“Nel sovranismo ‘l’uomo forte’ alimenta un clima di egoismo e di nazionalismo esasperato”. Intervista a Padre Bartolomeo Sorge SJ

Anche nell’ambito del mondo cattolico italiano il “sovranismo” sta facendo discutere gli intellettuali, i teologi e i laici impegnati in politica. Sappiamo che Papa Francesco, nel suo Magistero sociale, ha più volte, anche con parole dure, messo in guardia dai pericoli del populismo e del sovranismo. Ma quali sono, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, i limiti di questo orientamento politico?  Il cattolicesimo democratico ha ancora un ruolo nella società italiana?  Quali sono le “strutture di peccato”che condizionano gravemente la politica italiana? Di tutto questo parliamo con un grande protagonista del cattolicesimo italiano: Padre Bartolomeo Sorge. Padre Sorge, gesuita, è  stato per molti anni direttore di due prestigiose riviste cattoliche: La Civiltà Cattolica e Aggiornamenti Sociali. Ha inoltre diretto l’Istituto Pedro Arrupe di. Palermo. Nel suo lungo apostolato intellettuale ha collaborato alla stesura di documenti importanti del Magistero della Chiesa. E’ autore di numerosi saggi. Tra gli ultimi ricordiamo quello scritto con la politologa Chiara Tintori: Perché il populismo fa male al popolo. Le deviazioni della democrazia e l’antidoto del «popolarismo» (Ed. Terra Santa, 2019).

 

Nell’ultimo rapporto CENSIS c’è un punto che ha colpito molto l’opinione pubblica: un italiano su due «spera nell’«uomo forte al potere», che non debba preoccuparsi di parlamento ed elezioni. Tutto questo in un quadro sociale sempre più «incattivito» e ansioso. Che spiegazione si è dato in questa «speranza» nell’uomo forte?

Il rapporto CENSIS conferma la crisi della democrazia rappresentativa in Italia. Questa, che è la forma più alta di democrazia finora sperimentata, dava sicurezza ai cittadini, perché poggiava sulle ideologie di massa, le quali garantivano coesione, ispirazione ideale e speranza. Nello stesso tempo, l’esistenza di partiti ideologici, fortemente strutturati grazie al «centralismo democratico», facilitava e in certa misura imponeva la partecipazione dei cittadini alla elaborazione e al controllo della politica nazionale.

Venute meno le ideologie di massa (smentite dalla storia), sono venuti meno di conseguenza i partiti ideologici, e i cittadini si sono trovati sbandati e insicuri. A questo punto, il bisogno innato di sicurezza che tutti abbiamo ha alimentato l’illusione che il superamento della crisi di fiducia e dello sbandamento seguiti alla fine dell’era ideologica, si sarebbe ottenuto affidando il potere a un solo «uomo forte». Sono nate così le due pseudo-ideologie del populismo e del sovranismo.

Nel populismo, l’«uomo forte» esercita il potere, richiamandosi direttamente al popolo, praticamente ignorando le intermediazioni istituzionali, caratteristiche della democrazia rappresentativa. E’ rimasta famosa la frase di uno di questi «pseudo-salvatori della patria»: «Anche se la Magistratura mi condanna, non importa; c’è il popolo che mi vota!» E’ evidente che, negando l’equilibrio e l’autonomia dei diversi poteri, si distrugge la democrazia rappresentativa.

Nel sovranismo invece l’uomo forte mira a ottenere democraticamente i «pieni poteri»; si atteggia, perciò, a difensore dei confini, dei valori e dell’identità nazionale («prima gli italiani!»), e non esita perfino a strumentalizzare la fede e i simboli religiosi. Così facendo, però, alimenta e diffonde un clima di odio, di egoismo, di razzismo e di nazionalismo esasperato..

Papa Francesco, con il suo magistero evangelico sociale, in questi anni ha messo in guardia contro i pericoli del populismo e del sovranismo. Ciononostante, diversi cattolici, anche fra la gerarchia, subiscono il fascino sovranista. Perché? Qual è la cosa più pericolosa del sovranismo?

I cattolici sono particolarmente sensibili alle ragioni appena ricordate. Del resto. non è la prima volta che membri del clero e della Gerarchia si lasciano affascinare dalla difesa  che l’«uomo forte» ostenta di alcuni valori che stanno a cuore alla Chiesa ai credenti, quali la difesa della vita, l’indissolubilità del matrimonio, l’affissione pubblica del crocifisso e altre forme di religiosità. Non ci si rende conto che la «buona politica» non consiste solo nel tutelare l’uno o l’altro valore fondamentale, se contemporaneamente – come avviene in tutte le dittature – si negano la libertà e altri diritti essenziali alla convivenza umana.

 

Le chiedo: come studioso della “Dottrina sociale” della Chiesa, la quale è molto attenta alle ragioni dei poveri, c’è una via per riavvicinare la democrazia ai poveri?

La grave questione del rapporto tra democrazia e povertà non si risolve con l’assistenzialismo (sebbene in certi casi, esso sia necessario), ma il problema va affrontato all’origine e alla radice, cioè eliminando le disuguaglianze. Tuttavia, ciò non è possibile, se la politica non ricupera la tensione etica e ideale, oggi smarrita, se la politica economica, in particolare, non è orientata al bene comune, che oggi è costantemente sacrificato alla ricerca del profitto e di altri’interessi settoriali. La politica finanziaria non può essere fine a se stessa. Nello stesso tempo, però, occorre trovare il modo di interpellare direttamente i poveri e le periferie sociali ed esistenziali, coinvolgendoli come soggetti responsabili del loro stesso sviluppo e non considerandoli solo un obbiettivo da raggiungere o un problema da risolvere. Si tratta, in altre parole, di realizzare una «democrazia matura».

Qual è la «struttura di peccato», per usare un termine della dottrina sociale della Chiesa, che condiziona la politica italiana?

Purtroppo non ce n’è una sola, ma le strutture di peccato che condizionano la nostra politica nazionale sono numerose e di natura diversa.  Alcune ci sovrastano dall’esterno, come per esempio il sistema economico internazionale, che – in questa stagione di progressiva globalizzazione – sono quelle che più generano disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo e nello sviluppo dei singoli popoli, fino a «uccidere», come denuncia papa Francesco. Vi sono poi molte altre «strutture di peccato», prive di solidarietà, che mirano esclusivamente al proprio profitto (si pensi, per esempio, ai paradisi fiscali, alle mafie e alle varie forme di organizzazione del crimine e della corruzione, all’industria della guerra e degli armamenti) e impediscono la nascita di una società fraterna e giusta, inclusiva, in grado di armonizzare sviluppo e integrazione.

