Il futuro del welfare tra salario minimo e orario ridotto. Intervista a Giuseppe Sabella

Catena di montaggio (GettyImages)

La proposta, avanzata in questi giorni, dell’orario di lavoro ridotto non presenta nessuna novità. Come noto, “Lavorare meno per lavorare tutti” è stata un’idea che ha attraversato il sindacato già negli anni Settanta. Nell’84 fu poi Ezio Tarantelli, l’economista della Cisl ucciso in un vile attentato dalle BR, a presentare un’ipotesi articolata; ma ciò sarebbe avvenuto a parità di salario orario, non mensile. Di questo parliamo, in questa  intervista, con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Sabella, che senso ha oggi parlare di riduzione dell’orario di lavoro?

La trasformazione del lavoro negli anni di Industry 4.0 – ovvero dell’applicazione della forma più sofisticata di intelligenza artificiale ai sistemi produttivi – sta generando un impatto molto forte non solo sulle competenze delle persone ma anche sull’organizzazione del lavoro. Considerando che le rivoluzioni industriali storicamente assolvono al compito di alleggerire la fatica di chi lavora, ciò va oggi nella direzione di una crescente conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Ma non sono sicuro che sia questo lo spirito di chi si propone di ridurre l’orario…

La proposta arriva dal Prof. Tridico, Presidente Inps e uomo vicino al Ministro del Welfare Luigi Di Maio. Cosa le fa pensare che lo spirito non sia quello che lei dice?

Perché il Prof. Tridico, e non solo lui, ha più volte insistito sulla necessità di distribuire il lavoro. Non sto qui dicendo che includere più persone nel lavoro non sia importante, ma non credo sia questa la strada: bisognerebbe piuttosto occuparsi di sviluppo economico, cosa che misteriosamente il governo ha deciso di non fare. E soprattutto, oggi come oggi, se fosse la legge a ridurre l’orario di lavoro, il sistema andrebbe in seria difficoltà.

Anche perché il panorama dei lavoro e dei comparti è piuttosto variegato. Come si può pensare di intervenire in modo così uniforme?

Il presupposto delle differenze a cui lei allude è ciò che viene violato ogni qual volta il governo di turno interviene con la sua riforma per smentire quello che ha fatto il governo precedente; al di là del fatto che, naturalmente, vi sono riforme del lavoro migliori di altre. A parte la differenza che vi è nelle varie macroregioni d’Italia a livello di mercati del lavoro, è ovvio per esempio che il lavoro pubblico, quello privato, l’industria piuttosto che il commercio presentano delle loro peculiarità. Che solo la contrattazione collettiva può accogliere a valorizzare al meglio.

Ha ragione, quindi, il Segretario Generale Fim-Cisl Marco Bentivogli quando dice che la riduzione dell’orario si può fare solo per via contrattuale?

Bentivogli nella sostanza ha ragione: orario e organizzazione del lavoro sono ambiti molto sensibili alle caratteristiche dei settori; e, non a caso, il monte ore settimanale è già di per sé diversificato a seconda dei comparti. D’altro canto, soprattutto la contrattazione aziendale offre la possibilità di disegnare al meglio quel perimetro regolatorio che più facilmente di un intervento legislativo può rispondere alle esigenze specifiche delle imprese e diventare patrimonio condiviso. Resto tuttavia convinto che si debba fare di più, per questo penso che il Prof. Tridico ha sollevato un tema importante. In sintesi: la riduzione dell’orario deve diventare elemento di peso nello scambio tra lavoro e impresa ma il ruolo del governo potrebbe rivelarsi rilevante in un disegno condiviso con le Parti.

Più nello specifico, a cosa si riferisce?

Oggi lo scambio salario-lavoro fa fatica a crescere: non solo per via di una tassazione sempre più invasiva – si veda in proposito il recente rapporto “Taxing Wages” dell’Ocse, cuneo fiscale Italia 47,9% – ma anche perché non riusciamo a far lievitare la produttività (e quindi la ricchezza) in un quadro economico, quello europeo, sempre più vicino alla recessione. Ora, come già avviene da tempo, ciò che può rivitalizzare lo scambio – e la produttività stessa – è proprio il welfare. E vi sono molti modi di fare welfare: dai cosiddetti flexible benefit, alla formazione, alle misure previste per l’assistenza e la previdenza complementare, a tutto ciò che in azienda costituisce valore per lavoratrici e lavoratori. Il “tempo” è forse il bene più prezioso e più potente che può entrare nello scambio sotto forma di welfare. È qualcosa che già avviene in molte imprese, dove la conciliazione vita-lavoro è una priorità. E non c’è dubbio che un lavoratore più “contento” è una risorsa che produce meglio. Ma non dimentichiamoci del ruolo determinante giocato in questo senso dalla fiscalità: ecco perché governo e Parti sociali hanno la possibilità di scrivere insieme il futuro del nuovo welfare.

Giovanni Paolo II, che fu molto attento alla dottrina sociale, vedeva un punto fermo nella conciliazione dei tempi di vita e di lavoro…

Già all’inizio del suo mandato, con la Laborem exercens (1991), Giovanni Paolo II parlava delle trasformazioni a cui sarebbe andato incontro il lavoro con l’avvento della tecnologia e della necessità di arginare l’impatto del lavoro sulla vita delle persone, sia per la donna – per non penalizzarla nel lavoro in ragione del suo “ruolo insostituibile di madre” – sia per l’uomo. Del resto, parafrasando la sacra scrittura, come l’uomo non esiste per il sabato, così l’uomo non esiste solo per il lavoro. La corsa al consumo ha violato questo principio, ma quella corsa sfrenata è oggettivamente finita. Oggi è il momento giusto per ristabilire un equilibrio.

