Le radici della crisi del ceto medio. Intervista ad Arnaldo Bagnasco

 

 Arnaldo BagnascoVerso la fine del secolo scorso si è manifestata nei paesi avanzati una crisi del ceto medio. Un segno, tra i tanti, della crisi capitalismo industriale. Crisi che persiste ancora. Oggi il “ceto medio” appare come una “Classe inquieta” attraversata da un rischio di radicalizzazione. Ovvero che diventi “un luogo sociale del rischio”. Quali sono le radici della crisi del ceto medio? Quali dinamiche può scatenare questa crisi? Come ha risposto la politica? Ne parliamo, in questa intervista, con il Professor Arnaldo Bagnasco, emerito di Sociologia all’Università di Torino e accademico dei Lincei. Di Arnaldo Bagnasco la casa editrice Il Mulino ha pubblicato un saggio fondamentale sulla crisi del ceto medio: “La questione del ceto medio. Un racconto del cambiamento sociale” (pag. 230, € 22,00).

 

Professore, incominciamo dando una definizione: ceto o classe media?

Come diceva il sociologo americano Wright Mills, la classe media è un’insalata mista di occupazioni; è una nebulosa che comprende lavoratori indipendenti (come artigiani, piccoli e medi imprenditori) e dipendenti (come gli impiegati pubblici e privati). In realtà, una classe media non è mai esistita, esistono più classi medie professionali, che anche cambiano nel tempo e nello spazio. Eppure, specie in certi momenti, ci si riferisce, nel linguaggio corrente e politico, a un insieme che supera e comprende quelle diversità. Entra allora in gioco il termine ceto, che per i sociologi indica una vicinanza di tratti culturali, stili di vita, possibilità di consumo, effetto anche di misure politiche. Il termine americano middle-class, corrisponde grosso modo all’italiano ceto medio.

Nel suo libro affronta la questione del ceto medio nel più ampio quadro della trasformazione del capitalismo, oggi di stampo neo liberista. Un tempo si definiva il “ceto medio “, tra l’altro, come il ceto, negli anni dell’ascesa, della “Piena cittadinanza sociale” (per reddito, grado d’istruzione , relativa sicurezza nelle prospettive di lavoro, ecc). Oggi quel ceto fa fatica a riconoscersi in quella definizione. Cosa è avvenuto?

Sì, è appunto in quel modo che definisco nel mio libro il ceto medio che si è formato negli anni di forte crescita del dopoguerra. Indipendentemente dall’essere autonomo o dipendente, nel settore pubblico o in quello privato, in posizioni professionali diverse, essere ceto medio significava posizioni medie e cresciute nella scala dei redditi e dei consumi, oltre ad aumentato grado di istruzione, relativa sicurezza nelle prospettive di lavoro, protezione dai rischi della vita. E si può dire che questa era percepita come una condizione di acquisita piena cittadinanza sociale: la maggioranza arriverà a dichiararsi di ceto medio nei sondaggi. Era l’età dei grandi “contratti sociali”, orientati a controllare con politiche di regolazione tensioni e disuguaglianze sociali, per coniugare insieme sviluppo economico e coesione sociale, in un quadro di democrazia politica. I vantaggi della crescita erano diffusi nell’insieme sociale, ma il ceto medio cresciuto nel tempo, era diventato il perno dell’equilibrio sociale.

Per più ragioni quel modello è entrato in crisi nel corso degli anni settanta, e nel decennio successivo l’orientamento neoliberista non è stato in grado di ritrovare solidi equilibri economici e sociali. Crisi economiche si sono succedute, e la disuguaglianza sociale è diminuita sino ai primi anni Ottanta, poi è tornata ad aumentare.

In questi anni di crisi abbiamo assistito a fenomeni di “correnti di polarizzazione” verso il basso, e, in misura minore, verso l’alto. Quanto è polarizzata la società italiana? Ovvero quanto è grande la diseguaglianza? 

