„In Europa è il momento della grande politica”. Un testo di Beniamino Andreatta

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Come si sa Sabato 25 marzo saranno 60 anni dai Trattati di Roma. E’ la festa dell’Europa. Una Europa, oggi, investita da un vento nazionalista molto pericoloso e da attacchi terroristici. Eppure bisogna ancora credere al “sogno” di un continente unificato.

Quei trattati, infatti, segnarono l’avvio del processo di integrazione europea. Era un lunedì, quel 25 marzo del 1957, quando i ministri degli esteri di cinque Paesi europei firmarono le carte oggi fondamento dell’Unione. Due trattati: quello costitutivo della Comunità Economica Europea (CEE) e quello della Comunità europea dell’energia atomica (EURATOM). 

Così per ricordare quella storica firma abbiamo pensato di proporre un testo di un grande europeista contemporaneo: Beniamino Andreatta. Politico ed economista di statura internazionale, in questo intervento invita la politica a pensare in grande. Il sogno di un Europa unita implica una politica coraggiosa, una politica capace di pensare il futuro.

Il testo di Andreatta, che pubblichiamo per gentile concessione, si trova nel primo numero del 2017 della rivista Arel. Il volume, curato da Mariantonietta Colimberti ed Enrico Letta, dal titolo “L’Europa di Andreatta” verrà presentato a Roma, domani pomeriggio, presso il Centro di Studi Americani in via Caetani. Interverranno Enrico Letta e Giuliano Amato

Il crollo delle certezze
Ha scritto Max Weber: «La cattedra non è per i demagoghi, né per i profeti». Cercherò, quindi, di attenermi a una valutazione del futuro della politica del mondo basata sugli sviluppi che possono, in qualche modo, essere estrapolati da ciò che io chiamo “oggi”.
Sul piano internazionale, si impongono alla nostra attenzione due elementi.
Il primo: la fine dell’ideologia dello sviluppo, così com’era concepito negli anni Sessanta; lo sviluppo, infatti, è stato ineguale. Alcuni paesi, come Cina e India, sanno maneggiarlo e hanno risolto prima i loro problemi alimentari; altre parti del mondo, invece, sono incapaci di avviare la prima accumulazione; altri ancora, per la fragilità dei loro sistemi politici, si sono indebitati e devono smaltire i loro debiti. In qualche misura si è rotto l’universo dello sviluppo, si è infranto il partito del Sud, e questo si è riflesso in una perdita anche per i paesi avanzati, per i paesi capitalistici, per l’ideologia dello sviluppo.

Il secondo: la difficoltà di reggere la sicurezza del mondo affidandosi alla credibilità della deterrenza nucleare.
Ebbene, sembra che oggi questi due fenomeni, che hanno caratterizzato trenta o quarant’anni della nostra storia, che hanno costituito la grande ideologia trasversale alle generazioni politiche mondiali e che hanno trovato negli anni Sessanta il massimo periodo di diffusione, siano entrambi in crisi.
Si pongono poi tra le paure il problema dei rapporti tra le grandi aree industriali e quello del costo della leadership. Lo stesso libro, un po’ banalmente profetico, di Paul Kennedy, The rise and fall of great powers, uscito nel 1987, riprendendo il concetto di onda lunga o ciclo lungo, sottolinea come le certezze si dissolvano nella prospettiva delle ere storiche. L’autore si fa portavoce di un clima intellettuale di maggiore relativizzazione: sembra che a spingerlo a scrivere il libro sia proprio il logorìo cui sono stati sottoposti i concetti dominanti nel periodo dal dopoguerra ad oggi. Kennedy paragona l’attuale sovraestensione degli impegni della potenza dominante al ciclo che ha visto la fine tanto dell’impero spagnolo, quanto dell’impero inglese, e osserva che l’incapacità di accumulare capitali e la strategia di politica estera, unite all’idea di contenimento, hanno portato gli Stati Uniti a una presenza mondiale che ormai è sproporzionata rispetto alle risorse che il paese stesso è in grado di produrre. La progressiva riduzione della quota di reddito mondiale prodotta dagli Stati Uniti rispetto alle responsabilità imperiali fa sì che queste sempre meno vengano accettate dai cittadini.

