“Salario minimo, ecco perché sarà una vittoria del sindacato”. Intervista a Giuseppe Sabella

(D-S) I segretari generali di CGIL Maurizio Landini, UIL Lazzaro Barbagallo e CISL Annamaria Furlan, fuori Palazzo Chigi al termine dell’incontro con il governo a Roma, 15 marzo 2019. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

È entrata nel vivo la discussione sul salario minimo legale. Dopo l’inizio del confronto in Commissione lavoro al Senato, ieri c’è stato un incontro tra Governo e Parti Sociali (Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Usb). Si tratta di una situazione di indubbia complessità, ma la volontà condivisa è quella di individuare un modo per non invadere il campo della contrattazione collettiva. Tra le Parti, trapela un cauto ottimismo dopo questo incontro. Ne parliamo con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Sabella, come vede questa vicenda?
Mi pare che dopo una partenza fatta di molta propaganda e confusione, ci stiamo avvicinando ad una discussione che si muove sui giusti binari e sul buon senso. Tuttavia, è materia molto complessa e, fondamentalmente, resta da capire in che maniera il Governo intende trovare una soluzione per garantire una paga oraria minima e la validità dei minimi contrattuali.

Eppure, in Europa 22 stati su 28 prevedono il salario minimo. Perché l’Italia non dovrebbe legiferare in questo senso?
Se in Italia questo istituto non è previsto, non è perché il legislatore ha mancato, ma perché il ruolo forte della contrattazione collettiva ha nel tempo dato certezza salariale ai lavoratori. Sostanzialmente il salario minimo legale è vigente laddove non vi è una contrattazione nazionale dei minimi tabellari. L’Italia, invece, ha ereditato questa caratteristica dal periodo corporativo quando i relativi accordi erano fonte primaria del diritto al pari delle leggi. E la giurisprudenza ha consolidato il concetto di retribuzione di base legandolo ai minimi retributivi. Quindi, non si può dire che in Italia non esista un salario minimo.

E allora perché si è giunti a questa discussione?
I motivi sono vari e già nella precedente legislatura, con il Jobs Act, si era previsto di intervenire sperimentalmente in ambito di salario minimo. Il governo Renzi è quello che per primo ha affrontato il grande tema del lavoro autonomo o pseudo tale. In questo senso, si consideri anche la legge 81/2017 sul lavoro autonomo. Per la prima volta si iniziava a dare riferimenti a questa tipicità del lavoro, anche attraverso lo stesso Jobs Act art. 2 che offre strumenti per ricondurre quel lavoro che proprio autonomo non è al lavoro subordinato. Si veda in questo senso la recente sentenza della Corte d’appello di Torino sul caso Foodora. Il salario minimo legale, nel nostro Paese, risponde essenzialmente a questo problema, a quel lavoro che in realtà autonomo non è ed è, anche, sottopagato. Ma poi, vi è il problema della proliferazione dei contratti che è seguita al caso Fiat i cui effetti di dumping salariale sono molto seri. È questo aspetto che crea un ponte, per quanto problematico, con le Parti sociali.

Effettivamente, negli ultimi 5 anni il numero dei contratti depositati al Cnel è più che raddoppiato e, fuori dal perimetro della contrattazione collettiva tradizionale, vi sono salari inferiori anche del 30%…
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul caso Fiat (2013), nel sindacato c’era chi invocava un intervento sui criteri di rappresentatività che stabilisse per legge chi è nella condizione di rappresentare le persone che lavorano. Ma le Parti sociali non ne erano del tutto convinte e, soprattutto, non si fidavano del lavoro che il governo Renzi e il Parlamento potevano fare in materia. L’idea del salario minimo era nata in quel momento. Oggi, mi pare che tutti si sono convinti che la cosa giusta è di riportare ordine tra la rappresentanza del lavoro e che, in particolare, si debba rispondere al fenomeno dei “contratti pirata” in modo diverso, non col salario minimo legale ma rendendo validi erga omnes i minimi retributivi dei contratti collettivi comparativamente più rappresentativi. Questo passaggio legislativo è fondamentale, se si considera che la contrattazione collettiva copre ancora l’85% dei rapporti di lavoro.

