Dalla Germania una rivoluzione del lavoro: la novità del nuovo contratto dei metalmeccanici. Intervista a Giuseppe Sabella

(Peter Steffen/dpa via AP)

La firma, avvenuta in questi giorni, del nuovo contratto dei metalmeccanici tedeschi porta con sé grosse novità per tutto il sindacato europeo. Quali sono? Ne parliamo con Giuseppe Sabella, direttore di Think-in e esperto di Industria4.0.

Direttore, come interpreta la notizia che arriva dalla Germania?

Al di là del fatto che si tratta di un qualcosa di sperimentale, che troverà nelle sue prime applicazioni il giusto equilibrio, l’introduzione delle 28 ore mi pare una novità di grande portata, destinata segnare l’inizio del mondo nuovo. Da anni ci diciamo che il lavoro è regolato ancora secondo i principi della fabbrica fordista, qui è evidente che si attacca il vecchio sistema al cuore: l’orario di lavoro.

I tedeschi si confermano ancora una volta l’avanguardia dell’economia e dell’industria in Europa. Cosa ha portato il sistema ad arrivare qui?

Innanzitutto direi la forte convinzione di IgMetall – il sindacato metalmeccanico – che questa era la strada da battere. Minacciavano uno sciopero a oltranza se le imprese non avessero accolto le loro richieste. Che, a dire il vero, riguardano anche la distribuzione della ricchezza. Ma la novità eclatante mi sembra quella relativa all’orario di lavoro.

Perché vede così importante questa novità?

Come dicevo prima, al momento la sua applicazione sarà limitata. Ma sono pronto a scommettere che la novità si estenderà a macchio d’olio, per usare una metafora cara ai meccanici, non solo in Germania ma anche in Europa. La conciliazione dei tempi di vita di lavoro è ciò che spinge a trovare nuove formule. La vita delle persone viene prima di tutto. La rappresentanza del lavoro sta ritrovando il suo orizzonte: è la centralità della persona.

La sua analisi ci sembra molto controcorrente. Ma non siamo nel tempo del trionfo della macchina, del digitale?

Anche nel cuore della rivoluzione industriale dell’800, la vita delle persone veniva sconvolta dalla macchina a vapore e dal nascente sistema di fabbrica. Nascevano in quel momento le 8 ore di lavoro, prodotto della grande volontà di preservare la vita delle persone e di conciliarne i tempi di vita e di lavoro. Siamo al medesimo giro di boa, è cambiato solo il tipo di macchina: non più il vapore ma il digitale.

“Non sarebbe sufficiente oggi un nuovo ’68: occorre qualcosa di più e di meglio”. Intervista a Mario Capanna

(ARCHIVIO ANSA/KLD)

Quest’anno cade il cinquantenario del ’68. Anno indimenticabile! In tutto il mondo occidentale, e non solo, i giovani creano  il “movimento studentesco”. In Italia, Francia, Germania E Usa, per limitarci ai più importanti, i giovani contestano un intero sistema. Nell’Est Europa inizia la “Primavera di Praga”, in America Latina nasce la “Teologia della liberazione”, sulla scia della Conferenza di Medellin. Insomma il mondo, pur nella diversità di situazioni, in quell’anno, visse una stagione di grande mutamento.

Per ricordare che cosa ha significato il ’68 per l’Italia, abbiamo intervistato un protagonista di primo piano di quel tempo:  Mario Capanna, leader del Movimento Studentesco milanese.

Capanna, lei è stato un leader, tra gli altri, indiscusso del movimento studentesco che ha dato origine al ’68. Partiamo da lei: perché il brillante studente della Cattolica di Milano, Mario Capanna, aderisce al “Movimento”? Cosa è scattato in lei? 

Era l’estate del 1967, all’Università Cattolica del tutto incredibilmente anticipiamo il ‘68 perché occupiamo l’università nel novembre del 1967. Il pretesto fu specifico perché in piena estate, quando gli studenti erano in vacanza, il Collegio Accademico decise un forte aumento delle tasse di iscrizione all’Università, portando la Cattolica ad essere una delle Università più care d’Italia. Quando rientrammo chiedemmo di vedere i bilanci e alla nostra richiesta fu ovviamente opposto un rifiuto, così che iniziò uno stato di agitazione dopo il quale si giunse all’occupazione, decisa da un’assemblea.

Il Rettore di allora, Franceschini, guida la reazione della polizia, violando tra l’altro per la prima volta la sacralità della Cattolica, cui noi opponiamo resistenza passiva e quindi veniamo portati via uno a uno. Da parte di noi studenti vi era già da tempo un sentimento critico nei confronti dell’Università: ci chiedevamo perché dovessimo leggere Marx o alcuni teologi di frontiera di nascosto. C’era un clima di chiusura che evidentemente non era più sopportabile.

Il fenomeno del ’68, che, come è noto, ha avuto una sua simultaneità planetaria, fu definito di “contestazione globale”. Ora la parola “contestazione”, nell’impoverimento linguistico di oggi, dà l’idea del bastian contrario cui nulla va a genio, nemmeno le cose giuste. Ma la parola contestazione ha radici nobili: deriva dal verbo latino “contestor” composto da cum, ossia “con”, e testis, che significa “testimone”. La contestazione è ciò che il testimone vede toccando con le proprie mani e quindi il suo dire è difficilmente smentibile. Il ‘68 è questa liberazione, prima individuale poi collettiva, in cui ad ogni critica corrispondeva sempre la costruzione di un punto di vista contrario e collettivo.

Qualcuno ha parlato del ’68 come una “rivoluzione degli intellettuali”, condivide questo giudizio?

No, perché a scendere in lotta sono soprattutto gli studenti ma un minuto dopo, basti pensare alle grandi lotte dell’autunno caldo, scendono in lotta milioni di lavoratori e di impiegati oltre che di intellettuali. È stata una rivoluzione culturale nel senso più ampio del termine, perché coinvolge persone comuni ed è per questo che ne stiamo ancora parlando.

