Un nazionalismo aggressivo generò la guerra

 

“Celebrare insieme la fine della guerra e onorare congiuntamente i caduti – tutti i caduti – significa ribadire con forza, tutti insieme, che alla strada della guerra si preferisce sviluppare amicizia e collaborazione. Che hanno trovato la più alta espressione nella storica scelta di condividere il futuro nell’Unione Europea”. Un testo di Sergio Mattarella

(foto Ansa)

Pubblichiamo il testo dell’Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia, che si è tenuta oggi a Trieste, in occasione del centenario della fine della Grande Guerra e Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate


Trieste 4/11/2018

Sono particolarmente lieto di celebrare a Trieste, in questa magnifica piazza, così ricca di storia e di cultura, la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze armate, che quest’anno coincide con il centenario della conclusione vittoriosa della Prima Guerra Mondiale. Trieste, profondamente italiana ed europea, città di confine e di cerniera, città cara a tutta Italia.

Trieste, capitale di più mondi, storia di tante storie è – insieme – un simbolo e una metafora della complessità e delle contraddizioni del Novecento. Saluto con affetto i triestini e, con loro, tutti gli Italiani.

Lo facciamo con orgoglio legittimo e con passione, senza trascurare la sofferenza e il dolore che hanno segnato quella pagina di storia.

Lo facciamo in autentico spirito di amicizia e di collaborazione con i popoli e i governi di quei Paesi i cui eserciti combatterono, con eguale valore e sacrificio, accanto o contro il nostro. Saluto i loro rappresentanti che sono qui con noi, oggi, in Piazza Unità ed esprimo riconoscenza per la loro significativa presenza. Celebrare insieme la fine della guerra e onorare congiuntamente i caduti – tutti i caduti – significa ribadire con forza, tutti insieme, che alla strada della guerra si preferisce sviluppare amicizia e collaborazione. Che hanno trovato la più alta espressione nella storica scelta di condividere il futuro nell’Unione Europea.
La guerra, le guerre, sono sempre tragiche, anche se combattute – come fu per tanti italiani – con lo storico obiettivo di completare il percorso avviato durante il Risorgimento per l’Unità Nazionale.
Lo scoppio della guerra nel 1914 sancì, in misura fallimentare, l’incapacità delle classi dirigenti europee dell’epoca di comporre le aspirazioni e gli interessi nazionali in modo pacifico e collaborativo, anziché cedere – come invece avvenne – alle lusinghe di un nazionalismo aggressivo che si traduceva nella volontà di potenza, nei cosiddetti sacri egoismi e nella retorica espansionistica.

Come ha scritto Claudio Magris, «Ogni paese pensava di dare una piccola bella lezione al nemico più vicino, ricavandone vantaggi territoriali o d’altro genere …. Nessuno riusciva ad immaginare che la guerra potesse essere così tremenda, specialmente per le truppe al fronte, e avere una tale durata».
La Grande Guerra, che comportò il sacrificio di più di dieci milioni di soldati, e un numero altissimo – rimasto imprecisato – di caduti civili, non diede all’Europa quel nuovo ordine fondato sulla pace, sulla concordia e sulla libertà che molti, con sincere intenzioni, avevano auspicato o vagheggiato. La guerra non produsse, neppure per i vincitori, ricchezza e benessere ma dolore, miseria e sofferenze, nonché la perdita della primaria rilevanza dell’Europa in ambito internazionale.

La guerra non risolse le antiche controversie tra gli Stati, ma ne creò di nuove e ancor più gravi, facendo sprofondare antiche e civili nazioni europee nella barbarie dei totalitarismi e ponendo le basi per un altro, ancor più distruttivo, disumano ed esacerbato conflitto globale.

Gli errori, gravi ed evitabili, delle classi dirigenti del secondo decennio del Novecento, e una conduzione della guerra dura e spietata degli Alti Comandi, non debbono e non possono mettere in ombra comportamenti eroici dei soldati e il loro sacrificio, compiuto in nome degli ideali di Patria. Un’esperienza di valore, di mobilitazione, di solidarietà, di adempimento del dovere.