Di Maio però dice che i salari sono bassi. Come si incontreranno governo e sindacati concretamente?
Che in Italia i salari sono bassi lo sanno tutti. Di Maio però dovrebbe ricordarsi che nel nostro Paese il cuneo fiscale è al 47,7%, quasi quanto in Germania (49,7%) dove però i salari sono più alti del 30%. Le tasse sul lavoro in Italia sono troppo alte, anche per questo i salari sono bassi. Ciò premesso, governo e sindacati, anche dopo l’incontro di ieri, credo troveranno un’intesa sull’efficacia erga omnes dei minimi contrattuali e, penso, sulla fissazione di alcuni criteri di rappresentatività. Questo va nella direzione di rafforzare la contrattazione collettiva e può essere un passaggio storico. Per il resto, una paga minima oraria di 9€ valida laddove non vi è copertura dei contratti nazionali può far bene al (finto) lavoro autonomo. In sintesi, più che un problema di salario minimo bisognerebbe affrontare il tema del giusto salario.

Ma a proposito di salari bassi in Italia, non vi è anche un problema di produttività del lavoro?
Si, ma la media della produttività del lavoro nelle nostre aziende sopra i 50 dipendenti è in linea con la media europea. Questo ci dice che il problema della produttività esiste nella micro e piccola impresa dove, io penso, esisterà sempre per varie ragioni e, in particolare, per la difficoltà di avvicinare alla cultura organizzativa quei contesti produttivi che tradizionalmente passano di padre in figlio.

Un’ultima cosa visto che si faceva cenno al caso Foodora. Perché la sentenza della Corte d’appello di Torino secondo lei è così importante?
Questa sentenza può segnare l’inizio di una nuova vita per i cosiddetti nuovi lavori. La tendenza ad assegnare le nuove forme al lavoro autonomo è sempre stata preponderante. Oggi però la magistratura rimanda un caso significativo al lavoro subordinato. Ciò vuol dire che la galassia dei nuovi lavori inizia concretamente a fare i conti con aspetti tipici del lavoro tradizionale. Se si avrà la capacità di andare a fondo del caso, è questo un punto di non ritorno.

“L’ITALIA DEL LAVORO MANDA UN SEGNALE FORTE A QUELLA DELLE CHIACCHIERE”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Manifestazione nazionale Cgil, Cisl e Uil ”#Futuroallavoro” (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Duecentomila persone hanno partecipato alla manifestazione #FuturoalLavoro promossa da Cgil Cisl Uil a cui ha aderito anche una folta delegazione di imprenditori. Un segnale forte di unità che ora chiede un cambio di passo al governo. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0 e osservatore del mondo del lavoro.

Sabella, da tempo non si vedeva un’iniziativa unitaria così significativa. Cosa possiamo dire dopo la giornata di ieri?
Indubbiamente è una giornata che si porta dietro molte suggestioni: innanzitutto, si continua a parlare di crisi del sindacato ma #FuturoalLavoro ci dice che i lavoratori credono ancora nelle loro rappresentanze nonostante la crisi, nonostante le disuguaglianze crescenti, nonostante la frammentazione del lavoro e il regresso della giustizia sociale. Evidentemente, il sindacato è ancora una grossa burocrazia ma – in questi anni durissimi per il lavoro – è stato l’unico soggetto in grado di non lasciare sole le persone, di continuare ad essere un riferimento. Inoltre, è stata una manifestazione molto partecipata, poteva non esserlo. Certamente va tenuto conto, anche, dell’effetto Landini.

L’ex leader della Fiom arriva da un percorso sindacale tutt’altro che all’insegna dell’unità. Come lo vede alla guida della Cgil?
Landini riporta il sindacato a essere soggetto popolare: i lavoratori lo amano, lo sentono come un loro vero rappresentante. Ciò può dar origine a una nuova fase, proprio per l’effervescenza che Landini riverbera sulla base. Alla fine, il senso più vero delle organizzazioni sta nella loro capacità aggregativa e nel superare i loro limiti di natura burocratica. Da leader della Fiom – al di là dei suoi errori – il suo sforzo è sempre andato in questa direzione. Tuttavia, per l’appunto, se si vuol agire per fermare le politiche sbagliate di questo governo – che più che un esecutivo pare un comitato elettorale – c’è bisogno di un forte passo unitario. È indispensabile quindi, oltre al sentimento popolare, un serio lavoro programmatico da parte di Cgil Cisl Uil nel segno dell’innovazione.

