“L’ITALIA DEL LAVORO MANDA UN SEGNALE FORTE A QUELLA DELLE CHIACCHIERE”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Manifestazione nazionale Cgil, Cisl e Uil ”#Futuroallavoro” (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Duecentomila persone hanno partecipato alla manifestazione #FuturoalLavoro promossa da Cgil Cisl Uil a cui ha aderito anche una folta delegazione di imprenditori. Un segnale forte di unità che ora chiede un cambio di passo al governo. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0 e osservatore del mondo del lavoro.

Sabella, da tempo non si vedeva un’iniziativa unitaria così significativa. Cosa possiamo dire dopo la giornata di ieri?
Indubbiamente è una giornata che si porta dietro molte suggestioni: innanzitutto, si continua a parlare di crisi del sindacato ma #FuturoalLavoro ci dice che i lavoratori credono ancora nelle loro rappresentanze nonostante la crisi, nonostante le disuguaglianze crescenti, nonostante la frammentazione del lavoro e il regresso della giustizia sociale. Evidentemente, il sindacato è ancora una grossa burocrazia ma – in questi anni durissimi per il lavoro – è stato l’unico soggetto in grado di non lasciare sole le persone, di continuare ad essere un riferimento. Inoltre, è stata una manifestazione molto partecipata, poteva non esserlo. Certamente va tenuto conto, anche, dell’effetto Landini.

L’ex leader della Fiom arriva da un percorso sindacale tutt’altro che all’insegna dell’unità. Come lo vede alla guida della Cgil?
Landini riporta il sindacato a essere soggetto popolare: i lavoratori lo amano, lo sentono come un loro vero rappresentante. Ciò può dar origine a una nuova fase, proprio per l’effervescenza che Landini riverbera sulla base. Alla fine, il senso più vero delle organizzazioni sta nella loro capacità aggregativa e nel superare i loro limiti di natura burocratica. Da leader della Fiom – al di là dei suoi errori – il suo sforzo è sempre andato in questa direzione. Tuttavia, per l’appunto, se si vuol agire per fermare le politiche sbagliate di questo governo – che più che un esecutivo pare un comitato elettorale – c’è bisogno di un forte passo unitario. È indispensabile quindi, oltre al sentimento popolare, un serio lavoro programmatico da parte di Cgil Cisl Uil nel segno dell’innovazione.

Secondo lei le tre sigle ne saranno in grado?
Penso di si e, sinceramente, lo voglio sperare. Perché la situazione del Paese è critica. Non veniamo da anni di abbondanza ma, comunque, dopo 14 trimestri di crescita, da due trimestri è tornato il segno meno e la produzione industriale è in forte calo: è il risultato della sfiducia che questo governo ha prodotto e che ha portato ad un contraccolpo negli investimenti. Anche perché, dentro la cosiddetta manovra del cambiamento, non vi è nessuna misura per lo sviluppo.

Nonostante i dati sulla produzione industriale e le rilevazioni di BankItalia, nel governo c’è chi accusa di “stime apocalittiche” e annuncia un nuovo boom economico…
Questa tendenza a delegittimare le istituzioni è pericolosa, è come giocare col fuoco. La verità è che questo è il governo delle chiacchiere, a cui ieri l’Italia che lavora ha mandato un segnale forte. Adesso minacciano di azzerare i vertici di BankItalia e Consob ma è difficile occultare del tutto la realtà. Questi signori non hanno contezza dei problemi e sono del tutto inadeguati al compito. La mancanza di misure di crescita economica dentro la manovra è un fatto grave, tutte le economie avanzate stanno investendo su Industria 4.0 e noi ci fermiamo proprio laddove possiamo eccellere: l’Italia, secondo paese manifatturiero d’Europa, è fortissima nelle tecnologie abilitanti dell’industria 4.0 seppur debole nella loro integrazione perché, come al solito, siamo poco capaci di fare sistema. Qui bisogna investire! Non può essere il reddito di cittadinanza a produrre il boom economico, questo lo può fare solo il lavoro. E la consapevolezza del sindacato unito è un fatto di realismo e di speranza, in netta controtendenza al populismo fuori controllo della politica.

A questo punto, che tipo di sviluppi prevede?
Vedo difficile che il governo possa ignorare quello che è successo ieri. Credo che il Presidente Conte e Di Maio, in quanto SuperMinistro dello sviluppo economico e del lavoro, valuteranno di aprire un tavolo di confronto con le Parti sociali. La cosa più interessante di tutto, però, è che il sindacato ha scelto una strada per nulla scontata, quella di spiegare a lavoratori e pensionati perché reddito di cittadinanza e quota 100 non vanno bene. Questo mi sembra un interessante segnale di coraggio e di vitalità: l’Italia può ripartire soltanto se iniziamo a dirci come stanno le cose.

“Con una Cgil unita batteremo il sovranismo”. Intervista a Vincenzo Colla

Domani a Bari si apre il XVIII della Cgil. Un congresso dall’esito incerto sul prossimo successore di Susanna Camusso, Vincenzo Colla e Maurizio Landini sono i candidati alla Segreteria Generale. Ma è anche il Congresso che dovrà indicare una strada per il maggior sindacato italiano in questa epoca segnata dalla cultura politica ed economica del sovranismo. Quale strada intraprenderà la Cgil? Ne parliamo con un protagonista di questo Congresso, e candidato alla Segreteria Generale, Vincenzo Colla.

Vincenzo Colla, partiamo, per iniziare, dagli ultimi dati sulla produzione industriale e dalle previsioni della Banca d’Italia. Sono dati preoccupanti, e ci dicono che nel nostro paese c’è un allarme recessione. Eppure, nel governo, c’è chi  afferma che sono “stime apocalittiche” e auspica un nuovo boom economico. Le chiedo : secondo lei il governo ha consapevolezza della realtà?
Dire boom economico mentre l’istat dichiara un calo drastico degli ordinativi industriali, certifica il vuoto politico del governo, tutto giocato a truccare le verità ed una fondamentale è ormai certa: il Pil di questo Paese nel 2019 sarà meno dell’1 per cento, come Bankitalia ha purtroppo certificato nei giorni scorsi. Pertanto non avremo un occupato in più e saremo con più debito e blocco degli investimenti. Uno scenario che alimenterà la bolla del lavoro povero, sottopagato, in continuità con quella cultura industriale che pensa ,che siccome non si svaluta la moneta svalutiamo il lavoro i diritti. È la via bassa che alimenta la precarietà e rende precari i prodotti e le imprese .