Verso un nuovo processo Pecorelli? Intervista a Raffaella Fanelli

Il giornalista Mino Pecorelli (Ansa)

Il giornalista Mino Pecorelli (Ansa)

Il 5 marzo scorso la Procura di Roma ha riaperto le indagini sul l’assassinio di “Mino” Pecorelli. Le indagini sono state affidate alla DIGOS. Indagini che hanno la finalità di trovare elementi, consistenti, per un eventuale nuovo processo su quell’omicidio rimasto impunito per quarant’anni. La riapertura dell’ indagine ci offre l’occasione per parlare di quella morte, avvenuta il 20 marzo del 1979 a Roma. L’omicidio del giornalista Pecorelli è uno dei misteri più cupi della nostra storia repubblicana. Per sapere un po’ di più su queste indagini, abbiamo intervistato Raffaella Fanelli, giornalista del sito d’inchiesta “Estreme Conseguenze“. Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l’ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d’inchiesta “Javier Valdez” 2018.

 

 

 

Raffaella Fanelli, grazie al tuo lavoro di giornalista investigativo, una piccola luce si è accesa sull’omicidio Pecorelli (avvenuto, come si sa, il 20 marzo del 1979). Un omicidio che attende giustizia da 40 anni. Questa “piccola luce” è il rinvenimento di un verbale, in un cartella dedicata al caso Moro, delle dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra al Giudice Guido Salvini. Un verbale “dimenticato”. … Prima di parlare di questo nuovo indizio investigativo, sulla base del quale la famiglia di Carmine “Mino” Pecorelli ha chiesto la riapertura del processo, parliamo un po’ di “Mino” Pecorelli… Nell’immaginario collettivo Pecorelli è visto come una figura “border line”, controversa assai (per qualcuno, addirittura, un ricattatore). E’ vero tutto questo?
Mino Pecorelli era un giornalista coraggioso, temuto da molti e sgradito a tantissimi. Per dire chi era uso le parole del figlio, Andrea Pecorelli: “Era un avvocato con la passione per il giornalismo. Ucciso prima dal piombo dei suoi killer e poi dalla giusti zia”. Che rischia di essere ucciso per la terza volta, dall’omertà, dalla codardia o dal troppo cameratismo di chi sa. Diciamo subito che Mino Pecorelli non era un ricattatore. Se avesse ricattato non avrebbe pubblicato e sulle pagine di Op ci sono finiti tutti, pure Silvio Berlusconi. Rivelò gli affari loschi di militari e di industriali, di banchieri e di cardinali. Dalle colonne della sua testata Pecorelli denunciò il marcio di quegli anni anticipando inchieste che sarebbero finite sulle pagine dei giornali “istituzionali” solo anni dopo. Mino Pecorelli sapeva tutto sul famoso lago della Duchessa e sulla scoperta “pilotata” di via Gradoli e scrisse del sequestro Moro come di “una delle più grosse operazioni politiche compiute per allontanare il Pci dall’area del potere”. Nel gennaio del 1979 rivelò su Op quello che sarà scoperto soltanto anni più tardi, e cioè che il governo italiano durante il sequestro dell’onorevole Aldo Moro fu affiancato da un esperto americano di nome Steve Pieczenik.
Mino Pecorelli era il solo a firmare gli articoli, a non usare pseudonimi. “Temeva per la nostra vita” mi ha dichiarato Paolo Patrizi, caporedattore di Op. “Mino proteggeva i suoi collaboratori”. Eppure il suo giornale, ovvero quella che avrebbe potuto essere una fonte così importante, quasi incredibilmente è sparito nel nulla: in nessuna biblioteca nazionale ci sono copie di Op. Per mesi ho cercato negli archivi romani e nei cassetti dei familiari di Mino Pecorelli per mettere insieme le pubblicazioni e studiarle. Per cercare di individuare un movente. E una cosa ho capito. Che erano in tanti a volerlo morto, in tanti a voler fermare la sua penna. Che in tanti l’hanno infangata, dopo quel 20 marzo del 1979. Perché solo col fango si poteva occultare la verità ormai pubblicata.

Per la sua attività di giornalismo, un giornalismo “particolare”, qualcuno lo ha definito come un “scapestrato e impavido giornalista”. Condividi questa definizione?
Forse scapestrato. Di certo sfortunato. Vittima di un Paese dalla memoria corta che riabilita in fretta i mascalzoni e dimentica i suoi martiri. Non c’è una targa in via Orazio, a Roma, niente che ricordi la fine di questo coraggioso giornalista. Nel luogo dove Mino Pecorelli è stato ucciso non ci sono mai state cerimonie né fiori. Neanche l’ordine dei giornalisti è mai intervenuto per rendere omaggio, per togliere l’oblio e l’infamia, eppure sanno perché la sentenza di Perugia che non è servita a dare un nome ai responsabili dell’omicidio ha però fatto chiarezza sulla figura di Mino Pecorelli. E’ scritto nero su bianco in quella sentenza che Pecorelli non era un ricattatore ma un ottimo giornalista. In quarant’anni nessun primo cittadino della capitale lo ha mai ricordato e nessuno dal pachidermico ordine dei giornalisti si è mai indignato. In via Orazio, lo scorso 20 marzo, a quarant’anni di distanza dall’omicidio c’erano gli ex colleghi di Pecorelli, gli amici, pochi parenti, una sorella e un figlio, condannati al ricordo. Condannati al dolore.