Secondo lei le tre sigle ne saranno in grado?
Penso di si e, sinceramente, lo voglio sperare. Perché la situazione del Paese è critica. Non veniamo da anni di abbondanza ma, comunque, dopo 14 trimestri di crescita, da due trimestri è tornato il segno meno e la produzione industriale è in forte calo: è il risultato della sfiducia che questo governo ha prodotto e che ha portato ad un contraccolpo negli investimenti. Anche perché, dentro la cosiddetta manovra del cambiamento, non vi è nessuna misura per lo sviluppo.

Nonostante i dati sulla produzione industriale e le rilevazioni di BankItalia, nel governo c’è chi accusa di “stime apocalittiche” e annuncia un nuovo boom economico…
Questa tendenza a delegittimare le istituzioni è pericolosa, è come giocare col fuoco. La verità è che questo è il governo delle chiacchiere, a cui ieri l’Italia che lavora ha mandato un segnale forte. Adesso minacciano di azzerare i vertici di BankItalia e Consob ma è difficile occultare del tutto la realtà. Questi signori non hanno contezza dei problemi e sono del tutto inadeguati al compito. La mancanza di misure di crescita economica dentro la manovra è un fatto grave, tutte le economie avanzate stanno investendo su Industria 4.0 e noi ci fermiamo proprio laddove possiamo eccellere: l’Italia, secondo paese manifatturiero d’Europa, è fortissima nelle tecnologie abilitanti dell’industria 4.0 seppur debole nella loro integrazione perché, come al solito, siamo poco capaci di fare sistema. Qui bisogna investire! Non può essere il reddito di cittadinanza a produrre il boom economico, questo lo può fare solo il lavoro. E la consapevolezza del sindacato unito è un fatto di realismo e di speranza, in netta controtendenza al populismo fuori controllo della politica.

A questo punto, che tipo di sviluppi prevede?
Vedo difficile che il governo possa ignorare quello che è successo ieri. Credo che il Presidente Conte e Di Maio, in quanto SuperMinistro dello sviluppo economico e del lavoro, valuteranno di aprire un tavolo di confronto con le Parti sociali. La cosa più interessante di tutto, però, è che il sindacato ha scelto una strada per nulla scontata, quella di spiegare a lavoratori e pensionati perché reddito di cittadinanza e quota 100 non vanno bene. Questo mi sembra un interessante segnale di coraggio e di vitalità: l’Italia può ripartire soltanto se iniziamo a dirci come stanno le cose.

“Con una Cgil unita batteremo il sovranismo”. Intervista a Vincenzo Colla

Domani a Bari si apre il XVIII della Cgil. Un congresso dall’esito incerto sul prossimo successore di Susanna Camusso, Vincenzo Colla e Maurizio Landini sono i candidati alla Segreteria Generale. Ma è anche il Congresso che dovrà indicare una strada per il maggior sindacato italiano in questa epoca segnata dalla cultura politica ed economica del sovranismo. Quale strada intraprenderà la Cgil? Ne parliamo con un protagonista di questo Congresso, e candidato alla Segreteria Generale, Vincenzo Colla.

Vincenzo Colla, partiamo, per iniziare, dagli ultimi dati sulla produzione industriale e dalle previsioni della Banca d’Italia. Sono dati preoccupanti, e ci dicono che nel nostro paese c’è un allarme recessione. Eppure, nel governo, c’è chi  afferma che sono “stime apocalittiche” e auspica un nuovo boom economico. Le chiedo : secondo lei il governo ha consapevolezza della realtà?
Dire boom economico mentre l’istat dichiara un calo drastico degli ordinativi industriali, certifica il vuoto politico del governo, tutto giocato a truccare le verità ed una fondamentale è ormai certa: il Pil di questo Paese nel 2019 sarà meno dell’1 per cento, come Bankitalia ha purtroppo certificato nei giorni scorsi. Pertanto non avremo un occupato in più e saremo con più debito e blocco degli investimenti. Uno scenario che alimenterà la bolla del lavoro povero, sottopagato, in continuità con quella cultura industriale che pensa ,che siccome non si svaluta la moneta svalutiamo il lavoro i diritti. È la via bassa che alimenta la precarietà e rende precari i prodotti e le imprese .