Veniamo alla “manovra del popolo”. Il governo insiste sulle due misure di “bandiera”:  reddito di cittadinanza e quota, 100. Vogliamo dare una lettura “sociale” di questa manovra?
Il nostro giudizio è netto. Ed è negativo anche adesso che si vanno definendo i provvedimenti: quota cento è temporanea e non modifica la legge Fornero, lasciando un vuoto proprio sulle fasce del lavoro povero, debole, femminile e sui migranti. Non dà alcuna risposta al vero problema che è la discontinuità lavorativa. Inoltre non creerà quel lavoro aggiuntivo, atteso soprattutto dai giovani, né ricambio generazionale. La mia proposta è che bisogna creare lavoro di cittadinanza, non reddito di cittadinanza. Vuol dire che se utilizzo soldi pubblici, devo subito inserire le persone dentro un canale di lavoro. Faccio un esempio: se vivo a Gioia Tauro, lo Stato deve fare un grande investimento nel porto. Un processo che crea lavoro di cittadinanza su un investimento pubblico. Se invece io a Gioia Tauro do il reddito di cittadinanza, una certezza ce l’ho: il lavoro non arriverà mai.

E sulla famosa “flat tax”, ridotta alle partite Iva fino a 65000€, qual è il suo giudizio?
Questo è un punto cruciale ed inaccettabile. Perché questo è il vero condono. La flat tax costa 5 miliardi ai contribuenti e determina una disparità anticostituzionale: a parità di reddito si verifica che, un ad professionista o impresa a partita Iva viene applicata un’unica aliquota al 15 per cento. Mentre l’aliquota fiscale più bassa per un lavoratore od un pensionato varia dal 23 fino ad arrivare al 41 per cento.Si tratta di una misura che crea ulteriore disuguaglianza fra soggetti deboli e poveri. Attenzione: si sta costruendo una bolla di marginalità sociale in un paese che, per questa via, rinuncia a creare opportunità di lavoro. Quindi questa misura viola il principio costituzionale della progressività fiscale. Con la facile prevedibile conseguenza di ulteriore evasione fiscale sulle spalle di lavoratori e pensionati che già oggi contribuiscono alle entrate Irpef per oltre l’80 per cento. Inoltre avremmo il proliferare di partite Iva di comodo, un meccanismo cioè che spingerà fuori dal lavoro contrattualizzato migliaia di lavoratori verso un rapporto di lavoro fintamente autonomo, privo di alcuna tutela. Una sorta di “uberizzazione”, per intenderci, del lavoro dipendente. Siamo all’essenza di un turboliberismo che progetta precarietà ed assenza di diritti. Si va verso un Paese socialmente precario con prodotti di bassa qualità. Altro che made in Italy!

Quali sono gli altri limiti della manovra? La politica industriale? Gli investimenti sul futuro dei giovani?
Di politica industriale non si parla da tempo nel Paese e noi lo denunciamo da anni. Anche questa volta, col governo del cambiamento, nulla di nuovo sotto il sole. Di investimenti altrettanto. Sembra che non ci si renda conto che il lavoro riparte soltanto attraverso misure che incentivano iniziative di investimento -sia private che pubblico- atte a far ripartire un ciclo virtuoso che crea nuova occupazione, dando una risposta in particolare alla fame di lavoro dei giovani e delle donne. Specie nel Sud. Tornando ancora sul reddito di cittadinanza. Per come è formulato, il reddito cittadinanza è una misura assistenziale che non sembra dare alcuna seria risposta alla povertà. E crea un paradosso sul lato delle politiche attive: una contraddizione fra chi, pur lavorando non arriva a quella quota di reddito e chi andrà a percepirlo ma non riceverà mai una proposta di lavoro, e non per sua responsabilità. Quanto alla povertà, una risposta più adeguata era senza dubbio il Rei. Nei cinque milioni che l’Istat colloca nella povertà assoluta ci sono anziani, persone con fragilità soggettive. Una risposta a questa frammentazione è prendere in carico questi soggetti nell’ambito territoriale. Che vuol dire servizio sanitario, scolastico, servizi di sostegno erogati dai Comuni, compresi possibili percorsi dedicati all’inserimento lavorativo.

Il quadro complessivo che esce fuori è quello di una manovra elettorale. Il sindacato si sta preparando ad una mobilitazione. Ma non è troppo tardi? Non le sembra che ci sia stato un troppo attendismo?
Una risposta al governo è già stata definita unitariamente con Cisl e Uil da diverse settimane ed il 9 febbraio prossimo la mobilitazione di lavoratori e pensionati non potrà sfuggire all’attenzione del governo. La manovra, come già detto, non crea lavoro, riduce gli investimenti, penalizza scuola e sanità. Per questo manifesteremo. Il nostro giudizio, lo ripeto ancora, è netto. Se permane questa impostazione, continueremo nella mobilitazione anche dopo il 9 febbraio. Penso che il vero scontro in atto è con la cultura di questo governo. Chiamiamola col suo nome: si chiama destra.

Come vede il ruolo del sindacato confederale nel tempo del sovranismo? C’è spazio per l’unità sindacale?
Nell’epoca della cultura sovranista, che spero diventi minoritaria nel tempo, dobbiamo rafforzare l’unità sindacale. Questo “perché il sovranismo ha un suo “schema” generale. Siamo nel pieno di una stagione politica, che dura da qualche anno, che vuole sottrarre alle persone la libertà di organizzarsi attraverso i corpi intermedi. Questo non vuol dire solo ridurre gli spazi di partecipazione ma acquisire la forza di parlare direttamente agli individui in modo da renderli più soli e soprattutto più deboli. Il tema dei corpi intermedi in un mondo globale è ancora più fondamentale. per risolvere la complessità è sufficiente un soggetto che dall’alto parla direttamente al popolo. È quanto di più lontano e sbagliato per governare le complessità di un paese. Anche in Italia si sta verificando questo errore : al posto di incrementare la partecipazione la si diminuisce, perché si consegna una delega piena ad un soggetto che, se la sbaglia, la sbaglia per tutto il paese. Il “pensaci tu”, quindi, è un errore  grave che non può reggere oggi. In questo vuoto, dove i partiti sono debolissimi, anche i governi, centrale e locali, agiscono nella logica perversa e perdente della totale disintermediazione.

