Simone Veil, una combattente realista per l’Europa. Un testo di Emmanuel Macron

Ci sono eventi, che pur nella loro retorica, nel loro mettere in scena riti e relative
emozioni, costituiscono l’occasione per ricordare il senso di una comunità. In questo
discorso Emmanuel Macron ricorda Simone Veil e attraverso questo ricordo i valori più
profondi della civiltà europea. La memoria della Shoah, l’altra metà del mondo, le
donne, ancora oggetto di violenze, brutalità, marginalizzazioni e discriminazioni in ogni
parte del mondo, l’Europa unita come nostro faro di civiltà e strumento per superare
questi tempi bui. Lo pubblichiamo per gentile concessione della Professoressa Sofia
Ventura.
Discorso di Emmanuel Macron in occasione del trasferimento delle spoglie di Simone
Veil al Pantheon, 1 luglio 2018.
VIDEO
Discorso (lingua originale)
Discorso del Presidente Emmanuel Macron, traduzione in italiano (a cura di
Sofia Ventura)
Omaggio solenne della nazione a Simone Veil – 1 luglio 2018

Il 5 giugno dello scorso anno, quando ho annunciato, al termine dell’omaggio che le
era stato reso presso la Corte degli Invalidi, che Simone Veil avrebbe riposato al
Pantheon accanto al suo sposo, questa decisione non fu solo la mia.
Non fu nemmeno quella della sua famiglia, che comunque accettò.
Questa decisione fu quella di tutti i francesi.
E’ intensamente, tacitamente, ciò che tutti i francesi e le francesi desideravano.
Perché la Francia ama Simone Veil.
L’ama nelle sue battaglie, sempre giuste, sempre necessarie, sempre animate dall
preoccupazione per i più fragili, per le quali si impegnava con una forza di carattere
poco comune.
La Francia l’ama ancora di più perché ha compreso da dove le veniva questa forza
messa al servizio di un’umanità più degna.
Non è che tardivamente, quando Simone Veil aveva superato il 50 anni, che la Francia
scoprì che le radici del suo impegno affondavano nell’oscurità più assoluta,
innominabile, dei campi della morte. È là che trovò in lei, per sopravvivere, questa
parte profonda, segreta, inalienabile che si chiama dignità. È là che, malgrado i dolori e
i lutti, lei acquisì la certezza che alla fine l’umanità vince sulla barbarie.
Tutta la sua vita fu l’illustrazione di questa invincibile speranza. Noi abbiamo voluto che
Simone Veil entrasse al Pantheon senza attendere che passino le generazioni, come
abbiamo ormai l’abitudine di fare, perché le sue battaglie, la sua dignità, la sua
speranza restino una bussola nei tempi difficili che attraversiamo.

Poiché ha conosciuto il peggio del XX secolo e si è perciò battuta per renderlo
migliore, Simone Veil riposerà con suo marito nel Sesto caveaux.
Lì raggiungerà quattro grandi personaggi della nostra storia: René Cassin, Jean
Moulin, Jean Monnet e André Malraux. Furono, come lei, maestri di speranza. Come
loro Simone Veil si è battuta contro i pregiudizi, l’isolamento, contro i demoni della
rassegnazione o dell’indifferenza senza nulla cedere, perché sapeva ciò che era la
Francia.
Come loro, sfidò l’ostilità, agì come un precursore, abbracciò delle cause che si
credevano perdute per restare fedele all’idea che aveva della Repubblica e alla
speranza cheriponeva in essa.
È bello oggi che questa donna raggiunga in questo luogo la confraternita d’onore alla
quale, per lo spirito, per il valore, appartiene di diritto e di cui per tutta la sua vita
condivise le battaglie.
Come René Cassin, Simone Veil si è battuta per la giustizia.
Nel 1948, Cassin fa ratificare dall’Assembela generale delle Naizoni Unite la
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Simone Veil sapeva tuttavia che in
questa nobile battaglia per i diritti umani, la metà dell’umanità continuava
ostinatamente ad essere dimenticata: le donne.
Aveva visto la loro sottomissione e le loro umiliazioni, lei stessa aveva subito
discriminazioni che riteneva assurde, sorpassate. Allora si batté affinché giustizia fosse
fatta per le donne, tutte le donne.
Giustizia per le donne detenute in condizioni indegne, che si sforzò mentre era
magistrato di migliorare, giustizia per le donne, la loro indipendenza finanziaria, la loro
autonomia coniugale, la loro eguaglianza nell’autorità genitoriale.
Giustizia perché le loro qualità e i loro talenti fossero riconosciuti in tutti gli ambiti.
Per le donne martoriate nel loro corpo, nell’anima, per le donne che procuravano gli
aborti, per le donne che dovevano nascondere la loro tristezza o la vergogna, e che lei
strappò alla sofferenza sostenendo con una forza ammirabile il progetto di legge
sull’interruzione volontaria di gravidanza, dietro richiesta del Presidente Valery Giscard
d’Estaing e con il sostegno del primo ministro Jacques Chirac.
Giustizia per le donne inconsapevoli dei loro diritti e del loro posto nella società, per le
donne emarginate a causa delle leggi, degli stereotipi, delle convenzioni. Giustizia per
tutte le donne, che, ovunque nel mondo, sono martirizzate, violentate, vendute,
mutilate.
Con Simone Veil entrano qui le generazioni di donne che hanno fatto la Francia, senza
che la nazione abbia loro offerto la riconoscenza e la libertà che era loro dovuta. Che
oggi attraverso di lei, giustizia sia a loro tutte resa.
E che in questo giorno, i nostri pensieri vadano in particolare a una di loro, una donna
risoluta, forte, dolce che, nelle condizioni indicibili dei campi della morte sostenne le
sue due figlie con tutta la forza del suo amore. Avrebbe desiderato una vita di gioia,
ma per lunghi mesi, il suo destino tragico volle che lo spettacolo della loro sofferenza si
aggiungesse alla propria sofferenza, sino allo sfinimento finale, fino alla sua morte.
Saluto qui la memoria della madre di Simone Veil, Madame Yvonne Jacob, nata
Steimetz, morta a Bergen-Belsen nel marzo 1945, di cui l’esempio ispirò la lotta di
Simone Veil per le donne.
Come Jean Monnet, Simone Veil si è battuta per la pace e, dunque, per l’Europa.
Lei che aveva vissuto l’indicibile esperienza della brutalità e dell’arbitrarietà sapeva
che solo il dialogo e la concordia tra i popoli avrebbero impedito che Auschwitz
potesse rinascere dalle ceneri fredde delle sue vittime.

