Brasile, verso una nuova dittatura? Intervista a Leonardo Boff

Leonardo Boff (ANSA)

Dopo 100 giorni di governo di estrema destra dove sta andando il Brasile
di Bolsonaro ? Ne parliamo, in questa intervista, con un famoso
intellettuale brasiliano: il teologo e filosofo Leonardo Boff. Leonardo Boff
è considerato uno dei padri fondatori della Teologia della Liberazione in
America Latina.

Leonardo Boff, sono passati i primi 100 giorni del governo
Bolsonaro. Il grande giornalista brasiliano Ricardo Kotscho si
domandava se il Brasile si muove verso una nuova dittatura. È
d’accordo con Riccardo Kotscho?

Sono d’accordo con Kotscho, uno dei migliori osservatori della
politica brasiliana. Viviamo in un tempo di post-democrazia e in uno
Stato senza legge. Lo Stato è militarizzato: ci sono 8 ministri militari e
più di 100 funzionari provenienti dalle Forze Armate nelle seconde fila
del Governo. In tutte le scuole è stato collocato un militare in
pensione come guardia. Il progetto d’imporre un ultra neo-liberismo fa
con che il Governo passi in cima della Costituzione e non rispetti
alcuna legge. Esiste nelle scuole la censura e io stesso sono stato
censurato per una conferenza all’Istituto Tumori di Rio de Janeiro,
per medici e infermieri sull’etica della cura e dell’importanza della
spiritualità nell’accompagnamento di malati terminali. Ma c’è stata
pressione sociale e, di conseguenza, l’istanza superiore dell’Istituto a
Brasilia ha cancellato l’evento. Solo questo fatto dimostra il livello
d’insicurezza che regna nella società e la presenza della censura in
tutti gli ambiti.

Quale direzione sta prendendo il Brasile?

La strategia del governo Bolsonaro, chiaramente di estrema-destra, è
associarsi ai regimi autoritari già visitati, come USA, Cile e Israele. E’
esplicito l’allineamento del governo Bolsonaro alle politiche di Trump,
facendogli molte concessioni senza aver ricevuto assolutamente
niente in cambio. La peggiore di queste è permettere che i capitali
nord-americani sfruttino l’Amazzonia e le terre indigene dove ci sono
ricchezze strategiche per gli interessi degli Stati Uniti. In questo modo
il Brasile entra come socio minore e aggregato al progetto di Trump
anti-globalista, nazionalista e bellicoso.

“Il mito”, così si fa chiamare Bolsonaro, ha vinto con un
programma di estrema destra con l’obiettivo di distruggere le
conquiste di Lula. A che punto è questo folle programma?

Bolsonaro utilizza un linguaggio che fu usato anche da Hitler:
distruggere tutto per costruire dopo qualcosa di nuovo. In effetti, sta
smontando tutti i progetti sociali dei governi Lula-Dilma che hanno
tirato fuori dalla fame 36 milioni di persone e permesso di costruire
abitazioni dignitose con i progetti “Mia Casa- mia Vita” e “Luce per
Tutti”. Oltre a ciò, la creazione di 17 nuove università federali e
decine di scuole tecniche con vari progetti che hanno permesso a
poveri e neri di inserirsi in percorsi scolastici superiori. Specialmente
il riscatto della dignità dei poveri, intenzione primaria di Lula, sta
essendo distrutto perché milioni dalla povertà sono ritornati alla
miseria. Il Brasile che era uscito dalla mappa della fame, è tornato
nuovamente, secondo la FAO, alla mappa della fame.

Sul piano economico si è affidato all’ultra liberista Gaudes.
Gaudes è un “Chicago Boy” (sono quelli che hanno sostenuto la
politica economica di Pinochet). Come si sta muovendo
Gaudes?

Guedes è un portavoce, non del liberismo tradizionale e
convenzionale. Lui, seguendo la scuola di Chicago, propone un ultra-
neo-liberismo, una specie di capitalismo selvaggio nello stile di quello
di Manchester, criticato da Karl Marx. Il capitalismo brasiliano mai fu
civilizzato, sempre è stato altamente accumulatore di ricchezza, non
ha permesso tantomeno la lotta delle classi, poiché subito la faceva a
pezzi. Guedes viene da settori che pensano cosi. Lui concentra tutte
le sue politiche nel mercato e nelle privatizzazioni dei beni pubblici
(petrolio, gas, terre, imprese nazionali), minacciando di privatizzare
tutta la Petrobrás, le Poste, il Banco do Brasil, la Banca ufficiale del
Governo). Propone una riforma della Previdenza (delle pensioni) che
pregiudica i più poveri, gli operai, i contadini, gli insegnanti e gli
anziani, trasferendo grandi fortune alle classi più agiate. Dietro a
Guedes sta un’oligarchia brasiliana che è considerata una delle più
egoiste, non solidale e che più si arricchisce al mondo.

Che rapporto ha Bolsonaro con la lobby delle armi?

Sono molti analisti e psicanalisti che vedono Jair Bolsonaro preso da
una paranoia: vede comunisti da tutte le parti, considera il nazismo
un movimento di sinistra e come simbolo durante la campagna elettorale e anche come Presidente usa le dita della mano a forma di
arma. Il primo decreto come capo di Stato ha stabilito il diritto di
ciascun cittadino di possedere fino a quattro armi, come forma per
diminuire la violenza in Brasile. Questo è un assurdo, poiché
favorisce la violenza ed effettivamente, si è legittimato a partire
dall’alto, una cultura della violenza da parte della polizia che uccide
molti giovani neri delle favelas, sospetti di traffico di droga, giovani tra
i 17 e 24 anni. Solo nel gennaio del 2019 sono stati uccisi 119 di
questi ragazzi. La paranoia si caratterizza per un’idea fissa che non
esce dalla testa anche quando si vede una realtà che la contraddice.
Bolsonaro ha visitato il museo dell’Olocausto a Gerusalemme che
mostra come 6 milioni di ebrei sono morti a causa del nazismo.
Uscendo ha riaffermato, scandalizzando le autorità ebraiche, che il
nazismo è di sinistra. In seguito, ha pregato che dobbiamo perdonare
lo sterminio nelle camere a gas, anche se non dobbiamo
dimenticarlo. Questa dichiarazione ha scandalizzato non solo gli
ebrei ma tutto il mondo.

I diritti civili della comunità LGBT sono in pericolo ora in
Brasile?

L’istigazione all’odio, le diffamazioni e l’utilizzazione di migliaia di
fake news e di bugie contro il Partito dei Lavoratori, e la dichiarazione
di perseguire i portatori di altre condizioni sessuali, i LGBT, ha fatto si
che la violenza, già esistente nel paese (solo nel 2018 ci sono stati
60 mila assassinati in Brasile), aumentasse e guadagnasse
legittimazione a partire dall’alto. Per questo molti omosessuali sono
morti in strada o perseguitati, generando una grande paura tra questa
comunità. Molti indigeni e quilombolas (abitanti di antichi rifugi di
schiavi) hanno visto le loro terre invase e molti sono morti, senza che
ci sia stata alcuna indagine, in una situazione di maggiore impunità.

Sappiamo che Bolsonaro sta mettendo a rischio le popolazioni
indigene dell’Amazzonia. Infatti il FUNAI (Fundação Nacional do
Índio) è stato depotenziato. C’è un grande rischio per
l’Amazzonia?