Una parola sulla sinistra. Lei auspica di prendere la tessera di un grande partito progressista. Mi sembra di capire che il PD non le basta. È così?
Si, non basta. Di fronte allo scenario che ho descritto penso si debba poter allargare un cultura progressista che sia oggi fortemente improntata alla crescente sensibilità ecologista. Un ambientalismo che coniughi le nuove frontiere dello sviluppo economico con il vincolo della sostenibilità L’Europa va tenuta, ma va cambiata. se rimane cosi ‘viene vissuta come un problema. è ovvio che in questo scenario, i sovranisti dominano la scena, perché è più facile dire “ padroni a casa nostra”. Ma padroni a casa nostra di che? Se lo scontro di Trump con la Cina porta ad una diminuzione del prodotto interno lordo mondiale le conseguenze sono già evidenti. Siamo un paese che ha evitato il baratro grazie a export e turismo , e vogliamo alzare nuove frontiere , puntiamo su dazi e barriere doganali? Ma si vuol prendere atto che questo è un paese di trasformazione e di componentistica di qualità e con quelle scelte saremmo i primi a farne le spese. Se il Prodotto interno lordo risulta dell’1% come dice Bankitalia si rischia di avere una situazione in cui al posto di creare lavoro si avranno ammortizzatori sociali aumentando la bolla di lavoro povero e precario. Con queste politiche si aumentano le paure, perché con il lavoro precario non si ha più futuro, ma si fa anche un paese precario dal punto di vista economico e sociale. Quindi va ribaltata la capacità di come si crea valore aggiunto e come redistribuirlo.

Quindi giudica positivamente l’iniziativa di Calenda?
Lasciamo stare i soggetti, ma non biasimo chi si muove in un’operazione democratica per mettere al centro ogni idea di tenuta valoriale dell’Europa e che contrasta i sovranismi dei dazi e delle barriere . La grande tenuta democratica dell’Europa deriva dal fatto di essere riusciti a fare la più grande redistribuzione, che è stato il welfare, l’istruzione, la sanità. Dentro ad un’Europa che sta nel mondo e che di fronte ad una grande innovazione come quella della digitalizzazione si propone una nuova mediazione di welfare innovativo, che dia una risposta alle povertà e si propone di garantire le persone ad una vita dignitosa.

Veniamo alla Cgil. Domani si apre  il Congresso. Siete Arrivati alla fine delle assemblee con una mozione che ha raccolto il 98% dei consensi. Sia lei che Landini la sostenete. Qual è il senso della sua candidatura? Cosa la differenzia da Landini?
Ci sarà un motivo se i documenti politici vengono votati a voto palese e le persone che si candidano sono votate a voto segreto. Questo perché si ritiene che sui soggetti ogni delegato, o dirigente, decide liberamente chi scegliere: chi ha dimostrato avere le caratteristiche per portare avanti quel progetto. E’ una cosa normale. C’è un progetto che ha raccolto il 98% dei consensi, il come si applica ovviamente ci sono sensibilità diverse, storie di agire diverso. Ma quelle storie vanno tenute insieme, come ci sono nei luoghi di lavoro, nel territorio. Io lavorerò fino alla fine per riuscire a fare una sintesi che sia in grado di rappresentare questa complessità, che è un patrimonio.

“Marx aveva ragione, Camusso no. L’elezione di Landini non è scontata”. Intervista a Giuseppe Sabella

Sta per finire l’anno ed è tempo di bilanci. Il 2018 sarà ricordato, comunque la si possa pensare, come un anno di cambiamento, in cui inizia una fase nuova del Paese. Nello stesso periodo storico in cui si afferma il populismo in Italia, non solo il sindacato si ritrova a fare i conti con una politica del tutto inconsueta; inoltre, la stessa Cgil – che resta il sindacato più grande – è immersa nel suo percorso congressuale che la porta a decidere del suo nuovo corso. Come noto, Camusso ha indicato Landini come suo successore ma ne è nata un forte discussione interna che ha molto a che vedere con presente e futuro della politica. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0 e osservatore del mondo sindacale.

Sabella, dopo la designazione di Landini si è aperta una forte discussione in Cgil e, anche, al di fuori del sindacato di corso d’Italia. Qual è la situazione?

Destino vuole che la Cgil viva un congresso così importante nel duecentesimo anniversario della nascita di Karl Marx, che resta il più grande critico dell’economia capitalista, quantomeno delle sue derive. Per fare una battuta potremmo dire “Marx aveva ragione, Camusso no” visto che la segretaria uscente porta alla fase decisiva del Congresso la più grande organizzazione sindacale d’Italia spaccata in due: chi condivide l’investitura di Landini e chi non la condivide. Non è una grande situazione, né per la Cgil né per il Paese che ha bisogno di un sindacato unito. E se è divisa la Cgil, quale unità possiamo auspicare?

Ma come si arriva a questo punto?

Camusso dice che ha proceduto ad ascoltare il gruppo dirigente e ne ha tratto un’indicazione. Ma come è possibile che quest’indicazione coincida col nome di Landini se poi il gruppo dirigente non si mostra d’accordo? Del resto, Miceli – segretario generale chimici – ha detto pubblicamente “a me la questione non è mai stata posta”. Camusso probabilmente ha ritenuto che Landini fosse l’uomo giusto – e questo è un tema – ma evidentemente nelle modalità di designazione del candidato qualcosa non ha funzionato.

E adesso cosa succede? Si parla di un’altra candidatura e si fa il nome di Colla…

L’ultima riunione del direttivo della Cgil – vero luogo decisionale – apre ad una seconda candidatura considerata la discussione che ne è sorta. Le voci sono sempre più insistenti da questo punto di vista e io penso che questa seconda candidatura ci sarà e che possa esprimere un consenso interno superiore a quello che ha Landini, la cui elezione non mi sembra così scontata. Lui stesso, nelle sue apparizioni in TV è stato molto cauto sulla sua elezione. Ad ogni modo, portare alla contrapposizione le due anime della Cgil che esistono da sempre è un errore che si poteva evitare. Penso tuttavia che la statura delle persone coinvolte possa evitare lo scontro. Serve, infatti, una Cgil unita, perché c’è bisogno di un’unità nuova e forte dentro tutto il movimento sindacale. Non si possono vincere le sfide che ci attendono senza questa unità alla base.

Quando parla di sfide, a cosa si riferisce?

Per dirla con le parole del sociologo Mauro Magatti, bisogna costruire un rapporto nuovo tra economia e società. E ciò passa da una riscrittura dei diritti del lavoro – da una nuova Carta o Statuto che dir si voglia – e da un piano per lo sviluppo. Come si fa a fare queste cose se non si dialoga unitariamente? È una sfida già persa in partenza… Ma poi c’è un’altra questione di fondo ancor più macroscopica.

