Biden e J.P. Morgan vedono l’Europa protagonista della globalizzazione post-covid. Intervista a Giuseppe Sabella

Nelle ultime ore, l’annuncio di un secondo vaccino – quello di Moderna dopo quello di Pfizer – ha spinto al rialzo le Borse europee, nella speranza che la fase più dura della pandemia possa finire presto. Mentre l’euro si mantiene stabile sul dollaro (cambio a 1,18) e lo spread BTP Bund scende sotto i 114 punti, ai minimi dal 2018, una importante suggestione circola tra gli ambienti finanziari e non solo. Da un webinar organizzato da J.P. Morgan – a cui hanno partecipato John Bilton, Head of Global Multi-Asset Strategy, Thushka Maharaj, Global Multi-Asset Strategy, Vincent Juvyns, Global Market Strategist, e Sorca Kelly-Scholte, Head of EMEA Pensions Solutions & Advisory – è emerso infatti che l’Europa potrebbe diventare protagonista, insieme alla Cina, del nuovo corso dell’economia globale nel quale a determinare gli esiti della crescita non sarà soltanto l’innovazione digitale ma, in particolare, la capacità delle filiere produttive di far fronte al climate change. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, autore del libro “Ripartenza Verde” (Rubbettino 2020, leggi qui) in cui si delinea proprio questo scenario.

Sabella, cosa ne pensa di questa previsione che emerge dagli ambienti di una delle più importanti case d’investimento del mondo?

La previsione di J.P. Morgan è importante, prima di tutto perché da italiano ed europeo confido in questa crescita economica; e poi perché è quello che ho previsto nel mio ultimo lavoro: fa piacere, quindi, che le mie intuizioni vengano corroborate da un istituto così importante. Se tuttavia ci pensiamo bene, l’Unione Europea ha fatto un grande sforzo politico finanziario negli ultimi tre anni, proprio perché ha compreso il gap che la sua industria ha nei confronti di quella americana in particolare, ma anche di quella cinese, vera patria dell’innovazione digitale. Non a caso, gli ultimi tre anni per l’Europa hanno significato crescita molto debole. E, da questo punto di vista, la pandemia ha costretto l’Unione a contenere i particolarismi che la animano e ad accelerare i lavori sul versante della politica economica e industriale. Ecco che, come abbiamo detto più volte, il piano Green New Deal è andato a sistema, dentro il più ampio Recovery Fund: è la grande occasione, anche per il nostro Paese, di rilanciare le filiere produttive, anche per far fronte al cambiamento climatico.

Dopo un decennio dominato dall’avanzamento tecnologico digitale e guidato dai colossi americani e dall’e-commerce, ora il focus si sta spostando sulla nuova frontiera green e sulla decarbonizzazione dell’economia. È in questo senso che, secondo J.P. Morgan, l’Europa appare ben posizionata, soprattutto per la leadership politica che esercita in questo campo. Questa analisi di scenario significa davvero per l’Europa la riscossa su USA e Cina?

Pur avendo molta fiducia in quella che sarà la crescita europea nel prossimo quinquennio, sono convinto che USA e Cina non staranno a guardare. C’è, infatti, un po’ di enfasi sull’Europa rispetto al discorso green. Del resto, noi abbiamo avuto Greta Thunberg e i fridays for future. E quando Trump nel 2017 ha rotto con gli accordi di Parigi, lo ha fatto non perché non credeva nella lotta al climate change ma proprio perché aveva chiaro il ruolo propulsore dell’Europa nel mondo nelle politiche di contenimento del riscaldamento globale, ben sapendo che l’industria americana viaggia nella medesima direzione di quella europea. Anzi, forse è persino più avanti. E anche l’idea che la Cina, insieme all’India, sia il grande corruttore dell’ambiente è un luogo comune. Resta il fatto che persino J.P. Morgan ci sottolinea oggi i progressi dell’Unione Europea, quindi è ora di iniziare a guardare con fiducia il nostro futuro a partire dalle politiche di sviluppo.

E perché Trump temeva questo ruolo propulsore dell’Europa nella lotta al climate change?