Bolsonaro non possiede nessuna comprensione di cosa sia l’indigeno
e la cultura indigena. Crede che debbano essere brasiliani come
qualsiasi altro, senza rispettare la loro identità, le loro tradizioni e i
loro territori. Non sa che il territorio appartiene all’identità indigena e
che, pertanto, deve essere rispettato. Lui crede che loro abbiano un

sovrappiù di terre. Non riconosce le demarcazioni ufficiali e sta
permettendo la penetrazione d’imprese straniere per lo sfruttamento
di risorse minerarie, di legname pregiato e altri minerali rari,
importanti per le nuove tecnologie. Bolsonaro è completamente
ignorante rispetto alle questioni ecologiche. Per questo è quasi certo
che soffrirà grande pressione mondiale dei principali governi che
sanno che alla preservazione dell’Amazzonia e della sua biodiversità
è legato il futuro della vita e dell’equilibrio climatico del pianeta Terra.
Dovrà fare marcia indietro, nonostante la pressione delle grandi
corporate globali che vogliono sfruttare l’Amazzonia all’interno del
paradigma della deforestazione e estrazione delle ricchezze naturali
in funzioni dell’arricchimento privato.

E l’opposizione a Bolsonaro come si sta comportando?

Tutti i politici sono perplessi. Le dichiarazioni di Bolsonaro d’elogio a
torturatori e la sua esaltazione del porto d’armi indiscriminato erano
considerate un vanto e l’eccesso di un paranoico, che non dovevano
essere prese sul serio. È successo che si è candidato. È stato
appoggiato per l’oligarchia nazionale, pensando che avrebbe potuto
facilmente manipolarlo. Ha approfittato della corruzione generalizzata
nel paese per colpevolizzare di ciò il PT, facendolo diventare il capro
espiatorio, appellandosi all’inaugurazione di una nuova politica, ha
fatto in modo da suscitare il senso di colpa nell’anima brasiliana e
conquistare i voti che gli garantirono la vittoria. È stato uno shock per
tutto il pensiero politico brasiliano, giacche mai abbiamo avuto un
governo di estrema-destra e totalmente sottomesso alla logica degli
interessi nord-americani. Jair Bolsonaro, di fronte alla crisi nazionale,
ha riconosciuto che non è fatto per essere presidente, ma per essere
un militare. É importante dire che nemmeno come militare vale, visto
che fu espulso dall’esercito per indisciplina e, solo dopo una dubbia
negoziazione con il Supremo Tribunale Militare, fu pensionato invece
di essere espulso. La previsione dei migliori analisti è che non resterà
a lungo al potere, perché i militari e gli stessi alleati e soprattutto
l'opinione pubblica, lo vedono come un impedimento allo sviluppo del
paese e, per le sue dichiarazioni di estrema destra, si è trasformato in
una vergogna internazionale. O ci saranno nuove elezioni o i militari
assumeranno il potere, senza trovare il cammino per tirarci fuori dalla
peggiore crisi politico-economica della nostra storia.

(Traduzione dal Portoghese di Gianni Alioti)

“Nella guerra in Libia tutti ‘giocano sporco’ “. Intervista a Michela Mercuri.

Libia, milizie governative in un sobborgo della capitale Tripoli (MAHMUD TURKIA / AFP / Getty Images)

Come si svilupperà il conflitto armato in Libia scatenato da Haftar? Quali sono gli interessi in gioco? Di questo parliamo, in questa intervista, con la professoressa Michela Mercuri. La professoressa Mercuri è docente universitario, componente dell’Osservatorio sul Fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista (O.F.T.). Analista di politica estera, consulente, autrice, editorialista e commentatrice per programmi TV e radio nazionali. Le sue attività si concentrano su Mediterraneo e Medio Oriente, analizzando l’impatto della storia sulle problematiche attuali. Ha firmato diverse pubblicazioni, tra cui il libro “Incognita Libia – cronache di un paese sospeso” (2017).

Professoressa, la Libia torna a bruciare. Come si è arrivati a questo punto?
Dopo l’ultimo vertice sulla Libia (la conferenza di Palermo del 12 e 13 novembre) sembravano essere stati realizzati alcuni minimi passi avanti nel dialogo politico per la “stabilizzazione” del Paese: una road map che prevedeva un percorso istituzionale per condurre a elezioni e una maggiore collaborazione tra le parti anche in tema di sicurezza. In quell’occasione, il generale Khalifa Haftar aveva addirittura accettato che al-Serraj potesse essere riconfermato alla guida del consiglio presidenziale almeno fino alle elezioni. Il percorso sembrava ormai tracciato. Eppure la Libia ci insegna che le cose possono mutare con una rapidità spesso sconosciuta alla storia. L’errore, per lo meno dell’Italia, è stato quello di sottovalutare le minacce di avanzata di Haftar di cui, invece, erano a conoscenza i suoi alleati, Francia compresa. Sapevamo da tempo che Haftar era oramai l’uomo forte della Libia, lo avevamo “agganciato” a Palermo, seppure con la probabile intercessione di Putin, ma poi ci siamo arroccati di nuovo sulle nostre posizioni per difendere i nostri interessi a Tripoli da cui l’Eni estrae circa il 70%del greggio e da cui partono (o per lo meno partivano) la più parte dei migranti diretti verso le nostre coste. Non riuscire a tessere la rete diplomatica per fermare l’avanzata di Haftar e aver continuato a guadare solo alla capitale, sono stati gli errori italiani che hanno favorito il caos che al momento regna nel Paese. Forse non avevamo gli strumenti per evitarlo, ma quantomeno avremmo dovuto operare qualche sforzo in più.

Il protagonista, il generale “gheddafiano”, Khalifa Haftar è stato da poco in Arabia Saudita. Ha incontrato il controverso principe ereditario bin Salman. E’ andato a battere cassa. Insomma Haftar ha cercato l’appoggio dell’ Arabia Saudita (ed anche degli Emirati Arabi) per estendere il suo potere. Per qualche osservatore internazionale, però, questo conflitto libico ha tutti i connotati di una guerra per procura…. Per lei? INSOMMA, CHI GIOCA SPORCO IN LIBIA?
In Libia tutti gli attori regionali e internazionali che sponsorizzano le varie fazioni “giocano sporco” fin dal 2011. Dalla caduta del rais, i fili della Libia sono tenuti dai gruppi di potere locale in una serie di alleanze a geometria variabile con vari player internazionali che oramai fanno affari con le singole milizie e a volte con gli stessi signori della guerra, perpetuando la divisione del Paese. Dalla Francia, alla Russia, all’Italia, passando per il Qatar, la Turchia, l’Egitto, gli Emirati arabi e l’Arabia saudita, tutti sembrano più interessati ad assicurarsi l’appoggio di leader locali che a progettare insieme un percorso per la stabilizzazione, parola che oramai è divenuta un mantra vuoto di significato. È una vera e propria guerra per procura che ultimamente sta vedendo come protagonisti soprattutto i cosiddetti attori regionali: sauditi ed emirati finanziano Haftar per estendere il loro potere nel paese e per affermarsi sulla fratellanza musulmana che sostiene alcune fazioni di Tripoli, a loro volta supportate da Qatar e Turchia. È uno scenario poco edificante che, per certi versi, ricorda quello siriano.

