Che cos’è la normalità? Il mistero e il fascino di una parola

È appena uscito nelle librerie il secondo numero, del 2017, della rivista dell’Arel, l’agenzia di studi economici e legislativi fondata da Beniamino Andreatta. Il tema di questo numero è dedicato alla “Normalità”. Un tema affascinante, come spiega, nella sua presentazione, La Direttrice della Rivista Mariantonietta Colimberti. Il numero verrà presentato, nella tarda mattinata di domani nella sede dell’Arel, da Enrico Letta, Segretario Generale dell’Arel, e da Marco Minniti, Ministro degli interni.

PRESENTAZIONE
Chiedersi cosa sia la normalità e come essa si definisca nel nostro tempo significa porsi un interrogativo smisurato e forse senza risposta. Ma proprio la difficoltà di arrivare a una descrizione nitida della normalità è anche ciò che ne costituisce il fascino e la modernità. Perché se il concetto di normalità, come si sa, muta col mutare delle epoche, delle culture e persino delle latitudini – nelle due sezioni di questa rivista “Lontani da noi” e “Vicini a noi” se ne trovano documentati esempi – ci sono ambiti in cui la contemporaneità mette a durissima prova il tentativo di guardare e comprendere la “normalità”.
L’intervista di apertura al Presidente emerito Giorgio Napolitano è, in un certo senso, il racconto di una “non normalità”: quella di un’amicizia importante tra due giganti della politica, entrambi eccentrici nei rispettivi partiti – PCI e DC – pur nell’assoluta lealtà che sempre mantennero. Una stima profonda nata oltre dieci anni prima della caduta del Muro di Berlino, diventata amicizia nel Primo Governo Prodi, quando Andreatta fu ministro della Difesa e Napolitano degli Interni, prima volta per un ex comunista. Napolitano ripercorre vicende significative della storia italiana e degli anni in cui nel nostro paese non era possibile l’alternanza a causa della conventio ad excludendum, ed esprime il suo pensiero sul futuro dell’Europa e della sinistra.
“Il mondo non è normale” è il titolo che provocatoriamente abbiamo dato alla prima sezione. Principale protagonista della “non normalità” è la tecnologia, che ha rivoluzionato le nostre vite e, insieme ad esse, la politica, l’economia, le istituzioni, la finanza. Bene ce lo spiegano, ciascuno per il proprio campo – che alla fine risultano contigui – Enrico Letta e Alessandro Pansa, mentre Ferdinando Salleo pone il problema ineludibile di cercare la strada per una nuova stabilità dopo la fine irreversibile di un “ordine” mondiale noto. Ma accanto a un panorama internazionale così problematico c’è anche una realtà che si è costruita attraverso progressive conquiste, che hanno inciso e incidono positivamente nella nostra quotidianità: le tante piccole e grandi “normalità” dell’Europa, il nostro comune paese, come ci rammenta Raffaella Cascioli. Chiude la sezione un ampio intervento di Marco Giudici sulla crisi della televisione, condannata anch’essa a una “non normalità”, a cercare cioè format estremi per reagire all’indebolimento dei suoi tradizionali punti di forza e, in definitiva, al pericolo del suo stesso declino.
Strettamente legata alla precedente è la seconda sezione, “La politica non è normale”, in cui studiosi della sinistra (Carlo Trigilia), della destra (Giovanni Orsina) e dei Cinquestelle (Marco Laudonio) approfondiscono rispettivamente le difficoltà di dare rappresentanza ai gruppi sociali più deboli, i mutamenti intervenuti nella/nelle identità della/delle destra/e, la comunicazione semplificata del M5S volta a costruire un’apparenza di “normalità”.
“Lontani da noi”, fisicamente e culturalmente, sono la Corea, anzi, le Coree e la comunità coreana che vive in Giappone (Pio d’Emilia), la Cina (Romeo Orlandi), l’India (Sauro Mezzetti), ma anche la Turchia, sebbene alle porte dell’Europa e alla ricerca di una nuova “normalità” (Elena Baracani). Lontana da noi è anche la vita difficile seppur ricca e piena di motivazione di un operatore umanitario in Iraq (Stefano Nanni).
“Vicini a noi” sono i nostri concittadini musulmani, spesso alle prese con una difficile normalità, sebbene il presidente dell’UCOII Izzedin Elzir abbia parole di apprezzamento per la “laicità” italiana; vicina a noi è una rifugiata curda (Hevi Dilara), da vent’anni nel nostro paese dopo essere sfuggita a persecuzioni e violenze in Turchia. Curiosa e particolare – in questa epoca in cui la corsa alla “visibilità” sembra inarrestabile – la “legge di Jante” dei Paesi Scandinavi, una sorta di inno alla normalità e all’understatement. Chiudono la sezione due analisi su un tema ormai centrale nelle nostre società, al di là del suo peso reale in termini quantitativi: il terrorismo (Francesco Raschi e Lorenzo Zambernardi), esaminato anche nei suoi effetti potenziali sulla legislazione di uno Stato di diritto (Carla Bassu).
L’intervista a Edoardo Boncinelli apre la sezione “Noi”: lo scienziato parla del mistero della vita e della normalità della morte, della sua convinzione che non ci sia sopravvivenza in alcuna forma, della solitudine e dell’infelicità esistenziale, così connaturate all’essere umano. Nella stessa sezione le riflessioni sulla normalità da due punti di vista forti e diversi: quello di un sacerdote e teologo (don Bruno Bignami) e quelle di un filosofo (Ezio Di Nucci).
“Gli spazi molteplici (e difformi) della normalità” iniziano con l’intervista impossibile di Federico Smidile a Erasmo da Rotterdam, un padre dell’idea di Europa (non a caso a lui si richiama il “Progetto Erasmus”), modernissimo con il suo Elogio della Follia. Emanuele Caroppo indaga sugli effetti che la presenza di un disabile produce nel rapporto tra fratelli; Antonello Colimberti ci introduce all’incontro con un personaggio poliedrico e poco conosciuto al grande pubblico, George Lapassade, che studiò e scrisse sulla dissociazione psicologica, mentre Alberto Biancardi ci parla di un grande scrittore argentino, Julio Cortázar, e del suo rapporto speciale con la normalità e col fantastico. Mazzino Montinari ci conduce attraverso un viaggio affascinante tra film in cui la narrazione fantastica sfida continuamente il reale e la normalità, in una simbologia che accende i riflettori sull’incomunicabilità e la disumanità. Si torna alla “normalità” con gli articoli di Francesco Gastaldi sulle trasformazioni territoriali e di Michele Bellini su un “normale” comportamento negativo, quello dell’evasione fiscale.
“In conclusione” le nostre consuete rubriche: citazioni dotte e meno dotte, e questa volta anche versi di illustri cantautori (Gianmarco Trevisi) e l’Osservatorio bibliografico di Pierluigi Mele, con recensioni sui volumi appena usciti di Giana Andreatta, Giovanni Bianconi, Marco Damilano, Ferruccio de Bortoli, Maurizio Molinari e Romano Prodi.
Infine, una notazione: di fronte a questa “normalità” inafferrabile l’apparente “ordine” di Piet Mondrian ci è sembrato la scelta più adatta per far “parlare” la nostra copertina.
(M.C.)

