GIURAMENTO E VANGELO. Un breve testo di Pierluigi Castagnetti

Pubblichiamo, per gentile concessione, questa breve, ma efficace riflessione di Pierluigi Castagnetti sul discusso “giuramento” fatto da Matteo Salvini ieri a Milano durante il suo comizio elettorale.

Penso che Salvini sia credente: l’ho incrociato a Messa lontano dalle telecamere e dall’Italia. Non ho titoli per giudicare la sua coerenza, terreno scivoloso per tutti e, in ogni caso, chi sono io per giudicare. Però.
Però, quando uno è uomo pubblico e i suoi gesti prevalenti sono pubblici, questi gesti sono giudicabili. E, senza iattanza, dico che i gesti e le parole della Lega perlopiù non sono cristiani.
È vero che anche Trump ha giurato sulla Bibbia, ma questo semmai conferma l’esigenza di finire una tale tradizione per sottrarsi ai rischi di blasfemia. Cosa significa giurare sulla Bibbia per un politico? Che le sue azioni saranno sempre coerenti con le parole del Testo? Suvvia, siano le chiese cristiane fedeli al Libro a chiedere di cessare un rito divenuto come minimo semplicemente pagano.
E, volendo essere buono, mi rivolgo ai tanti “salvini” che popolano la politica e che semmai sono tentati di imitare l’originale: soprattutto se siete credenti, resistete alla tentazione.

 

Romano Guardini: un ethos per l’Europa. Un testo di Silvano Zucal

 

In occasione dei 50 anni dalla morte di Romano Guardini, il grande teologo italo-tedesco , uno dei “Padri della Chiesa del XX secolo”, avvenuta a Monaco di Baviera il 1 ottobre 1968 , Lo Studio Teologico san Zeno in collaborazione con Vicariato per la Cultura-Diocesi di Verona, Vicariato Verona centro e la “Fondazione Giorgio Zanotto”, hanno realizzato un convegno, lunedì scorso, per ricordare la sua figura. Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, il testo dell’intervento del professor Silvano Zucal, docente di Filosofia Teoretica all’Università di Trento.
(I titoli dei paragrafi sono a cura del redattore)

Le due identità
(1) (2) (3) (4) Romano Guardini nasce a Verona nel 1885 e già l’anno successivo si trasferisce a Magonza con la famiglia. In quella città conseguirà la maturità ginnasiale. Si iscriverà poi alla facoltà di chimica a Tubinga per passare, successivamente, a quella di economia politica (1904) presso le Università di Monaco e di Berlino. Ma la sua vocazione lo conduce altrove e nel 1905 studierà alla facoltà teologica di Tubinga e poi di Friburgo fino a ricevere nel 1910 l’ordinazione sacerdotale. Una formazione culturale che avviene dunque interamente in àmbito tedesco. Ben diversa era la situazione in famiglia dove si parlava in italiano e si veicolava in modo convinto la tradizione culturale italiana. Il padre Romano Tullo, nato a Verona (1857), importatore di pollame(per la grande azienda italiana “Import Grigolon-Guardini &Bernardinelli GmbH”) è politicamente un appassionato sostenitore di Cavour e un cultore di Dante e nel 1910 diventerà console onorario italiano. La madre Paola Maria Bernardinelli è invece trentina, nativa di Pieve di Bono (1862) nelle valli Giudicarie (anche se la famiglia proveniva da Javrè in Val Rendena),viene da una famiglia che possedeva un’osteria e poi una macelleria, studierà nell’istituto delle Dame inglesi a Merano e nella famiglia rappresenta, ancor più profondamente e fortemente del marito, lo spirito italiano unito ad una posizione anti-asburgica e più in generale a un rifiuto non privo di risentimento per tutto ciò che è tedesco. Non potrà quindi che generare perplessità e sconcerto nella famiglia il fatto che il figlio primogenito Romano decidesse, nonostante l’opposizione esplicita dei genitori, di assumere nel 1911 la cittadinanza tedesca compiendo una sorta di “esodo” volontario dalla patria originaria italiana. Lui solo oltretutto di tutta la famiglia (rientrata poi in Italia dopo l’improvvisa morte del padre avvenuta nel 1919) aveva optato per il Nord.
(5) (6) Con la scelta della cittadinanza, Guardini divenne a pieno titolo e con una sorta di sigillo formale un pensatore espressivo della cultura tedesca, che egli aveva ormai assorbito in modo irreversibile. Se nella casa paterna di Magonza, nel Gonsenheimer Hohl, egli aveva respirato la cultura italiana oltre ad averne appreso la lingua, al di fuori di essa, a scuola, tra gli amici, nella formazione spirituale, all’Università, lingua e cultura furono infatti indelebilmente segnate dal mondo tedesco. Certo frequenti furono ancora i viaggi in Italia in visita alla madre (vivrà fino 95 anni, morendo nel 1957 quando Guardini aveva già 72 anni), ai tre fratelli Gino Ferdinando, Mario e Aleardo e ai nipoti, con soste prolungate nella residenza materna inizialmente sul lago di Como e poi, soprattutto a partire dalla fine degli anni ’20, a Villa Guardini a Isola Vicentina presso Vicenza dove egli amava preparare le sue lezioni camminando tra gli amati alberi che contemplava senza stancarsi. Una sorta di addio all’Italia sarà l’ultimo viaggio nell’agosto del 1968 (dal 28.8 al 15.9), avvenuto poco prima di morire (morirà il 1 ottobre) con tappe deliberate prima di attraversare il confine a Trento e a Bressanone. Oltrepassato il Brennero egli comunque osservò: «Ho sempre l’impressione che qua nel Nord vi sia una dimensione in più…».
(7) Questa relazione seppur intensa con l’Italia non cambierà mai la sua prospettiva culturale complessiva. Quando, durante la prima guerra mondiale, dovrà addirittura svolgere il servizio militare come infermiere in un ospedale militare indossando l’uniforme tedesca mentre due fratelli prestavano servizio nell’esercito italiano il conflitto latente tra le sue due identità diverrà ancor più lacerante ed esplosivo. Alcuni anni più tardi cercherà di mostrare come aveva vissuto questa singolare conflittualità e come aveva cercato di uscirne ovvero con il suo auto-identificarsi come “cittadino europeo”. Di qui l’assoluto rilievo dei suoi scritti sull’Europa.

