PRIMA CHE GRIDINO LE PIETRE. Manifesto contro il nuovo razzismo. Un libro di Alex Zanotelli

 

Alex Zanotelli (ANSA / CIRO FUSCO)

Alex Zanotelli (ANSA / CIRO FUSCO)

Mi diranno che faccio politica?

La vita di ogni giorno è politica.

Ogni nostra scelta è politica.

Alex Zanotelli

Questo libro racconta il razzismo di ieri e soprattutto di oggi, potente macchina del consenso. Missionario e attivista – da sempre convinto che “Dio è schierato, è il Dio degli oppressi, degli schiavi, dei poveri” –, Alex Zanotelli compone uno scritto politico che non è solo denuncia del presente ma contributo essenziale di conoscenza. È il precipitato di oltre cinquant’anni vissuti fianco a fianco con gli ultimi della terra, prima in Sudan poi in Kenya, in una delle infinite baraccopoli di Nairobi. È sorprendente leggere il racconto della quotidiana distorsione dei fatti, di cui ormai siamo vittime, spesso inconsapevoli. È decisivo restituire una storia ai popoli in fuga, per capire quello che sta succedendo, perché di quella storia siamo responsabili. Ricordando la “santa collera” del pastore luterano Kaj Munk; il Sanctuary Movement che, a partire dagli Stati Uniti, ha trasformato le chiese in rifugi protetti; il primo sciopero dei braccianti africani, guidato dallo studente di ingegneria e lavoratore nei campi Yvan Sagnet, fino all’esperienza di Riace, Zanotelli, in questo libro, da oggi nelle librerie, tira le fila di un’Italia impegnata e rilancia con forza il valore politico della disobbedienza civile.

GLI AUTORI

Alex Zanotelli, nato a Livo (Trento) nel 1938, completa i suoi studi a Cincinnati (Usa) e, nel 1964, è ordinato sacerdote. Missionario comboniano, dal 1965 al 1978 vive in Sudan, dal 1978 al 1987 è direttore della rivista “Nigrizia”, nel 1988 arriva in Kenya e dal 1990 al 2002 vive a Korogocho, baraccopoli di Nairobi, un’esperienza che ha raccontato nel libro autobiografico «Korogocho. Alla scuola dei poveri» (Feltrinelli 2003). Dall’aprile del 2002 risiede stabilmente in Italia, a Napoli, nel rione Sanità, dove continua la sua battaglia dalla parte dei poveri.

La curatela di questo libro è di Valentina Furlanetto, giornalista di Radio 24 – Il Sole 24 Ore che si occupa prevalentemente di immigrazione, economia e temi sociali. Tra i suoi libri ricordiamo «L’industria della carità» (Chiarelettere 2013).

Per gentile concessione pubblichiamo un estratto del libro.

Piccola premessa

Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), i rifugiati nel mondo sono sessantacinque milioni, l’86 per cento dei quali è ospitato nei paesi più poveri. Appena il 14 per cento si trova nell’Occidente ricco e sviluppato. Eppure l’Europa si sente sotto assedio, si sente invasa, reagisce con paura e ostilità, erge muri, srotola filo spinato, chiude i porti, respinge i migranti. Quella stessa Europa che pretende di essere l’esempio della civiltà tollera episodi di discriminazione e xenofobia. Gli italiani, emigrati negli anni in tutto il mondo, hanno dimenticato la loro storia, o fanno finta di non ricordarla.

QUESTO LIBRO

Questo libro nasce dall’esigenza di un confronto forte e deciso con il razzismo e la xenofobia che ci stanno travolgendo. Dobbiamo farlo insieme, credenti e laici, dobbiamo riappropriarci di quella che il pastore danese  Kaj Munk, luterano antinazista, ucciso come un cane nel 1944, definiva «santa collera». L’informazione deve illuminare i motivi per cui le persone scappano dal proprio paese: dittature,guerre, cambiamenti climatici, crisi umanitarie. Se l’Africa soffre è anche responsabilità nostra perché per secoli è stata depredata. E anche ora si continua: miniere da cui vengono estratti importanti minerali per le componenti hi-tech, per i nostri telefonini, per i computer. L’Onu si aspetta entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. E ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’Eni a Finmeccanica. Le chiese devono diventare luoghi di rifugio per i migranti. Nel Vangelo c’è scritto di accogliere, ma da anni esiste la Lega, è mai possibile che nessuna conferenza episcopale, un vescovo lombardo, veneto, abbiano analizzato la Lega e il suo razzismo? Tutti siamo sotto accusa per la situazione in cui ora ci troviamo, anche la mia Chiesa.

Mi appello alla marina e alla guardia costiera perché di fronte a provvedimenti come la chiusura dei porti mettano in atto la disobbedienza civile. L’Europa finora è rimasta a guardare l’enorme problema degli immigrati e non è stata in grado di mettere in campo una politica comune di solidarietà. Ha stretto un accordo scellerato con la dittatura di Erdoğan in Turchia e vuole fare lo stesso in Libia. Era facile donare per l’Africa o fare adozioni a distanza quando l’Africa era lì, lontana. Era facile dire «italiani brava gente», ma ora che questa gente viene a casa nostra ci rivela che siamo razzisti. Il nero a chilometro zero non piace. Questo svela il nostro razzismo, che nasce dal nostro senso di superiorità. Nei secoli ci siamo sentiti migliori e ci siamo identificati con la civiltà, la filosofia, il sapere, la scienza, la crescita, dopo aver attinto tante risorse dai paesi che giudicavamo non sviluppati.

