Venti di populismo, il miraggio dell’antipolitica. intervista a Luigi Alici

Soffia il vento dei populismi in Europa. In Francia, ormai vicinissima alle elezioni presidenziali (si svolgeranno domenica prossima), va forte il Front National di Marine Le Pen. In altri Stati europei il populismo è stato fermato, ma non nel  Regno Unito. Ora tocca ai grandi paesi, Francia-Germania-Italia,  fondatori dell’Unione Europea affrontare questo “spettro” che si aggira per l’Europa. Uno “spettro” che rischia di portare indietro l’Europa. Ma cos’è il populismo? Qual è la sua natura? Cerchiamo di approfondirlo, in questa intervista, con il filosofo Luigi Alici. Alici  è  Direttore della Scuola di Studi Superiori “Giacomo Leopardi” all’Università di Macerata.

Professore, incominciamo questa nostra conversazione cercando, nel limiti di una intervista, di definire il termine “populismo “. Il filosofo liberale Isaiah Berlin, in un convegno del 1967 della London School of Economics, parlava di un rischio, per gli studiosi, nel cercare una definizione “pura” di populismo. Il rischio, secondo Berlin, è quello di cadere nel “Cinderella complex” (complesso di Cenerentola), ovvero di non  trovare nella realtà oggetti perfettamente corrispondenti alla teoria. Eppure bisogna cercare di liberarsi da questo “complesso “. Allora le chiedo cos’è il populismo: Una ideologia, uno “stile” politico oppure una mentalità?  

Berlin aveva ragione: nel caso del populismo non si trova mai il piede – un unico piede – che possa calzare perfettamente la scarpetta di Cenerentola. Egli stesso, del resto, seguito da altri studiosi, ha tentato di elaborare un’interessante “sintomatologia” del fenomeno, che qui non possiamo analizzare. Restando dentro questo lessico, si potrebbe dire che il populismo è un sintomo e nello stesso tempo una malattia: un sintomo, in quanto segnala un malessere generale della democrazia, che non riesce più a far fronte in termini politici alle sfide sociali della convivenza; una malattia, anzi una epidemia latente, che in condizioni propizie dilaga come una vera e propria pandemia (dal greco pan-demos, tutto il popolo). Nasce da qui il carattere equivoco del fenomeno, che intercetta una sorta di pulsione viscerale, sempre pronta ad esplodere in forme complesse e pervasive: quello che spesso insorge come un meccanismo reattivo di autodifesa, che sfrutta in modo parassitario paure, smarrimenti e risentimenti, può assumere ben presto forme opportunistiche e camaleontiche, fino a irrigidirsi in una vera e propria mistificazione ideologica. In questo senso, nessuno ne è per principio autoimmune: è il populismo in me, più che il populismo in sé, che io devo temere di più.

 

Quali sono le condizioni “strutturali ” in cui si può sviluppare il populismo?

Se distinguiamo condizioni “congiunturali” e “strutturali”, fra queste ultime segnalerei soprattutto una concezione distorta del rapporto tra popolo e comunità, da un lato, e del rapporto tra politica e democrazia, dall’altro. Nel primo caso, il popolo è mitizzato come un vero e proprio organismo vivente, omogeneo, compattato in profondità da un legame vitale, immediato, che si traduce in una deriva plebiscitaria, alimentando un immaginario collettivo in cui contano solo i collanti identitari “caldi” di tipo emozionale. La comunità è sempre pura, il nemico è solo esterno. A questo primitivismo comunitario corrisponde, sul piano politico, una strisciante delegittimazione istituzionale e un appello ambiguo a una “democrazia alternativa”: la cosiddetta antipolitica nasce come una reazione di rigetto nei confronti di un parlamentarismo ritenuto folcloristico e inconcludente, all’ombra del quale sarebbe entrato in stallo il meccanismo fisiologico della rappresentanza e si sarebbero consolidate elitarie rendite di posizione. Ma la denuncia della democrazia tradita può degenerare in un tradimento ancora peggiore, che si manifesta nella retorica del nemico, nella celebrazione di una comunità chiusa, in atteggiamenti antimoderni di isolazionismo e soprattutto nel rifiuto della politica come articolazione e mediazione delle differenze. Prima o poi sorgerà un “uomo della provvidenza”, capace di intercettare queste spinte populiste, presentandosi come colui che parla direttamente alla “pancia” del popolo, senza alcuna fastidiosa intermediazione. Come ha dichiarato Trump, appena insediato: “Ora il potere torna al popolo”.

Quali sono gli “strumenti ” di  diffusione del populismo?

Ci sono anche fattori “congiunturali”, che offrono condizioni favorevoli per la crescita rapida dei fenomeni populisti: in passato, possono essere stati fattori di drammatica conflittualità interna (come negli Stati Uniti la guerra di secessione) o di grave crisi economica (come negli anni Trenta), o un mix di povertà endemica, instabilità politica e tentazioni autoritarie (come nei paesi sudamericani). Nel nostro tempo, gli effetti della recente crisi economica sono stati esasperati da una serie di gravi fenomeni concomitanti, che si chiamano globalizzazione, corruzione, immigrazione, paralisi dei grandi organismi rappresentativi, dall’Onu all’Europa.

In tutti questi casi, il populismo è un “parassita dell’antipolitica”, che può crescere come un vero “partito trasversale”: nelle culture politiche di destra tende ad assumere un volto corporativo e autoritario; in alcuni regimi militari celebra ordine e gerarchia; a sinistra si nasconde spesso dietro le bandiere dell’egualitarismo e del radicalismo rivoluzionario; in ambito socialista può assumere forme etnonazionaliste; quando colonizza alcune culture cristiane, alimenta forme identitarie di reazione antimoderna, usandone la simbologia religiosa e la domanda salvifica, ma di fatto trasformandola in una forma di neopaganesimo idolatrico.

 Si parla molto  di democrazia della Rete (Casaleggio-Grilllo).  A vedere certe vicende dei 5Stelle, Genova, si usa la Rete e poi si fa tutto il contrario della decisione della Rete. Insomma la “democrazia” della Rete è una menzogna? 

Il fenomeno del M5S è troppo recente e ancora in fieri; manca un minimo di distanza storica, per poter esprimere una valutazione ponderata e non ideologica. La sua nascita, tuttavia, contiene in sé alcuni germi populisti: la divisione manichea tra Noi e Loro, senza sfumature o mezze misure, che ha legittimato il M5S come alternativa radicale al sistema dei partiti tradizionali, contrassegnata da forme di purismo (quasi un rifiuto di contaminarsi…) che, già ora, cominciano a scolorire; il leader carismatico che, a dispetto di alcuni slogan (“Uno vale uno”), di fatto incarna, gestisce e protegge l’anima profonda del movimento, promettendo risposte radicali e finalmente risolutive ai problemi di sempre; la rete come vera e propria “terra promessa”, quasi un luogo salvifico che consente di bypassare la fatica (e la problematicità) della elaborazione politica, sostituendo l’immediatezza alla mediazione. “Sta nascendo una comunità”: disse il leader del movimento, a margine della grande manifestazione di Roma del 2013; tuttavia, di recente, quando il sondaggio in rete per le elezioni comunali di Genova ha dato un risultato sgradito, lo stesso Grillo ha giustificato l’esclusione in ultima analisi con queste parole: “Fidatevi di me”. Un atteggiamento, questo, inequivocabilmente populista. Il vero populista non riesce ad accettare queste parole: “È la democrazia, bellezza!”.

