A breve l’accordo interconfederale: ecco su cosa si stanno accordando Confindustria e Cgil Cisl Uil. Intervista a Giuseppe Sabella

Sempre più insistenti le voci secondo le quali Confindustria Cgil Cisl Uil sarebbero prossime ad un nuovo accordo interconfederale. Dalle Segreterie confederali filtrano indiscrezioni che le firme potrebbero arrivare prima di Natale. Ne parliamo con Giuseppe Sabella, direttore di Think-in e esperto di relazioni industriali.

 

Su quali punti si stanno accordando Confindustria Cgil Cisl Uil?

L’accordo che precede quello che si sta tentando di condividere è del 2009, tra l’altro non firmato dalla Cgil. Si è trattato del primo accordo interconfederale non unitario ed è tuttavia scaduto nel 2013. Con un ritardo che non può essere trascurato, le Parti stanno oggi tentando di ritrovarsi in particolare sui principi della rappresentanza e sugli assetti della contrattazione collettiva.

Perché questo ritardo?

Perché globalizzazione e crisi economica hanno sconvolto modalità e pratiche consolidate della rappresentanza sociale. Basti pensare al caso Fiat e alla deflazione del 2014: incredibilmente ci siamo trovati nella condizione che i lavoratori avrebbero dovuto restituire soldi alle imprese. Rappresentare industria e lavoro non solo è più difficile di ieri ma per chi ha da sempre presidiato il livello della sintesi – le Confederazioni appunto – la complessità è molto elevata.

E quindi oggi su cosa fanno sintesi le Confederazioni?

In particolare, come dicevo prima, sui sui principi della rappresentanza e sugli assetti della contrattazione collettiva. Sul primo aspetto c’è una tale emergenza che mina l’intero lavoro delle Parti: i contratti collettivi depositati al CNEL sono oggi 868 e solo 300 di questi sono dentro il perimetro di Cgil Cisl Uil. Gli altri ne sono fuori e, addirittura, presentano minimi retributivi inferiori anche del 30%. Urge quindi intervenire ma solo il legislatore può sanare questa patologia. Bisogna che però le Parti si decidano a delegarlo. E in questo accordo più che al legislatore si chiede aiuto al CNEL. È già qualcosa…

E sugli assetti della contrattazione collettiva?

Ritengo che resterà quell’ambiguità che ha attraversato gli ultimi 30 anni circa il rapporto tra i due livelli contrattuali: non sono tutti convinti, infatti, che il compito del CCNL sia solo quello di tenere il salario agganciato all’inflazione e di rinviare così al secondo livello ogni altro aspetto, come per esempio sancito in modo cristallino dall’importante rinnovo del CCNL metalmeccanico. Al di là di questo, sarebbe utile aspettarsi qualcosa di più.

Per esempio?

Pare oggi anacronistico che al centro dei contratti non vi siano le professionalità e le competenze delle persone ma ancora la massificazione dei rapporti di lavoro, come al tempo della fabbrica fordista. Oggi siamo nell’era di Industry4.0 ed è questo un aspetto della trasformazione che le Confederazioni sindacali potrebbero stimolare in modo forte, almeno in qualche ambito ristretto e sperimentale. Tuttavia in qualche modo ci arriveremo, è inevitabile.

​Verso una ridefinizione del potere sindacale? Intervista a Giuseppe Sabella

(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Il contratto dei metalmeccanici ha portato ad una serie di novità significative per le relazioni industriali e per il sindacato. Come si sta muovendo il sindacato confederale? Lo abbiamo chiesto, in questa intervista, allo studioso di   “relazioni industriali” Giuseppe Sabella. Sabella è direttore di Think-in, think tank specializzato in welfare e relazioni industriali ora impegnato a proporre in modo itinerante una riflessione sul tema “Industria e sindacato un anno dopo il rinnovo metalmeccanico”.

Nel Novembre dell’anno scorso c’è stato l’importante rinnovo del contratto dei metalmeccanici che ha portato delle innovazioni al sistema delle relazioni industriali: i meccanici sono tornati a dare la linea, come negli anni ’70. Le chiedo si potrà arrivare ad un contratto unico per il comparto industria? Sarebbe una vera rivoluzione…

Chi conosce bene la storia delle relazioni industriali sa che questo rinnovo ha un’incidenza significativa. Al di là di qualche innovazione importante, vedi in particolare la chiarezza assegnata al rapporto tra i due livelli contrattuali e la formazione come diritto soggettivo del lavoratore – che come principio ricorda molto il diritto allo studio del contratto del ’73, quando con le 150 ore un milione di italiani portava a compimento la scuola dell’obbligo –, il punto è che tali novità provengono dal settore più importante della nostra industria (la metalmeccanica vale quasi il 10% del nostro pil) e più esposto agli investitori internazionali, ma che più ha espresso negli ultimi 10 anni la cultura sindacale massimalista, si pensi al caso Fiat. Tuttavia, considerando quanta difficoltà si registra da anni nell’arrivare a un modello contrattuale, mi pare difficile pensare che si possa giungere ad un contratto unico per l’industria, anche se la semplificazione è più che mai auspicabile.

In questo anno vi sono stati importanti best risultati di applicazione del CCNL metalmeccanico. Quali sono stati? Chi si è posto all’avanguardia nell’applicazione?

È chiaro che questo deciso rinvio alla contrattazione di secondo livello assegna a imprese e sindacati un protagonismo maggiore ma chiede anche una crescita in termini proprio di competenze: contrattare al secondo livello, in impresa in particolare, necessita di sapere con chiarezza quali obiettivi strategici l’azienda si dà in funzione dell’ottimizzazione del lavoro di tutti e di una partecipazione crescente del lavoro di tutti: da questo punto di vista, ci sono aziende che storicamente nel settore sono all’avanguardia, si pensi non solo a FCA ma anche a Lamborghini, Ducati, Brembo, Finmeccanica… Di recente, si sta sviluppando una progettualità importante in Siemens – dove si registra un recente ottimo accordo sullo smart working – e, anche, in ABB.

