I DIARI DI FALCONE. Le verità nascoste nelle agende elettroniche del giudice

IL LIBRO      

Le agende di Giovanni Falcone entrarono e uscirono velocemente nella vicenda della strage di Capaci. A distanza di molti anni, dopo processi, depistaggi, falsi testimoni, morti sospette, e diversi interrogativi irrisolti, questo libro recupera materiali rivelatori che sono stati trascurati nelle inchieste della magistratura e che invece aiutano a capire che cosa è successo quel 23 maggio 1992. E perché.

Le agende personali fanno paura: quella di Borsellino è scomparsa e quelle di Falcone, esaminate dai periti Gioacchino Genchi e Luciano Petrini (morto troppo presto), nonostante strane interruzioni, pongono domande decisive: sugli incontri del giudice con funzionari russi per indagare sui finanziamenti clandestini del Pcus; su come sia stato possibile che la mafi a sapesse il giorno e la data del suo viaggio a Palermo; sul suo misterioso viaggio a Washington; su dove sia stato tra il 28 aprile e il primo maggio prima dell’attentato; e molte altre ancora.

In questa meticolosa inchiesta, l’autore mette in relazione fatti, testimonianze, appunti personali, e traccia un quadro inedito che apre nuovi scenari sulla morte del giudice, dimostrando come essa vada inserita all’interno di una più generale strategia di destabilizzazione che ha interessato il nostro paese alla fine della Prima repubblica.

L’autore

Edoardo Montolli è autore di diversi libri inchiesta. Due li ha dedicati alla strage dI ERBA Il grande abbaglio (con Felice Manti, Aliberti 2008) e L’enigma di Erba (Rcs Periodici 2010). Ne Il caso Genchi (Aliberti 2009) ha raccontato i retroscena di numerose vicende politiche e giudiziarie degli ultimi trent’anni. Scrive di crimini per vari giornali e di attualità per il settimanale “Oggi”. Ha pubblicato i thriller Il boia (Hobby & Work 2005), La ferocia del coniglio (Hobby & Work 2007) e L’illusionista (Aliberti 2010). Il suo sito è www.frontedelblog.it

Per gentile concessione dell’Editore pubblichiamo il Prologo del LIbro

Le agende dimenticate

Giovanni Falcone annotava tutti i suoi impegni su due databank, due agende elettroniche tascabili. Apparecchi che restarono in voga per qualche anno, fin quando la loro funzione non fu sostituita dai cellulari. Quelle di Falcone vennero recuperate

poco dopo la strage di Capaci. Una memoria esterna, su cui il giudice riversava i suoi appunti, scomparve per sempre. Ma nei processi, nonostante alcuni punti oscuri rilevati dai due consulenti che le analizzarono, le agende furono liquidate in fretta. Ne fu sminuita la portata. E vennero smentiti alcuni impegni che lui si era segnato e che apparivano su una di esse, risultata misteriosamente cancellata solo dopo il sequestro.

Passo tutto in secondo piano, come il fatto che, dopo la sua morte, qualcuno ne avesse letto i file sui computer al ministero, lasciandovi traccia.

L’indagine, d’altra parte, puntava a prendere gli assassini, i mafiosi che, per ucciderlo, il 23 maggio 1992 avevano fatto saltare in aria addirittura un’autostrada. Un’esplosione perfetta nei tempi e devastante nella portata, simile a un atto di guerra, che Cosa nostra non si era mai sognata di fare prima. E che in seguito non avrebbe piu ripetuto.

Per più di un paio di decenni, cosi, le copie cartacee del contenuto delle due agende sono rimaste sepolte negli archivi giudiziari, all’interno delle relazioni che ne fecero i consulenti, senza che fossero più studiate.

 La campagna d’odio contro Genchi

Vi sono incappato nove anni fa, quando mi sono occupato di Gioacchino Genchi, vicequestore aggiunto palermitano e consulente di procure e tribunali di mezza Italia in alcuni tra i processi piu delicati del paese, che era stato anche uno dei periti a occuparsi di quelle agende. L’altro, l’ingegnere Luciano Petrini, e stato ammazzato molto tempo fa, senza che sia mai stato preso il responsabile.

Genchi era stato consulente del pm Luigi De Magistris nell’inchiesta ≪Why Not≫. Era stato scritto e detto che aveva intercettato qualcosa come 350.000 persone. Bollato dall’allora premier Silvio Berlusconi come ≪il più grande scandalo della Repubblica≫. Accusato di avere un archivio segreto.

Convocato dal Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, era stato indagato dalla Procura di Roma. Sospeso dalla polizia e successivamente destituito. Non era vero niente: negli anni a seguire i processi penali lo avrebbero visto definitivamente assolto e sarebbe stato reintegrato in polizia.

Ma in quei mesi la vicenda occupava ogni giorno le prime pagine dei quotidiani. Lo conoscevo da qualche anno. Ne avevo scritto su alcuni settimanali per poi realizzarne un lungo ritratto su ≪L’Europeo≫. All’epoca dirigevo la collana di libri inchiesta

≪Yahoopolis≫ della casa editrice Aliberti. L’editore mi chiese cosi di scrivere un libro-intervista. Genchi non si capacitava della campagna d’odio imbastita nei suoi confronti. E voleva cosi non solo pubblicare gli atti dell’inchiesta che non gli avevano fatto terminare a Catanzaro, ma far conoscere a tutti il suo intero percorso professionale, che coincideva con le indagini sui veleni di Palermo e con quelle sulle stragi del 1992. Le sue mai concluse consulenze sulla strage di Capaci e su quella di via D’Amelio.