Quale?

Vi è un terzo aspetto che, io penso, è decisivo per le sorti della nostra democrazia rappresentativa. Non c’è nessun altro soggetto organizzato, oltre al sindacato, in grado di difendere la democrazia dall’attacco sovranista che fa leva non sul processo che lega la persona alle Istituzioni – attraverso i corpi intermedi – ma su un legame diretto: è un’idea vecchia che arriva dalla Rivoluzione Francese, lo Stato è espressione del Popolo e il Popolo è nello Stato. Ora, non è che il Popolo non sia nello Stato, ma se eliminiamo il processo faticoso che è alla base di questo rapporto – l’intermediazione tra Persona-Comunità-Istituzioni svolta dai corpi intermedi – viene meno il fondamento della democrazia rappresentativa. Io penso che questo sia un grande compito che hanno le forze sociali, quello di ristabilire un equilibrio che i movimenti sovranisti stanno alterando.

Non si tratta di un problema che forse parte da un po’ più lontano?

Si, ha ragione. Per onestà, va anche detto che il primo a stressare questo equilibrio è stato Berlusconi e che lo stesso Renzi per anni ha governato ricorrendo sistematicamente allo strumento del decreto legge. Evidentemente, anche la nostra democrazia – come quelle di tutto il mondo – ha qualche problema. Tuttavia, oggi il fenomeno conosce la forma di disintermediazione più avanzata che se non sarà affrontata porterà la democrazia ad una deriva preoccupante. È questa una sfida alla portata del sindacato visto che in Italia le sole CGIL CISL UIL rappresentano 11 milioni di persone. Certo, la loro capacità di “fare cultura” si è un po’ appannata in questi anni – mentre è resistita quella di rappresentare le persone nei luoghi di lavoro – ma io penso che con un’opportuna riflessione / riorganizzazione interna questa possibilità di tornare a incidere a livello culturale sia una possibilità concreta. Soprattutto se si considera che con il congresso della CGIL, inevitabilmente, partirà un nuovo corso per l’intero movimento sindacale.

Quindi, per ristabilire un equilibrio democratico nel Paese, meglio Landini o Colla alla guida della Cgil?

Io auspico che le due anime della Cgil trovino un punto di incontro. Gli stessi Landini e Colla sono due bravi sindacalisti: il primo resta il più bravo a muovere le persone – anche questo è importante – il secondo è molto capace a livello organizzativo, non a caso è il nome su cui converge quella parte di gruppo dirigente che non ha condiviso la scelta di Landini. Se in Cgil si trovasse una mediazione, questa sarebbe una grande lezione di democrazia per il Paese. Oggi questo presunto nuovo che avanza si diverte a citare Rousseau. Ricordo che il filosofo francese in quel suo grande scritto che è “Il contratto sociale” quando parlava di volontà generale non intendeva la volontà della maggioranza. Si riferiva, invece, al volere del popolo inteso come bisogno, anche, inespresso e inconsapevole. Questo è il compito che hanno le elite, ovvero le classi dirigenti: quello di capire i bisogni della comunità e di darvi risposta. Ciò implica delle scelte anche coraggiose che non sempre coincidono con quello che la gente si aspetta. Rinunciare alle giuste decisioni, in nome del consenso, significa venir meno alla propria missione.

La Cgil al bivio dopo l’annuncio della candidatura Landini. Intervista a Giuseppe Sabella

Lunedì sera si è riunita la Sergreteria Confederale della Cgil. È stata una seduta accesa per via dell’investitura che il Segretario Generale Susanna Camusso ha conferito a Maurizio Landini in vista del Congresso di Bari (gennaio 2019) che eleggerà, appunto, il nuovo leader della Cgil. In corsa ci sono appunto Maurizio Landini e Vincenzo Colla. Abbiamo chiesto dettagli a Giuseppe Sabella, direttore di Think-in, e (insieme a Giuliano Cazzola) autore del recente libro L’altra storia del sindacato – dal secondo dopoguerra agli anni di Industry 4.0, Rubbettino Editore.

Sabella, come ha accolto la notizia dell’inidicazione di Landini da parte di Camusso?

Era nell’aria, non sono rimasto sorpreso. E nemmeno per il fatto che ben sette membri (su nove) della Segreteria della Cgil siano d’accordo con l’indicazione che ha dato Camusso. Ma non sarà la Segreteria ad eleggere il nuovo Segretario Generale, quindi non è semplice capire le evoluzioni del caso. Certo è che la Cgil si avvicina al Congresso divisa, ma non di tratta di una frattura che nasce lunedì. I prodromi si erano visti circa un mese sui social network, dopo le Giornate del Lavoro di Lecce, quando i dirigenti della Cgil si sono divisi non solo sulle parole del Ministro Savona ma, soprattutto, sull’opportunità della sua presenza.

Come nasce la candidatura di Maurizio Landini?

Camusso ha sostenuto le ragioni dell’investitura a Landini sulla base di un “ascolto” effettuato durante l’estate in tutta l’organizzazione tra le categorie e le Camere del lavoro e nel corso del quale il nome dell’ex segretario dei metalmeccanici sarebbe stato il più gettonato. Il disegno pro Landini non è di ieri. In realtà, la candidata ideale per Susanna Camusso era Serena Sorrentino – oggi segretaria generale del Pubblico Impiego – sul cui nome il gruppo dirigente della Cgil ha però reagito con un po’ di freddezza. È in questo clima che è nata la candidatura di Colla.

E come vede la candidatura di Colla?

È una candidatura molto appoggiata, nonostante l’investitura di Landini. Colla ha il sostegno dell’area riformista della Cgil, di categorie di peso come i pensionati, gli edili, i chimici-tessili, i lavoratori dei trasporti e delle telecomunicazioni. Landini non sembra così sostenuto – sono con lui i metalmeccanici, il pubblico impiego e gli alimentaristi – ma tutto può succedere. C’è da dire, anche, che proprio nelle ultime ore Franco Martini – che qualcuno indicava come possibile traghettatore – ha proposto il profilo di un “giovane” alla guida della Cgil e la federazione del commercio, che in un primo momento era con Camusso, lo ha seguito. Quindi, si è eroso un pezzo importante che poteva sostenere Landini. Ma tutto può succedere.

Lei come pensa possa evolvere la situazione?