Dalle Confederazioni Cgil Cisl Uil e Confindustria si colgono voci che la trattativa per il modello contrattuale è alla stretta finale, qualcuno dice prima di Natale. Hanno un fondamento queste voci…

Si, lo hanno perché sono voci provenienti proprio dalle segreterie confederali. Io, però, rispondo con una battuta cara a San Tommaso: “finché non vedo non credo”.

Quali sono i punti di difficoltà di arrivare alle firme: siamo sicuri che la Cgil lo voglia? E anche gli altri, Cisl Uil? E la Confindustria lo vuole?

A parte il fatto che non si avverte una grande necessità di un modello contrattuale, considerato anche che i contratti di settore si sono ormai già rinnovati, è proprio questo il punto: davvero le Parti lo vogliono? Gli Industriali insistono da tempo – Boccia non si è mai mosso da qui – su una prospettiva in linea con quanto sancito dal rinnovo metalmeccanico: la ricchezza si distribuisce quando, laddove e se prodotta. A Cgil Cisl Uil conviene adeguarsi a questa filosofia? Vorrebbe dire, anche, sancire la linea dei metalmeccanici. Detto questo, credo che le confederazioni debbano impegnarsi a risolvere in modo definitivo il problema della rappresentanza e dei criteri di rappresentatività.

Ad oggi siamo arrivati infatti a 868 contratti collettivi nazionali di cui 500 presentano minimi retributivi inferiori del 30% ai contratti firmati dai sindacati maggioritari. Si pone, così, sempre più il problema della rappresentanza. Come risolverlo?

Credo che l’unico modo per risolverlo sia un intervento legislativo, ma non una legge che si inventi regole nuove. Basterebbe che le Parti delegassero il legislatore circa quanto già da loro convenuto nel Testo Unico del 2014, chiedendo al Parlamento semplicemente di recepire il loro accordo. Sarebbe, anche, una concreta lezione di come funziona una democrazia avanzata per i tanti fan della democrazia diretta, per cui i corpi intermedi vanno eliminati.

Torna di attualità il “Jobs act”. Per alcuni aspetti ha svolto una funzione positiva, per altri aspetti non ha fatto altro che aumentare la precarietà. Secondo lei su quali punti andrebbe cambiato?

Dal 97, con la legge Treu, è iniziato un percorso di riforma che – per via della propaganda che lo ha accompagnato – ha presentato i limiti più grandi sul versante dell’applicazione: la bagarre che si scatena ogni volta che il legislatore mette mano al lavoro, finisce col vanificare anche quanto di buono c’è sul piano normativo. Da questo punto di vista, credo che se oggi si vuole fare un passo avanti, anche in ottica di maggior sicurezza, bisogna insistere su quanto il Jobs Act presenta in chiave di politiche attive del lavoro. Anche perché la stessa ANPAL (Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro), prevista proprio dal Jobs Act, presenta qualche criticità dopo la bocciatura della riforma costituzionale.

L’ultima domanda riguarda le trasformazioni del sindacato: il potere è sempre più nelle mani di chi contratta. E la “confederalità” che fine farà?

Questa è una bella domanda. Credo che le confederazioni dovrebbero – ma fanno molta fatica – accompagnare i settori merceologici nella trasformazione. Ci sono categorie oggi più che mai contigue nel cambiamento, si pensi per esempio a quanti lavoratori usciranno dal settore bancario e finiranno in quello dei servizi. Come gestire questo passaggio in termini organizzativi? È chiaro che c’è il rischio che le categorie di riferimento facciano fatica da sole, in questo le confederazioni potrebbero supportarle in modo non indifferente. Ma, credo, che l’orizzonte principale che queste dovrebbero darsi è quello di ripensare all’attuazione dell’art. 39 della Costituzione, che afferma che i sindacati possono “stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”. Come si diceva prima, parlando degli 868 ccnl, questa efficacia oggi è molto minata.

Unità nella diversità, senza se e senza ma. Lettera aperta di Pierre Carniti a CGIL, CISL e UIL

Pierre Carniti (Foto LaPresse)

Ieri, nel pomeriggio, Pierre Carniti ha scritto una lettera aperta alle tre grandi Confederazioni sindacali italiane: Cgil,Cisl e Uil. Per gentile concessione, della  testata online letruria.it, pubblichiamo il tesato della lettera.

 

Cari amici e compagni,

la recente sortita di Di Maio, con la inconcepibile minaccia rivolta soprattutto al sindacalismo confederale, minaccia che comprende il proposito di riformarlo autoritariamente se mai lui dovesse arrivare a Palazzo Chigi, è sicuramente indicativa dei limiti del dirigente “pentastellato”. Sia della sua cultura costituzionale, come della sua consapevolezza circa il ruolo essenziale dell’autonomia dei gruppi intermedi nell’assicurare l’indispensabile vitalità democratica, nelle società complesse e fortemente strutturate. L’improvvida uscita del giovane parlamentare, della nebulosa grillina, potrebbe indurre i più sprovveduti a credere che la dialettica sociale possa essere neutralizzata “statalizzando” la società. Tuttavia, non c’è dubbio che la sconsiderata sortita di Di Maio può, al tempo stesso, essere interpretata come una spia anche del declino della popolarità del sindacato. Condizione che induce alcuni politici e politicanti ad uniformarsi a quello che viene considerato il “senso comune”. Anche se, come spiegava bene Manzoni, è generalmente diverso, e non di rado opposto, al “buon senso”. Insomma, Di Maio è stato l’ultimo in ordine di tempo a dire sciocchezze sul sindacato. Ma non è nemmeno l’unico. Basterà ricordare che non moltissimo tempo fa un noto politico, investito da preminente responsabilità istituzionale, non aveva esitato ad affermare che il tempo dedicato al confronto con il sindacato era da considerare, nei fatti, “tempo sprecato”.