“Il populismo mette in crisi lo Stato Sociale”. Intervista a Tito Boeri

La “ricetta” politica del populismo europeo, oltre ad essere una risposta sbagliata ai problemi dell’Europa, mette in crisi quella, che è tra le più  importanti, conquista sociale della modernità: il Welfare State. E’ la tesi del libro (“Populismo e Stato Sociale” Editori Laterza), appena uscito nelle librerie, dell’economista, Presidente dell’INPS, Tito Boeri. Ne parliamo, in questa intervista, con l’autore.

Professor Boeri, nel suo saggio analizza il pericolo del populismo in Europa. Lei pensa che anche dopo le elezioni di Francia, Olanda e  la vittoria, stando ai sondaggi, di Angela Merkel a quelle tedesche, il populismo costituisca ancora un pericolo per l’Europa?

Assolutamente si, la vittoria di Macron non deve far passare in secondo piano il fatto che anche al primo turno delle presidenziali francesi i partiti populisti hanno raccolto più del 40 % dei voti così come anche in Germania dove ci sono forti pulsioni in quel verso.

Non bisogna dimenticare che i populisti agiscono sulla partecipazione e il secondo turno delle presidenziali francesi, infatti, credo abbia toccato il livello più basso di partecipazione al voto della storia repubblicana. Quindi c’è un problema di disagio diffuso da cui possono fare spunto pulsioni di questo tipo.

Qual è la caratteristica più pericolosa del populismo europeo?

Credo che nel dare una lettura semplificata dei problemi tende, di fatto, ad allontanarne la soluzione, alla fine finisce per penalizzare gran parte delle persone che lo sostengono. Infatti quando li abbiamo visti alla prova (i partiti populisti) hanno fatto delle politiche che, se non nell’immediato, si sono riversate contro i ceti popolari (le persone a maggior rischio di vulnerabilità sociale).

La globalizzazione ha creato, certamente, opportunità ma ha fatto tante vittime a cominciare dal ceto medio basso. Insomma c’è un bisogno di sicurezza che porta acqua al mulino della propaganda populista. Come rispondere a questo bisogno?

