LETTERA DALLE DONNE DELLA CHIESA DI TUTTO IL MONDO IN OCCASIONE DEL SINODO PER LA REGIONE PAN-AMAZZONICA

Una grande «amarezza per il perpetrarsi dell’ingiusto impedimento, alle donne che prenderanno parte ai lavori, di votare il documento finale che pure avranno collaborato a elaborare. Ancora una volta le decisioni che riguarderanno un’enorme regione composta da uomini e donne, verranno prese da soli uomini»: è questo lo spirito di una lettera che le «donne della Chiesa di tutto il mondo», rappresentate dalle associazioni Catholic Women Speak, Donne per la Chiesa, Voices of Faith e Women’s Ordination Conference, hanno inviato ai Padri sinodali che si apprestano a partecipare al Sinodo panamazzonico, in corso dal 6 al 27 ottobre. Le associazioni protestano contro la scarsa presenza di donne al Sinodo e soprattutto contro la condizione delle stesse, ancora prive di diritto di voto. «Alla vigilia del Sinodo dell’Amazzonia che discuterà di quelle terre, ma anche della Chiesa universale – ha scritto Paola Lazzarini, di Donne per la Chiesa, in una lettera a Donne, Chiesa, mondo, inserto dell’Osservatore Romano (28/9) – mi chiedo come giustificare il fatto che, ancora una volta, la mozione finale non verrà votata dalle donne. Un anno fa, in occasione del Sinodo sui giovani, abbiamo collaborato a raccogliere quasi diecimila firme per chiedere il diritto di voto almeno alle superiore maggiori presenti, ma senza successo. Questa volta cambierà qualcosa? Avere la possibilità di esprimere 1-2 voti in un’assemblea di 300 persone è poca cosa, ma sarebbe almeno un segnale». Sul tema, oggi Voices of Faith ha organizzato un evento a Roma dal titolo “E tu sorella, cosa dici?”, con la partecipazione, tra gli altri, della teologa femminista catalana suor Teresa Forcades e del presidente dei vescovi svizzeri mons. Felix Gmür. Di seguito il testo dell’appello ai Padri sinodali. 

(dal sito: https://www.adista.it/articolo/62110). 

 

Ai Padri sinodali nostri fratelli in Cristo, agli esperti e agli uditori e uditrici

 

Come donne credenti guardiamo con attenzione e grande speranza al Sinodo per la Regione Pan-Amazzonica che si apre in questi giorni a Roma. Riconosciamo la portata storica e rivoluzionaria di questo sinodo che si lascia interrogare contemporaneamente dalle sfide pastorali e di salvaguardia del pianeta che si stanno ponendo oggi in Amazzonia, con la consapevolezza che, per rispondere a così grandi e gravi urgenze, è necessario partire dal riconoscimento della sapienza dei popoli che ancora oggi mantengono uno stretto e diretto contatto con la natura.

Accompagniamo i lavori dei padri sinodali e di tutti i partecipanti ed esperti con la nostra preghiera e l’offerta del nostro quotidiano impegno per una Chiesa sempre più evangelica e al servizio dei popoli, nella concretezza dei luoghi e dei tempi in cui questi popoli vivono. 

L’autenticità della nostra vicinanza e preghiera non nasconde però l’amarezza per il perpetrarsi dell’ingiusto impedimento, alle donne che prenderanno parte ai lavori, di votare il documento finale che pure avranno collaborato a elaborare. Ancora una volta le decisioni che riguarderanno un’enorme regione composta da uomini e donne, verranno prese da soli uomini, e sentiamo ancora risuonare le parole del cardinale Léon-Joseph Suenens al Concilio Vaticano II quando disse “dov’è l’altra metà della Chiesa?”. Oggi è presente, ma minoritaria, aggiunta e senza diritto di voto.

Siamo comunque fiduciose nell’azione dello Spirito e interessate in particolare a quanto emergerà rispetto alla questione aperta nel documento preparatorio laddove si dice: “occorre individuare quale tipo di ministero ufficiale possa essere conferito alla donna, tenendo conto del ruolo centrale che le donne rivestono oggi nella Chiesa amazzonica” (Dal Documento preparatorio al Sinodo per la Regione Pan-Amazzonica: http://www.synod.va/content/synod/it/attualita/sinodo-sull-amazzonia–documento-preparatorio—amazonia–nuovi-.html )

Pur consapevoli delle difformità dei contesti, siamo convinte che in tutto il mondo le donne rivestano un ruolo centrale nella Chiesa, pur non avendo un ministero ufficiale, e pertanto confidiamo nella creatività dello Spirito e nella docile e coraggiosa obbedienza a quanto suggerirà. 

E che quanto si farà per l’Amazzonia possa, nei giusti tempi e modi, giungere fino a noi. 

Attendiamo con cuore aperto, ma senza timore di guardare negli occhi e chiedere ragione delle scelte che verranno prese dai fratelli vescovi, in unione con il vescovo di Roma.

Buon lavoro, buon discernimento. 

Le vostre sorelle in Cristo.

Catholic women speak

Donne per la Chiesa

Voices of Faith

Women’s ordination conference

 

Suicidio assistito: “Una sentenza liberale non libertaria”. Intervista a Stefano Ceccanti

Dj Fabo (Ansa)

 

Sta facendo discutere l’opinione pubblica, ed anche la politica, la sentenza della Corte Costituzionale sul suicidio assistito. Quali sono le ragioni di questa sentenza della Corte? Come evitare il “bipolarismo etico”? Ne parliamo, in questa intervista, con Stefano Ceccanti, costituzionalista e deputato del PD.

 

Onorevole Ceccanti, la Corte Costituzionale, con la sentenza di mercoledì, ha portato a termine la questione di legittimità dell’articolo 580 del Codice penale. La Corte ha dichiarato la non punibilità, a determinate condizioni, del “suicidio assistito”. Adesso bisogna attendere le motivazioni di una sentenza, che molti definiscono “storica”. Le chiedo, come costituzionalista, sulla base di quali principi costituzionali, secondo lei, la Corte ha emesso questa sentenza?

