrazione di una approssimazione teologica ed ecclesiale piuttosto preoccupante. E sulla base di questa ignoranza evidente costoro pensano pure di dover dare consigli al papa…

Anche nei confronti della pastorale della “misericordia” si muovono critiche. Si troviamo di fronte a due visioni opposte della Chiesa. Come fanno a coesistere?

Come ha scritto Stella Morra, in un bel libro che si intitola “Dio non si stanca”, il tema della “misericordia/perdono” è centrale nel magistero di Francesco non come un “contenuto”, ma come un modo di comprendere la Chiesa e il rapporto con Dio. E’ lo “stile della misericordia” a levare la Chiesa dalla sua autoreferenzialità, a costringerla ad “uscire per strada”, a non “stare alla finestra”, a costruire “ospedali da campo” e “campi profughi”. Questo linguaggio dà sui nervi a tutti i monsignorini con macchine lunghe, gemelli ai polsi, domestiche al servizio, case piene di stanze…E’ un modello di Chiesa e di Vangelo ad essere rimesso in campo e in gioco, dopo decenni di assuefazione all’esercizio del potere formale e del riconoscimento puramente autoritario.

Sul piano liturgico, anche qui i tradizionalisti sembrano soffrire Francesco. E’ così?

Da un lato non sembra che Francesco sia interessato alla liturgia quanto lo era Benedetto…ma d’altra parte le modifiche introdotte nella “lavanda dei piedi” e la recente richiesta di “evitare di usare la espressione ‘riforma della riforma’” indicano chiaramente un orientamento verso la piena valorizzazione della “partecipazione attiva” come logica “popolare” della liturgia e della preghiera cristiana. Anche qui chi vorrebbe tutelato il suo diritto a “restare indietro” si sente, come dire, a disagio. Quando i piedi delle donne e la riforma liturgica tornano al centro, molte preoccupazioni curiali e fissazioni sulle rubriche si ritrovano d’improvviso all’estrema periferia!

Ultima domanda: Quello che appare, in realtà, l’obiettivo finale dei conservatori è la messa in mora della creatività del Concilio Vaticano II. E’ questa la vera posta in gioco?

Effettivamente è molto utile non “personalizzare” troppo la questione. Con Francesco noi abbiamo trovato, 50 anni dopo il Concilio, il primo papa “figlio del Concilio” – ossia che è “nato alla vita ministeriale nella Chiesa non pre-, ma post-conciliare – che propone il Concilio non anzitutto teoricamente, ma con il suo modo di pensare la realtà, di comunicare, di intrecciare relazioni, di pregare o di scherzare. Tutto questo è “concilio reso vivo ed efficace”. Chi pensava che con Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI avessimo “messo sotto tutela” lo slancio conciliare, ora è sorpreso, amareggiato, in qualche caso adirato. Ma Francesco procede sereno. Come ha detto più volte, dorme bene la notte. Sarebbe cosa buona che anche i suoi interlocutori più accesi si mettessero il cuore in pace e riuscissero a prendere sonno la sera.

Ecco le novità sul caso Moro. Intervista a Gero Grassi

Scena dell'agguato in Via Fani  a Roma 1978Due notizie di questi giorni hanno riacceso l’attenzione dell’ opinione pubblica sul caso Moro: il rinvenimento, in un controsoffitto del policlinico di Milano, di documenti della colonna milanese delle BR e, l’altra notizia, la conferma (prima era solo una ipotesi investigativa), da parte dei RIS dei Carabinieri, della presenza, quel 16 marzo del ‘78, in Via Fani di Antonio Nirta, un boss della ‘ndrangheta. Questa è avvenuta analizzando una vecchia foto del ’78, ritrovata nell’archivio storico del quotidiano romano Il Messaggero. Insomma, per dirla alla maniera di Giuseppe Fioroni, Presidente della Commissione parlamentare sul Caso Moro, non siamo ai titoli di coda nella ricerca della verità di quei sanguinosi e drammatici giorni. Giorni che hanno segnato per sempre la democrazia italiana. Ne parliamo, in questa intervista, con Gero Grassi, giornalista e deputato del PD e membro della Commissione Fioroni.

Onorevole Grassi, lei è membro importante della “Commissione Fioroni”, che è la sesta commissione (dal 1979) che indaga sul caso Moro, istituita con il compito di accertare “eventuali nuovi elementi che possono integrare le  conoscenze acquisite dalle precedenti commissioni (…) e eventuali responsabilità riconducibili ad apparati”. Siamo a quasi quarant’anni dai drammatici fatti Via Fani e di via Caetani, c’è ancora oscurità nella conoscenza profonda di quei fatti. Le chiedo quali sono i primi risultati o misteri svelati dalla Commissione?

Anzitutto mi corre l’obbligo di precisare che l’attuale è la seconda commissione Moro pure essendoci state 4 commissioni: quella sul Terrorismo, la Mitrokin e quella sulla P2 che hanno seguito anche il caso Moro.

