La lezione di Macron all’Italia. Intervista a Giorgio Tonini

Si andrà sempre più verso una Europa a due velocità? Questa sembra la direzione che l’elezione di Macron a Presidente della Repubblica francese imprimerà all’UE. Direzione, con asse franco-tedesco, confermata anche dall’intervista a Repubblica, uscita questa mattina, dal ministro delle Finanze tedesco Schäuble. Quale “lezione” porta l’elezione di Macron all’Eliseo? Ne parliamo, in questa intervista, con Giorgio Tonini, senatore del PD e Presidente della Commissione Bilancio a Palazzo Madama.

Senatore Tonini, non possiamo non partire dalle elezioni presidenziali francesi: qual è la lezione politica che ci viene dalla Francia?

 Se devo sceglierne una in particolare, direi che i francesi ci hanno detto che i problemi agitati dai populisti, sia di destra che di sinistra, sono problemi veri, ma le soluzioni da loro proposte sono invece sbagliate, perfino controproducenti. Macron ha colto la domanda di sicurezza e di protezione che sale dalla società francese. Ed ha convinto due terzi dei suoi concittadini che lo Stato nazionale, anche uno Stato forte ed efficiente come quello francese, non è più in grado, da solo, di corrispondere a queste esigenze profonde, per insuperabili problemi di scala. Solo una sovranità condivisa, come quella che faticosamente, da più di settant’anni, quindi da ben prima dei Trattati di Roma, stiamo cercando di costruire a livello europeo, può dare risposte efficaci ai problemi dei popoli.

 Il populismo  sovranista è stato sconfitto, ed è una gran fortuna per tutta l’Europa. Certo rimangono, tra i grandi Paesi fondatori dell’UE,  Germania e Italia. Sappiamo che in Germania il confronto sarà tra due europeismi robusti. In Italia,  siamo , come afferma Enrico Letta sulla “Stampa”, impelagati in un dibattito, per la verità sembra più una rissa in un cortile, tra “euro-fobici”, “euro-scettici” e “euro-timidi”.  Insomma siamo ancora l’anello debole. Qual è la sua opinione?

Se guardiamo ai fatti e non ci lasciamo irretire dal chiacchiericcio mediatico quotidiano, vediamo che il Partito democratico, cioè il principale partito italiano, il partito baricentrico degli equilibri politici e di governo del paese, non solo ha l’Europa nel suo dna, non solo ha rappresentato e rappresenta il principale argine in Italia al populismo antieuropeo, ma è anche uno dei protagonisti assoluti del dibattito, del confronto, talvolta del conflitto, in atto in Europa sul futuro dell’Unione. Quando dunque andremo a votare per il nuovo Parlamento, presumibilmente qualche mese dopo i tedeschi che votano in settembre, la posta in gioco sarà molto chiara e riguarderà la partecipazione o meno dell’Italia al gruppo di testa della nuova Europa a due velocità che, grazie all’esito delle elezioni francesi, si può dire, ormai con un certo grado di certezza, che prenderà il largo.

Veniamo a Macron. Anche qui, come al solito, si è scatenata, in Italia, la corsa, ed è il segno del nostro provincialismo, a chi è più vicino al leader francese. Non Sarebbe più corretto prendere atto che la vicenda del giovane Presidente è un fenomeno tipicamente francese. Questo non significa che non possano esserci affinità con Renzi, non le sembra esagerato l’atteggiamento di Matteo Renzi di appropriarsi del personaggio? 

Cercare le affinità e le differenze sul piano personale, tra Renzi e Macron, può essere divertente e magari interessante per il pubblico di un talk show. Sul piano politico, è evidente l’alleanza tra i due leader, entrambi impegnati sulla frontiera del riformismo europeista. Sul piano istituzionale invece, tanto più dopo la bocciatura della nostra riforma costituzionale al referendum del 4 dicembre scorso, un abisso separa purtroppo il neoeletto president de la Republique, che potrà disporre di tutta la forza che la Costituzione riformata da De Gaulle mette in capo all’Eliseo, dal segretario e candidato premier di una Repubblica perennemente a rischio di ingovernabilità.

E tanto per rimanere nel tema sappiamo che  vi sono differenze tra i due su diversi dossier economici. Per esempio Macron spinge sulla riduzione del debito pubblico. L’obiettivo è quello di portare, in tempi rapidi, il rapporto deficit-pil all’1%. Un obiettivo per noi ancora lontano. Certo poi ci sono gli investimenti, l’ecologia ecc. Insomma guarda più alla Germania che al Sud dell’Europa. Renzi è consapevole di questo?

Per la verità, nel rapporto deficit-pil, siamo assai più vicini all’1 per cento, e in definitiva al pareggio strutturale, noi italiani, rispetto ai cugini francesi. Che hanno un debito storico meno grande del nostro, ma anche anni di deficit assai più alti, comunque sopra il 3 per cento previsto dai Trattati. Macron si è impegnato a mettere ordine nei conti della Francia. E ha proposto ai tedeschi (e a noi italiani) un patto politico nuovo, basato sul risanamento dei conti dei singoli Stati membri, reso sostenibile da vere politiche espansive a livello di Unione. Per questo Macron ha rilanciato la proposta di un bilancio dell’Eurozona, finalizzato a sostenere un ambizioso programma di investimenti che innalzi il livello di crescita in tutta l’area; un bilancio gestito da un ministro delle Finanze, che ne risponda ad un Parlamento dell’Eurozona. I tedeschi al momento sono cauti e tali rimarranno fino alle elezioni di settembre. Ma sono convinto che il 2018 ci regalerà una nuova convergenza tra Parigi e Berlino, basata su questa innovativa piattaforma francese. Noi abbiamo tutto l’interesse a proporci come comprimari da subito di questo accordo per la riforma dell’Eurozona. E la Francia ha tutto l’interesse a trattare con i tedeschi potendo contare su una convergenza con gli italiani. Non a caso nel suo manifesto politico-programmatico, enfaticamente titolato “Révolution”, Macron non parla mai di asse franco-tedesco, ma di rilancio del progetto europeo “insieme alla Germania e all’Italia e ad alcuni altri paesi”.

 Comunque questa elezione rappresenta l’ultima occasione per l’Europa di riformarsi. Macron spingerà  “a tavoletta” sul rafforzamento dell’UE. Riuscirà l’Italia a stare dietro a questa accelerazione?

