L’ITALIA DELLA “NUOVA POVERTA’ “. INTERVISTA A NUNZIA DE CAPITE E FEDERICA DE LAUSO (CARITAS ITALIANA)

La pandemia da Covid-19 (coronavirus) ha scatenato in pochissimi mesi una gravissima crisi sociale. Sempre più nuovi poveri si affacciano nelle mense, nei centri di aiuto sociale del volontariato cattolico e non.  Le cifre fanno impressione. Quali sono i volti di questi poveri? E le politiche di contrasto alla povertà sono sufficienti? Lo abbiamo chiesto, in questa intervista, a due sociologhe della Caritas italiana: Nunzia De Capite (responsabile Politiche Sociali) e Federica De Lauso (Ufficio Studi).

Voi della Caritas avete pubblicato l’ultimo rapporto sulla povertà. E quello che emerge è un quadro drammatico.  I “nuovi poveri” avanzano e raddoppiano rispetto ai mesi pre-pandemia. Potete darci qualche dato?

Caritas italiana, al fine di monitorare e mappare le fragilità e i bisogni dei territori in questa fase di emergenza socio-sanitaria legata al Covid 19, ha avviato una rilevazione nazionale (condotta dal 9 al 24 aprile) i cui dati aiutano a leggere e comprendere gli effetti sociali di questa fase inedita ed emergenziale. Non si tratta di un vero e proprio rapporto sulla povertà (quello verrà pubblicato come di consueto in autunno) ma di un monitoraggio realizzato mediante la somministrazione di un questionario destinato ai direttori o responsabili delle Caritas diocesane, sparse su tutto il territorio nazionale e impegnate quotidianamente con i più poveri e i più vulnerabili. I dati che emergono da questa prima rilevazione sono molto preoccupanti, se si pensa che in circa due mesi i “nuovi volti” incontrati sui territori sono stati oltre 38mila, una media di circa 470 nuove prese in carico per ciascuna diocesi; dal periodo di pre-crisi si è registrato un aumento del 105%. Chi era povero in passato oggi si ritrova inevitabilmente più povero, chi si collocava appena al di sopra della soglia di povertà (le famiglie che l’Istat definisce “quasi povere” secondo i parametri della povertà relativa) inizia a non disporre delle risorse necessarie per la sopravvivenza.

Chi sono i “nuovi poveri” italiani e stranieri?

Tra i nuovi volti incontrati ci sono italiani e stranieri, giovani adulti ma anche anziani soli, famiglie con minori, nuclei con disabili. Sono persone che prima dell’emergenza, potevano contare magari su un impiego precario, stagionale o irregolare; o ancora i piccoli commercianti, i lavoratori autonomi, ma anche persone che versavano già da tempo in uno stato di disoccupazione. A loro si aggiungono però anche i cassaintegrati o liberi professionisti in attesa dei trasferimenti monetari di protezione e assicurazione sociale stanziati a marzo, non ancora accreditati.

A fare la differenza in questo particolare momento è la possibilità o meno delle famiglie di attingere a quei risparmi che permettono di “attutire il colpo”, impedendo lo scivolamento in uno stato di indigenza. E in tal senso purtroppo i dati Istat dimostrano che in Italia quasi i due terzi dei nuclei (esattamente il 62%) non riesce a risparmiare ed accantonare alcunché a fine mese e che il 36% delle famiglie non è in grado di far fronte ad una spesa imprevista di 800 euro circa. Il nostro Paese, se negli anni novanta si connotava infatti per essere una nazione di “risparmiatori” oggi risulta profondamente cambiato (a sferzare un duro colpo in tal senso è stata la grave crisi economica del 2008 i cui effetti sono ancora visibili). I dati OCSE ci collocano in fondo alla classifica dei paesi economicamente avanzati, con un tasso di risparmio netto delle famiglie del 2,5%, a fronte di una media europea del 6% (ben distanti dagli anni novanta quando l’incidenza dei risparmi superava il 15%). Detto ciò, la forte impennata delle richieste di aiuto in qualche modo non ci stupisce troppo.

 In questi mesi della pandemia i Centri Caritas delle Diocesi italiane le richieste di aiuto sono più che raddoppiate. Che tipo di  aiuto avete offerto? Qual’è quello che aumentato?

Rispetto alle richieste, si evidenzia soprattutto un aumento delle domande di beni e servizi materiali (in particolare cibo e beni di prima necessità), di sussidi ed aiuti economici (a supporto della spesa o del pagamento di bollette e affitti), del sostegno socio-assistenziale (assistenza a domicilio, compagnia, assistenza anziani), lavoro e alloggio. Forte anche la domanda di orientamento rispetto alle misure di sostegno pubbliche, messe in campo per fronteggiare l’emergenza sanitaria, così come la richiesta di aiuto nella compilazione delle domande. Di fronte alle tante necessità, gli interventi sui territori sono stati numerosi e diversificati. Registriamo in particolare l’attivazione di nuovi servizi legati all’ascolto e all’accompagnamento telefonico che hanno supportato in questa fase oltre 22mila famiglie; la fornitura dei pasti in modalità da asporto o con  consegne a domicilio; la distribuzione di dispositivi di protezione individuale e igienizzanti (di cui hanno beneficiato circa 290mila persone); le iniziative a supporto della didattica a distanza (fornitura di tablet, pc), l’assistenza ai senza dimora (rimodulata per garantire gli standard di sicurezza), l’acquisto di farmaci e di prodotti sanitari.  A questi servizi pensati per l’emergenza, si aggiungono poi le attività ordinarie comunque potenziate: l’assistenza socio-assistenziale, tutte le attività di orientamento, quelle degli empori/market solidali, delle mense e dei centri di ascolto riorganizzati anch’essi nel rispetto delle nuove misure di sicurezza.

Si possono citare poi anche alcune esperienze inedite, che vanno al di là di una risposta al bisogno materiale, come ad esempio quella denominata #TiChiamoio, nata per offrire vicinanza, seppur solo telefonica, alle persone accompagnate prima dell’emergenza, cercando così una modalità per condividere fragilità, preoccupazioni e restituire un po’ di speranza. Questo perché i bisogni legati alla pandemia non sono solo di natura economica.

 Sono aumentati anche i contatti con i vostri Centri di supporto psicologico?

Dal nostro monitoraggio si sono palesate anche problematiche di natura socio-relazionale connesse alla solitudine, ansie, paure, senso di disorientamento, vulnerabilità legate all’incertezza sul futuro. Si evidenzia inoltre un incremento del disagio psicologico e delle problematiche familiari (in termini di conflittualità di coppia, violenza, difficoltà di accudimento dei bambini piccoli o di familiari disabili o anziani). Il tutto è stato registrato sia dai nostri centri di ascolto che dai servizi di supporto psicologico, attivati in alcuni casi proprio in queste settimane.

Insomma un quadro preoccupante davvero. Vi chiedo tra ale persone che si avvicinano a voi qual è il loro sentimento : Rabbia, Rassegnazione, sfiducia, umiliazione?

A tal riguardo vorrei riprendere la testimonianza del direttore della Caritas di Roma, don Benoni Ambarus, che proprio qualche giorno fa in occasione della pubblicazione dei dati diocesani, ha voluto sottolineare il “senso di umiliazione che le persone sperimentano” nel dover chiedere aiuto. Quando una persona si riscopre bisognosa magari di un pasto caldo, di un pacco spesa ed è costretta a far riferimento a centri Caritas, si creano delle vere e proprie “ferite” nel suo animo. In alcuni casi anche indelebili.

La  Chiesa opera attraverso di voi, anzi voi siete la “Chiesa ospedale da campo” sognata da Papa Francesco. Sia pure che in questo periodo non ci sono state liturgie eucaristiche, però voi siete stati il segno della donazione eucaristica concreta ai poveri. Laicamente questa sis chiama solidarietà. Sappiamo che sono aumentati i volontari. Di quanto? E le parrocchie che ruolo hanno avuto?