C’è tanta oscurità per diverse omissioni verificate nelle indagini pregresse. Credo di poter affermare che abbiamo raggiunto più risultati in due anni che nei trentasei precedenti. Ecco alcuni risultati ottenuti sinora: anzitutto la dinamica della strage di via Fani, le presenze, la sparatoria e il luogo dell’agguato. Accanto a ciò quello che è successo nei tre mesi precedenti il 16 marzo 1978.

Per il Procuratore Pietro Spataro, in un’intervista a Repubblica sul ritrovamento, avvenuto poche settimane fa, di documenti BR della colonna “Walter Alasia”, in un controsoffitto del Policlinico di Milano,  ha affermato che sul caso Moro sappiamo tutto . Per lui non esistono “presunti misteri” . Lei contesta l’affermazione. Le chiedo: Quali, secondo lei, i misteri, le oscurità ancora da chiarire del “Caso Moro”?

Ho contestato aspramente le affermazioni del dottor Spataro anche in Commissione. In Italia esiste la tendenza a difendere posizioni acquisite. Nel caso di specie la verità che ci viene raccontata è quella del memoriale Morucci-Faranda, completamente smontato in Commissione.

Registro con amarezza che i protagonisti di quella stagione (magistrati, militari e classe politica) sono tutti indotti a credere a una verità che oggi non regge più alle evidenti prove. Spirito di corpo? Autodifesa? Troppo presto per dirlo.

In questi giorni i Carabinieri del RIS hanno riconosciuto, analizzando una fotografia della  “scena del crimine” di Via Fani , un boss della ‘ndrangheta Antonio Nirta. Che faceva un mafioso in Via Fani? Più in generale che ruolo ha giocato la criminalità organizzata nel Caso Moro? C’erano rapporti tra queste due entità criminali?

L’uomo della ‘ndrangheta non era solo. Aveva un autorevole complice. Attendiamo che i RIS ci diano conferma sull’identità del personaggio. Le BR hanno avuto rapporti consolidati con mafia, camorra, ‘ndrangheta, banda della Magliana. Anche pezzi deviati dello Stato, purtroppo, hanno avuto queste frequentazioni.

Come giudica le affermazioni di Raffaele Cutolo, lo spietato boss della Camorra: “Potevo salvare Aldo Moro la politica mi ha fermato”?

Cutolo ha detto questo. Non l’ha fermato la politica ma alcuni uomini che, evidentemente, traevano giovamento dalla morte di Moro.

Pochi giorni fa avete ascoltato Claudio Signorile. Perché è importante la sua testimonianza?

Claudio Signorile, con molta bravura, ha offerto un quadro della situazione internazionale del tempo. Ha aggiunto elementi che ci inducono a ritenere che le BR erano controllare a distanza. Infine, precisando nei dettagli affermazioni già fatte, ci ha raccontato la visita a Cossiga del 9 maggio 1978. Era presente quando il Ministro seppe della morte di Moro. La presenza di Signorile forse non fu casuale.

Torniamo a quei maledetti cinquantacinque giorni. Quello che si è scritto, nel corso di questi trentotto anni dall’omicidio di Moro, molto, poi, si è rivelato un falso.  Insomma in quei giorni drammatici abbiamo assistito a depistaggi, carenze  investigative, l’ombra lunga della P2  che domina sugli organi dello Stato e tanto altro. Le chiedo: quali  sono stati gli errori più clamorosi dello Stato italiano  in quei giorni?

Errore più clamoroso è stato il non aver considerato che le idee di Moro sarebbero sopravvissute. Errore è stato non aver capito che Moro andava salvato, perché poi Moro avrebbe salvato lo Stato. Invece ‘Il mio sangue ricadrà su di voi’ e così è stato.

Veniamo alle BR. Conosciamo la storia delle BR, è credibile oggi la tesi che le BR abbiano agito per conto di potenze straniere?

Le BR erano soggetto articolato e complesso. Dentro c’era di tutto. Brigatisti puri che credevano a quello che facevano. Brigatisti connessi alla delinquenza comune, altri erano infiltrati, altri ancora si muovevano solo per tornaconto personale.

Lei gira l’Italia per portare i frutti del suo lavoro, di membro importante della Commissione Fioroni, alla conoscenza dei cittadini. I Suoi incontri sono affollati e partecipati, segno di un desiderio di verità. I titoli degli incontri portano questa frase:  “Chi e perché ha ucciso Moro”. Arriveremo alla piena verità?

Ci stiamo arrivando nonostante il tempo trascorso. Con fiducia e speranza. Il problema è crederci senza paura di toccare il potere.

A settembre saranno cento anni dalla nascita di Aldo Moro. Cosa resta della sua lezione?

Di Aldo Moro resta anzitutto il suo esempio di martire laico della democrazia e della libertà. Un grande uomo che aveva la capacità di leggere il futuro ed incanalarci le Istituzioni. Un uomo che non morirà mai perché il suo ricordo vive nel cuore degli italiani onesti.