Quello europeo, al di là della sua contrazione di questi anni, resta un mercato importantissimo. Ed è soprattutto l’economia a cui USA e Cina guardano oltre i loro mercati interni che sono molto coesi, a differenza di quello europeo. Negli ultimi tre anni da una parte il rallentamento degli scambi – crollati definitivamente con la pandemia – dall’altra il crescente neoprotezionismo, hanno prodotto una sempre più marcata regionalizzazione dell’economia, tanto che anche Ursula Von der Leyen si è espressa di recente dicendo che l’Unione Europea farà di tutto per proteggere la qualità delle sue produzioni, parlando espressamente di “dazi verdi”. Trump, nel suo attacco al multilateralismo climatico (e non solo), ha sfidato l’Europa: del resto, è una sfida che ha caratterizzato il suo mandato. Lo abbiamo visto col dieselgate, con i dazi… il grande bersaglio di Trump è stata l’Europa: l’ha attaccata per proteggere il mercato USA e, anche, per favorire la penetrazione delle imprese americane nel mercato europeo, sapendo bene della sua segmentazione.

Con Joe Biden cambierà qualcosa? Una delle sue prime dichiarazioni dopo l’election day è stata sugli accordi di Parigi, vuole riportare gli USA dentro le intese sul clima.

È evidente che nella lotta al climate change il ruolo degli stati e della politica economica diventa fondamentale. Trump, da imprenditore, già è diffidente di questo ruolo della politica. Inoltre vi è questo elemento che lo ha disturbato: restare agganciato al multilateralismo sul clima voleva per lui dire, da questo punto di vista, sostenere l’Europa nel suo ruolo propulsore ed egemone nel mondo nelle politiche ambientali. Per Trump, non si trattava di una linea sostenibile, per usare un gioco di parole. È noto invece che Biden ha in mente non solo interventi pubblici ma anche una nuova regolamentazione dell’economia, politiche che vanno in netta controtendenza con il recente corso USA di questi ultimi 4 anni. Si tratta naturalmente di una posizione più in linea con le politiche dell’UE. Ecco perché la vittoria di Biden è stata accolta con favore dai leader europei. Certo non è condizione sufficiente per risolvere i problemi ambientali ma è condizione necessaria: è evidente che, senza gli USA, la lotta al climate change è più difficile da vincere. Ed è oggi evidente che non c’è più tempo da perdere.

Perché, secondo lei, è un luogo comune quello che vuole la Cina – insieme all’India – come grande Paese non curante dell’inquinamento e del global warming?

Perché mentre in India al potente processo di industrializzazione avviata dalle delocalizzazioni produttive dell’Occidente non è seguita una più recente riconversione delle filiere in una prospettiva di modernizzazione e di sostenibilità, non possiamo dire questo della Cina. Nel Paese del Dragone, non solo vi sono potenti politiche energetiche a sostegno delle fonti rinnovabili e di decarbonizzazione, ma vi sono stati investimenti straordinari in innovazione che hanno reso la Cina l’area più digitalizzata del pianeta. E sappiamo bene l’importanza del processo di digitalizzazione nella sostenibilità delle produzioni. A ogni modo, nel 2014 in Cina è stato fatto un piano di contrasto alle emissioni. Nel 2018, l’economista americano Michael Greenstone, da un’elaborazione da fonti ufficiali cinesi e dalla rete dei consolati americani sparsi per tutto il territorio cinese, ha concluso che in soli 4 anni la Cina ha ridotto l’inquinamento da polveri sottili di oltre il 30 per cento. Tra il 2005 e il 2015 il governo cinese ha insegnato a oltre 20 milioni di piccoli agricoltori come utilizzare i fertilizzanti con maggiore efficienza: i raccolti sono mediamente aumentati di circa il 10 per cento mentre l’applicazione totale di azoto è diminuita di circa il 15 per cento. Il problema della Cina resta soprattutto quello dello smaltimento dei rifiuti plastici: l’economia cinese vale il 15 per cento dell’economia mondiale ma contribuisce per il 28 per cento dei rifiuti plastici trasportati in mare dai propri corsi d’acqua. Per queste ragioni ritengo luogo comune quello di dire che la Cina è oggi responsabile dell’inquinamento nel mondo e non curante del problema ambientale. Certo, come si evince, un ruolo più attivo degli USA, al fianco dell’Europa, renderà più efficace il nuovo multilateralismo nella lotta al climate change.

