“Il populismo mette in crisi lo Stato Sociale”. Intervista a Tito Boeri

La “ricetta” politica del populismo europeo, oltre ad essere una risposta sbagliata ai problemi dell’Europa, mette in crisi quella, che è tra le più  importanti, conquista sociale della modernità: il Welfare State. E’ la tesi del libro (“Populismo e Stato Sociale” Editori Laterza), appena uscito nelle librerie, dell’economista, Presidente dell’INPS, Tito Boeri. Ne parliamo, in questa intervista, con l’autore.

Professor Boeri, nel suo saggio analizza il pericolo del populismo in Europa. Lei pensa che anche dopo le elezioni di Francia, Olanda e  la vittoria, stando ai sondaggi, di Angela Merkel a quelle tedesche, il populismo costituisca ancora un pericolo per l’Europa?

Assolutamente si, la vittoria di Macron non deve far passare in secondo piano il fatto che anche al primo turno delle presidenziali francesi i partiti populisti hanno raccolto più del 40 % dei voti così come anche in Germania dove ci sono forti pulsioni in quel verso.

Non bisogna dimenticare che i populisti agiscono sulla partecipazione e il secondo turno delle presidenziali francesi, infatti, credo abbia toccato il livello più basso di partecipazione al voto della storia repubblicana. Quindi c’è un problema di disagio diffuso da cui possono fare spunto pulsioni di questo tipo.

Qual è la caratteristica più pericolosa del populismo europeo?

Credo che nel dare una lettura semplificata dei problemi tende, di fatto, ad allontanarne la soluzione, alla fine finisce per penalizzare gran parte delle persone che lo sostengono. Infatti quando li abbiamo visti alla prova (i partiti populisti) hanno fatto delle politiche che, se non nell’immediato, si sono riversate contro i ceti popolari (le persone a maggior rischio di vulnerabilità sociale).

La globalizzazione ha creato, certamente, opportunità ma ha fatto tante vittime a cominciare dal ceto medio basso. Insomma c’è un bisogno di sicurezza che porta acqua al mulino della propaganda populista. Come rispondere a questo bisogno?

Ci sono due fattori alla base del successo dei populisti: da una parte come diceva lei il disagio legato a queste sfide strutturali che provengono dalla globalizzazione: il progresso tecnologico che pongono sfide strutturali di protezione sociale a cui i nostri sistemi di protezione non sono in grado di dare delle risposte; dall’altro un problema legato alle classi dirigenti, le persone infatti da una parte sentono che non sono protette, dall’altra ritengono che le persone che potrebbero trovare i correttivi per migliorare i sistemi di protezione sociale sono corrotte e incapaci di gestire questo cambiamento. Per cui preferiscono rivolgersi a degli sconosciuti, che sono fuori dalla classe dirigente, che si presentano come figure nuove e le persone, a tal punto che, sfiduciate dalla classe dirigente, vogliono punire in tutti i modi la classe dirigente. La risposta quindi sta nel dare una risposta ai quesiti che stanno alla base dei populismi piuttosto che inseguire nelle loro posizioni, evitare di replicare perché loro saranno sempre più credibili sia come outsider che come persone che prendono una linea dura su diverse cose. Infatti la loro propaganda non ha mediazione, rifiutano la logica dei pro e dei contro e quindi è molto difficile seguirli nel loro terreno. La cosa fondamentale, quindi, è dare risposte ai problemi che stanno alle base dei disagi, questo è l’unico modo per essere efficaci.

Lei, nel suo libro, ha smascherato quello che è il vero pericolo insito nel populismo: ovvero la messa in crisi del welfare state europeo. Perché la “ricetta” populista mette in crisi lo Stato Sociale?

Perché di fatto mina alle fondamenta di molti aspetti che sono cruciali nel funzionamento del sistema di protezione sociale, il primo è quello di avere dei regimi, per esempio previdenziali, che comunque sono molto importanti nel sistema di protezione sociale che devono essere sostenibili. La propaganda populista sostiene che: ad esempio, c’è un pasto gratis tende a dire che bisogna abbassare i contributi e aumentare la generosità delle persone, e questo porta alla disgregazione di questo patto sociale. In secondo luogo perché chiudere le frontiere è qualcosa che può essere molto dannoso nella realtà a lungo andare, infatti come riportato nel rapporto annuale dell’ Inps, se non alimentiamo un flusso crescente di contribuenti di fronte all’invecchiamento della popolazione e al calo delle nascite abbiamo un problema molto serio di sostenibilità.