 

Mappa delle famiglie mafiose in Liguria

La Liguria è una terra di mafia. Camorra e Cosa Nostra prima, la ‘ndrangheta poi, si sono impadronite di fette rilevanti del territorio ligure, incutendo timore, condizionando la politica, accaparrandosi lucrosi appalti quaranta arresti ordinati dalla Procura Antimafia effettuati in questi giorni, grazie alle indagini della DIA di Genova. Le indagini hanno rivelato come i mafiosi della ‘ndrangheta puntassero ad infiltrarsi, attraverso i sub appalti, nei lavori del Terzo Valico. Inoltre, ed è la prima volta per la Liguria, le indagini hanno rivelato il coinvolgimento del livello dei “colletti bianchi”. Un altro filone di indagini riguarda gli affari delle cosche attraverso lo smaltimento dei rifiuti. Ma quanto è diffusa la ’ndrangheta in Liguria? Quali sono le famiglie mafiose presenti sul territorio ligure? Con la collaborazione dell’Osservatorio Boris Giuliano sulle mafie in Liguria (http://mafieinliguria.it/), che racconta (in modo scientifico) la presenza della criminalità organizzata nel territorio ligure, abbiamo compilato una mappa della presenza mafiosa in quella regione. Le fonti utilizzate sono: relazioni DIA e DNA, relazione della Commissione Parlamentare Antimafia, atti processuali (ordinanze, sentenze, fascicoli ecc).

LA SPEZIA
La provincia della Spezia potrebbe sembrare una provincia “babba”: a prima vista pochi episodi violenti, poche inchieste, pochissime condanne. Ma da anni fonti istituzionali raccontano della presenza di un gruppo criminale calabrese collegato al clan ALVARO di Sinopoli (RC) e delle famiglie DE MASI e ROSMINI. Nel 2000 la DIA scrive che «è stata evidenziata l’attività di elementi legati alla cosca IAMONTE» e un paio di anni dopo dichiara che a Sarzana si è stabilita da tempo la famiglia ROMEO, originaria di Roghudi (RC), «dove svolge attività edilizia e di floricoltura». Anche la Direzione Nazionale Antimafia conferma questa ipotesi: «nell’estremo levante, fino al confine con la provincia di Massa e Carrara, è infatti attivo da tempi un locale di ‘ndrangheta facente capo alla famiglia ROMEO-SIVIGLIA». Incrociando queste fonti istituzionali con diverse inchieste condotte negli ultimi quarant’anni il quadro diventa allarmante, dato che molti soggetti legati ad Antonio ROMEO, considerato dagli inquirenti il vertice del locale, hanno collezionato nel corso degli anni pesanti condanne: il fratello Carmelo ROMEO condannato per associazione a delinquere e tentata estorsione; il pronipote Daniele FAENZA anch’egli coinvolto in tentativi di estorsione ai danni di una ditta che si occupa di smaltimento di rifiuti; Annunziato SIVIGLIA condannato per aver tentato di imporre un racket estorsivo alla Spezia già nel 1983. Gruppi che, oltre ai tradizionali mercati illegali degli stupefacenti, risultano ormai inseriti in diversi settori economici: edilizia, mercato immobiliare, ortofloricoltura, distribuzione commerciale, gioco d’azzardo.

GENOVA
Genova: Da tempo si ritiene che il capoluogo ligure sia sede di un locale di ‘ndrangheta, guidato da Mimmo Gangemi e, precedentemente, da Antonio RAMPINO. Domenico GANGEMI, ex fruttivendolo di S. Fruttuoso, e Domenico BELCASTRO, imprenditore edile, sono stati condannati rispettivamente a anni 19 e mesi 6 di reclusione (pena già confermata in Appello) e a anni 6 di reclusione (pena confermata in Cassazione), nell’ambito del processo “Crimine”, condotto dalla D.D.A. di Reggio Calabria. Sono stati invece tutti assolti, in primo e secondo grado, i 10 imputati del processo “Maglio 3”, tra i quali figuravano diversi “genovesi” (Raffaele BATTISTA, Rocco BRUZZANITI, Antonino MULTARI, Onofrio GARCEA, Lorenzo NUCERA). Arcangelo CONDIDORIO è stato dichiarato incapace di stare in giudizio. Nel centro storico genovese, negli anni ’90, è stata sgominata un’associazione per delinquere di origine calabrese, dedita a molteplici attività criminali, di cui facevano parte alcuni membri delle famiglie di Taurianova (RC) degli ASCIUTTO e dei GRIMALDI. Sempre in centro storico (soprattutto nel sestiere della Maddalena), vi sono tuttora alcune famiglie di origine calabrese che, secondo gli inquirenti, utilizzano modalità mafiose come i FIUMANO’ o agli ALESSI.

