“Il dossier Viganò è un attacco ai fondamenti della Chiesa”. Intervista ad Andrea Tornielli

Il tentato “golpe” contro Francesco esplode come “bomba mediatica” a Dublino, durante la richiesta di perdono alle famiglie delle centinaia di minori e seminaristi abusati dal clero irlandese. È la denuncia dell’arcivescovo Viganò, che coinvolge gli entourage di ben tre Pontefici e che accusa Francesco di aver coperto il cardinale pedofilo McCarrick. Ma la bomba è solo la deflagrazione più forte e recente di una guerra intestina che si combatte fin dal primo giorno di elezione di papa Francesco: una battaglia senza esclusione di colpi tra  gruppi di potere, fra curia vaticana e conferenze episcopali del mondo, fra ultraortodossi e riformatori. Un libro scritto, appena uscito nelle librerie,  da due bravi vaticanisti, Andrea Tornielli e Gianni Valente, dal titolo “Il giorno del giudizio” (Ed. PIEMME, pagg. 288, euro 17, 90) smaschera la grande menzogna del dossier Viganò. Un’inchiesta esclusiva con testimonianze sorprendenti e “gole profonde”. Cosa sta accadendo in Vaticano? Ne parliamo, in questa intervista, con Andrea Tornielli, vaticanista del quotidiano La Stampa e coordinatore del sito “Vatican Insider”.

 Andrea Tornielli, il tuo libro, scritto insieme a Gianni Valente, smaschera il grande inganno che si nasconde dietro il famigerato dossier Viganò. Un documento scritto dall’ex Nunzio apostolico negli Usa,  l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò, per screditare Papa Francesco accusandolo di aver coperto il cardinale americano Theodore Mc Carrick, pedofilo e abusatore sessuale seriale di giovani seminaristi. L’attacco di Viganò al Papa si spinge fino alla richiesta di  dimissioni per papa Francesco. Insomma quello di Viganò è un attacco “demoniaco” alla Chiesa?

Il demonio è il  “Grande accusatoreˮ della Chiesa e lavora quotidianamente per dividerla. Il dossier Viganò e tutta l’operazione politico-mediatica che lo sostiene, arrivando a chiedere l’impeachment del Papa (cosa che non ha precedenti nella storia recente della Chiesa) ha questa caratteristica. Un arcivescovo viola tutti i giuramenti che ha fatto e costruisce un dossier con elementi veri, ricordi labili e veri e propri omissis interessati al solo fine di mettere in stato d’accusa il Successore di Pietro. Mostrando così di non conoscere nemmeno il Codice di Diritto canonico: l’unica condizione perché la rinuncia di un Papa sia valida è che questa rinuncia sia data in modo assolutamente libero. Fare pressioni perché si dimetta è il modo per invalidare un’eventuale rinuncia. Inoltre è del tutto evidente l’assoluta strumentalità dell’operazione Viganò, che cerca di scaricare solo su Francesco ogni responsabilità sulla gestione del caso McCarrick, dimenticando che Papa Bergoglio è stato l’unico Pontefice a sanzionare in modo duro l’ormai ex cardinale togliendoli la porpora, come nella Chiesa non accadeva da ormai 91 anni.

Una piccola parentesi: perché questo titolo?

Perché crediamo che sia purtroppo in atto, in alcuni settori della Chiesa, una sorta di mutazione genetica, che porta persino vescovi a scambiare la Chiesa stessa con una corporation, con un’azienda, e a considerare il Papa come un amministratore delegato sottoposto al voto degli azionisti. Un segno preoccupante dei tempi che viviamo.

Torniamo al libro . Viganò nel costruire la “grande menzogna”, contro Papa Francesco, manipola la realtà dei fatti. Coinvolge, nel suo Dossier, anche gli immediati predecessori di Papa Francesco:  quelli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Su di loro Viganò ha, però, un atteggiamento  diverso. È così?