“Un patto per l’Italia per evitare il disordine sociale”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

 

Entrano in vigore oggi le misure del dpcm che il premier Giuseppe Conte ha presentato ieri in conferenza stampa. Le restrizioni al momento colpiscono in particolare bar, gelaterie e ristoranti oltre che palestre, piscine, cinema e teatri. E, insieme a coprifuoco, didattica a distanza e smart working, puntano a ridurre drasticamente l’incidenza dei flussi di persone sul trasporto pubblico locale. Il governo auspica che l’intervento sia sufficiente per evitare un secondo lockdown da qui a Natale. La situazione in Europa non è migliore, in Francia e Spagna in particolare si registrano trend di crescita dell’epidemia più forti di quello italiano, come del resto nel Regno Unito. Abbiamo parlato delle ricadute sull’economia con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

 

Sabella, il weekend oltre che dall’intervento del Governo è stato caratterizzato da fenomeni di disordine sociale in due città importanti come Napoli e Roma, segno della pericolosità di un altro rallentamento per la nostra economia. Da questo punto di vista, che previsioni possiamo azzardare?

È difficile fare previsioni in questo momento perché non abbiamo idea della possibile evoluzione dell’epidemia. E auguriamoci che abbiano ragione al Governo, ovvero che questa stretta adottata ci permetta di evitare un secondo lockdown. Non concordo con i toni apocalittici sul nostro Paese perché vi è chi in Europa, e non solo, sta peggio di noi. Non credo quindi che, in caso di secondo lockdown, saremo gli unici. Questo per dire che se vi sarà un problema per l’economia sarà esteso. E quindi saranno adottate misure comuni a livello europeo per esempio. Il problema nostro, tuttavia, è da una parte che il nostro tessuto produttivo, in particolare la piccola impresa, è molto fragile, quindi chi chiude oggi – magari per la seconda volta – rischia di non aprire più; dall’altra, con un debito pubblico così alto abbiamo più difficoltà nell’immediato ad attuare misure di sostegno al lavoro e all’impresa; e sono proprio i tempi con cui si interviene a fare la differenza. Napoli e Roma ci dicono, in questo senso, che dobbiamo stare molto attenti, il disordine sociale è il rischio più grande che corriamo. È vero che la salute è la cosa più importante, ma è anche vero che non c’è salute senza economia.

Pare evidente che il Governo non abbia un piano per proteggere e rilanciare la nostra economia. Perché questa politica debole e cosa auspicare adesso?

Siamo senza un indirizzo politico – e ciò è molto pericoloso – perché il governo è male allestito e frammentato al proprio interno. Intanto, non vi è una presenza capace di una visione economica di crescita e di sviluppo, Gualtieri è uomo più legato a politiche di bilancio e Patuanelli, da questo punto di vista, è giovane e poco esperto. Andrebbe scritto un piano per la resistenza e per la ripartenza, ma è un lavoro che può essere frutto soltanto di un percorso condiviso, dal Governo e dalle rappresentanze di impresa e lavoro. Non tanto per dare il contentino a Confindustria e sindacati che lamentano di non essere coinvolti nei provvedimenti adottati, ma perché, diversamente, la miglior idea rischia di restare lettera morta.

Il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi propone un “patto per l’Italia”, qual è il suo pensiero?

Si, questa è la strada. Dico di più: dentro la Confindustria e nel sindacato ci sono le risorse e le intelligenze più preziose per costruire un piano per l’economia. Vi sono centri studi che, a differenza dei partiti, producono ancora studi e ricerche valide. Proprio in questi giorni, Bonomi ha presentato il manifesto programmatico degli industriali dal titolo suggestivo “il coraggio del futuro”. È difficile però costruire il futuro attraverso un Patto per il Paese se, però, la Confindustria continua a litigare con le controparti e a non avere un dialogo col Governo. Intendiamoci: non sto dicendo che questa situazione è colpa della Confindustria, dico che soltanto la Confindustria ha la forza di essere soggetto propulsore per ricomporre questa situazione frammentata.

Gli industriali, in questa fase difficile, sono sembrati invece più attenti al loro interesse particolare. Cosa dovevano fare secondo lei?