Abbiamo molti dati concordanti che mostrano come siano presenti forti correnti di polarizzazione sociale. Come dicono gli inglesi, le figure nel mezzo sono state “strizzate”. Su molti pesa la condizione di essere più lasciati a se stessi, e di vivere senza lavoro o con lavori aleatori in condizioni in cui è difficile progettare un futuro. Guardando più da vicino, si vede però dove più ha colpito la crisi. Ovunque la contrazione di reddito e ricchezza è stata maggiore per le classi più povere che per quelle medie. Più precisamente, in Italia la diminuzione del reddito diventa più consistente a partire dal quarto decile e aumenta gradatamente scendendo ai primi decili.

Anche a questo riguardo bisogna comunque fare attenzione. Il fatto che siano in corso correnti di polarizzazione non significa necessariamente che al momento le nostre siano società polarizzate Una società polarizzata sarebbe quella dove due consistenti insiemi sociali, relativamente omogenei, si confrontano con valori e interessi distinti e contrapposti da far valere. In realtà le disuguaglianze sono più distribuite lungo una scala, e gli insiemi che si formano sono molto eterogenei. Lo riconosce uno dei più importanti studiosi e critici del precariato, Ian Standing. Quanto al ceto medio, è certamente dimagrito ovunque, non è più la maggioranza, ma non è affatto scomparso: in Italia conta per il 40% degli attivi.

Nel suo libro, un vero e proprio “racconto del cambiamento sociale, sostiene che, se i fenomeni di “polarizzazione” verso il basso dovessero ancora peggiorare, vede il rischio che il “ceto medio” diventi un “luogo sociale del rischio” con l’eventualità di una radicalizzazione con esiti negativi per tutto il sistema. Quale sbocco potrebbe avere, questa radicalizzazione, in termini sociali e politici?

Effettivamente abbiamo esempi nel passato dei danni prodotti dalla radicalizzazione politica del ceto medio. La Germania e l’Italia degli anni venti e trenta ne sono due esempi. Anche qui bisogna però fare bene attenzione. Anzitutto, rispetto allora, le condizioni sono molto diverse. Resta comunque la possibilità di derive radicali in senso autoritario, se le condizioni dovessero peggiorare. E l’evoluzione dell’opinione pubblica e del quadro politico in molti Paesi non è davvero incoraggiante. Tuttavia, la storia insegna che il ceto medio si è mobilitato come attore radicalizzato quando si è diffuso nei suoi ranghi un atteggiamento di panico, e questo non è il caso attuale nelle nostre società. Oggi il ceto medio è piuttosto una “classe ansiosa”, come ha detto in America Robert Reich a proposito del fenomeno Trump. Riconoscere la differenza fra panico e ansia non ci tranquillizza, ma è importante, e deve farci riflettere che c’è spazio per intervenire, e che il ceto medio non è perduto alla democrazia.

Com’ è la situazione, del ceto medio, negli altri Paesi europei? Di fronte a questa crisi qual è stata la risposta della politica?

L’esplosione della “questione del ceto medio” si è verificata verso la fine del secolo scorso. In America si era annunciata prima ed è stata molto vivace dopo. E’ comunque significativo che, dove più dove meno, si sia manifestata in tutti i Paesi avanzati. Proprio questo la rendeva il segnale che cambiamenti profondi del capitalismo contemporaneo erano arrivati a una fase nuova, con conseguenze sociali pesanti che arrivavano a toccare anche l’insieme prima meglio stabilizzato.

Per circostanze diverse relative all’andamento dell’economia e/o al miglior funzionamento delle compensazioni sociali, la questione è stata sentita meno in Paesi come il Regno Unito, la Svezia, l’Olanda. Qui si trova un ceto medio meno usurato. Più avvertita è stata invece la questione in altri, fra i quali in particolare l’Italia e la Francia. La politica ne ha preso atto, e il problema del ceto medio è entrato nei programmi elettorali. Comunque sia, anche nuovi fattori di crisi – basti pensare alle migrazioni o al terrorismo internazionale – hanno reso meno centrale e specifica l’attenzione al ceto medio. Questa è una tendenza che oscura e tende a rendere episodiche e confuse le politiche che riguardano le classi medie. Faccio osservare che ho cambiato termine di riferimento, perché quanto sta nel mezzo è un insieme ora più eterogeneo, e riemergono le tensioni fra le sue varie componenti professionali, che prima erano mediate in un progetto di ceto medio, politicamente coltivato in combinazioni di risorse diverse.