Si fece combattente per la pace, si fece combattente per l’Europa. Voleva l’Europa per
realismo, non per idealismo; per esperienza, non per ideologia; per lucidità, non per
ingenuità.
Non era tenera con l’insignificanza dell’irenismo e le complicazioni tecnocratiche che,
talvolta, divenivano l’immagine di questa Europa, poiché apparteneva a quella
generazione per la quale la nostra Europa non era né un’eredità, né un obbligo, ma la
conquista di ogni giorno.
Come parlamentare, come presidente del parlamento europeo, come cittadina
impegnata, non cessò di ravvivarne la fiamma originaria e d’incarnarne lo spirito
fondatore.
Jean Monnet diceva che l’Europa sarebbe la somma delle soluzioni da apportare alle
sue crisi. Noi dobbiamo a Simone Veil il fatto di non avere lasciato che i dubbi e le crisi
che colpiscono l’Europa attenuino la vittoria eclatante che da 70 anni abbiamo riportato
sugli strazi e gli errori del secolo passato.
Nulla sarebbe peggio che rinunciare alla speranza che ha fatto nascere l’Europa dalle
rovine nelle quali era stata sepolta e sotto le quali avrebbe potuto perire.
Noi siamo oggi i depositari di questa sfida alle vecchie nazioni che l’Europa non ha
cessato di tenere viva. Questa sfida è la nostra, quella della gioventù di Francia e
dell’Europa, ora che venti malevoli di nuovo si levano. È il nostro orizzonte più bello.
Come André Malraux, Simone Veil si è battuta per la civiltà.
Nata prima della guerra, in una civiltà che si credeva ancora immortale, ne visse il
rapido e crudele tracollo. Vite i punti di riferimento morali scomparire. Vide nei campi
delle SS martirizzare dei bambini di giorno, per ritrovare la sera i propri familiari venuti
a raggiungerli attorno alla tavola.
Aveva appreso nella propria carne che Auschwitz aveva sconvolto in modo durevole
l’idea stessa di civiltà. Condivideva con Malraux la triste constatazione che non vi era
più qualcosa come il «significato dell’uomo» o il «significato del mondo». Ma sapeva
anche che era possibile ricostruire una civiltà nuova.
Appassionata di arte e letteratura, continuò a credere che la cultura fa crescere l’uomo
e lo illumina sul suo destino. Riposerà ad alcuni metri dal suo caro Jean Racine, che
suo padre André Jacob le aveva fatto amare, che è sepolto nella chiesa di Saint-
Etienne-du-Mont e del quale Simone Veil occupò la poltrona all’Académie française.
Operando a favore dell’educazione, della riabilitazione dei prigionieri o come ministro,
per la protezione dei più fragili, sapeva che le civiltà sono tessute con questi legami
organici, con questi mille fili invisibili.
Impegnata a favore dell’amicizia tra i popoli europei, lo fu anche nel dialogo tra
israeliani e palestinesi, perché l’umanità non si arresta davanti alle nostre frontiere.
Credeva in questo destino comune che chiamiamo nazione, e in questa avventura
esaltante che chiamiamo civiltà, sapeva che ogni giorno che passa costituisce una
nuova battaglia contro la barbarie.
Come Jean Moulin, Simone Veil si è battuta perché la Francia restasse fedele a se
stessa.
Tradita da uno stato francese che era sceso a patti con l’occupante nazista, lei
avrebbe potuto addossare al proprio Paese il dolore delle sue prove e dei suoi lutti,
non accadde.
E quando decise di testimoniare della sua deportazione, fu innanzitutto per rendere
omaggio ai Giusti di Francia. Si erse contro coloro che innalzavano il ritratto di una
Francia vinta dai deliri antisemiti di Hitler, Petain, Laval, per ricordare il coraggio
incredibile e spontaneo di quelle famiglie francesi che, a rischio della propria vita,
avevano nascosto bambini ebrei, salvandoli dalla persecuzione e da una morte atroce.

Lei ricordava il tempo in cui dei francesi fornivano ai loro concittadini ebrei documenti
falsi e certificati di lavoro. Era il tempo in cui l’arcivescovo di Tolosa, Monsignor
Saliege, faceva appello perché le chiese fornissero asilo, era il tempo in cui dei
sacerdoti celebravano segretamente Pourim nelle loro chiese. Era il tempo in cui delle
solidarietà sotterranee tenevano viva la fraternità francese.
A sinistra del caveau numero 6, sul muro della cripta sono scritti i nomi dei Giusti.
A quei tempi la Francia restò la Francia perché degli uomini e delle donne
abbandonavano tutto per ingrossare i ranghi dell’esercito dell’ombra. Era allora che il
generale de Gaulle incaricava Jean Moulin di organizzare la resistenza.
È per questa Francia, la vera Francia, contro la Francia sfigurata della quale i
collaboratori in esilio continuavano a difendere i crimini che Simon Veil un giorno
decise infine di dare la propria testimonianza.
La Francia, grazie a lei e alcuni altri, guardò in faccia ciò che non aveva voluto vedere,
ciò che non aveva voluto ascoltare, ciò che avrebbe tanto voluto dimenticare e che,
tuttavia, costituiva una parte di sé. Comprese, così, che la nazione non deve temere la
memoria lacerata dei suoi figli e delle sue figlie feriti, ma accoglierla e farla propria.
Mai Simone Veil accettò decorazioni per essere stata deportata, e ancor più non
accettò che emergesse una rivalità tra le memorie. La realtà delle camere a gas e dei
forni crematori dei campi di sterminio, strumenti del crimine contro l’umanità, non
attenua in nulla l’eroismo dei resistenti torturati, fucilati, deportati.
Ma esiste una verità storica e la verità del martirio ebraico è oggi parte integrante della
storia di Francia, come ne fa parte l’epopea della resistenza.
Simone Veil riposerà accanto a Jean Moulin, l’eroe della Resistenza, torturato da
Klaus Barbie e che non si lasciò sfuggire nessun segreto durante la tortura più abietta.
Lei, Simone Veil, che martirizzata dalle SS non rinunciò mai alla sua dignità.
Sono per noi due esempi di umanità profonda, lui eroico nel suo sacrificio, lei
ammirevole per il suo coraggio e per la sua testimonianza. Lei che, sul braccio sinistro,
portava le stigmate del suo dolore, quel numero di deportata a Birkenau del quale un
giorno un francese le chiese se si trattava del numero del guardaroba. Il numero 78651
era il viatico della sua dignità invulnerabile e intatta. Sarà inciso sul suo sarcofago, così
come era stato tatuato sulla sua pelle di adolescente. Perché con Simone Veil, è alla
fine la memoria dei deportati per motivi di razza, come diceva lei stessa, dei 78.500
ebrei e tzigani deportati dalla Francia che entra e vivrà in questo luogo.
Domani raggiungerà i quattro cavalieri francesi che dormono in questo caveau.
Simone Veil entrando potrà guardarli con fierezza con quel suo sguardo freddo,
sempre inquieto. Potrà dir loro: «Ho fatto la mia parte».
Simona Veil chiama anche noi a fare la nostra parte.
Un altro cavaliere li avrà raggiunti, un cavalier servente, perché non era pensabile di
dividere ciò che la vita aveva così fortemente unito, nella gioia ma anche in quei lutti
terribili che furono la perdita della sorella di Simone Veil, Madeleine, detta Milou,
sopravvissuta come lei ai campi, scomparsa in un incidente di macchina; e la morte di
suo figlio Claude-Nicola, ucciso nel 2002 da una crisi cardiaca.
Non era pensabile che Simone potesse riposare senza Antoine. Questa compagnia le
sarebbe mancata.
Antoine, l’alto funzionario che amava la vita e che portò alla giovane sopravvissuta
l’eleganza e lo humor che le permisero di rivivere. Antoine che sognava di fare politica
e al termine dell’ENA aveva cominciato come liberale europeo. Antoine che ebbe l’
intelligenza di comprendere che sua moglie, lei, portava alla politica non il semplice
desiderio di cambiare le cose, ma l’aspra volontà di combattere per l’essenziale. Egli
mise allora il suo talento, il suo amore al servizio delle battaglie condotte da Simone,