Sì, e questo è sorprendente per chi cerchi di ricostruire i fatti senza pregiudizi, senza quei pregiudizi anti-Francesco di cui sono disseminati tanti articoli prodotti dalla galassia politico-mediatica antipapale negli Stati Uniti e in Italia. C’è un Papa, Giovanni Paolo II, che ha promosso per quattro volte McCarrick. C’è un altro Papa, Benedetto XVI, che di fronte ad accuse e denunce, ha accolto le dimissioni di McCarrick senza lasciarli completare la proroga di due anni e poi ha cercato di limitarne i movimenti con delle istruzioni che non erano sanzioni. McCarrick per tutto il pontificato di Benedetto XVI, nonostante le istruzioni ricevute, ha continuato a viaggiare, a presiedere celebrazioni, persino a visitare il Vaticano e a incontrare di fronte a tutti quel Papa che aveva dato il suo assenso alle istruzioni contro di lui. Dunque per non creare scandalo Benedetto XVI e i suoi collaboratori hanno deciso di non procedere con sanzioni vere e proprie, e soprattutto di non pubblicare alcuna istruzione o restrizione. E infine c’è un Papa, Francesco, che non ha modificato in alcun modo le istruzioni date dal predecessore, ma che ha tolto al quasi novantenne pensionato McCarrick la porpora, come non accadeva da 91 anni nella storia della Chiesa. Attenzione però: tutti questi fatti non significano affatto che si vuole gettare responsabilità sui Papi del passato. McCarrick è stato abilissimo e intelligentissimo nel difendersi al momento della nomina a Washington, è una personalità poliedrica, con grandi relazioni bipartisan nel mondo politico, ed è stato anche un grande fundriser, un grande raccoglitore di soldi. Giovanni Paolo II ha nominato migliaia di vescovi, in questo (come in altri casi) è stato indotto a commettere degli errori. Ma è davvero assurdo scaricare la colpa su Francesco, come fa Viganò, presentando Papa Wojtyla come un Pontefice molto malato e dunque succubo dell’entourage già cinque anni prima della morte: questo semplicemente non è vero. E anche Viganò lo sa bene. Stupisce poi che nell’elenco di persone coinvolte egli ometta il nome del più stretto e influente collaboratore di Giovanni Paolo II, il suo segretario, il vescovo Stanislao Dzwisiz.

Non mancano, nella diffusione della “grande menzogna” di Viganò, i complici quali sono?

 Viganò ha avuto il supporto previo e poi l’assoluto sostegno nell’operazione da parte di una galassia politico-mediatica, da TV, giornali, giornali online e blog antipapali, che in questi ultimi anni, si sono specializzati nell’attacco quotidiano al Pontefice, qualunque cosa faccia o dica, spesso mettendo in pagina un’immagine della realtà falsata e strumentale ignorando volutamente il magistero di Francesco. Si tratta, in alcuni casi, di media che sono sostenuti da ambienti i quali sono poco interessati alle questioni dottrinali ma sono molto impauriti dal messaggio dell’attuale Papa sui temi dell’economia, della finanza, del traffico di armi, dell’ambiente, delle migrazioni e della povertà. Non è nel mio stile fare nomi e dunque mi fermo qui.

Sappiamo che il documento di Viganò è stato  bene accolto dagli ambienti anti Francesco europei e americani . In particolare vi soffermate , giustamente ,su quelli Americani . Un mondo fatto di collusioni tra ambienti ecclesiali, politici e la grande finanza. Quali sono i loro obiettivi politici e non solo?

Questi ambienti non sopportano che ci sia un Papa divenuto un’autorità mondiale credibile sui temi della Dottrina sociale. Francesco con i suoi interventi e le sue encicliche – pensiamo alla Laudato si’ – ha posto una domanda seria sulla sostenibilità dell’attuale modello economico-finanziario, chiedendo a tutti di considerare dei rimedi. Ha indicato per la prima volta lo stretto collegamento che esiste fra problemi solitamente considerati slegati, quali la crisi ambientale e la difesa del creato, le guerre, la povertà, le migrazioni, il sistema economico-finanziario. Questo fa paura, perché certi poteri non sopportano che si sollevino queste domande e preferiscono farci credere che viviamo nel migliore dei sistemi possibili, anche per la fede cristiana, e che al massimo bisogna insegnare alla gente ad essere onesta. Francesco ha invece mostrato come esistano dei problemi strutturali. Ci sono quelle che già Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis (1987) chiamava «strutture di peccato».