Che interesse ha l’Arabia Saudita in Libia? Un interesse politico e “religioso?
C’è un aspetto fin qui poco considerato. Riad è la culla del madkhalismo, una corrente di stampo salafita ultraconservatrice (Salafiyya Madkhaliyya), fondata dallo sceicco saudita, Rabi al-Madkhali, considerato da molti al soldo della casa reale saudita. Insediatisi in Libia già negli anni Novanta sotto il regime di Muhammar Gheddafi, che li utilizzava strumentalmente in chiave anti fratellanza musulmana, i madkhalisti sono ancora forti e presenti in Libia. La longa manus saudita, attraverso i loro appartenenti, tra cui almeno uno dei figli di Haftar, influenza gli equilibri interni, fornendo ingenti somme di denaro ad alcuni gruppi dell’est e dell’ovest, manipolando gli assetti interni e bypassando le divisioni locali. Attraverso le forze fedeli al generale, i sauditi vogliono allargarsi nel Paese, per indebolire la fratellanza musulmana sostenuta, in particolare, da Qatar e Turchia. Il crescente potere dei madkhalisti in Libia dovrebbe portarci a una riflessione. L’influenza degli Stati del Golfo, e in particolare dei sauditi, negli affari di sicurezza dell’ex Jamahiriya è stata sottovalutata dagli attori internazionali concentrati sulla sconfitta dello Stato islamico e sulla riconciliazione delle divisioni politiche. Tuttavia, anche le crescenti fratture nelle fazioni islamiste meritano attenzione poiché potrebbero essere la causa di questa escalation di violenze.

Altre potenze, come ha detto prima, sono interessate alla Libia: la Russia di Putin, per ragioni geopolitiche, O per altri motivi?
Prima ho illustrato gli interessi del Golfo ma, in realtà, tutte le potenze internazionali e regionali sono interessate in qualche modo alla Libia per motivi diversi. In primis la Russia che ha fin qui sostenuto Haftar per interessi economici e geostrategici. Da un punto di vista economico Putin non ha certo bisogno del gas e del petrolio dalla Libia, ma non disdegna di vendere know-how e tecnologie ai tanti impianti dell’est libico, ricco di petrolio. Inoltre, Haftar ha bisogno di armi per proseguire la sua guerra contro la fratellanza musulmana e la Russia ha tutto l’interesse a fornirgliele. In termini di proiezione mediterranea, poi, Haftar è il complemento ideale all’asse con l’Egitto di al-Sisi e, forzando un po’ la mano, anche con Damasco. Infine, la questione dello sbocco sul mare. La Russia, intervenendo militarmente nel conflitto siriano, accanto ad Assad, si è assicurata, per lo meno, il mantenimento del porto di Tartus, vitale sbocco sul mare. Perché non approfittare del generale di Haftar per ricavarsi un altro “porto sicuro” nella Cirenaica? In questo momento, però, anche il Cremlino si trova in una fase di impasse. Il recente incontro tra Putin ed Erdogan (che sostiene Tripoli e dunque gli avversari dei russi) potrebbe placare gli animi. In ballo ci sono molti interessi: la fornitura ad Ankara dei missili russi S-400 e il gasdotto South Stream. Per questo Putin, per mettere in salvo gli affari con la Turchia, potrebbe aver chiesto al generale di fermare la sua offensiva. Sono ipotesi ancora tutte da verificare ma che potrebbero far pensare a un minimo passo indietro del Cremlino nel sostegno ad Haftar.

Al Sharrai ha dato del complice a Macron. Lei pensa che la Francia voglia destabilizzare Tripoli per li pozzi di petrolio? Per contrastare l’italiana Eni? Mi sembra una scelta suicida peggio di quella che fece Sarkozy contro Gheddafi.. Come vede il ruolo della Francia.
Oramai sappiamo bene che la Francia ha spinto per l’intervento in Libia nel 2011 per i propri interessi nazionali, soprattutto energetici, cercando di marginalizzare l’Italia ed ha continuato a farlo sostenendo Haftar che poteva garantire il controllo dei giacimenti dell’est e della sirtica. Nella situazione attuale, però, credo che anche la Francia rischi qualcosa. Se da un lato l’Eliseo conosceva senza dubbio i piani di “espansione territoriale “ di Haftar, dall’altro, ora, con una guerra civile in corso, che secondo molti potrebbe protrarsi ancora per un po’ di tempo e assumere le sembianze di una guerra “a bassa intensità”, rischia di perdere il suo alleato di ferro. Haftar, infatti, aveva fin qui giustificato la sua azione presentandosi come il “salvatore della patria” per fare perno su una popolazione stanca del caos e dello strapotere delle milizie e sull’incapacità di Serraj di controllarle e riportare la pace a Tripoli. Portando avanti una avanzata così aggressiva, però, rischia di perdere il consenso di una parte della popolazione e di alcune delle milizie che fin qui lo hanno appoggiato. Se Haftar perdesse parte del potere e parte del controllo del territorio, la Francia, sua alleata, perderebbe posizioni Libia, viceversa accrescerebbe la sua egemonia nell’area. Solo il tempo, dunque, potrà dirci se è una scelta suicida.

In tutto questo caos gli USA se ne lavano le mani, ritirano il piccolo contingente militare. Tutto è coerente la politica neoisolazionista di Trump. È così professoressa?
Gli Usa non hanno mai avuto a cuore la questione libica, specie con l’amministrazione Trump. A ben guardare, però, dietro a questa mossa potrebbe esserci di più. L’Italia ha firmato un memorandum d’intesa con la Cina, ha posizioni divergenti da quelle americane sulle sanzioni alla Russia o sul destino di Maduro e questo infastidisce non poco Trump. Perciò, seppure il presidente americano sia stato uno dei principali alleati dell’Italia per la realizzazione della conferenza sulla Libia – tanto che l’idea era nata in occasione della visita di Conte a Washington nel luglio del 2018 – ora le cose sono cambiate e l’Italia difficilmente potrà contare su Trump. Inoltre, va ricordato anche che il presidente americano è molto più interessato alla partnership con i sauditi che a quella con l’Italia. Riad è tra gli alleati e finanziatori di Haftar e tra quelli che lo hanno aiutato in questa avanzata. Tuttavia, per mantenere le vitali relazioni economiche con Riad Trump potrebbe aver chiuso più di un occhio sulle minacce del generale. Gli americani, oltre al ritiro del contingente di Africom, hanno nominato un ambasciatore straordinario a Tripoli, ma questo non è tanto un segnale di vicinanza all’Italia quanto piuttosto un avvertimento al Cremlino.

L’Italia non sembra all’altezza della situazione. Per il governo italiano, o meglio per questo governo populista, la Libia è solo una diga contro l’immigrazione. Quali sono stati gli errori italiani in Libia?
Il governo italiano, come ho detto all’inizio, dopo il parziale successo della conferenza di Palermo ha preso un po’ “sottogamba” la questione libica. Si è forse accontentato di aver bloccato gli sbarchi senza guardare ciò che accadeva oltre la costa. Secondo alcuni analisti, tuttavia, i nostri servizi erano a conoscenza delle intenzioni del generale e avevano informato il governo. L’Italia, però, potrebbe non essere stata in grado di evitare tale escalation a causa del mancato supporto degli alleati, specie degli Usa fin qui vicini alla posizione del nostro governo in Libia e ora molto più distaccati per i motivi sopra ricordati.