 È questa la vera incognita. E anche la maggiore incertezza che grava sul futuro dell’Europa, una volta messa in sicurezza la Francia grazie alla vittoria di Macron. Ma mentre alle elezioni francesi si giocava il futuro d’Europa, che sarebbe stato radicalmente compromesso con la vittoria della signora Le Pen, alle prossime elezioni italiane sarà in gioco solo l’Italia. L’Europa e l’euro, comunque, andranno avanti, con o senza di noi. Starà a noi decidere se vogliamo restare saldamente agganciati all’Europa, come perfino la Grecia ha scelto di fare, o se invece davvero preferiamo lasciarci andare alla deriva nel Mediterraneo…

 Parliamo per un attimo del PD. Renzi ha stravinto il Congresso, appena eletto è parso “ecumenico” però poi all’Assemblea di domenica ha continuato nell’ingordigia: niente Presidente alle minoranze. Insomma il “ragazzo” non perde il vizio…

 Il Pd è l’unico grande partito italiano nel quale la leadership sia effettivamente contendibile e sottoposta alla periodica verifica del consenso della base. Non a caso il Pd, nei suoi primi dieci anni di vita, è passato dalla leadership di Veltroni, a quella di Bersani e poi a quella di Renzi. Né Forza Italia, né il Movimento Cinque Stelle conoscono qualcosa di lontanamente paragonabile. Sono entrambi proprietà rispettivamente di Silvio Berlusconi e di Beppe Grillo. Un po’ come gli Stati assoluti erano proprietà privata del sovrano. Matteo Renzi, nonostante la sconfitta al referendum e le dimissioni da presidente del Consiglio, la scissione a sinistra e la competizione interna con due avversari di tutto rispetto, è stato voluto di nuovo  alla guida del partito dal 70 per cento di 1,8 milioni di elettori del Pd. Una rinnovata apertura di credito che gli consegna una grande forza. Sta ora a lui non sprecarla. Resta curioso il fatto che in Italia l’unica “deriva autoritaria” di cui ci si occupa è quella, immaginaria, dell’unico partito che possa essere definito democratico.

 Tra un anno, se  tutto va bene, ci saranno le Elezioni. Non sarebbe il caso, per il PD, di abbandonare la chimera del 40% e puntare, invece più saggiamente, a costruire una coalizione di centrosinistra ?

 Dal 1994 fino al 2013 le coalizioni sono state create per vincere le elezioni e non per governare. Con tutte le conseguenze del caso… C’è assai poco di saggio, a mio modo di vedere, nel rimpiangerle e nel riproporle. Credo che si andrà a votare tra un anno con un sistema sostanzialmente proporzionale, quale quello scaturito dalle due sentenze della Corte. Non vedo infatti né le condizioni politiche, né quelle tecnico-giuridiche, per una riforma elettorale che produca un vero effetto maggioritario, nella elezione di due Camere con gli stessi poteri e una composizione molto diversa. Il Pd andrà alle elezioni con l’obiettivo di essere confermato primo partito del paese e cercherà poi di costruire attorno a sé una coalizione di governo, omogenea sul piano programmatico, a cominciare dalla riforma dell’Europa. Ma è probabile che nella prossima legislatura il tema della riforma costituzionale si riproponga e che si formi un arco di forze disponibili a sostenere un modello di tipo semipresidenziale alla francese.

Legittima difesa, OPAL Brescia: “Così si incentiva l’uso delle armi”. Intervista a Mimmo Cortese

Il tabellone con il voto finale sulla modifica dell’articolo 59 del codice penale che riguarda la legittima difesa (Ansa)

La scorsa settimana la Camera ha approvato alcune modifiche alla legge sulla legittima difesa, che dovranno ora passare all’esame del Senato. Le nuove norme hanno suscitato un aspro dibattito nel mondo politico e nell’opinione pubblica: il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Eugenio Albamonte, ha definito il provvedimento “inutile e confuso”. Anche l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL) di Brescia ha sollevato diverse questioni riguardo alle modifiche della legge. Ne parliamo, in questa intervista, con Mimmo Cortese, membro del Consiglio scientifico di OPAL.

 

Anche voi, come Osservatorio, avete espresso diverse critiche. Cosa non va e perché?

Molta attenzione, e anche una certa ironia, è stata indirizzata alla questione dell’aggressione commessa di notte. Il punto centrale è, invece, nel passaggio che prevede che la colpa di chi spara sia sempre esclusa quando l’errore sia la conseguenza di un “grave turbamento psichico” causato dall’aggressore. Si tratta, innanzitutto, di una categoria giuridica fino ad ora inesistente che metterà a dura prova i giudici che dovranno definire la sussistenza del “grave turbamento”. Ma soprattutto, porterà a pensare che, dotandosi di un’arma, non solo la propria sicurezza risulterà più garantita ma che la propria impunità, nel caso di reazione armata ad un aggressore, avrebbe di gran lunga più possibilità di essere affermata. E’ un messaggio che – come ha evidenziato il ministro della Giustizia, Andrea Olando – porterà a favorire la diffusione delle armi e che, aggiungo, indurrà a farsi giustizia da soli senza però garantire una maggiore sicurezza, ma che anzi risulterà ad un aumento della violenza armata.

 

Immagino si riferisca alla situazione degli Stati Uniti. E’ così?

Quello che accade quotidianamente negli Stati Uniti è sotto gli occhi di tutti: la libera circolazione delle armi non favorisce affatto la sicurezza, ma aumenta l’insicurezza e porta a reazioni sconsiderate e oltremodo violente non solo da parte dei cittadini ma anche delle stesse forze dell’ordine: una banale rissa diventa una sparatoria e non è raro che un semplice controllo stradale si trasformi in un omicidio. Ma mi riferivo anche a quanto già succede in Italia. Sebbene la situazione non sia certo comparabile a quella degli Stati Uniti, ci sono però diversi dati ai quali occorrerebbe porre maggior attenzione: il tasso di omicidi dell’Italia è, infatti, dopo quello degli Stati Uniti, il più alto di tutti i paesi del G7 e l’Italia è il paese nell’UE con la più alta percentuale di omicidi per armi da fuoco. E ciò nonostante nel nostro paese la disponibilità delle armi sia relativamente bassa. Le statistiche internazionali spesso non specificano se gli omicidi sono stati compiuti con armi legalmente detenute e per questo OPAL ha aperto un “Database degli omicidi e reati in Italia con armi legalmente detenute che, stando ai dati raccolti in questi mesi, evidenzia già diverse questioni preoccupanti.

 

Quali sono?

Limitandoci al primo trimestre di quest’anno, a fronte di due o tre casi in cui le armi legalmente detenute da cittadini sono state utilizzate per sventare un’aggressione o un furto in casa – e uno di questi casi è quello di Casaletto Lodigiano in cui uno dei ladri è stato ucciso, caso che è sotto indagine – vi sono ben dieci casi di omicidi compiuti con armi legalmente detenute che hanno portato alla morte di 15 persone. Vi sono inoltre una quindicina di legali possessori di armi che sono sotto indagine per tentato omicidio, minaccia di morte e minaccia aggravata e sono diversi anche i casi di legali possessori di armi scoperti con armi illegali. Tornando agli omicidi, l’unico caso che ha suscitato una certa attenzione a livello nazionale è quello del panettiere di Vasto, Fabio Di Lello, che ha ucciso in pieno giorno il giovane Italo D’Elisa per vendicarsi dell’investimento mortale della moglie. Vi è stato un acceso dibattito sui presunti ritardi della giustizia, ma pochi hanno fatto notare che Di Lello, nonostante l’uso di psicofarmaci per curare la depressione, deteneva regolarmente un’arma per uso sportivo.

