Ecco perché la Merkel vincerà le elezioni in Germania. Intervista a Udo Gumpel

Angela Merkel, cancelliere tedesco

Angela Merkel, cancelliere tedesco (Gettyimages)

La Germania il prossimo 24 settembre andrà al voto per eleggere i nuovi rappresentanti del Bundestag (il Parlamento Federale). Salvo clamorose smentite Angela Merkel, Cancelliere uscente, dovrebbe riconfermarsi, per la quarta volta, Cancelliere. Quali sono le ragioni della sua, molto probabile , vittoria? Ne parliamo  con il giornalista Udo Gumpel , corrispondente dall’Italia per RTL n-Tv.

Tra poco più di dieci giorni la Germania andrà alle urne. Stando ai recenti sondaggi dovrebbe vincere il partito di Angela Merkel, la CDU. Eppure, fino a poco tempo fa, si parlava di un “effetto Schulz”, candidato della SPD, in grado di impensierire la Cancelliera Merkel. Ma è davvero tutto così scontato?

L’effetto “Schulz” è esistito, per alcune settimane. Era (ed è) il chiaro segnale dell’elettorato  tedesco che desidera un’alternativa alla Merkel, ma non una di tipo radicale. Schulz ha avuto il “vantaggio” di esser stato fino a quel momento quasi “sconosciuto” alla politica nazionale tedesca, essendo stato per un lungo periodo Presidente del Parlamento Europeo. Ma Schulz non ha potuto inventarsi un nuovo partito, e una politica davvero nuova. L’SPD governa insieme alla CDU della Merkel ed è impossibile, come si è visto nel faccia-a-faccia in tv dei due, distinguersi troppo: la politica del governo tedesco era anche la sua, dell’SPD. Dunque l’SPD è tornato ai suoi valori da 10 anni, 20-25%, che sarebbe sempre un buon risultato, ma non sufficiente a sconfiggere la CDU che è tornata alle sue percentuali degli ultimi anni: 35-40%.

Quali sono,  secondo te, i motivi (ovvero i punti a favore) della possibile vittoria della Signora Merkel?

La Merkel ha svuotato sistematicamente il serbatoio degli argomenti forti degli avversari storici: è più sociale dell’SPD, o almeno alla pari, è più verde dei Verdi, avendo promosso una politica dell’uscita dal Nucleare, ed è anche abbastanza nazionale – nei confronti della Turchia per esempio o della Russia – per esser ancora attraente per molti conservatori. Aveva perso smalto con “l’accoglienza” dei profughi, ma questo tema è finito: oggi la Germania ha bisogno di immigrati, la natalità è da 5 anni in forte crescita, ma non basterebbe  di sicuro. Il cambiamento di opinione è in atto, lentamente, a favore della Merkel. Poi c’è l’argomento a suo favore più forte: Lei è “l’usato sicuro”, è rassicurante. È lenta, ma sicura, nelle sue decisioni. Sotto la sua guida la Germania è diventato un paese leader nel Mondo, un paese da “soft-power”, come piace ai tedeschi e fa molto meno paura ai partner europei.

Perché Martin Schulz non è riuscito a proporsi come reale alternativa di Angela Merkel?

No, perchéé il suo partito non è una vera alternativa, soltanto alcuni punti sono diversi, nel sociale, ma sono differenze meno importanti.

La Merkel, indubbiamente, ha dimostrato una grande capacitàà tattica. Per esempio, su un tema caldo come quello dell’immigrazione, che per altri governi europei invece è fonte di difficoltàà, la Cancelliera ha dimostrato di saperlo gestire. Un merito non da poco. Qualche osservatore politico tedesco afferma che questa capacitàà di gestione è dovuta al fatto che ha lasciato fare il “lavoro sporco” di contenimento dei profughi ad Erdogan. Sei d’accordo con questa affermazione?

Non molto, perchéé il vero lavoro sporco lo hanno fatto i paesi balcanici che hanno chiuso la rotta ben prima dell’accordo con Erdogan. Erdogan ha invece incassato

il dividendo dei cattivi, in questo la sua posizione è meno forte di quanto possa sembrare. Se lui “aprisse” i confini, come ha giàà minacciato in varie occasioni, i profughi arriverebbero in Grecia, e la finirebbero. E allora le sue minacce sono vuote. E lo sa pure lui.

Nell’opinione pubblica europea si dice che il “centro” (la Merkel) fa la “sinistra”. È un paradosso, visto dall’Italia. Ma, secondo te, ha un fondamento?

La CDU è da sempre stato un partito con una fortissima connotazione sociale, le etichette “centro e sinistra” non si applicano bene. Alcune delle misure più forti, colonne del sistema sociale tedesco, come per esempio il”Bafoeg” (sussidi agli studenti per lo studio, dato a più di un milione di giovani, fino a 650 euro al mese),sono state “inventate” dai Democristiani.

Parliamo della società tedesca. Alcune analisi fanno osservare che sotto la coperta di un benessere molto diffuso si intravedono crepe che possono mettere in crisi la stabilità tedesca. Qual è, secondo te, la più grave delle minacce alla stabilità?

Le crepe del sistema sociale sono insite nella diffusione della ricchezza nazionale, che non è molto difforme da quella italiana, un decimo della società possiede metà della ricchezza nazionale, ma il contesto è diverso: il senso di ingiustizia e di esclusione è più forte in una società che nel suo insieme cresce bene. Quando tutti stanno male, ci si lamenta di meno. Quel quarto della società che si sente – a ragione – escluso dalla distribuzione della crescente ricchezza è serbatoio di voti di protesta, sono spesso persone più anziane, meno acculturate, abitanti delle regioni ex-comuniste che, nonostante la decennale propaganda “internazionalista” ,vedono oggi un tasso di voti per partiti di estrema destra decisamente più alti della media.