La genesi dell’ Europa
I numerosi saggi europeistici di Romano Guardini restituiscono non solo la potenza dell’argomentare del filosofo italo-tedesco ma anche un clima aurorale, una “genesi” del “fatto-Europa”. Elemento su cui merita ritornare soprattutto nel contesto odierno in cui l’Europa vive una particolare crisi d’identità. Parto sofferto quello europeo, drammatico, non scontato, esito di conflitti, di inquietudine e di tormenti sia biografici sia nazionali.
Guardini sente gravare su di sé un destino di primo acchito irriducibile e insieme incomponibile: l’appartenenza a due patrie, due mondi culturali e spirituali diversi e nella grande guerra civile del Novecento ora alleati ora in conflitto. Come uscirne? Le sue potenti meditazioni sull’Europa dicono che solo l’Europa poteva diventare non solo “un destino” di ricomposizione per la sua personale identità duale, ma anche un compito etico da consegnare al futuro dei popoli europei fuoriusciti dall’epoca tragica segnata dalle guerre, dai totalitarismi e dalla macchia indelebile della Shoà. I quattro testi più rilevanti sono composti in momenti diversi con una sorta di crescendo.
Il primo, in senso cronologico, è un intervento ripreso dagli appunti di Josef Außem. Siamo a Grüssau (Slesia), nella Pentecoste del ’23, a un convegno della Jugendbewegung e Guardini è già il leader riconosciuto del movimento giovanile tedesco. La descrizione di Außem ci restituisce in modo quasi palpitante (sorta d’affresco) il clima spirituale davvero ambiguo della Germania frustrata e occupata, foriero purtroppo di tragedie, e impressiona quell’accorrere di migliaia di giovani in attesa famelica di un obiettivo che dia senso al loro futuro. Guardini dovrebbe parlare solo d’altro, del “senso della Chiesa”, ma in una sorta di coup de théâtre il relatore ufficiale sul tema politico e sul rapporto tra dimensione nazionale ed Europa, il parroco Rohn, viene a mancare e toccherà proprio a Guardini, italiano naturalizzato tedesco, affrontare un tema per lui imprevisto e in parte problematico. Egli si schermisce, appare come titubante ad affrontare da oriundo italiano un tema “cosi tedesco”, ma poi coglie proprio una tale occasione per confessare in pubblico il suo tormento interiore relativo alla scelta del servizio militare con l’esercito tedesco: «Il suo essere spirituale si radica, egli sostenne, nella cultura tedesca. Ha militato nell’esercito come soldato e la guerra e la disfatta lo avevano posto di nuovo di fronte alla decisione di definire a quale popolo egli davvero appartenesse. Si è deciso per la Germania. […] È intimo dovere morale stare dalla parte del proprio popolo e contribuire a sostenere la sua opera. […] Questo dovere sussiste in periodi normali, più che mai in quelli straordinari, quando al popolo sopravviene una distretta; allora la fedeltà dev’essere doppiamente profonda e l’unita doppiamente grande. Al tempo della disfatta avemmo la sensazione di uno che affoga, per il quale ne va dell’onore e dell’essere. Per chiunque abiti in un territorio occupato si faceva buio nel giorno più luminosamente chiaro quando vedeva comparire le uniformi straniere».
Chiarito il significato di “fedeltà”, in specie nel momento della disfatta, emerge pero già in questo intervento di Guardini un primo spiraglio di carattere europeistico. La fedeltà al popolo e alla cultura tedesca non gli impediscono di guardare all’Europa come luogo deputato al superamento di ogni forma di sciovinismo che scatena i bellicismi e che divide addirittura i fratelli tra di loro (come era avvenuto proprio nella sua famiglia). Questa “novità di formulazione” colpì particolarmente gli ascoltatori, che sentirono Guardini articolare in modo raffinato una relazione dialettica tra fedeltà al proprio popolo e apertura a un contesto superiore: «Non intendiamo parlare degli arrabbiati, – e Guardini lo dice nell’anno della terribile inflazione tedesca post-bellica – che per un risentimento si scostano dal proprio popolo e deviano in quella direzione. Vi sono però persone che hanno un senso dei legami che superano quelli di un solo popolo. Non è lecito scambiare con questo piano spirituale l’internazionalismo socialista. Noi vediamo l’Europa vivente, che è emersa, vive ed esercita il suo influsso in un certo numero di persone». E al movimento giovanile consegnava proprio questo impegno peculiare di riconoscere il «fatto spirituale dell’Europa» come proprio destino: «Chi è nello spirito della Jugendbewegung? È colui che interiormente è lacerato, è inquietato da questi problemi, che diventano per lui destino. Suo compito è quello di vedere il fatto (Faktum) Europa. La soluzione non si può trovare traendola da qualche genere di risentimento. Noi dobbiamo deciderci se agire demagogicamente o se vedere le cose in un’ottica di carattere essenziale e pensare e agire sulla base della responsabilità di fronte a questo nuovo sviluppo», ormai, ineludibile in direzione europea. Monito che purtroppo rimarrà in larga parte inascoltato in quegli anni che porteranno di lì a poco ai totalitarismi e frantumeranno ogni ipotesi di costruzione europea. Guardini aveva dimostrato una singolare lucidità profetica. Profeta purtroppo inascoltato (con rare eccezioni come gli studenti della “Rosa Bianca”) poiché la Germania andrà incontro alla sua deriva totalitaria e sciovinista.
In questo contesto, Guardini scrive il suo secondo testo, di certo il più drammatico. Lo scrive da professore senza cattedra e senza più magistero perché l’unica cattedra e l’unico magistero è quello del “grande” Führer e insieme Verführer (seduttore). Nell’isolamento del suo pensionamento forzato impostogli dal regime egli cerca di analizzare come tutto ciò sia potuto accadere e quale possa essere in futuro il fattore immunizzante. I saggi (L’Europa e Gesù Cristo; L’Europa e il cristianesimo) redatti negli anni bui del nazismo e della seconda guerra mondiale (una prima redazione è del ’35) rileggono il tutto cercando di saldare il discorso europeistico alla cristologia. Solo una prospettiva cristologica ed europeistica insieme, meglio le due realtà in inseparabile connessione, può e potrà eradicare la follia del “Blut und Boden”, un fantasma che può sempre risorgere. Pennellate efficaci, anche se stringate, sul rapporto vitale tra il tessuto profondo dell’anima europea e la cristologia portano Guardini a concludere che «l’Europa, ciò che è, lo è attraverso Cristo – una verità, che Novalis ha proclamato nel 1799 nel Frammento, sostenuto da forza profetica, La cristianità o l’Europa. […] Se l’Europa si staccasse totalmente da Cristo – allora, e nella misura in cui questo avvenisse, cesserebbe di essere».
Se l’Europa ha una genesi essenzialmente cristologica, questo si può riconoscere anche quando è avvenuta in larga parte l’apostasia dall’origine cristiana e scienza, cultura, politica, economia, filosofia europee vogliono realizzarsi fuori da quello spirito o addirittura in esplicita contraddizione con esso. Anche nelle manifestazioni negative o contraddittorie continua in realtà a operare la figura di Cristo. L’età dei totalitarismi ha tentato di innalzare il nuovo mito soteriologico del “salvatore terreno”, che avrebbe dovuto eliminare Cristo e la sua redenzione e fissare l’uomo in questo mondo. Se essi avessero definitivamente trionfato, sarebbe stata la fine dell’Europa, non tanto sul piano economico-politico, ma su quello della “figura umano-politica” che porta il nome Europa. Che cos’è allora, in ultima analisi, l’Europa? Guardini risponde in modo suggestivo con una pagina anche letterariamente accattivante, che è bene riprendere integralmente: «L’ Europa non è un complesso puramente geografico, né soltanto un gruppo di popoli, ma un’entelechia vivente, una figura spirituale operante. Si è sviluppata in una storia, che passa per quattromila anni e a cui non si può finora paragonare nessun’altra in ricchezza di personalità e di forze, in audacia d’azioni come in profondi movimenti di destini sperimentati, in ricchezza di opere prodotte come in pienezza di significato immessa in ordini di vita creati. […] Una cosa è però sicura […]: l’Europa diverrà cristiana, o non esisterà mai più. Può essere ricca o diventare povera; può avere un’industria altamente sviluppata o dover ritornare a livello rurale; può assumere questa o quella forma politica – in tutto ciò rimane se stessa, finché vive la sua forma fondamentale». Cristo è stato attivo per quasi due millenni nella più intima profondità dei popoli europei e ne ha plasmato una particolare sensibilità e finezza. L’essere di Cristo ha liberato il cuore all’uomo europeo, gli ha dato la capacità di vivere la storia e di esperire il destino, lo ha tratto fuori dall’antico stato servile e prigioniero nella natura e nel mondo e l’ha posto dinanzi a Dio nella sovrana libertà del redento. Una libertà e una conseguente responsabilità che dovrebbero essere immunizzanti dinanzi alla possibile catastrofe generata dalle sue opere.
Contro l’uomo europeo “cristi-forme” si muoveva il mito e l’istinto nazionalsocialista, che mirava a distruggere la dimensione europea per ottenere una massa informe di cui avrebbe potuto disporre a piacimento. Di qui l’odio mortale contro Cristo e contro tutto ciò che viene da Lui. Il mito del sangue come nuovo Mito del XX secolo (come recita il titolo della celebre e inquietante opera di Alfred Rosenberg, ideologo del nazismo) e l’annullamento di ogni dimensione spirituale come contrappeso alla semplice biologicità, e con ciò la fine dell’essenza europea. Il futuro dell’Europa è nella fedeltà a se stessa, nel suo essere non solo determinata nel profondo dalla figura di Cristo, ma – e ben più – nel suo essere come strutturata da tale figura cristica, se vuol conseguire la propria forma per eccellenza ed unica: «Se […] l’Europa deve esistere ancora in avvenire, se il mondo deve ancora aver bisogno dell’Europa, essa dovrà rimanere quella entità storica determinata dalla figura di Cristo, anzi, deve diventare, con una nuova serietà, ciò che essa è secondo la propria essenza. Se abbandona questo nucleo — ciò che ancora di essa rimane, non ha molto più da significare».