Maestri e “cattivi” maestri. Per lei quali sono stati i Maestri e invece quelli, che poi, si sono rivelati “cattivi” maestri?

Questa questione è facilmente risolvibile sulla base della seguente osservazione: è innegabile che i poteri hanno frontalmente contrastato i grandi movimenti del ‘68 ricorrendo ad una violenza sistematica, perfino alle stragi, e quindi è innegabile che i poteri hanno spinto il mondo in una direzione esattamente contraria ai nostri obiettivi e auspici. La domanda è: dove hanno portato il mondo? Lo hanno portato all’attuale terza guerra mondiale a pezzi (secondo la definizione che ne dà Papa Francesco), ai mutamenti climatici, che sono arrivati al punto di pregiudicare il mondo, alla società dell’1%, dove l’1% possiede ricchezze superiori al restante 99%, come conseguenza della globalizzazione. I cattivi maestri non siamo stati noi, ma coloro che hanno opposto la loro violenza alle nostre pacifiche manifestazioni.

(DANIEL DAL ZENNARO/ANSA/PAL/SIM)

Rispetto agli altri Paesi, penso alla Germania, alla Francia e agli Usa, qual è la caratteristica del ‘68 italiano?

Anzitutto la durata. Da noi il ‘68 comincia addirittura nel 1967 e va avanti per tutto il biennio 68-69. Secondo, il fatto che praticamente già alla fine della metà del 1968 ad esempio in Germania e in Francia il movimento è già in spegnimento. Da noi vi è stata questa radicalità cui ha contribuito molto lo stesso mondo cattolico, nel 1968 si cominciano a vedere i frutti del Concilio Vaticano II, ad esempio i preti operai che vanno alla catena di montaggio e fanno apostolato in questa forma nuova. Il ‘68 italiano si configura come quello di maggior durata a livello mondiale.

Il Maoismo è stato, per alcuni, un mito negativo di quegli anni. In Francia ha portato ad una degenerazione del ’68 specie tra gli intellettuali. E’ così?

Tenga conto di una cosa: io, ad esempio, non ho mai portato il distintivo di Mao. Questo è per dire che noi della rivoluzione culturale eravamo assai poco informati in realtà, ma coglievamo il significato di fondo di un’idea di rivoluzione permanente. Quando Mao dice “sparate sul quartier generale”, cioè non passivizzatevi, continuate ad innovare idee, coglievamo questa idea di rivoluzione permanente che era incoraggiante. La rivoluzione culturale cinese come sappiamo non è stata tutta rose e fiori, però addirittura viene chiamato l’esercito per porvi fine non diversamente dalla repressione nei paesi occidentali.


Nella sfera della politica il mito era quella della “rivoluzione”. Ma quale rivoluzione? Per qualcuno, più tardi, la “rivoluzione” ha preso bruttissime strade…
 

Ecco vede la parola rivoluzione non va mai usata con leggerezza, perché è molto impegnativa. Per me la rivoluzione era pacifica, il ‘68 nasce e si mantiene rigorosamente pacifico. I primi episodi di violenza si verificano quando la polizia interviene. Questa è una prima discriminante. Dopodiché 99’una rivoluzione delle idee è per certi aspetti la rivoluzione più profonda: si realizza quella che i greci chiamavano metanoia, cioè conversione, un modo nuovo e alternativo di vedere il mondo. Per questo aggiungo una caratteristica pregevole del ’68: non è stata una rivoluzione consumata, in quanto non è caduta preda delle dinamiche simmetriche di quei poteri che voleva combattere. Il ’68, al contrario della rivoluzione francese, non si è dovuto appoggiare né ad un Robespierre né ad un Napoleone.

Per alcuni è stato il Movimento Operaio che ha salvato il ‘68 italiano. Nel senso che l’intreccio tra le lotte studentesche e quelle operaie dell’autunno    caldo del ’69 ha contribuito a dare maggiore robustezza e concretezza al 68‘.  Per LEI?

Credo di doverlo confermare, anche perché spesso abbiamo scarsa memoria storica. Si pensi al mondo del lavoro prima del ’68: la settimana lavorativa era di 48/52 ore la settimana, la Costituzione non entrava in fabbrica, addirittura c’erano i reparti di confino dove venivano mandati i lavoratori meno docili, come alla Fiat, dove si praticava lo spionaggio. Con il ’68 e l’autunno caldo del ‘69 si sono creati i consigli di fabbrica; i lavoratori sull’esempio degli studenti si riuniscono in assemblea; si ottiene la parità normativa tra operai ed impiegati; si strappano aumenti salariali uguali per tutti; addirittura i lavoratori strappano 150 ore all’anno in cui non lavorano, ma studiano per elevare il loro livello di cultura e di conoscenza. Il ‘”68” operaio potenzia e rafforza il ‘68 studentesco giovanile.

(Pino Farinacci/ANSA/CD)

Alcuni giornalisti e intellettuali hanno scritto, in questi giorni per ricordare l’avvenimento, che l’Italia ha avuto il ’68 che è durato più a lungo, circa dieci anni di più rispetto agli altri Paesi. Condivide questo giudizio? Se si, perché?

Io su questo sono abbastanza poco convinto, perché nel pieno degli anni ’70 siamo di fronte al terrorismo. Si badi, siamo di fronte a ben tre forme di terrorismo: quello di Stato (non a caso la strage di Piazza Fontana è passata con un nome ben preciso: “strage di Stato”); terrorismo di sinistra (BR ecc.); terrorismo fascista (Ordine Nuovo ecc.). Per quanto riguarda il terrorismo di sinistra non solo non è figlio del ’68, ma addirittura si configura come la negazione non riuscita del ’68. Ecco perché la periodizzazione ’68-’77 a mio avviso è indebita, proprio perché la seconda parte degli anni ‘70 è radicalmente diversa dall’esperimento del ’68. Viceversa è vero che nella prima parte degli anni ’70, con i movimenti femministi, sono anch’essi un prolungamento positivo del ’68.