Un aspetto positivo di questo periodo, possiamo dirlo, è stato il grande coinvolgimento della comunità e l’attivazione solidale che ha riguardato enti pubblici, soggetti del terzo settore, ma anche gruppi di volontariato e singoli cittadini. Le parrocchie in particolare hanno giocato un ruolo centrale sia nell’intercettazione del bisogno che nell’erogazione di una qualche forma di intervento magari in coordinamento con le diocesi. Dalla rilevazione è emerso poi che nel 60% delle Caritas diocesane c’è stato un importante aumento dei giovani volontari che si sono sentiti interpellati e hanno voluto dare un contributo alle proprie comunità; questo ha consentito di far fronte al calo degli over 65, rimasti inattivi per motivi di prudenza e sicurezza. Questa grande partecipazione rappresenta il volto bello, generoso, altruista della nostra Italia.

Sappiamo che il governo ha approntato misure per contrastare questa drammatica situazione. Qual è il vostro giudizio? Ci sono strumenti più efficaci da quelli messi in atto dal governo?

Come ci dice Ocse e Banca Mondiale in tutti i paesi del mondo in questo periodo sono aumentate del 50% le misure di supporto messe in campo dagli stati per aiutare le persone in difficoltà. In genere sono misure che durano 3 mesi, molto generose (fino a un quinto del reddito medio pro-capite) e prevedono trasferimenti economici per l’assistenza sociale, sussidi per la disoccupazione e il sostegno al lavoro. Credito alle imprese e aiuti economici alle famiglie e sostegno ai posti di lavoro sono i tre pilastri attorno a cui tutti i governi si stanno muovendo e anche il nostro l’ha fatto a partire dal decreto cura Italia.  Lì mancavano molte fasce della popolazione colpite dalla crisi e ci auguriamo, come anche sembrerebbe emergere dalle prime indiscrezioni sulle bozze circolanti del decreto, che nel decreto maggio lo sguardo sia ampio ma soprattutto che gli interventi siano immediati, consistenti, a tempo. Il rischio che corriamo ora è di non intervenire per tempo. Questo sarebbe cruciale. Il repentino peggioramento delle condizioni economiche di molte famiglie nel nostro paese rischia infatti di far precipitare nella povertà moltissime persone, se non giungeranno per tempo i sostegni economici necessari. Ci sarà inoltre da evitare di segmentare e sminuzzare gli interventi: non dobbiamo dimenticare che la logica a cui dovrebbero ispirarsi questi interventi è quella della semplicità e della accessibilità da parte di tutti. Non possiamo permetterci di far incagliare le persone, assediate come sono dalle preoccupazioni per la propria sopravvivenza, nei meandri intricati di una burocrazia poco amichevole. Sarebbe come negare quello che sta accadendo fuori.

Il Forum sulle diseguaglianze ha fatto proposte?

Il Forum si è mosso sin da subito, viste le proporzioni immani che stava assumendo l’impatto sull’economia del Covid-19, per portare l’attenzione su una necessità ineludibile: non permettere che nessuno sia lasciato indietro da questa crisi. Concretamente questo significa prevedere una protezione universale per tutti e che sia a misura di tutte le persone, ovvero adeguata alle loro condizioni di vita e ai loro bisogni.

In particolare il Forum Disuguaglianze Diversità insieme ad Asvis e al prof. Cristiano Gori ha elaborato una proposta “CURARE L’ITALIA DI OGGI, GUARDARE ALL’ITALIA DI DOMANI” che integra e sviluppa il pacchetto di misure inserite nel decreto Cura Italia in vista delle misure in corso di approvazione nel decreto maggio. In particolare, la proposta parte da alcuni presupposti:

Avere uno sguardo sull’intera popolazione italiana evitando che qualcuno resti escluso dagli interventi del Governo (lavoratori dipendenti ma anche autonomi, saltuari e precari)

Non mettere in campo misure che possano acuire le disuguaglianze già profonde esistenti nel nostro paese (Sud; donne; stranieri)

Non inventare nuovi dispositivi ma in una fase emergenziale come quella attuale utilizzare le misure già esistenti ampliandole (in tre direzioni: aumentando la platea dei beneficiari, incrementando gli importi oppure integrando con altri servizi di supporto)

Rendere il più semplice e agevole possibile l’accesso alle misure per fare in modo che chi ne ha diritto possa usufruire da subito di tale aiuto e che tutti i destinatari previsti possano riceverlo (adottando per esempio meccanismi automatici di erogazione diretta del contributo a chi ne ha diritto senza che le persone ne facciano domanda).

In aggiunta alla Cassa integrazione e alla Cassa integrazione in deroga previste dal Governo, la proposta prevede due ulteriori misure: il SEA (Sostegno di emergenza per gli autonomi) che completa l’intervento previsto dal Governo (i 600 euro una tantum per il mese di marzo) del trasferimento legando l’ammontare del trasferimento alle condizioni di tutta la famiglia e alla caduta del reddito (supportando chi ha perso di più).

La seconda misura il REM  (Reddito per l’emergenza) che si rivolge a 6-7 milioni di lavoratori privati tra cui i lavoratori a tempo determinato che a scadenza di contratto si ritrovano disoccupati e senza copertura  (200-300 mila di contrattisti a chiamata) e disoccupati che hanno esaurito la Naspi, gli inoccupati e i tre milioni di irregolari. Si dovrebbe trattare di una variante molto semplificata e decisamente alleggerita del Reddito di cittadinanza che accelerare la procedura di accesso e che non prevede per esempio il vincolo del patrimonio immobiliare ora previsto nel Rdc.

Sia SEA che REM avrebbero la stessa durata delle altre misure e cioè fino all’estate 2020.

Ci auguriamo che il decreto maggio assuma l’esigenza di garantire a tutti un sostegno adeguato, robusto e che metta in sicurezza le persone dal rischio concretissimo di cadere in povertà, come si fa in ogni fase di emergenza

Volendo fare una possibile previsione: come pensate che si evolverà la situazione?               

Il Covid ci sta insegnando come prima cosa che le situazioni di emergenza come quella che stiamo vivendo non sono altro che una lente attraverso cui la nostra realtà può essere vista più da vicino: quello che c’è si amplifica e assume proporzioni ipertrofiche, al limite della gestibilità.

Le conseguenze economiche e sociali innescate dalla emergenza sanitaria stanno infatti facendo deflagrare una serie di situazioni di disagio sociale su cui pesava da tempo il deficit di interventi strutturali e organici: la condizione delle persone senza dimora (che in alcune grandi città non vedono riconosciuta loro la possibilità di residenza fittizia e dunque l’accesso a una serie di misure pubbliche), lo stato delle persone anziane e non autosufficienti (domiciliarizzazione vs accoglienza in struttura, dove tra l’altro la sanitarizzazione del sistema di servizi pubblici per la non autosufficienza impedisce di riconoscere la dimensione sociale della loro condizione e di realizzare interventi adeguati), il sovraffollamento delle carceri, l’emergenza abitativa, fra gli altri.

Faglie già aperte all’interno dei nostri sistemi di welfare su cui gli interventi realizzati negli anni, anche ad opera delle Caritas, hanno svolto quanto meno una funzione di contenimento rispetto al loro dilagare. Ma il fatto che non ci sia stata da parte del decisore pubblico una piena assunzione di responsabilità rispetto al da farsi ha trasformato gli interventi temporanei in “un eterno presente senza prospettive”.

A tutto questo si è aggiunto l’improvviso e ancora non determinabile con precisione ampliamento della quota di persone che avendo perso il lavoro a seguito della crisi, saranno dipendenti dal sistema di welfare per la loro sopravvivenza, e i “vulnerabili” che sommeranno alla espulsione dal mercato del lavoro anche la fragilità delle loro reti familiari e sociali (cfr. Castel 2000).

