„In Europa è il momento della grande politica”. Un testo di Beniamino Andreatta

Come si sa Sabato 25 marzo saranno 60 anni dai Trattati di Roma. E’ la festa dell’Europa. Una Europa, oggi, investita da un vento nazionalista molto pericoloso e da attacchi terroristici. Eppure bisogna ancora credere al “sogno” di un continente unificato.

Quei trattati, infatti, segnarono l’avvio del processo di integrazione europea. Era un lunedì, quel 25 marzo del 1957, quando i ministri degli esteri di cinque Paesi europei firmarono le carte oggi fondamento dell’Unione. Due trattati: quello costitutivo della Comunità Economica Europea (CEE) e quello della Comunità europea dell’energia atomica (EURATOM). 

Così per ricordare quella storica firma abbiamo pensato di proporre un testo di un grande europeista contemporaneo: Beniamino Andreatta. Politico ed economista di statura internazionale, in questo intervento invita la politica a pensare in grande. Il sogno di un Europa unita implica una politica coraggiosa, una politica capace di pensare il futuro.

Il testo di Andreatta, che pubblichiamo per gentile concessione, si trova nel primo numero del 2017 della rivista Arel. Il volume, curato da Mariantonietta Colimberti ed Enrico Letta, dal titolo “L’Europa di Andreatta” verrà presentato a Roma, domani pomeriggio, presso il Centro di Studi Americani in via Caetani. Interverranno Enrico Letta e Giuliano Amato

Il crollo delle certezze
Ha scritto Max Weber: «La cattedra non è per i demagoghi, né per i profeti». Cercherò, quindi, di attenermi a una valutazione del futuro della politica del mondo basata sugli sviluppi che possono, in qualche modo, essere estrapolati da ciò che io chiamo “oggi”.
Sul piano internazionale, si impongono alla nostra attenzione due elementi.
Il primo: la fine dell’ideologia dello sviluppo, così com’era concepito negli anni Sessanta; lo sviluppo, infatti, è stato ineguale. Alcuni paesi, come Cina e India, sanno maneggiarlo e hanno risolto prima i loro problemi alimentari; altre parti del mondo, invece, sono incapaci di avviare la prima accumulazione; altri ancora, per la fragilità dei loro sistemi politici, si sono indebitati e devono smaltire i loro debiti. In qualche misura si è rotto l’universo dello sviluppo, si è infranto il partito del Sud, e questo si è riflesso in una perdita anche per i paesi avanzati, per i paesi capitalistici, per l’ideologia dello sviluppo.

Il secondo: la difficoltà di reggere la sicurezza del mondo affidandosi alla credibilità della deterrenza nucleare.
Ebbene, sembra che oggi questi due fenomeni, che hanno caratterizzato trenta o quarant’anni della nostra storia, che hanno costituito la grande ideologia trasversale alle generazioni politiche mondiali e che hanno trovato negli anni Sessanta il massimo periodo di diffusione, siano entrambi in crisi.
Si pongono poi tra le paure il problema dei rapporti tra le grandi aree industriali e quello del costo della leadership. Lo stesso libro, un po’ banalmente profetico, di Paul Kennedy, The rise and fall of great powers, uscito nel 1987, riprendendo il concetto di onda lunga o ciclo lungo, sottolinea come le certezze si dissolvano nella prospettiva delle ere storiche. L’autore si fa portavoce di un clima intellettuale di maggiore relativizzazione: sembra che a spingerlo a scrivere il libro sia proprio il logorìo cui sono stati sottoposti i concetti dominanti nel periodo dal dopoguerra ad oggi. Kennedy paragona l’attuale sovraestensione degli impegni della potenza dominante al ciclo che ha visto la fine tanto dell’impero spagnolo, quanto dell’impero inglese, e osserva che l’incapacità di accumulare capitali e la strategia di politica estera, unite all’idea di contenimento, hanno portato gli Stati Uniti a una presenza mondiale che ormai è sproporzionata rispetto alle risorse che il paese stesso è in grado di produrre. La progressiva riduzione della quota di reddito mondiale prodotta dagli Stati Uniti rispetto alle responsabilità imperiali fa sì che queste sempre meno vengano accettate dai cittadini.

La crisi delle certezze che sostenevano l’ideologia marxiana e comunista si colloca chiaramente nello stesso quadro. Tuttavia, pare che queste crisi, che guarda caso si fanno sentire proprio all’approssimarsi della fine del millennio, non inneschino la paura. Più che di paura, si può parlare di un desiderio di quiete, quasi di riposo, di voglia di non andare con il fiato mozzo, come quando, dopo una corsa eccitante, si desidera l’estenuazione come contrappeso.
Chi possiede certezze non vive in stato di quiete: le certezze allertano, fanno correre, impegnano. Allo stesso modo, se le certezze cadono e la loro caduta è una folgore, una rivoluzione, il sentimento che prevale non è la paura, ma il desiderio incontenibile e drammatico di confessare pubblicamente il crollo delle certezze.

Desiderio di quiete e centrismo
Dal Baltico a Pechino si sono accesi molti di questi focolai, e non è un caso che ciò avvenga in Oriente. In Occidente cadono le certezze e non c’è paura, né confessione drammatica e pubblica. Si indossa l’abito buono e con sorniona impudenza si va al funerale ritardato di Nagy, o si riceve Gorbaciov con applausi fragorosi. Due modi per dire che sono cadute le certezze, ma ciò che si desidera ora è stare in quiete, perché tutto è business.
Almeno per noi, in Occidente, non vedo paura ma piuttosto emozionante desiderio di quiete,
volontà di allontanare i problemi e, infine, una gran voglia di non arrivare al Duemila con il fiato mozzo perché si è dovuto correre, sia che ti abbiano fatto correre le certezze che avevi, sia che ti abbia fatto correre la confessione pubblica e drammatica del loro crollo.
Lo stesso pronosticare catastrofi di ogni ordine e tipo è, in un certo senso, la controprova dell’apatia dominante, della ricerca di quiete. Del resto, anche l’Occidente è reduce da due decenni di mobilitazione. Dal ’68 al ’78 il pendolo ha battuto sulla sinistra del suo arco, poi, dal ’78 all” 88, tra Reagan e la Thatcher, sulla destra. Sono stati due decenni ideologicizzati: ora si desidera che regni la calma del centrismo.