Siamo alla fine della nostra “chiacchierata” Capanna. Nel ’68 c’era uno slogan: Ce n’est qu’un début, continuons le combat! Oggi può essere ancora attuale?

Lo slogan del Maggio francese, che non a caso viene ricordato, è molto pertinente, perché se aspettiamo che siano i governi a risolvere i problemi di cui parlavamo prima (della terza guerra mondiale a pezzi ecc.), aspettiamo invano. Viceversa la grande lezione strategica che viene dal ’68 è essenzialmente questa: quando le persone si mobilitano, quando le idee camminano su milioni di gambe di giovani uomini e donne si strappano conquiste importanti, cui ancora oggi parliamo; quando invece provale la passività e la delega i problemi non vengono risolti e quindi si moltiplicano e si aggravano. Non sarebbe sufficiente oggi un nuovo ’68: occorre qualcosa di più e di meglio.

Papa Francesco e la nuova America Latina. Intervista a Massimo De Giuseppe

Papa Francesco durante il viaggio in Perù (AP Photo/Karel Navarro)

Quali sono le sfide della nuova America Latina alla Chiesa di Papa Francesco? Il Continente Latinoamericano sta vivendo un delicato periodo di transizione politica ed economica. Tra sfide vecchie e nuove, qual è il ruolo, geopolitico, di un Papa figlio di quella terra ancora, per dirla con lo scrittore Edoardo Galeano, dalle “venas abiertas” (le vene aperte)? Ne parliamo, in questa intervista, con lo storico milanese, esperto di America Latina, Massimo De Giuseppe.  De Giuseppe insegna Storia Contemporanea all’Università “IULM” di Milano.

Professore, facciamo un piccolo bilancio del recente viaggio di   Papa Francesco in America Latina. Un viaggio che si presentava difficile ed insidioso, in Cile è stato fatto oggetto di contestazioni (sulle vicenda del vescovo Barros che è stato allievo del prete pedofilo Karadima). In Cile  era in gioco la ripresa di credibilità della Chiesa cilena. Una Chiesa, non dimentichiamolo, che durante la dittatura di Pinochet è stata un baluardo coraggioso in difesa dei diritti umani. Pensa che questo viaggio aiuterà il cammino di “risalita” della Chiesa cilena?

Il viaggio in Cile di Papa Francesco era considerato da molti piuttosto delicato per un insieme di ragioni. La prima, forse banale ma non insignificante, rimanda a una certa resistenza di una parte di cileni ad accogliere un Papa argentino. Esistono ancora in Cile retaggi non troppo sopiti di un nazionalismo forgiatosi tra Otto e Novecento e rilanciato in termini esasperati negli anni seguenti al golpe di Pinochet che sembrano impermeabili agli sforzi di rilancio di una cultura continentale, sostenuti anche dall’attuale pontificato. A ciò va aggiunto che la destra cilena. sostenuta in questo anche da altre componenti nazionaliste, non ha gradito il dialogo avviato dal papa con il presidente Evo Morales intorno alla questione spinosa delle richieste di accesso al mare da parte della Bolivia, conseguenza della Guerra del Pacifico del 1879-1884; una controversia geopolitica complessa, oggi in attesa di una sentenza (più che altro simbolica) da parte del Tribunale dell’Aja. In tal senso gli attacchi a Francesco erano iniziati già nel luglio del 2015, all’indomani della sua omelia a La Paz, in cui aveva invocato la necessità di riaprire un dialogo diplomatico, e a margine del discorso di fronte ai movimenti popolari tenutosi a Santa Cruz de la Sierra, per ripetersi in seguito alla visita del presidente boliviano in Vaticano dello scorso dicembre. Infine l’altro nodo caldo riguardava la questione della mancata rimozione del vescovo di Osorno, Juan Barros, accusato di connivenza con il suo maestro spirituale, il sacerdote Fernando Karadima, condannato nel 2011 per pedofilia. Se il Papa è riuscito, nella costruzione del viaggio e sgrazie ai suoi interventi, a ridimensionare le resistenze politiche, rilanciando il senso della diplomazia di pace vaticana e adattando all’esperienza cilena i temi chiave del suo pontificato (dall’ecologia integrale della Laudato si’ al rilancio della pastorale sociale e del senso di comunità), proprio la questione Barros si è dimostrata la più spinosa a livello mediatico internazionale, riguardando un tema drammatico come quello degli abusi contro minori commessi da esponenti ecclesiastici. Non è bastata infatti a calmare le acque la richiesta di perdono che ha aperto la visita apostolica durante l’incontro a Santiago con le autorità e i rappresentanti della società civile del 16 gennaio, quando, lanciando un appello all’ascolto e promettendo appoggio alle vittime e impegno affinché ciò non si ripeta, Francesco ha espresso «il dolore e la vergogna, vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa». Le polemiche seguite ad alcune dichiarazioni a caldo del pontefice nella Conferenza  stampa sull’aereo che lo riportava a Roma (la richiesta di “prove concrete”), forse frutto di stanchezza, sono state poi rettificate, con un coraggioso atto di umiltà, dopo un puntuale intervento di richiamo alla gravità del caso, da parte del cardinale O’Malley, sono montate rapidamente, anche se una risposta concreta è poi giunta dalla decisione, giunta a fine mese, di inviare in Cile l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna per incontrarsi con le vittime e indagare a fondo le accuse nei confronti di Barros. Credo che questo non possa che consolidare gli sforzi di chiarezza intrapresi dagli ultimi due pontificati, dopo una lunga stagione di inquietanti silenzi.

Non c’era solo la questione degli abusi ma, ed è un male che attraversa molti paesi del Sudamerica, anche quella della corruzione politica. In Perù la classe politica su questo lato ha dato il peggio di sé. Come sono state accolte le parole del Papa?

