La nuova “Rivoluzione Metalmeccanica”
Intervista a Giuseppe Sabella

Siamo nell’epoca dell’industria 4.0. Il termine Industria 4.0 (o Industry 4.0) “indica una tendenza dell’automazione industriale che integra alcune nuove tecnologie produttive per migliorare le condizioni di lavoro e aumentare la produttività e la qualità produttiva degli impianti” (da Wikipedia). Il nuovo contesto produttivo pone non pochi problemi al sindacato confederale. Come sta rispondendo a questa sfida? Ne parliamo con Giuseppe Sabella. Sabella è direttore di Think-inthink tank specializzato in lavoro e welfare nel cui comitato scientifico fanno o hanno fatto parte eminenti studiosi e esperti, quali in particolare Tiziano Treu, Giuliano Cazzola e Sergio Belardinelli. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: “Rivoluzione Metalmeccanica – dal caso Fiat al rinnovo unitario del contratto nazionale” (Guerini e Associati, 2017). Il libro è da pochi giorni nelle librerie.

 

Sabella nel suo libro “Rivoluzione Metalmeccanica – dal caso Fiat al rinnovo unitario del contratto nazionale” (Guerini e Associati, 2017), mette in evidenza il nuovo protagonismo dei Sindacati dei metalmeccanici (Fim-Fiom-Uilm). Intanto, prima di addentrarsi nel libro, parliamo per un attimo del Congresso, appena concluso, della Fim-Cisl. Quali sono state le novità strategiche?

Credo che il Congresso della Fim sia stato un evento importante. A parte la grande partecipazione di persone che dimostra che il sindacato – a differenza del partito – è un luogo ancora vivo e capace di aggregare, tutti coloro che hanno avuto modo di prendervi parte hanno potuto percepire nitidamente che la Fim è un’organizzazione che sta guidando la trasformazione del movimento sindacale: è chiaro che qui c’è la consapevolezza di cosa sia il lavoro oggi e di cosa richieda a chi lo rappresenta; per dirlo con parole care a Marco Bentivogli, di cosa sia il Lavoro 4.0: in particolare, contrattazione “sartoriale”, ovvero sempre più prossima all’impresa.

Veniamo al libro. Lei afferma che “i Meccanici stanno ridando la linea al movimento sindacale italiano”. Nella storia italiana, e non solo, non è sempre stato così?

Negli ultimi 20 anni sono state tante le tensioni e le rotture in seno al settore della metalmeccanica. È difficile dare la linea se non c’è unità. Ma la portata delle novità è stata tale – prima il caso Fiat e ora il rinnovo unitario – che oggi la metalmeccanica si pone come riferimento per il sistema delle relazioni industriali. Tuttavia, ogni settore ha la sua storia, la sua cultura, i suoi modelli: quindi, inutile pensare che tutti debbano fare come i meccanici.

Quale tipologia di sindacato si delinea in questa “Rivoluzione Metalmeccanica”?

Un sindacato capace di stare al fianco dell’impresa e di accompagnare la grande trasformazione. L’industria italiana ha risorse eccellenti, non si spiegherebbe altrimenti il successo del made in Italy nel mondo. Certo è che oggi più che mai queste risorse devono lavorare in modo compatto, armonico. In quest’ottica, in particolare nei luoghi di lavoro, il sindacato può essere un grande faro. Lo stesso rimando alla contrattazione aziendale non è soltanto importante per aspetti retributivi, ma anche per costruire il perimetro di regole più funzionale al luoghi di lavoro, all’impresa.

Quali sono i limiti di questa rivoluzione?

Benché in tutte le cose ci sia un limite, il rinnovo metalmeccanico – anche perché unitario – è una bella notizia per il lavoro nel nostro Paese. Certamente sarà la capacità di applicarne i dettami sul campo che farà la differenza. Lo spirito tuttavia è quello giusto, ci sono tutte le condizioni affinché questa grande intesa si possa rivelare un driver di cambiamento.

Come si sviluppa la dialettica, per usare una “categoria” filosofica, tra conflitto e partecipazione? Non mi sembra una questione secondaria anche per il contesto di “Industria 4.0”…

Sicuramente c’è una componente del movimento sindacale più partecipativa ed una che lo è meno. La partecipazione è la strada obbligata verso Industry 4.0, questo perché per vincere la sfida c’è bisogno di tutte le forze in gioco. “La persona al centro” ama ripetere Fabio Storchi – Presidente di Federmeccanica e, insieme a Marco Bentivogli, autore di una delle due postfazioni del libro di Sabella, ndr – ; se questo non è uno slogan, significa che è chiaro a tutti che il futuro dell’industria e delle nostre imprese dipende molto dalla risorsa più importante, dal singolo lavoratore.

Vi sono casi concreti di eccellenza nell’industria metalmeccanica che rispondono al nuovo contesto del 4.0?

Si, a partire da Fiat ora FCA: gli stabilimenti italiani sono l’avanguardia nel mondo. Ma direi anche Ducati, Lamborghini, Brembo, Finmeccanica… insomma, il comparto metalmeccanico non solo vale quasi il 10% del nostro pil – oltre che il 46% dell’intero settore industriale – ma traina anche l’intera manifattura e i suoi prodotti ad alto valore aggiunto fanno il giro del mondo. Sarei però cauto sul contesto 4.0: il sistema produttivo italiano ha molta strada da fare.

Non era scontato che, con la firma del CCNL del 26 novembre 2016, si arrivasse all’unità tra le sigle sindacali. Il caso Fiat era stato lacerante. Oggi parlano tutti la stessa lingua?

Sono costretti a parlarla, ne va della loro stessa sopravvivenza. Oggi chi chiede di essere rappresentato vuole solo una cosa: il lavoro. Basta vedere quanto è costato alla Fiom il caso Fiat, decine di migliaia di tessere: certamente qualcosa è imputabile anche al comportamento antisindacale dell’impresa – che per questo è stata richiamata in sede giudiziale – ma molti lavoratori non hanno condiviso la battaglia di Landini. Lui stesso, a dire il vero, ha pubblicamente riconosciuto di aver sbagliato qualcosa. E oggi Fiom sta lavorando per rientrare in Fiat.

Un tempo l’operaio metalmeccanico incarnava la “classe generale”, era la misura della giustizia sociale. Nella situazione di oggi cosa può rappresentare?