Nel libro prendete in esame l’inquietante “Red Hat Report” (“Rapporto berrette rosse”). Che cosa è esattamente e quali finalità si propone? Chi vuole colpire?

Il Red Hat Report è soltanto uno – il più inquietante al momento – dei fenomeni che mostrano come vi siano laici e anche vescovi, purtroppo, che confondono la Chiesa con una corporation pensando che pulizia e lotta alla corruzione verranno da norme aziendalistiche sempre più precise. Ma questa è soltanto la parte per così dire più “nobileˮ dell’operazione. C’è anche un evidente intento di pilotare il prossimo conclave sulla base di dossieraggi resi pubblici e che hanno già preso di mira il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato.

Nel libro ricordate le battaglie di Benedetto XVI e di Francesco contro la pedofilia. Un cancro mortale, la pedofilia, per la Chiesa.  Papa Francesco lega la sua lotta contro l crimine della pedofilia alla lotta contro il clericalismo . Perché? Si ha consapevolezza di questo nella comunità cristiana?

Manca ancora una coscienza diffusa. Francesco sostiene, a ragione, che ogni abuso sessuale commesso da un chierico su un minore o su un adulto vulnerabile ha un’origine nel clericalismo e si configura sempre prima come abuso di potere e di coscienza. Non servono chissà quali studi per comprenderlo: il prete abusatore esercita un’influenza sul minore o sull’adulto vulnerabile. Lo stesso McCarrick era il vescovo dei seminaristi e dei giovani preti (tutti adulti) che si portava alla casa al mare. Esercitava su di loro un potere e un’influenza. Non si possono presentare come «relazioni omosessuali» alla stregua di quelle tra due persone adulte, libere e consenzienti. Mi sembra persino lapalissiano. Eppure il dirlo scatena la reazione della galassia politico-mediatica antipapale, che ripete ossessivamente: il problema non è il clericalismo ma l’omosessualità.

Nella Chiesa cattolica c’è la grande questione dell’omosessualità. Un tema difficile per la Chiesa…E’ così? 

È un tema sensibile. Purtroppo la selezione nei seminari in questo senso ha lasciato molto a desiderare e si sono ordinati preti persone che non avevano una sessualità risolta e una capacità di vivere il celibato. Ma si stanno facendo dei passi significativi in questo senso. Mi colpisce un fatto: coloro che oggi gridano «al lupo!» per l’omosessualità nella Chiesa sono gli stessi che fino a qualche anno fa vedevano come fumo negli occhi il ricorso a psichiatri e psicologi nei seminari. Una delle accuse che qualcuno dal Vaticano faceva all’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio era di usare troppo gli psichiatri nel seminario di Buenos Aires. Colpisce che oggi siano proprio coloro che non volevano queste consultazioni ad accusare il Papa per l’omosessualità nella Chiesa.

Insomma il documento di Viganò non ha fatto che aumentare, in certi ambienti conservatori,  la mondanissima voglia di potere e di rivincita. Un pretesto per  una pesante operazione di lobbyng . Quella degli oppositori di Francesco assomiglia alla Chiesa del “Grande inquisitore” di Dostoevskij.  Una  Chiesa, questa si, rassicurante. Come pensi che si svilupperà il cammino di Francesco? Per gli oppositori non ha più niente da dire…. 