Lo scenario che si profila è una intensificazione e pluralizzazione dell’intervento delle Caritas sui territori in tre direzioni:

Intervenire strutturalmente su alcuni ambiti specifici: Azione diretta (interventi sui territori) e indiretta (advocacy) per affrontare strutturalmente le condizioni delle persone senza dimora, anziani non autosufficienti, bisogni abitativi, carcere.

Sostenere temporaneamente alcune fasce della popolazione: Sostegno economico e materiale di persone e famiglie che vivranno una temporanea assenza di reddito, dovuta per esempio al ritardo nella erogazione dei contributi della cassa integrazione in deroga (dipendendo dalle regioni i tempi per le erogazioni sono più lunghi se le banche non si dicono disposte a anticipare ai datori di lavoro le quote). Si tratta però di situazioni che non rientrano nella tipologia di beneficiari che ordinariamente si rivolgono alle Caritas. Vanno pertanto escogitate modalità di supporto che possano alleviare situazioni di difficoltà che potrebbero restare sommerse (soprattutto in assenza di risparmi a cui le famiglie possano attingere per far fronte alle esigenze economiche)

Guardare agli esclusi dalle misure: Sostegno economico e materiale per coloro che risulteranno non coperti dalle misure del Governo (si dovrà aspettare il Decreto Maggio per capire come si articoleranno gli interventi).

Il secondo insegnamento che la vicenda del Covid – 19 ci consegna è che quando ci eravamo ormai convinti del fatto che tutto fosse “virtualizzabile” ci siamo invece accorti che nulla può essere in realtà completamente “disintermediato”.  Nei giorni del Covid lo spazio pubblico svuotato a causa delle regole del distanziamento sociale è rimasto popolato da coloro che sul territorio nel solco di una continuità di rapporti di fiducia con le persone si sono fatti carico di garantire il sostegno materiale a chi era in difficoltà. Ma non si è trattato in nessun caso di una mera consegna di beni materiali: mai come in questi giorni la distribuzione è stata contatto denso di socialità. Proprio nel tempo della distanza, della soppressione della vicinanza fisica, la prossimità ha significato trovare il modo per “esserci”.

Questa funzione di prossimità dovrà essere declinata dalle Caritas in collaborazione con gli altri operatori sociali territoriali tenendo conto di due elementi:

Le ripercussioni psicologiche per adulti e bambine/i degli effetti che sono trasversali a tutta la popolazione

Il rischio che alcuni effetti del Covid impattino maggiormente su alcune fasce della popolazione che già scontavano divari socio-economici. In tal senso dobbiamo evitare di fare in modo che le disuguaglianze di opportunità già esistenti si accentuino ulteriormente.

A tal fine sono almeno due le direzioni in cui le Caritas possono sostanziare azioni con uno sguardo su tutta la popolazione:

Curare la tenuta degli equilibri psichici in bilico: Azioni di supporto e tutela della tenuta psico-fisica di coloro che stanno subendo i contraccolpi sociali ed economici della crisi (persone che hanno perso il lavoro, persone che non rientreranno al lavoro per via di esigenze di conciliazione legate al prolungamento della chiusura delle scuole, ecc.)

Gestire i vissuti e l’apprendimento di bambine/i al tempo del Covid per non fare della “povertà un destino”: supporto alle famiglie nella gestione e cura dei processi di rielaborazione psicologica ed emotiva dell’esperienza vissuta col lockdown, nel recupero delle lacune didattiche eventualmente accumulate, per prepararli ad affrontare la ripresa delle attività didattiche a settembre e non approfondire o stabilizzare i divari socio-economici esistenti.

Come dice Papa Francesco, “è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità”. Non si può più rimandare ormai e questo il Covid lo ha reso evidente in tutta la sua drammatica urgenza.

ECCO COME NASCE L’ODIO ON LINE. INTERVISTA A STEFANO PASTA

Drammatici fatti di cronaca, anche di questi giorni, scatenano spesso, per non dire sempre, vere e proprie tempeste di odio razziale (nei confronti degli immigrati oppure dei rom), per non dire, poi, di quelle contro la comunità LGBT. Ma come nasce l’odio on line? Ne parliamo, in questa intervista, con Stefano Pasta. Pasta, giornalista professionista, è ricercatore al Centro di Ricerca sull’Educazione ai media dell’Informazione e alla Tecnologia (CREMIT – www.cremit.it) dell’Università Cattolica, diretto da Pier Cesare Rivoltella (che firma la prefazione) ed è autore del libro: Razzismi 2.0. Analisi socio-educativa dell’odio online, Scholé-Morcelliana, 2018. Prefazione di Pier Cesare Rivoltella – Postfazione di Milena Santerini

Stefano Pasta, il tuo libro è una documentatissima ricerca sui “nuovi” razzismi 2.0. L’ambiente digitale fa assumere al fenomeno caratteristiche specifiche. Quali sono?

Il titolo, Razzismi 2.0, è al plurale: le manifestazioni e le intenzionalità di chi agisce l’odio sono diverse. Durante la ricerca raccontata nel libro, ho chattato con ragazzi con un’adesione ideologica strutturata  e con altri – molti di più – che ripetevano “mi stai prendendo troppo sul serio”, “ho fatto solo una battuta”. Ma la posta in gioco è seria: sono giovani che inneggiano alla Shoah, invocano le bottiglie incendiarie contro il centro profughi vicino a casa, insultano il tifoso della squadra avversaria commentano usando “ebreo” come parolaccia, minacciano di stuprare una coetanea che non la pensa come loro. Nel testo propongo una classificazione delle diverse forme di razzismo: a ciascuna corrispondono risposte educative differenti.

Rispetto alla novità introdotta dal Web 2.0, quello segnato dai social network, direi che alcune manifestazioni sono nuove, ma i meccanismi dell’odio e dell’elezione a bersaglio sono spesso quelli classici. Nel primo capitolo provo ad accostare ai casi di razzismo online (reperite su pagine calcistiche, in conversazioni sui social, come commenti a notizie sulla società multiculturale) alle interpretazioni storiche del razzismo. Nel secondo e terzo capitolo, invece, ragiono sulla novità, ossia su quelle caratteristiche del digitale che facilitano la propagazione dell’odio.

Ne accenno alcune: i meme, vignette o immagini stereotipate che vengono riprodotte con leggere variazioni e divengono facilmente virali; la velocità 2.0, specialmente nei social network, dove, anche per rispondere al sovraccarico di informazioni (lo scorrere delle condivisioni su Facebook o Instagram), la nostra mente aumenta le decisioni prese seguendo il sistema 1 (veloce e intuitivo) rispetto al sistema 2 (lento e riflessivo). Tutti noi ci pensiamo più razionali di quello che siamo anche offline, ma online diversi esperimenti ci dicono che aumenta l’influenza del sistema 1. Poi la banalizzazione (talvolta con l’ironia) di ideologie e fatti storici, come il nazifascismo; l’emergere di nuovi canoni di autorialità culturali (non più la casa editrice, la rete televisiva, o il quotidiano cartaceo, ma la visibilità in Rete e le condivisioni sui social), che chiamano in causa la necessità di educare all’informazione di fronte alle fake-news e alla post-verità; l’anonimato, una retorica che serve a giustificare un atteggiamento disimpegnato, seppur sia in realtà difficilissimo agire veramente da anonimi nel Web e soprattutto sia l’idea opposta al “tracciare ed essere tracciati” su cui si basano i social network. Ancora: l’effetto alone e la spirale del silenzio: fenomeni già noti nell’offline ma che in Rete aumentano di importanza e che sottolineano come, di fronte a opinioni che percepiamo minoritarie (per esempio quando i commenti per la morte di un bambino si trasformano in cori di gioia perché rom), è difficile uscire dai ranghi ed esprimere opinioni ritenute impopolari; l’analfabetismo emotivo e il flaming: nel momento in cui l’interazione mediata sostituisce la fisicità del corpo, attiviamo meno meccanismi di simulazione corporea (neuroni specchio), perdendo così la capacità di riconoscere ciò che provano gli altri, vivendo emozioni forti ma disincarnate.