Negli “anni di Piombo”, gli anni di Pecorelli, “la stampa urlava a gran voce delle morti e delle bombe ma, pur in qualche caso sapendo, taceva sul vero male che ha colpito la penisola: l’occulto. Pecorelli, al contrario, non dava troppa enfasi agli assassinii e agli atti di terrorismo, il suo era uno sguardo diverso, penetrato negli androni dei Palazzi (quelli con la P maiuscola), tra le carte e i documenti, le missive e i dispacci segreti, le note interne e le frasi sussurrate” (L. Signorini). Ecco questa attenzione all’occulto (del potere) porterà Pecorelli, durante la sua vita avventurosa, ad avere rapporti con persone discutibili, politici di alto rango, Servizi segreti. Alla fine viene il dubbio se, Pecorelli, non fosse uno strumento del Potere oscuro?
Pecorelli non fu “strumento” del potere occulto ma “infiltrato” in macchinose logge segrete. Nel 1978 rivelò nomi illustri iscritti alla P2, anche quello di un presidente della nostra Repubblica. Fu il primo a scrivere, nel silenzio più assoluto delle testate italiane più importanti, della loggia massonica in Vaticano. Fu lui a pubblicare l’elenco dei cardinali massoni. Attaccava tutti, indistintamente. Anche Licio Gelli: il 20 febbraio del 1979 Pecorelli pubblicò un articolo nel quale affermò di aver ricevuto una copia del rapporto Cominform da un ufficiale dei servizi segreti, il tenente colonnello Antonio Viezzer. E ne annunciò la pubblicazione. La lista alla quale Pecorelli si riferiva era quella contenente i nomi di cinquantasei fascisti traditi da Gelli alla fine della guerra. Tuttavia, “Cominform” non era il titolo di quel documento ma il nome dato al rapporto dei servizi segreti sulle attività di spionaggio di Gelli per i comunisti. L’intenzione di Pecorelli, presumibilmente, era quella di far sapere a Gelli che anche quel documento era nelle sue mani. Il 20 marzo 1979, un mese dopo, il giornalista fu ucciso.

Sappiamo che la sua creatura “OP” non navigava in acque tranquille. E questo creava moltissimi problemi al giornalista. Chi erano i finanziatori di OP? Erano i Servizi?
Certamente Pecorelli avrà cercato finanziamenti e sostegni per far sopravvivere Op, la rivista di cui era anche editore. Certamente accettava finanziamenti da chiunque ma a chi lo accusò di essere sul libro paga dei Servizi segreti italiani nel numero del primo agosto del 1978 rispose rivendicando l’autonomia della sua testata. Precisò che Op aveva una sua “propria e autonoma rete di informatori” e che non era l’agenzia del Sid (Servizio informazioni difesa). D’altronde se fosse stato al soldo dei servizi non avrebbe scritto contro Vito Miceli, contro Gianadelio Maletti e contro lo stesso Antonio Labruna. Scrisse anche del coinvolgimento di frange dei servizi segreti deviati nella fuga di Guido Giannettini dopo l’attentato di piazza Fontana: Pecorelli le notizie le pubblicava tutte.

Che rapporti c’erano tra Moro e Pecorelli?
Dopo la strage di via Fani e il rapimento di Aldo Moro, Mino Pecorelli sottolineò più volte, su OP, gli aspetti ambigui della vicenda e dei brigatisti scrisse che non erano quello che volevano sembrare. Che lo scopo del rapimento si inseriva nella “logica di Yalta”, con il fine di impedire che il Partito Comunista fosse coinvolto nel governo del Paese. Gli articoli pubblicati da Op accompagnarono lo svolgersi della vicenda Moro con notizie di prima mano: furono anticipate le lettere dell’onorevole Moro e le trattative avviate dal Vaticano per la liberazione dell’ostaggio. Trattative smentite allora dalle fonti ufficiali e confermate solo nei primi anni ’90. Pecorelli sapeva, anticipava.

E tra Andreotti e Pecorelli?
Pecorelli bersagliava Giulio Andreotti continuamente, fu lui a soprannominarlo il Divo. Lo accusò di non aver distrutto tutti i fascicoli del Sifar, di avere responsabilità nella morte di Aldo Moro e nello scandalo petroli. Durante il processo Andreotti confermò di non aver mai incontrato il giornalista, di averlo letto ma mai conosciuto. Fu Franco Evangelisti ad offrire 30 milioni di vecchie lire per tamponare i debiti con la tipografia, in cambio, il braccio destro di Andreotti, chiese di bloccare la pubblicazione del numero “Gli assegni del Presidente”. Quindici anni dopo l’omicidio del giornalista, nell’aprile del 1993, il nome del senatore a vita fu iscritto nel registro degli indagati: Andreotti fu accusato da Tommaso Buscetta di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli. Accuse confermate dai pentiti della Banda della Magliana. Andreotti, dopo una condanna a 24 anni sentenziata in appello, fu assolto nell’ottobre del 2003 dalla Corte di Cassazione.

Ora sono molti i capitoli da chiarire su questo omicidio. Ad esempio La sorella di Pecorelli afferma di aver visto, per ben due volte, nel giro di poche ore, in via Tacito un uomo. Un volto che segnalò subito ai carabinieri. Eppure tra verbali e interrogatori non troviamo traccia di queste dichiarazioni di Rosita Pecorelli. Vi sono altri identikit?
Nel fascicolo c’è un solo identikit realizzato il 21 marzo del 1979, un giorno dopo il delitto, su indicazioni di un testimone che chiese di poter mantenere l’anonimato. Al capitano dei carabinieri Antonino Tomaselli, il teste disse di aver notato “un uomo sui 38 anni, con viso dai tratti marcati e corporatura robusta, muscolosa… Quell’uomo dava l’impressione di controllare l’uscita dell’ufficio di Pecorelli”. Esperti disegnatori ne abbozzarono i tratti. Non c’è traccia delle informazioni fornite da Rosita Pecorelli né c’è traccia dell’identikit realizzato con le indicazioni di Antonio Varisco, il colonnello dei carabinieri amico di Carmine Pecorelli ucciso pochi mesi dopo il giornalista, il 13 luglio del 1979.

Veniamo al tuo ritrovamento. Perché é importante il verbale che hai trovato? E’ casuale che si trovasse in un raccoglitore che riguarda il “caso Moro”?
E’ importante perché in quel verbale Vincenzo Vinciguerra parla della pistola usata per uccidere il giornalista, un’arma mai ritrovata che potrebbe portare, ovviamente, a chi la usò, quindi agli assassini di Pecorelli. Si trovava in quel raccoglitore perché in quello stesso verbale Vinciguerra rispondeva a domande sul caso Moro.