Un autorevole Cardinale, in una intervista al Corriere della Sera,  ha affermato che il cattolicesimo democratico ha esaurito la sua rilevanza Le chiedo: il cattolicesimo democratico può avere ancora un ruolo in questa Italia egemonizzata dalla cultura «sovranista»?

Il cattolicesimo democratico non ha affatto esaurito la sua forza propulsiva. Grazie anche al ruolo determinante e insostituibile che esso ha avuto sia nella rinascita del Paese, dopo  le devastazioni dell’ultima guerra mondiale e del ventennio fascista, sia nella elaborazione della Carta costituzionale, i cui principi fondamentali concordano con la tradizione cattolico-democratica (in piena sintonia con la dottrina sociale della Chiesa): personalismo, solidarietà, sussidiarietà, bene comune. Ecco perché i grandi protagonisti del cattolicesimo democratico, da De Gasperi a Moro, non hanno perduto il loro valore ideale ed esemplare, sebbene la loro figura e la loro prassi partitica non siano più riproducibili nella mutata società dei nostri giorni, post-ideologica, secolarizzata e globalizzata.

Ci sono stati tentativi, anche recenti, di ricostruzione di strumenti politici cattolici (partiti d’ispirazione cristiana), mentre anche la Chiesa italiana insiste sulla esigenza di una presenza politica dei cattolici più efficace. C’è una via per un rinnovato protagonismo laicale profetico?

La presenza di un partito d’ispirazione cristiana (quali furono il Partito Popolare prima e la DC poi) si era resa necessaria nell’epoca delle ideologie di massa, quando votare per un partito significava scegliere una determinata ideologia, cioè preferire l’uno o l’altro tra modelli alternativi di società. La DC, perciò, incarnava l’ideologia «cattolica», contrapposta all’ideologia «comunista» e a quella «liberista».  Oggi, nell’era post-ideologica e della globalizzazione, i partiti sono sempre necessari, ma non ha più senso parlare di «partiti ideologici». Tanto meno ha senso parlare di partito o di politica «cattolici», dopo il Concilio Vaticano II. Nel mondo globalizzato non c’è più spazio per le vecchie contrapposizioni ideologiche. C’è bisogno invece di una «buona politica» universale, fondata su un nuovo umanesimo comune. E’, questa, una mèta difficile da raggiungere, perché è difficile cambiare mentalità, dopo cinquant’anni di battaglie e di lotte ideologiche; difatti non abbiamo ancora trovato quale nuova forma di presenza i cattolici debbano adottare per contribuire a realizzare una «buona politica» universale, condivisibile da tutti gli uomini di buona volontà, al di là delle vecchie appartenenze ideologiche. Papa Francesco ha dedicato a questo tema alcuni densi paragrafi della sua prima enciclica Evangelii gaudium (nn. 223-233), che devono ancora essere ben capiti, approfonditi e applicati. Ecco perché educare e formare soprattutto i giovani alla ricerca di nuove forme d’impegno sociale e politico dovrebbe essere una delle più importanti preoccupazioni pastorali della Chiesa. Un po’ come fece in Italia, a suo tempo, Pio XI, quando, durante la dittatura fascista, si preoccupò di preparare all’impegno sociale e politico una schiera di laici maturi, attraverso l’Azione Cattolica e l’Università Cattolica di Milano.

Se dovesse indicare a un giovane che vuole impegnarsi seriamente in politica una figura cui ispirarsi, per esemplarità, chi consiglierebbe?

Avrei solo l’imbarazzo della scelta… Preferirei, perciò, spiegargli la bellezza dell’impegno politico in sé. Insisterei sul fatto che dedicarsi alla politica è una «vocazione» e non una professione come un’altra qualsiasi. Infatti, vi sono scelte professionali che suppongono la vocazione, in quanto esigono la donazione totale di se stessi al servizio degli altri e del bene comune, rinunziando a cercare il proprio interesse e la propria affermazione; così avviene, per esempio, per un medico o per un sacerdote. Avere la vocazione significa soprattutto realizzare nella propria vita la sintesi tra spiritualità (tensione etica e ideale) e professionalità. Per essere bravi politici (o medici o preti) non basta essere «santi», ci vuole anche la preparazione professionale; ma non può  bastare la sola professionalità, se manca la «santità», cioè la dimensione oblativa, tipica di chi vive un ideale.

In questi mesi si è affermato il movimento delle «sardine». Cosa L’ha colpita di più?

Il fenomeno delle «sardine» costituisce una reazione positiva della coscienza democratica di fronte ai fenomeni patologici del populismo e del sovranismo e di fronte alla crisi e all’inerzia dei partiti. Le «sardine» quindi vanno viste come un segnale positivo, una ventata di aria nuova e fresca! Tuttavia, è ancora presto per giudicare quali siano la reale consistenza del movimento e il suo vero messaggio politico. Siamo di fronte a una gemmazione: può crescere e svilupparsi, ma potrebbe anche «bruciarsi» e seccare.

Ultima domanda: Lei ha un sogno per l’Italia?

Più che un sogno è un voto e un impegno: che tutti gli italiani imparino a vivere uniti, rispettandosi diversi.

 

(Ha collaborato Chiara Tintori)

“Mi auguro che il Pd possa presentarsi come uno sbocco accogliente e interessante per le Sardine”. Intervista a Giorgio Tonini

Sono giorni di acuta fibrillazione per la maggioranza governativa. Infatti è alla ricerca di una possibile mediazione sulla prescrizione. Non sarà facile mediare tra due rigidità contrapposte: quella di Renzi e quella del ministro Bonafede. Intanto nel PD, dopo lo scampato pericolo in Emilia-Romagna, si è aperto un dibattito sulle prospettive future di quel partito. Ne parliamo, in questa intervista, con Giorgio Tonini Capogruppo Pd nel Consiglio della Provincia autonoma di Trento e della Regione Trentino-Alto Adige ed esponente di spicco dell’anima liberal del PD.

