Benedizione alle coppie omosessuali: “Il Responsum non è un documento definitivo”. Intervista ad Andrea Grillo

Matrimonio (Pixabay)

Sul recentissimo documento, il cosiddetto “responsum”, della Congregazione per la dottrina della Fede sulla possibilità di benedire le unioni formate da persone dello sesso, si sta sviluppando un forte dibattito all’interno della Chiesa Cattolica romana. Infatti la risposta negativa della Congregazione ha suscitato sconcerto in alcuni episcopati europei (in particolare quello tedesco, da segnalare anche la presa di posizione di molti teologi tedeschi ). Nella giornata ieri alcune testate internazionali hanno riportato le voci, da fonti anonime vaticane non si sa quanto credibili, che anche il papa si sarebbe distanziato da quel documento. Insomma si tratta di un documento che merita un approfondimento. Per questo abbiamo sentito il parere qualificato del professor Andrea Grillo. Grillo è docente di Teologia al Pontificio Istituto “Sant’Anselmo” di Roma.

Professor Grillo, nell’opinione pubblica c’è un grande dibattito sul recente Responsum della CDF sulla liceità di concedere, da parte della Chiesa cattolica, alle coppie dello stesso sesso la benedizione alla loro unione. Sappiamo che il responso è stato negativo. Il papa stesso ha condiviso questo. Una decisione per alcuni cattolici, e anche cristiani di altre confessioni, assai controversa. Al di là di alcune parole positive sulle unioni, resta la chiusura? Perché?

Credo che si debba considerare un doppio aspetto della questione. Il primo riguarda la
inerzia di una comprensione della sessualità e del matrimonio basata essenzialmente su una prospettiva morale e legalista. E’ facile che, anche nelle Congregazioni, prevalga un modo di ragionare su ogni novità di tipo puramente difensivo. L’idea stessa di benedizione viene così fraintesa e ricondotta semplicemente al potere della Chiesa, come se benedire significasse prima di tutto “autorizzare” e “convalidare”. La illiceità della benedizione di tutto ciò che non sia “integralmente buono” diventa perciò uno scandalo insopportabile e da evitare. Ma qui è in gioco proprio la nozione di benedizione e la relazione con il bene. Da un lato benedire è più un atto di riconoscimento che di regolarizzazione, dall’altro riguarda un aspetto della esistenza e non la sua integralità. Ma il riconoscimento è un atto difficile quando una Chiesa si è abituata, da 150 anni, a combattere sul matrimonio e sulla sessualità come se fosse sua competenza esclusiva. In ogni questione in cui vi sia in gioco una forma di “comunione di vita e di amore” immediatamente scatta una volontà di potenza più forte di ogni riconoscimento. Ogni altro potere è negato: anche quello di benedire una coppia di uomini o di donne. Del passaggio ad una lettura escatologica della
“letizia dell’amore” e della autocritica delle forme ottocentesche di pastorale familiare, che Amoris Laetitia aveva sancito con forza nei suoi numeri 34-37, non sembra esservi traccia nella mens del responsum.

Non c’era da aspettarsi una evoluzione dopo il Sinodo sulla famiglia?
Senza dubbio l’evoluzione, sul piano generale di lettura della esperienza familiare, vi è
stata, sia sul piano pastorale, sia sul piano teologico. La inerzia delle Congregazioni è nota e non è sorprendente che possa esprimere una lettura della vita personale e della
relazione sessuale tanto chiusa in una lettura meramente “funzionale”. Certo, a leggere
bene il responsum, non tutto è arretrato. Ci sono anche piccole apertura, che però non
hanno potuto incidere sulla decisione, che appare rinserrata nelle evidenze di una società tradizionale, che non ha conosciuto il passaggio dal sesso alla sessualità.
Sostanzialmente continua a ragionare con l’idea che il matrimonio sia esercizio legittimo di uno “ius in corpus”.

Qual è il punto debole del responsum?
La debolezza non riguarda nello specifico la questione sollevata, ossia la questione della benedizione delle coppie omoaffettive. Riguarda invece la comprensione generale e strutturale del rapporto tra gioia dell’amore e esercizio della sessualità. Poiché, secondo la tradizionale posizione premoderna, l’unico luogo legittimo per l’esercizio del sesso è il matrimonio, e poiché l’esercizio del sesso tra due uomini o due donne è obiettivamente disordinato – ossia non finalizzato in alcun modo alla generazione – ecco che se ne deduce una duplice causa di illiceità: perché non può essere esercitato nel matrimonio e non può essere finalizzato alla generazione. Come è evidente, in questa prospettiva la comunità di vita e di amore, che può essere certo accessibile anche ad una coppia omoaffettiva, non entra neppure in considerazione, se non in modo talmente marginale, da non riuscire ad intaccare il giudizio drasticamente negativo. La “legge oggettiva” prevale in modo drastico su ogni considerazione soggettiva. Per questo, fin dal primo momento, mi è sembrato che fosse giusto definire la prospettiva di questo responsum con le parole di Amoris Laetitia 304: “pusilli animi est”, ossia “è meschino”, proprio perché si illude che una “legge oggettiva” possa scavalcare e determinare integralmente la logica della benedizione.