Questo è senz’altro un leit motiv degli interventi papali che sta accompagnando i suoi viaggi latinoamericani (ma che vive anche sullo sfondo di tanti interventi che toccano la dimensione e le trasformazioni mancate della politica nei paesi più ricchi e che riverbera nei suoi richiami alla dimensione transnazionale, da holding, di molti cartelli criminali). Il tema è d’altronde caro a Francesco almeno fin dai suoi anni alla guida dell’arcidiocesi di Buenos Aires, ed è stato ripreso esplicitamente nei suoi interventi in Paraguay nel 2015, in Messico nel 2016 (quando contrappose alla politica della corruzione e dell’abuso le “tre T”, techo, trabajo e tierra), ora in Perù nel 2018. Nell’incontro con le autorità, il 19 gennaio, nel palazzo di governo di Lima, Francesco ha voluto esplicitamente connettere il tema del degrado ambientale che ha connotato il suo incontro con le popolazioni amazzoniche con quello del degrado morale, richiamando genesi e impatto delle estrazioni minerarie irregolari, l’incapacità politica di frenare la presenza di nuove forme di schiavitù, la poca trasparenza nei rapporti tra bene pubblico e interessi privati, connotandoli come una sorta di “virus sociale” che investe tutti, compresi rappresentanti delle istituzioni ecclesiastiche.

Questo intervento, particolarmente deciso (che ha un chiaro precedente nella meditazione in Santa Marta del 29 gennaio 2016, Dal peccato alla corruzione), richiama la necessità di una profonda ricostruzione etica dei gangli sociali che rimetta in circolo antidoti efficaci alla corruzione che si manifesta in modo ancor più drammatico in paesi segnati da una cronica fragilità della classe media e da sperequazioni sociali estremizzate. Il dato interessante e che in tutti questi casi il richiamo non era rivolto solo alla leadership politica nazionale, ma anche alla classe dirigente, a vescovi e clero, nonché ai semplici cittadini, invitati a non nascondersi dietro facili ipocrisie. L’attacco alla corruzione è d’altronde associato alla critica degli squilibri esasperati che costellano il continente (e non solo), all’assenza di politiche sociali, alla debolezza di intervento pubblico degli stati in campo educativo, assistenziale e pensionistico, temi che hanno inquietato diversi osservatori che accusano Francesco di essere anti-moderno e anti-liberale, ma che ritrovano un riscontro prepotente nella situazione di molti paesi che associazioni imponenti sperequazioni e indici macroeconomici in forte ascesa.

Un altro aspetto, importantissimo, è stata la questione degli Indios. In Cile e Amazzonia (dalla sua parte cilena). Le parole del Papa sono parole definitive sulla scelta della Chiesa a difesa degli Indios. Il Papa desidera una Chiesa india. Un “sogno”?

L’attenzione per la questione indigena è un altro tema forte del pontificato di Francesco e questo è un dato importante sotto molti punti di vista. Se infatti i occasione delle contestate celebrazioni del 1992, l’anno del cinquecentenario della “scoperta-conquista” delle Americhe e del Nobel per la pace a Rigoberta Menchú, il tema era tornato all’attenzione globale, sollevando un’interessante riflessione su questioni quali diritti, multiculturalismo, sincretismo religioso, evangelizzazione…, conoscendo una ulteriore ondata d’attenzione mediatica all’indomani della rivolta del 1994 dell’Ezln in Messico e degli appelli di mons. Samuel Ruiz, negli anni successivi è seguito una sorta di oblio. Eppure i cosiddetti indigeni non sono scomparsi e non sono nemmeno rimasti staticamente congelati in un tempo immobile e sospeso, anzi. Hanno vissuto in prima persona i mutamenti dei processi sociali, ambientali, migratori, alimentari, finanziari, minerari …, offrendo spesso risposte originali di resistenza (o forse meglio resilienza) culturale e riadattamento alle pressioni della contemporaneità. Francesco, forgiatosi nell’esperienza dinamica del magistero latinoamericano sembra aver colto (almeno fin dai tempi della V conferenza del Celam, ad Aparecida in Brasile nel 2007) la dimensione profonda e tutt’altro che folklorica delle diverse anime correlate alla questione indigena. Se a San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, nel 2016, il papa si era concentrato infatti su due elementi guida, quello della pluriculturalità e quello dell’inculturazione, aprendo una serie di riflessioni originali sulla complessità e vitalità (sociale, etica, perfino epistemologica) della religiosità popolare e sulla priorità del senso comunitario, a Temuco, tra i mapuches, storicamente ai margini della società e dei processi di nation-building cileni, e soprattutto in Perù, nell’amazzonico Coliseo regional Madre de Dios (a Puerto Maldonado) ma anche in occasione della celebrazione mariana della Virgen de la Puerta (la “Mamita de Otuzco”) e nella messa nella base aerea de Las Palmas a Lima (luogo di reminiscenza non ancora smarrite della “guerra sucia” peruviana che tante vittime ha provocato proprio nel mondo indigeno) ha voluto insistere sulla dimensione dell’ecologia integrale alla base della Laudato Si’. Quando il 19 gennaio ha affermato «probabilmente i popoli originari dell’Amazzonia non sono mai stati tanto minacciati nei loro territori come lo sono ora», il papa si riferiva tanto alla dimensione globale del «neo-estrattivismo», della deforestazione selvaggia,  all’impatto ambientale delle monocolture agro-industriali, senza però rimuovere una netta critica alle logiche alla base di alcune scelte che toccano stati e impianti multilaterali (e anche di certo ecologismo istituzionale), riportando l’attenzione su uomini, donne e comunità, fino a lanciare un invito a «rompere il paradigma storico che considera l’Amazzonia come una dispensa inesauribile degli Stati senza tener conto dei suoi abitanti». Anche il richiamo ai popoli indigeni (lo stesso lanciato al mondo degli altipiani) come memoria viva della cura della “casa comune” non è apparso paternalistico bensì incentrato su una forma di rispetto profondo per la pluriculturalità che ammanta il continente americano (e non solo) e che rischia di essere schiacciata da logiche predatorie.