In ogni caso, più che occuparci delle intimidazioni del candidato premier grillino con la sua pretesa di reclamare una “oscura autoriforma” del sindacato o, in assenza, di una riforma decisa dispoticamente dal governo, proposito che, fortunatamente non sembra costituire un reale pericolo imminente, vale la pena di interrogarci sulle difficoltà che hanno progressivamente indebolito ed indeboliscono il consenso su cui può contare il sindacato.

La prima cosa da dire è che sicuramente non hanno giovato alla sua credibilità ed al suo prestigio i deplorevoli episodi di devianza etica di singoli dirigenti e militanti. Anche perché non sempre sono stati contrastati con la tempestività e la determinazione che sarebbe stata invece necessaria. Il che ha ovviamente favorito l’ampliamento del fronte di quanti chiedono all’organizzazione dei lavoratori, come prova suprema di responsabilità, semplicemente di scomparire. Opinione incoraggiata da titubanze ed incertezze che, di fronte a riprovevoli episodi, che si sono purtroppo verificati, andavano invece scongiurate con la tempestività, la trasparenza e la determinazione necessaria. Quanto meno per impedire strumentalizzazioni e, soprattutto, che venisse gettata un’ombra sulla moralità e reputazione dell’intero sindacato. Il rammarico quindi è che ciò non si sia verificato con la decisione auspicabile. Che non sempre si è invece vista. Quanto meno nei termini e nelle forme necessarie ed attese. Tuttavia, per quanto questi episodi di devianza siano stati indiscutibilmente dannosi, non si può oscurare il fatto che i veri fattori di criticità e di debolezza del movimento sindacale vanno ricercati altrove. Soprattutto nelle questioni irrisolte di carattere strutturale. Che coinvolgono sia problemi oggettivi, che limiti soggettivi. Cause che sono alla base della tendenza diffusa a snervare progressivamente la reputazione ed il ruolo del sindacato.

Per quanto riguarda i problemi oggettivi l’elenco delle questioni è noto. A cominciare dalla svalutazione del lavoro. Sia sul piano dell’affievolimento dei diritti, che del trattamento economico. Strettamente intrecciata è la questione cruciale del lavoro. Del lavoro che cambia e del lavoro che manca. Membri del governo e della maggioranza non lesinano, comprensibilmente, sforzi per valorizzare l’occasionale diminuzione di qualche decimale di punto del tasso di disoccupazione. Variazioni, che però non producono cambiamenti sostanziali dei reali termini del problema. Del resto basta osservare il “tasso di occupazione” per capire come stanno veramente le cose. Da noi sono occupate poco più di sei persone su dieci. Il dato peggiore dell’Unione europea. Ad eccezione della Grecia. Abbiamo inoltre un forte squilibrio di genere (71,7 gli uomini occupati, 51,6 le donne). Grande anche il divario territoriale tra Centro-Nord e Sud (69,4 contro 47 per cento). Dati che dovrebbero indurre a riflettere sulla congruità ed appropriatezza delle misure adottate per migliorare la situazione occupazionale. Come si sa, prevalentemente incentrate in interventi dal lato dell’offerta, incentivi, bonus ecc. Con il risultato di aumentare in parte la precarietà e comunque con esiti inversamente proporzionali alle cospicue risorse mobilitate. Non è perciò arbitrario ritenere che insistendo su queste politiche la soluzione del problema del lavoro resti un miraggio. Con tutte le gravi conseguenze personali, familiari e sociali che questa crisi si porta dietro.

Ci sono poi le questioni della tutela del lavoro e della protezione sociale. Al riguardo non si dovrebbe mai dimenticare che una fondamentale ragione d’essere del sindacalismo (specie confederale) sta nel conseguimento di modelli e regole “universalistiche”. In particolare, con riferimento alla previdenza, all’assistenza. alla salute, all’istruzione, ecc. In proposito, si deve rilevare che diversi indicatori segnalano come silenziosamente (nel senso che non se ne ritrova   traccia nel dibattito pubblico) si sta invece andando nella direzione opposta. Per fare un solo esempio. L’Istat ci informa che il 23,3 per cento della spesa sanitaria è ormai a carico delle famiglie. Risultato: secondo una stima, non contestata da nessuno, 12 milioni di italiani (soprattutto nelle fasce sociali più fragili e deboli) non si curano più. Perchè tra ticket e superticket, analisi a pagamento (se si vogliono effettuare gli esami in tempo utile) non sono in condizione di fare fronte alle spese relative.  Sicché un diritto fondamentale, come quello alla salute, tende a dipendere sempre più dal possesso, o meno, di una carta di credito. Colpisce il fatto che per giustificare tale involuzione si usi una formula esoterica. Gli “esperti e gli addetti ai lavori” parlano infatti di “universalismo selettivo”. Se la cavano quindi con un ossimoro. Che tradotto nel linguaggio popolare significa semplicemente “per un discreto numero, ma comunque non per tutti”. Il senso politico che se ne deve trarre è che la “libertà”, se deve essere difesa come requisito universale, richiede equità e giustizia sociale. Quando questi requisiti difettano, o diventano evanescenti, non si può parlare di vera libertà. Per la buona ragione che non è la condizione di tutti.

C’è poi il dramma di quanti, pur avendo un lavoro, non riescono ad arrivare alla fine del mese. I dati del rapporto Istat “Noi Italia” ci dicono che il nostro Pil pro-capite, misurato in standard di potere d’acquisto (depurato, per rendere possibile il confronto, dai differenti livelli dei prezzi nei vari paesi), risulta inferiore del 4,5 per cento rispetto a quello medio dell’Unione Europea. Significativamente più basso di quello di Germania e Francia (rispettivamente del 23,6 e 9,2). Naturalmente, come per tutte le statistiche, anche questa si basa sulla “media di Trilussa”. Il che ci aiuta comunque a capire perché le diseguaglianze dilagano, e 7 milioni di persone sono in condizione di povertà relativa, mentre 4 milioni e mezzo sono in condizione di povertà assoluta. Cioè senza casa, senza tetto, senza tutto.