Dentro le organizzazioni di rappresentanza è sempre molto difficile mediare e fare emergere una linea. Ed è chiaro che, in assenza di una linea, prevale l’interesse particolare. Per questi motivi, è semplicistico dire cosa la Confindustria doveva fare… mi sarei però aspettato, nel momento in cui il contagio iniziava a diffondersi, che gli Industriali dessero un segnale inequivocabile a tutela della salute e della vita dei lavoratori. È quello che hanno fatto alcune grandi imprese: hanno chiuso subito per rendere i loro luoghi di lavoro più sicuri e predisposti per il tracciamento delle persone. Era sufficiente affermare in modo forte che le persone e il lavoro sono la risorsa più importante che abbiamo, e che quindi va tutelata. In quel momento c’è stato il primo cortocircuito forte col sindacato, ci si è messi a litigare sulle attività essenziali per arrivare a quella misura stupida sui codici ateco senza privilegiare, invece, standard di sicurezza dentro i luoghi di lavoro. È anche vero che in quella fase si era dentro il semestre bianco di Boccia e la designazione di Bonomi: resta il fatto che questo segnale non è arrivato e ne sono seguiti momenti di tensione molto forte con i sindacati.

Anche di recente, in particolare sui contratti, sono emerse tensioni forti tra Confindustria e sindacati…

Ecco, anche in questa fase mi è sembrato che non ci fosse la giusta consapevolezza tra le Parti che in questo momento di debolezza della politica non vi è altra possibilità: sono loro che devono supplire a questa mancanza. Bonomi ha più volte parlato di una rivoluzione dei contratti. Al di là del fatto che da anni, ormai, i contratti li scrivono in modo indipendente le federazioni di categoria – le confederazioni fanno sempre più fatica a scrivere le politiche contrattuali in un momento di forte cambiamento dentro i luoghi di lavoro – a me sembra che l’unica cosa da fare in questo momento sia ciò che viene proposto – ancora una volta – dai metalmeccanici, dalla Uilm in particolare: né aumenti, né licenziamenti. In un momento di contrazione così potente per l’economia, ha senso discutere di distribuzione della ricchezza quando abbiamo il problema della sopravvivenza? Inoltre, questa idea che si crea crescita dai contratti mi sembra vecchia come la macchina a vapore. L’unica leva reale per la crescita sono gli investimenti, ciò che manca in questo Paese da quasi 30 anni. E, guarda caso, sono 30 anni che non crescono i salari. Auguriamoci che il Recovery Fund sia occasione per rilanciare davvero la nostra industria.

In questo senso, come potremmo sfruttare al meglio il Recovery Fund?

Prima di tutto, dobbiamo resistere e superare questo autunno difficilissimo, sia sul piano economico che su quello sociale. Nel frattempo, auspichiamo che rapidamente Commissione e Parlamento europeo mettano a punto il Recovery Fund e che si avvii questo processo di sostegno fondamentale agli stati membri. Ciò va nella direzione, anche, di rilanciare le filiere produttive, sia da un punto di vista della loro innovazione tecnologica sia da un punto di vista della loro maggior sostenibilità ambientale. L’Italia è secondo Paese manifatturiero d’Europa e potentemente integrata con la grande piattaforma produttiva tedesca. Questo ci dice che abbiamo una grande opportunità di rilanciare la nostra economia ma che ognuno deve fare la sua parte: la formazione delle persone, le loro competenze, l’innovazione digitale, i nuovi modelli organizzativi, la produzione sostenibile, i nuovi approvvigionamenti energetici… sono tutte voci che costituiscono il Green New Deal europeo che dobbiamo mettere a sistema – in Italia vi sono numerose pratiche avanzate – e che possono essere le fondamenta per il “Patto per l’Italia” di cui parla Bonomi. Bisogna governare non solo la crisi ma, anche e soprattutto, l’innovazione del nostro sistema produttivo e la transizione ecologica ed energetica. Il Recovery Fund serve a questo e le economie avanzate sono concentrate su questi obiettivi. Se non lo fa anche l’Italia, si ritroverà staccata. Con pesanti conseguenze sul piano sociale. Inutile dire che non ce lo possiamo permettere.