Adesso che quei popoli arrivano da noi traballiamo. È semplicemente ridicolo parlare di invasione. In Europa gli abitanti sono più di cinquecento milioni e gli immigrati arrivati negli ultimi sei anni sono meno di due milioni: una goccia nel mare. Eppure ne abbiamo una paura terribile. Ieri erano gli ebrei e i rom, oggi sono i migranti e ancora una volta i rom. Il clima di odio è quello degli anni che hanno preceduto i totalitarismi. Anche la richiesta dell’uomo forte alla guida del paese è una situazione che mi ricorda l’avvento del fascismo. L’Onu informa che il maggior numero di rifugiati (86 per cento) è accolto in paesi africani e in altri paesi poveri come il Libano, dove ha trovato riparo un milione e mezzo di profughi siriani. Sono i poveri che accolgono.

Questo è il vero tramonto dell’Occidente. La fortezza Europa si manifesta come un sistema egoista dove dilaga il razzismo. In queste pagine vi voglio parlare dell’Africa, che conosco bene, perché lì ho vissuto una parte fondamentale della mia vita. È difficile che noi in Europa comprendiamo la migrazione se non conosciamo la storia degli ultimi cinque secoli, una storia che ci lega a quel continente.

È difficile e non capiamo cos’è oggi «casa loro», quanto è stata violentata e depredata. Non per sentirci in colpa, ma per comprendere le ragioni di chi fugge. Vi voglio parlare di quanto è stata saccheggiata l’Africa, di quanti conflitti in quel continente ci sono a causa delle lotte per il controllo delle ricchezze (diamanti, petrolio, uranio, coltan), di quanto di questi argomenti non si scriva e dica mai abbastanza, soprattutto sui nostri media. È necessario conoscere il presente e il passato di quei paesi per capire l’oggi. Vi voglio parlare dell’Africa, di questa terra che amo. E vi voglio parlare di quello che mi preoccupa, della situazione in Italia oggi, del dilagare di sovranismo e razzismo, delle promesse tradite dell’Europa e del vento di rancore e odio che rischia di intossicare il nostro paese e riportarlo agli anni Trenta del secolo scorso. E di come ci si debba mobilitare per evitarlo. Vi voglio raccontare di tutto questo, ma prima voglio parlarvi del sale.

 

PRIMA CHE GRIDINO LE PIETRE

di Alex Zanotelli

a cura di Valentina Furlanetto

Manifesto contro il nuovo razzismo

Chiarelettere, Milano 2018, pp. 160, prezzo 15 euro

“Il dossier Viganò è un attacco ai fondamenti della Chiesa”. Intervista ad Andrea Tornielli

Il tentato “golpe” contro Francesco esplode come “bomba mediatica” a Dublino, durante la richiesta di perdono alle famiglie delle centinaia di minori e seminaristi abusati dal clero irlandese. È la denuncia dell’arcivescovo Viganò, che coinvolge gli entourage di ben tre Pontefici e che accusa Francesco di aver coperto il cardinale pedofilo McCarrick. Ma la bomba è solo la deflagrazione più forte e recente di una guerra intestina che si combatte fin dal primo giorno di elezione di papa Francesco: una battaglia senza esclusione di colpi tra  gruppi di potere, fra curia vaticana e conferenze episcopali del mondo, fra ultraortodossi e riformatori. Un libro scritto, appena uscito nelle librerie,  da due bravi vaticanisti, Andrea Tornielli e Gianni Valente, dal titolo “Il giorno del giudizio” (Ed. PIEMME, pagg. 288, euro 17, 90) smaschera la grande menzogna del dossier Viganò. Un’inchiesta esclusiva con testimonianze sorprendenti e “gole profonde”. Cosa sta accadendo in Vaticano? Ne parliamo, in questa intervista, con Andrea Tornielli, vaticanista del quotidiano La Stampa e coordinatore del sito “Vatican Insider”.

 Andrea Tornielli, il tuo libro, scritto insieme a Gianni Valente, smaschera il grande inganno che si nasconde dietro il famigerato dossier Viganò. Un documento scritto dall’ex Nunzio apostolico negli Usa,  l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò, per screditare Papa Francesco accusandolo di aver coperto il cardinale americano Theodore Mc Carrick, pedofilo e abusatore sessuale seriale di giovani seminaristi. L’attacco di Viganò al Papa si spinge fino alla richiesta di  dimissioni per papa Francesco. Insomma quello di Viganò è un attacco “demoniaco” alla Chiesa?

Il demonio è il  “Grande accusatoreˮ della Chiesa e lavora quotidianamente per dividerla. Il dossier Viganò e tutta l’operazione politico-mediatica che lo sostiene, arrivando a chiedere l’impeachment del Papa (cosa che non ha precedenti nella storia recente della Chiesa) ha questa caratteristica. Un arcivescovo viola tutti i giuramenti che ha fatto e costruisce un dossier con elementi veri, ricordi labili e veri e propri omissis interessati al solo fine di mettere in stato d’accusa il Successore di Pietro. Mostrando così di non conoscere nemmeno il Codice di Diritto canonico: l’unica condizione perché la rinuncia di un Papa sia valida è che questa rinuncia sia data in modo assolutamente libero. Fare pressioni perché si dimetta è il modo per invalidare un’eventuale rinuncia. Inoltre è del tutto evidente l’assoluta strumentalità dell’operazione Viganò, che cerca di scaricare solo su Francesco ogni responsabilità sulla gestione del caso McCarrick, dimenticando che Papa Bergoglio è stato l’unico Pontefice a sanzionare in modo duro l’ormai ex cardinale togliendoli la porpora, come nella Chiesa non accadeva da ormai 91 anni.

Una piccola parentesi: perché questo titolo?