L’Europa è l’incontro fecondo di “opposti polari”
È invece più pacato il Guardini settantenne che, nel 1955, rivolgendosi ai colleghi dell’Università di Monaco che lo festeggiano, propone un intervento, sorta di bilancio, che salda insieme il tema dell’ Europa con quello della peculiarità del suo insegnamento di “visione cristiana del mondo» (Europa e Weltanschauung cristiana). In questo contributo il pensatore mette a tema la logica delle polarità: l’Europa per lui è nata nella polarità virtuosa delle sue due anime e tale dovrà essere anche l’Europa del futuro, incrocio fecondo di opposti polari. L’unità necessaria per ricomporre il proprio “io” frantumato dal duplice destino biografico, Guardini la trovò nell’essere europeo. In una sorta di bilancio, egli ricorda la feconda e liberante scoperta di quella “unita” e, insieme, mette in guardia sul rischio permanente di un’incomprensione tra Italia e Germania: «A questo punto mi è riuscita chiara per esserne personalmente impegnato quella realtà il cui nome è oggi sulla bocca di tutti, ma di cui allora quasi nessuno parlava: il fatto “Europa”. Lo riconobbi però, allora, come la base, unicamente sulla quale potessi esistere: familiarizzatomi intrinsecamente con la natura tedesca, ma attenendomi con fermezza fedele alla prima patria, ed entrambi gli atteggiamenti non come una mera giustapposizione, ma fusi come una cosa sola nella realtà “Europa”, che certo nasce da necessità storiche, ma anche dalla vita di coloro che ne fanno l’esperienza nella propria esistenza. Ancora qualcosa d’altro mi riuscì chiaro. Tra la Francia da un lato e la Germania dall’altro, nonostante tutte le sventurate difficoltà politiche, l’“Europa” era da lungo tempo in via di realizzazione, seppure più dall’Est all’Ovest che nella direzione opposta. Tra l’Italia e la Germania tuttavia sembrava che le cose stessero in modo diverso. Certo da sempre l’aspirazione dei Tedeschi verso il Sud era stata operante; tuttavia per lo più in un modo estetico-lirico, peculiarmente irreale, che si manteneva nell’àmbito dell’arte e del paesaggio, e invece non prendeva molta cognizione della realtà storico-politica. Alla relazione del Nord verso il Sud non ne corrispondeva nemmeno una analoga in senso contrario».
L’Europa vive dunque delle sue opposizioni polari, della sua dialettica Nord-Sud, Est-Ovest, della sua polarità geografica tra l’altezza delle Alpi e la pianura, del suo essere crocevia di diversità non incomponibili ma fecondamente intrecciabili: «Ancora sempre mi commuovo nel cuore […] quando sulla carta geografica vedo la sua immagine: la configurazione piccola e graziosa […] come fosse disposta dal cesello di un orafo tra i colossi Asia, America, Africa. La ricchezza delle sue forme, l’insinuarsi reciproco tra il mare e la terra, la molteplicità delle sue situazioni etniche dalle Alpi fino alla pianura più bassa – tutto questo appare come una preparazione al destarsi dello spirito più luminoso a opere grandi e audaci imprese».
L’ultimo apporto in ordine di tempo, il più ampio, raffinato e completo, è nato da una circostanza accidentale ma insieme dice il riconoscimento della grande originalità della sapienza europeistica di Guardini: il conferimento, nel 1962, del Premio Erasmo a Bruxelles. Il testo (Europa. Realtà e compito) pone una domanda urgente all’Europa, assegna ad essa una nuova missione. Se, forse, la stagione fanatica dell’autoaffermazione senza limiti dell’imperium nazionale è alle spalle e l’integrazione europea è ormai possibile, la nuova sfida è il dominio del nuovo imperium: quello della téchne. Se l’identità europea è nel suo radicamento cristiano, meglio ancora nel suo legarsi alla “figura Christi”, quale è dunque la missione dell’Europa, il suo compito (Aufgabe) specifico nel contesto mondiale? Sul piano numerico essa potrà non esser più competitiva né dal punto di vista demografico, né sul terreno economico o industriale o anche scientifico e artistico. C’è però una «prestazione assegnata in modo speciale all’Europa e che potrebbe essere certamente compiuta anche da altre parti del mondo, ma non con una tale, diciamo intrinseca, competenza?».

Il destino dell’Europa
La tesi di Guardini è riassumibile in questo: missione dell’Europa è il disciplinamento etico della potenza. Senza giungere ai toni apocalittici di Heidegger, qui Guardini vede la sfida etica e spirituale del futuro. Una sfida che compete proprio alla “vecchia Europa” e solo a essa, perché la sua “anzianità” può essere l’antidoto a ogni acritica ebbrezza e passiva fascinazione per il novum che può essere soltanto il veicolo di un inedito dominio. Utopia morale? Certo quest’Europa che può assumersi una tale impegnativa missione non è ancora all’orizzonte. Per essere tale non deve rimanere un semplice fatto economico o politico, ma deve diventare una “disposizione di spirito”, un comune sentire. Occorre fuoriuscire definitivamente dalla logica degli Stati nazionali chiusi su di sé. Il formarsi dell’Europa presuppone invece che tutte le nazioni che la compongono ripensino la loro storia e intendano il loro passato in relazione al costituirsi di questa grande ««forma vitale» che è appunto l’Europa. Occorre un’Europa compiutamente dialogica che superi l’egoismo nazionalistico degli Stati membri. Ciò potrà avvenire con l’esercizio fecondo dello «specchio», ovvero col vedere davvero se stessi nell’unico modo possibile, vale a dire nel vedersi con gli occhi dell’«altro»: «Chi vuole liberarsi dall’irretimento del proprio carattere etnico che si chiama “nazionalismo” deve imparare a conoscere persone di altra nazionalità e poi, in un momento adatto, domandarsi: come potrà apparire la nostra natura, il nostro comportamento reciproco, il nostro stile di vita agli occhi di un francese, di un inglese, di un italiano? Nel caso in cui tale sguardo gli riesca, ciò che appare è inquietante, ma anche questa inquietudine è salutare. In questo modo la persona impara a sentire come una parola pronunciata da un tedesco possa suonare agli orecchi di un francese, che effetto faccia a un inglese ciò che il tedesco definisce bravura, che sensazioni possano determinare in Italia il modo di vestire e il comportamento dei turisti tedeschi. Per il processo, di cui tanto si parla, di formazione di un’Europa veramente unita sarebbe utile che davvero molti eseguissero questo esercizio». Dalle nicchie autoreferenziali delle nazioni si esce solo costruendo «ponti», intessendo ovunque «relazioni trasversali non solo di carattere organizzativo, come accordi commerciali o forme di influenza politica, ma anche di natura umana. La storia di queste relazioni intermedie costituisce in realtà un importante capitolo della storia della nostra civiltà e cultura europee».

“Destino” dunque l’Europa, situazione destinale dell’immediato e del futuro per gli uomini che abitano il continente e che hanno finalmente trovato ragioni per unirsi e per non sbranarsi, ma insieme “compito” che fa sì che questo “stare-insieme” non sia solo mercantile e monetario ma abbia un obiettivo più alto. La lezione di Guardini è un prezioso viatico in tale direzione.

 

Note


(1) Per la ricostruzione biografica il testo di riferimento e di documentazione rimane quello di Hanna Barbara Gerl, Romano Guardini 1885-1968.Leben und Werk, Mainz, 1985, tr.it. di Benno Scharf, Romano Guardini: la vita e l’opera, Brescia, Morcelliana, 1988.

(2) Memore di questo fatto Guardini dedicherà al padre il primo volume dei suoi studi danteschi (Der Engel in Dantes Göttlicher Kömodie, Leipzig, Hegner, 1937) utilizzando eccezionalmente anche nell’edizione tedesca la lingua italiana: “Alla memoria di mio padre, dalle cui labbra fanciullo i primi versi di Dante colsi”.

(3) Cfr. Romano Guardini, Berichte über mein Leben. Autobiographische Aufzeichnungen, Aus dem Nachlass hrsg. von F. Messerschmid, Paderborn, Ferdinand Schöningh Verlag, Paderborn 1980, p. 58, tr.it. Diario. Appunti e testi dal 1942 al 1964, Brescia, Morcelliana, Brescia 1983, p.72: «Mio padre, che aveva trapiantato a Magonza l’attività di mio nonno, stimava molto la Germania , ma si sentiva tuttavia sempre ospite. Mia madre era ancora più radicale. Era nata nel Sud Tirolo [Guardini qui confonde Sud Tirolo con Trentino, anche se i Trentini all’epoca venivano effettivamente chiamati tirolesi] e aveva, sin da bambina, sviluppato in sé l’amore appassionato dell’ “irredenta” Italia. Era stata, certo, educata a Merano in un istituto tedesco; ma colà appunto si intensificò ancora di più questa disposizione d’animo. Quando tre anni dopo il suo matrimonio si trasferì con mio padre in Germania, non lo fece volentieri e perciò il suo rifiuto di tutto quanto era tedesco si fece sempre più netto. A Magonza essa, fatta eccezione per alcuni rapporti di cortesia inevitabili, non trattenne relazioni con nessuno”.

(4) Come afferma lo stesso Guardini a suo padre “sembrava molto difficile concepire il fatto che suo figlio primogenito potesse rinunciare alla cittadinanza del proprio Paese» (in Romano Gaurdini, Stationen und Rückblike, Würzburg, Werkbund, 1965, p.13).