Considerando quanto il settore è stato colpito dalla crisi economica – 300.000 posti di lavoro andati persi – oggi il lavoratore metalmeccanico rappresenta un modello di appartenenza alla comunità: ha sofferto in silenzio e oggi è di nuovo protagonista. Qualcuno si è permesso nell’Aula del Parlamento di dire “non siamo mica metalmeccanici”: in realtà questo certifica una sola cosa, la distanza della politica dal paese reale. E, se pensiamo alla grande capacità di sintesi che arriva da questo rinnovo, questo afferma la grande possibilità di rinascita che la rappresentanza del lavoro oggi ha.

“I ‘nuovi voucher’ sono una via per combattere il lavoro nero, ma non bastano”. Intervista a Marco Bentivogli

La manovra correttiva da 3,4 miliardi nel 2017 concordata con Bruxelles sarà votata, nel pomeriggio, alla Camera, che oggi darà il suo via libera votando la fiducia al maxiemendamento identico al testo licenziato dalla commissione Bilancio, si sono aggiunti alcune novità. A cominciare dal “nuovo voucher”  (PrestO). Il provvedimento è stato oggetto di forte polemica tra il governo e la Cgil. Ma anche tra Pd e i “bersaniani” . Cerchiamo di capire, in questa intervista,  con Marco Bentivogli, Segretario Nazionale della Fim-Cisl, la “natura”  e le criticità dei “nuovi voucher”

 

Bentivogli, ancora una volta i “voucher” sono la “pietra dello scandalo” nell’ambito della regolazione del lavoro occasionale. Il governo dopo averli aboliti, per evitare il Referendum Cgil, adesso li rimette, sotto altro nome (ora si chiamano “PrestO”). Non   le pare un po’ assurdo e, francamente, irritante il comportamento del governo. .Insomma la Cgil, questa volta, ha ragioni da vendere….

Il tema dei “voucher” è sicuramente importante, benché riguardi lo 0.3% sul totale delle ore lavorate nel 2015 in Italia. Ma di fronte ad una disoccupazione giovanile più alta d’Europa e al forte deficit infrastrutturale che pesa sul nostro paese, forse bisognerebbe concentrare gli sforzi  sulla risoluzione dei problemi con il dialogo sociale. Per questo ha ragione da vendere Sabino Cassese quando dice che i costi del tempo perduto sono oramai insostenibili. Come ho avuto già modo di dire sulla vicenda voucher, l’inventore del Gioco Dell’Oca – chissà chi è e chissà se ne ha mai avuto consapevolezza – è anche l’inventore di una straordinaria metafora della vita politica italiana: ogni 10 caselle si ritorna al punto di partenza. Sui voucher è stato fatto un gran pasticcio. La Cgil ha deciso di trasformare uno strumento buono e utile in un’arma di battaglia ideologica, per di più in un clima di campagna elettorale permanente: tutto questo sulla pelle dei lavoratori ed alle loro spalle. Sui “vecchi voucher” sarebbe bastato un provvedimento per riportarli  al loro scopo iniziale, prima che l’asse Alfano-Bersani-Casini, con la riforma del lavoro introdotta dal governo Monti, ne estendesse l’utilizzo agli impieghi non saltuari. Sarebbe stato sufficiente ripristinare le condizioni iniziali, vale a dire ricondurli ai lavori meramente occasionali, dunque ad arma di contrasto del sommerso. La Cgil ha deciso, invece ,di farne una battaglia ideologica, come spesso accade sui temi del lavoro nel nostro Paese. L’abolizione decisa dal governo al fine di scongiurare il referendum si è dimostrata un boomerang politico per il Pd  e Renzi perché in questo modo è stato confermato che a vincere in questo paese è sempre chi frena. Il Pd ha rinunciato a fare battaglia coraggiosa perché è mancato il radicamento tra i tanti italiani che vogliono il cambiamento, cui evidentemente si preferiscono con le élite di fantomatici innovatori. La morale è che i populisti non si inseguono, si sfidano.

Veniamo ai “PrestO”, ci sono novità (certamente la maggiore tracciabilità e trasparenza). Per lei qual è la più importante?

Il “nuovo voucher” PrestO”, dove la “O” maiuscola sta per occasionale, introduce diverse novità e limiti, come quello dell’utilizzo per le imprese solo fino a 5 dipendenti e l’introduzione di una  soglia di 5 mila euro per datori di lavoro e lavoratori e non più di 2500 dallo stesso datore di lavoro. Cambia anche il valore lordo, che passa da 10 a 12 euro orari (10 netti), e si introduce per le famiglie che volessero farvi ricorso per i lavori domestici ( baby sitting, assistenza agli anziani, lezioni, private ecc.) il cosiddetto “libretto famiglia”. Il libretto sarà  nominativo e prefinanziato, conterrà cioè prestazioni da 10 euro l’ora a cui la famiglia dovrà poi aggiungere due euro l’ora che verserà per i contributi Inps e Inail. Mentre per le imprese fino a cinque dipendenti  (escluse quelle edili e degli appalti) i vecchi buoni verranno sostituti da un “contratto di prestazione occasionale”. Per ogni ora di  lavoro il compenso sarà di 9 euro, cui poi si aggiungeranno i contributi Inps, pari al 33% del compenso, e quelli Inail, pari al 3.5%. Le aziende agricole potranno utilizzare per il lavoro occasionale solo pensionati, studenti e disoccupati. Inoltre “ PrestO” non sarà più acquistabile dal tabaccaio, ma dalle imprese potrà essere attivato esclusivamente sulla piattaforma  del’Inps e per cui totalmente tracciabile mentre le famiglie dovranno aprire il libretto sul sito Inps o presso gli uffici Postali.

Le novità quindi sono molte rispetto ai vecchi voucher, che erano uno strumento sicuramente più flessibile ma che si prestava ad alcuni abusi. Di positivo c’è sicuramente la reintroduzione della tracciabilità, che viene rafforzata. Le imprese dovranno comunicare almeno un’ora prima dell’inizio della prestazione i dati sul lavoratore, il luogo di svolgimento della prestazione, l’oggetto, la durata e il compenso. Su quest’ultimo, la novità è che non potrà essere inferiore a 36 euro, il che significa che non saranno consentiti impieghi al di sotto delle 3 ore; così come non sarà possibile andare oltre le quattro ore consecutive. Un’altra rigidità della quale francamente si poteva fare a meno.