Veniamo alla “manovra del popolo”. Il governo insiste sulle due misure di “bandiera”:  reddito di cittadinanza e quota, 100. Vogliamo dare una lettura “sociale” di questa manovra?
Il nostro giudizio è netto. Ed è negativo anche adesso che si vanno definendo i provvedimenti: quota cento è temporanea e non modifica la legge Fornero, lasciando un vuoto proprio sulle fasce del lavoro povero, debole, femminile e sui migranti. Non dà alcuna risposta al vero problema che è la discontinuità lavorativa. Inoltre non creerà quel lavoro aggiuntivo, atteso soprattutto dai giovani, né ricambio generazionale. La mia proposta è che bisogna creare lavoro di cittadinanza, non reddito di cittadinanza. Vuol dire che se utilizzo soldi pubblici, devo subito inserire le persone dentro un canale di lavoro. Faccio un esempio: se vivo a Gioia Tauro, lo Stato deve fare un grande investimento nel porto. Un processo che crea lavoro di cittadinanza su un investimento pubblico. Se invece io a Gioia Tauro do il reddito di cittadinanza, una certezza ce l’ho: il lavoro non arriverà mai.

E sulla famosa “flat tax”, ridotta alle partite Iva fino a 65000€, qual è il suo giudizio?
Questo è un punto cruciale ed inaccettabile. Perché questo è il vero condono. La flat tax costa 5 miliardi ai contribuenti e determina una disparità anticostituzionale: a parità di reddito si verifica che, un ad professionista o impresa a partita Iva viene applicata un’unica aliquota al 15 per cento. Mentre l’aliquota fiscale più bassa per un lavoratore od un pensionato varia dal 23 fino ad arrivare al 41 per cento.Si tratta di una misura che crea ulteriore disuguaglianza fra soggetti deboli e poveri. Attenzione: si sta costruendo una bolla di marginalità sociale in un paese che, per questa via, rinuncia a creare opportunità di lavoro. Quindi questa misura viola il principio costituzionale della progressività fiscale. Con la facile prevedibile conseguenza di ulteriore evasione fiscale sulle spalle di lavoratori e pensionati che già oggi contribuiscono alle entrate Irpef per oltre l’80 per cento. Inoltre avremmo il proliferare di partite Iva di comodo, un meccanismo cioè che spingerà fuori dal lavoro contrattualizzato migliaia di lavoratori verso un rapporto di lavoro fintamente autonomo, privo di alcuna tutela. Una sorta di “uberizzazione”, per intenderci, del lavoro dipendente. Siamo all’essenza di un turboliberismo che progetta precarietà ed assenza di diritti. Si va verso un Paese socialmente precario con prodotti di bassa qualità. Altro che made in Italy!

Quali sono gli altri limiti della manovra? La politica industriale? Gli investimenti sul futuro dei giovani?
Di politica industriale non si parla da tempo nel Paese e noi lo denunciamo da anni. Anche questa volta, col governo del cambiamento, nulla di nuovo sotto il sole. Di investimenti altrettanto. Sembra che non ci si renda conto che il lavoro riparte soltanto attraverso misure che incentivano iniziative di investimento -sia private che pubblico- atte a far ripartire un ciclo virtuoso che crea nuova occupazione, dando una risposta in particolare alla fame di lavoro dei giovani e delle donne. Specie nel Sud. Tornando ancora sul reddito di cittadinanza. Per come è formulato, il reddito cittadinanza è una misura assistenziale che non sembra dare alcuna seria risposta alla povertà. E crea un paradosso sul lato delle politiche attive: una contraddizione fra chi, pur lavorando non arriva a quella quota di reddito e chi andrà a percepirlo ma non riceverà mai una proposta di lavoro, e non per sua responsabilità. Quanto alla povertà, una risposta più adeguata era senza dubbio il Rei. Nei cinque milioni che l’Istat colloca nella povertà assoluta ci sono anziani, persone con fragilità soggettive. Una risposta a questa frammentazione è prendere in carico questi soggetti nell’ambito territoriale. Che vuol dire servizio sanitario, scolastico, servizi di sostegno erogati dai Comuni, compresi possibili percorsi dedicati all’inserimento lavorativo.

