“Con una Cgil unita batteremo il sovranismo”. Intervista a Vincenzo Colla

Domani a Bari si apre il XVIII della Cgil. Un congresso dall’esito incerto sul prossimo successore di Susanna Camusso, Vincenzo Colla e Maurizio Landini sono i candidati alla Segreteria Generale. Ma è anche il Congresso che dovrà indicare una strada per il maggior sindacato italiano in questa epoca segnata dalla cultura politica ed economica del sovranismo. Quale strada intraprenderà la Cgil? Ne parliamo con un protagonista di questo Congresso, e candidato alla Segreteria Generale, Vincenzo Colla.

Vincenzo Colla, partiamo, per iniziare, dagli ultimi dati sulla produzione industriale e dalle previsioni della Banca d’Italia. Sono dati preoccupanti, e ci dicono che nel nostro paese c’è un allarme recessione. Eppure, nel governo, c’è chi  afferma che sono “stime apocalittiche” e auspica un nuovo boom economico. Le chiedo : secondo lei il governo ha consapevolezza della realtà?
Dire boom economico mentre l’istat dichiara un calo drastico degli ordinativi industriali, certifica il vuoto politico del governo, tutto giocato a truccare le verità ed una fondamentale è ormai certa: il Pil di questo Paese nel 2019 sarà meno dell’1 per cento, come Bankitalia ha purtroppo certificato nei giorni scorsi. Pertanto non avremo un occupato in più e saremo con più debito e blocco degli investimenti. Uno scenario che alimenterà la bolla del lavoro povero, sottopagato, in continuità con quella cultura industriale che pensa ,che siccome non si svaluta la moneta svalutiamo il lavoro i diritti. È la via bassa che alimenta la precarietà e rende precari i prodotti e le imprese .

Veniamo alla “manovra del popolo”. Il governo insiste sulle due misure di “bandiera”:  reddito di cittadinanza e quota, 100. Vogliamo dare una lettura “sociale” di questa manovra?
Il nostro giudizio è netto. Ed è negativo anche adesso che si vanno definendo i provvedimenti: quota cento è temporanea e non modifica la legge Fornero, lasciando un vuoto proprio sulle fasce del lavoro povero, debole, femminile e sui migranti. Non dà alcuna risposta al vero problema che è la discontinuità lavorativa. Inoltre non creerà quel lavoro aggiuntivo, atteso soprattutto dai giovani, né ricambio generazionale. La mia proposta è che bisogna creare lavoro di cittadinanza, non reddito di cittadinanza. Vuol dire che se utilizzo soldi pubblici, devo subito inserire le persone dentro un canale di lavoro. Faccio un esempio: se vivo a Gioia Tauro, lo Stato deve fare un grande investimento nel porto. Un processo che crea lavoro di cittadinanza su un investimento pubblico. Se invece io a Gioia Tauro do il reddito di cittadinanza, una certezza ce l’ho: il lavoro non arriverà mai.

E sulla famosa “flat tax”, ridotta alle partite Iva fino a 65000€, qual è il suo giudizio?
Questo è un punto cruciale ed inaccettabile. Perché questo è il vero condono. La flat tax costa 5 miliardi ai contribuenti e determina una disparità anticostituzionale: a parità di reddito si verifica che, un ad professionista o impresa a partita Iva viene applicata un’unica aliquota al 15 per cento. Mentre l’aliquota fiscale più bassa per un lavoratore od un pensionato varia dal 23 fino ad arrivare al 41 per cento.Si tratta di una misura che crea ulteriore disuguaglianza fra soggetti deboli e poveri. Attenzione: si sta costruendo una bolla di marginalità sociale in un paese che, per questa via, rinuncia a creare opportunità di lavoro. Quindi questa misura viola il principio costituzionale della progressività fiscale. Con la facile prevedibile conseguenza di ulteriore evasione fiscale sulle spalle di lavoratori e pensionati che già oggi contribuiscono alle entrate Irpef per oltre l’80 per cento. Inoltre avremmo il proliferare di partite Iva di comodo, un meccanismo cioè che spingerà fuori dal lavoro contrattualizzato migliaia di lavoratori verso un rapporto di lavoro fintamente autonomo, privo di alcuna tutela. Una sorta di “uberizzazione”, per intenderci, del lavoro dipendente. Siamo all’essenza di un turboliberismo che progetta precarietà ed assenza di diritti. Si va verso un Paese socialmente precario con prodotti di bassa qualità. Altro che made in Italy!