Giorgio Tonini, mi consenta, prima di addentrarci nel tema principale della nostra conversazione (il PD), di fare una domanda di stretta attualità politica. Ovvero non è che Matteo (Renzi) sta esagerando sulla prescrizione? I toni sono apparsi un po’ troppo “salviniani”… il governo avrebbe bisogno di coesione… Invece qui siamo all’opposto, non le pare?
Sulla prescrizione sono sostanzialmente d’accordo con Matteo Renzi, che del resto sta ripetendo e rilanciando le ragioni del no del Pd alla riforma voluta e imposta dal M5S ai tempi del governo con la Lega. Lega che ora strilla e strepita, ma quando era al governo, quella riforma ha subìto e votato senza fare una piega. Penso che non possa non esserci, nel nostro ordinamento giuridico, un termine che traduca in pratica il principio costituzionale della ragionevole durata dei processi. Per evitare l’abuso delle prescrizioni bisogna sveltire la macchina della giustizia, non allungare indefinitamente i tempi. Detto questo, se si decide di andare al governo coi grillini, e Renzi ha deciso questo, anche forzando la parte più scettica del Pd, non si può non sapere che su temi come questi, posto che a nessuno si può chiedere l’abiura delle posizioni sostenute, è inevitabile ricercare e costruire faticose mediazioni. Renzi finge di ignorare questa elementare verità.
E finisce così per comportarsi come, ahimè, si comportano tutti i partitini, che hanno
l’ossessione della visibilità. Anche a costo di minare la coesione e la stessa credibilità
delle coalizioni di governo di cui fanno parte. È una dura legge della politica, che prescinde
in una certa misura dalla volontà soggettiva dei singoli leader. Una legge che ho visto
drammaticamente all’opera nel Senato diviso in due come una mela al tempo dell’Unione
(2006-08). Fu anche per superare quella situazione che nacque il Pd.

Parliamo del PD. Il successo di Bonaccini, in Emilia – Romagna, ha portato una boccata di ossigeno ai Dem. Al di là della particolarità regionale, c’è una lezione che può valere per l’intero partito?
La prima lezione, la più importante, è che non bisogna mai dimenticare che in democrazia
nulla è per sempre e che qualunque vittoria e qualunque sconfitta sono sempre reversibili.
Nel nostro dibattito pubblico c’è invece troppa emotività legata a situazioni contingenti.
Ricordo ancora lo psicodramma, in parte abilmente provocato, ma in parte anche sincero,
che si aprì nel Pd nel 2008, dopo la (inevitabile e assai onorevole) sconfitta di Veltroni, col
33 e mezzo per cento e 12 milioni di voti. Nei mesi successivi, come accade in tutte le
democrazie del mondo, i sondaggi premiarono Berlusconi (si chiama “luna di miele” e
gratifica tutti i governi…) e punirono il Pd, a vantaggio di Italia dei valori, il movimento di Di
Pietro che aveva preso il 4 per cento alle elezioni e veniva accreditato dell’8. C’era chi sosteneva che il Pd era già morto e il futuro del centrosinistra era l’ex-pm… Bene, io penso
che la prima lezione del voto emiliano è che bisognerebbe lasciarsi meno impressionare
dalle istantanee e sforzarsi un po’ di più di cogliere le tendenze di medio-lungo periodo, le
uniche sulle quali si possa ragionevolmente intervenire. Con pazienza e tenacia, due virtù
sconosciute ad un sistema politico-mediatico ossessionato da quello che Tomaso Padoa-
Schioppa chiamava lo short-termismo.

Il successo emiliano, però, ha messo in evidenza dei limiti grossi del riformismo di quella regione. Ed è anche un limite di tutto il riformismo a livello nazionale. Ovvero la distanza dai piccoli centri e dalle periferie…
Uno dei fenomeni di medio-lungo periodo evidenziati dal voto emiliano è in effetti il
dualismo tra aree urbane e aree rurali/montane e tra grandi e piccoli centri. La sinistra è
forte in città e la destra (in particolare la Lega) nelle campagne. Non è una novità. Già
dieci anni fa il sociologo bolognese Fausto Anderlini aveva segnalato la massiccia
infiltrazione della Lega nelle aree periferiche dell’Emilia Romagna. E aveva rilevato come
la persistente egemonia del centrosinistra in quella regione, specularmente alla situazione
del Veneto, fosse dovuta proprio alla prevalenza demografica delle aree urbane. Anderlini
ammoniva il centrosinistra rispetto all’emergere di una nuova insidia: il manifestarsi e lo
strutturarsi, principalmente nelle aree urbane, del M5S, che rischiava di svuotare
dall’interno il principale bacino elettorale del Pd, come in effetti è avvenuto negli anni
successivi. È stata proprio la riconquista del proprio elettorato urbano, grazie al declino del
M5S, la principale spiegazione del successo del Pd e di Bonaccini. Ma proprio per questo
la vittoria del centrosinistra in Emilia, che pure testimonia la resilienza del Pd e la sua
possibile ritrovata superiorità competitiva rispetto alla minaccia di erosione da parte del
M5S, non segna affatto il superamento delle ragioni strutturali del primato della destra,
oggi a guida leghista, nel nostro paese.

Insomma dove c’è più bisogno di proteggere, il PD non c’è. Una brutta eterogenesi dei fini per una forza di sinistra. Non è venuto il tempo di elaborare una idea di sinistra per la “protezione”? Perché lasciare alla propaganda securitaria della Lega questo tema?
È un grande tema europeo e occidentale. Provo a rispondere con le parole di Branko
Milanovic, che sull’ultimo numero di “Foreign Affairs”, dedicato al futuro del capitalismo,
scrive che “Il malessere occidentale rispetto alla globalizzazione è in gran parte il prodotto
del gap tra la ristrettezza numerica delle élite premiate dalla globalizzazione stessa e le
masse che ne hanno tratto ben modesti benefici e, più o meno fondatamente, identificano
nel commercio globale e nell’immigrazione le cause dei loro mali”. Rispetto a questo
malessere, le forze politiche di sinistra vengono percepite come impotenti, se non
addirittura complici. E se non è visibile nessuna realistica prospettiva di tutela e
promozione degli interessi deboli dentro la globalizzazione, si finisce per considerare
come unica risorsa disponibile l’opposizione alla globalizzazione in quanto tale, attraverso
le forze politiche, sociali e culturali di stampo populista, sovranista, identitario. In quello
stesso saggio, Milanovic sostiene (e per quanto mi riguarda condivido questa sua
posizione) che non sarà il ritorno ad un vecchio schema socialdemocratico la via d’uscita
della sinistra dalla sua crisi. Piuttosto servono vie nuove, come quella che lo stesso
Milanovic definisce “People’s capitalism”, capitalismo popolare, “simile al capitalismo
socialdemocratico nella preoccupazione per la disuguaglianza, ma proteso verso un tipo
diverso di uguaglianza, centrato non più tanto sulla redistribuzione del reddito, quanto su
quella degli asset, in particolare finanziari, e di skill, di profilo formativo e professionale”.
Suggestioni interessanti, ma siamo, come si capisce, molto indietro rispetto all’urgenza di definire una proposta programmatica convincente e vincente. Una proposta che peraltro
dovrà assumere una dimensione europea. E questo, stante l’attuale stato di salute
dell’Unione, è un problema nel problema.