Il quadro complessivo che esce fuori è quello di una manovra elettorale. Il sindacato si sta preparando ad una mobilitazione. Ma non è troppo tardi? Non le sembra che ci sia stato un troppo attendismo?
Una risposta al governo è già stata definita unitariamente con Cisl e Uil da diverse settimane ed il 9 febbraio prossimo la mobilitazione di lavoratori e pensionati non potrà sfuggire all’attenzione del governo. La manovra, come già detto, non crea lavoro, riduce gli investimenti, penalizza scuola e sanità. Per questo manifesteremo. Il nostro giudizio, lo ripeto ancora, è netto. Se permane questa impostazione, continueremo nella mobilitazione anche dopo il 9 febbraio. Penso che il vero scontro in atto è con la cultura di questo governo. Chiamiamola col suo nome: si chiama destra.

Come vede il ruolo del sindacato confederale nel tempo del sovranismo? C’è spazio per l’unità sindacale?
Nell’epoca della cultura sovranista, che spero diventi minoritaria nel tempo, dobbiamo rafforzare l’unità sindacale. Questo “perché il sovranismo ha un suo “schema” generale. Siamo nel pieno di una stagione politica, che dura da qualche anno, che vuole sottrarre alle persone la libertà di organizzarsi attraverso i corpi intermedi. Questo non vuol dire solo ridurre gli spazi di partecipazione ma acquisire la forza di parlare direttamente agli individui in modo da renderli più soli e soprattutto più deboli. Il tema dei corpi intermedi in un mondo globale è ancora più fondamentale. per risolvere la complessità è sufficiente un soggetto che dall’alto parla direttamente al popolo. È quanto di più lontano e sbagliato per governare le complessità di un paese. Anche in Italia si sta verificando questo errore : al posto di incrementare la partecipazione la si diminuisce, perché si consegna una delega piena ad un soggetto che, se la sbaglia, la sbaglia per tutto il paese. Il “pensaci tu”, quindi, è un errore  grave che non può reggere oggi. In questo vuoto, dove i partiti sono debolissimi, anche i governi, centrale e locali, agiscono nella logica perversa e perdente della totale disintermediazione.

Una parola sulla sinistra. Lei auspica di prendere la tessera di un grande partito progressista. Mi sembra di capire che il PD non le basta. È così?
Si, non basta. Di fronte allo scenario che ho descritto penso si debba poter allargare un cultura progressista che sia oggi fortemente improntata alla crescente sensibilità ecologista. Un ambientalismo che coniughi le nuove frontiere dello sviluppo economico con il vincolo della sostenibilità L’Europa va tenuta, ma va cambiata. se rimane cosi ‘viene vissuta come un problema. è ovvio che in questo scenario, i sovranisti dominano la scena, perché è più facile dire “ padroni a casa nostra”. Ma padroni a casa nostra di che? Se lo scontro di Trump con la Cina porta ad una diminuzione del prodotto interno lordo mondiale le conseguenze sono già evidenti. Siamo un paese che ha evitato il baratro grazie a export e turismo , e vogliamo alzare nuove frontiere , puntiamo su dazi e barriere doganali? Ma si vuol prendere atto che questo è un paese di trasformazione e di componentistica di qualità e con quelle scelte saremmo i primi a farne le spese. Se il Prodotto interno lordo risulta dell’1% come dice Bankitalia si rischia di avere una situazione in cui al posto di creare lavoro si avranno ammortizzatori sociali aumentando la bolla di lavoro povero e precario. Con queste politiche si aumentano le paure, perché con il lavoro precario non si ha più futuro, ma si fa anche un paese precario dal punto di vista economico e sociale. Quindi va ribaltata la capacità di come si crea valore aggiunto e come redistribuirlo.