Quali sono gli altri limiti della manovra? La politica industriale? Gli investimenti sul futuro dei giovani?
Di politica industriale non si parla da tempo nel Paese e noi lo denunciamo da anni. Anche questa volta, col governo del cambiamento, nulla di nuovo sotto il sole. Di investimenti altrettanto. Sembra che non ci si renda conto che il lavoro riparte soltanto attraverso misure che incentivano iniziative di investimento -sia private che pubblico- atte a far ripartire un ciclo virtuoso che crea nuova occupazione, dando una risposta in particolare alla fame di lavoro dei giovani e delle donne. Specie nel Sud. Tornando ancora sul reddito di cittadinanza. Per come è formulato, il reddito cittadinanza è una misura assistenziale che non sembra dare alcuna seria risposta alla povertà. E crea un paradosso sul lato delle politiche attive: una contraddizione fra chi, pur lavorando non arriva a quella quota di reddito e chi andrà a percepirlo ma non riceverà mai una proposta di lavoro, e non per sua responsabilità. Quanto alla povertà, una risposta più adeguata era senza dubbio il Rei. Nei cinque milioni che l’Istat colloca nella povertà assoluta ci sono anziani, persone con fragilità soggettive. Una risposta a questa frammentazione è prendere in carico questi soggetti nell’ambito territoriale. Che vuol dire servizio sanitario, scolastico, servizi di sostegno erogati dai Comuni, compresi possibili percorsi dedicati all’inserimento lavorativo.

Il quadro complessivo che esce fuori è quello di una manovra elettorale. Il sindacato si sta preparando ad una mobilitazione. Ma non è troppo tardi? Non le sembra che ci sia stato un troppo attendismo?
Una risposta al governo è già stata definita unitariamente con Cisl e Uil da diverse settimane ed il 9 febbraio prossimo la mobilitazione di lavoratori e pensionati non potrà sfuggire all’attenzione del governo. La manovra, come già detto, non crea lavoro, riduce gli investimenti, penalizza scuola e sanità. Per questo manifesteremo. Il nostro giudizio, lo ripeto ancora, è netto. Se permane questa impostazione, continueremo nella mobilitazione anche dopo il 9 febbraio. Penso che il vero scontro in atto è con la cultura di questo governo. Chiamiamola col suo nome: si chiama destra.

Come vede il ruolo del sindacato confederale nel tempo del sovranismo? C’è spazio per l’unità sindacale?
Nell’epoca della cultura sovranista, che spero diventi minoritaria nel tempo, dobbiamo rafforzare l’unità sindacale. Questo “perché il sovranismo ha un suo “schema” generale. Siamo nel pieno di una stagione politica, che dura da qualche anno, che vuole sottrarre alle persone la libertà di organizzarsi attraverso i corpi intermedi. Questo non vuol dire solo ridurre gli spazi di partecipazione ma acquisire la forza di parlare direttamente agli individui in modo da renderli più soli e soprattutto più deboli. Il tema dei corpi intermedi in un mondo globale è ancora più fondamentale. per risolvere la complessità è sufficiente un soggetto che dall’alto parla direttamente al popolo. È quanto di più lontano e sbagliato per governare le complessità di un paese. Anche in Italia si sta verificando questo errore : al posto di incrementare la partecipazione la si diminuisce, perché si consegna una delega piena ad un soggetto che, se la sbaglia, la sbaglia per tutto il paese. Il “pensaci tu”, quindi, è un errore  grave che non può reggere oggi. In questo vuoto, dove i partiti sono debolissimi, anche i governi, centrale e locali, agiscono nella logica perversa e perdente della totale disintermediazione.

Una parola sulla sinistra. Lei auspica di prendere la tessera di un grande partito progressista. Mi sembra di capire che il PD non le basta. È così?
Si, non basta. Di fronte allo scenario che ho descritto penso si debba poter allargare un cultura progressista che sia oggi fortemente improntata alla crescente sensibilità ecologista. Un ambientalismo che coniughi le nuove frontiere dello sviluppo economico con il vincolo della sostenibilità L’Europa va tenuta, ma va cambiata. se rimane cosi ‘viene vissuta come un problema. è ovvio che in questo scenario, i sovranisti dominano la scena, perché è più facile dire “ padroni a casa nostra”. Ma padroni a casa nostra di che? Se lo scontro di Trump con la Cina porta ad una diminuzione del prodotto interno lordo mondiale le conseguenze sono già evidenti. Siamo un paese che ha evitato il baratro grazie a export e turismo , e vogliamo alzare nuove frontiere , puntiamo su dazi e barriere doganali? Ma si vuol prendere atto che questo è un paese di trasformazione e di componentistica di qualità e con quelle scelte saremmo i primi a farne le spese. Se il Prodotto interno lordo risulta dell’1% come dice Bankitalia si rischia di avere una situazione in cui al posto di creare lavoro si avranno ammortizzatori sociali aumentando la bolla di lavoro povero e precario. Con queste politiche si aumentano le paure, perché con il lavoro precario non si ha più futuro, ma si fa anche un paese precario dal punto di vista economico e sociale. Quindi va ribaltata la capacità di come si crea valore aggiunto e come redistribuirlo.

Quindi giudica positivamente l’iniziativa di Calenda?
Lasciamo stare i soggetti, ma non biasimo chi si muove in un’operazione democratica per mettere al centro ogni idea di tenuta valoriale dell’Europa e che contrasta i sovranismi dei dazi e delle barriere . La grande tenuta democratica dell’Europa deriva dal fatto di essere riusciti a fare la più grande redistribuzione, che è stato il welfare, l’istruzione, la sanità. Dentro ad un’Europa che sta nel mondo e che di fronte ad una grande innovazione come quella della digitalizzazione si propone una nuova mediazione di welfare innovativo, che dia una risposta alle povertà e si propone di garantire le persone ad una vita dignitosa.

