Ex Ilva: “Draghi risponde alla crisi dell’acciaio, ma lo Stato non può continuare a essere la bad bank di Arcelormittal”. Intervista a Giuseppe Sabella

Mentre gli operai della ex Ilva scioperano a sostegno del collega licenziato per il post su facebook e per una situazione sempre più insostenibile, con un comunicato congiunto firmato da Fincantieri, ArcelorMittal e Paul Wurth Italia si è resa nota la sottoscrizione di un memorandum d’intesa per la realizzazione di un progetto finalizzato alla riconversione del ciclo integrale esistente dell’acciaieria di Taranto secondo tecnologie ecologicamente compatibili, in attesa del perfezionamento degli accordi di dicembre 2020. Cosa sta succedendo attorno alla ex Ilva? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella che segue dall’inizio la vicenda.

Sabella, questo Memorandum d’intesa si presenta come una cosa interessante. Resta tuttavia da capire quali siano le prospettive del polo siderurgico di Taranto. Lei cosa ne pensa?
La sensazione è che questa intesa sia indirettamente provocata da quello che il governo ha in mente circa il dossier Ilva. Tra pochi giorni sarà composto il nuovo consiglio di amministrazione della società AMI (ArcelorMittal Italia) – per il quale si è fatto il nome di Franco Bernabè – in virtù della finalizzazione delle intese di dicembre 2020. In questa vicenda, che è una delle grandi patologie del sistema Italia, l’unica svolta possibile può essere dettata da una volontà politica forte e chiara negli obiettivi. Può essere che, da questo punto di vista, il governo Draghi sia l’occasione giusta, considerando anche l’opportunità dei fondi europei che sono finalizzati proprio al rilancio delle nostre filiere produttive.

Da questo punto di vista la comunicazione di Mittal, Fincantieri e Paul Wurth ci dice qualcosa?
Si, ci dice qualcosa. Teniamo presente che un paio di mesi fa Danieli, Leonardo e Saipem firmavano un accordo quadro per proporsi assieme in progetti di riconversione sostenibile di impianti nel settore siderurgico, sia in Italia, in particolare nel mezzogiorno, sia all’estero. Il fatto che questi tre importanti player industriali mandassero qualche segnale del tipo “siamo disponibili a occuparci della ex Ilva” ha evidentemente mosso le acque. È probabile che la stessa Mittal sia stata sollecitata, capendo che il governo ha un’alternativa alla società franco-indiana. Inoltre, il 13 maggio vi è l’udienza in Consiglio di stato circa lo stop degli impianti (che è momentaneamente stato sospeso). Dare una svolta alla ex Ilva è necessario, anche in ragione del fatto che si sta aprendo una nuova fase per l’industria europea e la siderurgia italiana in questa partita ha molto da guadagnare.

Almeno sulla carta, come le sembra questa intesa tra Mittal, Fincantieri e Paul Wurth?
Mi sembra buona. L’accordo prevede l’implementazione di nuove tecnologie per migliorare l’impatto ambientale oltre all’individuazione di progetti innovativi per il contenimento delle emissioni. Inoltre, la presenza di Fincantieri significa sviluppo della produzione di acciaio per navi e grandi infrastrutture. Le idee chiare sono fondamentali per la riuscita dei progetti, poi vi è tutta la complessità di farle funzionare. Vedremo, ovviamente dobbiamo sperare nel successo di questa operazione perché, giusto per dare un numero, Ilva vale l’1% del nostro pil.

Dal punto di vista della produzione e del lavoro, com’è la situazione nella ex ilva?
L’anno scorso sono stati prodotti circa 3,5 milioni di tonnellate di acciaio, è il minimo storico. È vero anche che il 2020 è stata un’annata particolare, tra lockdown, crollo della produzione industriale e crisi dell’auto (meno 25% di immatricolazioni in UE). Attualmente la produzione viaggia al piccolo trotto e la cassa integrazione è estesa a tutto il personale fino a giugno, seppur in misure diverse a seconda dei reparti. In sintesi: l’economia va verso la ripresa come ci dice l’Ocse (e anche FMI): per l’Italia la crescita nel 2021 si stima attorno al +4,1% ed è superiore alla Germania (+3%) e alla media europea (+3,9%). È chiaro che è la manifattura a trainare questa crescita e l’acciaio ne è il cuore. Servono però idee chiare e, se fossi al posto di Draghi, cercherei di rinegoziare gli impegni che il governo Conte ha preso con ArcelorMittal, per quanto non sia semplice.

In che senso rinegozierebbe gli accordi tra governo italiano e ArcelorMittal per la ex Ilva?
Lo stato non può continuare a essere la bad bank dei grossi player e l’unico modo per contenere questo stillicidio di risorse è quello di condividere piani industriali con competenza e con politiche di innovazione. È questa l’unica strada per dare competitività all’industria, non ce n’è un’altra. Perché USA e Cina nel triennio che ha preceduto la crisi hanno continuato a crescere e l’Europa si è fermata? Perché l’industria europea ha un deficit di innovazione: ad esempio, l’85% di investimenti in intelligenza artificiale è stato realizzato in imprese americane e cinesi. Ora: mi piacerebbe molto che il governo Draghi condividesse finalmente con ArcelorMittal un innovativo piano di rilancio che porti la ex Ilva sulla strada della sostenibilità che significa in particolare decarbonizzazione. E, soprattutto, vorrei che governo rivedesse la sua partecipazione azionaria nell’assetto societario di AMI. Questa presenza massiccia dello stato nel capitale di AMI non ha nessuna utilità se non quella di alleggerire sempre di più l’impegno da parte dell’azienda, soprattutto se nel 2022 – quando scadranno i termini dell’affitto degli impianti e AMI ne diverrà proprietaria – la nuova società partecipata da Invitalia dovrebbe vedere il soggetto pubblico crescere le sue quote fino al 60%. Questo secondo me è molto sbagliato e pericoloso.

