Alla ricerca di un senso a questi giorni… Intervista a Ivo Lizzola

Ivo Lizzola è un professore universitario, è ordinario all’Università di Bergamo, ha riflettuto molto sui percorsi dedicati alla “cura” delle persone. Ha elaborato un’etica della cura che tocca molteplici aspetti della persona (dai giovani drop out, ai carcerati). A lui chiediamo, in questa intervista, una riflessione sul “senso” di questi giorni tragici. A partire dalla sua esperienza in una zona tremendamente colpita come il bergamasco.

Oggi ancora pagine intere di necrologi su L’Eco di Bergamo. Dodici, come da due settimane. Che fanno numeri di certo più alti di quelli ufficiali. Un rosario di volti, di sguardi, di sorrisi; e  costellazioni di famiglie, di prossimità. Storie, relazioni, progetti di vita, memorie, speranze, promesse, unicità… che quasi scivolano via in uno sciame. Come inghiottiti in un cielo che si è fatto stretto.

In una rapidità del finire che quasi nessuno spazio e possibilità lascia a racconti, consegne, lasciti, gesti, congedi. Bruciati. E ognuno spera siano almeno un poco serbati nella carezza sconosciuta di un infermiere, un medico, sfinito, sfinita. Pure lei o lui lontano e separato dai suoi cari, a loro protezione.

Cosa resta alfine, cosa regge di queste morti “affollate”, affidate, disperse? Altri popoli e luoghi del mondo hanno continuato a conoscere fino ad oggi nelle guerre e nelle carestie, siamo noi che le reincontriamo dopo generazioni, attoniti. Restano forse il segno, la traccia d’amore, le dedizioni e le promesse: poco più d’un seme.

Professore, in questi giorni, la pandemia che ha colpito l’Italia, in modo particolare la sua Bergamo, sta facendo interrogare in profondità l’ opinione pubblica italiana. Tra questi anche teologi e filosofi. Siamo alla ricerca di un senso a questi giorni. Nel giro di pochi giorni il nostro vivere è cambiato. Viviamo sospesi in momenti in cui fa da padrona l’incertezza sul futuro..

L’incertezza ci è entrata dentro, prima ci preoccupavamo del progetto e della previsione sul futuro, del possibile e del controllo. Affaccendati per assicurarlo, svilupparlo, sperimentare innovazioni, nuovi incontri. C’era scontatezza, diritto, merito, per alcuni anche successo … Vita dalle emozioni e dalle novità… scontate. Era il mio tempo, il futuro mio, frutto delle mie avventure   e delle mie intenzionalità.

Bastava non stare troppo vicini alle realtà umane e sociali dove non si può che provare a vivere, nei margini e nei vuoti dei paesaggi  interiori, nelle fratture esistenziali: l’illusione per molti era servita.

Ma la vita è precaria, flottant scriveva Paul Ricoeur, incerta e titubante. Ci si trova in vita prima d’ogni esercizio di volontà. E in una “certa necessità di esistere“ – scrive il filosofo. Ma la vita “poi sfugge, si sottrae al controllo”: non si regna su di essa”. Sí, occorre continuare a volerla, sceglierla, la si deve curare, coltivare, anche se poi, in qualche modo, ti lascia.

Stanno morendo tanti anziani e tanti grandi anziani. Le memorie, le continuità di tante storie locali, a volte la tenuta delle relazioni. Muoiono tante donne e tanti uomini comunitari, volontari, persone cariche di saperi e racconti. Testimoni.

Tanti, tutti insieme. Senza avere tempo di celebrarli, di narrarli, di tenerli un po’ nei rosari dei ricordi, dei debiti, delle Ave Maria tra persone raccolte attorno a loro. Come se una generazione venisse decimata. Di una comunità si strappassero radici. Come riseminare riprendendone le consegne?

Sono, anche, i giorni cui si fa esperienza della “distanza” : la distanza di un metro, il divieto di “toccare, di baciare , di abbracciare”. Paradossalmente per mostrare attenzione all’altro devi stare ben lontano. Gabriel Marcel diceva che il “corpo ricorda”. Stiamo sperimentando un’ altra “corporeità”?

C’è una distanza che è nei corpi e che è dei corpi che noi siamo. La sentiamo mordere, radicale: ci sono corpi sommersi e corpi salvati. Corpi esposti, tremanti; corpi in mani d’altri. Corpi rinchiusi e che si sentono vite senza riparo.

In questi giorni molti si sentono sommersi, presi dalla malattia non conosciuta e dagli apparati sanitari. Sentono di non appartenersi più. Gli altri, per ora salvati, da un lato temono di scivolare nel gorgo, dall’altro sentono il peso di una ingiustizia e di una colpa non imputabile.

Con studentesse e studenti, fascia d’età un po’ più protetta oggi, abbiamo riletto I sommersi e i salvati di Levi, le pagine sulla zona grigia, utili a leggerci dentro. Anche a trovare forme di disposizione e dedizione, semplici gesti buoni e giusti. Come quelli di Silvia che mi scrive: “Grazie per la lezione a distanza di ieri. Non ho preso parola perché ero un po’ in lotta con me stessa. Mi capita in questi giorni di sentire un po’ il peso della mia sensibilità, e un po’ di colpa. Come se fossi arrivata al limite, come se non potessi più sopportare di “sentire” o di “compatire”. Per uscirne mi sono dovuta inventare un modo per essere presente. Così mi sono svegliata presto, ho impastato le sfoglie e il pane e ho portato pane fresco ai miei anziani vicini e i croissant ad una mia amica che lavora al Pronto Soccorso, nel reparto Covid.

Mi sono sentita viva, bene. Credo lo farò anche domani”.

Il gesto “inutile” di Silvia che prova a stare presso l’angoscia dei vicini, e l’esposizione rischiosa dell’amica, mi ha ricordato  la figura di Lorenzo, l’operaio italiano che Primo Levi ricorda in Se questo è un uomo. Gli aveva portato un pezzo di pane e avanzi di rancio per alcuni mesi, a lui, intoccabile.

“Con il suo modo piano e facile di essere buono”, scrive Levi, raccontava che esisteva un mondo altro, una possibilità di bene, di speranza , “ per cui metteva conto di conservarsi”. Distanza, profondo legame. Sì, il corpo ricorda!

Ma c’è un altro elemento di cui facciamo esperienza : quello della prossimità e della cura. Vengono in mente le parole di Albert Camus scritte nel suo romanzo un capolavoro, La Peste :”Ma lei sa, io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo, questo m’interessa”. Oltre ai medici e infermieri, anche giovani che si offrono di portare la spesa agli anziani del proprio condominio o del proprio quartiere anche in zone altamente rischiose… È una bella picconata alla cultura dei muri e della indifferenza. È così?

In questi giorni nei quali la vulnerabilità e la fatica della speranza paiono lasciarci sospesi tra caso e necessità, in cui le domande sul vivere e sul morire restano aperte, pare restino solo degli esili fili della tessitura del mistero dell’incontro. Di un operoso, solidale e sollecito incontro tra le donne e gli uomini.

Dentro le “zone del rispetto” di questa inedita distanza-vicinanza, la cura di sé è cura dell’altro: qui resistono fili di senso, di sogni buoni, di dignità, di giustizia, di gratuità fraterna. Certo nulla ci garantisce che domani sperdimento, rescissione delle radici, cattive nostalgie, ricerca di nuovi idoli rilegittimino l’esercizio della forza tra le donne e gli uomini. Ma ricordiamo le parole di Simone Weil: “ Sembra di trovarsi in un impasse da cui l’umanità possa uscire solo con un miracolo. Ma la vita umana è fatta di miracoli”.

Per far fronte al sottile e intimorito insinuarsi della distanza serve lucidità, cura del sentire l’altro, attenzione a chi stiamo diventando. Se così, allora non possiamo che accettare di chinarci di nuovo, con cura e con intelligenza attenuta, sulla vita, sui legami, sul lavoro, e sulle forme della vita comune che resiste e nasce. Sulla vita che a volte muore.