(5) Cfr. Romano Guardini, Europa.Wirklichkeit und Aufgabe in Sorge um den Menschen, Bd.I, Würzburg, Werkbund, 1962, tr.it. di M. Paronetto Valier e di Albino Babolin, Europa-Realtà e Compito in Ansia per l’uomo, vol. I, Brescia, Morcelliana, 1970, pp.275-292, il riferimento a pp. 275-276:«Quando venimmo in Germania, io ero nella prima infanzia. In casa si parlava italiano; ma la lingua della scuola e della formazione spirituale fu il tedesco. Questo ebbe il sopravvento, e non poteva essere diversamente, come lingua, con la quale mi pervennero il sapere e la conoscenza della vita. Più tardi fu anche la lingua delle Università che frequentai e nelle quali cominciò la mia personale attività creativa spirituale.Da tutta questa situazione sorse un conflitto profondamente sentito, quando alla semplice bramosia di sapere sopravvenne il problema della professione.[…] Dal punto di vista intellettuale, io dovevo esercitare questa professione in Germania, poiché la mia formazione e la mia idea della vita erano tedesche; io pensavo in tedesco, giacché si pensa pure in una lingua. D’altra parte, però, era sempre viva la mia unione con l’Italia, che per i miei genitori era la patria e perciò la terra in cui, secondo il loro pensiero, doveva vivere e lavorare il loro figlio. […Oltretutto] i miei genitori erano italiani e patrioti appassionati».

(6) Dal resoconto del viaggio del medico personale che l’aveva accompagnato Franz Riedweg redatto nell’estate del 1983 e consegnato alla biografa Hanna Barbara Gerl. Cfr. Hanna Barbara Gerl, Romano Guardini: la vita e l’opera, cit., p. 424.

(7) Su questa vicenda cfr. Alfred Schüler, Romano Guardini. Eine Denkergestalt an der Zeitenwende, in “Archiv für mittelrheinische Kirchengeschichte” 21 (1969), p.134.

(8) In ordine cronologico: l’intervento riportato da J. Außem, Grüssau, in «Die Schildgenossen» 3, 5-6 (1922-1923), pp. 188-194, tr. it. in Europa. Compito e destino, a cura di S. Zucal, Morcelliana, Brescia 2004, pp. 63-74; i due paragrafi, il quinto, Europa und Jesus Christus, e il settimo, Europa und das Christentum, di Der Heilbringer in Mythos, Offenbarung und Politik. Eine theologisch-politische Besinnung, Deutsche Verlagsanstalt, Stuttgart 1946 (prima edizione ridotta con il titolo Der Heiland sulla rivista «Die Schildgenossen» 14, (1934-1935), pp. 97-116), tr. it, L’Europa e Gesù Cristo; L’Europa e il cristianesimo, in Il Salvatore nel mito, nella rivelazione e nella politica. Una riflessione politico-teologica, in Scritti politici, Opera Omnia a cura di M. Nicoletti, Morcelliana, Brescia 2005, vol. VI, pp. 293-345, i due paragrafi alle pp. 329-332 e 341-345; «Europa» und “Christliche Weltanschauung”. Aus der Dankrede bei der Feier meines siebzigsten Geburstags in der Philosophischen Fakultät der Universität München am 17. Febr. 1955, in Stationen und Rückblicke, Werkbund, Würzburg, 1965, pp. 11-22, tr. it., «Europa» e “Weltanschauung” cristiana. Dal discorso di ringraziamento in occasione della celebrazione del mio settantesimo compleanno presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Monaco il 17 febbraio 1955, in Scritti politici, cit., pp. 487-494; Europa. Wirklichkeit und Aufgabe (discorso per il conferimento del Praemium Erasmianum a Bruxelles il 28 aprile 1962), Werkbund, Würzburg 1962, tr . it., Europa. Realtà e compito in Scritti politici, cit., pp. 549-563; Wann ich Europäer bin, Bayerisch Rundkunf, München 1962 (Archiv. n. 62-10-196) in cui Guardini legge alla radio alcuni passaggi dei suoi testi europeistici; Europa kann keine Aufgabe versäumen, in «Europa» (Bad Reichenhall) 18(1967), pp. 52-53.

(9) J. Außem, Grüssau, cit., pp. 70-71.
(10) Ivi, p. 71.
(11) ivi, p. 72.
(12) Cfr. la tr. it. a cura di A. Reale, La cristianità o l’Europa, Bompiani, Milano 2002.
(13) Romano Guardini, L’Europa e Gesù Cristo, cit., p. 332.
(14) Ivi, pp. 342, 344.
(15)Der Mythus des XX. Jahrhunderts, Hoheneichen, München 1933.
(16) Romano Guardini, L’Europa e Gesù Cristo, cit., p. 345.
(17) Romano Guardini, “Europa” e “Weltanschauung” cristiana, cit., pp. 489-490.
(18) Ivi, p. 490.
(19) Romano Guardini, Europa. Realtà e compito, cit., p. 553.
(20) Romano Guardini, Ethik. Vorlesungen an der Universität München (1950-1962), Grünewald-Schöningh, Mainz Paderborn 1993, ed. it. a cura di M. Nicoletti e S. Zucal, Etica, Morcelliana, Brescia 2001, p. 261.
(21) Ivi, p. 529.

“Il voto segnerà un ‘sentiment’ trasversale anti establishment”. Intervista a Fabio Martini

Siamo giunti, ormai, agli ultimi giorni della campagna elettorale. Ormai la tendenza è chiara. In questi giorni le forze politiche cercheranno il voto degli indecisi. L’aria che tira non è positiva per la politica. Quali i possibili scenari? Ne parliamo, in questa intervista, con Fabio Martini , cronista parlamentare del quotidiano torinese “La Stampa”.

 

Siamo giunti al “giro di boa” di una campagna elettorale che è stata segnata da eventi tragici come quello di Macerata. Prima partiamo dai programmi. L’impressione è che quasi tutti,  parliamo del lato economico,  siano irrealizzabili (per i costi stratosferici).  Ti chiedo quanto influirà l’economia sul voto o pensi, invece, che l’emotività dettata dalla questione dell’immigrazione prevarrà sulle scelte elettorali?

In base ad un calcolo de “La Stampa”, il costo delle promesse di tutti i partiti, ammonterebbe a circa mille miliardi. Un calcolo paradossale, ma che dimostra come gran parte delle promesse riguardano la vita quotidiana e anche da ciò si deduce che un certo, diffuso disagio per il vissuto economico, percepito e reale, è un elemento che peserà. Anche se nei diversi segmenti elettorali sono destinate a pesare spinte diverse, non tutte riconducibili ad economia e sicurezza. A cominciare da una diffusissima ostilità verso l’establishment.

Presente non soltanto tra tutti gli elettori dei Cinque Stelle, ma anche in quelli della Lega, in parte di quelli di Forza Italia, dei Fratelli d’Italia e dei Liberi Eguali. Un “sentiment” trasversale, che alla fine aiuta a capire perché non sarà per niente facile fare un governo: gli elettori indifferenti al tema sono tantissimi.

 

Parliamo ancora di Macerata. L’onda emotiva scatenata dal gesto criminale del Fascioleghista Luca Traini, un gesto che trova alimento nel   “brodo di cultura” fatto di xenofobia, razzismo, ideologia securitaria, nostalgie neofasciste, che purtroppo ha avvelenato il tessuto sociale italiano. A questa onda emotiva non si riesce a trovare un argine di razionalità democratica, l’impressione è  questa. Certo, vi sono state le manifestazioni antifasciste.  Basteranno?

Nella vicenda di Macerata hanno finito per sovrapporsi due fenomeni tra loro diversi: un certo,  eclatante ma circoscritto “protagonismo” neofascista e un diffuso sentimento di ostilità verso gli immigrati. Luca Traini, autore di un gesto isolato e non riconducibile ad alcuna sigla, ha momentaneamente riassunto le due pulsioni, collimanti ma diverse. Le manifestazioni, se ben argomentate, a qualcosa servono ma per modificare giudizi e pregiudizi serve tempo e una maturazione di lunga durata.

 

Veniamo ai partiti. Parliamo del PD, o meglio di Matteo Renzi. L’impressione è che sia sulla difensiva, non riesce più ad imporre l’agenda politica. La stessa idea di squadra fa fatica ad emergere. Insomma un leader in affanno e  assai confuso. Troppi errori? Ne è consapevole?

Certo che ne è consapevole. Ma, pur impostando una campagna elettorale priva di effetti speciali, non è riuscito a proporre un’offerta personale e politica nella sostanza diversa da quella precedente. Ma è altrettanto vero che l’idea di squadra, per quanto in modo casuale (endorsement di Prodi per Gentiloni), sta affiorando. E, girando per comizi ed assemblee del Pd, si ha conferma che esiste un “popolo renziano”, uno zoccolo duro che sarebbe in parte rimasto disorientato  da un’eventuale staffetta tra il leader del Pd e il presidente del Consiglio.