Qualche tempo fa, parlando di queste cose con un amico americano, affacciavo l’ipotesi che Bush – al di là delle sue intenzioni e dei suoi disegni, o non avendo, forse, né intenzioni né disegni – finisca di fatto col favorire l’insorgere di un “club di condómini” con un regolamento fatto di gerarchie, responsabilità, quote e contribuzioni, con lo scopo finale di offrire al mondo la quiete che cerca. Tale ipotesi veniva commentata dal mio amico come una eventualità bushish e riconosceva che essa va tenuta presente, considerando anche le atmosfere che regnano a Ovest e a Est, ben diverse seppure originate entrambe da una caduta generale di molte certezze. L’amico era un fisico, il quale aggiungeva come oggi non si pensi più, perché pensare è diventata un’attività correlata alla quota di profitto delle imprese. Come queste si interessano del profitto a breve termine e non spingono lo sguardo al di là del trimestre, così i dipartimenti universitari pensano solo al futuro immediato, in modo da far quadrare il bilancio.
Riflettere sul nuovo, e quindi sullo sconosciuto, è antieconomico. Ma questo significa crisi della politica, esigendo da essa una drammatizzazione. Forse anche quelle confessioni pubbliche, quei focolai che si sono accesi dal Baltico a Pechino, sono solo rivolte di protesta e di delusione. È il dramma che nasce dal crollo di certezze politiche, ma non è un dramma che mostri il
preludere a una politica. Sotto questo profilo, la situazione è negativa a Ovest come a Est. A Ovest si vuole la quiete per continuare a comprare, a Est ci si rivolta perché è negata la possibilità di comprare.

Ma a Est, come a Ovest, ben poco si fa per procurarsi ciò che non si può comprare: il carattere, ovvero una morale. E questo è in linea con la caduta delle certezze, con le consolazioni che il concetto di onda lunga procura, con il rifiuto di drammatizzare, e quindi con il rifiuto della politica, con il desiderio di non arrivare al Duemila con il fiato mozzo, contando sulla manna che il centrismo distribuisce.
Questa caduta dell’ideologia si colloca nell’ambito della ybris con cui la nuova destra ha affrontato il problema. Reagan ha giocato su una menzogna di fondo nella contrapposizione tra i suoi grandi obiettivi e i suoi scarsi mezzi, non solo economici, ma anche politici. L’America non è ancora uscita dalla situazione post-Vietnam, il presidente ha manovrato piccole crisi militari, che sono state interpretate dall’Unione Sovietica come volontà di determinazione e perciò sopravvalutate, ma che erano le uniche azioni che si potevano portare avanti, considerando che la delega “potere alla Presidenza”, caratteristica dei primi trent’anni del dopoguerra, in realtà è caduta con il Vietnam, e Reagan non è riuscito a ricostruirla. Dall’altra parte la Thatcher, che ha certamente operato una epocale trasformazione in un paese in decadenza, ha affrontato con ybris ogni categoria, persino quella del suo elettorato. Si pensi alla lotta che sta intraprendendo contro i medici, contro gli avvocati, contro le università. In questa maniera ha spinto al radicalismo il pendolo di destra, ha mostrato la sua collera ma, dalla parte opposta, non sembra che le stanche ideologie socialdemocratiche degli Stati Uniti siano in grado di contrapporre a questa ultima grande avventura dell’Occidente, che è stata la destra degli anni
Ottanta, qualche cosa di nuovo, qualche cosa capace di mobilitare.

Una nuova leadership come soluzione?
Eppure di leadership ci sarebbe bisogno per dare soluzione all’inevitabile problema del debito, che in questi anni è cresciuto più del prodotto dei paesi in via di sviluppo. La strategia di mantenere il debito “a bagnomaria” era fondata sulla speranza che il rapporto fra i tassi di interesse e quelli di crescita permettesse progressivamente di liquidare in maniera benevola il problema del debito. Ma ciò non è accaduto, tanto che oggi si pone il problema del taglio, del disconoscimento, proprio perché è interesse degli stessi creditori che il debito non schiacci lo sviluppo, per evitare che le prospettive di ottenere almeno il pagamento degli interessi si facciano sempre più aleatorie. Non si tratta più di un’operazione meramente commerciale. Se ci fosse leadership, il problema dell’inevitabile riduzione del debito (oggi si discute fra una riduzione del 15%, come vorrebbero le banche, e una riduzione del 50%, come propongono i paesi) potrebbe rivelarsi l’occasione di una ricostruzione della politica, là dove di politica si muore, come in America Latina o in Africa. Le vie sarebbero l’imposizione di aree di libero scambio, come ha fatto l’America con l’Europa all’inizio del dopoguerra, e la sottrazione del potere di battere moneta ai paesi in via di sviluppo, concentrando quindi in banche federali a livello continentale questo pericoloso potere, che disorganizza le politiche economiche dei Paesi latinoamericani.
Una leadership sarebbe necessaria per risolvere i problemi della distensione: per evitare che essa divenga un’arma di guerra, com’è stata nell’era brezneviana.

Si sono fatti avanti un new thinking, quello che Gorbaciov ha presentato alle Nazioni Unite nel dicembre 1988, e una nuova strategia dell’Armata Rossa, basata sulla difesa distensiva. Ma l’esperienza della prima distensione lascia qualche perplessità sull’esito dell’operazione.
Di leadership ci sarebbe bisogno per risolvere i problemi in Europa perché, in qualche misura, l’attenuarsi dell’equazione nucleare, che dava una matematica sicurezza della necessità per tutti i Paesi europei di regolarsi secondo criteri comuni, ha rimesso in gioco molti deliri. I nostri ragazzi conoscono Danzica come la città di Solidarnosc, eppure i Republikanen in Germania parlano di una Danzica come quella di cui si parlava negli anni Trenta. Quattro milioni di ungheresi vivono fuori dei confini nazionali. Tutto questo mi preoccupa molto avendo vissuto gli anni Trenta e le parole d’ordine di quel periodo.