Chi è Vincenzo Vinciguerra ? Cosa dice quel verbale? Su che basi questa dichiarazione può essere credibile?
Vinciguerra, ex di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale, sta scontando l’ergastolo per la strage di Peteano. Una condanna arrivata in primo grado e mai appellata. Per quella strage fu lo stesso Vinciguerra a costituirsi per evitare la condanna di innocenti fermati al suo posto. Vinciguerra ha scelto di testimoniare, non di collaborare, per rivendicare la sua posizione politica e per attaccare e criticare gli uomini di estrema destra passati al servizio del potere… Non ha chiesto premi o sconti di pena ma ha fatto una scelta completamente gratuita e quindi non parla per ottenere qualcosa. Per ottenere benefici o sconti. Ha fatto dichiarazioni importanti sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia, su Piazza Fontana e su altri gravi episodi che hanno segnato la storia del nostro paese e nessuna delle sue dichiarazioni si è mai rivelata falsa. Tutte le sue informazioni si sono dimostrate vere e attendibili. In quel verbale reso al giudice Guido Salvini il 27 marzo del 1992 Vinciguerra fa riferimento a due avanguardisti con cui parla in carcere. Da loro aveva saputo che Domenico Magnetta, sempre di Avanguardia Nazionale, aveva l’arma usata per uccidere il giornalista Mino Pecorelli. Un’arma che ovviamente aveva un potere di pressione, magari di ricatto… infatti Magnetta, stando alle dichiarazioni di Vinciguerra, minacciava di tirarla fuori se i vertici di Avanguardia Nazionale non lo avessero aiutato ad uscire dal carcere scomodando le loro amicizie.

Chi sono i nomi che Vinciguerra chiama in causa?
Domenico Magnetta, avanguardista poi passato ai Nar (i Nuclei armati rivoluzionari di Valerio Fioravanti), Adriano Tilgher, fondatore insieme a Stefano delle Chiaie di Avanguardia Nazionale e Silvano Falabella, sempre di Avanguardia Nazionale

La Beretta 7,65 è l’arma che ha ucciso Pecorelli. Vinciguerra riporta che Magnetta parla di una Beretta dello stesso modello che ha ucciso Pecorelli. E a Magnetta è stata sequestrata una Beretta . E’ stata fatta una perizia per comparare se si tratta della stessa arma?
L’avvocato Walter Biscotti, legale della famiglia Pecorelli, nella sua istanza, ha chiesto che si faccia una perizia. Probabilmente sarà fatta.

Poi c’è tutto il capitolo dei proiettili. Sono stati manipolati?
In aula, durante il processo di Perugia, il perito balistico incaricato di eseguire le prime due perizie, dichiarò di aver trovato la busta contenente i quattro proiettili lacerata nella parte superiore. Non più sigillata ma soltanto pinzata. E la cosa sorprendente è che i proiettili Fiocchi erano diventati tre e i Gevelot uno. Se non è manomissione questa!

Ultima domanda: ti sei fatta una idea possibile su chi potesse essere il mandante dell’omicidio?
Del mandante no ma dei killer sì.

“Il testo di Ratzinger rimane sempre al di qua di Francesco, di ogni sua parola e di ogni suo gesto”. Intervista ad Andrea Grillo

Sta facendo discutere l’opinione pubblica mondiale il testo del papa emerito. Benedetto XVI ha voluto con i suoi “appunti” fare una analisi sul grande male, quello della pedofilia, che ha colpito la Chiesa cattolica. Quali sono i punti dell’analisi di Ratzinger? Quali quelli più controversi? Ne parliamo, in questa intervista, con il teologo Andrea Grillo. Andrea Grillo è docente di Teologia e di Filosofia della Religione al Pontificio Ateneo “Sant’Anselmo” di Roma.

Professore, sta facendo discutere il  “saggio” del papa emerito (che lui ha chiamato “appunti”) sulla pedofilia nella Chiesa. Un saggio preparato per una rivista cattolica tedesca e anticipato, in Italia, dal “Corriere della sera”. Il saggio è uscito dopo il recente vertice vaticano sulla pedofilia. Come interpretare l’uscita di questi appunti? Sono un atto di amore o una ingerenza?

Sono appunti, come è evidente: ha ragione a chiamarli così. Proprio come appunti appaiono confusi, senza un tono unitario, non trovano un vero filo di continuità. Oscillano troppo tra desiderio di autogiustificazione, riduzione della storia ad esempi troppo personali e considerazioni teologiche di fondo, eleganti ma non specifiche. In continuità con molti altri testi precedenti dello stesso autore, è facile scoprirvi la tendenza a condensare tutto un fenomeno complesso in una battuta: Maometto o Lutero a Ratisbona, esattamente come la pedofilia o il 68 in questo testo, vengono tutti risolti in una affermazione drastica di poche righe. Questo è tipico del modo di scrivere e di pensare di J. Ratzinger. Ed è anche ciò che lo rende sempre  facile da leggere e brillante nei passaggi. Ma sulla opportunità del testo, continuo a pensare che la promessa del silenzio fosse già prima – e resti anche oggi – “consustanziale” alla scelta di “restare nel recinto di S. Pietro”. Non ho ragioni per pensare che non sia un atto di amore. Ma talora accade che le intenzioni e gli effetti non coincidano in modo perfetto.

Veniamo al contenuto.  Nella prima parte c’è un duro attacco alla Rivoluzione del ’68  e alla sua rivoluzione sessuale  (fenomeno che ha provocato la “dissoluzione del concetto cristiano di moralità”). Fin qui nulla di nuovo, sappiamo quanto Joseph Ratzinger sia rimasto “choccato” negativamente dal’ 68…Ma c’è un passaggio che ha colpito molto l’opinione pubblica : “parte della fisionomia della rivoluzione del ’68 è stata che la pedofilia è stata diagnosticata come ammessa e appropriata”. Sconcertante questo…  Qual è il suo pensiero?