“RECOVERY FUND: INDIETRO NON SI TORNA, ECCO PERCHÉ”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Com’è noto, è scontro aperto tra Parlamento e Consiglio europeo sul negoziato per il bilancio Ue 2021-2027 e il piano Next Generation EU, di cui il Recovery Fund è il principale pilastro. Uno stop che fa aumentare il rischio di uno slittamento di tutto il pacchetto e su cui sempre più probabilmente il prossimo vertice europeo del 15 e 16 ottobre sarà chiamato a intervenire. Al centro della contesa c’è la richiesta del Parlamento di aumentare gli stanziamenti previsti nella proposta di bilancio su ben 15 capitoli di spesa, tra cui i programmi per digitalizzazione e lavoro. Ma anche l’obiettivo di rafforzare il legame tra rispetto delle regole dello stato di diritto ed erogazione dei fondi europei, un tema che tocca direttamente Polonia e Ungheria, Paesi sotto osservazione per le norme con cui, secondo la Commissione, sono stati messi in discussioni alcuni principi democratici fondamentali. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry4.0 ed esperto di politiche europee.

Sabella, cosa sta succedendo in Europa relativamente al rallentamento del piano Next Generation EU?

È un negoziato molto complesso, lo sappiamo dall’inizio. Al Parlamento tocca dare seguito e concretezza all’accordo politico del Consiglio ed è normale che possano esservi delle criticità e delle complicazioni. In un mondo in cui la comunicazione non avesse questo livello di pervasività, ciò non costituirebbe notizia alcuna. Ma lei sa meglio di me non è così, tanto che un simile contrattempo diventa notizia da prima pagina.

Sta dicendo quindi che la trattativa andrà avanti e si concluderà positivamente?

Si, sto dicendo questo. Non credo che il Parlamento europeo possa fermare un accordo raggiunto tra 27 capi di governo e in cui le grandi potenze sono tutte dalla stessa parte (Germania, Francia e Italia). Evidentemente, in questo momento, vi sono ragioni di merito e fisiologiche che comportano un rallentamento dei lavori parlamentari. Certo, nel frattempo la finanza pubblica di molti stati nazionali soffre – come la nostra ad esempio – ma, ahimè, non c’è niente da fare. Sottolineerei piuttosto, ancora una volta, la grande risposta che l’Unione europea sta dando all’emergenza sanitaria ed economica.

Perché, secondo lei, sul Recovery Fund non vi saranno sorprese?

Torniamo per un momento al 19 maggio 2020, quando inizia il negoziato che poi porta all’accordo di luglio. Angela Merkel dice: “Lo Stato nazione non ha futuro, la Germania starà bene solo se l’Europa starà bene”. Può la cancelliera Merkel pronunciare parole di questa pesantezza ed essere smentita dai fatti? Anche in sede di Consiglio, l’accordo è stato molto complesso, ma era chiaro che si sarebbe arrivati lì. Per due ragioni fondamentali. La prima è di natura economica: la necessità di innovare l’industria – in Germania questa esigenza è molto forte – è ciò che ha convinto i tedeschi che è il momento di investire e che, oggi, con le sole politiche di bilancio si rischia di morire sotto i colpi dell’economia cinese e americana. Investire, naturalmente, significa anche creare opportunità per il lavoro in un momento di forte contrazione che si aggiunge a un rallentamento generale in cui soffre, in particolare, l’occupazione. E se a soffrire è l’occupazione, ne risentono a loro volta mercato e consumo. Nell’ottica di rivitalizzare domanda e mercato interno – visto che l’export cala e probabilmente calerà sempre più – oggi non resta che questa strada.

E la seconda ragione a cui alludeva?

La seconda ragione è di natura politica: questa è la grande occasione per far crescere l’integrazione dell’Unione europea. Ed è condizione necessaria per tornare a essere competitivi nei confronti di USA e Cina. Non dimentichiamoci che negli ultimi anni, mentre rallentava il commercio mondiale, USA e Cina continuavano a produrre ricchezza. Dal 2017, invece, Europa e Germania in particolare – che ne è l’epicentro produttivo – interrompevano la loro crescita. Ciò da una parte in ragione del rallentamento degli scambi, dall’altra in conseguenza del calo di competitività dell’industria europea. Ed è questo fattore che ha portato già la Commissione Juncker a condividere il piano Green New Deal che trova oggi sbocco nel Recovery Fund. Non può essere quindi un intoppo di natura parlamentare a fermare questa grande macchina che è in corsa da quasi 3 anni e che è destinata a cambiare l’Unione europea.

In questo momento in Europa vi è una interessante crescita della produzione industriale che ci induce a sperare nella ripresa, anche se resta l’incognita di una seconda ondata pandemica e l’ombra di nuovi lockdown. Come vede, al netto di queste variabili, l’Europa nel mondo post covid?