Quando e uscito il libro Il caso Genchi c’e stato un diluvio di polemiche. Richieste di sequestro, cause civili e penali inoltrate da un gran numero di esponenti istituzionali.

Da parte mia ho avuto tuttavia come la sensazione che, comunque la si vedesse, non fosse stato detto tutto sul suo lavoro.

Soprattutto per ciò che riguardava le indagini del 1992.

Ho cominciato così a riprendere in mano i contenuti dei due databank, che Genchi mi aveva consegnato insieme a gran parte del suo lavoro utile a stilarne una biografia.

Raccontavano molto degli ultimi mesi del giudice, delle sue frequentazioni e delle sue amicizie: dettagli che, come le sue convinzioni su Cosa nostra, i suoi appunti e i suoi stessi verbali, erano stati interpretati in più modi, e mai presi alla lettera.

Ma, riguardandoli bene, studiandoli a fondo, i databank rivelavano anche altro.Confrontandoli con l’agenda grigia di Paolo Borsellino – l’unica rinvenuta –, con gli eventi di quegli anni e con una lunga serie di atti processuali, ma anche con gli scritti e i verbali di Falcone, emergevano diversi nuovi misteri, a partire dalla genesi stessa della strage di Capaci e dal racconto che ne avevano fatto gli esecutori.

 Qualcuno sapeva

Cos’accadde allora? E una domanda che continuo a pormi. Di certo, come si vedrà in questo libro, se vogliamo accettare l’idea che la strage di Capaci e quelle successive siano state esclusivamente opera di Cosa nostra, non dobbiamo solo ignorare le anomalie sui reperti informatici di Falcone e ciò che vi era scritto, non dobbiamo solo ritenere marginale cio che accadde a Paolo Borsellino nei cinquantasette giorni in cui rimase ancora in vita, no. Dobbiamo accettare anche che piu di qualcuno sia stato in grado di leggere il futuro e trasformarsi in un infallibile veggente. Uno su tutti il pentito dei due mondi, TommasoBuscetta, che, lontano da tantissimi anni dall’Italia e sotto protezione negli Stati Uniti, riuscì a prevedere gli attentati al nostro patrimonio artistico prima ancora che fossero ideati proprio dai suoi acerrimi nemici, con cui evidentemente non aveva contatti.Un suo incontro con Falcone a Washington, un mese prima della morte del giudice, venne confermato da autorevolissimi esponenti istituzionali americani e italiani. Negli stessi giorni Falcone aveva annotato sull’agenda rinvenuta un viaggio negli Stati Uniti.

Il viaggio fu smentito dal ministero e dalle autorità. Ma cosa avrebbe fatto in quei giorni nessuno lo disse mai.

 

Edoardo Montolli, I diari di Falcone. Le verità nascoste nelle agende elettroniche del giudice, Ed Chiarelettere, Milano 2018 _ pp. 256 _ euro 16.00

Il lato oscuro di Facebook. Intervista a Federico Mello

Facebook, il grande social network “inventato” da Mark Zuckemberg, è stato, nei mesi scorsi, al centro di una polemica “planetaria” a causa di gravissime accuse di violazioni di profili di milioni profili. Si parla dello scandalo, dell’ormai defunta società, di “Cambrigde Analatyca”. Ma non c’è solo questo. Il “social” è messo sotto accusa anche da neuroscienziati, psicologi, studiosi di comunicazione per le sue tecniche manipolatorie in grado di influenzare la volontà dei suoi utenti. Tanto da far affermare a Sean Parker, ex Presidente di Facebook, un pensiero assai inquietante: “solo Dio sa cosa Facebook sta facendo al cervello dei nostri figli”.

Ma qual è il lato oscuro di Facebook? Per quel scopo usa le tecniche manipolatorie? Proviamo a rispondere a queste domande, in questa intervista ,con Federico Mello, autore del saggio, uscito da poco,  “Il lato oscuro di Facebook” (Ed. Imprimatur). Mello è giornalista professionista, autore Rai e studioso di comunicazione.

Federico, partiamo dalla domanda, che ti poni all’inizio del tuo interessante libro: Quando andiamo su Facebook siamo noi che ci andiamo, con la nostra volontà, oppure, in un qualche modo, è Facebook che si collega al nostro cervello? il meccanismo è ben diverso..
La tecnologia non è mai neutra. E tanto meno lo sono i software. Facebook non è neutro: è progettato, migliorato, e aggiornato di continuo, per spingerci in direzioni ben precise: stare più collegati possibile, ed essere il più attivi possibile. Questo è il modello di business di Mark Zuckerberg. 

Sulla scia, di  documentati studi di neuroscienziati ed esperti di comunicazione, affermi che il social network agisce sul neurotrasmettitore chiamata dopamina. Una sostanza, che viene rilasciata in una zona determinata del cervello, associata alle attività di ricompense. Insomma è legata al “piacere”.  E’ un bel trappolone per gli utenti… Spiegaci un poco…
Le notifiche di Facebook sono progettate nello stesso modo in cui sono progettati i giochi d’azzardo o i giochi compulsivi per cellulare: dare il massimo piacere possibile, e la dopamina è esattamente il “neuro-trasmettitore del piacere”. Il nostro telefono, con l’applicazione di Facebook installata, è una sorta di piccola slot machine, io la chiamo una “social slot machine”: apriamo l’app e vediamo se abbiamo “vinto” una notifica, un messaggio, una richiesta di amicizia. Negli anni Facebook ha aumentato il più possibile il numero di notifiche, e quindi di piacere, per aumentare la nostra dipendenza. 