L’odio e il razzismo on line sono più pericolosi rispetto a quelli del passato?

Siamo di fronte a una svolta particolarmente allarmante: il razzismo e il linguaggio di odio non sono mai scomparsi, ma ora li abbiamo normalizzati, resi accettabili socialmente. Una tesi che sostengo nel libro è “il ritorno della razza”. Un’immagine simbolo della mia ricerca è una donna africana paragonata alla scimmia, magari facendo una battuta. Si tratta dell’emblema del razzismo classico, che forse pensavamo scomparso, seppur oggi appare svuotato di credibilità e su basi diverse dal suo significato storico. È un grande cambiamento: la prima parte del Novecento era segnata dall’istanza biologica, la superiorità dei bianchi sui neri; 80 anni fa, le Leggi Razziste fasciste furono accompagnate da testi accademici che sostenevano il razzismo su basi (pseudo)scientifiche. Nel Secondo Novecento, acquista importanza la logica culturalista o differenzialista (i valori di quell’etnia, o di quella religione, sono troppo diversi dai nostri per vivere insieme) e i razzismi impliciti o latenti.

Oggi emerge una novità: online diventa molto più labile la separazione tra razzismi espliciti e latenti, superata tra link, “mi piace”, meme e immagini, evocazioni e condivisioni. Con il linguaggio violento sono caduti alcuni tabù (parole e pensieri che, insieme, avevamo deciso che fossero “indicibili”). La banalizzazione e la deresponsabilizzazione nel Web hanno reso possibile quel processo di accettazione sociale che, ad esempio, ci porta a non essere più scandalizzati dell’associazione tra uomo nero e banana, magari richiamandosi a quella pretesa di “non essere preso sul serio” che i ragazzi mi hanno ripetuto nelle conversazioni sui social.

Nella rete, quindi, quale tipo razzismo è più diffuso: quello tribale o quello di “circostanza”, oppure ideologico? Che caratteristiche hanno?

Nel testo propongo una categorizzazione per analizzare le forme di odio, ma qui vorrei evidenziare un elemento che è abbastanza trasversale. Lo dico citando un giovanissimo, uno dei ragazzi con cui ho chattato per mesi, chiedendo come mai avessero partecipato a performances di razzismo 2.0: «Mi stai prendendo troppo sul serio: era solo una battuta». È questa la risposta più comune che ho ricevuto. La pretesa di non essere presi sul serio, perché il fatto è avvenuto online. Intanto invocavano “zio Adolf” o lo sterminio dei musulmani, partecipando a quel processo di normalizzazione dell’odio o di banalizzazione della Storia di cui abbiamo parlato. Da un punto di vista educativo va contrastata dunque l’idea che nel Web ci si possa comportare in modo deresponsabilizzato, meno attento e più superficiale. In questo clima di odio normalizzato, si inseriscono – in modo studiato – persone che propongono l’adesione a gruppi razzisti. Come il caso dei Banglatour a Roma ha mostrato (spedizioni punitive con botte fisiche contro i bengalesi di alcuni quartieri organizzate inizialmente nei social e poi sostenute dall’estrema destra), dall’online si passa all’offline e i gruppi “spontanei” vengono infiltrati da agitatori organizzati.

In questi ultimi tempi la politica è diventata un agente moltiplicatore di diffusione del razzismo. Quanto è grande la responsabilità della politica in questo? 

Settimana scorsa sono stato a Auschwitz, l’apice del Male della nostra storia. Quando studiamo i fatti storici del passato, dobbiamo leggere i meccanismi e i processi: i camini dei forni crematori divengono possibili perché le ideologie di odio riescono a toccare tasti a cui la gente era sensibile, blandivano interessi reali e diffusi. La cosa che più impressiona è come siano riusciti a trovare consenso anche sui comportamenti più atroci e disumani dei regimi nazifascisti. Mentre l’odio penetra nel discorso pubblico, ci si inibisce e si perde capacità di reagire. Vince quella parola – indifferenza – che Liliana Segre ha voluto a caratteri cubitali all’ingresso del Memoriale della Shoah. Auschwitz è un monito a dove possono arrivare razzismo e odio.

E anche di come, nella storia, quando la politica diviene agente di diffusione del razzismo e di odio, l’esito è drammatico. Dovremmo ricordarcelo quando vediamo l’odio sessista aizzato da chi governa contro Carola “colpevole” di aver salvato vite umane, quando le mamme adottive dicono di aver paura se i figli adottivi di pelle nera salgono sull’autobus da soli, quando episodi di razzismo e antisemitismo sono cronaca quotidiana.

Come nasce un hater?

È vero che decisori politici e operatori dei media hanno una responsabilità particolare, poiché possono orientare e aizzare l’odio, ma l’hater che agisce nel Web è anche ciascuno di noi che, poiché si agisce online, si sente autorizzato a rompere quei tabù che regolano il vivere civile. Gli studi sull’odio online ci dicono che gli hater sono estremamente trasversali rispetto a grado di istruzione, età, provenienza sociale etc: erano le varianti classiche che, negli studi sui razzismi, facevano aumentare le tendenze di odio. Nel Web è tutto più trasversale. Se invece pensiamo agli hater più strutturati, sempre più emerge come alcuni gruppi – con legami con partiti politici, con reti e soldi transnazionali – si organizzino per promuovere l’odio online ai fini del consenso.

Dobbiamo però evitare un rischio: considerare tutti hater “nati” e incalliti. Nel libro racconto che ho chattato con ragazzi che avevano partecipato a performances razziste in modo diverso, producendole in prima persona, condividendo una barzelletta antisemita o cliccando “like” a un post islamofobo. I ragazzi stavano tanto tempo a parlare – senza un motivo particolare – con uno sconosciuto che gli faceva domande strane sul loro comportamento nel Web. C’è dunque spazio educativo, non c’è il rifiuto dell’adulto e questo è un primo segnale di speranza. Ho provato a suscitare empatia, spingendo a mettersi nei panni degli altri: di fronte alla frase islamofoba, raccontavo che la mia compagna di studi avrebbe provato dolore e che il nonno del mio amico ebreo avrebbe sofferto di fronte alla barzelletta sulla Shoah. Gli esiti sono stati diversi: talvolta, senza che glielo chiedessi, i ragazzi hanno cancellato il post razzista, vecchio di molti mesi, un’operazione che nei social network è noiosa e richiede tempo. Anche chi non ha cancellato la performance, la prossima volta, si ricorderà di quella strana conversazione e rifletterà un secondo in più, agendo meno “preso dall’enfasi” (come mi hanno detto in diversi) anche se sta commentando il gol della sua squadra preferita.

Come giudichi il ruolo dei gestori delle piattaforme di comunicazione nel contrasto al razzismo 2.0?

Sicuramente dovrebbero essere chiamati a una maggior responsabilità, come ad esempio la recente legge italiana sul cyberbullismo e diverse indicazioni dell’Ue sull’hate speech hanno provato a indicare. Non è semplice poiché si scontrano due concezioni giuridiche molto diverse: quella statunitense, dove sono basati legalmente molti gestori, che ritiene (offline come online) improponibile alcuna restrizione alla presunta “libertà di espressione”, anche quando lede la dignità umana ed è di aperto incitamento all’odio, e quella europea che invece ritiene la dignità umana il limite da non superare.

Purtroppo anche questo dibattito – come questioni tecniche legate per esempio alla rimozione dei contenuti e all’incontrollabilità della vastità della Rete – mostra come l’approccio repressivo non possa bastare. Occorre investire sull’educazione alla cittadinanza digitale.