Parliamo della visione di società del “populismo”. L’esempio dei muri ungheresi e di Trump sono eclatanti, c’è un primitivismo pericoloso in questo. Le comunità “pure” nella storia politica europea hanno combinato disastri e tragedie enormi. E’ così Professore?

Il populismo intende il popolo come un organismo indifferenziato. Per questo teme le differenze e, non avendo gli strumenti per articolarle, s’illude di proteggere la propria purezza con strumenti peggio che primitivi. Anche perché un muro di missili non è come un muro di pietre: tecnologicamente e culturalmente, mortifica l’intelligenza anziché promuoverla, e spesso trasforma la difesa in aggressione. L’incapacità di distinguere fra un “noi” esclusivo, quasi sempre identificato in termini nazionalisti (o “sovranisti” che dir si voglia), e un “noi” inclusivo, che vede in ogni muro una porta, è la madre di tutti i conflitti. Anche Hannah Arendt ci ha ricordato che la pluralità umana, intesa come “la paradossale pluralità di esseri unici”, è l’essenza stessa della condizione umana e di ogni autentica vita politica. La responsabilità dell’uomo politico si misura dalla sua capacità di governare le differenze, non di cavalcare la paura.

A guardare la “fenomenologia ” politica italiana c’è un senso delusione forte nei confronti della classe politica. E questo senso di delusione esprime anche un desiderio di autenticità. Ovvero di credibilità. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: che il desiderio di autenticità si trasformi in una rabbia “villana” senza progetto per cui la  soluzione autoritaria (che ha molte sfaccettature) è l’unica possibile. Non vede questo rischio in Italia?

Il rischio esiste ed è concreto. Esso nasce – credo – dalla riduzione dei luoghi di elaborazione e progettualità, cui corrisponde fatalmente un deficit di partecipazione, che non può essere subappaltata alla rete. L’antipolitica non è una risposta alla crisi della politica. Nessuno, arrivando con una patologia acuta in un Pronto soccorso, chiederebbe di farsi curare da un operatore che non sia un medico, perché l’ospedale non funziona: eppure, nella precaria situazione politica italiana, non essere un politico – e nemmeno un sincero democratico – sta diventando paradossalmente un requisito vincente! Come ho scritto in un mio libro (I cattolici e il paese. Provocazioni per la politica, 2013), il “tempo lungo” della semina, più che il “tempo corto” del raccolto, è ciò di cui oggi la politica ha più bisogno. Per questo dobbiamo restituire alla scuola quella centralità strategica che le compete, come agenzia formativa dove si acquistano senso critico e senso storico, indispensabili per contrastare il mito dell’immediatezza e la seduzione delle scorciatoie, e dove s’apprende il tirocinio lento della partecipazione e la fatica straordinaria e benedetta della progettualità.

Giunti a questo punto dell’intervista bisogna lanciare un messaggio “ricostruttivo”. Allora vengono alla mente i grandi maestri del personalismo comunitario degli anni 30 del secolo scorso, Mounier in primis. Ecco su quali basi ripartire per ricostruire?

In effetti la stagione personalista ha prodotto in questo campo i suoi risultati migliori. Due grandi opere di Emmanuel Mounier, in particolare, meritano di essere ricordate: Rivoluzione personalista e comunitaria (1935) e Manifesto al servizio del personalismo (1936). Sullo sfondo è la crisi del ’29, l’affermarsi del nazionalsocialismo in Germania e delle tentazioni nazionaliste che avrebbero condotto a un altro conflitto mondiale. Mounier, in particolare, denuncia il pericolo di una “società di massa” che può riscattarsi nella “mistica” del capo carismatico, in cui una maggioranza silenziosa può incarnarsi ciecamente, come una sorta di coscienza collettiva personificata. Denuncia altresì il pericolo di una “società vitale”, costituita da un legame diretto, quasi viscerale, tra compagni di avventura, cementati da comuni esperienze e comuni interessi; in queste comunità effimere e superficiali, gli egoismi corporativi prendono il posto del bene comune e la dignità della persona naufraga nel culto della personalità del capo. Ma prima ancora, anche se in un contesto non propriamente personalista, merita di essere ricordata la grande opera di Henry Bergson, Le due fonti della morale e delle religione (1932), in cui viene messa a fuoco la differenza fondamentale fra società chiusa e società aperta: la prima è frutto di una regressione a uno stadio istintuale e quasi biologico, che tende sempre a compattarsi contro un nemico, in quanto manca di un’autentica apertura all’idea universale di umanità. Parole profetiche e inascoltate, proprio come il suo impegno per la pace nell’ambito dell’Assemblea delle Nazioni. Ci vorrà il bagno di sangue della seconda guerra mondiale per far aprire gli occhi sul pericolo mortale del populismo. È il caso di ricordarcene anche oggi.

I crocifissi di oggi e il Crocifisso di ieri. Un testo di Leonardo Boff

Leonardo Boff (Ansa)

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo questa meditazione pasquale del teologo brasiliano Leonardo Boff, traduzione di S. Toppi e M. Gavito.

Oggi la maggior parte dell’umanità vive crocifissa dalla povertà, dalla fame, dalla scarsità d’acqua e dalla disoccupazione. Crocifissa è anche la natura lacerata dall’avidità industriale che si rifiuta di accettare limiti. Crocifissa è la Madre Terra, esausta fino al punto di perdere il suo equilibrio interiore, evidenziato dal riscaldamento globale.

Uno sguardo religioso e cristiano vede Cristo stesso presente in tutti questi crocifissi. Per avere assunto pienamente la nostra realtà umana e cosmica, lui soffre con tutti i sofferenti. La foresta abbattuta dalla motosega significa colpi sul suo corpo. Negli ecosistemi decimati e per l’acqua inquinata, lui continua a sanguinare. L’incarnazione del Figlio di Dio ha una misteriosa solidarietà di vita e di destino con tutto quello che lui ha assunto, con tutta la nostra umanità e tutto ciò che esso implica di ombre e di luci.

Il primo Vangelo di San Marco, narra con parole terribili la morte di Gesù. Abbandonato da tutti, in cima alla croce, si sente anche abbandonato dal Padre di misericordia e bontà. Gesù grida:

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? E dando un forte grido, Gesù spirò” (Mc 15,34.37).

Gesù non muore perché tutti moriamo. È stato assassinato nel modo più umiliante del tempo: inchiodato ad una croce. Sospeso tra cielo e terra, agonizzò per tre ore sulla croce.

