Il rigorismo economico nordico ha radici antiche. Intervista a Luigino Bruni

il ministro dell’economia Gualtieri in videoconferenza con i suoi colleghi dell’UE

In questi giorni tragici si sta discutendo, a livello europeo, su quali strumenti economici siano più adatti per fronteggiare la drammatica crisi creata dalla Pandemia del COVID-19. Una delle ipotesi, sulla quale l’opinione pubblica si sta soffermando, è quella dei “coronabond”. Ipotesi subito criticata dai rigoristi del Nord (Olanda e Germania) che non ne vogliono sapere di condividere il debito con l’Europa mediterranea (Francia, Italia Spagna). Ovviamente a loro fa paura il debito italiano. Ma al di là degli aspetti economici, che non vanno assolutamente sottovalutati, in un recente articolo Luigino Bruni, ordinario di Economia Politica e di Storia del pensiero economico all’Università LUMSA di Roma, ha approfondito, in un articolo, apparso pochi giorni fa, sul quotidiano cattolico Avvenire, le radici “filosofiche” della questione del debito. Ha fatto partire la sua riflessione da Nietzsche: “Questi genealogisti della morale si sono mai, sino a oggi, anche solo lontanamente immaginati che, per esempio, quel basilare concetto morale di ‘colpa’ ha preso origine dal concetto molto materiale di ‘debito’?». Questa famosa frase è tratta dalla ‘Genealogia della morale’, da qui inizia il nostro dialogo.

Lei afferma che c’è un diverso approccio al debito tra “nordici” e “latini”, ovvero la “colpa” e la “vergogna”. Può spiegarcelo?

Le parole contano, sempre. Non certo a caso i tedeschi e gli olandesi hanno una sola parola (la stessa nelle due lingue) per dire debito e colpa: schuld. Noi ne abbiamo due, e queste cose non sono mai banali. La Germania e l’Olanda non sono solo, rispettivamente, Lutero e Calvino ma sono anche Lutero e Calvino; i tedeschi, per così dire, sono prima tedeschi poi protestanti e cattolici, e così gli olandesi (basta entrare in una chiesa cattolica di quei paesi per capirlo). Lutero e Calvino sono nati e cresciuti in quei paesi perchéé c’era già una cultura fertile. La cultura della colpa è in genere distinta dalla cultura della vergogna (R. Benedict, ne La spada e il crisantemo, ha approfondito questa distinzione). I paesi asiatici sono essenzialmente culture della vergogna, dove un comportamento è condannato se visto – e quindi se nessuno ci vede è come se quell’errore/reato non ci fosse (l’ideogramma cinese per dire ‘peccato’ è un uomo catturato da una rete). Anche i paesi mediterranei sono essenzialmente culture della vergogna. La Bibbia, e in un certo senso anche il mondo greco (si pensi ad Edipo), hanno sviluppato una cultura della colpa, che nel cristianesimo ha continuato il suo cammino soprattutto nel mondo nordico-protestante (un ruolo importante l’ha avuto il monachesimo, soprattutto quello britannico e irlandese), nato grazie ad un forte ruolo di Agostino (Lutero era un monaco agostiniano).

 

 Torniamo a Nietzsche c’è questo legame tra colpa e debito, ne consegue che non solo l’individuo, secondo una interpretazione ultra-rigorista, è colpevole ma lo è anche lo Stato. Se così stanno le cose, visto come è stato gestito e creato il nostro debito, tutti i torti non c’è l’hanno. Non è così professore?

Soprattutto lo Stato è colpevole, più dell ’individuo. Il debito privato (si pensi all’altro grande paese calvinista: gli USA) è molto più tollerato.

 

 Eppure, anche il debito ha una sua legittimità morale, ovviamente con dei limiti. È  così?

Certamente il debito non è sempre colpa. Lo sanno bene gli imprenditori, che senza credito (da credere) morirebbero nelle crisi. Discorso diverso è il tema degli interessi sul debito e della finanza speculativa, ma questo è un altro discorso.