Ma è proprio questa la via migliore per combattere il lavoro nero?  

Sicuramente è una via, anche se va aggiustato il tiro su alcuni aspetti. Questa nuova versione dei voucher in effetti sana alcune criticità che contraddistinguevano la vecchia formula.  La cosa più importante è che ci dotiamo di uno strumento in grado di evitare che i lavoratori occasionali ripiombino nel nero, che divengano dei “fantasmi” per il fisco, che restino privi di tutele sul fronte previdenziale e assistenziale. Certo, anche se non voglio andare ad ingrossare le fila dei benaltristi, è evidente che bisogna agire pure su altri fronti: il primo che segnalo è quello dei controlli e dell semplificazione. Purtroppo negli ultimi venti anni tutti i governi hanno disinvestito dall’attività ispettiva, lasciando praterie aperte ai furbi. L’abolizione pura e semplice si è rivelata la solita scorciatoia delle “anime belle” che si vogliono mettere a posto la coscienza ignorando il problema.

La verità è che se la lotta al lavoro nero si vuole fare davvero, e necessario innanzi tutto favorirne l’emersione, con controlli che diano visibilità ai comportamenti devianti. Chi controlla, ad esempio, se quello che sulla carta figura come un part-time in realtà non va oltre l’orario stabilito, con pagamento in nero delle ore extra (sempre che vengano pagate)o non si configuri come un lavoro stagionale?

E’ deluso dal governo? Non sarebbe stato meglio coinvolgere il Sindacato?

Di certo sono deluso per come il governo ha gestito la fase precedente. Prima ha avviato un confronto sulle modifiche dei voucher, ha chiesto ai sindacati il loro parere, poi ha fatto dietrofront e ha stabilito l’abolizione. In questo modo ha penalizzato le posizioni più responsabili e riformiste, premiando invece, per un calcolo politico di corto respiro, quelle più massimaliste. Nessuno pensa che l’epoca della concertazione possa rivivere dopo 30 anni, ma mi chiedo se in questo modo non si finisca per portare l’acqua al mulino di chi, come i movimenti populisti, chiede di saltare ogni mediazione per rivolgersi direttamente alla “gente”. Anche il Pd è stato tentato dalla disintermediazione in un momento i cui si percepiva in posizione di forza. Non vorrei che cadesse nello stesso errore per la ragione opposta, cioè perché, dopo la sconfitta del 4 dicembre, si sente più debole. Credo invece che sia nell’interesse di tutti – anche del governo – valorizzare il dialogo con chi nel sindacato ha scelto la strada delle riforme. Lasciando da parte per un momento la questione dei voucher, vedo con preoccupazione la crisi di fiducia nella politica che attraversa le democrazie occidentali. E’ la crisi che l’ex direttore generale della Bbc Mark Thompson analizza nel suo ultimo libro, in cui viene messo in luce lo stravolgimento del linguaggio del dibattito pubblico che si è prodotto con l’irruzione dei social media. Una comunicazione in cui le notizie hanno vita sempre più breve e le emozioni prevalgono sui giudizi degli esperti spalanca praterie ai populisti e rende sempre più difficile formare l’opinione pubblica. Lo vediamo bene, purtroppo, quando al centro di un dibattito del genere finisce il lavoro. Leggo in queste ore che la manovra del Governo sul “lavoro occasionale”  è un “attacco alla democrazia”. Ormai a sentirli e’ un pericolo quasi quotidiano, penso che il più grande attacco sia delegittimare il senso delle parole con un loro utilizzo roboante che ha il solo effetto di abbassare la guardia da eventuali pericoli reali.

Ultima domanda : questa volta c’è l’ accordo sulla legge elettorale , per lei questo significa andare alle elezioni anticipate ? Oppure pensa che sia meglio concludere la legislatura ?

Non entro nel dibattito sulle elezioni anticipate. In linea di massima mi sembra evidente che una legge elettorale in grado di assicurare, quanto meno sul piano teorico, la possibilità di dotare il paese di un governo stabile vada fatta. Preferivo un sistema maggioritario ma credo che in Italia ci sia una nostalgia di proporzionale. Nel contesto in cui ci troviamo, con l’Europa che ci tiene sotto osservazione sui conti, il profilarsi, dopo le elezioni in Germania, di un rilancio dell’asse franco – tedesco e, non ultimo, la probabile uscita dal Quantitative Easing della Bce, l’instabilità è un rischio che non possiamo permetterci.

“La speranza è un sogno fatto da svegli”. Un testo di Pierre Carniti in occasione dei suoi 80 anni.


pierre-carnitiPubblichiamo il testo dell’intervento di Pierre Carniti all’Auditorium Antonianum, lo storico leader della Cisl negli anni ’70 e ’80 ed uno dei grandi padri del movimento sindacale italiano, , durante la Festa, a Roma, che la CISL ha voluto organizzare per festeggiare i suoi 80 anni.

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Ospiti, tra gli altri, sono stati il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l’ex premier Romano Prodi, Raffaele Morese, ex Segretario Generale aggiunto della Cisl e Annamaria Furlan, Segretaria Generale della Cisl. L’ incontro
è stato anche l’occasione per presentare il volume “Pensiero, azione, autonomia” (Edizioni Lavoro), una raccolta di saggi e testimonianze sull’azione sindacale di Pierre Carniti.

Consentitemi una brevissima premessa. Quando pochi giorni fa Raffaele Morese mi ha comunicato che gli serviva il testo scritto del mio intervento per oggi, richiesta del tutto inconsueta, per un momento mi è balenato il sospetto che la formula canonica utilizzata secoli fa dal censore ecclesiastico per le pubblicazioni a stampa ammesse “Nihil obstat quominus imprimatur” (nulla osta a che sia stampato) fosse stata fatta propria da un oscuro censore laico per gli interventi orali: “nulla osta che sia pronunciato”. Mi sono però subito reso conto che la spiegazione era assai più semplice. Persino banale. Poiché questa riunione ha una durata limitata, gli organizzatori volevano essere certi che non avrei sforato il tempo che mi è stato assegnato.