Ora per Zingaretti è prioritario aprire il PD, “spalancare” le porte, per usare una espressione di Papa Wojtila, a tutto il campo progressista. Però, paradossalmente, non è un limite? Voglio dire che Bonaccini è stato in grado di raggiungere altri lidi, lo stesso Beppe Sala vince perché raggiunge mondi diversi. Qual è il suo pensiero? E ancora: questa apertura, che cerca Zingaretti, implicherà una rottura delle oligarchie interne? Qui c’è il tema della cessione di potere alla società civile…
Quello dell’apertura alla società civile è un tema permanente nella vicenda storica dei
grandi partiti, che tendono sempre a stabilizzare il primato del gruppo egemonico, anche a
prezzo di perdere una quota di consensi. Il Pd si è proposto sin dalle origini come “partito
aperto”, sul piano organizzativo, e “a vocazione maggioritaria”, su quello politico e
programmatico. Siamo tuttavia lontani dal raggiungimento di questo modello. Al contrario,
il Pd in questi anni ha conosciuto una grave involuzione oligarchica, che ha segnato un
ritrovato controllo dell’establishment correntizio sul partito, attraverso la gestione delle
carriere politiche. Basti pensare ai criteri con i quali è stata composta la delegazione del
Pd al governo: l’antico manuale Cencelli lasciava più spazi alla fantasia… La progressiva
chiusura su se stesso del partito “aperto” (si pensi al rarefarsi del ricorso alle primarie
come strumento per rendere effettivamente contendibili le candidature, almeno alle
cariche monocratiche) ha portato anche ad un parallelo, progressivo appannarsi della
“vocazione maggioritaria”, fino a revocare in dubbio l’identità stessa del Pd come Casa
comune dei riformisti. Al contrario della tensione unitaria e unitiva che caratterizzava
l’Ulivo e poi il Pd delle origini, basati sulla scommessa che l’incontro tra forze e tradizioni
politiche diverse fosse elettoralmente oltre che politicamente espansivo, fino a raggiungere
ceti, interessi, culture collocati ben oltre i tradizionali confini della sinistra, oggi assistiamo
ad una nuova, pericolosa tendenza alla divisione e alla frammentazione. Mi auguro che
Zingaretti voglia e riesca ad invertire questa tendenza e a rilanciare in termini innovativi la
duplice impresa del partito aperto e a vocazione maggioritaria.

Parliamo delle “6000 Sardine”. Le Sardine hanno fatto un grande lavoro di “coscientizzazione” nel popolo del centrosinistra e non solo. Però, in questi giorni, sono uscite delle fibrillazioni causate da una fotografia con Benetton. È stato un brutto scivolone certamente. Forse per loro è suonata una campana d’allarme?
Il principale motivo dell’interesse che hanno suscitato in me le “Sardine” è stato il loro
presentarsi come un movimento contro la politica “contro” e per una politica “per”. In
questo senso hanno ricreato il clima dell’Ulivo di Prodi e del Pd di Veltroni. Dopodiché,
sappiamo che questi movimenti, che in alcuni tornanti storici possono giocare un ruolo
decisivo, sono strumenti monouso. Mi auguro che il Pd possa presentarsi come uno
sbocco accogliente e interessante per le energie, in particolare giovanili, che con quel
simbolo solo apparentemente leggero (come l’ulivo anche il pesce è un antico simbolo
cristiano…) si sono radunate e ritrovate. Alle elezioni emiliane, a me pare che le “Sardine”
abbiano rappresentato il principale veicolo simbolico del ritorno al Pd dei voti persi in
direzione del M5S. Un “effetto collaterale” provocato dalla bulimia comunicativa di Salvini e
del suo messaggio estremistico e divisivo. Col suo invadente presenzialismo nella
campagna elettorale emiliana, Salvini ha ripolarizzato fortemente lo scontro sull’asse
destra-sinistra, ridimensionando l’altro crinale, quello vecchio-nuovo. Salvini ha così
prosciugato l’acqua nella quale nuotavano i grillini che sono tornati al centrosinistra in
forma di sardine. Ma per le ragioni strutturali descritte da Anderlini, se prevale l’asse destra-sinistra, in una regione come l’Emilia-Romagna, finisce per vincere la sinistra. Una
strategia suicida, quella del leader della Lega, se si pensa che gli sarebbe bastata una
cifra elettorale appena più alta dei grillini per assicurarsi la vittoria. Dopo il pesante
fallimento della prova di governo e la sconcertante ingenuità con la quale ha condotto la
manovra di palazzo che avrebbe dovuto portare alle elezioni anticipate, Salvini esce dalle
elezioni emiliane fortemente ridimensionato anche come stratega elettorale. Il che non
significa, almeno nell’immediato, che non resti fortissimo sul piano del consenso.

Zingaretti dice: siamo tornati al bipolarismo “destra-sinistra”. Le chiedo come si fa a concepire un nuovo bipolarismo quando i 5 Stelle continuano nella loro ambiguità e l’accordo, tra le forze di governo, prevede una forte legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5%?
Dalle elezioni regionali (tutte, non solo quelle dell’Emilia-Romagna) è emersa una
conferma dello schema bipolare lungo l’asse destra-sinistra. Credo tuttavia che sia un
errore ragionare di legge elettorale avendo presente il panorama politico (e magari, perfino
i rapporti di forza) di una determinata stagione. È una delle varianti più gravi di quello che
prima, citando Padoa-Schioppa, chiamavo lo short-termismo. Per me la legge elettorale
deve garantire la rappresentanza, ma anche combattere la frammentazione e soprattutto
consentire ai cittadini di decidere chi debba governare. Mi piacerebbe che il Pd si sedesse
al tavolo del confronto con questa visione ben chiara. Poi sulle scelte tecniche si possono
fare tutte le mediazioni. Purché sia chiara la visione di democrazia che proponiamo. E si
provi a tradurla in una legge elettorale che valga se non per sempre, per un arco
temporale di lungo respiro.