Con qualche necessaria cautela, perché stiamo in questo caso commentando un comunicato e non una sentenza definitiva, mi sembra che la chiave di lettura la possiamo capire sulla base di una ordinanza dell’anno scorso. La Corte legge senz’altro la dignità della persona in un quadro comunitario e quindi non considera un assoluto il valore dell’autodeterminazione dell’individuo singolo nella sua decisione di rompere il legame con gli altri, dando via libera a qualsiasi forma di aiuto. Non legge quindi in chiave libertaria, individualistica la Costituzione e si pone anche il problema della protezione delle persone più deboli e di un’effettiva volontà della persona, senza condizionamenti anomali. Tuttavia la Corte non adotta neanche un approccio unilaterale opposto, statalistico-paternalistico, che porterebbe a negare sempre e comunque qualsiasi valore dell’autodeterminazione individuale, che dissolverebbe l’autonomia della persona nella comunità. Diciamo, quindi, che ha adottato un approccio liberale: pur ritenendo il suicidio e l’aiuto al suicidio un ricorrere alle armi del diritto penale.

Quali sono i limiti posti dalla Corte, e perché non ha previsto l’obiezione di coscienza?

La Corte stabilisce che l’aiuto al suicidio vada depenalizzato nei confronti di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, come aveva già detto nell’ordinanza di un anno fa. Non ha parlato di obiezione di coscienza perché non si parla di un diritto soggettivo ad ottenere una prestazione, ma del riconoscimento a farsi aiutare in una scelta senza che nessuno possa essere condannato. Non essendoci un obbligo, almeno secondo quanto capiamo ora della sentenza, non c’è obiezione.

 

Lei ha definito la sentenza come “liberale” e non “libertaria”…Perché?

Perché è figlia di una concezione dello Stato che si ritrae, che si considera parziale, che a certe condizioni rinuncia a punire chi opera una scelta che considera comunque un disvalore e non un diritto. Peraltro è un linguaggio noto anche alla Chiesa: in materia di libertà religiosa la Dichiarazione del Concilio Vaticano II, pur non equiparando in materia relativistica le diverse scelte religiose, parla di immunità dalla coercizione, di autolimitazione dello Stato che non ha il monopolio del bene comune e che pertanto non deve esagerare con l’estensione del diritto penale.

La reazione, però, della CEI è stata negativa. La Conferenza Episcopale è preoccupata “per la spinta culturale implicita che può derivarne”: cioè che togliersi la vita è una cosa buona. Da cattolico democratico come risponde a questa preoccupazione?

In linea generale bisogna sempre capire che i vescovi ragionano soprattutto da educatori, non da giuristi o da politici. In questa chiave capisco il senso della preoccupazione. Ciò detto, mi sembra che presa alla lettera questa affermazione fraintenderebbe la sentenza che rinuncia appunto a punire in alcuni casi limite, non che riconosce un diritto al suicidio. Credo però che l’affermazione non vada intesa in senso letterale, ma che invece alluda a scelte che possano nascere sulla deriva di questa soluzione, col cosiddetto pendio scivoloso. Allora, se è così, l’argomento obiettivamente non fraintende la sentenza e come tale, in astratto, potrebbe avere una sua plausibilità. Però se il pericolo che si vuole sventare è questo, invece che polemizzare con la sentenza, che è comunque vincolante, e proporre di nuovo soluzioni impossibili tese ad eluderla (leggi che ripristinino una pena, che sarebbero sicuramente incostituzionali), sarebbe bene pensare a limiti seri che circoscrivano la depenalizzazione, che interpretino in modo rigoroso le indicazioni della Corte. Tanto più se si considera un altro fatto: vedremo la sentenza finale, ma in assenza di limiti di legge, dopo la certa assoluzione di Cappato, dato che un principio di non punibilità è stato comunque affermato, non è chiaro con quale latitudine il principio potrebbe essere applicato in via giudiziaria. Se invece si continuasse a polemizzare con la Corte, si renderebbe più difficile il varo condiviso e non troppo lontano da limiti seri.

Adesso il Parlamento dovrà, finalmente , legiferare…. Non sarà facile evitare il bipolarismo etico…Come evitarlo? La destra sovranista è pronta alle barricate… Quali potranno essere i punti di mediazione?

In realtà, se si capisce bene la sentenza che taglia le posizioni estreme, ossia da un lato l’approccio libertario assoluto e dall’altra quello statalistico-paternalistico, la scrittura di una legge risulta ora molto semplificata perché la questione è diventata chiaramente quella di quale depenalizzazione sia sensata e non più sull’opportunità di depenalizzare che ha paralizzato il Parlamento nei mesi passati. A dir la verità si sarebbe già potuto capire anche solo con l’ordinanza, ma va comunque bene se si parte anche ora con questa consapevolezza. Il Parlamento può ben individuare in questa chiave il bene possibile oggi, senza volontà di vittorie unilaterali di nessuno, senza affermare un dannoso bipolarismo etico.

È ora di cambiare stile. La lezione dell’ultima crisi di governo. Intervista ad Alfio Mastropaolo

Il governo Conte2 ha iniziato il suo cammino. Il cammino, come si è visto in questi giorni, non si presenta per nulla facile. Quanto influirà la scissione renziana? Lo stile dialogico del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, avrà la meglio sulla politica degli ultimatum di Di Maio? Matteo Salvini radicalizzerà ancora di più lo scontro? Di tutto questo parliamo , in questa intervista, con il politologo Alfio Mastropaolo. Mastropaolo è Professore Emerito di Scienza della Politica all’Università di Torino.

Professore, sono passati poco più di un mese, da quando Matteo Salvini ha aperto la crisi, per chiedere agli italiani “pieni poteri”. Nel frattempo è nato il governo Conte 2, Matteo Salvini è all’opposizione e Matteo Renzi ha lasciato il PD. Insomma una serie di novità non da poco. E stando così le cose non si prevede una navigazione troppo tranquilla per il Governo. È così professore?