 

Il tema della legittima difesa è strettamente correlato alle norme che riguardano la detenzione e il porto d’armi. Come valutate la normativa italiana?

Contrariamente al diffuso luogo comune, la legislazione italiana è sostanzialmente permissiva in materia di detenzione di armi: oggi, a qualunque cittadino incensurato, esente da malattie nervose e psichiche, non alcolista o tossicomane, è generalmente consentito di possedere fino tre armi comuni da sparo, sei armi sportive e un numero illimitato di fucili da caccia. Mentre, infatti, il porto d’armi per difesa personale richiede di motivare la necessità e ottenere dal Prefetto un’esplicita autorizzazione che ha validità annuale, per le licenze per uso sportivo e per attività venatorie è sufficiente una semplice richiesta alla Questura allegando le certificazioni di idoneità psico-fisica e di capacità di maneggio delle armi: queste due licenze hanno una validità di sei anni. Anche per il “nulla osta” per detenere armi non è richiesto di motivare il bisogno ma, come per le altre licenze, è solo necessario richiedere l’autorizzazione alla Questura.

 

Una situazione che, secondo quanto avete segnalato, sta inducendo numerosi italiani a chiedere una licenza per “tiro sportivo” al fine di poter avere un’arma in casa. E’ così?

I dati rilasciati dal Viminale mostrano un forte incremento soprattutto delle licenze per tiro sportivo che nel giro degli ultimi cinque anni sono aumentate di oltre 100mila unità, mentre sono in costante calo quelle per la caccia. Ora, se è vero che per praticare il tiro a segno amatoriale non è obbligatorio essere iscritti ad una federazione nazionale, è però altrettanto vero che le due maggiori associazioni nazionali dichiarano nell’insieme di non superare i 100mila tesserati, mentre sono quasi 460mila gli italiani che detengono una licenza per tiro sportivo. Non è quindi improprio pensare che la licenza di tiro sportivo stia diventando un modo tutto sommato facile per poter detenere un’arma per scopi che nulla hanno a che fare con le attività sportive ma che riguardano invece la difesa personale, della propria abitazione o esercizio commerciale.

 

Voi proponete, quindi, un maggior rigore in un’ottica di responsabilità. Può spiegarci meglio?

Lo abbiamo fatto con un comunicato di OPAL col quale abbiamo sottoposto all’attenzione delle rappresentanze politiche una serie di indicazioni molto precise per migliorare le normative vigenti riguardo all’accesso e alla detenzione di armi. Non posso qui illustrarle tutte, ma il principio alla base è che ogni tipo di licenza debba essere adeguatamente motivato specificando la necessità di detenere l’arma e che il rilascio di ogni tipo di permesso debba essere valutato dalle autorità competenti anche a seguito di precisi accertamenti medici e non, come avviene attualmente, solo con una autocertificazione controfirmata dal medico curante e un semplice esame di idoneità psico-fisica da parte dell’ASL. Crediamo inoltre fondamentale che la legge definisca con precisione il tipo e il numero di armi e munizioni che possono essere detenute per la difesa personale, in ambito abitativo o di un esercizio commerciale prevedendo soprattutto l’utilizzo di armi e munizioni di tipo non letale ed escludendo tutte le armi di tipo sportivo o da caccia.

 

Torniamo alla questione della legittima difesa. Ci sono dei correttivi da apportare alla legge attuale? Secondo voi, quali principi andrebbero invece mantenuti saldi e invariati?  

Riteniamo che si possano considerare alcuni correttivi a quelle norme che rischiano di penalizzare ingiustamente la persona che subisce un’aggressione: pensiamo, ad esempio, alle norme che in un certo senso finiscono per mettere sullo stesso piano l’aggredito e l’aggressore. Ma non è ammissibile alcun tipo di modifica che si fondi sull’assunto secondo cui “la difesa è sempre legittima”. Per essere legittima la difesa deve, infatti, sempre rispondere alle condizioni, previste nel nostro ordinamento, della necessità di difendere se stessi o altri (e quindi come extrema ratio), di attualità o inevitabilità del pericolo (il pericolo deve essere reale ed effettivo e non solo ipotetico, presunto o possibile) e di proporzionalità tra difesa e offesa. Inoltre, e questo è fondamentale, va ribadito che la potestà punitiva appartiene esclusivamente allo Stato che deve garantire le misure idonee a salvaguardare la sicurezza della collettività proprio per prevenire forme di “giustizia privata”.

ADISTA, l’agenzia che tiene viva la memoria del Concilio. Intervista a Valerio Gigante

Immagine del primo numero dell’agenzia

 

Adista, una piccola agenzia di stampa ma di grande prestigio e qualità, compie quest’anno 50 anni. Un bel traguardo. Per cinquant’anni ha raccontato il cammino della Chiesa cattolica del post-Concilio. Uno strumento prezioso, non solo per chi fa informazione religiosa, per la comunità dei credenti.  La sua storia merita di essere conosciuta. Lo facciamo, in questa intervista, con Valerio Gigante, giornalista e Presidente della Cooperativa  che   gestisce la testata. Si perché Adista è un progetto “dal basso”, libero e indipendente. Ed è con questa prospettiva che racconta i fatti della vita sociale ed ecclesiale del Paese e del mondo. Neanche a dirlo, questa indipendenza  crea una sola dipendenza, quella dai lettori e abbonati. È un bell’esempio di giornalismo che va sostenuto.

 Valerio, quest’anno cadono diversi cinquantenari. Ed è anche il vostro: quello dell’agenzia “Adista”. Partiamo dalle origini: come nasce la vostra agenzia?

Nasce nel 1967 dall’iniziativa di un gruppo di cristiani progressisti che avevano un duplice obiettivo: scardinare il dogma dell’unità dei cattolici in politica, ossia dentro la Democrazia Cristiana, rivendicando il diritto di militare, come cristiani, anche a sinistra, in particolare nei partiti dell’area socialista e comunista; dall’altro, il tentativo di realizzare il mandato conciliare, impegnandosi per una Chiesa più aperta ed inclusiva, che riformasse se stessa ed il suo modo di rapportarsi con la realtà contemporanea.