Veniamo alla Cgil. Domani si apre  il Congresso. Siete Arrivati alla fine delle assemblee con una mozione che ha raccolto il 98% dei consensi. Sia lei che Landini la sostenete. Qual è il senso della sua candidatura? Cosa la differenzia da Landini?
Ci sarà un motivo se i documenti politici vengono votati a voto palese e le persone che si candidano sono votate a voto segreto. Questo perché si ritiene che sui soggetti ogni delegato, o dirigente, decide liberamente chi scegliere: chi ha dimostrato avere le caratteristiche per portare avanti quel progetto. E’ una cosa normale. C’è un progetto che ha raccolto il 98% dei consensi, il come si applica ovviamente ci sono sensibilità diverse, storie di agire diverso. Ma quelle storie vanno tenute insieme, come ci sono nei luoghi di lavoro, nel territorio. Io lavorerò fino alla fine per riuscire a fare una sintesi che sia in grado di rappresentare questa complessità, che è un patrimonio.

“Ridare un’anima alla politica riformista”. Intervista a Luigi Bobba

Luigi Bobba (Ansa)

Come giudicare la politica sociale del governo populista? Quali i suoi limiti? E l’opposizione quale alternative può proporre? Ne parliamo con Luigi Bobba, ex-Presidente Nazionale delle Acli ed ex sottosegretario al Lavoro nei governi Renzi e Gentiloni.

Presidente Bobba, lei è stato un protagonista per molti anni della politica sociale del nostro Paese. Come giudica, dal suo punto di vista, l’atteggiamento del governo verso il sociale?  
Ciò che mi colpisce nelle politiche del Governo, è la mancanza di un disegno che abbia al centro il destino delle generazioni future. Sull’altare del Reddito di cittadinanza e di Quota 100, sono state sacrificate gran parte delle misure con un orizzonte che non fosse meramente quello del prossimo appuntamento elettorale. Cosi’, introducendo quota 100 si impegnano più’ risorse per le persone adulte o anziane; un debito che dovrà’ essere pagato dai giovani che entrano ora nel mercato del lavoro . Poi, per non tradire le attese del ricco bacino elettorale del Sud, i 5 Stelle hanno deciso di impegnare più’ di 7 miliardi nel reddito di cittadinanza. Una scelta che difficilmente potrà generare nuovo lavoro, far acquisire ai giovani le competenze oggi richieste dalle aziende e dare un vigoroso impulso alle politiche attive del lavoro. Probabilmente queste due misure saranno paganti sul piano elettorale anche se ben presto si riveleranno un boomerang per il Paese e in particolare per i giovani. Ci sarebbe invece bisogno di politiche con un respiro almeno di medio periodo quali l’introduzione di un assegno universale per i figli a carico (come accade in Germania), di una politica fiscale che non penalizzi le famiglie specialmente quelle con redditi medio bassi; di affrontare con decisione il tema dei “grandi anziani”, il cui numero nei prossimi 15 anni crescerà esponenzialmente, nonché’ di sconfiggere la trappola della povertà’ con una solida alleanza tra istituzioni e Terzo settore. Tutto questo è pero’ scomparso dai radar delle forze di Governo, ma i problemi di un Paese che ha un crescente indice di dipendenza tra lavoratori attivi e pensionati; che spende malamente una quantità’ tutt’altro che modesta di risorse in servizi socioassistenziali; che è privo di un duraturo sostegno alla natalità e alle responsabilità’ genitoriali, restano tutti davanti a noi. E il conto di queste scelte sbagliate sarà ancora una volta scaricato sulle generazioni future.

 Nella manovra, appena approvata, c’è il reddito di cittadinanza,  e c’è anche la   ” tassa sulla bontà “(che secondo il Governo sarà tolta in un provvedimento ad hoc).  Cos’è questo? dilettantismo? 
Piu’ che cancellare la povertà’, hanno provato a rendere invisibili i poveri. La “tassa sulla bontà” – ovvero il raddoppio dell’Ires sugli utili delle organizzazioni non profit,- è il frutto di una mancanza di conoscenza del mondo del terzo settore. Le dichiarazioni della viceministra dell’Economia Laura Castelli sono la macroscopica dimostrazione di tale ignoranza. E quindi, pur di non ripensare reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni, si sono cercate risorse un po’ a casaccio andando pero a colpire i più’ deboli: le organizzazioni non profit che si occupano di assistenza ai malati e ai disabili; gli insegnanti di sostegno nella scuola; le famiglie con figli che avranno meno trasferimenti dei single. Quando si fanno promesse mirabolanti agli elettori, si finisce per mettere in campo politiche non solo irragionevoli ma anche controproducenti.