Si possono tirare in ballo un mucchio di spiegazioni. Siccome i problemi sono ricorrenti, sono ricorrenti pure le spiegazioni. Tre mi vengono in mente più di altre, scartando quella, insulsa, dell’inadeguatezza delle nostre istituzioni. La frammentazione politica è la prima. Il deficit etico di una parte cospicua della nostra classe politica è la seconda. La terza è l’entità dei problemi da affrontare. Quando il materiale umano è scadente, non ci sono santi. Quando si pretende troppo è inevitabile il disastro. Non bastasse, tutte le classi dirigenti occidentali si trovano da tempo di fronte a sfide difficilissime: quadrare il cerchio, diceva Dahrendorf. Ovvero conciliare crescita economica, coesione sociale e libertà democratiche. A quanto pare, pochi paesi ci riescono decentemente. L’Inghilterra, eterno modello per chi ne sa poco, è lacerata da una crisi sociale di cui il Brexit è solo il sintomo. Ci sono proteste populiste e razziste per ogni dove, fin nella Scandinavia felix. Ovunque, ahimé, si prospetta il sacrificio (soft) alla crescita di due degli ingredienti di Dahrendorf. Gli investimenti in coesione sociale sono in declino da tempo, il malessere cresce e suscita reazioni scomposte, si ricorre perciò alle maniere forti è possibile e la libertà è messa in dubbio. Da qualche parte la crescita ha tenuto, ma mai in maniera brillante, e la Grande recessione ha fatto danno dappertutto. Quindi c’è pure il rischio che il sacrificio della coesione sociale e della democrazia sia inutile. La qualità del personale politico è ovunque in declino. Si usa la politica per fare affari, o per farli fare agli amici. Oppure per ambizioni personali. Chi potrebbe far meglio è scoraggiato e fa un altro mestiere. Con differenze tra paese e paese. Quelli che all’inizio di questo ciclo stavano meglio hanno seguitato a star peggio. Quelli che stavano peggio, per ragioni storiche, hanno seguitato col peggio. Non navigano. Ben che vada galleggiano. Si aggiustano coi mezzi di cui dispongono. L’Italia galleggia da troppo tempo, imbarca troppa acqua. Il brutto è che non sappiamo come rimediare.

Così in Italia tra prima e dopo le elezioni sono emerse tre ricette. La prima, non so come definirla, forse continuista e europeista, era quella condivisa, con qualche variante, dal Pd renziano e da Forza Italia: attenzione ai mercati e accondiscendenza verso l’Europa. Contro è apparsa la ricetta sovranista-xenofoba. La terza ricetta la chiamerei l’illusione civica: prendiamo l’uomo della strada e facciamo di lui il protagonista della politica e dell’azione di governo: moralità e buon governo seguiranno. Gli elettori hanno fatto le loro scelte, ma ne è risultato un pasticcio. Come cavarne una maggioranza di governo? I 5 stelle si sono alleati col sovranismo, hanno perso la loro pretesa verginità morale e hanno permesso ai sovranisti di fare alle europee l’en plein dell’elettorato conservatore e moderato. Finché in un delirio di onnipotenza il leader sovranista, ha rotto la coalizione e se n’è formata una nuova. Più omogenea politicamente? Non direi, quanto a gruppi dirigenti, ma forse si, per gli elettorati. Una larga fetta degli elettori a 5 Stelle proviene dal Pd. C’era ovviamente da fare i conti con la diversità del personale politico. Le frizioni erano scontate. I programmi non sono proprio gli stessi. Comunque, si è fatto un nuovo governo. Con un programma di fedeltà europeista, ma anche con qualche innovazione prodotta sia da alcune sollecitazioni pentastellate, sia da qualche ripensamento in favore della coesione sociale entro il Pd. Renzi si è fatto promotore dell’operazione, togliendo la scomunica ai 5 Stelle, per calcoli a tutti ben noti. Zingaretti, che mi pare un mediano di quelli all’antica, non l’ha contraddetto più di tanto, ha neutralizzato il suo gusto di fare il bastian contrario e ne ha ricavato qualche profitto. Adesso l’ego di Renzi fa di nuovo le bizze, ma siccome si tratta di ego, a mio modesto parere, e non di un progetto politico, è inutile provarsi a fare previsioni serie. Lasciamolo contrattare un po’ di nomine e andiamo alla sostanza.

Veniamo all’ultimo avvenimento, da alcuni atteso, da altri temuto: la scissione di Matteo Renzi. Leggendo l’intervista di Renzi al quotidiano “La Repubblica”, ho fatto fatica a trovare un dato politico che potesse essere credibile per una scissione. Ho trovato molto ego… Del resto siamo nel tempo del l’egolatria… Che idea si è fatto della scissione? E quale l’obiettivo di Renzi?