Non minore rilievo ha infine il problema delle pensioni. Che non a caso domina, a proposito ed a sproposito, sui media e nel dibattito pubblico. Con allarmi e disinformazioni che tolgono il sonno a milioni di lavoratori, a quanti sperano di diventarlo, ed alle relative famiglie. Sul tema prevale una voluta confusione. Si cammina infatti in una nebbia fitta nella quale si sentono in lontananza interventi allarmistici che, non di rado, sfociano in forme di terrorismo verbale. C’è quindi la urgente necessità di mettere una questione così delicata con i piedi per terra e cercare, per quanto faticoso, di farla uscire dal pantano. Muovendo da questo intento la prima cosa da fare consiste nell’impedire alla politica dal continuare a pasticciare in materia previdenziale. I disastri che ha combinato nel corso degli anni sono più che sufficienti per reclamare una decisione in tal senso. Per non farla lunga basterà ricordare: la concessione, quando la “bonomiana” era la più potente lobby parlamentare, della pensione ai coltivatori diretti, senza pagamento di contributi. Oppure il privilegio riconosciuto (nel 1973 dal governo Rumor) ai dipendenti pubblici inquadrati nell’Inpdap (Ente di previdenza per i dipendenti della P.A.)  delle baby pensioni. Trattamento usufruibile da tutti i lavoratori statali che avessero maturato un periodo di lavoro di almeno 15 anni sei mesi e un giorno. Ancora meno per le donne con figli. L’esito, come forse non era difficile prevedere (malgrado all’epoca la finanza pubblica fosse certamente in condizione migliore di quanto non sia ora), è stato che, nel giro di non molti anni, i conti dell’Inpdap sono finiti in dissesto. A quel punto la “soluzione” escogitata fu quella di trasferire e far assorbire dall’Inps l’Ente previdenziale dei dipendenti pubblici. Scaricando così sul bilancio dell’Inps, assieme all’obbligo di onorare il pagamento delle baby pensioni, anche i debiti accumulati. Il precedente aveva fatto scuola. Infatti, si è fatto ricorso all’Inps per fare fronte al sostanziale fallimento dell’Ente previdenziale dei dirigenti d’azienda. Poi per quello dei trasporti. Infine per quello delle telecomunicazioni. Anche tante altre questioni, nel corso degli anni, sono state affrontate con la stessa disinvoltura. Al punto che si è ormai determinato un inestricabile intreccio tra assistenza e previdenza. Tant’è vero che le pensioni vengono normalmente considerate dai commentatori come un unico capitolo della spesa pubblica. Assumendolo come parametro della loro  sostenibilità. In sostanza, la specificità della previdenza nel dibattito pubblico è sostanzialmente scomparsa. Ha contribuito ad alimentare questa confusione il fatto che a seguito delle cervellotiche scelte compiute dalla politica, l’Inps si è progressivamente trasformato in “un’ Idra”, in una “conglomerata”, in un “combinat”, nel quale è stato scaricato “anche se non tutto”, “un po’ di tutto”. Comprese un buon numero di incombenze, che con la corresponsione delle pensioni non c’entrano assolutamente nulla. Per rimediare a questo pasticcio la strada maestra non può che essere quella di dividere l’Inps. Istituendo due Enti distinti. Uno con il compito di occuparsi di Welfare pubblico e l’altro incaricato esclusivamente di gestire la previdenza. Senza questa misura tanto drastica, quanto razionale, è praticamente impossibile togliere il tema delle pensioni dal magma nel quale, ogni giorno che passa, rischia di affondare. Oltre tutto realizzando due organismi separati e distinti: uno per assicurare una efficace assistenza e protezione sociale, l’altro per gestire esclusivamente pensioni e garantire il loro equilibrio economico-finanziario, ci metteremmo in linea con il resto dell’Europa. Soprattutto si incomincerebbe a dare ai cittadini di questo paese, sempre più inquieti e preoccupati, la concreta prospettiva che venga ricostruita la speranza che torni ad essere possibile il passaggio dalla vita attiva ad una vecchiaia ancora ragionevolmente serena. Guardando i termini attuali della situazione si è indotti a ritenere che “non c’è tempo da perdere”. Anche perché diversamente, si deve mettere in conto che, se dovesse continuare l’attuale andazzo, “sarà il tempo a perdere noi”.

Quelle richiamate non sono ovviamente tutte le situazioni negative che gravano sull’incerta condizione attuale del lavoro, che richiedono di essere riformate. Tra l’altro vi si dovrebbe aggiungere la necessità di una ripartizione del lavoro. Passaggio obbligato, se l’obiettivo del pieno impiego deve essere preso sul serio. Oppure l’esigenza di intervenire sul cuneo fiscale che oggi pesa in maniera squilibrata sul lavoro dipendente rispetto agli altri redditi. O ancora sulla urgenza di migliorare le competenze, e quindi la produttività, con investimenti, non puramente simbolici, sul “capitale umano” e quindi sulla formazione continua. Dove siamo in grave ritardo rispetto al resto dell’Europa. Tuttavia ciò che serve non è un elenco dettagliato, analitico, delle questioni che pesano negativamente sulla condizione del lavoro e reclamano una soluzione.  Serve in particolare la capacità di selezionare e decidere le priorità. Per riuscirci dobbiamo fare i conti con i “limiti soggettivi”, che attualmente affliggono il ruolo sindacale. A cominciare dallo sbrindellamento della contrattazione e della rappresentanza del lavoro. Alcuni indicatori non possono che suscitare allarme e preoccupazione. Basti pensare che i contratti nazionali, o pseudo tali, hanno ormai superato l’incredibile cifra di 800 e  che le strutture organizzative vere, fasulle, false, contraffatte, danno vita ad un sottobosco nel quale si trova di tutto: formazioni composte da quattro amici del bar, oppure da “parentes et clientes”. In non pochi casi, esclusivamente finalizzate a beneficiare questo o quel personaggetto. Quindi il dato che colpisce è che siamo ormai in presenza di una frammentazione, di una proliferazione del tutto inimmaginabile fino a pochi decenni fa. Un paio di esempi possono valere di più di mille parole. Il primo. Come si ricorderà, non è passato molto tempo dalla protesta dei tassisti. Che per le modalità con cui si è svolta, più che uno sciopero, assomigliava piuttosto ad una incontrollata ribellione. Ebbene, con l’intento di riportare la situazione alla “normalità”, il Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture ha convocato una riunione, alla quale hanno liberamente partecipato tutte le organizzazioni conosciute e sconosciute. Risultato: intorno al tavolo del confronto, in rappresentanza dei 50.000 tassisti di tutta Italia, si sono ritrovate ben 21 diverse sigle. Se passiamo dal lavoro autonomo, concessionario però di un servizio pubblico, a quello più classicamente dipendente, colpisce il caso dell’Atac (l’azienda di trasporto pubblico) di Roma. Dove in rappresentanza dei 12 mila dipendenti ci sono ben 15 organizzazioni sindacali. Anche senza voler stabilire un arbitrario rapporto di causa ed effetto, si è indotti a pensare che sullo sfascio dell’azienda, che è ormai sotto gli occhi di tutti, a crescere sono soltanto le rendite di posizione.

