La nuova primavera di Palermo. Intervista ad Alfio Mastropaolo

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Palermo (Contrasto)

Entro questa primavera si svolgeranno le importanti elezioni amministrative. Elezioni che saranno, anche, un test politico nazionale. In particolare per PD e Movimento 5Stelle.

Complessivamente, considerando tutte le regioni, alla tornata elettorale amministrativa di primavera 2017 saranno interessati gli elettori di 1.020 comuni, di cui 796 appartenenti a regioni ordinarie e 224 a regioni a statuto speciale.
Si voterà in quattro comuni capoluogo di regione (Catanzaro, Genova, L’Aquila e Palermo) ed in ventuno comuni capoluogo di provincia (Alessandria, Asti, Belluno, Como, Cuneo, Frosinone, Gorizia, La Spezia, Lecce, Lodi, Lucca, Mondza, Oristano, Padova, Parma, Piacenza, Pistoia, Rieti, Taranto, Trapani e Verona).
Superano i 100.000 abitanti le seguenti città: Genova, Monza, Padova, Palermo, Parma, Piacenza, Taranto e Verona.
Da segnalare che si voterà per la prima volta in nove nuovi comuni istituiti nel 2017 mediante processi di fusione amministrativa. Il comune più piccolo alle elezioni è Blello (BG), che conta solo 71 abitanti al 31 dicembre 2015, data dell’ultimo bilancio demografico annuale Istat.

Ce ne occuperemo anche noi, facendo un piccolo “tour” politico – amministrativo, andando a scovare realtà significative nel nostro Paese.
Incominciamo, oggi, con la città di Palermo. Palermo città di Frontiera. Ne parliamo, in questa intervista, con Alfio Mastropaolo, palermitano doc, che è stato per anni docente universitario di Scienza politica e tra i più noti studiosi europei sull’antipolitica.

Professore, guardando all’operato di questi anni del Sindaco Orlando, quale giudizio si sente di esprimere? Per riprendere lo slogan di Luca Orlando “Il sindaco lo sa fare” sì o no?
Palermo è un laboratorio di molte cose italiane e per questo merita di essere osservata. È un esempio di quel che capita al momento alle amministrazioni locali in Italia. Nei primi anni ’90 erano state acclamate come la leva del rinnovamento politico e morale del paese. Si era introdotta l’elezione diretta del sindaco, si erano snellite le procedure amministrative (qualcuno si ricorda la storia del sindaco manager), se ne erano ampliate le competenze e si era concessa loro qualche autonomia impositiva. Dopo un quarto di secolo la situazione si è rovesciata. Che l’applicazione pratica dei modelli più perfetti sia di solito deludente è cosa nota. Ma qui siamo al disastro. Ci si voleva liberare dai partiti. Pian piano qualcuno comincia a pensare che tra sindaco e cittadini non c’è niente in mezzo, che l’assenza d’istituzioni di raccordo pregiudica l’azione di governo, che se le elezioni producono una scelta disgraziata – un sindaco non necessariamente disonesto, basta incompetente – le conseguenze sono micidiali e i cittadini le pagano. Non siamo ancora entrati in una fase di ripensamento, ma siamo in pieno in quella dell’insofferenza. La cosa più saggia sarebbe rivedere certe scelte e provvedere a una messa a punto. Al momento, invece, il rischio di derive politiche devastanti e di riforme peggiorative è altissimo. Osservare i casi concreti è dunque utile.
Ciò che rende ancor più problematica la condizione delle amministrazioni locali sono state le misure spietate adottate nei loro confronti degli ultimi governi. Esse hanno pagato la parte più consistente delle riduzioni della spesa pubblica. I tagli erano iniziati da tempo, ma si sono a dismisura accelerati. Sono i tagli, risalenti, la ragione delle cementificazioni dissennate degli ultimi due decenni. Concedere opportunità di costruzione era un modo per far cassa, come lo erano le grandi opere e i grandi eventi. Da ultimo sono intervenute riduzioni mostruose nei trasferimenti dallo Stato agli enti locali. I governi si vantano di avere ridotto la spesa pubblica e perfino di aver abbassato le tasse. Invece, anche se pochi cittadini lo sanno e nessuno li informa, la fiscalità è divenuta iniqua. Il risultato è che i comuni si sono impoveriti e hanno ridotto drammaticamente i servizi ai cittadini, di cui sono i fondamentali fornitori. Non senza differenze tra i comuni più ricchi e quelli più poveri.
In questa micidiale tempesta, la parabola di Palermo è esemplare. È un distillato della storia recente. La città ha vissuto da protagonista la stagione delle grandi aspettative, con un sindaco – Orlando – che impersonava il desiderio di rigenerazione morale non solo di Palermo, ma pure del paese. In otto anni di amministrazione, tra il 1992 e il 2001, Orlando era riuscito a ottenere risultati piuttosto soddisfacenti. Quando il suo ciclo elettorale si esaurito, a Palermo è toccata un’amministrazione disastrosa e neanche troppo rispettabile. Cinque anni or sono la città si è di nuovo affidata a Orlando e sta provando a risalire la china, con una duplice complicazione: lo stato lamentevole in cui la città era stata lasciata dall’amministrazione precedente e i succitati tagli spietati della spesa pubblica.
La mia esperienza è quella di un fruitore part time della città. Molti palermitani si lamentano, ma chi studia queste cose sa che gli elettori hanno memoria corta. Vista con più distacco, la città è in risalita. Date le condizioni in cui il sindaco Orlando l’aveva trovata – valga per tutti il fallimento dell’azienda municipale per la nettezza urbana – a Palermo si sono fatti miracoli. Gli elettori non studiano scienze sociali e le classifiche, come quella del Sole/24 Ore, giocoforza semplificano. Per rendere giustizia alla realtà, occorrerebbero indagini molto più accurate.