Tu sei un pedagogista. Quali possono essere i percorsi di contrasto al razzismo 2.0?

Provo a raccontarlo nella seconda parte del libro. Educare alla responsabilità nel Web, valutando la conseguenza delle nostre azioni. Anche dei nostri silenzi: gli studi sui genocidi ci dicono come, per l’affermazione del Male, sia funzionale la cosiddetta “zona grigia” e l’indifferenza di chi accetta senza agire. Occorre spingere gli spettatori ad assumere il ruolo di soccorritori, processo che può essere facilitato proprio dalla cultura partecipativa della Rete. Nella mia ricerca cercavo i razzismi ma ho incontrato, senza cercarli, tanti giovani disponibili ad attivarsi a favore di un Web dell’inclusione e non dell’esclusione: si tratta di un “capitale antirazzista” che non va sprecato, ma promosso e suscitato. Nel libro descrivo alcune proposte in questa direzione, oltre a censire una serie di campagne, app e progetti efficaci dall’Italia all’Australia.

Uno strumento utile, rivolto ai vari ordini di scuole, è il Curriculum di Educazione Civica Digitale, emanato dal Ministero dell’Istruzione nel gennaio 2018. Due sono le parole chiave, senso critico e responsabilità, che vengono declinate nelle diverse aree, dall’educazione ai media alla creatività digitale, dall’educazione all’informazione al calcolo computazionale. Occorre infatti sottolineare un punto: le caratteristiche del digitale possono essere sia positive, sia negative. Dipende dall’uso che gli utenti ne fanno, se sono solo nativi o anche cittadini digitali. In questo modo usciamo dalla strettoia del dividerci tra “apocalittici” e “integrati” di fronte al Web. È un rischio che sempre si corre quando si diffonde un nuovo media e, non a caso, ho citato un’espressione del 1964 di Umberto Eco riferita alla televisione. La risposta della media education, per una postura intelligente davanti allo schermo televisivo, fu l’educazione al senso critico. Nel digitale questo non è più sufficiente, perché rappresenta solo la metà dell’opera. Non basta più educare lo spettatore, occorre anche educare il produttore che ogni spettatore è diventato grazie allo smartphone che si porta in tasca. Questo significa che insieme al pensiero critico occorre sviluppare anche la responsabilità.

Le radici della crisi del ceto medio. Intervista ad Arnaldo Bagnasco

 

 Arnaldo BagnascoVerso la fine del secolo scorso si è manifestata nei paesi avanzati una crisi del ceto medio. Un segno, tra i tanti, della crisi capitalismo industriale. Crisi che persiste ancora. Oggi il “ceto medio” appare come una “Classe inquieta” attraversata da un rischio di radicalizzazione. Ovvero che diventi “un luogo sociale del rischio”. Quali sono le radici della crisi del ceto medio? Quali dinamiche può scatenare questa crisi? Come ha risposto la politica? Ne parliamo, in questa intervista, con il Professor Arnaldo Bagnasco, emerito di Sociologia all’Università di Torino e accademico dei Lincei. Di Arnaldo Bagnasco la casa editrice Il Mulino ha pubblicato un saggio fondamentale sulla crisi del ceto medio: “La questione del ceto medio. Un racconto del cambiamento sociale” (pag. 230, € 22,00).

 

Professore, incominciamo dando una definizione: ceto o classe media?

Come diceva il sociologo americano Wright Mills, la classe media è un’insalata mista di occupazioni; è una nebulosa che comprende lavoratori indipendenti (come artigiani, piccoli e medi imprenditori) e dipendenti (come gli impiegati pubblici e privati). In realtà, una classe media non è mai esistita, esistono più classi medie professionali, che anche cambiano nel tempo e nello spazio. Eppure, specie in certi momenti, ci si riferisce, nel linguaggio corrente e politico, a un insieme che supera e comprende quelle diversità. Entra allora in gioco il termine ceto, che per i sociologi indica una vicinanza di tratti culturali, stili di vita, possibilità di consumo, effetto anche di misure politiche. Il termine americano middle-class, corrisponde grosso modo all’italiano ceto medio.

Nel suo libro affronta la questione del ceto medio nel più ampio quadro della trasformazione del capitalismo, oggi di stampo neo liberista. Un tempo si definiva il “ceto medio “, tra l’altro, come il ceto, negli anni dell’ascesa, della “Piena cittadinanza sociale” (per reddito, grado d’istruzione , relativa sicurezza nelle prospettive di lavoro, ecc). Oggi quel ceto fa fatica a riconoscersi in quella definizione. Cosa è avvenuto?

Sì, è appunto in quel modo che definisco nel mio libro il ceto medio che si è formato negli anni di forte crescita del dopoguerra. Indipendentemente dall’essere autonomo o dipendente, nel settore pubblico o in quello privato, in posizioni professionali diverse, essere ceto medio significava posizioni medie e cresciute nella scala dei redditi e dei consumi, oltre ad aumentato grado di istruzione, relativa sicurezza nelle prospettive di lavoro, protezione dai rischi della vita. E si può dire che questa era percepita come una condizione di acquisita piena cittadinanza sociale: la maggioranza arriverà a dichiararsi di ceto medio nei sondaggi. Era l’età dei grandi “contratti sociali”, orientati a controllare con politiche di regolazione tensioni e disuguaglianze sociali, per coniugare insieme sviluppo economico e coesione sociale, in un quadro di democrazia politica. I vantaggi della crescita erano diffusi nell’insieme sociale, ma il ceto medio cresciuto nel tempo, era diventato il perno dell’equilibrio sociale.

Per più ragioni quel modello è entrato in crisi nel corso degli anni settanta, e nel decennio successivo l’orientamento neoliberista non è stato in grado di ritrovare solidi equilibri economici e sociali. Crisi economiche si sono succedute, e la disuguaglianza sociale è diminuita sino ai primi anni Ottanta, poi è tornata ad aumentare.

In questi anni di crisi abbiamo assistito a fenomeni di “correnti di polarizzazione” verso il basso, e, in misura minore, verso l’alto. Quanto è polarizzata la società italiana? Ovvero quanto è grande la diseguaglianza? 

Abbiamo molti dati concordanti che mostrano come siano presenti forti correnti di polarizzazione sociale. Come dicono gli inglesi, le figure nel mezzo sono state “strizzate”. Su molti pesa la condizione di essere più lasciati a se stessi, e di vivere senza lavoro o con lavori aleatori in condizioni in cui è difficile progettare un futuro. Guardando più da vicino, si vede però dove più ha colpito la crisi. Ovunque la contrazione di reddito e ricchezza è stata maggiore per le classi più povere che per quelle medie. Più precisamente, in Italia la diminuzione del reddito diventa più consistente a partire dal quarto decile e aumenta gradatamente scendendo ai primi decili.

Anche a questo riguardo bisogna comunque fare attenzione. Il fatto che siano in corso correnti di polarizzazione non significa necessariamente che al momento le nostre siano società polarizzate Una società polarizzata sarebbe quella dove due consistenti insiemi sociali, relativamente omogenei, si confrontano con valori e interessi distinti e contrapposti da far valere. In realtà le disuguaglianze sono più distribuite lungo una scala, e gli insiemi che si formano sono molto eterogenei. Lo riconosce uno dei più importanti studiosi e critici del precariato, Ian Standing. Quanto al ceto medio, è certamente dimagrito ovunque, non è più la maggioranza, ma non è affatto scomparso: in Italia conta per il 40% degli attivi.

Nel suo libro, un vero e proprio “racconto del cambiamento sociale, sostiene che, se i fenomeni di “polarizzazione” verso il basso dovessero ancora peggiorare, vede il rischio che il “ceto medio” diventi un “luogo sociale del rischio” con l’eventualità di una radicalizzazione con esiti negativi per tutto il sistema. Quale sbocco potrebbe avere, questa radicalizzazione, in termini sociali e politici?