Tante e tanti si chinano, a volte intervenendo e più spesso impotenti tenendo viva una danza di sguardi più che di tocchi e carezze. “Eppure ho già visto tanta sofferenza in passato- mi dice Beppe, un amico medico- ma è come non avessi mai vissuto… qui c’è silenzio, ci si guarda”. Tenerci negli occhi: uno a uno, una a una. Come salvare il nome proprio di ognuno.

Il dono, la gratuità sono dimensioni proprie d’ogni gesto nostro, nella professione, sul lavoro, a casa, negli incontri, nel gioco … lí o ci offriamo o ci serbiamo solo per noi stessi, per la nostra recita. La prossimità e la cura sono degli umili, dei debitori, dei provati; sono dimensioni di donne e uomini non innocenti, non perfetti, solo riconoscenti.

C’è anche, tragicamente, l’esperienza del dolore assoluto: la morte. Purtroppo tocca chi è già fragile. Il portare il proprio caro sulla soglia delle terapia intensiva e non vederlo più… Uno strazio assoluto, un senso di abbandono non oso immaginare cosa passa nella mente di quelle persone

All’inizio del corso di laurea magistrale, normalmente faccio due dediche: quest’anno, neppure si parlava ancora della Cina, una l’ho fatta raccontando ai ragazzi del barbiere di Wuhan: avevo letto  di quest’uomo che alla fine del suo turno di lavoro andava in quell’ospedale che hanno costruito in dieci giorni a fare un gesto semplicissimo: tagliare i capelli. Dicevo che dovremmo essere come il barbiere di Wuhan, senza sapere che quello in cui saremmo piombati poche settimane dopo. Quel gesto che gli permetteva di vivere, era prima di tutto il suo mestiere, improvvisamente significava di più, ritrovava il suo senso e la sua origine. I gesti della nostra quotidianità, che spesso “distruggiamo” nelle logiche dello scambio e del mercato, hanno dentro comunque il segreto di una cura che questa crisi sta portando in evidenza. Forse potremo riscoprire la profondità dell’affidamento e dell’offerta reciproci.

Certo si muore sempre soli. Ci si lascia, ma ci si può lasciare accanto, in mani care, sentendosi di qualcuno. In questi giorni madri e padri sono morti senza aver più visto figli e figlie, da loro separati. Quanto è vero quel desiderio di ognuno di sentire ancora, infine, il tocco di quando siamo nati, accolti dal palmo di una mano, che ci ha sorretti, puliti, dondolati. Così siamo stati “messi al mondo”. Speriamo di sentire quel palmo sul volto morendo. Oggi per molti, per troppi non si dà.

Non ci resta che sperare, ed è struggente pensare che qualcuno là in una stanza di una Terapia intensiva si ricordi di quella cura e che porti il suo palmo sul nostro, pure se è sconosciuto. Che lo faccia in nome di quella concreta umanità che si è manifestata proprio in quella persona, nella sua vita che adesso finisce. Non possono esserci i parenti? Però ci sei tu, e allora carezzalo, tienigli la mano. Solo questo può lenire la fatica, per chi lo ha amato, della distanza. Quando noi fossimo sicuri di questo, potremmo ringraziare comunque la vita, il fatto che siamo gli uni dagli altri.

È possibile che la solitudine inevitabile non sia un abbandono straziante ma un affidamento; non sia la solitudine dell’abbandono ma un incontro tra poveri.

Anche la Chiesa è colpita dalla Pandemia. Da credente che effetto le fa la domenica senza messa?

“Viene il tempo, ed è questo, in cui si adorerà il Padre in spirito e verità” (Gv, 4) dice Gesù alla Samaritana vicino al pozzo di Giacobbe. È il Vangelo di tre giorni fa. Al di là delle contese su quale tempio, quale monte… Vivere una sorta di pulizia dello spirito, di ritorno alla Parola, d ritrovamento nell’interiorità è il tempo che ci è dato. Che è sempre tempo opportuno.

Quando i riti, i luoghi comunitari, i gesti e le parole scambiate, cantate e “danzate “ insieme, torneranno, forse saranno più capaci (capax: accoglienti, recettive, piene) di serbare e risuonare del dolore e della gioia, dell’ombra e della tenerezza, della fatica e della speranza, della morte e della vita nelle quali la Promessa del Padre si è mantenuta, ha resistito.

La pandemia che entra e scuote coscienze e scelte, pensieri e relazioni, i modi del vivere insieme, e del vivere soli con se stessi, forse chiederà alla Chiesa di aprire al suo interno e sui suoi confini (quelli dove incontra e dialoga con attese, speranze e disorientamenti di tanti uomini) una stagione di riflessione, ascolto, scelta: un Sinodo?. Come una preghiera, corale ed aperta.

Per la fede che sfida porta questa pandemia?

Scriveva Etty Hillesum nel settembre del ’42 “Non potremmo insegnare alle persone che è possibile ‘lavorare  e continuare ad avere una vita interiore produttiva e fiduciosa andando al di là delle angosce e dei rumori di fondo che ci assalgono?” Occorre lasciare maturare dentro l’essenziale, mentre tanti, tante cercano in cosa avere fede in questo passaggio. In cosa confidare? Da dove i sostegni per la speranza? Quali gesti e presenze ci si offrono come dono e fraternità? A cosa siamo chiamati?

In noi e tra noi “c’è dell’altro, oltre il bisogno di credere. Si dice, in noi e tra noi, una parola della vita… quasi un sussurro, che può cogliere forse chi vive una fede nuda. Ricordi le pagine di Romano Guardini?

Quando il gesto si accompagna alla charis, alla grazia, l’uomo diviene “un pertugio attraverso il quale Dio e la creazione si guardano”. Così Weil.

Provi davvero la debolezza del credere, credito aperto, speranza di speranza, convincimento non certificabile. Abbandono che attende braccia.

Per l’occidente questa pandemia mette in crisi i suoi miti basati sull’individualismo invincibile.. È così?

Chissà se toccare l’inutile, l’incerto, l’inefficace ci preparerà a tornare a sentire  più in profondità il gratuito. La sua energia delicata e decisiva.

È stato recentemente pubblicato (da Castelvecchi) un piccolo testo di Walter Benjamin Esperienza e povertà. È utile per un tempo in cui riuscire così a cominciare da capo, cominciare dal nuovo; a cavarsela con poco, a costruire dal poco, mentre i saperi di prima o toccano il limite o si rivelano futili, se non menzogneri.

Occorrerà, in qualche modo, forse “liberarsi dalle esperienze” quelle ricche, che parevano solidi edifici che tutto spiegavano e garantivano (anche le ingiustizie, i cinismi e le disponibilità) per provare a creare una vita comune in cui fare risaltare una certa povertà ”quella esteriore e alla fine anche interiore, con tanta purezza e nitore che ne esca fuori qualcosa di decente”.

Donne e uomini che sentono “un’esistenza che in ogni piega basta a se stessa, nella maniera più semplice”. Dall’indigenza – toccata nella soffocante ricchezza di cose e opportunità e disponibilità per alcuni, nell’esclusione di molti – alla “povertà” di nuove narrazioni, di inizialità essenziali perché capaci di serbare il cuore di consegne antiche e la cura per il futuro di altri. In un esodo esigente, dai cammini non scontati.

Lì potremo riseminare il bisogno di credere, che in questo tempo è così provato, viene così sfibrato, si tende come la corda di un arco sul punto di rottura. E legando, il bisogno di credere, al desiderio e al compito di sapere, di conoscere, d’essere responsabili.

La politica cerca di rispondere con i suoi mezzi a questa crisi. E le risposte in Europa sono state di due tipi: quella italiana, seguita poi da altri paesi, e quella cinica e sostanzialmente menefreghista di Johnson (che ora sta cambiando idea), il premier inglese. Quale lezione sta dando questa pandemia alla politica?

Parto da lontano. Riflettevo in questi giorni in cui il futuro pare entrato in dissolvenza sul fatto che il sentimento del futuro (e del tempo) ce lo eravamo già giocati. Nella festa del “consumatore globale”, futuro, sogno, mito e rito sono sciolti: lo dice bene Bauman ne Il teatro dell’immortalità. Nulla nasce, non si cerca inizio, non si sperano ci lei nuovi e terre nuove. Al più si “innova”.