Immigrazione, è il punto debole dell’Europa: tante belle parole e pochi fatti. Come spiega questa assurda cecità europea?

Io non sono un commentatore politico, non è facile effettivamente coordinarsi tra paesi diversi nel gestire un problema comune, c’è sempre la tentazione da parte dei paesi che non sono periferici di scaricare su quelli che li sono il costo. È chiaro che c’è un problema che va affrontato trovando dei correttivi tra cui il fatto di prevedere delle forme di scambio tra i vari paesi con delle quote, credo, comunque, che anche l’Italia da sola possa gestire meglio questo fenomeno.

Lei fa una proposta molto interessante: quella del codice di protezione sociale che valga per tutti i paesi dell’Ue. Può spiegarci meglio la sua idea?

Significa, semplicemente, assicurare che il principio della libera circolazione dei lavoratori nell’ambito dell’Unione Europea  venga rispettato e che i lavoratori si possono spostare all’interno dell’ Europa senza avere dei costi di portabilità dei diritti a livello sociale; al tempo stesso è un modo anche per impedire che ci siano abusi, per cui persone che percepiscono sussidi in un paese e lavorano in un altro. La proposta si può fare sul piano meramente amministrativo senza revisione dei trattati o consensi che a livello europeo sono molto difficili da trovare, ma semplicemente un coordinamento più forte tra le varie amministrazioni della protezione sociale a livello europeo, in altre parole questo vuol dire che quando c’è un lavoratore che arriva in un paese europeo di un’altra nazionalità e cittadino dell’unione, l’amministrazione che deve guardare al suo caso è in grado di risalire, in tempo reale, alla posizione assicurativa della persona accumulata in altri paesi. Questo consente un miglior monitoraggio dei flussi migratori all’interno dell’Unione. Il “codice di protezione sociale europeo” può diventare anche un fattore identitario, un modo di acquisire nei fatti la cittadinanza europea da parte di chi regolarmente contribuisce a finanziare lo stato sociale dei singoli paesi.

“Sta arrivando una nuova destra, e questo dibattito a sinistra è la certificazione di un fallimento”. Intervista ad Alessandro De Angelis

Alessandro De Angelis

Appena gli domandi se tra Renzi e Pisapia il dialogo è possibile, Alessandro De Angelis è tranchant: “Ma dai, tutte queste chiacchiere ‘coalizione sì, coalizione no, coalizione forse’, fiumi di inchiostro per una storia che sta diventando marginale. Il problema è ben altro. Sta arrivando una nuova destra, e il dibattito a sinistra è solo la certificazione di un fallimento”. Firma di punta dell’HuffPost, Alessandro De Angelis segue con attenzione tutto ciò che è politica: “Perché ti sorprendi se dico che l’uscita è a destra”?

Cioè tu pensi che il Pd…

Ti fermo subito. Anzi, ti rigiro la domanda: mi dici quale messaggio hanno ricevuto gli italiani da Renzi dopo il 4 dicembre? Te lo dico io: nessuno. È mancata l’elaborazione del lutto, l’analisi della sconfitta e delle sue ragioni, ravvisabili evidentemente nelle politiche del suo governo e nel modo in cui ha interpretato la leadership.

Ha provato ad andare al voto.

Appunto, la fretta non è un programma politico. Non una idea di paese, non una discussione su un progetto, solo l’idea ossessiva di una rivincita per recuperare il potere perduto. Ed è arrivata la botta delle amministrative, segno che il rapporto tra Pd e paese è seriamente compromesso.

A Milano Renzi ha rilanciato sull’idea del Lingotto.

Quello nato al Lingotto era un partito inclusivo, che teneva assieme, o almeno ci provava, i lavoratori “ma anche” l’impresa, i cattolici ma anche i laici, etc, ma all’interno di un campo: il campo della sinistra di governo. Con Renzi in questi anni si compia la mutazione genetica del Pd: l’uscita dal campo. Un partito che sceglie la rottura a sinistra, nell’illusione di conquistare il voto moderato, e che accentua i tratti personalistici e leaderistici. Insomma, e a Milano si è capito bene, il Pd è destinato a diventare una “lista Renzi” che punta al centro e dopo il voto, se ci sono le condizioni, punta ad allearsi con Forza Italia.