La crisi delle certezze che sostenevano l’ideologia marxiana e comunista si colloca chiaramente nello stesso quadro. Tuttavia, pare che queste crisi, che guarda caso si fanno sentire proprio all’approssimarsi della fine del millennio, non inneschino la paura. Più che di paura, si può parlare di un desiderio di quiete, quasi di riposo, di voglia di non andare con il fiato mozzo, come quando, dopo una corsa eccitante, si desidera l’estenuazione come contrappeso.
Chi possiede certezze non vive in stato di quiete: le certezze allertano, fanno correre, impegnano. Allo stesso modo, se le certezze cadono e la loro caduta è una folgore, una rivoluzione, il sentimento che prevale non è la paura, ma il desiderio incontenibile e drammatico di confessare pubblicamente il crollo delle certezze.

Desiderio di quiete e centrismo
Dal Baltico a Pechino si sono accesi molti di questi focolai, e non è un caso che ciò avvenga in Oriente. In Occidente cadono le certezze e non c’è paura, né confessione drammatica e pubblica. Si indossa l’abito buono e con sorniona impudenza si va al funerale ritardato di Nagy, o si riceve Gorbaciov con applausi fragorosi. Due modi per dire che sono cadute le certezze, ma ciò che si desidera ora è stare in quiete, perché tutto è business.
Almeno per noi, in Occidente, non vedo paura ma piuttosto emozionante desiderio di quiete,
volontà di allontanare i problemi e, infine, una gran voglia di non arrivare al Duemila con il fiato mozzo perché si è dovuto correre, sia che ti abbiano fatto correre le certezze che avevi, sia che ti abbia fatto correre la confessione pubblica e drammatica del loro crollo.
Lo stesso pronosticare catastrofi di ogni ordine e tipo è, in un certo senso, la controprova dell’apatia dominante, della ricerca di quiete. Del resto, anche l’Occidente è reduce da due decenni di mobilitazione. Dal ’68 al ’78 il pendolo ha battuto sulla sinistra del suo arco, poi, dal ’78 all” 88, tra Reagan e la Thatcher, sulla destra. Sono stati due decenni ideologicizzati: ora si desidera che regni la calma del centrismo.

Qualche tempo fa, parlando di queste cose con un amico americano, affacciavo l’ipotesi che Bush – al di là delle sue intenzioni e dei suoi disegni, o non avendo, forse, né intenzioni né disegni – finisca di fatto col favorire l’insorgere di un “club di condómini” con un regolamento fatto di gerarchie, responsabilità, quote e contribuzioni, con lo scopo finale di offrire al mondo la quiete che cerca. Tale ipotesi veniva commentata dal mio amico come una eventualità bushish e riconosceva che essa va tenuta presente, considerando anche le atmosfere che regnano a Ovest e a Est, ben diverse seppure originate entrambe da una caduta generale di molte certezze. L’amico era un fisico, il quale aggiungeva come oggi non si pensi più, perché pensare è diventata un’attività correlata alla quota di profitto delle imprese. Come queste si interessano del profitto a breve termine e non spingono lo sguardo al di là del trimestre, così i dipartimenti universitari pensano solo al futuro immediato, in modo da far quadrare il bilancio.
Riflettere sul nuovo, e quindi sullo sconosciuto, è antieconomico. Ma questo significa crisi della politica, esigendo da essa una drammatizzazione. Forse anche quelle confessioni pubbliche, quei focolai che si sono accesi dal Baltico a Pechino, sono solo rivolte di protesta e di delusione. È il dramma che nasce dal crollo di certezze politiche, ma non è un dramma che mostri il
preludere a una politica. Sotto questo profilo, la situazione è negativa a Ovest come a Est. A Ovest si vuole la quiete per continuare a comprare, a Est ci si rivolta perché è negata la possibilità di comprare.