Lavagna: nelle relazioni DIA e della DNA si legge che Lavagna è da tempo sede di un locale di ‘ndrangheta, costituito intorno alle famiglie NUCERA-RODA’ originarie di Condofuri (RC). Paolo NUCERA, considerato il capo del locale, è ancora imputato in uno stralcio del processo “Maglio 3”, per lui il pm Lari ha recentemente chiesto 12 anni di reclusione. Sempre Paolo NUCERA, con i fratelli Antonio e Francesco, è stato recentemente arrestato nell’ambito dell’inchiesta “I Conti di Lavagna”, insieme a Francesco Antonio ed Antonio RODA’: devono rispondere di associazione mafiosa ed altri reati, anche riguardanti contatti con l’amministrazione. Inoltre, Antonio NUCERA è stato recentemente condannato in primo grado ad 8 anni di reclusione per prostituzione minorile e cessione di sostanze stupefacenti.

SAVONA
Dopo anni di “deserto giudiziario”, come definito dall’ex Procuratore Capo Francantonio Granero, Savona negli ultimi tempi si è ritrovata spesso al centro di indagini antimafia. Proprio alcuni giorni fa, nell’ambito dell’inchiesta ALCHEMIA, sono stati arrestati (su ordine della D.D.A. di Reggio Calabria e con l’ausilio della polizia giudiziaria ligure) numerosi soggetti da tempo presenti nel savonese, quali Carmelo GULLACE (con i fratelli Elio e Francesco, nonché la moglie Giulia FAZZARI), Antonio FAMELI (residente a Loano, ma originario di S. Ferdinando, collegato ai Piromalli di Gioia Tauro) e Fabrizio ACCAME (autista e prestanome di GULLACE, reduce da un patteggiamento di 1 anno e 10 mesi nell’inchiesta “Real Time”). Sono tutti accusati di associazione mafiosa e sono già rimasti coinvolti, in passato, in procedimenti giudiziari attivati dalla Procura di Savona (per estorsione, usura, intestazione fittizia di beni). Insieme con loro sono stati tradotti in carcere anche vari esponenti della famiglia RASO. Sempre nell’inchiesta ALCHEMIA rispondono di intestazione fittizia di beni Giovanni e Giuseppe SCIGILITANO di Cisano sul Neva (SV), originari di Seminara (RC). Da tempo gli inquirenti sospettavano che nel savonese (tra Borghetto S. Spirito e Toirano, soprattutto) fossero radicati alcuni esponenti della ‘ndrina dei RASO-GULLACE-ALBANESE, tradizionalmente insediata a Cittanova (RC). I fratelli FOTIA hanno invece subito sequestri per 10 mln di euro alle proprie aziende di movimento terra (Scavoter, Se.le.ni e PdF) nel marzo 2015. Non hanno mai avuto processi per 416-bis ma sono ritenuti vicini alla cosca MORABITO-PALAMARA- BRUZZANITI.

IMPERIA
Ad avviso della Presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, trattasi della “sesta provincia della Calabria”. Al di là dell’immagine suggestiva, è noto che il ponente ligure abbia rappresentato una delle mete privilegiate dalle famiglie mafiose di origine calabrese. Alcuni soggetti sono stati qui spediti in soggiorno obbligato, altri si sono rifugiati, in fuga dalle faide, per sfruttare la vicinanza con la Francia, altri ancora sono stati attratti dall’attività di riciclaggio connessa al casino di Sanremo, o comunque hanno trovato floridi mercati in cui investire profitti illeciti.

Ventimiglia: in questa città spiccano i MARCIANO’ (il vecchio boss Giuseppe, suo fratello Vincenzo cl. 1948 e suo figlio Vincenzo cl. 1977) tutti condannati per associazione mafiosa nell’ambito del processo “la Svolta” e PALAMARA Antonio (condannato in primo grado a 14 anni, assolto in Appello; già accusato di associazione mafiosa nel processo Colpo della Strega, 1994). Vi sono inoltre altri soggetti condannati per associazione mafiosa (nell’ambito del processo La Svolta): Paolo e Alessandro MACRI’ (quest’ultimo a titolo di tentativo), Omar ALLAVENA, Giuseppe GALLOTTA, Annunziato ROLDI, Ettore CASTELLANA, Salvatore TRINCHERA, Giuseppe SCARFO’, Giuseppe COSENTINO (assolto in Appello).

Bordighera: qui sono presenti i fratelli PELLEGRINO (Maurizio, Giovanni e Roberto) condannati in I grado, ma assolti in appello, dall’accusa di associazione di tipo mafioso nell’ambito del processo La Svolta; Antonino BARILARO, condannato in I grado, ma assolto in appello dall’accusa di associazione mafiosa; Francesco e Fortunato BARILARO sono stati invece processati e assolti in Maglio 3, così come Benito PEPÉ (suocero di Maurizio PELLEGRINO) e Michele CIRICOSTA. Tali famiglie sarebbero legati al clan Santaiti-Gioffré di Seminara (RC).