Perché crediamo che sia purtroppo in atto, in alcuni settori della Chiesa, una sorta di mutazione genetica, che porta persino vescovi a scambiare la Chiesa stessa con una corporation, con un’azienda, e a considerare il Papa come un amministratore delegato sottoposto al voto degli azionisti. Un segno preoccupante dei tempi che viviamo.

Torniamo al libro . Viganò nel costruire la “grande menzogna”, contro Papa Francesco, manipola la realtà dei fatti. Coinvolge, nel suo Dossier, anche gli immediati predecessori di Papa Francesco:  quelli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Su di loro Viganò ha, però, un atteggiamento  diverso. È così?

Sì, e questo è sorprendente per chi cerchi di ricostruire i fatti senza pregiudizi, senza quei pregiudizi anti-Francesco di cui sono disseminati tanti articoli prodotti dalla galassia politico-mediatica antipapale negli Stati Uniti e in Italia. C’è un Papa, Giovanni Paolo II, che ha promosso per quattro volte McCarrick. C’è un altro Papa, Benedetto XVI, che di fronte ad accuse e denunce, ha accolto le dimissioni di McCarrick senza lasciarli completare la proroga di due anni e poi ha cercato di limitarne i movimenti con delle istruzioni che non erano sanzioni. McCarrick per tutto il pontificato di Benedetto XVI, nonostante le istruzioni ricevute, ha continuato a viaggiare, a presiedere celebrazioni, persino a visitare il Vaticano e a incontrare di fronte a tutti quel Papa che aveva dato il suo assenso alle istruzioni contro di lui. Dunque per non creare scandalo Benedetto XVI e i suoi collaboratori hanno deciso di non procedere con sanzioni vere e proprie, e soprattutto di non pubblicare alcuna istruzione o restrizione. E infine c’è un Papa, Francesco, che non ha modificato in alcun modo le istruzioni date dal predecessore, ma che ha tolto al quasi novantenne pensionato McCarrick la porpora, come non accadeva da 91 anni nella storia della Chiesa. Attenzione però: tutti questi fatti non significano affatto che si vuole gettare responsabilità sui Papi del passato. McCarrick è stato abilissimo e intelligentissimo nel difendersi al momento della nomina a Washington, è una personalità poliedrica, con grandi relazioni bipartisan nel mondo politico, ed è stato anche un grande fundriser, un grande raccoglitore di soldi. Giovanni Paolo II ha nominato migliaia di vescovi, in questo (come in altri casi) è stato indotto a commettere degli errori. Ma è davvero assurdo scaricare la colpa su Francesco, come fa Viganò, presentando Papa Wojtyla come un Pontefice molto malato e dunque succubo dell’entourage già cinque anni prima della morte: questo semplicemente non è vero. E anche Viganò lo sa bene. Stupisce poi che nell’elenco di persone coinvolte egli ometta il nome del più stretto e influente collaboratore di Giovanni Paolo II, il suo segretario, il vescovo Stanislao Dzwisiz.

Non mancano, nella diffusione della “grande menzogna” di Viganò, i complici quali sono?

 Viganò ha avuto il supporto previo e poi l’assoluto sostegno nell’operazione da parte di una galassia politico-mediatica, da TV, giornali, giornali online e blog antipapali, che in questi ultimi anni, si sono specializzati nell’attacco quotidiano al Pontefice, qualunque cosa faccia o dica, spesso mettendo in pagina un’immagine della realtà falsata e strumentale ignorando volutamente il magistero di Francesco. Si tratta, in alcuni casi, di media che sono sostenuti da ambienti i quali sono poco interessati alle questioni dottrinali ma sono molto impauriti dal messaggio dell’attuale Papa sui temi dell’economia, della finanza, del traffico di armi, dell’ambiente, delle migrazioni e della povertà. Non è nel mio stile fare nomi e dunque mi fermo qui.

Sappiamo che il documento di Viganò è stato  bene accolto dagli ambienti anti Francesco europei e americani . In particolare vi soffermate , giustamente ,su quelli Americani . Un mondo fatto di collusioni tra ambienti ecclesiali, politici e la grande finanza. Quali sono i loro obiettivi politici e non solo?

Questi ambienti non sopportano che ci sia un Papa divenuto un’autorità mondiale credibile sui temi della Dottrina sociale. Francesco con i suoi interventi e le sue encicliche – pensiamo alla Laudato si’ – ha posto una domanda seria sulla sostenibilità dell’attuale modello economico-finanziario, chiedendo a tutti di considerare dei rimedi. Ha indicato per la prima volta lo stretto collegamento che esiste fra problemi solitamente considerati slegati, quali la crisi ambientale e la difesa del creato, le guerre, la povertà, le migrazioni, il sistema economico-finanziario. Questo fa paura, perché certi poteri non sopportano che si sollevino queste domande e preferiscono farci credere che viviamo nel migliore dei sistemi possibili, anche per la fede cristiana, e che al massimo bisogna insegnare alla gente ad essere onesta. Francesco ha invece mostrato come esistano dei problemi strutturali. Ci sono quelle che già Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis (1987) chiamava «strutture di peccato».

Nel libro prendete in esame l’inquietante “Red Hat Report” (“Rapporto berrette rosse”). Che cosa è esattamente e quali finalità si propone? Chi vuole colpire?

Il Red Hat Report è soltanto uno – il più inquietante al momento – dei fenomeni che mostrano come vi siano laici e anche vescovi, purtroppo, che confondono la Chiesa con una corporation pensando che pulizia e lotta alla corruzione verranno da norme aziendalistiche sempre più precise. Ma questa è soltanto la parte per così dire più “nobileˮ dell’operazione. C’è anche un evidente intento di pilotare il prossimo conclave sulla base di dossieraggi resi pubblici e che hanno già preso di mira il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato.