Quindi giudica positivamente l’iniziativa di Calenda?
Lasciamo stare i soggetti, ma non biasimo chi si muove in un’operazione democratica per mettere al centro ogni idea di tenuta valoriale dell’Europa e che contrasta i sovranismi dei dazi e delle barriere . La grande tenuta democratica dell’Europa deriva dal fatto di essere riusciti a fare la più grande redistribuzione, che è stato il welfare, l’istruzione, la sanità. Dentro ad un’Europa che sta nel mondo e che di fronte ad una grande innovazione come quella della digitalizzazione si propone una nuova mediazione di welfare innovativo, che dia una risposta alle povertà e si propone di garantire le persone ad una vita dignitosa.

Veniamo alla Cgil. Domani si apre  il Congresso. Siete Arrivati alla fine delle assemblee con una mozione che ha raccolto il 98% dei consensi. Sia lei che Landini la sostenete. Qual è il senso della sua candidatura? Cosa la differenzia da Landini?
Ci sarà un motivo se i documenti politici vengono votati a voto palese e le persone che si candidano sono votate a voto segreto. Questo perché si ritiene che sui soggetti ogni delegato, o dirigente, decide liberamente chi scegliere: chi ha dimostrato avere le caratteristiche per portare avanti quel progetto. E’ una cosa normale. C’è un progetto che ha raccolto il 98% dei consensi, il come si applica ovviamente ci sono sensibilità diverse, storie di agire diverso. Ma quelle storie vanno tenute insieme, come ci sono nei luoghi di lavoro, nel territorio. Io lavorerò fino alla fine per riuscire a fare una sintesi che sia in grado di rappresentare questa complessità, che è un patrimonio.

“Marx aveva ragione, Camusso no. L’elezione di Landini non è scontata”. Intervista a Giuseppe Sabella

Sta per finire l’anno ed è tempo di bilanci. Il 2018 sarà ricordato, comunque la si possa pensare, come un anno di cambiamento, in cui inizia una fase nuova del Paese. Nello stesso periodo storico in cui si afferma il populismo in Italia, non solo il sindacato si ritrova a fare i conti con una politica del tutto inconsueta; inoltre, la stessa Cgil – che resta il sindacato più grande – è immersa nel suo percorso congressuale che la porta a decidere del suo nuovo corso. Come noto, Camusso ha indicato Landini come suo successore ma ne è nata un forte discussione interna che ha molto a che vedere con presente e futuro della politica. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0 e osservatore del mondo sindacale.

Sabella, dopo la designazione di Landini si è aperta una forte discussione in Cgil e, anche, al di fuori del sindacato di corso d’Italia. Qual è la situazione?

Destino vuole che la Cgil viva un congresso così importante nel duecentesimo anniversario della nascita di Karl Marx, che resta il più grande critico dell’economia capitalista, quantomeno delle sue derive. Per fare una battuta potremmo dire “Marx aveva ragione, Camusso no” visto che la segretaria uscente porta alla fase decisiva del Congresso la più grande organizzazione sindacale d’Italia spaccata in due: chi condivide l’investitura di Landini e chi non la condivide. Non è una grande situazione, né per la Cgil né per il Paese che ha bisogno di un sindacato unito. E se è divisa la Cgil, quale unità possiamo auspicare?

Ma come si arriva a questo punto?

Camusso dice che ha proceduto ad ascoltare il gruppo dirigente e ne ha tratto un’indicazione. Ma come è possibile che quest’indicazione coincida col nome di Landini se poi il gruppo dirigente non si mostra d’accordo? Del resto, Miceli – segretario generale chimici – ha detto pubblicamente “a me la questione non è mai stata posta”. Camusso probabilmente ha ritenuto che Landini fosse l’uomo giusto – e questo è un tema – ma evidentemente nelle modalità di designazione del candidato qualcosa non ha funzionato.

E adesso cosa succede? Si parla di un’altra candidatura e si fa il nome di Colla…

L’ultima riunione del direttivo della Cgil – vero luogo decisionale – apre ad una seconda candidatura considerata la discussione che ne è sorta. Le voci sono sempre più insistenti da questo punto di vista e io penso che questa seconda candidatura ci sarà e che possa esprimere un consenso interno superiore a quello che ha Landini, la cui elezione non mi sembra così scontata. Lui stesso, nelle sue apparizioni in TV è stato molto cauto sulla sua elezione. Ad ogni modo, portare alla contrapposizione le due anime della Cgil che esistono da sempre è un errore che si poteva evitare. Penso tuttavia che la statura delle persone coinvolte possa evitare lo scontro. Serve, infatti, una Cgil unita, perché c’è bisogno di un’unità nuova e forte dentro tutto il movimento sindacale. Non si possono vincere le sfide che ci attendono senza questa unità alla base.