 

Come abbiamo detto all’inizio l’Europa è investita da una pandemia devastante. Una pandemia che rischia di far soccombere il sogno europeo. Insomma, anche per i rigoristi Nord è giunto il momento della responsabilità. Ovvero di lasciare alle loro spalle le parole che condizionano il loro agire. In che misura riusciranno a farlo?

Qui si sta giocando molto della possibilità dell’Europa di non essere solo un contratto commerciale ma anche un ‘patto’, come lo volevano i suoi fondatori. Anche perchéé l’Europa nasce dai pellegrinaggi, dal monachesimo e dai santi, faccende molto più ricche dei soli mercanti, che pur hanno fatto l’Europa. Un Europa senza ’spirito’ non ha né presente né futuro

 

Ma il tempo della responsabilità è arrivato anche per i “Latini”. Ovvero non dovranno cedere al populismo. Vede, nella tragedia che stiamo vivendo, questo rischio?

Certo, il rischio è grande. La propaganda sarà forte, ma sarà ancora più forte se l’Europa del Nord non darà segnali di solidarietà. Chi oggi ama l’Europa deve capire questo.

 

 Ultima domanda: Quale sarà la parola chiave per ricostruire, dopo la pandemia, l’Europa?

Fraternità. L’Europa moderna nasce attorno ai tre principi delle rivoluzioni: libertà, uguaglianza e fraternità. Le crisi sono il tempo nel quale si riscopre la fraternità, e si capisce che la libertà e l’uguaglianza non bastano. Ma come ci dice il mito di Caino, la fraternità confina sempre col fratricidio. A noi la scelta.

Lettera aperta ai Segretari Generali di CGIL,CISL,UIL: “Coinvolgete le migliori intelligenze per la ricostruzione dell’Italia”

 

Pubblichiamo un appello, scritto da tre personalità storiche del sindacalismo confederale italiano (Giorgio Benvenuto, Cesare Damiano e Raffaele Morese), ai Segretari Generali di Cgil-Cisl-Uil. Le tre personalità invitano gli attuali dirigenti sindacali a rendersi protagonisti intelligenti di un progetto di futuro dell’Italia con il coinvolgimento delle migliori risorse  italiane.

 

Carissimi,

sappiamo che siete alle prese con una gestione dell’emergenza sanitaria ed economica di dimensioni inedite, giunta tra capo e collo su tutti noi. Giustamente siete concentrati sulle misure che assicurino nell’immediato ai lavoratori e alle lavoratrici il massimo di sicurezza reddituale possibile e che scongiurino licenziamenti di massa. Lo state facendo mantenendo ferma la barra sulla priorità della tutela della salute, rispetto a spinte e controspinte tendenti a rendere centrali soltanto le esigenze della produzione e degli affari. Questo atteggiamento dà sicurezza nel periodo – sperabilmente corto ma non brevissimo – della diffusione del covid 19.

 

Ma ci permettiamo di sottolineare che occorre dare anche speranza alle persone. “Andrà tutto bene” è un bel messaggio ottimista. Sappiamo che questa pandemia mondiale accelererà cambiamenti già visibili prima di questo evento terribile, ma che tutti pensavamo graduabili nel tempo. Non sarà così, ce lo dicono tutti gli analisti sociali ed economici più avveduti. Anche se, ovviamente, nessuno dispone di ricette salvifiche.

 

Né conviene farsi prendere dalla voglia di soluzioni facili. Dare speranza in una fase di prevedibile, grande transizione dall’industrialismo novecentesco all’economia circolare e dell’intelligenza artificiale è impresa nello stesso tempo titanica ed entusiasmante. Anche in Italia. Viene in mente ciò che provarono Di Vittorio, Pastore e Viglianesi di fronte alla gigantesca trasformazione dell’Italia da Paese prevalentemente agricolo, a Paese industrializzato, nel corso degli anni 50. Di certo, non si scoraggiarono, né si arroccarono sull’esistente.