 

 

Su “Liberi e Uguali” pesa l’immagine di “nomenklatura”, la  stessa leadership di Grasso si sta rivelando, nonostante i suoi sforzi, debole ed appare, lui, pur con la sua storia personale importante, come “vecchio”. Un futuro poco sereno?

Se avrà un successo elettorale (dal 6 per cento in su), la Lista si trasformerà in una forza politica. In caso contrario è destinata a dividersi in due pezzi: l’ala pragmatica (D’Alema, Bersani) da una parte, quella radicale (Fratoianni, Vendola) dall’altra. Con due incognite: che ruolo giocheranno i due ex presidenti delle Camere? Quanti dei vecchi notabili rientreranno in Parlamento? Un risultato insoddisfacente potrebbe determinare qualche sorpresa, al momento ignorata nella discussione pubblica.

 

Solo un ‘ultima considerazione sulla sinistra  tutta (PD compreso). Da questa campagna elettorale emerge, come qualche osservatore ha detto, l’afonia della sinistra. Ovvero la sua incapacità di creare un legame sentimentale con il suo popolo e con l’elettorato più largo.  Secondo  te è vera questa osservazione?

Osservazione fondatissima. A sinistra, ma non solo a sinistra, i legami con la propria opinione pubblica, non sono più di carattere sentimentale. Prevalgono tra gli elettori altre pulsioni, presenti nel passato ma ora prevalenti: interesse, fedeltà, simpatia, antipatia, il tutto espresso talora in modo isterico. I sentimenti forti e le certezze non appartengono a questa stagione.

 

I cinquestelle sono attraversati da veleni che loro stessi hanno prodotto. La vicenda ultima creerà un clima di sospetti reciproci tra gli esponenti dell’Esperimento, come lo chiama Jacoboni. Per Di Maio non è il massimo per la sua scalata al potere…

Oramai viviamo in un’epoca di campagne elettorali permanenti e tutti i partiti, compreso il Movimento Cinque Stelle, sono arrivati stremati all’appuntamento: sembrano non avere più nulla da dire e, pur cercando tutti il colpo del ko, aspettano con ansia che la corrida finisca il prima possibile.

 

Parliamo del  Centrodestra. Qui la partita è tra Berlusconi e  Salvini.  Ovvero tra un Berlusconi-zelig e il sovranista Salvini. La domanda è: Quanto è credibile una coalizione così fatta?  

Se il centrodestra avrà la maggioranza, governerà. Se non la avrà, assisteremo ad un divorzio al ralenti, per consentire a Forza Italia di staccarsi dalla Lega. Se non ci sarà nessuna maggioranza, lo scontro tra le due ali avrebbe un nuovo round alle prossime, imminenti elezioni. Ma a quel punto, se sarà stato introdotto un sistema maggioritario, servirà un leader e i due segmenti dovrebbero trovare una sintesi.

 

Veniamo alla sorpresa: la lista Bonino-Tabacci . I  sondaggi danno la lista a più del 3% . Un  voto che sostituisce quello dato a  Renzi sul fronte, importante, dell’elettorato di opinione. Croce o delizia per Renzi? Per me croce..per te?

I Radicali hanno sempre avuto una vocazione minoritaria, poco interessati ad espandersi elettoralmente e invece concentrati a raggiungere obiettivi circoscritti. Senza tradimenti, ma non verranno meno al proprio spirito indipendente neppure stavolta.

 

L’ultima domanda riguarda Gentiloni. Risorsa importantissima per il PD, ma si ha l’impressione che qualcosa si è rotto tra Gentiloni e Renzi. Un possibile scenario?

Lo scenario lo stabiliranno i numeri. Se il Pd reggerà (con un risultato dal 25% in su) Renzi si riproporrà come presidente del Consiglio, se il Pd scenderà sotto quella soglia e ci sarà una maggioranza in Parlamento con Forza Italia e magari una parte di LeU, allora Gentiloni avrà ancora delle chances. Se il Pd dovesse subire una sconfitta storica, entrambi faticheranno a tenere il campo.

“Donne per la Chiesa”: un manifesto per valorizzare il femminile

(Stefano Dal Pozzolo/contrasto)

Sono una trentina di donne credenti di tutta Italia – non teologhe – impegnate in diversi ambiti sociali e ecclesiali, che si riuniscono nei social (il gruppo Facebook si chiama “Donne per la Chiesa”) interrogandosi sui principali problemi, ma anche sugli auspici e le intenzioni che vogliono portare all’attenzione nel dibattito sul ruolo della donna nella Chiesa: riflessioni che adesso, dopo un lavoro condiviso di mesi, vogliono «intraprendere con tutte le sorelle credenti che vi si riconoscono e offrire alla comunità cristiana», si legge in un comunicato stampa. Di qui l’elaborazione di un manifesto che sintetizza l’esigenza di «dare voce a un mondo femminile diverso da un certo modello tradizionale (nel quale la differenza tra maschile e femminile si declina nella sottomissione della seconda al primo), un mondo composto da donne credenti che hanno a cuore la possibilità di esprimere nella Chiesa ciò che sono, senza sminuirsi per compiacere alcuno e senza rinunciare ai propri talenti e alla propria assertività, che sono pronte a offrire il proprio servizio alla comunità ecclesiale con competenza e coscienza del proprio valore». Di seguito pubblichiamo il manifesto, per gentile concessione dell’Agenzia Adista, diffuso il 6 febbraio su Gli Stati Generali.

“D’altronde, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo senza la donna. Infatti, come la donna viene dall’uomo, così anche l’uomo esiste per mezzo della donna e ogni cosa è da Dio” (1Cor 11, 11-12)

CHI SIAMO

Siamo donne credenti, siamo discepole di Gesù, innamorate della Chiesa, delle nostre famiglie, di chi è più fragile e più indifeso, ma innamorate anche della nostra forza, energia e intelligenza, doni di Dio. Alla Chiesa, come anche alla società e alle nostre famiglie, vogliamo portare tutto ciò che siamo e non sminuirci per compiacere qualcuno. Non sentiamo il bisogno di riconoscerci in modelli preconfezionati, ma rivendichiamo la possibilità di costruire ciascuna il proprio cammino unico e irripetibile: come persone, come donne, come sorelle, figlie, mogli e madri. Amiamo la maternità che il Creatore ci ha affidato, ma siamo consapevoli che è ben più grande e irradiante della maternità fisica, per questo cerchiamo di essere generative in ogni situazione della nostra vita, compresi i luoghi di lavoro, dell’impegno sociale e politico.

Rivendichiamo la nostra assertività come una ricchezza per le nostre comunità e non accettiamo di mostrarci deboli per lusingare la forza maschile. Amiamo gli uomini e siamo al loro fianco con amore, corresponsabilità, rispetto e stima. Allo stesso modo vogliamo offrire ai nostri Pastori una collaborazione fatta di reciprocità, valorizzazione delle differenze, rispetto e stima.

Pur consapevoli che in alcune realtà ecclesiali la situazione sia in movimento, come donne adulte sperimentiamo quotidianamente il ruolo subalterno della donna nella Chiesa, che ci fa sentire sempre più fuori luogo e inadeguate. Subiamo l’incapacità di essere viste e valorizzate nelle nostre competenze e specificità e questo ci priva troppo spesso di un reale riconoscimento. Vediamo che le donne nella comunità esistono nella misura in cui risolvono i problemi dei protagonisti uomini. Tutti uomini. Che si tratti dell’oratorio parrocchiale, di movimenti ecclesiali o di Facoltà teologiche, il modello femminile che viene proposto è sempre quello di “stampella” a sostegno delle figure maschili (presbiteri, docenti o mariti). Non ci sono spiragli per capacità femminili che vadano al di là della procreazione, dell’accudimento, o del sostegno agli uomini, a meno di pesanti rinunce alla propria femminilità.

Nel nostro cammino abbiamo visto come la fede stessa della donna e l’adesione a qualunque vocazione essa abbracci è considerata inferiore, di minore qualità di quella maschile, se non in casi eccezionali e astutamente propagandati.

Nelle comunità manca spesso un reale rispetto nei confronti delle donne, che siano single, sposate o divorziate: nel primo caso non sono risorse da sfruttare “tanto non hanno altro da fare”, nel secondo non sono “solo” mamme e mogli, nel terzo non vanno identificate per ciò che non sono, ma per ciò che sono e fanno.

Quando si tratta di prendere decisioni manca lo spazio per il contributo originale delle donne, la loro visione della Vita, la capacità di affrontare le situazioni in maniera creativa, dentro le relazioni, precludendo così la possibilità di rompere schemi di azione e relazione ormai logori e inefficaci per creare nuove opportunità di crescita delle comunità.