La politica si trova ora di fronte alla questione del futuro, non del riparo del presente, alla necessità di un ripensamento profondo, di un riorientamento radicale. Deve pensare alla vita, a partire dalla salute, e a una convivenza che la curi, la coltivi, la faccia fiorire. Accorgendosi che ogni vita è vita comune, è vita gli uni degli altri, di uni dagli altri. Ed è chiaro che le politiche sono efficaci quando si appoggiano, interpretano, orientano scelte e pratiche di vita attente e responsabili, capaci di dedizione e di offerta (anche se oggi si dice sacrificio, e si dice male, ha ragione Luigino Bruni ).

La politica oltre al linguaggio dovrà cambiare sguardo: non si tratterà di chiudere una parentesi, ma di sapere insieme ridisegnare una convivenza nuova, nella quale sobrietà, veglia reciproca, coltivazione di ciò che vale, attenzione alle fragilità, uso dei saperi e dei poteri, siamo ritessuti tra le generazioni, tra le culture. Cura della vita comune, della vita nuova. Progettare e costruire come coltivazione della promessa: di dignitá, di riconoscimento, di cura, nessuno escluso. Inizio, l’iniziare è sempre gesto generoso, è offerta, è incontro. Sull’a venire.

Serviranno politici capaci d’essere umili, con il senso della realtà, con capacità di visione e di ascolto. Capaci di richiamo e orientamento. Testimoni e con cura genitoriale.

Ultima domanda Professore. torniamo al punto di partenza : siamo alla ricerca di un senso a questi giorni… Esiste?

C’è chi ha evocato l’inevitabilità di una certa “selezione naturale” dei fragili, dei vecchi, dei disabili. Che spesso sono anche poveri e marginali. Usando toni che Julia Kristeva definirebbe da “derattizzatori del terzo millennio”, nuovi promotori del merito, della eccellenza, del vitalismo, della purezza.

C’è anche chi ha ripreso le immagini del “flagello di Dio”, della punizione e del castigo, della purificazione: il resto dei perfetti resterà intoccato. I messianismi capovolti che tante vittime hanno già fatto si appropriano del virus.

Ma l’umanità ha già mostrato, anche attraversando catastrofi, che  ha reagito alla logica della selezione naturale con la fraternità e la pietà, quella feriale e semplice dei tanti operatori sanitari e della cura oggi. Una umanità che alla sofferenza dura e “ingiusta” accosta la attenzione alle vittime, anche degli altri, lontana.

Nel tempo della paura e dell’angoscia non emergono solo le tensioni fraterne e solidali. Nell’emergenza sembrano cavarsela meglio gli indifferenti, ci dicono gli antropologi e gli psicologi delle crisi. La stessa Zambrano in L’agonia dell’Europa , annota che “ogni disastro consente alla gente di manifestarsi nella sua cruda realtà: è strumento di rivelazione”. Rivela anche la forza del risentimento, della separazione dall’altro. Eppure da lì si svela anche come l’uomo (e lei parla proprio dell’uomo europeo) sia una creatura a cui non basta nascere una sola volta: può, anzi “ha bisogno di essere riconcepito” la speranza è “il suo fondo ultimo”, la nuova nascita.

Dobbiamo ancora pensare, sentire l’esperienza che la vita sta disegnando dentro di noi, tra noi, del nostro tempo. Fare attenzione, dobbiamo fare attenzione: “l’educazione all’attenzione è la cosa più importante” scriveva Simone Weil; e ancora “che cos’è la cultura? Educazione all’attenzione” Anzitutto attenzione allo sventurato.”

Ci sono esperienze che possono essere risvegli. Esperienze limite, immaginali e di scelta, di intuizione conoscitiva e di conversione, e durano un passaggio. Per aprire un nuovo inizio  quel passaggio deve diventare una soglia, che introduca a un nuovo viaggio, sorretti dalla speranza in una “ulteriorità”, in un nuovo inizio

 

Quell’Italia salvata dalle startup. Intervista ad Antonino Caffo

Valvole per i respiratori stampate in 3D, mascherine in microfibra e lavabili in lavatrice: quando al fianco della creatività si affianca la tecnica.

Non è difficile capire il momento di crisi in cui ci troviamo e non solo per quanto riguarda i macrotemi, dagli economici ai sociali. Anche l’emergenza nella quotidianità sta avendo il suo da fare. Basti pensare all’assenza delle mascherine nelle farmacie o al paventato esaurimento delle sale rianimazione negli ospedali di tutta Italia. Se, per alcuni scenari, gli unici interventi possibili sono quelli del governo, con le dovute misure a supporto delle operazioni maggiori, un aiuto sostanziale può arrivare anche da settori alternativi, impregnati di tecnica, che stanno dando un contributo essenziale nel mitigare gli effetti del Covid-19. Ne abbiamo parlato con Antonino Caffo, giornalista esperto di tecnologia, che sta seguendo approfonditamente il panorama nazionale delle cosiddette startup.

 

«Davanti agli occhi abbiamo la dimostrazione che, come italiani, sappiamo andare ben oltre gli slogan e gli hashtag. Solo un paio di giorni fa, leggevamo la notizia dell’ospedale di Chiari, in provincia di Brescia, che si è ritrovato nell’impossibilità di utilizzare alcuni macchinari nelle sale di rianimazione per la necessità di sostituire delle valvole rotte. Viste le tempistiche dei fornitori abituali, una realtà imprenditoriale locale, Isinnova, è riuscita a realizzare circa 100 valvole sostitutive in più o meno sei ore, peraltro rischiando anche di incorrere in una denuncia per violazione del brevetto, visto che il modello di base del pezzo è partito da quello del fornitore originale, che non poteva assicurare un hardware di ricambio in tempi brevi (per i motivi di riduzione e blocco del lavoro che sappiamo)».

 

In che modo Isinnova ha costruito le valvole specifiche?

 

«Grazie alla stampa 3D. Analizzando il pezzo da cambiare, i ragazzi hanno realizzato un file buono da essere dato in pasto ad una stampante. Ovviamente ciò comporta dei costi, probabilmente inferiori a quelli della fornitura tradizionale ma pur sempre presenti. Ad ogni modo, è la dimostrazione che, nel piccolo di una azienda che conta solo 14 collaboratori, le soluzioni per aggirare problemi che possono costare la vita alle persone ci sono e alla portata di chiunque abbia gli strumenti tecnologici adeguati; di certo non più solo grosse aziende e multinazionali».

 

Qualcosa si può fare anche nell’ambito delle mascherine, sempre più ricercate in tutto il paese?

 

«Sicuramente. Online da pochissimo c’è Save Italy, altra idea nostrana, che mira a produrre mascherine in scala, lavabili in lavatrice. Trattandosi di un tessuto nato con procedimento tramite interlacciamento ad acqua, senza utilizzo di alcun legante sintetico né chimico, composto al 100% di microfibra, si ha un prodotto che rispetta l’ambiente e ancora utile. Non saremo a livello di una mascherina FP2 ma almeno andiamo leggermente oltre quelle di carta che si vedono in giro oppure alle soluzioni fai-da-te casalinghe».

 

Non è un caso se l’aiuto delle startup sia stato ben accolto anche da Bruxelles…

«Esatto. Bruxelles ha lanciato un bando-lampo da 164 milioni di euro per startup innovative. L’obiettivo è quello di individuare più rapidamente possibile tecnologie e strumenti per trattare, testare, monitorare l’epidemia. Il tutto ruota attorno all’acceleratore di idee EIC, che sta già supportando una serie di piccole imprese nel Regno Unito e in Norvegia, proprio contro il Coronavirus. Tra queste ci sono il progetto EpiShuttle (3,5 milioni di euro) per la realizzazione di unità di isolamento specializzate; m-TAP (2,8 milioni di euro) per filtrare le particelle nell’aria e purificarla e Mbent (1,6 milioni di euro), che sfrutta il cloud e l’intelligenza artificiale per migliorare il segnale del Wi-Fi, prevenendo le interferenze, soprattutto adesso che siamo, o dovremmo essere, tutti a casa».