Taggia: famiglia MAFODDA (Rodolfo e Mario condannati per 416- bis, Trib. Genova, Uff. GIP, nr. 217/99, Sent. del 15 aprile 1999)

Diano Marina: Nell’aprile del 2015, si è insediata una commissione d’accesso che, al termine di un lungo lavoro, ha optato per non decretare lo scioglimento dell’amministrazione comunale per infiltrazione mafiosa (era finita sotto la lente degli inquirenti, in particolare, la gestione degli stabilimenti balneari). In particolare sono segnalate le famiglie SURACE e SCIGLITANO (Giovanni e Domenico SURACE, e Giovanni SCIGLITANO sono stati rinviati a giudizio per corruzione elettorale, art. 86 D.P.R. 16-5- 1960 n. 570, insieme al sindaco di Diano Marina Chiappori, recentemente rieletto; l’ipotesi accusatoria iniziale era di scambio elettorale politico-mafioso, art. 416-ter c.p.).

L’Infiltrato. Il PCI e la lotta alle BR. Intervista a Vindice Lecis

cop.aspxDurante gli anni di piombo il Partito comunista fu in prima linea nella battaglia contro il terrorismo rosso, che minava i principi democratici del paese e la forza stessa del partito, al suo massimo storico di consenso. Oltre al lavoro alla luce del sole, il Pci operò per individuare e denunciare i soldati della lotta armata e i loro fiancheggiatori, svolgendo anche un’azione d’intelligence parallela, in collaborazione con gli organi dello Stato.

In quel periodo Ugo Pecchioli, braccio destro di Berlinguer, concordò con il generale Dalla Chiesa un’importante operazione segreta: l’infiltrazione in un gruppo di fuoco di un militante del partito, che avrebbe dovuto riferire al comandante dell’antiterrorismo. Un episodio accertato e documentato, sebbene ancora coperto per molti aspetti dal necessario riserbo, che non ha avuto un’adeguata considerazione storica.

Alternando fatti reali e finzione narrativa, questo libro ricostruisce l’attività dei comunisti italiani contro il terrorismo nella stagione violenta tra il 1978 e il 1979: le azioni di spionaggio, i documenti interni, le riunioni riservate, il lavoro di controllo e denuncia nelle fabbriche.

Ne parliamo, in questa intervista, con l’autore Vindice Lecis. Lecis è giornalista al gruppo Espresso. È autore di numerosi romanzi storici e saggi sulla politica italiana del Novecento e sulla storia antica della Sardegna.

Vindice, incominciamo dalla storia  di questo tuo libro davvero interessante. Già ti eri occupato degli anni drammatici della Repubblica. Come nasce il libro?

“Dall’esigenza di raccontare un episodio quasi sconosciuto della lotta al terrorismo, vale a dire l’infiltrazione di un militante del partito comunista italiano nelle Brigate Rosse. Fatto già rivelato in rare occasioni da alcuni studiosi ma mai assunto a paradigma della coraggiosa battaglia del partito più importante della sinistra italiana dell’epoca contro l’eversione armata. Battaglia a viso aperto e senza ambiguità. La documentazione è scarna ma la vicenda mi è stata anche confermata da chi è stato uno dei protagonisti dell’operazione”.

Ti muovi bene tra finzione letteraria e realtà vera (l’infiltrazione di un militante del PCI nelle BR, con l’accordo tra Ugo Pecchioli e il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa). Dalla lettura del libro emerge un quadro devastante dell’Italia di quegli anni. Dall’omicidio Moro a quello di Guido Rossa. Senza dimenticare la violenza di Autonomia Operaia. Emergono anche le gravi colpe dello Stato (la presenza della loggia massonica sovversiva P2). Qual è stato il risultato operativo concreto di questa infiltrazione?

L’infiltrazione fece avviare un lavoro di intelligence che portò, qualche anno dopo, allo smantellamento della colonna romana delle Br. E’ paradossale, se posso aggiungere, che mentre un partito metteva a disposizione un suo uomo, i servizi di informazione e sicurezza fossero infiltrati dalla P2, definita poi come organizzazione criminale ed eversiva dalla Commissione Anselmi e sciolta nel 1982.

Il protagonista quello vero è ancora vivo. Quanto tempo è durata la sua infiltrazione?

Il protagonista è vivo, a quanto ne so. Il suo coraggioso lavoro al servizio della Repubblica durò probabilmente poco meno di sei mesi. Ma la sua attività di infiltrato era cominciata prima, dentro un gruppo violento dal quale spesso le organizzazioni armate reclutavano militanti da utilizzare in attività illegali

Nel libro emerge anche la potente capacità organizzativa del PCI, un partito costruito sulla militanza e su quadri altamente motivati e “professionalizzati”. La figura, letteraria, del quadro Sanna, una sorta di responsabile dell’intelligence, uomo di fiducia di Pecchioli è emblematica. Ti sei ispirato a qualcuno in particolare?