Premetto di non avere una passione per Renzi. Per me la politica è una cosa diversa dalla leadership, dal personalismo, dal seguito osannante, dalle suggestioni mediatiche, dai colpi ad effetto (che poi suscita il gioco di buttare giù il leader dalla torre). Figurarsi se può sembrarmi seria la pretesa di un partito “allegro e divertente”, con corredo di capo carismatico che decide per tutti. Resto dell’idea che la politica è gioco di squadra: siamo in tanti e decidiamo di unire le nostre forze per fare qualcosa insieme. Ciò non toglie che il gesto di Renzi riproponga un problema serio e di assai più ampie dimensioni. Quello della ristrutturazione mai compiuta del sistema dei partiti e delle culture politiche. La confusione imperversa addirittura dal 1989, quando la politica italiana fu sconvolta dalla caduta del Muro e dalla mossa di Occhetto. Più tardi si aggiungerà il collasso della Dc, del Psi, dei partiti laici. Che in quella fase di grande rimescolamento di carte la tradizione socialista, a suo modo interpretata anche dal Pci, potesse trovare un punto d’incontro col solidarismo cattolico, era ragionevole. Era pure plausibile immaginare una revisione, anche profonda, ma coerente con lo spirito del tempo, segnato dal neoliberalismo: è successo in tutte le formazioni di sinistra europee. Ma un incontro di culture politiche è una cosa seria, su cui discutere, da preparare. Invece è stata, come dicono in tanti, una fusione a freddo. Una chiamata alle armi contro Berlusconi, che intanto aveva ricomposto, senza neanche lui ristrutturare granché, il centro-destra: solo la sapienza politica della Dc era riuscita a dare un senso al moderatismo nazionale. La chiamata alle armi si è risolta in assemblaggio di cordate dirigenti in cerca di collocazione, con in più alcuni (gli ex-Pci/Pds) smaniosi di liberarsi di un passato di cui, chissà perché, dovevano farsi perdonare. Racconta bene la storia l’ultimo libro di Antonio Floridia (Un partito sbagliato, Castelvecchi, 2019). Ne è venuto fuori un nido di vipere. In testa al Pd c’è un ceto politico eterogeneo, che ha buttato a mare la cultura del partito in quanto libera associazione dei cittadini e che si è lasciata affascinare dalla fiaba del partito personale, del Berlusconi di sinistra che andava scoperto, senza un progetto sul futuro del paese, dai costumi politici molto eterogenei e per nulla presente nella società italiana. È un partito incapace di darsi una qualche disciplina. In assenza della quale è da ultimo apparso Renzi, il più lesto a profittare della confusione. Ora Renzi lascia la compagnia. Quale progetto politico incarni lo sa solo lui. Aveva cominciato con Blair per riconvertirsi a Macron: dalla destra della sinistra alla destra e basta, che per antica ipocrisia chiamano centro. Chi sta peggio comunque sono gli elettori di centrosinistra, ricordiamolo, che hanno trascorso quasi trent’anni sulle montagne russe. L’elettorato popolare, soprattutto. La parte più consistente proveniva dal Pci. Ha sopportato stoicamente anche una conduzione fallimentare del governo del paese (colpa più di Berlusconi che del Pd). Finché la crisi economica e politica è divenuta culturale e morale. E se ne sono andati. Si astengono, o votano 5 Stelle, qualcuno anche Lega. Più o meno allo stesso modo, tra personalismi e divisioni, si sono consumati i tentativi di aprire spazi a sinistra del Pd. Vediamo se il bravo mediano di cui sopra saprà fare il miracolo. Certo l’avversione a Salvini, come già a Berlusconi, è un ben misero movente. Il fatto che un ben po’ di renziani sia rimasto dentro non aiuta. Per carità, le conversioni in politica sono all’ordine del giorno. Ma con quale animo sono rimasti? Saranno leali e contribuiranno col loro punto di vista a un ripensamento del partito, o faranno da quinta colonna? Comunque, dalle difficoltà in cui versa il Pd non si esce con le manovre di corrente, ma, come sottolinea Floridia, discutendo, pensando, studiando e elaborando un progetto politico.

Veniamo a Matteo Salvini. Il leader leghista, nonostante la sconfitta parlamentare, riesce a mantenere alto il consenso. E la sua collocazione all’opposizione lo favorisce. Il pericolo Salvini è ancora reale…

La radicalizzazione della destra promossa da Salvini è un problema gravissimo. È una destra del tutto incompatibile coi valori della Costituzione. Già lo era quella di Berlusconi, che almeno non era brutale. Questa lo è verbalmente e anche un po’ materialmente. Come sempre, però, la questione è complicata, perché questa nuova destra ha una testa e ha pure un corpo. La testa è Salvini, che è un tribuno, con suo seguito di tifosi, che lui ha messo in scena e aizzato a Pontida animando uno spettacolo indegno. Il corpo sono i suoi elettori, che sono per lo più elettori moderati, che hanno tutto il diritto di esserlo, anche se non siamo d’accordo con loro. In larga parte trasmigrati dal grande seguito berlusconiano. Ci sono quelli che votano col portafoglio: che è una motivazione molto seria. Al netto della propaganda xenofoba, Salvini promette loro meno tasse e meno vincoli burocratici. È un’alternativa sgangherata a ciò che servirebbe davvero e che non si riesce a ottenere: amministrazioni e servizi più efficienti, semplificazione delle procedure, spesso insopportabili, un fisco più rigoroso, ma anche meno esoso. C’è poi una quota di elettori conservatori, che sono soprattutto impauriti e faticano a sopportare le novità. Bisogna capirli. Il livello medio d’istruzione è modesto. Spesso sono anziani. C’è un fondo provinciale, che mal sopporta il femminismo, i matrimoni omosessuali e molte altre novità. Da ultimo si aggiunta l’immigrazione, spregiudicatamente strumentalizzata da Salvini e dai media. A suo tempo questi ceti li curava la Dc, che riusciva a mescolare abilmente tanti temi. Più tardi hanno votato Berlusconi, che li abbacinava. Adesso si rivolgono a Salvini. Forse non si accorgono nemmeno del suo stile. Era un’idea cretina che, morta la Dc, si sarebbe costituita una destra moderata e magari liberale, che in Italia è sempre stata minoritaria. Un pezzo di questi elettori impauriti li curava in alcune regioni pure il Pci. Il Pd nemmeno ci pensa. Ora, questo elettorato c’è e bisogna occuparsene seriamente, anzitutto informandolo meglio. Se la televisione pubblica facesse il suo mestiere, si potrebbero smussare certi eccessi, controllare molte paure. Anche se il compito è difficilissimo. Non ci riesce nemmeno papa Francesco (che peraltro si porta appresso il ricordo del papato muscolare di Giovanni Paolo II). Della religione ormai ci si serve à la carte. Mi è capitato in una magnifica chiesa da queste parti. C’era un cortesissimo signore che ne illustrava con competenza le bellezze artistiche. Ha concluso evocando la battaglia di Lepanto. Li fermeremo un’altra volta. Cosa vuoi dire?

Con la scissione “fredda” Matteo Renzi diventa il terzo azionista della maggioranza… A Conte fischiano le orecchie?