 

Ora, è chiaro che se non si hanno visioni lunghe, le difficoltà che si profilano – sia perché l’Europa non è in grado di porsi in un atteggiamento di ampia solidarietà, sia perché le tensioni potrebbero alimentare arretramenti anche sul piano della democrazia sostanziale – ricadranno sui lavoratori e sugli strati più deboli della società, a partire dai giovani.

 

Perciò, vi chiediamo di proporre a prestigiose personalità dell’economia, della finanza, delle scienze sociali e tecnologiche, dell’ecologia, del diritto e della cultura di collaborare con voi, in uno sforzo generativo di nuove energie e nuove prospettive. Occorre progettare il futuro del lavoro, in modo da avere a disposizione obiettivi, strumenti e politiche che consentano di trasformare la realtà e di farlo in un clima di condivise certezze.

 

Soltanto le grandi organizzazioni sindacali, oggi, possono svolgere un convincente ruolo di orientamento, avendo a disposizione non solo esigenze da rappresentare ma anche proposte da realizzare. In questo modo, chi un posto di lavoro ancora ce l’ha, chi lo sta per perdere, chi non l’ha mai avuto, individueranno quel bagliore di speranza che consenta di continuare a credere nel futuro.

 

Giorgio Benvenuto
Cesare Damiano
Raffaele Morese

(foto Ansa)

La macchina dell’odio che inneggia al contagio. Intervista a Nello Scavo 

Il giornalista de l’Avvenire Nello Scavo (Ansa)

C’è una “macchina” dell’odio che si sta “armando”, in questi giorni per diffondere il contagio. Un contagio mirato contro poliziotti, le comunità di immigrati, gli ebrei e i musulmani. Chi sono questi “accelerazionisti”? Ne parliamo, in questa intervista, con Nello Scavo giornalista d’inchiesta e inviato di guerra del quotidiano cattolico Avvenire

 

Nello, nemmeno di fronte alla drammatica situazione (con migliaia di morti e contagiati dal “coronavirus”) la “macchina dell’odio” si ferma. Chi sono questi folli? Dove si collocano?
E’ un’accozzaglia, ma sarebbe sbagliato sottovalutare questa strana armata. Ci sono gli spodestati dalla politica desiderosi di tornare in sella, i suprematisti travestiti da sovranisti, i neonazisti che indossano la felpa, forse più presentabile, dei cosiddetti “identitari”, i neofascisti di casa nostra sempre in cerca di un’arena, gli svalvolati del web che si prestano a fare da cassa di risonanza. Insomma mondi non necessariamente in contatto, tra loro ma con una consonanza di scopi.

Chi sono gli “accelerazionisti”? Contro chi mirano?
Si tratta di gruppi suprematisti e neonazisti nordamericani che secondo diverse fonti hanno pianificato, nel caso qualcuno di essi venisse contagiato, di entrare poi volontariamente in contatto con gruppi etnici e categorie di persone che vorrebbero far sparire, vuoi per fanatismo ideologico vuoi per interesse criminale. In particolare suggeriscono di contagiare agenti di polizia, e poi comunità di ebrei e islamici. Incuranti del fatto che il virus non conosce certo alcuna barriera etnica.

La loro presenza nel web è diffusa, tanto da preoccupare l’ FBI. È così?
Un recente rapporto dell’Fbi diffuso dall’emittente Abc descrive questi gruppi e le loro intenzioni. Sono anche state specificate le modalità con cui suggeriscono di accelerare il contagio diventando di fatto untori.