Lei è anche un esperto di politiche attive per il lavoro. Il lavoro infatti è la priorità prima per gli italiani. Il governo vuole venire incontro al dramma della disoccupazione con il reddito di cittadinanza.. Basta? Non c’è il rischio di un clamoroso flop? 
Molti osservatori hanno espresso seri dubbi sulla possibilità di generare nuova occupazione attraverso uno strumento come il reddito di cittadinanza. Al Sud tale strumento di integrazione al reddito , potrebbe incrementare(lo studio viene da un osservatorio indipendente come la CGIA di Mestre) proprio il lavoro irregolare; mi prendo il reddito di cittadinanza e continuo a lavorare in nero. Un cortocircuito che potrebbe generarsi anche con un allargamento a dismisura di stages e tirocini. Per di più risulta poco credibile che i Centri per l’impiego – che peraltro dipendono dalle Regioni – possano gestire una simile massa di dati e di persone e contestualmente svolgere controlli efficaci per evitare che tutto si risolva in un intervento meramente assistenziale. Servirebbe invece dare seguito alle politiche avviate dai governi di centrosinistra, ovvero: attrarre investimenti anche stranieri, sostenere e sviluppare l’alternanza scuola lavoro ( che invece la legge di bilancio riduce e penalizza), promuovere e allargare il sistema duale nella formazione professionale attraverso l’apprendistato formativo; triplicare il numero dei giovani che possono accedere agli ITS che si sono rivelati un efficace percorso formativo per inserirsi realmente al lavoro; abbattere in modo durevole il costo indiretto del lavoro per le imprese, premiando in particolare quelle che assumono giovani con contratto di lavoro a tempo indeterminato. Tutto questo non c’è nelle priorità’ del governo e gli effetti già si cominciano a vedere: Pil che rallenta e si ferma; occupazione che perde colpi, probabile aumento della pressione fiscale nel 2019; insomma prove generali di “ decrescita infelice”.

Il terzo settore è una grande risorsa del nostro Paese, è quell’Italia che “cuce ” per dirla con il Presidente Mattarella. Come sta procedendo l’attuazione della riforma del terzo settore? 
“E’ l’Italia che ricuce e che da fiducia” ha detto Mattarella nel discorso di fine anno evocando i soggetti del terzo settore. E’ un’ Italia spesso invisibile ma presente nella vita quotidiana delle persone nelle nostre comunità anche quelle più’ marginali. La riforma del Terzo settore – approvata tra il 2015 e il 2017 -aveva l’obiettivo di dare un vestito normativo unitario a tutti questi soggetti. Merito del nuovo Governo è stato quello di portare a conclusione i due decreti correttivi – sull’impresa sociale e sul Codice del terzo settore – già predisposti dal governo Gentiloni. Per il resto tutto è rimasto fermo o quasi. D’altra parte, invece, il vicepremier Di Maio , parlando al Forum del Terzo settore due mesi orsono, aveva dichiarato che la riforma del terzo settore era una buona riforma proprio perché scritta con le organizzazioni non profit e che il governo era impegnato a darne piena applicazione attraverso tutti gli atti amministrativi ancora necessari. Spero che nel 2019 si cancelli la “tassa sulla bontà”,( il Governo lo ha confermato anche nell’incontro del 10 gennaio con il Terzo settore); che si proceda rapidamente all’istituzione del Registro unico degli enti del terzo settore,; che si dia avvio al social bonus e ai Titoli di solidarietà e che si completino i diversi decreti rimasti nel cassetto in questi primi sette mesi di governo.

Parliamo del discorso di fine anno del Presidente Mattarella. Un discorso chiaro che si è posto in maniera alternativa alla “predicazione ” leghista. Ha avuto grande successo mediatico. Insomma il valore della solidarietà è ancora presente nella mente e nel cuore degli italiani? Oppure ha ragione il Censis quando afferma che negli italiani c’è un sovranismo psichico?
Il Censis ha colto un tratto emergente nel sentire del Paese coniando il neologismo di “sovranismo psichico”. Ovvero la percezione della realtà a volte diventa più’ vera e importante di quella effettiva; per esempio : gli italiani credono che gli stranieri in Italia siano il 27% mente in realtà’ sono meno del 9 % . Ecco perchè lo slogan leghista “prima gli italiani” ha fatto cosi’ presa. Ma nel paese ci sono anche molti anticorpi, la società’ civile non e’ morta e ha una sua spinta generativa. Il compito ora è come dare rappresentanza a queste energie per evitare che prevalga il “cattivismo”. D’altra parte la rivolta dei sindaci contro gli effetti perversi del decreto sicurezza o il movimento delle “madamin” per dire Si’ alle infrastrutture e allo sviluppo, indicano che esiste una volontà’ di reazione , insomma una riscossa morale alla deriva sovranista e populista.

