“Nella guerra in Libia tutti ‘giocano sporco’ “. Intervista a Michela Mercuri.

Libia, milizie governative in un sobborgo della capitale Tripoli (MAHMUD TURKIA / AFP / Getty Images)

Come si svilupperà il conflitto armato in Libia scatenato da Haftar? Quali sono gli interessi in gioco? Di questo parliamo, in questa intervista, con la professoressa Michela Mercuri. La professoressa Mercuri è docente universitario, componente dell’Osservatorio sul Fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista (O.F.T.). Analista di politica estera, consulente, autrice, editorialista e commentatrice per programmi TV e radio nazionali. Le sue attività si concentrano su Mediterraneo e Medio Oriente, analizzando l’impatto della storia sulle problematiche attuali. Ha firmato diverse pubblicazioni, tra cui il libro “Incognita Libia – cronache di un paese sospeso” (2017).

Professoressa, la Libia torna a bruciare. Come si è arrivati a questo punto?
Dopo l’ultimo vertice sulla Libia (la conferenza di Palermo del 12 e 13 novembre) sembravano essere stati realizzati alcuni minimi passi avanti nel dialogo politico per la “stabilizzazione” del Paese: una road map che prevedeva un percorso istituzionale per condurre a elezioni e una maggiore collaborazione tra le parti anche in tema di sicurezza. In quell’occasione, il generale Khalifa Haftar aveva addirittura accettato che al-Serraj potesse essere riconfermato alla guida del consiglio presidenziale almeno fino alle elezioni. Il percorso sembrava ormai tracciato. Eppure la Libia ci insegna che le cose possono mutare con una rapidità spesso sconosciuta alla storia. L’errore, per lo meno dell’Italia, è stato quello di sottovalutare le minacce di avanzata di Haftar di cui, invece, erano a conoscenza i suoi alleati, Francia compresa. Sapevamo da tempo che Haftar era oramai l’uomo forte della Libia, lo avevamo “agganciato” a Palermo, seppure con la probabile intercessione di Putin, ma poi ci siamo arroccati di nuovo sulle nostre posizioni per difendere i nostri interessi a Tripoli da cui l’Eni estrae circa il 70%del greggio e da cui partono (o per lo meno partivano) la più parte dei migranti diretti verso le nostre coste. Non riuscire a tessere la rete diplomatica per fermare l’avanzata di Haftar e aver continuato a guadare solo alla capitale, sono stati gli errori italiani che hanno favorito il caos che al momento regna nel Paese. Forse non avevamo gli strumenti per evitarlo, ma quantomeno avremmo dovuto operare qualche sforzo in più.

Il protagonista, il generale “gheddafiano”, Khalifa Haftar è stato da poco in Arabia Saudita. Ha incontrato il controverso principe ereditario bin Salman. E’ andato a battere cassa. Insomma Haftar ha cercato l’appoggio dell’ Arabia Saudita (ed anche degli Emirati Arabi) per estendere il suo potere. Per qualche osservatore internazionale, però, questo conflitto libico ha tutti i connotati di una guerra per procura…. Per lei? INSOMMA, CHI GIOCA SPORCO IN LIBIA?
In Libia tutti gli attori regionali e internazionali che sponsorizzano le varie fazioni “giocano sporco” fin dal 2011. Dalla caduta del rais, i fili della Libia sono tenuti dai gruppi di potere locale in una serie di alleanze a geometria variabile con vari player internazionali che oramai fanno affari con le singole milizie e a volte con gli stessi signori della guerra, perpetuando la divisione del Paese. Dalla Francia, alla Russia, all’Italia, passando per il Qatar, la Turchia, l’Egitto, gli Emirati arabi e l’Arabia saudita, tutti sembrano più interessati ad assicurarsi l’appoggio di leader locali che a progettare insieme un percorso per la stabilizzazione, parola che oramai è divenuta un mantra vuoto di significato. È una vera e propria guerra per procura che ultimamente sta vedendo come protagonisti soprattutto i cosiddetti attori regionali: sauditi ed emirati finanziano Haftar per estendere il loro potere nel paese e per affermarsi sulla fratellanza musulmana che sostiene alcune fazioni di Tripoli, a loro volta supportate da Qatar e Turchia. È uno scenario poco edificante che, per certi versi, ricorda quello siriano.