che egli sostenne anche nelle ore difficili, quando i suoi avversari utilizzavano l’ingiuria
immonda e la minaccia fisica. Il loro dialogo non cessò mai, punteggiato da risate e
talvolta malinconia, rallegrato da una famiglia con tre figli Jean, Claude-Nicolas e Pier-
François e ben presto 12 nipoti. Questo dialogo fu interrotto solo con la morte di
Antoine nel 2013, lui che sembrava fatto per vivere per sempre, tanto il gusto per la
vita non lo aveva mai lasciato.
Il Pantheon ormai sarà un mormorio delle loro conversazioni.
La vostra opera, Madame, fu grande, perché essa si è nutrita dei vostri lutti e delle
vostre ferite, delle vostre fedeltà e delle vostre intransigenze, ma anche perché voi
l’avete interamente dedicata alla Francia e alla Repubblica.
Tutto ciò che voi avete fatto, l’avete fatto perché la Repubblica vi chiamava, vi ci
conduceva, vi incoraggiava. Voi avete creduto nella Repubblica e la Repubblica ha
creduto in voi. La grandezza dell’una ha fatto la grandezza dell’altra. È perché con
tutte le vostre forze voi l’avete onorata che oggi essa vi onora.
La vostra opera tuttavia non è ancora portata a termine.. Essa entra qui nella storia e
nella posterità. Possa la vostra lotta continuare a scorrere nelle nostre vene, ispirare la
nostra gioventù e unire il popolo di Francia. Possiamo noi sempre mostrarci degni
come cittadini, come popolo dei rischi che voi avete preso e delle strade che avete
tracciato, perché è in questi rischi e su queste strade, Madame, che la Francia è
davvero la Francia.
Al tramonto della vostra vita, voi avete desiderato che un kaddich fosse recitato sulla
vostra tomba, il vostro desiderio fu esaudito dalla vostra famiglia il 5 luglio 2017, al
cimitero di Montparnasse.
Oggi, la Francia vi offre un altro canto, quello del quale le prigioniere di Ravensbrük
avevano elaborato le prime parole su centinaia di pezzi di carta; e che esse cantarono
il 14 luglio 1944 davanti alle SS stupefatte. Questo canto che i deportati, ciascuno nella
propria lingua, intonavano quando il loro campo fu infine liberato, poiché lo
conoscevano tutto a memoria. Questo canto di cui il mondo ha risuonato quando la
barbarie di nuovo ha mostrato presso di noi il suo volto disgustoso.
Questo canto è quello della Repubblica, È quello della Francia che noi amiamo E che
voi avete fatto più grande, più forte. Che sia oggi, Madame, il canto della nostra
gratitudine e della riconoscenza della nazione che voi avete tanto servito e che vi ha
tanto amata. Questo canto è la Marsigliese.
Viva la Repubblica, viva la Francia.
(dal sito: https://sofiajeanne.com/2018/07/01/simon-veil-au-pantheon/)

“Il PD deve azzerrare tutto e ripartire non dai soliti noti”. Intervista a Elisabetta Gualmini

 

Come si sta riprendendo il Partito Democratico dalla lunga serie di sconfitte? Quale opposizione fare al governo “Di Maio-Conte-Salvini”? Quale ripartenza organizzare? Ne parliamo, in questa intervista, con Elisabetta Gualmini, politologa, Vice-Presidente della Regione Emilia-Romagna.

Professoressa Gualmini., sono passati, ormai, più di 4 mesi dalle elezioni politiche, abbiamo un governo tra i più sovranisti d’Europa, infatti è egemonizzato da Matteo Salvini, che sta portando l’Italia su  vie molto problematiche e pericolose. E la debolezza di Angela Merkel fa il resto. In tutto questo “brilla” l’assenza del Partito Democratico. Insomma la democrazia italiana è senza opposizione? La percezione dell’opinione pubblica europea è questa.. Per Lei?

Il partito democratico ha subito una pesante sconfitta alle ultime elezioni e dunque è normale che ci sia una fase di transizione e di ripensamento della propria identità e delle proprie strategie. Detto ciò, personalmente non ho condiviso il ritiro sull’aventino che è stato deciso dai dirigenti nazionali; il secondo partito in parlamento avrebbe dovuto almeno confrontarsi e scoprire le carte con il Movimento 5 Stelle ed evitare di fare il tifo per l’alleanza iper-populista tra Lega e 5 Stelle, con la malcelata speranza che il possibile fallimento di questa alleanza avrebbe riportato in auge il PD. La ritengo una strategia molto debole.

Quello che fa impressione, in questi 4 mesi, è stata l’assenza di una riflessione seria sulla sconfitta. Matteo  Renzi è stato capace solo di mettere veti. Ennesimo atto di presunzione. Nessuno ha spiegato all’opinione pubblica  le ragioni della sconfitta. Perché un partito che ha fatto cose buone,   viene sconfitto così brutalmente . C’è qualcosa di più di un semplice problema di comunicazione, come banalmente vuole ridurlo Matteo Renzi, o no?

Non penso ci sia stato solo un problema di comunicazione sulle cose fatte; ma non penso nemmeno  sia stata colpa della leadership di Renzi. Anche altri al suo posto avrebbero probabilmente ottenuto lo stesso risultato. Da un lato sono in crisi tutte le socialdemocrazie davanti alle conseguenze negative della globalizzazione soprattutto per le fasce deboli, molto difficili e complesse da governare; dall’altro non sono ancora arrivati gli effetti benefici delle riforme introdotte e della crescita economica che, seppure debole, comincia ad esserci sulle persone e sulla loro vita quotidiana. Ora serve però uno scatto, dimostrare di esserci in parlamento e di portare avanti un’opposizione forte di fronte al peggiore governo che poteva esserci chiaramente di destra.

Lei, in un commento su Repubblica, uscito questa mattina, ha scritto che aver posto il veto sul dialogo con i 5stelle è stato un errore madornale. Qualcuno potrebbe obiettarle che PD e 5stelle sono alternativi. E a vedere il comportamento dei 5stelle al governo, appiattiti su Salvini, potrebbe confermare questa opinione dell’alternatività. Invece per lei la strategia del “pop corn” è un autentico suicidio politico per il PD. Perché?