Non sono in grado di dirlo. Di certo c’è chi vuole trasformare la Chiesa in un grande unico tribunale; chi si mette sul piedistallo e accusa gli altri di essere corrotti presentandosi come l’unico puro (peccato anche nel caso di Viganò questo non sia poi così vero); chi cerca salvezza e riparo nelle norme di comportamento, nei codici etici e aziendali sempre più precisi. La risposta che ci offre Francesco e che prima di lui ha offerto Benedetto XVI è un’altra e ha a che fare con la fede cristiana: siamo tutti poveri peccatori, tutti bisognosi di aiuto, perdono, misericordia. La risposta più vera è quella della preghiera, della penitenza. Mi ha colpito che Francesco si sia rivolto al popolo di Dio invitandolo a pregare il rosario invocando anche san Michele arcangelo contro il demonio, il “Grande accusatoreˮ che vuole dividere la Chiesa. Per fortuna che per gli oppositori – ma anche per certi fan che hanno cercato e cercando di appiccicargli la loro agenda – Francesco non ha più niente da dire. Perché significa, invece, che ha davvero molto da dire e da testimoniare, riportandoci all’essenziale della fede cristiana

UN RIFORMISMO PROPOSITIVO PER LA NUOVA EUROPA. Un testo di Raffaele Morese

(foto Lapresse)

Questo che pubblichiamo, per gentile concessione, è l’introduzione di Raffaele Morese al Convegno “ITALIA, EUROPA: UN NUOVO RIFORMISMO”, che si aprirà questa mattina a Roma alle 9.30, presso l’ Aula Magna dell’Università “La SAPIENZA” (Piazzale Aldo Moro). Il Convegno è promosso da associazioni culturali laiche e cattoliche: Fondazione Achille Grandi – Circolo Fratelli Rosselli – Koiné L’Italia che Verrà – Mondo Operaio – Riformismo e Solidarietà. Molti i relatori presenti al Convegno, che si concluderà, nel pomeriggio, con una tavola rotonda, coordinata da Giuseppe Vacca, a cui parteciperà, tra gli altri, l’ex Presidente della Commissione Europea Romano Prodi. Raffaele Morese è stato, negli anni ’90, Segretario Generale aggiunto della Cisl e successivamente, ai tempi dei governi D’Alema e Amato, Sottosegretario al Lavoro. Continua a leggere

Un nazionalismo aggressivo generò la guerra

 

“Celebrare insieme la fine della guerra e onorare congiuntamente i caduti – tutti i caduti – significa ribadire con forza, tutti insieme, che alla strada della guerra si preferisce sviluppare amicizia e collaborazione. Che hanno trovato la più alta espressione nella storica scelta di condividere il futuro nell’Unione Europea”. Un testo di Sergio Mattarella

(foto Ansa)

Pubblichiamo il testo dell’Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia, che si è tenuta oggi a Trieste, in occasione del centenario della fine della Grande Guerra e Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate


Trieste 4/11/2018

Sono particolarmente lieto di celebrare a Trieste, in questa magnifica piazza, così ricca di storia e di cultura, la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze armate, che quest’anno coincide con il centenario della conclusione vittoriosa della Prima Guerra Mondiale. Trieste, profondamente italiana ed europea, città di confine e di cerniera, città cara a tutta Italia.

Trieste, capitale di più mondi, storia di tante storie è – insieme – un simbolo e una metafora della complessità e delle contraddizioni del Novecento. Saluto con affetto i triestini e, con loro, tutti gli Italiani.

Lo facciamo con orgoglio legittimo e con passione, senza trascurare la sofferenza e il dolore che hanno segnato quella pagina di storia.

Lo facciamo in autentico spirito di amicizia e di collaborazione con i popoli e i governi di quei Paesi i cui eserciti combatterono, con eguale valore e sacrificio, accanto o contro il nostro. Saluto i loro rappresentanti che sono qui con noi, oggi, in Piazza Unità ed esprimo riconoscenza per la loro significativa presenza. Celebrare insieme la fine della guerra e onorare congiuntamente i caduti – tutti i caduti – significa ribadire con forza, tutti insieme, che alla strada della guerra si preferisce sviluppare amicizia e collaborazione. Che hanno trovato la più alta espressione nella storica scelta di condividere il futuro nell’Unione Europea.
La guerra, le guerre, sono sempre tragiche, anche se combattute – come fu per tanti italiani – con lo storico obiettivo di completare il percorso avviato durante il Risorgimento per l’Unità Nazionale.
Lo scoppio della guerra nel 1914 sancì, in misura fallimentare, l’incapacità delle classi dirigenti europee dell’epoca di comporre le aspirazioni e gli interessi nazionali in modo pacifico e collaborativo, anziché cedere – come invece avvenne – alle lusinghe di un nazionalismo aggressivo che si traduceva nella volontà di potenza, nei cosiddetti sacri egoismi e nella retorica espansionistica.