Ci sono due fattori alla base del successo dei populisti: da una parte come diceva lei il disagio legato a queste sfide strutturali che provengono dalla globalizzazione: il progresso tecnologico che pongono sfide strutturali di protezione sociale a cui i nostri sistemi di protezione non sono in grado di dare delle risposte; dall’altro un problema legato alle classi dirigenti, le persone infatti da una parte sentono che non sono protette, dall’altra ritengono che le persone che potrebbero trovare i correttivi per migliorare i sistemi di protezione sociale sono corrotte e incapaci di gestire questo cambiamento. Per cui preferiscono rivolgersi a degli sconosciuti, che sono fuori dalla classe dirigente, che si presentano come figure nuove e le persone, a tal punto che, sfiduciate dalla classe dirigente, vogliono punire in tutti i modi la classe dirigente. La risposta quindi sta nel dare una risposta ai quesiti che stanno alla base dei populismi piuttosto che inseguire nelle loro posizioni, evitare di replicare perché loro saranno sempre più credibili sia come outsider che come persone che prendono una linea dura su diverse cose. Infatti la loro propaganda non ha mediazione, rifiutano la logica dei pro e dei contro e quindi è molto difficile seguirli nel loro terreno. La cosa fondamentale, quindi, è dare risposte ai problemi che stanno alle base dei disagi, questo è l’unico modo per essere efficaci.

Lei, nel suo libro, ha smascherato quello che è il vero pericolo insito nel populismo: ovvero la messa in crisi del welfare state europeo. Perché la “ricetta” populista mette in crisi lo Stato Sociale?

Perché di fatto mina alle fondamenta di molti aspetti che sono cruciali nel funzionamento del sistema di protezione sociale, il primo è quello di avere dei regimi, per esempio previdenziali, che comunque sono molto importanti nel sistema di protezione sociale che devono essere sostenibili. La propaganda populista sostiene che: ad esempio, c’è un pasto gratis tende a dire che bisogna abbassare i contributi e aumentare la generosità delle persone, e questo porta alla disgregazione di questo patto sociale. In secondo luogo perché chiudere le frontiere è qualcosa che può essere molto dannoso nella realtà a lungo andare, infatti come riportato nel rapporto annuale dell’ Inps, se non alimentiamo un flusso crescente di contribuenti di fronte all’invecchiamento della popolazione e al calo delle nascite abbiamo un problema molto serio di sostenibilità.

Immigrazione, è il punto debole dell’Europa: tante belle parole e pochi fatti. Come spiega questa assurda cecità europea?

Io non sono un commentatore politico, non è facile effettivamente coordinarsi tra paesi diversi nel gestire un problema comune, c’è sempre la tentazione da parte dei paesi che non sono periferici di scaricare su quelli che li sono il costo. È chiaro che c’è un problema che va affrontato trovando dei correttivi tra cui il fatto di prevedere delle forme di scambio tra i vari paesi con delle quote, credo, comunque, che anche l’Italia da sola possa gestire meglio questo fenomeno.

Lei fa una proposta molto interessante: quella del codice di protezione sociale che valga per tutti i paesi dell’Ue. Può spiegarci meglio la sua idea?

Significa, semplicemente, assicurare che il principio della libera circolazione dei lavoratori nell’ambito dell’Unione Europea  venga rispettato e che i lavoratori si possono spostare all’interno dell’ Europa senza avere dei costi di portabilità dei diritti a livello sociale; al tempo stesso è un modo anche per impedire che ci siano abusi, per cui persone che percepiscono sussidi in un paese e lavorano in un altro. La proposta si può fare sul piano meramente amministrativo senza revisione dei trattati o consensi che a livello europeo sono molto difficili da trovare, ma semplicemente un coordinamento più forte tra le varie amministrazioni della protezione sociale a livello europeo, in altre parole questo vuol dire che quando c’è un lavoratore che arriva in un paese europeo di un’altra nazionalità e cittadino dell’unione, l’amministrazione che deve guardare al suo caso è in grado di risalire, in tempo reale, alla posizione assicurativa della persona accumulata in altri paesi. Questo consente un miglior monitoraggio dei flussi migratori all’interno dell’Unione. Il “codice di protezione sociale europeo” può diventare anche un fattore identitario, un modo di acquisire nei fatti la cittadinanza europea da parte di chi regolarmente contribuisce a finanziare lo stato sociale dei singoli paesi.

Doveva morire, Il caso Pantani. Un libro di Chiarelettere

Gli ultimi giorni di Marco Pantani

Le inchieste sulla morte

Le clamorose rivelazioni di Vallanzasca

La camorra e le scommesse clandestine

Le ombre, i misteri

La verità indicibile dietro un suicidio troppo imperfetto

 

Giovanni Falcone disse: “Prima ti delegittimano, poi ti isolano e poi ti ammazzano”.

Ecco, forse anche con Pantani è andata così.

Una morte da rockstar e il caso è chiuso. Ma qui non siamo a Los Angeles, siamo nel paese dei misteri irrisolti, dei depistaggi e delle doppie verità. State per leggere un giallo scritto da un criminologo che in un crescendo di suspense e rivelazioni entra nella scena di un suicidio troppo imperfetto per essere vero.