Venendo al dunque, voglio innanzi tutto ringraziare i tanti che, al di là dei miei indiscutibili limiti, hanno voluto benevolmente manifestarmi, in tutti gli ultimi anni ed anche in occasione di questo incontro, perduranti legami di simpatia ed amicizia. Tuttavia, come dice il proverbio latino: “amicus Plato, sed magis amica veritas”, non posso esimermi dal confermare i “dubbi”, le “perplessità” espresse a Raffaele Morese e Mario Colombo, quando mi hanno informato del loro progetto. Le ragioni delle mie obiezioni erano e restano semplici. Come sappiamo tutti nella pubblicistica dedicata esistono due tipi di scritti. Il primo “in memoria di” per celebrare personaggi defunti più o meno celebri, il secondo in “onore di”, di norma riservati a professori universitari che hanno concluso meritevolmente la loro attività accademica. A parte ogni altra considerazione, voglio sperare che sia prematuro inserirmi nella prima tipologia. Mentre per la seconda è del tutto evidente che non ne ho i requisiti.

Conoscendo le mie obiezioni il bravissimo Paolo Feltrin, con un espediente narrativo, ha trasformato il “suo” scritto in una “mia” auto-commemorazione. Per farla brave, voglio però dire che questo modesto contenzioso, non intacca certo i rapporti di forte amicizia. Del resto la vera amicizia non presuppone affatto la condivisione acritica di tutti i giudizi, di tutte le rispettive opinioni. Resta il fatto che pure questo piccolo diverbio costituisce una conferma della mia diffidenza verso la vulgata popolare, secondo la quale la vecchiaia porta saggezza. Personalmente, resto invece convinto che non è vero che quanto più si invecchia tanto più si diventa saggi. Semplicemente si è meno ascoltati. Del resto lo si osserva anche nel rapporto tra le generazioni. Non fosse altro perché assai spesso i vecchi si ripetono ed i giovani non ascoltano. Risultato: la noia è reciproca.

Venendo al tema che è stato proposto per questo nostro incontro cioè il “lavoro per tutti”, vale a dire l’obiettivo della piena occupazione, dico subito che malgrado al futuro si dovrebbe sempre guardare con ottimismo, per quanto riguarda il lavoro l’Italia sembra sfuggire a questa regola. Il “lavoro per tutti” non c’è ed, allo stato, non esistono realistiche prospettive che la situazione possa cambiare significativamente. Quanto meno nel breve, medio periodo. Intanto perché la crescita annua dello zero virgola (o anche dell’uno per cento) non può risolvere il problema. In quanto non è in grado nemmeno di compensare i posti di lavoro che si perdono per l’effetto del sempre maggiore impiego dell’informatica, della robotica, dell’automazione. Non solo nel settore manifatturiero, ma anche in quello dei servizi. A questa situazione non si riesce certo a porre rimedio con interventi, tanto enfatizzati quanto ininfluenti, della normativa relativa al mercato del lavoro. In quanto, per ben che vada, al massimo sono dei semplici placebo. Aggiungo che ci sono tre cose alle quali non ho mai creduto nella mia vita: gli oroscopi, i pronostici e le interpretazioni statistiche. A quest’ultimo proposito il leader conservatore inglese Benjamin Disraeli sosteneva che ci sono tre tipi di menzogne che non era disposto a sopportare: le bugie, le bugie gravi e le interpretazioni statistiche. Difficile dargli torto, se solo pensiamo al vociante dibattito mediatico che ha accompagnato la pubblicazione mensile e trimestrale dei dati Istat su occupazione e disoccupazione.

In ogni caso, il punto da tenere ben presente è che la disoccupazione dilagante con cui siamo alle prese è la somma di diversi fattori. In primo luogo, una globalizzazione finanziaria sregolata che, pur avendo consentito anche qualche risultato positivo, ad esempio per alcune centinaia di milioni di persone (soprattutto in India ed in Cina) di uscire da una condizione di povertà assoluta, ha tuttavia contemporaneamente prodotto ed assecondato un parallelo aumento di diseguaglianze intollerabili. Sia a livello mondiale, sia soprattutto nei paesi occidentali (in Italia in particolare). Il tutto caratterizzato da una contestuale svalutazione dei diritti e del costo del lavoro, assunti nella maggior parte dei casi, come il terreno fondamentale, se non esclusivo, della competizione commerciale. Inoltre, sul piano economico hanno pesato tanto le politiche deflazionistiche, quanto i limiti di investimenti pubblici e privati sempre più asfittici. Per fare buon peso, negli ultimi anni si è teorizzato e praticato la disintermediazione dei gruppi intermedi. Si è insomma sostenuto che, nella attuale fase economica e sociale, si poteva ormai fare a meno della mediazione delle grandi organizzazioni del lavoro e della contrattazione. il risultato è sotto i nostri occhi. Credo però sia giusto fare anche notare, sperando che non si tratti di fuochi di paglia, qualche positivo segnale di inversione di tendenza negli orientamenti culturali e pratici delle controparti, sia private che pubbliche. Considero un indizio di questo ravvedimento culturale la recente firma del contratto per un milione e seicentomila metalmeccanici e per tre milioni e trecentomila statali.

Tuttavia, per quelle che ho sommariamente richiamato e per tante altre ragioni che potrebbero essere aggiunte, il lavoro, la disoccupazione siano da assumere come il problema cruciale economico e sociale del nostro tempo. Non solo per i milioni di persone coinvolte, ma per quasi tutte le famiglie. Perché più o meno in ogni famiglia c’è uno o più componenti che temono di perdere il lavoro, o lo hanno perso e non riescono più a trovarlo. A cui si somma la condizione sempre più disperante per il futuro dei figli. Costantemente in balia di una dilagante disoccupazione giovanile, che ha superato ogni soglia di tollerabilità. Intendiamoci. Essere disoccupati oggi, malgrado la povertà assoluta tenda continuamente ad aumentare, non significa necessariamente non fare nulla, o morire di fame. Come capitava alla generazione dei nostri padri e dei nostri nonni. Ma significa sempre essere esclusi. Perché. anche se molte cose relative al lavoro sono cambiate, basti pensare: all’organizzazione del lavoro, alla cultura del lavoro, al rapporto tra le persone ed il lavoro. Tuttavia, malgrado le continue trasformazioni, il lavoro resta un fattore decisivo di appartenenza, di identità individuale, familiare, sociale. Infatti in questa società sempre più individualista, disincantata ed indifferente, continuiamo ad essere anche in rapporto a ciò che facciamo. Al punto che la prima domanda che le persone si scambiano per riconoscersi è: “che fai?”. A conferma di quanto il lavoro continui ad essere un elemento imprescindibile di identificazione, di riconoscimento personale, familiare, sociale. Quindi non ci si può, e non ci si dovrebbe rassegnare al dramma di milioni di persone che ne sono deprivate.