Effettivamente abbiamo esempi nel passato dei danni prodotti dalla radicalizzazione politica del ceto medio. La Germania e l’Italia degli anni venti e trenta ne sono due esempi. Anche qui bisogna però fare bene attenzione. Anzitutto, rispetto allora, le condizioni sono molto diverse. Resta comunque la possibilità di derive radicali in senso autoritario, se le condizioni dovessero peggiorare. E l’evoluzione dell’opinione pubblica e del quadro politico in molti Paesi non è davvero incoraggiante. Tuttavia, la storia insegna che il ceto medio si è mobilitato come attore radicalizzato quando si è diffuso nei suoi ranghi un atteggiamento di panico, e questo non è il caso attuale nelle nostre società. Oggi il ceto medio è piuttosto una “classe ansiosa”, come ha detto in America Robert Reich a proposito del fenomeno Trump. Riconoscere la differenza fra panico e ansia non ci tranquillizza, ma è importante, e deve farci riflettere che c’è spazio per intervenire, e che il ceto medio non è perduto alla democrazia.

Com’ è la situazione, del ceto medio, negli altri Paesi europei? Di fronte a questa crisi qual è stata la risposta della politica?

L’esplosione della “questione del ceto medio” si è verificata verso la fine del secolo scorso. In America si era annunciata prima ed è stata molto vivace dopo. E’ comunque significativo che, dove più dove meno, si sia manifestata in tutti i Paesi avanzati. Proprio questo la rendeva il segnale che cambiamenti profondi del capitalismo contemporaneo erano arrivati a una fase nuova, con conseguenze sociali pesanti che arrivavano a toccare anche l’insieme prima meglio stabilizzato.

Per circostanze diverse relative all’andamento dell’economia e/o al miglior funzionamento delle compensazioni sociali, la questione è stata sentita meno in Paesi come il Regno Unito, la Svezia, l’Olanda. Qui si trova un ceto medio meno usurato. Più avvertita è stata invece la questione in altri, fra i quali in particolare l’Italia e la Francia. La politica ne ha preso atto, e il problema del ceto medio è entrato nei programmi elettorali. Comunque sia, anche nuovi fattori di crisi – basti pensare alle migrazioni o al terrorismo internazionale – hanno reso meno centrale e specifica l’attenzione al ceto medio. Questa è una tendenza che oscura e tende a rendere episodiche e confuse le politiche che riguardano le classi medie. Faccio osservare che ho cambiato termine di riferimento, perché quanto sta nel mezzo è un insieme ora più eterogeneo, e riemergono le tensioni fra le sue varie componenti professionali, che prima erano mediate in un progetto di ceto medio, politicamente coltivato in combinazioni di risorse diverse.

Lei prende di mira il capitalismo deregolato, ovvero l’estensione della logica del mercato. Quali strade si possono percorrere per superare la crisi?

Non so se questa sua domanda sia, nel clima di oggi, politically-correct; intendo se non sia una domanda impertinente, da non fare in Italia a un professore, specie se anziano. Umorismo a parte, riconosco che è difficile fare politica oggi, per chiunque ci provi. Ed è velleitario sparare sentenze.

Alla fine del mio libro dico qualcosa sulle prospettive, ma qui riprendo solo un punto generale, che era nella domanda. Il mercato è una grande risorsa di regolazione economica e sociale, ma è sprecato se si afferma in un vuoto di regole, tanto più in epoca di globalizzazione e finanziarizzazione. Non solo l’economia non può funzionare bene se lasciata esclusivamente alla autoregolazione di mercato, ma soprattutto è immanente al capitalismo che il mercato tende a conquistare alla regolazione di mercato sempre più ambiti della vita di relazione. Questa tendenza, ha l’effetto di consumare società, di non permettere la vitale, genuina espressione della società civile, di generare anomia individuale e collettiva, e problemi sociali rilevanti.

Queste osservazioni non sono deduzioni “ideologiche”, ma constatazioni analitiche. I modi in cui il consumo di società si verifica, e punti in cui intervenire sono segnalati da molta, buona ricerca sociale. Aggiungo ancora, per precisare, che se è certamente vero che i tasselli da ricomporre nel quadro economico e politico contemporaneo sono diventati più piccoli, incerti e complicati da combinare, il punto è che dobbiamo guardarci anche da una possibile retorica della inconsistenza della società; la società non è completamente sfatta o sbriciolata dai processi di differenziazione e individualizzazione, e retoriche che insistono su questa immagine giocano proprio a favore della radicalizzazione autoritaria.

 

 

Il boom della massoneria. Intervista a Gianfrancesco Turano.

UnknownIl prossimo mese di aprile, con la “Gran Loggia” di Rimini (una sorta di super kermesse massonica),si insedierà Stefano Bisi  il nuovo “Gran Maestro” del “Grande Oriente d’Italia”(la principale “obbedienza” massonica italiana).  Il Goi ha conosciuto, in questi ultimi anni, un incremento notevole d’iscrizioni. Per capire le ragioni, e i problemi, di questo “boom” abbiamo intervistato Gianfrancesco Turano, autore di una inchiesta sulla Massoneria, giornalista del settimanale L’Espresso.

 

Turano, diamo qualche numero: quanti sono, in Italia gli affiliati alla Massoneria (mettendo insieme le due “obbedienze” massoniche quella del Goi – Grande Oriente d’Italia- e degli Alam – Antichi liberi accettati muratori-)?

 

Le due “obbedienze” hanno circa 32000 affiliati, poi c’è una terza “obbedienza” nell’ordine di qualche migliaio che è la Gran Loggia Regolare d’Italia, che sono gli scissionisti del Grande Oriente. Quindi calcoliamo che con queste principali tre obbedienze sono  circa 35000 affiliati, poi ci sono tutte le centinaia di obbedienze che sono abbastanza difficili da scoprire.

 

Il Goi, con il “Gran Maestro” Raffi, è passato da 9 mila a 22 mila  iscritti.  Come spiega questo “boom” anche tra i giovani?

 

Sicuramente è legato, da un lato, ad una campagna fatta dal Gran Maestro uscente Raffi, fatta negli ultimi quindici anni della sua gran maestranza, ha fatto una campagna molto diretta, molto movimentista e ha avuto ragione, perché la sua campagna ha conciso con una profonda crisi dei partiti, quindi la massoneria è stata vista come un’alternativa ad altre associazioni viste come declinanti. In Italia c’è sempre stato il bisogno di  creare delle reti che fossero più o meno evidenti, trasparenti, perché è tradizione in Italia che tutto quello che si muove intorno alle carriere, si muove più agevole se ci si muove in una rete, in una cordata, in un clan. Da questo punto di vista la massoneria è stata percepita come una garanzia di questo tipo, al di là dell’attrattiva che può avere l’aspetto esoterico, che, secondo me, è minoritario.

 

Domenica 2 marzo il  “Goi” ha un nuovo “Gran Maestro”, il giornalista senese Stefano Bisi. Qual’ è la sua “storia”?

 

Bisi è un giornalista che ha lavorato su base locale a giornali e a televisioni, con una brevissima parentesi in Rai a Firenze, a 57 anni è arrivato alla Gran Maestranza sulla scia di Raffi, anche se non ufficialmente è stato il suo padrino dal punto di vista politico,  quello che l’ha appoggiato, ed è stato premiato dal voto. Bisi è un senese, quindi in una città che è considerata massonica per eccellenza. Ed è amico dell’ex numero uno dei Monte dei Paschi Giuseppe Mussari.

 

E’ possibile fare un identitik del “perfetto” Massone?