Una storia che deve essere raccontata anche dopo che l’iter processuale ha detto la sua ultima parola. Una storia che ci porta dritti nel territorio di una verità indicibile e clamorosa. Marco Pantani era un fuoriclasse troppo irregolare. La squalifica che lasciò sgomenta l’Italia intera era in realtà una gigantesca truffa ai suoi danni. In un giro di scommesse clandestine la criminalità

organizzata aveva puntato cifre folli sulla sconfitta del Pirata. Gli elementi rilevanti per un criminologo fanno ritenere del tutto improbabile l’ipotesi del suicidio. Allora il caso non può essere chiuso.

L’autore chiede l’intervento della Commissione parlamentare antimafia, forse è l’unica strada per stabilire una verità che rischia ancora di far saltare troppi intoccabili. L’ultima strada per rendere giustizia a un uomo fragile e a un grande campione.

L’AUTORE

Luca Steffenoni è un criminologo che lavora come consulente per diversi tribunali. Da anni segue i grandi gialli italiani unendo le sue competenze professionali all’attività di scrittore e narratore. È stato redattore della rivista “Delitti & Misteri” ed è autore di vari libri, tra i quali ricordiamo: “Presunto colpevole” (Chiarelettere 2009) e “I 50 delitti che hanno cambiato l’Italia” (Newton Compton 2016). Come criminologo è spesso ospite di trasmissioni televisive e radiofoniche.

Per gentile concessione dell’Editore pubblichiamo un estratto  del volume

QUESTO LIBRO

Sembra un segno del destino che l’ultima pagina di questo libro venga scritta nel giorno in cui il mondo del ciclismo si raduna ad Alghero per onorare la centesima edizione del Giro d’Italia. La corsa parte con mestizia, nel ricordo di Michele Scarponi, morto il 22 aprile in un drammatico impatto mentre si allenava sulle strade di casa. Mi piace immaginare un Pantani di mezza età capace di trovare le parole giuste per spiegare il senso di questo sport che sta diventando sempre più estremo e pericoloso. Forse polemizzerebbe da uno studio televisivo, probabilmente avrebbe attinto a quella tremenda immagine di «torrida tristezza» alla quale fa riferimento in una sua lettera. Chissà. È tempo di lasciare questo lavoro al giudizio dei lettori. Per un criminologo la storia del ciclista di Cesenatico è essenzialmente ricerca della verità sulla sua tragica fine. Se l’esperienza professionale può aiutare a capire cosa sia successo a Rimini quel 14 febbraio 2004, diventa difficile esimersi dall’esprimere una posizione personale sul «caso Pantani», provando a dare risposta ai tanti enigmi lasciati aperti.

 A Madonna di Campiglio, nel giugno del 1999, è stata commessa una frode sportiva ai danni di Marco Pantani a opera di esponenti dei clan camorristici interessati al ricco mercato delle scommesse clandestine?

La ricostruzione effettuata dai giudici del Tribunale di Forlì fornisce una risposta affermativa, pur vincolata al tempo trascorso da quel giorno e all’impossibilità di esplorare le connivenze, che tuttavia debbono esserci state, tra l’ambiente del ciclismo professionistico e la malavita organizzata.

Posata questa prima pietra sul terreno della verità, diventa fondamentale capire se Pantani, a più di quattro anni da quell’episodio e molto prima che emergessero i contorni di quella immensa truffa, potesse rappresentare un pericolo o un semplice fastidio per la camorra o per chi, all’interno del mondo sportivo, aveva permesso che tale truffa si realizzasse o l’aveva addirittura promossa e sostenuta. Qualcuno che avrebbe voluto zittire per sempre la voce di quel campione polemico e fin troppo tenace.

La risposta in questo caso è molto più difficile. Si tratta di un’ipotesi che forse non è mai stata scandagliata dagli inquirenti, nemmeno durante l’inchiesta del 2014, inevitabilmente influenzata dalla convinzione che dieci anni prima i colleghi della Procura di Rimini avessero agito nella maniera corretta e che quello avvenuto nella camera del residence Le Rose fosse un banale suicidio. L’opinione dell’autore è che su questo movente non sia possibile far luce mediante il percorso giudiziario tradizionale ma sia  necessario l’intervento della Commissione parlamentare antimafia, la sola in grado di collegare le tessere del grande puzzle delle attività criminali che si muovevano tra sport e scommesse clandestine a cavallo del nuovo millennio. Date le premesse, il tema centrale del caso Pantani diventa ovviamente capire se nella stanza D5 si sia consumato un omicidio o un suicidio. Ancora una volta realtà processuale e punto di vista di chi scrive divergono. Tutti i dati criminologicamente rilevanti concorrono a far ritenere altamente improbabile l’ipotesi di un suicidio. Rilievi autoptici e ambientali, posizione del corpo e presunte modalità di assunzione della dose mortale di cocaina erodono la versione ufficiale e rendono poco credibile la tesi che Marco Pantani abbia voluto togliersi la vita. L’anamnesi stessa, ovvero la storia personale del campione, unita a un’indagine sulla sua personalità e sugli accadimenti immediatamente precedenti a quel14 febbraio 2004, porta a escludere che si sia trattato di suicidio.