Tra le tante prese di posizione contrarie va segnalata quella del Vescovo di Anversa,
Johan Bonny, e anche di vescovi tedeschi (che stanno celebrando il loro sinodo). Per il
vescovo di Anversa il “Responsum” “manca di cura e attenzione pastorale, di fondamento scientifico e di precauzione etica”. Una stroncatura netta. Insomma tra chi vive nel concreto vivente della società questa presa di posizione è sentita come dottrinaria e astratta. Siamo lontani dalla Chiesa in uscita tante volte evocata in questi anni. È così Professore?

La reazione più sana, a mio avviso, è quella che nota come, 5 anni dopo Amoris Laetitia, e quasi in coincidenza della data anniversaria di quel documento, è possibile restare assolutamente chiusi in una comprensione formale, legalistica ed anche, me lo lasci dire, poco canonistica della questione. Ha avuto ragione il prof. Consorti ad affermare che, nella decisione, non si è considerata la questione sul piano più schiettamente canonico, il che avrebbe lasciato spazi di manovra più ampi, proprio per non anticipare il giudizio morale in un atto liturgico come la benedizione che “non chiede nulla ai soggetti” se non di essere testimoni del bene. Una lettura solo “pedagogica” ha bloccato ogni spazio di manovra, riducendo le persone al loro comportamento sessuale, inevitabilmente pregiudicato.

Quali sono invece le ragioni, dal suo punto di vista, per le quali la benedizione si potrebbe dare?

Proviamo a entrare diversamente nel problema, senza lasciarci condizionare da come è
stata posta la domanda sul “potere della Chiesa di benedire le coppie dello stesso sesso”. Mi sorprende che la CDF non abbia voluto imitare nemmeno un poco lo stile di Gesù, che non rispondeva mai alle domande, ma cambiava la domanda. Cambiamo la domanda e chiediamoci: “non può forse la Chiesa riconoscere il bene che c’è in una coppia, non importa come sia composta, nella quale la comunione di vita e di amore siano assunte come prospettive di dono reciproco e di una reale esistenza per l’altro”? Io credo che ad una tale domanda qualsiasi Congregazione non avrebbe difficoltà a rispondere: affermative. Aggiungerei, parafrasata, una frase famosa del Card. Martini, che potremmo applicare a questa condizione. Anche qui si tratta di cambiare la domanda: non dobbiamo chiederci “se si possano benedire queste coppie omoaffettive”, ma “se non siano soprattutto queste coppie a dover essere benedette”!

Sappiamo che la Chiesa Cattolica ha fatto un grande cammino verso la comprensione
della omosessualità, e questo è presente, in alcuni passaggi, del responsum. Non c’è il
rischio di passi indietro?

I passi indietro sono evidenti nel momento in cui tutta la elaborazione compiuta, anche
solo rispetto al testo del CCC, non ha avuto alcuna incidenza su una decisione che è stata assunta con categorie che sono quelle della neoscolastica degli anni 50. Tuttavia, e questo dobbiamo saperlo bene, senza un nuovo sapere sistematico, che sappia coniugare a dovere aspetti oggettivi e soggettivi nuovi, non riusciremo a affrontare correttamente le questioni. E, lo ripeto, per integrare a dovere la “omo-sessualità”, dobbiamo comprendere in modo nuovo la sessualità. Per certi versi la fatica più grande dobbiamo farla con le coppie eterosessuali, per poter comprendere, in maniera nuova, anche le coppie omosessuali. Viceversa, la incomprensione della omoaffettività dipende da una teologia della eteroaffettività ancora troppo rozza, troppo moralistica e troppo legalistica. Potrei fare questo esempio: si osservi quanto impacciati siamo nell’affrontare istituzionalmente le crisi delle coppie eterosessuali per capire quanto arretrate sono le categorie con cui pensiamo matrimonio, famiglia, sessualità e vita comune. Da categorie arretrate nel pensare la eterosessualità difficilmente verremo a capo delle questioni, solo parzialmente diverse, che emergono dalle nuove forme di unione, che dovremmo anzitutto riconoscere come esistenti e non solo come perversioni manifeste.

Veniamo per finire al Papa Francesco. Sappiamo che papa Francesco è un uomo dai
grandi gesti. Sono davvero tanti. E dalla parola profonda e sincera. Domanda : ma questo responsum è in sintonia con il suo magistero?

Fin dall’inizio io sono rimasto piuttosto perplesso per la insistenza con cui il responsum
veniva riferito direttamente al papa, cosa che in sé è tanto ovvia quanto sospetta. Dico
ovvia, perché il procedimento con cui si arriva ad un responsum prevede il passaggio
papale. Ma che un documento firmato da un Prefetto e un Segretario di Congregazione si pretenda di attribuirlo direttamente al papa dice una debolezza. E quando un documento, la cui forza starebbe nella argomentazione, pretende di valere direttamente per la autorità che rappresenta, mostra la corda prima ancora di aver parlato. Ad ogni modo, se anche fosse firmato dal papa, non sarebbe un documento definitivo. Nella sua qualità di responsum ha un valore dottrinale modesto. L’unico livello su cui potrebbe essere valorizzato è su ciò che non ha ritenuto rilevante per decidere in senso negativo. E un documento che dice no, ma diventa importante per i sì che non ha saputo argomentare come doveva, lasciando lo spazio perché colui, al servizio del quale è stato scritto, ma che non lo ha firmato, possa trovare il tempo e il modo per chiarire che cosa è veramente una benedizione e quanto è preziosa per entrare in relazione autentica con le vite di coloro che conoscono che cosa significa amare e vivere per l’altro. E non è detto che di fronte alla stessa coppia, la cui benedizione sarebbe giudicata illecita, non si trovi chi sia disposto a levarsi i calzari.