È il livello della presenza dello stato in AMI che la preoccupa o è in disaccordo in toto sulla partecipazione azionaria?
No, non sono in disaccordo in toto. Anche se preferirei che operazioni come questa siano finalizzate a far crescere aziende strategiche, ad esempio come ben fanno i francesi e come in qualche caso abbiamo fatto anche noi, per esempio con Eni, Fincantieri e Leonardo. Per intenderci, il signor Mittal non ha bisogno dei nostri soldi. Trovo tuttavia sbagliata e pericolosa questa massiccia partecipazione perché a questo punto mi chiedo quale sia l’interesse del privato. Quando il privato vede business, non vuole la partecipazione del pubblico, se non in minima parte. Cosa vede Mittal dentro questa alleanza che, secondo Arcuri, arriverà al 60%? E poi, non abbiamo manager pubblici oggi con competenze così sofisticate. L’industria, per via della digitalizzazione dei processi, ha raggiunto livelli di complessità altissimi che già il privato fatica a gestire. Lo vediamo con la vicenda Alitalia: è chiaro che se da 10 anni la compagnia di bandiera presenta questa patologia è perché non abbiamo competenze per sviluppare il trasporto aereo. E anche in questo caso: o si trovano queste competenze o non c’è alternativa al fallimento.

Scuola: le sfide da affrontare per un nuovo cammino. Un testo di Ivo Lizzola

Scuola elementare (Ansa)

Da domani saranno quasi 6,6 milioni gli alunni presenti a scuola sugli 8,5 milioni delle scuole statali e paritarie, 8 su 10. Quasi un milione in più della settimana scorsa, di cui ben 400 mila in Lombardia.

L’unica regione in controtendenza la Sardegna, dove 63 mila alunni di seconda e
terza media e delle superiori lasceranno le aule e si collegheranno da casa. In tutto
saranno quasi 2 milioni quelli ancora a casa in Dad.

Saranno tutti a scuola i bambini della scuola dell’infanzia e primaria, saranno l’87%
in classe gli alunni della scuola media, mentre solo il 38% dei ragazzi delle superiori
potrà frequentare, con la consueta alternanza del 50% e fino al 75% nelle regioni in
cui è consentito.

Sappiamo quanto sia strategico, per il nostro Paese, riaprire le scuole. Ma quali saranno le problematiche da affrontare in questa nuova fase? In questo testo, che pubblichiamo per gentile concessione dell’autore, Ivo Lizzola, docente ordinario di Pedagogia all’Università di Bergamo, ci offre molti spunti per la riflessione.

Ivo Lizzola (LaPresse)