Conte è venuto fuori alla distanza. Bisogna capirlo. Prendi un professore universitario, spero non si offenda, che, come gran parte degli accademici, ha scarso uso di mondo, o meglio di mondo politico. È rimasto frastornato. Intanto dall’io debordante di Salvini e poi dall’ingenuità maldestra di Di Maio, che cercava di tenere il passo. Lui in mezzo. Sarei molto curioso di sapere come ha vissuto quest’esperienza. Non era anzi mai capitato. Per un capriccio del caso uno che non c’entrava né punto né poco si è ritrovato capo del governo, che, dopotutto, è un ruolo gratificante. Mi sono chiesto più volte quando un signore palesemente di buona cultura avrebbe reagito alle provocazioni. Finalmente ha imparato, ha capito che il ruolo chiave conferitogli dal caso e si è mosso abilmente per utilizzarlo. Adesso dispone di una maggioranza più omogenea, con priorità programmatiche più compatibili. Certo, se Renzi la finisse coi capricci sarebbe meglio. La sfida è far funzionare un governo tra gente che si è presa a sassate e che sappia usare quei sassi altrimenti: a me è piaciuta la citazione del Talmud di Franceschini. Fare funzionare il governo significa affrontare le priorità del paese. Che sono drammatiche. Il debito pubblico è un handicap, comunque lo si consideri. Le imprese devono essere messe in condizione di reggere la competizione globale, i lavoratori vanno protetti, il Mezzogiorno sta affogando. C’è un ritardo mostruoso nell’istruzione, a tutti i livelli, che spiega anche certi atteggiamenti: c’è un pezzo di paese che ha dimenticato cosa fu il fascismo. Un buon governo dovrebbe riuscire nella quadratura del cerchio, alla Dahrendorf, ardua per i tedeschi, difficilissima per gli italiani. Niente è impossibile. È stato ricostruito un paese distrutto dal fascismo e dalla guerra mondiale. Suvvia. Non sono ottimista, ma mantengo un barlume di speranza. Spesso succedono cose che non ci aspettiamo. Tanto più se un segmento di opinione pubblica si mobilita, capisce quanto alta sia la posta in gioco e preme sulla politica.

Nei giorni scorsi si è tornato a parlare di legge elettorale proporzionale. Non trova che sia un rischio di ritorno al passato?

Come si fronteggia Salvini? Prosciugando l’acqua in cui nuota. Non la prosciugheranno mai tutta. Comunque, non confiderei troppo nel cambiamento della legge elettorale, che servirebbe solo a nascondere la polvere sotto il tappeto. Il Rosatellum, d’accordo, è una schifezza. Decidono tutto i partiti. Era frutto di un accordo sottobanco tra Berlusconi e Renzi finalizzato a un’intesa postelettorale, magari all’ombra della solidarietà europea tra popolari e socialisti. Solo che il diavolo, che è specializzato in pentole, non fa i coperchi. Ora questa legge elettorale rischia di consegnare il paese a Salvini col 40 per cento dei consensi. Eppure non può essere questo il solo motivo per cambiarla. Bisogna cambiarla perché è una bruttissima legge e una legge elettorale decente richiede che gli elettori quando votano si sentano almeno un poco ascoltati. Il paese ne ha gran bisogno. E qui il ragionamento si complica. Perché vorrei augurarmi che i 5 Stelle, che sono frutto della frustrazione degli elettori, si fermino un attimo a riflettere su questa a mio avviso dissennata decurtazione dei parlamentari. Che servirebbe a allontanare sempre più la politica dai cittadini. Per quello che vale, direi a Di Maio, basta con la politica degli ultimatum. Cambiamo stile, discutiamo. Le leggi elettorali che hanno sostituito la proporzionale hanno tutte promesso di assicurare la stabilità governativa, come sappiamo con modesto successo, nonché di rendere la politica più trasparente e di ravvicinarla ai cittadini. Basta col filtro della partitocrazia. In realtà, hanno tutte conferito ai partiti un potere enorme di selezione degli eletti. Insisto con modestissimo successo, vista la qualità declinante del personale politico. Ma anche senza precludere la frammentazione, come ha per l’ennesima volta confermato la secessione di Renzi. Tutte hanno soprattutto cambiato il modo di far politica e il rapporto con gli elettori. Secondo me peggiorandolo rispetto al tempo delle preferenze, che potevano essere contrastate in altro modo. I parlamentari d’oggidì frequentano poco o nulla i collegi, tanto il loro destino è deciso dal partito. Quando invece i parlamentari servivano proprio come tramite con gli elettori. Non sempre erano un tramite clientelare e perciò perverso, erano per lo più un tramite prezioso. Vivevano il collegio, lo frequentavano, parlavano coi cittadini, contrastavano il sentimento di distanza che la divisione del lavoro tra elettori ed eletti produce. Sa lei chi sono i suoi rappresentanti? La mia opinione è che una nuova legge elettorale debba per prima cosa porsi questo problema. Lo si può risolvere con la proporzionale, o con collegi uninominale di piccole dimensioni In ogni caso, serve un numero congruo di parlamentari. I quali forse costeranno, ma sono soldi, direi ai 5 Stelle, molto ben spesi. Questo insegna l’esperienza. Se si risolvesse il problema del numero, si potrebbe sdrammatizzare l’eterna querelle tra maggioritario e proporzionale. Non esageriamo. Ciò che conta davvero è la politica. Anche se, qualora si replicasse la formula maggioritaria, suggerirei di rivedere i quorum per l’elezione del Capo dello Stato e dei giudici costituzionali. Sono cariche di garanzia, che vanno condivise. Saperle condivise, rasserena l’atmosfera. Non possiamo finire come in Polonia o in Ungheria. Per il resto, mi lasci spezzare una lancia hic et nunc a favore del proporzionale. Finiamola di evocare la governabilità. È una menzogna, almeno in Italia. Siamo un paese composito e per vincere si creano coalizioni larghissime, che poi, lo si è visto, sono logorate dai ricatti tra partners. Oggi ancor peggio, perché la frammentazione politica non è più un problema solo italiano. I tempi sono difficili, il mondo cambia e viviamo in società sempre più diversificate. Che, come mi pare confermi la politica inglese, non si prestano a essere governate da uno schieramento politico magari maggioritario (ma non sempre) tra i votanti, ma minoritario tra gli elettori. Macron in Francia è il presidente di una minoranza, che per giunta l’ha scelto non per amore, ma in odio alla sua antagonista. Alla fine i gilets jaunes hanno messo a soqquadro il paese. In tempi difficili, serve aggregare. Si pagherà un costo in mediazioni, ma è conveniente sopportare anche questo, perché aiuta a governare. Serve tuttavia rivedere il modo di pensare la politica. Va messa in discussione l’idea del duello in cui uno vince, uno perde, chi vince è padrone assoluto, chi perde stia nel suo angolo. Mi spiace contraddire Prodi, che è una personalità che rispetto. Ma in questo a mio avviso si sbaglia. Il mondo è pieno di sfumature, rifugge i dilemmi semplici. Abbiamo bisogno di rispetto dell’altro, di dialogo, di compromessi. La democrazia, a conti fatti, è una cosa molto piccola. È conduzione pacifica della contesa politica. Nient’altro. Squalificare come inciucio una cosa nobile come il compromesso tra diversi è una mistificazione. Alla luce della quale il paese ha accumulato troppi fallimenti. Nulla abbiamo guadagnato col maggioritario, che ha semmai avvelenato la cultura politica del paese, l’ha polarizzata, l’ha incattivita, filtrando nella vita collettiva. È troppo chiedere alla classe politica di rifletterci sopra? Rino Formica evocava qualche settimana fa il pericolo di una guerra civile. La mia modesta convinzione che un proporzionale ben temperato, aiuterebbe a scongiurarlo assai più del maggioritario.