Che interesse ha l’Arabia Saudita in Libia? Un interesse politico e “religioso?
C’è un aspetto fin qui poco considerato. Riad è la culla del madkhalismo, una corrente di stampo salafita ultraconservatrice (Salafiyya Madkhaliyya), fondata dallo sceicco saudita, Rabi al-Madkhali, considerato da molti al soldo della casa reale saudita. Insediatisi in Libia già negli anni Novanta sotto il regime di Muhammar Gheddafi, che li utilizzava strumentalmente in chiave anti fratellanza musulmana, i madkhalisti sono ancora forti e presenti in Libia. La longa manus saudita, attraverso i loro appartenenti, tra cui almeno uno dei figli di Haftar, influenza gli equilibri interni, fornendo ingenti somme di denaro ad alcuni gruppi dell’est e dell’ovest, manipolando gli assetti interni e bypassando le divisioni locali. Attraverso le forze fedeli al generale, i sauditi vogliono allargarsi nel Paese, per indebolire la fratellanza musulmana sostenuta, in particolare, da Qatar e Turchia. Il crescente potere dei madkhalisti in Libia dovrebbe portarci a una riflessione. L’influenza degli Stati del Golfo, e in particolare dei sauditi, negli affari di sicurezza dell’ex Jamahiriya è stata sottovalutata dagli attori internazionali concentrati sulla sconfitta dello Stato islamico e sulla riconciliazione delle divisioni politiche. Tuttavia, anche le crescenti fratture nelle fazioni islamiste meritano attenzione poiché potrebbero essere la causa di questa escalation di violenze.

Altre potenze, come ha detto prima, sono interessate alla Libia: la Russia di Putin, per ragioni geopolitiche, O per altri motivi?
Prima ho illustrato gli interessi del Golfo ma, in realtà, tutte le potenze internazionali e regionali sono interessate in qualche modo alla Libia per motivi diversi. In primis la Russia che ha fin qui sostenuto Haftar per interessi economici e geostrategici. Da un punto di vista economico Putin non ha certo bisogno del gas e del petrolio dalla Libia, ma non disdegna di vendere know-how e tecnologie ai tanti impianti dell’est libico, ricco di petrolio. Inoltre, Haftar ha bisogno di armi per proseguire la sua guerra contro la fratellanza musulmana e la Russia ha tutto l’interesse a fornirgliele. In termini di proiezione mediterranea, poi, Haftar è il complemento ideale all’asse con l’Egitto di al-Sisi e, forzando un po’ la mano, anche con Damasco. Infine, la questione dello sbocco sul mare. La Russia, intervenendo militarmente nel conflitto siriano, accanto ad Assad, si è assicurata, per lo meno, il mantenimento del porto di Tartus, vitale sbocco sul mare. Perché non approfittare del generale di Haftar per ricavarsi un altro “porto sicuro” nella Cirenaica? In questo momento, però, anche il Cremlino si trova in una fase di impasse. Il recente incontro tra Putin ed Erdogan (che sostiene Tripoli e dunque gli avversari dei russi) potrebbe placare gli animi. In ballo ci sono molti interessi: la fornitura ad Ankara dei missili russi S-400 e il gasdotto South Stream. Per questo Putin, per mettere in salvo gli affari con la Turchia, potrebbe aver chiesto al generale di fermare la sua offensiva. Sono ipotesi ancora tutte da verificare ma che potrebbero far pensare a un minimo passo indietro del Cremlino nel sostegno ad Haftar.