Ultima domanda: Qual è l’avversario più temibile, nella destra, Giorgia Meloni o Matteo Salvini?
Oggi il leader della destra è Salvini, domani non sappiamo. Perché i leader passano, gli
schieramenti, la destra e la sinistra, si modificano, evolvono o involvono, ma restano. Per
questo ho sempre trovato, non saprei dire se più penose o più risibili, le scissioni motivate
da questioni contingenti. Una volta si usciva da un partito in base al giudizio sull’Unione
Sovietica. Oggi si lascia perché non si condivide un segretario o una scelta di governo. Ma
la politica democratica ha bisogno di istituzioni forti e di partiti grandi e stabili. Non
dell’inseguimento di mode passeggere.

“IL CORONAVIRUS PESERÀ GRAVEMENTE SUL PIL DELLA CINA”. Intervista a Simone Pieranni

Il “coronavirus” sta creando una vera psicosi mondiale. Alimentata, anche, dalla diffusione di Fake News.  Intanto, nell’opinione pubblica internazionale , si fanno possibili previsioni sulle ricadute socio-economiche. Con Simone Pieranni, giornalista del quotidiano Il Manifesto e co-fondatore del sito di informazione “China Files”, facciamo il punto su alcune conseguenze , pesanti , dell’epidemia.

Simone Pieranni, il coronavirus si sta allargando anche in altre zone del  pianeta. Ultimi casi sono quelli dello Skri Lanka e della Germania. Possiamo dare qualche numero verificato sulle vittime e sui contagi? 

I numeri verificati sono forniti ogni giorno dai media cinesi e da alcune organizzazioni internazionali. Sono numeri dichiarati, ma non è detto che ci siano casi che ancora non sono stati registrati. In particolare sul numero dei contagiati non mi pare ci sia ancora una certezza. C’è anche chi dubita che i numeri “cinesi” siano realistici ma al momento nessuno pare in grado di fare una stima realistica al 100%

Come si è sviluppato il virus?

Stando alle ricostruzioni, le prime persone contagiate sarebbero lavoratori del mercato ittico di Wuhan, da qui la considerazione che tutto sia partito da lì, dalla macellazione non proprio ottimale di qualche animale selvatico in vendita (nonostante il mercato sia in teoria “ittico”). Sembra chiaro che tutto sia partito

da lì, del resto anche la Sars pare sia partita da uno zibetto…

Sappiamo, quando scoppia una epidemia, quanto sia strategica e fondamentale la circolazione di notizie fondate. Come giudichi il comportamento, al riguardo, del governo cinese: Si è mosso in ritardo? È aperto veramente alla cooperazione internazionale?

La Cina ha tutta una serie di caratteristiche che ben sappiamo, una di queste è la censura che viene operata sui media e sui social.

Ma in questo caso il ritardo non è stato dovuto a questo, quanto alla relazione tra centro e periferia. Il sindaco di Wuhan ha detto che la responsabilità – come stabilisce effettivamente la legge cinese – per annunciare emergenze sanitarie spetta al consiglio di stato, ma di sicuro a Wuhan è stata sottovalutata o si è ritenuto meglio non allarmare subito Pechino. Dopo questa impasse la Cina è partita spedita come suo solito, mentre stando a quanto si dice nella comunità scientifica i medici cinesi sono stati rapidi a condividere ogni informazione sul virus in loro possesso.

Fa impressione leggere di milioni di persone, in Cina, messe in quarantena. La cifra di 56 milioni è mostruosa. È realistica una cifra del genere, ma soprattutto è efficace?

La cifra è realistica perché solo Wuhan fa 11 milioni di abitanti. Sull’utilità delle quarantene ci sono dibattiti storici, ma generalmente, pur essendo una misura che è stata presa più volte, si può che dire che sia utile ma non completamente risolutiva. A Wuhan, ad esempio, prima della quarantena almeno 5milioni di persone sarebbero andate via. Significa che sono in giro per il paese o all’estero senza che si sappia la loro condizioni di salute. Quindi chiudere Wuhan non è sufficiente al contenimento del virus.

Sappiamo di Multinazionali che hanno lasciato la zona di Wuhan. Quanto pesa l’epidemia sulla economia cinese e quali danni ha fatto e potrà ancora fare? 

Sull’economia cinese potrebbe pesare, stando a diversi studi, tra 1.5 e 4 punti di Pil. Sarebbe una vera crisi economica. Inoltre la chiusura del paese fa si che i milioni di cinesi che solitamente alimentano l’industria del turismo non ci saranno. Allo stesso tempo ne risentiranno i brand di lusso, oltre alla compagnie aeree. Infine, la Cina è la fabbrica del mondo: uno stop alle attività produttive finirà per creare scompensi di natura globale.

Dicevamo della importanza della circolazione delle informazioni. In questi giorni abbiamo avuto, anche, la diffusione di Fake news. Quali sono state le più clamorose, diffuse non solo dai social ma anche da testate giornalistiche?

La più clamorosa è quella secondo la quale la Cina stava compiendo esperimenti per la guerra batteriologica, ma ce ne sono di ogni tipo, ogni giorno ce n’è una nuova. In generale si tratta di notizie infondate o non verificate, spesso utilizzate solo per fare qualche clic. la verità è che questo crea allarmismo ingiustificato.

La conseguenza di questa diffusione di Fake news è che spesso alimentano la sinofobia. Abbiamo avuto, in questi ultimi giorni, episodi pesanti in Italia di crescita della sinofobia?

Sì ce ne sono stati diversi, aggressioni e in generale un atteggiamento sospettoso quando non direttamente ostile nei confronti dei cinesi.

Come sta reagendo la comunità cinese italiana a questi fenomeni?

Le comunità di Roma e Milano hanno emesso dei comunicati nei quali chiedono solidarietà e non bieco razzismo. Ma purtroppo alcuni pregiudizi, unitamente alle fake news di cui parlavamo prima, nonché a certi titoli di quotidiani, non favoriscono questo processo di tolleranza.

“Governo e Mittal vicinissimi all’accordo”.  Intervista a Giuseppe Sabella

 

L’affaire Ilva sembrava approdato su un binario morto, anche perché la tensione montata sulle elezioni regionali – in particolare in Emilia Romagna – pareva rendere incerta la tenuta dell’esecutivo. La vittoria di Bonaccini ha dato fiato al governo e, così, anche il dossier Ilva è a un punto di svolta. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0, secondo il quale “governo e ArcelorMittal sono molto vicini ad accordarsi”.