Quanto pesa il populismo in Germania? Come si alimenta?

Anche in Germania i populisti sono riusciti a mettere i loro temi – migrazione, identità nazionale – al centro del dibattito. Elettoralmente sono però piuttosto deboli. Tutti gli altri partiti “tradizionali” Spd, Cdu, Fdp,Verdi, Die Linke rappresentano il 92% dei votanti, e sono ancorati ai valori della Costituzione. Da notare è l’AfD, che sarebbe l'”Alternativa per la Germania”, nasce come partito anti-Euro, anti Sud Europa, contro gli spreconi del “Club Med”, e solo a partire dalla forte migrazione verso la Germania trova nella lotta contro i migranti e l’Islam il suo nuovo tema.

La Merkel riuscirà a contenerlo?

Non la Merkel, ma la società tedesca che è sana al suo interno. Oggi 30 milioni di tedeschi sono, in qualche forma, impegnati nell’accoglienza dei 2,5 milioni di profughi che sono arrivati e rimasti in Germania. Ricordiamoci sempre che, del mezzo milione di profughi via mare che sono arrivati in Italia, meno di un quinto è poi effettivamente rimasto in Italia, gli altri sono migrati verso il Nord Europa.

Caos Bosnia. Intervista a Jean Toschi Marazzani Visconti

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Sono passati più di 21 anni dagli accordi di Dayton, nell’Ohio, sulla Bosnia Herzegovina, che pose fine al conflitto balcanico. Accordi che hanno mostrato i loro limiti, ben lungi, quindi, dalla soluzione ottimale del conflitto.

Ne parliamo, in questa intervista, con la giornalista Jean Toschi Marazzani Visconti, autrice del libro, uscito per l’Editrice Zambon, La porta d’ingresso dell’Islam.

Sono passati 21 anni dagli accordi Dayton sulla Bosnia Herzogovina. Quale bilancio si può fare ?

Non si può certo definire ottimale la situazione creata dal Trattato di Dayton. La nota positiva è che la gente non muore più e le armi tacciono da vent’anni, però la vita delle tre comunità è lungi dall’ essere normale o risolta.

Gli Accordi prevedevano il ritorno delle popolazioni di tutte le etnie ai luoghi e alle case dove vivevano prima dello scoppio della guerra. Pochi sono rientrati, la maggior parte della popolazione ha preferito rimanere nelle zone dove fosse maggioritaria o forte l’etnia della loro provenienza.

I Croati cattolici della Erzegovina si sentono stretti nella Federazione croata-musulmana imposta dagli USA nel 1994 e traditi dalla ventilata promessa dell’indipendenza della loro regione.  

I Musulmani, assurti alla dignità di Bosgnacchi per decisione statunitense – in realtà Serbi convertiti all’Islam durante i cinquecento anni della lunga occupazione ottomana – godono di una particolare attenzione da parte delle autorità internazionali, vissuta male dalle altre due nazioni.

I Serbi della Republika Srpska avrebbero maggiori possibilità di sviluppo nella loro zona più unita e compatta, però vivono sotto la spada di Damocle degli ipotetici crimini commessi e quindi soggetti a continue pressioni da parte degli Alti Rappresentanti occidentali nello sforzo di concentrare tutte le prerogative di governo a Sarajevo, in contraddizione alle disposizioni del Trattato di Dayton.

La Bosnia-Erzegovina, secondo gli Annessi del Trattato che corrispondono alla sua Costituzione, è soggetta all’alternanza etnica del Presidente e del primo Ministro ogni otto mesi a rotazione e il Consiglio dei ministri tripartito ha scadenza annuale. La Federazione croato-musulmana e la Republika Srpska hanno una larga autonomia. Questo implica che il governo centrale è debole rispetto a due entità forti e questo impedisce qualsiasi progetto centralizzato. In pratica sono tutti separati in casa.

Si passa da una zona all’altra senza frontiere, ma le popolazioni vivono in un clima sospeso, ciascuna nel suo territorio o nel proprio quartiere senza mescolarsi con le altre etnie. L’odio e la memoria dei crimini reciprocamente inferti e subiti sono molto presenti, nessuna politica di riconciliazione è stata intrapresa, al contrario i media continuano ad essere estremamente critici verso i Serbi rinfocolando i rancori.

Molto denaro fluisce a Sarajevo da ONG Iraniane, dell’Arabia Saudita e dalla Turchia, ma viene impiegato per costruire moschee e scuole islamiche dove affluiscono i giovani musulmani senza prospettive di lavoro, qui trovano insegnamenti e denaro per progetti ispirati ai più rigidi dettami religiosi.

In generale i giovani delle tre etnie non vedono un futuro e i migliori emigrano all’estero. Torneranno per le vacanze, non più per vivere e costruire qualcosa.

 

Qualcuno ha definito gli accordi di Dayton come un modello per la risoluzione dei conflitti etnici. Per lei invece?

 

Se la soluzione ideale per i conflitti etnici  consiste nel condannare un paese a uno stato vegetativo e fuori dal tempo, allora indubbiamente gli Accordi di Dayton sono un successo.

La Bosnia-Erzegovina è stata senz’altro un modello per i procedimenti applicati in Iraq, in Afganistan, in Libia e tentati in Siria. I risultati ripetitivi sono evidenti: prima distruzione e poi instabilità o caos.

 

Siamo lontani dal multiculturalismo della Bosnia-Erzegovina prima del conflitto balcanico del 1991. Oggi il principio base su cui si basa la società bosniaca è il nazionalismo.  E’ così?

 

La Sarajevo jugoslava, città laica, multiculturale, libera e libertina, fonte d’ispirazione per intellettuali e artisti sembra un ricordo di secoli passati. Tutto questo è stato annullato dal fatto che le tre entità bosniache  sono state spinte a riconoscersi sotto la bandiera delle religioni che hanno sostituito, anche loro malgrado, la politica e i partiti.