Lei è stato Presidente Delle Acli. La Chiesa è un argine contro il sovranismo e il populismo. In questi giorni cade il centenario dell’appello “ai liberi e ai forti” di Don Luigi Sturzo. Non le pare che sia venuto il tempo di un forte protagonismo laicale? Come rianimare il Centrosinista?
Certamente questa riscossa morale può trovare ragioni, valori e motivazioni in quella miriade di opere sociali e culturali che il cattolicesimo popolare ha generato nelle nostre comunità’ come risposta concreta ai bisogni delle persone , specialmente dei più deboli. D’altra parte lo stesso Luigi Sturzo , prima di lanciare l’appello “Ai liberi ai forti”, si era dedicato a costituire mutue, cooperative, forni sociali e a dar vita ad un fecondo municipalismo comunitario. Il Partito Popolare viene dopo. Per cui oggi è il tempo di ricostituire o rinvigorire quel tessuto generativo e tornare a parlare ai tanti cittadini impauriti e disorientati. E’ ai perdenti della globalizzazione che occorre rivolgersi per evitare che siano affascinati dalle parole d’ordine dei sovranisti e dei populisti. Ed è proprio a questi tanti cittadini dimenticati che occorre prestare ascolto con l’obiettivo ancora attuale di costruire una società libera , aperta e inclusiva. Questa è l’anima di una politica riformista , di sinistra ed europeista che coltiva ancora l’ambizione di governare il Paese avendo negli occhi e nella mente le attese e le speranze dei più’ giovani.

“La precarietà e l’insicurezza sono aumentate con il ‘decreto sicurezza’”. Intervista a Chiara Peri

 

(credit Ansa)

Dopo la decisione del Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, a cui si è aggiunto, tra gli altri, il Sindaco di Napoli De Magistris, di non applicare nel suo Comune il cosiddetto “decreto sicurezza”, si è scatenato nel Paese una forte polemica sulla politica dell’immigrazione egemonizzata dal leader leghista Matteo Salvini. Molti sono i limiti della legge, e per alcuni esperti vi sono anche problemi di costituzionalità. Tanto che diversi Presidenti di Regione, di area di Centrosinistra, faranno ricorso alla Corte Costituzionale. Ma quali sono i limiti di questo provvedimento. Ne parliamo con Chiara Peri, responsabile della progettazione e dell’advocacy del Centro Astalli di Roma. Continua a leggere

“Il populismo è una minaccia molto pericolosa per lo sviluppo politico e sociale dei popoli”. Intervista a Padre Arturo Sosa (S.J)

Papa Francesco con Padre Arturo Sosa (LaPresse)

Padre Arturo Sosa, per la sua missione, è un uomo dalla visione globale. E’ il 30° successore di Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù. Il primo “Papa Nero” non europeo dei gesuiti, anche questo è un segno dei tempi. Latinoamericano, come Papa Francesco, del Venezuela. Porta nel suo sguardo sul mondo anche la competenza degli studi di politica. In questa intervista a tutto campo, Padre Sosa, ci offre una chiave di lettura, il discernimento, su molte questioni che riguardano la Chiesa e il mondo contemporaneo.

 

Padre Sosa, Lei due anni fa, dalla 36° Congregazione generale della Compagnia, è stato eletto successore di Sant’Ignacio de Loyola. Ignacio è il Santo del discernimento. Una parola che sta molto a cuore a Papa Francesco, come ad ogni gesuita. Può spiegarci, in breve, il significato profondo della parola?

I Vangeli raccontano come Giuseppe decide di accettare Maria, incinta, come sua moglie. Giuseppe, dopo molte esitazioni, contravviene alla legge mosaica che aveva rispettato per tutta la vita. Lo fa perché ha sentito il messaggero che gli assicura che si tratta di un’opera di Dio. Giuseppe, dicono le scritture, era un uomo giusto, amava Dio e amava Maria. Guidato dal suo sentimento interiore, apre le porte della sua casa e il suo cuore a Maria, sua moglie, e al bambino che porta in grembo, assumendo tutte le responsabilità di marito e di padre. Giuseppe ha fatto un vera e propria scelta spirituale. La premessa è che Dio è presente e agisce nella storia umana. Dio può e vuole comunicare con gli esseri umani come comunicano gli esseri liberi, a partire dall’amore rispettoso dalle decisioni degli altri. Giuseppe si trova di fronte a una decisione trascendentale: rifiutare o accettare Maria sua sposa promessa, come sua moglie. La comunicazione onesta, aperta e libera lo porta a scegliere di prenderla in moglie, mantenendo la promessa fatta anche in circostanze fuori dal suo controllo.

Il discernimento è un processo complesso, per il quale non esistono formule o ricette. Così Gesù ci insegna nella parabola della zizzania e del grano. Ciò che sembra zizzania (malerba) può esser grano. È necessaria una sensibilità spirituale per distinguere i moti dello Spirito dall’inclinazione al male travestito esternamente come bene. L’esito del processo consente di confermare che si decide secondo lo Spirito.

La pace profonda che consente di affrontare situazioni inedite deriva dall’essere in sintonia con lo Spirito e garantisce che si sia scelto di seguire il Signore. La scena della preghiera di Gesù nell’orto prima della passione e della morte imminenti è la migliore immagine di un discernimento che sceglie di porsi completamente nelle mani di Dio e affidarsi pienamente alla sua promessa di vita, affrontando le sofferenze conseguenza dell’ingiustizia umana.

 

Utilizzando questo discernimento, come si presenta il mondo agli occhi del Successore di Sant’Ignacio?