UNA NUOVA STAGIONE NEL DIALOGO TRA POLITICA E SINDACATO? Intervista a Giuseppe Sabella

 Dopo il voto di fiducia del Parlamento, il governo Conte 2 si avvia alla sua attività ordinaria che ci permetterà di capire quali misure saranno messe in campo per effettuare quegli investimenti che possano consentire “crescita economica, maggiore occupazione e sviluppo sostenibile”, per citare le parole usate dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Entriamo in una fase che probabilmente vedrà più protagoniste di ieri le organizzazioni di rappresentanza di lavoro e impresa. Di questo abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Sabella, dalle elezioni europee è emersa una commissione che sembra più aperta della precedente a politiche di sviluppo. Parallelamente in Italia, dopo la crisi d’agosto aperta da Matteo Salvini, è nato un governo che sembra trovarsi piuttosto allineato alla compagine guidata da Ursula Von der Leyen. È così?

Si, mi ritrovo nella sua analisi dei rapporti che intercorrono oggi tra Roma e Bruxelles aggiungendo un particolare: se consideriamo ciò che sta avvenendo in Gran Bretagna, non possiamo non dire che – per via diverse – il sovranismo inglese e quello italiano stanno sbattendo contro il muro. È presto per dare per morto il nazionalismo ma è evidente che, da questo nuovo ciclo che si sta avviando, la democrazia europea si sta rivelando più forte e longeva di quello che pensavamo. Aver fermato l’ascesa del nazionalismo italiano a trazione Salvini – che ci ha messo molto del suo – è fattore importante: è, insieme alla Brexit che si inceppa forse definitivamente, un colpo per l’intero movimento sovranista europeo. Dall’Europa devono però arrivare risposte concrete per le persone e per il lavoro, onde evitare che i movimenti nazionalisti tornino a rinsaldarsi. In questo quadro, la ripresa italiana è determinante.

E questo governo sarà in grado di dare la spinta a questa ripresa?

Benché non vi siano personalità di spicco, vi sono elementi che mi inducono a pensare che l’esecutivo Conte 2 può farsi male solo con le sue mani. La Commissione così ben disposta nei nostri confronti – e Gentiloni agli affari economici è il segno di una considerazione importante per il nostro Paese – è presupposto importante per questa spinta. E le organizzazioni di rappresentanza di lavoro e impresa possono giocare un ruolo nuovo, per ragioni diverse.

A cosa si riferisce?

Lavoro e sviluppo economico sono guidati da due ministri a cinque stelle. Il sindacato in particolare, per quanto un po’ lento e macchinoso, è soggetto robusto ove c’è consapevolezza piuttosto diffusa su bisogni e risposte da dare oggi al lavoro. Credo che il sindacato possa essere un interlocutore importante per questo governo. In secondo luogo, sono sicuro che sia M5s che Pd vedano nel sindacato quel soggetto utile anche per finalità politiche: per i due azionisti del Conte 2, il bisogno di allargare il proprio consenso è forte, lavorare bene con il sindacato significa – anche indirettamente – aiutare il governo a essere più popolare.

Maurizio Landini, che guida la Cgil, sembra piuttosto contento di questo nuovo governo. Non vi è pericolo che la Cgil torni a essere in modo nuovo “cinghia di trasmissione” di una parte della politica?

Sono in molti a chiederselo e, del resto, il consenso di cui godeva la candidatura di Vincenzo Colla alla segreteria generale – che fino all’ultimo ha tenuto testa a Landini – aveva proprio questa forte propensione: quella dell’autonomia del sindacato dalla politica. Sono tuttavia convinto che, oggi, per Landini sia più importante l’unità del sindacato che il ponte con la politica. E credo che, all’interno del sindacato, siano tutti consapevoli del fatto che il loro destino si gioca sull’unità sindacale.

Possiamo dire che siamo all’inizio della fine della disintermediazione?