Al Sharrai ha dato del complice a Macron. Lei pensa che la Francia voglia destabilizzare Tripoli per li pozzi di petrolio? Per contrastare l’italiana Eni? Mi sembra una scelta suicida peggio di quella che fece Sarkozy contro Gheddafi.. Come vede il ruolo della Francia.
Oramai sappiamo bene che la Francia ha spinto per l’intervento in Libia nel 2011 per i propri interessi nazionali, soprattutto energetici, cercando di marginalizzare l’Italia ed ha continuato a farlo sostenendo Haftar che poteva garantire il controllo dei giacimenti dell’est e della sirtica. Nella situazione attuale, però, credo che anche la Francia rischi qualcosa. Se da un lato l’Eliseo conosceva senza dubbio i piani di “espansione territoriale “ di Haftar, dall’altro, ora, con una guerra civile in corso, che secondo molti potrebbe protrarsi ancora per un po’ di tempo e assumere le sembianze di una guerra “a bassa intensità”, rischia di perdere il suo alleato di ferro. Haftar, infatti, aveva fin qui giustificato la sua azione presentandosi come il “salvatore della patria” per fare perno su una popolazione stanca del caos e dello strapotere delle milizie e sull’incapacità di Serraj di controllarle e riportare la pace a Tripoli. Portando avanti una avanzata così aggressiva, però, rischia di perdere il consenso di una parte della popolazione e di alcune delle milizie che fin qui lo hanno appoggiato. Se Haftar perdesse parte del potere e parte del controllo del territorio, la Francia, sua alleata, perderebbe posizioni Libia, viceversa accrescerebbe la sua egemonia nell’area. Solo il tempo, dunque, potrà dirci se è una scelta suicida.

In tutto questo caos gli USA se ne lavano le mani, ritirano il piccolo contingente militare. Tutto è coerente la politica neoisolazionista di Trump. È così professoressa?
Gli Usa non hanno mai avuto a cuore la questione libica, specie con l’amministrazione Trump. A ben guardare, però, dietro a questa mossa potrebbe esserci di più. L’Italia ha firmato un memorandum d’intesa con la Cina, ha posizioni divergenti da quelle americane sulle sanzioni alla Russia o sul destino di Maduro e questo infastidisce non poco Trump. Perciò, seppure il presidente americano sia stato uno dei principali alleati dell’Italia per la realizzazione della conferenza sulla Libia – tanto che l’idea era nata in occasione della visita di Conte a Washington nel luglio del 2018 – ora le cose sono cambiate e l’Italia difficilmente potrà contare su Trump. Inoltre, va ricordato anche che il presidente americano è molto più interessato alla partnership con i sauditi che a quella con l’Italia. Riad è tra gli alleati e finanziatori di Haftar e tra quelli che lo hanno aiutato in questa avanzata. Tuttavia, per mantenere le vitali relazioni economiche con Riad Trump potrebbe aver chiuso più di un occhio sulle minacce del generale. Gli americani, oltre al ritiro del contingente di Africom, hanno nominato un ambasciatore straordinario a Tripoli, ma questo non è tanto un segnale di vicinanza all’Italia quanto piuttosto un avvertimento al Cremlino.

L’Italia non sembra all’altezza della situazione. Per il governo italiano, o meglio per questo governo populista, la Libia è solo una diga contro l’immigrazione. Quali sono stati gli errori italiani in Libia?
Il governo italiano, come ho detto all’inizio, dopo il parziale successo della conferenza di Palermo ha preso un po’ “sottogamba” la questione libica. Si è forse accontentato di aver bloccato gli sbarchi senza guardare ciò che accadeva oltre la costa. Secondo alcuni analisti, tuttavia, i nostri servizi erano a conoscenza delle intenzioni del generale e avevano informato il governo. L’Italia, però, potrebbe non essere stata in grado di evitare tale escalation a causa del mancato supporto degli alleati, specie degli Usa fin qui vicini alla posizione del nostro governo in Libia e ora molto più distaccati per i motivi sopra ricordati.