Quello che vogliamo dire è che in gioco non c’è affatto soltanto lo spreco di talenti, la mancanza di rispetto e il colpevolizzare tutte quelle che non si ritrovano nel quadretto della moglie/madre pia e devota (tutte cose assolutamente già gravi in sé), ma c’è soprattutto una profonda infedeltà al Vangelo, al modo scelto da Gesù per trattare le donne, alla forza di Maria, alla novità dell’annuncio di Maria Maddalena.

CHIEDIAMO:

Rispetto nei confronti del nostro impegno, la possibilità di esprimere un servizio coerente con le nostre competenze e capacità.

• Che i presbiteri ai quali le nostre comunità sono affidate conoscano e apprezzino il femminile, che abbiano un rapporto sano e sereno con le donne, che siano persone psicologicamente mature.

• Che si prenda in considerazione che la ricerca vocazionale femminile ha aperto nuovi e più articolati orizzonti, in una maturazione di prospettive che necessita di attenzioni e risposte.

• Che si riconosca la possibilità per le donne di avvicinarsi al cuore della vita ecclesiale e che si attribuisca il dovuto valore all’autentico desiderio di partecipare ad una ministerialità più attiva, compresa quella sacramentale. E che pertanto è legittimo e va nel senso del bene per la Chiesa intera iniziare a concepire risposte concrete in questo ambito.

Non siamo dei sostituti d’azione, ma possiamo “inventare” forme nuove che arricchiscono la chiesa.

Non chiediamo posti di potere, ma di essere pienamente riconosciute come figlie di Dio e membri della comunità alla pari degli uomini.

PER QUESTO SIAMO PRONTE A METTERCI AL SERVIZIO DELLA CHIESA CON TRE CRITERI:

Assertività: non temiamo di proporre, di chiedere riconoscimento per ciò che facciamo e portiamo alla comunità

Libertà: il nostro agire non è finalizzato a conquistare posti di prestigio e questo ci mette in condizioni di non ricattabilità

Alleanza femminile: là dove siamo e tra noi scegliamo di essere alleate delle sorelle che incontriamo e soprattutto di non cadere nella rivalità tra donne per ottenere l’approvazione maschile

PER QUESTO:

Abbiamo deciso di trovarci tra donne adulte, che hanno vissuto e vivono un percorso di fede per condividere e scambiare e siamo pronte ad accogliere quante decideranno di unirsi a noi.

Vogliamo dare un messaggio chiaro sul genere di femminilità di cui riteniamo che la

Chiesa abbia bisogno

Vogliamo farci conoscere per testimoniare che nella Chiesa ci sono donne che non si sottomettono e poter così avvicinare anche altre sorelle nella fede che si sentono disorientate da quest’ondata tradizionalista

Non rinunciamo a portare avanti istanze serie e grandi come anche forme di servizio presbiterale femminile.

Cagliari 6 febbraio 2018, memoria di San Paolo Miki e compagni

LE FIRME

Paola Lazzarini, Cagliari

Sara Milano, Torino

Iole Iaconissi, Villa Santina (Udine)

Anna Paola Loi, Cagliari

  Eleonora Manni, Terni

Carla Piras, Cagliari

Maria Adele Valperga, Torino

Alessandra Bonifazi, Roma

Esther Valerio, Bari

Barbara Serpi, Senigallia (Ancona)

Raffaella Zanacchi, Cremona

Fabiana Pagoto, Torino

Maria Nicoletti, Pavia

Alessandra Zambelli, Bologna

Claudia Cossu, Cagliari

Silvia Ferrandes, Viterbo

Giulia Casadio, Ravenna

Manuela Chessa, Cagliari

Tiziana Minotti, Meda (Milano)

Fulvia Caredda, Tribiano (Milano)

Maria Cristina Rossi, Torino

Lucia Bagalà, Gioia Tauro (Reggio Calabria)

Carmelinda Tripodi, Roma

Elena Savio, Padova

Giuseppina Bagalà, Gioia Tauro (Reggio Calabria)

Anna Gamberini, Torino

Eleonora Consoli, Santa Maria di Licodia (Catania

Dal sito : http://www.adista.it/articolo/58250

L’ITALIA DEI RANCORI E HIT SHOW, LA FIERA DELLE ARMI. Interviste a: Piergiulio Biatta, Andrea Gnassi, Isabella Sala e Francesco Vignarca

Hit Show (Facebook/@HITShoeIEG)

Il terribile attentato di Macerata, in cui il giovane simpatizzante nazifascista, Luca Traini, ha scaricato dalla sua auto in corsa due caricatori di munizioni dalla sua pistola, legalmente detenuta per uso sportivo, contro le persone di colore ha riportato all’attenzione pubblica due temi: il diffondersi di sentimenti razzisti e xenofobi, alimentati dai veleni diffusi dagli “imprenditori della paura” e spesso accompagnati da manifestazioni di stampo fascista, e il controllo della diffusione delle armi.

Oggi, ad una settimana dall’attentato di Macerata, apre i battenti HIT Show (Hunting, Individual Protection and Target Sports), la manifestazione fieristica e salone delle “armi comuni” che da quattro anni si svolge a Vicenza. Le Amministrazioni comunali e provinciali di Rimini e di Vicenza sono tra i principali soci azionisti pubblici di Italian Exhibition Group (IEG), la società nata nel 2016 dalla fusione tra Rimini Fiere e Fiera di Vicenza, che insieme ad ANPAM (Associazione nazionale produttori di armi e munizioni) promuove la manifestazione fieristica.

Sempre a Vicenza, oggi, l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (OPAL) di Brescia insieme alla Rete Italiana per il Disarmo terranno un incontro pubblico, organizzato già da tempo, dal titolo Insicurezza, rancore, farsi giustizia: dentro l’Italia che si arma“ (ore 15.00 presso la sala conferenze dell’Istituto Missionari Saveriani in viale Trento, 119)

Abbiamo intervistato, inviando domande scritte, gli amministratori locali di Vicenza e Rimini e i rappresentanti di OPAL Brescia e di Rete Disarmo : Andrea Gnassi è il Sindaco di Rimini; Isabella Sala è Assessore alla Comunità e alle famiglie di Vicenza; Piergiulio Biatta è presidente dell’Osservatorio OPAL di Brescia e Francesco Vignarca è coordinatore nazionale della Rete italiana per il disarmo.

Sabato scorso, un giovane simpatizzante nazifascista, ha sparato dalla sua auto per le vie del centro di Macerata a tutte le persone di colore che incrociava. Il sindaco di Macerata ha commentato dicendo che “Non è un fatto isolato, c’è un fermento che dobbiamo essere in grado, in maniera esplicita e non ambigua, di fermare e combattere”. Qual è il suo pensiero in proposito? 

Andrea Gnassi
Io penso questo: il razzismo, la violenza, le discriminazioni di ogni tipo, vanno contrastate senza se e senza ma. Quello che è avvenuto nei giorni scorsi a Macerata è un atto terribile, tragico, che non deve essere derubricato a ‘follia di un singolo’ né ridotto nelle cause e negli effetti da qualsivoglia tipo di giustificazione. Che non c’è, non esiste: questo va detto chiaramente. Non si può rinunciare ad affermare la natura terrorista e fascista di quanto avvenuto nei giorni scorsi, ed è folle e letale anche il solo pensare a un nesso con altre situazioni. Sono d’accordo con il Ministro Del Rio: in Italia, e purtroppo non solo in Italia, c’è un evidente ritorno a evocare e a riferirsi a idee e a ideologie che sono state messe al bando dalla nostra Costituzione e sono state respinte nel momento in cui abbiamo deciso di essere uno stato libero e democratico. Il clima non è dei migliori, e spaventa perfino la leggerezza, l’inconsapevolezza, la superficialità, l’ignoranza, con cui certi simboli, certe parole di morte, di dolore, vengono riesumate. Non per questo dobbiamo stare zitti, in attesa che ‘passi la nottata’. Anzi, questo è il momento per evidenziare con determinazione e ostinazione l’anima stessa di un Paese che è nato perché ha scelto collettivamente di rifiutare la logica del terrore, della violenza, del razzismo

Isabella Sala
Il risveglio di una sottocultura razzista e fascista, in certi casi addirittura nazifascista, trova linfa nella paura del diverso in un contesto in cui tutti viviamo l’emergenza del problema immigrazione e dell’accoglienza profughi; ma non possiamo trasformare problemi mondiali, con cause complesse e strutturali, in semplificazioni e soluzioni urlate dalla politica per facili consensi quanto impraticabili nei fatti. Ci sono responsabilità politiche in capo ad ogni persona che ricopra ruoli di leadership. Gli amministratori e i politici hanno il dovere di aumentare la coesione sociale e diminuire, non certo fomentare, la tensione sociale. Impossibile in poche righe cercare di chiarire le responsabilità di ognuno: dalle cause dell’immigrazione forzata, ai Paesi in Europa che non fanno la propria parte, ai sindaci che accolgono o non accolgono pochi richiedenti asilo per comunità, al ruolo fondamentale dei media e di ogni cittadino, a una legge, la Bossi Fini, che va modificata. Prendere atto di un mondo cambiato è un dato di realtà, sapere cogliere l’opportunità che questo porta è la sfida dell’alta politica. De Gasperi diceva che lo statista guarda alla prossima generazione, il politico alle prossime elezioni. Io oso sognare ancora una politica che unisca i due concetti.