E’ facile capire il 68, quando si è nati negli anni 50 o 60. Ma per chi è nato negli anni 20, ed è diventato prete negli anni 50, non è affatto facile uscire da una “forma mentis” che tende ad escludere e addirittura a delegittimare ogni tentativo di “partire dalla libertà”. Qui poi, per chi è cattolico, e per di più è prete e teologo e vescovo, è facile che il 68 si sovrapponga a tutti i fantasmi del modernismo, del relativismo, della perdita di Dio, del vuoto di autorità della Chiesa e dello scacco del comandamento morale. Io credo che Ratzinger, come prova la sua autobiografia pubblicata a suo tempo e tantissimi riferimenti nelle sue opere, non abbia mai superato il trauma del 68, su cui ha concentrato tragicamente ogni disvalore. Purtroppo questo trauma ha travolto, nella sua esperienza, ma a posteriori, anche il giudizio sul Concilio Vaticano II. Questo è diventato evidentissimo proprio la sera della commemorazione dei 50 anni dalla apertura del Concilio. Io credo che quella sera, l’11 ottobre del 2012, dopo aver trasfigurato il Concilio Vaticano II in una grande sciagura, con venti contrari alla navigazione, pesci cattivi nella rete, zizzania nel campo, Benedetto XVI abbia deciso, dentro di sé, di dimettersi dal suo ufficio. Ed è rimasto a quel punto. Con ammirevole e rara coerenza, poiché pensava così, ha capito di non poter più essere papa. Ma lui pensa ancora così. E la tragedia che vede nel 68 è tale, che può spostare sul 68 ogni colpa, esterna o interna alla Chiesa. Fino a distorcerne i dati e i termini. Questo è frutto non di un ragionamento, ma di una emozione, di un attaccamento e di una nostalgia. Ed è invincibile.

Il saggio continua con la critica della teologia morale post – Conciliare. C’è il richiamo all’insegnamento, in particolare al documento “Veritatis Splendor”, di Giovanni Paolo II che ha contrastato questa decadenza teologica. C’è un passaggio, anche questo clamoroso, in cui si addossa allo”spirito Conciliare “il garantismo estremo dei processi ecclesiastici volto alla tutela ad oltranza dell’accusato (…) al punto da escludere praticamente la condanna del colpevole”. Insomma tutta colpa dei riformatori?

Anche in questo caso c’è un “Vetus Ordo” che, nella convinzione di Ratzinger,  garantisce la Chiesa meglio del Novus. Non si tratta, in questo caso, di una nostalgia del celebrare, ma di un modo nostalgico di pensare la Chiesa, il mondo, la storia, il soggetto. E’ un mondo in cui la teologia morale svolge ancora una funzione immediatamente pedagogica, non si lascia mettere in questione dagli eventi o dalla Scrittura, ma tutto subordina ad un intento sistematico e disciplinare assolutamente insuperabile. E in questa prospettiva classica si dedica attenzione alle questioni vecchie – se l’imputato debba essere garantito o meno, se la fede sia in gioco o meno – ma non si riesce a dire una sola parola sulle vittime e sulla loro centralità. Nel sistema che Ratzinger vuole difendere le vittime “non possono mai” essere centrali, perché non si vedono, non appaiono, non hanno consistenza. Se le si mettesse al centro, si contesterebbe la centralità di Dio! Questo è un pensiero “antimodernistico”, percepito come dovuto, e che spiega la posizione assunta, ma la colloca anche in un mondo che non è il nostro, ma quello di 70 anni fa.

Il documento contiene anche la denuncia di “club omosessuali” che si formarono in molti seminari, di Vescovi che rifiutavano la vera cattolici tà in nome di una specie di moderna cattolicità”. Insomma una visione catastrofica della Chiesa post Conciliare. Non mi sembra molto corretto… 

Non solo non è corretto, ma distorce la realtà con una miscela di risentimento e di nostalgia che impedisce un giudizio ponderato. Le parole sono usate con una terminologia “liquida”: perciò si scivola facilmente nel confondere termini che dovrebbero essere accuratamente distinti. Sembra che la libertà affermata contro ogni norma inciti alla omosessualità, alla pedofilia e all’abuso. Si passa dalla libertà all’abuso con una disinvoltura imbarazzante. E’ un quadro profondamente distorto, che rischia di rendere difficile il discernimento tra livelli della realtà che in nessun modo ci si dovrebbe permettere di confondere. Da un teologo mi aspetterei un maggior rigore nelle distinzioni e una minore ingenuità nel pensare come modello assoluto il seminario tridentino degli anni 50. Eè difficile che quello possa essere il rimedio agli abusi, che forse ne sono un frutto. Ma, “ingravescente aetate”, come ad ogni uomo provato dalla esperienza, anche ad ogni teologo deve essere riservato pure il diritto di tacere. Questo piccolo abuso – che lo si sia costretto o che si sia sentito costretto a parlare – ha profondamente compromesso una parola chiara sugli abusi.

La requisitoria di Ratzinger, a volte un poco rancorosa, colpisce anche la società occidentale che dimentica Dio nel dibattito pubblico, come pure il parlare della Chiesa in termini di politici a cui contrappone una “chiesa santa che è indistruttibile con i suoi martiri. Insomma sembra quasi un manifesto per il post Francesco. Per lei?