C’è il rischio di una espansione del conflitto?
Credo che il conflitto abbia raggiunto la sua massima e (forse) inaspettata espansione. Nella migliore delle ipotesi si manterrà per un po’ di tempo, perlomeno finché le forze sul campo – le milizie di Misurata e l’esercito di Haftar- potranno giovare degli aiuti esterni. Viceversa, ipotesi forse più remota, si potrebbe giungere a un minimo compromesso, una sorta di “tregua armata”, mediata dagli attori internazionali, capace di portare alcune delle fazioni in lotta a Ghadames per la tanto agognata conferenza che dovrebbe svolgersi dal 14 al 16 aprile. Vorrei però evidenziare che al momento i segnali non sono positivi. Nelle ultime ore si è aperto un nuovo fronte per Haftar a Sirte, dunque da est e non dal sud rispetto a Tripoli, Ci sarebbero stati bombardamenti anche in questa zona, al momento circondata dalle forze del generale. Anche Sirte è difesa da Misurata e dunque potrebbe essere un nuovo “fronte caldo” capace di ostacolare qualunque tentativo di mediazione.

Il ruolo dell’Italia nel caos libico. Intervista a Michela Mercuri

La Libia è ben lontana dall’essere pacificata. Ben due governi si contendono il Paese. Così tra milizie e “signori” della guerra prende campo l’espansionismo russo. Quale ruolo gioca l’Italia? Ne parliamo, in questa intervista, con Michela Mercuri. Mercuri è Professore di Storia contemporanea dei paesi mediterranei all’Università degli Studi di Macerata. Collabora, come analista di politica estera, con diverse testate.

Professoressa, dobbiamo cominciare questa nostra intervista sulla Libia con una brutta notizia per l’Italia e per l’Europa: è di qualche giorno fa che un tribunale di Tripoli ha sospeso il “memorandum d’intesa” con l’Italia. Perché questa decisione? Quali le conseguenze?
Ci sono almeno due considerazioni da fare. In primo luogo questa “sospensione” testimonia le profonde spaccature che ci sono nella capitale tra il Governo di accordo nazionale e le altre forze presenti sul terreno – milizie, tribù e rappresentanti delle municipalità locali – che spesso disconoscono la leadership di Serraj. In secondo luogo andrebbe ridimensionato il peso della Corte di appello di Tripoli. Nella capitale, così come in molte altre zone del Paese, regna la più totale anarchia e i vari organismi politici e di giustizia hanno un peso specifico molto limitato. Da questo punto di vista, più che della giurisprudenza, dovremmo preoccuparci della pratica. Fare accordi con un governo che non controlla il territorio né le milizie che gestiscono i flussi potrebbe essere un fallimento annunciato. Prima bisogna creare un accordo politico più inclusivo e poi, eventualmente, erogare soldi e “attrezzature”. Altrimenti è il caso di dire “soldi buttati”.

Qual è la condizione dei migranti in Libia?
I migranti, in linea di massima, arrivano dal sud dell’Africa (Mali, Niger, Ciad ecc.) passano attraverso il deserto meridionale libico, santuario di numerose organizzazioni criminali e terroristiche, e arrivano sulle coste libiche. Qui vengono “smistati” in 34 centri di detenzione all’interno dei quali, al momento, sarebbero detenute tra le 4.000 e le 7.000 persone; 24 di queste strutture sarebbero gestite dal Dipartimento del governo libico che si occupa dell’immigrazione illegale, le altre sono in mano a gruppi criminali. Posto che nell’anarchia in cui versa il Paese abbia un senso parlare di “Dipartimento del governo libico”, l’Unicef ha dichiarato di avere accesso a meno della metà dei centri gestiti dal governo e a nessuno di quelli controllati dalle milizie. Le poche testimonianze che abbiamo parlano di condizioni drammatiche di vera e propria detenzione in condizioni inumane. Spesso gli uomini della guardia costiera non si avvicinano nemmeno alle aree dove si trovano i centri controllati dai miliziani perché è troppo pericoloso. Una parte dell’accordo sui migranti si pone l’obiettivo di rendere meno “bestiali” questi lager, fornendo aiuti alla guardia costiera ma, in un contesto come quello appena delineato, siamo sicuri che i nostri soldi verranno davvero utilizzati per questi fini o andranno nelle mani di uomini senza scrupoli che li utilizzeranno per ben altri scopi?