In Italia com’è la situazione? Le autorità sono al corrente di questa rete?
Nel nostro Paese prevale la coalizione dell’odio, che usa le fake news come propellente e coagulante. Per alcuni gruppi è una scelta ideologica. Per altri solo un mezzo come un altro per costruire e consolidare il consenso. Quello che sperano è che il clima di paura per il contagio e di incertezza per il futuro possano fare da amplificatore.  Infatti, per tutti questi gruppi il Coronavirus è diventato un’altra potente arma di disorientamento di massa. Così spariscono dal dibattito i diritti umani, i diritti civili, i campi di prigionia per migranti da noi finanziati in Libia, l’inferno dei profughi in Grecia, la rotta balcanica. E se questi argomenti entrano nel dibattito è solo nella chiave del rischio contagio, dunque per giungere alla solita conclusione: il male arriva da fuori, e noi dobbiamo chiuderci dentro. Secondo quella sinistra “pedagogia della chiusura” che ha fatto la fortuna di molti leader politici, oggi terrorizzati da una evidenza: il contagio si affronta insieme, in comunità tra i popoli, l’esatto contrario del settarismo identitario.  Una modalità di pensiero, quella dell’odio e della chiusura, che ha finito per alimentare quella che Papa Francesco chiama “cultura dello scarto”, come del resto sentiamo dire da chi vorrebbe conviverci che se a morire di Coronavirus sono anziani, disabili, senza tetto, in fondo si tratterebbe del male minore”.

Come si sa, appunto, la macchina dell’odio si alimenta delle Fake news. Purtroppo, in questi giorni, anche autorevoli giornalisti hanno diffuso questo veleno. Mi riferisco a quello contro l’impegno delle Ong. È così Nello?
Quello contro le Ong si sta rivelando un clamoroso boomerang. Tanto più che molti volontari delle organizzazioni (come medici e infermieri) sono già dipendenti del Servizio sanitario nazionale, e che periodicamente prestano la loro opera in attività umanitarie in Italia, all’estero o sulle navi di salvataggio. A voler concedere l’attenuante della buona fede, si direbbe che chi si è fatto portavoce della campagna dell’estrema destra internazionale, fosse quantomeno disinformato. Proprio ciò di cui l’informazione non ha bisogno in questi giorni.

Ultima domanda: Vogliamo ricordare Come si sta sviluppando l’impegno delle Ong contro terribile virus?
Organizzazioni come Medici senza frontiere, Emergency, Mediterranea, Open Arms, Intersos e numerose altre hanno già loro loro specialisti sul campo, che si assommano alle migliaia di volontari del Terzo settore. A questo proposito nei giorni scorsi proprio il Forum del Terzo Settore, che rappresenta decine di associazioni e organizzazioni, segnalava come l’altissimo numero di volontari impegnati negli ambiti più disparati e meno noti (come il servizio di baby sitter offerto gratuitamente ai sanitari impegnati giorno e notte in corsia) sia esposto a rischi altissimi senza neanche ricevere le mascherine. Insomma, l’Italia migliore è in prima linea o a dare una mano nelle retrovie. E merita di essere raccontata.

Emergenza Coronavirus: necessario ripensare la sanità e la difesa. Intervista a Mao Valpiana

Il reparto di terapia intensiva dell’Ospedale papa Giovanni XXIII

La battaglia contro il terribile virus sarà lunga. I dati diffusi dalla protezione Civile, ieri sera, fanno segnare un piccolo rallentamento. Ma, come ha affermato Borrelli, Commissario all’Emergenza,  “I contagiati ufficiali a ieri sera erano 63 mila. Ma il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile”. I 63 mila, quindi, sono la punta di un iceberg. La guardia deve restare alta. Gli esperti dicono che questa settimana sarà cruciale per capire se il rallentamento sarà “strutturale”. Quindi bisogna continuare, assolutamente, a rispettare le regole di sicurezza. Ed è in questo quadro che si inserisce la richiesta del mondo del lavoro di chiudere la produzione di “beni non necessari” per garantire la salute dei lavoratori.

Ed è in questo filone, per la sicurezza nel lavoro, che si inserisce la richiesta della  Campagna Sbilanciamoci!, Rete della Pace e la Rete Italiana per il Disarmo per l’immediato blocco in tutte le fabbriche che producono sistemi d’arma.