Ževad Galjašević, un intellettuale musulmano, politico e scrittore, nell’intervista che mi ha concesso, ha sostenuto che se si priva un musulmano bosniaco delle sue radici di Slavo del Sud (Jugo slavo), l’unica identità che resta è la religione. La religione islamica, sostiene, è diventata politica. Forse in forma minore per cattolici e ortodossi, salvo quando temono che il proponimento del defunto leader musulmano, Alija Izetbegović, di trasformare la Bosnia-Erzegovina in uno Stato musulmano dal fiume Drina alla Croazia, possa realizzarsi. Il nazionalismo in B-E non ha le stesse valenze che in Europa occidentale è una forma di autodifesa da pericoli contingenti.

 

Oggi la Bosnia è uno Stato in pieno caos, in cui il nazionalismo – come detto sopra – non fa che alimentare odio. Vi sono rischi per un nuovo conflitto?

 

L’odio è stato rinfocolato e fomentato dall’esterno. Le atrocità commesse durante la seconda guerra mondiale di cui tutte le etnie erano state oggetto –

i Serbi forse più degli altri, se si pensa all’ignorato campo di sterminio croato di Jacenovac  (1941 – 1945) che ha prodotto quasi un milione di vittime fra Serbi, Ebrei e Rom- sono state abilmente riportate alla memoria della gente nel 1991, dopo il lungo oblio imposto dalla politica pacificatrice di Tito.

Oggi questo odio è più che mai attuale, quasi accresciuto da quanto si è ripetuto durante la guerra civile. E’ incomprensibile come gli Alti Rappresentanti cerchino di unificare le tre nazioni sotto Sarajevo senza una politica di conciliazione e una valida campagna mediatica per convincere le popolazioni ad avere nuovamente fiducia gli uni negli altri, condizione primaria per vivere insieme.

Le tre entità sono bene armate, cosa di cui gli ufficiali dell’OSCE  sono perfettamente al corrente. E’ come fumare un sigaro seduti su un fusto di benzina. Però da pochi  anni il commercio d’armi é fiorente, le armi sono vendute ed esportate in Medio Oriente.

Nicolas Gros-Verheyde, redattore capo di B2 – Bruxelles 2 ha riportato il 15 agosto 2016 un’inchiesta realizzata da un gruppo di giornalisti dell’Europa centrale e orientale, denominato BIRN (Balkan Investigative Reporting Network), secondo la quale dal 2012 questo traffico dalla Bosnia, dai Balcani e da altre nazioni dell’ Est europeo ha raggiunto il valore di almeno un miliardo e duecentomila euro. Voli speciali, impiegando gli spaziosi llyushin II-76, raggiungono la Siria attraverso la Giordania e l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti oltre allo Jemen e alla Libia. Le fabbriche d’armi in B-E funzionano a pieno ritmo per soddisfare le ordinazioni. I clienti maggiori sono Sauditi, Turchi, Giordani e gli Emirati, le armi vengono distribuite attraverso due installazioni segrete denominate MOC (Military Operation Center) situate in Giordania e in Turchia.

Il Dipartimento USA del Comando per le Operazioni Speciali della Difesa (SOCOM) ha ugualmente acquistato e consegnato grandi quantità di materiale militare di provenienza dall’Europa orientale e dai Balcani all’opposizione siriana.  Buona parte del materiale viene dagli stock e dalle fabbriche della B-E.

Secondo l’ambasciatore americano in Siria (2011 – 2014), Robert S. Ford, la CIA ha probabilmente avuto un ruolo d’intermediario fra i paesi Balcanici e il Medio Oriente.

Fintanto che si produce per il mercato estero, non si litiga in casa. Gli introiti di questo traffico finiscono ovviamente nelle tasche di pochi eletti.

 

Vi sono leader credibili oggi in Bosnia?

 

In una situazione di incertezza e senza prospettiva di futuro, la popolazione opta per leader forti, anche estremisti, nell’illusione che possano difendere i loro diritti e cambiare l’instabilità percepita come un ostacolo alla normalizzazione. La credibilità dei leader dipende dall’appoggio e dai finanziamenti che ottengono dall’intervento di elementi esterni al paese.  

Il presidente serbo bosniaco, Milorad Dodik, ha dichiarato in una conferenza stampa nel maggio 2016 che l’opposizione cerca ogni modo per toglierlo di mezzo e che il partito Alleanza per il cambiamento, all’opposizione, è finanziato con denaro turco e britannico.

 

 

L’Europa (UE) può ancora giocare un ruolo

 

Certamente, se riuscisse ad avere una politica estera unificata e indipendente da ogni influenza statunitense. Al momento non sembra realizzabile.

 

Oggi, in Bosnia Erzegovina, sono presenti potenze islamiche che hanno interesse a consolidare la presenza islamica nel cuore dei Balcani. Quali sono queste potenze e quali interessi, oltre al fattore religioso, vogliono perseguire ?

 

La Turchia considera la Bosnia-Erzegovina un suo territorio nell’ambito della trasversale verde, quella linea ideale che percorre le zone musulmane dei Balcani che si sentono più vicine alla Turchia che all’Europa.

Il 7 maggio 2016, all’inaugurazione della moschea di Banja Luka nella Repubblika Srpska, ricostruita in seguito all’esplosione che nel 1992 l’aveva distrutta, il premier turco dimissionario Ahmet Davutoglu alla presenza del presidente musulmano Bakir Izetbegović, di rappresentanti di molti paesi arabi e di alcuni notabili europei e americani ha pronunciato un discorso in cui ha fra l’altro affermato: La Turchia è stata qui per lungo tempo, è qui ora, e rimarrà per sempre. I musulmani non devono temere perché dietro di loro ci sono 70 milioni di turchi. Durante lo stesso discorso Davutoglu ha avuto parole di apprezzamento per gli adempimenti  di Alija Izetbegović, padre dell’attuale presidente musulmano e autore della Dichiarazione Islamica nella quale prospettava la realizzazione di un mondo islamico dall’Indonesia al Mediterraneo. Ha inoltre esplicitamente escluso qualsiasi possibilità di distacco della serba Banja Luka e della croata Mostar da Sarajevo.