Come una sfida e un’opportunità. Il cambio di epoca storica, con l’ emergere della società laica e della cultura digitale, in cui abbiamo iniziato a vivere, apre nuove opportunità – per gli esseri umani e per le società contemporanee – di progredire verso la riconciliazione attraverso il raggiungimento della giustizia sociale e di ristabilire l’equilibrio con l’ambiente. Si tratta d’una nuova opportunità per annunciare la Buona Novella che Gesù ci ha dato, insegnandoci con la  sua vita e la sua parola la via per una vita pienamente umana.

La sfida consiste nel trovare il modo migliore per veicolare il messaggio, che non può prescindere da un comportamento coerente con esso da parte di chi lo diffonde. Pertanto un primo aspetto di questa sfida complessa e stimolante è la conversione di noi che ci professiamo seguaci di Gesù Cristo e quindi la profonda riforma della Chiesa affinché la coerenza della vita sia il primo annuncio della fede che ci muove e dà senso alla nostra vita. Seguendo l’esempio di Gesù, la sfida si affronta avvicinandosi realmente al mondo dei poveri e nell’ottica di chi subisce le conseguenze dell’ingiustizia strutturale che caratterizza i rapporti sociali odierni. Per questo, il recente Sinodo ci invita a vedere il mondo dalla parte dei giovani, che cercano in effetti di superare i limiti del mondo che hanno ereditato e di generare nuove speranze di vita.

 

Papa Francesco parla spesso di “terza guerra mondiale a pezzi”. Qual è secondo Lei l’elemento più pericoloso che può portare il nostro Pianeta verso il Caos incontrollabile?

La violenza che si sostituisce al rispetto per le persone, le culture e i popoli con il sopruso di chi si sente più forte o ha i mezzi per imporsi. La violenza impedisce di fare del dialogo lo strumento per instaurare rapporti giusti tra gli esseri umani e i popoli, partendo dal riconoscimento dell’altro come uguale e dal rispetto gioioso delle differenze. La guerra è la distruzione della politica come modo per prendere decisioni in grado di armonizzare gli interessi privati a vantaggio del Bene Comune. L’indebolimento della politica come modo di risolvere i conflitti e unire le persone e i popoli alla ricerca del Bene Comune conduce alla comparsa di tante guerre e di tanti diversi modi di fare la guerra, che oggi osserviamo.

 

 Il tempo della globalizzazione ha portato, certamente, tanti guasti nel nostro mondo. Ma sarebbe ingeneroso non vedere, anche, gli elementi positivi. Quali sono per Lei?

Ci sono molti aspetti positivi. Voglio citarne solo alcuni. La consapevolezza di un’umanità culturalmente ricca e diversificata e creativa per la sua immensa diversità. Riconoscerci come esseri umani nella varietà delle espressioni culturali che esistono, sono esistite ed esisteranno ha portato ad accettare la dignità di tutti gli esseri umani e il riconoscimento dei Diritti Umani come base per le relazioni tra tutti i popoli. Siamo lontani dal poter dire che i diritti umani di tutti siano rispettati integralmente, ma che esista questa prospettiva è qualcosa che lascia sperare.

Prima accennavo all’emergere della società secolare in cui si tratta di garantire spazi liberi che consentano lo sviluppo delle persone e dei popoli in condizioni migliori che in altre epoche storiche. La società laica apre nuovi spazi per una libertà decisionale personale e per modalità democratiche di fare politica. Inoltre crea spazi per la libertà religiosa e il dialogo interreligioso. Resta pur sempre un ideale, ma anche una reale possibilità. Lo sviluppo scientifico-tecnologico e i suoi effetti sulla vita quotidiana attraverso la moltiplicazione dei beni che fungono da civilizzatori a disposizione di un numero crescente di persone e di popoli è una porta aperta nonostante tutte le sue ambiguità. La rivoluzione delle comunicazioni ha sicuramente cambiato il modo in cui ci relazioniamo, con conseguenze che ancora possiamo solo intravvedere in termini di opportunità e di minacce.

 

In Occidente ed anche in America Latina soffia il vento, pericoloso, del populismo sovranista. Qual è il suo giudizio e quello dal punto di vista della Dottrina Sociale della Chiesa?

Il populismo è una minaccia molto pericolosa per lo sviluppo politico e sociale dei popoli del mondo. Dietro agli atteggiamenti populisti si celano nuove forme di dominio di pochi sul resto dell’umanità. Molte forme di populismo sono solo varianti del personalismo tipico delle forme dittatoriali di esercizio del potere politico.

Con un linguaggio ambiguo il populismo sostituisce il popolo, i cittadini organizzati, come soggetto della vita pubblica, privandoli del loro potere decisionale per concentrarlo nelle mani di pochi. Il progredire del populismo è il più grande ostacolo allo sviluppo della democrazia nel nostro tempo.

 

Perché la Sinistra in America Latina non è più un segno di speranza per i poveri?

Neppure la destra lo è in America Latina o in qualunque parte del mondo. La realtà dello sviluppo politico e sociale ha creato confusione su ciò che significa destra e sinistra. Le ideologie politiche estremiste e l’emergere di forme di populismo di destra e di sinistra hanno diluito i concetti di destra e sinistra.  È il momento di rafforzare i processi di personalizzazione e di organizzazione dei poveri perché basino le loro speranze in quelle che sono le loro potenzialità, indipendentemente da false ideologie di redenzione di segno contrapposto o dai populismi che generano false speranze.