Quando parla di sfide, a cosa si riferisce?

Per dirla con le parole del sociologo Mauro Magatti, bisogna costruire un rapporto nuovo tra economia e società. E ciò passa da una riscrittura dei diritti del lavoro – da una nuova Carta o Statuto che dir si voglia – e da un piano per lo sviluppo. Come si fa a fare queste cose se non si dialoga unitariamente? È una sfida già persa in partenza… Ma poi c’è un’altra questione di fondo ancor più macroscopica.

Quale?

Vi è un terzo aspetto che, io penso, è decisivo per le sorti della nostra democrazia rappresentativa. Non c’è nessun altro soggetto organizzato, oltre al sindacato, in grado di difendere la democrazia dall’attacco sovranista che fa leva non sul processo che lega la persona alle Istituzioni – attraverso i corpi intermedi – ma su un legame diretto: è un’idea vecchia che arriva dalla Rivoluzione Francese, lo Stato è espressione del Popolo e il Popolo è nello Stato. Ora, non è che il Popolo non sia nello Stato, ma se eliminiamo il processo faticoso che è alla base di questo rapporto – l’intermediazione tra Persona-Comunità-Istituzioni svolta dai corpi intermedi – viene meno il fondamento della democrazia rappresentativa. Io penso che questo sia un grande compito che hanno le forze sociali, quello di ristabilire un equilibrio che i movimenti sovranisti stanno alterando.

Non si tratta di un problema che forse parte da un po’ più lontano?

Si, ha ragione. Per onestà, va anche detto che il primo a stressare questo equilibrio è stato Berlusconi e che lo stesso Renzi per anni ha governato ricorrendo sistematicamente allo strumento del decreto legge. Evidentemente, anche la nostra democrazia – come quelle di tutto il mondo – ha qualche problema. Tuttavia, oggi il fenomeno conosce la forma di disintermediazione più avanzata che se non sarà affrontata porterà la democrazia ad una deriva preoccupante. È questa una sfida alla portata del sindacato visto che in Italia le sole CGIL CISL UIL rappresentano 11 milioni di persone. Certo, la loro capacità di “fare cultura” si è un po’ appannata in questi anni – mentre è resistita quella di rappresentare le persone nei luoghi di lavoro – ma io penso che con un’opportuna riflessione / riorganizzazione interna questa possibilità di tornare a incidere a livello culturale sia una possibilità concreta. Soprattutto se si considera che con il congresso della CGIL, inevitabilmente, partirà un nuovo corso per l’intero movimento sindacale.

Quindi, per ristabilire un equilibrio democratico nel Paese, meglio Landini o Colla alla guida della Cgil?

Io auspico che le due anime della Cgil trovino un punto di incontro. Gli stessi Landini e Colla sono due bravi sindacalisti: il primo resta il più bravo a muovere le persone – anche questo è importante – il secondo è molto capace a livello organizzativo, non a caso è il nome su cui converge quella parte di gruppo dirigente che non ha condiviso la scelta di Landini. Se in Cgil si trovasse una mediazione, questa sarebbe una grande lezione di democrazia per il Paese. Oggi questo presunto nuovo che avanza si diverte a citare Rousseau. Ricordo che il filosofo francese in quel suo grande scritto che è “Il contratto sociale” quando parlava di volontà generale non intendeva la volontà della maggioranza. Si riferiva, invece, al volere del popolo inteso come bisogno, anche, inespresso e inconsapevole. Questo è il compito che hanno le elite, ovvero le classi dirigenti: quello di capire i bisogni della comunità e di darvi risposta. Ciò implica delle scelte anche coraggiose che non sempre coincidono con quello che la gente si aspetta. Rinunciare alle giuste decisioni, in nome del consenso, significa venir meno alla propria missione.