È presto per affermarlo in modo così netto, anche perché mentre la politica ha fortemente accelerato sui processi decisionali – al di là del bene e del male – il sindacato ha sicuramente fatto progressi su questo punto ma il passo va velocizzato. Ad ogni modo, è evidente che sta avvenendo qualcosa per cui politica e sindacato stanno tornando nuovamente a cercarsi: del resto, i cantieri aperti in particolare su salario minimo e reddito di cittadinanza – misura che va assolutamente perfezionata se non vogliamo continuare a sprecare denaro – chiedono risposte intelligenti. La questione del salario minimo, in particolare, esprime tutta la complessità del nostro sistema lavoro e solo in modo condiviso si possono evitare danni: la soluzione passa attraverso la validazione dell’efficacia erga omnesdei contratti e la fissazione dei criteri di misurazione della rappresentatività. Si può scrivere una pagina importante a cinquant’anni dall’autunno caldo.

Si parla anche del taglio del cuneo fiscale…

Si. E onestamente credo che anche questo sia un aspetto da considerare con molta attenzione. Innanzitutto, parliamo di taglio del cuneo fiscale a vantaggio dei lavoratori, come – oltre ai sindacati – chiede la stessa Confindustria. In Italia, gli stipendi sono da 25 anni fermi e, come ci ha detto il rapporto Coop in questi giorni, lavoriamo mediamente 360 ore in più all’anno dei tedeschi con stipendi inferiori del 30% e, praticamente, lo stesso livello di cuneo fiscale. In questo momento non favorevole per l’economia, la leva fiscale è l’unico strumento che può riportare equilibrio nello scambio lavoro-salario, anche se qualcosa dovrà migliorare nel nostro modello contrattuale: senza la contrattazione territoriale, in tutte quelle aziende dove non vi sono accordi di secondo livello, vi sono forti limiti di distribuzione della ricchezza che, nella migliore delle ipotesi, avviene in modo unilaterale e del tutto arbitrario.

Proprio il taglio del cuneo fiscale, insieme a forme di incentivi annunciati per le imprese green e industria 4.0, è provvedimento piuttosto oneroso per le casse dello stato. È sicuramente interessante questa (per il momento apparente) virata di Bruxelles e Italia su politiche di sviluppo, ma con quali risorse può avvenire tutto questo?

Questo naturalmente è un aspetto fondamentale. Vedremo quali scelte concrete farà il governo. Detto questo, è chiaro che molto dipende anche da come i soldi vengono spesi: se sforando il deficit si scelgono misure di mero assistenzialismo, evidentemente non vi è nessun ritorno dal circuito dell’economia; se invece le stesse risorse vengono investite in un piano infrastrutturale, non solo si porta efficienza al nostro sistema produttivo ma si creano effetti positivi su occupazione e consumi. Credo che un paese come il nostro, che eccelle nell’industria e nella manifattura, debba fortemente innovarsi nelle sue infrastrutture che oggi creano un gap in termini di competitività.

E questo riavvicinamento di politica e sindacato, a che tipo di “autunno” prelude?

È sicuramente un fatto positivo che, se passa attraverso i giusti interventi, può essere preludio di una nuova stagione. Naturalmente ce lo auguriamo tutti anche se non sarà semplice. Le variabili sono diverse e molto dipenderà anche dalle politiche che l’Europa deciderà di mettere in campo. Da questo punto di vista, l’annuncio della BCE di far ripartire il Quantitative Easing, va visto con molta attenzione: il QE è strumento prezioso per un Paese come il nostro. E non solo per noi. Tuttavia, l’auspicio più grande è che tra il nazionalismo e la burocrazia possa esistere una terza via. E continuo a pensare che questa terza via è quella della democrazia liberale di cui l’Europa è terra d’origine. O, per usare parole di Karl Popper care a me e a Giulio Giorello, della “società aperta”.

“Per durare il Conte2 dovrà creare un amalgama per la coalizione”. Intervista a Fabio Martini

Con il voto di ieri sera al Senato il governo ha ottenuto la Fiducia. Si conclude, così in modo imprevisto, la crisi politica scatenata da Matteo Salvini poco più di un mese fa. Quali sono i nodi politici dell’inedita coalizione “5 Stelle – PD”? Come si svilupperà la navigazione del “Conte 2”?
Ne parliamo, in questa intervista, con Fabio Martini cronista parlamentare del quotidiano “La Stampa”.

Fabio Martini, il Conte 2 ha ottenuto la fiducia. Sappiamo quanto il parto sia stato complicato. A questo riguardo facciamo un passo indietro. La crisi nasce dalla decisione di Salvini di “capitalizzare il consenso elettorale” della Lega. E scatena la crisi dopo l’approvazione da parte del parlamento del decreto sicurezza 2 e della TAV. Due risultati positivi per la Lega. È un Salvini che ha il vento in poppa, euforico a dismisura (chiede i “pieni poteri”. E qui comincia il disastro…. La hubris si è manifestata con effetti imprevisti per lui: da dominus assoluto del governo si ritrova all’opposizione…. Cosa non ha funzionato nel calcolo di Salvini?
Il capo della Lega non ha fatto bene i conti con i numeri in Parlamento, con la volontà quasi disperata dei Cinque stelle di evitare la distruzione personale e politica di capi e parlamentari nelle elezioni, a quel punto imminenti. E non ha calcolato quanta poca presa il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, avesse sui propri gruppi parlamentari. Come si può notare troppi errori in una volta sola. Anche se un errore più degli altri, agli occhi di Salvini, deve risultare imperdonabile: non aver capito la psicologia politica dei Cinque stelle con i quali ha convissuto per quasi un anno e mezzo.

Stando agli ultimi sondaggi, per quello che possono valere, la Lega ha pagato il pegno per questo errore politico di Salvini: perde punti percentuali, così come la fiducia in Salvini diminuisce. Ti chiedo, è strutturale questo calo?
Nessuno può dirlo. Il calo c’è, ora Salvini tenterà di fermarlo. Magari attenuando la propria natura guascona. Non si può affatto escludere, come segnala il suo intervento in Senato, un profilo diverso: tosto ma non distruttivo. Certo, si proporrà come capo dell’opposizione. E curiosamente anche come punto di riferimento per i fautori di una democrazia governante. Se, come pare, torna il sistema proporzionale, la politica torna in mano a quattro capi, pronti a fare e disfare come meglio credono. Che Salvini riprenda la battaglia di Romano Prodi, di Mario Segni, di Achille Occhetto e del primo Berlusconi è un paradosso, uno dei tanti di questa stagione.