Poiché, allo stato, ci troviamo alle prese con una situazione intollerabile cosa si può fare per eliminare, o quanto meno ridurre significativamente, questa grave tracimazione di sofferenza umana? A questo fine, ci sono compiti che spettano ovviamente alla politica. In primo luogo l’adozione di appropriaste misure economiche. A cominciare da investimenti pubblici destinati alla tutela della salute per tutti, alla scuola, ad un più efficiente funzionamento degli strumenti per l’avvio al lavoro, compresa la formazione continua, alla messa in sicurezza del territorio e delle persone. Tutte misure che, assieme ad altre, possono contribuire alla ripresa economica e dunque anche all’aumento dell’occupazione. Si tratta di interventi sicuramente importanti, ma che non bastano se si intende davvero assumere l’obiettivo del “lavoro per tutti”. Bisogna infatti fare i conti con il punto decisivo non offuscabile con discorsi blablatici. E il punto è che, allo stato, non c’e abbastanza lavoro per tutti. Per tutti coloro che vorrebbero lavorare. Perciò l’unico modo per affrontare concretamente il problema è quello di ridurre gli orari e ripartire diversamente il lavoro disponibile. I modi per conseguire questo risultato sono teoricamente innumerevoli. Ma essendo rispettoso dell’autonomia sindacale, non mi permetto di entrare nel merito. Nemmeno con semplici suggerimenti. Intendendo con questa condotta mantenermi fedele ad un comportamento al quale, negli ultimi trent’anni, ho sempre cercato di ispirarmi. Non a caso che, pur essendomi sempre interessato delle questioni generali relative al lavoro (“semel” sindacalista, “semper” sindacalista) mi sono contemporaneamente astenuto dall’esprimere qualsiasi giudizio tanto sulla appropriatezza, o sulla congruità delle piattaforme elaborate, come sugli accordi stipulati,

Non è un caso, del resto, che pur essendo stato proclamato dal congresso confederale dell’85 membro a vita del consiglio generale (come qualcuno tra i più anziani probabilmente ricorderà), non abbia mai partecipato ad alcuna riunione di questo importante organismo di indirizzo strategico. La ragione che mi ha condizionato è molto semplice. Non so se sia ancora in vigore, o se sia stata riformata, oppure se nel frattempo sia caduta in disuso, ma c’era una norma nel diritto canonico la quale prescriveva che quando un parroco lasciava una parrocchia non poteva più ritornare. Neanche per confessare. Norma che credo farebbe bene se fosse estesa anche alle grandi organizzazioni collettive, sociali e politiche. In ogni caso. Intanto, almeno per quel che mi riguarda, ho ritenuto comunque opportuno di uniformarmi.

Per concludere, consentitemi qualche rapida considerazione. Gli ultimi due decenni per i diritti ed il trattamento del lavoro e per le organizzazioni di rappresentanza del lavoro è stato un lunghissimo, interminabile periodo di nuvole basse. Per tornare a vedere il sole occorre innanzi tutto impegnarsi con efficacia e determinazione ad unificare il mondo del lavoro. Normativamente tra pubblico e privato e per includere i milioni di persone ricattate con l’imposizione di contratti atipici che sono, di fatto, esclusi dalla contrattazione e dal riconoscimento di diritti essenziali. Compreso il riconoscimento della dignità del lavoro. Naturalmente la prima condizione per ricomporre il mondo del lavoro è che, a sua volta, il sindacalismo confederale non si presenti frantumato. In sostanza si dimostri capace di combattere la tendenza a trasformare divergenze occasionali, per quanto forti, o supposte tali, in contrapposizioni permanenti. Che determinano solo impotenza e paralisi. Si può senz’altro convenire che nel compito che sta di fronte al sindacalismo confederale non c’è niente di facile, ma ci si deve tutti convincere che non c’è neanche niente di impossibile. Il segreto consiste nel non trasformare mai i motivi di preoccupazione in ragioni di pessimismo.

Finisco con due versi noti a molti, di John Donne (famoso poeta inglese del ‘500) il quale descrive con espressioni commosse, che non andrebbero ignorate, il valore dei rapporti tra individuo ed individuo. Sostenendo che ciascuno vale solo in quanto parte del tutto. Dice infatti Donne: “Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo di continente, una parte del tutto. …… E dunque non chiedere mai per chi suona la campana. Suona per te.”

Ai versi di Donne voglio aggiungere due righe di commento contenute nel bel libro (“Il futuro è nel nostro passato”) in cui, proseguendo sulle orme degli “Adagia” di Erasmo, la nostra amica Fiorella Casucci Camerini interpreta frammenti di saggezza greca e latina per auspicare un nuovo umanesimo. Queste le sue parole: “E oggi in questi nuovi tempi di individualismo sfrenato, di odio, di violenza, del sonno della ragione, in cui il suono della campana per ciascuno di noi è sommerso da un frastuono assordante, è essenziale recuperare il senso di solidarietà, di fraternità e di unione, pena la dissoluzione della comunità”.

Per scongiurare i rischi gravi del tempo che ci è dato di vivere è quindi necessario ricostruire con tenacia, determinazione, impegno costante la speranza in un possibile futuro migliore. Cominciando con il dare riposte concrete alla questione decisiva del “lavoro per tutti”. Senza farci intimorire, bloccare, fuorviare, dalle critiche, dalle obiezioni delle élite del potere economico finanziario. Che, negli ultimi anni. ha costretto la comunità a sopportare durissimi costi umani e sociali.

Credo che si possa finalmente invertire la tendenza. Ma occorre svegliarci. Sia perché non c’è più tempo da perdere. Ma soprattutto perché, come diceva Aristotile, “La speranza è un sogno fatto da svegli”

Intervento al Convegno CISL – ASTROLABIO SOCIALE su “Il lavoro che sarà, per tutti” del 06/12/2016

Il Contratto è il nostro Patto di Fabbrica per Industry 4.0. Intervista a Marco Bentivogli

bentivogli_marcoSabato scorso, dopo 13 mesi di una estenuante trattativa con Federmeccanica, i lavoratori del settore metalmeccanico hanno un contratto. L’intesa siglata dai sindacati di categoria, è stata definita, non senza ragioni, storica. Cerchiamo di capirne di più, in questa intervista, con un protagonista di questa trattaiva: Marco Bentivogli, Segretario Generale della FIM-Cisl.