Landini e Colla sono due ottimi sindacalisti ma molto diversi tra loro. Al di là delle valutazioni che possono fare gli organi competenti della Cgil, ho qualche dubbio che l’indicazione della Segretaria Generale possa fare breccia per tante ragioni, a cominciare dal fatto che sono in molti ad aver dato una mano a Camusso ad arginare Landini proprio quando l’ex leader dei metalmeccanici si mostrava piuttosto “eversivo” nei confronti della sua Confederazione, al di là del fatto che in qualche occasione si potesse condividere la sua posizione. Mi sembra difficile che oggi il gruppo dirigente, che ne ha contenuto la sua esuberanza, passi a sostenerlo.

È un’inidicazione che si porta dietro qualche contraddizione…

Si, del resto il sindacato resta l’unico luogo dove il pluralismo resiste e le contraddizione vengono superate.

Quanto è importante il Congresso della Cgil per il movimento sindacale?

SI tratta di un giro di boa fondamentale, io credo che – comunque vada – il Congresso della Cgil originerà un processo di cambiamento nell’intero mondo sindacale. Al di là del fatto che il vero protagonismo sindacale, nel futuro prossimo, sarà nei luoghi di lavoro.

Se il sindacato vuole avere un futuro. Un testo di Pierre Carniti

Pierre Carniti (Augusto Casasoli /A3/CONTRASTO)

Pubblichiamo, per gentile concessione della Testata on line eguaglianzaeliberta.it , uno degli ultimi scritti di   Pierre Carniti, scomparso ieri, a Roma, all’età di 81  anni. Carniti, uno dei grandi protagonisti delle lotte sindacali degli anni ’70 – 80, dapprima  come leader dei metalmeccanici e poi da Segretario generale della Cisl, lascia in eredità al movimento sindacale italiano un patrimonio di idee riformiste, fatto di scelta coraggiose, e uno stile sindacale unico. I funerali del grande sindacalista si svolgeranno domani a Roma (alle ore 10) presso la Chiesa di Santa Teresa d’Avila (Corso d’Italia 37).

Ha un futuro il sindacalismo confederale? Intorno a questo domanda è apparsa negli ultimi anni una consistente letteratura, sia nazionale che internazionale. Dipinti spesso in passato come forti e minacciosi, i sindacati dei paesi avanzati vengono attualmente considerati in declino. Secondo numerosi analisti, il declino sarebbe causato dalla aggressività delle politiche neo-liberiste, dalla integrazione globale dei mercati, dalla frantumazione del mercato del lavoro.

Nulla autorizza però a ritenere che il destino del sindacato sia segnato in modo chiaro ed ineluttabile. Certo, in alcuni paesi (specialmente negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia) si è già verificata una significativa diminuzione delle adesioni. In Italia la Cgil ha ammesso un calo degli iscritti: secondo un rapporto interno, ad abbandonare la confederazione sarebbero soprattutto i giovani ed i precari. Per la Cisl e la Uil non sono stati resi disponili dati. Ma si può presumere che anche per loro si stiano verificando le tendenze in atto nella Cgil. Questo indicatore negativo è un segnale di perdita di influenza del sindacato e di un decadimento al quale si dovrebbe cercare di porre rimedio con l’attivazione di strategie appropriate ed efficaci. Purtroppo per ora non ci sono segni di una evoluzione in questo senso.

La prima misura che dovrebbe essere presa in considerazione (ed anche la più ovvia) consiste in un sindacalismo più inclusivo. Capace cioè di rivolgersi concretamente a tutti i segmenti del lavoro che cambia e di rappresentare quindi anche i lavoratori temporanei ed atipici. Vale a dire quella quota del mondo del lavoro (sempre molto consistente) che non rientra nelle tradizionali modalità d’impiego ed a cui il sindacato ha storicamente dato voce. Ovviamente si tratta di una iniziativa facile da enunciare e più difficile da realizzare. Ma su cui è indispensabile investire creatività e risorse. Sia economiche che umane.

La seconda è quella di conciliare la definizione ed il perseguimento di obiettivi di equità sociale con una puntuale tutela delle condizioni di lavoro e della sua remunerazione. A questo fine si impongono alcune considerazioni, sia sulle condizioni che possono permettere al movimento sindacale di incidere sulle scelte di politica economica e sociale, che sul rapporto tra concertazione e contrattazione.

Incominciamo da quest’ultimo aspetto. Con alti e bassi, la concertazione ha alle spalle una esperienza che dura ormai da oltre un quarto di secolo. I primi esperimenti risalgono infatti al periodo 76/79, con i governi di Unità nazionale presieduti da Andreotti. Altri esercizi di concertazione sono stati realizzati con il governo Fanfani (1983), poi con il governo Craxi (1984), infine con il governo Ciampi (1993). In tutte queste occasioni la concertazione si è realizzata sulla base di uno scambio politico. Nella prima fase l’oggetto dello scambio è stata la moderazione salariale in alternativa a politiche monetarie restrittive (diversamente inevitabili in conseguenza dell’impennata dell’inflazione e del mutamento delle ragioni di scambio indotto dalle crisi petrolifere). Poi la predeterminazione dell’inflazione, rapportandovi coerentemente tutte le indicizzazioni, dai prezzi, alle tariffe, alle rendite, alla dinamica del salario nominale (inclusa la scala mobile). Infine l’abolizione della scala mobile per accompagnare l’ingresso della lira nell’euro e consentire una politica economica tendenzialmente più espansiva, in funzione di una maggiore occupazione.

Come confermano tutte queste esperienze, la prima cosa da rilevare è che lo scambio politico presuppone sempre un elevato grado di centralizzazione delle relazioni sindacali. Ma proprio per questa ragione, è del tutto evidente che si tratta di una particolare modalità di rapporti utilizzabile solo in situazioni particolari e per periodi di tempo circoscritti. Se, al contrario, la concertazione dovesse costituire una gabbia permanente per le relazioni sindacali, diventerebbe inevitabile mettere in conto il rischio di una disintegrazione delle organizzazioni sindacali e conseguenti iniziative rivendicative centrifughe. Cioè iniziative destinate a svilupparsi fatalmente al di fuori e persino contro gli impegni assunti dal sindacato. Cosa che costituisce sicuramente un problema.