Eppure l’inchiesta del 2004 fotografa una realtà diversa. Possibile che sia stata fatta male, chiusa in modo frettoloso o addirittura in odore di complotto, come molti sospettano? Niente di tutto questo. Le indagini, compatibilmente con la cultura investigativa del periodo, sono state effettuate in maniera corretta.

Confondendo la realtà con la finzione cinematografica si è gridato allo scandalo per la carenza di un’approfondita indagine scientifica, per la mancata ricerca di tracce biologiche mediante Luminol, o per la carenza di catalogazione delle impronte digitali presenti sulle pareti e sugli oggetti.

Una stanza d’albergo è per sua natura piena di impronte e tracce, a che servirebbe esaminarle? Abbiamo idea di quante manipolazioni ha subito una bottiglia di acqua minerale, dalla fabbrica al trasporto, prima di arrivare sulla mensola della camera D5? Possiamo credere che un assassino professionista, perché di questo si tratterebbe, non utilizzi dei guanti e lasci impronte ovunque? La realtà è che l’indagine svoltasi nel 2004 fu eseguita correttamente. Sono le sue conclusioni a essere discutibili, perché inevitabilmente vincolate ai pochi elementi a suo tempo in mano agli inquirenti.

Per un meccanismo di banale economia giudiziaria, l’indagine sull’omicidio di Marco Pantani non c’è stata.

L’unica pista seguita dagli inquirenti nel 2004, e tenacemente difesa dieci anni dopo, è quella del suicidio.

Tra una tesi scientificamente improbabile come il suicidio e una che può sembrare del tutto fantasiosa come l’omicidio, il sistema giustizia tenderà sempre a preferire la prima.

Pantani forse doveva morire, perché rappresentava una spina nel fianco non solo per chi aveva commesso l’illecito di Madonna di Campiglio, ma anche per i tanti che con la camorra in quegli anni avevano fatto affari.

Proviamo a pensare cosa sarebbe accaduto se un ciclista del calibro di Pantani, a fine carriera, avesse seguito le orme di Danilo Di Luca, mettendo nero su bianco le ipocrisie del sistema antidoping, e denunciando gli interessi economici e gli affari che sovrastano il mondo del ciclismo professionistico. Forse il sistema stesso dietro uno degli sport più popolari sarebbe crollato. Dietrologia? Può darsi. Sarebbe stato comunque interessante se almeno in una delle due inchieste svoltesi a Rimini si fosse contemplata anche questa ipotesi. Purtroppo non è accaduto. Agli inquirenti, a pochi minuti dal ritrovamento del cadavere, è stata fornita una versione suggestiva, e in parte falsa, su chi fosse Pantani e sui presunti motivi di un suicidio. Forse l’immagine romantica e dannata del campione faceva comodo a tanti, sorvolava su chi, tra i personaggi a lui vicini, gli avesse fornito le prime piste di cocaina, e allontanava responsabilità e sensi di colpa di chi non aveva saputo o voluto sostenerlo in vita. Giovanni Falcone diceva: «Prima ti delegittimano, poi ti isolano e poi ti ammazzano». Ecco, forse è andata così.

 

Luca Steffenoni, Il caso Pantani.Doveva morire, ED. Chiarelettere, Milano 2017, Misteri italiani, pp. 160, prezzo: 12 euro

La nuova “Rivoluzione Metalmeccanica”
Intervista a Giuseppe Sabella

Siamo nell’epoca dell’industria 4.0. Il termine Industria 4.0 (o Industry 4.0) “indica una tendenza dell’automazione industriale che integra alcune nuove tecnologie produttive per migliorare le condizioni di lavoro e aumentare la produttività e la qualità produttiva degli impianti” (da Wikipedia). Il nuovo contesto produttivo pone non pochi problemi al sindacato confederale. Come sta rispondendo a questa sfida? Ne parliamo con Giuseppe Sabella. Sabella è direttore di Think-inthink tank specializzato in lavoro e welfare nel cui comitato scientifico fanno o hanno fatto parte eminenti studiosi e esperti, quali in particolare Tiziano Treu, Giuliano Cazzola e Sergio Belardinelli. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: “Rivoluzione Metalmeccanica – dal caso Fiat al rinnovo unitario del contratto nazionale” (Guerini e Associati, 2017). Il libro è da pochi giorni nelle librerie.

 

Sabella nel suo libro “Rivoluzione Metalmeccanica – dal caso Fiat al rinnovo unitario del contratto nazionale” (Guerini e Associati, 2017), mette in evidenza il nuovo protagonismo dei Sindacati dei metalmeccanici (Fim-Fiom-Uilm). Intanto, prima di addentrarsi nel libro, parliamo per un attimo del Congresso, appena concluso, della Fim-Cisl. Quali sono state le novità strategiche?