Antonio Sanna è uno di quei tipici quadri comunisti, disciplinati, riservati, rigorosi, impegnati nelle attività classiche del Pci, partito che all’epoca vantava un milione e seicento mila iscritti e che godeva del consenso elettorale di un italiano su tre. Durante gli anni di piombo molti di questi quadri furono utilizzati anche per studiare il fenomeno del terrorismo, dell’eversione. Quando dico studiare intendo proprio lo scandagliare la pletora di organizzazioni armate e gruppi con l’analisi dei documenti, le rivendicazioni, il linguaggio. E dove venivano messi a fuoco gli uomini che fiancheggiavano o aiutavano il terrorismo. Il Pci aveva antenne in ogni luogo, persino negli apparati dello Stato. Molti dirigenti come Antonio Sanna erano presenti negli apparati delle federazioni e nei luoghi di lavoro. Molto del lavoro del Pci fu quello di mantenere viva la mobilitazione del mondo del lavoro contro il terrorismo, di fatto mettendo ai margini qualche settore di ambiguità e collusione con ambienti eversivi, o forse solo di simpatia.

Nel libro c’è la presenza di fonti documentarie  della sezione, diretta da Ugo Pecchioli (il Ministro dell’Interno ombra del PCI),  “Problemi dello Stato”.Questa sezione ha prodotto una documentazione fitta e ricca di analisi sul fenomeno terroristico. Queste informazioni dove sono conservate oggi?

“Sul sito internet del Senato della Repubblica, su concessione dell’’istituto Gramsci che conserva il grande patrimonio documentale del Pci, è consultabile parte delle carte del Fondo Pecchioli. Ugo Pecchioli era il dirigente comunista stretto collaboratore di Enrico Berlinguer e responsabile della sezione problemi dello stato che fu il fulcro dell’antiterrorismo comunista. Nel Fondo ci sono documenti di analisi, alcuni ad uso interno, dove si analizza il fenomeno terroristico con grande accuratezza e si definiscono proposte di lotta all’eversione”.

IL PCI sposò la linea della fermezza dello Stato contro ogni trattativa, per liberare Moro, con le BR. E nel libro la durezza di posizione è esposta chiaramente.  Pensi che non ci fossero altre strade? Qual è il dato politico del libro?

“Il mio parere è che la linea della fermezza fu la necessaria risposta della Repubblica a chi, come le Br, puntavano a costringere lo Stato a scendere a patto e a ottenere un riconoscimento, uno status politico. Altre strade, sinceramente, non ne vedo nemmeno oggi che sono trascorsi decenni. Il terrorismo comunque il riconoscimento lo ebbe ugualmente. Mi spiego: Moro era inviso agli Usa e ai britannici per la sua politica di apertura al Pci. L’agguato di via Fani e la sua morte di Moro fecero deragliare un progetto di intesa politica e costrinsero il Pci ad appoggiare dall’esterno un governicchio, quello di Andreotti, di cui non faceva parte. Un appoggio che portò a un logoramento dei comunisti e una flessione elettorale, sotto un fuoco di fila fortemente polemico della destra Dc e dei socialisti e l’ aperta ostilità degli ambienti atlantici. D’altra parte il progetto brigatista era quello anzitutto di colpire il Pci e la sua strategia di avanzata democratica.

Siamo negli anni bui della nostra Repubblica. Conosciamo tanto ma ci sono molti lati oscuri sulle BR. Quali sono secondo te le cose da chiarire ancora?

La vicenda Moro è chiarita solo in parte. Da tempo emergono oscuri collegamenti con ambienti sia di Gladio che della criminalità organizzata. Come sono da chiarire meglio non pochi e inquietanti aspetti relativi all’individuazione della prigione di Moro e ad alcune bizzarre operazioni brigatiste come il trasporto d’armi in pieno Mediterraneo su barca a vela. Inoltre non comprendo, o forse lo capisco bene, il silenzio brigatista su quelle carte trovate in via Montenevoso a Milano in un covo Br che parlavano di Gladio. Mi riferisco al patto di omertà, tra ex esponenti di vertice delle Brigate Rosse e del potere democristiano per usare un’espressione fortunata del senatore Sergio Flamigni che ha dedicato parte della sua vita a scardinare alcuni misteri. Lo scopo è quello di impedire una ricostruzione veritiera del sequestro e omicidio di Aldo Moro: pensiamo che ancora non conosciamo l’identità di tutte le persone che spararono in via Fani.

I segreti di Bologna. La verità sull’atto terroristico più grave della storia d’Italia.

“La verità non ha tempo: non è mai troppo tardi per raccontarla. Non è mai troppo tardi per mettere insieme tutti i tasselli di un mistero di Stato.”