 

 Siamo anche nel tempo della crisi generalizzata della politica. Oggi nel mondo sono pochi i veri statisti, cioè politici che hanno una visione del bene comune globale. Cosa fare per ridare dignità alla politica?

Sviluppare la coscienza civica, vale a dire ampliare ed approfondire l’educazione politica in tutti i settori sociali e in tutte le generazioni. La coscienza civica nasce dall’esperienza della necessità degli altri di poter vivere come esseri umani. Gli esseri umani sono esseri sociali, cioè esseri politici. Per potere non solo sopravvivere, ma avere una vita dignitosa, abbiamo bisogno gli uni degli altri. Abbiamo anche bisogno di organizzarci per creare le condizioni per una vita dignitosa per tutti. Ogni essere umano è chiamato a rendersi conto della necessità di mettere l’interesse comune al di sopra degli interessi individuali o di gruppo e agire di conseguenza. I populismi creano l’illusione di poter soddisfare gli interessi personali prescindendo dall’interesse comune e minano pertanto le possibilità di cittadinanza, democrazia e giustizia sociale.

 

Molti cattolici sentono la nostalgia dei partiti “cristiani”.  Ha senso oggi un partito “cristiano”?

La nostalgia è una visione distorta del passato. Come raccomanda il Vangelo, non si deve versare il vino nuovo in otri vecchi … La memoria dei cristiani integerrimi che hanno dato la vita per contribuire con l’azione politica alla costruzione di società democratiche ci aiuta a ritrovare la coscienza politica di tutti i battezzati. Ogni cristiano è chiamato ad essere un cittadino ed a partecipare attivamente e consapevolmente alla vita pubblica. Alcuni saranno anche chiamati a fare dell’azione politica il loro progetto di vita. Toccherà alla comunità cristiana motivare e indicare la dimensione politica della vita umana che deve ha bisogno di trovare nuove forme di organizzazione politica che approfondiscano la democrazia e superino i populismi e ogni forma di tirannia e di dittatura.

 

Parliamo dell’immigrazione. Oggi in molti paesi dell’Unione Europea, e in particolare in Italia, c’è una visione cattiva, alimentata dalla propaganda del partito della Lega Nord, una visione che crea la paura del    diverso, dello straniero. La    Compagnia è in prima fila sulla frontiera dell’accoglienza.  Le chiedo cosa fare per spezzare la spirale della paura e dell’indifferenza (che investe anche molti cattolici).

Il faccia a faccia è il modo migliore per scoprire l’umanità dell’altro che viene in cerca di una vita migliore. Il contatto personale è il miglior antidoto alla paura dell’ignoto. Chi è costretto a lasciare le sua casa per la violenza o per la povertà o perché cerca nuovi orizzonti di vita, va in cerca di una vita migliore per sé e per i suoi familiari. Viene, quindi, con tutte le sue energie, disposto a contribuire ad una vita migliore. Porta anche la ricchezza della sua cultura, le competenze personali e la formazione tecnica o professionale che può aver acquisito. Chi viene può e vuole contribuire a una vita migliore nel posto in cui si reca, il che, a sua volta, gli consente di aiutare i suoi familiari, dai quali ha dovuto separarsi. Offrire spazi e modi di incontro per riconoscere le diversità e apprezzare il contributo che possono dare è un mezzo per superare i pregiudizi, non avere paura e riconoscere l’altro come un fratello o una sorella con cui poter costruire una vita migliore per tutti.

 

La predicazione sociale di Papa Francesco è molto esigente. Come è accolta, secondo lei, nella Chiesa Universale?

Non esiste un unico modo di recepire questo messaggio. Per molti si tratta di un messaggio di speranza che deriva dalla sua esperienza spirituale fondata sulla contemplazione del Gesù dei vangeli. Per altri è una deviazione dottrinale pericolosa. Altri vanno oltre e pensano che derivi fuori delle sue funzioni di capo del corpo della Chiesa. Gran parte del popolo di Dio lo recepisce come un messaggio in sintonia con la brezza rinfrescante che il Concilio Vaticano II ha portato alla Chiesa.

 

 Molti “nemici” di Papa Francesco, all’interno della Chiesa, hanno cercato di delegittimare il Papa. Con accuse gravi e pesanti. Cosa ha dire Lei a questi nemici del Papa?

Li invito a mettersi davanti al Signore in croce e ad esaminare la loro esperienza di fede per discernere gli spiriti che muovono le accuse che fanno.

Li invito inoltre ad utilizzare i modi e i canali di correzione fraterna che esistono nella Chiesa, evitando la tentazione di essere solo dei protagonisti mediatici. Chiamare il Papa alla riflessione, se si ritiene in coscienza di aver qualcosa da dire a chi è responsabile di curarsi dell’unità di tutto il corpo della Chiesa e portare l’annuncio della Buona Novella al mondo di oggi, lo si deve fare attraverso i mezzi consacrati dalla sana tradizione della Chiesa.