Sabella, a che punto è la situazione?
La trattativa sembrava essersi incagliata e lo sarebbe stata se in Emilia Romagna avesse prevalso la candidata della Lega Lucia Borgonzoni, la cui vittoria avrebbe innescato una forte turbolenza per il governo. Anche la rottura consumata nell’emisfero a cinque stelle non è certamente un fatto positivo per la tenuta del Conte 2. La vittoria di Bonaccini ha però allontanato il fantasma di una crisi di governo – non di un probabile rimpasto – e ha restituito centralità al dossier Ilva, anche in ragione delle imminenti scadenze giudiziarie.

Come stanno procedendo azienda e governo?
Anzitutto, com’è noto la procura di Milano attende un accordo entro il 31 gennaio, vale a dire questa settimana. Diversamente, il giudice si pronuncerà circa l’atto di citazione depositato da Mittal per il recesso del contratto di affitto, preliminare all’acquisto, dello stabilimento di Taranto e delle altre sedi del gruppo.

E questo accordo ci sarà?
Ho sempre sostenuto – anche su queste pagine – che a Mittal non c’era alternativa e che Mittal non voleva lasciare Taranto a tutti i costi. Cercava un’intesa, oggi vicinissima, per ridiscutere il piano industriale dopo la revoca dello scudo penale che, di fatto, ha creato le condizioni per questa discussione. In questo, bisogna riconoscere che Conte e Gualtieri hanno fatto un buon lavoro predisponendo un’operazione di rilancio importante della ex Ilva.

Su quali basi?
La cosiddetta area a caldo sarà affiancata da un’area green che produrrà  attraverso due forni elettrici e la tecnologia DRI (gas, idrogeno e monossido di carbonio). Ciò ha il pregio di innovare la produzione e di avviare una rilevante fase di decarbonizzazione.

E, come si dice da tempo, lo stato sarà azionista di ArcelorMittal Italia. Ma a che prezzo?
Lo stato sarà azionista di AM Italia in una percentuale importante (30/40%) ma c’è ancora qualche variabile. Mittal e governo comunque si sono intesi, siamo ai conteggi finali dei tecnici della produzione. Chiaro che l’investimento è importante, solo per i due forni elettrici si parla di 900 milioni di euro. Poi vi sono i costi dell’investimento sul preridotto (o DRI) ma qui il governo sta coinvolgendo i privati. Poi potrebbe esserci qualche concessione a Mittal come quella sul fitto (180 milioni anno) e la cassa integrazione per una parte di lavoratori, con l’obiettivo di reintegrarli tutti entro il 2023.

Come mai in questi giorni l’azienda ha avvicendato quasi interamente la direzione aziendale?
Ho interpretato queata scelta come la volontà di ArcelorMittal Italia di farsi più italiana, per facilitare la sua restart e la miglior integrazione possibile con il nuovo azionista tutto italiano. Mi è sembrato un fatto positivo, ad ogni modo Mittal non può più commettere errori, perché è evidente che in questo anno e mezzo circa qualcosa non ha funzionato.

Quali volumi di produzione prevede l’accordo?
Sono dettagli non ancora trapelati per una comprensibile riserva nei confronti del sindacato a cui il nuovo piano andrà sottoposto. Tuttavia, possiamo dire che l’azienda vuole mantenere la produzione di acciaio attorno ai 4 milioni di tonnellate. Questi livelli produttivi saranno integrati dalla produzione DRI che significa circa 2/2,5 milioni di tonnellate.

E con il sindacato ci sarà accordo?
Credo che ci siano elementi per far comprendere alle Parti la qualità del nuovo piano industriale. Il problema degli esuberi potrebbe riguardare soltanto 2000 lavoratori con l’obiettivo di reintegrarli entro il 2023 quando la produzione sarà portata a 8 milioni di tonnellate. Il governo ha sbagliato a coinvolgere le Parti sociali solo in questa fase, tuttavia ritengo si possa gestire con intelligenza questa transizione. Il sindacato, durante tutta la vicenda Ilva, è stato attore responsabile. Lo sarà anche ora perché è consapevole che è troppo importante per il nostro Paese salvare la siderurgia. Bisogna però imparare a gestire le crisi industriali in un modo più consono ad un Paese manifatturiero come il nostro.

 

 

“Il destino della Libia, per ora, è quello di una ‘instabilità controllata’ “. Intervista a Michela Mercuri

Lo scenario libico è sempre più instabile Continue sono le violazioni della tregua. Anche ieri sono avvenuti scontri. Questi sono avvenuti nelle città costiere di Al Hisha, Wed Zumzum e Abu Qurain a sud della città situata a 200 chilometri a est di Tripoli. Lo riportano fonti delle milizie alleate al governo di Tripoli, riconosciuto a livello internazionale. Le forze di Haftar stanno avanzando a circa 120 chilometri a est di Misurata, vicino alla città di Abugrain. Allo stesso tempo, un ufficiale delle forze di Haftar ha fatto sapere di aver strappato il controllo di due città, Qaddaheya e Wadi Zamzam, proprio sulla strada per Abugrain.  In questo contesto si fa sempre più complicata e difficIle la possibilità di una soluzione del grande marasma libilico Cerchiamo di fare il punto con la professoressa Michela Mercuri. Michela Mercuri è Docente universitario, componente dell’Osservatorio sul Fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista (O.F.T.). Analista di politica estera, consulente, autrice, editorialista e commentatrice per programmi TV e radio nazionali. Le sue attività si concentrano su Mediterraneo e Medio Oriente, analizzando l’impatto della storia sulle problematiche attuali. Ha firmato diverse pubblicazioni, tra cui il libro Incognita Libia – cronache di un paese sospeso (2017).

 


Professoressa  Mercuri, il dopo Berlino, cioè la conferenza internazionale dedicata alla Libia, si sta caratterizzando sempre più come una finta tregua tra le parti. Nei giorni scorsi vi sono stati combattimenti a sud di Tripoli, ma soprattutto il generale Haftar ha chiuso i rubinetti del petrolio (provocando finora danni per 318 milioni di dollari), ma sul ricatto petrolifero di Haftar torneremo dopo. Torniamo alla Conferenza di Berlino. Nel commentare i risultati del vertice, qualche osservatore internazionale aveva parlato di “bicchiere mezzo pieno”. A me sembra, guardando i comportamenti dei “signori della guerra”, che il bicchiere sia completamente vuoto. Esagero?