Parliamo della situazione politica libica. Come si sa siamo ancora ben lontani dalla pacificazione. Abbiamo ben due governi , Tripoli e Tobruk. L’Italia e la comunità internazionale (quasi tutta) sostengono il governo di al-Sarraj. Le chiedo: come si sta svolgendo il nostro ruolo di pacificazione? Quali iniziative, se ve ne sono, abbiamo preso con il governo della Cirenaica?
C’è, purtroppo, una deplorevole incongruenza nell’atteggiamento degli attori occidentali, e in particolare di quelli europei, in Libia. Tutti, nei tavoli negoziali, hanno sostenuto il “progetto Onu” per il Governo di accordo nazionale di Serraj. Una volta con i piedi sul terreno, però, molti hanno continuato a finanziare e armare Haftar e, dunque, l’ala di Tobruk. Il governo italiano, in questo momento, è l’unico alleato internazionale di Tripoli. Abbiamo riaperto la nostra ambasciata nella capitale. Abbiamo avviato la missione Ippocrate: 300 uomini tra cui 65 medici e infermieri e un ospedale da campo a supporto delle milizie di Misurata fedeli e Serraj. Infine, addestriamo la guardia costiera libica nell’ambito della missione europea “Sophia”. Si tratta di un impegno notevole ma c’è un solo modo per non renderlo inutile e anacronistico: sfruttare il ruolo di “unico punto di contatto occidentale a Tripoli” per porci come interlocutori per la mediazione di un accordo più inclusivo anche con gli attori della Cirenaica e i loro sponsor, Russia in primis.

Vogliamo chiarire i punti strategici-geopolitici dell’Italia. In questo ambito è determinante il ruolo dell’Eni…
L’Italia è il maggior importatore di petrolio e l’unico destinatario del gas libico attraverso il Greenstream. Il terminal Eni di Mellitah è a tutt’oggi uno dei pochi ancora funzionanti, mentre sono italiane molte delle attività estrattive offshore realizzate a largo delle coste tripoline. L’intervento in Libia della coalizione internazionale del 2011 è stato voluto da molti attori internazionali, Francia in primis, anche per rivedere le commesse petrolifere a proprio vantaggio. Nonostante ciò l’Eni è l’unica compagnia internazionale ancora in grado di produrre e distribuire petrolio e gas in Libia. D’altra parte è nel Paese dal 1959, da molto più tempo rispetto ad altre società petrolifere europee, ed è facile immaginare che si sia creata quei contatti che ora le rendono possibile coesistere con alcune delle milizie libiche. Non è certo una condizione ideale poiché i gruppi armati cambiano casacca con molta facilità e non sono nuovi ad atti di forza che vedono nella conquista dei pozzi petroliferi l’obiettivo più gettonato. Anche in questo caso, dunque, sarebbe necessario un maggiore sforzo politico.

L’Uomo forte, oggi in Libia, appare il generale Haftar. Il quale non ne vuole   sapere del governo  di Tripoli. Forte dell’appoggio di Egitto e Russia. L’Egitto di Al Sissi lo appoggia per ragioni di contrasto all’integralismo islamista. E per la Russia di Putin, quali sono gli obiettivi? Sappiamo che non guarda solo al generale Haftar ma anche ad al-Sarraj…
I motivi del sostegno russo ad Haftar sono di ordine economico, geopolitico e geostrategico. Da un punto di vista economico Putin non ha certo bisogno del greggio libico, ma ha tutto l’interesse a vendere know-how e tecnologie. Inoltre ad Haftar servono armi per proseguire la guerra sia contro gli islamisti sia contro il Governo di unità nazionale. La Russia ha tutto l’interesse a fornirgliele. In termini di proiezione mediterranea, la Libia è un tassello della partita russa in Medio Oriente e Nord Africa. Haftar, baluardo del laicismo, è il complemento ideale all’asse con al Sisi e, forzando un po’ la mano, anche con Damasco. Infine, la Russia, mira ad ottenere uno sbocco sul mar Mediterraneo nella Cirenaica. Va però detto che Haftar, per quanto forte, non può essere l’unico interlocutore nel Paese. Ci sono altri attori rappresentativi, come ad esempio le milizie di Misurata, con cui è necessario mediare un qualche accordo. La Russia ne è perfettamente cosciente. Per questo sta cercando di assurgere ad un ruolo maggiormente diplomatico nella partita libica, “agganciando” anche gli attori tripolini. Non è un caso se pochi giorni fa Serraj si è recato a Mosca per incontrare il ministro degli esteri russo Lavrov. La vera diplomazia russa in Libia potrebbe cominciare da qui.