Conosco bene il m5stelle per averlo studiato a lungo, da accademica. E’ un movimento molto trasversale e chiaramente composto da persone e militanti provenienti dalla sinistra e da persone provenienti dalla destra. E’ un movimento molto duttile e plastico, che tende ad adattarsi anche alle situazioni in cui si trova. Non c’è dubbio che interagire con la parte del Movimento 5 stelle più orientata a sinistra sarebbe forse stata una strategia interessante dentro ad uno scenario proporzionale; il PD ha invece spinto Di Maio tra le braccia di Salvini , un connubio che porterà il paese allo sfascio. Non penso che si sarebbe potuto fare un governo tra il PD e i 5 stelle perché non vi erano le condizioni, ma almeno un dialogo poteva essere inaugurato anche solo per avere una qualche linea politica da proporre agli elettori.

Ecco per un partito politico l’obbligo è quello di far politica. Uscire dall’isolamento è il primo compito che dovrebbe porsi il PD. A livello parlamentare con quali strategie? Cercando di fare  scoppiare le contraddizioni nei 5stelle?

Io non sono in parlamento. Penso però che oltre ad una opposizione molto dura e molto seria sui contenuti che il governo porterà avanti (per ora quasi nulla) si dovranno anche mettere in evidenza le contraddizioni contenute nel programma di governo, le differenze tra i due contraenti e le utopie che vengono raccontate in assenza di risorse finanziarie per realizzare le promesse mirabolanti fatte da Salvini e da Di Maio. Infatti si parla solo di immigrazione per nascondere che sul resto il governo giallo verde non riesce a fare nulla.

Se a livello Parlamentare i giochi, a meno di clamorosi avvenimenti, sono limitati, nella società italiana, che è una società  sempre più impaurita, possono essere ancora aperti. Su quali basi  può essere ricostruito il rapporto con la società?

Con un rinnovamento della classe dirigente e dei volti della politica, con la nascita di nuove leadership e puntando sulla richiesta di protezione uscita dalle urne.

Quale potrebbe essere la parola chiave per costruire l’alternativa alla destra? Salvini, imitando Trump, ha scritto “prima gli italiani “ Il Pd cosa scrive?

Il PD deve azzerrare tutto e ripartire sul serio, non dai soliti noti. Deve avviare subito il Congresso, senza aspettare neanche un giorno. Il Congresso sarà l’occasione per confrontarsi su idee, persone e programmi. Se si continua a galleggiare si muore.

Così prima delle Europee si svolgerà il Congresso . Chi la convince di più Calenda, con il suo fronte “repubblicano, o Zingaretti. Oppure nessuno dei due? Insomma chi può dare speranza al centrosinistra italiano?

Non sono molto convinta del fronte repubblicano, per il fatto che contrapporre l’europeismo al sovranismo non mi sembra un messaggio sufficiente per gli elettori. In primo luogo non si capisce esattamente cosa voglia dire fronte repubblicano, né con chi lo faremmo. Con Berlusconi??? E poi penso che oltre all’europeismo bisogna mettere in campo un ‘agenda fortemente sociale e di semplificazione della vita dei cittadini. C’è ancora uno spazio per la destra e la sinistra e c’è una prateria da esplorare nella contrapposizione a Salvini, il PD deve stare lì.

IL FUTURO DEL MANUFACTURING IN ITALIA

 

La lentezza con cui il governo si sta muovendo su un caso come Ilva, così strategico e determinante per il nostro sistema industriale, ci chiede di riflettere sul nostro futuro: l’Italia avrà ancora la forza di restare tra i paesi più industrializzati del mondo? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-in e coordinatore del progetto Think-industry4.0.

Sabella, a che punto siamo in Italia col piano industria4.0?
Abbiamo sicuramente indicatori che ci dicono che c’è un segmento virtuoso di imprese in Italia che si sta allargando: innanzitutto, la stima prudenziale del pil 2018 è +1,5% e quella potenziale +2%. Considerando che nel 2017 siamo cresciuti del +1,5%, la previsione più ottimista fa ben sperare.

È possibile dare una dimensione a questo segmento virtuoso?
Diciamo che incrociando le informazioni che arrivano dai sindacati e da una recente ricerca del Politecnico di Milano, circa il 50% del nostro sistema produttivo si rivela sensibile all’innovazione. Solo un anno fa questo segmento di imprese era dato al 30%, quindi oggi possiamo dire che si è allargato. E che, quindi, il piano industria4.0 sta funzionando. E questo è interessante, anche se poi c’è l’altro 50%…

Appunto. Cosa ne è di questo 50% di imprese non definibile virtuoso?
La maggior parte sono aziende di piccole dimensioni, che non riescono a lavorare sull’innovazione e sulla crescita della loro produttività. Altre sono aziende viziate da una delle caratteristiche di fondo del nostro sistema produttivo, in cui la gestione spesso passa di padre in figlio e laddove altrettanto di frequente subentrano figli che non hanno le competenze dei padri. E qui iniziano processi involutivi che frenano innovazione e competitività delle imprese.

A proposito della produttività del lavoro, da sempre tasto dolente del nostro sistema imprese, a che punto siamo e quali vie d’uscita?
Vero, questo è da sempre il nostro tasto dolente. Va detto però che le recenti rilevazioni del ministero del Lavoro sulla produttività, per effetto del piano industria4.0, ci parlano di un +0,9% nel 2017. Negli ultimi 15 anni, la produttività è cresciuta mediamente del +0,3% (fonte Istat) mentre media Ue +1,6%, area euro +1,3% Francia +1,6%, Germania +1,5%, Regno Unito +1,5%, Spagna +0,6%. Quindi, anche in questo caso è utile guardare con un po’ di ottimismo alla crescita della nostra impresa e, conseguentemente, della nostra economia.

Sono in molti però a dire che l’innovazione digitale più che creare posti di lavoro li rende superflui…
Il fenomeno della distruzione di lavoro esiste, ed è quello che fa notizia. Tutti i giorni ormai leggiamo di imprese che siccome automatizzano aspetti della produzione lasciano a casa delle persone. Però si omette di ricordare che, allo stesso tempo, l’innovazione crea lavoro e che i paesi che più vi hanno investito (es. Germania, GB, USA…) sono proprio quelli dove si creano nuovi lavori. Tuttavia, anche in Italia, registriamo trend interessanti: la Confindustria, anche in questo caso per effetto del piano industria4.0, ha recentemente comunicato che da qui a 5 anni si ricercano 280.000 nuovi innesti soltanto nei settori cardine, vale a dire la meccanica, l’agroalimentare, la chimica, la moda e l’Ict. L’innovazione delle imprese cresce e con essa il numero di nuovi posti di lavoro. Il saldo, nel medio termine, sarà certamente positivo.