 

Versione Italiana della dichiarazione dei 212 professori di teologia tedeschi sul responsum
Dichiarazione sul “Responsum” della Congregazione per la Dottrina della Fede
Lunedì 15 marzo 2021, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato un responsum,
in cui nega la possibilità di benedizione da parte della chiesa delle unioni dello stesso sesso. Come professori di teologia cattolica, prendiamo posizione su questo.
La “Nota esplicativa” sul responsum e il “Commento” pubblicato con essa mancano di profondità teologica, comprensione ermeneutica e di rigore argomentativo.  Se rilevanti conoscenze scientifiche vengono ignorate e non recepite, come accade nel documento, il Magistero mina la propria autorità.
Il testo è caratterizzato da un gesto paternalistico di superiorità e discrimina le persone omosessuali e il loro stile di vita. Prendiamo decisamente le distanze da questa posizione. Al contrario, assumiamo che la vita e l’amore delle coppie dello stesso sesso valgono davanti a Dio non meno della vita e dell’amore di tutte le altre coppie.
In molte comunità, sacerdoti, diaconi e altri operatori e operatrici pastorali riconoscono le persone omosessuali, anche celebrando riti di benedizione per coppie dello stesso sesso e riflettendo sulle forme liturgiche appropriate di tali celebrazioni. Le riconosciamo espressamente come pratiche da valorizzare.

“La leadership di Letta potrebbe cambiare il corso della politica italiana”. Intervista a Fabio Martini  

 

Il ritorno di Enrico Letta, dall’ “esilio” parigino (dove per sette anni ha insegnato a Sciences Po), sta movimentando la politica italiana. Quali conseguenze porterà questa nuova leadership?

Ne parliamo con il cronista parlamentare e inviato della Stampa Fabio Martini.

Fabio Martini, bisogna riconoscere che la politica italiana non manca di sorprenderci. In poco più di un mese stiamo vivendo una fase di transizione assolutamente inimmaginabile fino a pochi giorni fa. Le novità, il governo Draghi e il ritorno di Letta in Italia stanno mettendo le premesse per la costruzione di scenari interessanti per l politica italiana, che sicuramente la condizioneranno nel medio periodo (non solo quello rimane della legislatura ma anche la prossima). È così?

«E’ così. Era dai tempi del triennio 1989-1992, tra Muro di Berlino e Tangentopoli, che la politica italiana non cambiava tanto e in un arco così ristretto di tempo. Nel giro di 40 giorni l’italiano più influente al mondo è diventato presidente del Consiglio; il leader della Lega – due anni fa individuato dalle principali cancellerie come un pericolo per il futuro dell’Europa – ha spiazzato tutti, votando un governo ultra-europeista e investendo sul futuro della Lega come forza di governo; i Cinque stelle, per 13 anni forza anti-sistema, sono arrivati a definirsi «liberali e moderati», affidandosi ad una personalità mai iscritta al Movimento; il Pd ha richiamato dalla riserva un personaggio fuori dalla logica delle correnti. E se i primi, decisi passi dovessero ripetersi, la leadership Letta potrebbe cambiare il corso della politica italiana. Il nuovo Pd punta a diventare il partito-guida della futura coalizione con i 5 Stelle, ma anche a far “correre” un’agenda democratica in Parlamento dove alcuni provvedimenti, fuori dal programma di governo, come lo ius soli, potrebbero essere approvati da maggioranze variabili».

Indubbiamente si tratta di un ritorno inatteso, spiazzante, per la politica italiana e i suoi attori. Pare di cogliere, per la modalità, una leadership forte che, come quella di Draghi, punta all’egemonia di questa esperienza di governo. È così?

«Sì. I primi atti – il discorso al partito, la reazione al “piattino” che il Pd romano gli stava preparando per la partita del Campidoglio e la nomina dei vicesegretari fuori dalla logica del bilancino correntizio  – dimostrano che Enrico Letta ha saputo fare tesoro delle esperienze politiche ed esistenziali del passato. Quello in campo sembra un “altro” Letta rispetto a quello che conoscevamo. Ha capito che le virtù  che lo avevano portato a palazzo Chigi da sole non bastano a dare durata ad una leadership. Saper mediare va bene, ma poi bisogna saper decidere al momento giusto. E quel momento, spesso, è qui ed ora. Rassegnandosi a scontentare qualcuno. Ecco perché le sue prime mosse autorizzano un investimento politico, almeno in chi le condivide».

Un cambio di stile e di piglio non era da mettere nel conto? 

«No. Per nulla. Era possibile ma non scontato. Lo sappiamo tutti per esperienza diretta e personale: nella vita di ognuno c’è tanta coazione a ripetere atteggiamenti mentali e scelte concrete già fatti e dai quali non sempre è facile liberarsi. Ragionare criticamente su se stessi è un esercizio non facile. Si potrebbe fare l’esempio di Matteo Renzi: un leader ricco di talento ma nel suo caso non sembra esserci stato “lavoro” su se stesso. E si vede: del suo fiuto politico si giovano altri ma non lui medesimo. Un “altruismo” apprezzabile, ma anche una nemesi amara per chi, come lui, si vuole così tanto bene».