“È incomprensibile – scrivono nel loro comunicato – come sia considerato “strategico” e necessario continuare a far montare un’ala ad un cacciabombardiere o un cingolo ad un carro armato, con il rischio di far contagiare i lavoratori addetti a queste attività. Riteniamo inaccettabile chiedere ai lavoratori un sacrificio così alto per una produzione che, oggi, non ha nulla di strategico ed impellente e costituisce solamente un favore all’industria bellica e al business del commercio di armamenti.

Non è in questione il funzionamento operativo del settore della Difesa nazionale in questo momento così delicato, funzionamento che deve essere sempre garantito nei limiti e nelle forme previste dalla nostra Costituzione e del nostro ordinamento.

 Il tema è perché si debbano tenere aperte fabbriche – in cui i lavoratori rischiano ogni giorno il contagio – che producono armi di cui oggi non abbiamo nessuna necessità, o che vengono vendute ad altri Paesi o – come nel caso degli F35 – che fanno parte di un Programma a lungo termine e che potrebbe senza problemi prendersi una pausa di qualche settimana (anche se va ricordato come le nostre organizzazioni da anni ne chiedano la chiusura a causa degli enormi

costi, dei problemi tecnici e ritardi e dell’inutilità rispetto ad altri investimenti).

Per questo motivo chiediamo al Governo di rivedere subito l’elenco dei settori produttivi esclusi dal blocco, fermando il lavoro in tutte le fabbriche che producono sistemi d’arma, con la sola eccezione di quegli stabilimenti in grado di riconvertire la produzione di macchinari e forniture per rispondere ai bisogni del servizio del sistema sanitario”. In questa intervista a Mao Valpiana, Presidente nazionale del Movimento Nonviolento, associazione aderente a Rete Italiana Disarmo e Rete della Pace, approfondiamo l’argomento di una possibile riconversione della politica di difesa.

Mao Valpiana, stiamo vivendo giorni difficili a causa del virus COVID-19. Giorni che ci fanno riflettere su un possibile ripensamento delle nostre priorità. Quello che sta avvenendo è la riscoperta del valore immenso della salute e sanità pubblica. È così Valpiana?

Sì, ora che l’intero popolo italiano, e tutti gli europei, gli asiatici, e persino grande parte degli americani, sono in quarantena chiusi nelle loro case, grandi o piccole, ricche o povere, ognuno, singolarmente e collettivamente,  si trova a confrontarsi con il primo valore assoluto: la propria salute. Domani, sarò sano o contagiato? Tutti, ma proprio tutti, capiscono che “quando c’è la salute, c’è tutto”. Per la prima volta, forse, con il nuovo mondo nato dopo il conflitto mondiale che ha sconfitto il nazismo, e fatto nascere l’ONU, ci si rende conto che persino l’economia mondiale, viene dopo la salute individuale. È una rivoluzione impensabile fino a qualche settimana fa. E tutti capiscono che per tutelare la salute propria e delle persone care, figli, nipoti, amici, è assolutamente indispensabile avere un sistema sanitario pubblico che funzioni. In Europa, nel bene e nel male, ce l’abbiamo, con pregi e difetti; là dove, invece, la sanità è considerata una merce come altre, chi ha i soldi se la compera, chi non li ha deve rinunciarci, capiscono il dramma che deriva da una pandemia che colpisce chiunque, ricco o povero, democratico o repubblicano, bianco o nero. Ecco, ora, finalmente e purtroppo, siamo davvero tutti uguali avanti al Virus.

Ma insieme a questo, voi come Rete italiana per il Disarmo, affermate che proprio questa crisi può portare ad una rimessa in discussione del concetto di difesa. In che senso?