Qual è il ruolo del sindacato in questo processo di innovazione d’impresa?
È difficile avere numeri precisi, ma possiamo dire che da tempo si registra una crescita progressiva della contrattazione aziendale. Ciò avviene in quel segmento virtuoso di imprese (o almeno in buona parte di esso) di cui parlavamo prima, anche perché facilmente, nelle organizzazioni complesse, le riorganizzazioni del lavoro passano dagli accordi sindacali. In sintesi, le rappresentanze del lavoro sempre più avranno un ruolo importante nella gestione della trasformazione dei processi in azienda.

Il governo Lega-M5S che intenzioni ha su questo versante? L’attuale Ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, non pare avere le idee molto chiare su Ilva per esempio, il che la dice lunga…
Salvini ha più volte detto che Ilva va rilanciata. Io non penso che Di Maio sia dell’idea diversa, il problema è che il M5S intercetta molto del malcontento che al Sud si pone in senso anti-industriale. Quindi, il Ministro dello sviluppo economico – pur sapendo che lo sviluppo economico non è chiudere Ilva – qualche problema lo ha nella vicenda Ilva e quindi non procede speditamente come, per esempio, il suo precedessore, più vicino invece agli ambienti dell’industria. Il punto vero è che, però, i nostri competitor si muovono ad un’altra velocità e, quindi, la domanda sul futuro del nostro manufacturing resta aperta.

L’inganno sovranista. Intervista a Marco Revelli

Il nostro paese è investito dall’onda nera del sovranismo. Un’onda che destabilizza i valori politici di fondo della nostra Repubblica. Quali sono le cause?
E’ possibile una “contronarrazione “civile alle urla sovraniste? Ne parliamo con Marco Revelli, professore di Scienza Politica all’Università del Piemonte Orientale.

Professor Revelli, tira una gran brutta aria nell’Occidente. Il “sovranismo”, termine aggiornato di nazionalismo spinto, e il populismo stanno dilagando. Un’onda lunga che parte da Trump e arriva fino a Salvini. Un’onda destabilizzante che travolge i valori universali di “liberté egalité fraternité”. Un mostruoso inganno. Le domando: perché la “ricetta” sovranista, con le sue varianti, seduce l’Occidente?
Effettivamente è avvenuto un cedimento strutturale dei valori dell’Occidente o quantomeno dei valori che si erano affermati immediatamente dopo la fine della Guerra mondiale. L’effetto morale dell’orrore, che il mondo aveva dovuto vedere e testimoniare in quel periodo, aveva prodotto un contraccolpo: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo; la nascita del concetto di crimini contro l’umanità. Tutto questo è durato una settantina d’anni e oggi stiamo assistendo ad un’inversione di quei valori, che dilaga come una sorta di “onda nera” sulle due sponde dell’Atlantico che ha un suo baricentro negli Stati Uniti, che nel conflitto mondiale avevano rappresentato la bandiera della libertà ma anche dell’umanità, e che ritorna in quell’Europa orientale testimone di molti orrori, dove c’era Auschwitz. Anche paesi come la Germania vacillano con un populismo di estrema destra aggressivo. L’Italia anche è caduta in questo vortice, gli italiani “brava gente”, denominazione di cui ci gloriavamo, non è più così.

Dove sta l’inganno “sovranista”?
Molti di questi sentimenti si alimentano nella sensazione che le diverse società siano esposte a venti cattivi che provengono dall’esterno, che cancellano vecchie identità e anche sistemi di protezione sociale. Si diffonde l’idea falsa che il cedimento dei diritti sociali, del lavoro, l’idea che tutto ciò che è accaduto in questi due decenni sia colpa di chi è venuto dall’esterno. È una rappresentazione totalmente infondata: la sconfitta del lavoro, che è stata durissima e che ha determinato un forte arretramento in termini di diritti del lavoro, si è consumata ben prima che si consumassero i flussi migratori. Si è consumata alla fine degli anni ’70 e inizio degli anni ’80. Ha come causa la crescente importanza che il capitale finanziario e la finanza hanno acquisito, il salto tecnologico, l’informatica, l’elettronica, le telecomunicazioni veloci che permettono la delocalizzazione . Non sono i poveri di fuori che ci tolgono i diritti, sono i nostri ricchi che ci tolgono i diritti, ma con quelli il populismo non se la vede molto, li contesta di essere più tolleranti con i poveri. Questa è una narrazione micidiale perché ci rende impotenti di fronte ai veri meccanismi che stanno distruggendo le nostre società.

Professore, siamo nell’età della rabbia, come la definisce Pankaj Mishra (editorialista del “Guardian”), in cui “i ritardatari della modernità”, gli esclusi dai benefici del “progresso”, si rivoltano contro la globalizzazione. Ma è davvero tutta colpa della globalizzazione? Eppure, con i suoi grossi limiti, la globalizzazione ha portato alla “società aperta”. La sfida vera è tra “globalisti” e “sovranisti”? Oppure è una sfida finta?
Un po’ tutti noi abbiamo salutato il primo ciclo della globalizzazione, quella “dolce”, che permetteva la libertà di movimento, quella che in Europa era rappresentata da Schenghen. Non ci siamo resi conto che dentro quello sfondamento dello spazio circolava anche il male, i veleni che nello spazio globale ci sono, perché circolavano masse di capitale finanziario in grado di prendere in ostaggio i governi e di costringerli a fare ciò che vogliono, circolava l’odio, il terrorismo – anche se bisogna dire che buona parte degli episodi di terrorismo sono prodotti da figure interne – ma soprattutto non ci siamo resi conto che la globalizzazione destabilizzava alcune macchine politiche e amministrative che garantivano forme di sicurezza sociale. Il Welfare era gestito dagli Stati-Nazione e nell’attuale condizione non funziona più. È un cambiamento inevitabile, ogni ritorno indietro credo sia come far rientrare il dentifricio nel tubetto. La risposta sovranista alle esigenze sociali, che sono vere, perché la gente sta peggio, soprattutto il mondo del lavoro e i ceti medio-bassi sono i perdenti della globalizzazione, non è quella corretta. Chi vive in centro, chi non incontra i veri poveri sotto casa, non sentono la puzza della strada sono i vincitori. Dentro questo grande sconvolgimento la tentazione è quella di ritornare a chiudersi dentro i confini perché quando si è chiusi dentro i confini si sta meglio, ma non è così, perché chiudendosi si starà peggio. Gli imprenditori della paura sono i veri nemici di tutti. La sfida oggi è tra umano e disumano, stiamo perdendo qualcosa di noi stessi che è quella risorsa salvifica che ha permesso alla specie umana di sopravvivere e la capacità di com-patire, cioè di soffrire insieme. La capacità di vedere sé negli altri. Se perdiamo questo la società si decomporrà.