Lei prende di mira il capitalismo deregolato, ovvero l’estensione della logica del mercato. Quali strade si possono percorrere per superare la crisi?

Non so se questa sua domanda sia, nel clima di oggi, politically-correct; intendo se non sia una domanda impertinente, da non fare in Italia a un professore, specie se anziano. Umorismo a parte, riconosco che è difficile fare politica oggi, per chiunque ci provi. Ed è velleitario sparare sentenze.

Alla fine del mio libro dico qualcosa sulle prospettive, ma qui riprendo solo un punto generale, che era nella domanda. Il mercato è una grande risorsa di regolazione economica e sociale, ma è sprecato se si afferma in un vuoto di regole, tanto più in epoca di globalizzazione e finanziarizzazione. Non solo l’economia non può funzionare bene se lasciata esclusivamente alla autoregolazione di mercato, ma soprattutto è immanente al capitalismo che il mercato tende a conquistare alla regolazione di mercato sempre più ambiti della vita di relazione. Questa tendenza, ha l’effetto di consumare società, di non permettere la vitale, genuina espressione della società civile, di generare anomia individuale e collettiva, e problemi sociali rilevanti.

Queste osservazioni non sono deduzioni “ideologiche”, ma constatazioni analitiche. I modi in cui il consumo di società si verifica, e punti in cui intervenire sono segnalati da molta, buona ricerca sociale. Aggiungo ancora, per precisare, che se è certamente vero che i tasselli da ricomporre nel quadro economico e politico contemporaneo sono diventati più piccoli, incerti e complicati da combinare, il punto è che dobbiamo guardarci anche da una possibile retorica della inconsistenza della società; la società non è completamente sfatta o sbriciolata dai processi di differenziazione e individualizzazione, e retoriche che insistono su questa immagine giocano proprio a favore della radicalizzazione autoritaria.

 

 

Il boom della massoneria. Intervista a Gianfrancesco Turano.

UnknownIl prossimo mese di aprile, con la “Gran Loggia” di Rimini (una sorta di super kermesse massonica),si insedierà Stefano Bisi  il nuovo “Gran Maestro” del “Grande Oriente d’Italia”(la principale “obbedienza” massonica italiana).  Il Goi ha conosciuto, in questi ultimi anni, un incremento notevole d’iscrizioni. Per capire le ragioni, e i problemi, di questo “boom” abbiamo intervistato Gianfrancesco Turano, autore di una inchiesta sulla Massoneria, giornalista del settimanale L’Espresso.

 

Turano, diamo qualche numero: quanti sono, in Italia gli affiliati alla Massoneria (mettendo insieme le due “obbedienze” massoniche quella del Goi – Grande Oriente d’Italia- e degli Alam – Antichi liberi accettati muratori-)?

 

Le due “obbedienze” hanno circa 32000 affiliati, poi c’è una terza “obbedienza” nell’ordine di qualche migliaio che è la Gran Loggia Regolare d’Italia, che sono gli scissionisti del Grande Oriente. Quindi calcoliamo che con queste principali tre obbedienze sono  circa 35000 affiliati, poi ci sono tutte le centinaia di obbedienze che sono abbastanza difficili da scoprire.

 

Il Goi, con il “Gran Maestro” Raffi, è passato da 9 mila a 22 mila  iscritti.  Come spiega questo “boom” anche tra i giovani?

 

Sicuramente è legato, da un lato, ad una campagna fatta dal Gran Maestro uscente Raffi, fatta negli ultimi quindici anni della sua gran maestranza, ha fatto una campagna molto diretta, molto movimentista e ha avuto ragione, perché la sua campagna ha conciso con una profonda crisi dei partiti, quindi la massoneria è stata vista come un’alternativa ad altre associazioni viste come declinanti. In Italia c’è sempre stato il bisogno di  creare delle reti che fossero più o meno evidenti, trasparenti, perché è tradizione in Italia che tutto quello che si muove intorno alle carriere, si muove più agevole se ci si muove in una rete, in una cordata, in un clan. Da questo punto di vista la massoneria è stata percepita come una garanzia di questo tipo, al di là dell’attrattiva che può avere l’aspetto esoterico, che, secondo me, è minoritario.