Come ha scritto Claudio Magris, «Ogni paese pensava di dare una piccola bella lezione al nemico più vicino, ricavandone vantaggi territoriali o d’altro genere …. Nessuno riusciva ad immaginare che la guerra potesse essere così tremenda, specialmente per le truppe al fronte, e avere una tale durata».
La Grande Guerra, che comportò il sacrificio di più di dieci milioni di soldati, e un numero altissimo – rimasto imprecisato – di caduti civili, non diede all’Europa quel nuovo ordine fondato sulla pace, sulla concordia e sulla libertà che molti, con sincere intenzioni, avevano auspicato o vagheggiato. La guerra non produsse, neppure per i vincitori, ricchezza e benessere ma dolore, miseria e sofferenze, nonché la perdita della primaria rilevanza dell’Europa in ambito internazionale.

La guerra non risolse le antiche controversie tra gli Stati, ma ne creò di nuove e ancor più gravi, facendo sprofondare antiche e civili nazioni europee nella barbarie dei totalitarismi e ponendo le basi per un altro, ancor più distruttivo, disumano ed esacerbato conflitto globale.

Gli errori, gravi ed evitabili, delle classi dirigenti del secondo decennio del Novecento, e una conduzione della guerra dura e spietata degli Alti Comandi, non debbono e non possono mettere in ombra comportamenti eroici dei soldati e il loro sacrificio, compiuto in nome degli ideali di Patria. Un’esperienza di valore, di mobilitazione, di solidarietà, di adempimento del dovere.

Non lontano da qui, sulla terribile petraia del Carso, così come su tutte le zone del fronte, dai monti fino al mare, si scrissero pagine indimenticabili di valore, di coraggio, di sofferenza, di morte e di desolazione.

Nel buio delle trincee, nel fango, al gelo, micidiali e sempre più perfezionati armamenti, uniti alla fame e a terribili epidemie, mietevano ogni giorno migliaia e migliaia di vittime, specialmente tra i più giovani. Tra i soldati italiani uno su dieci perì in battaglia o negli ospedali. Stesse percentuali, se non maggiori, si calcolarono negli altri eserciti, alleati o nemici. E non si contarono i mutilati, gli invalidi, i dispersi, i prigionieri.

Uomini di ogni età, provenienti da ogni parte d’Italia, di differente estrazione sociale e livello culturale, si trovarono – per volontaria decisione o per obbedienza – uniti nelle trincee, nei terribili assalti, nelle retrovie, sotto le minacce dei bombardamenti, dei gas, dei cecchini. I soldati italiani trovarono, ciascuno a suo modo, dentro di sé, la forza di resistere e di sostenere, con coraggio e dedizione, prove durissime, spesso ben oltre il limite dell’umana sopportazione.

Desidero citare anche i molti italiani, abitanti delle terre allora irredente, che furono inviati nella lontana Galizia, dove combatterono e tanti perirono con la divisa austroungarica.
Dobbiamo ricordare oggi tutti i soldati e i marinai, tutti e ciascuno. I più intrepidi, certamente, animati dallo sprezzo del pericolo e dalla forza della volontà. I tanti eroi, quelli riconosciuti e quelli sconosciuti. Ma anche i rassegnati, gli afflitti, quelli pieni di timore. La morte e il sacrificio sono la cifra della guerra, che unisce tutti i soldati facendo gravare su di essi le sofferenze che provoca.