IL LIBRO
E’ uscito oggi nelle librerie, per Chiarelettere, questo libro-inchiesta sulla strage di Bologna avvenuta il 2 Agosto 1980. È arrivato il momento, dopo trentasei anni, di spiegare fatti rimasti finora in sospeso. Gli italiani hanno assistito inermi ad attentati di ogni genere: omicidi di militanti politici, poliziotti, magistrati. E stragi crudeli, terribili, come quella alla stazione di Bologna dell’agosto 1980 che causò 85 morti e 200 feriti e che, nonostante la condanna definitiva dei tre autori, continua a essere avvolta nel mistero. Dopo interminabili indagini giudiziarie e rinnovate ipotesi storiografiche, gli autori di questo libro, esaminando i materiali delle commissioni Moro, P2, Stragi, Mitrokhin, gli atti dei processi e degli archivi dell’Est, e documenti “riservatissimi” mai resi pubblici, hanno tracciato una linea interpretativa sinora inedita, restituendo quel tragico evento a una più ampia cornice storica e geopolitica, senza la quale è impossibile arrivare alla verità. La loro inchiesta chiama in causa la “doppia anima” della politica italiana, le contraddizioni generate dalla diplomazia parallela voluta dai nostri governi all’inizio degli anni Settanta e, in particolare, lo sconvolgimento degli equilibri internazionali provocato dall’omicidio di Aldo Moro, vero garante di un patto con il Fronte popolare per la liberazione della Palestina finalizzato a evitare atti terroristici nel nostro paese. Senza questo viaggio a ritroso nel tempo è impossibile capire la stagione del terrorismo italiano culminata nell’esplosione del 2 agosto 1980.

GLI AUTORI
Rosario Priore è stato uno dei magistrati più impegnati a ricercare la verità sul terrorismo in Italia, soprattutto nelle sue matrici internazionali. Molte le inchieste da lui condotte: Ustica, Moro, l’attentato a papa Giovanni Paolo II, le stragi di stampo mediorientale. Ha fatto parte di commissioni internazionali sul terrorismo e la criminalità organizzata. È autore di libri di successo, tra cui “Intrigo internazionale” (con Giovanni Fasanella, Chiarelettere 2010), “Chi manovrava le Brigate rosse?” (con Silvano De Prospo, Ponte alle Grazie 2011), “La strage dimenticata” (con Gabriele Paradisi, Imprimatur 2015). Valerio Cutonilli, avvocato, da anni è impegnato a ricercare la verità sulla strage di Bologna. è autore di “Acca Larentia. Quello che non è stato mai detto” (con Luca Valentinotti, Trecento 2010) e di “Strage all’italiana” (Trecento 2007).

Per gentile concessione dell’Editore un estratto del libro.