Certo. Il punto è quello dell’idea di “difesa della Patria”, che la Costituzione, all’articolo 52, definisce come “sacro dovere” e la affida al “cittadino”. Quindi siamo noi cittadini, società civile, i veri difensori della Patria, non l’esercito. Da cui se ne deduce che la patria può (deve?) essere difesa non con le armi, ma con i valori costituzionali. Lo dicono anche alcune sentenze dalla Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato, della Cassazione, che hanno riconosciuto e parificato le forme di difesa armata e nonviolenta della patria. A quarantotto anni dalla Legge 772/72, che riconosceva la possibilità dell’obiezione di coscienza al servizio militare e la concessione della possibilità del “servizio civile sostitutivo”, ed a diciannove dalla Legge 64/2001 che istituiva il Servizio civile nazionale finalizzato a “concorrere, in alternativa al servizio militare obbligatorio, alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari”, quattro anni fa il governo ha approvato, in via definitiva, il decreto legislativo che disciplina il Servizio civile universale relativo alla riforma del Terzo settore, come “progetto finalizzato alla difesa, non armata e nonviolenta della Patria, all’educazione, alla pace tra i popoli e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica italiana, con azioni concrete per le comunità e per il territorio”. Ce n’è abbastanza per capire come il concetto di difesa oggi debba essere completamente ripensato, e l’emergenza sanitaria ce lo impone.
Questi sono i giorni del dolore e della cura. Ci hanno fatto conoscere ancora di più la grande bravura dei nostri medici e infermieri. Il nostro Sistema ha retto, ma ha anche evidenziato limiti (carenza di personale e macchinari). Segnalate la diminuzione della spesa sanitaria. Quali sono i numeri?

Il valore e l’abnegazione di medici, infermieri, e tutto il personale sanitario (anche di chi sanifica e pulisce ospedali e camere dei pazienti, anche dei portantini, anche di chi lava lenzuola e camici), è fuori discussione. La spesa sanitaria ha subìto una contrazione complessiva rispetto al PIL passando da oltre il 7% a circa il 6,5% previsto dal 2020 in poi, la spesa militare ha sperimentato invece un balzo avanti negli ultimi 15 anni con una dato complessivo passato dall’1,25% rispetto al PIL del 2006 fino a circa l’1,40% raggiunto ormai stabilmente negli ultimi anni (a partire in particolare dal 2008 e con una punta massima dell’1,46% nel 2013). Nel settore sanitario sono stati tagliati oltre 43.000 posti di lavoro e in dieci anni si è avuto un definanziamento complessivo di 37 miliardi con numero di posti letto per 1.000 abitanti negli ospedali sceso al 3,2 nel 2017 (la media europea è del 5). Le drammatiche notizie delle ultime settimane dimostrano come non siano le armi e gli strumenti militari a garantire davvero la nostra sicurezza, promossa e realizzata invece da tutte quelle iniziative che salvaguardano la salute, il lavoro, l’ambiente (per il quale l’Italia alloca solamente lo 0,7% del proprio bilancio spendendone poi effettivamente solo la metà).
Puntate il dito anche sulle spese militari. Non è un po’ troppo meccanicistico?

No, è come l’esempio classico della coperta. Se la tiri da una parte, si accorcia dall’altra. Senza dimenticare che l’impatto di questa epidemia è reso ancora più devastante dal continuo e recente indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale a fronte di una ininterrotta crescita di fondi e impegno a favore delle spese militari e dell’industria degli armamenti. Non siamo cosi sprovveduti da pensare che tutti i problemi sanitari dell’Italia si possano risolvere con una riduzione della spesa militare (anche per il diverso ordine di grandezza: 5 a 1), ma è del tutto evidente che una parte della soluzione potrebbe risiedere proprio nel trasferimento di risorse dal campo degli eserciti e delle armi a quello del sistema sanitario e delle cure mediche, tenendo conto che le tendenze degli ultimi anni dimostrano una strada diametralmente opposta.
Pensate che la spese militari aumenteranno a scapito degli investimenti in favore della salute?