Le tensioni in Jugoslavia ricordano infatti altre tensioni. La capacità europea di ricostruzione, nata per saldare la Germania all’Occidente, viene meno proprio nel momento in cui, per alcuni aspetti, si è vinta la “terza guerra mondiale”. Si può, infatti, per gli anni Ottanta, parlare di “terza guerra mondiale”: il riarmo voluto da Carter e proseguito da Reagan ne ha tracciato una possibile storia, non basandosi sulla guerra campale, ma su manovre avvenute, appunto, sui quadri. Proprio quando la “terza guerra mondiale” sembra essere stata vinta, l’Europa viene messa alla prova da due tentazioni: il desiderio della Germania di risolvere il suo problema nazionale attraverso la marcia verso Oriente, e la voglia di altri paesi di opporsi a un equilibrio di potenze, come suggerisce Kissinger, e alla riunificazione tedesca, creando notevoli tensioni tra le nazioni d’Europa.
Al di là dei successi o insuccessi delle operazioni economiche del 1992, credo che questi problemi riportino in primo piano la grande politica, che è politica internazionale. L’Europa è stata in questi ultimi anni, dopo la vicenda coloniale, il paese della bassa politica, il paese delle politiche di redistribuzione, della politica del benessere, della politica dello Stato corporato. L’Europa si trova ora impari e in preda alle gelosie. Perché escludere che l’azione della Thatcher sulla questione dei missili fosse volta a mettere in difficoltà la marcia tedesca verso l’Oriente, in un momento in cui l’industria era in crisi e praticamente fuori gioco su questi mercati?

Si rifà avanti la grande politica, quando le consuetudini, le abitudini europee sono quelle della politica di basso livello, della politica interna, della politica sociale. Si apre un’avventura eccitante, un’avventura da consegnare alla generazione futura: ricreare l’Europa Centrale e Orientale fuori dei confini della Russia. Da questo punto di vista sembra opportuno che l’Austria non aderisca alla Comunità Europea e assuma, invece, il ruolo di clip dell’Occidente, in un’ipotesi di neutralizzazione del bacino danubiano e dell’Europa Orientale, e di finlandizzazione, la quale aveva già costituito, peraltro, la soluzione iniziale di Stalin per regolare i problemi di sicurezza nell’Unione Sovietica. Quest’ipotesi non va quindi contro l’idea di sicurezza che Stalin aveva seriamente prospettato e realizzato nel caso finlandese. Naturalmente, però, richiede la magnanimità della grande politica, la capacità di giocare la politica estera, anche al di fuori delle alleanze, anche come “europei”, senza ostacolarsi a vicenda, presentando il ricco campionario di ciò che ciascuno dei paesi può offrire per la ripresa, per il salvataggio economico dell’Unione Sovietica.
Se la sfida della situazione attuale si dimostrasse così forte da modificare le istituzioni, la priorità andrebbe certamente al coordinamento delle politiche internazionali, agli obiettivi internazionali dell’Europa di fronte al problema della liberazione di cento milioni di confratelli europei, che per quarant’anni sono vissuti sotto la regola sovietica.

La fragilità della forma statale attuale
Tutto questo sembra contrastare con il grado di maturità delle istituzioni. È la stessa forma statale, secondo alcuni analisti, che è entrata in crisi, coinvolta sempre più da fenomeni transnazionali. Gli stessi conflitti che abbiamo vissuto e che ci si prospettano davanti sono conflitti che poco debbono allo scontro classico tra gli Stati. McNamara constatava che, contando il numero di guerre dal ’45 a oggi, su 140 totali ben 120 scaturivano da sedizioni, rivolte interne e conflitti tribali.
I problemi più seri che ci troviamo a dover oggi affrontare sono quelli collegati al terrorismo, alle immigrazioni e alle loro conseguenze sulla sicurezza dei paesi meta dei flussi migratori. Sono quelli dell’energia, dell’arma nucleare: sei o sette paesi sono ormai in grado di produrre armi nucleari, e c’è persino chi pensa che l’unico strumento per riportare questo fenomeno sotto controllo sarebbe l’omicidio politico delle centinaia di fisici e ingegneri che rappresentano il patrimonio di questi paesi. Fortunatamente gli economisti non costituiscono argomento di preoccupazione per i Servizi Segreti.
I nostri problemi interni, poi, sono collegati a una paura antica: la paura che ebbero le forze politiche del nostro paese, prima della Costituzione, di creare un sistema con un esecutivo che funzionasse veramente. Nessuno sapeva esattamente quale era la forza dell’altro. C’era l’ipoteca della guerra civile in Grecia. E allora l’accordo fu quello di avere un sistema elettorale e di istituzioni debole, che permettesse, quale che fosse stato l’esito delle elezioni, di controllare l’esecutivo attraverso le guerriglie parlamentari. Questo sistema ha prodotto lo sfascio finanziario più rilevante che sia mai avvenuto nella nostra storia al di fuori dei periodi di guerra. Ed è un’equazione del tutto comprensibile che trova la sua puntuale spiegazione nel confronto di sistemi politici diversi. I sistemi deboli, basati sulla rappresentanza proporzionale, e quindi sulla necessità di negoziazioni all’interno dei rappresentanti e dei Parlamenti, hanno attraversato tutti delle situazioni di crisi finanziaria; le risorse pubbliche sono state ovunque utilizzate per cercare di guadagnare posizione in questa lotta dei partiti senza regole. E in un tempo contratto – nel caso di governi proporzionali esso può diventare anche estremamente breve riducendosi alla misura di un anno – nessuna politica finanziaria può produrre i suoi frutti; occorre infatti un orizzonte temporale medio di almeno quattro o cinque anni. Quando la signora Thatcher affrontò i problemi finanziari inglesi dovette aggiungere la coda delle Malvinas perché la sua popolarità dopo tre anni era già in declino.

La fragilità finanziaria è, infatti, caratteristica di questi sistemi con ampio grado di libertà, in cui la legittimazione non proviene dalle elezioni e in cui alla sera della domenica non si sa chi comanderà il paese per i prossimi cinque anni. Quando, poi, le scarse difese costituzionali non vengono attivate (e questo pone problemi di gravi responsabilità costituzionali alle maggiori autorità dello Stato), la crisi finanziaria interviene come inevitabile conseguenza della debolezza e della fragilità del sistema della rappresentanza.
Uscire da questa situazione in tempo per le scadenze economiche è un obiettivo che pone in estrema tensione il nostro sistema politico. Si fa sentire sempre più forte l’esigenza di una riforma del sistema della rappresentanza che permetta, attraverso la modifica dell’organizzazione elettorale, di esprimere esecutivi che ricevano la loro legittimità dalle elezioni, e non dagli accordi tra i proseliti. Peraltro, il sistema politico ha un interesse oggettivo a che ciò non avvenga: i 900 partecipanti al legislativo hanno un interesse personale alla instabilità dei governi per massimizzare la loro probabilità di successo personale.
La politica è una cosa troppo seria per lasciarla ai politici. È essenziale quindi che l’esecutivo trovi un saldo fondamento attraverso l’automatismo del sistema elettorale, in modo da disporre del tempo necessario per affrontare i problemi minimi della convivenza.
Bisogna, comunque, aver chiaro che dalla politica non può venire la salvezza. Alla politica non si può chiedere un’ideologia per vincere la paura o fornire delle utopie. Platone, capostipite di quella linea politica che finisce a Lenin e ai tiranni, concepiva la città come organismo, come individuo. Aristotele gli si contrappone: la politica c’è solo dove c’è differenza e dove si tratta di trovare un metodo per comporre le differenze attraverso una regola di civiltà. La polis non sarebbe la polis, dice Aristotele, se fosse un individuo. E allora, se c’è un limite intrinseco alla politica, c’è da domandarsi se la politica non possa che basarsi sui valori di tolleranza, e difficilmente possa basarsi su utopie o su ideologie a lungo termine; se la forza di vivere, di impegnarsi e di imparare non debbano essere fornite al di fuori della politica e se alla politica noi dobbiamo chiedere soltanto questa garanzia di convivenza a livello della singola città, del singolo Stato o a livello planetario, senza chiederle il sostituto pericoloso di una ideologia. Se questo fosse vero, quello stato di quiete verso il quale mi pareva di poter diagnosticare che si stia avviando la politica mondiale, non sarebbe, dopo tutto, una situazione così negativa.