Tu vedi lo stesso meccanismo, quindi, lo stesso meccanismo di dipendenza dell’alcol e del gioco d’azzardo , è così?
Sì esatto il meccanismo è uguale. Le vecchie slot machine, nei casinò di Las Vegas, offrivano solo tre vincite ogni cento puntate. Ora quelle vincite sono salite al 40 per cento delle puntate. Si vince meno ma si vince più spesso. Questo è deleterio per la dipendenza che genera: tutto è progettato con lo scopo di spremere il giocatore il più possibile. Facebook fa la stessa cosa, col differenza che non gli interessano i nostri soldi, ma il nostro tempo, che poi monetizza con la pubblicità. 

Parli di tecniche manipolatorie messe in atto dai “geni” di Facebook per catturare la nostra attenzione. E qui c’è il “lato oscuro della forza”, per usare un termine mutuato da “Star War”, dove “forza”,qui, sta per Facebook: ovvero fare soldi… Puoi spiegarci meglio?
Sì esattamente questo: lo scopo di Facebook non è quello di “rendere il mondo un posto connesso”, ma di avere utenti il più tossici possibile. Non mette l’utente al centro delle sue scelte, ma il profitto, anche a scapito dell’utente. 

A quanto ammonta il giro plurimiliardario di Facebook?
Parliamo ormai di un’azienda che una delle più alte capitalizzazioni al mondo. Siamo oltre i 40 miliardi.

Come Pensi che abbia reagito Mark Zuckerberg al recente scandalo di Cambrigde Analytica? Basta aver sospeso applicazioni? Insomma sta reagendo all’altezza  delle gravi responsabilità?
No, come al solito ha fatto il pesce in barile nascondendosi dietro motivazioni tecniche. Però finalmente è emerso in modo evidente e incontestabile, quando sia enorme e autocratico il suo potere: nelle sue audizioni al congresso, era evidente come fosse più potente di tutti i deputati e senatori che lo interrogavano messi insieme. Ha più soldi di loro, e decidendo cosa deve mostrarci l’algoritmo di Facebook, un potere enorme in tutto il mondo. 

Eppure, lo dico da innamorato di questo social network (come lo sei anche tu), nonostante queste  tecniche manipolatore , Facebook resta un grande opportunità . Condividi la proposta di obiezione di coscienza nei confronti del social? Non ti sembra una forma aggiornata di “luddismo”?
No, non la condivido. La risposta non può essere individuale. Facebook va regolato, e vanno obbligato a rendere trasparenti tutte le sue scelte. Io dico che, visto quando è importante ormai nelle nostre vite, andrebbe tolto dalle mani di Zuckerberg, e dato ad un ente con finalità pubbliche come la fondazione Wikipedia. Non è impossibile pensare che si arrivi a qualcosa del genere: la battaglia è appena cominciata. 

FABBRICA INTELLIGENTE E SINDACATO. LA SFIDA DEL DIGITALE. Intervista a Giuseppe Sabella             

Come sta andando il nostro Paese in relazione al piano Industria4.0? La domanda è importante perché tutti gli Stati membri della UE hanno l’innovazione dell’impresa al centro della loro agenda politica, tanto che il termine Industry4.0 – che sta appunto a indicare la quarta rivoluzione industriale – pur essendo stato coniato in Germania è stato adottato da tutta l’Europa. Ne parliamo con Giuseppe Sabella – direttore di Think-in e coordinatore del progetto Think-industry4.0 – che in questi giorni ha pubblicato per Cantagalli Editore il suo nuovo saggio  dedicato all’industria4.0: “Fabbrica intelligente: la persona al centro, anche l’ambiente”.

Sabella,come si sta comportando il nostro sistema produttivo dinnanzi alla trasformazione dell’economia e del lavoro?

Al di là del fatto che in Italia abbiamo poche industrie e che prevalentemente il nostro sistema è a trazione della PMI, mi piace molto la parola “industria” perché in latino questa significa “attività”. E, quindi, ciò si sposa bene con ciò che è richiesto a tutti gli stakeholder: una nuova attività. Da qui il nome della collana dell’Editore Cantagalli (nova industria) che accoglie questo mio nuovo lavoro. Venendo alla domanda, io penso che cominciamo ad avere degli indicatori che ci autorizzano a pensare che l’Italia possa tornare a pieno titolo nell’alveo delle grandi potenze economiche e industriali del mondo.

E quali sono questi indicatori?

Sono diversi. Innanzitutto, il dato sulla produttività del lavoro mi pare molto significativo: +0,9% nel 2017. Consideriamo che negli ultimi 15 anni – fonte Istat – la produttività del lavoro è aumentata ad un tasso medio annuo dello 0,3% risultando decisamente inferiore alla media Ue (+1,6%) e all’area euro (+1,3%), anche le se nostre grandi imprese, e anche molte di quelle con più di 50 dipendenti, sono in linea con le concorrenti tedesche, francesi e inglesi. Tassi di crescita in linea con la media europea sono stati registrati per Francia (+1,6%), Germania (+1,5%) e Regno Unito (+1,5%). In Spagna il tasso di crescita (+0,6%) è stato più basso della media europea ma più alto di quello italiano. Da questo punto di vista, le recenti rilevazioni del Ministero del Lavoro sono incoraggianti: la produttività del lavoro è infatti un indicatore importantissimo.