Io dico di no. Piuttosto, vi è qui il segno di un “passaggio di generazioni”. Sia chiaro, alcuni potranno cercare di approfittare di queste pagine. Questo è fuori di dubbio, Ma il testo, di per sé, è il documento di un modo di pensare Dio, la Chiesa e il cristianesimo che non riesce ad uscire dalle evidenze classiche e continua ad esprimersi come se avesse di fronte la chiesa di 70 anni fa. Vorrei ricordare un altro testo, di ben altro livello, ma altrettanto sorprendente. Anche R. Guardini, quando nel 1961 scrisse il suo testo “contro la pena di morte”, usò argomenti che, già 10 anni dopo, nessuno avrebbe mai più utilizzato. Non ci sono, quindi, manifesti del post-Francesco. Questo è chiaramente un testo del pre-Francesco. Tutto quello che vi si dice, parla dal e del passato. Ma è utile per capire che quella strada, quel modo di pensare la Chiesa, quella maniera di proporre soluzioni su cose che non si riescono a capire, è definitivamente e irrimediabilmente finita. Il testo rimane sempre al di qua di Francesco, di ogni sua parola e di ogni suo gesto. Ratzinger lo sa. Per questo si è dimesso. Perché lo sa. Sa di non potere. Il suo silenzio ordinario lo attesta. Ma anche le sue parole “extra ordinem” lo confermano.

(foto Ansa)

LE RADICI DEL POPULISMO: LA NASCITA DELLA PSICOPOLITICA. Uno studio della Fondazione PER

 

La Fondazione PER (Progresso, Europa, Riforme) oggi pomeriggio, a Roma, nella Sala Atti parlamentari del Senato ha presentato lo studio “ALLE RADICI DEL POPULISMO”, curato da Antonio Preiti, direttore di Sociometrica. Sono intervenuti i parlamentari Stefano Ceccanti, Lia Quartapelle, Dario Parrini, il Prof. Andrea Graziosi, il Direttore di Policy Sonar, Francesco Galietti, Vittorio Ferla, Direttore di LibertàEguale e Alberto De Bernardi, Presidente di PER, che ha concluso i lavori.

Lo studio analizza, su base internazionale, i numerosi fattori che in due anni hanno stravolto il quadro politico dei più importanti paesi occidentali. Secondo lo studio, alla vecchia alternativa tra destra e sinistra si è sostituito uno scontro sull’identità. I movimenti populisti sono centrati sulla difesa dell’identità collettiva secondo la loro storia e tradizione, mentre sul lato opposto c’è una concezione più globalista e multiculturale. Questa nuova divisione porta con sé numerose conseguenze, da una parte si sottolineano la cultura religiosa cristiana a la difesa degli stili di vita più tradizionali, dall’altro una società più aperta e più globale, a partire dall’Europa.

Un’altra differenza sostanziale è che il blocco politico dei populisti è fondato più che su interessi economici su stati emotivi, come la rabbia, la contestazione delle élite e la paura che siano stravolti i vincoli sociali dei quartieri e delle piccole città così come li conosciamo. Lo studio ha anche presentato una mappa in cui sono evidenziati i sentimenti che dominano la scena politica italiana, dove prevalgono l’ansia, la paura e la tristezza. Lo studio evidenzia anche una contrapposizione tra emozione politica, e del pensiero che vi è legato, e razionalità politica. Lo studio mette poi in luce che in questi anni, in seguito alla crisi del 2008, le differenze di reddito si sono accresciute e la ricchezza nazionale italiana è ancora più bassa, unico caso nel mondo occidentale, rispetto a quella del 2007.
Un risultato inedito dello studio riporta quanti in Italia, a prescindere dal voto espresso, o dalle intenzioni di voto, si possono definire “populisti” e quanti “mainstream”, cioè sostenitori dei partiti tradizionali di sinistra, di destra e di centro. Secondo lo studio il 47 % degli Italiani ha una visione della politica Mainstream”, mentre 38 % ha un approccio culturale più “populista” (il 15 % non ha idee chiare o è equidistante); questi dati prescindono dal voto effettivo espresso nelle elezioni o nelle intenzioni di voto.

“Abbiamo deciso di occuparci di populismo – Alberto De Bernardi – perché questo è il vero avversario, attuale e pericoloso dei riformisti. La Fondazione PER Progresso Europa Riforme nasce per dare un contributo alla costruzione di un pensiero riformista al passo con i tempi, capace di rispondere alle sfide di questo momento storico. Proprio per questi motivi comprendere in profondità il populismo e la minaccia che esso rappresenta per le democrazie liberali è essenziale”.

“Si è aperta una fase nuova della politica in tutto l’Occidente – ha detto Antonio Preiti – che mette al primo posto le emozioni, il pensiero contro la ragione, la fine di ogni autorità, per cui bisogna cambiare gli strumenti della comunicazione, e l’intero modo attraverso cui oggi si forma l’opinione politica pubblica.”

“La funzione dei riformisti – ha aggiunto Vittorio Ferla – non può e non deve essere quella di chi tenta di “addomesticare” il populismo, tramite alleanza con tutto o parte di questo schieramento, ma quella di costruire una credibile alternativa di governo, capace di dimostrare e convincere che la democrazia liberale può tornare ad essere la forma di stato migliore per rispondere alle aspettative dei cittadini. I riformisti devono essere consapevoli che non c’è un posto dove tornare per ricominciare a fare quello che hanno fatto, con tanto successo, in passato. Innovazione, e non ritorno allo status quo, dovrà essere la loro parola d’ordine”.

Di seguito pubblichiamo le tabelle di sintesi dello studio.

“Nella guerra in Libia tutti ‘giocano sporco’ “. Intervista a Michela Mercuri.

Libia, milizie governative in un sobborgo della capitale Tripoli (MAHMUD TURKIA / AFP / Getty Images)

Come si svilupperà il conflitto armato in Libia scatenato da Haftar? Quali sono gli interessi in gioco? Di questo parliamo, in questa intervista, con la professoressa Michela Mercuri. La professoressa Mercuri è docente universitario, componente dell’Osservatorio sul Fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista (O.F.T.). Analista di politica estera, consulente, autrice, editorialista e commentatrice per programmi TV e radio nazionali. Le sue attività si concentrano su Mediterraneo e Medio Oriente, analizzando l’impatto della storia sulle problematiche attuali. Ha firmato diverse pubblicazioni, tra cui il libro “Incognita Libia – cronache di un paese sospeso” (2017).