La seconda considerazione è che concertazione e dialogo sociale, contrariamente a quanto si deduce dalla vulgata mediatica, o anche dalle dichiarazioni di numerosi sindacalisti, non sono affatto sinonimi. Non si tratta di una banale questione semantica. La concertazione si basa infatti sull’assunzione di obblighi e vincoli alle rispettive politiche, reciprocamente concordati e verificabili, in funzione del raggiungimento di obiettivi condivisi e formalizzati. Mentre il dialogo sociale può essere definito una sorta di clausola di stile nel rapporto tra le parti. E’ infatti un atteggiamento di interlocuzione e di reciproca comprensione. Basato sul desiderio di capire e farsi capire. Nulla impedisce che possa diventare funzionale al chiarimento ed all’intesa. Ma può anche semplicemente risolversi nel fatto che ciascuno si limita a motivare la propria opinione. Evitando così, come ama dire Renzi, inutili perdite di tempo. Che non a caso si limita a convocare le parti alle 8,30 a Palazzo Chigi chiudendo l’incontro alle 9. Cioè il tempo per un caffè. Perché il premier ha tanto altro da fare. Comportamento riprovevole che non lascia nessuna traccia sulle politiche che saranno adottate. E’ la conferma che il dialogo non è altro che una forma di consultazione per valutare la reazione dell’interlocutore in rapporto all’assunzione di determinate misure od iniziative da parte del governo. Si può dire quindi che, in definitiva, il dialogo è soprattutto una modalità di conoscenza. Sul piano dei rapporti istituzionali è, in qualche misura, l’equivalente di ciò che sono i sondaggi di opinione sul piano politico.

Un’altra confusione che andrebbe evitata è quella tra concertazione e contrattazione. La concertazione è lo strumento (o la modalità) con cui affrontare e risolvere problemi che hanno implicazioni macroeconomiche e la cui soluzione dipende perciò dalla condotta di tutti i soggetti coinvolti (governo, sindacati ed imprese; da qui la necessità di accordi triangolari) ed ha lo scopo di distribuire, in modo equo e socialmente condiviso, i costi dell’aggiustamento economico. La contrattazione riguarda invece la regolazione delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, o dei pensionati. Riguarda, in sostanza, le relazioni bilaterali ed è, in primo luogo, influenzata dai reciproci rapporti di forza.

Venendo al concreto delle recenti vicende sociali, come già accennato, si è verificata una situazione particolare. Fin dal momento del suo insediamento il governo Renzi, forte di una larga maggioranza alla Camera e convinto della propria autosufficienza, ha proclamato l’intenzione di farla finita con la concertazione, accompagnando il proposito di fare da solo con una generica disponibilità al dialogo sociale. A loro volta Cgil, Cisl ed Uil, in diverse occasioni, hanno deplorato la determinazione del governo di sbarazzarsi del metodo della concertazione. Tuttavia non è mai risultato particolarmente chiaro su cosa esse avrebbero voluto concertare. In effetti una esigenza risulterebbe evidente. Ed è quella di una necessaria revisione dell’accordo triangolare del 1993. Accordo che, come il protagonista del Cavaliere inesistente di Italo Calvino, era morto, ma continuava a combattere.

La ragione è semplice. Con quell’accordo triangolare è stata infatti abolita ogni forma di indicizzazione dei salari. Indicizzazione che, per quasi mezzo secolo, era stata assicurata dall’istituto della scala mobile. L’abolizione della scala mobile ha però lasciato aperto il problema di come garantire la difesa del potere d’acquisto e quindi del salario reale. In effetti i contraenti dell’accordo del 1993 avevano immaginato di poterlo risolvere fissando a quattro anni la durata dei contratti nazionali, con una riapertura esclusivamente salariale tra un contratto e l’altro. I risultati non sono stati però quelli attesi. A tanti anni di distanza il motivo risulta abbastanza chiaro.

A partire dal 1993 si è passati infatti da una indicizzazione trimestrale automatica dei salari per mezzo della scala mobile, ad una indicizzazione biennale teorica attraverso la contrattazione. Teorica, sia perché gli incrementi salariali sono stati legati alla inflazione programmata, che da diversi anni è risultata sensibilmente inferiore alla inflazione reale. Ma anche perché la stessa inflazione reale viene misurata sulla base dell’indice Istat dei consumi. Indice che ha poco a che fare con i consumi effettivi delle famiglie dei lavoratori e quindi con il potere d’acquisto dei salari. Infine, teorica perché gran parte dei lavoratori precari (il cui numero è in continuo aumento) e la maggior parte di quelli addetti ai servizi all’impresa (sempre più decentrati fuori dalle aziende) sono, di fatto, esclusi dalla contrattazione.

Questo spiega perché il salario reale continua a diminuire. Il dato appare così evidente che la maggior parte degli analisti e dei commentatori riconoscono ormai esplicitamente che è aperta una questione salariale. Questione che accresce visibilmente inquietudini e sofferenza sociale. Con rischi ed esiti del tutto imprevedibili. Naturalmente non è la prima volta (e non sarà nemmeno l’ultima) che emerge un problema salariale. Problema che, ovviamente, può essere affrontato in mille modi diversi. Compresa la guerra di corsa. In tal caso però, si devono mettere in conto le conseguenze: di un rischioso massimalismo salariale per alcune categorie e settori; dei suoi indesiderabili effetti economici; di un insensato e dannoso aumento delle diseguaglianze.

Per scongiurare questi pericoli appare perciò, non solo ragionevole, ma necessaria una revisione dei contenuti dell’intesa del 1993. La revisione dovrebbe essere fatta tenendo d’occhio due obiettivi. Primo, poiché ci sono settori esposti alla concorrenza internazionale ed altri protetti, la contrattazione dovrebbe cercare di evitare che si formino gravi sperequazioni e diseguaglianze. Questo significa che nei settori protetti potrebbero essere previste, ad esempio, sia clausole di raffreddamento del conflitto, che procedure vincolanti di mediazione affidate ad autorità terze. Secondo, andrebbe tenuto presente che cresce il numero dei lavoratori scarsamente o per nulla coperti dalla contrattazione. I soli lavoratori parasubordinati, iscritti nella apposita gestione separata dell’Inps, sono aumentati notevolmente. Ad essi si deve aggiungere un buon numero di extracomunitari regolarizzati ed ovviamente tutti quelli non regolarizzati. Questa evoluzione dovrebbe sollecitare l’introduzione di misure come il salario minimo garantito; indicizzato al costo della vita, oppure rivalutato annualmente tramite contrattazione interconfederale. Provvedimento non più rinviabile se pensiamo ai casi come quelli di Paola Clemente, di 49 anni, morta di fatica nei campi di Andria, occupata nell’acinellatura per 27 euro al giorno. O a tutti quelli intermediati dal caporalato (nelle imprese agricole, ma non solo) che determinano forme inconcepibili di sfruttamento, che arrivano fino allo schiavismo. Soprattutto nel caso di molti extracomunitari non regolarizzati.