La pista dimenticata di Rosario Priore
La verità non ha tempo: non è mai troppo tardi per raccontarla. Non è mai troppo tardi per mettere insieme tutti i tasselli di un mistero di Stato. Sollevare il velo sulla strage di Bologna è un dovere soprattutto per chi, come me, ha indagato a lungo sulle vicende più torbide della storia dell’Italia repubblicana e conosce bene i limiti della verità giudiziaria. È arrivato il momento, dopo trentasei anni, di spiegare cose che ancora rimangono in sospeso. E per farlo, per tessere il filo sottile ma tenace che collega questo eccidio al contesto nazionale e internazionale dell’epoca, è di vitale importanza che il lettore tenga a mente alcune date e luoghi che spesso torneranno in questo libro. Veniamo ai fatti. Al momento dell’arresto a Roma, la notte del 9 gennaio 1982, il terrorista rosso Giovanni Senzani viene trovato in possesso di un appunto, scritto di suo pugno, che riassume i contenuti di un colloquio avuto a Parigi con Abu Ayad, capo dei servizi segreti dell’Olp, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Quest’ultimo confida al leader brigatista che le recenti azioni terroristiche avvenute in Europa celano la regia dell’Urss, intenzionata a sanzionare la politica dei paesi europei in Medio Oriente. Senzani annota uno dei tre attentati elencati da Ayad con la sigla «Bo», che io – in qualità di giudice titolare dell’inchiesta, che indagava sulle azioni compiute a Roma dalle Brigate rosse a partire dal 1977 –, non senza sorpresa, interpreterò come un evidente riferimento alla strage avvenuta alla stazione ferroviaria di Bologna il 2 agosto 1980. Invio copia del documento ai colleghi emiliani che stanno indagando sul la carneficina. La notizia, tuttavia, non si rivelerà di alcuna utilità. A riconoscerne l’importanza sarà invece Carlo Mastelloni, il magistrato del Tribunale di Venezia che condurrà in modo esemplare l’istrut toria sul traffico di armi tra l’Olp e le Brigate rosse. Altro fatto saliente. Poche settimane dopo, interrogo Roberto Buzzatti. Il brigatista pentito riferisce di aver assistito a un in contro tra Senzani e un certo Santini, un uomo del Kgb vicino ai servizi segreti italiani e legato a una persona che conosce gli indicibili retroscena della strage di Bologna. L’identikit di Santini mi lascia sgomento per l’incredibile somiglianza con Pietro Musumeci, l’ufficiale del Sismi in seguito condannato per il depistaggio dell’inchiesta bolognese. Ma la differenza di altezza tra i due soggetti porta a escludere che Musumeci sia realmente l’uomo descritto da Buzzatti. E anche quella pista si rivela infruttuosa. Sempre nel 1982, all’aeroporto di Fiumicino, viene arrestata Christa-Margot Fröhlich. La terrorista tedesca trasporta una valigia contenente un potente esplosivo e alcuni detonatori. Chiamato a condurre anche quell’inchiesta, appuro i rapporti tra la donna e l’Ori, il gruppo filopalestinese di «Carlos lo Sciacallo», un pericolosissimo terrorista venezuelano legato agli apparati dell’Est, attualmente detenuto in Francia dove sta scontando l’ergastolo. Nessuno però mi avvisa che un dipendente del Jolly Hotel di Bologna, vista la foto della Fröhlich sul giornale, aveva segnalato ai magistrati bolognesi una forte somiglianza con una signora tedesca presente in albergo il giorno della strage. Può sembrare strano, ma apprendo il fatto solo nel 2005, dopo che la commissione parlamentare Mitrokhin acquisisce copia del verbale con le sommarie informazioni testimoniali. I commissari di maggioranza della Mitrokhin, infatti, stanno vagliando un’ipotesi investigativa sulla strage alla stazione, ignorata per venticinque anni, che rende finalmente comprensibili gli indizi emersi nelle mie vecchie istruttorie. La nuova pista nasce dopo una clamorosa scoperta effettuata da Gian Paolo Pelizzaro, giornalista e consulente della stessa commissione. Pelizzaro rinviene presso la Questura di Bologna alcuni documenti da cui risulta la presenza in città, la mattina del 2 agosto 1980, di Thomas Kram, un altro terrorista tedesco sospettato di militare proprio nel gruppo filopalestinese di Carlos lo Sciacallo. Secondo i commissari di maggioranza, la presenza di Kram è correlata all’attentato, concepito e realizzato dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), gruppo filosovietico affiliato all’Olp, per punire l’Italia. All’inizio degli anni Settanta, infatti, il nostro governo aveva stipulato un’intesa segreta con le organizzazioni della resistenza palestinese – il cosiddetto «lodo Moro» – che consentiva a queste ultime di trasportare armi nel nostro territorio in cambio dell’impegno a non compiere attentati. Il patto viene violato nel novembre del 1979 con l’arresto, a Bologna, di Abu Anzeh Saleh, esponente dell’Fplp coinvolto nel traffico dei missili terra-aria Strela scoperto dai carabinieri a Ortona nei giorni precedenti. Il libro comincia proprio da questo evento, frutto della situazione tesa tra Usa e Urss, negli anni della Guerra fredda, che non risparmia il nostro paese e, seguendo l’iter di quelle armi, svela l’intrigo internazionale allora in atto. La condanna dell’espo nente palestinese, nonostante gli inviti alla clemenza rivolti dal Sismi ai magistrati di Chieti e il pubblico disconoscimento dell’accordo da parte del premier dell’epoca, Francesco Cossiga, potrebbe aver indotto l’Fplp a formulare reiterate minacce e poi a compiere l’attentato ritorsivo alla stazione di Bologna. Come accade spesso in Italia, purtroppo, il confronto sulle nuove risultanze cede subito il passo a polemiche di natura politica. La pista palestinese viene contestata dai commissari di minoranza della Mitrokhin, che invitano i colleghi a rispettare le sentenze sulla strage. Nel 1995, infatti, i terroristi neri dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro vengono condannati in via definitiva quali autori materiali dell’attentato. Nel 2007 passa in giudicato anche la condanna di un terzo neofascista, Luigi Ciavardini, processato a parte in quanto nell’agosto del 1980 era addirittura minorenne. Sempre nel 2005 la Procura della Repubblica di Bologna riapre l’indagine sulla strage per verificare la pista della ritorsione palestinese. Nel 2011 il pm Enrico Cieri iscrive nel registro degli indagati Kram e Fröhlich, ma l’inchiesta viene archiviata dal gip Bruno Giangiacomo il 9 febbraio 2015. Nella richiesta di archiviazione, motivata dall’insufficienza probatoria, il pm Cieri rileva «la persistente ambiguità di un elemento di fatto, storicamente accertato e non compiutamente giustificato: la presenza a Bologna del terrorista tedesco Thomas Kram, esperto di esplosivi, la mattina del 2 agosto 1980». In quell’esatto momento nasce l’idea del libro, che volutamente abbiamo suddiviso in due parti: una prima in cui vengono illustrati la genesi del lodo Moro tra l’Italia e i palestinesi e il ribollente contesto geopolitico internazionale prima della strage; e una seconda che ha per punto focale la strage con le relative indagini e le eclatanti scoperte. Abbiamo scelto questa formula cosicché il lettore arrivi al 2 agosto 1980 con tutti gli elementi a disposizione per capire e, dunque, giudicare.

Valerio Cutonilli – Rosario Priore, I segreti di Bologna.
La verità sull’atto terroristico più grave della storia d’Italia,
Edizioni Chiarelettere, Milano 2016