Il rifiuto umano può decretare la crocifissione di Gesù, ma non può definire il senso che lui ha dato alla crocifissione che gli fu imposta. Il Crocifisso ha definito il significato della sua crocifissione come solidarietà con tutti i crocifissi della storia che, come lui, erano e sono vittime di violenza, di relazioni sociali ingiuste, d’odio, d’umiliazione dei piccoli e di rifiuto della proposta di un Regno di giustizia, fratellanza, compassione e amore incondizionato.

Nonostante il suo impegno solidale verso gli altri e il Padre, una terribile e ultima tentazione invade la sua mente. La grande lotta di Gesù, ora che sta per morire, è con il suo Padre.

Il Padre di cui lui ha avuto esperienza con profonda intimità filiale, il Padre che lui aveva annunciato come misericordioso e pieno di bontà, Padre con tracce di madre amorevole, il Padre il cui regno ha proclamato e anticipato nelle sue prassi liberatorie, questo Padre ora sembra abbandonarlo. Gesù passa attraverso l’inferno dell’assenza di Dio.

Verso le tre del pomeriggio, minuti prima della fine, Gesù gridò a grandi voce: “Eloì, Eloì, lamá sabacthani: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Gesù è sull’orlo della disperazione. Dal vuoto abissale del suo spirito, esplodono domande spaventose che modellano la tentazione più terribile subita dagli esseri umani e ormai da Gesù, la tentazione della disperazione. Si chiede: “Non era assurda la mia fedeltà? Senza senso la lotta sostenuta, per gli oppressi e per Dio? Non sono stati vani i rischi che ho corso, le persecuzioni che ho sopportato, il processo legale-religioso umiliante in cui sono stato sottoposto alla pena capitale: la crocifissione che sto soffrendo?”

Gesù è nudo, indifeso, completamente vuoto davanti al Padre che è in silenzio e così rivela tutto il suo Mistero. Gesù non ha nessun altro a cui aggrapparsi.

Per gli standard umani, ha fallito completamente. La stessa certezza interiore svanisce. Anche se il sole è tramontato al suo orizzonte, Gesù continua ad avere fiducia nel Padre. Così grida con voce potente. “Padre mio, Padre mio!” Al culmine della disperazione, Gesù si dona al Mistero veramente senza nome. Egli sarà l’unica speranza oltre qualsiasi speranza. Non ha più alcun sostegno in te stesso, soltanto in Dio, che si nascondeva. La speranza assoluta di Gesù può essere compresa solo sul presupposto della sua disperazione. Dove è abbondata la disperazione, ha sovrabbondato la speranza.

La grandezza di Gesù è quella di sopportare e superare questa tentazione scoraggiante. Questa tentazione lo porterà all’abbandono totale a Dio, una solidarietà senza restrizioni con i fratelli e le sorelle anch’essi disperati e crocifissi nel corso della storia, una spoliazione totale di se stesso, un dedicazione assoluta di se stesso in funzione degli altri. Solo allora la morte è morte e può anche essere completa: la rende perfetta a Dio e ai suoi figli e figlie che soffrono, ai suoi fratelli e sorelle più piccoli.

Le ultime parole di Gesù indicano questa consegna, non dimessa e fatale, ma libera, “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). “Tutto è compiuto” (Gv 19,30).

Il Venerdì Santo continua, ma non ha l’ultima parola. La risurrezione, come irruzione dell’essere nuovo è la grande risposta del Padre e la promessa per tutti noi.

 

Il caso Mattei

Per la prima volta le prove dell’attentato nella ricostruzione del magistrato che ha condotto l’inchiesta. Un libro di Chiarelettere.

 

“Nonostante siano passati tanti anni a qualcuno la verità dà ancora fastidio…

Tutto chiaro fin dal primo momento, tutto incerto, coperto, inconfessato, depistato per i decenni a venire.” (Giorgio Bocca)

 

 




IL LIBRO

 

Sono passati oltre cinquant’anni da quel 27 ottobre 1962, quando l’aereo su cui viaggiava Enrico Mattei precipitò nella campagna pavese. Cinquant’anni di omissioni, bugie, depistaggi di Stato che hanno visto anche la stampa in gran parte schierata a confondere fatti e prove anziché contribuire a cercare la verità, così come dimostra questo libro, secondo la drammatica ricostruzione di Sabrina Pisu e del pm Vincenzo Calia, titolare dell’inchiesta avviata nel 1994 e conclusa

nel 2003.

Non si trattò di un “tragico incidente”, fu “un omicidio deliberato”, qualcuno sabotò l’aereo che precipitò in seguito a un’esplosione. Calia offre un quadro completo dei motivi per cui molti volevano fermare Mattei. Le ipotesi costruite su una documentazione vastissima, raccolta in anni di ricerche, sono rivelatrici.

Come scriveva Bocca, “la verità dà ancora fastidio”, troppi gli interessi in gioco. Il giornalista Mauro De Mauro, sollecitato dal regista Francesco Rosi a collaborare alla lavorazione del film “Il caso Mattei”, scomparve nel nulla subito prima delle rivelazioni che si apprestava a fare. Chi nel tempo provò a indagare sulla sua morte fu ucciso: il commissario Boris Giuliano, il pm Pietro Scaglione, il generale Dalla Chiesa, il colonnello Ninni Russo, il giudice Terranova. Anche Pasolini, che stava scrivendo il romanzo “Petrolio” con protagonista il successore di Mattei, Eugenio Cefis, fu ammazzato. Vite sacrificate per servire lo Stato e che lo Stato, incapace di processare se stesso, non ha difeso.

 

GLI AUTORI

 

Vincenzo Calia, magistrato, ha lavorato in procura a Pavia e come pm ha condotto la terza inchiesta sulla morte di Mattei. Attualmente è sostituto procuratore generale a Milano.

 

Sabrina Pisu, giornalista e inviata, lavora per Euronews, canale internazionale all news con sede a Lione. Con Alessandro Zardetto ha scritto il libro “L’Aquila 2010, il miracolo che non c’è” (Castelvecchi).

 

 

 

 

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto del libro

Questo libro
di Sabrina Pisu

La storia di Enrico Mattei finisce, come ha scritto Enzo Biagi, «in cinque secondi, sommersi dal silenzio e dal buio, il 27 ottobre 1962, a Bascapè di Pavia». L’inchiesta della Procura di Pavia, avviata nel 1994, chiusa nel 2003 e poi archiviata nel 2005, ha stabilito che il velivolo Morane Saulnier della Snam partito dall’aeroporto di Catania, su cui viaggiava il presidente dell’Eni, è stato sabotato. Fu una bomba a mettere Mattei fuori gioco per sempre: oltre alla procura pavese, con l’indagine del pm Vincenzo Calia, lo ha stabilito, in seguito, la Corte d’assise di Palermo nel procedimento sulla scomparsa di Mauro De Mauro. Il processo sul sequestro del giornalista de «L’Ora», avvenuto il 16 settembre 1970 e il cui corpo non fu mai ritrovato, è stato riaperto, infatti, nel 2003, quando il pm Calia ha trasmesso copia degli atti dell’inchiesta su Mattei alla procura del capoluogo siciliano, intravedendo un legame tra l’uccisione del presidente dell’Ente nazionale idrocarburi e la scomparsa del cronista. De Mauro è finito nel nulla proprio mentre stava indagando sulle ultime ore trascorse in Sicilia dal numero uno dell’Eni, incaricato dal regista Francesco Rosi, che stava lavorando a sua volta al film Il caso Mattei. La Corte d’assise di Palermo, con la sentenza del 10 giugno 2011, confermata in appello, ha assolto Totò Riina, l’unico imputato ancora in vita, per non aver commesso il fatto ma, dopo aver ripercorso in modo minuzioso le indagini svolte a Pavia, ha giudicato «acclarata, a onta del tempo trascorso dalla consumazione del delitto, la natura dolosa delle cause che determinarono la caduta dell’I-Snap», ritenendo «che la conclusione rassegnata dalla procura pavese sia pienamente condivisibile, in quanto suffragata da un compendio davvero imponente di prove testimoniali, documentali e tecnico-scientifiche».