“OTTIMO LO STOP AL FISCAL COMPACT, MA EUROPA DEVE DIVENTARE L’UNIONE DEL LAVORO”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Ieri, al termine della teleconferenza dei capi di Stato e di governo, la presidente Ursula von der Leyen ha dichiarato che “la Commissione presenterà nei prossimi giorni una proposta per attivare la clausola di salvaguardia generale che permette di sospendere il Patto di Stabilità”. Sono parole in evidente controtendenza rispetto non solo a quanto pronunciato la scorsa settimana da Christine Lagarde ma anche dalla narrazione che è seguita alle affermazioni della presidente della BCE. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0, per approfondire l’impatto della svolta europea sull’economia reale.

Sabella, in meno di una settimana si passa da una percezione di immobilismo che ha fatto crollare le borse a un’Europa che mette in discussione il suo trattato più rigido, il fiscal compact. Come stanno realmente le cose?

La scorsa settimana Christine Lagarde ha fatto una dichiarazione molto critica. Spesso i funzionari, per quanto alti, non comprendono a fondo la portata di parole che se pronunciate durante una riunione a porte chiuse avrebbero tutt’altro sapore. Nel momento in cui Lagarde dice in conferenza stampa “non è compito nostro ridurre gli spread” naturalmente si crea un effetto di instabilità che produce timore sui mercati e il crollo delle borse. Non dimentichiamoci che non è crollata solo la borsa italiana (-17%), ma anche quella spagnola (-14%), quella francese (-14%) e quella tedesca (-13%). In Italia è scattato un comprensibile allarme ma basta considerare questi dati per comprendere che la tesi dell’attacco speculativo al nostro Paese è debole. D’altro canto, secondo molti Lagarde è stata voluta a capo della BCE per cambiare radicalmente le politiche di Mario Draghi.

Lagarde è all’inizio di un mandato. E la sua provenienza dal FMI ha effettivamente alimentato quest’idea. Lei cosa ne pensa?

Gli avvenimenti più recenti ci inducono a pensare che non sia così. Innanzitutto, Draghi lascia la BCE a ottobre e il suo quantitative easing prosegue sotto il mandato di Lagarde. Consideriamo poi che il giorno dopo alle sue dichiarazioni ci ha pensato il capo della BCE a fare chiarezza e che, domenica scorsa, Fabio Panetta – membro del board di BCE – dice in un’intervista al Corriere che la BCE ha pronti 3 mila miliardi per sostenere imprese e famiglie, spiegando anche l’equivoco che ha generato il panico. Secondo Panetta, in sintesi, Lagarde voleva richiamare la responsabilità degli stati membri: naturalmente, anche loro, con una gestione adeguata delle risorse e con politiche fiscali adeguate, sono chiamati a mitigare il differenziale degli spread. Ma c’è dell’altro.

Per esempio?

Ieri sera, Von der Leyen ha detto anche che “questo è uno shock esterno, faremo tutto quello che è necessario e non esiteremo a prendere altre misure a seconda di come evolve la situazione”. Quindi, alla fine, nessun cambio di rotta: è sempre “whatever it takes”, la linea Draghi. Detto questo, vorrei però tornare sul discorso responsabilità degli stati membri perché se no si parla solo di Unione in modo astratto.

In primis, come ricorda spesso Giulio Tremonti, c’è differenza – ed è sostanziale – tra gli scostamenti di bilancio causati da congiunture economiche negative e gli scostamenti causati da eventi eccezionali, soprattutto connessi a fenomeni naturali. La situazione attuale è riconducibile, naturalmente, agli scostamenti della seconda tipologia che non prevedono in alcun modo richieste o concessioni di flessibilità: sono in sintesi risorse che vengono investite dai singoli stati che non vanno conteggiate dentro i parametri di bilancio. È importante richiamare questo fattore perché è ora che si faccia chiarezza sul rapporto tra Unione e stati membri, in ragione di competenze più definite e di una sudditanza a comportamenti burocratizzati che sarebbe utile venisse meno. In secondo luogo, come ha spiegato Panetta, è molto importante che gli stati membri si attivino, in buona sostanza, sul versante dello sviluppo: solo questo può generare una virtuosa riduzione degli spread.

Come può l’Unione Europea, intesa proprio come unione dei 27 stati, incamminarsi sulla via dello sviluppo?

In questa fase di emergenza sanitaria, naturalmente il contenimento è anche del contraccolpo economico. Certo non è uguale per tutti ma il rallentamento è generale. In un secondo momento, bisognerà attivarsi per investire in modo fruttuoso le risorse che l’Unione sta per iniettare nell’economia reale. 3.000 miliardi sono una cifra importante, pensiamo che fino a una settimana fa eravamo fermi al quantitative easing – se non vado errato sono 20 miliardi ogni mese verso le banche centrali nazionali – e ai 1.000 miliardi del green new deal in 10 anni, che significa 100 miliardi ogni anno. Le risorse – stando a quanto dice Panetta – si sono triplicate, investire è l’unico modo per generare ricchezza. Il punto è che bisogna investire nella giusta direzione.

Ma sarà la BCE a erogare queste risorse o il neo meccanismo europeo di stabilità meglio noto come MES?

Naturalmente, qui aleggia ancora un po’ di ambiguità. E, secondo me, quando Lagarde dice che la riduzione degli spread “non è compito della BCE” intende, anche, ricordare che c’è il MES in fase di negoziazione avanzata. Naturalmente, si tratta di uno strumento che nasconde criticità soprattutto per i Paesi col debito particolarmente elevato, e tra questi vi è l’Italia. Questo perché chi beneficerà del MES dovrà impegnarsi in una ristrutturazione del debito. Giusto e comprensibile, ma cosa vuol dire? Come avviene la ristrutturazione del debito? Attraverso, come dice qualcuno, il risparmio privato? E poi, perché insistere con questa interpretazione monolitica del debito pubblico quando sappiamo molto bene che i debiti in pancia delle banche, alla fine, diventano debito pubblico? Da questo punto di vista, l’Italia offre garanzie più di qualsiasi altro Paese avendo un risparmio che è 4 volte il debito pubblico. Ciò significa che il nostro sistema creditizio non è a rischio. Ecco perché le insidie del MES sono rilevanti e perché è opportuno una distensione: l’Unione non può essere della finanza.

Secondo lei, l’Europa proseguirà sulla strada del green new deal?

L’Europa deve proseguire su quella strada e sono convinto che lo farà. Questo è non solo il modo per riproporre la sua industria in maniera innovativa ma anche per staccare i nostri principali concorrenti, ovvero USA e Cina, sul piano della manifattura in particolare, ma anche sul piano dell’economia circolare e della transizione energetica verso gas e rinnovabili, settori dove in Europa si è già investito – lo ha fatto anche l’Italia – e che cominciano a dare risultati importanti. Pertanto, non sono d’accordo con la narrazione dominante che ha già sentenziato un futuro di decrescita per l’Europa, credo invece che la sfida con USA e Cina sia molto aperta.

Crede davvero in un cambiamento possibile per l’Unione Europea?

È appena iniziato un nuovo mandato. È chiaro che o ora o mai più: l’Europa rischia seriamente la disgregazione. Ma vedo questo di buono: finalmente, si sta passando dalla stagione dell’austerity ad una stagione in cui l’investimento torna centrale. Come può un’economia crescere senza investimenti? Da 30 anni ormai, i più grandi investimenti sono andati verso la Cina oltre che nella rendita finanziaria. Ciò ha reso marginale l’elemento che non solo tiene in piedi l’economia ma che dà stabilità a una società: il lavoro. L’economia moderna si fonda su questo presupposto di cui negli ultimi decenni ci siamo dimenticati, ma basta rileggere per esempio “La ricchezza delle nazioni” di Adam Smith che ne resta il padre. Oggi è, appunto, la volta buona per ricordarcene e per restituire centralità al lavoro. Se non lo faremo, sarà inutile parlare di Unione.

“Nella guerra al Coronavirus l’Italia può diventare un modello in Europa”. Intervista a Fabio Martini

 

Sono giorni difficili, tragici, segnati dalla grave pandemia del Coronavirus. Un virus micidiale che sta mettendo sotto un pesantissimo stress i nostri medici ed infermieri. La loro battaglia, durissima, sta  ricevendo ammirazione a livello internazionale. Come sta reagendo la politica a questa drammatica sfida? Ne parliamo, in questa intervista, con Fabio Martini giornalista parlamentare del quotidiano “La Stampa”.