Credo che il Congresso della Fim sia stato un evento importante. A parte la grande partecipazione di persone che dimostra che il sindacato – a differenza del partito – è un luogo ancora vivo e capace di aggregare, tutti coloro che hanno avuto modo di prendervi parte hanno potuto percepire nitidamente che la Fim è un’organizzazione che sta guidando la trasformazione del movimento sindacale: è chiaro che qui c’è la consapevolezza di cosa sia il lavoro oggi e di cosa richieda a chi lo rappresenta; per dirlo con parole care a Marco Bentivogli, di cosa sia il Lavoro 4.0: in particolare, contrattazione “sartoriale”, ovvero sempre più prossima all’impresa.

Veniamo al libro. Lei afferma che “i Meccanici stanno ridando la linea al movimento sindacale italiano”. Nella storia italiana, e non solo, non è sempre stato così?

Negli ultimi 20 anni sono state tante le tensioni e le rotture in seno al settore della metalmeccanica. È difficile dare la linea se non c’è unità. Ma la portata delle novità è stata tale – prima il caso Fiat e ora il rinnovo unitario – che oggi la metalmeccanica si pone come riferimento per il sistema delle relazioni industriali. Tuttavia, ogni settore ha la sua storia, la sua cultura, i suoi modelli: quindi, inutile pensare che tutti debbano fare come i meccanici.

Quale tipologia di sindacato si delinea in questa “Rivoluzione Metalmeccanica”?

Un sindacato capace di stare al fianco dell’impresa e di accompagnare la grande trasformazione. L’industria italiana ha risorse eccellenti, non si spiegherebbe altrimenti il successo del made in Italy nel mondo. Certo è che oggi più che mai queste risorse devono lavorare in modo compatto, armonico. In quest’ottica, in particolare nei luoghi di lavoro, il sindacato può essere un grande faro. Lo stesso rimando alla contrattazione aziendale non è soltanto importante per aspetti retributivi, ma anche per costruire il perimetro di regole più funzionale al luoghi di lavoro, all’impresa.

Quali sono i limiti di questa rivoluzione?

Benché in tutte le cose ci sia un limite, il rinnovo metalmeccanico – anche perché unitario – è una bella notizia per il lavoro nel nostro Paese. Certamente sarà la capacità di applicarne i dettami sul campo che farà la differenza. Lo spirito tuttavia è quello giusto, ci sono tutte le condizioni affinché questa grande intesa si possa rivelare un driver di cambiamento.

Come si sviluppa la dialettica, per usare una “categoria” filosofica, tra conflitto e partecipazione? Non mi sembra una questione secondaria anche per il contesto di “Industria 4.0”…

Sicuramente c’è una componente del movimento sindacale più partecipativa ed una che lo è meno. La partecipazione è la strada obbligata verso Industry 4.0, questo perché per vincere la sfida c’è bisogno di tutte le forze in gioco. “La persona al centro” ama ripetere Fabio Storchi – Presidente di Federmeccanica e, insieme a Marco Bentivogli, autore di una delle due postfazioni del libro di Sabella, ndr – ; se questo non è uno slogan, significa che è chiaro a tutti che il futuro dell’industria e delle nostre imprese dipende molto dalla risorsa più importante, dal singolo lavoratore.

Vi sono casi concreti di eccellenza nell’industria metalmeccanica che rispondono al nuovo contesto del 4.0?

Si, a partire da Fiat ora FCA: gli stabilimenti italiani sono l’avanguardia nel mondo. Ma direi anche Ducati, Lamborghini, Brembo, Finmeccanica… insomma, il comparto metalmeccanico non solo vale quasi il 10% del nostro pil – oltre che il 46% dell’intero settore industriale – ma traina anche l’intera manifattura e i suoi prodotti ad alto valore aggiunto fanno il giro del mondo. Sarei però cauto sul contesto 4.0: il sistema produttivo italiano ha molta strada da fare.

Non era scontato che, con la firma del CCNL del 26 novembre 2016, si arrivasse all’unità tra le sigle sindacali. Il caso Fiat era stato lacerante. Oggi parlano tutti la stessa lingua?

Sono costretti a parlarla, ne va della loro stessa sopravvivenza. Oggi chi chiede di essere rappresentato vuole solo una cosa: il lavoro. Basta vedere quanto è costato alla Fiom il caso Fiat, decine di migliaia di tessere: certamente qualcosa è imputabile anche al comportamento antisindacale dell’impresa – che per questo è stata richiamata in sede giudiziale – ma molti lavoratori non hanno condiviso la battaglia di Landini. Lui stesso, a dire il vero, ha pubblicamente riconosciuto di aver sbagliato qualcosa. E oggi Fiom sta lavorando per rientrare in Fiat.

Un tempo l’operaio metalmeccanico incarnava la “classe generale”, era la misura della giustizia sociale. Nella situazione di oggi cosa può rappresentare?