E non dialogherà mai con Pisapia?

Ma quale dialogo… Ormai è irrealistico che Pisapia si smarchi da Bersani. La piazza di Santi Apostoli ha messo un punto fermo su questo. Ma la verità è che tutta la sinistra, avanti così è destinata alla sconfitta. Delle responsabilità di Renzi abbiamo parlato, ma se vogliamo andare a fondo, dobbiamo anche dire che Renzi è stato l’imprenditore politico di una crisi già in atto della sinistra. Non è che prima c’era l’età dell’oro. Vedo che si parla con nostalgia dell’Ulivo o del Pd che, di fronte al crollo del berlusconismo si affida ai tecnici favorendo l’esplosione dei Cinque Stelle e potrei continuare. In sintesi, il ciclo politico renziano si sta per chiudere, anche se magari Renzi non se ne rende conto, ma questo coinciderà, come frutto degli errori di questi anni, temo, con la sconfitta della sinistra nel suo insieme. Dunque, a ben vedere, il problema è ben più grande di Renzi.

Quale sarebbe secondo te il problema?

Non vedo consapevolezza del declino italiano, proposte, idea di paese. Vedo però che c’è un popolo di centrodestra che spinge verso il governo una classe politica neanche tanto brillante. Guarda che il risultato delle amministrative è indicativo. Attenzione: non è la destra liberista di Berlusconi e la Lega non è quella di Bossi. Si intravede una nuova destra, capace di coniugare sovranismo e capitalismo, e che propone una gestione securitaria dell’immigrazione. Non so chi sarà il leader ma il vento soffia in quella direzione.

Berlusconi però sembra muoversi su una prospettiva diversa. Chiede un centrodestra moderato per fare le larghe intese dopo?

Berlusconi è Berlusconi. È sempre quello che votò il governo per tirarlo giù dopo la decadenza urlando al colpo di Stato o che vota Napolitano per poi dargli del golpista. Berlusconi è moderato o estremista a seconda di come gli conviene a tutela dei suoi interessi. Oggi li tutela appoggiando di fatto Gentiloni, ma se sente odore di vittoria cambia schema in tre minuti.

IO E LEI. Una donna nell’oscurità della sclerosi multipla. INTERVISTA A FIAMMA SATTA

Nel mondo si contano circa 2,5-3 milioni di persone con SM, di cui 600.000 in Europa e circa 114.000 in Italia. E’ una malattia grave, altamente invalidante, la scienza ha fatto progressi per combatterla. Ma siamo ancora lontani dalla cura definitiva. I malati di SM fanno i conti ogni giorno con le grandi difficoltà quotidiane create dalla malattia. Non mancano, però, bellissime testimonianze di resistenza alla malattia. Quella che vi proponiamo oggi, in questa intervista, è la testimonianza di Fiamma Satta. Fiamma Satta è una giornalista romana, voce storica di Radio 2. Per oltre vent’anni è stata autrice e interprete, con Fabio Visca, della serie quotidiana “Fabio & Fiamma”. Il 1993 è l’anno in cui le viene diagnosticata la sclerosi multipla, che però non ha fermato le sue passioni: prima di questo ha scritto quattro libri, ha collaborato con Vanity Fair e dal 2009 firma, sulla Gazzetta, il blog “Diversamente aff-abile, diario di un’invalida leggermente arrabbiata“.  L’ultimo suo libro, IO E LEI. Confessioni della sclerosi multipla (Ed. Mondadori, pag. 134), sta avendo un grande successo e sta facendo discutere per la sua originalità. Ne parliamo con l’autrice.

copertina libro Fiamma Satta

Fiamma, devo confessarti che ho trovato geniale il libro. Il titolo trae, volutamente, in inganno. La voce narrante è la Sclerosi Multipla. IO E LEI, la Sclerosi Multipla, che ha vissuto anni, come scrivi nel romanzo, nell’ “oscurità più profonda” della donna in cui alberga, definita dalla malattia la “Miagentileospite”, che sei tu. Nel libro la SM afferma che solo pronunciare il suo nome mette paura. È stata questa la tua reazione nel “reale”? 

Fiamma Satta: Credo che sia la reazione di chiunque. La SM incute paura a tutti, malati e non, come ogni altra grave malattia cronica invalidante e degenerativa.