FABIO MARTINI

Fabio Martini, incominciamo la nostra riflessione sui “singolari avvenimenti” (per citare il Camus della Peste, il suo bellissimo romanzo dedicato alla città di Orano colpita da una epidemia. In realtà il romanzo è una metafora sul nazismo) che hanno colpito il nostro paese. Ho usato le parole di Camus perché, come gli abitanti di Orano, gli italiani sono stati sorpresi e spiazzati dall’epidemia. Ed è venuto fuori un popolo fragile. Le fughe da Milano e,  nei giorni scorsi, perfino le località di villeggiatura affollate sono emblematiche … Insomma il nostro senso civico lascia molto a desiderare?
Siamo degli individualisti, con scarso senso civico, viviamo lo Stato come altro da noi, cerchiamo sempre il sotterfugio, ammiriamo e imitiamo i furbi ma dobbiamo riconoscere che il Grande Blocco sta funzionando. Lattaccamento alla vita e lansia di poter precipitare in un sofferenza per noi o per i nostri cari sono più forti dellindividualismo italico”

 

In questo marasma anche la politica, a tutti i livelli, ha fatto la sua parte: una comunicazione, agli inizi contraddittoria, che ha fatto fatica a creare una direttrice comune. Per non dire delle opposizioni (“Conte è un criminale”). Qual è stato lerrore più grave della politica?

Premessa: in queste settimane il governo è chiamato a decisioni difficilissime, non invidiabili. Ma in questo caso lespressione la politica”, che di solito può apparire generica, è quantomai appropriata. Cosa accomuna governo e opposizione in queste settimane così difficili? Certamente, uniniziale e comune difficoltà nel mettere a fuoco il fenomeno che stava arrivando. Ma poi, una volta capito, è intervenuta una certa difficoltà ad anticipare gli avvenimenti, anziché seguirli. Oggi, senza tono accusatorio, possiamo tranquillamente dire: per spezzare la catena del contagio, il governo avrebbe potuto sigillare lItalia 15 giorni fa. Ma se andiamo a due, tre settimane fa, lopposizione non diceva affatto: chiudete tutto! Semmai diceva il contrario. Il Coronavirus è una brutta bestia ma ci ha fatto capire ancor meglio come è fatta la politica di questi anni: inadatta a sfidare limpopolarità del momento e a scommettere sulla possibilità di avere ragione sul medio-lungo periodo”.

Certo che anche la scienza, o meglio alcuni scienziati hanno favorito una certa confusione. Adesso si scoprono tutti rigoristi…

Il protagonismo di alcuni di loro ci ha restituito questa impressione, che in fin dei conti non è corretta. Gli esperti del ramo hanno sempre detto la stessa cosa: attenti che sta per arrivare una brutta epidemia, ben più seria di uninfluenza. Lo sfogo personale di alcuni medici, che hanno il merito di stare in prima linea ma che non sono studiosi, non può cambiare il senso: gli scienziati, gli esperti”, i colti” escono con una credibilità rafforzata da questa vicenda. Larroganza storica e la partigianeria di tanti sapienti nostrani per molti anni  ha gettato nel discredito la scienza in senso lato, che invece da questa vicenda potrebbe uscire rinfrancata. E in ogni caso possiamo tranquillamente svelare” larcano di questi giorni: le decisioni del governo sono ispirate e indirizzate dagli scienziati. In questo momento il Paese di fatto è guidato, sul piano sanitario, da loro: dai tecnici e dai competenti. E se, come auspicabile , i risultati  saranno confortanti è inevitabile che questo  modello di “governo” può diventare un esempio per l’Europa”.

Torniamo alla Politica. Pare che ora vi sia un atteggiamento collaborativo, durerà?
No. In Italia non è mai esistito – se non in brevi frangenti – il senso di un destino comune condiviso. Di cosa stiamo parlando? Di questo: in alcuni stagioni storiche – guerre o gravissime emergenze – di solito nelle classi dirigenti affiora una consapevolezza: se esageriamo in parole o in gesti, mettiamo a repentaglio le vite degli altri e dunque ci diamo tutti una regolata. Lopposizione non sembra disponibile a mettersi in quarantena e la maggioranza non sembra disposta a condividere le scelte fondamentali, anche se nei fatti il governo da qualche tempo rilancia puntualmente ciò che la minoranza suggerisce”.

Se la crisi, speriamo di no, dovesse prolungarsi qualcuno ipotizza scenari di un governo di emergenza nazionale. È fattibile secondo te?

Se nelle prossime settimane il Coronavirus invaderà i grandi Paesi europei, lUe sarà chiamata ad una svolta epocale e a quel punto non ci sarà un problema di governo in Italia perché la leva finanziaria sarà estesa e potente e trascinerà tutti i governi, Ma nel caso improbabile che il virus resti un fatto prevalentemente italiano, allora per affrontare una dolorosa e dura ricostruzione” potrebbe servire un governo di salute pubblica. Che però non si farà: le opposizioni preferiranno lavarsene le mani, scommettendo sul vantaggi di stare alla finestra. Un governo di unità nazionale può venire soltanto nellipotesi di un non auspicabile tracollo economico, con spread alle stelle e gente per strada a protestare per aver perso il lavoro. A quel punto Mario Draghi lo chiameranno di corsa”.

 

Per alcuni osservatori il premier, nella gestione e nella comunicazione, in una prima fase è apparso debole. Adesso viene visto come “l’anatroccolo nero” che prende su di sé il paese. La metafora è un po’ irriverente, però coglie un lato problematico del personaggio. Cosa ne pensi?

Il presidente del Consiglio può piacere o dispiacere,  qualcuno può irritarsi in una fase come questa per certe posture seduttive” (il maglioncino operativo” dei primi giorni, la Protezione civile come esibita war-room, quel suo parlare costantemente in prima persona), qualcuno non dimenticherà certe slabbrature (come linfelice notte culminata nella fuga verso il Sud) che potrebbero esser pagate care. Ma nel complesso Conte ha mostrato una tenuta” politica ed emotiva che, al di là del dividendo personale, potrebbero rivelarsi utili per la sopravvivenza di un buon numero di italiani”.

Per finire torniamo a Camus : “Ma lei sa, io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo, questo m’interessa”. Vedere l’opera di tanti medici un poco ci rasserena e ci rende orgogliosi della loro bravura,  ma noi come italiani usciremo più umani da questa brutta storia? 

“Una splendida citazione dalla Peste! Dopo le grandi emergenze, le psicologie dei popoli subiscono sempre scosse e modificazioni: alcune temporanee, altre permanenti e queste ultime, talora, si fissano nel Dna. Stavolta qualche traccia resterà: gli italiani potrebbero uscirne più umani perché tutti assieme e non come singoli, avranno vissuto quanto poco possa cambiare le nostre vite, quanto sia casuale il nostro destino e quanto sia prezioso preservarlo”.

“Essere sindacalisti è una vocazione”. La lezione di Pierre Carniti. Intervista a Bruno Manghi di Gianni Saporetti

Pubblichiamo, per gentile concessione, questa bella intervista a Bruno Manghi a cura di Gianni Saporetti direttore della rivista “Una città” (http://www.unacitta.it/it/home/).

 

Durante la grande industrializzazione, negli anni Sessanta, quando si forma una generazione di giovani e combattivi sindacalisti, che pensano che il sindacato debba stare in fabbrica, che la contrattazione aziendale sia decisiva, che i sindacalisti non debbano fare i deputati, che l’unità sindacale sia necessaria, Pierre Carniti è uno dei loro leader; quello spirito missionario che si accompagnava al rispetto del sapere e della sua autonomia.

Bruno Manghi, sociologo, già sindacalista Cisl, ha pubblicato Far del bene. Il piacere del dono e la generosità organizzata, Marsilio 2007.