 

Domenica 2 marzo il  “Goi” ha un nuovo “Gran Maestro”, il giornalista senese Stefano Bisi. Qual’ è la sua “storia”?

 

Bisi è un giornalista che ha lavorato su base locale a giornali e a televisioni, con una brevissima parentesi in Rai a Firenze, a 57 anni è arrivato alla Gran Maestranza sulla scia di Raffi, anche se non ufficialmente è stato il suo padrino dal punto di vista politico,  quello che l’ha appoggiato, ed è stato premiato dal voto. Bisi è un senese, quindi in una città che è considerata massonica per eccellenza. Ed è amico dell’ex numero uno dei Monte dei Paschi Giuseppe Mussari.

 

E’ possibile fare un identitik del “perfetto” Massone?

 

In realtà no, perché il massone vive su due binari: uno associativo e l’altro esoterico, iniziatico. Allora  evidente che ci sono due tipi di massone, uno idealista (che si richiama ad antiche “teorie” e all’illuminismo), e poi c’è il massone, chiamiamolo così, “affarista” che coglie nella massoneria il pretesto per entrare in quella rete che dicevamo prima. L’ala maggioritaria è sicuramente un’ala molto più portata verso gli interventi in società, anche se Bisi, per motivi evidenti, deve tenere un piede anche sul piano dell’esoterismo

 

Quali sono le regioni ad alta “densità” massonica?

 

L’alta “densità” massonica è, tradizionalmente, in Piemonte e in Toscana, qui si parla dell’800. La regione emergente di questi anni è la Calabria, dove non è che la massoneria sia una novità, l’associazionismo massonico ha origini nell’800, ma sicuramente quello che è successo in Calabria, che ha iscritti superiori rispetto alla Lombardia, Sicilia (regioni più popolate della Calabria) colpisce (è riuscita ad esprimere ben 2000 voti, su  circa 16000 aventi diritti, per l’elezione dell’ultimo “Gran Maestro”)

 

Dove si esprime il potere, l’influenza, della massoneria?

Oggi il potere della massoneria, secondo me lo ha descritto molto bene uno storico della Massoneria,  Aldo Mola, quando dice che la massoneria entra nel momento di crollo delle istituzioni, e si è surrogata alle istituzioni che sono crollate.

 

In questi anni c’è stato un inquietante rapporto tra alcune logge calabresi ed esponenti della ‘ndrangheta. Com’è la situazione delle infiltrazioni malavitose?

 

Ci sono ormai una quantità di indagini della magistratura che hanno messo in luce un rapporto molto stre tto, in particolare c’è un’intercettazione ambientale, che risale al 2011, al capo del clan Mancuso, uno dei più potenti dell’’ ‘ndrangheta in cui lui teorizza lo scioglimento dell’ ‘ndrangheta e la sua confluenza all’interno della massoneria. Infiltrazioni mafiose hanno portato alla sospensione di una loggia,  la “Rocco Verduci”,dopo che erano intervenute le forze dell’ordine e la magistratura. È molto difficile stabilire il livello delle infiltrazioni, perché è vero che bisogna presentare un certificato penale per iscriversi, ma è anche vero che una volta che ti sei iscritto, sei dentro non devi più rinnovare questo tipo di documentazione. Mi sembra che in termini di controllo si potrebbe fare molto molto di più. Vedremo cosa farà il  nuovo “Gran Maestro”.

 

Nel periodo buio della storia della I Repubblica con la P2 vi è stata una potentissima influenza sulla politica. Come sono, oggi, i rapporti tra Massoneria e politica?

 

Secondo me è ancora marcata l’influenza della massoneria sulla politica, e non solo sulla politica, ma anche sulla gestione dell’economia, attraverso le società pubbliche, proprio perché è diminuita l’influenza dei partiti e dei sindacati. Quindi questo è un fatto che è anche uno dei fattori che hanno portato alla grande crescita numerica delle associazioni massoniche e del loro successo. È chiaro che quello che noi chiamiamo massoneria o lobbismo, negli Stati Uniti, è un momento della dialettica tra il potere democratico e quello di un’oligarchia.

 

Qualche nome?