Durante l’incontro al Teatro Golden, per il lancio della sua ricandidatura a Sindaco, Orlando ha presentato il bilancio del suo operato. Stando alle cifre che ha mostrato indubbiamente vi sono opere pubbliche di riqualificazione del territorio molto importanti, si pensi alle zone strappate al degrado che hanno recuperato una bellezza antica. Tutto questo è importante, però le chiedo, in sintesi, quali sono state le direttrici strategiche su cui si è mosso il Sindaco?
Orlando ha illustrato pubblicamente il bilancio della sua amministrazione. Mi pare ovvio che abbia redatto un elenco di successi strepitosi. Questa è la politica. Ma è innegabile che di cose lui e la sua giunta ne hanno fatte molte. Il comune ha resistito alle difficoltà a quadrare i bilanci. Come tutti le amministrazioni locali, quella di Palermo è afflitta da terribili carenze di personale, aggravate dai vari blocchi delle assunzioni. Eppure, la città è più pulita di cinque anni fa; le attività culturali sono in pieno risveglio; il restauro del centro storico, che porta ancora le ferite della guerra, è ripreso, pur nella crisi generalizzata dell’edilizia; si è avviata una politica di potenziamento del trasporto pubblico e di riduzione dell’inquinamento; si contrasta l’abusivismo edilizio e la massiccia evasione di tributi e tariffe locali. Insomma, si fanno cose utili. Non escludo che si potesse far di meglio. Bastava trovare l’uomo adatto e eleggerlo.