Franco Leonori, cattolico vicino all’esperienza dei cattolici comunisti, è stato il vostro fondatore. Quali sono stati gli altri “Padri fondatori”?

Leonori veniva dal Partito della Sinistra Cristiana, un partito che aveva fatto la resistenza e che in gran parte, alla fine del 1945, era confluito all’interno del Partito Comunista Italiano, su impulso di un suo autorevolissimo dirigente, Franco Rodano. Leonori in particolare era però assai legato ad Adriano Ossicini, con cui aveva fatto la Resistenza qui a Roma, che all’interno della Sinistra Cristiana faceva parte di quell’area, minoritaria, che aveva scelto di non confluire dentro il Pci. Il principio della vicinanza e della collaborazione con i comunisti, ma da una posizione autonoma ed “indipendente” caratterizza la scelta di Ossicini e Leonori anche in merito alla fondazione di Adista: Ossicini subito dopo aver contribuito a far nascere la testata viene eletto parlamentare, come indipendente, proprio nelle liste del Pci. Negli anni successivi, a partire dal 1976, diversi altri credenti lo raggiungono caratterizzando il gruppo parlamentare della Sinistra Indipendente come una fucina in cui si sperimentava una inedita collaborazione tra cristiani (nel gruppo c’era infatti anche il pastore valdese Tullio Vinay) e comunisti, credenti e marxisti. Adista in quegli anni divenne il punto di riferimento di questa area politico culturale, mantenendo però sempre una sua forte autonomia. Che si accrebbe quando, alla fine degli anni ’70, Adista divenne una cooperativa, sviluppando nuove aree di impegno ed interesse grazie al contributo determinante di un altro personaggio centrale nella storia della testata: Giovanni Avena. Lui ad Adista era arrivato nel 1978, dall’impegno in una parrocchia palermitana contro la mafia, le connivenze tra la Chiesa e il potere democristiano, l’impegno per la chiusura dei manicomi (uno dei quali era nel territorio della sua parrocchia, una sorta di terra di nessuno dove avvenivano abusi di ogni tipo).

La vostra agenzia nasce nell’ambito del post-concilio, quel periodo ricco di iniziative nella Chiesa cattolica e nel mondo cattolico. Quella era “la primavera” nella Chiesa. Quale è stato il contributo di Adista?

L’aver messo in collegamento le tantissime realtà di base del nostro territorio, l’aver offerto loro le colonne di Adista in una fase (assai lunga, per la verità e ancora in parte operante) nella quale la Chiesa plurale, quella conciliare, l’anima cattolica conciliare non aveva diritto di parola e di espressione nei media e nei luoghi istituzionali della Chiesa cattolica. Adista ha poi informato su tutto ciò che si muoveva di nuovo nel cattolicesimo politico, nelle diocesi e nelle parrocchie di “frontiera”, accompagnando questa informazione ad una documentazione amplia sul dibattito teologico in Italia ed all’estero, dando ai lettori materiale spesso inedito e comunque pressocché introvabile su teologia della liberazione, teologia indigena, femminista, del pluralista, altermondialialista, asiatica, queer, ecc. ecc. Tutto ciò, insomma, che intellettuali e teologi hanno prodotto lontano dal Vaticano. Venendo spesso censurati e perseguitati a causa del loro impegno e del loro mancato “allineamento” alle posizioni espresse dalla gerarchia.

Non solo avete fatto conoscere la Chiesa di base, il “mondo” vicino alle CdB, ma avete aperto lo sguardo del cattolicesimo contemporaneo alla Chiesa dei poveri. In particolare alla realtà dell’America latina. Avete mai subito pressioni dalla Curia romana?

Pressioni dirette non in maniera particolare. Semmai qualche telefonata in cui ci veniva manifestato il dispiacere di questo o quell’ecclesiastico per ciò che avevamo scritto. Diverse pressioni affinché persone di spicco all’interno del mondo ecclesiale evitassero di avere rapporti con l’agenzia, di “macchiare” la loro immagine associando la loro firma a testi pubblicati sulle nostre pagine, oppure inviti agli inserzionisti di area cattolica che ci commissionavano un po’ di pubblicità a non dare soldi a un giornale come il nostro, accusato di non fare il bene della Chiesa e minare la sua unità.

Tra la gerarchia cattolica chi vi ha difeso?

Esplicitamente pochi, perché siamo stati oggettivamente una “pietra di scandalo” e un vescovo o un cardinale che difendesse apertis verbis Adista si metteva in una posizione piuttosto difficile. Chi è dentro l’istituzione, mi pare comprensibile, non può ufficialmente consentire con chi l’istituzione la contesta. Detto questo, tanti vescovi e cardinali sono stati e sono tuttora abbonati alla rivista, diversi l’hanno sostenuta anche con qualche contributo economico nei momenti difficili, non pochi hanno chiamato o sono venuti qui in redazione a discutere con noi questioni ecclesiali, teologiche o pastorali; in tanti comunque hanno apprezzato e ritenuto che il nostro lavoro fosse prezioso, seppure non sempre condivisibile, per mettere in circolazione idee e creare finalmente un’opinione pubblica anche dentro il mondo cattolico.

 Torniamo, per un attimo, alla politica. Per i vostri critici si trattava di un “collateralismo” opposto a quello ufficiale. Come rispondi a questa critica?

Che non c’è nulla di male ad essere o ad essere stati comunisti o socialisti, o dell’area della sinistra radicale. In nessun momento della sua vita Adista si è legata a carrozzoni politici, ha fatto l’ufficio stampa di qualche parlamentare o aspirante tale. Ha sostenuto sempre le ragioni della sinistra, di una sinistra plurale, ritenendo fondamentale il confronto ed il dialogo tra culture diverse che avevano però valori comuni; e soprattutto ha cercato di aiutare il cattolicesimo politico a dialogare con la sinistra, fossero i cattolici dei gruppi spontanei, della comunità di base, delle Acli della scelta socialista, i cattolici del fermento e quelli del cosiddetto “dissenso”, i cristiani per il socialismo, i cristiani nonviolenti e pacifisti, le femministe cattoliche, ecc.

 

Qual è stato lo scoop più importante della vostra agenzia?

Diversi, direi soprattutto legati alla pubblicazione di documenti riservati di qualche Congregazione Vaticana. Oppure la diffusione delle propositiones che concludevano i sinodi dei vescovi, che in passato erano sub secreto e che poi sono diventate pubbliche anche e soprattutto grazie al fatto che comunque Adista trovava il modo di averle e di diffonderle non per fare sensazionalismo, ma per garantire ai credenti il diritto di sapere come si era svolto il dibattito tra i loro vescovi e su quali punti si era o meno trovata la sintesi tra di loro.

 

Veniamo all’oggi. Quali saranno le future battaglie di ADISTA?