Il nostro impegno, da anni, è quello per una riduzione drastica delle spese militari, a favore di quelle sociali. Questo è l’obiettivo politico principale della nostra Campagna per la “Difesa civile, non armata e nonviolenta”. Quando diciamo “Un’altra difesa è possibile”, vogliamo di invertire la rotta.

L’unica difesa legittima è quella nonviolenta. Ci occupiamo da anni di sottolineare la problematicità e gli sprechi delle spese militari, che drenano molte risorse del nostro Paese verso strutture incapaci di risolvere i conflitti a livello internazionale. Non è però solo una problema di fondi ma di impostazione generale ed è ora quindi che il nostro Paese, con una scelta coraggiosa ed innovativa, si doti di strumenti migliori per affrontare le problematiche mondiali del nostro tempo. Finché non sarà a disposizione delle nostre istituzioni anche una scelta possibile di azione non armata e nonviolenta sarà facile il ricatto di chi chiede soldi per le strutture militari e per le armi”.
Quali sono i progetti di difesa, i sistemi d’arma che possono essere abbandonati e riconvertiti?

Oggi è evidente a tutti. Abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando in caserme. Ci sono fabbriche, come a Cameri in provincia di Novara, che producono armi di cui oggi non abbiamo nessuna necessità, o che vengono vendute ad altri Paesi o  – come nel caso degli F35 – che fanno parte di un Programma a lungo termine e che potrebbe senza problemi prendersi una pausa di qualche settimana (anche se va ricordato come le nostre organizzazioni da anni ne chiedano la chiusura a causa degli enormi costi, dei problemi tecnici e ritardi e dell’inutilità rispetto ad altri investimenti). L’industria bellica non è un settore essenziale e strategico: questa può essere l’occasione per un ripensamento e una riconversione necessaria (in primo luogo verso produzioni sanitarie).
Quindi proponete una riconversione integrale della nostra economia. Ma è realistica?

Non solo è realistica, ma è assolutamente necessaria, e sarà l’unico modo per riprendere quando usciremo dall’emergenza. Da un’economia di guerra, ad un’economia di pace.

 

“Governo e Confindustria, attenzione al conflitto imprese – lavoratori”. Intervista a Giuseppe Sabella

Com’è noto, il presidente del consiglio Conte ha firmato il decreto “chiudi Italia” che sospende le produzioni non essenziali in tutto il Paese e che contiene la lista delle attività consentite. La firma è arrivata però dopo una giornata di tensione e molte ore dopo l’annuncio di sabato sera del fermo alle attività, anche con alcune differenze rispetto a quanto era trapelato. Ciò che è successo è ormai noto, ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Sabella, come vede questo nuovo decreto di Conte?

Lo vedo pasticciato, non solo per colpa sua. Nel Paese c’è confusione e, come al solito, nei momenti di emergenza non riusciamo a definire delle strategie.

A cosa si riferisce in particolare?

Innanzitutto, qualcosa non sta funzionando sul piano sanitario. In Veneto stanno controllando egregiamente il problema, così anche in Emilia Romagna. In Lombardia molto meno: emerge un ruolo del sistema sanitario territoriale che in Veneto ed Emilia sta funzionando e in Lombardia no. Si è deciso di intervenire sul contagio col ricovero, intasando così gli ospedali e rendendo più vulnerabili le persone colpite dal covid-19 quando non necessitanti di terapia intensiva. E poi, sul piano del lavoro, ma che senso ha tenere “tutti a casa” e le fabbriche aperte?

Sta dicendo che bisognava fermare più produzioni?

Vedo due pericoli in questa situazione. Il primo è quello di un’azione non efficace del contenimento del contagio. Dall’altro vi è un problema che se non controlliamo da subito rischia di esplodere: come si deve sentire chi deve andare al lavoro pur non facendo parte delle filiere essenziali? Vi è un elenco lunghissimo e, oltre all’agroalimentare e al farmaceutico, tutto il resto è molto opinabile.