Nonostante i due accertamenti giudiziari, sono ancora in molti a ritenere che si sia trattato di un «incidente» o che «sul sabotaggio restano ancora dubbi». L’ultimo in ordine di tempo è stato Paolo Mieli nel corso della prima puntata di Mille lire al mese. Storie di uomini che hanno fatto grande l’Italia (Andata in onda il 14 marzo 2016 su Orizzonti Tv), in cui, parlando di Mattei, ha sostenuto: «L’incidente di Bascapè, non sappiamo neanche se si possa chiamare incidente o non fu un attentato, toglie di mezzo Mattei nel 1962 quando è ancora nel pieno delle sue forze e sta dispiegando la sua politica. È un danno terribile per l’Eni, per l’Agip e per l’intera economia italiana e anche per la politica italiana». Anche in occasione del centodecimo anniversario della nascita del suo fondatore, l’Eni, in un comunicato ufficiale diramato e ripreso dalle agenzie di stampa, ha continuato a definire «misteriosa» la morte di Mattei, ignorando completamente gli accertamenti giudiziari. La stessa Ansa ha rilanciato il comunicato scrivendo: «Il 27 ottobre 1962 muore in un misterioso incidente aereo in provincia di Pavia. Le autorità giudiziarie non hanno mai stabilito se si trattasse di morte accidentale o omicidio». Mattei è stato ucciso e non è stato vittima di un incidente aereo, non si conoscono i nomi dei colpevoli, una verità completa non c’è, almeno in via giudiziaria, ma ci sono sufficienti elementi per definire gli scenari e i fantasmi che aleggiano sul suo cadavere. Il dibattito storico non può e non deve essere archiviato come un caso giudiziario, perché l’attentato all’allora capo dell’ente apre un periodo nero per l’Italia, oscuro come il petrolio: nel 1969 c’è piazza Fontana, l’anno dopo, il 16 settembre, un’automobile preleva, appunto, Mauro De Mauro sotto la sua abitazione fagocitandolo in una Palermo che non lo restituirà mai. Nel 1975 a essere ucciso è Pier Paolo Pasolini: sul suo corpo, massacrato nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 e trovato senza vita alle prime luci dell’alba, adagiato sulla spiaggia di Ostia, si è tentato di mascherare la verità. E cinque anni dopo, il 2 agosto 1980, una deflagrazione nella sala d’aspet to della stazione ferroviaria di Bologna ferma per sempre l’orologio alle 10.25 del mattino e con esso la vita di ottantacinque persone. Una lunga scia di sangue, silenzio e menzogne, da parte di uomini spesso appartenenti a uno Stato non in grado di processare, quando necessario, parti di se stesso.

Processo al silenzio

Il libro indaga e ricostruisce un aspetto ancora inedito della vicenda giudiziaria legata al caso Mattei, un lungo e sistematico sabotaggio della verità: i depistaggi intentati subito dopo l’incidente, durante le indagini in maniera «indiretta» e anche in seguito, quando, a verità accertata dalla Procura di Pavia sulla natura dolosa dell’accaduto, si è continuato a parlare di incidente; la stampa italiana ha schierato una parte delle sue migliori (e anche insospettabili) penne per evitare che venisse fuori una verità diversa dalla versione ufficiale o anche solo per scongiurare che qualunque tipo di ombra si allungasse sulle cause della morte di Mattei e si facesse luce sui mandanti. La parola «bomba» non piace innanzitutto all’Eni, ieri come oggi; nella pagina web ufficiale dell’ente, dedicata a Enrico Mattei, la sua biografia termina così: «Il 27 ottobre 1962 il suo aereo proveniente da Catania e diretto a Linate precipita a Bascapè (Pavia). Muoiono il presidente dell’Eni, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale». «Gli aerei non precipitano senza un motivo» scriveva Giorgio Bocca parlando sempre dell’episodio. La verità, infatti, passa anche attraverso la scelta delle parole giuste, scelta basata sulla reale conoscenza dei fatti. Tullio De Mauro, il 12 giugno 2011, in un’intervista rilasciata al «Corriere della Sera» ammonisce il quotidiano stesso: «Suggerirei caldamente in futuro di non scrivere mai più “tragico incidente” parlando di Mattei. Sarebbe una pia finzione. Fu omicidio deliberato. Questa è la corretta definizione». Indignazione per i continui lapsus della stampa viene anche dimostrata dalla nipote del presidente dell’Eni, Elisabetta Mattei, che scrive una lettera al quotidiano di via Solferino, pubblicata nello spazio interventi e repliche del 16 giugno 2011. «Come il “Corriere” può parlare di “morte misteriosa” del presidente dell’Eni? Misteriosi sono i mandanti dell’attentato, non la morte. O scrivere “l’incidente le cui cause non furono mai chiarite”? È un insulto alla memoria di mio zio Enrico Mattei e all’operato encomiabile del giudice Vincenzo Calia che portando la prova dell’esplosivo collocato sull’aereo ha dimostrato che fu un attentato.»

Convinzione di chi scrive è che l’Italia debba continuare a interrogarsi sul lato oscuro della sua storia a partire proprio dall’attentato a Mattei, perché si tratta di fatti che ne hanno cambiato per sempre il volto e il corso. È un dovere civile servirsi delle «schegge di verità», come le definiva Leonardo Sciascia, di cui disponiamo, riconoscendole come tali, per mettere nero su bianco dinamiche e responsabilità, evitando così che un altro aereo cada per un «incidente» dovuto al cattivo tempo o che delle nuove penne autorevoli si spendano su qualche giornale, magari su comando, per depistare, omettere e insabbiare.

Il mio incontro con il magistrato

A Vincenzo Calia scrissi per la prima volta nel 2011 per un reportage che stavo facendo per Radio 24, durante il programma di Daniele Biacchessi L’Italia in controluce, sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Mi interessava saperne di più sulla correlazione che lui per primo aveva individuato tra l’ultimo lavoro incompiuto del poeta e regista, Petrolio, e il libro Questo è Cefis di tale Giorgio Steimetz  (Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, Agenzia Milano Informazioni, Milano 1972) alias Corrado Ragozzino.