C’è il rischio di una espansione del conflitto?
Credo che il conflitto abbia raggiunto la sua massima e (forse) inaspettata espansione. Nella migliore delle ipotesi si manterrà per un po’ di tempo, perlomeno finché le forze sul campo – le milizie di Misurata e l’esercito di Haftar- potranno giovare degli aiuti esterni. Viceversa, ipotesi forse più remota, si potrebbe giungere a un minimo compromesso, una sorta di “tregua armata”, mediata dagli attori internazionali, capace di portare alcune delle fazioni in lotta a Ghadames per la tanto agognata conferenza che dovrebbe svolgersi dal 14 al 16 aprile. Vorrei però evidenziare che al momento i segnali non sono positivi. Nelle ultime ore si è aperto un nuovo fronte per Haftar a Sirte, dunque da est e non dal sud rispetto a Tripoli, Ci sarebbero stati bombardamenti anche in questa zona, al momento circondata dalle forze del generale. Anche Sirte è difesa da Misurata e dunque potrebbe essere un nuovo “fronte caldo” capace di ostacolare qualunque tentativo di mediazione.

Ecco perché la Merkel vincerà le elezioni in Germania. Intervista a Udo Gumpel

Angela Merkel, cancelliere tedesco

Angela Merkel, cancelliere tedesco (Gettyimages)

La Germania il prossimo 24 settembre andrà al voto per eleggere i nuovi rappresentanti del Bundestag (il Parlamento Federale). Salvo clamorose smentite Angela Merkel, Cancelliere uscente, dovrebbe riconfermarsi, per la quarta volta, Cancelliere. Quali sono le ragioni della sua, molto probabile , vittoria? Ne parliamo  con il giornalista Udo Gumpel , corrispondente dall’Italia per RTL n-Tv.

Tra poco più di dieci giorni la Germania andrà alle urne. Stando ai recenti sondaggi dovrebbe vincere il partito di Angela Merkel, la CDU. Eppure, fino a poco tempo fa, si parlava di un “effetto Schulz”, candidato della SPD, in grado di impensierire la Cancelliera Merkel. Ma è davvero tutto così scontato?

L’effetto “Schulz” è esistito, per alcune settimane. Era (ed è) il chiaro segnale dell’elettorato  tedesco che desidera un’alternativa alla Merkel, ma non una di tipo radicale. Schulz ha avuto il “vantaggio” di esser stato fino a quel momento quasi “sconosciuto” alla politica nazionale tedesca, essendo stato per un lungo periodo Presidente del Parlamento Europeo. Ma Schulz non ha potuto inventarsi un nuovo partito, e una politica davvero nuova. L’SPD governa insieme alla CDU della Merkel ed è impossibile, come si è visto nel faccia-a-faccia in tv dei due, distinguersi troppo: la politica del governo tedesco era anche la sua, dell’SPD. Dunque l’SPD è tornato ai suoi valori da 10 anni, 20-25%, che sarebbe sempre un buon risultato, ma non sufficiente a sconfiggere la CDU che è tornata alle sue percentuali degli ultimi anni: 35-40%.

Quali sono,  secondo te, i motivi (ovvero i punti a favore) della possibile vittoria della Signora Merkel?

La Merkel ha svuotato sistematicamente il serbatoio degli argomenti forti degli avversari storici: è più sociale dell’SPD, o almeno alla pari, è più verde dei Verdi, avendo promosso una politica dell’uscita dal Nucleare, ed è anche abbastanza nazionale – nei confronti della Turchia per esempio o della Russia – per esser ancora attraente per molti conservatori. Aveva perso smalto con “l’accoglienza” dei profughi, ma questo tema è finito: oggi la Germania ha bisogno di immigrati, la natalità è da 5 anni in forte crescita, ma non basterebbe  di sicuro. Il cambiamento di opinione è in atto, lentamente, a favore della Merkel. Poi c’è l’argomento a suo favore più forte: Lei è “l’usato sicuro”, è rassicurante. È lenta, ma sicura, nelle sue decisioni. Sotto la sua guida la Germania è diventato un paese leader nel Mondo, un paese da “soft-power”, come piace ai tedeschi e fa molto meno paura ai partner europei.

Perché Martin Schulz non è riuscito a proporsi come reale alternativa di Angela Merkel?

No, perchéé il suo partito non è una vera alternativa, soltanto alcuni punti sono diversi, nel sociale, ma sono differenze meno importanti.

La Merkel, indubbiamente, ha dimostrato una grande capacitàà tattica. Per esempio, su un tema caldo come quello dell’immigrazione, che per altri governi europei invece è fonte di difficoltàà, la Cancelliera ha dimostrato di saperlo gestire. Un merito non da poco. Qualche osservatore politico tedesco afferma che questa capacitàà di gestione è dovuta al fatto che ha lasciato fare il “lavoro sporco” di contenimento dei profughi ad Erdogan. Sei d’accordo con questa affermazione?

Non molto, perchéé il vero lavoro sporco lo hanno fatto i paesi balcanici che hanno chiuso la rotta ben prima dell’accordo con Erdogan. Erdogan ha invece incassato

il dividendo dei cattivi, in questo la sua posizione è meno forte di quanto possa sembrare. Se lui “aprisse” i confini, come ha giàà minacciato in varie occasioni, i profughi arriverebbero in Grecia, e la finirebbero. E allora le sue minacce sono vuote. E lo sa pure lui.

Nell’opinione pubblica europea si dice che il “centro” (la Merkel) fa la “sinistra”. È un paradosso, visto dall’Italia. Ma, secondo te, ha un fondamento?

La CDU è da sempre stato un partito con una fortissima connotazione sociale, le etichette “centro e sinistra” non si applicano bene. Alcune delle misure più forti, colonne del sistema sociale tedesco, come per esempio il”Bafoeg” (sussidi agli studenti per lo studio, dato a più di un milione di giovani, fino a 650 euro al mese),sono state “inventate” dai Democristiani.

Parliamo della società tedesca. Alcune analisi fanno osservare che sotto la coperta di un benessere molto diffuso si intravedono crepe che possono mettere in crisi la stabilità tedesca. Qual è, secondo te, la più grave delle minacce alla stabilità?

Le crepe del sistema sociale sono insite nella diffusione della ricchezza nazionale, che non è molto difforme da quella italiana, un decimo della società possiede metà della ricchezza nazionale, ma il contesto è diverso: il senso di ingiustizia e di esclusione è più forte in una società che nel suo insieme cresce bene. Quando tutti stanno male, ci si lamenta di meno. Quel quarto della società che si sente – a ragione – escluso dalla distribuzione della crescente ricchezza è serbatoio di voti di protesta, sono spesso persone più anziane, meno acculturate, abitanti delle regioni ex-comuniste che, nonostante la decennale propaganda “internazionalista” ,vedono oggi un tasso di voti per partiti di estrema destra decisamente più alti della media.

Quanto pesa il populismo in Germania? Come si alimenta?

Anche in Germania i populisti sono riusciti a mettere i loro temi – migrazione, identità nazionale – al centro del dibattito. Elettoralmente sono però piuttosto deboli. Tutti gli altri partiti “tradizionali” Spd, Cdu, Fdp,Verdi, Die Linke rappresentano il 92% dei votanti, e sono ancorati ai valori della Costituzione. Da notare è l’AfD, che sarebbe l'”Alternativa per la Germania”, nasce come partito anti-Euro, anti Sud Europa, contro gli spreconi del “Club Med”, e solo a partire dalla forte migrazione verso la Germania trova nella lotta contro i migranti e l’Islam il suo nuovo tema.

La Merkel riuscirà a contenerlo?