La prima è la sopravvivenza. L’editoria è in crisi. Quella che non è legata a sponsor politici ed ecclesiastici, gruppi finanziari o imprenditoriali lo è drammaticamente di più. Adista è una piccola cooperativa che vive del sostegno dei suoi abbonati, cui si aggiungeva un tempo il finanziamento pubblico all’editoria, oggi drasticamente ridotto. Il contributo dello Stato garantisce la pluralità dell’informazione. Siamo imprese, come tante altre, e stiamo sl mercato. Ma non vendiamo soprammobili, facciamo e vendiamo notizie. E se non vogliamo un’opinion pubblica informata ed orientata solo in un’unica direzione è necessario garantire che tante voci possano contribuire a formare coscienze critiche che conoscano e confrontino tante idee ed opinioni diverse.

Abbonarsi ad Adista è un atto di militanza per una Chiesa più aperta dentro una società più giusta e libera, ma è anche la scelta di presidiare i pochi strumenti di informazione “alternativa” ancora presenti oggi.

Se l’obiettivo della sopravvivenza sarà raggiunto, continueremo ad essere coscienza critica nella Chiesa e nella società, facendo quello che un giornale dovrebbe sempre fare, essere diffidente nei confronti del potere, di ogni potere, cercando di raccontare ciò che accade nelle pieghe della realtà. Per quanto ci riguarda, continuando a prediligere le strade polverose della storia percorse dai  tanti poveri cristi oppressi che vivono nella nostra realtà contemporanea, senza voce e senza diritti, piuttosto che frequentando le cattedrali che odorano di incenso. Fuori dal tempio, ma – speriamo – sempre dentro la storia.

Cyberbullismo, una piaga in crescita. Un libro per combatterlo

“Il 50% dei ragazzi che subisce fenomeni di cyberbullismo pensa di suicidarsi, mentre l’11% cerca di farlo”. A dirlo, in una recente intervista, a Cyber Affairs è la senatrice Elena Ferrara (Pd), prima firmataria del disegno di legge a prevenzione e contrasto del cyberbullismo che adesso tornerà la prossima settimana in discussione alla Camera, nella Commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali, in quarta lettura. Si spera davvero di poter approvare il testo prima dell’estate. Una legge necessaria per poter contrastare efficacemente questa piaga. I dati, diffusi dalla Polizia Postale, sono impressionanti e fanno paura: lo scorso anno sono stati 235 i casi di cyberbullismo trattati dalla polizia postale, cioè le denunce in cui i minori sono risultati essere vittime di reato. In particolare, sono stati segnalati 88 casi di minacce, ingiurie e molestie; 70 furti d’identità digitale sui social network; 42 diffamazioni online; 27 diffusioni di materiale pedopornografico; 8 casi di stalking. Inoltre sono stati 31i minori denunciati all’autorità responsabile perché ritenuti responsabili di reati: 11 per diffamazione online; 10 per diffusione di materiale pedopornografico; 6 per minacce, ingiurie e molestie; 3 per furto d’identità digitale sui social network; 1 per stalking. Altro dato preoccupante è che, secondo un’indagine sull’hate speech dell’Università di Firenze, l’11% dei giovani approva gli insulti sui social. 

Come sta reagendo il nostro Paese?
Ne parliamo con tre esperti, autori del libro – -pubblicato dall’Editore Reverdito -“Cyberbullismo. Guida Completa per genitori, ragazzi e insegnanti”:  Mauro Berti (Sovrintendente Capo della Polizia di Stato, impiegato presso il Compartimento della Polizia Postale e delle Comunicazioni di Trento, è responsabile dell’Ufficio Indagini Pedofilia), Serena Valorzi (Psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale, esperta in dipendenze da comportamento, assertività e di impatto emotivo, cognitivo e relazionale delle tecnologie di comunicazione),  Michele Facci (Psicologo, Consulente Tecnico presso il Tribunale di Trento, esperto in pericoli e potenzialità di internet, autore di numerosi interventi sui principali media nazionali. http://www.michelefacci.com). Il libro sarà presentato, questa sera a Torino, nell’aula magna del Liceo classico “Cesare Alfieri”. E’ previsto un tour di presentazioni in altre città italiane.

Dottor Facci come è nata l’idea di questo “libro- manuale” ?
Il libro nasce dalla volontà di esprimere in un breve testo l’esperienza dei recenti anni di lavoro dei tre autori, con lo scopo di fornire aiuti concreti a genitori e docenti. Nel tempo infatti, abbiamo incontrato decine di migliaia di ragazzi in diverse scuole di tutto il territorio nazionale, ci pareva importante valorizzare questa esperienza e creare una piccola guida per genitori e insegnanti. Di fatto, dobbiamo ringraziare i ragazzi stessi che con le loro domande e il loro interesse ci hanno sempre motivati nel nostro lavoro quotidiano.

Nel volume ci sono nozioni e casi pratici, episodi reali con nomi di fantasia, a chi si rivolge il libro ?
Il libro è pensato per genitori, insegnanti ed educatori in generale. Anche i ragazzi però possono trarre vantaggio dalla lettura del testo in quanto vengono riportati episodi concreti e modalità pratiche per uscirne e per imparare a chiedere aiuto. Il libro non è solo pensato per favorire consapevolezza e fare quindi prevenzione, ma è anche un ottimo strumento di aiuto per le vittime e le loro famiglie.

Sovrintendente Berti . Il libro parla di cyberbullismo e di crimini informatici legati ai giovani. Lei ha voluto apportare la sua esperienza lavorativa nella stesura di questo libro. Quali sono i suoi consigli circa la vita on line dei nostri ragazzi ?
Studi, approfondimenti ed esperienze lavorative hanno la fortuna di incontrarsi nei contenuti del libro. Certo è che incontrando, sotto l’aspetto lavorativo, molti giovani che fanno parte della generazione dei nativi digitali, si ha il privilegio e l’opportunità di riconoscere con chiarezza quali sono i limiti dei nostri figli. Ecco allora che elementi quali la solitudine e l’impulsività digitale sono riconoscibili in giovani che non hanno avuto l’opportunità di vivere l’era pre – tecnologica. Il consiglio principale è quello di inserire i valori della vita ordinaria anche in quella on – line.

Nel libro si parla di OSINT. Di cosa si tratta ?
OSINT un acronimo inglese che sta per Open Source INTelligence. Si tratta dell’attività di ricerca e analisi delle informazioni tramite la consultazione di fonti di dominio pubblico presenti, sia nella vita ordinaria che in rete. È facilmente intuibile, proprio per la mole impressionante di dati che contiene il mondo di Internet, che quest’ultimo sia ormai diventato la primaria fonte di ricerca.