Non è mancata la critica al modello economico di sfruttamento economico delle Multinazionali , con la complicità di alcuni governi, che con le loro scelte decidono il destino delle popolazioni latinoamericane.  E’ così Professore?

Certo questa è l’altra faccia della stessa medaglia e la stessa che spesso inquieta, provocando critiche nei confronti di alcune scelte del pontificato. L’attenzione alla dimensione ecologica del territorio e dei suoi abitanti implica una riflessione sui caratteri dell’economia del XXI secolo, che non va confusa con un anti-globalismo tout-court ma che va ripresa per l’essenza del suo messaggio. Alcune nuove forme di schiavitù che sembrano caratterizzare l’attuale dinamica dei mercati globali, l’impatto di una finanziarizzazione esasperata che tende a spingere le élite economico-finanziarie a non reinvestire nei territori, la svalorizzazione (anche culturale del lavoro), sono processi che vanno ben oltre le reti produttive e distributive e che hanno una ricaduta sociale complessa. L’attenzione al rispetto della persona e dell’ambiente rimanda quindi a una necessaria ripresa di vitalità culturale che parte dal basso, dai sistemi sociali ed educativi, dalle sintesi e miscele prodotte dagli effetti di ritorno delle migrazioni, dalla ridefinizione degli immaginari e dalla ricostruzione di forme di rispetto. Anche le basi della politica e dell’economia potrebbero trarre beneficio da un nuovo approccio propositivo ai temi complessi dello sviluppo e le chiese possono giocare un ruolo di accompagnamento culturale e sociale, oltreché religioso, tutt’altro che banale. Questo significa anche avviare un percorso dal basso di prevenzione di una cultura della violenza che colpisce in primis proprio gli elementi più fragili di società giovani, dinamiche e in divenire.

Nel 2018 l’America Latina, o meglio alcuni suoi Paesi importanti (Colombia, Messico, Venezuela, Costa Rica, Paraguay e Brasile), conoscerà una stagione politica decisiva per il suo futuro. 350 milioni di persone voteranno per il loro destino. Tra mille difficoltà è ancora possibile sperare un cammino  di giustizia il Continente latinoamericano? La Chiesa che ruolo giocherà? Il Papa fa molto affidamento sui movimenti popolari…

Dopo le polemiche seguite al recente voto in Honduras (uno dei paesi con i più alti tassi di violenza al mondo), il 2018 rappresenterà indubbiamente un banco di prova importante dal punto di vista politico per alcuni dei principali paesi del continente. Il quadro è estremamente composito. Dopo la fine dell’onda rosa (suggellata dal successo di Piñera in Cile) e la crisi conclamata del progetto bolivariano post-chavista, resta la grande incognita di quale sarà la soluzione per il Venezuela, paese in cui la diplomazia vaticana ha fatto grandi sforzi per aprire vie di dialogo (tutt’altro che semplici da raggiungere) tra il governo Maduro e l’opposizione. La crisi economica del paese resta poi la grande incognita sullo sfondo della politica. In un altro ambito, la transizione del Brasile post-Lula arriverà a una svolta decisiva per un paese che sta giocando anche il suo ruolo e la sua credibilità all’interno del G20; diversa è invece la situazione del Messico, sospeso tra indici macroeconomici positivi, la necessità di pacificare alcuni stati della federazione e di riequilibrare politiche sociali e spinte alla crescita di una delle maggiori e più emblematiche “open economies” del XXI secolo. La maturità democratica di questi paesi latinoamericani è dunque alla prova, ma in una stagione dinamica in cui le prospettive di dialogo e apertura internazionale potrebbero crescere e di cui anche l’Europa, piuttosto disattenta (con alcune eccezioni) nel corso degli ultimi anni, rispetto agli interlocutori latinoamericani, potrebbe e dovrebbe prendere coscienza.

Lei ha scritto un saggio, pubblicato dalla prestigiosa casa editrice Morcelliana, dal titolo: L’altra America. I Cattolici italiani e l’America Latina.  Sappiamo che negli anni del post-Concilio Vaticano II per i cattolici di punta l’America Latina era una fonte di ispirazione religiosa e politica. Le chiedo: perché ancora oggi è importante, per un cattolico italiano  e non solo, guardare all’America Latina?

L’America latina postconciliare ha rappresentato nell’immaginario italiano, e nello specifico in quello dei cattolici (ma non solo) un luogo simbolico, fatto di esperienze e volti che hanno toccato in profondità l’anima del paese. Si pensi all’impatto di vicende quali il golpe cileno del 1973, la desparación argentina, le guerre civili centroamericane, alla risonanza della teologia della liberazione, alla riscoperta dell’Amazzonia di Chico Mendes o all’impatto di nomi quali Hélder Câmara, Marianela García Villas o Oscar Romero. Il libro prova a riprendere, tra documenti d’archivio e storia orale, alcuni di quei fili e intrecci per ragionare sulle forme di solidarietà del cattolicesimo italiano con l’America latina, la loro evoluzione e resistenza, e, pur senza nessuna pretesa di esaustività, tenta di dar conto della pluralità di attori che si mobilitarono e dell’articolazione delle reti che vennero edificate. In alcune stagioni della nostra storia contemporanea questo nesso euro-latinoamericano (che in fondo rimandava anche al retaggio della conquista evangelizzazione, a Cortés a Colombo ma anche a Las Casas e alle reti che hanno segnato in profondità la nostra età moderna) è emerso in modo più chiaro e rilevante; in altre meno e la distanza (anche mediatica) è parsa farsi più netta alimentandosi di silenzi e stereotipi. In fin dei conti, a pensarci bene, anche la storia di Jorge Mario Bergoglio, è figlia di quegli intrecci e incontri, nel tempo e nello spazio, attraverso l’Atlantico e due mondi sospesi.

 

Il “Parlamento dei Capi”. Intervista a Fabio Martini.