I nomi è sempre difficile farli, perché anche se normalmente gli elenchi degli iscritti alle logge sono  a disposizione della magistratura, ma abbiamo visto che, dopo il rinvenimento delle liste della P2 nel 1982, ci sono state altre inchieste (vedi quelle di Agostino Cordova) che hanno portato alla luce le liste, ma bisogna capire se è ancora in vigore la pratica delle logge coperte. Ovviamente i vertici della massoneria lo negano. L’impressione è che le figure apicali vengono tenute ben protette da possibili sguardi indiscreti e questo lo ammettono anche loro.

 

Allora, tirando le somme, cosa inquieta di più della Massoneria?

 

Quello che inquieta di più è quello che dicevo prima è quello di essere un potere oligarchico, che passa attraverso una cooptazione, che potenzialmente tenta di orientare il potere democratico. Questa è una cosa che succedeva già nella Grecia del V secolo a.C. e quindi lungamente testimoniata nella storia, però in una repubblica democratica pone un problema. Io posso esecrare i miei politici, considerarli una banda di farabutti, e ho sempre la possibilità di non eleggerli, ma un’associazione più o meno segreta io cittadino non ho nessuna influenza, invece loro hanno un’influenza molto consistente..

 

 

LA REPUBBLICA DEL MAIALE
Sessant’anni di storia d’Italia tra scandali politici e ossessioni culinarie

SeriesBAW08ALTUna controstoria italiana, dal varo della Costituzione alla fine della Seconda Repubblica. Una lettura strabiliante, questo libro di Roberta Corradin per Chiarelettere (LA REPUBBLICA DEL MAIALE. Sessant’anni di storia d’Italia tra scandali politici e ossessioni culinarie, pagg. 272, €12,90), una scrittura effervescente, gustosissima, strabordante di aneddoti, personaggi, fatti, mode e tic. Una cavalcata di decennio in decennio, dalla fine della fame del dopoguerra alla scoperta del cibo sano e leggero complice la crisi economica di oggi, su e giù sull’ottovolante Italia che ci ha regalato emozioni a non finire tra alta cucina e bassa politica. Lo sguardo obliquo di una affermata critica gastronomica e appassionata cittadina, attenta alle ideologie, di tutti i tipi, ci regala un’Italia mai vista così, un po’ a tavola, in casa e al ristorante, e un po’ tra i banchi del parlamento e al supermercato. Dal primo Autogrill all’ultima ossessione culinaria, ecco il ritratto sorprendente dell’italiano medio. Di come siamo e da dove veniamo. Comprese le ricette che hanno fatto epoca, sarebbe un peccato dimenticarle.

Chi è Roberta Corradin: è nata a Susa nel 1964. Si è diplomata al liceo d’Azeglio a Torino, ha iniziato tre tesi in lettere classiche e non ne ha finita mai nessuna, e nel 1989 ha cominciato a lavorare nei fumetti: «Lupo Alberto», «Cattivik», «Sturmtruppen», «Blue», e l’immancabile «Linus». Nel 1992 diventa lavoratrice anomala ante litteram, e da allora, per circa un lustro, scrive di pseudopsicologia da bar e da parrucchiere per svariate testate femminili. Nel 1995 esce il suo primo libro, Ho fatto un pan pepato… ricette di cucina emotiva (Zelig). I critici la ignorano, i gastronomi la chiamano a scrivere di cucina nelle loro riviste.

In seguito pubblica Un attimo, sono nuda, una storia umoristica misogina (Piemme); Le cuoche che volevo diventare (Einaudi), Tradizione Gusto Passione (con Paola Rancati, Silvana Editoriale) e scrive di viaggi e di cucina per testate tra cui «l’Espresso», «Gambero Rosso», «D La Repubblica delle donne», e altre. Traduce narrativa e saggistica dal francese e dall’inglese.

Ha risolto un decennio di nomadismo occidentale tra New York, Parigi, Roma e la Sicilia sudorientale a favore di quest’ultima, dove insieme al marito porta avanti un progetto di fattoria perma culturale e gestisce un ristorante di mare a Donna lucata.