Il grande romanzo sul potere, che Pasolini non riuscì a finire perché brutalmente ammazzato, prendeva le mosse proprio da quel volume che, gettando pesanti ombre sulla figura di Eugenio Cefis, il successore di Mattei alla guida dell’Eni, ricostruiva il pericoloso intreccio politico-affaristico-criminale dell’epoca che porterà, come si capirà solo dopo, alle bombe fasciste. In quell’occasione Calia gentilmente declinò la mia richiesta a fargli un’intervista suggerendomi, qualora avessi voluto sapere qualcosa di più, di visionare i documenti della sua inchiesta sul caso Mattei, archiviata sei anni prima. Conoscevo l’indagine per averne letto sui giornali e su alcuni libri, ma restai sorpresa dal lavoro impressionante svolto dal pm: oltre 5000 pagine, 13 faldoni, 614 testimoni e 12 consulenze tecniche. Mi colpì subito un ampio fascicolo fotografico di circa 350 immagini. Si tratta di istantanee raccolte e realizzate da polizia, carabinieri, agenzie fotografiche e redazioni di giornali, un materiale storico di grande valore e quasi del tutto sconosciuto. Ci sono i rottami dell’aereo dispersi nella campagna di Bascapè, dall’ala al serbatoio, e i rappresentanti delle istituzioni dell’epoca accorsi sul luogo della sciagura; si vedono chiaramente gli inquirenti al lavoro, gli operatori della Croce rossa che recuperano ciò che resta dei corpi delle vittime e ci sono gli scatti di alcuni oggetti personali di Mattei, come l’anello e l’orologio: tutti elementi centrali per ricostruire le modalità e le cause della caduta del velivolo – lo stato dei luoghi, la condizione e l’ubicazione dei resti dell’aereo –, e per accertare la natura del disastro.

Queste fotografie costituiscono le prove, insieme agli accertamenti tecnici e alle numerose testimonianze raccolte, che l’aereo è stato dolosamente abbattuto. Pensai subito che questo apparato meritasse di essere conosciuto e così scrissi a Calia chiedendogli se quelle immagini fossero mai state esposte. Mi rispose di no. Cominciai a lavorare, allora, a un progetto per realizzare una mostra per la quale lui si rese disponibile a fornirmi una consulenza, qualora ce ne fosse stato bisogno. Iniziai allo stesso tempo a sfogliare i documenti dell’indagine rendendomi presto conto che solo parte di essi era stata in precedenza pubblicata da scrittori e giornalisti. Molto materiale era ancora inedito. Così contattai di nuovo il magistrato, proponendogli di lavorare alla stesura di un libro sul caso Mattei. Vincenzo Calia è un professionista riservato, di poche parole, lascia che siano le sue  inchieste a parlare per lui; all’epoca delle indagini, quando veniva raggiunto dai cronisti, si chiudeva sempre dietro un «no comment», senza rilasciare mai una dichiarazione. Così, in linea con il suo rigore, mi rispose: «Lo scriva lei». «No – replicai – l’inchiesta è la sua, solo lei può raccontarla.» Così, lentamente, è nato questo volume: un progetto univoco nelle sue due parti; la prima scritta in presa diretta dal pm, che ripercorre tutte le fasi dell’indagine e che rappresenta un documento giudiziario e storico incredibile. La seconda, scritta da me, sul ruolo avuto dalla stampa nel manipolare o, nel migliore dei casi, ignorare la verità.

Il lavoro svolto negli anni dalla procura pavese, grazie all’instancabile impegno di Calia, ha squarciato il velo su un grande mistero italiano; le carte processuali, che sono alla base di questo libro, hanno un valore straordinario al di là degli esiti giudiziari, perché ci consegnano il nitido disegno politico-affaristico di un’epoca e le battaglie spietate di potere che si sono giocate sul corpo di Mattei. Solo seguendo la lunga scia di sangue che parte da allora e arriva fino a oggi possiamo realmente capire l’Italia che siamo diventati e quella che saremmo potuti diventare se alcune teste non fossero state fatte cadere. Prima tra tutte quella di Mattei, che voleva industrializzare e modernizzare il paese, come in parte è riuscito a fare, per renderlo capace di competere con le maggiori potenze mondiali. Un uomo orgoglioso della propria nazione, che sognava coraggiosa e ambiziosa, con un ruolo internazionale. La sua figura è stata e resta al centro di acute discussioni sotto il profilo dell’eticità e dell’opportunità della sua azione, tra chi la loda e chi la demonizza: questo dibattito rimane fuori dal nostro libro. Qui si perseguono la ricerca della verità e il rispetto di quella che è stata stabilita durante l’inchiesta: ed è un dovere che non esclude nessuno. Obiettivo di queste pagine è anche quello di arginare il rischio di non sorprendersi più.

Quando Mauro De Mauro sparì, Sciascia scrisse che la gente a Palermo aveva preso la sua scomparsa (era il trentesimo uomo a venire inghiottito nel nulla in dieci anni nel capoluogo siciliano) «come prende la siccità, il temporale, come un fastidioso fatto di natura». E, poi, perché i volti e le storie dei nostri grandi uomini uccisi non devono essere dimenticati. E sono tanti, con vicissitudini diverse, ma tutti legati da una vita spezzata all’improvviso; una morte «che non ha volto», come disse Moravia a proposito dell’assassinio di Pasolini nel corso del suo funerale. «L’immagine che mi perseguita è quella di Pasolini che fugge a piedi, inseguito da qualche cosa che non ha volto, è quello che l’ha ucciso, questa immagine è emblematica di questo paese.» Diamo un nome e una fisionomia a questo volto.

 

Vincenzo Calia e Sabrina Pisu, Il caso Mattei. Le prove dell’omicidio del presidente dell’ENI dopo bugie, depistaggi e manipolazioni della verità, Ed. Chiarelettere, Milano 2017_Collana: Principio Attivo_Pagine: 384_Prezzo: 18 euro

 

 

 

“Populorum Progressio”: la profezia inascoltata di Paolo VI. Intervista a Gianpaolo Salvini

Cinquant’anni fa Papa Paolo VI pubblicò la Populorum progressio. Una Enciclica che segnò per sempre la Storia della Chiesa contemporanea. Quel 26 marzo del 1967 si verificò, a due anni dal Concilio Vaticano II, lo spostamento dell’asse dell’Evangelizzazione della Chiesa: “Lo sviluppo dei popoli, in modo particolare di quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane; che si muovono con decisione verso la meta di un loro pieno rigoglio, è oggetto di attenta osservazione da parte della chiesa. All’indomani del Concilio ecumenico Vaticano II, una rinnovata presa di coscienza delle esigenze del messaggio evangelico le impone di mettersi al servizio degli uomini, onde aiutarli a cogliere tutte le dimensioni di tale grave problema e convincerli dell’urgenza di una azione solidale in questa svolta della storia dell’umanità”. Iniziava così il documento pontificio. A 50 anni dalla sua pubblicazione è ancora attuale questo documento? Ne parliamo, in questa intervista, con Padre Gianpaolo Salvini, gesuita, economista ed ex direttore della prestigiosa rivista “La Civiltà Cattolica”.