Nel libro ricordate le battaglie di Benedetto XVI e di Francesco contro la pedofilia. Un cancro mortale, la pedofilia, per la Chiesa.  Papa Francesco lega la sua lotta contro l crimine della pedofilia alla lotta contro il clericalismo . Perché? Si ha consapevolezza di questo nella comunità cristiana?

Manca ancora una coscienza diffusa. Francesco sostiene, a ragione, che ogni abuso sessuale commesso da un chierico su un minore o su un adulto vulnerabile ha un’origine nel clericalismo e si configura sempre prima come abuso di potere e di coscienza. Non servono chissà quali studi per comprenderlo: il prete abusatore esercita un’influenza sul minore o sull’adulto vulnerabile. Lo stesso McCarrick era il vescovo dei seminaristi e dei giovani preti (tutti adulti) che si portava alla casa al mare. Esercitava su di loro un potere e un’influenza. Non si possono presentare come «relazioni omosessuali» alla stregua di quelle tra due persone adulte, libere e consenzienti. Mi sembra persino lapalissiano. Eppure il dirlo scatena la reazione della galassia politico-mediatica antipapale, che ripete ossessivamente: il problema non è il clericalismo ma l’omosessualità.

Nella Chiesa cattolica c’è la grande questione dell’omosessualità. Un tema difficile per la Chiesa…E’ così? 

È un tema sensibile. Purtroppo la selezione nei seminari in questo senso ha lasciato molto a desiderare e si sono ordinati preti persone che non avevano una sessualità risolta e una capacità di vivere il celibato. Ma si stanno facendo dei passi significativi in questo senso. Mi colpisce un fatto: coloro che oggi gridano «al lupo!» per l’omosessualità nella Chiesa sono gli stessi che fino a qualche anno fa vedevano come fumo negli occhi il ricorso a psichiatri e psicologi nei seminari. Una delle accuse che qualcuno dal Vaticano faceva all’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio era di usare troppo gli psichiatri nel seminario di Buenos Aires. Colpisce che oggi siano proprio coloro che non volevano queste consultazioni ad accusare il Papa per l’omosessualità nella Chiesa.

Insomma il documento di Viganò non ha fatto che aumentare, in certi ambienti conservatori,  la mondanissima voglia di potere e di rivincita. Un pretesto per  una pesante operazione di lobbyng . Quella degli oppositori di Francesco assomiglia alla Chiesa del “Grande inquisitore” di Dostoevskij.  Una  Chiesa, questa si, rassicurante. Come pensi che si svilupperà il cammino di Francesco? Per gli oppositori non ha più niente da dire…. 

Non sono in grado di dirlo. Di certo c’è chi vuole trasformare la Chiesa in un grande unico tribunale; chi si mette sul piedistallo e accusa gli altri di essere corrotti presentandosi come l’unico puro (peccato anche nel caso di Viganò questo non sia poi così vero); chi cerca salvezza e riparo nelle norme di comportamento, nei codici etici e aziendali sempre più precisi. La risposta che ci offre Francesco e che prima di lui ha offerto Benedetto XVI è un’altra e ha a che fare con la fede cristiana: siamo tutti poveri peccatori, tutti bisognosi di aiuto, perdono, misericordia. La risposta più vera è quella della preghiera, della penitenza. Mi ha colpito che Francesco si sia rivolto al popolo di Dio invitandolo a pregare il rosario invocando anche san Michele arcangelo contro il demonio, il “Grande accusatoreˮ che vuole dividere la Chiesa. Per fortuna che per gli oppositori – ma anche per certi fan che hanno cercato e cercando di appiccicargli la loro agenda – Francesco non ha più niente da dire. Perché significa, invece, che ha davvero molto da dire e da testimoniare, riportandoci all’essenziale della fede cristiana

IL PATTO SPORCO. Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista

“Chiediamoci perché politica, istituzioni, cultura, abbiano avuto bisogno delle parole dei giudici per cominciare finalmente a capire… Un manipolo di magistrati e di investigatori ha dimostrato di non aver paura a processare lo Stato. Ora anche altri devono fare la loro parte.”
Nino Di Matteo

“Volevo che nelle pagine di questo libro parlasse il magistrato, parlasse l’uomo,
protagonista e testimone di un processo destinato a lasciare il segno.”
Saverio Lodato

 

 

 

 

IL LIBRO
Gli attentati a Lima, Falcone, Borsellino, le bombe a Milano, Firenze, Roma, gli omicidi di valorosi commissari di polizia e ufficiali dei carabinieri. Lo Stato in ginocchio, i suoi uomini migliori sacrificati. Ma mentre correva il sangue delle stragi c’era chi, proprio in nome dello Stato, dialogava e interagiva con il nemico.
La sentenza di condanna di Palermo, contro l’opinione di molti “negazionisti”, ha provato che la trattativa non solo ci fu ma non evitò altro sangue. Anzi, lo provocò. Come racconta il pm Di Matteo a Saverio Lodato in questa appassionata ricostruzione, per la prima volta una sentenza accosta il protagonismo della mafia a Berlusconi esponente politico, e per la prima volta carabinieri di alto rango, Subranni, Mori e De Donno, sono ritenuti colpevoli di aver tradito le loro divise. Troppi i non ricordo e gli errori di politici e forze dell’ordine dietro vicende altrimenti inspiegabili come l’interminabile latitanza (43 anni!) di Provenzano, la cattura di Riina e la mancata perquisizione del suo covo, il siluramento del capo delle carceri, Nicolò Amato, la sospensione del carcere duro per 334 boss mafiosi.
Anni di silenzi, depistaggi, pressioni ai massimi livelli (anche dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), qui documentati, finalizzati a intimidire e a bloccare le indagini. Ora, dopo questa prima sentenza che si può dire storica, le istituzioni appaiono più forti e possono spazzare via per sempre il tanfo maleodorante delle complicità e della convivenza segreta con la mafia. Tutto questo viene raccontato in un libro straordinario che oggi esce nelle librerie.