Direi ancor di più: il bicchiere è caduto e si è rotto in mille cocci e questo non dovrebbe stupirci. A Berlino, mentre i “grandi del mondo” approvavano il piano tedesco per un embargo sull’arrivo di nuove armi e per un percorso politico e istituzionale – con la creazione di un nuovo Consiglio presidenziale, preludio per elezioni e per una nuova costituzione- nella ex Jamahiriya si combatteva e le armi continuavano ancora a giungere indisturbate nel paese. La fragile tregua, mediata da Russia e Turchia qualche giorno prima, iniziava già a scricchiolare, mentre il generale Khalifa Haftar ordinava il blocco dei terminal petroliferi dell’est. Purtroppo la conferenza di Berlino è fallita ancora prima di cominciare e questo era prevedibile. Haftar a Mosca, solo 7 giorni prima, aveva rifiutato “il piano di pace” concordato da Russia e Turchia. Il suo obiettivo, nonostante la sua presenza ai vari vertici, era, è e sarà quello di entrare a Tripoli e Misurata. Detta in altri termini, chiudere il cerchio e conquistare tutta la Libia. Con l’aiuto degli Emirati che continuano a rifornirlo di armi potrebbe riuscire a farlo. Perché accettare il piano “onusiano” ed arrivare a patti con Fayez al-Serraj?

Parliamo, ora, del blocco dei rubinetti petroliferi da parte di Haftar. Un vero e proprio ricatto quello del generale della Cirenaica. Contro chi è rivolto e quali obiettivi vuole realizzare?

Haftar vuole dimostrare di avere il controllo del paese e i pozzi di petrolio rappresentano l’economia libica. Ne consegue che controllare i pozzi vuole dire controllare il paese. E’ una prova di forza e al contempo un’arma di ricatto nei confronti della comunità internazionale. E’ come se il generale stesse dicendo agli attori internazionali: “o sostenete me o l’economia libica rimarrà in ginocchio e i problemi si rifletteranno anche su di voi”. In effetti, da quando la Libia è stata privata di più di 800.000 barili al giorno, i prezzi del petrolio sono lievitati: in poco più di una settimana, il prezzo del Brent (il riferimento mondiale per il mercato del greggio che determina il 60% dei prezzi sul mercato) ha guadagnato quasi un dollaro, arrivando a 66 dollari al barile. Inoltre con questa mossa Haftar vorrebbe depotenziare la Noc (la compagnia petrolifera statale con sede a Tripoli) per ottenere un’autorità petrolifera anche nell’est, area da cui viene estratto il maggior quantitativo di greggio. Il generale ha più volte cercato di aggirare la Noc – che invia i proventi di petrolio e gas alla Banca centrale di Tripoli, che lavora principalmente con il governo di Serra- per ottenere un maggior controllo sulla distribuzione dei proventi.

La guerra libica, per certi versi, può diventare ancora più pericolosa della guerra siriana. È così?

In questo momento ci sono tutti gli elementi per preconizzare una grave escalation di violenze che potrebbe mietere ulteriori vittime tra la popolazione. La Turchia continua a inviare mercenari in Libia a supporto delle milizie dell’ovest, sull’altro fronte, in barba a qualunque rassicurazione di rispetto dell’embargo, “piovono armi” dagli Emirati e continuano a combattere mercenari russi. In queste ultime ore l’esercito di Haftar avanza verso Misurata, probabilmente per rompere l’asse militare Tripoli-Misurata, attaccando quest’ultima per far perdere alla capitale il suo massimo alleato. Il generale sta agendo in fretta, prima che gli strateghi turchi prendano il controllo delle operazioni a Tripoli. Gli scenari non sono facilmente prevedibili. O Misurata cadrà e Haftar avrà la possibilità di arrivare a Tripoli o avremo una energica risposta turca con un enorme bagno di sangue.  In questo caso la guerra che si gioca (anche) per procura assumerebbe sempre più le sembianze del conflitto siriano, con la Turchia da un lato, la Russia dall’altro e con il gioco sporco di alcuni paesi del Golfo. C’è un’altra similitudine con la Siria: la Russia e la Turchia, grazie ai loro interessi economici comuni (come il TurkStream) potrebbero continuare a tentare un’intesa. Tuttavia, come già accaduto, gli interessi di Haftar e dei suoi alleati del Golfo potrebbero prevalere. Inoltre, il caos prodotto potrebbe favorire la presenza di jihadisti che, si sa, si muovono alla ricerca di teatri instabili in cui trovare spazio per creare ulteriore destabilizzazione, funzionale alla loro espansione. Molti combattenti sarebbero giunti in Libia dalla Siria e molti erano già presenti nel sud libico in cui si erano riparati dopo la sconfitta subita a Sirte nel 2016. Anche la presenza di jihadisti sul terreno ci riporta, in qualche modo, seppure con le dovute differenziazioni, al teatro siriano. Per quanto concerne il fattore “pericolo”, ogni guerra è una storia a sé ed è un pericolo tout court ma, per l’Italia, avere un conflitto di tale portata alle porte di casa non è certo rassicurante.

Parliamo di due attori assolutamente fondamentali nello scenario libico:il Qatar e l’Arabia Saudita. Loro non hanno, ovviamente, problemi di petrolio. Cosa vanno cercando in Libia?

Partiamo, intanto, da una evidenza. Il Qatar supporta Serraj, assieme alla Turchia, mentre i Sauditi e, soprattutto, gli Emirati arabi unti armano Haftar. C’è una spaccatura nei paesi del Golfo ed è dettata da vari interessi che, naturalmente, hanno poco a che vedere col petrolio visto che si tratta di paesi produttori. In primo luogogli interessi sono di tipo geopolitico: per gli Emirati e l’Arabia saudita è vitale frenare l’avanzata dei Fratelli musulmani che si trovano nell’ovest. Per i sauditi, in particolare, è fondamentale espandere in Libia la corrente madkhalita (una corrente di stampo salafita ultraconservatrice fondata dallo sceicco saudita, Rabi al-Madkhali, al soldo della casa reale saudita) in opposizione alla fratellanza musulmana. Anche per questo Riad sostiene il generale. Per gli Emirati, inoltre, l’idea europea secondo cui il conflitto libico deve essere risolto sul piano diplomatico e non militare non è accettabile. Da qui l’evidente impegno di Abu Dhabi nel non far mancare armi ad Haftar. Dall’altra parte c’è il Qatar che è stato uno dei principali sostenitori delle rivolte anti-gheddafiane. I motivi per cui Doha è vicina all’asse Tripoli-Ankara, sono di natura interna al Consiglio di cooperazione del Golfo in cui vi è stata una più di una “rottura” tra il Qatar e gli altri componenti, soprattutto da quando alla guida del paese c’è Tamim bin Hamad al-Thani, che ha costretto il padre ad abdicare, mostrando un atteggiamento assai più spregiudicato del predecessore. Da qui il sostegno ai Fratelli musulmani ma anche ad alcuni gruppi della galassia estremista per fare da contrappeso all’influenza degli ex alleati del Golfo, Emirati e Sauditi in primis.