*Intervento al Convegno Il futuro tra utopia e paura, Castel Ivano, 25 giugno 1989, ora nel volume omonimo edito da Sonda (1990), con il titolo Una politica per il futuro.

Il volto dell’Europa dei nazionalismi. Intervista a Eva Giovannini

 

Schermata 2015-09-20 alle 20.04.22La drammatica vicenda dei migranti ha fatto scoppiare una grave crisi del sogno Europeo. Egoismi e nazionalismi sono riemersi in maniera prepotente. Ci sono movimenti politici che soffiano contro l’ideale europeo. Chi sono e quale è il loro volto? Ne parliamo con Eva Giovannini, inviata del programma di Rai 3 “Ballarò”, autrice di un libro-inchiesta, uscito in questi giorni per i tipi di Marsilio, dal titolo: “Europa anno zero. Il ritorno dei nazionalismi” (pagg. 208, € 16,00)

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In questi mesi del 2015 il sogno Europeo ha subito una grave battuta d’arresto: dalla crisi della Grecia alla vicenda tragica e drammatica dei migranti che fuggono dalle guerre e dalla fame. Insomma lo spirito europeista di Spinelli è tramontato?

Non so se sia tramontato, ma sicuramente non attraversa il suo periodo migliore. La “creazione di un solido Stato internazionale”, per usare le parole del Manifesto, non sembra mai essere stata così lontana. Eppure non dovremmo gettare la spugna, perchè è proprio nei momenti più drammatici che spesso avvengono i cambi di paradigma, come insegna la scienza. Questo anno di crisi per l’Unione Europea potrebbe anche essere l’anno della sua rinascita. Ma per costruire gli Stati Uniti d’Europa, per rinunciare a un pezzo importante della propria “sovranità” il progetto politico deve essere chiaro, omogeneo, lungimirante. Non possiamo condividere il pareggio di bilancio senza preoccuparci di condividere anche i valori, non possiamo essere una comunità monetaria e non anche umanitaria.

Nel suo libro analizza il panorama delle “nuove” destre europee (da Alba Dorata alla Lega di Salvini). “Nuove” per modo di dire, visto che nel loro “repertorio” c’è molto di antico (nazismo e fascismo). Le chiedo qual’è la radice della “rinascita” di questa “ideologia” estrema? Quanta responsabilità ha l’Unione Europea in questa rinascita?

Faccio subito una precisazione: nessun leader da me intervistato in questo libro accetta di essere definito come “di destra”. Tutti sfuggono a questa etichetta, da Matteo Salvini ai patrioti di Pegida, passando per Marine Le Pen, che non solo non si considera una donna di destra, ma arriva a dire che la destra oggi non esiste più, “perchè la divisione è tra mondialisti e nazionalisti”. Comunque, credo che la spinta verso queste nuove forme di nazionalismo sia da ricercare nella grave, e non ancora superata, crisi economica che ha attraversato il nostro continente. La paura diffusa di perdere il welfare, il lavoro, il proprio patromnio di valori, ha fatto da brodo di coltura ideale per la rinascita di questi “populismi patrimoniali” che, con declinazioni diverse, si pongono come nemici dell’euroburocrazia e difensori dei popoli sovrani contro i “migranti-invasori”. L’Unione Europea certamente ha alcune responsabilità in questo: ha avuto negli ultimi anni un atteggiamento molto sbilanciato, ha dato un peso eccessivo al rigore economico – che è importante, certamente – dimenticandosi però che una comunità di Stati deve avere anche una visione politica condivisa. La gestione della vicenda migranti, ad esempio, ha colto l’Unione impreparata, come se un asteroide fosse caduto dal cielo.

Secondo Lei qual’è la formazione politica, tra queste, più pericolosa?

Se devo dire la verità, in questo mio viaggio in sei paesi europei – Regno Unito, Francia, Germania, Ungheria e Grecia e Italia – sono due i movimenti che più mi hanno fatto paura. Alba Dorata in Grecia e gli ultranazionalisti di Jobbik in Ungheria. Jobbik in ungherese vuol dire “i migliori”, ma anche “più a destra”: hanno una struttura paramilitare e si richiamano alle croci frecciate delle milizie naziste, odiano gli immigrati e sono antisemiti. Alle ultime elezioni politiche hanno preso oltre il 20% e il loro astro nascente, un giovane deputato di nome Màrton Gyӧngyӧsi, nell’intervista che mi ha rilasciato, ha difeso la formazione di classi speciali per soli bambini rom e la necessità di stilare una lista di tutti gli ebrei nel parlamento ungherese. Orbàn fa politiche sempre più radicali per inseguire il loro elettorato.

Alcuni di questi leader guardano alla Russia di Vladimir Putin come ad un modello a cui ispirarsi. Che ruolo gioca la Russia nella rinascita di questa destra?