GLI AUTORI
Sostituto procuratore della Repubblica a Caltanissetta e poi a Palermo, Nino Di Matteo è ora sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Ha indagato sulle stragi dei magistrati Chinnici, Falcone, Borsellino e delle loro scorte, e sull’omicidio del giudice Saetta. Pm in processi a carico dell’ala militare di Cosa Nostra, si è occupato anche dei processi a Cuffaro, al deputato regionale Mercadante, al funzionario dei servizi segreti D’Antone, e alle “talpe” alla procura di Palermo. Diverse amministrazioni comunali (tra queste Roma, Milano, Torino, Bologna, Genova) gli hanno conferito la cittadinanza onoraria per il suo impegno nella ricerca della verità. È autore dei libri “Assedio alla toga” (con Loris Mazzetti, Aliberti) e “Collusi” (con Salvo Palazzolo, Rizzoli).

Saverio Lodato è tra i più autorevoli giornalisti italiani in materia di mafia, antimafia e Sicilia. Per trent’anni è stato inviato de “l’Unità” in Sicilia e oggi scrive sul sito antimafiaduemila.com. Ha scritto: “Avanti mafia!” (Corsiero Editore); “Quarant’anni di mafia” (Rizzoli); “I miei giorni a Palermo” (con Antonino Caponnetto, Garzanti); “Dall’altare contro la mafia” (Rizzoli); “Ho ucciso Giovanni Falcone” (con Giovanni Brusca, Mondadori); “La linea della palma” (con Andrea Camilleri, Rizzoli); “Intoccabili” (con Marco Travaglio, Rizzoli); “Il ritorno del Principe” (con Roberto Scarpinato, Chiarelettere); “Un inverno italiano” (con Andrea Camilleri, Chiarelettere); “Di testa nostra” (con Andrea Camilleri, Chiarelettere).

PER GENTILE CONCESSIONE PUBBLICHIAMO L’INCIPIT DEL LIBRO

Venticinque anni di solitudine e coraggio

Dottor Di Matteo, venticinque anni di inchieste e di solitudine,
di ricerca accanita della verità, di successi e momenti
di amarezza, ma anche di isolamento e vita blindata. Un
quarto di secolo, con la toga addosso, nell’Italia di oggi.
Dall’età di trent’anni, a oggi che ne ha cinquantasette. Così
è volata via metà della sua esistenza. Ma quando ha inizio
l’incubo di una vita blindata giorno e notte?
Il primo servizio di scorta lo ebbi nel dicembre 1993,
alla procura di Caltanissetta. Ero alle prime armi. Mi
avevano assegnato un processo che riguardava la guerra
in corso in quegli anni fra Cosa Nostra e la Stidda, nel
territorio di Gela.

Cos’è la Stidda?
Un’organizzazione di tipo mafioso che fra la fine degli
anni Ottanta e l’inizio del ’90 si oppose al potere tra
dizionalmente incarnato, nel resto della Sicilia, solo da
Cosa Nostra; formata, in parte consistente, anche da
fuoriusciti di Cosa Nostra; e che con gli stessi metodi
di intimidazione e violenza entrò in guerra, nei territori
di Gela, Vittoria, Ragusa, di tutto l’agrigentino, proprio
con la mafia tradizionale.

Cosa accadde?
Venne intercettata una telefonata fra due capi della Stidda.
L’indomani dovevo andare da Caltanissetta a Gela, dove
sostenevo l’accusa in un processo nell’aula del tribunale.
I due capi stiddari parlavano del tragitto che ero solito
fare quando mi recavo in udienza, osservando che organizzare
un agguato poteva essere facile. Così mi trovai, da
un giorno all’altro, a passare dalla vita normale dei primi
tempi in cui ero in magistratura, alla presenza costante dei
carabinieri che mi accompagnavano in ogni spostamento.

Quanti anni aveva?
Nel ’93 avevo trentadue anni e non ero ancora sposato.
All’inizio, e penso che sia un fatto umano, la protezione,
in un certo senso, mi faceva anche piacere. Provavo un
senso di maggiore sicurezza nel mio lavoro. E poi, perché
no?, la scorta poteva essere vista come un riconoscimento
dell’importanza del mio ruolo. Con il passare degli anni, però, questa situazione, invece di essere da me
accettata, come sarebbe stato fisiologico, ha costituito
un peso sempre maggiore.

Quando iniziò a fare il magistrato?
Avevo iniziato il tirocinio, che allora si chiamava uditorato,
nell’agosto 1991. Lo avevo vissuto, da appassionato
di vicende di mafia, negli uffici giudiziari più esposti,
proprio quelli palermitani. La mia formazione coincise
tragicamente con il periodo dell’attacco più violento
della mafia alle istituzioni, ma soprattutto con le stragi
di Capaci e via D’Amelio, che colpirono Giovanni Falcone,
Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, uomini e
donne delle loro scorte.