Altrettanto urgente da sciogliere è il nodo cruciale circa le condizioni che possono consentire al sindacato di incidere sulle scelte di politica economica e sociale. A questo riguardo è però essenziale un chiarimento preliminare relativamente ai compiti che esso si propone di assolvere. Se il suo fulcro è la determinazione delle condizioni di lavoro e di salario, non c’è dubbio che esso può benissimo essere realizzato anche in un quadro di pluralismo organizzativo. Sia pure con una duplice avvertenza. Primo: chi pensa sia utile difendere una prospettiva di pluralismo sindacale, dovrebbe fare qualche conto con la democraticità dei propri ordinamenti interni. In particolare chi esalta la dimensione associativa del sindacato avrebbe il dovere di sviluppare una democrazia associativa che appare oggi gravemente claudicante. Questo impegno non corrisponde a esigenze virtuose, o moralistiche. Ma tiene semplicemente conto dello straordinario impatto che una consistente burocrazia sindacale, i suoi destini ed i suoi interessi, hanno nei confronti dei soci. Tanto più quando i motivi personali per associarsi possono risultare del tutto indipendenti da un disegno di trasformazione sociale e dunque, in qualche modo, da un sistema di valori.

Qui viene la seconda osservazione. Nella determinazione delle condizioni di lavoro e di salario, il pluralismo sindacale, entro certi limiti, può esplicarsi abbastanza liberamente. Senza particolari danni e quindi anche senza insuperabili drammi. In un contesto di sufficiente libertà ed anche di accettabile legalità, si possono cioè sperimentare accordi separati ed anche conflitti separati, nella ragionevole certezza che alla fine essi possono produrre un po’ di irrazionalità, ma non scardinano nulla. Per lo meno nulla di decisivo. Certi scioperi, soprattutto nei settori dei servizi che toccano più direttamente la situazione dei cittadini, possono essere disapprovati, ma non ritenuti illegittimi, quando si svolgano nel rispetto di alcune regole condivise e tengano conto della rappresentanza.

La questione vera è però un’altra. Circoscrivendo il compito ed il ruolo del sindacato a salari e condizioni di lavoro il sindacalismo confederale perde gran parte della sua ragione d’essere. Perché il sindacalismo corporativo, cioè senza vincoli di carattere sociale e dunque di valori, può essere più disinvolto e quindi anche più capace di ottenere risultati teoricamente più significativi. Ma se questa diventa la prospettiva essenziale del conflitto sociale bisogna mettere in conto anche un pluralismo che non si articolerà necessariamente intorno od ai margini delle tre grandi confederazioni. Nulla riuscirebbe infatti ad arginare una frantumazione corporativa, per molti versi già tendenzialmente in atto. Basti pensare soltanto alla proliferazione di contratti nazionali (oggi oltre 700), che andrebbero ridotti a non più di qualche decina.

Chi, al contrario, ritiene che l’equità, la giustizia sociale, la lotta alle diseguaglianze ingiustificate, siano compiti da perseguire anche nella società contemporanea, e che quindi permangano le ragioni di fondo che hanno storicamente prodotto l’esperienza del sindacalismo confederale, non può non fare i conti con l’esigenza di unità. Infatti, senza unità il sindacalismo confederale, prima ancora che sulla possibilità di soluzione dei problemi, non è nemmeno in grado di influire sull’agenda dei temi da discutere. E se esso si limita a reagire di rimessa alle iniziative che prende il potere politico o quello economico, diventa pressoché inevitabile il rischio che si produca una divisione tra quanti pensano che la sola cosa da fare è organizzare la protesta e quanti pensano invece che occorra, innanzi tutto, lavorare alla riduzione del danno. Le cose naturalmente non si semplificano, ma al contrario si complicano, quando al confronto sulle iniziative altrui ci si presenta in ordine sparso. Senza piattaforme comuni. Si capisce bene che le piattaforme unitarie non costituiscono una cauzione assoluta contro il rischio di accordi separati. Ma è sicuramente vero l’opposto. Infatti, salvo un miracolo, le piattaforme separate non producono mai un accordo unitario. In ogni caso, il dato incontrovertibile, suffragato dai fatti (recenti e meno recenti) conferma che, in particolare sui temi di politica economica e sociale, la divisione genera solo un risultato: l’impotenza.

Stando così le cose, non servono a nulla gli auspici affinché il pluralismo sindacale riesca comunque a trovare, di tanto in tanto, punti di approdo unitario. Bisogna anche dire chiaramente che la situazione in atto non può scoprire un alibi nel fatto che l’esperienza unitaria è fallita persino in momenti che parevano essere più propizi. Quanto meno in relazione all’orientamento prevalente tra i lavoratori. Tuttavia, il richiamo a precedenti insuccessi appare essenzialmente strumentale. E quindi privo di senso. Intanto perché esso prescinde da un elemento decisivo. Vale a dire il peso che nelle vicende pregresse ha avuto il comunismo, come movimento politico organizzato. Sia per la sua pretesa di interpretare il primato della politica come primato del Partito, che per la regola del centralismo democratico. Regola, secondo la quale, la discussione era libera, ma la solidarietà con il centro al termine della discussione era obbligatoria.

Ormai però, da oltre un quarto di secolo (tanto a livello internazionale che nazionale) il comunismo è scomparso. Quanto meno come movimento politico organizzato. Rimane certamente qualche nostalgico, qualche solitario devoto, ma ovviamente senza alcuna effettiva capacità di influenza sulla dinamiche dei movimenti collettivi. Cos’è allora che può ancora giustificare il persistere del pluralismo di organizzazioni sindacali confederali? La risposta degli addetti ai lavori (in particolare del ceto sindacale, sempre più chiuso nell’ermetismo dei suoi dogmi) è che la spiegazione deve essere ricercata nell’esistenza di differenze sulle politiche. Si tratta tuttavia di un punto di vista del tutto evasivo e perciò privo di persuasività. Infatti le differenze sulle politiche sono sempre esistite. Esisteranno sempre. Esistono anche all’interno di ogni organizzazione. E quando non si manifestano è un brutto segno. Perché vuol dire che si discute troppo poco. Vuol dire che prevale il conformismo, che non è mai il miglior coadiuvante della democrazia interna.