Come dignitario straniero, ospite in Bosnia-Erzegovina e in particolare nella capitale della Republika Srpska, ha affrontato con molta sicurezza argomenti delicati e sensibili, che non gli avrebbero dovuto competere. L’ex premier turco aveva tenuto un discorso similare nel Sandjak, regione della Serbia sopra il Kosovo, poco tempo prima.

Sono anche molto presenti agenzie iraniane e saudite. In Bosnia si verifica un processo che quasi tutti i think tank statunitensi rifiutano di accettare, una politica che unisce wahabiti e salafiti, sciiti e sunniti.Il politologo americano Samuel Philip Huntinghton nel 1995 aveva previsto che in Bosnia-Erzegovina, unico luogo al mondo, l’antagonismo fra Sunniti e Sciiti avrebbe potuto decadere.

Ci sono almeno cinquecento ONG attraverso le quali finanziano e propagandano la loro causa, oltre alla SNSD (Unione dei social democratici indipendenti) e ai servizi segreti iraniani, molto attivi, e alle ambasciate. Gli Americani pensavano di riuscire a controllare questi movimenti attraverso i Turchi presenti in Bosnia. Oggi i rapporti con la Turchia sono meno cordiali.

L’Iran ha il supporto di tutti i personaggi importanti del governo musulmano. Il sistema di alta sicurezza e i servizi segreti di Izetbegović sono legati agli Iraniani. Ultimamente l’Iran sta cercando di penetrare nel movimento Wahabita. Nessuno ha considerato questo problema. In Bosnia il sistema è stato creato da legami con l’Arabia Saudita, l’Egitto, anche la Turchia é coinvolta, così gli Sciiti possono  dire che non c’entrano con quello che potrebbe succedere.  Gli interessi occidentali sono fortemente  presenti qui in Bosnia e questi obbiettivi sono estremamente vulnerabili. Sembra che l’Ayatollah Geneti abbia chiamato la Turchia madre  e definito la Bosnia come il cancello per l’Europa.

 

E’ tutelato il pluralismo religioso in Bosnia? 

A parole sembrerebbe tutelato. In realtà la cosa cambia secondo le zone. In Erzegovina la presenza serba è ormai quasi nulla, quindi le chiese ortodosse distrutte non sono state ricostruite. In Republika Srpska esiste una cattedrale cattolica nella capitale Banja Luka e il clero è impegnato a riconfermare una presenza cattolica, anche se solo una piccola parte dei Croati e rientrata a vivere in RS, mentre la maggioranza ha preferito vendere le case e trasferirsi in zona croata o in Croazia. Le moschee fioriscono ovunque, protette dagli accordi di Dayton. In territorio musulmano nascono difficoltà davanti a qualsiasi richiesta di costruire una chiesa cattolica o ortodossa.

 

 

In Bosnia vi sono campi di addestramento per i Jihadisti. Tanti sono venuti nel 1992 per combattere a fianco dei musulmani di Bosnia e molti sono rimasti. Tra cui pericolosi terroristi. Dalla Bosnia, infatti, sono partiti il più alto tasso di combattenti per l’ISIS. Dove sono collocati i campi e come si comportano le autorità locali?

 

I combattenti islamici arrivati per combattere accanto ai Musulmani di Bosnia nel 1992, sono all’incirca dodicimila. Ormai sono inseriti nel tessuto sociale musulmano bosniaco, hanno ottenuto residenza e passaporto e si sono sposati con donne locali. Sembra che la UE abbia chiesto al governo di Sarajevo di allontanarli come misura per entrare in Europa. Sarajevo ha accettato, però nulla è successo. Alcuni di loro sono terroristi dormienti, altri hanno allenato i nuovi Jihadisti, si presume nella zona di Zenica.

Poi esiste il fenomeno dei villaggi serbi distrutti e ricostruiti con denaro proveniente dalle ONG e dalle scuole islamiche che finanziano i giovani musulmani perché vivano in quegli agglomerati secondo le più strette regole islamiche che permettono ad ogni uomo di avere diverse mogli e molti figli. La Costituzione Bosniaca non ammette la poligamia, ma apparentemente questi cittadini obbediscono a leggi diverse. La maggior parte dei villaggi si trovano sulla linea di demarcazione della RS. Spesso, veterani islamici, fra quelli giunti all’inizio della guerra, sono a capo di questi borghi. In una località chiamata Vočinja mille cinquecento Mudjahedin e le loro famiglie sono andati a vivere in un villaggio. Duecento sessanta di loro erano stranieri, il comandante del villaggio veniva dall’Algeria. Altri vivono tuttora in Zenica.

L’Ideologia “neo sovranista” di Donald Trump. Intervista a Marina Calculli

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La vittoria di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti d’America cambierà di molto il paradigma della politica estera Usa. Quali conseguenze per l’Europa e per il mondo? Ne parliamo in questa intervista con Marina Calculli, Fulbright research fellow all’ Institute for Middle Eastern Studies (IMES)Elliott School of International Affairs ,della George Washington University (USA).