Non lontano da qui, sulla terribile petraia del Carso, così come su tutte le zone del fronte, dai monti fino al mare, si scrissero pagine indimenticabili di valore, di coraggio, di sofferenza, di morte e di desolazione.

Nel buio delle trincee, nel fango, al gelo, micidiali e sempre più perfezionati armamenti, uniti alla fame e a terribili epidemie, mietevano ogni giorno migliaia e migliaia di vittime, specialmente tra i più giovani. Tra i soldati italiani uno su dieci perì in battaglia o negli ospedali. Stesse percentuali, se non maggiori, si calcolarono negli altri eserciti, alleati o nemici. E non si contarono i mutilati, gli invalidi, i dispersi, i prigionieri.

Uomini di ogni età, provenienti da ogni parte d’Italia, di differente estrazione sociale e livello culturale, si trovarono – per volontaria decisione o per obbedienza – uniti nelle trincee, nei terribili assalti, nelle retrovie, sotto le minacce dei bombardamenti, dei gas, dei cecchini. I soldati italiani trovarono, ciascuno a suo modo, dentro di sé, la forza di resistere e di sostenere, con coraggio e dedizione, prove durissime, spesso ben oltre il limite dell’umana sopportazione.

Desidero citare anche i molti italiani, abitanti delle terre allora irredente, che furono inviati nella lontana Galizia, dove combatterono e tanti perirono con la divisa austroungarica.
Dobbiamo ricordare oggi tutti i soldati e i marinai, tutti e ciascuno. I più intrepidi, certamente, animati dallo sprezzo del pericolo e dalla forza della volontà. I tanti eroi, quelli riconosciuti e quelli sconosciuti. Ma anche i rassegnati, gli afflitti, quelli pieni di timore. La morte e il sacrificio sono la cifra della guerra, che unisce tutti i soldati facendo gravare su di essi le sofferenze che provoca.

Come si volle scrivere, nell’immediato dopoguerra, conferendo la medaglia d’oro al Milite ignoto, anche oggi vogliamo onorare “Lo sconosciuto, il combattente di tutti gli assalti, l’eroe di tutte le ore che, ovunque passò o sostò, prima di morire, confuse insieme il valore e la pietà. Soldato senza nome e senza storia, Egli è la storia: la storia del nostro lungo travaglio, la storia della nostra grande vittoria”. Così quella motivazione.
Desidero richiamare il ricordo di un soldato semplice, Vittorio Calderoni. Era nato in Argentina, nel 1901, da genitori italiani emigrati. A soli 17 anni s’imbarcò per l’Italia, per arruolarsi e combattere nell’Esercito italiano. Morì per le ferite ricevute, a guerra ormai finita, nel novembre di cento anni fa.

Ritengo doveroso ricordarlo qui, in questa stessa piazza, dove ottanta anni addietro fu pronunciato da Mussolini un discorso che inaugurò la cupa e tragica fase della persecuzione razziale in Italia, perché Vittorio Calderoni era ebreo, il più giovane tra i circa 400 italiani di origine ebraica caduti nella Grande Guerra.

Vittorio Veneto fu l’atto finale di una guerra combattuta con coraggio e determinazione da un esercito dimostratosi forte e coeso, nel sapersi riprendere dopo la terribile disfatta di Caporetto, dovuta anche a gravi errori nella catena di comando. E non, certo, attribuibile a viltà dei nostri soldati. Nel momento cruciale, nei soldati, prevalse il desiderio di riscatto, di unità, l’amore di patria. E il contributo del valoroso Esercito italiano fu determinante per gli esiti vittoriosi della coalizione alleata. Il fronte orientale fu il primo a cedere sotto la spinta italiana e a indurre gli Imperi centrali a sollecitare l’armistizio. Seguì, una settimana dopo, il fronte occidentale.

Prima di venire qui a Trieste sono andato a rendere omaggio ai caduti raccolti nel Sacrario di Redipuglia.