Professoressa, la Libia torna a bruciare. Come si è arrivati a questo punto?
Dopo l’ultimo vertice sulla Libia (la conferenza di Palermo del 12 e 13 novembre) sembravano essere stati realizzati alcuni minimi passi avanti nel dialogo politico per la “stabilizzazione” del Paese: una road map che prevedeva un percorso istituzionale per condurre a elezioni e una maggiore collaborazione tra le parti anche in tema di sicurezza. In quell’occasione, il generale Khalifa Haftar aveva addirittura accettato che al-Serraj potesse essere riconfermato alla guida del consiglio presidenziale almeno fino alle elezioni. Il percorso sembrava ormai tracciato. Eppure la Libia ci insegna che le cose possono mutare con una rapidità spesso sconosciuta alla storia. L’errore, per lo meno dell’Italia, è stato quello di sottovalutare le minacce di avanzata di Haftar di cui, invece, erano a conoscenza i suoi alleati, Francia compresa. Sapevamo da tempo che Haftar era oramai l’uomo forte della Libia, lo avevamo “agganciato” a Palermo, seppure con la probabile intercessione di Putin, ma poi ci siamo arroccati di nuovo sulle nostre posizioni per difendere i nostri interessi a Tripoli da cui l’Eni estrae circa il 70%del greggio e da cui partono (o per lo meno partivano) la più parte dei migranti diretti verso le nostre coste. Non riuscire a tessere la rete diplomatica per fermare l’avanzata di Haftar e aver continuato a guadare solo alla capitale, sono stati gli errori italiani che hanno favorito il caos che al momento regna nel Paese. Forse non avevamo gli strumenti per evitarlo, ma quantomeno avremmo dovuto operare qualche sforzo in più.

Il protagonista, il generale “gheddafiano”, Khalifa Haftar è stato da poco in Arabia Saudita. Ha incontrato il controverso principe ereditario bin Salman. E’ andato a battere cassa. Insomma Haftar ha cercato l’appoggio dell’ Arabia Saudita (ed anche degli Emirati Arabi) per estendere il suo potere. Per qualche osservatore internazionale, però, questo conflitto libico ha tutti i connotati di una guerra per procura…. Per lei? INSOMMA, CHI GIOCA SPORCO IN LIBIA?
In Libia tutti gli attori regionali e internazionali che sponsorizzano le varie fazioni “giocano sporco” fin dal 2011. Dalla caduta del rais, i fili della Libia sono tenuti dai gruppi di potere locale in una serie di alleanze a geometria variabile con vari player internazionali che oramai fanno affari con le singole milizie e a volte con gli stessi signori della guerra, perpetuando la divisione del Paese. Dalla Francia, alla Russia, all’Italia, passando per il Qatar, la Turchia, l’Egitto, gli Emirati arabi e l’Arabia saudita, tutti sembrano più interessati ad assicurarsi l’appoggio di leader locali che a progettare insieme un percorso per la stabilizzazione, parola che oramai è divenuta un mantra vuoto di significato. È una vera e propria guerra per procura che ultimamente sta vedendo come protagonisti soprattutto i cosiddetti attori regionali: sauditi ed emirati finanziano Haftar per estendere il loro potere nel paese e per affermarsi sulla fratellanza musulmana che sostiene alcune fazioni di Tripoli, a loro volta supportate da Qatar e Turchia. È uno scenario poco edificante che, per certi versi, ricorda quello siriano.

Che interesse ha l’Arabia Saudita in Libia? Un interesse politico e “religioso?
C’è un aspetto fin qui poco considerato. Riad è la culla del madkhalismo, una corrente di stampo salafita ultraconservatrice (Salafiyya Madkhaliyya), fondata dallo sceicco saudita, Rabi al-Madkhali, considerato da molti al soldo della casa reale saudita. Insediatisi in Libia già negli anni Novanta sotto il regime di Muhammar Gheddafi, che li utilizzava strumentalmente in chiave anti fratellanza musulmana, i madkhalisti sono ancora forti e presenti in Libia. La longa manus saudita, attraverso i loro appartenenti, tra cui almeno uno dei figli di Haftar, influenza gli equilibri interni, fornendo ingenti somme di denaro ad alcuni gruppi dell’est e dell’ovest, manipolando gli assetti interni e bypassando le divisioni locali. Attraverso le forze fedeli al generale, i sauditi vogliono allargarsi nel Paese, per indebolire la fratellanza musulmana sostenuta, in particolare, da Qatar e Turchia. Il crescente potere dei madkhalisti in Libia dovrebbe portarci a una riflessione. L’influenza degli Stati del Golfo, e in particolare dei sauditi, negli affari di sicurezza dell’ex Jamahiriya è stata sottovalutata dagli attori internazionali concentrati sulla sconfitta dello Stato islamico e sulla riconciliazione delle divisioni politiche. Tuttavia, anche le crescenti fratture nelle fazioni islamiste meritano attenzione poiché potrebbero essere la causa di questa escalation di violenze.

Altre potenze, come ha detto prima, sono interessate alla Libia: la Russia di Putin, per ragioni geopolitiche, O per altri motivi?
Prima ho illustrato gli interessi del Golfo ma, in realtà, tutte le potenze internazionali e regionali sono interessate in qualche modo alla Libia per motivi diversi. In primis la Russia che ha fin qui sostenuto Haftar per interessi economici e geostrategici. Da un punto di vista economico Putin non ha certo bisogno del gas e del petrolio dalla Libia, ma non disdegna di vendere know-how e tecnologie ai tanti impianti dell’est libico, ricco di petrolio. Inoltre, Haftar ha bisogno di armi per proseguire la sua guerra contro la fratellanza musulmana e la Russia ha tutto l’interesse a fornirgliele. In termini di proiezione mediterranea, poi, Haftar è il complemento ideale all’asse con l’Egitto di al-Sisi e, forzando un po’ la mano, anche con Damasco. Infine, la questione dello sbocco sul mare. La Russia, intervenendo militarmente nel conflitto siriano, accanto ad Assad, si è assicurata, per lo meno, il mantenimento del porto di Tartus, vitale sbocco sul mare. Perché non approfittare del generale di Haftar per ricavarsi un altro “porto sicuro” nella Cirenaica? In questo momento, però, anche il Cremlino si trova in una fase di impasse. Il recente incontro tra Putin ed Erdogan (che sostiene Tripoli e dunque gli avversari dei russi) potrebbe placare gli animi. In ballo ci sono molti interessi: la fornitura ad Ankara dei missili russi S-400 e il gasdotto South Stream. Per questo Putin, per mettere in salvo gli affari con la Turchia, potrebbe aver chiesto al generale di fermare la sua offensiva. Sono ipotesi ancora tutte da verificare ma che potrebbero far pensare a un minimo passo indietro del Cremlino nel sostegno ad Haftar.