Marina Calculli, partiamo da lontano:  il 9 novembre del 1989  Cadeva il muro di Berlino. Il sogno europeo sembrava realizzarsi…26 anni dopo un Tycoon, Donald Trump, viene eletto Presidente degli Stati Uniti d’America. Un personaggio assolutamente impreparato sul fronte della politica estera che vuole costruire un muro al confine con il Messico.  All’epoca della caduta del Muro di Berlino la politica i muri li voleva abbattere, oggi assistiamo ad una deriva, che possiamo definire con un termine un po’ involuto, sovranità della politica. E talvolta questa deriva ha preso forme di nazionalismo becero (vedi Ungheria). Come si spiega questa deriva? 
Credo che siamo di fronte ad una congiuntura storica che mette in crisi quanto abbiamo dato per assunto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale fino ad ora: ci siamo abituati per molto tempo ad un mondo organizzato sul principio della sovranità degli stati, esteso universalmente, ma  marcato dal mito di un’economia liberista che avrebbe prodotto crescita perenne, almeno in Occidente, rendendo gli stati infine obsoleti. Oggi, ci troviamo in una situazione in cui le forze del mercato in un’economia globale neoliberista hanno di fatto tolto agli stati alcune prerogative fondamentali per formulare politiche economiche eque, rendendo pervasivo e visibile ovunque il problema cruciale della diseguaglianza. Il problema è che non stiamo facendo sforzi per ripensare radicalmente le dinamiche e i meccanismi del sistema economico, cercando di renderlo più in linea con la produzione del bene comune. Puntiamo invece il dito contro i deboli, i messicani, musulmani, coloro che dal sud del Mediterraneo cercano di spostarsi verso il nord, alla ricerca legittima di migliori condizioni di vita. Risorge così il mito della sovranità – quello che in un libro che ho scritto con Shady Hamadi “Esilio Siriano” (Guerini 2016) ho definito “Ideologie neo-sovraniste”: ovvero ideologie che esaltano lo stato nella sua forma più primordiale: idealizzando, cioè, lo stato quale dispositivo istituzionale in grado di offrire sicurezza, proteggere da un esterno percepito come minaccioso e foriero di quelle disfunzionalità che ci rendono più diseguali, più ansiosi e più infelici. I muri che si innalzano solo la manifestazione simbolica più feticista ma anche più dirompente di queste ideologie. Ma possono i muri salvarci e riportarci al benessere? Si tratta in realtà di un’illusione, perché non si elaborano contemporaneamente politiche volte a ristabilire un equilibro tra le forze libere del mercato e la produzione del bene comune.

Sul soglio degli imputati c’è la globalizzazione. Fenomeno straordinario, ma che ha mostrato il suo volto cupo con la finanziarizzazione dell’economia. Un risvolto della globalizzazione sono stati gli accordi economici di libero scambio in diverse aree del mondo. Trump vuole mettere in discussione, tra l’altro, diversi trattati economici. Fine della globalizzazione?
Anche qui si guarda al dito e non alla luna: non vi è dubbio che la globalizzazione abbia prodotto perdenti e vincenti – per essere più precisi, moltissimi che hanno perso molto e pochissimi che hanno vinto molto. Ma bisogna inquadrare il problema nella sua misura. Trump punta il dito contro gli accordi di libero scambio, stigmatizzandoli – come era successo d’altra parte nel Regno Unito per Brexit – come un’interferenza esterna con le decisioni sovrane dello stato, suggerendo che i problemi interni al paese avessero responsabilità esterne.  Ma il problema centrale non è il commercio internazionale e l’alleggerimento delle barriere tariffarie in sé, quanto piuttosto lo svuotamento della classe lavoratrice, non in solo negli Stati Uniti e nel resto dell’Occidente ma ovunque. Per esempio, ha un bel dire Trump a prendersela con la delocalizzazione della produzione dagli USA verso i paesi dell’America Latina o dell’Asia. Attraverso questo meccanismo, la classe imprenditoriale americana, di cui lui è un esponente di spicco, si è arricchita enormemente, sfruttando lavoro a basso costo, senza protezione per i lavoratori, altrove. E’ questo che ha accelerato la de-industrializzazione dell’Occidente, mantenendo – e anzi facendo lievitare – i capitali privati in Occidente. Il problema dunque è nella ridistribuzione ed è questo che dobbiamo correggere, per esempio cominciando ad applicare quello che già l’Organizzazione Internazionale del Lavoro prevede a tutela dei diritti sociali dei lavoratori, nello spirito di un globalizzazione equa. Bisogna che vengano applicate misure di tutela del lavoro universali, accompagnate anche da una tassazione delle transazioni finanziarie – perché queste generano profitti altissimi, attraverso la speculazione. Ma bisogna prima di tutto bloccare la caccia al lavoratore meno protetto e meno costoso. Non è un problema legato agli accordi di libero scambio, ma al fatto che la globalizzazione non ha spostato capitali e ricchezza dalle economie avanzate verso quelle meno avanzate, ma ha sottratto complessivamente ricchezza ad una classe media globale concentrandola nelle mani di un élite globale.

L’isolazionismo Usa ha radici storiche lontane (anni 20 del secolo scorso). Trump nella sua campagna elettorale si è fatto fautore di questa ideologia, che ha il suo risvolto economico nel protezionismo. Vedi differenze tra l’isolazionismo “storico” americano e quello di Trump? 
L’isolazionismo degli Stati Uniti ha rappresentato, al momento dell’indipendenza, una strategia pragmatica per proteggere la giovane repubblica dalle interferenze delle potenze europee. Ma mentre l’America diventava più forte e metteva in sicurezza i suoi confini, l’isolazionismo mutava la sua funzione. E stato usato come una dottrina, la “dottrina Monroe”, o più propriamente un discorso ideologico, per mascherare la debolezza o anche per esaltare l’eccezionalismo americano, a seconda delle esigenze storiche. Ma si è sempre trattato quantomeno di isolazionismo selettivo, permettendo agli USA di intervenire quando faceva loro comodo. Nel diciannovesimo secolo, per esempio, gli USA erano isolazionisti ma hanno invaso o sono intervenuti in diversi paesi: il Messico, il Nicaragua, Panama, Cuba, l’Honduras, la Repubblica Domenicana, la Costa Rica e molti altri. D’altra parte anche l’intervenzionismo americano è stato sempre inteso dall’opinione pubblica come primariamente funzionale a proteggere la nazione e gli interessi americani. Da una parte vi è dunque la dottrina e dall’altra il discorso retorico. L’isolazionismo di Trump riflette perfettamente le due dimensioni: il neopresidente ha parlato al popolo che lo ha eletto sull’onda del “Make America great again”, suggerendo che l’America si sarebbe occupata più della sua dimensione domestica. Nello stesso tempo, Trump dice che l’America rimarrà il paese con l’esercito più potente nel mondo. Sono due discorsi contraddittori nei quali si possono cercare di leggere le linee della politica estera di Trump: una strategia che rifletterà probabilmente un’America più introspettiva ma sempre molto desiderosa di essere in prima linea sugli scacchieri internazionali.