In quel luogo, accanto alle centomila e più tombe di soldati italiani, uomini di ogni età e provenienza, ce n’è una – una sola – dove riposa il corpo di una donna.

E’ la tomba di Margherita Kaiser Parodi Orlando. Era una crocerossina, di famiglia borghese, partita per il fronte quando aveva appena 18 anni. Morì tre anni dopo, di spagnola, dopo aver assistito e curato centinaia di feriti.

Accanto al suo, ricordo un altro nome, quello di Maria Plozner Mentir, di umili origini, medaglia d’oro al valor militare, madre di quattro figli, uccisa da un cecchino nel 1916. Era una delle tante “portatrici” della Carnia, donne che, liberamente e coraggiosamente, raggiungevano le prime linee, per portare ai nostri soldati cibo, vestiario, munizioni.

Desidero citare un’altra donna: la regina di allora, Elena, che durante la guerra si prodigò come infermiera, ospitando nel palazzo del Quirinale un ospedale da campo, per ricoverare e curare feriti e mutilati.

Una borghese, una donna del popolo, la regina. Desidero ricordarle come rappresentative di tutte le donne italiane che lottarono al fronte o nelle fabbriche, che crebbero da sole i propri figli, che si prodigarono per cucire abiti, procurare cibo o assistere feriti e moribondi. Senza le donne quella vittoria non sarebbe stata possibile.
Le donne, gli anziani, i bambini, i disabili, combatterono un’altra guerra, meno cruenta forse, ma non per questo meno coraggiosa o meno carica di lutti e di sofferenze. E anche oggi, del resto, donne, anziani e bambini sono le vittime più fragili di ogni guerra e di ogni conflitto. La Grande Guerra non riguardò soltanto i soldati: distruzioni, patimenti e fame si abbatterono anche sulla popolazione civile, in particolare nelle zone del Veneto e del Friùli occupate dopo la ritirata di Caporetto.

Nel Giorno dell’Unità Nazionale tutto il popolo italiano si stringe con riconoscenza attorno alle Forze Armate. Unitamente a loro, così come accadde nel corso della Grande Guerra, è presente la Guardia di Finanza. La loro storia, costellata da tantissimi episodi di eroismo, prosegue fino ai giorni nostri nel solco delle più nobili tradizioni ed è proiettata nel futuro con i medesimi caratteri: dedizione, altruismo e passione.
La Costituzione Italiana, nata dalla Resistenza, ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie, privilegia la pace, la collaborazione internazionale, il rispetto dei diritti umani e delle minoranze. Le nostre Forze Armate sono parte fondamentale di questo disegno e sono impegnate per garantire la sicurezza e la pace in ambito internazionale, rafforzando il prestigio dell’Italia nel mondo.
Mentre celebriamo questo importante anniversario, 5.600 militari italiani sono impiegati all’estero in missioni di pace delle Nazioni Unite, dell’Alleanza Atlantica, dell’Unione Europea, con grandi o piccoli contingenti. Ad essi si aggiungono quasi ottomila militari impegnati, sul territorio nazionale, per l’operazione “Strade Sicure” e, nel mar Mediterraneo, per “Mare Sicuro”.

A tutti loro esprimo la più ampia riconoscenza e la vicinanza del Paese. Grazie per quello che fate, e grazie alle vostre famiglie che sono giustamente orgogliose di voi e vi sostengono anche nei momenti più difficili.

In queste ore tanti nostri militari – che ringrazio particolarmente – sono impegnati, insieme a tanti volontari, nelle operazioni di soccorso e di emergenza nei territori che, nelle nostre montagne, in Friuli, in Veneto, in Trentino, sino alla provincia di Palermo, e in altre regioni, sono state investite da un’ondata di maltempo con drammatiche conseguenze di lutti e devastazioni. Ai familiari delle vittime va tutta la vicinanza dell’Italia, a tutte le popolazioni delle zone colpite la solidarietà piena e completa.