 

In realtà no, perché il massone vive su due binari: uno associativo e l’altro esoterico, iniziatico. Allora  evidente che ci sono due tipi di massone, uno idealista (che si richiama ad antiche “teorie” e all’illuminismo), e poi c’è il massone, chiamiamolo così, “affarista” che coglie nella massoneria il pretesto per entrare in quella rete che dicevamo prima. L’ala maggioritaria è sicuramente un’ala molto più portata verso gli interventi in società, anche se Bisi, per motivi evidenti, deve tenere un piede anche sul piano dell’esoterismo

 

Quali sono le regioni ad alta “densità” massonica?

 

L’alta “densità” massonica è, tradizionalmente, in Piemonte e in Toscana, qui si parla dell’800. La regione emergente di questi anni è la Calabria, dove non è che la massoneria sia una novità, l’associazionismo massonico ha origini nell’800, ma sicuramente quello che è successo in Calabria, che ha iscritti superiori rispetto alla Lombardia, Sicilia (regioni più popolate della Calabria) colpisce (è riuscita ad esprimere ben 2000 voti, su  circa 16000 aventi diritti, per l’elezione dell’ultimo “Gran Maestro”)

 

Dove si esprime il potere, l’influenza, della massoneria?

Oggi il potere della massoneria, secondo me lo ha descritto molto bene uno storico della Massoneria,  Aldo Mola, quando dice che la massoneria entra nel momento di crollo delle istituzioni, e si è surrogata alle istituzioni che sono crollate.

 

In questi anni c’è stato un inquietante rapporto tra alcune logge calabresi ed esponenti della ‘ndrangheta. Com’è la situazione delle infiltrazioni malavitose?

 

Ci sono ormai una quantità di indagini della magistratura che hanno messo in luce un rapporto molto stre tto, in particolare c’è un’intercettazione ambientale, che risale al 2011, al capo del clan Mancuso, uno dei più potenti dell’’ ‘ndrangheta in cui lui teorizza lo scioglimento dell’ ‘ndrangheta e la sua confluenza all’interno della massoneria. Infiltrazioni mafiose hanno portato alla sospensione di una loggia,  la “Rocco Verduci”,dopo che erano intervenute le forze dell’ordine e la magistratura. È molto difficile stabilire il livello delle infiltrazioni, perché è vero che bisogna presentare un certificato penale per iscriversi, ma è anche vero che una volta che ti sei iscritto, sei dentro non devi più rinnovare questo tipo di documentazione. Mi sembra che in termini di controllo si potrebbe fare molto molto di più. Vedremo cosa farà il  nuovo “Gran Maestro”.

 

Nel periodo buio della storia della I Repubblica con la P2 vi è stata una potentissima influenza sulla politica. Come sono, oggi, i rapporti tra Massoneria e politica?

 

Secondo me è ancora marcata l’influenza della massoneria sulla politica, e non solo sulla politica, ma anche sulla gestione dell’economia, attraverso le società pubbliche, proprio perché è diminuita l’influenza dei partiti e dei sindacati. Quindi questo è un fatto che è anche uno dei fattori che hanno portato alla grande crescita numerica delle associazioni massoniche e del loro successo. È chiaro che quello che noi chiamiamo massoneria o lobbismo, negli Stati Uniti, è un momento della dialettica tra il potere democratico e quello di un’oligarchia.

 

Qualche nome?

I nomi è sempre difficile farli, perché anche se normalmente gli elenchi degli iscritti alle logge sono  a disposizione della magistratura, ma abbiamo visto che, dopo il rinvenimento delle liste della P2 nel 1982, ci sono state altre inchieste (vedi quelle di Agostino Cordova) che hanno portato alla luce le liste, ma bisogna capire se è ancora in vigore la pratica delle logge coperte. Ovviamente i vertici della massoneria lo negano. L’impressione è che le figure apicali vengono tenute ben protette da possibili sguardi indiscreti e questo lo ammettono anche loro.

 

Allora, tirando le somme, cosa inquieta di più della Massoneria?

 

Quello che inquieta di più è quello che dicevo prima è quello di essere un potere oligarchico, che passa attraverso una cooptazione, che potenzialmente tenta di orientare il potere democratico. Questa è una cosa che succedeva già nella Grecia del V secolo a.C. e quindi lungamente testimoniata nella storia, però in una repubblica democratica pone un problema. Io posso esecrare i miei politici, considerarli una banda di farabutti, e ho sempre la possibilità di non eleggerli, ma un’associazione più o meno segreta io cittadino non ho nessuna influenza, invece loro hanno un’influenza molto consistente..

 

 

LA REPUBBLICA DEL MAIALE
Sessant’anni di storia d’Italia tra scandali politici e ossessioni culinarie

SeriesBAW08ALTUna controstoria italiana, dal varo della Costituzione alla fine della Seconda Repubblica. Una lettura strabiliante, questo libro di Roberta Corradin per Chiarelettere (LA REPUBBLICA DEL MAIALE. Sessant’anni di storia d’Italia tra scandali politici e ossessioni culinarie, pagg. 272, €12,90), una scrittura effervescente, gustosissima, strabordante di aneddoti, personaggi, fatti, mode e tic. Una cavalcata di decennio in decennio, dalla fine della fame del dopoguerra alla scoperta del cibo sano e leggero complice la crisi economica di oggi, su e giù sull’ottovolante Italia che ci ha regalato emozioni a non finire tra alta cucina e bassa politica. Lo sguardo obliquo di una affermata critica gastronomica e appassionata cittadina, attenta alle ideologie, di tutti i tipi, ci regala un’Italia mai vista così, un po’ a tavola, in casa e al ristorante, e un po’ tra i banchi del parlamento e al supermercato. Dal primo Autogrill all’ultima ossessione culinaria, ecco il ritratto sorprendente dell’italiano medio. Di come siamo e da dove veniamo. Comprese le ricette che hanno fatto epoca, sarebbe un peccato dimenticarle.

Chi è Roberta Corradin: è nata a Susa nel 1964. Si è diplomata al liceo d’Azeglio a Torino, ha iniziato tre tesi in lettere classiche e non ne ha finita mai nessuna, e nel 1989 ha cominciato a lavorare nei fumetti: «Lupo Alberto», «Cattivik», «Sturmtruppen», «Blue», e l’immancabile «Linus». Nel 1992 diventa lavoratrice anomala ante litteram, e da allora, per circa un lustro, scrive di pseudopsicologia da bar e da parrucchiere per svariate testate femminili. Nel 1995 esce il suo primo libro, Ho fatto un pan pepato… ricette di cucina emotiva (Zelig). I critici la ignorano, i gastronomi la chiamano a scrivere di cucina nelle loro riviste.

In seguito pubblica Un attimo, sono nuda, una storia umoristica misogina (Piemme); Le cuoche che volevo diventare (Einaudi), Tradizione Gusto Passione (con Paola Rancati, Silvana Editoriale) e scrive di viaggi e di cucina per testate tra cui «l’Espresso», «Gambero Rosso», «D La Repubblica delle donne», e altre. Traduce narrativa e saggistica dal francese e dall’inglese.

Ha risolto un decennio di nomadismo occidentale tra New York, Parigi, Roma e la Sicilia sudorientale a favore di quest’ultima, dove insieme al marito porta avanti un progetto di fattoria perma culturale e gestisce un ristorante di mare a Donna lucata.

Pubblichiamo, per gentile concessione Dell’editore, alcuni stralci del libro:

“Sarà stata l’emozione e l’incredulità di trovarsi alle urne per le prime elezioni libere dal 1924, ma dopo il 18 giugno 1946, data in cui la Corte di cassazione sancisce l’esito delle votazioni, ci si mette un po’ a realizzare che siamo diventati una repubblica.