Ma a Est, come a Ovest, ben poco si fa per procurarsi ciò che non si può comprare: il carattere, ovvero una morale. E questo è in linea con la caduta delle certezze, con le consolazioni che il concetto di onda lunga procura, con il rifiuto di drammatizzare, e quindi con il rifiuto della politica, con il desiderio di non arrivare al Duemila con il fiato mozzo, contando sulla manna che il centrismo distribuisce.
Questa caduta dell’ideologia si colloca nell’ambito della ybris con cui la nuova destra ha affrontato il problema. Reagan ha giocato su una menzogna di fondo nella contrapposizione tra i suoi grandi obiettivi e i suoi scarsi mezzi, non solo economici, ma anche politici. L’America non è ancora uscita dalla situazione post-Vietnam, il presidente ha manovrato piccole crisi militari, che sono state interpretate dall’Unione Sovietica come volontà di determinazione e perciò sopravvalutate, ma che erano le uniche azioni che si potevano portare avanti, considerando che la delega “potere alla Presidenza”, caratteristica dei primi trent’anni del dopoguerra, in realtà è caduta con il Vietnam, e Reagan non è riuscito a ricostruirla. Dall’altra parte la Thatcher, che ha certamente operato una epocale trasformazione in un paese in decadenza, ha affrontato con ybris ogni categoria, persino quella del suo elettorato. Si pensi alla lotta che sta intraprendendo contro i medici, contro gli avvocati, contro le università. In questa maniera ha spinto al radicalismo il pendolo di destra, ha mostrato la sua collera ma, dalla parte opposta, non sembra che le stanche ideologie socialdemocratiche degli Stati Uniti siano in grado di contrapporre a questa ultima grande avventura dell’Occidente, che è stata la destra degli anni
Ottanta, qualche cosa di nuovo, qualche cosa capace di mobilitare.

Una nuova leadership come soluzione?
Eppure di leadership ci sarebbe bisogno per dare soluzione all’inevitabile problema del debito, che in questi anni è cresciuto più del prodotto dei paesi in via di sviluppo. La strategia di mantenere il debito “a bagnomaria” era fondata sulla speranza che il rapporto fra i tassi di interesse e quelli di crescita permettesse progressivamente di liquidare in maniera benevola il problema del debito. Ma ciò non è accaduto, tanto che oggi si pone il problema del taglio, del disconoscimento, proprio perché è interesse degli stessi creditori che il debito non schiacci lo sviluppo, per evitare che le prospettive di ottenere almeno il pagamento degli interessi si facciano sempre più aleatorie. Non si tratta più di un’operazione meramente commerciale. Se ci fosse leadership, il problema dell’inevitabile riduzione del debito (oggi si discute fra una riduzione del 15%, come vorrebbero le banche, e una riduzione del 50%, come propongono i paesi) potrebbe rivelarsi l’occasione di una ricostruzione della politica, là dove di politica si muore, come in America Latina o in Africa. Le vie sarebbero l’imposizione di aree di libero scambio, come ha fatto l’America con l’Europa all’inizio del dopoguerra, e la sottrazione del potere di battere moneta ai paesi in via di sviluppo, concentrando quindi in banche federali a livello continentale questo pericoloso potere, che disorganizza le politiche economiche dei Paesi latinoamericani.
Una leadership sarebbe necessaria per risolvere i problemi della distensione: per evitare che essa divenga un’arma di guerra, com’è stata nell’era brezneviana.

Si sono fatti avanti un new thinking, quello che Gorbaciov ha presentato alle Nazioni Unite nel dicembre 1988, e una nuova strategia dell’Armata Rossa, basata sulla difesa distensiva. Ma l’esperienza della prima distensione lascia qualche perplessità sull’esito dell’operazione.
Di leadership ci sarebbe bisogno per risolvere i problemi in Europa perché, in qualche misura, l’attenuarsi dell’equazione nucleare, che dava una matematica sicurezza della necessità per tutti i Paesi europei di regolarsi secondo criteri comuni, ha rimesso in gioco molti deliri. I nostri ragazzi conoscono Danzica come la città di Solidarnosc, eppure i Republikanen in Germania parlano di una Danzica come quella di cui si parlava negli anni Trenta. Quattro milioni di ungheresi vivono fuori dei confini nazionali. Tutto questo mi preoccupa molto avendo vissuto gli anni Trenta e le parole d’ordine di quel periodo.