Non la Merkel, ma la società tedesca che è sana al suo interno. Oggi 30 milioni di tedeschi sono, in qualche forma, impegnati nell’accoglienza dei 2,5 milioni di profughi che sono arrivati e rimasti in Germania. Ricordiamoci sempre che, del mezzo milione di profughi via mare che sono arrivati in Italia, meno di un quinto è poi effettivamente rimasto in Italia, gli altri sono migrati verso il Nord Europa.

Caos Bosnia. Intervista a Jean Toschi Marazzani Visconti

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Sono passati più di 21 anni dagli accordi di Dayton, nell’Ohio, sulla Bosnia Herzegovina, che pose fine al conflitto balcanico. Accordi che hanno mostrato i loro limiti, ben lungi, quindi, dalla soluzione ottimale del conflitto.

Ne parliamo, in questa intervista, con la giornalista Jean Toschi Marazzani Visconti, autrice del libro, uscito per l’Editrice Zambon, La porta d’ingresso dell’Islam.

Sono passati 21 anni dagli accordi Dayton sulla Bosnia Herzogovina. Quale bilancio si può fare ?

Non si può certo definire ottimale la situazione creata dal Trattato di Dayton. La nota positiva è che la gente non muore più e le armi tacciono da vent’anni, però la vita delle tre comunità è lungi dall’ essere normale o risolta.

Gli Accordi prevedevano il ritorno delle popolazioni di tutte le etnie ai luoghi e alle case dove vivevano prima dello scoppio della guerra. Pochi sono rientrati, la maggior parte della popolazione ha preferito rimanere nelle zone dove fosse maggioritaria o forte l’etnia della loro provenienza.

I Croati cattolici della Erzegovina si sentono stretti nella Federazione croata-musulmana imposta dagli USA nel 1994 e traditi dalla ventilata promessa dell’indipendenza della loro regione.  

I Musulmani, assurti alla dignità di Bosgnacchi per decisione statunitense – in realtà Serbi convertiti all’Islam durante i cinquecento anni della lunga occupazione ottomana – godono di una particolare attenzione da parte delle autorità internazionali, vissuta male dalle altre due nazioni.

I Serbi della Republika Srpska avrebbero maggiori possibilità di sviluppo nella loro zona più unita e compatta, però vivono sotto la spada di Damocle degli ipotetici crimini commessi e quindi soggetti a continue pressioni da parte degli Alti Rappresentanti occidentali nello sforzo di concentrare tutte le prerogative di governo a Sarajevo, in contraddizione alle disposizioni del Trattato di Dayton.

La Bosnia-Erzegovina, secondo gli Annessi del Trattato che corrispondono alla sua Costituzione, è soggetta all’alternanza etnica del Presidente e del primo Ministro ogni otto mesi a rotazione e il Consiglio dei ministri tripartito ha scadenza annuale. La Federazione croato-musulmana e la Republika Srpska hanno una larga autonomia. Questo implica che il governo centrale è debole rispetto a due entità forti e questo impedisce qualsiasi progetto centralizzato. In pratica sono tutti separati in casa.

Si passa da una zona all’altra senza frontiere, ma le popolazioni vivono in un clima sospeso, ciascuna nel suo territorio o nel proprio quartiere senza mescolarsi con le altre etnie. L’odio e la memoria dei crimini reciprocamente inferti e subiti sono molto presenti, nessuna politica di riconciliazione è stata intrapresa, al contrario i media continuano ad essere estremamente critici verso i Serbi rinfocolando i rancori.

Molto denaro fluisce a Sarajevo da ONG Iraniane, dell’Arabia Saudita e dalla Turchia, ma viene impiegato per costruire moschee e scuole islamiche dove affluiscono i giovani musulmani senza prospettive di lavoro, qui trovano insegnamenti e denaro per progetti ispirati ai più rigidi dettami religiosi.

In generale i giovani delle tre etnie non vedono un futuro e i migliori emigrano all’estero. Torneranno per le vacanze, non più per vivere e costruire qualcosa.

 

Qualcuno ha definito gli accordi di Dayton come un modello per la risoluzione dei conflitti etnici. Per lei invece?

 

Se la soluzione ideale per i conflitti etnici  consiste nel condannare un paese a uno stato vegetativo e fuori dal tempo, allora indubbiamente gli Accordi di Dayton sono un successo.

La Bosnia-Erzegovina è stata senz’altro un modello per i procedimenti applicati in Iraq, in Afganistan, in Libia e tentati in Siria. I risultati ripetitivi sono evidenti: prima distruzione e poi instabilità o caos.

 

Siamo lontani dal multiculturalismo della Bosnia-Erzegovina prima del conflitto balcanico del 1991. Oggi il principio base su cui si basa la società bosniaca è il nazionalismo.  E’ così?

 

La Sarajevo jugoslava, città laica, multiculturale, libera e libertina, fonte d’ispirazione per intellettuali e artisti sembra un ricordo di secoli passati. Tutto questo è stato annullato dal fatto che le tre entità bosniache  sono state spinte a riconoscersi sotto la bandiera delle religioni che hanno sostituito, anche loro malgrado, la politica e i partiti.

Ževad Galjašević, un intellettuale musulmano, politico e scrittore, nell’intervista che mi ha concesso, ha sostenuto che se si priva un musulmano bosniaco delle sue radici di Slavo del Sud (Jugo slavo), l’unica identità che resta è la religione. La religione islamica, sostiene, è diventata politica. Forse in forma minore per cattolici e ortodossi, salvo quando temono che il proponimento del defunto leader musulmano, Alija Izetbegović, di trasformare la Bosnia-Erzegovina in uno Stato musulmano dal fiume Drina alla Croazia, possa realizzarsi. Il nazionalismo in B-E non ha le stesse valenze che in Europa occidentale è una forma di autodifesa da pericoli contingenti.

 

Oggi la Bosnia è uno Stato in pieno caos, in cui il nazionalismo – come detto sopra – non fa che alimentare odio. Vi sono rischi per un nuovo conflitto?

 

L’odio è stato rinfocolato e fomentato dall’esterno. Le atrocità commesse durante la seconda guerra mondiale di cui tutte le etnie erano state oggetto –

i Serbi forse più degli altri, se si pensa all’ignorato campo di sterminio croato di Jacenovac  (1941 – 1945) che ha prodotto quasi un milione di vittime fra Serbi, Ebrei e Rom- sono state abilmente riportate alla memoria della gente nel 1991, dopo il lungo oblio imposto dalla politica pacificatrice di Tito.

Oggi questo odio è più che mai attuale, quasi accresciuto da quanto si è ripetuto durante la guerra civile. E’ incomprensibile come gli Alti Rappresentanti cerchino di unificare le tre nazioni sotto Sarajevo senza una politica di conciliazione e una valida campagna mediatica per convincere le popolazioni ad avere nuovamente fiducia gli uni negli altri, condizione primaria per vivere insieme.

Le tre entità sono bene armate, cosa di cui gli ufficiali dell’OSCE  sono perfettamente al corrente. E’ come fumare un sigaro seduti su un fusto di benzina. Però da pochi  anni il commercio d’armi é fiorente, le armi sono vendute ed esportate in Medio Oriente.