 

Il Papa fa molto affidamento sulla Compagnia per supportarlo nell’opera di evangelizzazione. Più volte vi ha invitati ad essere “creativi”. In quale frontiera si esprime di più la vostra creatività?

Il cambiamento epocale che stiamo vivendo ci obbliga ad essere creativi in ​​tutti i campi in cui ci muoviamo. L’accompagnamento attraverso gli Esercizi Spirituali è stato uno dei campi in cui abbiamo trovato molti nuovi modi per condividere questo tesoro spirituale, mantenendo la fedeltà al metodo ignaziano e proponendo modi di offrirlo adatti alle persone e alle loro condizioni di vita. Il campo educativo a tutti i livelli è una sfida costante alla tradizione pedagogica della Compagnia di Gesù, oggi ampiamente condivisa tra i Gesuiti, compagni e compagne nella missione. Offrire ai bambini e ai giovani, in contesti sociali così diversi come quelli attuali, le opportunità di formazione che consenta loro di acquisire le attitudini e le capacità per muoversi liberamente nel presente e prepararsi a vivere in un futuro che non riusciamo neppure immaginare come sarà.

 

C’è un cancro mortale nella Chiesa, ed è quello del crimine della pedofilia. Nonostante la tolleranza zero di Papa Francesco le cose non vanno tanto bene. Molto si è fatto ma molto resta ancora da fare. Le chiedo: da dove cominciare per estirpare questo crimine?

Si deve cominciare dalla preghiera, dal digiuno e dalla penitenza, come ha ricordato Papa Francesco nella sua lettera al Popolo di Dio del 20 agosto 2018. Non si tratta solo di “casi”, ognuno inaccettabile, né solo della condizione di coloro che hanno abusato (clero, vescovi, religiosi). Il problema è di fondo: le nostre società hanno una “cultura di abuso” che si esprime non solo in abusi sessuali, ma anche in abusi di coscienza e di potere, che hanno provocato meno scandalo, ma più danni. Solo in una relazione intima con il Signore e aprendo i nostri cuori alla sua grazia e alla sua ispirazione troveremo la forza e la via per affrontare la situazione. La giustizia per le vittime è una condizione senza la quale nulla di ciò che si fa può essere efficace. Si tratta di ascoltarle veramente, denunciare, assoggettarsi al diritto civile e a quello canonico; soprattutto, accompagnarle nel processo di riparazione, cercando di raggiungere la riconciliazione. Coloro che hanno commesso questo crimine devono, da un lato, assumersi le conseguenze legali, civili e canoniche. D’altra parte si devono garantire le condizioni di vita che evitino ogni ricaduta e gli aiuti necessari nella misura del possibile per cambiare la loro vita. In generale, dobbiamo fare in modo che tutte le istituzioni della Chiesa abbiano programmi di prevenzione e protocolli di comportamento adeguati nei rapporti con i minori e con le persone vulnerabili. Meglio ancora che questi programmi vengano mantenuti sempre attivi e siano gestiti da agenzie specializzate e indipendenti. Sono anche necessari protocolli aggiornati per affrontare i casi che si possono presentare, facilitare la denuncia, garantire giustizia e la riparazione in ognuno di essi. Senza indugio si dovrebbe anche avviare un’azione sistematica e approfondita per promuovere una cultura di tutela dei bambini e delle persone vulnerabili. Promuovere cambiamenti strutturali nei rapporti sociali, soprattutto nella concezione e nell’uso del potere, che consentano di rendere la vita sociale uno spazio sicuro e dignitoso.

 

La Chiesa ha crisi di vocazione eppure voi gesuiti siete ancora tanti. In quale area del mondo siete in espansione? Cosa vi rende attraenti?

È il Signore che chiama. Speriamo che continui a chiamare molte persone a una vita cristiana radicale nella varietà di possibilità offerte dalla vita moderna. Noi cerchiamo di aiutare ad ascoltare quella chiamata e di accompagnare i processi di discernimento e di scelta. Non guardiamo tanto al numero ma alla qualità; manteniamo un processo di formazione impegnativo e lungo prima dell’incorporazione definitiva nella Compagnia di Gesù. Apriamo le porte a persone di qualità umana, spirituale, intellettuale ed apostolica … Se sono molti, siano i benvenuti …  In questo momento crescono le vocazioni per la Compagnia in Africa e in Asia, restano stabili in America Latina e diminuiscono in Nord America e in Europa. Nei prossimi decenni vivremo una diminuzione del numero di gesuiti ed uno spostamento geografico. Allo tempo stesso cresceremo in forme apostoliche nelle quali collaboriamo con molte altre persone e facendo rete.

 

Siamo alla vigilia del Natale. Vuole lasciare un messaggio ai cristiani che la leggeranno?

Mi auguro che l’esperienza di questo Natale ci avvicini ai poveri, a coloro che soffrono e a coloro che lavorano per la pace e si trasformi in un rinnovamento profondo della nostra speranza e ci trasformi in portavoce della speranza in un mondo che lotta per superare tanta ingiustizia per trovare il modo di per vivere come fratelli e sorelle.