Se dovesse confermarsi l’isolazionismo sicuramente avrà delle conseguenze per lo scacchiere mondiale. Quali conseguenze In particolare per l’area mediorientale?
Trump piace molto ai dittatori mediorientali. al-Sisi in Egtto, Asad in Siria,si sono espressi favorevolmente nei confronti del neo-presidente. Questo perchè Trump – come il parterre conservatore che gli si sta coagulando attorno – sono interessati alla sicurezza ad ogni costo, anche se questa si realizza attraverso la coercizione. Per questo, dobbiamo attenderci che Trump possa preferire la linea di preservazione piuttosto che cambio di regime in diversi paesi, per paura di gestire transizioni difficili e complesse. In linea con un mondo che si sta avviando verso una fase post-liberale, dobbiamo attenderci probabilmente un’America ancora meno attenta di prima agli aspetti liberali della politica estera e molto più a suo agio nel tollerare involuzioni autoritarie in nome della sicurezza. L’involuzione drammatica della Turchia in così pochi anni è per esempio perfettamente compatibile con l’elezione di Trump: in un certo senso, si tratta di due prodotti della stessa matrice, che caratterizza questa fase storica.

Come hanno reagito i governi mediorientali alla sua elezione?
Il primo capo di stato mondiale a congratularsi con Trump è stato il Presidente egiziano al-Sisi. Asad ha detto che Trump potrebbe essere un alleato naturale nella lotta al “terrorismo” – che il presidente damasceno pero’ intende come una categoria che include tutti coloro che si oppongono al suo potere. Anche le monarchie del Golfo, nonostante sostenessero la Clinton in campagna elettorale, non sono dispiaciuti dell’ingresso del tycoon alla Casa Bianca: parlano entrambi il linguaggio degli affari e si possono intendere anche su altre questioni care alle case regnanti della penisola arabica. Israele esulta: Trump ha promesso di riconoscere Gerusalemme come capitale di quello che già definisce “stato ebraico” (definizione differente dall’idea di Israele come stato per gli ebrei, all’origine della creazione stessa dello Stato). Tutto questo si traduce – per lo stato di asimmetria pressoché assoluta a favore di Israele nei confronti dei Palestinesi – in un colpo di grazia al progetto legittimo di uno stato palestinese. L’Iran è comprensibilmente preoccupato per l’accordo sul nucleare, il più grande successo della politica estera di Obama, anche se in realtà il patto con Teheran potrebbe essere protetto dal quadro multilaterale in cui e’ inserito: oltre agli europei, poi, c’è anche la Russia, verso cui Trump non pare ostile.

Parliamo proprio dei possibili sviluppi dei rapporti con la Russia di Putin. Fin dove si spingerà la non ostilità con Putin?
Credo che questa affinità elettiva tra Trump e Putin in campagna elettorale sia stata più folcloristica e basata su uno scambio di complimenti e convenevoli, piuttosto che simbolica di un evidente mutamento strutturale nella relazione tra le due ex-superpotenze del sistema internazionale. La competizione tra la Russia e gli USA è inevitabile, su un piano strutturale. Inoltre non per Putin la competizione con gli USA è funzionale al livello retorico per esaltare il nazionalismo e la potenza russa. Tuttavia, la storica competizione con la Russia continuerà a giocare un ruolo cruciale nella strategia americana. E’ anche vero pero’ che c’è un segno dei tempi rispetto al fatto che, per esempio, Trump non mostri disappunto sul pugno forte di Putin su Aleppo est, dove – ricordiamolo – Putin e Asad stanno disintegrando il tessuto sociale della città, bombardando sui civili e distruggendo tutti gli ospedali. Non voglio dire che l’America prima di Trump non si sia macchiata di crimini dettati dal cinismo, più che dalla realpolitik, in politica estera. Ma siamo di fronte ad uno svuotamento totale del liberalismo in politica internazionale, inedito almeno negli ultimi 70 anni di storia. Su questo piano l’America e la Russia si ritrovano più vicine.