La Russia è la grande alleata di questi movimenti. Non so se ha ragione George Soros quando dice che l’obiettivo di Mosca è “destabilizzare l’Europa”, ma sicuramente Putin strizza l’occhio a tutti questi movimenti. Non ci dimentichiamo dei nove milioni di euro dati al Front National di Marine Le Pen da una banca di proprietà di un amico di Putin, dell’investimento di dieci miliardi di euro che Mosca ha fatto per allargare l’unico impianto nucleare ungherese, a Paks, o dei rapporti strettissimi tra la Russia e il piccolo partito nazionalista di Anel, alleato di governo di Tsipras. Ma anche, più banalmente, la simpatia verso i media russi tra i militanti di Pegida, i patrioti contro l’islamizzaione che hanno marciato decine di volte a Dresda: mentre tutti i giornalisti venivano allontanati al grido di “lugenpresse!” (giornalisti bugiardi!), i microfoni blu dell’emittente di Mosca Poccnr venivano accolti dalla folla con il sorriso. 

Parliamo della Lega di Salvini. Il consenso, stando agli ultimi sondaggi, è sul 14%. Le chiedo: pensa che la penetrazione “culturale” (inteso come modo di pensare) leghista sia destinato ad espandersi nella società italiana oppure no?

Non sono in grado di dare una risposta, dovrei avere una sfera di cristallo per vedere che direzione prenderà questo Paese da qui al 2020, almeno. Mi limito però a fare una considerazione, prendendo come esempio un episodio specifico: la famosa sparata della “ruspa” da parte di Matteo Salvini. Dopo che il segretario della Lega tirò fuori quel termine, nonostante il coro quasi unanime di sdegno e critiche, i sondaggi registrarono un boom di consensi, lanciando la Lega quasi al 16%. Ognuno tragga le sue conclusioni.

Ultima domanda: nel suo libro afferma che l’Europa ha bisogno di un nuovo “patto fondativo” per contrastare questa deriva nazionalistica. Su che basi fondare questo nuovo patto?

Credo che servano quanto prima misure più omogenee sul fronte fiscale, una politica estera che parli una lingua comune (ricordate Kissinger quando diceva “a chi devo telefonare per parlare con l’Europa?) e ridare centralità ai Parlamenti, e non solo al Consiglio europeo. In questo senso, la firma di una dichiarazione congiunta tra i presidenti del Parlamento italiano, tedesco e francesce, avvenuta a Roma lo scorso 14 settembre, è un passo importante verso la costruzione degli “Stati Uniti d’Europa”.

 

 

 

 

 

 

Alla ricerca dell’Europa perduta. Intervista a Franco Cardini

Dopo l’accordo tra Ue e Grecia della scorsa settimana, nell’opinione pubblica europea si è sviluppato un dibattito molto serrato sull’Europa. Ovvero se ha ancora un senso l’Europa . Un dibattito che ha come protagonista la Germania di Angela Merkell e del suo potentissimo ministro delle Finanze Wolfang Schauble (il “falco” rigorista).
Per Jurgen Habermas, intellettuale di punta tedesco, in una intervista al quotidiano inglese “The Guardian”, uscita ieri su Repubblica, ha affermato che “l’egemonia di Berlino è contro l’anima dell’Europa” . Anche nel nostro Paese si sta sviluppando questo dibattito sull’Europa. Ne parliamo, in questa intervista, con lo storico Franco Cardini.

Professor Cardini, molti osservatori, dopo l’accordo, giudicato “punitivo”, tra UE e Grecia, hanno scritto che è “finita l’Europa” o meglio una certa idea di Europa (vista come un progetto politico). Per Lei è così?

È difficile rispondere, io temo che un progetto politico dell’Europa non ci sia mai stato, debbo dire che mi sento ingannato. Mi sentivo anche ingannato fin dall’inizio perché ho visto che l’Europa che stava nascendo era in realtà lo sviluppo della Comunità Europea del carbone e dell’acciaio che poi è diventata Comunità Economica Europea e che poi si è trasformata, ulteriormente, in Unione Europea senza però quei requisiti politici, giuridici, militari, che crea uno stato o un unione di stati su un modello che poteva essere l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti d’America o la Confederazione Elvetica. Una minoranza della mia generazione ha persino pensato che si potesse persino creare una Nazione Europea. Poi ci siamo resi conto che, per le differenze storiche e linguistiche, era impossibile. Io credo che la forma istituzionale più consona all’Europa sia quella di una Confederazione con il rispetto di tutte le nazioni. Invece questa Europa è stata , ed è, un accordo di governi intorno a questioni economiche e finanziarie. Realtà politiche che erano a loro volta in declino. La politica stava diventando sempre di più asservita all’economia e alla finanza. È vero che Marx ci ha insegnato che i politici stavano diventando un comitato di affari di finanzieri ma non ci abbiamo proprio creduto. Bisogna dire oggi che un difetto di Marx è stato quello di avere anticipato i tempi sbagliandoli, nel senso che al suo tempo non era vero, adesso è purtroppo vero: la politica è diventata un comitato di affari. Questo ha principalmente fatto fallire l’Europa. A questo punto mi sento tradito, anche come storico, per non aver capito che questo era un inganno. Però buttare a mare l’Euro sarebbe non solo un errore, ma anche un grave passo indietro. A questo punto bisogna accettare l’idea che abbiamo sbagliato, abbia costruito un’Europa dal tetto, invece che dalle fondamenta: le fondamenta, come già detto, sono politiche, diplomatiche, giuridiche, militari (ovvero un comune esercito europeo). A questo punto si dovrebbe ricominciare daccapo: ricostruire le fondamenta giuridiche dell’Europa cercando però di salvare in qualche modo, con una serie di puntelli provvisori un tetto già fatto, che è l’Euro, che purtroppo comincia a fare acqua perché la crisi greca ha rischiato di compromettere lo stesso euro. A tutto questo si aggiunge che siamo in preda di impulsi che sono xenofobi, anti islam. Anche questo non fa bene all’Europa.

Andando più in profondità: lei è uno storico, un uomo della “lunga durata” direbbero quelli delle “Annales”, qual è la malattia, spirituale e culturale, che impedisce all’Europa di essere vissuta dai cittadini come un “destino” positivo?