Cosa rappresentavano per lei, giovane uditore giudiziario,
Falcone e Borsellino?
Erano stati, fra gli altri, ma più degli altri, i miei punti
di riferimento nella scelta di diventare magistrato. Finalmente
avevo realizzato un sogno. Li avevo conosciuti.
Ero orgoglioso di fare il tirocinio negli stessi uffici dove
loro avevano lavorato e dove Paolo Borsellino continuava
a lavorare. E in quegli stessi corridoi della procura
di Palermo ho vissuto lo sgomento per gli attentati di
Capaci e via D’Amelio.

Prima di andare a Caltanissetta, li aveva già conosciuti
personalmente?
Sì, Falcone in maniera più superficiale. Ogni tanto,
seppure fosse già in servizio al ministero della Giustizia
a Roma, veniva a Palermo. Paolo Borsellino lo conobbi
meglio perché lavorava come procuratore aggiunto a
Palermo, proprio mentre facevo il tirocinio nello stesso
ufficio giudiziario.

Cosa ricorda di loro?
La prima stretta di mano con Falcone rimarrà soprattutto
un mio ricordo, legato a una grande emozione.
Quella di stringere la mano a colui che era stato il punto
di riferimento ideale del mio impegno per diventare
magistrato. Accadde in occasione di una sua visita
alla procura di Palermo, in cui gli vennero presentati
i tirocinanti. Appena pochi giorni prima dell’omicidio
di Salvo Lima, europarlamentare democristiano, il 12
marzo 1992. Il delitto che, come immediatamente
percepì con preoccupazione proprio Falcone, avrebbe
cambiato il corso dei rapporti fra il vertice di Cosa
Nostra e l’apparato statuale. Stava iniziando la stagione
delle bombe.

Nino Di Matteo – Saverio Lodato, IL PATTO SPORCO.Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista, Ed.Chiarelettere 2018, pagine 224, prezzo 16 €

“Salvini, il ministro della Paura”. Intervista ad Antonello Caporale

Matteo Salvini, leghista e ministro degli Interni, è l’uomo forte del governo populista sorto dal terremoto elettorale dello scorso 4 marzo. Detta la linea governativa, onnipresente sui social. Così facendo mette in ombra Di Maio, il capo politico dei 5Stelle. Ma qual è la tecnica salviniana di propaganda? Come è riuscito ad entrare nel “senso comune”degli italiani? Ne parliamo con Antonello Caporale, caporedattore del “Fatto quotidiano”, autore del saggio, appena uscito nelle edicole e nelle librerie, “Matteo Salvini. Il Ministro della Paura”(Ed. PaperFIRST, pagg. 145, €10,50).

Antonello, nel tuo libro fai una Analisi spietata, sul piano linguistico, e, ovviamente dei contenuti, dell’”ideologia” salviniana che, come  vedremo nel corso dell’intervista, ha un nome. Incominciamo dal titolo, molto eloquente, “Ministro della Paura”. Un Ministro che gestisce e produce paura…E’ così?

E’ così. Oggi in Italia e non solo il mercato della paura è florido. La paura dell’altro, la paura del futuro, persino della propria identità cristiana. Salvini raccoglie questo sentimento e invece di domarlo lo amplifica, tende a estremizzarlo. Ogni nostra paura diviene così più grande, e più grande è questa paura più elevato il fatturato politico della Lega.

E veniamo all’armamentario propagandistico comunicativo . Al centro, della propaganda salviniana, c’ è , quella che tu chiami, l’ideologia dello schifo. Un nome terribile, che caratteristiche ha?

Una locuzione spregiativa di uso comune. Salvini ha la capacità di connettersi con i nostri pensieri quotidiani e di rilanciare una parola, appunto schifo, che schifo, che noi usiamo spesso. Il linguaggio comune produce identificazione, contestualità, sovrapposizione. Una comunità ha un linguaggio comune, e Salvini usa l’epiteto, forza trainante del nostro sdegno, come apripista.

Tu nel libro affermi che questa ideologia ha uno sfondo fascista. Lo intendi come lo intendeva Umberto Eco, ovvero il fascismo “eterno”?

Affermo che la violenza delle parole ha una sua caratura fascistica. Il vocabolario ci offre una innumerevole serie di varianti, di possibilità. Se noi scegliamo una parola anziché un’altra un motivo c’è. Io chiedo: usare il verbo scaricare a proposito dei migranti (li hanno scaricati etc) che altro significa se non quello che ci siamo appena detti? Si scarica un sacco di patate non una persona, eppure lui e gli organi di stampa a lui vicini scelgono questo verbo. Scelgono, anzi premeditano.

Questa “ideologia” ha i suoi nemici da asfaltare, un altro termine usato da Salvini, con i loro valori negativi, ma ha, anche, suoi “supereroi” da esaltare e da emulare. Puoi dirci chi sono gli amici e i nemici di Salvini? E nell’ostilità ai suoi nemici  c’è del razzismo?

I nemici sono i neri. Coloro che hanno la pelle nera, coloro che anche nella fumettistica infantile ci fanno paura. Il nero ci toglie non solo il lavoro, ma si trasforma spesso in ladro, scippatore, spacciatore. Dunque ci leva il sonno, la pace, la tranquillità e la sicurezza. Fa da pungiball al nostro vivere quotidiano, è l’opponente contro cui sfogarsi, il capro espiatorio perfetto. Gli amici sono gli altri, tutti gli altri, vittime di questa condizione: non essere più padroni a casa propria, sfrattati dal suolo nativo. Nell’iperbole la propaganda salviniana.

Una piccola divagazione: nell’atteggiamento del far politica lo trovi  simile a Renzi?

Aria da bullo, anche parole e atteggiamenti molto esposti e molto simili. A differenza di Renzi Salvini ha due frecce formidabili al suo arco: produce empatia ed entra nel gorgo delle viscere degli italiani. Penso che Renzi non abbia invece mai nemmeno tentato di comprendere il suo Paese, che non ne sia capace.