Trump appena eletto ha cercato subito il contatto con il premier britannico May, Juncker è stato duro con Trump. Insomma quali pericoli corre l’Europa? Oppure pensa che la freddezza sulla Nato possa essere una occasione per costruire una difesa comune europea?
L’Europa è di fronte ad un bivio. Il principale pericolo è che l’Europa si trova oggi priva di alleati nel proteggere i valori liberali, verso cui Trump ha espressamente mostrato disinteresse. Inoltre, allo stadio attuale, in cui l’Europa è comunque minacciata dall’interno da parte di correnti reazionarie e anti-liberali, ci sono pochi attori che potrebbero eventualmente raccogliere l’asticella degli USA. La Germania è un potenziale candidato, ma Berlino non ha la cultura politica per esercitare una leadership e soprattutto non ha seguaci.
Rispetto alla NATO, il frangente è più serio di quanto non si pensi. Il principio su cui si fonda la sicurezza collettiva è “tutti per uno, uno per tutti”. Se si mette in discussione questo principio, si innesca una spirale di diffidenza tra gli alleati che può dunque indebolire, se non proprio distruggere, l’alleanza. Quando Trump dice che l’America non interverrebbe in difesa dei paesi baltici contro la Russia, lo dice perché non capisce fondamentalmente il principio dell’alleanza e ha un pregiudizio rispetto a tutto ciò che è troppo a est. Il problema è che, se venisse messa realmente in discussione la presenza americana rispetto a qualsiasi paese della NATO, ogni altro paese legittimamente si chiederebbe “chi è il prossimo?” – ovvero quali sono i confini su cui gli Stati Uniti hanno posto la soglia dei loro interessi nazionali? La diffidenza reciproca tra gli alleati potrebbe distruggere il Patto atlantico. Il problema della difesa comune europea è ancora più complesso. Esistono alcuni framework di azione, come la “Permanent Structure of Cooperation”, ma l’idea di una difesa comune è ancora nel suo stato embrionale. Dal punto di vista storico e culturale, tuttavia, i segnali sono scoraggianti. Gli Stati europei sono culturalmente contro una difesa comune. Il Regno Unito è stato storicamente il principale oppositore di quest’idea. Con Londra fuori dall’Unione Europea, forse ci potrebbero essere nuove finestre di opportunità ma è tutto fuorché chiara la direzione verso cui va la volontà politica collettiva e le prossime elezioni in diversi paesi – penso soprattutto le presidenziali francesi – ci daranno maggiori elementi per chiarire questo aspetto.

Il “gioco” pericoloso di Putin in Ucraina. Intervista a Paolo Garimberti

Paolo Garimberti

Paolo Garimberti

La tregua nell’Est dell’Ucraina traballa, oggi a Donetsk c’è stata la prima vittima dopo l’accordo di cessate il fuoco firmato a Minsk venerdì. Sui possibili sviluppi del conflitto tra Russia e Ucraina abbiamo intervistato Paolo Garimberti, editorialista del quotidiano “La Repubblica” e Presidente di “Euronews”.

Presidente Garimberti, c’è da fidarsi di Putin?

Io credo che la situazione in Ucraina di Putin sarà di mantenere viva una certa instabilità perché dal suo punto di vista questo continua a tenere una tensione politica, oltreché militare, con una guerra a bassa intensità, che non cessa mai e mantiene uno stato di allerta e allarme a Kiev ma anche in Occidente. Questo è il suo obiettivo, probabilmente la tregua nel suo insieme terrà, ma terrà con incidenti, delle violazioni, dei momenti di polemica. Perché questo è l’obiettivo: continuare a fare quello in cui è maestro, cioè una provocazione dietro l’altra senza mai fermarsi.

Siamo, con il conflitto Russo-Ucraino, nel periodo peggiore per l’Europa post-1989. Vladimir Putin è stato definito, in passato, un “Piccolo Zar”. Gli avvenimenti degli ultimi anni, però, ci hanno fatto conoscere uno Zar potente con idee molto chiare. In meno di un anno ha vinto la sua seconda guerra di “annessione” (dopo Crimea ora con la “Novorossija”). Certamente tra i fattori di successo c’è la potenza militare ed energetica. Quali sono gli altri fattori?

Il fattore principale è il grande consenso interno di cui gode. Putin ha preso il potere al Cremlino con elezioni legittime e libere nel 2000, prendendo il posto di Eltsin che per un decennio circa aveva lasciato la Russia nel caos, in una situazione di economia declinante, di potenza militare praticamente nulla rispetto a quella che era l’URSS del passato. Quindi Putin ha ristabilito in qualche modo una dignità agli occhi della sua popolazione, i russi, che sono sempre stati fortemente orgogliosi e nazionalisti. Putin ha saputo ricreare in qualche modo quell’URSS la cui scomparsa aveva definito “una delle più grandi tragedie della storia”. Ha fatto quello che i russi si aspettavano da lui: ha ristabilito ordine, ha ridato un certo credito internazionale, credibilità economica e militare alla Russia. Certo non riesce nel suo grande disegno, che sarebbe quello di ricreare in un qualche modo l’URSS. Ha provato a farlo proponendo una sorta di associazione economica simile all’Unione Europea, le ex repubbliche sovietiche, aggiungendo Kazakistan e Bielorussia, ma non ha avuto molto successo, hanno risposto positivamente solo queste due, ma ora le sanzioni occidentali stanno incrinando anche queste alleanze. Tutto sommato Putin ha giocato la leva del nazionalismo, e sull’Ucraina il suo operato ha l’87% dei consensi nella popolazione, perché il russo medio, ma anche una certa intellighenzia, ha sempre pensato che l’Ucraina sia inscindibile dalla Russia, in fondo la Russia è nata in Ucraina, quindi alla fine la storia dice che c’è un legame molto forte tra la Russia e l’Ucraina.

Secondo alcuni commentatori della stampa internazionale lo Zar Putin, in Ucraina, sta applicando la “dottrina Breznev” sul diritto di intervento qualora il socialismo fosse in “pericolo” (vedi l’invasione della Cecoslovacchia del 1968). Ora la variante putiniana dice: interverremo ovunque i russi siano in pericolo. Le chiedo: c’è da aspettarsi, a breve termine, l’applicazione della “dottrina” d’intervento anche in altri scenari dell’ex Urss?