Lei ritiene che siamo già in presenza di ricadute occupazionali?

Al di là delle positive variazioni sulle rilevazioni periodiche di Istat, ricorderei che proprio in questi giorni, la Confindustria ha comunicato che per effetto del piano industria4.0 da qui a 5 anni si ricercano 280.000 nuovi innesti. È chiaro che il profilo ideale è quello del nativo digitale con manodopera qualificata visti i requisiti: flessibilità, cultura digitale, attitudine al cambiamento. L’indagine svolta dalla Confindustria ha preso in esame cinque settori cardine per l’Italia, vale a dire la meccanica, l’agroalimentare, la chimica, la moda e l’Ict. Si tratta di una stima di fabbisogno occupazionale che tiene conto del saldo tra pensionamenti e diplomati dagli istituti tecnici e che se soddisfatto porterebbe il livello della disoccupazione al di sotto del 10%. Complici i forti incentivi fiscali del piano industria4.0, nell’ultimo anno le aziende hanno investito molto per rinnovare i loro impianti e adeguarsi alla trasformazione ma ora rischiano di non trovare le persone necessarie a farli funzionare.

Questo ci dice anche che il digitale, come afferma qualcuno, non è la fine del lavoro…

Il digitale è ciò che è stata la macchina a vapore dell’800: il lavoro non è finito, si è trasformato. Ed è ciò che sta avvenendo oggi. I Paesi che vanno meglio sono proprio quelli che stanno accompagnando questa trasformazione, ma l’Italia si sta ben comportando anche per merito del sindacato: laddove c’è innovazione, dove si applica il piano industria4.0, dove c’è crescita ci sono accordi di secondo livello. Questo ci dà un’indicazione di quale sia il ruolo attivo di chi contratta. Si stima, inoltre, che questo segmento di imprese valga il 35% del sistema produttivo. Il punto è cosa succede dell’altro 65%…

Già, cosa si può fare per questo 65% di imprese?

È evidente che una volta per tutte bisogna prendere atto che una grossa fetta del nostro sistema è poco recettivo all’innovazione. È sempre stato così, c’è una grossa fetta di mercato casalingo – si tratta prevalentemente di piccole imprese – che tuttavia resiste, e in molti casi occupa persone. Io penso che questo sistema di imprese, non solo vada avvicinato all’innovazione (probabilmente nemmeno sono a conoscenza del piano industria4.0), ma vada alleggerito. Mi spiego meglio: sono tutte piccole imprese che resistono lottando per la sopravvivenza, in molti casi tuttavia hanno anche un buon mercato ma soffrono moltissimo il peso e i costi di fisco e burocrazia. Su questo non si può far finta di nulla. Riforma fiscale e semplificazione sono ciò che attendiamo da troppo tempo. Senza contare che, per esempio, il taglio del cuneo fiscale significa aiutare imprese e lavoratori; e generare effetti virtuosi sulla domanda interna e, quindi, sul pil.

In particolare quella fiscale, secondo lei è una riforma possibile?

Non vedo perché se l’ha fatta la Spagna, non può farla l’Italia. Nel 2014 Mariano Rajoy tagliava di 5 punti i costi sul reddito da lavoro: il costo della riforma fiscale per le casse dello Stato è stato poi ripagato in due anni dall’aumento di consumi e livelli occupazionali. L’Europa, come già successo nel caso spagnolo, permette di sforare il tetto del 3% del deficit; chiede, però, di impegnarsi con riforme strutturali e, soprattutto, controllo della spesa. Quest’ultimo punto è drammaticamente ciò che i partiti tutti hanno paura di fare. Vedremo cosa succederà in questa legislatura che, comunque, sappiamo essere molto complicata.

Un’ultima domanda: perché, come dice nel suo nuovo libro che ha a tema l’industria4.0, “la persona al centro, anche l’ambiente”?

Perché la grande sfida che abbiamo davanti non è solo di rendere la fabbrica – metafora del luogo di lavoro – più digitale, ma anche più sicura (continuano ad essere troppe le morti sul lavoro) e più sostenibile: in particolare, più a misura d’uomo. Finalmente iniziamo a sondare la possibilità di un’economia che non vesta solo di verde, ma che si interessi concretamente della dimensione ambientale della vita umana. È il grande richiamo di Francesco alla “Casa comune”, ed è un appello che faremmo bene a non eludere.

“THE TIME IS NOW”, Un’antologia del ‘68

IL LIBRO

“Dove esistono una voglia, un amore,
una passione, lì ci sono anch’io”
Giorgio Gaber

“Un ‘futuro più luminoso’ è veramente
e sempre soltanto il problema
di un lontano ‘là’?
Non è, invece, qualcosa che è già qui
da un pezzo e che solo la nostra miopia
e la nostra fragilità ci impediscono
di vedere e sviluppare intorno
a noi e dentro di noi?”
Václav Havel