La SM è dissacrante, irascibile, sadica (prova orgasmi multipli quando  ti terrorizza con momenti di sofferenza, ovvero quando prosegue  nella demielinizzazione delle fibre nervose). Spara a zero su tutto e tutti. Su di te è spietata, “piccola decerebrata”, e sui lettori non è da meno, definiti “uditorio miserrimo” (dice anche di peggio per la verità). Il tutto condito da una grande dose di ironia e auto ironia. Questa potenza dissacrante rappresenta, non so se ho colto bene, anche i tuoi momenti di rabbia nei confronti della malattia? 

Fiamma Satta: Probabilmente nella costruzione del personaggio della voce narrante, la SM, ho intercettato le mie zone più scure, tra le quali è presente anche la rabbia.

Eppure questa potenza inesorabile, in preda a deliri di onnipotenza, conosce i suoi lati di fragilità. E questi sono rappresentati anche dalle tue vittorie sul piano fisico. Cioè quando ancora dimostri la tua autonomia. Però la sua rabbia esplode quando la tua autonomia diventa psicologica, mentale, ovvero quando affermi il tuo diritto a vivere. È così?

Fiamma Satta: Sì. L’acquisizione di autonomia, fisica o mentale, è indigeribile per la SM.

Nel tuo racconto, immerse nella narrazione della sclerosi, offri indirettamente anche qualche consiglio ai malati. Qual è il più importante?

Fiamma Satta: Concludere prima possibile il percorso dell’accettazione della malattia, tenere presente che anche per chi gravita intorno al malato non è facile accettarla e condividerla, e fare sempre e comunque fisioterapia.

 La voce narrante, la SM, non ha grande stima dei tuoi amori maschili. Nel reale è stato difficile l’amore?

Fiamma Satta: Il libro è un romanzo d’amore vagamente biografico e racconta la difficoltà per una coppia di tener saldo il timone in caso di tempesta.

Cosa ti ha “donato” la Sclerosi?

Fiamma Satta: La SM, come ogni altra malattia grave, è una forma di conoscenza e quindi un’opportunità di conoscere il mondo e se stessi.

Cos’è, alla fine per te, la Sclerosi Multipla? Una lente d’ingrandimento sui limiti della società italiana?

Fiamma Satta: Certamente è anche uno strumento di indagine sulla scarsissima attenzione al prossimo, soprattutto quello in difficoltà, che c’è nel nostro paese.

Ultima domanda: Il libro sta avendo grande accoglienza e sono state molte le presentazioni in giro per l’Italia. Un libro, come ha scritto Giampiero Mughini, che fa sentire “piccoli” di fronte alla potenza della tua testimonianza. Hai ricevuto lettere dai lettori o da qualche lettore malato di sclerosi? Se sì, cosa ti hanno scritto?

Fiamma Satta: Ricevo in continuazione, attraverso i social, lettere e messaggi dai sempre più numerosi lettori appassionati di IO E LEI. Molti di loro sono essi stessi malati di SM, che mi ringraziano di averlo scritto, di aver individuato temi universali, di aver descritto così approfonditamente la malattia e di aver dato loro e a chi gli sta vicino l’opportunità di comprenderla e accettarla.

 

“Il Sindacato ha le sue grandi stagioni quando è profezia”. Un testo di Papa Francesco

Papa Francesco

Pubblichiamo il testo integrale del discorso, tenuto questa mattina in

Vaticano, ai delegati della Cisl in occasione del loro Congresso Nazionale.

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

AI DELEGATI DELLA CONFEDERAZIONE ITALIANA SINDACATI LAVORATORI (CISL)

Aula Paolo VI

Mercoledì, 28 giugno 2017

 

Cari fratelli e sorelle,

vi do il benvenuto in occasione del vostro Congresso, e ringrazio la Segretaria Generale per la sua presentazione.