L’espansionismo russo può entrare in rotta di collisione con gli interessi dell’Italia e dell’UE. È possibile una collaborazione con la Russia?
Il problema è a monte. Quali sono gli interessi dell’Europa? Le politiche estere degli attori europei procedono in ordine sparso, senza una chiara visione comune, se non sulla carta. Fino a questo momento il minimo comun denominatore è stato il ruolo di “traino degli Stati Uniti”. Ora che Trump ha paventato un maggiore disimpegno, l’Europa ha due opzioni: o saprà costruire una maggiore autonomia nel tradizionale asse atlantico, oppure il suo ruolo verrà marginalizzato. Allo stato attuale è difficile immaginare, però, che le capitali europee decidano di investire in spese militari. Inoltre, per assumere un ruolo di “guida”, l’Europa avrebbe bisogno di una volontà comune e di una chiara leadership. Al momento manca di entrambe. In queste condizioni la Russia ha la possibilità di ritagliarsi il ruolo di attore egemonico indiscusso. Una qualche collaborazione con Putin, stante così le cose, non potrà avvenire a livello europeo. L’Italia ha una sola chance, come già detto, sfruttare il suo capitale di fiducia con alcuni attori tripolini per mediare un accordo intra-libico con Mosca.

Abbiamo, però, alleati che fanno il “gioco sporco” nello scacchiere Libico. Mi riferisco alla Francia. Che ruolo sta giocando?
La Francia, fin dall’inizio della crisi libica ha sempre anteposto la realpolitik dell’interesse nazionale allo spirito di fedeltà all’alleanza europea. La missione della Nato in Libia è stata voluta dal governo francese di Sarkozy per motivazioni del tutto personali: le elezioni imminenti, la sua popolarità in drastico calo e la necessità di allargare la fetta petrolifera d’oltralpe. Le cose non sono migliorate in seguito. La Francia con una mano ha siglato gli accordi di Skhirat per il Governo unitario di Serraj e con l’altra ha fornito armamenti alle milizie di Haftar, attraverso triangolazioni estere con Egitto ed Emirati. L’obiettivo è accedere alle riserve petrolifere della Cirenaica, riprendendo le attività estrattive e allargando il raggio di quelle esplorative avviate nel 2011. Da questo punto di vista non posso che giudicare negativamente la politica francese.

Gli USA di Trump come si stanno muovendo?
Trump, fedele alla dichiarata politica del “disimpegno Mediterraneo”, pare fin qui poco interessato alla Libia. E’ plausibile ipotizzare, dunque, che sia disposto a lasciare mano libera alla Russia nel tentare di dirimere la spinosa questione. Putin, estromesso dalla partita libica nel 2011 perché contrario ai bombardamenti, coglierebbe volentieri questa occasione per dimostrare di poter riuscire là dove gli Stati Uniti di Obama hanno fallito.