Dott.ssa Valorzi come è nata la sua collaborazione alla stesura del libro ? Quale è stato il suo apporto?
Mi occupo da più di 15 anni di dipendenze da comportamento e la pervasività di internet e l’impatto che ne consegue a livello emotivo, cognitivo e relazionale sono davanti ai miei occhi ogni volta che incontro nelle scuole o in studio persone, grandi o piccole, che soffrono o si interrogano su come migliorare la loro qualità di vita. Questo è il secondo lavoro congiunto con Mauro e Michele e, anche in questo caso, ci anima fortemente il desiderio di condividere le nostre esperienze con chi ha a cuore i nostri ragazzi e vuole agire con coscienza e consapevolezza profonde.

Perché il Cyberbullismo è più pericoloso di quello tradizionale?
I comportamenti vessatori del bullismo classico non erano così estesi. Potevi tornare a casa e sentirti protetto, ora internet espande e rende immortali commenti immagini, espone alla vergogna che sembra non avere soluzioni, di giorno e di notte, un mondo in cui molte relazioni si limitano alle emoticons. Se noi adulti e gli amici non interveniamo prontamente in aiuto, è facile che i ragazzi si sentano disperati e soli per sempre e, a volte pensino anche di scappare via per sempre.

Nel libro emergono i concetti di “vittima”, “persecutore” e “salvatore” . I genitori si rendono  conto di avere a che fare con fattispecie penali ?
Spesso i genitori non si rendono conto, non hanno più occhi, nel vortice delle nostre vite accelerate, per vedere il disagio. Parliamo spesso troppo poco con i nostri ragazzi chiusi nelle loro stanze. Ma altrettanto rischioso é vestire, impulsivamente, i panni dei salvatori perché, se si accettano soluzioni ipersemplificate di buoni e cattivi, si rischia di diventare altrettanto aggressivi (persecutori a propria volta). Fermiamoci, esercitiamo le nostre capacità di gestione emotiva, di comprensione, di intervento efficace e non punitivo, e daremo modo ai nostri ragazzi di fare altrettanto. Noi siamo, e rimaniamo, i loro modelli.

E’ in discussione alla Camera, in quarta lettura, un DDL sul Cyberbullismo. Ci sono, secondo voi, buone novità ?
Speriamo sia la volta buona. Nell’attuale stesura si è ritornati al testo originale, quello voluto fortemente dalla Senatrice Elena FERRARA. In questa versione il Cyberbullismo non viene trattato come una vera e propria fattispecie delittuosa fine a sé stessa, ma come un fenomeno al quale bisogna guardare con attenzione proponendo modelli educativi e di recupero. La stessa scuola viene investita con nuovi compiti formativi e di controllo.

Le Acli e l’affaire Moro. Un testo di Domenico Rosati

caso Moro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quel giorno fulminato, il 9 maggio del 1978, le Brigate Rosse compirono uno degli omicidi più efferati della loro criminale e sanguinosa storia: quello di Aldo Moro. L’assassinio di Moro fu il tragico “sigillo”di una agonia, iniziata il 16 marzo a Via Fani,  durata quaranta giorni. Quell’omicidio segnò per sempre la storia della nostra Repubblica. A quasi quarant’anni da quell’evento le ACLI nazionali organizzano, a Roma nel pomeriggio un Convegno “Via Caetani, 1978. Quale verità?”. L’incontro si svolgerà, alle ore 17, presso una sala dell’ISTITUTO DELL’ENCICLOPEDIA ITALIANA. Relatori del Convegno saranno, tra gli altri: Domenico Rosati (che è stato presidente nazionale delle Acli durante quei tragici eventi), Giuseppe Fioroni (Presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro), Paolo Cucchiarelli (giornalista Ansa e autore del libro “Morte di un Presidente” ) e Roberto Rossini (attuale Presidente Nazionale).

 

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo il testo dell’intervento che terrà al Convegno.

se Moro è vissuto da solo

e lontano da tutti,

è morto da solo,

ma davanti a tutti

Carlo Bo. Delitto di Abbandono. 

(9 maggio 1979)

            Penso che la mia presenza qui sia da attribuire essenzialmente ad una ragione anagrafica oltre che al fatto di essere stato presidente dell’organizzazione che promuove  questo incontro sul tempo in cui il delitto Moro venne consumato e la sua verità inabissata nel sommerso della repubblica.

         Il mio contributo allo svolgimento del tema di questo incontro – la ricerca della verità sulla vicenda – sarà perciò contenuto nei termini e nei limiti di una testimonianza personale che non riesce a liberarsi dall’emozione anche se si riattiva a distanza di decenni dai fatti.

         Ritengo, tra l’altro, che anche un ricordo non lineare ma autentico possa integrarsi tra le incognite di una ricerca che ripropone atmosfere che vanno da “Rashomon” a “Blow up” ed è resa ancor più ardua dalla compresenza con le tante manifestazioni di post-verità che ci assediano.

         Questa mia esplorazione delle retrovie della memoria esigerebbe  ora una ricostruzione puntuale del rapporto di Moro con una grande organizzazione di lavoratori come le Acli, considerata, negli anni della sua affermazione politica, come un riferimento importante per i cattolici in politica.

         Due fotogrammi di sintesi, corrispondenti a due congressi delle Acli. 1963, Moro viene al Congresso subito dopo che il suo primo governo organico di centrosinistra ha prestato giuramento. E’ accolto da una platea entusiasta che vede coronato un disegno di progresso che ha condiviso e sostenuto. 1966: Moro viene al  congresso molto provato dalle traversie del suo governo: l’assemblea è nervosa; ha appena fischiato il segretario della DC, Rumor e rumoreggiato il segretario della Cisl

Storti. Moro riceve un applauso dignitoso, come di riconoscimento alla fatica, e riesce a farsi ascoltare quando spiega la differenza tra i desideri e la realtà. Ma un rapporto essenziale si incrina.

         Comincia a prendere corpo, in quegli anni, il disegno di un’operazione di sganciamento dalla Dc che all’inizio aveva tra i protagonisti non solo il nostro presidente Livio Labor, ma anche Carlo Donat Cattin e la sua corrente di Forze Nuove. Il suo luogo propositivo era il settimanale “Sette Giorni” guidato da Ruggero Orfei e Piero Pratesi. 

         Moro, che pure era in dissidio con la maggioranza dorotea del suo partito, non condivideva un simile disegno. Già dal Convegno di Lucca del 1967 sui “tempi nuovi della cristianità” aveva assegnato alla Dc l’obbiettivo di realizzare il compimento della democrazia, ciò che lo distingueva, ad esempio dalla posizione di Rumor il quale insisteva su una mission essenzialmente anticomunista. Ma per perseguire il suo obbiettivoMoro aveva bisogno di avere con sé l’”intatta forza” della Dc e quindi non vedeva bene i tentativi in atto nel mondo cattolico per superare le gabbie del “collateralismo”, in cui si erano distinte le stesse Acli.