L’Italia è proprio uno dei Paesi europei in cui la produzione industriale si sta riprendendo meglio. Come lei giustamente richiama, vi è qualche incognita per cui possiamo dire che intanto dobbiamo preoccuparci di lavorare duro per colmare il deficit tecnologico e di competitività che abbiamo nei confronti di USA e Cina. Come sappiamo, negli ultimi 5 anni l’85% degli investimenti in intelligenza artificiale è stato realizzato in aziende americane e cinesi: è ovvio che il gap in innovazione digitale generi poi questo ritardo sui mercati. Per questo, soprattutto, serve il Recovery Fund, oltre che a portare su livelli di maggior sostenibilità le nostre filiere produttive. Le due cose sono tuttavia connesse.

È previsto infatti che il 35% delle risorse del Recovery Fund siano destinate all’evoluzione sostenibile delle produzioni e alla lotta al cambiamento climatico. Perché lei dice che digitale e sostenibilità ambientale sono due aspetti connessi?

Perché il processo di digitalizzazione genera una crescente e progressiva dematerializzazione dell’economia. La digitalizzazione sta rendendo l’industria sempre più indipendente dalle materie prime. Come dice Andrew McAfee, capo ricercatore al MIT di Harvard, il progresso tecnologico ha cambiato pelle: computer, internet e tecnologie digitali ci stanno permettendo di dematerializzare produzioni e prodotti consentendoci di consumare sempre di più attingendo sempre di meno. Dematerializzare significa appunto conseguire una riduzione dell’uso di materie prime nell’economia, aumentando la produttività delle risorse naturali per unità di valore. E il digitale è il nuovo motore che rompe col paradigma dell’era industriale della macchina a vapore e dei suoi discendenti capaci di attingere dai combustibili fossili. Poi c’è tutto il capitolo delle energie alternative, del gas al posto del carbone, dell’auto elettrica e dell’economia circolare. Sono tutte voci previste nel Green Deal europeo col quale l’Europa intende tornare a competere con USA e Cina e raggiungere nel 2050 la carbon neutrality (emissioni zero).

Secondo lei, quindi, l’Europa tornerà tra i grandi del mondo?

Io penso che l’Europa oggi stia facendo un grande lavoro e stia, almeno sulla carta, rispondendo a un processo di involuzione che dura da troppo tempo, dalla crisi del 2008 a cui abbiamo risposto con le sole politiche di bilancio. Oggi, quantomeno, si stanno mettendo delle basi importanti per la ripartenza, non dimentichiamoci che in Europa vi sono ancora livelli di disoccupazione molto alti. E, come dice papa Francesco nella recente enciclica Fratelli Tutti, “in una società realmente progredita, il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale”. Abbiamo bisogno di tornare a investire dopo trent’anni in cui abbiamo fatto gli investimenti più importanti nel mondo asiatico. Questo è oggi programma comune in Europa, l’Unione ha un futuro se tornano a crescere economia e lavoro. Ecco perché il Recovery Fund è irreversibile, al di là dei contrattempi parlamentari e di quella narrazione che piace molto agli antieuropeisti.

Eni porta l’ex Ilva nel Green New Deal. Intervista a Giuseppe Sabella

Si è tenuto ieri pomeriggio un vertice al Ministero dello Sviluppo Economico a cui hanno preso parte il Ministro Patuanelli e i sindacati. Dagli elementi che sono emersi, anche in virtù di alcune dichiarazioni di chi era presente, la vicenda Ilva sembra giunta ad un punto di svolta. Anche perché, in assenza di un vero cambio di marcia, ArcelorMittal potrebbe lasciare Taranto dal 1 dicembre 2020. Inoltre, la notizia diffusasi in serata relativamente all’incarico affidato a Eni – da parte di Mittal – per la progettazione delle bonifiche di suoli e falda a Taranto, suona come una novità importante. Ne abbiamo parlato Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0, che dall’inizio segue le vicende della ex Ilva.

Sabella, ieri sera – al termine del vertice al Mise – i sindacati hanno deciso di sospendere lo sciopero dei lavoratori dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal di Taranto previsto per oggi. Si tratta indubbiamente di un segnale positivo. Come sta evolvendo la situazione?