Come si volle scrivere, nell’immediato dopoguerra, conferendo la medaglia d’oro al Milite ignoto, anche oggi vogliamo onorare “Lo sconosciuto, il combattente di tutti gli assalti, l’eroe di tutte le ore che, ovunque passò o sostò, prima di morire, confuse insieme il valore e la pietà. Soldato senza nome e senza storia, Egli è la storia: la storia del nostro lungo travaglio, la storia della nostra grande vittoria”. Così quella motivazione.
Desidero richiamare il ricordo di un soldato semplice, Vittorio Calderoni. Era nato in Argentina, nel 1901, da genitori italiani emigrati. A soli 17 anni s’imbarcò per l’Italia, per arruolarsi e combattere nell’Esercito italiano. Morì per le ferite ricevute, a guerra ormai finita, nel novembre di cento anni fa.

Ritengo doveroso ricordarlo qui, in questa stessa piazza, dove ottanta anni addietro fu pronunciato da Mussolini un discorso che inaugurò la cupa e tragica fase della persecuzione razziale in Italia, perché Vittorio Calderoni era ebreo, il più giovane tra i circa 400 italiani di origine ebraica caduti nella Grande Guerra.

Vittorio Veneto fu l’atto finale di una guerra combattuta con coraggio e determinazione da un esercito dimostratosi forte e coeso, nel sapersi riprendere dopo la terribile disfatta di Caporetto, dovuta anche a gravi errori nella catena di comando. E non, certo, attribuibile a viltà dei nostri soldati. Nel momento cruciale, nei soldati, prevalse il desiderio di riscatto, di unità, l’amore di patria. E il contributo del valoroso Esercito italiano fu determinante per gli esiti vittoriosi della coalizione alleata. Il fronte orientale fu il primo a cedere sotto la spinta italiana e a indurre gli Imperi centrali a sollecitare l’armistizio. Seguì, una settimana dopo, il fronte occidentale.

Prima di venire qui a Trieste sono andato a rendere omaggio ai caduti raccolti nel Sacrario di Redipuglia.

In quel luogo, accanto alle centomila e più tombe di soldati italiani, uomini di ogni età e provenienza, ce n’è una – una sola – dove riposa il corpo di una donna.

E’ la tomba di Margherita Kaiser Parodi Orlando. Era una crocerossina, di famiglia borghese, partita per il fronte quando aveva appena 18 anni. Morì tre anni dopo, di spagnola, dopo aver assistito e curato centinaia di feriti.

Accanto al suo, ricordo un altro nome, quello di Maria Plozner Mentir, di umili origini, medaglia d’oro al valor militare, madre di quattro figli, uccisa da un cecchino nel 1916. Era una delle tante “portatrici” della Carnia, donne che, liberamente e coraggiosamente, raggiungevano le prime linee, per portare ai nostri soldati cibo, vestiario, munizioni.

Desidero citare un’altra donna: la regina di allora, Elena, che durante la guerra si prodigò come infermiera, ospitando nel palazzo del Quirinale un ospedale da campo, per ricoverare e curare feriti e mutilati.

Una borghese, una donna del popolo, la regina. Desidero ricordarle come rappresentative di tutte le donne italiane che lottarono al fronte o nelle fabbriche, che crebbero da sole i propri figli, che si prodigarono per cucire abiti, procurare cibo o assistere feriti e moribondi. Senza le donne quella vittoria non sarebbe stata possibile.
Le donne, gli anziani, i bambini, i disabili, combatterono un’altra guerra, meno cruenta forse, ma non per questo meno coraggiosa o meno carica di lutti e di sofferenze. E anche oggi, del resto, donne, anziani e bambini sono le vittime più fragili di ogni guerra e di ogni conflitto. La Grande Guerra non riguardò soltanto i soldati: distruzioni, patimenti e fame si abbatterono anche sulla popolazione civile, in particolare nelle zone del Veneto e del Friùli occupate dopo la ritirata di Caporetto.