I padri fondatori si accingono al lavoro per redigere la Costituzione. Le riunioni informali di alcuni membri della Costituente si svolgono in via della Chiesa Nuova, in un appartamento di proprietà di due sorelle, le signorine Portoghesi. Dato che la convivialità segna la cultura del Sud Europa dai tempi in cui Ulisse vagava per il Mediterraneo, le sorelle Portoghesi si improvvisano locandiere e cuoche e offrono quel che ci si può permettere nei tempi avari dell’immediato dopoguerra: le vitamine delle verdure, gli amidi delle patate bollite, proteine poche e povere, per lo più da uova e latte.

Un giorno, Vittorino Veronese, all’epoca direttore delle Acli, porta in dono un maialino ripieno. L’abrogazione della monarchia ha svuotato di senso i titoli nobiliari, ma la nobiltà delle proteine suine esercita il suo porco fascino, e il maialino di Veronese suscita unanimi consensi. L’insieme degli ospiti e frequentatori di casa Portoghesi, tra cui figurano svariati padri fondatori della Repubblica, si ribattezza «Comunità del porcellino». «Porco!» è anche l’epiteto con cui l’ex partigiana nonché membro della Costituente Laura Bianchini, ospite fissa della casa di via della Chiesa Nuova, liquida sommariamente ogni interlocutore che non dia soddisfazione alle sue argomentazioni dialettiche.

Anche Amintore Fanfani, frequentatore assiduo di casa Portoghesi, si presenta con un regalo destinato a diventare il simbolo della comunità: un tagliere di legno a forma di porcello su cui ha disegnato la caricatura di tutti i membri, in primo piano l’ex partigiana Laura Bianchini che grida «Porco!».(1)

Negli anni a venire, qualcuno definirà l’Italia «la Repubblica delle banane», ma la Comunità del porcellino è la prova storica che siamo una repubblica gastronomicamente (e non solo) fondata sul maiale.

Il nome della «Comunità del porcellino» si innesta sulla fascinazione secolare del maiale nella cultura contadina, che all’inizio degli anni Cinquanta è ancora la cultura dominante. Ogni famiglia di contadini che si rispetti alleva almeno un maiale, a cui fa la festa entro l’inverno, perché il tempo del maiale è breve (in mancanza di celle frigorifere) e finisce il Martedì grasso. Dalla Val Badia alla Calabria, il rito dell’uccisione del maiale, con le grandi mangiate che vi sono connesse per finire tutto quanto prima che vada a male, è l’evento gastronomico dell’inverno. Almeno, prima che si verifichi l’incantesimo degli anni Cinquanta.

Molti italiani si addormentano il 31 dicembre 1949 in una masseria (parola che all’epoca non include il significato accessorio di b&b squisitamente restaurato con piscina, idromassaggio, aria condizionata e colazione con yogurt e müsli) e si svegliano il 31 dicembre 1959 in un bilocale malcostruito da caste emergenti di palazzinari nelle periferie di Torino o Milano. La differenza si vede dal mattino: sveglia alle 4 in masseria per mungere le mucche, sveglia alle 4 per andare in fabbrica nel Nord industriale. Ripercussioni alimentari sulla colazione: latte appena munto in masseria, latte di mucche ignote variamente scremato nella periferia metropolitana. In dieci anni, l’Italia si trasforma da rurale e feudale (al Sud) in industriale e consumista (al Nord). La sera ci si riunisce a vedere la televisione nel salotto dei leader d’opinione che l’hanno già acquistata, la padrona di casa fa la torta: per lo più, un ciambellone con uova, zucchero, farina, latte, lievito e scorza di limone – per renderlo friabile si ricorre al grasso che c’è a disposizione in casa, che sia burro, olio, o sugna, successivamente cro- cefissa sull’altare del salutismo. Il boom delle automobili ha per indotto la voglia di andare a provare ristoranti fuori porta – in Francia è così che nacque la Guida Michelin nel 1900,(2) per far consumare pneumatici alla gente facendo leva sulla golosità: ça vaut le détour, chiosa il recensore appagato, vale il viaggio. Diffusa sempre più capillarmente, la televisione (3) porta nelle case la pubblicità del cibo industriale e l’idea di una modernità che passa anche e soprattutto per l’affrancamento dall’agricoltura, ovvero dalle correlate fatiche e incertezze. Sarà sufficiente un altro decennio per demonizzare il latte appena munto, veicolo di «terrore» batterico; ma per i «corsi e ricorsi», nel giro di un ulteriore trentennio il demonio sarà la pastorizzazione, e i gastronomi riabiliteranno il latte fresco e le sue intonse proprietà riverberate nei formaggi a latte crudo. La vita è fatta a scale, c’è chi scende e c’è chi sale… anche sugli scaffali di cucina e su quelli dei supermercati.

Alla fine degli anni Cinquanta, gli italiani non sono solo baciati dall’incantesimo dell’industrializzazione nell’imminenza del boom economico che sta per elettrizzarli. Sono anche provati da una serie di scandali di malgoverno a cui si sono dimostrati resistenti (faranno la fine delle mosche col Ddt: veleni sempre più forti per mosche sempre più inattaccabili). Tuttavia, data la nostra innata capacità di far finire sempre tutto a tarallucci e vino, il duplice primato degli anni Cinquanta non è politico ma gastronomico: l’apertura del primo supermercato italiano nel 1957 e l’inaugurazione del primo Autogrill sull’Autostrada del Sole, il 21 dicembre 1959.(4)

Sfogliando a ritroso gli annali di una Repubblica affondata negli scandali sessuali – a cominciare dal 1953 con l’omicidio di Wilma Montesi (5) – si constata che il lato suino della natura umana, dalla Prima alla Seconda repubblica, si celebra di decennio in decennio in un’iperbole crescente di maialate, di cui solo le più caste riguardano la tavola (la maggioranza è di tipo sessuo-politico, con uno schema che si ripete: in realtà non frega niente a nessuno se il tal politico ha l’amante o qualche vizietto, ma nel momento in cui occorre un ricambio, si trova una foto che ritrae, ad esempio, negli anni Cinquanta, il democristiano Mario Scelba che prende il gelato con l’amante in via Veneto, e si obietta sul gusto del gelato).

Possiamo dunque affermare a ragion storica veduta che la nostra è la Repubblica del maiale. Declinata in tutte le connotazioni possibili: metaforica e letterale, gastronomica e morale”.

Note

1 Entrambi gli episodi sono raccontati da Telemaco Portoghesi Tuzi e Grazia Tuzi nel libro Quando si faceva la Costituzione. Storia e personaggi della Comunità del porcellino, Il saggiatore, Milano 2010.

2 La prima edizione della Guida Michelin dei ristoranti italiani vede la luce nel 1956.
3 Nel 1954 gli abbonati sono 90.000, oltre 600.000 nel ’57, più di due milioni nel ’60 (si veda Simona Colarizi, Storia del Novecento italiano, Bur, Milano 2000, p. 372 segg.).

3 Nel 1954 gli abbonati sono 90.000, oltre 600.000 nel ’57, più di due milioni nel ’60 (si veda Simona Colarizi, Storia del Novecento italiano, Bur, Milano 2000, p. 372 segg.).

4 Un modello facsimile di supermercato era stato allestito nel quartiere romano dell’Eur nel 1956 a scopo dimostrativo; il primo Autogrill italiano vanta un primato anche europeo: è il primo «a ponte», a cui si accede da entrambi i sensi di marcia. A metà degli anni Sessanta, 23 Autogrill unificheranno l’offerta gastronomica sulle autostrade italiane. Si veda Lorena Carrara, Come mangiavamo, gli italiani e il cibo negli anni ’50, Academia Barilla 2006, pp. 81-82.

5 Bella ragazza romana trovata morta sulla spiaggia di Ostia. Le indagini, depistate in un primo tempo, accertarono che era deceduta in seguito a un festino organizzato da rampolli della Roma bene (tra nobiltà e politica), durante il quale agli ospiti non venivano evidentemente serviti solo maritozzi con la panna. Il caso Montesi andrebbe studiato nei libri