Per ritrovare la scuola nei mesi segnati dalle ondate della pandemia ci si è dovuti cercare. Gli insegnanti, i dirigenti han dovuto cercare allievi e allieve, contattare famiglie, far giungere strumenti ed informazioni. Han dovuto cercare forme, proposte e organizzazioni, molti han cercato nuove didattiche. Han dovuto cercare nuova forza e rinnovate motivazioni. Mentre le loro stesse vite erano provate da lutto o da incertezze, ridisegnate nelle relazioni e nella cura.
Gli allievi e le allieve, gli studenti han dovuto cercare la scuola, i loro compagni, gli insegnanti. Han dovuto cercarli, connettersi, esporsi. E farsi trovare: bisognava in questo un po’ volerlo e un po’ cercare forza, e senso. Non era semplice nella prova, nell’incertezza, e messi allo scoperto da timori e senso di vuoto.
Ci si è dovuti cercare: e a volte non ci si è trovati. Perché qualcuno si è sottratto, o non aveva strumenti e possibilità; o perché la vita aveva ferito o schiacciato. Ma altre volte ci si è trovati: ed è stata scuola.
Certamente la scuola si è riscoperta un luogo di incontro e di rielaborazione di vissuti, di valore particolare se questi sono stati destabilizzati. Li si può accogliere in narrazioni dirette; e li si può “incontrare” attraverso l’accostamento di opere letterarie, di riflessioni culturali; o nell’impegno di un progetto, nell’affrontare questioni, nel ridisegnare problemi.
Una difficile danza di relazioni e reciprocità, di disponibilità e di responsabilità, di interazioni e servizi resi, cooperazioni ha accompagnato in qualche territorio e città questa scuola cercata. Tra momenti comuni, inventati tra presenza e distanza, rielaborazioni personali solitarie; e poi di nuovi confronti, integrazioni e approfondimenti.
Un decisivo e attentamente curato rinvio continuo tra lavoro di studio, ricerca attorno a  oggetti culturali su problemi e linguaggi e lavoro riflessivo su di sé, sul vissuto personale, sulla assunzione del proprio compito di crescita, di sviluppo. Nella consapevolezza, chiara negli insegnanti e da fare sbocciare negli allievi, che raccogliere in noi una questione (un oggetto di studio, un problema, …) è sempre accogliere anche la sua carica e attesa di senso, l’avventura dell’umano che in questa si gioca; è raccogliersi in essa. Entrarci, divenendone in qualche modo parte.
Per anni si dovranno fare i conti con memorie e vissuti destabilizzati, sostenendo nel tempo anche soglie di sofferenza personale e sociale. Cosa ben conosciuta da chi si trova nelle periferie sociali ed esistenziali a provare a fare scuola da sempre.
La didattica a distanza ha “messo a nudo” la scuola. A più livelli. In primo luogo ha mostrato quale e quanta scuola si è preoccupata di restare presente e significativa nelle vite e nelle storie dei minori, e degli adolescenti. Sentendo responsabilità, cura, attenzione. In secondo luogo la scuola è entrata nei tempi e negli spazi (nelle case) di vita degli allievi: è diventata visibile, si è mostrata e proposta sotto gli occhi di allievi e familiari. A volte restando densamente impermeabile e cieca nella sua autoreferenzialità, a volte proponendosi come luogo di riflessione, ricerca, co-formazione, “utilizzando” discipline e linguaggi per leggere ed elaborare quanto la vita “imponeva”. In terzo luogo la distanza ha chiesto attenzione, una ad una, per le condizioni e le storie di allieve ed allievi, oltre le generiche retoriche inclusive. Ha chiesto alleanze sensibili con famiglie così diverse, e diversamente attrezzate, e diversamente provate.
Ritrovare nelle tecnologie, nelle loro potenzialità e nei loro limiti una via per “tenersi in contatto”, per affinare attenzioni e linguaggi, le può fare invece “riscoprire” criticamente. Ma è la presenza che va ricercata: la scuola telematica non è scuola.
La scuola, scrive l’ottimo Fulvio De Giorgi, si costruisce attorno a “diritti pedagogici”: quello all’attivazione, all’osservazione, alla partecipazione; quello alla maturazione, alla rimotivazione, alla valorizzazione delle potenzialità ed al sostegno interattivo nelle difficoltà; quello alla capacità cooperativa, al senso critico, all’esperienza di dialogo e di ricerca; quello all’esercizio di responsabilità, di servizio, di progettazione. Occorrerà ri praticare tutto questo, in presenza responsabile, e in distanza; con esposizioni condivise e sensate. Nei luoghi diversi d’una scuola più diffusa nella comunità e nei suoi tempi, nei suoi vissuti concreti, collegati al mondo.
Le modalità virtuali potranno restare come integrative anche nei mesi a venire.
Ma servirà una rinnovata, o nuova, alleanza tra adulti.
Nella pandemia l’esperienza della conoscenza si deve ridisegnare e non solo perché il conoscere come (solo) operare una presa di controllo conoscitivo e tecnico sul mondo è passato nel fuoco della crisi risultando demitizzato. Riemergendo come luogo di confronto con il limite e come luogo di posizionamento in responsabilità.
Conoscere è domanda e coglimento, coltivazione del senso, del riguardo, del mistero, conoscere è umiltà di un pensiero che osa cercare, e lo fa senza presunzione e rigidità. Conoscere (nella fatica, nel riguardo cui la distanza conduce, nella prova, ..) soprattutto è (ri)diventato co-naissance, esperienza di co-nascita, tra adulti e minori, e tra loro e la realtà, il mondo. Potremmo sottoscrivere quanto sostiene l’allievo di Paul Ricoeur, Philippe Secretan: “Il senso è la relazione di co-nascita/conoscenza (co-naissance) attraverso la quale il mondo diventa umano e l’essere umano familiare con il mondo”. Per via formativa e co-formativa, che è via pratica di esercizio di convivialità, si apprende l’umano, e la nonviolenza.
Preadolescenti e soprattutto adolescenti protagonisti quindi responsabili del loro tempo, del cammino della loro comunità. In una scuola che fa dell’apprendimento-servizio (il service learning per dirla all’inglese) una cultura diffusa, non solo una strategia didattica. E lo affianca a pratiche costanti di tutorato e di educazione tra pari.
Da qualche tempo si sta facendo strada una proposta (vedi gli interventi di Luigi Bobba su Avvenire) di alternanza scuola-servizio civile, rivolta in particolare a ragazzi e ragazze tra i 16 e i 18 anni. Punta a impegnare tutti i giovanissimi che frequentano la scuola superiore e la formazione professionale per almeno due mesi nell’anno, in un servizio volontario e di utilità sociale presso servizi ed enti del terzo settore nel
quadro di politiche e progettualità sociali. Esperienze di educazione civica sul campo: un modo per qualificare e per rafforzare l’appartenenza alla comunità, per coltivare competenze, saperi e sensibilità nel campo dell’organizzazione della convivenza e delle sue istituzioni e servizi.
Esperienze di cittadinanza attiva e matura; esperienze di formazione ed apprendimento; percorsi di tirocinio in équipes di lavoro di ricerca e di promozione sociale.
Una alternanza da inserire nel curriculum delle giovani e dei giovani, con l’acquisizione non solo di crediti formativi ma anche di orientamenti verso la scelta di un Servizio civile europeo da scegliere, maggiorenni, alla conclusione dei percorsi di formazione, con riconoscimento, professionalizzante, svolto nei luoghi della tenuta sociale, della ricerca, della impresa civile, delle organizzazioni non governative, della cura dei beni comuni e di quelli ambientali.
Fasce d’età numericamente minoritarie e più deboli di quelle adulte e anziane potrebbero, così, avere da un lato luoghi di presenza, proposta e pensiero non marginali; potrebbero, poi, in questo modo orientare un mondo dei saperi e dei poteri che è prevalentemente in mano ad over 40/50 verso attenzioni e pensieri di futuro. Verso il rispetto dei cosiddetti “diritti intergenerazionali”.

Sapere è cambiare, cambiare conoscendo. Oggi è importante ritrovarsi arginando solitudini e abbandoni; tenere, grazie alla scuola, ragazze e ragazzi in contatto tra loro. Portarli a star bene con la letteratura, la matematica, l’arte, facendoli uscire, rendendoli protagonisti del capire e del cercare, dello scoprire e dello scegliere. Scoprendo parti di sé per “rimbalzo culturale” come indica Franco Lorenzoni. Ed anche per un lavoro in una comunità di apprendimento che avvia periodicamente percorsi di servizio di alternanza non solo scuola-lavoro ma anche scuola-servizio.

Un luogo, la scuola, in certo modo di “resistenza” umana, di incontro e dialogo dialogale, ma anche di desiderio: desiderare come immaginare insieme, creare, pensare insieme e dedicarsi a ciò che vale. Oggi bambine e ragazze, bambini e ragazzi hanno un grande bisogno di confrontarsi con grandi temi, profondi e difficili, di sostare nelle domande e di approfondire. Non di recuperare contenuti e programmi ma di fare meno e andare in profondità con la riflessione e il confronto. Occorre pensare bene e trovare gli oggetti culturali per questo tempo, scandagliare memorie e patrimoni, da scambiarsi, da indagare. Tutti siamo educati dalla vulnerabilità, da un sapere amante e responsabile, da capacità di tenere coprogettazioni e interazioni aperte e generative.

Il diritto alla crescita, al futuro, alla compagnia tra generazioni vale più del diritto allo studio. Fare sentire il legame tra generazioni e diversità; fare sentire l’aperto del possibile, della vita; fare andare nel profondo delle radici dell’origine, delle realtà; far sentire le consegne ricevute insieme alle capacità: questa l’acqua dell’oasi, necessaria per il cammino.