Veniamo al Presidente Conte, indubbiamente ha dimostrato abilità. È un nuovo Zelig o l’Italia ha scoperto un nuovo statista?
Un po’ Zelig lo è, ma nessuno come lui incarna come lui questa stagione così cangiante e così indifferente ad un minimo di coerenza. Nessuno meglio di lui, perché nei 14 mesi della prima stagione da presidente del Consiglio ha dimostrato di saper maneggiare bene la dimensione di governo, i dossier, la macchina amministrativa. Di statisti l’Italia ne ha avuti pochissimi e secondo qualcuno bisogna tornare a De Gasperi per trovarne uno degno di questo nome. E comunque sia chiaro: senza il decisivo appoggio di Sergio Mattarella, nelle ore del veto espresso dal Pd su di lui, Conte non sarebbe più a palazzo Chigi. Si scrive Conte-2, ma si legge Mattarella-1.

Parliamo di alcuni protagonisti di questa “pazza crisi”. Il governo “giallo-rosso” ha tanti “padri”. Incominciamo dalla “coppia” inedita: Gríllo-Renzi. Per motivi opposti hanno sbloccato il percorso. Ti chiedo : che ruolo giocheranno? Si dice che il premier Conte temi Renzi. Per te?
Beppe Grillo sembrava confinato nell’irrilevanza, ogni tanto emetteva le sue sentenze, ma nessuno dei suoi lo ascoltava più. E invece ha giocato un ruolo decisivo, nel far pendere la bilancia a favore del nuovo governo e contro, decisamente contro, gli orientamenti della Casaleggio e di Luigi Di Maio. Ora tornerà nel suo ruolo di profeta, con la  differenza che ogni volta che si sveglierà dal suo silenzio, gli altri saranno costretti ad ascoltarlo. Renzi ha compiuto quel che ogni politico dovrebbe avere nel suo vademecum: in ogni azione tentare di conciliare l’interesse generale e quello personale. Se ci fossero state elezioni anticipate, Renzi sarebbe stato ulteriormente ridimensionato. Ora può giocarsi la sua partita del partito moderato e decidere lui quando chiudere la legislatura. Da questa visuale, Conte dovrà scrutare sempre con la massima attenzione le mosse di Renzi.

Altra coppia inedita : Di Maio – Zingaretti. I due capi partito hanno giocato una partita parallela. Il risultato, forse mi sbaglierò, è che tra i due il più “caldo” nei confronti di questa esperienza governativa sia Zingaretti…. Di Maio è ancora “orfano” di Salvini?
E’ vero il più caldo appare Zingaretti, che inizialmente puntava ad elezioni anticipate. Ora si è “accomodato” bene nel nuovo scenario e lo incoraggia con aggettivi entusiastici, che oggettivaente stridono con gli anatemi e i “mai e poi mai” scagliati per mesi contro i 5 stelle. Il leader di un partito, una volta gettato il cuore oltre l’ostacolo e una volta entrato in un governo, non può che diventarne un paladino. Quanto a Di Maio, una volta escluso il fattore affettivo, di chi si potrebbe sentire “orfano” di un altro leader, la prossima decisione veramente strategica riguarda le elezioni regionali: se in una, o più di una delle Regioni dove si vota, i Cinque stelle accederanno ad un’alleanza organica col Pd, allora la mutazione genetica del M5s avrà segnato il passaggio decisivo: da forza anti-sistema a forza dentro il sistema. In un’alleanza di sinistra.

Uno sguardo alle opposizioni. Quello che emerge è una accentuata radicalizzazione sovranista del “centrodestra” (molto più destra che centro). Dove andranno i “moderati” di Forza Italia?
I moderati di Forza Italia confluiranno in una nuova formazione moderata, che si farà sicuramente ma non ha ancora contorni precisi

Pensi che questa radicalizzazione della Destra possa creare un nuovo bipolarismo?
Avremo un sistema a quattro poli, dunque diverso dal tripolarismo del post-2011: allora c’era il centro-sinistra, il centro-destra e il grillismo. Ora si va verso quattro poli: Pd, 5 stelle, nuovo Centro, destra-centro.

Comunque sia al di là dell’antisalvinismo, che non è sufficiente per creare una amalgama governativa (intesa come “anima”, “respiro”). Pensi che l’orizzonte europeo possa creare questo?
Anima e respiro se ne vedono pochi, siamo alla sopravvivenza pura. Per tutti. Certo, l’anti-salvinismo non basta, ma per ora non c’è Europa che possa aiutare: il coraggio se non ce l’hai, non te lo regala nessuno. E neanche lo spessore politico. Si navigherà alla giornata
Il premier Conte guarda al suo governo, come ad un governo di legislatura.

Proprio per la mancanza di una amalgama profonda non mancheranno le difficoltà di navigazione. Quando si manifesteranno?
Questo governo nasce per prendere tempo e per impedire a Salvini di prendersi il Paese. Probabilmente per arrivare all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica nel 2022, la ricetta “migliore” sarà quella di mettere in cottura il minor numero di cose possibile. Per non lacerarsi. Non decidere per durare.

Le elezioni amministrative in Emilia, Toscana e Umbria costituiranno un pericolo per il governo?
In Umbria il Pd rischia molto e se non ci saranno alleanze col M5s, una sconfitta in una Regione rossa non sarebbe un buon viatico per il governo. In Emila e Toscana i  rischi sono assai relativi per il Pd. Il governo? Molto dipenderà dalle alleanze Pd-M5s, che in troppi danno per scontate. Se ci saranno, il governo non rischierà nulla, se non ci saranno i rischi aumentano ma non di molto.

Chi rischia di più in questa esperienza governativa? Il PD o il M 5stelle?
Entrambi. Una ragione di più per abbandonare lo schema del precedente governo, ognuno con la sua bandiera e puntare invece su riforme condivise e non soltanto finalizzate al consenso breve.