Padre Salvini, cinquant’anni fa il Papa Paolo VI rinnovò, sulla scia del Concilio Vaticano II e dell’approccio evangelico dei “segni dei tempi”, la  dottrina sociale della Chiesa pubblicando la “Populorum Progressio”. L’Enciclica fece grande scalpore per il suo contenuto. Il documento  pontificio è stata definito come la “Rerum Novarum” dei popoli, perché?

La Populorum Progressio fu e rimane una delle encicliche più significative della dottrina sociale della Chiesa. In certo senso completò il Concilio, chiusosi due anni prima, che aveva parlato poco dei problemi sociali a livello mondiale. Il Vaticano II era stato soprattutto un Concilio europeo e in particolare tedesco e francese, dal punto di vista teologico. Ben pochi vescovi provenienti dal mondo povero avevano avuto modo di farsi notare. In qualche modo fu un’integrazione del Concilio, e come tale venne percepita. Inoltre in quel momento molti Stati ex-colonie, accedevano all’indipendenza, pieni di speranze, ma anche di incognite, come purtroppo dimostrò la storia successiva.
Allora non si parlava di globalizzazione, ma l’enciclica portò un messaggio globale, occupandosi dei problemi dello sviluppo, visto come riedizione su scala planetaria della vecchia questione sociale. Inoltre il testo non si poneva più al di sopra delle parti, «dando a ciascuno il suo», ma si pone decisamente dalla parte dei più deboli, dei Paesi poveri, cioè dei vinti, degli emarginati.
Per questo non venne ben accolta dappertutto, almeno in alcuni Paesi industrializzati. Per alcuni si trattava addirittura di «marxismo riscaldato». Non si percepiva ancora l’interconnessione tra i vari Paesi del globo che esiste, e che non necessariamente è frutto di un rapporto tra causa ed effetto. Ma si denunciava come uno scandalo che le due realtà, di grande ricchezza e di povertà coesistessero, anche se non sempre (ma spesso sì) frutto dello sfruttamento degli uni sugli altri. Nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro lo scandalo non è dato dal fatto che il primo abbia depredato il secondo (cosa che il Vangelo non dice), ma che le due realtà coesistano e che il ricco rimanga cieco davanti alla povertà dell’altro. Semplicemente non lo vede. E per questo viene condannato, e non solo rimbrottato come noterà Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis (che commemora proprio la Populorum progressio). Il progetto di Dio sull’umanità è incompatibile con questa situazione.

La “Populorum Progressio” è frutto di un lavoro preparatorio di laici e teologi. Quali sono le radici della P.P.?

La Populorum progressio ebbe una gestione di oltre sei anni, e risentì in particolare del pensiero del domenicano Louis-Joseph Lebret, e di altri teologi, ma risentì in particolare della grande sensibilità di Paolo VI per i problemi internazionali. Se nell’Ottocento i documenti ufficiali del magistero sociale della Chiesa arrivarono in ritardo rispetto al Manifesto di K. Marx, non fu così nel secondo dopoguerra per i problemi riguardanti lo sviluppo. La Populorum progressio si compone di 87 paragrafi, espressi in modo lapidario e molto efficace. Alcune sue frasi sono diventate quasi proverbiali: «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (n. 47); «lo sviluppo deve essere rivolto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (n.14) e non hanno perso nulla del loro messaggio. I documenti dei Papi successivi in materia sono invece assai più complessi e articolati, probabilmente anche per tenere conto di un mondo che rivelava gradualmente la sua complessità.

Veniamo ai contenuti. Al centro c’è la messa in discussione di un modello “neoliberale” (o per meglio dire neoliberista) di sviluppo. Propone uno sviluppo integrale dell’uomo e della società. Ci può dire  quali sono i punti fermi di  questa riflessione dell’enciclica?

L’enciclica critica certamente alcuni dei capisaldi del capitalismo e dei suoi meccanismi, senza con questo contestare radicalmente l’economia di mercato. D’altronde voleva rifiutare decisamente le soluzioni proposte dal sistema ad economia pianificata (cioè il modello proposto dal comunismo, che aveva nell’Urss il suo Paese leader), allora molto popolare e visto (da milioni di persone) quasi come un messaggio messianico, ma che la Chiesa giudicava un rimedio peggiore del male, anche in base all’esperienza storica del dopoguerra. L’enciclica poneva al centro la persona umana, trasformando la quale si sarebbero trasformate anche le strutture economiche. Il marxismo sosteneva il contrario. Uno dei principali messaggi dell’enciclica è che lo sviluppo (l’originale latino usava l’espressione più forte progressio) non si può mai ridurre soltanto all’aspetto economico o all’aumento del Pil, ma richiede uno sviluppo armonico di tutte le dimensioni umane, di cui quella economica è una, anche se molto importante. Il sogno di Paolo VI era quello di dare un’anima allo sviluppo. Un’espressione molto suggestiva, ma tanto difficile da attuare in un mondo nel quale prevalgono tuttora i rapporti di forza.

Per citare il domenicano Marie-Dominique Chenu: con l’Enciclica di Paolo VI viene superato il “riformismo morale ” della Rerum Novarum e  si pone, finalmente, fine alla “collusione ” della Chiesa con il sistema capitalistico. E’ Così?

E’ vero che vi è un grosso distacco dal sistema capitalistico, di cui si denunciano le disfunzioni e i meccanismi perversi, le «strutture di peccato», come le chiamerà Giovanni Paolo II, e le correzioni che l’enciclica propone di portare al sistema capitalistico sono tali, che ci si può chiedere se alla fine si tratta ancora della vecchia economia di mercato o di qualcos’altro. Basti pensare al rifiuto degli automatismi di mercato che avrebbero provveduto a sanare il sistema. Ma occorre ricordare che l’economia mondiale è assai più articolata e variegata di quanto normalmente si pensi. In ogni caso i Governi oggi vedono il vantaggio dell’integrazione e protestano non più perché devono entrare in un mondo globalizzato, ma perché non si concede loro di entrarvi, o almeno non di entrarvi a condizione eque.

Quali sono i punti che hanno anticipato la riflessione della società politica su questi temi e quali, invece, sono “datati”?

Molti temi dell’enciclica sono ancora attualissimi, mentre altri sono ovviamente datati, o semplicemente non esistevano (o non venivano percepiti) al tempo della sua pubblicazione. Non vi è alcun cenno ai problemi ecologici e dell’ambiente. Non si parla del problema della donna e cosa ha comportato l’ingresso massiccio di essa nel mondo del lavoro. Si accenna solo marginalmente al problema delle migrazioni, oggi così drammatico e urgente. Nel nostro mondo attuale possono circolare liberamente le informazioni, le tecnologie, le merci (ancora per quanto?), ma non le persone non qualificate, che ogni Paese si affanna a respingere alle proprie frontiere, vedendole come una minaccia costante. Lo stesso problema del lavoro e della disoccupazione non viene visto nell’enciclica come «il» problema centrale.