Esposti, come dice Julia Kristeva, a processi di dis-oggettivazione molte e molti adolescenti derivano verso incapacità di legami, di risonanze dell’incontro con altri, di pensare di lasciare segni insieme ad altri. Forme di un nuovo, profondo e silenzioso nichilismo.
L’incontro reale e forte con la diversità adulta con quella di coetanei delle vite senza riparo ed esposte può provocare, anche a scuola un benefico “urto” con il tempo presente, con il tempo altro, con sogni incastonati nelle memorie, e immaginazioni di futuro. Urto e pratica di parole, scelte, sperimentazioni di “inattualità” e creativo anacronismo, di partecipazione, dedizione, senso di consegne ricevute. Essere a cuore e, criticamente, a distanza dal proprio tempo.
Vi sono, poi, questioni aperte dell’umano che, di generazione in generazione, scavano e riconfigurano l’umano stesso perché lì si sente, insieme, il vuoto e l’aperto, l’appoggio e il mistero. Realtà e questioni non “saturabili” con il definire, lo sciogliere spiegazioni, il prendere controllo con concetti e formalizzazioni, lo specialismo delle riduzioni. Di generazione in generazione ci si ritrova a confrontarsi, ad incontrare, a vivere la realtà e la questione delle sofferenze, del dolore e della morte. E ci si trova a sentire la forza e la tenerezza delicatissima del dono, della cura e dell’more. Questioni, queste, sui confini delle quali si segnano le ferite della distanza e dell’abbandono e le fioriture del per dono e dell’offerta. “Insaturabile” è anche la realtà, e la questione, della bellezza, della danza e del cantico della natura, vivente e inorganica. E lo è pure la meraviglia
del nascente e di ogni inizio, l’aprirsi di a venire in ogni rigenerazione.

Incontrarsi, tra generazioni, “facendo” l’esperienza della scuola, in momenti riflessivi e  di ascolto, di parola, di silenzio, di visone attorno all’insaturabile può permettere di attrezzarsi a stare nella vulnerabile nudità dell’umano, e di resistere quando il tempo erode il sentire fino all’anestesia e sfilaccia le relazioni nello scetticismo cinico e nella sfiducia. Maria Zambrano parla di momenti in cui occorre “trovare la misura del
proprio esistere (…) la direzione e il ritmo del proprio camminare nel tempo”.
Scrive Francesco, papa, del bisogno “di una rinnovata stagione di impegno educativo, che coinvolga tutte le componenti della società, poiché l’educazione è il naturale antidoto alla cultura individualistica, che a volte degenera in vero e proprio culto dell’io e nel primato dell’indifferenza. Il nostro futuro non può essere la divisione, l’impoverimento delle facoltà di pensiero e d’immaginazione, di ascolto e di dialogo, di mutua comprensione”. (Discorso al Corpo Diplomatico – marzo 2021) Chi fa scuola  oggi assume una precisa responsabilità – sia verso una memoria, una storia, soprattutto verso un futuro di altri: della generazione, che assume il proprio compito di sviluppo, e proverà a “rimettere al mondo il mondo” usando un’espressione di Maria Zambrano.
Porre al centro la questione generazionale, riscoprendo che educare è sempre accompagnare ad immaginare e ad aprire un futuro possibile, nel quale sapere scegliere tra possibile e possibile, è entrare in un radicale cambio di paradigma. Non più un impegno, rivolto a singoli, di una trasmissione di saperi e strumenti, di abilità e competenze per entrare in una dinamica di soci che condividono interessi, innovano, si confrontano e competono, che conquistano spazi di autodeterminazione, di potere, di ricchezza e di fruizione, e affermano e contendono diritti. Bensì un impegno nuovo (e antico) volto a promuovere riconoscimento e legame, relazione e interazione tra sguardi, saperi e competenze in un orizzonte fraterno e per un orizzonte di vita comune, di vita messa in comune. Riscoprendo memorie cariche di sogni di coltivazione e di giustizia, saperi e patrimoni simbolici capaci di incontro e di dignità della differenza, pratiche e riconoscimenti di diritti nati da obbligazioni e destinazioni.
Segni del bisogno, ora primario, di una amicizia sociale capace di assumere e attraversare conflitti, sofferte ricomposizioni e rigenerazioni di legame; oltre che di offerte di futuro. Bisogno verso cui si vanno orientando filoni di ricerca delle scienze umane e sociali. Bisogno espresso da arti e filosofia. Ricerca che può ben trovare riverberi in un lavoro educativo e formativo al cuore di comunità in cui pulsa ormai il mondo intero: con il senso umile e concreto dell’artigianalità, la necessità di riscoperte continue. Da svolgere mentre le comunità speriamo vivano una stagione di generosità che è anche perdono, di ricostruzione quotidiana del legame in “oasi di fraternità” (come le chiama Morin nell’ultimo libro) dove dissetarsi, un po’ sostare per poi continuare cammini.
Una scuola come oasi, e come soglia di presidio di fronte al rischio di una catastrofe educativa. Quella che travolgerà anche la scuola se questa resta incastonata nei palazzi della cultura individualista e securitaria, delle chiusure identitarie e della formazione dei funzionari della economia della spoliazione e dello scarto, della prestazione e del successo. Ci vuole visione lucida, saldezza dei criteri di riferimento, volontà politica precisa, specie attorno ai temi della diversità e della vulnerabilità: circa l’impegno della composizione e dell’incontro delle diversità, circa l’attenzione e l’interdipendenza tra capacità e vulnerabilità.
In un periodo come questo il luogo educativo è un “attendamento” in cui si pratica e si immagina un futuro buono e abitabile. Se non ci sono luoghi in cui si fa pratica dell’immaginazione di futuri, davvero è catastrofe educativa.
La catastrofe educativa è l’incapacità profonda di assumere la prospettiva “di generazione in generazione”, che è il vero spazio della libertà. Educare è sempre assunzione necessaria del limite, la delimitazione della presa/pretesa sul presente per lasciare aperte possibilità di futuro, per non consumare tutto il presente e non imparare a calcolare solo sulle prospettive a breve termine. Ormai abbiamo raggiunto il limite estremo di consumo del pianeta, delle possibilità di presentificazione di tutto. Bisogna riprendere la capacità generativa, di andare oltre, di “traboccare”. Questa è una parola che papa Francesco usa spesso: desborde, traboccamento, generosità.
In una scuola c’è sempre un traboccamento verso il futuro, si reimmaginano sempre cose nuove. Come quando nasce un bambino si torna alla prima settimana del mondo, anche quando si educa e si insegnano i linguaggi, le tecniche, i saperi della tradizione è come se li si riprovasse da capo nella loro capacità di dire il mondo, di trasfomarlo e di condividerlo. A volte nella scuola questo è perso e ci si concentra solo sul linguaggio, la tecnica, l’apprendimento e sulla capacità di farne prestazioni: questa apre alla catastrofe educativa.