Finalmente dopo 13 mesi, 1,6 milioni di lavoratori Metalmeccanici, hanno un contratto. Lei ha definito, il nuovo contratto, come il più difficile della storia. Perché? Non è un tantino enfatico?
Non era mai accaduto prima che si rinnovasse il contratto dei metalmeccanici in un contesto così complicato, in un settore che ha perso 300.000 posti di lavoro e con tante aziende ancora in crisi, in un quadro economico-finanziario contrassegnato dalla deflazione e con una controparte, Federmeccanica, che per oltre 10 mesi è rimasta marmorizzata sulla posizione di partenza, cioè di superare completamente il livello nazionale di contrattazione o comunque di arrivare a ridurre i livelli ad uno solo.
Siamo riusciti nell’impresa di convincere gli industriali che 1.600.000 metalmeccanici hanno bisogno di una cornice di regole e di strumenti che li tenga assieme e che contemporaneamente si diffonda la contrattazione di secondo livello e la partecipazione dei lavoratori nelle scelte strategiche delle imprese, attraverso i comitati consultivi di partecipazione.

Quali sono stati i momenti di maggior difficoltà? Quali erano i punti più problematici?
Senza dubbio la rigida posizione iniziale di Federmeccanica (di applicare il Contratto solo al 5% dei lavoratori e nella fase finale di riconoscere a tutti solo una quota (decrescente) dell’inflazione e sul sistema di inquadramento in particolare) è stata un grande ostacolo da superare, ma è servita per compattarci, anche se poi siamo riusciti ad andare oltre le divisioni e a fare importanti passi in avanti, insieme. Verso l’innovazione.

In cosa consiste la svolta, per così dire,  “culturale”  del nuovo contratto? 
Con questo contratto, si riapre la partita delle relazioni industriali del nostro Paese e può essere da stimolo anche per la discussione che si sta affrontando sul nuovo modello contrattuale.
E’ una svolta culturale che si affermi un’impostazione sindacale partecipativa ed autorevole nelle relazioni sindacali. Partecipazione è responsabilità reciproca, condivisione di scelte, anche organizzative, per valorizzare il contributo dei lavoratori e aumentare la produttività delle aziende.
Si superano tutte le ambiguità degli “anche” che dal ’93 avevano sovrapposto i due livelli contrattuali indebolendo entrambi. Lo dico anche per una categoria come la nostra che ha uno dei migliori gradi di copertura della contrattazione di secondo livello (il 37% delle aziende che occupano il 70% dei lavoratori della categoria). Ogni livello avrà un ruolo rinnovato e distinto.

Quali i punti più innovativi?
Oltre alla diffusione – già richiamata – della contrattazione di secondo livello e della partecipazione, i punti innovativi sono tanti e riguardano nuovi diritti o strumenti rinnovati e potenziati. La formazione diventa un diritto soggettivo del lavoratore, 24 ore nel triennio o un budget di 300 euro da spendere per aggiornare e rafforzare la propria professionalità; il welfare contrattuale diviene uno strumento importante per riconoscere risorse completamente detassate che potranno essere modulate a seconda dei bisogni dei lavoratori; inoltre costruiremo uno dei fondi di sanità integrativa più grandi d’Europa e abbiamo centrato l’obiettivo per per un nuovo sistema di inquadramento, quello attuale era fermo al 1973. Inoltre abbiamo rafforzato il ruolo dei rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza e introdotto nuove modalità di conciliazione vita lavoro, con una attenzione particolare anche alle esigenze dei migranti.

Nel contratto c’è una svolta partecipativa e  una maggiore attenzione alla contrattazione di secondo livello. Temi antichi per la Fim-Cisl. La Fiom di Maurizio Landini vi ha seguito su questo terreno. Insomma inizia una nuova storia per il sindacato italiano?
Per tutta la Cisl, fin dal consiglio generale di Ladispoli del 1953, la contrattazione di secondo livello è il nostro faro, perchè – come dicevo prima – solo contrattando nelle singole aziende si può fare vera innovazione nei processi organizzativi e partecipativi. La ricchezza si distribuisce laddove viene generata, cioè in azienda.
Sarà anche in discontinuità ma non ci interessano le dietrologie. Landini, in questa occasione, ha dimostrato lungimiranza e coraggio. Insieme abbiamo saputo scrivere una pagina nuova, di unità che guarda la realtà in avanti, non dallo specchietto retrovisore.

Torniamo al contratto. Sono presenti anche strumenti di Welfare e di previdenza integrativa? C’è attenzione per i giovani lavoratori?
Sì, certo. Da tempo la FIM sta spingendo perchè il tema delle pensioni sia vissuto, dai giovani in particolari, non solo come un tema che riguarda principalmente chi o è già in pensione o ci sta andando. Abbiamo realizzato anche una ricerca sulle future pensioni di 500 giovani metalmeccanici, oggi poco più che ventenni; senza fare allarmismo, la loro pensione rischia di arrivare dopo 50 anni di lavoro, con importi che possono arrivare, se il percorso professionale è stato discontinuo, anche alla metà dell’ultimo stipendio. Ecco perchè abbiamo chiesto di rafforzare la diffusione e l’informazione sulla previdenza complementare e di incrementare il versamento da parte delle aziende dall’1,6% al 2%.
Per quanto riguarda il welfare, sono stati previsti importi importanti (100 euro nel 2017, 150 nel 2018 e 200 euro nel 2019), completamente detassati. Ricordo che, se lo stesso importo fosse stato erogato sotto forma di salario, a causa della tassazione, ne sarebbero arrivati solo 58 euro nelle tasche dei lavoratori, 85 euro nel caso di contrattazione aziendale.
A queste cifre si sommano i 156 euro della sanità integrativa, strumento sempre più importante per le lavoratrici e i lavoratori, totalmente a carico dell’azienda e rivolta anche ai familiari o ai conviventi a carico dei metalmeccanici.

Come si svilupperà la “road map” per l’approvazione del contratto?
Giovedì 1 dicembre abbiamo convocato l’assemblea nazionale FIM-FIOM-UILM per approvare l’ipotesi di accordo che poi sarà sottoposta alle lavoratrici e ai lavoratori nelle fabbriche, tramite consultazione certificata, il 19-20-21 dicembre.