Avete scelto un motto molto bello per questo Congresso: “Per la persona, per il lavoro”. Persona e lavoro sono due parole che possono e devono stare insieme. Perché se pensiamo e diciamo il lavoro senza la persona, il lavoro finisce per diventare qualcosa di disumano, che dimenticando le persone dimentica e smarrisce sé stesso. Ma se pensiamo la persona senza lavoro, diciamo qualcosa di parziale, di incompleto, perché la persona si realizza in pienezza quando diventa lavoratore, lavoratrice; perché l’individuo si fa persona quando si apre agli altri, alla vita sociale, quando fiorisce nel lavoro. La persona fiorisce nel lavoro. Il lavoro è la forma più comune di cooperazione che l’umanità abbia generato nella sua storia. Ogni giorno milioni di persone cooperano semplicemente lavorando: educando i nostri bambini, azionando apparecchi meccanici, sbrigando pratiche in un ufficio… Il lavoro è una forma di amore civile: non è un amore romantico né sempre intenzionale, ma è un amore vero, autentico, che ci fa vivere e porta avanti il mondo.

Certo, la persona non è solo lavoro… Dobbiamo pensare anche alla sana cultura dell’ozio, di saper riposare. Questo non è pigrizia, è un bisogno umano. Quando domando a un uomo, a una donna che ha due, tre bambini: “Ma, mi dica, lei gioca con i suoi figli? Ha questo ‘ozio’?” – “Eh, sa, quando io vado al lavoro, loro ancora dormono, e quando torno, sono già a letto”. Questo è disumano. Per questo, insieme con il lavoro deve andare anche l’altra cultura. Perché la persona non è solo lavoro, perché non sempre lavoriamo, e non sempre dobbiamo lavorare. Da bambini non si lavora, e non si deve lavorare. Non lavoriamo quando siamo malati, non lavoriamo da vecchi. Ci sono molte persone che ancora non lavorano, o che non lavorano più. Tutto questo è vero e conosciuto, ma va ricordato anche oggi, quando ci sono nel mondo ancora troppi bambini e ragazzi che lavorano e non studiano, mentre lo studio è il solo “lavoro” buono dei bambini e dei ragazzi.

E quando non sempre e non a tutti è riconosciuto il diritto a una giusta pensione – giusta perché né troppo povera né troppo ricca: le “pensioni d’oro” sono un’offesa al lavoro non meno grave delle pensioni troppo povere, perché fanno sì che le diseguaglianze del tempo del lavoro diventino perenni. O quando un lavoratore si ammala e viene scartato anche dal mondo del lavoro in nome dell’efficienza – e invece se una persona malata riesce, nei suoi limiti, ancora a lavorare, il lavoro svolge anche una funzione terapeutica: a volte si guarisce lavorando con gli altri, insieme agli altri, per gli altri.

E’ una società stolta e miope quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e obbliga una intera generazione di giovani a non lavorare quando dovrebbero farlo per loro e per tutti. Quando i giovani sono fuori dal mondo del lavoro, alle imprese mancano energia, entusiasmo, innovazione, gioia di vivere, che sono preziosi beni comuni che rendono migliore la vita economica e la pubblica felicità. È allora urgente un nuovo patto sociale umano, un nuovo patto sociale per il lavoro, che riduca le ore di lavoro di chi è nell’ultima stagione lavorativa, per creare lavoro per i giovani che hanno il diritto-dovere di lavorare. Il dono del lavoro è il primo dono dei padri e delle madri ai figli e alle figlie, è il primo patrimonio di una società. È la prima dote con cui li aiutiamo a spiccare il loro volo libero della vita adulta.

Vorrei sottolineare due sfide epocali che oggi il movimento sindacale deve affrontare e vincere se vuole continuare a svolgere il suo ruolo essenziale per il bene comune.

La prima è la profezia, e riguarda la natura stessa del sindacato, la sua vocazione più vera. Il sindacato è espressione del profilo profetico della società. Il sindacato nasce e rinasce tutte le volte che, come i profeti biblici, dà voce a chi non ce l’ha, denuncia il povero “venduto per un paio di sandali” (cfr Amos 2,6), smaschera i potenti che calpestano i diritti dei lavoratori più fragili, difende la causa dello straniero, degli ultimi, degli “scarti”. Come dimostra anche la grande tradizione della CISL, il movimento sindacale ha le sue grandi stagioni quando è profezia. Ma nelle nostre società capitalistiche avanzate il sindacato rischia di smarrire questa sua natura profetica, e diventare troppo simile alle istituzioni e ai poteri che invece dovrebbe criticare. Il sindacato col passare del tempo ha finito per somigliare troppo alla politica, o meglio, ai partiti politici, al loro linguaggio, al loro stile. E invece, se manca questa tipica e diversa dimensione, anche l’azione dentro le imprese perde forza ed efficacia. Questa è la profezia.