Veniamo al nostro Paese. L’Italia sta vivendo giorni esasperati. Le ultime vicende, che riguardano l’immigrazione, stanno facendo segnare, secondo i sondaggi, un ampio consenso alla propaganda antiimmigrati di Salvini. Un vero e proprio imprenditore della paura. Gli Italiani sono diventati euroscettici e poco solidali. Non siamo più, come ricordava lei, “Italiani brava gente” (che non era una frase fatta “buonista” ma indicava l’anima accogliente del nostro popolo). Insomma Professore siamo di fronte ad un mutamento “antropologico” degli italiani?
Sì, siamo in presenza di un mutamento antropologico degli italiani, che non è l’unico: nel 1938 le leggi razziali firmate e volute da un tiranno e da un re vigliacco e accettate da quasi tutto un popolo, perché non si levavano voci significative di fronte a quell’orrore, non ci furono proteste o anche solo domande, neppure di fronte a quei banchi vuoti degli studenti ebrei che avevano dovuto abbandonare le scuole, oppure gli ufficiali ebrei nell’esercito furono cacciati. Questo paese ogni tanto si anestetizza e partecipa all’orrore. In altri momenti ritrova se stesso e si riscatta, come nel caso della Resistenza, ma quando ci si deve riscattare costa sangue, ci furono molti morti per riscattare la vergogna degli altri.

Tutto questo mette in crisi le culture politiche che hanno plasmato l’italia: quella cattolica e quella della sinistra storica. Possono essere ancora una fonte di resistenza queste culture?
Il passaggio di uscita dal ‘900 ha lasciato dietro di sé molte culture politiche che non sono riuscite a transitare, penso a quella che è stata la cultura del movimento operario in Italia molto rappresentato dal partito comunista che è scomparso male, perché i suoi eredi hanno cercato frettolosamente di liberarsene come di una zavorra senza una grande riflessione e questo ha comportato la decomposizione della cultura di sinistra. La cultura cattolica sopravvive ma colpisce come operi soprattutto sottotraccia con dei bisbigli da parte dei suoi esponenti, quasi in imbarazzo per certi versi, tranne un grande Papa che predica e fa davvero il Papa senza che però buona parte, mi sembra, del mondo cattolico lo segua politicamente, quanto meno dando forma politica a questi appelli morali. Quello che rimane è una incultura politica: dalle vecchie rovine non è nata una nuova adeguata cultura politica. Quella che domina è una forma di incultura senza progetto, spesso occasionalista che sfrutta il momento dicendo alla gente quello che si pensa che la gente voglia sentirsi dire. In questo modo si creano voti ma non uno spazio civile e politico.

I 5Stelle stanno rivelando la loro grande fragilità politica e culturale, qual è il suo pensiero?
Io non sono tra quelli che hanno vissuto la crescita del Movimento 5stelle con ostilità e paura, anzi lo consideravo come un passaggio utile per segnalare l’improponibilità del modello politico prevalente, dava voce ad un vero senso di disagio popolare e diffuso. Non mi ha nemmeno turbato più di tanto il risultato del 4 di marzo, con quel successo straordinario, perché mi sembrava nell’ordine delle cose. Quello che mi stupisce oggi è la stupidità politica con cui quel patrimonio viene gestito. Salvini è una figura di leadership politica di un populismo politico di destra violento che sta crescendo per l’insipienza degli altri, anche di un Partito Democratico che non si è nemmeno posto il problema di come impedire quella convergenza, ma ha preferito la strada dei pop corn, è una follia.

E’ possibile creare una “contronarrazione” solidale efficace a quella sovranista? Su quali basi?
Io credo che sarebbe suicida tenere separata la questione enorme dei diritti umani dalla questione dei diritti sociali. Queste forme virulente di populismo si alimentano della rabbia per il tradimento nei confronti dei diritti sociali e quindi dei bisogni economici e sociali della gente e risarcisce questa perdita creando capri espiatori nei confronti dei quali ci si può risarcire del proprio declassamento. Ci vuole una intransigente difesa dei diritti sociali di tutti, italiani e non, e dei diritti umani universali. Se noi non difendiamo gli abitanti delle nostre periferie dal degrado economico e sociale non possiamo nemmeno chiedergli di essere accoglienti e generosi nei confronti dei migranti.

“Contratto di governo” : novità o decadenza della politica? Intervista a P. Giacomo Costa (S.J)

Il governo “Conte-Di Maio-Salvini”, il primo governo “populista” della nostra storia repubblicana, con la nomina dei vice-ministri e sottosegretari completa la sua struttura di potere. La compagine governativa fin dai primi passi si trova già nella bufera per la vicenda della nave “Aquarius”. Una vicenda triste, che ha messo in evidenza l’anima sovranista del governo ad egemonia leghista. Al centro dell’azione di questo governo c’è il discusso “Contratto di governo”. Contratto che è stato oggetto di discussione nell’opinione pubblica. Ma quali sono le “radici” di questo “contratto”. Ne parliamo con Padre Giacomo Costa, gesuita, Direttore della prestigiosa rivista “Aggiornamenti sociali” pubblicata dal “Centro San Fedele” di Milano.

 

Padre Giacomo, voi di “Aggiornamenti Sociali”, fin dalla fondazione, rappresentate lo “strumento” di studio della Compagnia di Gesù sulla società italiana, e quindi anche sulla politica di questo nostro Paese. Le chiedo: il voto del 4 marzo ha segnato una svolta radicale del contesto politico. Ovvero l’emergere “prepotente” di due forze populiste, sia pure di “natura” diversa, con la conseguente sconfitta del PD, a sinistra, e dell’arretramento di Forza Italia, a destra. Perché gli italiani si sono rivolti a due forze populiste? C’è una ragione profonda?

Gli elettori non diventano populisti dalla sera alla mattina: più che una svolta radicale, l’esito delle urne può essere visto come un passo, più deciso dei precedenti, lungo la linea evolutiva che la politica ha seguito negli ultimi vent’anni in Italia ma anche nel resto del mondo. Si tratta di mutamenti che hanno modellato elettori ed eletti, e che alcuni politici hanno cavalcato e promosso più degli altri. Un esempio è la “fine delle ideologie”, che è teoricamente nota da tempo e su cui si è molto disquisito, ma le cui conseguenze oggi si fanno sentire in maniera molto più concreta di prima. Nel ’900 essere di destra o di sinistra strutturava l’identità delle persone, oltre che le passioni e i conflitti politici. Oggi la politica continua a suscitare conflitti e passioni: dalla rabbia all’entusiasmo, dalla speranza al disgusto, ecc. ma ciò che definisce le scelte politiche è piuttosto l’interesse personale, inteso a diversi livelli: come tornaconto, ma anche come ciò che piace per simpatia superficiale o che sta a cuore per motivazioni profonde. Un altro fattore è l’evoluzione del sistema mediatico che si va svincolando dal riferimento alla forza dei fatti, rendendo quasi irrilevante la verifica dell’attendibilità delle notizie e della credibilità delle persone. Non a caso si parla sempre più di “postverità”, “fake news”, “hate speach” ecc. In questo quadro, almeno per il momento, Lega e M5S hanno saputo intercettare questi cambiamenti e comunicare in modo da attirare il consenso della gente. Gli altri sono rimasti su altre logiche e modalità comunicative, non del tutto finite, ma antiche.