In che misura questo contratto riuscirà a rendere competitivo il settore industriale italiano?
Per essere competitivo, il nostro settore industriale – oltre che di riforme – ha bisogno di puntare sull’innovazione. In questo contratto sono tanti gli strumenti e le leve che vanno in questa direzione: non esiste reale e concreta innovazione che non tenga conto del contributo dei lavoratori nei processi di lavoro e organizzativi.

La partita per i rinnovi contrattuali non è terminata (vedi pubblico impiego), adesso c’è il referendum costituzionale. Avere una continuità governativa è interesse del Sindacato. Cosa dovrebbe fare Renzi se non riuscisse a vincere il referendum?
Ci sono ancora 10 milioni di lavoratrici e di lavoratori senza contratto, dai tessili ai ferrovieri, insegnanti, dipendenti pubblici, assicuratori, lavoratori della distribuzione. La FIM sarà al loro fianco per sostenere le loro richieste. Senza dubbio questo Paese avrebbe bisogno di stabilità, negli ultimi 70 anni si sono succeduti ben 63 Governi, a fronte dei 24 della Germania o dei 20 del Regno Unito ad esempio e questa instabilità ha reso impossibile fare quelle riforme che avrebbero sbloccato il Paese e rilanciato l’economia. Ma non voglio mescolare le carte, lo fanno già in tanti. Non voglio parlare di contratto e Referendum assieme perché sono due cose diverse e noi abbiamo trattato con Federmeccanica e Assistal, non con il Governo.
E in questa occasione i metalmeccanici, con idee e coraggio, hanno saputo superare le divisioni, facendo tutti un passo avanti, insieme.

Contratto Metalmeccanici: “Chiediamo una svolta al negoziato”. Intervista a Marco Bentivogli.

Il segretario nazionale della FIM CISL Marco Bentivogli (Ansa)

Il segretario nazionale della FIM CISL Marco Bentivogli (Ansa)

In settimana ci saranno incontri al tavolo tecnico per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici. A che punto siamo con la trattativa? Quali le possibili novità? Lo chiediamo, in questa intervista, a Marco Bentivogli, Segretario Generale nazionale della Fim-Cisl.

Bentivogli, sono passati 6 mesi dall’inizio della trattativa e c’è stato anche uno sciopero generale unitario…. Mi scuso per la provocazione, ma ci sono un milione e seicento mila di metalmeccanici che aspettano qualche risultato. A che punto siete?
Con lo sciopero del 20 aprile, che ha registrato una grandissima partecipazione dei metalmeccanici di tutta Italia, abbiamo dato un segnale forte a Federmeccanica che era arroccata da oltre sei mesi e 13 incontri sulle stesse posizioni, proprio perché nessuno di noi – oggi meno che mai – bisogna accelerare i tempi, contrariamente a quello che ha dichiarato il Presidente di Federmeccanica, Fabio Storchi.
Su molti aspetti della parte normativa (welfare, diritto soggettivo alla formazione, smart working, etc) si sono stati importanti passi in avanti, rimangono invece distanti le posizioni sul salario, con Federmeccanica “marmorizzata” sulla proposta del dicembre scorso.
Non possiamo perdere tempo, se non si entra nel vivo della trattativa, si guastano le relazioni e i contenuti del negoziato, anche gli obiettivi positivi finora raggiunti. E’ per questo che, dopo lo sciopero, abbiamo detto a Federmeccanica di cambiare passo: abbiamo chiesto un calendario di confronto serrato, quasi giornaliero. I prossimi incontri sono stati fissati per il 10, 11, 16 e 17 maggio per il confronto in sede tecnica sui primi testi e il 18 o 19 maggio per il confronto in ristretta con le segreterie nazionali. L’obiettivo è quello di accorciare le distanze che ancora ci separano nel minor tempo possibile, proprio per dare risposte certe e rapide ai lavoratori. I passaggi che abbiamo davanti sono stretti, la controparte, ha spiegato alle imprese che l’accordo sarà uguale alla loro piattaforma. Modalità non solo inaccettabile ma che rende tutto più lento e complicato.

Lei ha definito questo “rinnovo contrattuale” come il più “difficile della storia”. Quali sono le ragioni di questo sua affermazione?
Questo contratto si inserisce in un contesto delicatissimo e molto complicato, per molti aspetti inedito nella storia dei rinnovi contrattuali dei metalmeccanici.
In un contesto in cui rimane viva la crisi e alta la disoccupazione (soprattutto giovanile, al 38% contro il 22% della media europea), si aggiunge il fatto che il nostro Paese oggi sta vivendo un periodo di deflazione, tanto che gli imprenditori volevano addirittura indietro metà degli aumenti concessi con il contratto precedente. Tutto ciò in assenza di regole aggiornate sulle relazioni industriali. C’è poi un sistema industriale spaccato, tra chi non ha subito o sta superando la crisi e chi è stato invece falcidiato dalla recessione. In questa condizione la nostra controparte punta in sostanza ad azzerare il contratto nazionale, è per questo che ho definito la proposta di Federmeccanica “un contratto valigia in mano”.
In gioco non c’è solo il rinnovo del contratto, la vera sfida è innovare il sistema delle relazioni sindacali e industriali del nostro Paese, puntando in particolare sulla partecipazione dei lavoratori alle scelte aziendali.

Veniamo ai punti della trattativa: Federmeccanica punta sul secondo livello, voi sulle garanzie del Contratto Nazionale”. Su che basi avverrà la mediazione? In tempi di “Jobs act” la vedo dura….
Le cose non stanno esattamente così. Se si vuole puntare sul secondo livello bisogna contemplare anche la contrattazione territoriale e premiare chi fa la contrattazione aziendale e non chi da’ salario individuale in modo unilaterale senza nessuna trasparenza meritocratica. Noi pensiamo che il contratto nazionale debba mantenere una forza di garanzia per tutti, fornendo un salario equo e che tuteli il potere d’acquisto e una cornice di regole e tutele condivise che valgano per tutti i lavoratori. Al contempo però sosteniamo che vada assolutamente rafforzata la contrattazione di secondo livello, laddove la ricchezza è prodotta, nella dimensione aziendale ma anche territoriale, per riuscire a fare sistema e raggiungere tutte le aziende, anche quelle più piccole, ridistribuendo perciò la ricchezza a seconda della produttività.
Il contratto dei metalmeccanici riguarda 1 milione e 600 mila di persone, è il più grande del settore privato: abbiamo la responsabilità di trovare – noi e Federmeccanica – un equilibrio che non lasci fuori nessuno.
Non è vero che la mediazione non sia possibile: occorre serietà, impegno e responsabilità da parte di tutti, insieme alla capacità di andare oltre pregiudizi e resistenze reciproche.
Se, come dicevo, questo è il contratto più difficile della storia, occorre coraggio per poterla scrivere la storia. La Fim, in questo, è pronta.