Nicolas Gros-Verheyde, redattore capo di B2 – Bruxelles 2 ha riportato il 15 agosto 2016 un’inchiesta realizzata da un gruppo di giornalisti dell’Europa centrale e orientale, denominato BIRN (Balkan Investigative Reporting Network), secondo la quale dal 2012 questo traffico dalla Bosnia, dai Balcani e da altre nazioni dell’ Est europeo ha raggiunto il valore di almeno un miliardo e duecentomila euro. Voli speciali, impiegando gli spaziosi llyushin II-76, raggiungono la Siria attraverso la Giordania e l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti oltre allo Jemen e alla Libia. Le fabbriche d’armi in B-E funzionano a pieno ritmo per soddisfare le ordinazioni. I clienti maggiori sono Sauditi, Turchi, Giordani e gli Emirati, le armi vengono distribuite attraverso due installazioni segrete denominate MOC (Military Operation Center) situate in Giordania e in Turchia.

Il Dipartimento USA del Comando per le Operazioni Speciali della Difesa (SOCOM) ha ugualmente acquistato e consegnato grandi quantità di materiale militare di provenienza dall’Europa orientale e dai Balcani all’opposizione siriana.  Buona parte del materiale viene dagli stock e dalle fabbriche della B-E.

Secondo l’ambasciatore americano in Siria (2011 – 2014), Robert S. Ford, la CIA ha probabilmente avuto un ruolo d’intermediario fra i paesi Balcanici e il Medio Oriente.

Fintanto che si produce per il mercato estero, non si litiga in casa. Gli introiti di questo traffico finiscono ovviamente nelle tasche di pochi eletti.

 

Vi sono leader credibili oggi in Bosnia?

 

In una situazione di incertezza e senza prospettiva di futuro, la popolazione opta per leader forti, anche estremisti, nell’illusione che possano difendere i loro diritti e cambiare l’instabilità percepita come un ostacolo alla normalizzazione. La credibilità dei leader dipende dall’appoggio e dai finanziamenti che ottengono dall’intervento di elementi esterni al paese.  

Il presidente serbo bosniaco, Milorad Dodik, ha dichiarato in una conferenza stampa nel maggio 2016 che l’opposizione cerca ogni modo per toglierlo di mezzo e che il partito Alleanza per il cambiamento, all’opposizione, è finanziato con denaro turco e britannico.

 

 

L’Europa (UE) può ancora giocare un ruolo

 

Certamente, se riuscisse ad avere una politica estera unificata e indipendente da ogni influenza statunitense. Al momento non sembra realizzabile.

 

Oggi, in Bosnia Erzegovina, sono presenti potenze islamiche che hanno interesse a consolidare la presenza islamica nel cuore dei Balcani. Quali sono queste potenze e quali interessi, oltre al fattore religioso, vogliono perseguire ?

 

La Turchia considera la Bosnia-Erzegovina un suo territorio nell’ambito della trasversale verde, quella linea ideale che percorre le zone musulmane dei Balcani che si sentono più vicine alla Turchia che all’Europa.

Il 7 maggio 2016, all’inaugurazione della moschea di Banja Luka nella Repubblika Srpska, ricostruita in seguito all’esplosione che nel 1992 l’aveva distrutta, il premier turco dimissionario Ahmet Davutoglu alla presenza del presidente musulmano Bakir Izetbegović, di rappresentanti di molti paesi arabi e di alcuni notabili europei e americani ha pronunciato un discorso in cui ha fra l’altro affermato: La Turchia è stata qui per lungo tempo, è qui ora, e rimarrà per sempre. I musulmani non devono temere perché dietro di loro ci sono 70 milioni di turchi. Durante lo stesso discorso Davutoglu ha avuto parole di apprezzamento per gli adempimenti  di Alija Izetbegović, padre dell’attuale presidente musulmano e autore della Dichiarazione Islamica nella quale prospettava la realizzazione di un mondo islamico dall’Indonesia al Mediterraneo. Ha inoltre esplicitamente escluso qualsiasi possibilità di distacco della serba Banja Luka e della croata Mostar da Sarajevo.

Come dignitario straniero, ospite in Bosnia-Erzegovina e in particolare nella capitale della Republika Srpska, ha affrontato con molta sicurezza argomenti delicati e sensibili, che non gli avrebbero dovuto competere. L’ex premier turco aveva tenuto un discorso similare nel Sandjak, regione della Serbia sopra il Kosovo, poco tempo prima.

Sono anche molto presenti agenzie iraniane e saudite. In Bosnia si verifica un processo che quasi tutti i think tank statunitensi rifiutano di accettare, una politica che unisce wahabiti e salafiti, sciiti e sunniti.Il politologo americano Samuel Philip Huntinghton nel 1995 aveva previsto che in Bosnia-Erzegovina, unico luogo al mondo, l’antagonismo fra Sunniti e Sciiti avrebbe potuto decadere.

Ci sono almeno cinquecento ONG attraverso le quali finanziano e propagandano la loro causa, oltre alla SNSD (Unione dei social democratici indipendenti) e ai servizi segreti iraniani, molto attivi, e alle ambasciate. Gli Americani pensavano di riuscire a controllare questi movimenti attraverso i Turchi presenti in Bosnia. Oggi i rapporti con la Turchia sono meno cordiali.

L’Iran ha il supporto di tutti i personaggi importanti del governo musulmano. Il sistema di alta sicurezza e i servizi segreti di Izetbegović sono legati agli Iraniani. Ultimamente l’Iran sta cercando di penetrare nel movimento Wahabita. Nessuno ha considerato questo problema. In Bosnia il sistema è stato creato da legami con l’Arabia Saudita, l’Egitto, anche la Turchia é coinvolta, così gli Sciiti possono  dire che non c’entrano con quello che potrebbe succedere.  Gli interessi occidentali sono fortemente  presenti qui in Bosnia e questi obbiettivi sono estremamente vulnerabili. Sembra che l’Ayatollah Geneti abbia chiamato la Turchia madre  e definito la Bosnia come il cancello per l’Europa.

 

E’ tutelato il pluralismo religioso in Bosnia? 

A parole sembrerebbe tutelato. In realtà la cosa cambia secondo le zone. In Erzegovina la presenza serba è ormai quasi nulla, quindi le chiese ortodosse distrutte non sono state ricostruite. In Republika Srpska esiste una cattedrale cattolica nella capitale Banja Luka e il clero è impegnato a riconfermare una presenza cattolica, anche se solo una piccola parte dei Croati e rientrata a vivere in RS, mentre la maggioranza ha preferito vendere le case e trasferirsi in zona croata o in Croazia. Le moschee fioriscono ovunque, protette dagli accordi di Dayton. In territorio musulmano nascono difficoltà davanti a qualsiasi richiesta di costruire una chiesa cattolica o ortodossa.

 

 

In Bosnia vi sono campi di addestramento per i Jihadisti. Tanti sono venuti nel 1992 per combattere a fianco dei musulmani di Bosnia e molti sono rimasti. Tra cui pericolosi terroristi. Dalla Bosnia, infatti, sono partiti il più alto tasso di combattenti per l’ISIS. Dove sono collocati i campi e come si comportano le autorità locali?

 

I combattenti islamici arrivati per combattere accanto ai Musulmani di Bosnia nel 1992, sono all’incirca dodicimila. Ormai sono inseriti nel tessuto sociale musulmano bosniaco, hanno ottenuto residenza e passaporto e si sono sposati con donne locali. Sembra che la UE abbia chiesto al governo di Sarajevo di allontanarli come misura per entrare in Europa. Sarajevo ha accettato, però nulla è successo. Alcuni di loro sono terroristi dormienti, altri hanno allenato i nuovi Jihadisti, si presume nella zona di Zenica.