La scuola come dovrebbe assumere questa sfida? Da tanti anni la scuola si vive in rincorsa rispetto alla velocità del modificarsi delle tecnologie e del mondo lavoro. La scuola, invece, deve essere anticipo, luogo collocato sull’orizzonte: come una bandiera continuamente spostata sull’orizzonte in cui tutte le memorie e le consegne del passato vengono praticate immaginandone una funzione futura, buona, fraterna. Bisogna
ripensare la scuola non in rincorsa ma in avanti, come annuncio. Quando tu insegni una disciplina a scuola ne insegni le grandi possibilità di trasformazione del mondo, non insegni la disciplina come esercizio di misurazione o di potere. Pensiamo, poi, a quanti bambini e adolescenti nel mondo crescono in situazioni di guerra, di incertezza, di uso autoritario della forza, senza adulti che di loro abbiano cura. Il mondo è pieno di
minori non accompagnati e di adulti sopraffatti da problemi di sopravvivenza che non possono accompagnarli. Ci sono anche adulti che li sfruttano e li usano, non se ne curano per giochi del potere e di economia che sfigurano l’umano e la vita del pianeta.
Educare in oasi come la scuola, in cui respira il mondo ed il futuro, non la particolarità che prepara al conflitto distruttivo, e vedere l’altro come nemico e minaccia, decostruendo il nemico, facendo abitare l’altro presso di sé e abitando l’orizzonte dell’altro: è ricerca e fatica, ma è anche compito adulto, di presidio, scoperta e impegno di pace e bellezza.

“Ricostruire l’Italia, con il Sud”. Intervista a Luciano Brancaccio

 

Nei giorni scorsi la rivista “il Mulino”, nella sua edizione on line, ha pubblicato un documento appello di importanti docenti universitari, nella stragrande maggioranza di università del sud Italia, in cui si propone di mettere all’attenzione del piano di ricostruzione italiano, con i fondi del “Next Generation UE”, il mezzogiorno d’Italia. Un documento davvero interessante. In buona sostanza si afferma che non ci sarà una vera ricostruzione del nostro Paese senza il Mezzogiorno. Questo documento ci offre l’opportunità di fare il punto sul “meridionalismo”. Esiste un nuovo meridionalismo? Ne parliamo , in questa intervista, con il professor Luciano  Brancaccio.  Luciano Brancaccio insegna Movimenti Sociali e Politici all’Università di Napoli Federico II. Conduce studi sulla politica e sulla criminalità organizzata in una prospettiva territoriale. Su questi temi ha di recente pubblicato: Il populismo di sinistra: il Movimento Cinque Stelle e il Movimento Arancione a Napoli (con D. Fruncillo), in «Meridiana» (2019); Crisi del clientelismo di partito e piccole rappresentanze territoriali. Forme e spazi del consenso personale a Napoli, in «Quaderni di Sociologia» (2018); I clan di camorra. Genesi e storia, Donzelli (2017).

Professore, lei e alcuni suoi colleghi, in maggioranza docenti nelle Università del Mezzogiorno, avete scritto un documento appello, in dieci punti, interessante, dal titolo :”Ricostruire l’Italia, con il Sud”. Però, prima, se mi è consentito, vorrei fare alcune domande sulla cultura “meridionalista”. Sappiamo bene quanto importanza ha avuto nella storia unitaria del nostro Paese il meridionalismo. Salvemini, Gramsci, Sturzo, E di Pasquale Saraceno, sono nomi che hanno fatto grande il “meridionalismo”. Ebbene, nel dibattito politico italiano, il “meridionalismo” sembra scomparso. Perché? Perché nessuno si professa più “meridionalista”?

C’è una ragione di carattere politico e una riguardante la riflessione sul tema. Quanto alla prima, l’inabissamento del discorso sul Mezzogiorno è una conseguenza della scomparsa del Mezzogiorno dall’agenda politica nazionale. Fino agli anni 70 gli interventi per il Mezzogiorno si inscrivevano nelle politiche per l’industria fordista, che è stata una componente non trascurabile dell’economia del Sud. Essi consistevano essenzialmente in misure di carattere macroeconomico: incentivi automatici alle imprese e grandi investimenti industriali di natura pubblica. Tramontata la fase fordista, la politica non è stata in grado di riformulare il problema, limitandosi a misure di equilibrio finanziario. Ciò ha avvantaggiato la struttura produttiva basata sulla piccola e media impresa del Nord, che poteva contare, diversamente dal Mezzogiorno, su un vantaggio competitivo costituito dalla migliore funzionalità dei fattori di contesto, relativi per esempio all’accesso al credito, a una imprenditorialità diffusa che facilmente creava reti di collaborazione, a una maggiore efficienza della Pubblica amministrazione.

Ma se la politica non è stata in grado di fare ciò è anche perché il pensiero sul Mezzogiorno non è riuscito a innovare a sufficienza le proprie categorie di analisi. Il passaggio postfordista richiedeva di superare l’approccio economicistico per affrontare i nodi irrisolti del contesto che, dopo il tramonto della grande industria, diventavano ancora più decisivi: i problemi strutturali delle grandi città, delle aree interne, delle capacità sociali e dei limiti politici. Ci sono stati alcuni studiosi, sociologi ed economisti, che hanno spinto molto negli anni passati per innovare in questa direzione. Solo per fare due nomi, Carlo Trigilia e Gianfranco Viesti hanno messo in evidenza a più riprese l’importanza di analisi che inquadrassero il ruolo dei fattori non strettamente economici dello sviluppo. Ma, complice anche la congiuntura storico-politica sfavorevole di cui dicevo, queste analisi non hanno trovato adeguata connessione con le politiche nazionali e il Mezzogiorno è entrato in un cono d’ombra dal quale ancora non è uscito.