Quanta sete di giustizia, quanta carica vitale, quanta
voglia di futuro. Una stagione durata almeno un
decennio (1967-1977) è qui rappresentata attraverso
i discorsi e gli interventi di alcuni protagonisti di
quegli anni nel tentativo di recuperare le diverse
anime del ’68 e capire oggi se è rimasto qualcosa di
allora, e come. Per questo il volume propone all’inizio
il discorso di Emma González, pronunciato
all’indomani dell’ennesima strage in una scuola in
Florida, che è un forte atto di accusa contro Trump e
la sua generazione.
Ma le idee del ’68 arrivano da lontano, così è utile
ricordare il progetto modernissimo della Repubblica
romana di Pisacane, del 1849, che si salda alla lotta
di altri eroi che hanno dato la vita per un futuro di
libertà, come Luther King, Mandela, Robert Kennedy,
Che Guevara (sebbene il suo incitamento all’odio
risulti oggi inaccettabile), senza dimenticare don
Milani e la sua lotta al militarismo.
Per entrare nel cuore del ’68 non potevano mancare
la sferzante polemica di Pasolini contro gli studenti,
gli interventi di Viale, Dutschke, Marcuse, e poi di Fo,
Basaglia, Havel, le loro denunce contro i poteri e la
violenza delle istituzioni, fino ad arrivare a Langer e
al suo appello a vivere con meno anziché con più
cose. Una vera rivoluzione. Chiude il libro l’analisi
lucida e disincantata di Giorgio Gaber.
L’AUTORE
David Bidussa (1955), storico sociale delle idee, è
autore di numerosi saggi, tra cui: “Dopo l’ultimo
testimone” (Einaudi 2009) e “Il passato al presente”
(con Paolo Rumiz e Carlo Greppi, Fondazione
Feltrinelli 2016).
Con Bollate Boringhieri ha curato Norberto Bobbio,
Claudio Pavone, “Sulla guerra civile” (2015) e Victor
Serge, “Da Lenin a Stalin” (2017). Con Chiarelettere
ha curato “Siamo italiani” (2007); Antonio Gramsci,
“Odio gli indifferenti” (2011 e 2016); Leon Trotsky,
“La vita è bella” (2015); Shaftesbury, “Lettera sul
fanatismo” (2017).

Per gentile concessione dell’Editore pubblichiamo
l’Introduzione di David Bidussa

Guardare al ’68 con gli occhi del 2018

di David Bidussa

Oggi

Cinquant’anni dopo il ’68, l’America torna nelle strade.
Quando ha preso la parola lo scorso 17 febbraio, la
principale preoccupazione di Emma González –
sopravvissuta tre giorni prima alla sparatoria nella scuola
superiore di Parkland, Florida, in cui Nikolas Cruz ha
ucciso diciassette persone – era di riprendersi in mano il
futuro, di non lasciarlo alla mercé di qualcuno armato di
pistola.
In quel suo intervento di undici minuti, letto
velocemente, fino a mangiarsi le parole, senza nessuna
retorica oratoria e istrionica, costantemente interrotto
dai singhiozzi, come capita a tutti coloro che sanno di
vivere un’occasione irripetibile e che il potere
mediatico non concede una seconda chance, Emma
González si rivolge al presidente degli Stati Uniti e «da
pari a pari» scandisce queste parole:
Se il presidente vuole venire da me per dirmi in faccia che
è stata una tragedia terribile, che non sarebbe mai dovuta
accadere, e continuare a ripeterci che non verrà fatto nulla
al riguardo, gli domanderò con immenso piacere quanti
soldi ha ricevuto dalla National Rifle Association. E
volete sapere una cosa? Non importa, perché lo so già.
Trenta milioni di dollari. Che, divisi per il numero delle
vittime da armi da fuoco negli Stati Uniti solo nel primo
mese e mezzo del 2018, fanno 5800 dollari ciascuna.

Dopo di che, gli chiede direttamente: «È questo il
valore che quelle persone hanno per te, Trump?».
Una nuova generazione ci mette la faccia in prima
persona e torna a fare proprio l’imperativo di
cinquant’anni prima: «sei quello che fai» e lì ti giudico.
Sono le parole della generazione che si affaccia alla storia
nel terzo quarto del Novecento che è la protagonista,
culturale prima ancora che sociale, di quel percorso
[Hobsbawm 1995, p. 303 e sgg.]. Significa, ora come
allora: no alle autorità costituite; di te non mi fido.
Il confronto come cinquant’anni fa riparte da qui, dalla
consapevolezza che quella battaglia non la può
intraprendere qualcun altro. Uno scontro intergene-
razionale che deve avere un’idea di avvenire contro un
sistema economico. Dietro quelle parole risuona l’eco
lontana di Herbert Marcuse. La pratica che esprime quella
volontà è la «disobbedienza civile», ha sottolineato
Hannah Arendt [2017]. La sua essenza sta nel violare la
legge, quando questa sia ritenuta ingiusta senza, peraltro,
sottrarsi alla sanzione. «Disobbedienza civile» non è
assenza di regole. Vuol dire rispetto delle regole esistenti,
accettazione della punizione, ma convinzione che non si
deve accettare il mondo com’è [Fofi 2015, p. 52].