I sindacati ieri hanno avuto rassicurazione da parte del Governo soprattutto in relazione al confronto che dal primo ottobre si aprirà con ArcelorMittal relativamente al nuovo piano industriale e agli assetti proprietari del gruppo, in modo da chiudere presumibilmente la trattativa entro il mese di ottobre. Del resto non vi è alternativa: o il Governo si accorda con Mittal o la multinazionale franco-indiana lascerà l’Italia. Personalmente, come anche in altre occasioni ho avuto modo di dire a RaiNews, non ho mai creduto a questo scenario che sarebbe oltremodo funesto per la nostra industria.

Qual è intanto la situazione nella ex Ilva, in particolare a Taranto?

Com’è noto, recentemente è partita un’altra massiccia dose di cassa integrazione. Solo nel sito di Taranto vi sono quasi 5.000 lavoratori in cig per 9 settimane. La produzione di acciaio sta viaggiando a livelli molto bassi, si stima che a fine anno raggiungerà 4 milioni di tonnellate rispetto agli 8 previsti. Da una parte incide senza dubbio il rallentamento del commercio mondiale anche se i mesi di marzo e aprile – quelli con il lockdown più pervasivo – sono quelli in cui Arcelor Mittal è ricorsa meno agli ammortizzatori sociali, evidentemente sfruttando il fermo di qualche competitor diretto. Dall’altra, restano i problemi relativi alla crisi del settore auto – aggravatasi con la pandemia – e alla concorrenza cinese e turca. Ciò spiega le difficoltà che il colosso della siderurgia ha incontrato nel 2020. Vi sono però responsabilità del Governo che ne hanno rallentato la ripresa.

A cosa si riferisce in particolare?

Intanto, a marzo di quest’anno veniva finalmente risolto il contenzioso esploso con la revoca dello scudo penale: Mittal ritirava la sua volontà di recedere e il Governo si impegnava a realizzare investimenti green. Siamo quasi a ottobre e nessuno ha ancora contezza di cosa intende fare il governo. Addirittura, tra lunedì e martedì di questa settimana, a tal proposito il ministro Roberto Gualtieri ha rilanciato l’idea della produzione a gas (idrogeno, tecnologia DRI), molto costosa – è ciò in cui il Governo si è impegnato – ma in grado di avviare la grande fabbrica verso un vero percorso di sostenibilità ambientale. Poco dopo, il responsabile del Mise Stefano Patuanelli diceva che la produzione a gas non è un’ipotesi concreta. È evidente che al governo non hanno le idee chiare. Ed è grave, perché è ovvio che in questo contesto l’azienda ha tutto da guadagnare – scaricando i costi del personale sulle casse dello Stato con la cig – e a farne le spese sono i lavoratori.

Perché Mittal potrebbe lasciare l’Italia e perché secondo lei non lo farà?

Perché l’accordo del marzo scorso prevede che senza gli investimenti che il governo si è impegnato a fare – a cui seguirà un nuovo assetto societario con la partecipazione dello Stato in ArcelorMittal Italia – dal 1° dicembre 2020, Mittal potrebbe lasciare l’Italia esercitando una clausola rescissoria di 500 milioni di euro. Fino a quando il Governo non presenterà una proposta concreta a Mittal – che investimenti vuole fare, quanto vuole investire e che quota vuole di Arcelor Mittal Italia – il player franco-indiano farà sempre più rallentare lo stabilimento, producendo acciaio altrove e andando verso il recesso a dicembre. È auspicabile che non si verifichi questo scenario perché non sarà semplice trovare un altro player privato. A ogni modo, come dicevo, sono convinto che questo resterà solo un pericolo perché l’operazione che è alle porte sarà molto conveniente per ArcelorMittal.

Perché secondo lei questa operazione risulterà conveniente e interessante per ArcelorMittal? E se mai non lo fosse e Mittal lasciasse, esiste un altro investitore che potrebbe subentrare?

Non credo che possa esistere un altro investitore che, al punto in cui è giunta la vicenda, decida di immolarsi su una strada così patologica e complessa. E lo Stato non è in grado di gestire la situazione da solo, già lo abbiamo visto negli anni del Commissariamento (2012-2018). L’expertise del privato è fondamentale, il pubblico non riesce nemmeno a fare politiche per l’industria 4.0 tanto è il deficit di innovazione che registriamo in Italia figuriamoci a gestire uno dei siti più complessi che abbiamo. Quindi, bisogna che il Governo faccia di tutto per non perdere Mittal. A ogni modo, ieri sera Patuanelli ha dato queste rassicurazioni ai sindacati.