Non avere mai creduto fino in fondo nella possibilità di un percorso, di un destino. In Europa c’era un destino implicito di unione, ma l’Europa non è mai veramente nata: nel mondo antico era un continente, in quello medioevale era il mondo della cristianità, nel mondo moderno il concetto di Europa si è fatto strada, ed è emerso quando i popoli d’Europa si sono resi conto che non potevano farsi guerra tra loro. A quel punto quello era il primo esplicito vagito dell’Europa. Bisogna guardare al mondo moderno, in cui ci imbattiamo in un processo di secolarizzazione. Le democrazie liberali non sono mai riuscite ad elaborare un concetto simile, hanno invece elaborato un concetto di Occidente. La nascita dell’Europa era condizionata dal fatto che le due grandi potenze non europee (Usa e Urss) nel trattato di Yalta avevano stabilito che l’Europa non doveva nascere. Oggi bisogna dire che questa visione era errata, e che si trattava di un’ idea precisa: quella di non far mai nascere un’Europa politica e avevano stabilito che non si doveva far nascere una realtà che sarebbe potuta diventare un’altra grande potenza, che avrebbe potuto fare loro ombra. E questo è stato un errore, perché un’Europa unita sarebbe stata una potenza che sarebbe riuscita a mediare tra le due super potenze questo avrebbe potuto impedire la “terza” guerra mondiale, ossia la Guerra Fredda. Oggi, forse, siamo in una “quarta” guerra mondiale, che è caratterizzata in altri modi.

Non c’è solo l’economia a dividere gli europei c’è, come accennava prima Lei, anche l’atteggiamento nei confronti dell’altro, lo straniero, il diverso da noi. Emblematico, in questo, è il muro ungherese. Anche questa è sconfitta dell’Europa. Come arginare i nazionalismi che stanno riaffiorando in Europa?

Bisognerebbe combatterli, intanto con il buon senso. La storia ci insegna che i nazionalismi hanno portato alla distruzione degli stati sovranazionali, che sembravano sorpassati, invece stavano già antivenendo il futuro, noi oggi avremmo bisogno di quegli stati, sarebbero stati preziosi, una molteplicità di stati che si regge con una molteplicità di tradizioni, ma che si regge sotto le stesse leggi, che permette loro di vivere in una moderata libertà, non era certo la libertà personale assoluta che abbiamo tanto desiderato, ma non ci ha fatto per niente bene, ci ha portato a questa condizione di disorganizzazione, di corruzione, non dimentichiamo che la corruzione è funzionale probabilmente alla politica. La corruzione di oggi è uno degli aspetti della democrazia parlamentare ed anche della realtà degli stati nazionali. Ormai in un mondo di economia globale, se vogliamo rispondere adeguatamente all’economia globale bisogna metterci insieme e per questo ci siamo messi insieme dal punto di vista economico noi europei, però abbiamo fatto l’errore di non capire, o di fingere di non sapere, che un’unione economica non si regge, se non ci sono altri tipi di unione (come ho già detto prima). Per fare un’unione economica basta avere dei soldi, metterli in comune e gestirli attraverso le banche, gli istituti di credito, le borse e quant’altro, però per fare un’unione di altro genere bisogna avere altri valori: valori di tipo morale, storico, politico (quando due persone decidono di mettersi insieme per fare una famiglia mettono insieme i loro beni, ma non fanno la famiglia per fare un’alleanza economica, ma perché hanno dei valori che sono morali, religiosi). Questi valori l’Europa dove doveva trovarli? In due realtà che aveva a sua disposizione: le radici cristiane e la storia comune. Si doveva valorizzare questa storia comune e cercare insieme gli errori reciproci e conoscersi come europei. Non l’abbiamo fatto. Mi ricordo di essere rimasto stupito per il fatto che si costituiva un parlamento europeo e uno dei primi atti avrebbe dovuto essere pensare ad una scuola europea, ad una scuola in cui si sarebbe dovuto insegnare non più soltanto una storia delle scienze a livello europeo e mondiale, questo va da sé, però si doveva studiare una storia europea, mentre ciascuno di noi ha imposto una storia nazionale. Tanto è vero che studiamo ancora l’ottocento come un seguito di guerre di Indipendenza italiane. Poi naturalmente coltivare un’idea comune anche di difesa, però questo non ci fu permesso. Ad oriente l’Unione Sovietica impose la sua egemonia e noi la criticammo, dicendo che era un paese totalitario ecc.. Però ad occidente gli Stati Uniti d’America, usando uno strumento che purtroppo esiste ancora, cioè la NATO, ci imposero una loro egemonia, più liberale magari, ma era lo stesso un’egemonia. Noi europei siamo militarmente occupati dagli Stati Uniti, ancora oggi soprattutto proprio l’Italia e spesso contro la volontà dei cittadini. Quando facemmo queste cose si profilò l’idea di un esercito europeo, che avrebbe potuto essere indipendente: quello sarebbe potuto essere uno straordinario strumento d’integrazione europea, con una leva europea, ci avrebbe aiutato a superare le differenze linguistiche che c’erano. Noi ci siamo nascosti dietro alla difficoltà linguistica, come se fosse insuperabile, per mettere in giro dei cittadini europei che non sanno nulla della cultura degli altri. Un cittadino europeo esce dall’Università e può non aver letto una riga di Shakespeare, una riga di Goethe. Non si possono fare gli europei in questo modo. Gli stati nazionali europei hanno avuto il torto di tenere alla loro sovranità ma poi di perdere la loro sovranità per una potenza non europea come gli Stati Uniti d’America. Questo è stato un errore madornale, una colpa che i padri fondatori d’Europa non avrebbero voluto. Schumann uscì dalla politica quando fu bocciato il progetto di un esercito comune europeo e se ne andò dicendo che era stato ingannato. Aveva perfettamente ragione. I singoli stati debbono rinunciare ad una parte di sovranità che deve essere demandata ad un governo centrale, se vogliamo costruire una realtà sovranazionale.

La costruzione dell’Europa contemporanea è stata fatta da grandi leader, appartenenti alle due grandi famiglie europee (democristiana e socialista). Eppure queste “famiglie”, da tempo, hanno perso il “sapore” della politica. Come rianimare queste famiglie, con quali riferimenti?