Quali sono gli altri punti strategici del rinnovo contrattuale dove maggiore è la distanza con Federmeccanica?
Sul welfare (previdenza e sanità integrativa), sul diritto soggettivo alla formazione, sul rilancio dell’apprendistato come strumento di alternanza scuola-lavoro, sulla conciliazione tempi vita/lavoro e sui diritti dei lavoratori migranti ci sono disponibilità da parte di Federmeccanica che chiedevamo da anni.
Distanti sono invece ancora le idee sulla partecipazione dei lavoratori, sull’inquadramento professionale (fermo al 1973) e quella relativa alla proposta salariale, rispetto alla quale Federmeccanica è “marmorizzata” sulla proposta fatta a Dicembre dell’anno scorso.

Sul salario la posizione di Federmeccanica è scandalosa: propone l’aumento dei minimi solo per il 5% dei metalmeccanici. come rispondete ? Qual è l a vostra proposta salariale? Ci saranno nuovi inquadramenti ?
Come dicevo, proprio per il contesto in cui si colloca questo rinnovo contrattuale e per la sua importanza, non possiamo permetterci (né noi, né Federmeccanica, a mio avviso) di lasciare fuori nessuno. La proposta salariale di Federmeccanica, invece, di fatto smonta la base del contratto nazionale perché si rivolge soltanto al 5% dei lavoratori, con aumenti posticipati di 15 mesi e senza retroattività.
Infine la proposta presentata non da’ alcuna garanzia di collegamento tra gli accordi aziendali e la produttività, che è ciò che serve invece per rafforzare gli investimenti, aumentare i salari e spingere l’occupazione. Ci sarebbe un minimo di garanzia fissato da Federmeccanica che cesserebbe di essere il contratto “prevalente” con tutto ciò che ne consegue sulla sua efficacia erga omnes.
Con questa ipotesi saranno solo le piccole imprese a pagarne il costo più alto, non si miglioreranno né salari né produttività e si avrà una “balcanizzazione” delle relazioni industriali.
Dobbiamo assolutamente preservare il ruolo di tutela del contratto nazionale, garantendo  potere d’acquisto per tutti i lavoratori del settore. Nelle aziende oggi viene erogato  un salario aziendale mensilizzato (contrattato e soprattutto non contrattato) che va ricondotto ad uno schema più evoluto di inquadramento professionale e di  contrattazione aziendale.
Gli inquadramenti professionali, cristallizzati da troppo tempo, devono essere rinnovati e aggiornati per rispondere meglio ai nuovi ruoli che svolgono oggi operai e impiegati nelle nuove fabbriche in quella che molti definiscono la quarta Rivoluzione Industriale.
In questo la formazione, al pari del salario e del diritto alla salute e sicurezza, diventa un elemento strategico all’interno delle richieste che stiamo facendo nel rinnovo del contratto.

Veniamo alla partecipazione dei lavoratori. Questo è un fattore importante, quale sarà il vostro modello di riferimento? 
In molti, anche tra gli imprenditori, sono affezionati al solo contratto nazionale perché non vogliono un ruolo attivo dei lavoratori e del sindacato in azienda.
Noi invece riteniamo che anche un semplice coinvolgimento oggi non basti più: la vera sfida sull’innovazione si può vincere solo concretizzando la piena e concreta partecipazione dei lavoratori alle scelte aziendali e a quelle organizzative. E’ un salto culturale di qualità che deve fare tutto il mondo del lavoro, in Industry 4.0 i lavoratori devono essere protagonisti, e non solo spettatori, di ciò che accade. Questo a vantaggio anche delle aziende.
Va poi superato il tabù di Federmeccanica contro i contratti territoriali; ancora oggi il 63% delle aziende metalmeccaniche italiane sono piccole imprese che non hanno il contratto aziendale. Fare sistema in Italia pare essere una cosa complicata, in realtà è l’unica strada per migliorare condizioni di lavoro, produttività e occupazione. Dico sempre che è il momento di fare poche cose, chiare, precise, ma di farle tutti insieme.

Ultima domanda: L’unità, finalmente tra voi, porterà ad una nuova FLM, ovviamente rinnovata? 
Il nostro è un tentativo di ricomposizione che deve stare alla larga da un ruolo difensivo. L’unità per scioperare e magari non fare il contratto non ci interessa. Bisogna tenere insieme protesta e proposta. L’FLM, quando fu costituita nel 1973, fu l’esito di un percorso di battaglie comuni degli anni Sessanta, ma soprattutto fu l’approdo di una sintesi alta di posizioni diverse, in un contesto di rispetto reciproco e di libertà di espressione da parte dei protagonisti del tempo.
Oggi purtroppo veniamo da un periodo di forti divisioni, in cui molto spesso il rispetto reciproco delle posizioni in molte fabbriche non c’è stato: i nostri delegati hanno subito molti attacchi e ferite, per i contratti firmati separatamente e per la responsabilità agita in quel contesto. Queste ferite non si cancellano in un giorno.
Lo sciopero unitario che abbiamo fatto il 20 aprile, il primo dopo otto anni, è stato preceduto da attivi regionali dei delegati in cui abbiamo tutti richiamato il rispetto di poter avere idee diverse e di esprimerle liberamente.
Oggi è stata Federmeccanica a riunirci, praticamente “invocando” uno sciopero per la rigidità delle sue posizioni. Il mio auspicio è soprattutto che il rispetto continui, in tutte le fabbriche,  e che sia la precondizione per arrivare a fare, domani, una sintesi alta.
In questi anni il punto di massima divisione del sindacato si è registrato proprio tra Fim e Fiom e tra me e Landini. Siamo molto distanti, se prevarrà lo spirito sindacale – e solo sindacale – la ricomposizione sarà più semplice. Altrimenti, confermeremo la nostra, autonomia e l’indisponibilità ad utilizzare i metalmeccanici su un terreno di opposizione politica. Parlarsi spero aiuti a non ripetere errori vecchi.