Seconda sfida: l’innovazione. I profeti sono delle sentinelle, che vigilano nel loro posto di vedetta. Anche il sindacato deve vigilare sulle mura della città del lavoro, come sentinella che guarda e protegge chi è dentro la città del lavoro, ma che guarda e protegge anche chi è fuori delle mura. Il sindacato non svolge la sua funzione essenziale di innovazione sociale se vigila soltanto su coloro che sono dentro, se protegge solo i diritti di chi lavora già o è in pensione. Questo va fatto, ma è metà del vostro lavoro. La vostra vocazione è anche proteggere chi i diritti non li ha ancora, gli esclusi dal lavoro che sono esclusi anche dai diritti e dalla democrazia.

Il capitalismo del nostro tempo non comprende il valore del sindacato, perché ha dimenticato la natura sociale dell’economia, dell’impresa. Questo è uno dei peccati più grossi. Economia di mercato: no. Diciamo economia sociale di mercato, come ci ha insegnato San Giovanni Paolo II: economia sociale di mercato. L’economia ha dimenticato la natura sociale che ha come vocazione, la natura sociale dell’impresa, della vita, dei legami e dei patti. Ma forse la nostra società non capisce il sindacato anche perché non lo vede abbastanza lottare nei luoghi dei “diritti del non ancora”: nelle periferie esistenziali, tra gli scartati del lavoro.

Pensiamo al 40% dei giovani da 25 anni in giù, che non hanno lavoro. Qui. In Italia. E voi dovete lottare lì! Sono periferie esistenziali. Non lo vede lottare tra gli immigrati, i poveri, che sono sotto le mura della città; oppure non lo capisce semplicemente perché a volte – ma succede in ogni famiglia – la corruzione è entrata nel cuore di alcuni sindacalisti. Non lasciatevi bloccare da questo. So che vi state impegnando già da tempo nelle direzioni giuste, specialmente con i migranti, con i giovani e con le donne. E questo che dico potrebbe sembrare superato, ma nel mondo del lavoro la donna è ancora di seconda classe. Voi potreste dire: “No, ma c’è quell’imprenditrice, quell’altra…”. Sì, ma la donna guadagna di meno, è più facilmente sfruttata… Fate qualcosa. Vi incoraggio a continuare e, se possibile, a fare di più. Abitare le periferie può diventare una strategia di azione, una priorità del sindacato di oggi e di domani. Non c’è una buona società senza un buon sindacato, e non c’è un sindacato buono che non rinasca ogni giorno nelle periferie, che non trasformi le pietre scartate dell’economia in pietre angolari.

Sindacato è una bella parola che proviene dal greco “dike”, cioè giustizia, e “syn, insieme: syn-dike,“giustizia insieme”. Non c’è giustizia insieme se non è insieme agli esclusi di oggi.

Vi ringrazio per questo incontro, vi benedico, benedico il vostro lavoro e auguro ogni bene per il vostro Congresso e il vostro lavoro quotidiano. E quando noi nella Chiesa facciamo una missione, in una parrocchia, per esempio, il vescovo dice: “Facciamo la missione perché tutta la parrocchia si converta, cioè faccia un passo in meglio”. Anche voi “convertitevi”: fate un passo in meglio nel vostro lavoro, che sia migliore. Grazie!

E adesso, vi chiedo di pregare per me, perché anch’io devo convertirmi, nel mio lavoro: ogni giorno devo fare meglio per aiutare e fare la mia vocazione. Pregate per me e vorrei darvi la benedizione del Signore.

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Doveva morire, Il caso Pantani. Un libro di Chiarelettere

Gli ultimi giorni di Marco Pantani

Le inchieste sulla morte

Le clamorose rivelazioni di Vallanzasca

La camorra e le scommesse clandestine

Le ombre, i misteri

La verità indicibile dietro un suicidio troppo imperfetto

 

Giovanni Falcone disse: “Prima ti delegittimano, poi ti isolano e poi ti ammazzano”.

Ecco, forse anche con Pantani è andata così.

Una morte da rockstar e il caso è chiuso. Ma qui non siamo a Los Angeles, siamo nel paese dei misteri irrisolti, dei depistaggi e delle doppie verità. State per leggere un giallo scritto da un criminologo che in un crescendo di suspense e rivelazioni entra nella scena di un suicidio troppo imperfetto per essere vero.