Scene dal passato

Abbiamo provato a rileggere il ’68 a partire da lì e
dunque siamo andati in cerca di tutte quelle occasioni in
cui questa febbre di cambiamento chiedeva di trovare
vie pratiche per rompere la consuetudine. Per questo
abbiamo scavato in ciò che precede il ’68: nelle parole
di don Milani per la scuola buona; in quelle di Martin
Luther King per il diritto al sogno; in quelle di Man-
dela che non si piega alla discriminazione; in quelle di
Guevara, che chiede di non accettare il mondo com’è e,
allo stesso tempo, non considera spenta la sfida per
domani solo perché ha vinto una volta.
Riprendere in mano quel tempo vuol dire, anche, non
dimenticare che siamo noi ora a rileggerlo e a
riprendere le misure con le parole di allora. Pasolini ora
è disvelativo, mentre allora era incomprensibile (per
non dire irritante), così come Guido Viale che rivendica
un’università che colga i nuovi saperi; Robert Kennedy
che chiede un diverso modo di declinare la parola
sviluppo; Dario Fo che racconta la nascita del teatro
fuori dai circuiti istituzionali: tutti rispondono al
principio «sei quello che fai».
Sessantotto voleva dire misurarsi con le cose da fare.
«Agisci laddove sei» ecco un’altra massima del ’68.
Ovvero: rompere il quadro autoritario delle istituzioni e
creare una modalità diversa di vivere, agire, lavorare,
curare, educare. Questa è la parola di Franco Basaglia,
di Václav Havel, ma anche il senso della riflessione di
Alexander Langer quando, all’indomani della sconfitta
definitiva di un decennio che pure ha trasformato
radicalmente il mondo, capisce che molte cose sono
state sbagliate, che se pure quelle cose cambiate hanno
recepito il senso del ’68, hanno tuttavia preso una strada
molto diversa. Per esempio: che ne è della soggettività
invocata come rivendicazione del diritto a essere se
stessi, se poi anziché produrre innovazione o abbassare
le diseguaglianze, questa viene assunta dal mercato,
dall’offerta di oggetti e non nell’emancipazione degli
stili di vita?
Una conclusione che rimane aperta, sebbene il bilancio
finale di Giorgio Gaber sia amaro. Non perché la sua
diagnosi sia la fotografia esatta di ciò che è stato, ma per
indicare che se quel fenomeno che chiamiamo ’68 ha
davvero innovato, poi non è riuscito realmente a
modificare molte cose. Anzi, è rimasto impigliato in gran
parte dentro a quel mondo che pensava di annullare e di
voler rifondare. «Cercavo delle regole» dice Matteo
Carati, uno dei due protagonisti de La meglio gioventù di
Marco Tullio Giordana – forse il film che rappresenta più
radicalmente l’autobiografia del ’68 italiano [De Luna
2004, p. 214] – al fratello Nicola, che gli chiede perché
nonostante il suo radicalismo politico abbia deciso di
interrompere gli studi ed entrare in polizia. «Cercavo
delle regole.» Ovvero volevo un sistema di nuova vita,
non solo la critica dell’esistente [De Luna 2011, p. 207].
Non bastava desiderare, occorreva realizzare. Ci tornerò
più avanti ma questo è un punto essenziale del ’68 e della
sua impasse per noi che lo osserviamo cinquant’anni
dopo.

Il potere dei senza potere

Partiamo da quello slogan che forse risulta il più
sconcertante per l’Europa attraversata da un confronto
armato plurisecolare tra Germania e Francia.
«Siamo tutti ebrei tedeschi» dicevano i protagonisti
delle giornate di maggio ’68 a Parigi, per dire che se
il ricercato era Daniel Cohn-Bendit, allora tutti erano
Daniel Cohn-Bendit.
Quello slogan conteneva due assunti. Il primo, quello
più evidente: non considerare lo straniero nemico, ma se
la lotta era allo straniero, allora il passaggio immediato
era dichiararsi tutti stranieri. Il secondo, ritenere che non
era la condizione di straniero a fare la differenza, ma la
consapevolezza che solo ascoltando e ibridandosi si
dava possibilità di futuro.
Cultura viva dunque significa prendere atto che ogni
cultura non è mai uguale a se stessa, ma è
significativamente se stessa se continuamente ripensa,
modifica, assume risorse, concetti, fondamenti che
arrivano da altre parti. Cultura viva è anche non cedere
alla forza. Cultura è usare l’ironia. Il ’68 è anche ironia.
Ma pure contrastare il potere sapendo di essere in uno
stato di inferiorità e dunque trovare strategie che non
siano autodistruttive. Essere in uno stato di inferiorità,
di sudditanza, significa essere consapevoli che il
«potere dei senza potere» non è produrre un’azione
esemplare, eclatante, è essenziale, invece, un gesto.
Tutte queste figure e queste dimensioni indicano che
il ’68 ha inaugurato un tempo lungo, ha rappresentato
una cesura, forse un tempo ancora non chiuso. È così?
Sì e no, verrebbe da dire.

Il ’68: un evento di «corta durata»