Qual è il secondo rischio sociale a cui alludeva?

Come in ogni situazione di crisi, a livello sociale matura sempre un risentimento che questa volta ha caratteristiche molto peculiari. I politici in prima linea, anche per il loro impegno che la gente avverte, godono di fiducia nonostante i loro errori. Qualcosa non ha funzionato in questa situazione e l’irrigidimento di Confindustria – che nemmeno in modo riservato ma con una lettera che ha fatto il giro del mondo – rischia di resuscitare un conflitto sociale che pensavamo relegato ai libri di storia: tra i lavoratori sta crescendo un’idea che le imprese, pur di produrre, non siano interessate al rischio che corrono gli operai. Non a caso, in particolare nel chimico, nel tessile, e nella gomma plastica vi sono scioperi, oltre che dei metalmeccanici lombardi. E ve ne saranno altri. Del resto, coloro che lavorano in produzione sono gli unici che non possono farlo in smart working.

E come si poteva gestire questa situazione?

Innanzitutto con più accortezza. Faccio notare che vi sono aziende che hanno chiuso senza aspettare decreti: la prima preoccupazione è stata per le persone. Certo dobbiamo anche tener presente che molte imprese non saranno in grado di reggere il contraccolpo. Ad ogni modo, più che una trattativa serrata alla luce del sole su attività che scopriamo oggi essere “essenziali” – sono un centinaio le voci nell’elenco – forse era il caso di essere molto rigidi su chi è in grado di garantire standard di sicurezza e chi no. E poi, ma possibile che non si comprenda che non può finire tutto sui giornali? Rimpiango i tempi delle segrete stanze…

Come si può procedere secondo lei?

Penso che dobbiamo capire come si muove il virus, la situazione in Lombardia è molto critica e al Sud è tutta da capire. Ad ogni modo, probabilmente si tratterà di intervenire ancora per fermare qualcosa ma mi piacerebbe innanzitutto che i vertici di sindacato e impresa lavorassero in modo riservato e definissero una strategia per il Paese insieme al governo, non solo di contenimento ma anche per una ripresa che deve iniziare a preoccuparci.

Ma, nel concreto, quale strategia?

L’Europa sta mettendo a disposizione una montagna di denaro, non solo con il quantitative easing. Questo, intanto, dovrebbe dirci che non è vero che l’Europa non sta facendo nulla. Il punto è, saremo in grado di cogliere l’occasione? Il denaro va intercettato e investito nel modo giusto. Qui non si tratta di salvare il salvabile, si tratta di capire laddove si possono generare fattori di sviluppo e di competitività per il sistema Italia: c’è qualcosa che avrà un futuro e qualcosa che inevitabilmente non lo avrà. Bisogna investire su ciò che sappiamo ci permetterà domani di competere nel mondo, mi riferisco in particolare alla componentistica ad alto valore aggiunto, alla chimica, all’agroalimentare, alla moda, ma le eccellenze in Italia sono tante e distribuite. Vanno utilizzate per creare lavoro e sviluppo. Come fare? Condividendo un piano di innovazione e di trasformazione delle nostre produzioni e delle nostre risorse umane, spostando il lavoro dove vi sono queste condizioni. Le competenze e la formazione delle persone avrà un ruolo fondamentale ma prima di tutto vanno individuati dei buoni precettori e dei buoni dirigenti. Ci attende una fase di ricostruzione del Paese e la politica deve smetterla di litigare. Tutti stiamo perdendo qualcosa a questo giro e, quindi, dobbiamo tutti essere disponibili al cambiamento. Per il bene nostro e di tutti.

C’è chi parla di una nuova IRI. È questa la strada giusta?

No, però è fuori discussione che con la fine dell’IRI è morto un gruppo dirigente che sapeva interfacciarsi con l’impresa e con l’industria. Va ricreata una task force con funzionari che hanno queste competenze. Calenda sarebbe un ottimo dirigente capo.