Questa situazione non è stata e non è priva di conseguenze. Perciò, se, come sarebbe utile, Cgil, Cisl ed Uil intendono invertire la pericolosa frammentazione in atto, debbono fare scelte chiare ed assumere comportamenti coerenti. Ad iniziare da sé stesse. Per dirla in termini chiari la propensione alla dispersione ed alla frammentazione si combatte, innanzi tutto, con l’esempio di un impegno unitario. Condotta che in alcune circostanze si è anche fortunatamente realizzata. Ma che non può essere certo interpretata come un vincolo, bensì come un discrimine di valore strategico  al quale sia legata la gestione delle scelte sindacali. Infatti, sul bisogno di unità, nella pratica quotidiana dominano piuttosto le esigenze di identità. E, nella sostanza, un atteggiamento inevitabilmente orientato alla concorrenza ed alla competizione. La giustificazione degli “addetti ai lavori” per questo stato di cose è nota e, secondo alcuni, anche ragionevole. In sostanza viene invocato il motivo che le differenze di orientamento, di cultura, di tradizioni, nei fatti, producono inevitabilmente anche strategie politiche diverse. A ben vedere si tratta però di una spiegazione che non spiega nulla. Intanto per la buona ragione che le differenze sulle politiche ci sono sempre state e ci saranno sempre. Non solo tra diverse organizzazioni, ma anche all’interno di ciascuna organizzazione. E quando non si manifestano è un cattivo segno. Perché vuol dire che la dialettica interna è anestetizzata dal conformismo e dall’opportunismo. In ogni caso, si possono anche capire tutti i dubbi e le perplessità, ma viene un momento e questo momento per il sindacalismo confederale è sicuramente venuto, che dubbi e perplessità rischiano di non essere altro che un alibi per sfuggire alle proprie responsabilità. Il lavoro da sviluppare è, dunque, quello di cogliere l’unità nella diversità e di trasformare il superamento delle diversità in una ragione di irrobustimento dell’unità. Condizione indispensabile per realizzare, come richiesto dalle sfide da affrontare, un impegno solidale, condiviso, efficace. Va detto che in proposito non è possibile alcuna indulgenza, nessuna condiscendenza. Perché, mentre per la soluzione dei problemi che riguardano la condizione del lavoro si devono fare i conti con l’opposizione, la resistenza delle controparti e degli avversari, in questo campo tutto dipende esclusivamente dalla volontà e dalla coerenza soggettiva del movimento sindacale confederale.

Sappiamo che le cose sono cambiate e non saranno mai più le stesse di un tempo. Perché la storia accelera e scopriamo non solo di essere in affanno e spesso in ritardo. Tuttavia, non possiamo essere condiscendenti con noi stessi. Perché quanti, come chi scrive, sono convinti che il sindacato abbia ancora una funzione essenziale da esercitare, per realizzare più equità sociale, migliori condizioni di lavoro e di vita, garantire un importante pilastro della democrazia, devono fare quanto dipende da loro per cercare, con un impegno collettivo, di risalire la china. Non possono quindi esimersi dal compiere i passi necessari, a cominciare dalle indispensabili pre-condizioni, per ridare al mondo del lavoro un progetto ed una speranza credibili. Inutile sottolineare che la strada è tutta in salita e che il cammino è alquanto impervio. Perché le difficoltà da affrontare sono serie ed impegnative. Ma al   tempo stesso si deve essere consapevoli che c’è una sola difficoltà davvero insuperabile: è la rassegnazione. Per scongiurare questo pericolo, faccio mia l’affermazione dell’ex presidente del Consiglio europeo, già primo ministro belga, Herman Van Rompuy, che in un recente intervento a Roma,  ha detto: “Io resto un uomo della speranza”

Fiducioso quindi che verranno compiute le scelte necessarie, assieme alla conferma della permanente vicinanza e solidarietà di vecchio militante, invio fraterni saluti.

 

Pierre Carniti

Roma, 9 ottobre, 2017

Conflitto o partecipazione? Un falso dilemma. Un testo di Pierre Carniti

Pubblichiamo per gentile concessione della testata on line “L’Etruria.it” questa riflessione di Pierre Carniti (ex Segretario generale della Cisl) sulla strategia di fondo che il movimento sindacale deve seguire per la tutela del lavoro. Un testo che fa chiarezza su  un dilemma, che ha diviso il movimento sindacale italiano, tra “conflitto o partecipazione.