Saraceno parlava di un “blocco sociale” (che non era più la borghesia agraria) che ha condizionato l’intervento dello Stato piegandolo agli interessi di quel blocco sociale (dilapidando il bilancio dello Stato con le famose “cattedrali nel deserto”). Non c’è lo stesso rischio anche oggi?

Quella espressione si riferiva alla presenza di un potere consolidato basato su interessi parassitari e promosso anche in sede nazionale. Oggi, semmai il problema è opposto. Nel Mezzogiorno non c’è un problema di poteri forti che fanno gerarchia, c’è piuttosto un problema di carenza di interessi organizzati. D’altra parte, i grandi mediatori clientelari della prima repubblica sono tramontati all’inizio degli anni 90. L’impoverimento assoluto e relativo degli anni successivi ha messo il Sud alla mercé di interessi diffusi, parcellizzati, particolaristici (tra i quali anche i circuiti di criminalità organizzata, che tuttavia costituiscono un problema generale e non solo del Sud, come si vede dalle recenti inchieste). Non c’è un blocco sociale al Sud, quindi. Almeno non nel senso del temine e nella dimensione dei fenomeni analizzati dal meridionalismo classico nelle varie fasi storiche del 900. Non è un caso che una nuova offerta politica antisistema (vedi il consenso verso il M5S e marginalmente la Lega di Salvini) trovi ampie praterie proprio al Sud, con scarsa capacità di resistenza, se non da parte di alcune leadership locali che agiscono su un registro decisamente populistico. Questo rende, paradossalmente, il Mezzogiorno un terreno relativamente sgombro, adatto alla ricezione di politiche innovative, purché se ne controllino in modo efficace le procedure e i risultati.

Saraceno auspicava un nuovo meridionalismo. Le domando: Esiste? Quali sono i punti cardini?

Un disegno unitario ma che deve essere in grado di declinarsi secondo le specificità dei luoghi e dei contesti socio-economici. Occorre fare tesoro della storia dell’intervento – e del non intervento – per il Mezzogiorno che abbiamo alle spalle. Politiche che promuovano l’uguaglianza, come da dettato costituzionale. Che assicurino che i servizi per i cittadini e per gli operatori economici erogati dallo Stato siano omogenei, a cominciare dai settori strategici (scuola, sanità, università e ricerca). Che assicurino una infrastrutturazione delle reti (di trasporto, di comunicazione) che metta tutti i territori in grado di dare il proprio contributo alla ricchezza nazionale. Per una questione morale di equità nazionale, che pure è decisiva per il prestigio del paese, ma anche e soprattutto per la convenienza che deriva dalla maggiore remuneratività degli investimenti nel Mezzogiorno. Questo significa, per esempio, che i trasferimenti dello Stato devono essere parametrati almeno al peso demografico e alle possibilità di miglioramento delle istituzioni locali, non alla spesa storica che invece è un moltiplicatore delle disuguaglianze. E significa anche che occorre utilizzare in modo perequativo la spesa in conto capitale per investimenti mirati allo sviluppo nel Mezzogiorno.

Parliamo del vostro documento – appello. Il titolo è molto bello e significativo: “Ricostruire l’Italia con il Sud”. l’occasione viene offerta dal Recovery Fund. Qual è la filosofia di fondo del documento? Quali sono i punti strategici?

La filosofia è quella di considerare l’Italia per quella che è e non per quella che spesso emerge nel dibattito pubblico: un paese unitario che sarà in grado di uscire dalla crisi in cui si è infilata e di cogliere le opportunità che ci vengono dal PNRR solo se saprà farlo con tutti i suoi territori. Occorre riconoscere e mettere a valore le complementarietà e le interdipendenze tra le economie e i territori del Sud e del Nord. La contrapposizione tra territori del nostro paese che spesso è sottointesa nel dibattito politico, nelle esternazioni di alcuni leader e anche nelle elaborazioni di alcuni tecnici ed esperti (qui spesso camuffata nel discorso sulle “eccellenze”) è una astrazione che non ha alcuna rispondenza nella vita reale dei cittadini e delle imprese, del Sud e del Nord. Se si vuole migliorare e offrire nuove prospettive per la parte attualmente avvantaggiata, occorre favorire un significativo avanzamento della parte più svantaggiata. D’altronde se abbiamo ottenuto come paese la porzione maggiore di aiuti europei è proprio per recuperare un gap territoriale interno che non ha eguali in altri paesi. Questo è l’obiettivo del piano europeo e su questo ci sarà chiesto conto. Chiediamo quindi che in ogni missione e linea progettuale del PNRR siano resi espliciti gli obiettivi territoriali e i risultati attesi per i cittadini e le imprese.

Sappiamo che l’Italia in Europa ha due pessimi primati: una cattiva capacità di spesa dei fondi europei e, anche, di cattive opere pubbliche (alcune). Come evitare che la storia si ripeta?

Rinforzando e innovando la PA. Occorre un intervento straordinario di riforma e rafforzamento delle amministrazioni pubbliche e in particolare di quelle comunali, di semplificazione delle norme e delle procedure. Nel Mezzogiorno gli organici sono ridotti rispetto al centronord e speso inadeguati dal punto di vista della formazione e dell’istruzione. Le nuove competenze e motivazioni dei giovani laureati devono essere trasferite direttamente, attraverso un piano straordinario di assunzioni, nel personale amministrativo degli enti periferici dello Stato e degli enti territoriali.

Un ruolo centrale, secondo voi, deve essere giocato dagli Enti locali. In particolare dai comuni. Ma non sono l’anello debole della catena?

Non più di altre amministrazioni pubbliche. Teniamo presente che i comuni negli ultimi anni hanno subito più di altre amministrazioni pesanti tagli ai trasferimenti. Gli organici si sono ridotti notevolmente di numero e sono invecchiati (anagraficamente, ma ancor di più come capacità di far fronte ai nuovi compiti richiesti dalla rivoluzione digitale). I comuni insieme alle aree metropolitane sono l’istituzione più vicina ai cittadini, quella maggiormente in grado di tarare gli interventi sulle specifiche caratteristiche dei territori.