Guardiamo all’intervento di Letta al parlamentino” Pd. Ricco di contenuti. Cosa ti ha colpito? 

«Nei sette anni di “quaresima” Letta, a differenza dei suoi colleghi, ha potuto pensare e studiare. E di questo c’è traccia nel suo discorso. Ma che Letta sia studioso e disponga di un quadro di assieme, lo sapevamo. La novità vera – almeno per ora – è un certo piglio politico. Intendo la voglia di protagonismo, la voglia di vincere. Di superare il Pd fatalista e contemplativo in campo fino a 10 giorni fa: per una parte appagato dal mantenere le proprie quote di potere ministeriale e per la parte vicina alla segreteria interessato ad entrare nel prossimo Parlamento con la propria quota. Vincere le elezioni era un optional, l’importante era farle il prima possibile».

Per alcuni osservatori è stato un intervento da candidato premier. Qual è il tuo pensiero?
«Se continuerà con questo passo e il Pd uscirà bene dalle elezioni amministrative di ottobre, non avrei dubbi: Letta sarà il candidato premier della nuova coalizione di centrosinistra. Ma il passaggio sulle Comunali non è semplice».  

 Indubbiamente la riscoperta del profilo riformista per il PD creerà non pochi problemi a qualche “monopolista” del ramo. Chi pensi che soffrirà di più questo pressing?

«Sul profilo autenticamente riformista del Pd di Letta, bisogna essere più prudenti. Il Paese con la peggiore crescita nel mondo sviluppato negli ultimi 25 anni avrebbe bisogno di riforme coraggiose, molto coraggiose. Di un pungolo sul governo. Il Pd di Letta sembra un Pd genericamente di sinistra, un Pd dei diritti, non ancora delle riforme. Se saprà fare il giusto mix, credo che alla sinistra e alla destra del Pd saranno in tanti a doversi preoccupare. Ma bisogna aspettare».

Per qualche osservatore, invece, la destra può dormire sogni tranquilli. Perché i contenuti esposti da Letta non sono d’interesse per quell’elettorato. Qual è il tuo pensiero?

«Si tornerà presto ad un bipolarismo politico e sociale. Il Pd non sembra interessato a “parlare” a tutti quelli che rischiano o a chi privilegia le scelte individuali. La destra può stare tranquilla ma semmai la competizione potrebbe riaprirsi su quelle fasce sociali che oscillano: giovani, non-garantiti, piccola impresa».

Veniamo al rapporto con i 5stelle. Un rapporto strategico per il nuovo PD e per il centrosinistra italiano. Quali saranno i motivi di competizione?

«Per Zingaretti, Bettini e Franceschini la coalizione con i Cinque stelle veniva prima di tutto perché “garantiva” il presente e un futuro magari mediocre ma privo di stenti. Letta dice: prima il partito e poi la coalizione. Si aprirà una competizione con i Cinque stelle che non è esagerato definire “geneticamente modificati”: se sono passati dal “vaffa” al definirsi moderati e addirittura liberali, significa che insisteranno sullo stesso “mercato” elettorale del Pd. C’è da aspettarsi un Pd che si smarcherà. Ma senza aggressività».

Sulla legge elettorale avrà successo la battaglia per il Mattarellum?

«Se ne riparlerà dopo le Comunali di ottobre: i partiti si faranno i loro calcoli. E potrebbero decidere di tenersi l’attuale legge, nel frattempo diventata parecchio maggioritaria Per ora è solo pretattica».

“Accordo governo-sindacati fondamentale, ma non c’entra nulla con il protocollo del ‘93”. Intervista a Giuseppe Sabella

Ieri a Palazzo Chigi Governo e Sindacati, alla presenza dei segretari generali, del Premier Draghi e del Ministro della Pubblica amministrazione Brunetta, hanno firmato il “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale”. Il presidente Draghi non ha mancato di esprimere la sua soddisfazione indicando il Patto per la PA come condizione della sua modernizzazione, indispensabile per lo sviluppo del Paese. Sulla linea del Premier il Ministro Brunetta, il quale ha accostato l’accordo sottoscritto al protocollo Ciampi del 1993. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella.

Sabella, cosa c’è di importante in questo accordo?
Mi pare che la cosa più importante sia l’unità di intenti condivisa da governo e sindacati in una necessaria operazione di riforma della PA. Consideriamo che le importanti risorse del Recovery Plan saranno gestite dalla PA, questa va necessariamente avvicinata all’economia reale. Ciò significa semplificazione, efficienza organizzativa, nuove competenze… tutto il mondo del privato lavora per un salto di qualità, Draghi e Brunetta hanno ragione nel puntare sulla modernizzazione della PA. Non a caso, l’accordo prevede un nuovo sistema contrattuale più simile a quello privatistico, dalla detassazione del salario accessorio al diritto permanente alla formazione, alla flessibilità di uno smart working contrattato, una nuova “classificazione” del pubblico impiego che include nuove importanti professionalità ma riconosce anche i ruoli svolti dai dipendenti senza un riconoscimento ufficiale, per via del blocco ultradecennale. Innovazione digitale, centralità dei “sistemi di partecipazione sindacale”, permessi e altre agevolazioni per il sostegno alla genitorialità. Gli aumenti medi sono di 107 euro come stabilito già con il precedente ministro Dadone, ma nel Patto firmato oggi c’è anche l’impegno del governo a reperire maggiori risorse per la “classificazione”, cioè per il riconoscimento delle professionalità di livello più alto acquisito dai dipendenti e l’inserimento di nuovi profili professionali.