Il ’68 è allo stesso tempo una porzione corta, e un
tempo lungo. Insomma un evento di «corta durata».
Con «corta durata» intendo qualcosa di molto ristretto
nel tempo come evento che tuttavia costruisce un
modulo, ed è quel modulo a rimanere anche oltre il
suo tempo.
Consideriamo il tempo corto. Il ’68 si colloca tra
gli ultimi mesi del ’67 e il primo semestre del ’68. Ma
ci sono accanto e insieme una serie di movimenti
politici, di eventi che si collocano e si spalmano in un
tempo più lungo (ovvero intorno al 1963-1964 e fino
ai primi anni Settanta).
Ci sono peraltro due tipologie di fenomeni e di
eventi che accadono in conseguenza del ’68 e che
contemporaneamente rivendicano o una continuità e
una filiazione con quel fenomeno o, pur
riconoscendone la matrice originaria, ne denunciano le
contraddizioni, le incongruenze, e spesso i silenzi.
Nel primo caso parliamo delle realtà istituzionali, o
delle realtà politiche che derivano o si originano da
quell’esperienza. È l’ampio e vasto movimento dei
gruppi politici o delle esperienze culturali segnate da
periodici, da collettivi, da nuclei di lavoro nel sistema
delle arti o nella pedagogia (cinema, teatro, ma anche
forme della narrazione, controstoria, pedagogia,
maestri di strada…) che da quella matrice discendono
in forma diretta.
Nel secondo caso parliamo dei fenomeni legati
all’espe-rienza del mondo delle donne, della riflessione
sul «femminile», forse il caso più evidente di silenzio
nel e del ’68 e che infatti esploderà lontano da quel
momento, ma anche ponendo il problema se si possa
essere soltanto donna, estranea o parziale o se, invece,
non si debba rivendicare il fatto di essere una cosa sola
[Rossanda 2018, p. 62].
In questo senso le parole di Hazel sono allo stesso
tempo il termometro di una sensibilità e l’indicatore
di una non messa all’ordine del giorno di un tema che
ancora oggi appare essenziale e sostanzialmente non
risolto. Ma lo stesso disorientamento riguarda le profonde
metamorfosi del mondo del lavoro. Il ’68 cresce
guardando alle fabbriche e al sistema fordista nella
convinzione che il mondo degli operai avesse un
domani. La fine del ’68 è anche la lenta eclissi del
mondo dell’operaio-massa.
Uno degli aspetti del disorientamento di quel carattere
di «corta durata» è anche qui: nell’aver vissuto molte
delle trasformazioni come sconfessione del proprio
futuro immaginato. Il ’68 per certi aspetti è un mondo
finito, non perché l’anti ’68 gli sia sopravvissuto, ma
perché due generazioni dopo, quella del futuro
immaginato, più che sconfessato o sconfitto, risulta
alieno dalla quotidianità attuale.

Una generazione senza storia?

Qual è allora il legame con quegli eventi, e come
dobbiamo relazionarci in generale con il passato, in
continuità o in rottura? Non è la smemoratezza o l’oblio
o il rifiuto del passato, ma il tentativo di prendere le
misure con quel passato. Si consideri, rimanendo al caso
italiano, la discussione sulla Resistenza e sul
rinnovamento della storia [Pavone 1968].
Il ’68 inaugura un nuovo modo di pensare la
Resistenza che da allora apparirà una rivoluzione tradita,
non riuscita, evitata. Visione eroica e forse mitizzata
della storia, ma che voleva dire anche: da quel momento
comincia un altro modo di pensare quel passato, e di
raccontarsi un possibile futuro che da quell’eredità
culturale e simbolica si vuole esaltare e proporre.
In quel momento finisce la generazione lunga della
Resistenza e se ne inaugura una nuova. Con
generazione intendo, riprendendo il suggerimento di un
grande storico, Marc Bloch [1998, pp. 135-136], non
tanto un gruppo coeso di persone accomunate dal fatto
di essere nate nello stesso periodo di tempo, ma un
gruppo ampio di persone, anche nate a distanza di
tempo fra loro, e che avvisano una comunanza di
esperienze che può andare molto al di là dei dati
anagrafici. La generazione lunga dell’antifascismo
finisce con il ’68, perché allora effettivamente succede
qualche cosa in un contesto profondamente mutato. Si
ha cioè la sensazione di dover ricominciare, che si
eredita qualcosa dal passato, ma poi bisogna
reimpossessarsi di quel passato per conferirgli nuovi
significati. Una generazione lunga finisce quando si ha
la percezione che si ricomincia e che le esperienze
precedenti sono esaurite.
Il problema della forza della Resistenza nella rivolta
del ’68 è proprio in quella possibilità di essere giovani ma
anche di poter decidere. Di «contare». Di essere radicali,
di scegliere e di avere questa consapevolezza non in forza
di un’ideologia, ma in forza di un fatto, perché nella
storia era già avvenuto. Quel passato racconta anche che
quella possibilità ha una chance se si prende in carica il
presente e se si ha cura di scommettere e di impegnarsi
per un possibile futuro diverso. A partire dagli anni
Sessanta, rileggere e dare nuove valenze alla Resistenza
e, contemporaneamente, al fascismo e all’antifascismo
[De Luna 1995 e 2015] significa cercare risposte per dare
figure alla propria voglia di futuro, mettere radicalmente
in discussione il presente, rileggere criticamente il passato
che si eredita.

Dopo i bisogni, i desideri

Raccontare la storia, per il ’68 non vuol dire solo
raccontare una diversa versione, ma riconoscere la
dignità della persona, di ogni singola persona, ad
avere diritto alla parola e, dunque, a non essere
espropriati della propria storia.
Cos’è il sogno del ’68? Vengono subito in mente le
parole e la potente retorica di Martin Luther King nel
suo discorso più famoso, che ci aiuta a capire come
l’invenzione di un certo linguaggio fu un elemento
essenziale per dare seguito alla rivolta. Negli slogan
come: «L’immaginazione al potere»; «Siate realisti,
chiedete l’impossibile»; «Prendete i vostri desideri
per la realtà»; «Vietato vietare», ciò che emerge è un
attore che non si dà un obiettivo, ovvero non si dota
di un programma, ma auspica un cambiamento senza
un contenuto definito. Il paradosso è: la macchina di
pensiero serve per dire che si è vivi e in lotta, e si
rifiuta qualsiasi compromesso, in ragione di scelte
che si appoggiano su un forte trasporto emozionale e
coinvolgente.
Chiusa quella stagione, ciò che rimane è la necessità
di rivedere radicalmente tutto (parole, desideri, scelte,
valori), come indica la strada riflessiva proposta da
Langer, oppure il senso di frustrazione, di ripiegamento,
di critica radicale, come testimoniano le parole di
Gaber. Perché?
Più che l’insoddisfazione dei bisogni, la chiusura del
’68 lascia irrisolti i desideri. Il bilancio parte da qui. Il
mesto «ritorno a casa» si presenta così come banalità,
come rientro nella normalità. Un vissuto che non vuole
né riesce a fare laicamente i conti con la propria
parzialità, con i propri limiti o che scambia il
«principio di realtà» con il richiamo all’ordine
[Fachinelli 1968, p. 79].