FABIO MARTINI (Contrasto)

La cronaca politica degli ultimi giorni ci ha consegnato forze politiche attraversate da un grande malcontento. Infatti la composizione delle liste elettorali, come era scontato, ha lasciato dietro di sé una scia di polemiche. Le più forti hanno riguardato il PD. Un partito che non conosce pace. Per molti osservatori Renzi, con la composizione delle liste parlamentari, ha sigillato la nascita del PdR (il partito di Renzi). E con questo, per alcuni, il PD ha compiuto la sua mutazione “genetica” (per Enrico Letta, in una intervista alla Stampa, così, si corre verso l’abisso ). Ma le polemiche non sono mancate nemmeno nella coalizione di destra e nelle altre forze politiche (vedi “Liberi e Uguali” e Movimento 5stelle). Un dato sicuramente è emerso: la centralizzazione delle decisioni sulla composizione delle liste. Così sempre più le forze politiche si personalizzano. Quali conseguenze? Ne parliamo, in questa intervista, con Fabio Martini , editorialista e cronista parlamentare del quotidiano torinese “La Stampa”. Continua a leggere

Bilancio di una Legislatura tra le più “sociali” di sempre. Interviste a Luigi Bobba e Antonio Palmieri.

Ci è sembrato utile fare un bilancio di una legislatura, quella appena conclusa, che è stata molto significativa sul piano sociale e dei diritti. Un bilancio con due voci a confronto: Luigi Bobba (PD-Sottosegretario al Lavoro) e Antonio Palmieri (deputato cattolico di Forza Italia).

 

LUIGI BOBBA (PARTITO DEMOCRATICO)

 Sottosegretario Bobba, questa legislatura sul fronte sociale è stata assai significativa. Ricordiamo la riforma del cosiddetto TERZO SETTORE. Partiamo da questo ambito. Un ambito nel quale lei è stato, per la sua competenza, molto impegnato. A che punto siamo nella messa in ordine, diciamo così, del “terzo Settore”? Quali elementi mancano?

Al momento stiamo lavorando alacremente alla predisposizione degli atti amministrativi conseguenti ai decreti attuativi della Legge Delega. Dei primi passi verso la concreta attuazione della Riforma sono già stati fatti, a dicembre abbiamo infatti firmato un protocollo d’intesa assieme ad Anci, all’Agenzia dei beni confiscati alla criminalità organizzata e all’Agenzia del Demanio che costituisce il primo tassello per l’implementazione della misura del “Social Bonus” contenuta nel Codice del Terzo Settore. In aggiunta, di recente, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha concluso la procedura di raccolta dei progetti a rilevanza nazionale per lo svolgimento di attività di interesse generale in attuazione di quanto previsto dall’ articolo 72 del Codice del Terzo Settore e sono stati finanziati 78 progetti per 34 milioni di Euro. Ancora, sono stati ripartiti tra le Regioni altri 26 milioni di Euro da destinare alle Associazioni che operano a livello locale. Si tratta di ingenti risorse che abbiamo messo a disposizione per sostenere quelle realtà associative che decidono di investire sull’innovazione sociale. In particolare, i progetti di rilevanza nazionale sono incentrati, tra l’altro: sul contrasto dello sfruttamento del lavoro nero e del fenomeno del caporalato; sullo sviluppo della cultura del volontariato tra i giovani; sull’integrazione dei migranti; sullo sviluppo e al rafforzamento delle reti associative del Terzo settore; sull’inserimento lavorativo delle fasce deboli della popolazione, nonché sulla creazione di forme di welfare di comunità. Infine, nel mese di febbraio, nascerà il Consiglio Nazionale del Terzo Settore, partirà la riforma dei Centri di Servizio del Volontariato e prenderà il via anche la nuova Fondazione Italia Sociale.

Il “Terzo Settore”, che tocca diversi ambiti, ha conosciuto, negli anni della crisi, stando   all’ultima statistica dell’Istat una crescita sia per quanto riguarda il numero dei volontari e sia, nel “no profit”, di dipendenti. Questo significa che c’è stata una risposta significativa alla crisi? Si può migliorare questa risposta?

I dati dell’ultimo Censimento Istat ci confermano chiaramente come il Terzo settore in questi anni sia stato in grado di generare nuove forme di risposta a bisogni sociali che la crisi ha contribuito ad accentuare. In questo senso i dati dell’ISTAT ci parlano di una “resilienza” del non profit che, in controtendenza rispetto al trend generale, riesce ad incrementare il numero dei volontari, degli addetti e anche del volume delle entrate. L’obiettivo della Riforma è stato non solo quello di riordinare la normativa civilistica e fiscale del Terzo settore ma soprattutto di creare un quadro di opportunità e sviluppo per tutte le organizzazioni che popolano questo variegato universo. E’ necessario proseguire in questa direzione perché un Paese che ha un crescente numero di persone che si dedicano ad un impegno civico e volontario mettendosi in gioco per dei beni comuni, è un Paese che costruisce reti e legami di solidarietà più forti per creare una forte inclusione sociale.

Un altro ambito del suo impegno è stato quello del Servizio Civile. Un ambito di “frontiera” non solo per i giovani coinvolti, dove possono maturare competenze utili anche per il lavoro, ma a che sul fronte caldo della immigrazione. Lei afferma che il Servizio Civile diventa un “veicolo” per costruire l’appartenenza. In che modo?