Guardiamo a Macron. In Libia si sta dimostrando, forse non tanto paradossalmente, un sovranista assai duro. Qual è il vero obiettivo di Macron?Nello scenario estero la Libia è stata la massima espressione della politica ipernazionalista di Macron. Il presidente francese sostiene apertamente il generale Haftar per perseguire i suoi interessi in termini energetici ed egemonici, spesso in totale contrapposizione alla linea europea e dell’Onu. Per ben due volte ha convocato in via del tutto unilaterale delle conferenze sulla Libia invitando Haftar e Serraj e avvertendo solo a giochi fatti i membri dell’Unione europea, Italia in primis. Pochi giorni fa laFrancia si è rifiutata di votare una risoluzione europea, sostenuta anche dagli Stati uniti, che condannava il blocco della produzione del petrolio da parte di Haftar.Non servono ulteriori esempi per dire che Macron, nonostante la sua presenza a Berlino, sostenga solo ed esclusivamente Haftar e non abbia alcuna intenzione di scendere a patti con gli altri membri dell’Unione europea per una linea più inclusiva. Dirò di più: il presidente francese in questo momento, per quanto concerne la Libia, è l’elemento disgregante dell’Ue.

Erdogan e Putin, il neo Califfo e il nuovo zar, stanno giocando una partita parallela. Anzi, per usare un termine “antico”, stanno realizzando una convergenza parallela. Per entrambi il gioco è estendere la sfera di influenza a discapito della UE e degli USA. MA siamo sicuri che questo legame sia inossidabile?

Non ci sono legami inossidabili in un mondo in cui ogni Stato persegue solo ed esclusivamente il proprio interesse nazionale. Al massimo ci sono “alleanze a geometria variabile” tarate su singoli interessi comuni. E’ il caso di Russia e Turchia che in Libia (come in Siria) hanno tentato di trovare un accordo non per il bene dei libici ma perché hanno interessi che vanno ben oltre la ex Jamahiriya. In ballo non c’è solo l’affare miliardario della vendita alla Turchia da parte della Russia di sistemi missilistici S-400 ma anche questioni energetiche come il già ricordato progetto del TurkStream, il gasdotto che consentirà alle forniture russe di arrivare direttamente in Turchia attraverso il Mar Nero. La Russia è il secondo partner economico di Ankara, che nel 2018 ha visto aumentare le sue esportazioni verso Mosca del 50% rispetto agli anni precedenti. Non servono altre parole per spiegare quanti siano gli interessi in ballo e di quale portata. Anche se l’accordo per un cessate il fuoco in Libia, predisposto da Ankara e Mosca, ha avuto vita breve non credo che l’alleanza funzionale tra i due ne potrà risentire. Allo stesso modo, come ci ha dimostrato Berlino, questi player sono riusciti a marginalizzare un’Ue incapace di parlare con una sola voce e gli Stati uniti disinteressati al dossier libico. L’unico rischio che la Russia potrebbe correre nel quadrante libico è quello di essere marginalizzata dagli Emirati, i veri sostenitori di Haftar in questa sua avanzata.

Parliamo di due attori in cerca di autore. UE e Italia. per loro, dopo Berlino, il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?

Anche in questo caso devo dire che il bicchiere è rotto. Berlino è stata la cartina al tornasole dell’inconsistenza della politica italiana in Libia e nell’Ue. I nostri sforzi diplomatici, seppure tardivi, non sono stati premiati dall’Unione che ci ha relegati in seconda fila (in tutti i sensi). Tuttavia la stessa Europa si è dimostrata totalmente incapace di mediare una soluzione per la Libia, seppure avesse al tavolo i principali player qui coinvolti (Russia, Turchia, Emirati etc.).  La verità è che se l’Italia vuole avere una voce in Europa deve averla prima in Libia ma per ora tace. Tuttavia abbiamo ancora un buon capitale di fiducia con alcuni gruppi libici, al di là di Haftar e Serraj. Una fiducia sviluppata negli anni ma che si sta inesorabilmente affievolendo. Solo riaprendo a un dialogo con gli attori locali che conosciamo meglio di chiunque altro possiamo sperare di ritagliarci di nuovo un posto in Libia e, magari, di riflesso, anche in Europa.

E gli USA di Trump non hanno dire nulla?

Agli Usa non importa molto della Libia e agiscono di conseguenza. Hanno inviato a Berlino il segretario di Stato Mike Pompeo più per protocollo che per reale convinzione. L’ambasciata americana in Libia ha emanato un comunicato di condanna per la chiusura delle strutture petrolifere da parte di Haftar (peraltro su twitter) più per dovere che per reale convinzione.  E’ tuttavia evidente che, seppure a distanza, gli Usa tifino per Haftar poiché i suoi sponsor del Golfo sono i principali partner commerciali americani, specie per la vendita di armi.

Qual è secondo lei la via per stabilizzare la polveriera libica? 

Purtroppo non esiste una soluzione diplomatica in uno Stato in guerra. Esistono varie opzioni militari che, però, dovrebbero essere realizzate sotto egida europea o, meglio, delle Nazioni unite ma queste troverebbero l’ostracismo di molti Stati, tra cui ad esempio la Francia che vuole una vittoria tout court di Haftar. Dunque anche l’opzione militare appare lontana. Credo che, purtroppo, il destino della Libia, per lo meno per ora, sia segnato: una “instabilità controllata”con momenti di tensione più o meno intensi tra gli attori locali e i loro sponsor internazionali. E’ questa, per ora, l’unica soluzione win win per le grandi potenze regionali ma, purtroppo, non per il popolo libico.