Vorremmo parlare con te di Pierre Carniti, di cui sei stato amico fraterno…
Parlare di Pierre per me è una cosa molto personale, perché, insomma, io sono uno dei tanti a cui lui ha cambiato la vita. Io ero all’università, facevo l’assistente, stavo per fare la libera docenza, collaboravo già con il sindacato, la Fim di Milano, ma poi il fascino dell’epoca e quello di Pierre, a un certo punto mi hanno fatto lasciare baracca e burattini e iniziare un’altra vita col sindacato. Pierre era giovane, un combattente, una persona affascinante. Veniva dalla provincia di Cremona, aveva fatto il tipografo e da ragazzo, con un gruppo di amici della zona, tra cui Alquati, si occupava già della condizione contadina. Fin da giovane, lui in particolare in quel gruppo, era animato da una grande passione sociale. Il loro capostipite, che poi morì suicida, era stato Danilo Montaldi. Quel mondo padano era molto vivo. Poi le esperienze più originali sono sempre quelle giovanili.
Quindi Pierre si fece notare e un onorevole che era stato anche sottosegretario, una figura del mondo contadino bianco, Amos Zanibelli, autore della legge per le case popolari ai contadini, lo segnalò all’organizzazione. Così lui con altri venne selezionato per fare il famoso “corso lungo” del Centro studi di Firenze, un corso di studi molto severo e attento anche alla scrittura e alla cultura generale. Il grande capo era il professore Mario Romani. Con Pierre c’erano Marini e Mario Colombo, tra i tanti bravissimi che si formarono a Firenze.
La formazione era importante nella Cisl?
Sì, era obbligatoria. Nella Cisl  e nella Fim le si destinava sempre una quota di tempo. Quindi grandi sentimenti e molto approfondimento, molto studio. Mi viene in mente il libro che Pierre mi aveva prestato quando ci siamo conosciuti, e non mi ha mai regalato, di Rinaldo Rigola, il fondatore della Cgil, un operaio cieco per infortunio sul lavoro e immigrato.
Terminato il corso, poi ognuno veniva mandato in un posto d’Italia a fare qualcosa; non era previsto che uno tornasse da dove era venuto. Così lui venne mandato a Legnano dove cominciò la sua esperienza metalmeccanica.
Come avveniva l’incontro con gli operai?
Allora non c’erano permessi sindacali, l’unica cosa che si poteva fare era aspettare i lavoratori a fine turno per parlargli.  Solo nelle aziende medio-grandi, dove c’era il commissario interno, avevi la possibilità di entrare. Il commissario interno era quello che sapeva tutto della fabbrica.
Questi sono i primordi. Pierre partecipò alla stagione dei primi conflitti per i contratti, che cominciarono alla fine degli anni Cinquanta. Ma tutti gli anni Sessanta furono grandi anni di preparazione, senza i quali il ’68 e il ’69 non sarebbero esistiti. Il sindacato si faceva strada tra mille difficoltà e Pierre, di quegli anni fu un protagonista, ovviamente con delle tesi. La Fim in particolare sosteneva la tesi del salario legato alla produttività e l’idea di un sindacato che si fa prima di tutto in fabbrica. Quello è il punto di partenza che segna la differenza tra il sindacalismo industriale, praticato ovviamente anche dalla Fiom e dalla Uilm,  e il sindacalismo agrario che era il suo fratello maggiore e che era un sindacalismo delle piazze, non dei campi. D’altra parte eravamo nel pieno della grande industrializzazione.
Poi Pierre venne a Milano, cominciavano le lotte interne e lui molto presto si convinse della necessità dell’unità d’azione e trovò anche degli interlocutori. Nei primi anni Sessanta due vertenze importantissime scossero Milano, quella degli elettromeccanici e quella dei premi di produzione. Lì si fece il primo comizio unitario che, però, per sfuggire alla condanna delle confederazioni che non vedevano di buon occhio questo eccesso di unità, si svolse al Vigorelli. Il tutto fu orchestrato da Carniti e dall’allora segretario socialista della Camera del lavoro di Milano, Di Pol, che poi morì in un incidente stradale. I due cortei arrivarono al Vigorelli contemporaneamente e lì si fecero i comizi. Quella data divenne famosissima. Ma erano giovani i sindacalisti, erano giovani i lavoratori. Con in più questi commissari interni che erano più anziani e che, però, sapevano tutto. Senza di loro quel lungo periodo di vigilia non ci sarebbe stato. Quando si faceva il direttivo del sindacato con Carniti c’erano tutti questi giovani operatori, i combattenti, e poi queste persone, dai quaranta ai cinquant’anni, che per noi erano anziani e venivano a volte con il grembiule di lavoro, perché la riunione si teneva a fine turno, e che parlavano poco ma parlavano giusto.
Ma nelle confederazioni come veniva preso tutto questo?
Beh, nella Cisl si aprì uno scontro, in primo luogo, sull’incompatibilità fra lavoro sindacale e cariche politiche. Questo in nome dell’autonomia del sindacato. Intendiamoci, già con Pastore la Cisl i dirigenti se li faceva da sola, non li prendeva dai partiti o altro. Però, poi, aveva cinquantasei deputati e senatori. La Cgil ne aveva una settantina nei primi anni Sessanta. Normalmente un segretario della camera del lavoro, dell’Unione sindacale diventava deputato o senatore. Così si erano formate queste grandi pattuglie di onorevoli sindacalisti. Altrimenti una figura come Donat Cattin sarebbe stata impensabile.
Quindi c’è questa prima lotta per l’incompatibilità tra le cariche. La seconda riguarda il primato, pur tenendo fermo il contratto nazionale, della contrattazione aziendale, e il rapporto tra salario e produttività. Grandi temi che scuotono la Cisl. A un certo punto i giovinastri di cui io ero seguace tentarono l’assalto alla gestione di Storti, che, però, era un grande,  che per vent’anni fu segretario.
Ecco, Storti a quel congresso si batté con noi, agitando un tema eversivo del 68, “potere contro-potere”, aggirando in qualche misura a sinistra i giovinastri, ma di fatto aprendo una fase in cui accettava molte delle nostre tesi. E fu lungimirante, perché avrebbe anche potuto schiacciarci, ma non lo fece.
Fra gli anziani, poi, il nostro riferimento era Macario, che fu segretario generale della Fim e maestro di Carniti (e fu importante anche per me, perché fu lui a chiedermi di andare al sud, in Calabria. “Per abituarti”, disse). Macario aveva fatto la guerra. Perché lo dico? Perché leggendo le storie dei sindacalisti, che ormai si scrivono a bizzeffe, e sono molto interessanti, la grande differenza che si rivela è tra chi aveva fatto la guerra, la resistenza, era stato in un campo di prigionia o comunque aveva vissuto sotto i bombardamenti e chi, invece, era venuto dopo. Pierre in questo fu bravo, perché riuscì a tenere insieme le due storie. D’altra parte veniva da una famiglia antifascista, il papà gli aveva voluto dare un nome straniero apposta.
Tutto il resto fa parte ormai della storia: soffia il vento del nord, Carniti si afferma con il consenso di Storti, si va alle lotte, Noi galleggiammo bene, ma non è che inventammo, c’era un movimento che era impressionante. Poi c’erano gli studenti, anche se Carniti è sempre stato un difensore della primazia dei lavoratori. Lo infastidiva la superbia di questi giovani che pensavano di insegnare ai lavoratori, questo eccesso di protagonismo: uniti sì, ma prima gli operai, questa era la sua tesi. Ciò non toglie che un incontro, breve casomai (io ho scritto anche un piccolo testo su “Vita e pensiero”, su questo, “Il breve incontro”) fra operai e studenti nel ’69 ci fu. E va detto che ebbe una risultanza importante nelle fabbriche perché molti di questi giovani diventarono impiegati e tecnici e soprattuto al nord ci fu un grande movimento di operai e tecnici insieme nel sindacato. La figura dell’impiegato era fondamentale per il sindacato perché portava il sapere che gli mancava.
Poi arrivarono queste straordinarie conquiste, il ’73, con il contratto della parità normativa operai e impiegati. Nelle fabbriche c’era una mensa separata per gli impiegati, e tante altre differenze, la liquidazione e via discorrendo. Parità normativa che poi diventa inquadramento unico.
Poi arrivarono i discorsi sulla salute e il rapporto con le cliniche e i medici del lavoro, senza i quali noi di ergonomia non avremmo saputo niente. Nacque la medicina del lavoro, i corsi sulla salute, i fattori di rischio, si fecero passi in avanti decisivi. Fortunatamente il sindacalismo italiano non è stato solo un sindacalismo salariale. Poi l’organizzazione del lavoro, la lotta contro la ripetitività, la revisione dei cottimi, tutte robette molto importanti. Insomma, ci fu un tentativo, a volte riuscito e a volte no, di umanizzazione del lavoro. A un certo punto, però, quando questa spinta delle fabbriche cominciò a esaurirsi (anche se la sinistreria unita non volle accorgersene) il sindacato trasferì il suo potere, che era diventato ingentissimo, sul terreno sociale, quindi le pensioni, la riforma sanitaria, la cassa integrazione. Anche queste grandi conquiste sociali, generali, e però lì, intorno al ’78, ci rendemmo conto che una stagione era finita.
Tu hai scritto un libro che ammetteva, con grande anticipo, la fine di un ciclo…
Sì, ha avuto successo soprattutto per il titolo, “Declinare crescendo”, che scritto lì, nella seconda metà degli anni Settanta, quando eravamo sull’Everest come accreditamento, potere, popolarità, fu pure un po’ azzardato. E però c’era qualcosa, si capiva che sarebbe finita.
Ma anche altrove i cicli erano durati dieci, quindici anni, non di più. Questo Pierre lo capì e lì cominciò, negli anni Ottanta,  quell’ultima battaglia, per combattere l’inflazione, che terminerà nei primi anni Novanta con la rottura dell’unità sindacale sulla scala mobile. Poi quella sua ricerca, che durerà fino alla morte, sull’orario di lavoro per aiutare l’occupazione.
Quindi sulla scala mobile fu lui a rompere, ma sull’unità facciamo un passo indietro. Carniti ci aveva provato ed erano stati i comunisti a…
Sì, allora l’unità sindacale non l’avevano voluta i comunisti. Quello fu un momento fondamentale. L’unità sindacale era voluta dall’ala più militante della Cisl e della Uil, sicuramente, dalle categorie dell’industria che addirittura arrivarono all’auto scioglimento. Era osteggiata dalla parte più conservatrice della Cisl che temeva un inquinamento della sua originalità ma soprattutto, per rilevanza, dai comunisti prevalenti nella Cgil. I socialisti della Cgil, e lo Psiup, era tutti favorevolissimi, da Tonino Lettieri a Giuliano Cazzola, che era un fanatico dell’unità sindacale. I comunisti proprio non ce la fecero. A un certo punto, come ho detto, si tentò di procedere verso l’unità organica a pezzi, cominciando prima dai metalmeccanici, dai chimici, per poi arrivare all’unità di tutti. Ma un’unità vera, organica, tanto è vero che sia la Fim che la Uilm fecero il congresso di autoscioglimento. Ricordo sempre la frase di Trentin: “Se volete vengo, ma vengo da solo”. Era per dirci che non ce l’aveva fatta, che i comunisti non la volevano. E quindi si fece l’Flm, un modo nobilissimo per non fare l’unità sindacale. Era una federazione, con gli iscritti in comune però con ognuno che restava nel suo. Anche se molto avanzata, non era l’unità. E si fece anche la federazione Cgil, Cisl e Uil, che ebbe una funzione, ricordo l’anno del terremoto al sud, e però restava una federazione (che sarebbe utilissima oggi, dico io, meglio di niente). Però l’unità non si fece, malgrado quelli fossero anni di grandi conquiste, anni tutti proiettati in avanti.