Lei è stato per diversi anni in America Latina,in particolare in Brasile. Cosa ha significato per l’America Latina  quell’Enciclica?

Io sono stato alcuni anni in Brasile e in America Latina, dove la Populorum progressio ebbe un enorme influsso. Ma questo non significa che vi abbia avuto adeguata applicazione, anche perché a molti di quei Paesi, per il timore del comunismo, non venne consentito di svilupparsi in forme democratiche e anche perché non sempre le classi politiche e dirigenti si sono dimostrate preparate e all’altezza della situazione. Milioni di latinoamericani sono usciti in questi cinquant’anni dalla povertà, ma senza che lo sviluppo si sia tradotto in un processo durevole e sostenibile animato da una cultura nazionale adeguata, in grado di includere la maggioranza della popolazione.

L’Insegnamento sociale vive della Storia degli uomini e della Chiesa. Per dirla ancora  con un grande teologo francese, citato nell’Enciclica, Marie-Dominique Chenu: l’insegnamento sociale è il “Vangelo nel tempo”. Oggi questo “Vangelo nel tempo” si incarna nella predicazione di Papa Francesco.  Possiamo dire che con Papa Francesco la Populorum Progressio trova la sua pienezza?

Papa Francesco ha certamente sottolineato con forza quanto manca alla realizzazione degli ideali proposti dalla Populorum progressio e in particolare la necessità di un continuo dinamismo. La storia va avanti e le sue conquiste hanno bisogno di tempo, anche se non lo fa sempre con i ritmi così veloci che noi vorremmo. Ma il timore di Papa Francesco è che l’umanità si accontenti dei risultati raggiunti (che sono molti), senza badare a i milioni che sono stati «scartati» da un sistema economico e sociale che non è riuscito ad includerli in un sistema più equo e meno disuguale, nel quale anzi le disuguaglianze aumentano. La Populorum progressio propone degli ideali molto impegnativi, ma si tratta di traguardi in movimento che richiedono a loro volta di essere «aggiornati». Lo sviluppo, sia delle persone che delle società e dei Paesi è esso stesso un traguardo mobile, che ci corre davanti e che richiede continui perfezionamenti. L’impressione che dà spesso Papa Francesco di «essere oltre» esprime semplicemente questo desiderio di non perdere il treno della storia che si spinge evangelicamente e costantemente a qualcosa di più grande e di più umano.

Il ruolo dell’Italia nel caos libico. Intervista a Michela Mercuri

La Libia è ben lontana dall’essere pacificata. Ben due governi si contendono il Paese. Così tra milizie e “signori” della guerra prende campo l’espansionismo russo. Quale ruolo gioca l’Italia? Ne parliamo, in questa intervista, con Michela Mercuri. Mercuri è Professore di Storia contemporanea dei paesi mediterranei all’Università degli Studi di Macerata. Collabora, come analista di politica estera, con diverse testate.

Professoressa, dobbiamo cominciare questa nostra intervista sulla Libia con una brutta notizia per l’Italia e per l’Europa: è di qualche giorno fa che un tribunale di Tripoli ha sospeso il “memorandum d’intesa” con l’Italia. Perché questa decisione? Quali le conseguenze?
Ci sono almeno due considerazioni da fare. In primo luogo questa “sospensione” testimonia le profonde spaccature che ci sono nella capitale tra il Governo di accordo nazionale e le altre forze presenti sul terreno – milizie, tribù e rappresentanti delle municipalità locali – che spesso disconoscono la leadership di Serraj. In secondo luogo andrebbe ridimensionato il peso della Corte di appello di Tripoli. Nella capitale, così come in molte altre zone del Paese, regna la più totale anarchia e i vari organismi politici e di giustizia hanno un peso specifico molto limitato. Da questo punto di vista, più che della giurisprudenza, dovremmo preoccuparci della pratica. Fare accordi con un governo che non controlla il territorio né le milizie che gestiscono i flussi potrebbe essere un fallimento annunciato. Prima bisogna creare un accordo politico più inclusivo e poi, eventualmente, erogare soldi e “attrezzature”. Altrimenti è il caso di dire “soldi buttati”.

Qual è la condizione dei migranti in Libia?
I migranti, in linea di massima, arrivano dal sud dell’Africa (Mali, Niger, Ciad ecc.) passano attraverso il deserto meridionale libico, santuario di numerose organizzazioni criminali e terroristiche, e arrivano sulle coste libiche. Qui vengono “smistati” in 34 centri di detenzione all’interno dei quali, al momento, sarebbero detenute tra le 4.000 e le 7.000 persone; 24 di queste strutture sarebbero gestite dal Dipartimento del governo libico che si occupa dell’immigrazione illegale, le altre sono in mano a gruppi criminali. Posto che nell’anarchia in cui versa il Paese abbia un senso parlare di “Dipartimento del governo libico”, l’Unicef ha dichiarato di avere accesso a meno della metà dei centri gestiti dal governo e a nessuno di quelli controllati dalle milizie. Le poche testimonianze che abbiamo parlano di condizioni drammatiche di vera e propria detenzione in condizioni inumane. Spesso gli uomini della guardia costiera non si avvicinano nemmeno alle aree dove si trovano i centri controllati dai miliziani perché è troppo pericoloso. Una parte dell’accordo sui migranti si pone l’obiettivo di rendere meno “bestiali” questi lager, fornendo aiuti alla guardia costiera ma, in un contesto come quello appena delineato, siamo sicuri che i nostri soldi verranno davvero utilizzati per questi fini o andranno nelle mani di uomini senza scrupoli che li utilizzeranno per ben altri scopi?

Parliamo della situazione politica libica. Come si sa siamo ancora ben lontani dalla pacificazione. Abbiamo ben due governi , Tripoli e Tobruk. L’Italia e la comunità internazionale (quasi tutta) sostengono il governo di al-Sarraj. Le chiedo: come si sta svolgendo il nostro ruolo di pacificazione? Quali iniziative, se ve ne sono, abbiamo preso con il governo della Cirenaica?
C’è, purtroppo, una deplorevole incongruenza nell’atteggiamento degli attori occidentali, e in particolare di quelli europei, in Libia. Tutti, nei tavoli negoziali, hanno sostenuto il “progetto Onu” per il Governo di accordo nazionale di Serraj. Una volta con i piedi sul terreno, però, molti hanno continuato a finanziare e armare Haftar e, dunque, l’ala di Tobruk. Il governo italiano, in questo momento, è l’unico alleato internazionale di Tripoli. Abbiamo riaperto la nostra ambasciata nella capitale. Abbiamo avviato la missione Ippocrate: 300 uomini tra cui 65 medici e infermieri e un ospedale da campo a supporto delle milizie di Misurata fedeli e Serraj. Infine, addestriamo la guardia costiera libica nell’ambito della missione europea “Sophia”. Si tratta di un impegno notevole ma c’è un solo modo per non renderlo inutile e anacronistico: sfruttare il ruolo di “unico punto di contatto occidentale a Tripoli” per porci come interlocutori per la mediazione di un accordo più inclusivo anche con gli attori della Cirenaica e i loro sponsor, Russia in primis.