Il problema vero, dunque, non sono le differenze. Del resto il progresso umano è avvenuto perché le diversità tra una cultura ed un’altra, tra un paese ed un altro, sono sempre state assunte come una ricchezza individuale e collettiva insieme. Ovviamente non tutte le diversità sono uguali, non tutte le diversità sono fruttuose, non tutte le diversità sono interessanti. Dobbiamo quindi concepire le diversità non solo come indubbio pregio dell’esistenza degli esseri umani, ma funzionali ad un progetto, ad una idea, ad uno scopo, ad un interesse. E’ questo il motivo che rende la diversità di opinioni in un sistema democratico cosa fondamentale. Se si esclude qualche eccentrico e settario noi siamo oggi pienamente consapevoli che la ragione non sia tutta da una parte e dall’altra il torto. Anche se a volte sembra difficile crederlo. Specialmente in Italia. Ma allo stesso tempo siamo sicuri che dal punto di vista cognitivo, della consapevolezza, è un bene che ci sia questa differenza. Perché nelle disparità dei pareri, nelle discussioni, la diversità delle opinioni fruttifica, è generativa. Ovviamente se ciò avviene in un contesto di democrazia. Lo strumento della democrazia diventa infatti il ponte tra individuale e collettivo. Questo e non altro distingue una diversità futile, superflua, inutile o qualche volta addirittura dannosa, da una diversità funzionale al sistema in quanto tale. Perciò la cosa che conta non è la presa d’atto della disparità di opinioni, ma dove si può o si vuole arrivare. Quindi l’esistenza di snodi costruttivi per affrontare le difficoltà che si riscontrano nei percorsi che intraprendiamo. In quanto allora la democrazia è in grado di porre le differenze di opinioni a frutto di una maggiore consapevolezza collettiva.

Per il sindacalismo confederale il problema dunque non è dato dall’esistenza di diversità, di differenti opinioni, deducendone un alibi per l’inazione, è semmai quello di predisporre un meccanismo (nel nostro caso modalità democratiche condivise) che le metta insieme e le faccia diventare una volontà collettiva unica, più alta e più coesa rispetto alla incapacità delle singole organizzazioni di affrontare i problemi pubblici. Stando così le cose la questione che sta di fronte al sindacalismo confederale non è ovviamente quella di ripiegarsi su sé stesso per recriminare sull’esistenza di disparità di opinioni, autocondannandosi all’impotenza ed alla paralisi, quanto piuttosto di stabilire con quali mezzi e metodi, quando le differenze si manifestano, possono essere ricondotte a sintesi unitaria. Il nodo essenziale, allora, è semplicemente quello di stabilire se le organizzazioni sindacali hanno la volontà e la capacità di darsi norme che le mettano in grado di decidere assieme. Soprattutto in presenza di posizioni contrastanti.

A questo fine le regole canoniche della democrazia (cinquanta più uno delle teste) possono risultare inadeguate a stabilizzare una pratica di unità d’azione. Perché venendo da una lunga stagione di divisioni è difficile che una maggioranza di voti sia sufficiente a garantire l’accettazione di un risultato cooperativo, o conflittuale, sostenuto da chi vince il confronto. Decisioni a maggioranza qualificata potrebbero risultare più rassicuranti ed appropriate. Almeno per accompagnare la fase di transizione verso approdi unitari più strutturati e definitivi.

Particolare circospezione e cautela andrebbe anche utilizzata circa l’impiego di strumenti referendari. Soprattutto quando escono dal perimetro dell’azienda per coinvolgere l’insieme dei lavoratori. Sia per l’impossibilità di attivare controlli effettivi sul loro esito reale. Sia soprattutto per impedire che, in assenza di garanzie effettive in ordine al loro svolgimento, la sopraffazione finisca per conculcare la ragione. A nulla infine, se non a pasticciare le cose, servono le stranezze di formule oscure come la democrazia di mandato. Sostitutiva della democrazia rappresentativa. A maggior ragione quando per la così detta democrazia di mandato, viene invocato il presidio di una legislazione regolatrice. Che finirebbe soltanto per aggiungere problema a problema, in quanto il sindacato finirebbe per essere subordinato ad un regime di autorizzazione e di controllo statale ed ai suoi mutevoli equilibri politici. Con inevitabile affievolimento della sua autonomia, della sua libertà, della sua efficacia.

In estrema sintesi, tutto induce a riconoscere che il proposito di ridurre il deficit di incidenza del sindacalismo confederale in una società sviluppata come l’Italia comporti la necessità di agire: tanto sulle difficoltà ad includere i marginali ed i flessibili per evitare una contrazione della sfera sociale in cui l’azione collettiva riesce a contare; quanto sulla capacità di dotarsi di regole condivise (autonome, non eteronome) per decidere assieme.

Chi intende accingersi a questo compito dovrebbe tenere presente un istruttivo dialogo contenuto in Alice nel paese delle meraviglie. Precisamente là dove Alice chiede al gatto Cheshire: “Vorresti per favore dirmi quale strada devo percorrere da qui”? Ed il gatto le risponde: “Dipende da dove vuoi andare”. Perché proprio, come per Alice, anche per il sindacato la cosa essenziale è quella di decidere, innanzi tutto, dove vuole andare. Sia chiaro: in gioco non c’è la sua sopravvivenza, ma il suo ruolo. Infatti, come tutte le istituzioni, anche il sindacato può sopravvivere benissimo a sé stesso. Può benissimo sopravvivere all’abbandono di compiti che pure ha assolto in altre fasi storiche. Ma se tra i suoi scopi decide di mantenere anche il proposito di incidere direttamente sullo sviluppo economico e sociale, per assicurare una più equa distribuzione sia del reddito che delle opportunità di lavoro, allora deve compiere scelte conseguenti. La prima delle quali è che l’unità non può ridursi ad una invocazione, ad un mito, ma deve diventare il terreno di una conquista quotidiana.

E’ probabile che gran parte della letteratura sul declino sindacale esprima più un auspicio che la narrazione di un fatto. Tuttavia sembra difficile negare che il sindacalismo confederale stia attraversando un periodo di nuvole basse e si trovi alle prese con un problema di identità. Che è sempre un problema di strategia. Naturalmente si può pensare che esistano molti modi per cercare di risolverlo. Difficile però anche soltanto provarci, se non si dovesse almeno incominciare ad investirvi unitariamente più risorse e più pensiero.

Dal Sito: http://www.eguaglianzaeliberta.it/web/content/se-il-sindacato-vuole-avere-un-futuro