Quanto può risultare importante tutto questo nella modernizzazione della PA?
Penso che l’aspetto più importante sia, come facevo cenno, la condivisione di bisogni e intenti. La burocrazia, se non funziona, è in grado di far saltare per aria il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che, appunto, è di interesse nazionale e, quindi, generale. Il sindacato è consapevole che per far funzionare il privato deve funzionare la PA. Per questo vi è un importante accordo a monte che avvia un processo di rinnovamento necessario, che sarà faticoso. Per governarlo, è fondamentale questa volontà condivisa. Brunetta è persona capace, ottima cosa che è partito col piede giusto perché la sua figura in passato è stata divisiva. Nessuno gli nega la sua competenza ma governare la PA è cosa molto complessa. Evidentemente, tutti sono consapevoli della necessità di questo cambio di passo.

A proposito di Brunetta, ha ragione il Ministro nel ritenere il Patto per l’innovazione del lavoro pubblico simile allo storico accordo Ciampi-Giugni del ‘93?
Mah… al di là del fatto che si tratta di un accordo importante, mi pare non c’entri proprio nulla col celebre protocollo Ciampi del ‘93, non fosse altro che quest’ultimo più che il lavoro pubblico riguardava in particolare quello privato e non solo avviava in un momento delicatissimo del Paese una nuova politica dei redditi che avvicinava l’Italia, ma resta ancora oggi il riferimento della politica contrattuale ancora vigente: la definizione dei due livelli di contrattazione e il ruolo del secondo livello per la distribuzione della ricchezza prodotta, oltre al recupero dell’inflazione assolto dal contratto collettivo nazionale di lavoro. A me onestamente non sarebbe venuto in mente di pensare all’accordo del ‘93 se non ne avesse parlato Brunetta. Anche perché quell’accordo era sottoscritto anche dalla Confindustria che qui, invece, è assente.

L’accordo del ‘93 ci proiettava in Europa e nel mondo, cosa che il nostro Paese è stato poco capace di capitalizzare. Saremo capaci di non perdere oggi l’occasione del Next Generation EU?
Il nostro Paese è lento e, ad oggi, soltanto i suoi strati più avanzati sono stati in grado di cogliere le opportunità della globalizzazione. Le imprese in difficoltà hanno queste sofferenze perché in gran parte pretendono di fare business a prescindere da un mercato completamente stravolto che non hanno compreso. L’occasione che si presenta oggi è storica, non la possiamo perdere. Diciamoci la verità: il piano Next Generation EU sembra scritto per l’Italia, il fine ultimo è quello di innovare l’impresa e l’industria e di rigenerare le filiere produttive anche in un’ottica di sviluppo sostenibile. l’Italia continua a essere il secondo paese manifatturiero d’Europa, il grande salto è quello dell’innovazione digitale prima di tutto, cosa che genera a sua volta sviluppo sostenibile. Il punto è che lo sviluppo sostenibile non è solo ambientale, ma anche economico e sociale. Vi sono settori che si contrarranno e altri che si svilupperanno, il compito della PA – oltre ad una sapiente gestione delle risorse – è anche questo: quello di intercettare le persone in uscita dal mercato, di riqualificarle e di proiettarle verso settori bisognosi di nuove competenze. La PA deve conoscere il Paese e governarlo, certo a livello territoriale può essere aiutata ma deve capire che oggi è anch’essa “servizio essenziale”. A ogni modo, questa intesa fa ben sperare.

“Bolsonaro è una minaccia globale”. Un appello dal Brasile di denuncia contro il folle operato del governo di Jair Bolsonaro di fronte alla pandemia

Luogo di sepoltura riservato alle vittime della pandemia COVID presso il cimitero di Nossa Senhora Aparecida a Manaus, nella foresta amazzonica in Brasile (GettyImages)

LA VITA PRIMA DI TUTTO

“Questo testo, elaborato da più persone, è frutto dell’impotenza. La pandemia sta uccidendo il popolo brasiliano. Non sappiamo a chi rivolgerci, poiché quelli che potrebbero fare qualcosa non lo fanno, per misteriosi disegni che sospettiamo quali possano essere. La decimazione del nostro popolo equivale a 6 guerre del Paraguay, in cui morirono 50.000 soldati brasiliani. Non possiamo assistere senza indignazione – scrive Leonardo Boff – e senza fare nulla di fronte a questa guerra interna, il cui nemico è nel nostro paese e occupa la più alta carica della nazione. Ma esiste un’umanità, che ancora ha “umanità", in nome della quale ci rivolgiamo. La nostra paura sta nel fatto che l’istinto di morte del nostro presidente possa, a partire dal Brasile, influenzare tutta l’umanità e, più direttamente, i nostri vicini con il virus amazzonico altamente pericoloso. Ha già invaso l'intero Paese ed è arrivato anche negli USA. Si tratta di salvare vite umane e l'umanità stessa rischia di non riuscire a rigenerarsi totalmente. È la ragione etica e umanitaria che ci ha spinto a pubblicare questo manifesto, tradotto in più lingue. Vi chiediamo di sottoscriverlo per creare le condizioni politiche per trovare qualcuno che valorizzi la vita, non esalti la violenza o sia indifferente di fronte alla morte di migliaia di nostri connazionali. Non ci sono più fazzoletti per asciugare tante lacrime, non c'è più la possibilità di un ultimo addio. Riprendendo un vescovo francescano scozzese del XIII secolo contro le troppe estorsioni fiscali: “non accettiamo, ci rifiutiamo e ci ribelliamo contro questa situazione nemica della vita” . L’appello ha già ricevuto l’appoggio di Mons. Mauro Morelli, Padre Júlio Lancellotti, Leonardo Boff, Chico Buarque de Holanda, Carol Proner, Zélia Ducan, Michael Löwy, Eric Nepomuceno, Ladislau Dawbor, Frei Betto, Yves Lesbaupin, Regina Zappa e di tanti esponenti della cultura e della società civile brasiliana. Lo pubblichiamo in una nostra traduzione dal portoghese.