 

 

 

Per il “lavoro che manca” ed il “lavoro che cambia” non esiste, allo stato, una politica concreta e nemmeno obiettivi condivisi.  Continua infatti una navigazione a vista tra gli scogli. Avventurosa e del tutto priva di carte nautiche. Travisante è anche il dilemma sostanzialmente nominalistico, fasullo e deviante, che tiene banco sui media e divide trasversalmente: pseudo esperti, commentatori e apparati sindacali. Schierati tra “conflitto” e “partecipazione”. Considerate alternative nelle strategie di tutela del lavoro. In realtà si tratta, appunto, di un  dilemma falso. E per diverse ragioni. Intanto perché nelle società democratiche e relativamente  strutturate, il “conflitto” non può essere esorcizzato. In quanto costituisce un fattore di progresso economico, sociale e politico. Con esclusione naturalmente del “conflitto” praticato senza la “convenzione di Ginevra”. Vale a dire il conflitto fine e sé stesso. Puramente distruttivo. Per intenderci, quello che esercita  una irresistibile attrazione tra molti dei così detti antagonisti: “black-block”, “no-global”, “centri sociali”. Tra i quali, appunto, non mancano mai provocatori e violenti.

Altrettanto infondato risulta il riferimento alla “partecipazione”. Ritenuta da molti una categoria salvifica. Ma del tutto,del tutto evanescente ed irrilevante, quando non accompagnata da strumenti, norme, diritti di intervento, in definitiva di co-decisione. In particolare nei e per i processi di riorganizzazione e ristrutturazione aziendale e produttiva. A ben  vedere, requisiti del tutto estranei alla regolazione in atto dei rapporti di lavoro.

Naturalmente si può sempre cercare di cambiare il corso delle cose. A patto però  che si realizzino le indispensabili pre-condizioni. Per il cui conseguimento si richiede una consistente iniziativa  ed un impegno sindacale di lunga lena. Del quale purtroppo, almeno per ora, non si vede traccia. Non mancano quindi fondate ragioni di  preoccupazione. Anche per la buona ragione che il  conseguimento delle necessarie pre-condizioni è destinato e restare un pio desidero se non fosse supportato da un effettivo potere contrattuale.

Per correggere quindi le tendenze in atto è, innanzi tutto, necessario impegnarsi in una unificazione del mondo del lavoro. Oggi diviso e frammentato. Non solo tra lavoro stabile e precario, ma anche tra giovani ed anziani, tra impiego pubblico e privato, tra lavoro subordinato e pseudo  lavoro autonomo. In secondo luogo è indispensabile perseguire il monopolio della rappresentanza del lavoro. Scopo che diventa praticabile solo se accompagnato da un indispensabile recupero di tensione unitaria. Necessaria per restituire un ruolo essenziale al sindacalismo confederale. Altrimenti avviato alla irrilevanza. Basti pensare ai contratti nazionali. Arrivati ormai alla incredibile cifra di ottocento. Oltre la metà dei quali stipulati da “sindacati gialli”. Circostanza che, a parte ogni altra considerazione, è certamente una delle spiegazioni relative al deprezzamento ed alla svalutazione del lavoro. Infine c’è il problema, particolarmente grave, in Italia dell’occupazione. Il dato incontrovertibile e del quale si dovrebbe prendere atto, è che la coperta del lavoro disponibile è corta. Se copre gli ultracinquantenni, scopre i giovani. E viceversa. Occorre quindi che la contrattazione affronti, nei mille modi possibili, una ripartizione del lavoro disponibile.

Invece di perdersi in formule e chiacchiere inutili, impressione che si ha assistendo ai dibattiti della solita “compagnia di giro”, è richiesta, al contrario, capacità di mettere in campo un impegno vero, credibile. In grado di invertire la diffusa tendenza e la propensione all’individualismo e alla competizione. Che hanno soppiantato la solidarietà e l’eguaglianza. Producendo, tra l’altro, un intollerabile, continuo, aumento delle diseguaglianze.

Secondo Bauman queste sono alcuni fattori di quella che ha definito la “società liquida”. Dove domina la crisi dello Stato. Quale conseguenza del progressivo affievolimento della sua libertà decisionale. Di fronte allo strapotere delle multinazionali. In particolare della finanza. In tale quadro si è, mano a mano, indebolita una condizione che nel passato consentiva la ragionevole possibilità di affrontare e risolvere i problemi di coesione sociale. In particolare quelli relativi al lavoro. Per altro, con la crisi dello Stato, sono entrate in crisi le ideologie, così come i partiti e le grandi organizzazioni sociali. In sostanza le strutture che, con tutti i loro limiti, avevano costituito il tramite per una comunità di valori che permetteva al singolo di sentirsi parte di qualcosa che ne interpretava i bisogni. Ma soprattutto la speranza di un possibile miglioramento.

Rispetto a pochi decenni fa il contesto è dunque profondamente cambiato. Tuttavia, questa constatazione non può essere assunta  come giustificazione di impotenza e paralisi. Occorre quindi promuovere i requisiti essenziali che consentano di affrontare le nuove ed impegnative sfide del nostro tempo.

Poiché nel sindacato, pur senza eliminare la mobilitazione e l’azione quando necessaria, sembrerebbe  prevalere la “partecipazione” quale orizzonte strategico, occorre sapere che tale scelta, per essere credibile, esige anche un radicale cambiamento delle modalità di decisione delle stesso sindacato.

In questa prospettiva, la trasparenza e l’etica sindacale restano questioni perennemente aperte. Come, d’altra parte, si richiede ad organizzazioni che gestiscono poteri, influenzano ruoli e carriere, governano patrimoni umani. E non solo. Ebbene, di norma, i correttivi alle trasgressioni, ai comportamenti devianti risiedono in un uso accurato e rigoroso delle regole democratiche e nel culto della rettitudine. Ma a poco rischiano di servire i correttivi se non accompagnati da obiettivi, contenuti, modalità di comportamenti che diano il senso all’azione collettiva ed intorno ai quali affermare una credibile etica della responsabilità.