Vogliamo chiarire i punti strategici-geopolitici dell’Italia. In questo ambito è determinante il ruolo dell’Eni…
L’Italia è il maggior importatore di petrolio e l’unico destinatario del gas libico attraverso il Greenstream. Il terminal Eni di Mellitah è a tutt’oggi uno dei pochi ancora funzionanti, mentre sono italiane molte delle attività estrattive offshore realizzate a largo delle coste tripoline. L’intervento in Libia della coalizione internazionale del 2011 è stato voluto da molti attori internazionali, Francia in primis, anche per rivedere le commesse petrolifere a proprio vantaggio. Nonostante ciò l’Eni è l’unica compagnia internazionale ancora in grado di produrre e distribuire petrolio e gas in Libia. D’altra parte è nel Paese dal 1959, da molto più tempo rispetto ad altre società petrolifere europee, ed è facile immaginare che si sia creata quei contatti che ora le rendono possibile coesistere con alcune delle milizie libiche. Non è certo una condizione ideale poiché i gruppi armati cambiano casacca con molta facilità e non sono nuovi ad atti di forza che vedono nella conquista dei pozzi petroliferi l’obiettivo più gettonato. Anche in questo caso, dunque, sarebbe necessario un maggiore sforzo politico.

L’Uomo forte, oggi in Libia, appare il generale Haftar. Il quale non ne vuole   sapere del governo  di Tripoli. Forte dell’appoggio di Egitto e Russia. L’Egitto di Al Sissi lo appoggia per ragioni di contrasto all’integralismo islamista. E per la Russia di Putin, quali sono gli obiettivi? Sappiamo che non guarda solo al generale Haftar ma anche ad al-Sarraj…
I motivi del sostegno russo ad Haftar sono di ordine economico, geopolitico e geostrategico. Da un punto di vista economico Putin non ha certo bisogno del greggio libico, ma ha tutto l’interesse a vendere know-how e tecnologie. Inoltre ad Haftar servono armi per proseguire la guerra sia contro gli islamisti sia contro il Governo di unità nazionale. La Russia ha tutto l’interesse a fornirgliele. In termini di proiezione mediterranea, la Libia è un tassello della partita russa in Medio Oriente e Nord Africa. Haftar, baluardo del laicismo, è il complemento ideale all’asse con al Sisi e, forzando un po’ la mano, anche con Damasco. Infine, la Russia, mira ad ottenere uno sbocco sul mar Mediterraneo nella Cirenaica. Va però detto che Haftar, per quanto forte, non può essere l’unico interlocutore nel Paese. Ci sono altri attori rappresentativi, come ad esempio le milizie di Misurata, con cui è necessario mediare un qualche accordo. La Russia ne è perfettamente cosciente. Per questo sta cercando di assurgere ad un ruolo maggiormente diplomatico nella partita libica, “agganciando” anche gli attori tripolini. Non è un caso se pochi giorni fa Serraj si è recato a Mosca per incontrare il ministro degli esteri russo Lavrov. La vera diplomazia russa in Libia potrebbe cominciare da qui.

L’espansionismo russo può entrare in rotta di collisione con gli interessi dell’Italia e dell’UE. È possibile una collaborazione con la Russia?
Il problema è a monte. Quali sono gli interessi dell’Europa? Le politiche estere degli attori europei procedono in ordine sparso, senza una chiara visione comune, se non sulla carta. Fino a questo momento il minimo comun denominatore è stato il ruolo di “traino degli Stati Uniti”. Ora che Trump ha paventato un maggiore disimpegno, l’Europa ha due opzioni: o saprà costruire una maggiore autonomia nel tradizionale asse atlantico, oppure il suo ruolo verrà marginalizzato. Allo stato attuale è difficile immaginare, però, che le capitali europee decidano di investire in spese militari. Inoltre, per assumere un ruolo di “guida”, l’Europa avrebbe bisogno di una volontà comune e di una chiara leadership. Al momento manca di entrambe. In queste condizioni la Russia ha la possibilità di ritagliarsi il ruolo di attore egemonico indiscusso. Una qualche collaborazione con Putin, stante così le cose, non potrà avvenire a livello europeo. L’Italia ha una sola chance, come già detto, sfruttare il suo capitale di fiducia con alcuni attori tripolini per mediare un accordo intra-libico con Mosca.

Abbiamo, però, alleati che fanno il “gioco sporco” nello scacchiere Libico. Mi riferisco alla Francia. Che ruolo sta giocando?
La Francia, fin dall’inizio della crisi libica ha sempre anteposto la realpolitik dell’interesse nazionale allo spirito di fedeltà all’alleanza europea. La missione della Nato in Libia è stata voluta dal governo francese di Sarkozy per motivazioni del tutto personali: le elezioni imminenti, la sua popolarità in drastico calo e la necessità di allargare la fetta petrolifera d’oltralpe. Le cose non sono migliorate in seguito. La Francia con una mano ha siglato gli accordi di Skhirat per il Governo unitario di Serraj e con l’altra ha fornito armamenti alle milizie di Haftar, attraverso triangolazioni estere con Egitto ed Emirati. L’obiettivo è accedere alle riserve petrolifere della Cirenaica, riprendendo le attività estrattive e allargando il raggio di quelle esplorative avviate nel 2011. Da questo punto di vista non posso che giudicare negativamente la politica francese.

Gli USA di Trump come si stanno muovendo?
Trump, fedele alla dichiarata politica del “disimpegno Mediterraneo”, pare fin qui poco interessato alla Libia. E’ plausibile ipotizzare, dunque, che sia disposto a lasciare mano libera alla Russia nel tentare di dirimere la spinosa questione. Putin, estromesso dalla partita libica nel 2011 perché contrario ai bombardamenti, coglierebbe volentieri questa occasione per dimostrare di poter riuscire là dove gli Stati Uniti di Obama hanno fallito.

Ultima domanda. L’ISIS è ancora presente?
I combattenti dell’Isis a Sirte – circa tremila prima dell’inizio dell’offensiva – non sono stati tutti uccisi o catturati. Molti sarebbero fuggiti verso il sud del Paese, nel Fezzan. Da qui, grazie anche ai fiorenti traffici della zona, potrebbero riorganizzarsi. Non c’è solo Isis. Nel deserto libico è stabilito anche un nuovo comando di al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi).  Qui i servizi segreti di Algeri hanno localizzato campi e basi logistiche dei qaedisti attivi anche in territorio algerino e nel Sahel e fonti di stampa estera hanno in più occasioni raccontato di incursioni condotte oltreconfine dalle forze speciali di Bouteflika per annientarli. Da ciò risulta evidente che dire di aver espulso l’Isis da Sirte non significa aver risolto il problema del terrorismo nel Paese.