Considerando quanto il settore è stato colpito dalla crisi economica – 300.000 posti di lavoro andati persi – oggi il lavoratore metalmeccanico rappresenta un modello di appartenenza alla comunità: ha sofferto in silenzio e oggi è di nuovo protagonista. Qualcuno si è permesso nell’Aula del Parlamento di dire “non siamo mica metalmeccanici”: in realtà questo certifica una sola cosa, la distanza della politica dal paese reale. E, se pensiamo alla grande capacità di sintesi che arriva da questo rinnovo, questo afferma la grande possibilità di rinascita che la rappresentanza del lavoro oggi ha.

Quale Nuova politica per l’Italia ? Intervista a Marco Damilano

Marco Damilano (Contrasto)

Il Nuovo è stato la via italiana al governo e alla politica. Ora sembra smarrito, per incapacità di elaborazione, fragilità culturale, inconsistenza progettuale. Ma nessuna restaurazione del passato è possibile. E l’Italia ha bisogno di una nuova politica, per uscire da questo limbo senza riforme e senza partiti, senza destra e senza sinistra, senza vecchio e senza nuovo. Serve un Nuovo che sia ricostruzione, rigenerazione. Allora la domanda è: quale nuova politica? Ne parliamo con Marco Damilano, vicedirettore del settimanale L’Espresso, che ha dedicato all’argomento un libro, appena uscito in libreria, dal titolo “Processo al nuovo” (Editore Laterza, pagg. 149, € 14,00)

Marco Damilano, il tuo libro è un processo radicale alla categoria del “nuovo” nella politica italiana. Un concetto assai evanescente … è cosi?

«Certo, ma anche affascinante. Il nuovo in questi venti anni è stato qualcosa di più di una forma comunicativa: è stato una sostanza. Giulio Bollati in “L’italiano” ha scritto anni fa che il trasformismo di fine Ottocento è stato la via che l’Italia si è data per modernizzare il Paese, con tutte le storture che conosciamo. Direi che allo stesso modo in questi ultimi decenni il nuovo – i leader che si sono presentati con la caratteristica del nuovo – è stata la via che la politica si è data per mascherare la verità di un paese che ha attraversato una lunga stagione di declino. E in questo, alla fine, si è rivelato evanescente, inadeguato. E lo dico dal punto di vista di uno che alle innovazioni politiche e istituzionali ha creduto e continua a credere».

La tua analisi parte dalla fine degli anni ’70. L’emergere della figura di Bettino Craxi, con il progetto della “Grande Riforma Costituzionale”, l’idea, cioè, di cambiare il Paese attraverso le Riforme. Una idea anticipatrice del renzismo….? O, per meglio dire, quanto craxismo c’è nella politica italiana di oggi?

«Nel 1979 Craxi scrive sull’Avanti, il quotidiano socialista, un editoriale intitolato “Ottava legislatura”, in cui lancia l’idea della Grande Riforma delle istituzioni. Siamo poco dopo l’omicidio di Aldo Moro, il vero spartiacque della storia repubblicana italiana: con il suo assassinio si interrompe il processo di autoriforma dei partiti e il peso della crisi della politica, che è una crisi di rappresentanza della società, si sposta sulle istituzioni e sulla Costituzione. L’altra innovazione craxiana è il cambiamento del partito socialista: da partito delle correnti a partito del capo, a forte leadership personale. In questo c’è l’anticipazione di alcuni fenomeni dei decenni successivi: il berlusconismo, il renzismo. Anche se Craxi si muoveva ancora, almeno all’inizio, in una situazione in cui la politica era forte. E la parola riforma richiamava tra i cittadini l’idea di un cambiamento in meglio. Mentre negli anni più vicini a noi ha assunto un significato opposto: restringimento dei diritti, tagli dello Stato sociale. E questo capovolgimento semantico pone un problema in più ai riformisti di tutta Europa».

Gli anni ’80 sono gli anni del conflitto sulla modernizzazione della politica italiana tra De Mita e Craxi…Incominciava anche la crisi del PCI di Berlinguer. Chi  vinse la battaglia sul nuovo? De Mita parlava di superare le categorie “Destra” “Sinistra” .  Venne sconfitto, perché Troppo avanti De Mita? Oppure era inconsistente il progetto?

«Per De Mita il superamento delle categorie di destra e sinistra significa rilanciare la Dc in un sistema bipolare che già allora il segretario della Dc voleva costruire. La Dc non si era mai definita come partito conservatore o di centrodestra, per De MIta deve diventare il partito dell’innovazione, contrapposto al Pci che in questo schema diventa il partito della conservazione, e al Psi di Craxi con cui c’è la sfida per la modernizzazione. Com’è finita, lo sappiamo. Hanno perso tutti. Nessuno è riuscito davvero a cambiare il sistema politico italiano. E l’economia negli anni Ottanta si è sviluppata a prescindere dalla politica».

Gli anni si chiudono con Il CAF…La restaurazione pura……è così?

«Craxi finisce ingabbiato nell’alleanza con Andreotti e Forlani, le destre democristiane. E manca il grande appuntamento con la storia, la caduta del muro di Berlino e la trasformazione del Pci. Il suo tramonto comincia qui».