A tale proposito meritano una riflessione, ed un profondo rinnovamento, le modalità di comunicazione. Per renderle idonee a coinvolgere effettivamente militanti, iscritti e non iscritti al sindacato. Si tratta di una esigenza ineludibile. Tenuto conto che sono praticamente esaurite le modalità originarie della comunicazione sindacale: i volantini, i giornaletti ciclostilati, le assemblee di piccoli o grandi gruppi di lavoratori. Inizialmente nelle parrocchie, o nelle Case del popolo. Successivamente, quando è stato conquistato il diritto di assemblea in fabbrica, nei reparti, o nelle mense aziendali. Non  è un mistero che queste modalità comunicative sono praticamente andate in disuso. Il circuito comunicativo si è infatti, poco a poco, ridotto a coinvolgere solo una parte di dirigenti ed operatori. Lasciando fuori  il grosso dei rappresentanti di base, degli iscritti, ma anche le centinaia di migliaia, per non dire milioni,  di lavoratori collocati fuori dal perimetro della rappresentatività sindacale.

Il punto quindi è che la “partecipazione”, per essere efficace nel rapporto tra le parti deve essere sorretta da una parallela e vera partecipazione interna all’organizzazione sindacale. Tale da assicurarle la forza e la credibilità necessaria. E’ arrivato perciò il momento, reso possibile anche dalle enormi potenzialità delle nuove tecnologie, di costruire un sistema di comunicazione e di interlocuzione interna che consenta al movimento sindacale confederale di ricostituire una condotta di relazioni personalizzate. Una struttura che permetta al singolo iscritto, ma anche al lavoratore senza rappresentanza, di dire la sua opinione. Sulle priorità, sulle cose da fare, sugli obiettivi da assumere. In buona sostanza, di poter valutare e condividere o meno le proposte che si vorrebbero portare avanti. Senza naturalmente alcuna concessione alla chimera, cara (stando a quel che si legge e si ascolta) a buon numero di politici. Confusi ed eccentrici. In particolare i devoti della “democrazia diretta”, concepita come sostitutiva delle forme di democrazia deliberativa e rappresentativa. Rifiutare queste pericolose e stravaganti bizzarrie non significa, ovviamente, cadere nell’errore opposto. Cioè quello di pensare che sia possibile esaurire la democrazia sindacale nell’autoreferenzialità degli apparati.

Se si intende  scongiurare questi opposti errori è necessario, assieme alla consapevolezza dei termini attuali della situazione, poter disporre di una piattaforma informatica. Per intenderci, una struttura hardware, cioè fisica. Che consenta di collegare centinaia di migliaia di componenti periferiche  (i computer, i telefonini) e coloro che li usano. E’ indispensabile inoltre un sistema operativo (software) che svolga la stessa funzione della prima. Ma in modalità digitale. E’ facile capire che si tratta di  un progetto piuttosto impegnativo. Il quale anche, per la sua necessaria consistenza, può essere realizzato solo con un impegno unitario di tutto il movimento sindacale confederale.

Chi ha qualche esperienza in grandi organizzazioni sociali non farà fatica a rendersi conto che un simile proposito possa suscitare la contrarietà, la reazione, la resistenza trasversale, di un certo  numero  di dirigenti sindacali. Che si faranno verosimilmente forti dell’argomentazione che non andrebbe fatto nulla che possa implicare il rischio di una limitazione al pluralismo culturale e politico. Esigenza sempre irrinunciabile. A maggior ragione quando si è impegnati ad attraversare una incerta fase di passaggio della storia.

Tuttavia costoro non dovrebbero ignorare due aspetti. Altrettanto essenziali. Il primo riguarda la cospicua quantità di risorse che devono essere impegnate per realizzare e far funzionare una simile piattaforma. La seconda è che di per sé la tecnologia è “neutra”.  Dipende sempre, naturalmente, dall’uso che ne viene fatto. Per altro le piattaforme di comunicazione ed interlocuzione, per loro natura, sono semplicemente strutture-ospiti, che abilitano la funzionalità di altri elementi, tanto del mondo fisico (telecamere, monitor, smartphone, ecc.), che del mondo digitale (documenti, dichiarazioni, giudizi, ecc.).

Comunque, una cosa è certa. Si possono sempre capire tutti i dubbi e le perplessità. Ma viene un momento, e questo momento per il sindacalismo confederale è indiscutibilmente venuto, che dubbi e perplessità rischiano di non essere altro che un alibi per sfuggire alle proprie responsabilità.

L’auspicio quindi è che tutti e ciascuno riescano a fare propria l’esperienza che ci viene dalla vita. Non ci è forse capitato di trovarci alle prese con problemi che ci sembravano irrisolvibili, prima di rivelarsi invece del tutto solubili? Da quelle esperienze dobbiamo perciò sapere trarre la necessaria lezione: il rischio dell’impegno è sempre da preferire alla rassegnazione.

Pierre Carniti

La nuova “Rivoluzione Metalmeccanica”
Intervista a Giuseppe Sabella

Siamo nell’epoca dell’industria 4.0. Il termine Industria 4.0 (o Industry 4.0) “indica una tendenza dell’automazione industriale che integra alcune nuove tecnologie produttive per migliorare le condizioni di lavoro e aumentare la produttività e la qualità produttiva degli impianti” (da Wikipedia). Il nuovo contesto produttivo pone non pochi problemi al sindacato confederale. Come sta rispondendo a questa sfida? Ne parliamo con Giuseppe Sabella. Sabella è direttore di Think-inthink tank specializzato in lavoro e welfare nel cui comitato scientifico fanno o hanno fatto parte eminenti studiosi e esperti, quali in particolare Tiziano Treu, Giuliano Cazzola e Sergio Belardinelli. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: “Rivoluzione Metalmeccanica – dal caso Fiat al rinnovo unitario del contratto nazionale” (Guerini e Associati, 2017). Il libro è da pochi giorni nelle librerie.