Una storia che deve essere raccontata anche dopo che l’iter processuale ha detto la sua ultima parola. Una storia che ci porta dritti nel territorio di una verità indicibile e clamorosa. Marco Pantani era un fuoriclasse troppo irregolare. La squalifica che lasciò sgomenta l’Italia intera era in realtà una gigantesca truffa ai suoi danni. In un giro di scommesse clandestine la criminalità

organizzata aveva puntato cifre folli sulla sconfitta del Pirata. Gli elementi rilevanti per un criminologo fanno ritenere del tutto improbabile l’ipotesi del suicidio. Allora il caso non può essere chiuso.

L’autore chiede l’intervento della Commissione parlamentare antimafia, forse è l’unica strada per stabilire una verità che rischia ancora di far saltare troppi intoccabili. L’ultima strada per rendere giustizia a un uomo fragile e a un grande campione.

L’AUTORE

Luca Steffenoni è un criminologo che lavora come consulente per diversi tribunali. Da anni segue i grandi gialli italiani unendo le sue competenze professionali all’attività di scrittore e narratore. È stato redattore della rivista “Delitti & Misteri” ed è autore di vari libri, tra i quali ricordiamo: “Presunto colpevole” (Chiarelettere 2009) e “I 50 delitti che hanno cambiato l’Italia” (Newton Compton 2016). Come criminologo è spesso ospite di trasmissioni televisive e radiofoniche.

Per gentile concessione dell’Editore pubblichiamo un estratto  del volume

QUESTO LIBRO

Sembra un segno del destino che l’ultima pagina di questo libro venga scritta nel giorno in cui il mondo del ciclismo si raduna ad Alghero per onorare la centesima edizione del Giro d’Italia. La corsa parte con mestizia, nel ricordo di Michele Scarponi, morto il 22 aprile in un drammatico impatto mentre si allenava sulle strade di casa. Mi piace immaginare un Pantani di mezza età capace di trovare le parole giuste per spiegare il senso di questo sport che sta diventando sempre più estremo e pericoloso. Forse polemizzerebbe da uno studio televisivo, probabilmente avrebbe attinto a quella tremenda immagine di «torrida tristezza» alla quale fa riferimento in una sua lettera. Chissà. È tempo di lasciare questo lavoro al giudizio dei lettori. Per un criminologo la storia del ciclista di Cesenatico è essenzialmente ricerca della verità sulla sua tragica fine. Se l’esperienza professionale può aiutare a capire cosa sia successo a Rimini quel 14 febbraio 2004, diventa difficile esimersi dall’esprimere una posizione personale sul «caso Pantani», provando a dare risposta ai tanti enigmi lasciati aperti.

 A Madonna di Campiglio, nel giugno del 1999, è stata commessa una frode sportiva ai danni di Marco Pantani a opera di esponenti dei clan camorristici interessati al ricco mercato delle scommesse clandestine?

La ricostruzione effettuata dai giudici del Tribunale di Forlì fornisce una risposta affermativa, pur vincolata al tempo trascorso da quel giorno e all’impossibilità di esplorare le connivenze, che tuttavia debbono esserci state, tra l’ambiente del ciclismo professionistico e la malavita organizzata.

Posata questa prima pietra sul terreno della verità, diventa fondamentale capire se Pantani, a più di quattro anni da quell’episodio e molto prima che emergessero i contorni di quella immensa truffa, potesse rappresentare un pericolo o un semplice fastidio per la camorra o per chi, all’interno del mondo sportivo, aveva permesso che tale truffa si realizzasse o l’aveva addirittura promossa e sostenuta. Qualcuno che avrebbe voluto zittire per sempre la voce di quel campione polemico e fin troppo tenace.