Una dritta la sta dando proprio il papa attuale, l’ultima enciclica è bellissima! E’ stata anche fraintesa, io credo che non sia stata nemmeno letta, perché è stata presa come un’enciclica che è stata fatta per tutelare solo i valori ecologici. Non è stata letta assolutamente, è un’enciclica che denunzia i guasti economici, sociali e morali che ci sono nel mondo perché l’uomo ha seminato l’ingiustizia sociale. Se l’avessero letta avrebbero reagito con un altro modo. Invece c’è chi ha sottolineato che anche il cristianesimo è una religione che rispetta la natura, ma l’abbiamo sempre saputo, c’è chi ha accusato il Papa di andare a pensare all’estinzione delle balene piuttosto che ai cristiani che muoiono nel mondo. Tutto questo è aberrante, perché il Papa ai cristiani perseguitati nel mondo ci pensa eccome e poi perché ci sono dei temi che devono essere affrontati, il Papa ha una sua agenda che non può essere sindacata dal primo giornalista che arriva e che dice che l’enciclica si doveva fare per i cristiani nel mondo. Il Papa sta dicendo che distruggiamo la natura per guadagnarci e che questo guadagno non è distribuito equamente, se la gente scappa dall’Africa è perché è diventato un continente invivibile a seguito del super sfruttamento a cui lo sottopongono le lobbies delle multinazionali. Al tempo del colonialismo c’era sopraffazione, violenza, lo sfruttamento, ma c’erano anche elementi che cercavano di tutelare le popolazioni, di costruire scuole, ospedali. All’epoca si diceva di “civilizzarli”, che era una parola antipatica, perché la loro civiltà ce l’avevano eccome, però quanto meno c’erano dei valori positivi. Il neocolonialismo è stato soprattutto sfruttamento economico, ammesso dalla comunità internazionale per fare i nostri comodi. Tutto questo è denunciato nell’enciclica e credo che proprio partendo da questa enciclica, gli attuali cristiano democratici e quello che resta dei socialisti dovrebbero cominciare proprio da lì. C’è una realtà gravissima oggi, che è quella della sparizione dell’autorità pubblica, ma bisognerebbe sostituirla con un’adeguata autorità federale che ci tenesse insieme e questo sarebbe il momento di agire in questa maniera, invece no. Distruggiamo quello che resta degli stati nazionali perché stiamo privatizzando le risorse degli enti pubblici e le diamo alle lobbies dei privati. Bisogna pensare al bene comune, che è una realtà su cui cattolici e socialisti potrebbero convergere, lottando contro i piccoli nazionalismi. I movimenti xenofobi attuali sono movimenti che non riescono ad articolare un discorso politico. Però per fare il salto di qualità all’Europa, mi ripeto, bisogna rivedere profondamente le nostre istituzioni, perché non sono rappresentative di una realtà europea. Gli stati devono fornire di poteri effettivi un governo centrale, perché la Commissione europea agisce da delegata dei singoli governi europei. Nessuno dei cittadini europei si sente europeo. Se ci fosse un governo europeo, oggi alcuni cittadini veneti non penserebbero alla Lega.

Un’Europa da ricostruire. un testo di Giacomo Vaciago

Giacomo VaciagoGrazie agli sforzi di tante persone di buona volontà (non solo Mario Draghi, ma anche tanti altri del Governo nostro e degli altri Paesi dell’Eurozona), sta lentamente cambiando l’atteggiamento di Bruxelles nei confronti della crisi che – iniziata nel 2009 – è ancora tra noi. E’ una crisi non solo di debito, ma anche economica e sociale. E’ soprattutto una crisi di fiducia: tra cittadini; di cittadini nei confronti dei loro Governi; e (ancor peggio) è sfiducia reciproca tra Paesi che hanno già da molti anni una comune sovranità monetaria. Non sarà facile uscirne, anche perché una diagnosi condivisa della crisi stenta a emergere.
    Mi limito ad alcune osservazioni sulle cause e sulle conseguenze della crisi; per poi concentrarmi sui rimedi già decisi e in corso di realizzazione.
 
Una crisi imprevista, ma prevedibile
    Come Jacques Delors – un cattolico socialista che è stato Presidente della Commissione UE negli anni in cui l’Euro fu deciso – non si stanca di ripetere, la forza dell’Unione economica e monetaria dipende dal mercato che seleziona, ma anche dalla solidarietà che accomuna, e dalla cooperazione cha rafforza. E’ questa triplice dimensione che consente al progetto Euro di riuscire a produrre sia integrazione economica (ciascun Paese si specializza nelle sue virtù) sia integrazione politica. Senza accontentarsi di ciò che dall’altro lato dell’Atlantico chiamano “Stati Uniti”: il progetto della nostra Unione è molto più ambizioso, e tiene conto di un passato che per più di 2000 anni ha già visto noi europei capaci di lavorare assieme, e di imparare ciascuno dall’altrui meglio.
    Una crisi di fiducia di cui tanti cercano altrove un qualche “capro espiatorio”, che eviti di dover dire la verità: iniziata l’unione economica e monetaria, il 1° gennaio  1999, ci siamo dimenticati che quello era solo l’inizio di un progetto politico – senza precedenti nella storia dell’umanità – molto ambizioso, che richiedeva lungimiranza e dedizione al bene comune. Una lunga “luna di miele”, durata 10 anni, è terminata in un disastro. Non solo perché adesso siamo pieni di debiti (privati e/o pubblici) inutili – e quindi, per definizione, eccessivi – ma perché abbiamo: meno capacità di crescita; meno reddito; e meno occupazione di 10 anni fa. Si sono aggravati i passati divari e si dubita che si possa presto recuperare il benessere che già avevamo conseguito in passato.
 