 

Lettera aperta all’umanità

Viviamo in tempi bui, dove le persone peggiori hanno perso la paura e le
migliori hanno perso la speranza. Hannah Arendt

Il Brasile grida aiuto.

Brasiliane e brasiliani impegnati con la vita sono tenuti in ostaggio dal
genocida Jair Bolsonaro, che occupa la presidenza del Brasile con una
banda di fanatici guidati dall’irrazionalità fascista.

Quest’uomo senza umanità nega la scienza, la vita, la protezione
dell’ambiente e la compassione. L’odio dell’altro è la sua ragione
nell’esercizio del potere.

Il Brasile oggi soffre del collasso intenzionale del sistema sanitario.
L’abbandono della vaccinazione e delle misure preventive di base, lo stimolo
all’assembramento e alla rottura del confinamento, sommato alla totale
assenza di una politica sanitaria, creano l’ambiente ideale per nuove
mutazioni del virus e mettono a rischio i paesi vicini e tutta l’umanità.
Assistiamo con orrore allo sterminio sistematico della nostra popolazione, in
particolare dei poveri, degli afro-discendenti e degli indigeni.

Il mostruoso governo genocida di Bolsonaro è passato dall’essere solo una
minaccia per il Brasile a diventare una minaccia globale.

Ci appelliamo agli organismi nazionali – STF, OAB, Congresso Nazionale,
CNBB – e alle Nazioni Unite. Chiediamo urgentemente alla Corte Penale
Internazionale (CPI) di condannare la politica genocida di questo governo che
minaccia la civiltà.

La vita prima di tutto.
Per sottoscrivere l’appello: https://forms.gle/H8Y8pQMe3WhYjQrZA
(Traduzione dal Portoghese di Gianni Alioti)

“Francesco sta costruendo l’arca della fratellanza umana”. Intervista a Franco Ferrari

In questi giorni Papa  Francesco conclude  l’ottavo anno del suo pontificato, iniziato il 13 marzo 2013. Anni non semplici, pieni di avvenimenti che hanno scosso e rivitalizzato la Chiesa. Ne parliamo con Franco Ferrari, caporedattore della rivista “Missione Oggi” e autore di uno degli ultimi libri sul pontificato del papa argentino (Francesco, il papa della riforma, Paoline, Milano 2020), a partire dal

33° viaggio apostolico che Francesco ha appena compiuto in Iraq (5-8 marzo 2021), una terra martoriata dalle guerre e dal terrorismo del settarismo religioso.

Qual è il senso di questo viaggio, che il papa ha voluto mantenere fermo nonostante le molte ragioni avverse?

Francesco realizza il sogno di Giovanni Paolo II, che nei pellegrinaggi del Grande giubileo del 2000 (Sinai, Terra santa) aveva inserito anche quello ad Ur dei Caldei, impedito dal mancato accordo con il governo di Saddam Hussein. Si tratta di un viaggio con un triplice scopo. Strettamente religioso e spirituale: visitare la terra da dove è iniziata l’”avventura” di Abramo, il patriarca riconosciuto dalle tre grandi religioni abramitiche, appunto: ebraismo, islam e cristianesimo. Poi, un obiettivo più finemente politico. Da un lato, portare sostegno alla minoranza cristiana – che nel tempo, a causa in particolare della persecuzione del califfato Daehs, si è ridotta, secondo le stime, da 1 milione 400mila a poco meno di 400mila unità -, nella speranza che la visita inneschi il ritorno dei molti che sono fuggiti. Dall’altro, proseguire nella realizzazione del dialogo con l’islam nello spirito della Dichiarazione sulla Fratellanza umana…

Proprio di questa Dichiarazione, firmata nel 2019 con il Grande imam di al-Azhar (Al-Tayyib), si è da poco celebrato il secondo anniversario. Due giorni fa, il 6 marzo, durante il viaggio in Iraq, c’è stato anche l’incontro con il Grande Ayatollah Al-Sistani. Cosa spiega questa grande attenzione del Vescovo di Roma nei confronti dell’islam?

Francesco ha una visione geopolitica della situazione internazionale e la sua lettura si può dire che anticipi e porti a livello di coscienza aspetti che i politici sembrano non voler vedere. Pensiamo all’immagine della “terza guerra mondiale a pezzi” utilizzata per definire una micro-conflittualità endemica in molte regioni del mondo. Lo stesso dicasi per “la cultura dell’odio” che Bergoglio vede come conseguenza del populismo e del sovranismo, ma anche del fondamentalismo religioso. Le religioni e le teologie non sono innocenti rispetto alla violenza, per questo Francesco cerca di disinnescare una delle possibili micce della nuova violenza religiosa. E il dialogo, come ha scritto ai cristiani del Medio Oriente, è “il migliore antidoto alla tentazione del fondamentalismo religioso”, in particolare poi il dialogo interreligioso, là dove le situazioni sono più difficili.