Anche la religione è un “ingrediente” di questa ideologia…In che modo?

Se viene il nero, che è islamico, ci porta Maometto. Ce lo porta con l’invasione pacifica o con il terrore dell’Isis. Le donne velate gireranno per le nostre strade, sarà questo il futuro dei nostri figli? L’iperbole consente ogni suggestione, come vedi.

Il “non verbo” salviniano, appunto l’ideologia dello schifo, viene diffuso attraverso i   social. Salvini è sicuramente tra i più abili ad usarli. Nel tuo libro denunci, anche, la capacità manipolatoria di Salvini, con l’uso dei social, di creare casi che alimentano l’ideologia dello schifo. In che modo avviene?

Due ragazzi neri hanno imbrattato una vetrina. Che schifo! Dieci migranti, alloggiati a spese nostre, trascorrono la domenica in piscina mentre i nostri ragazzi non hanno lavoro. Che schifo! L’Europa vuole portarci a tavola gli insetti. Che schifo! Schifo è la locuzione che racchiude ogni pensiero e lo accomuna nel giudizio di disvalore. E’ parola-bandiera.

Un altro  mezzo di diffusione, usato da Salvini, è la televisione. Strumento decisivo per la creazione del “senso comune” favorevole a Salvini. Interviste su ogni canale, con giornalisti non sempre all‘altezza, hanno prodotto l’amalgama mentale pro Salvini. Hai delle critiche da fare alla stampa?

No, Salvini ha attraversato il deserto senza mass media amici. Ora lo vediamo dappertutto ma negli anni passati era solo. Ha fatto tutto da solo, piazza per piazza, con i social a tutte le ore. Ha costruito il consenso senza l’arma dei mass media organizzati. E’ questa un’altra considerazione da fare, un punto di cui tener conto.

Veniamo alla politica di questi giorni. Il governo è sempre più ad egemonia salviniana. I 5stelle paiono fagocitati. Il Premier Conte è solo un “flautus voci”, nel senso proprio filosofico del termine: è solo un nome. Insomma il governo è il “taxi” di Salvini?

Come dice il sociologo Domenico De Masi la Lega è mattone, i Cinquestelle solo sabbia.

Andrea Camilleri, in una recente intervista, si è detto preoccupato su quello che sta avvenendo nella mentalità degli italiani, ed è  pessimista sul futuro del nostro   Paese. C’è un antidoto “al Salvini che è in noi”?

L’antidoto è la conoscenza, la riflessione, il rifiuto di banalizzare ogni questione, la capacità di contare sul proprio talento, affinare la propria competenza. Guardare a quel che riusciamo a fare noi, contare sulle nostre forze senza bisogno di un nemico (ora i migranti, ora l’Europa, ora l’elite) che giustifichi le nostre debolezze.

 

I DIARI DI FALCONE. Le verità nascoste nelle agende elettroniche del giudice

IL LIBRO      

Le agende di Giovanni Falcone entrarono e uscirono velocemente nella vicenda della strage di Capaci. A distanza di molti anni, dopo processi, depistaggi, falsi testimoni, morti sospette, e diversi interrogativi irrisolti, questo libro recupera materiali rivelatori che sono stati trascurati nelle inchieste della magistratura e che invece aiutano a capire che cosa è successo quel 23 maggio 1992. E perché.

Le agende personali fanno paura: quella di Borsellino è scomparsa e quelle di Falcone, esaminate dai periti Gioacchino Genchi e Luciano Petrini (morto troppo presto), nonostante strane interruzioni, pongono domande decisive: sugli incontri del giudice con funzionari russi per indagare sui finanziamenti clandestini del Pcus; su come sia stato possibile che la mafi a sapesse il giorno e la data del suo viaggio a Palermo; sul suo misterioso viaggio a Washington; su dove sia stato tra il 28 aprile e il primo maggio prima dell’attentato; e molte altre ancora.

In questa meticolosa inchiesta, l’autore mette in relazione fatti, testimonianze, appunti personali, e traccia un quadro inedito che apre nuovi scenari sulla morte del giudice, dimostrando come essa vada inserita all’interno di una più generale strategia di destabilizzazione che ha interessato il nostro paese alla fine della Prima repubblica.

L’autore

Edoardo Montolli è autore di diversi libri inchiesta. Due li ha dedicati alla strage dI ERBA Il grande abbaglio (con Felice Manti, Aliberti 2008) e L’enigma di Erba (Rcs Periodici 2010). Ne Il caso Genchi (Aliberti 2009) ha raccontato i retroscena di numerose vicende politiche e giudiziarie degli ultimi trent’anni. Scrive di crimini per vari giornali e di attualità per il settimanale “Oggi”. Ha pubblicato i thriller Il boia (Hobby & Work 2005), La ferocia del coniglio (Hobby & Work 2007) e L’illusionista (Aliberti 2010). Il suo sito è www.frontedelblog.it

Per gentile concessione dell’Editore pubblichiamo il Prologo del LIbro

Le agende dimenticate

Giovanni Falcone annotava tutti i suoi impegni su due databank, due agende elettroniche tascabili. Apparecchi che restarono in voga per qualche anno, fin quando la loro funzione non fu sostituita dai cellulari. Quelle di Falcone vennero recuperate

poco dopo la strage di Capaci. Una memoria esterna, su cui il giudice riversava i suoi appunti, scomparve per sempre. Ma nei processi, nonostante alcuni punti oscuri rilevati dai due consulenti che le analizzarono, le agende furono liquidate in fretta. Ne fu sminuita la portata. E vennero smentiti alcuni impegni che lui si era segnato e che apparivano su una di esse, risultata misteriosamente cancellata solo dopo il sequestro.