Pubblichiamo, per gentile concessione Dell’editore, alcuni stralci del libro:

“Sarà stata l’emozione e l’incredulità di trovarsi alle urne per le prime elezioni libere dal 1924, ma dopo il 18 giugno 1946, data in cui la Corte di cassazione sancisce l’esito delle votazioni, ci si mette un po’ a realizzare che siamo diventati una repubblica.

I padri fondatori si accingono al lavoro per redigere la Costituzione. Le riunioni informali di alcuni membri della Costituente si svolgono in via della Chiesa Nuova, in un appartamento di proprietà di due sorelle, le signorine Portoghesi. Dato che la convivialità segna la cultura del Sud Europa dai tempi in cui Ulisse vagava per il Mediterraneo, le sorelle Portoghesi si improvvisano locandiere e cuoche e offrono quel che ci si può permettere nei tempi avari dell’immediato dopoguerra: le vitamine delle verdure, gli amidi delle patate bollite, proteine poche e povere, per lo più da uova e latte.

Un giorno, Vittorino Veronese, all’epoca direttore delle Acli, porta in dono un maialino ripieno. L’abrogazione della monarchia ha svuotato di senso i titoli nobiliari, ma la nobiltà delle proteine suine esercita il suo porco fascino, e il maialino di Veronese suscita unanimi consensi. L’insieme degli ospiti e frequentatori di casa Portoghesi, tra cui figurano svariati padri fondatori della Repubblica, si ribattezza «Comunità del porcellino». «Porco!» è anche l’epiteto con cui l’ex partigiana nonché membro della Costituente Laura Bianchini, ospite fissa della casa di via della Chiesa Nuova, liquida sommariamente ogni interlocutore che non dia soddisfazione alle sue argomentazioni dialettiche.

Anche Amintore Fanfani, frequentatore assiduo di casa Portoghesi, si presenta con un regalo destinato a diventare il simbolo della comunità: un tagliere di legno a forma di porcello su cui ha disegnato la caricatura di tutti i membri, in primo piano l’ex partigiana Laura Bianchini che grida «Porco!».(1)

Negli anni a venire, qualcuno definirà l’Italia «la Repubblica delle banane», ma la Comunità del porcellino è la prova storica che siamo una repubblica gastronomicamente (e non solo) fondata sul maiale.

Il nome della «Comunità del porcellino» si innesta sulla fascinazione secolare del maiale nella cultura contadina, che all’inizio degli anni Cinquanta è ancora la cultura dominante. Ogni famiglia di contadini che si rispetti alleva almeno un maiale, a cui fa la festa entro l’inverno, perché il tempo del maiale è breve (in mancanza di celle frigorifere) e finisce il Martedì grasso. Dalla Val Badia alla Calabria, il rito dell’uccisione del maiale, con le grandi mangiate che vi sono connesse per finire tutto quanto prima che vada a male, è l’evento gastronomico dell’inverno. Almeno, prima che si verifichi l’incantesimo degli anni Cinquanta.

Molti italiani si addormentano il 31 dicembre 1949 in una masseria (parola che all’epoca non include il significato accessorio di b&b squisitamente restaurato con piscina, idromassaggio, aria condizionata e colazione con yogurt e müsli) e si svegliano il 31 dicembre 1959 in un bilocale malcostruito da caste emergenti di palazzinari nelle periferie di Torino o Milano. La differenza si vede dal mattino: sveglia alle 4 in masseria per mungere le mucche, sveglia alle 4 per andare in fabbrica nel Nord industriale. Ripercussioni alimentari sulla colazione: latte appena munto in masseria, latte di mucche ignote variamente scremato nella periferia metropolitana. In dieci anni, l’Italia si trasforma da rurale e feudale (al Sud) in industriale e consumista (al Nord). La sera ci si riunisce a vedere la televisione nel salotto dei leader d’opinione che l’hanno già acquistata, la padrona di casa fa la torta: per lo più, un ciambellone con uova, zucchero, farina, latte, lievito e scorza di limone – per renderlo friabile si ricorre al grasso che c’è a disposizione in casa, che sia burro, olio, o sugna, successivamente cro- cefissa sull’altare del salutismo. Il boom delle automobili ha per indotto la voglia di andare a provare ristoranti fuori porta – in Francia è così che nacque la Guida Michelin nel 1900,(2) per far consumare pneumatici alla gente facendo leva sulla golosità: ça vaut le détour, chiosa il recensore appagato, vale il viaggio. Diffusa sempre più capillarmente, la televisione (3) porta nelle case la pubblicità del cibo industriale e l’idea di una modernità che passa anche e soprattutto per l’affrancamento dall’agricoltura, ovvero dalle correlate fatiche e incertezze. Sarà sufficiente un altro decennio per demonizzare il latte appena munto, veicolo di «terrore» batterico; ma per i «corsi e ricorsi», nel giro di un ulteriore trentennio il demonio sarà la pastorizzazione, e i gastronomi riabiliteranno il latte fresco e le sue intonse proprietà riverberate nei formaggi a latte crudo. La vita è fatta a scale, c’è chi scende e c’è chi sale… anche sugli scaffali di cucina e su quelli dei supermercati.