Per evitare una conflittualità distruttiva, Bergoglio propone alle Chiese cristiane e agli esponenti delle varie fedi di “entrare insieme, come un’unica famiglia, in un’arca che possa solcare i mari in tempesta del mondo”. Quest’arca si chiama “arca della fratellanza umana”.

Francesco sta lavorando alla costruzione di quest’arca. L’imam e l’ayatollah che lei ha citato sono entrambi importanti esponenti dell’islam: Al-Tayyib della corrente sunnita e Al-Sistani dell’islam sciita.

Questo papa, come mai prima in modo così aperto e virulento, è al centro di continui attacchi e contestazioni. Da cosa è generato questo clima conflittuale e in particolare chi sono i nemici di Francesco?

Dobbiamo considerare un aspetto che, a otto anni dalla sua elezione, si tende a dimenticare cioè le condizioni in cui versava la Chiesa al momento delle dimissioni di Benedetto XVI. Ci sono almeno tre questioni che vanno ricordate: la credibilità della Chiesa era compromessa per una serie di gravi scandali; la curia mandava segnali di cattivo funzionamento e di lotte intestine neanche troppo nascoste; il clima crepuscolare e il diffuso disagio che si respirava per la mancata risposta ai molti e prepotenti segni dei tempi e per l’attardarsi sulla questione se il Vaticano II avesse segnato o meno una discontinuità con il passato.

Negli incontri preparatori del Conclave i cardinali avevano chiesto a gran voce un’azione di riforma in particolare della curia romana. Il papa “venuto dalla fine del mondo” è andato però alla radice dei problemi e ha avviato una riforma che riguarda sia le strutture, sia la pastorale, sia l’impegno missionario e la conversione personale. Tutti temi che, affrontati in modo molto diretto come fa Francesco, stanno scuotendo un’istituzione che non riesce a stare al passo con i tempi; cambiamenti che generano paure, divisioni. Interventi che hanno ridato fiato, soprattutto, agli ambienti conservatori e reazionari, ma hanno anche suscitato perplessità in coloro che vorrebbero un cambiamento. Perciò i “nemici” sono una categoria trasversale e non facilmente catalogabile.

Questi oppositori fanno un fronte comune o sono una galassia frammentata? E, soprattutto, quanto contano realmente, al di là della risonanza mediatica?

Si può osservare che l’opposizione al papa ha una grande varietà di attori: si va dai blog e siti reazionari, ai media con una linea editoriale conservatrice, ai “giornalisti attivisti” con i loro blog (per l’Italia si possono citare Magister, Valli, Rusconi, Tosatti), a vescovi (ma anche a Conferenze episcopali), a cardinali per giungere a gruppi di pressione sostenuti economicamente da esponenti del mondo economico-finanziario ed imprenditoriale, particolarmente presenti negli Stati Uniti.

Secondo un osservatore attento come il vaticanista Marco Politi questo fronte è valutato in un “buon trenta per cento”. Una consistente minoranza, certamente agguerrita e molto forte sui social e in alcuni suoi filoni (è il caso di vescovi e cardinali) può essere presente in gangli vitali dove non conta il numero, ma l’ambito di potere e di autorità che si esercitano.

Nel titolo e nel sottotitolo del tuo libro utilizzi i termini “riforma” e “conversione”: Che rapporto c’è tra i due e a quale riforma pensa Francesco?

Ogni conversione è già di per sé una riforma e viceversa ogni riforma richiede una conversione. Sono come due facce della stessa medaglia.

Bergoglio nell’affrontare il compito di riformare ha un ordine di priorità, come ha indicato nella prima intervista concessa a “La Civiltà Cattolica”: “Le riforme organizzative e strutturali sono secondarie, cioè vengono dopo. La prima riforma deve essere quella dell’atteggiamento”, cioè la conversione spirituale personale, perché ogni riforma per essere efficace si attua «con uomini “rinnovati” e non semplicemente con “nuovi” uomini».

Per questo il tema della conversione personale è sempre al centro dell’attenzione di Francesco: dalle omelie di santa Marta alla denuncia delle quindici malattie della Curia (qualcuno con ironia ha commentato che sono “più delle dieci piaghe d’Egitto”); dall’invito a vescovi e presbiteri ad abbandonare la “mondanità spirituale” alla richiesta di utilizzare i conventi vuoti per i poveri che sono la “carne di Cristo”.

Una costante revisione di vita, un ritorno al Vangelo per tutta la Chiesa; un intervento nella carne viva che non è indolore. La conversione spirituale, si pone quasi come una pre-condizione per realizzare gli elementi centrali della riforma, che sono la conversione pastorale e missionaria.

Bergoglio ritorna spesso al tema della sinodalità. Ha già indetto quattro sinodi e nel prossimo anno ve ne sarà un quinto dedicato proprio a questo tema. Perché questa scelta?

La scelta della via sinodale sottintende un modello di chiesa che si caratterizza: per l’ascolto dei fedeli e del loro “fiuto” cioè del loro senso della fede; per un’autorità e per un potere intesi come servizio; per una diversa modalità di intendere il ruolo del papa. Una Chiesa caratterizzata dalla sinodalità potrebbe favorire anche un ripensamento delle forme con le quali il Vescovo di Roma esercita la sua autorità e i suoi poteri.