Passo tutto in secondo piano, come il fatto che, dopo la sua morte, qualcuno ne avesse letto i file sui computer al ministero, lasciandovi traccia.

L’indagine, d’altra parte, puntava a prendere gli assassini, i mafiosi che, per ucciderlo, il 23 maggio 1992 avevano fatto saltare in aria addirittura un’autostrada. Un’esplosione perfetta nei tempi e devastante nella portata, simile a un atto di guerra, che Cosa nostra non si era mai sognata di fare prima. E che in seguito non avrebbe piu ripetuto.

Per più di un paio di decenni, cosi, le copie cartacee del contenuto delle due agende sono rimaste sepolte negli archivi giudiziari, all’interno delle relazioni che ne fecero i consulenti, senza che fossero più studiate.

 La campagna d’odio contro Genchi

Vi sono incappato nove anni fa, quando mi sono occupato di Gioacchino Genchi, vicequestore aggiunto palermitano e consulente di procure e tribunali di mezza Italia in alcuni tra i processi piu delicati del paese, che era stato anche uno dei periti a occuparsi di quelle agende. L’altro, l’ingegnere Luciano Petrini, e stato ammazzato molto tempo fa, senza che sia mai stato preso il responsabile.

Genchi era stato consulente del pm Luigi De Magistris nell’inchiesta ≪Why Not≫. Era stato scritto e detto che aveva intercettato qualcosa come 350.000 persone. Bollato dall’allora premier Silvio Berlusconi come ≪il più grande scandalo della Repubblica≫. Accusato di avere un archivio segreto.

Convocato dal Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, era stato indagato dalla Procura di Roma. Sospeso dalla polizia e successivamente destituito. Non era vero niente: negli anni a seguire i processi penali lo avrebbero visto definitivamente assolto e sarebbe stato reintegrato in polizia.

Ma in quei mesi la vicenda occupava ogni giorno le prime pagine dei quotidiani. Lo conoscevo da qualche anno. Ne avevo scritto su alcuni settimanali per poi realizzarne un lungo ritratto su ≪L’Europeo≫. All’epoca dirigevo la collana di libri inchiesta

≪Yahoopolis≫ della casa editrice Aliberti. L’editore mi chiese cosi di scrivere un libro-intervista. Genchi non si capacitava della campagna d’odio imbastita nei suoi confronti. E voleva cosi non solo pubblicare gli atti dell’inchiesta che non gli avevano fatto terminare a Catanzaro, ma far conoscere a tutti il suo intero percorso professionale, che coincideva con le indagini sui veleni di Palermo e con quelle sulle stragi del 1992. Le sue mai concluse consulenze sulla strage di Capaci e su quella di via D’Amelio.

Quando e uscito il libro Il caso Genchi c’e stato un diluvio di polemiche. Richieste di sequestro, cause civili e penali inoltrate da un gran numero di esponenti istituzionali.

Da parte mia ho avuto tuttavia come la sensazione che, comunque la si vedesse, non fosse stato detto tutto sul suo lavoro.

Soprattutto per ciò che riguardava le indagini del 1992.

Ho cominciato così a riprendere in mano i contenuti dei due databank, che Genchi mi aveva consegnato insieme a gran parte del suo lavoro utile a stilarne una biografia.

Raccontavano molto degli ultimi mesi del giudice, delle sue frequentazioni e delle sue amicizie: dettagli che, come le sue convinzioni su Cosa nostra, i suoi appunti e i suoi stessi verbali, erano stati interpretati in più modi, e mai presi alla lettera.

Ma, riguardandoli bene, studiandoli a fondo, i databank rivelavano anche altro.Confrontandoli con l’agenda grigia di Paolo Borsellino – l’unica rinvenuta –, con gli eventi di quegli anni e con una lunga serie di atti processuali, ma anche con gli scritti e i verbali di Falcone, emergevano diversi nuovi misteri, a partire dalla genesi stessa della strage di Capaci e dal racconto che ne avevano fatto gli esecutori.

 Qualcuno sapeva

Cos’accadde allora? E una domanda che continuo a pormi. Di certo, come si vedrà in questo libro, se vogliamo accettare l’idea che la strage di Capaci e quelle successive siano state esclusivamente opera di Cosa nostra, non dobbiamo solo ignorare le anomalie sui reperti informatici di Falcone e ciò che vi era scritto, non dobbiamo solo ritenere marginale cio che accadde a Paolo Borsellino nei cinquantasette giorni in cui rimase ancora in vita, no. Dobbiamo accettare anche che piu di qualcuno sia stato in grado di leggere il futuro e trasformarsi in un infallibile veggente. Uno su tutti il pentito dei due mondi, TommasoBuscetta, che, lontano da tantissimi anni dall’Italia e sotto protezione negli Stati Uniti, riuscì a prevedere gli attentati al nostro patrimonio artistico prima ancora che fossero ideati proprio dai suoi acerrimi nemici, con cui evidentemente non aveva contatti.Un suo incontro con Falcone a Washington, un mese prima della morte del giudice, venne confermato da autorevolissimi esponenti istituzionali americani e italiani. Negli stessi giorni Falcone aveva annotato sull’agenda rinvenuta un viaggio negli Stati Uniti.

Il viaggio fu smentito dal ministero e dalle autorità. Ma cosa avrebbe fatto in quei giorni nessuno lo disse mai.

 

Edoardo Montolli, I diari di Falcone. Le verità nascoste nelle agende elettroniche del giudice, Ed Chiarelettere, Milano 2018 _ pp. 256 _ euro 16.00