Qualcuno ha definito Luca Traini un “folle”, un “pazzo”, ma non sembra fosse in cura e anzi deteneva armi e munizioni con regolare licenza di tiro sportivo. Ciò dimostra, come rilevano in molti tra cui alcuni sindacati di Polizia, la troppa facilità con cui viene concessa questa licenza che oggi è quella più richiesta perché permette di detenere armi anche a chi non pratica alcuna disciplina sportiva. Come valuta la corsa alle armi che sta avvenendo nel nostro paese? 

Andrea Gnassi
Innanzitutto, rifiuto la motivazione del “pazzo” perché suona come una minimizzazione di qualcosa di più grave e strutturale. Certo, la componente individuale della follia ricorre sempre in episodi criminali, estremi ma senza dubbio il contesto socioculturale in cui l’aspetto del singolo sfocia in violenza non è secondario, anzi. Sul tema delle armi vedo una pericolosa, e anche in questo caso, superficiale rincorsa italiana a “mettere mano alla pistola” senza considerarne effetti e soprattutto esempi. Ci sono Paesi dove è acclarata la correlazione tra numero di omicidi, episodi di violenza e possibilità di accedere liberamente al possesso di armi da fuoco. La nostra Costituzione, le costituzioni dei Paesi europei, rifiutano da sempre la logica del “giustiziere fai da te” ponendo nella comunità, nello Stato, il compito e la responsabilità di garantire città e paesi sicuri e liberi. La risposta ai problemi, che ci sono ma come ci sono sempre stati, non può essere l’autodifesa, il fucile sotto il letto. Quello che accade dove ciò è consentito, dovrebbe essere portato come esempio di scuola. Non vogliamo vivere nel terrore di Columbine quotidiane. Ed è sorprendente, e mi si permetta anche spaventoso, che troppi partiti dell’arco cosiddetto “democratico” alimentino questa rincorsa o esplicitamente con la demagogia utile a un presunto “guadagno” elettorale o implicitamente con il silenzio.

Isabella Sala
Traini non è un “pazzo” ma un prodotto di una sottocultura che sogna il ritorno del fascismo e una idea di società che è antistorica. La sfida di oggi è la convivenza fra le differenze, ed è dimostrato che le società si sono arricchite da molti punti di vista praticando scambi economici, culturali, sociali; ciò oggi deve avvenire in una migrazione regolamentata, con quote e meccanismi che sono saltati da molti anni. Venendo alla domanda, certamente il tema della detenzione e dell’utilizzo delle armi è cruciale. Sei anni di licenza per il tiro sportivo, mi pare di capire senza la garanzia che la persona lo pratichi veramente, la possibilità di detenere varie armi, l’idoneità psicofisica, sono tutte situazioni che vanno vagliate e verificate. Se il mondo cambia, e i segnali non ci dicono che cambi con una maggiore consapevolezza individuale e sociale, devono essere modificate anche le regole, deve alzarsi la soglia di attenzione. La gravità del fatto di Macerata dal mio punto di vista è enorme; è la prima volta, da quanto mi risulta, che in Italia vi sia un atto del genere. Urliamo sempre, a gran voce, che siamo in una società diversa da quella della cultura delle armi degli Stati Uniti, è tempo di dimostrarlo con legislazione e fatti. E’ un segnale, che per fortuna non ha avuto esiti tragici, che deve servirci. Deve portare ad azioni concrete, che devono essere nella prossima agenda politica. Dobbiamo chiedere più Stato, più pubblica sicurezza, più giustizia, non più armi e più potere di detenerle e usarle.

Piergiulio Biatta
Il tentativo di catalogare l’attentatore e lo stragista come uno squilibrato, un malato di mente o come una persona instabile è una tipica tecnica che viene adottata dalle lobby delle armi negli USA per cercare di dimostrare che non vi sarebbe alcun legame tra i legali detentori di armi e il “folle” attentatore. Nelle stragi in USA, la maggior parte delle volte l’attentatore non è affatto un malato di mente o, per lo meno, non al punto da non permettergli di detenere legalmente le armi. Squilibrato lo diventa sempre dopo la strage: fino a cinque minuti prima era, per tutti, un cittadino onesto, incensurato, di condotta specchiata e possedeva armi ovviamente solo per le sue passioni sportive e per difendere sé stesso e i suoi cari “da aggressioni criminali e tiranniche”: così recita il mantra dei legali possessori di armi. La facilità con cui anche in Italia si può ottenere una licenza per armi è un grosso problema che abbiamo ripetutamente evidenziato e anche nei mesi scorsi con un comunicato stampa molto dettagliato che invito a leggere. Contrariamente al diffuso luogo comune, la legislazione italiana è di fatto sostanzialmente permissiva in materia di armi. Succede così che – come hanno messo in evidenza numerose inchieste giornalistiche – negli ultimi anni sempre più persone hanno fatto ricorso alla licenza per “uso sportivo”: questa licenza sta diventando il modo più semplice per avere armi in casa anche da parte di tutti coloro che non hanno alcuna intenzione di praticare le discipline sportive. Luca Traini, l’attentatore nazifascista di Macerata, era una di queste.

A Vicenza si tiene oggi la quarta edizione di HIT Show, la manifestazione fieristica e salone delle cosiddette “armi comuni”. Da anni numerose associazioni di Vicenza, insieme all’Osservatorio OPAL e a Rete Disarmo, chiedono maggior trasparenza e regole più rigorose, tra cui il divieto di accesso ai minori e di sostegno a campagne che intendono promuovere leggi meno restrittive sulle armi. Qual è la sua posizione riguardo a queste e altre criticità? Questa fiera non rischia di incentivare la diffusione delle armi?

Isabella Sala
Sono d’accordo nel regolamentare in modo il più possibile stringente le modalità espositive e di visita, nel rispetto della legge e delle autonomie e ruoli di ogni soggetto coinvolto. Come assessore alla pace, nel rispetto dell’articolo 2 dello Statuto del Comune e in linea con l’articolo 11 della Costituzione, cerco di promuovere una cultura rivolta alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, non a promuovere la produzione e la vendita di armi. In questi anni, all’interno della mia delega, in collaborazione con la Casa per la Pace, abbiamo promosso laboratori di risoluzione nonviolenta e creativa del conflitto nelle classi, formazione per i docenti, e stiamo sostenendo un corso sulla mediazione umanitaria anche rivolta ad alcuni operatori comunali. Il conflitto, i modi diversi di vedere la vita fanno parte della vita stessa: è la gestione di questi che non deve essere violenta. E’ fondamentale educare i giovani alla convivenza e alla nonviolenza, all’accoglienza, contrastando la cultura del “nemico”. La responsabilità più grande è dei genitori, di tutti gli educatori e, a sostegno della famiglia sempre più in difficoltà in una società “sciolta”, della comunità tutta. Il sindaco ha scritto che non porterebbe, da genitore, a Hit Show suo figlio. Naturalmente mi associo, e aggiungo che, da madre, ho regalato molti anni fa al mio bimbo una pistola giocattolo. Non lo farei più. Non perché lo abbia condizionato, ma perché credo ogni nostro atto sia importante, è una scelta culturale.

Piergiulio Biatta
Fin dalla prima edizione di HIT Show, quattro anni fa, abbiamo evidenziato un problema fondamentale. HIT Show è, infatti, l’unico salone fieristico che assomma tre caratteristiche che ne fanno un evento quanto mai anomalo rispetto agli altri saloni fieristici nei paesi dell’Unione europea. Innanzitutto a HIT Show sono esposti tutti i tipi di “armi comuni” (per la difesa personale, per forze dell’ordine e private securities, per il tiro sportivo, per le attività venatorie, per collezionismo, armi demilitarizzate, repliche di armi antiche, per il softair ecc., cioè di fatto tutte le armi tranne quelle propriamente definite “da guerra”) al quale è consentito l’accesso al pubblico e anche ai minori purché accompagnati da un adulto. Una notevole differenza rispetto, ad esempio, al maggiore salone europeo “IWA Outdoor Classic” di Norimberga dove, seppur siano esposte le stesse tipologie di armi, l’accesso è permesso solo agli operatori professionali accreditati ed è esplicitamente vietato l’ingresso – cito dal regolamento – “ai cacciatori, tiratori, membri di associazioni di caccia e tiro e tutte le persone che non operano a livello professionale nel settore armiero e ai minori di 18 anni”. Inoltre, e questa è un’ulteriore anomalia, a HIT Show non è esplicitamente vietata la promozione di petizioni e campagne di chiara rilevanza politica: negli anni scorsi sono state promosse iniziative a favore della modifica della legge sulla legittima difesa e finanche si sono tenute conferenze, con un esponente politico di una sola parte, volte a contrastare l’introduzione a livello europeo di normative più rigorose sulle armi. In sintesi: HIT Show non è, come i promotori intendono far credere, un mero salone espositivo per sportivi ed appassionati, ma è una chiara operazione ideologico-culturale a favore della diffusione delle armi. Ed è per questo che abbiamo chiesto alle Amministrazioni di Rimini e Vicenza, che sono i maggiori azionisti pubblici di IEG, di promuovere norme precise e rigorose: finora, di fatto, nulla è cambiato.