         Così al congresso Dc del 1969 Moro operò una rottura clamorosa con il gruppo dominante del partito e cominciò ad esplorare un orizzonte di sinistra che offriva in primo luogo alla corrente di “Forze Nuove” l’opportunità di continuare a giocare le proprie chances all’interno piuttosto che correre rischi all’esterno. L’isolamento e la sconfitta di Labor nelle elezioni del 1972 si spiegano anche alla luce di questa circostanza.

         Si delineò così un contesto nuovo nel quale le Acli, anche per governare il pluralismo politico che ormai le caratterizzava, orientarono la propria analisi verso un obbiettivo – l’unità delle forze popolari – che convergeva con le prospettive esplorate nel frattempo dallo stesso Moro (strategia dell’attenzione) e da Berlinguer(compromesso storico).

         Questa tendenza si consolida con la mia presidenza (1976) che si esercita nello stabilire o ristabilire una pluralità di rapporti diretti cioè non mediati dalle correnti, sia con la Dc, dove la sensibilità di Zaccagnini facilitava l’impresa, sia con il Psi appena espugnato da Craxi, sia con il Pci dove Berlinguer forzava i tempi per la nuova alleanza.

         Per dare e ricevere chiarimenti avevo chiesto un incontro ad alcuni dei principali protagonisti di quella fase. Il presidente del Consiglio, Andreotti, la cui giornata lavorativa cominciava alle sette del mattino, miaccordò un colloquio la cui sostanza annotò nei suoi diari, nel senso di una convergenza di intenti sulla necessità di realizzare  il massimo di collaborazione tra le principali forze democratiche.

         Anche a Moro avevo chiesto un colloquio che immaginavo più difficoltoso per via dei nostritrascorsi. Mi avrebbe visto volentieri – così  mi comunicò la sua segreteria – ma solo dopo la conclusione della crisi di governo. Cioè dopo il 16 marzo…  Un dopo che non c’è mai stato.

         La notizia dell’eccidio di Via Fani e del rapimento di Moro ci sembrò appartenere al regno della finzione anziché a quello della realtà. Col terrorismo si conviveva da tempo ma non si immaginava che potesse giungere a tanto. E c’era pure una reazione istintiva da fronteggiare: quella che ai funerali degli agenti della scorta caduti portava la gente a invocare la pena di morte. Ad un giornalista che mi domandava seppi solo rispondere, quasi d’istinto: “hanno eliminato il timoniere”. 

         Nei cinquantacinque giorni della prigionia si instaurò il regno delle confusione.

Sedute spiritiche rivelatrici, covi scoperti per caso, annunci di esecuzione fasulli, e poi l’incrociarsi di appelli contrastanti ai quali era arduo sottrarsi. Accadeva pure che un testo letto al telefono esprimesse una posizione e, ottenuta la tua firma, venisse cambiato per sostenere quella esattamente contraria. E poi le lettere dal carcere del popolo dove la forma dell’analisi politica non nasconde la sostanza di un tormento intimo che interpella le coscienze oltre il concludersi degli eventi. 

         Io scelsi di stare vicino a Zaccagnini che mi pareva drammaticamente provato dalla impossibilità di dare affidamenti alla famiglia di Moro e, nel contempo, sbalordito per l’inconsistenza delle indagini. Mi resi conto della schematicità delle due tesi in campo – fermezza e trattativa – nel senso che tutti sarebbero stati disponibili ad esaminare proposte di soluzione che risultassero plausibili per la salvezza di Moro. Ma quali proposte?

         Personalmente fui coinvolto nella iniziativa che Craxi – correggendo l’intransigenza dei primi giorni – assunse a sostegno del così detto “scambio uno contro uno”: la vita di Moro salva per la liberazione di un terrorista. 

         Il leader socialista mi invitò a Via del Corso. Dopo un ampio preambolo che magnificava l’importanza e i meriti delle Acli, mi espose con grande enfasi la sua tesi,ma alla domanda: “Non ti chiedo di dirmi da parte di chi, ma puoi assicurarmi di avere la certezza morale di una probabilità di buon esito dell’operazione”? non dette risposta. Ebbe ad insistere molto, invece, sul fatto che Zaccagnini era d’accordo con lui. Circostanza che la sera stessa verificai non essere vera: una misura bastante per non farne nulla.

         Del 9 maggio ho un ricordo banale ma vivissimo: la forchetta rimasta infilata nel risotto che una gentile signora ci aveva preparato al termine di una mattinata che con il Padre Pio Parisi avevamo dedicato, in un appartamento in via Marco Polo, ad una delle meditazioni bibliche in cui ci esercitavamo con continuità Era stato il nostro capo ufficio stampa, Giorgio Bonelli, a entrare sconvolto con la notizia: “Lo hanno  ammazzato. E’ in via Caetani. 

         Corremmo a via Caetani, che però era sbarrata. Allora ci spostammo a Piazza del  Gesù, sede della Dc, percorrendo via delle Botteghe Oscure, sede del Pci. La piazza era gremita e silenziosa. Sofferente. Mi sentii chiamare e poi abbracciare. Era Giovanni Berlinguer. Piangemmo insieme.

         Così come la commozione ci prese alla gola quando, giorni appresso, di fronte al tumulo vuoto in San Giovanni in Laterano, Paolo VI pianse il suo amico e discepolo con un accento di accoramento biblico che ricordava il lamento di Giobbe.  Poi quando tutto fu compiuto sono andato anch’io a Torrita Tiberina a pregare sulla tomba che domina una luminosa valle del Tevere.

         Qui termina la cronaca del mio vissuto in quel tempo. Ora mi avventuro in qualche congettura non su una verità che mi sfugge ma su un’idea dell’accaduto che mi pare plausibile.

         Nessun dubbio che l’impresa sia stata pensate e interamente compiuta dalle BR, un’entità ideologica, politica e militare totalmente autoreferenziale ancorché disposta  a cercare supporti esterni.

         Nessun dubbio che scegliere Moro come obbiettivo avesse lo scopo di paralizzare e mettere in crisi il tentativo di dar vita ad un governo che recuperasse al livello direzionale il Pci di Berlinguer.

         Dunque un bersaglio doppio. Uno fisico, il leader della Dc, in quanto artefice e dominus (il timoniere) del nuovo corso politico, e uno politico, il Pci di Berlinguer accusato di tradimento della causa rivoluzionaria; una contestazione che semmai andava rivolta al Togliatti del 1944, ma che nell’analisi brigatista era il riflesso della convinzione che dopo il ’68 francese, l’autunno operaio italiano, le gesta dell’”autonomia” e dei gruppi d’estrema fossero maturate le condizioni per l’assalto finale al cuore dello Stato.