Alla fine degli anni Cinquanta, gli italiani non sono solo baciati dall’incantesimo dell’industrializzazione nell’imminenza del boom economico che sta per elettrizzarli. Sono anche provati da una serie di scandali di malgoverno a cui si sono dimostrati resistenti (faranno la fine delle mosche col Ddt: veleni sempre più forti per mosche sempre più inattaccabili). Tuttavia, data la nostra innata capacità di far finire sempre tutto a tarallucci e vino, il duplice primato degli anni Cinquanta non è politico ma gastronomico: l’apertura del primo supermercato italiano nel 1957 e l’inaugurazione del primo Autogrill sull’Autostrada del Sole, il 21 dicembre 1959.(4)

Sfogliando a ritroso gli annali di una Repubblica affondata negli scandali sessuali – a cominciare dal 1953 con l’omicidio di Wilma Montesi (5) – si constata che il lato suino della natura umana, dalla Prima alla Seconda repubblica, si celebra di decennio in decennio in un’iperbole crescente di maialate, di cui solo le più caste riguardano la tavola (la maggioranza è di tipo sessuo-politico, con uno schema che si ripete: in realtà non frega niente a nessuno se il tal politico ha l’amante o qualche vizietto, ma nel momento in cui occorre un ricambio, si trova una foto che ritrae, ad esempio, negli anni Cinquanta, il democristiano Mario Scelba che prende il gelato con l’amante in via Veneto, e si obietta sul gusto del gelato).

Possiamo dunque affermare a ragion storica veduta che la nostra è la Repubblica del maiale. Declinata in tutte le connotazioni possibili: metaforica e letterale, gastronomica e morale”.

Note

1 Entrambi gli episodi sono raccontati da Telemaco Portoghesi Tuzi e Grazia Tuzi nel libro Quando si faceva la Costituzione. Storia e personaggi della Comunità del porcellino, Il saggiatore, Milano 2010.

2 La prima edizione della Guida Michelin dei ristoranti italiani vede la luce nel 1956.
3 Nel 1954 gli abbonati sono 90.000, oltre 600.000 nel ’57, più di due milioni nel ’60 (si veda Simona Colarizi, Storia del Novecento italiano, Bur, Milano 2000, p. 372 segg.).

3 Nel 1954 gli abbonati sono 90.000, oltre 600.000 nel ’57, più di due milioni nel ’60 (si veda Simona Colarizi, Storia del Novecento italiano, Bur, Milano 2000, p. 372 segg.).

4 Un modello facsimile di supermercato era stato allestito nel quartiere romano dell’Eur nel 1956 a scopo dimostrativo; il primo Autogrill italiano vanta un primato anche europeo: è il primo «a ponte», a cui si accede da entrambi i sensi di marcia. A metà degli anni Sessanta, 23 Autogrill unificheranno l’offerta gastronomica sulle autostrade italiane. Si veda Lorena Carrara, Come mangiavamo, gli italiani e il cibo negli anni ’50, Academia Barilla 2006, pp. 81-82.

5 Bella ragazza romana trovata morta sulla spiaggia di Ostia. Le indagini, depistate in un primo tempo, accertarono che era deceduta in seguito a un festino organizzato da rampolli della Roma bene (tra nobiltà e politica), durante il quale agli ospiti non venivano evidentemente serviti solo maritozzi con la panna. Il caso Montesi andrebbe studiato nei libri