Che cosa rimane?

A ciclo concluso, rimane da chiedersi che cosa sia
realmente accaduto. «Secondo me – dice Arendt – per
la prima volta dopo tanto tempo è sorto un
movimento politico spontaneo che non ha fatto una
semplice azione di propaganda, ma ha agito e, per di
più, ha agito nella spinta quasi esclusiva di
motivazioni morali.» Ma anche una generazione «la
cui peculiarità consiste nella fiducia nella possibilità
di cambiamento» [Arendt 1985, pp. 256-257; 178-
179]. Eppure, precisa, «ci troviamo di fronte a una
generazione che non è affatto sicura di avere un
futuro» [Arendt 2011, p. 21].
Non so se Arendt confermerebbe oggi queste sue
valutazioni. I movimenti hanno spesso riprodotto ciò
che criticavano. Molti elementi di mentalità, di
canone politico, di paradigmi in atto nel pensare e
nell’agire che allora erano nel codice culturale non
sono stati efficacemente contrastati. Ne propongo due
a titolo esemplare.
Rifiuto dei partiti, e determinazione all’impegno si
sono tradotti in assemblearismo. Ma spesso questa
istanza ha prodotto il suo contrario, ossia l’affidamen-
to e la delega a un «capo/padrone». Era vero allora
nei movimenti degli anni Settanta, continua a essere
vero ora.
Rifiuto dei consumi. Le pratiche volte alla sosteni-bilità e
alla frugalità hanno fatto molta fatica ad affermarsi e
continuano a essere minoritarie, o «eccentriche» rispetto
a una pratica dell’effimero dominante e mentre la
lotta agli sprechi continua ad arrancare.
In entrambi i casi il ’68 si presenta come quel
momento originario che ha posto questioni, senza
risolverle, perché valeva la protesta e non la proposta;
valeva la condizione di adolescenza, e non quella di
scelta. Peter Pan prevaleva su Max Weber.

All’inizio era Carlo Pisacane

È stato Carlo Pisacane il primo ad aver posto come
essenziale il fatto che la libertà è possibile come
conseguenza di uscita dal vincolo del bisogno. Prima
di elencare quel decalogo per una possibile società
equa, che proponiamo in questa antologia, scrive:

La miseria e l’ignoranza sono gli angeli tutelari della
moderna società, sono i sostegni sui quali la sua
costituzione si incastella […]. Finché i mezzi necessari
all’edu-cazione e l’indipendenza assoluta del vivere non
saranno assicurati a ognuno, la libertà è promessa
ingannevole [Pisacane 1956, p. 194].

Quel percorso, più di un secolo e mezzo fa, era la
promessa di un inizio. Non siamo molto lontani da lì.
Non vuol dire che tutto è stato inutile. È buona norma
avere uno sguardo saggio su ciò che ci portiamo dal
passato. Perché se non è mai stato vero che il passato
aveva detto tutto e solo le deviazioni rispetto a ess
siano le radici di un presente non piacevole e di un
futuro pessimo, è anche vero che poi occorre sempre
guardarsi dal costruire un mito del passato.
Del ’68, ha scritto Paolo Pombeni [2018] proponendo
una sintesi a mezzo secolo di distanza, non resta molto,
oltre lo slogan che lo ha consegnato alla storia e che
appunto indica la volontà di non fermarsi: ce n’est qu’un
début, continuons le combat. Ma quel «non molto», ha
aggiunto, non è poco. Vero. Io sono per tenercelo stretto.

RIFERIMENTI

Arendt, Hannah
1985 Politica e menzogna, SugarCo, Milano.
2011 Sulla violenza, Guanda, Parma.
2017 La disobbedienza civile, Chiarelettere, Milano.

Bloch, Marc
1998 Apologia della storia o mestiere di storico, Einaudi,
Torino.

De Luna, Giovanni
1995 L’identità, in Giovanni De Luna, Marco Revelli,
Fascismo e antifascismo. Le idee, le identità, La nuova Italia,
Scandicci (Firenze).
2004 La passione e la ragione. Il mestiere dello storico
contemporaneo, Bruno Mondadori, Milano.
2011 Le ragioni di un decennio.1969-1979. Militanza,
violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, Milano.
2015 Fieri della Resistenza, Feltrinelli, Milano.

Fachinelli, Elvio
1968 Il desiderio dissidente, in «Quaderni piacentini»,
n. 3, febbraio.

Fofi, Goffredo
2015 Elogio della disobbedienza civile, Nottetempo, Roma.

Hobsbawm, Eric J.
1995 Il secolo breve, Rizzoli, Milano.

Pavone, Claudio
1968 I giovani e la Resistenza, in «Resistenza. Giustizia e
libertà», n. 7, luglio.

Pisacane, Carlo
1956 Saggio su la Rivoluzione, Einaudi, Torino.

Pombeni, Paolo
2018 Che cosa resta del ’68, il Mulino, Bologna.

Rossanda, Rossana
2018 Questo corpo che mi abita, a cura di Lea Melandri,
Bollati Boringhieri, Torino.

David Bidussa, THE TIME IS NOW,
ED. Chiarelettere, Milano 2018, pp. 224, 13