Arriviamo agli ’90. L’esplosione, dopo Tangentopoli, del “nuovo”. Fu il “vero” nuovo? Oppure si può dire che la Seconda Repubblica non è mai nata?

«Oggi possiamo dire che Mani Pulite fu una rivoluzione soltanto giudiziaria. Quelle inchieste travolsero i partiti perché la loro crisi si era già consumata, ma non furono in grado di costruire un autentico cambiamento politico, e d’altra parte questo compito non poteva essere affidato ai giudici e ai pm. Servivano comportamenti nuovi, come scrisse già in quegli anni lo storico Pietro Scoppola. E nuovi partiti, nuovi leader, che arrivarono, in effetti, ma con il volto del berlusconismo. Che è stato nuovo, nuovissimo nelle forme, ma non ha cambiato il Paese: il ventennio del Cavaliere in politica si è concluso con un bilancio avvilente».

L’Ulivo fu il grande sogno. IL PD è la realizzazione del sogno?Considero l’Ulivo di Romano Prodi alla metà degli anni Novanta il momento di massimo equilibrio tra innovazione e tradizione, con un leader che si proponeva come sintesi di culture diverse e non come padrone del suo campo. Un tentativo ambizioso di cambiare la politica italiana: la democrazia dell’alternanza, il potere di decisione affidato ai cittadini, nella scelta dei candidati con le primarie e dei governi con sistemi elettorali coerenti con questo obiettivo. Il Pd è nato troppo tardi e in una situazione completamente mutata: di crisi economica, di crisi politica e di crisi culturale. E il sogno è rimasto tale, fino a trasformarsi, come avviene in questi giorni, in un incubo: l’incubo del ritorno della Prima Repubblica senza i partiti della Prima che avevano comunque il loro ruolo».

Torniamo per un attimo agli anni 68-70. Moro parlava di “Tempi nuovi” , ben altro spessore rispetto alla vacuità di  oggi ….

«A differenza di quello che ha scritto una certa pubblicistica Moro non era pessimista, guardava alle novità con curiosità e con acume. Erano i tempi nuovi del grande cambiamento degli anni Sessanta-Settanta. La mia generazione ha vissuto uno sconvolgimento maggiore: la globalizzazione, la rete. Ma oggi questi cambiamenti fanno paura. Se si parla di caduta dei muri vengono in mente immigrazione selvaggia, dumping sociale e terrorismo globale, Trump ha vinto per questo motivo: sul clima ha contrapposto gli interessi degli operai americani a quello mondiale della tutela ambientale. Se si parla di internet non viene più in mente l’agorà democratica ma le fake news e la post-verità. Se si pensa all’Europa c’è la crisi dell’euro. E mancano politici come Aldo Moro in grado di pensieri lunghi: sono in gran parte schiacciati sul presente, sull’istante, sull’ultimo tweet.

Monti, Renzi e Grillo. Il nuovo diventato vecchio..Per Renzi poi l’eterogenesi dei fini gli ha giocato un brutto scherzo. Come si svilupperà il “renzismo” nei prossimi anni?

«IN questi giorni c’è una nuova trasformazione: da leader sindaco d’Italia, come immaginava il sistema fondato sull’Italicum, Renzi sta diventando il segretario di un partito che dovrà fare una coalizione con alleati scomodi, Forza Italia e Berlusconi. Da uomo della competizione a capo del Pd come “argine della tenuta democratica del Paese”, così lo ha definito nel discorso del Lingotto a Torino prima di essere rieletto segretario del Pd. L’argine è qualcosa di solido, ma anche di statico, immobile. Quello che si prepara a essere Renzi nei prossimi anni: l’amministratore di una importante rendita di posizione, non più il leader che si gioca tutto su una sfida e che se perde va a casa. Lui ha perso ma è rimasto al suo posto, per interpretare la stagione opposta a quella precedente. La stessa parabola sta seguendo il Movimento 5 Stelle: da partito di lotta si appresta a diventare una casa accogliente per un nuovo tipo di establishment. Lo vedremo nei prossimi mesi: cambiamenti di pelle, nuovi trasformismi».

Nella parte finale del libro scrivi:  “Dopo gli uomini del Nuovo –scrive Damilano, – per salvare e difendere le innovazioni serviranno gli uomini della transizione, gli eroi della ritirata, personaggi alla frontiera tra il vecchio e il nuovo, destinati all’incomprensione e non spaventati dall’impopolarità, disposti a rinunciare a qualcosa di se stessi e della loro narrazione. Uomini del ponte, alternativi alla richiesta di uomini forti che avanza in Occidente”. Pisapia?

«Non so se Pisapia riuscirà ad avere queste caratteristiche. Di certo la risposta non è la restaurazone dei vecchi partiti e delle vecchie culture (rifare la sinistra, rifare la Dc…), ma un’innovazione che non sia puramente di facciata. E di questi uomini e di queste donne ci sarà sempre più bisogno. Perché altrimenti il nuovo continuerà a consumare se stesso. Accelerando la crisi della politica».