La risposta in questo caso è molto più difficile. Si tratta di un’ipotesi che forse non è mai stata scandagliata dagli inquirenti, nemmeno durante l’inchiesta del 2014, inevitabilmente influenzata dalla convinzione che dieci anni prima i colleghi della Procura di Rimini avessero agito nella maniera corretta e che quello avvenuto nella camera del residence Le Rose fosse un banale suicidio. L’opinione dell’autore è che su questo movente non sia possibile far luce mediante il percorso giudiziario tradizionale ma sia  necessario l’intervento della Commissione parlamentare antimafia, la sola in grado di collegare le tessere del grande puzzle delle attività criminali che si muovevano tra sport e scommesse clandestine a cavallo del nuovo millennio. Date le premesse, il tema centrale del caso Pantani diventa ovviamente capire se nella stanza D5 si sia consumato un omicidio o un suicidio. Ancora una volta realtà processuale e punto di vista di chi scrive divergono. Tutti i dati criminologicamente rilevanti concorrono a far ritenere altamente improbabile l’ipotesi di un suicidio. Rilievi autoptici e ambientali, posizione del corpo e presunte modalità di assunzione della dose mortale di cocaina erodono la versione ufficiale e rendono poco credibile la tesi che Marco Pantani abbia voluto togliersi la vita. L’anamnesi stessa, ovvero la storia personale del campione, unita a un’indagine sulla sua personalità e sugli accadimenti immediatamente precedenti a quel14 febbraio 2004, porta a escludere che si sia trattato di suicidio.

Eppure l’inchiesta del 2004 fotografa una realtà diversa. Possibile che sia stata fatta male, chiusa in modo frettoloso o addirittura in odore di complotto, come molti sospettano? Niente di tutto questo. Le indagini, compatibilmente con la cultura investigativa del periodo, sono state effettuate in maniera corretta.

Confondendo la realtà con la finzione cinematografica si è gridato allo scandalo per la carenza di un’approfondita indagine scientifica, per la mancata ricerca di tracce biologiche mediante Luminol, o per la carenza di catalogazione delle impronte digitali presenti sulle pareti e sugli oggetti.

Una stanza d’albergo è per sua natura piena di impronte e tracce, a che servirebbe esaminarle? Abbiamo idea di quante manipolazioni ha subito una bottiglia di acqua minerale, dalla fabbrica al trasporto, prima di arrivare sulla mensola della camera D5? Possiamo credere che un assassino professionista, perché di questo si tratterebbe, non utilizzi dei guanti e lasci impronte ovunque? La realtà è che l’indagine svoltasi nel 2004 fu eseguita correttamente. Sono le sue conclusioni a essere discutibili, perché inevitabilmente vincolate ai pochi elementi a suo tempo in mano agli inquirenti.

Per un meccanismo di banale economia giudiziaria, l’indagine sull’omicidio di Marco Pantani non c’è stata.

L’unica pista seguita dagli inquirenti nel 2004, e tenacemente difesa dieci anni dopo, è quella del suicidio.

Tra una tesi scientificamente improbabile come il suicidio e una che può sembrare del tutto fantasiosa come l’omicidio, il sistema giustizia tenderà sempre a preferire la prima.

Pantani forse doveva morire, perché rappresentava una spina nel fianco non solo per chi aveva commesso l’illecito di Madonna di Campiglio, ma anche per i tanti che con la camorra in quegli anni avevano fatto affari.

Proviamo a pensare cosa sarebbe accaduto se un ciclista del calibro di Pantani, a fine carriera, avesse seguito le orme di Danilo Di Luca, mettendo nero su bianco le ipocrisie del sistema antidoping, e denunciando gli interessi economici e gli affari che sovrastano il mondo del ciclismo professionistico. Forse il sistema stesso dietro uno degli sport più popolari sarebbe crollato. Dietrologia? Può darsi. Sarebbe stato comunque interessante se almeno in una delle due inchieste svoltesi a Rimini si fosse contemplata anche questa ipotesi. Purtroppo non è accaduto. Agli inquirenti, a pochi minuti dal ritrovamento del cadavere, è stata fornita una versione suggestiva, e in parte falsa, su chi fosse Pantani e sui presunti motivi di un suicidio. Forse l’immagine romantica e dannata del campione faceva comodo a tanti, sorvolava su chi, tra i personaggi a lui vicini, gli avesse fornito le prime piste di cocaina, e allontanava responsabilità e sensi di colpa di chi non aveva saputo o voluto sostenerlo in vita. Giovanni Falcone diceva: «Prima ti delegittimano, poi ti isolano e poi ti ammazzano». Ecco, forse è andata così.

 

Luca Steffenoni, Il caso Pantani.Doveva morire, ED. Chiarelettere, Milano 2017, Misteri italiani, pp. 160, prezzo: 12 euro