Le tensioni in Jugoslavia ricordano infatti altre tensioni. La capacità europea di ricostruzione, nata per saldare la Germania all’Occidente, viene meno proprio nel momento in cui, per alcuni aspetti, si è vinta la “terza guerra mondiale”. Si può, infatti, per gli anni Ottanta, parlare di “terza guerra mondiale”: il riarmo voluto da Carter e proseguito da Reagan ne ha tracciato una possibile storia, non basandosi sulla guerra campale, ma su manovre avvenute, appunto, sui quadri. Proprio quando la “terza guerra mondiale” sembra essere stata vinta, l’Europa viene messa alla prova da due tentazioni: il desiderio della Germania di risolvere il suo problema nazionale attraverso la marcia verso Oriente, e la voglia di altri paesi di opporsi a un equilibrio di potenze, come suggerisce Kissinger, e alla riunificazione tedesca, creando notevoli tensioni tra le nazioni d’Europa.
Al di là dei successi o insuccessi delle operazioni economiche del 1992, credo che questi problemi riportino in primo piano la grande politica, che è politica internazionale. L’Europa è stata in questi ultimi anni, dopo la vicenda coloniale, il paese della bassa politica, il paese delle politiche di redistribuzione, della politica del benessere, della politica dello Stato corporato. L’Europa si trova ora impari e in preda alle gelosie. Perché escludere che l’azione della Thatcher sulla questione dei missili fosse volta a mettere in difficoltà la marcia tedesca verso l’Oriente, in un momento in cui l’industria era in crisi e praticamente fuori gioco su questi mercati?

Si rifà avanti la grande politica, quando le consuetudini, le abitudini europee sono quelle della politica di basso livello, della politica interna, della politica sociale. Si apre un’avventura eccitante, un’avventura da consegnare alla generazione futura: ricreare l’Europa Centrale e Orientale fuori dei confini della Russia. Da questo punto di vista sembra opportuno che l’Austria non aderisca alla Comunità Europea e assuma, invece, il ruolo di clip dell’Occidente, in un’ipotesi di neutralizzazione del bacino danubiano e dell’Europa Orientale, e di finlandizzazione, la quale aveva già costituito, peraltro, la soluzione iniziale di Stalin per regolare i problemi di sicurezza nell’Unione Sovietica. Quest’ipotesi non va quindi contro l’idea di sicurezza che Stalin aveva seriamente prospettato e realizzato nel caso finlandese. Naturalmente, però, richiede la magnanimità della grande politica, la capacità di giocare la politica estera, anche al di fuori delle alleanze, anche come “europei”, senza ostacolarsi a vicenda, presentando il ricco campionario di ciò che ciascuno dei paesi può offrire per la ripresa, per il salvataggio economico dell’Unione Sovietica.
Se la sfida della situazione attuale si dimostrasse così forte da modificare le istituzioni, la priorità andrebbe certamente al coordinamento delle politiche internazionali, agli obiettivi internazionali dell’Europa di fronte al problema della liberazione di cento milioni di confratelli europei, che per quarant’anni sono vissuti sotto la regola sovietica.