La forza carismatica e la competenza di Luca Orlando fanno la differenza. Un sindaco senza partito. Tanto che lui afferma “Palermo è il mio partito”. Una logica di indipendenza molto forte. I partiti di centrosinistra accetteranno questo?
Si parla troppo del carisma di Orlando e non gli si rende giustizia. Vent’anni fa ne avevano fatto uno straordinario personaggio televisivo. Poi la televisione e media l’hanno mollato e Orlando è rientrato tra i ranghi, ma è rimasto una personalità non comune. Il suo è uno stile politico singolare, per qualcuno magari irritante, ma lui è soprattutto un amministratore competente, un politico attento a parlare coi cittadini, oltre che una figura moralmente irreprensibile. Nessuno ha mai potuto metterne in discussione la moralità personale. Per temperamento non ama le liturgie dei partiti. Ma il problema non sta tanto nel fatto che lui non ama i partiti. Sta nel fatto che i partiti sono odiosi, pretenziosi e inconsistenti. Tanto che a Palermo non riescono nemmeno a opporgli una candidatura accettabile.
Il Pd si vanta di essere rimasto l’ultimo partito italiano. Sta mettendo in scena l’ennesima ridicola incoronazione del suo leader, ma a Palermo, dopo avere fatto sempre resistenza a Orlando, non ha trovato nessuno disposto a fargli concorrenza. Secondo un’antica tradizione nazionale, corre perciò in soccorso al (presunto) vincitore: se va bene, elemosinerà qualche assessorato. L’unica scusante è che i partiti sono allo stremo in tutta Italia, in Europa e forse, a guardare all’America, in tutto l’occidente. È molto difficile capirne la ragione. Butto lì un’ipotesi: i partiti non sanno e non vogliono più connettere i cittadini ai pubblici poteri, perché costa molta fatica. Vogliono vincere le elezioni, spartirsi le cariche pubbliche e si illudono che a questo fine basti la comparsata televisiva dell’istrione di turno. Così il popolo lo stanno scoprendo i nuovi estremisti di destra, o i populisti alla Grillo. È una condizione disastrosa, perché i partiti erano sì stati inventati come macchine elettorali, per conquistare il potere, ma lo facevano raggruppando gli individui, accogliendoli, soprattutto educandoli e connettendoli tra loro. Per carità, c’era chi lo faceva malissimo e si incrociava con la mafia. Sta di fatto che i partiti attuali sono unicamente gruppi di potere, che si affannano tra politica e affari. Palermo riflette in piccolo questa condizione. In assenza di un’alternativa credibile, Orlando ne profitta e li tratta con sufficienza.
In realtà, anche se dice di non avere un partito, lui dispone di un larghissimo network di relazioni nella società locale, tra associazioni, parrocchie, gruppi di volontariato, opinion leaders di circoscrizione, che coltiva da decenni e che, specie in assenza di concorrenti, costituisce una discreta base elettorale. Ho però il sospetto che, come tutte le persone di buon senso, anche lui si renda conto che i partiti ci vorrebbero. Come si tiene assieme una società, anche solo locale, senza una pubblica amministrazione decente, senza attività imprenditoriali, private o pubbliche che diano lavoro e reddito e pure senza partiti che raggruppino e educhino i cittadini? Palermo è un esempio tra tanti. Le assenze – niente pubbliche amministrazioni, niente partiti, niente imprese – sembrano essere il destino del paese. Da qualche parte sopravvivono segmenti di amministrazioni pubbliche e di imprese, più o meno solidi: a Milano, a Torino, a Firenze. Ma il resto, si veda Roma, è al collasso. Nel collasso può capitare di tutto: il pessimo – di esempi ne abbiamo molti sotto gli occhi – e il buono. Quest’ultimo mi pare il caso di Orlando, il quale però può far fuoco solo con la legna che c’è. Dobbiamo comunque essere consapevoli che se c’è bricolage virtuoso, c’è n’è anche di terribile. Non a caso l’elettore medio, in Italia e non solo, non è scontento, ma è disperato, e la disperazione produce movimenti scomposti. È sciocco gridare al lupo populista quando non si fa che chiamarlo.

Palermo si è contraddistinta per le politiche di accoglienza. Può parlarcene? Vi sono progetti meritevoli?
Anche qui, l’amministrazione comunale fa quel che i mezzi le consentono. A quel che vedo, fa parecchio. L’immigrazione è un fenomeno irreversibile. Come lo giudichiamo è irrilevante. Ciò che conta è che non si fermerà. E non porta da nessuna parte l’idea che possiamo fermarla. Per fermarla servirebbero non i respingimenti, ma una politica di sostegno ai paesi di provenienza, che crei pane e lavoro da quelle parti. E poi smetterla di accendere guerre scellerate in giro per il mondo. Se uno avesse buon senso, rinuncerebbe alle guerre e investirebbe nella pace. Ma l’occidente è irrimediabilmente insensato e vai a persuadere le popolazioni occidentali che occorre investire per dare pane e lavoro all’Etiopia o al Marocco. Quindi adeguiamoci. Le politiche di accoglienza costano anch’esse. Ma oltre all’accoglienza materiale, è essenziale quella simbolica: la conoscenza e il rispetto dell’altro. Questa è una politica che non costa, ma che in pochi fanno. Orlando la fa, con accanimento. La fa col suo stile: Palermo come punto di contatto tra nord e sud, come grande capitale mediterranea. Le parole contano. Anzi, le parole sono fatti. Certe parole – benedetto sia chi le pronuncia – servono a bilanciare le parole di odio pronunciate da altri. Sono coerenti con questo schema anche le parole che Orlando spende da sempre contro la mafia e la sua attenzione ai temi della legalità. C’è da aspettarsi che Palermo capitale della cultura nel 2018, oltre a far conoscere meglio le sue mille risorse monumentali, artistiche, gastronomiche, colga l’occasione per ribadire questi temi, anche agli occhi dei palermitani. I quali andrebbero pure persuasi a rispettare di più la loro città. Un’amministrazione non può farcela da sola. Se il problema della raccolta rifiuti è ancora grave, quanto non aiuterebbe a risolverlo un comportamento più disciplinato dei cittadini? Se ci fossero dei partiti di qualità, aiuterebbero loro. Non ci sono anche in questo e se ne sente la mancanza.