Al Sharrai ha dato del complice a Macron. Lei pensa che la Francia voglia destabilizzare Tripoli per li pozzi di petrolio? Per contrastare l’italiana Eni? Mi sembra una scelta suicida peggio di quella che fece Sarkozy contro Gheddafi.. Come vede il ruolo della Francia.
Oramai sappiamo bene che la Francia ha spinto per l’intervento in Libia nel 2011 per i propri interessi nazionali, soprattutto energetici, cercando di marginalizzare l’Italia ed ha continuato a farlo sostenendo Haftar che poteva garantire il controllo dei giacimenti dell’est e della sirtica. Nella situazione attuale, però, credo che anche la Francia rischi qualcosa. Se da un lato l’Eliseo conosceva senza dubbio i piani di “espansione territoriale “ di Haftar, dall’altro, ora, con una guerra civile in corso, che secondo molti potrebbe protrarsi ancora per un po’ di tempo e assumere le sembianze di una guerra “a bassa intensità”, rischia di perdere il suo alleato di ferro. Haftar, infatti, aveva fin qui giustificato la sua azione presentandosi come il “salvatore della patria” per fare perno su una popolazione stanca del caos e dello strapotere delle milizie e sull’incapacità di Serraj di controllarle e riportare la pace a Tripoli. Portando avanti una avanzata così aggressiva, però, rischia di perdere il consenso di una parte della popolazione e di alcune delle milizie che fin qui lo hanno appoggiato. Se Haftar perdesse parte del potere e parte del controllo del territorio, la Francia, sua alleata, perderebbe posizioni Libia, viceversa accrescerebbe la sua egemonia nell’area. Solo il tempo, dunque, potrà dirci se è una scelta suicida.

In tutto questo caos gli USA se ne lavano le mani, ritirano il piccolo contingente militare. Tutto è coerente la politica neoisolazionista di Trump. È così professoressa?
Gli Usa non hanno mai avuto a cuore la questione libica, specie con l’amministrazione Trump. A ben guardare, però, dietro a questa mossa potrebbe esserci di più. L’Italia ha firmato un memorandum d’intesa con la Cina, ha posizioni divergenti da quelle americane sulle sanzioni alla Russia o sul destino di Maduro e questo infastidisce non poco Trump. Perciò, seppure il presidente americano sia stato uno dei principali alleati dell’Italia per la realizzazione della conferenza sulla Libia – tanto che l’idea era nata in occasione della visita di Conte a Washington nel luglio del 2018 – ora le cose sono cambiate e l’Italia difficilmente potrà contare su Trump. Inoltre, va ricordato anche che il presidente americano è molto più interessato alla partnership con i sauditi che a quella con l’Italia. Riad è tra gli alleati e finanziatori di Haftar e tra quelli che lo hanno aiutato in questa avanzata. Tuttavia, per mantenere le vitali relazioni economiche con Riad Trump potrebbe aver chiuso più di un occhio sulle minacce del generale. Gli americani, oltre al ritiro del contingente di Africom, hanno nominato un ambasciatore straordinario a Tripoli, ma questo non è tanto un segnale di vicinanza all’Italia quanto piuttosto un avvertimento al Cremlino.

L’Italia non sembra all’altezza della situazione. Per il governo italiano, o meglio per questo governo populista, la Libia è solo una diga contro l’immigrazione. Quali sono stati gli errori italiani in Libia?
Il governo italiano, come ho detto all’inizio, dopo il parziale successo della conferenza di Palermo ha preso un po’ “sottogamba” la questione libica. Si è forse accontentato di aver bloccato gli sbarchi senza guardare ciò che accadeva oltre la costa. Secondo alcuni analisti, tuttavia, i nostri servizi erano a conoscenza delle intenzioni del generale e avevano informato il governo. L’Italia, però, potrebbe non essere stata in grado di evitare tale escalation a causa del mancato supporto degli alleati, specie degli Usa fin qui vicini alla posizione del nostro governo in Libia e ora molto più distaccati per i motivi sopra ricordati.

C’è il rischio di una espansione del conflitto?
Credo che il conflitto abbia raggiunto la sua massima e (forse) inaspettata espansione. Nella migliore delle ipotesi si manterrà per un po’ di tempo, perlomeno finché le forze sul campo – le milizie di Misurata e l’esercito di Haftar- potranno giovare degli aiuti esterni. Viceversa, ipotesi forse più remota, si potrebbe giungere a un minimo compromesso, una sorta di “tregua armata”, mediata dagli attori internazionali, capace di portare alcune delle fazioni in lotta a Ghadames per la tanto agognata conferenza che dovrebbe svolgersi dal 14 al 16 aprile. Vorrei però evidenziare che al momento i segnali non sono positivi. Nelle ultime ore si è aperto un nuovo fronte per Haftar a Sirte, dunque da est e non dal sud rispetto a Tripoli, Ci sarebbero stati bombardamenti anche in questa zona, al momento circondata dalle forze del generale. Anche Sirte è difesa da Misurata e dunque potrebbe essere un nuovo “fronte caldo” capace di ostacolare qualunque tentativo di mediazione.