 

Torniamo, per un attimo al PD. Questo partito, erede delle tradizioni riformiste della sinistra e del cattolicesimo democratico, ha subito una sconfitta pesante. Eppure, con tutti i limiti, quel partito, ad essere onesti, non ha mal governato. Molti provvedimenti presi sono importanti per la società italiana. Cosa non ha funzionato?

Effettivamente nella scorsa legislatura il PD ha goduto di una forte centralità politica e ha promosso passi legislativi importanti. Ma una serie di tensioni mai risolte è scoppiata in occasione (e con il pretesto) del referendum costituzionale. Si è frantumato il delicato equilibrio della proposta renziana, una proposta che potremmo dire “pop-democratica” in quanto provava ad articolare la tradizione democratica con un modo di far politica sempre più “popolare” (se non populista). La sinistra si è così avvitata sulla gestione del potere, dividendosi in correnti ferocemente in lotta tra di loro, con il risultato di mettere in secondo piano progetti e idee e di allontanarsi dai suoi stessi elettori. Oggi questa situazione risulta evidente dal di fuori, ma il partito sembra stentare a rendersene conto. La parabola delle tradizioni in cui si radica il PD è tutt’altro che esaurita, ma per concretizzare queste opportunità il partito deve rivisitare i contenuti delle sue proposte e ancora di più lo stile e la retorica comunicativa che utilizza.

 

Guadiamo al centrodestra. L’emergere prepotente di Salvini sta facendo piazza pulita del “moderatismo” (ammesso che mai lo sia stato) di Forza Italia. Insomma la destra italiana assumerà il volto sovranista della Lega. E’ un processo inarrestabile?

Più che moderatismo, il centrodestra è quello che ha introdotto in Italia la politica spettacolo e la polarizzazione estrema sulla figura del leader e sul rapporto diretto con il popolo: al populismo si arriva per tappe. Questo approccio ha segnato la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e man mano tutti partiti vi si sono adeguati, anche quelli antiberlusconiani, adottando uno stile comunicativo improntato alle logiche dell’intrattenimento per sconfiggere la lontananza e la noia che suscitava la politica della Prima Repubblica. I politici si sono trasformati in star mediatiche, all’inseguimento di un consenso che assume i connotati del gradimento in termini di audience, puntando quindi a piacere, affascinare e sedurre assai più che a proporre idee per il futuro del Paese. Al “carro” berlusconiano si è legata Lega Nord di Bossi, il cui contributo è stato soprattutto la metodica semplificazione della complessità e l’adozione di una prospettiva localistica e anti-intellettualistica. L’obiettivo era catturare il consenso delle persone più smarrite di fronte alla globalizzazione attraverso l’enfasi sugli interessi locali.

 

E veniamo alle vicende politiche di questi ultimi giorni. Ovvero alla nascita, dopo 90 giorni dal  voto, del governo Conte-Di Maio-Salvini. Il “cuore” di questo governo, così dicono i protagonisti, è il “contratto di governo” firmato da Lega e 5stelle. Rappresenta una novità, oppure si inserisce, invece, nella lunga scia della crisi della politica italiana?

È certamente una novità nella biografia dei protagonisti, che comprensibilmente ne sottolineano il carattere epocale. Ma guardando le cose da un’altra prospettiva, anche il «Contratto per il governo di cambiamento» è un passo tutto sommato coerente all’interno di una evoluzione della politica italiana a cui tutti i protagonisti, almeno dell’ultimo decennio, hanno dato il proprio contributo, a partire da chi, come Berlusconi e Renzi, oggi si professa fiero oppositore dell’intesa M5S-Lega. Inseguendosi a vicenda, i partiti hanno finito per scimmiottarsi e imparare il peggio l’uno dall’altro. Scorrendo il Contratto o ripensando al modo in cui la sua elaborazione è stata mediatizzata, è facile riconoscere le dinamiche caratteristiche della politica del XXI secolo, a partire da quel renzismo che pure rappresenta il bersaglio polemico di entrambi i movimenti. In comune hanno ad esempio la retorica e talvolta l’affanno della novità: il cambiamento a cui è intitolato il contratto è la versione “ministeriale” del “vaffa” grillino (e per nulla alieno alla tradizione leghista), ma ha molto da spartire anche con la rottamazione di Renzi. Analogo è il senso di vertigine che suscitano e le domande che ne scaturiscono: è praticabile una via pop alla democrazia o percorrerla conduce a ridurla un simulacro di se stessa?

 

Nel suo editoriale, che apre il nuovo numero della sua rivista, lei afferma che il contratto fa compiere alla politica italiana una sorta di “seconda secolarizzazione” ovvero una svalorizzazione della politica nei confronti dei valori della Costituzione. Può spiegare perché?

Per “seconda secolarizzazione” intendo un movimento che svincola la politica e le dinamiche sociali non dalla religione o dal riferimento al trascendente, ma dall’insieme di valori di cui è tessuta la Costituzione: restano un riferimento poco più che retorico. Non è un caso che fin da subito i costituzionalisti abbiano fatto rilevare l’inconciliabilità di vari elementi del Contratto con la Carta fondamentale.

Un esempio illuminante è l’uso del concetto di dignità. Il n. 19 del Contratto la attribuisce “all’individuo”, utilizzando il termine come sinonimo di “persona”. Ma così, forse inconsapevolmente, si svuota il principio personalista della Costituzione, che intende la dignità non soltanto in riferimento all’essere umano in quanto tale, ma considerando la concretezza dei legami sociali al cui interno si svolge la sua vita. La dignità ha una dimensione sociale che l’individualismo liberale conduce a dimenticare, ma che rappresenta l’unica garanzia per farne una pratica condivisa e non un privilegio di chi può permettersela. La dignità è di tutti e di ciascuno, e negarla a qualcuno minaccia quella degli altri. Per questo non può essere fatta a pezzi e allocata soltanto a chi fa parte dei “nostri”, in opposizione ad “altri” la cui dignità può tranquillamente essere calpestata.

In questo contesto, l’impianto valoriale della Parte I della Costituzione non rappresenta più l’orizzonte al cui interno inserire le diverse proposte politiche, ma un richiamo retorico, talvolta maldestro. La bussola che orienta l’azione del Governo non sono i “Principi fondamentali” (e i valori a cui si richiamano), ma le preferenze che i leader ritengono che i loro elettori abbiano espresso, anche a seguito di una opportuna azione di persuasione. Il problema vero sta però nel fatto che la società nel suo insieme, o almeno una larga parte, sembra aver perso la sensibilità per riconoscere e difendere il ruolo dei valori e dei principi come cornice di riferimento dell’azione politica.

 

Qual è l’anima profonda di questo “contratto”? Che tipo di società disegna?