Lo scorso settembre, il Consiglio Comunale di Vicenza ha approvato all’unanimità una mozione che impegna l’Amministrazione comunale, in ragione della sua partecipazione azionaria in Italian Exhibition Group (IEG), ”ad esercitare la sua preziosa moral suasion nei confronti degli organizzatori di HIT Show, perché si arrivi al più presto e, comunque, prima della prossima edizione a definire un nuovo regolamento che riguardi sia i visitatori che gli espositori della manifestazione fieristica”. Anche in Consiglio Comunale a Rimini vi è stata un’interrogazione sullo stesso argomento. Nonostante questo impegno, al momento non è stata apportata alcuna modifica al Regolamento del Visitatore di HIT Show. Perché non si è arrivati ad una modifica del Regolamento?

Andrea Gnassi
Metto assieme le due domande per una risposta complessiva. A novembre, a seguito di una condivisibile interpellanza consiliare avanzata dal consigliere Kristian Gianfreda (Rimini Attiva) critico rispetto alle modalità di accesso dei minori alla manifestazione vicentina Hit Show, l’assessore Gianluca Brasini ha scritto al management IEG chiedendo spiegazioni. IEG ha risposto con una comunicazione tecnica molto dettagliata, in cui si sottolinea comunque il divieto espresso e inserito nel regolamento della manifestazione per i minori al libero ingresso se non accompagnati da adulti, così come al maneggiare armi. Per carità, risposta corretta e esaustiva, ma ciò non toglie il senso delle questioni sollevate da numerose associazioni e dalle iniziative consiliari di Vicenza e Rimini. Io credo che occorra uno sforzo in più rispetto a un articolo di un regolamento, in cui peraltro mi pare – ma posso sbagliare – non sono indicate sanzioni per i trasgressori. E questo sforzo non occorre solo nella direzione del controllo del rispetto di questa indicazione regolamentare, comunque necessario più che auspicabile, ma del messaggio che, in un mondo complesso e contraddittorio come quello attuale, si veicola in ogni cosa che facciamo. Io penso che se questa riflessione ‘culturale’ e ‘educativa’ la compie un consiglio comunale, un gruppo di associazioni, pezzi interi di società, essa possa appartenere anche a chi gestisce e organizza queste manifestazioni. Voglio essere chiaro: considero il dibattito di questi mesi intorno a Hit Show un’occasione di lavoro e uno stimolo utile a tutti per meglio decidere in futuro; e con ‘meglio’ mi riferisco all’interesse collettivo e al bene comune, a partire da quello dei ragazzi. Non mi interessa una polemica che occupa lo spazio di un mattino e poi viene dimenticata nei 364 giorni successivi. Se oggi c’è questa discussione è il segno di una sensibilità crescente, anche in ragione dei terribili fatti di sangue ultimi o meno, che non va snobbata o peggio dimenticata. Noi come Comune di Rimini facciamo e faremo in modo che non sia così. Oggi e in futuro.

Isabella Sala
In questi anni abbiamo dialogato molto nel reciproco rispetto con la Fiera e con molte associazioni e istituzioni. Nell’ottobre 2016 abbiamo organizzato un convegno con l’allora viceministro Bubbico, sostenitore dell’importante normativa europea di contrasto alla diffusione delle armi, con i rappresentanti dei produttori di armi e del mondo che opera per il controllo delle stesse. Abbiamo portato avanti, come amministrazione, l’attenzione che ci hanno chiesto molte associazioni verso i minori e per un regolamento condiviso. Ora, alle soglie di una nuova edizione, l’Amministrazione ha chiesto alla Questura e alla Fiera la massima attenzione nel verificare e sanzionare, secondo i termini di legge, ogni comportamento contrario alla normativa, in particolare il fatto che il minore non debba impugnare armi. Anche sul tema della diffusione di materiali e di campagne di informazione la fiera in questi anni si è impegnata a impedire campagne promozionali e “politiche” in modo ferreo. Ogni anno vengono compiuti a mio parere dei passi avanti nell’attenzione e nella sensibilizzazione di tutti. Il comune di Rimini ha dimostrato una attenzione che, vista l’importante presenza in IEG, potrà portare a un lavoro comune per la prossima edizione. Il timore delle associazioni, che condivido, non riguarda la cultura venatoria, ma la nuova cultura della diffusione di armi che sono specchio, insieme causa e conseguenza, di una cultura di violenza sempre più diffusa, nei pensieri, nelle parole, nelle azioni, e che va contrastata senza se e senza ma.

Piergiulio Biatta
Purtroppo, come ho detto, nonostante gli impegni assunti dall’Amministrazione comunale di Vicenza, il Regolamento di HIT Show non è cambiato ed è tuttora consentito ai minori, purché accompagnati da un adulto, di entrare a HIT Show. Non solo: addirittura quest’anno è stato reso gratuito l’accesso ai bambini al di sotto di sei anni, un ulteriore incentivo alla presenza di minori. Ma soprattutto tra le associazioni e comitati che sono ospitati in fiera ve ne sono alcuni che, dietro la facciata della “difesa dei diritti (!) dei detentori legali di armi” hanno come obiettivo dichiarato quello di fondare anche in Italia una lobby come la National Rifle Association (NRA) degli Usa. E sono proprio questi comitati ad avere il diretto sostegno di Anpam (Associazione Nazionale Produttori di Armi e Munizioni) che, insieme a Italian Exhibition Group (IEG), è uno dei promotori di HIT Show. Anzi, di più: Anpam, Assoarmieri e Conarmi, cioè l’intero comparto produttivo (Beretta, Fiocchi, Tanfoglio ecc.) e distributivo armiero italiano, sostengono la campagna di tesseramento a questi comitati. Ripeto: è un’operazione ideologico-culturale che non ha niente a che fare con una fiera espositiva e merceologica. La differenza con IWA di Norimberga, con la quale HIT Show intende competere, è sostanziale anche su questo punto: a Norimberga non vengono ospitati, e men che meno sostenuti, comitati che promuovono iniziative di chiara rilevanza politica ed ideologica. Non aver fatto nulla, nemmeno su questo, è una gravissima mancanza delle Amministrazioni di Rimini e Vicenza che non possono continuare a rimandare il problema.

Francesco Vignarca
Crediamo che due siano i compiti che le amministrazioni pubbliche devono ottemperare: promuovere regolamentazioni e favorire la massima trasparenza. Riteniamo che le amministrazioni comunali e provinciali di Rimini e Vicenza, che hanno nel loro insieme il maggior pacchetto azionistico di IEG, possano far valere la loro voce presso gli amministratori di IEG che, insieme con Anpam, organizza il salone fieristico HIT Show. L’anno scorso, voglio ricordarlo, era stato pubblicato sul sito ufficiale di HIT Show un Regolamento Espositori che indicava, seppur sommariamente, le armi che non possono essere esposte in fiera, ed un Regolamento Visitatori che vietava espressamente l’ingresso ai minori di 14 anni. A seguito delle pubbliche proteste di alcuni esponenti del mondo politico veneto e di alcune associazioni di cacciatori, Italian Exhibition Group modificò il Regolamento Visitatore reintroducendo il permesso di ingresso a tutti i minori purché accompagnati e rimosse il Regolamento Espositori giustificandosi dicendo che si era trattato di “un equivoco dovuto ad uno spiacevole refuso”. Da quel momento nulla è cambiato e riteniamo che la mancanza di regole e di trasparenza sia inammissibile per una fiera che punta a diventare l’appuntamento di riferimento in Italia e in Europa per il comparto armiero made in Italy. “Vicenza Oro”, il salone internazionale che si tiene sempre a Vicenza Fiere, è riservata esclusivamente agli operatori del settore e sfoggia un regolamento sulle filiere trasparenti, certificate, etiche ed eco-sostenibili. Perché HIT Show non può fare lo stesso?