Il Servizio civile in questi anni – dal 2013 al 2017 – ha conosciuto un vero e proprio balzo: dai 1000 giovani in servizio nel 2013, siamo passati ai più di 53000 nel 2017. Il nuovo Servizio civile – che diventa ora “universale”- permetterà a tutti i giovani che lo desiderano di poter intraprendere questa importante esperienza “volontaria” di indubbio valore formativo e civile, ma anche in grado di dare loro competenze utili a migliorare la propria occupabilità. Il decreto prevede, tra le altre cose, l’ampliamento dei settori di intervento in cui sarà possibile svolgere l’attività: dall’assistenza alla promozione ambientale e culturale, fino all’agricoltura sociale; la durata, ora variabile tra gli otto e i dodici mesi; la possibilità di partecipazione estesa anche agli stranieri regolarmente soggiornanti nel nostro Paese. Ulteriore importante novità è l’inserimento di una norma dedicata ai ragazzi più svantaggiati, i NEET. Questo nasce dalle rilevazioni sui partecipanti che hanno svolto il Servizio civile all’interno del programma Garanzia Giovani e che mostrano come questa misura sia stata un buon strumento di inserimento lavorativo. In questa direzione, il nuovo decreto legislativo n. 40/2017 prevede   il riconoscimento e la valorizzazione delle competenze acquisite durante l’espletamento del Servizio in funzione del loro utilizzo nei percorsi di istruzione e in ambito lavorativo. L’ampliamento del numero dei giovani che potranno fare il Servizio civile rappresenterà un importante investimento in termini di motivazioni e di valori, nella vita delle persone, sviluppando sia il senso di appartenenza al proprio Paese, che l’appassionamento a qualche buona causa.

Torniamo per un attimo al “sociale”. Sul fronte delle politiche familiari si è scelto di continuare le politiche del “bonus bebè “. Per la famiglia andrebbe fatto molto di più…Volete lasciare questo tema alla destra? Lei, con il suo partito, quale proposta ha?

Questo Governo è stato uno dei più attivi sotto il profilo delle misure a sostegno della famiglia, della genitorialità e della conciliazione vita-lavoro. Indubbiamente si può e si dovrà fare di più per creare delle condizioni che favoriscano la natalità e la genitorialità. Un primo passo in questa direzione è stato fatto anche con l’ultima legge di bilancio nella quale abbiamo confermato il bonus bebè per il 2018 per un importo annuo di 960 euro fino al primo anno di vita del bambino, nato o adottato nel 2018, per famiglie con ISEE familiare entro i 25mila euro annui. Al contempo, abbiamo anche aumentato le detrazioni fiscali per i figli a carico di età non superiore a ventiquattro anni: la soglia per le detrazioni Irpef passa da 2,8 mila a 4 mila euro. Il capitolo famiglia resta, dunque, assolutamente centrale nel nostro programma anche in vista della prossima legislatura. La proposta del PD sarà incentrata in misure stabili ed universali, anche di carattere fiscale, volte a sostenere e ad incoraggiare la natalità, nonché ad accompagnare le famiglie nella crescita dei propri figli.

 Sul fronte del lavoro gli ultimi dati fanno segnare, sul pano occupazionale, un record con molti limiti. E i limiti sono assai pesanti: la stragrande maggioranza sono contratti a tempo determinato . E questo ridimensiona il “trionfalismo” governativo. Non parliamo poi della flessibilità lavorativa. Insomma nessuno vuole negare i dati ma c’ancora moltissimo da fare. Le chiedo quali proposte ha il PD per rendere stabile il lavoro? E’ possibile cambiare alcune cose del Job Act?

I numeri parlano chiaro: da febbraio 2014 a novembre 2017, l’occupazione è cresciuta di 1 milione e 29mila unità, la disoccupazione è scesa di 416mila unità, gli inattivi sono crollati a meno 944mila. Di questi 1 milione e 29mila occupati in più, 541mila sono permanenti, vale a dire assunti con contratto a tempo indeterminato. Il tasso di disoccupazione giovanile è passato, nel medesimo arco temporale, dal 43,6% al 32,7%. Il Jobs Act Jobs ha il merito di aver ridotto la profonda segmentazione per tipologie contrattuali del mercato del lavoro, cancellando varie forme contrattuali precarie che interessavano soprattutto i giovani. La Riforma ha altresì reso impossibili le dimissioni in bianco, incrementato l’indennità di maternità ed esteso il congedo parentale anche per i padri;  abolito i co.co.pro. e messo limiti alle false partite IVA. Allo stesso tempo, sono stati riformati gli ammortizzatori sociali ed è stata creata l’ANPAL che ha dato il via alla sperimentazione dell’assegno di ricollocazione per i disoccupati e che sta avviando servizi per il lavoro su tutto il territorio nazionale. I meriti del Jobs act sono dunque evidenti; bisogna ora proseguire promuovendo interventi più incisivi nelle politiche attive del lavoro.

La Legge Fornero va bene così?

La legge Fornero è migliorabile ma è chiaro che non può essere cancellata come dichiarato da Salvini. Di fatto, nell’ultima legislatura si sono realizzate 8 salvaguardie, che hanno riconsegnato a 153.000 lavoratori la possibilità di andare in pensione con le vecchie regole. Si è completata la sperimentazione di “Opzione Donna”, con altre 36.000 lavoratrici coinvolte. Infine, con l’APE sociale prevista dall’ultima legge di bilancio, si manderanno in pensione a regime, a partire dai 63 anni, circa 60.000 lavoratori  che appartengono alle 15 categorie considerate attività gravose. Sul capitolo pensioni, nella prossima legislatura, bisognerà investire in maggiore flessibilità in uscita dal lavoro operando sia sull’estensione dell’anticipo pensionistico, che rivedendo le modalità di calcolo dell’aspettativa di vita; così come andrà rafforzato il pilastro della previdenza complementare.

Ultima domanda: come spiega, di fronte ad alcuni risultati positivi, il calo di consenso del Partito Democratico ?

Non mi fiderei troppo dei sondaggi: nessuno nel 2013 aveva previsto il boom dei Cinque Stelle e alle elezioni europee del 2014 diversi sondaggisti avevano previsto il sorpasso del PD da parte di Grillo. Sappiamo come è andata a finire, con il PD al 40%.