Da questa terra che ha vissuto tragedie immani – come quella delle foibe – desidero rivolgere, per concludere, un saluto speciale alle ragazze e ai ragazzi italiani, incoraggiandoli a tenere viva la memoria dei caduti e delle sofferenze della popolazione civile di allora, come antidoto al rischio di nuove guerre.

Quei momenti oscuri, il tempo e le sofferenze delle due guerre mondiali, a voi ragazzi – coetanei di tanti caduti di allora – sembrano molto lontani; remoti. Ma rammentate sempre che soltanto il vostro impegno per una memoria, attiva e vigile, del dolore e delle vittime di quei conflitti può consolidare e rendere sempre più irreversibili le scelte di pace, di libertà, di serena e rispettosa convivenza tra le persone e tra i popoli.
Viva l’Italia Unita, Viva le Forze Armate, Viva la Repubblica, Viva la Pace!

Dal sito: https://www.quirinale.it/elementi/18659

Nello Yemen “crimini di guerra” anche con bombe italiane

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www.amnesty.org/en/latest/news/2015/07/yemen-civilians-under-fire-in-pictures

Da più di cinque mesi in Yemen si sta consumando un conflitto con conseguenze pesantissime sulla popolazione civile. Le Nazioni Unite parlano di “catastrofe umanitaria” con 21 milioni di persone (più di tre quarti della popolazione) che necessitano di aiuti umanitari, oltre un milione di sfollati interni e migliaia di vittime, anche tra i civili, soprattutto bambini. Un confitto che si è acuito a seguito dell’intervento militare della coalizione guidata dall’Arabia Saudita (di cui fanno parte anche Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Qatar e Egitto) che, per contrastare l’avanzata del movimento sciita zaydita Houthi, sta bombardando lo Yemen senza alcun mandato internazionale.

Conflitto che prosegue nell’indifferenza della comunità internazionale, anche dell’Italia. Nei giorni scorsi, l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Difesa e Sicurezza (OPAL) di Brescia, Amnesty International Italia e la Rete Italiana per il Disarmo hanno diramato un comunicato in cui chiedono al governo italiano di promuovere un’indagine dell’Onu sulle violazioni del diritto umanitario nel conflitto in Yemen e di fermare l’invio di bombe e sistemi militari anche ai paesi della coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Ne parliamo con Riccardo Noury (Portavoce di Amnesty International Italia), Giorgio Beretta (Analista Osservatorio OPAL di Brescia), Francesco Vignarca (Coordinatore della Rete italiana per il disarmo)

Amnesty International ha denunciato che nel conflitto in Yemen tra le milizie sciite zaydite houthi e la coalizione guidata dall’Arabia Saudita stanno avvenendo “gravi violazioni del diritto umanitario”. A cosa vi riferite?

Riccardo Noury (Portavoce di Amnesty International Italia)
Quello dello Yemen è un conflitto che si svolge nel completo disprezzo del diritto internazionale umanitario. In un rapporto diffuso il mese scorso, Amnesty International ha documentato le gravissime conseguenze dei bombardamenti della coalizione a guida saudita contro zone residenziali densamente abitate e degli attacchi da terra, indiscriminati e sproporzionati, compiuti dalle forze pro-houti e da quelle anti-houti. Riteniamo che queste azioni militari, che hanno fatto più di 4mila morti di cui circa la metà tra i civili, costituiscano dei crimini di guerra e per questo, insieme ad altre ventidue organizzazioni non governative per i diritti umani abbiamo sollecitato il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ad istituire, nella sua 30esima sessione in programma a settembre, una commissione d’inchiesta al fine di indagare, in modo indipendente e imparziale, sulle gravi violazioni del diritto umanitario commesse da tutte le parti coinvolte nel conflitto. Già ad aprile, l’Alto commissario Onu per i diritti umani aveva infatti espresso grande preoccupazione per “gli attacchi indiscriminati e sproporzionati contro zone densamente popolate” e aveva sollecitato “indagini urgenti”.