Poi esiste il fenomeno dei villaggi serbi distrutti e ricostruiti con denaro proveniente dalle ONG e dalle scuole islamiche che finanziano i giovani musulmani perché vivano in quegli agglomerati secondo le più strette regole islamiche che permettono ad ogni uomo di avere diverse mogli e molti figli. La Costituzione Bosniaca non ammette la poligamia, ma apparentemente questi cittadini obbediscono a leggi diverse. La maggior parte dei villaggi si trovano sulla linea di demarcazione della RS. Spesso, veterani islamici, fra quelli giunti all’inizio della guerra, sono a capo di questi borghi. In una località chiamata Vočinja mille cinquecento Mudjahedin e le loro famiglie sono andati a vivere in un villaggio. Duecento sessanta di loro erano stranieri, il comandante del villaggio veniva dall’Algeria. Altri vivono tuttora in Zenica.

L’Ideologia “neo sovranista” di Donald Trump. Intervista a Marina Calculli

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La vittoria di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti d’America cambierà di molto il paradigma della politica estera Usa. Quali conseguenze per l’Europa e per il mondo? Ne parliamo in questa intervista con Marina Calculli, Fulbright research fellow all’ Institute for Middle Eastern Studies (IMES)Elliott School of International Affairs ,della George Washington University (USA).

Marina Calculli, partiamo da lontano:  il 9 novembre del 1989  Cadeva il muro di Berlino. Il sogno europeo sembrava realizzarsi…26 anni dopo un Tycoon, Donald Trump, viene eletto Presidente degli Stati Uniti d’America. Un personaggio assolutamente impreparato sul fronte della politica estera che vuole costruire un muro al confine con il Messico.  All’epoca della caduta del Muro di Berlino la politica i muri li voleva abbattere, oggi assistiamo ad una deriva, che possiamo definire con un termine un po’ involuto, sovranità della politica. E talvolta questa deriva ha preso forme di nazionalismo becero (vedi Ungheria). Come si spiega questa deriva? 
Credo che siamo di fronte ad una congiuntura storica che mette in crisi quanto abbiamo dato per assunto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale fino ad ora: ci siamo abituati per molto tempo ad un mondo organizzato sul principio della sovranità degli stati, esteso universalmente, ma  marcato dal mito di un’economia liberista che avrebbe prodotto crescita perenne, almeno in Occidente, rendendo gli stati infine obsoleti. Oggi, ci troviamo in una situazione in cui le forze del mercato in un’economia globale neoliberista hanno di fatto tolto agli stati alcune prerogative fondamentali per formulare politiche economiche eque, rendendo pervasivo e visibile ovunque il problema cruciale della diseguaglianza. Il problema è che non stiamo facendo sforzi per ripensare radicalmente le dinamiche e i meccanismi del sistema economico, cercando di renderlo più in linea con la produzione del bene comune. Puntiamo invece il dito contro i deboli, i messicani, musulmani, coloro che dal sud del Mediterraneo cercano di spostarsi verso il nord, alla ricerca legittima di migliori condizioni di vita. Risorge così il mito della sovranità – quello che in un libro che ho scritto con Shady Hamadi “Esilio Siriano” (Guerini 2016) ho definito “Ideologie neo-sovraniste”: ovvero ideologie che esaltano lo stato nella sua forma più primordiale: idealizzando, cioè, lo stato quale dispositivo istituzionale in grado di offrire sicurezza, proteggere da un esterno percepito come minaccioso e foriero di quelle disfunzionalità che ci rendono più diseguali, più ansiosi e più infelici. I muri che si innalzano solo la manifestazione simbolica più feticista ma anche più dirompente di queste ideologie. Ma possono i muri salvarci e riportarci al benessere? Si tratta in realtà di un’illusione, perché non si elaborano contemporaneamente politiche volte a ristabilire un equilibro tra le forze libere del mercato e la produzione del bene comune.

Sul soglio degli imputati c’è la globalizzazione. Fenomeno straordinario, ma che ha mostrato il suo volto cupo con la finanziarizzazione dell’economia. Un risvolto della globalizzazione sono stati gli accordi economici di libero scambio in diverse aree del mondo. Trump vuole mettere in discussione, tra l’altro, diversi trattati economici. Fine della globalizzazione?
Anche qui si guarda al dito e non alla luna: non vi è dubbio che la globalizzazione abbia prodotto perdenti e vincenti – per essere più precisi, moltissimi che hanno perso molto e pochissimi che hanno vinto molto. Ma bisogna inquadrare il problema nella sua misura. Trump punta il dito contro gli accordi di libero scambio, stigmatizzandoli – come era successo d’altra parte nel Regno Unito per Brexit – come un’interferenza esterna con le decisioni sovrane dello stato, suggerendo che i problemi interni al paese avessero responsabilità esterne.  Ma il problema centrale non è il commercio internazionale e l’alleggerimento delle barriere tariffarie in sé, quanto piuttosto lo svuotamento della classe lavoratrice, non in solo negli Stati Uniti e nel resto dell’Occidente ma ovunque. Per esempio, ha un bel dire Trump a prendersela con la delocalizzazione della produzione dagli USA verso i paesi dell’America Latina o dell’Asia. Attraverso questo meccanismo, la classe imprenditoriale americana, di cui lui è un esponente di spicco, si è arricchita enormemente, sfruttando lavoro a basso costo, senza protezione per i lavoratori, altrove. E’ questo che ha accelerato la de-industrializzazione dell’Occidente, mantenendo – e anzi facendo lievitare – i capitali privati in Occidente. Il problema dunque è nella ridistribuzione ed è questo che dobbiamo correggere, per esempio cominciando ad applicare quello che già l’Organizzazione Internazionale del Lavoro prevede a tutela dei diritti sociali dei lavoratori, nello spirito di un globalizzazione equa. Bisogna che vengano applicate misure di tutela del lavoro universali, accompagnate anche da una tassazione delle transazioni finanziarie – perché queste generano profitti altissimi, attraverso la speculazione. Ma bisogna prima di tutto bloccare la caccia al lavoratore meno protetto e meno costoso. Non è un problema legato agli accordi di libero scambio, ma al fatto che la globalizzazione non ha spostato capitali e ricchezza dalle economie avanzate verso quelle meno avanzate, ma ha sottratto complessivamente ricchezza ad una classe media globale concentrandola nelle mani di un élite globale.

L’isolazionismo Usa ha radici storiche lontane (anni 20 del secolo scorso). Trump nella sua campagna elettorale si è fatto fautore di questa ideologia, che ha il suo risvolto economico nel protezionismo. Vedi differenze tra l’isolazionismo “storico” americano e quello di Trump? 
L’isolazionismo degli Stati Uniti ha rappresentato, al momento dell’indipendenza, una strategia pragmatica per proteggere la giovane repubblica dalle interferenze delle potenze europee. Ma mentre l’America diventava più forte e metteva in sicurezza i suoi confini, l’isolazionismo mutava la sua funzione. E stato usato come una dottrina, la “dottrina Monroe”, o più propriamente un discorso ideologico, per mascherare la debolezza o anche per esaltare l’eccezionalismo americano, a seconda delle esigenze storiche. Ma si è sempre trattato quantomeno di isolazionismo selettivo, permettendo agli USA di intervenire quando faceva loro comodo. Nel diciannovesimo secolo, per esempio, gli USA erano isolazionisti ma hanno invaso o sono intervenuti in diversi paesi: il Messico, il Nicaragua, Panama, Cuba, l’Honduras, la Repubblica Domenicana, la Costa Rica e molti altri. D’altra parte anche l’intervenzionismo americano è stato sempre inteso dall’opinione pubblica come primariamente funzionale a proteggere la nazione e gli interessi americani. Da una parte vi è dunque la dottrina e dall’altra il discorso retorico. L’isolazionismo di Trump riflette perfettamente le due dimensioni: il neopresidente ha parlato al popolo che lo ha eletto sull’onda del “Make America great again”, suggerendo che l’America si sarebbe occupata più della sua dimensione domestica. Nello stesso tempo, Trump dice che l’America rimarrà il paese con l’esercito più potente nel mondo. Sono due discorsi contraddittori nei quali si possono cercare di leggere le linee della politica estera di Trump: una strategia che rifletterà probabilmente un’America più introspettiva ma sempre molto desiderosa di essere in prima linea sugli scacchieri internazionali.