Intanto si possono fare certi paragoni, ma con molto giudizio, la dottrina Breznev a sovranità limitata era in un’epoca in cui il mondo che era diviso in due, soprattutto per ragioni ideologiche. Si diceva che si proteggeva il socialismo laddove era minacciato, l’intervento del 1956 e nel 1968 a Praga era dettato da questo: la protezione del socialismo nei paesi dove era al potere. Oggi Putin agisce in base a fattori diversi: il nazionalismo e la protezione delle minoranze russe. Ora, esistono minoranze russe che certamente non sono in situazioni di grande prosperità, né economica né dal punto di vista dei diritti, nelle ex repubbliche sovietiche, in particolare nelle repubbliche baltiche. Io non credo però che Putin si spingerà a fare nelle repubbliche baltiche quello che ha fatto in Ucraina. Intanto perché la popolazione di lingua russa in Ucraina , in quella che viene definitiva dai separatisti “nuova Russia “, è molto più forte delle repubbliche baltiche. Secondariamente perché queste fanno parte della NATO , hanno la protezione della Nato. Putin sa benissimo che scatterebbe il famoso art. 5, per cui se un paese della Nato subisce un’aggressione immediatamente gli altri paesi devono intervenire in suo soccorso. Putin è sicuramente arrogante, ma è tutt’altro che stupido. È uno zar potenziale e vuol tornare ad essere tale, ma che sa quali sono i limiti della politica nel mondo di oggi. Sa anche che è accettabile per l’occidente che una parte dell’Ucraina abbia una situazione, anche costituzionale, di federazione con il resto del Paese; non sarebbe accettabile che Putin voglia ricostruire un’Unione Sovietica com’era fino al 1990.

Torniamo alla crisi Ucraina: quali sono stati gli errori dell’Occidente in questa vicenda?

Gli errori dell’Occidente sono stati soprattutto degli Stati Uniti e del presidente Obama perché non dobbiamo dimenticarci che la potenza leader politica e militare dell’Occidente sono gli Stati Uniti. Sono state le sottovalutazioni di Obama, l’ignoranza di quello che accadeva nella Russia, dopo che Putin è andato al Cremlino, ciò che è dimostrata dall’impoverimento dei centri di studi e analisi della Russia, di quelli che una volta erano i centri di studio dell’Unione Sovietica, che erano non solo prosperi, ma anche di primissimo livello. Oggi, dopo la caduta del muro, alla Casa Bianca ci si è concentrati su quello che appariva il problema maggiore, cioè la situazione in Medioriente, l’Iraq, naturalmente il terrorismo, l’Afghanistan. Questo ha fatto sì che ad un certo punto si pensasse che la Russia fosse completamente fuori dai grandi giochi. Clinton, che è stato l’ultimo presidente americano che ha avuto una visione di politica internazionale, poi i suoi successori sono stati un disastro. Bush figlio lo è stato per l’arroganza e anche la stupidità dei suoi consiglieri, oltreché per i motivi economici; Obama è stato di una totale ingenuità, ha pensato che con i proclami si potesse fare la politica estera, ha fatto dei discorsi molto belli che sono rimasti tali.

Quali sono i punti deboli di Putin su cui l’occidente può puntare per tornare ad un clima di dialogo e cooperazione necessari per stabilizzare altri scenari di conflitti?

Bisognerebbe strangolare la Russia economicamente, ma è molto difficile perché sarebbe un boomerang anche per noi: l’energia che consumiamo viene in gran parte dalla Russia. Io credo che ci sono due cose che bisognerebbe fare per far capire a Putin che non siamo inerti: la prima è militare, anche se deve essere più simbolica che reale, ma comunque mandare dei segnali, per esempio mettere delle truppe Nato simbolicamente, ma non solo, ricordiamoci gli Euro-missili degli anni ottanta, che furono la risposta al rafforzamento missilistico a medio e corto raggio dell’Unione Sovietica. Questo alla fine provocò la caduta della vecchia Unione Sovietica e l’inizio della nuova era con Gorbaciov. Misure militari di carattere psicologico, poi bisogna colpire gli oligarchi Russi che hanno interessi in Occidente dove investono, pensiamo al calcio. Gli oligarchi a questo punto toglierebbero, probabilmente, a Putin il loro consenso che sicuramente è fatto di paura. Quindi colpirli strangolando l’economia di esportazione (cioè di soldi). Putin minaccia perché finora ha subito solo delle risposte debolissime, ma questo è lo stile dell’uomo che piace tanto ai russi. Lo stile di Putin, anche questo va contrastato: deve capire che fare il gradasso non paga più. Se ogni volta che Putin abbaia noi ci prendiamo paura e abbassiamo il livello delle ritorsioni, delle sanzioni. La cosa più stupida che possiamo pensare è che Putin ragioni come noi. Putin non ragiona come noi, non ragiona con la politica, ma con la forza e bisogna rispondere con la forza.

L’Islam balcanico ritorna dalla Siria, pericolo terrorismo? Intervista a Ennio Remondino.

Unknown-1L’ islam radicale balcanico torna ad impensierire i Servizi di Segreti dell’Europa occidentale. Infatti è notizia di questi giorni del ritorno “a casa”, dalla Siria, di molti mujaheddin balcanici andati a combattere, nelle file più estremiste, contro il dittatore Assad. Ne parliamo con Ennio Remondino, già inviato di guerra per la Rai nei Balcani.

 

Remondino, i servizi segreti di Bosnia, Serbia e Macedonia sono in allarme. Pericolo terrorismo?

La preoccupazione che coinvolge un po’ tutti i servizi di sicurezza, i servizi segreti dell’Europa , è che vi sono i mujahidin balcanici, combattenti già sperimentati in Bosnia nella guerra del 1990, i “figli” forse di quei mujahidin che si sono mischiati nei Balcani, altre zone di presenze estremistiche jiadiste, ma è un problema che riguarda anche altri molti paesi d’Europa, l’Inghilterra, la Francia, da dove i cittadini di quei paesi convertiti all’Islam si sa che avevano scelto di partecipare ai combattimenti in Siria. Sono militari con l’esperienza e la manualità idonea a compiere eventuali atti di terrorismo.

E’ possibile fare una stima dei “guerriglieri di Allah” balcanici? Continua a leggere