Azioni militari che si stanno svolgendo anche con armamenti italiani. L’Osservatorio Opal di Brescia insieme con l’agenzia Reported.ly, ha segnalato la presenza di materiale bellico italiano nel conflitto. Che tipo di armi sono?

Giorgio Beretta (Analista dell’Osservatorio OPAL di Brescia)
L’Italia negli ultimi anni ha inviato ai paesi del Medio Oriente numerosi sistemi militari e soprattutto a due paesi militarmente impegnati nel conflitto in Yemen, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Tra gli armamenti inviati alle forze armate della coalizione saudita figurano anche bombe aeronautiche: ho ricostruito queste esportazioni in dettaglio in uno studio per OPAL (si veda qui, in pdf). Si tratta di esportazioni per oltre 100 milioni di euro e particolarmente rilevante è un’autorizzazione all’esportazione dall’Italia nel 2013 relativa a 3.650 bombe da mille libbre MK83 attive della RWM Italia per un valore di oltre 62 milioni di euro per l’Arabia Saudita. Inoltre, lo scorso maggio sono state esportate dall’Italia agli Emirati Arabi Uniti “armi e munizioni” (tra cui bombe) per un valore di oltre 21 milioni di euro. Da diverse associazioni presenti in Yemen sappiano che ordigni inesplosi del tipo di quelli inviati dall’Italia all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, come le bombe MK84 e Blu109, sono stati ritrovati in varie città bombardate dalla coalizione saudita ed è quindi altamente probabile che questa coalizione stia impiegando anche bombe inviate dal nostro paese. Nonostante l’aggravarsi del conflitto in Yemen non ci risulta però che il governo italiano abbia sospeso l’invio di sistemi militari alla coalizione saudita.

Eppure la legge italiana vieterebbe l’esportazione di armi e sistemi militari “verso i Paesi in stato di conflitto armato”. Come è possibile che armamenti italiani finiscano in teatri di guerra?

Francesco Vignarca (Coordinatore della Rete italiana per il disarmo)
Innanzitutto va detto che la legge italiana n. 185 del 1990 sulle esportazioni di armamenti, nonostante sia tra le più restrittive, lascia al governo ampi spazi di discrezionalità e di valutazione su tutta questa materia. Inoltre, alcune recenti modifiche legislative hanno trasferito il coordinamento decisionale dalla Presidenza del Consiglio ad un ufficio del Ministero degli Esteri che fa parte della “Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese” (DGSP) evidenziando una tendenza a promuovere le esportazioni di sistemi militari anche se queste hanno come destinatari paesi governati da regimi autoritari o zone di forte conflitto: lo abbiamo segnalato in un una conferenza stampa alla Camera (qui il video, qui il comunicato stampa) e con uno specifica infografica curata dall’Osservatorio OPAL (qui in .pdf). Ma soprattutto va rilevata la progressiva erosione di informazioni ufficiali tanto che, a differenza di qualche anno fa, le ultime Relazioni governative non permettono più di conoscere le specifiche esportazioni dall’Italia di sistemi militari: per questo abbiamo chiesto al Governo Renzi di ripristinare la piena trasparenza e al Parlamento di riprendere ad esercitare i dovuti controlli su tutta questa materia.

Per quanto riguarda il conflitto in Yemen cosa chiedete al Governo e al Parlamento italiano?

Francesco Vignarca (Coordinatore della Rete italiana per il disarmo)
La nostra prima richiesta al Governo è quella di sostenere in sede internazionale la richiesta di Amnesty International perché venga presto istituita una commissione d’inchiesta sulle violazioni del diritto umanitario commesse nel conflitto in Yemen. Inoltre, considerati gli effetti devastanti sulla popolazione dei bombardamenti della coalizione saudita sulle aree civili, riteniamo che l’Italia debba subito sospendere l’invio di mezzi e munizionamento militare a tutte le forze armate attivamente impegnate nel conflitto in Yemen e di promuovere una simile iniziativa in sede europea. Abbiamo quindi chiesto a tutti i gruppi parlamentari di appoggiare queste nostre richieste con specifiche iniziative e interrogazioni parlamentari.