La Cgil al bivio dopo l’annuncio della candidatura Landini. Intervista a Giuseppe Sabella

Lunedì sera si è riunita la Sergreteria Confederale della Cgil. È stata una seduta accesa per via dell’investitura che il Segretario Generale Susanna Camusso ha conferito a Maurizio Landini in vista del Congresso di Bari (gennaio 2019) che eleggerà, appunto, il nuovo leader della Cgil. In corsa ci sono appunto Maurizio Landini e Vincenzo Colla. Abbiamo chiesto dettagli a Giuseppe Sabella, direttore di Think-in, e (insieme a Giuliano Cazzola) autore del recente libro L’altra storia del sindacato – dal secondo dopoguerra agli anni di Industry 4.0, Rubbettino Editore.

Sabella, come ha accolto la notizia dell’inidicazione di Landini da parte di Camusso?

Era nell’aria, non sono rimasto sorpreso. E nemmeno per il fatto che ben sette membri (su nove) della Segreteria della Cgil siano d’accordo con l’indicazione che ha dato Camusso. Ma non sarà la Segreteria ad eleggere il nuovo Segretario Generale, quindi non è semplice capire le evoluzioni del caso. Certo è che la Cgil si avvicina al Congresso divisa, ma non di tratta di una frattura che nasce lunedì. I prodromi si erano visti circa un mese sui social network, dopo le Giornate del Lavoro di Lecce, quando i dirigenti della Cgil si sono divisi non solo sulle parole del Ministro Savona ma, soprattutto, sull’opportunità della sua presenza.

Come nasce la candidatura di Maurizio Landini?

Camusso ha sostenuto le ragioni dell’investitura a Landini sulla base di un “ascolto” effettuato durante l’estate in tutta l’organizzazione tra le categorie e le Camere del lavoro e nel corso del quale il nome dell’ex segretario dei metalmeccanici sarebbe stato il più gettonato. Il disegno pro Landini non è di ieri. In realtà, la candidata ideale per Susanna Camusso era Serena Sorrentino – oggi segretaria generale del Pubblico Impiego – sul cui nome il gruppo dirigente della Cgil ha però reagito con un po’ di freddezza. È in questo clima che è nata la candidatura di Colla.

E come vede la candidatura di Colla?

È una candidatura molto appoggiata, nonostante l’investitura di Landini. Colla ha il sostegno dell’area riformista della Cgil, di categorie di peso come i pensionati, gli edili, i chimici-tessili, i lavoratori dei trasporti e delle telecomunicazioni. Landini non sembra così sostenuto – sono con lui i metalmeccanici, il pubblico impiego e gli alimentaristi – ma tutto può succedere. C’è da dire, anche, che proprio nelle ultime ore Franco Martini – che qualcuno indicava come possibile traghettatore – ha proposto il profilo di un “giovane” alla guida della Cgil e la federazione del commercio, che in un primo momento era con Camusso, lo ha seguito. Quindi, si è eroso un pezzo importante che poteva sostenere Landini. Ma tutto può succedere.

Lei come pensa possa evolvere la situazione?

Landini e Colla sono due ottimi sindacalisti ma molto diversi tra loro. Al di là delle valutazioni che possono fare gli organi competenti della Cgil, ho qualche dubbio che l’indicazione della Segretaria Generale possa fare breccia per tante ragioni, a cominciare dal fatto che sono in molti ad aver dato una mano a Camusso ad arginare Landini proprio quando l’ex leader dei metalmeccanici si mostrava piuttosto “eversivo” nei confronti della sua Confederazione, al di là del fatto che in qualche occasione si potesse condividere la sua posizione. Mi sembra difficile che oggi il gruppo dirigente, che ne ha contenuto la sua esuberanza, passi a sostenerlo.

È un’inidicazione che si porta dietro qualche contraddizione…

Si, del resto il sindacato resta l’unico luogo dove il pluralismo resiste e le contraddizione vengono superate.

Quanto è importante il Congresso della Cgil per il movimento sindacale?

SI tratta di un giro di boa fondamentale, io credo che – comunque vada – il Congresso della Cgil originerà un processo di cambiamento nell’intero mondo sindacale. Al di là del fatto che il vero protagonismo sindacale, nel futuro prossimo, sarà nei luoghi di lavoro.