Ultima domanda. L’ISIS è ancora presente?
I combattenti dell’Isis a Sirte – circa tremila prima dell’inizio dell’offensiva – non sono stati tutti uccisi o catturati. Molti sarebbero fuggiti verso il sud del Paese, nel Fezzan. Da qui, grazie anche ai fiorenti traffici della zona, potrebbero riorganizzarsi. Non c’è solo Isis. Nel deserto libico è stabilito anche un nuovo comando di al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi).  Qui i servizi segreti di Algeri hanno localizzato campi e basi logistiche dei qaedisti attivi anche in territorio algerino e nel Sahel e fonti di stampa estera hanno in più occasioni raccontato di incursioni condotte oltreconfine dalle forze speciali di Bouteflika per annientarli. Da ciò risulta evidente che dire di aver espulso l’Isis da Sirte non significa aver risolto il problema del terrorismo nel Paese.

Libia e disinformazione 
le tante montature Isis 
e i creduloni di Stato. Un’analisi di Don Giulio Albanese

 www.wikipedia.it

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Giulio Albanese in questi giorni è in Africa, quella più nera e più profonda della costa Mediterranea, ma non smette di guardarsi attorno. lui, da giornalista-prete che i peccati raccontati li conosce individua al volo le bugie: allarmismi inutili o peggio disinformazione che conta sugli stupidi.

Per gentile concessione del sito: www.remocontro.it

Tutti hanno paura di quanto sta avvenendo in Libia. Ma cosa si può fare per arginare il delirio califfale? È importante rispondere con lucidità e freddezza. Contrariamente a quanto afferma certa informazione, lo Stato Islamico non sta conquistando la Libia. Semmai, alcune fazioni tribali, dalla caduta del regime di Gheddafi, continuano ogni giorno a massacrarsi, utilizzando il “brand” del califfato, in franchising, come ha scritto l’amico Lucio Caracciolo.

È il modo migliore per bucare lo schermo, ottenere visibilità, suggestionare le masse e reclutare adepti. La diffusione, nei giorni scorsi, del video in cui era mostrata la decapitazione di 21 egiziani copti è aberrante, ma rientra nel contesto di una strategia eversiva, criminale e massmediale. Personalmente, credo che occorra, innanzitutto, bloccare i flussi di denaro che foraggiano i gruppi armati.

Ma l’intelligence occidentale cosa sta facendo? È possibile che non sappiano chi sono i finanziatori delle bande libiche? Per favore, mettiamoci in testa che se gli aspiranti seguaci di al-Baghdadi in terra africana stanno facendo il bello e il cattivo tempo è perché finora è mancato un meccanismo di supporto internazionale che sia dotato dell’effettiva capacità di individuare e colpire le organizzazioni coinvolte nella lotta armata, al fine di indebolire i centri nevralgici che provocano instabilità e violenza.

In assenza di questo tipo d’intervento, la proliferazione di gruppi e organizzazioni del radicalismo islamico aumenterà esponenzialmente grazie alla facilità di ingresso delle attività illecite. Inoltre, la comunità internazionale deve evitare di cadere nella trappola manichea, quella di parte, cioè di chi spinge il sostegno a favore di una componete, a danno dell’altra.

Al contrario, è necessario favorire in ogni modo l’espansione del tavolo negoziale e dei processi politici che sostengano l’inclusione e la rappresentatività delle più diverse componenti. Ad esempio, riconoscere la legittimità delle forze politiche di ispirazione confessionale non solo è un’urgente necessità, ma anche l’unico vero modo per delegittimare le componenti radicali e jihadiste isolandole dal contesto politico e sociale libico.

Perché ciò sia possibile, però, è indispensabile agire con decisione contro le ingerenze esterne, riconoscendole e denunciandole senza esitazione, evitando così di trasformare la Libia in un terreno di scontro “per conto terzi”. È bene rammentare che Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno le loro responsabilità a questo proposito. Il cammino è certamente tutto in salita. Occorre pertanto non perdere tempo.

Stiamo parlando di un Paese, per favore non dimentichiamolo, che è stato culla di civiltà: il teatro di Sabratha, la magnificenza di Leptis, le pitture rupestri dell’Acacus…

DAL SITO: http://www.remocontro.it/2015/02/21/libia-disinformazione-tante-montature-isis-i-creduloni/