Si tratta di instaurare una circolarità della comunicazione tra i fedeli e la gerarchia con un duplice movimento dal basso verso l’alto e viceversa.

La via sinodale è anche un percorso “educativo”. Bergoglio crede che un confronto vero aiuti la maturazione reciproca e possa favorire la conversione pastorale richiesta dal “cambiamento d’epoca”. Non è senza significato il fatto che i temi dei sinodi abbiano riguardato questioni sulle quali la vita pastorale è in grave crisi: la famiglia, i giovani e la situazione di una terra di missione come l’Amazzonia.

Francesco tra l’altro ha varato una riforma del Sinodo che responsabilizza fortemente i vescovi anche sul piano dell’elaborazione del magistero. Ora diversamente dal passato, a conclusione dei lavori, i padri sinodali devono produrre un documento organico sul tema in discussione, che il papa potrebbe anche assumere direttamente nel suo magistero.

Non si può però ignorare che una nutrita minoranza di vescovi, manifestatasi in tutti e quattro i sinodi, non sembra favorevole al metodo della sinodalità.

Francesco ha preso di petto due questioni: l’abuso sui minori e la riorganizzazione degli organismi economici della Santa Sede, ma quali risultati ha ottenuto fino ad ora?

Gli interventi relativi alla legislazione sulla giustizia hanno consentito di scrivere un nuovo capitolo circa la condanna degli abusi sui minori e le persone vulnerabili da parte del clero. Significativi l’obbligo di denuncia alla giustizia civile e l’Istruzione (2019) con la quale si toglie il segreto pontificio per le denunce, i processi e le decisioni riguardanti gli abusi.

Inoltre, non si deve sottovalutare l’Incontro dei presidenti di tutte le Conferenze episcopali del mondo per un pubblico esame di coscienza sul tema e aiutarli a superare in proposito la “cultura del silenzio”. Dobbiamo anche essere consapevoli che ora per completare questa dolorosa operazione verità molto dipende dalla volontà e dalle scelte delle Conferenze episcopali nazionali.

Circa la gestione economica credo non sia di poco conto il fatto che gli interventi di riorganizzazione dei vari organismi (Ior, Apsa, …) e l’aggiornamento della normativa hanno fatto sì che lo Stato della Città del Vaticano sia stato tolto prima dalla lista nera dei paesi “paradisi fiscali” e, in un secondo tempo, da quella dei paesi con una legislazione inadeguata per contrastare il riciclaggio.

Una caratteristica dell’azione pastorale di Francesco è la dimensione sociale dell’evangelizzazione, fino a dare vita agli Incontri Mondiali dei Movimenti Popolari (Immp). Qual è il senso di una scelta così forte?  

A differenza dei suoi predecessori, il papa argentino non si limita a condannare l’ingiustizia sociale, invita a trarne anche le conseguenze operative. Per liberare i popoli dalle ingiustizie e dalle marginalità il Popolo di Dio non può limitarsi a “fare la carità”. Non ci si può limitare ad una risposta individuale “ad una mera somma di piccoli gesti personali”, occorre collaborare con tutti “per risolvere le cause strutturali della povertà e per promuovere lo sviluppo integrale dei poveri”. Una sorta di invito alla rivoluzione, che con Paolo VI abbiamo imparato a chiamare “promozione umana”.

La dimensione sociale dell’evangelizzazione rimarca Francesco, in continuità con Paolo VI, è nel cuore stesso del Vangelo che propone la vita comunitaria e l’impegno per gli altri.

In quest’ottica va collocato il sostegno agli Incontri Mondiali dei Movimenti Popolari, che si presenta come una strategia “per promuovere l’organizzazione degli esclusi” al fine di costruire il cambiamento sociale dal basso.

In questi giorni ricorre l’ottavo anniversario dell’elezione di Bergoglio al soglio di Pietro e in molti, anche di coloro che non gli sono ostili, sembrano delusi dal governo di Francesco. Molti dossier aperti senza che se ne veda la possibile conclusione….

Non mi sento di condividere queste valutazioni. Non si può sottovalutare il fatto che in un tempo breve Francesco abbia rimesso la Chiesa in cammino su molte strade e abbia avviato un processo che, per quanto aperto e incompleto, ha innescato la dinamica del cambiamento.

L’osservazione però rimanda al metodo di governo che Francesco utilizza; la risposta credo stia nel primo dei quattro principi esposti nell’Evangelii gaudium: il tempo è superiore allo spazio. Ciò significa avviare processi, mettersi in cammino. È il principio fondamentale che consente, strada facendo di tenere conto delle situazioni e di adeguare il percorso prima di giungere alla decisione finale. In una istituzione dove c’è una tradizione secolare di pensiero strutturato tutto questo indubbiamente disorienta.

Non si può, però, dire che Francesco non governi. Pensiamo alle decisioni riguardanti tutta la partita della riorganizzazione degli organismi economici e degli abusi nei confronti dei minori di cui abbiamo parlato prima.

Occorre considerare che i diversi processi avviati si possono dispiegare solo in un tempo lungo. Alcuni di questi li potrà concludere lui stesso, la conclusione di altri saranno nelle mani del suo successore. L’intento riformatore di Francesco è di tale ampiezza che necessariamente eccede il suo pontificato.