Avete avuto un riscontro positivo al vostro documento?

Ci sono state molte manifestazioni di interesse, inviti a dibattiti, iniziative di ascolto. Di recente il Ministro per il Sud ha organizzato una giornata di ascolto in cui ha invitato Viesti che ha illustrato i contenuti del nostro documento. Tuttavia, siamo scettici per mestiere, sappiamo che non basta un dibattito o un gesto di interesse per modificare significativamente l’agenda politica del paese. Per questo intendiamo vigilare e rilanciare in tutte le sedi possibili i nostri convincimenti.

 

VINCERE LA MORTE OGGI. Un sermone di Maurice Zundel

Una intensa meditazione, questa di Padre Zundel, sulla Resurrezione. Anche
quest’anno siamo in piena pandemia. Le parole di Maurice Zundel, teologo e mistico
svizzero, possono offrirci, in questo tempo doloroso, spunti interiori per la Pasqua. Di
seguito pubblichiamo il Sermone di Zundel, tradotta dal francese da Mario Bertin.

Una delle più grandi affermazioni della patristica sono queste parole di
sant’Ambrogio: “Il Verbo si è fatto carne affinché la carne si facesse Verbo”.
Queste parole sono il migliore commento al testo di san Paolo della prima
lettera ai Corinzi (15, 1-10). Che cosa vuol dire che la Resurrezione di Cristo è la
condizione della nostra? Che la nostra resurrezione è fondata su quella di Gesù?
Che cosa vuol dire per noi, uomini d’oggi? Che cosa vuol dire per l’uomo della
strada che siamo chiamati a resuscitare?
Le parole di sant’Ambrogio tracciano una direzione per scoprire nella
resurrezione di Gesù l’assicurazione della nostra e conseguentemente una ragione di
vivere oggi la nostra vita in pienezza, ciò che sarebbe impossibile senza la
prospettiva della resurrezione.
Sant’Ambrogio ce ne offre una chiave quando dice che “l’iconoclasta” (il Verbo
non rappresentabile attraverso alcuna immagine) “divenne il Verbo”. Egli
presuppone, dunque, una glorificazione della carne, presuppone una stupefacente
trasformazione in noi ora, oggi, nella vita di quaggiù, che è già una vita eterna,
presuppone che la nostra stessa carne si eternizzi.
E’ dunque impossibile immaginare la resurrezione universale se non la si radica
in una esperienza d’oggi che abbia di mira la trasfigurazione della nostra carne, la
glorificazione del nostro corpo.
E immediatamente intravvediamo che l’antropologia biblica non è
l’antropologia platonica. Mentre, infatti, per Platone il corpo è una tomba, è cioè un
ostacolo alla vita dell’anima, essendo per essa una prigione e una forma di
degradazione, la Tradizione biblica, al contrario, arricchita dalla esperienza cristiana,
assume l’Uomo nella sua interezza, senza dicotomizzarlo, senza dividerlo in corpo e
anima, in spirito e carne, perché tutto l’accento della novità cristiana è posto sulla
persona.
Ciò che è di ostacolo alla grandezza dell’uomo non è la sua corporeità, non è la
sua carne, non è il suo corpo, è lo spirito di possesso che lo inchioda a sé, è l’io nel
quale siamo tutti invischiati, l’io proprietario, l’io che si erge a centro di tutto, l’io
che vuole accappararsi tutto, l’io, infine, che non abbiamo scelto noi e che è
appiccicato a noi fin dal nostro concepimento, fin dalla nostra nascita, fin dalla
nostra infanzia.

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Siamo così dominati da un io che è semplicemente la proiezione e il risultato di
tutte le influenze cosmiche che hanno pesato su di noi o sui nostri antenati. E’ l’io
cosmico, l’io che subiamo, l’io che è la nostra vera prigione, che rappresenta
l’ostacolo allo sviluppo, alla libertà, alla grandezza, alla dignità della nostra vita,
anche nel caso in cui esteriormente si affermi.
Perciò, quando parliamo di vita interiore, non intendiamo opporre il visibile
all’invisibile, il tempo all’eternità, la carne allo spirito, ma opporre ciò che subiamo a
una creazione che sia il risultato della nostra iniziativa.
Sant’Agostino, quando parla della sua conversione, nei termini più semplici e
umani, universali, la descrive come un passaggio dal fuori al dentro: “Tu eri dentro di
me e io ero fuori”.
Naturalmente non si tratta di un fuori fisico. Si tratta di un fuori metafisico. Io
ero fuori, cioè straniero di me stesso, subivo cioè la mia vita, ero schiavo di tutto ciò
che mi era stato imposto dalla mia nascita, obbedivo ai miei nervi, ai miei umori, al
mio temperamento, alle mie ghiandole; non ero il creatore di me stesso, non ero
una sorgente e un inizio, né un’origine, né uno spazio: ero soltanto una cosa.
Invece di essere “qualcuno”, ero “qualcosa”; l’incontro con Dio, facendomi
passare dal fuori al dentro, mi ha fatto passare da qualcosa a qualcuno. Ed è così che
tutto il mio essere è stato portato al di dentro, cioè in quell’universo inviolabile che
sfugge ad ogni costrizione e che è l’universo della persona.
Ora, sapete bene che della vita dello spirito non se ne può disporre; la vita
dello spirito è inviolabile, non si può costringervi ad ammettere ciò che la vostra
intelligenza è incapace di percepire come vero. Non si può costringervi ad amare ciò
per il quale il vostro cuore prova una ripugnanza invincibile. Non si può imprigionarvi
entro alcun limite. Siete una capacità inviolabile e infinita.
Ed è proprio questo che il Vangelo vuole realizzare in noi; non opporre il
mondo a noi, ma, al contrario, liberarci da tutto ciò che ci rinchiude nel mondo
“decaduto”. Il mondo decaduto è semplicemente un mondo non assunto, un mondo
subito, un mondo dal quale ci si lascia condurre, invece di decidere da se stessi.
E ciò che Dio ci apporta: tutta la Sua ricchezza, tutta la Sua bellezza, tutta la
Sua grandezza, tutto il Suo amore, è per glorificare pienamente la nostra vita, per
trasfigurare in noi tutte le nostre fibre organiche in potenza spirituale.
Cerchiamo di capire. Non si tratta assolutamente di spegnere in noi la vita. La
parola mortificazione è la peggiore si possa usare. Si tratta, al contrario, di
rimuovere tutto ciò che impedisce alla nostra vita di avere una grandezza e una
dignità infinite.
Se consideriamo la nostra vita in questa luce, se pensiamo che siamo chiamati
ad essere il Tempio di Dio, il Santuario dello Spirito e il Corpo di Gesù, allora ci
troveremo di fronte ad un atteggiamento di rispetto che farà di noi l’altare, il