 

Sabella nel suo libro “Rivoluzione Metalmeccanica – dal caso Fiat al rinnovo unitario del contratto nazionale” (Guerini e Associati, 2017), mette in evidenza il nuovo protagonismo dei Sindacati dei metalmeccanici (Fim-Fiom-Uilm). Intanto, prima di addentrarsi nel libro, parliamo per un attimo del Congresso, appena concluso, della Fim-Cisl. Quali sono state le novità strategiche?

Credo che il Congresso della Fim sia stato un evento importante. A parte la grande partecipazione di persone che dimostra che il sindacato – a differenza del partito – è un luogo ancora vivo e capace di aggregare, tutti coloro che hanno avuto modo di prendervi parte hanno potuto percepire nitidamente che la Fim è un’organizzazione che sta guidando la trasformazione del movimento sindacale: è chiaro che qui c’è la consapevolezza di cosa sia il lavoro oggi e di cosa richieda a chi lo rappresenta; per dirlo con parole care a Marco Bentivogli, di cosa sia il Lavoro 4.0: in particolare, contrattazione “sartoriale”, ovvero sempre più prossima all’impresa.

Veniamo al libro. Lei afferma che “i Meccanici stanno ridando la linea al movimento sindacale italiano”. Nella storia italiana, e non solo, non è sempre stato così?

Negli ultimi 20 anni sono state tante le tensioni e le rotture in seno al settore della metalmeccanica. È difficile dare la linea se non c’è unità. Ma la portata delle novità è stata tale – prima il caso Fiat e ora il rinnovo unitario – che oggi la metalmeccanica si pone come riferimento per il sistema delle relazioni industriali. Tuttavia, ogni settore ha la sua storia, la sua cultura, i suoi modelli: quindi, inutile pensare che tutti debbano fare come i meccanici.

Quale tipologia di sindacato si delinea in questa “Rivoluzione Metalmeccanica”?

Un sindacato capace di stare al fianco dell’impresa e di accompagnare la grande trasformazione. L’industria italiana ha risorse eccellenti, non si spiegherebbe altrimenti il successo del made in Italy nel mondo. Certo è che oggi più che mai queste risorse devono lavorare in modo compatto, armonico. In quest’ottica, in particolare nei luoghi di lavoro, il sindacato può essere un grande faro. Lo stesso rimando alla contrattazione aziendale non è soltanto importante per aspetti retributivi, ma anche per costruire il perimetro di regole più funzionale al luoghi di lavoro, all’impresa.

Quali sono i limiti di questa rivoluzione?

Benché in tutte le cose ci sia un limite, il rinnovo metalmeccanico – anche perché unitario – è una bella notizia per il lavoro nel nostro Paese. Certamente sarà la capacità di applicarne i dettami sul campo che farà la differenza. Lo spirito tuttavia è quello giusto, ci sono tutte le condizioni affinché questa grande intesa si possa rivelare un driver di cambiamento.

Come si sviluppa la dialettica, per usare una “categoria” filosofica, tra conflitto e partecipazione? Non mi sembra una questione secondaria anche per il contesto di “Industria 4.0”…

Sicuramente c’è una componente del movimento sindacale più partecipativa ed una che lo è meno. La partecipazione è la strada obbligata verso Industry 4.0, questo perché per vincere la sfida c’è bisogno di tutte le forze in gioco. “La persona al centro” ama ripetere Fabio Storchi – Presidente di Federmeccanica e, insieme a Marco Bentivogli, autore di una delle due postfazioni del libro di Sabella, ndr – ; se questo non è uno slogan, significa che è chiaro a tutti che il futuro dell’industria e delle nostre imprese dipende molto dalla risorsa più importante, dal singolo lavoratore.

Vi sono casi concreti di eccellenza nell’industria metalmeccanica che rispondono al nuovo contesto del 4.0?

Si, a partire da Fiat ora FCA: gli stabilimenti italiani sono l’avanguardia nel mondo. Ma direi anche Ducati, Lamborghini, Brembo, Finmeccanica… insomma, il comparto metalmeccanico non solo vale quasi il 10% del nostro pil – oltre che il 46% dell’intero settore industriale – ma traina anche l’intera manifattura e i suoi prodotti ad alto valore aggiunto fanno il giro del mondo. Sarei però cauto sul contesto 4.0: il sistema produttivo italiano ha molta strada da fare.

Non era scontato che, con la firma del CCNL del 26 novembre 2016, si arrivasse all’unità tra le sigle sindacali. Il caso Fiat era stato lacerante. Oggi parlano tutti la stessa lingua?

Sono costretti a parlarla, ne va della loro stessa sopravvivenza. Oggi chi chiede di essere rappresentato vuole solo una cosa: il lavoro. Basta vedere quanto è costato alla Fiom il caso Fiat, decine di migliaia di tessere: certamente qualcosa è imputabile anche al comportamento antisindacale dell’impresa – che per questo è stata richiamata in sede giudiziale – ma molti lavoratori non hanno condiviso la battaglia di Landini. Lui stesso, a dire il vero, ha pubblicamente riconosciuto di aver sbagliato qualcosa. E oggi Fiom sta lavorando per rientrare in Fiat.

Un tempo l’operaio metalmeccanico incarnava la “classe generale”, era la misura della giustizia sociale. Nella situazione di oggi cosa può rappresentare?

Considerando quanto il settore è stato colpito dalla crisi economica – 300.000 posti di lavoro andati persi – oggi il lavoratore metalmeccanico rappresenta un modello di appartenenza alla comunità: ha sofferto in silenzio e oggi è di nuovo protagonista. Qualcuno si è permesso nell’Aula del Parlamento di dire “non siamo mica metalmeccanici”: in realtà questo certifica una sola cosa, la distanza della politica dal paese reale. E, se pensiamo alla grande capacità di sintesi che arriva da questo rinnovo, questo afferma la grande possibilità di rinascita che la rappresentanza del lavoro oggi ha.