I risultati che questo Governo è riuscito ad ottenere sono sotto gli occhi di tutti. Un Paese che finalmente torna a crescere, più ricco non solo sul fronte economico e del lavoro ma anche dei diritti, delle politiche sociali, del contrasto alla povertà, del Terzo settore. In queste settimane che ci separano dalle elezioni sarà necessario raccontare nei territori quanto è stato fatto e quanto vogliamo realizzare nei prossimi anni. Tra realismo e false promesse scegliamo il realismo. Tra il rancore e la speranza siamo dalla parte della speranza.

ANTONIO PALMIERI (FORZA ITALIA)

Onorevole Palmieri, questa legislatura sul fronte sociale è stata assai significativa. Ricordiamo la riforma del cosiddetto TERZO SETTORE. Partiamo da questo ambito.  Come giudica la Riforma e Quali elementi mancano?

La riforma ha elementi, come la valorizzazione dell’impresa sociale, che sono certamente apprezzabili. Però mancano ancora decine di decreti attuativi, a partire proprio da quelli che riguardano la normativa fiscale che favorisce gli investimenti nel non profit. Senza questi decreti, la riforma esiste solo sulla carta.

Il “Terzo Settore”, che tocca diversi ambiti, ha conosciuto, negli anni della crisi, stando   all’ultima statistica dell’Istat una crescita sia per quanto riguarda il numero dei volontari e sia, nel “no profit”, di dipendenti. Questo significa che c’è stata una risposta significativa alla crisi? Si può migliorare questa risposta?

La nuova normativa sulla impresa sociale potrebbe essere utile. Come ho già detto, purtroppo non è praticabile la sua parte principale, quella connessa agli sgravi fiscali per chi investe nelle imprese del terzo settore.

Parliamo del Servizio Civile. Un ambito di “frontiera” non solo per i giovani coinvolti, dove possono maturare competenze utili anche per il lavoro, ma anche sul fronte caldo della immigrazione.  Il Servizio Civile  può diventare un “veicolo” per costruire l’appartenenza. Lei è d’accordo su questo aspetto?

Se ben realizzato, ci si può pensare. Ma non può essere imposto e necessita di risorse, non solo economiche, adeguate.

Una legislatura indubbiamente sociale. Se a tutto questo aggiungiamo la legge del “dopo di noi”, quella sull’unione civili e sul testamento biologico, si portano a casa buoni risultati (tenuto conto del quadro politico). Le chiedo, in maniera ostinata, perché, la sua parte politica, si è opposta allo “ius culturae”? E lei, come cattolico, non si sente interpellato dalla posizione del Papa e della Cei favorevoli allo “ius soli”. Di cosa avete paura ? 

Intanto contesto quelli che lei chiama “buoni risultati”. Unioni civili e testamento biologico non lo sono. Sono il trionfo del più forte sul più debole. Quanto allo ius soli, in questo momento fornirebbe un grande incentivo ai trafficanti di esseri umani, al di là del contenuto specifico della legge. Del resto di fatto lo ius soli esiste già: basta fare domanda per avere la cittadinanza dopo dieci anni di permanenza in Italia. Se la questione è la lentezza o l’opacità delle procedure, si intervenga lì.

Torniamo per un attimo al “sociale”. Sul fronte delle politiche familiari si è scelto di continuare le politiche del “bonus bebè “. Per la famiglia andrebbe fatto molto di più. Il suo partito, quale proposta ha?

La nostra proposta della Flat Tax, con aumento della no Tax area fino a 12.000 euro, una sola aliquota al 23% e un rinnovato sistema di deduzioni per i figli a carico, darà alle famiglie la disponibilità di maggior denaro. Ciò vale per chi ha già figli e come prospettiva positiva per chi non ne ha ancora ma potrebbe essere più sereno nel prendere la decisione di mettere al mondo un figlio. Questa impostazione vuole rendere lo Stato finalmente amico della famiglia.

Sul fronte del lavoro gli ultimi dati fanno segnare, sul pano occupazionale, un record con molti limiti. E i limiti sono assai pesanti: la  maggioranza sono contratti a tempo determinato . Non parliamo poi della flessibilità lavorativa. Insomma nessuno vuole negare i dati ma c’è ancora moltissimo da fare. Le chiedo quali proposte ha la coalizione di destra per rendere stabile il lavoro? 

Da un lato la Flat Tax, facendo rimanere più denaro a disposizione di famiglie e imprese, alimenta un circuito virtuoso: più consumi interni, che vuol dire più produzione e dunque necessità di nuovi posti di lavoro. A questa rimessa in moto del motore dello sviluppo, uniremo la decontribuzione assoluta per tre anni per chi assume a tempo indeterminato, specialmente per chi assume giovani. Lo stesso faremo per i tre anni di apprendistato. Ma il punto principale è rimettere in moto lo sviluppo.

La Legge Fornero, secondo voi, in cosa va cambiata?

Vogliamo azzerare gli effetti negativi della riforma dal punto di vista sociale, basti pensare alla vicenda degli esodati. Occorre riscriverla totalmente, occorre fare una revisione totale del welfare pensionistico.

Peraltro, con il sistema contributivo si può anche ragionare sul togliere ogni limite. Se una persona vuole andare in pensione a 50 anni può farlo, prendendo come pensione quello che ha versato fino a quel momento. Prima di tutto ovviamente bisogna verificare la sostenibilità dei conti pubblici. Come ci è già successo in passato e come dimostrano le preoccupazioni europee sullo stato della nostra finanza pubblica, solo una volta al governo potremo avere l’esatto quadro della situazione.

Ultima domanda: Vi presentate, apparentemente, come una coalizione “unita”. Eppure non passa giorno in cui non emergono differenze tra voi (dai leghisti  ai resti di alcuni ex dc)? Non le pare che questa coalizione sia una illusione ottica?

In campagna elettorale e con un sistema elettorale in gran parte proporzionale, c’è chi esalta le differenze, per cercare di aumentare i propri voti. Però la campagna elettorale finisce tra un mese e i fatti, cioè i nove anni di governo nazionale insieme e il governo di alcune Regioni italiane come Lombardia, Veneto e Liguria confermano che la coalizione non  solo è solida, ma sa anche governare bene.