Poi, alla fine degli anni Settanta, si capisce che questa roba è finita, cominciano le tensioni su questi temi, tensioni sempre moderate, perché allora molti dei sindacalisti che pure si scontravano anche duramente, avevano fortissimo il senso di un comune mestiere. Il rapporto tra Carniti e Lama fu umanamente molto importante, Benvenuto fu un vero amico, Trentin un uomo più difficile, ma c’era un grande rispetto. Però Lama, che era un grande leader popolare di suo, come lo era stato Di Vittorio, fu travolto, lui voleva fare l’accordo sulla contingenza ma la corrente comunista della Cgil, riunita per conto suo, disse di no a maggioranza. E lo stesso Berlinguer anni dopo disse a Pierre, incontrato attraverso Tatò: “Avete sbagliato perché l’accordo dovevate farlo con noi, cioè con il Pci”, perché si riteneva il partito dei lavoratori, quello che, alla fine dei conti, doveva avere l’ultima parola.
Poi Carniti viene messo alle strette dalla salute molto fragile, ha un infarto grave e lascia il sindacato e non poteva che lasciarlo a Marini. Anche se più moderato, si conoscevano fin da ragazzi e poi Marini era rappresentativo, era quello che poteva tenere insieme la baracca.
Cosa ha fatto grande quella stagione?
Io penso che sia una cosa che facevano tutti i sindacalisti, quella di andare a cercare i giovani, “coloro che…”. Ti racconto due piccoli episodi. In una fabbrica di Milano della elettromeccanica pesante, la Tbv, nell’intervallo si parla coi lavoratori e c’era una questione tra operai e impiegati molto complessa e un giovanissimo osa parlare, alza la mano e dà ragione a Pierre, e alla sera a fine turno si trova davanti Pierre: “Chi sei, cosa fai…”, e lo convince a fare il sindacalista.
Oppure il caso di Moretti, ferroviere, ingegnere, comunista, che ha raccontato come Lama, a Bologna, lo volle vedere, lui e la moglie, e stettero ore insieme perché Lama lo voleva convincere a fare il sindacato e lo convinse. Ecco, questo senso missionario della ricerca, che tutti loro avevano già sperimentato, perché tutti loro erano stati scelti a loro volta, questa è una cosa bellissima che allora, a prescindere se fossero comunisti, socialisti, cattolici, era molto presente e che oggi non è che sia scomparsa, ma non è più all’ordine del giorno.
Sapevano che quelle risorse umane erano decisive per riuscire, perché se tu trovavi uno trovavi tutti, ma se non trovavi quell’uno non trovavi nessuno. Il sindacato non è che parte con un’assemblea in cui tutti ti votano a favore; dentro quell’assemblea devi avere due o tre di cui ti fidi e che ti raccontano cosa è quel posto e che sono stimati dagli altri, con un altro principio decisivo dell’epoca, ma che, secondo me, vale anche oggi, che dovevano essere innanzitutto bravi lavoratori, non scansafatiche che fanno il sindacato per evitare il lavoro. Ma già il commissario interno era un bravo lavoratore, stimato nel suo reparto, nel suo ufficio. Questo binomio era poi molto americano, perché per queste persone il mito americano è stato fortissimo. Erano stati tutti negli Usa dal sindacato americano. Quando Carniti conobbe Walter Reuther, dell’Automobile workers diventò matto! Anche perché Gino Giugni, giovane docente alla scuola di Firenze della Cisl, aveva fatto leggere a tutti il libro di Pearlman sul sindacalismo. Ma veniva anche dai vecchi, da Pastore, l’idea che da una parte c’è la missione, l’idea, il messaggio, dall’altra c’è il sapere che è il sapere. Ai corsi si poteva chiamare un conservatore, un innovatore, un socialista, l’importante era che sapesse le cose e te le spiegasse. C’è un’autonomia del sapere, rispetto al messaggio, che va rispettata. Quando io ho bisogno di capire il cottimo chiamo un ingegnere dell’azienda e me lo faccio spiegare, non è che io so ideologicamente cos’è, che il cottimo è sfruttamento eccetera eccetera, no no. Questo è sempre stato un elemento molto forte nel sindacato, nella Cisl in particolare: il sapere non è dedotto da una certezza teologica. Anche se questa c’è. Ma la strada dell’emancipazione è una strada di autoformazione.
E dopo? Com’è stata la vita di Carniti?
Ma, sempre combattendo con questa salute molto precaria, è stato per un breve periodo al Senato, col Psi, per sostituire non ricordo chi, e poi è stato eletto alle elezioni europee. E questo per lui è stato un periodo appassionantissimo. Ha imparato molto, ha usato i legami sindacali per rivedere i vecchi amici. L’incontro con Delors è stato molto importante per Pierre, così come ritrovarsi con Felipe Gonzales che aveva fatto il corso al centro di studi di Firenze, che era un posto anche molto internazionale. Quindi l’Europa è stata vissuta con entusiasmo, con passione da Pierre. Poi cercò di essere protagonista in politica, nel senso che creò, d’accordo forse anche con Benvenuto, un circolo e una rivistina che si chiamava “Il bianco e il rosso” e aveva chiamato a dirigerla un filosofo nostro amico che aveva lavorato molto per la Cisl, Gigi Ruggiu (uno studioso di Aristotele! per dire come eravamo fatti) che aveva già diretto per un periodo la rivista “Progetto” della Cisl.
Ci furono tante riviste…
Ah, la mania dell’editoria è stata sempre forte. Al centro della storia di Carniti a Milano c’è “Dibattito sindacale”, su cui poi scrivevamo tutti. Quando poi era andato in confederazione aveva fatto “Progetto”, e quindi, come dicevo, “il Bianco e il Rosso”. Ma dopo un po’, anche per la sua amicizia e stima straordinaria per Gorrieri, pensò ai cristiano sociali. Senza però voler essere lui in prima linea. E lì però successe che i cristiano sociali nacquero quando il Partito popolare era già agli ultimi atti. Sì, c’erano ancora persone degnissime come Giovanni Bianchi e Martinazzoli ma di là il berlusconismo stava avanzando. A Carniti glielo disse Prodi di fronte a me: con l’arrivo dell’Ulivo non era più il momento di fare queste cose qui. Ecco, lì c’è uno sgretolamento, una parte dei cristiano sociali per ragioni non sempre nobilissime si inserisce nei Ds, Carniti sta alla finestra, non è contrario, però, insomma non è un’operazione che gli è riuscita.
D’altra parte io penso che questa sia una cosa ricorrente: nella storia del movimento sindacale è rarissimo che un grande protagonista abbia un analogo successo in politica. Il caso più clamoroso è Lama, che aveva in mano il paese e nel partito non ce l’ha fatta. Io credo che il motivo sia perché sono mestieri diversi. Probabilmente succede anche in altri ambiti. Nell’industria, per esempio non mi sembra che dei grandi tecnici siano mai diventati grandi manager. Non so, è una cosa che andrebbe studiata. Forse nel momento in cui il sindacato si autonomizza, che è un fenomeno storico molto lungo, riesce anche a produrre politica, come nel caso del laburismo inglese, ma comunque Attlee non era un sindacalista, Gordon Brown e Blair neanche. In Francia Mitterrand assolutamente non c’entrava niente col sindacato; in Germania no, Koch in Olanda sì, alcuni casi ci sono, ma in genere non succede. Ma lo stesso credo valga anche per la cooperazione. Uno dei più grandi movimenti cooperativi del mondo, che è il nostro, non mi sembra che abbia prodotto delle leadership politiche. Forse questo è il prezzo del pluralismo funzionale. Mestieri diversi. Beh, da noi ci hanno provato i magistrati e forse è meglio che non ci riprovino…
Nell’ultimo periodo della sua vita Carniti si è occupato molto della riduzione dell’orario di lavoro…
Lui era un uomo di convinzioni granitiche. Questa cosa dell’orario di lavoro, della sua riduzione, in cui io lo seguii per un breve periodo, il nesso insomma fra occupazione e orario per lui era diventato fondamentale e questa convinzione lo accompagnò fino alla fine anche se con qualche correzione. L’idea della riduzione generalizzata dell’orario di lavoro per dare lavoro ha due limiti fondamentali. Uno, che è difficile farla senza ridurre anche il salario, o comunque le aspettative salariali, e quindi i lavoratori non ne sono entusiasti e, in secondo luogo, perché la riduzione d’orario pensata con Gorz alla francese, come se ci fosse un grande demiurgo che distribuisce il lavoro nella società, uno Stato che mette ordine distribuendo il lavoro, non funziona. Infatti la caricatura di questo sono le 35 ore in Francia. Carniti lo capì e corresse l’impostazione: si può ridurre l’orario di lavoro diversamente, coi contratti di solidarietà, studiando i casi tedeschi, il caso olandese che è molto interessante. Quindi bisogna lavorare sull’orario di lavoro però non pensando che ci sia un accordo generale per cui si lavora soltanto 30 ore, che tecnicamente è possibile, ma bisogna volerlo! E chi è che comincia?
Ecco, quello fu comunque un assillo per Pierre, che poi aveva un senso della dignità, della giustizia, tremendo. Nel senso che veniva ferito dalle cose che non andavano. Ma come altri, intendiamoci. Era una generazione fatta così, insomma, Bentivogli, ma, per carità, anche la Fiom. C’era Pizzinato, un grande amico, una figura splendida, erano tutte persone integerrime con questo forte afflato etico, era gente che si sentiva offesa dalla condizione umana…
Voi della Cisl giravate il mondo…
Sì, perché noi, a differenza della Fsm comunista, avevamo la fortuna di essere in una grande centrale sindacale libera. Quindi avevamo relazioni internazionali fortissime ed erano tantissime le missioni che si facevano. Dalla Spagna dell’ultimo franchismo per vedere chi poter aiutare di quel sindacalismo,  al Brasile dove andò il mio amico Tridente che scoprì Lula, al Cile dove venni mandato e scelsi Bustos che poi, purtroppo, morì. La domanda era: cosa possiamo fare quando torna la democrazia perché ci sia un sindacato come vogliamo noi? Fu una grande avventura internazionale. Ma poi il Mozambico, la Polonia che fu l’ultima grandissima avventura, in quel caso unitaria ormai. Perché poi, a un certo punto, l’Fsm finalmente andò a quel paese, così capitò che Marini garantì perché Trentin potesse entrare nella Cisl internazionale!  La costruzione del sindacato mondiale che c’è oggi, è stata fatta da Emilio Gabaglio che Carniti, a suo tempo, aveva chiamato alla Fim e poi alla Cisl. Gabaglio fu il grande artefice di questa unificazione tra il sindacato libero, il sindacato cristiano, e tutti i residui Fsm, per cui oggi c’è un sindacato mondiale unico, che sarà debole, sarà quel che vuoi, ma che è come avere una piccola Onu.
Questo è un di più sicuramente rispetto alla Cgil.
Eh sì. Chi tentò dopo di rimettere in carreggiata l’azione internazionale della Cgil fu Claudio Sabatini, che, infatti, incontrai in Cile. Una persona intelligentissima, anche se difficile, che aveva capito l’importanza della dimensione internazionale. Anche per la contrattazione, attenzione. Noi dovevamo capire cosa facevano alla Volvo per cambiare il modo di fare l’automobile. Non è che impariamo tutto da soli. Ma poi per l’aspetto contrattuale e per quello delle libertà, perché il