Se dovesse confermarsi l’isolazionismo sicuramente avrà delle conseguenze per lo scacchiere mondiale. Quali conseguenze In particolare per l’area mediorientale?
Trump piace molto ai dittatori mediorientali. al-Sisi in Egtto, Asad in Siria,si sono espressi favorevolmente nei confronti del neo-presidente. Questo perchè Trump – come il parterre conservatore che gli si sta coagulando attorno – sono interessati alla sicurezza ad ogni costo, anche se questa si realizza attraverso la coercizione. Per questo, dobbiamo attenderci che Trump possa preferire la linea di preservazione piuttosto che cambio di regime in diversi paesi, per paura di gestire transizioni difficili e complesse. In linea con un mondo che si sta avviando verso una fase post-liberale, dobbiamo attenderci probabilmente un’America ancora meno attenta di prima agli aspetti liberali della politica estera e molto più a suo agio nel tollerare involuzioni autoritarie in nome della sicurezza. L’involuzione drammatica della Turchia in così pochi anni è per esempio perfettamente compatibile con l’elezione di Trump: in un certo senso, si tratta di due prodotti della stessa matrice, che caratterizza questa fase storica.

Come hanno reagito i governi mediorientali alla sua elezione?
Il primo capo di stato mondiale a congratularsi con Trump è stato il Presidente egiziano al-Sisi. Asad ha detto che Trump potrebbe essere un alleato naturale nella lotta al “terrorismo” – che il presidente damasceno pero’ intende come una categoria che include tutti coloro che si oppongono al suo potere. Anche le monarchie del Golfo, nonostante sostenessero la Clinton in campagna elettorale, non sono dispiaciuti dell’ingresso del tycoon alla Casa Bianca: parlano entrambi il linguaggio degli affari e si possono intendere anche su altre questioni care alle case regnanti della penisola arabica. Israele esulta: Trump ha promesso di riconoscere Gerusalemme come capitale di quello che già definisce “stato ebraico” (definizione differente dall’idea di Israele come stato per gli ebrei, all’origine della creazione stessa dello Stato). Tutto questo si traduce – per lo stato di asimmetria pressoché assoluta a favore di Israele nei confronti dei Palestinesi – in un colpo di grazia al progetto legittimo di uno stato palestinese. L’Iran è comprensibilmente preoccupato per l’accordo sul nucleare, il più grande successo della politica estera di Obama, anche se in realtà il patto con Teheran potrebbe essere protetto dal quadro multilaterale in cui e’ inserito: oltre agli europei, poi, c’è anche la Russia, verso cui Trump non pare ostile.

Parliamo proprio dei possibili sviluppi dei rapporti con la Russia di Putin. Fin dove si spingerà la non ostilità con Putin?
Credo che questa affinità elettiva tra Trump e Putin in campagna elettorale sia stata più folcloristica e basata su uno scambio di complimenti e convenevoli, piuttosto che simbolica di un evidente mutamento strutturale nella relazione tra le due ex-superpotenze del sistema internazionale. La competizione tra la Russia e gli USA è inevitabile, su un piano strutturale. Inoltre non per Putin la competizione con gli USA è funzionale al livello retorico per esaltare il nazionalismo e la potenza russa. Tuttavia, la storica competizione con la Russia continuerà a giocare un ruolo cruciale nella strategia americana. E’ anche vero pero’ che c’è un segno dei tempi rispetto al fatto che, per esempio, Trump non mostri disappunto sul pugno forte di Putin su Aleppo est, dove – ricordiamolo – Putin e Asad stanno disintegrando il tessuto sociale della città, bombardando sui civili e distruggendo tutti gli ospedali. Non voglio dire che l’America prima di Trump non si sia macchiata di crimini dettati dal cinismo, più che dalla realpolitik, in politica estera. Ma siamo di fronte ad uno svuotamento totale del liberalismo in politica internazionale, inedito almeno negli ultimi 70 anni di storia. Su questo piano l’America e la Russia si ritrovano più vicine.

Trump appena eletto ha cercato subito il contatto con il premier britannico May, Juncker è stato duro con Trump. Insomma quali pericoli corre l’Europa? Oppure pensa che la freddezza sulla Nato possa essere una occasione per costruire una difesa comune europea?
L’Europa è di fronte ad un bivio. Il principale pericolo è che l’Europa si trova oggi priva di alleati nel proteggere i valori liberali, verso cui Trump ha espressamente mostrato disinteresse. Inoltre, allo stadio attuale, in cui l’Europa è comunque minacciata dall’interno da parte di correnti reazionarie e anti-liberali, ci sono pochi attori che potrebbero eventualmente raccogliere l’asticella degli USA. La Germania è un potenziale candidato, ma Berlino non ha la cultura politica per esercitare una leadership e soprattutto non ha seguaci.
Rispetto alla NATO, il frangente è più serio di quanto non si pensi. Il principio su cui si fonda la sicurezza collettiva è “tutti per uno, uno per tutti”. Se si mette in discussione questo principio, si innesca una spirale di diffidenza tra gli alleati che può dunque indebolire, se non proprio distruggere, l’alleanza. Quando Trump dice che l’America non interverrebbe in difesa dei paesi baltici contro la Russia, lo dice perché non capisce fondamentalmente il principio dell’alleanza e ha un pregiudizio rispetto a tutto ciò che è troppo a est. Il problema è che, se venisse messa realmente in discussione la presenza americana rispetto a qualsiasi paese della NATO, ogni altro paese legittimamente si chiederebbe “chi è il prossimo?” – ovvero quali sono i confini su cui gli Stati Uniti hanno posto la soglia dei loro interessi nazionali? La diffidenza reciproca tra gli alleati potrebbe distruggere il Patto atlantico. Il problema della difesa comune europea è ancora più complesso. Esistono alcuni framework di azione, come la “Permanent Structure of Cooperation”, ma l’idea di una difesa comune è ancora nel suo stato embrionale. Dal punto di vista storico e culturale, tuttavia, i segnali sono scoraggianti. Gli Stati europei sono culturalmente contro una difesa comune. Il Regno Unito è stato storicamente il principale oppositore di quest’idea. Con Londra fuori dall’Unione Europea, forse ci potrebbero essere nuove finestre di opportunità ma è tutto fuorché chiara la direzione verso cui va la volontà politica collettiva e le prossime elezioni in diversi paesi – penso soprattutto le presidenziali francesi – ci daranno maggiori elementi per chiarire questo aspetto.