Nel Giorno dell’Unità Nazionale tutto il popolo italiano si stringe con riconoscenza attorno alle Forze Armate. Unitamente a loro, così come accadde nel corso della Grande Guerra, è presente la Guardia di Finanza. La loro storia, costellata da tantissimi episodi di eroismo, prosegue fino ai giorni nostri nel solco delle più nobili tradizioni ed è proiettata nel futuro con i medesimi caratteri: dedizione, altruismo e passione.
La Costituzione Italiana, nata dalla Resistenza, ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie, privilegia la pace, la collaborazione internazionale, il rispetto dei diritti umani e delle minoranze. Le nostre Forze Armate sono parte fondamentale di questo disegno e sono impegnate per garantire la sicurezza e la pace in ambito internazionale, rafforzando il prestigio dell’Italia nel mondo.
Mentre celebriamo questo importante anniversario, 5.600 militari italiani sono impiegati all’estero in missioni di pace delle Nazioni Unite, dell’Alleanza Atlantica, dell’Unione Europea, con grandi o piccoli contingenti. Ad essi si aggiungono quasi ottomila militari impegnati, sul territorio nazionale, per l’operazione “Strade Sicure” e, nel mar Mediterraneo, per “Mare Sicuro”.

A tutti loro esprimo la più ampia riconoscenza e la vicinanza del Paese. Grazie per quello che fate, e grazie alle vostre famiglie che sono giustamente orgogliose di voi e vi sostengono anche nei momenti più difficili.

In queste ore tanti nostri militari – che ringrazio particolarmente – sono impegnati, insieme a tanti volontari, nelle operazioni di soccorso e di emergenza nei territori che, nelle nostre montagne, in Friuli, in Veneto, in Trentino, sino alla provincia di Palermo, e in altre regioni, sono state investite da un’ondata di maltempo con drammatiche conseguenze di lutti e devastazioni. Ai familiari delle vittime va tutta la vicinanza dell’Italia, a tutte le popolazioni delle zone colpite la solidarietà piena e completa.

Da questa terra che ha vissuto tragedie immani – come quella delle foibe – desidero rivolgere, per concludere, un saluto speciale alle ragazze e ai ragazzi italiani, incoraggiandoli a tenere viva la memoria dei caduti e delle sofferenze della popolazione civile di allora, come antidoto al rischio di nuove guerre.

Quei momenti oscuri, il tempo e le sofferenze delle due guerre mondiali, a voi ragazzi – coetanei di tanti caduti di allora – sembrano molto lontani; remoti. Ma rammentate sempre che soltanto il vostro impegno per una memoria, attiva e vigile, del dolore e delle vittime di quei conflitti può consolidare e rendere sempre più irreversibili le scelte di pace, di libertà, di serena e rispettosa convivenza tra le persone e tra i popoli.
Viva l’Italia Unita, Viva le Forze Armate, Viva la Repubblica, Viva la Pace!

Dal sito: https://www.quirinale.it/elementi/18659

Ecco cosa c’è dietro la vendita di Magneti Marelli. Intervista a Giuseppe Sabella

(Gettyimages)

Come noto, FCA ha ceduto Magneti Marelli alla società giapponese Calsonic Kansei, per una cifra vicina ai 6 miliardi di euro. Sull’operazione c’è molto pregiudizio legato anche al fatto che FCA si priva di Magneti Marelli dopo la scomparsa di Sergio Marchionne e proprio all’inizio del nuovo corso guidato da Mike Manley. Ciò apre un interrogativo di fondo che va al di là dei motori: quale futuro per FCA e la sua produzione italiana? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Sabella, cosa ne pensa di questa operazione?

Partiamo col dire che i giapponesi di Calsonic Kansei comprano per una cifra importante; secondo, sta nascendo uno dei più grandi gruppi mondiali nel settore della componentistica dell’auto, che apre opportunità per Magneti Marelli sui mercati asiatici e giapponesi dove oggi era poco presente, così come Calsonic Kansei è poco presente in Europa; terzo, l’headquarter resta in Italia (a Corbetta, provincia di Milano). Dobbiamo inoltre considerare che chi vende non è una società italiana, è FCA che italiana non lo è più da quasi 5 anni.