Le novità del 2015
    Merita considerare una serie di fattori positivi, che certo non bastano a ridurre subito la sofferenza dei tanti che hanno perso lavoro e/o reddito, ma che possono già nei prossimi mesi ridare un po’ di speranza. Tre in particolare vanno sottolineati.
1) Il progetto della Commissione Juncker
    E’ un progetto di investimenti pubblici (cofinanziati con fondi privati) esclusi dai limiti del “Patto di stabilità”, in grado di rilanciare infrastrutture anche di interesse comune. L’idea e il metodo proposti sono buoni, le dimensioni sono finora modeste. Ma se il progetto decollasse presto, non sarebbe poi difficile aumentarne le dimensioni, e far evolvere lo strumento in un modo intelligente per gestire – a livello comune, anche politiche di stabilizzazione, di cui l’Unione è per ora priva. Non saranno subito gli eurobonds di cui si parla da anni, né avremo presto un ufficio di grado non solo di predicare austerità, ma anche di praticare (quando serve) il suo contrario.
A volte, un “nuovo inizio” può anche essere di dimensioni modeste, se poi la cosa si dimostra utile ed entra nelle consuetudini della “macchina di Bruxelles”.
2) La “monetizzazione” del debito
    Si preferisce copiare l’America e parlare di Quantitative Easing (QE) con riferimento ai 1000 e più miliardi di euro di titoli (privati e pubblici) che nel giro di un anno e mezzo la BCE (in proprio, e tramite le Banche centrali nazionali) ha deciso di immettere nel sistema monetario e finanziario europeo. Che fine faranno tutti questi soldi? Una parte si investirà nel resto del mondo e questa uscita di fondi farà scendere il cambio dell’Euro: un cambio più favorevole sosterrà le esportazioni (e la profittabilità) delle nostre imprese migliori, e quindi produzione e occupazione anche in Italia. Un’altra parte di quella nuova liquidità si investirà in titoli (privati e pubblici) italiani: arricchendo i loro possessori e tenendo bassi i tassi pagati sul nuovo debito. Una terza parte infine alimenterà nuovo credito alle nostre imprese, riducendo il passato razionamento e favorendo così nuovi investimenti. Anche qui con un effetto positivo su reddito e occupazione. 60 miliardi di euro di nuova liquidità creata ogni mese dalla BCE e poi lasciata nel sistema finanziario per qualche anno (fino a quando i titoli comprati non scadono e non vengono più rinnovati) fa la differenza rispetto alla situazione prevalsa negli ultimi anni, quando il bilancio della BCE si era man mano ridotto perché le banche rimborsavano la liquidità prima ottenuta da Francoforte, senza chiederne di nuova.
3) Le tante riforme del Governo Renzi
    Un primo anno di vita del Governo è terminato, e si incominciano a tracciare più o meno esaurienti bilanci dei risultati ottenuti. Alcune osservazioni sono abbastanza condivisibili. La quantità di riforme avviate, più o meno prossime all’arrivo sulla Gazzetta Ufficiale, è semplicemente enorme. Ogni aspetto significativo del chi-decide-come e del chi-fa-cosa è in corso di revisione. L’elenco è noto: si va dal ridimensionamento (politico) del Senato e delle Province, alla riforma del Titolo V della Costituzione, alla nuova legge elettorale volta a garantire – più che in passato – la governabilità. Ma si riformano, anche in modo radicale, le regole di funzionamento del mercato del lavoro, la giustizia, il fisco, la scuola, la pubblica amministrazione, le banche, e così via. Disegni di legge, o se appena possibile decreti legge oppure leggi delega con successivi decreti attuativi: ogni strumento disponibile è utilizzato per accelerare i tempi di approvazione dei provvedimenti elaborati e/o proposti dal Governo.
    L’anomalia – da più punti di vista – di questa situazione è evidente: anzitutto, il programma del Governo non è fondato sui programmi elettorali dei partiti che si sono presentati alle elezioni politiche del febbraio 2013. Ne risulta un Parlamento spesso forzato ad approvare leggi che non aveva affatto ritenuto prioritarie o in cui non sempre si riconosce. E’ peraltro anche vero l’argomento spesso usato dal Governo che è da tempo elevato il consenso, nell’opinione pubblica prima ancora che nella classe politica, che quelle riforme fossero in qualche modo indispensabili, se non altro perché se ne discute da molti (troppi!!) anni.
 
Manca ancora l’Europa
    Le riforme che “modernizzano” l’Italia, la rendono più europea?
Qui il giudizio è meno condiviso. Per alcuni aspetti, la conclusione è di certo positiva. Dal ridimensionamento del Senato (per il quale è stato citato, come modello di riferimento, il Bundesrat tedesco) alla riforma del mercato del lavoro (anche qui, si sono citate molte analogie con regole e istituti prevalenti in altri paesi dell’Europa). Per altre cose pure importanti (dalla scuola al disegno di legge sulla concorrenza) non sembra invece che la logica adottata sia stata quella di ispirarsi a standard comuni con il resto d’Europa, o di guardare alle altrui “migliori esperienze”.
In altre parole, la crisi dell’Euro che ci ha rivelato quanta “poca Europa” abbia fatto seguito all’ambiziosa condivisione della stessa moneta, rimane ancora un problema, anzitutto politico, irrisolto.
    Bisognerebbe riuscire a progredire da almeno due punti di vista: 
1) anzitutto, cercare di dire la verità. Cosa non facile e che spesso non ispira i nostri dibattiti, dove c’è ancora tanta ipocrisia. Mi limito ad un esempio eclatante. La Grecia, oggi in crisi grave, entra nell’Unione europea nel 1981 e vent’anni dopo (nel 2001) entra nell’euro. Non c’è traccia di alcun beneficio che l’economia greca abbia ricevuto dal partecipare all’integrazione europea (vedi Baldwin-Wyplosz, The economics of European Integration, 2009). Perché ha insistito – falsificando i bilanci pubblici – per entrare nell’unione monetaria, se già “non era mai entrata” nell’unione economica?  Una buona economia di mercato –  che quindi gode dei benefici della maggior integrazione prodotta dalla moneta comune – deve essere anzitutto caratterizzata dal rispetto del principio di legalità (law and order); da una ridotta evasione fiscale, da poca corruzione (come tale combattuta); da una amministrazione pubblica efficiente. Insomma, se non hai una buona economia di mercato, solo imbrogliando il prossimo potrai avere benefici dall’avere una moneta in comune con altri Paesi che invece le leggi le rispettano, le tasse le pagano e i corrotti li mettono in galera. E’ quanto più volte, negli anni scorsi, il Fondo Monetario Internazionale ha ricordato ad Atene: stupisce che oggi gli uomini (e le donne) del FMI non siano più graditi in Grecia? Se uno studia con cura le analisi sulla Grecia, scaricabili dal sito EU di Bruxelles, deve onestamente porsi la domanda: non sarebbe meglio per tutti (a cominciare dai greci) se Atene riconoscesse l’errore fatto, e uscisse dall’unione economica e monetaria?
2) il secondo aspetto riguarda la strategia con cui ogni Paese membro sta facendo le “sue” riforme. Poiché queste sarebbero le riforme necessarie per avere i benefici, e non solo i costi, dell’UEM, non sarebbe preferibile una strategia unitaria in base alla quale si converge verso il meglio in ciascun campo?
    Nello scorso mese di febbraio, Italia e Francia hanno ambedue approvato una legge (in realtà, quella francese è già legge; mentre la nostra è solo un disegno di legge) sulla concorrenza. Ma se guardate con cura i due testi, notate che non è affatto comune il punto di arrivo né simile il percorso previsto. Ciascuno fa un po’ di riforme auspicabilmente al fine di migliorare il benessere dei suoi cittadini. Però, l’impegno era che una volta fatto l’euro avremmo poi fatto anche l’Europa: quando incominciamo?

Il Professor Giacomo Vaciago è Ordinario di Economia Monetaria all’Università Cattolica di Milano

Dal sito: http://www.nuovi-lavori.it/index.php/sezioni/545-un-europa-da-ricostruire