         Un progetto, dunque tutto made in Italy (pensiero,organizzazione, esecuzione), attorno al quale le singole forze politiche hanno preso posizioni differenziate e in qualche caso lo hanno sfruttato per convenienza propria. 

         Tutto questo in un habitat che, nell’insieme,rivelava una serie di lacune, di incompetenze, nei comparti preposti alla ricerca della “prigione del popolo” e con essa  dei colpevoli, dei loro rifugi e spostamenti. Ricordo lo sfogo di un bresciano rigoroso e di poche parole come  Franco Salvi: “Al Viminale non sanno fare il loro mestiere”. Al Viminale c’era Cossiga, 

         C’è da considerare anche una dimensione internazionale? Rispondo con l’immagine di una riga tracciata su una tovaglia con il manico di una forchetta. Eravamo a cena dall’ambasciatore di Bulgaria, che intratteneva rapporti frequenti con le Acli-terra. Il discorso cadde sul caso Moro e uno di noi riportò l’opinione largamente diffusa che “erano stati gli americani”. “Un momento”, interruppe il diplomatico; e tracciò la riga sulla tovaglia. Poi spiegò: “vedete, qui c’è l’Ovest e qui c’è l’Est. Ogni squilibrio da una parte destabilizza l’altra parte”. “Dunque -chiedemmo-  l’andata al governo del Pci in Italia sarebbe una causa di squilibrio nel campo sovietico”? “Vedo che avete capito”, rispose. 

        

         Un riscontro di questo episodio si può trovare a pag.186 del libro di Paolo  Cucchiarelli, là dove si riferisce una valutazione di Elio Rosati,uno degli amici più fedeli di Moro, sull’esito di un sondaggio affidato  ad Ugo La Malfa negli ambienti diplomatici sovietici: “Tonino (Maccanico, che ne era il tramite) tornò giorni dopo e mi disse: ci sono interessi convergenti di apparati diversi, sarà molto difficile salvare Moro”

         Più tardi mi accadde di evocare la circostanza che mi riguardava  in un discorso pubblico che venne ripreso dal “Manifesto”. Fui convocato dai pubblici ministeri Jonta e Santapaola che conducevano una delle indagini sul caso Moro. Detti ogni elemento in mio possesso. Ma la cosa, che io sappia, non ebbe seguito.

         Di qualche interesse mi sembrano poi le considerazioni che si possono fare sui riverberi italiani della vicenda. Se l’obbiettivo delle BR era di bloccare la fase della solidarietà nazionale, bisogna riconoscere che esso è stato conseguito.

         Le due forze che tentavano di convergere si sono ritirate sulle linee di partenza. La Dc all’inizio del 1980 con il congresso detto del “preambolo” che sancì l’alleanza  di  quasi tutte le componenti di centro e di destra sulla necessità allinearsi per  ridare vigore all’impegno di contrasto al comunismo.

         Da parte sua il Pci stabilì il proprio recesso dalla solidarietà nazionale, nel loro linguaggio il compromesso storico, con una “svolta di Salerno” che rilanciava la linea dell’alternativa democratica verso una Dc tornata avversaria. 

         La tenaglia si chiude con il primo governo a guida socialista affidato a Bettino Craxi, il più severo critico delle grandi intese di quell’epoca triste. E il “pentapartito” la prolunga nelle sue diverse inconcludenti versioni, fino all’esaurimento della vitalità dei partiti che ne erano partecipi.

         La riprova? Quando nel 1989 avvenne il tracollo del comunismo, nessuna delle  forze del pentapartito si rivelò in grado di sollevare la bandiera della giustizia sociale  prima sventolata dai comunisti che  a stento riuscivano essi stessi a sopravvivere.

         Ciò che più mi colpisce nella rilettura di questa fase è l’assenza di un forte presidio del lascito ideale ed etico-politico di Moro da parte dei suoi presunti eredi. Si direbbe che quell’eredità non è stata neppure rivendicata. Nessuno comunque ha riproposto, finchè c’era tempo, un rilancio della solidarietà nazionale come via per archiviare uno scontro storico e di realizzare una cooperazione vitale nell’interesse dal paese.

         Il ritorno all’autosufficienza del ceto di governo, incarnata nel pentapartito ma non solo, ha reso rigidi i rapporti ed ha ridotto il confronto politico ad una colluttazione continua per la conquista e il mantenimento di frazioni di potere.

         Si sono bloccati così tutti i processi che la fase morotea sembrava aver aperto anche tra i cattolici, dove alla “scelta religiosa” di un’altra vittima del terrorismo, Vittorio Bachelet, subentrò la lunga stagione di una “presenza” di matrice integralistica, rivelatasi fattore di divisione anche tra i credenti.

         In quegli anni, lo dico con nostalgico orgoglio, le Acli furono tra le poche agenzie sociopolitiche che tentarono di tenere aperto un dialogo a sinistra sui temi della pace, del lavoro e della democrazia come presupposti di una solidarietà popolare supportata anche da iniziative unitarie come, ad esempio quella per lo smantellamento delle rampe missilistiche ad Est e d Ovest, richiesta a Stati Uniti e Unione Sovietica nella sede delle loro trattative a Givevra.

        

                  Qualche corollario nei dintorni della verità. A me è accaduto, dopo la parentesi parlamentare, di avere un incarico di consulente presso la Commissione Stragi che si stava occupando, tra l’altro anche del caso Moro.

         Confesso che mi sarebbe piaciuta una maggiore solennità nelle procedure. Ad esempio che si chiedesse agli “auditi” di prestare giuramento. E mi sorprendeva negativamente vedere noti terroristi seduti accanto al presidente anziché davanti a lui: trattati cioè da esperti anziché da testimoni.

         Ammetto inoltre che, pure nell’incertezza dei comportamenti, avrei considerato ragionevole che quanti avevano svolto ruoli di rilievo nella vicenda Moro, si astenessero dal rimanere o dal  reimmettersi nel circuito delle responsabilità politiche. 

         A quel che ne so, per testimonianza del cardinale Ersilio Tonini, Benigno Zaccagnini fu in grado di rifiutare la candidatura a presidente della repubblica: “Non posso farlo al posto di Aldo”, aveva detto a chi lo sollecitava. 

         Infine un accenno ad una proposta che giudico importante e significativa: quella a suo tempo formulata da Giovanni Moro di chiamare tutti i protagonisti dei fatti del 1978 a dichiarare pubblicamente in una sede deputata se e dove e quando ritenevano di aver commesso errori di valutazione, o trasgressioni o mancanze o rilevanti omissioni. Se ne sarebbe giovata la verità: non quella storica o quella giudiziaria o quella politica. Più semplicemente, la verità umana.