sindacato può fare bene o male, ma intanto deve avere la possibilità di esistere.
Carniti può essere considerato un grande non solo del sindacalismo?
Beh, ha avuto la grande soddisfazione di essere amato e rispettato. Da tutti. Anche se non era un tipo facile, perché era uno che aveva mandato a quel paese tanta gente. Ma anche solo per il suo coraggio, era rispettato da tutti. Il coraggio, prima, di fare l’unità sindacale e poi, al tempo dello scontro sulla scala mobile, a cui seguì il referendum, anche di chiuderla. Nessuno ha fatto una cosa così! Ha continuato a riflettere sul sindacato, sulla società e sulla giustizia fino all’ultimo, fino agli ultimi suoi scritti. Nella sua ultima lettera pubblica riprende il tema dell’unità. Non ha mai smesso di studiare. E questa passione l’ha sostenuto. Prima che lui morisse la famiglia aveva deciso di lasciare un piccolo lascito per istituire un premio, che noi avevamo chiamato Astrolabio (adesso è il premio Pierre Carniti) per degli scritti di giovani laureati. Io sono uno dei lettori che deve valutarli. L’ultima volta che l’ho sentito, poco prima della fine, è stato per dirgli che era stata molto bella la premiazione di due di questi giovani, a Firenze. Lui, alla fine della telefonata, mi disse: “Bruno, è un commiato”.
Dal sito: http://www.unacitta.it/it/home/ (a cura di Gianni Saporetti)