Certamente vi sono stati dei miglioramenti presentati dal Sindaco in quelle sue slides, che hanno fatto sì che l’immagine di Palermo in Italia sia migliorata. Però c’è l’enorme cifra della disoccupazione che si aggira intorno al 42% nella città metropolitana. Il tessuto industriale del comprensorio si è desertificato per la chiusura della Fiat. Non pensa che questo dovrà diventare la priorità assoluta per il prossimo sindaco?
Palermo sul piano occupazionale è molto malmessa. Lo è come il resto della Sicilia e come il Mezzogiorno. Ci sono segni di risveglio, ma sono molto timidi. Cosa può fare un sindaco? Non chiediamogli quel che non può fare. Una città ben amministrata può attrarre investimenti: magari di buona qualità, anziché grandi opere e grandi eventi, genere olimpiadi. Il problema è che amministrare bene aiuta, ma non risolve. Palermo è situata alla periferia dell’Europa. Per ravvicinarla si dovrebbe investire in infrastrutture – porto, aeroporto, ferrovie, ecc. – ma mancano le disponibilità finanziarie e neanche questo forse basterebbe. Sarebbe invece di enorme aiuto lo Stato, ove colmasse, e consentisse di colmare, i vuoti che ci sono nelle pubbliche amministrazioni, se intervenisse a potenziare le scuole, l’università, la ricerca, ecc. ecc. Queste cose chi ci governa non le fa nemmeno nelle regioni di paese che gli stanno più a cuore. Figurarsi nel Mezzogiorno, in Sicilia, a Palermo, che sul piano elettorale contano ormai molto poco. Non parliamo della regione Sicilia. La strategia nazionale è di mettere le città in concorrenza e di far piovere finanziamenti dall’alto più o meno per grazia sovrana. Personalmente penso che tutti i cittadini abbiano diritto a essere trattati allo stesso modo e a ottenere lo stesso livello di servizi: non a essere erraticamente beneficati mediante qualche curiosa procedura competitiva, che premia gli amministratori e ignora i cittadini. Come pretendere allora il miracolo dal sindaco di una città carente di iniziative imprenditoriali private e pubbliche di qualche respiro? Si può sperare nel turismo, ma di solo turismo non si campa e comunque, salvo trasformare i centri storici in Disneyland, serve una politica del turismo, non solo locale. Soprattutto però occorrerebbe una vera politica industriale nazionale, che metta al centro il divario con il Mezzogiorno. Purtroppo non nutro alcuna speranza che ciò possa avvenire nei prossimi anni. L’agenda dei governanti nazionali è tutt’altra e coloro che aspirano a sostituirli non sono affatto migliori.
La sola cosa che forse si potrebbe fare, dico forse, è cominciare a sperimentare, in posti come Palermo, forme di organizzazione e distribuzione della vita collettiva e del lavoro alternative. Non il lavoro non pagato dei cosiddetti volontari o degli stagisti, che è una forma di sfruttamento vergognoso, ma la redistribuzione del lavoro. Può però farlo un sindaco? Non lo so. Ma bisognerebbe pensarci. Da qualche parte si fanno esperimenti. Perché non a Palermo?

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