Siamo di fronte al passaggio a una politica e in qualche modo a una società fondata sugli interessi, in cui ciascuno cerca di portarsi a casa almeno un pezzo del proprio risultato anziché partecipare alla costruzione di un bene comune.

L’impressione è che sia questo il criterio che ha guidato la stesura del Contratto. Non c’è una reale mediazione e quindi nessuna autentica integrazione dei punti di vista dei due contraenti, per cui resta irrisolta la questione di come si concilia la drastica riduzione del carico fiscale (la flat tax leghista) con una serie di misure, anche di welfare, che non possono che far lievitare la spesa pubblica (a partire dal reddito di cittadinanza a 5 stelle). Più che un progetto comune, l’accordo sembra riguardare la spartizione delle sfere di influenza, in modo che ciascuno possa portarsi a casa un risultato che gli permette di gratificare i propri elettori: infatti al n. 1 è sancito l’impegno «a non mettere in minoranza l’altra parte in questioni che per essa sono di fondamentale importanza». Non è un caso allora che sulle questioni eticamente sensibili (fine vita, DAT, ecc.), rispetto alle quali è inevitabile un autentico lavoro di mediazione se le posizioni di partenza sono molto lontane, non ci sia nemmeno una parola.

Non stiamo però dicendo che il Paese stia precipitando nell’amoralità collettiva, né penso che sia utile rimpiangere il passato: bisogna registrare però che si sta smarrendo la consapevolezza che i diversi piani diversi – quello dei valori, quello delle pratiche individuali e sociali, quello delle norme e delle misure pratiche – sono inestricabilmente connessi. La mancanza di coerenza fra i diversi piani rende strutturale la contraddizione tra gli obiettivi perseguiti su ciascuno di essi, impedendone il raggiungimento armonico

 

Una cosa che fa impressione è la visione ambigua, pur tra reiterate affermazioni di “fedeltà”, dei due protagonisti sull’Europa. Anche questo è un segnale….

Anche in questo caso siamo di fronte a un passo in avanti nell’utilizzo di una retorica di contrapposizione che punta a identificare un nemico a cui addossare tutte le responsabilità.È uno sport diffuso in tutti i Paesi, che ha portato alla nascita di un vero e proprio genere letterario. Va riconosciuto che anche l’UE sembra fare di tutto per aiutare i propri detrattori, o almeno sembra aver perso la capacità di ispirare e trasmettere entusiasmo. Anche il discorso europeo si è in qualche modo “secolarizzato” nel senso che dicevamo prima, ponendosi sempre più sul piano degli interessi e sempre meno su quello dei valori. Ma non si può costruire una casa comune titillando l’egoismo o l’autointeresse. Per l’Europa è una prospettiva perdente.

 

Qual è il “peccato mortale” del sovranismo?

Più che di peccato parlerei di forza di seduzione. Penso che sia l’enfasi su un “noi”, di cui non sono chiari i criteri di definizione, e che conduce rapidamente dal tentativo, anche legittimo, di sottolineare identità e appartenenza a una retorica che identifica diverso con ostile. I migranti diventano il capro espiatorio ideale da questo punto di vista e infatti negli ultimi mesi la cronaca registra un aumento della violenza nei loro confronti. E’ evidente come la dignità affermata in linea di principio non è riconosciuta a tutti. Ma questa – lo dimostra la storia del ‘900 – è una contraddizione e molto spesso diventa una trappola. All’enfasi sulle differenze tra “noi” e tutti gli altri si accoppia di solito – e certamente nel caso del Contratto per il governo del cambiamento – l’incapacità o l’indisponibilità di riconoscere e fare i conti con il pluralismo radicale che ormai segna le società avanzate, e quindi con il tema del dialogo e dell’integrazione delle differenze e delle minoranze.

 

Attraverso quali percorsi è possibile, realisticamente, rinnovare la politica italiana? C’è spazio per i cattolici?

Innanzi tutto dobbiamo imparare a guardarci da tre tentazioni, peraltro ricorrenti nella storia del Paese. La prima è quella della nostalgia e del rimpianto per un’epoca passata dove la politica aveva la P maiuscola – ma ce ne lamentavamo anche allora! – opposta ai tempi bui dell’attuale decadenza. La seconda è quella di rimanere alla finestra, in attesa di veder fallire – ancora una volta lamentandosi – anche questo tentativo, salvo poi ritrovarsi con il problema di dove tracciare un segno sulla scheda delle prossime elezioni. Due atteggiamenti che è facile deridere superficialmente, ma di cui vanno indagate le ragioni profonde e le componenti emotive: quello che li accomuna è l’incapacità di generare futuro. La terza tentazione, specie per chi è in politica, è quella di provare a costruire contenitori identitari, giocando ancora un volta la logica del “noi” e partecipando alla “spartizione” delle sfere di influenza.

Credo però ci sia spazio anche per un altro modo di operare, a partire da un vero e proprio atto di fede nel fatto che la capacità delle persone di riconoscere il bene e di esserne attratta non si è spenta definitivamente. Gli esempi di come siamo alla ricerca di senso e di umanità sono molteplici, quotidiani. Ottengono scarsa attenzione, ma non per questo non toccano in profondità.

 

Ma concretamente in che direzione possiamo incanalare lo sforzo di rinnovamento?

Una prima pista di lavoro fondamentale – e questo vale in particolare per chi opera nel mondo della comunicazione – è la ricerca di un linguaggio che consenta anche oggi di narrare il bene, o, meglio, di entusiasmare per il bene, riuscendo a parlare alla gente e a comunicare una prospettiva profondamente umana che rimette al centro la fiducia, i legami e persino il punto di vista di chi è scartato. Una volta che questa prospettiva sarà radicata nella società, la rincorsa al consenso obbligherà anche la politica ad adottarla. Oggi si sta spegnendo il richiamo del lessico dei valori e dei diritti, mentre è grande quello degli interessi, dei gusti e delle opportunità, dove il “sentire” ha un grande peso. Non è un cambiamento da stigmatizzare superficialmente: in fondo lo “stare a cuore” può rappresentare un attivatore di risorse emotive, di creatività e di impegno almeno pari alle ideologie del passato. Si tratta quindi di individuare i registri su cui anche oggi elaborare proposte culturali capaci di aiutare l’interpretazione della realtà nella sua interezza, riorientando il discorso e l’immaginario collettivo e rimotivando all’impegno per la costruzione di un sentire condiviso, anche in situazioni di crescente pluralismo sociale, culturale e religioso.

Il secondo filone è quello dell’impegno diretto, della mobilitazione per la tutela della dignità e dei diritti di tutti, su cui occorrerà probabilmente fare un passo in più. Anche in questo caso non partiamo da zero, ma da un capitale autenticamente sociale di tante iniziative di partecipazione e di lotta contro il degrado, contro la corruzione, la criminalità e le mafie di cui il nostro Paese è ricco. La potenza di questo filone è di far sperimentare la forza del legame quando si agisce a favore di altri, trascendendo l’orizzonte del proprio orticello.