La fragilità della forma statale attuale
Tutto questo sembra contrastare con il grado di maturità delle istituzioni. È la stessa forma statale, secondo alcuni analisti, che è entrata in crisi, coinvolta sempre più da fenomeni transnazionali. Gli stessi conflitti che abbiamo vissuto e che ci si prospettano davanti sono conflitti che poco debbono allo scontro classico tra gli Stati. McNamara constatava che, contando il numero di guerre dal ’45 a oggi, su 140 totali ben 120 scaturivano da sedizioni, rivolte interne e conflitti tribali.
I problemi più seri che ci troviamo a dover oggi affrontare sono quelli collegati al terrorismo, alle immigrazioni e alle loro conseguenze sulla sicurezza dei paesi meta dei flussi migratori. Sono quelli dell’energia, dell’arma nucleare: sei o sette paesi sono ormai in grado di produrre armi nucleari, e c’è persino chi pensa che l’unico strumento per riportare questo fenomeno sotto controllo sarebbe l’omicidio politico delle centinaia di fisici e ingegneri che rappresentano il patrimonio di questi paesi. Fortunatamente gli economisti non costituiscono argomento di preoccupazione per i Servizi Segreti.
I nostri problemi interni, poi, sono collegati a una paura antica: la paura che ebbero le forze politiche del nostro paese, prima della Costituzione, di creare un sistema con un esecutivo che funzionasse veramente. Nessuno sapeva esattamente quale era la forza dell’altro. C’era l’ipoteca della guerra civile in Grecia. E allora l’accordo fu quello di avere un sistema elettorale e di istituzioni debole, che permettesse, quale che fosse stato l’esito delle elezioni, di controllare l’esecutivo attraverso le guerriglie parlamentari. Questo sistema ha prodotto lo sfascio finanziario più rilevante che sia mai avvenuto nella nostra storia al di fuori dei periodi di guerra. Ed è un’equazione del tutto comprensibile che trova la sua puntuale spiegazione nel confronto di sistemi politici diversi. I sistemi deboli, basati sulla rappresentanza proporzionale, e quindi sulla necessità di negoziazioni all’interno dei rappresentanti e dei Parlamenti, hanno attraversato tutti delle situazioni di crisi finanziaria; le risorse pubbliche sono state ovunque utilizzate per cercare di guadagnare posizione in questa lotta dei partiti senza regole. E in un tempo contratto – nel caso di governi proporzionali esso può diventare anche estremamente breve riducendosi alla misura di un anno – nessuna politica finanziaria può produrre i suoi frutti; occorre infatti un orizzonte temporale medio di almeno quattro o cinque anni. Quando la signora Thatcher affrontò i problemi finanziari inglesi dovette aggiungere la coda delle Malvinas perché la sua popolarità dopo tre anni era già in declino.

La fragilità finanziaria è, infatti, caratteristica di questi sistemi con ampio grado di libertà, in cui la legittimazione non proviene dalle elezioni e in cui alla sera della domenica non si sa chi comanderà il paese per i prossimi cinque anni. Quando, poi, le scarse difese costituzionali non vengono attivate (e questo pone problemi di gravi responsabilità costituzionali alle maggiori autorità dello Stato), la crisi finanziaria interviene come inevitabile conseguenza della debolezza e della fragilità del sistema della rappresentanza.
Uscire da questa situazione in tempo per le scadenze economiche è un obiettivo che pone in estrema tensione il nostro sistema politico. Si fa sentire sempre più forte l’esigenza di una riforma del sistema della rappresentanza che permetta, attraverso la modifica dell’organizzazione elettorale, di esprimere esecutivi che ricevano la loro legittimità dalle elezioni, e non dagli accordi tra i proseliti. Peraltro, il sistema politico ha un interesse oggettivo a che ciò non avvenga: i 900 partecipanti al legislativo hanno un interesse personale alla instabilità dei governi per massimizzare la loro probabilità di successo personale.
La politica è una cosa troppo seria per lasciarla ai politici. È essenziale quindi che l’esecutivo trovi un saldo fondamento attraverso l’automatismo del sistema elettorale, in modo da disporre del tempo necessario per affrontare i problemi minimi della convivenza.
Bisogna, comunque, aver chiaro che dalla politica non può venire la salvezza. Alla politica non si può chiedere un’ideologia per vincere la paura o fornire delle utopie. Platone, capostipite di quella linea politica che finisce a Lenin e ai tiranni, concepiva la città come organismo, come individuo. Aristotele gli si contrappone: la politica c’è solo dove c’è differenza e dove si tratta di trovare un metodo per comporre le differenze attraverso una regola di civiltà. La polis non sarebbe la polis, dice Aristotele, se fosse un individuo. E allora, se c’è un limite intrinseco alla politica, c’è da domandarsi se la politica non possa che basarsi sui valori di tolleranza, e difficilmente possa basarsi su utopie o su ideologie a lungo termine; se la forza di vivere, di impegnarsi e di imparare non debbano essere fornite al di fuori della politica e se alla politica noi dobbiamo chiedere soltanto questa garanzia di convivenza a livello della singola città, del singolo Stato o a livello planetario, senza chiederle il sostituto pericoloso di una ideologia. Se questo fosse vero, quello stato di quiete verso il quale mi pareva di poter diagnosticare che si stia avviando la politica mondiale, non sarebbe, dopo tutto, una situazione così negativa.

*Intervento al Convegno Il futuro tra utopia e paura, Castel Ivano, 25 giugno 1989, ora nel volume omonimo edito da Sonda (1990), con il titolo Una politica per il futuro.

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