Quindi, la cosa importante – per noi – è capire qual è il futuro della produzione che è presente sul nostro territorio…

È questo il punto, e proprio su questo la direzione FCA e il Ceo di Magneti Marelli hanno incontrato in queste ore le organizzazioni sindacali nella sede di Milano. Mi pare ci sia un cauto ottimismo diffuso in ragione della prospettiva per gli stabilimenti italiani e per le sue garanzie occupazionali, anche in ragione del fatto che non ci sono sovrapposizioni di prodotto.

In sostanza, una buona operazione per FCA…

Si, anche perché se così non fosse, FCA rischierebbe l’implosione.

Può spiegare meglio questo punto?

La tecnologia Magneti Marelli è stata il cuore della rivoluzione industriale di Marchionne: con questi motori, Chrysler – che come GM e Ford nel 2009 era in piena crisi ma era quella messa peggio – riuscì a riposizionarsi sul mercato con veicoli totalmente nuovi. Val la pena di ricordare che Chrysler in quel periodo si era concentrata sulla produzione di veicoli di grandi dimensioni dalla bassa efficienza sotto il profilo dei consumi. Ora, avendo rivoluzionato la propria produzione con i motori Magneti Marelli, è chiaro che non può non aver avuto forti rassicurazioni da questa cessione, perché FCA non può prescindere oggi da quel motore.

E allora perché questa cessione?

Il primo giugno 2018 Sergio Marchionne presentava quello che è l’attuale piano industriale di FCA. È un piano complesso e ambizioso che punta – oltre che su elettrificazione e guida assistita – su una forte espansione della gamma di prodotto. Ciò comporta una forte innovazione delle linee della produzione, servono infatti nuove piattaforme e l’investimento è notevole. La cessione di Magneti Marelli permette proprio di rispondere a questa esigenza.

Quindi, anche Marchionne l’avrebbe avallata…

La questione è un po’ controversa. C’è chi dice di si e c’è chi dice invece che non l’avrebbe ceduta e che ne aveva in mente uno spin-off, anticipazione di una successiva quotazione in borsa. Io credo, anche, che Marchionne avesse un legame diverso con Magneti Marelli, perché sapeva bene che con quei motori ci aveva fatto la rivoluzione.

“L’uomo bianco è una regressione della nostra civiltà”. Intervista a Ezio Mauro

 Un libro intenso, scritto da un vero maestro del giornalismo italiano. Non è solo un reportage sull’Italia di oggi, sui rischi di degrado che corre il nostro Paese. Ma è anche una riflessione di un intellettuale che si interroga sulla nostra civiltà in preda alla paura e sulle colpe della politica che non ha saputo rispondere adeguatamente alle sfide di questo momento storico. Ezio Mauro nel  libro, pubblicato da Feltrinelli, ci offre spunti profondi. In questa intervista abbiamo sviluppato alcuni punti della sua riflessione.

 

EZIO Mauro, lei ha scritto un libro “doppio”, come lo ha definito acutamente Adriano Sofri, in quanto si muove nel doppio registro tra la cronaca e la riflessione “lunga” di tipo socio-politico. Per cui il libro diventa una inchiesta sul mutamento antropologico del nostro vivere quotidiano. Come cambia la cosiddetta “normalità” italiana?

Cambia perché ci permettiamo delle cose che non ci saremmo mai concessi qualche anno fa: una metamorfosi dovuta alla paura, alla globalizzazione e dovuta alla crisi più lunga del secolo (anche più lunga della Grande depressione del ’29), la crisi economica finanziaria, perché il nostro paese è il più lento ad uscire dalla crisi e questo lascia uno strascico perché c’è la fatica ad entrare nel mondo del lavoro da parte dei giovani. Così lascia quel rancore che determina un mutamento nel linguaggio, nel comportamento degli italiani cui non eravamo abituati. Continua a leggere