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tabernacolo in cui Dio si rivela, in cui Dio manifesta la Sua Vita, trasfigurando la
nostra affinché possa comunicare la Sua.
Se voi presentate un corpo non trasformato, non trasfigurato, non glorificato
dalla Presenza di Dio, la resurrezione non interesserà nessuno, non avrà alcun senso.
Ed è per questo che la Resurrezione di Nostro Signore è rimasta il segreto della
comunità.
E’ veramente notevole che, se Nostro Signore ha continuato ad essere morto
agli occhi della gente, voglio dire che, se chiunque ha potuto vederlo senza essere
motivato dalla Fede, così non è stato per la Resurrezione.
La Resurrezione ha una portata meno pubblica. Essa ha avuto per testimoni i
discepoli, gli uomini della Fede, gli uomini che erano capaci – o che presto sarebbero
stati capaci – di vivere interiormente questo evento per una trasformazione di loro
stessi che li avrebbe messi in grado di comprendere la vittoria di Gesù sulla morte,
che non vuol dire nulla per chi non ha vinto la morte, oggi, la morte dentro di sé.
L’ammirevole brano di san Paolo elenca tutta la catena dei testimoni della
Resurrezione per affermare la nostra (1Cor. 15, 4-8). Questo testo bisogna prenderlo
in spirito e verità, come un appello a fare della nostra vita d’oggi una realtà divina, in
un rispetto di noi che si rivolge a noi come al Santuario che siamo.
Perché, che cosa sono le magnifiche Cattedrali e le Basiliche di fronte alla
Cattedrale che siamo noi stessi, la quale, sola, è capace di vivere di Dio sia
interiormente che esteriormente? Non sono le pietre delle Cattedrali a vivere di Dio,
se non come simboli, anche se ammirabili. Siamo noi ad essere diventati vivi e
chiamati a comunicare questa vita a tutta la creazione, che non può nascere senza di
noi.
C’è dunque nel Vangelo della Resurrezione propostoci da san Paolo con tanta
fermezza una incidenza nella nostra vita di oggi che ci fa comprendere perché la
Resurrezione sia presente nel Credo cristiano.
Il Credo cristiano è essenzialmente realista. Emana da una esperienza umana
infinita nello stesso Gesù Cristo; esperienza che si perpetua attraverso il Corpo
Mistico di Gesù, che è la Chiesa, e che deve, oggi, diventare la nostra.
Si tratta, dunque, per noi di glorificare il nostro corpo, di tributargli tanta stima
e tanto onore, di trattarlo realmente come il Corpo del Signore e il Tempio dello
Spirito Santo così da non poter incontrare noi stessi senza incontrare Dio.
E’ il paradosso evangelico che esprime in maniera così perfetta sant’Ambrogio:
è di avere glorificato e divinizzato il corpo che a Platone appariva come l’ostacolo
essenziale alla vita dello spirito. No. Non si tratta di abbandonare la terra, non si
tratta di uscire dal nostro corpo, non si tratta di disprezzare la carne; si tratta, al
contrario di divinizzarla, di penetrarla della vita divina al punto che divenga
immortale oggi.

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Per questo possiamo leggere con gioia il salmo: “Ho chiamato il Signore ed è
venuto in mio aiuto, e la mia carne è rifiorita”.
Non si tratta dunque di rattristarsi e di diminuirsi, ma al contrario di costruire
la nostra vita sull’eterna giovinezza di Dio e dare ai nostri corpi lo splendore della
vita divina che ci glorifica e che fa di essi i testimoni e i precursori della universale
resurrezione.
Facendo nostri i testi della Lettera di S. Paolo ai Corinzi e di S. Ambrogio,
avremo un programma di vita quotidiana esaltante e magnifico.
Non si tratta di morire, ma di non morire, di trionfare della morte oggi,
lasciando che il nostro corpo respiri la Presenza Divina che ci abita e che è celata
come un sole invisibile nel più intimo di noi.
E’ dunque essenziale che intendiamo queste parole come parole vive rivolte
alla nostra vita. Invece di prenderle come se riguardassero un mondo inaccessibile,
irreale e privo di qualsiasi interesse, vi scopriremmo la verità appassionante di un
appello alla vita di oggi che deve risvegliarsi e magnificarsi liberandosi e lasciando
che la stessa carne si impregni totalmente della vita divina.
La carne, divenuta translucida nell’Amore, non è dunque più un ostacolo e ci
introduce al mistero della Persona.
Allora tutto il mondo potrà essere trasfigurato perché niente nel mondo si
oppone a tale divinizzazione e non ci sarà più un solo elemento, anche il più umile,
in questa trasfigurazione compiuta in noi che non sia chiamato a vivere della
Presenza, del Pensiero e dell’Amore di Dio.
E’ per questo che gli amanti degni di questo nome affronteranno l’universo
con infinito rispetto, lo affronteranno come una Persona perché avranno a guidarli
questa intuizione, che costituisce l’unica loro ricerca: una Presenza, Qualcuno che ci
permetta di passare da qualcosa a qualcuno.
Noi posiamo diventare qualcuno perché c’è Qualcuno che ci attende nel più
intimo di noi stessi per eternizzarci oggi stesso, in modo che possiamo – come dice
san Paolo – “glorificare Dio nel nostro corpo” (1Cor. 6,20 – Fil. 1,20).

(Traduzione dal Francese di Mario Bertin)