Nello specifico, cosa ha reso noto il Ministro ai sindacati?

Sulla base di qualche indiscrezione, possiamo dire che Patuanelli ha detto loro che a breve dovrebbe arrivare a conclusione la due diligence avviata da Invitalia e finalizzata al possibile coinvestimento in ArcelorMittal. Quanto agli investimenti, il titolare del Mise avrebbe parlato di un fondo da 3 miliardi di euro, risorse che in gran parte arrivano dall’Europa per riprogettare e modernizzare la grande fabbrica. Lo stabilimento dell’ex Ilva va indirizzato verso una sua evoluzione green. A Taranto vi è uno dei distretti industriali più importanti d’Europa, con vicino un porto strategico. Non solo va rilanciato con le risorse del Recovery Fund – il cui fine è il rilancio delle produzioni anche in un’ottica green – ma potrebbe anche diventare una delle operazioni più interessanti del Green New Deal tanto caro a Ursula von der Leyen e a Giuseppe Conte. La portata dell’operazione spiega da sé perché per ArcelorMittal sia conveniente.

Intanto, nelle ultime ore si è diffusa la notizia che Mittal ha incaricato Eni per la progettazione delle bonifiche di suoli e falda dell’ex Ilva a Taranto. Pare elemento dirimente, lei cosa ne pensa?

Sono d’accordo con lei. Questa è una notizia importantissima. Eni Rewind, società ambientale di Eni e centro di eccellenza nel risanamento e nella valorizzazione delle risorse naturali in ottica circolare, si occuperà di assistere ArceloMittal nella progettazione degli interventi di bonifica dell’area ex Ilva a Taranto. L’accordo tra Mittal ed Eni contempla anche l’assistenza specialistica nell’iter autorizzativo finalizzato all’approvazione da parte degli enti preposti del progetto di messa in sicurezza operativa dello stabilimento ArcelorMittal Italia a Taranto. Insomma, la scadenza elettorale alle spalle permette ora al Governo di dedicarsi ai dossier urgenti. Questo è uno di quelli. È l’ultima chiamata per la ex Ilva e, questa volta, non si può sbagliare.

Ripartenza verde, come il nuovo “whatever it takes” della BCE. Intervista a Giuseppe Sabella

Ripartenza verde: industria e globalizzazione ai tempi del covid è il nuovo lavoro di Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0 che spesso intervistiamo su RaiNews.it a commento delle vicende economiche. Pubblicato da Rubbettino Editore e nelle librerie da pochi giorni, il libro ha come tema centrale l’industria e la transizione ecologico-energetica nel quadro della nuova globalizzazione e del ruolo nuovo che Sabella ritiene avere l’Unione Europea. Lo abbiamo intervistato per capirne di più.

Sabella, per cominciare la nostra conversazione, vuole spiegare l’aforisma che ha messo nell’introduzione: “l’industria ha preceduto la filosofia”. Sembra una tesi da sinistra hegeliana… Eppure la contemplazione del mondo, post-pandemia, è quanto mai necessaria per entrare in profondità con quello che è successo…

Iniziamo col dire che questo libro, in linea con quanto sta avvenendo nelle stanze del potere mondiale più lungimirante, celebra il primato dell’economia reale sulla finanza. La ricchezza delle nazioni – per scomodare il grande Adam Smith – non può che essere l’ingegno delle persone, il lavoro, la loro capacità di produrre beni. Abbiamo creduto per molti anni, invece, che la ricchezza andasse cercata nella rendita finanziaria, nei mercati. Come possono questi prosperare se viene meno la spinta verso l’innovazione e la produzione di beni? Questo per dire che certamente c’è un po’ di enfasi dentro quell’aforisma che lei cita, ma anche molta verità. Cos’è l’industria se non il più sofisticato sistema tecnico che abbiamo inventato e sviluppato per coniugare le risorse della terra e il lavoro dell’uomo? In questo senso, l’industria ha preceduto la filosofia perché già nell’antichità, ancor prima che l’uomo fosse in grado di porsi le domande fondamentali sulla propria esistenza, già era capace di creare strumenti tecnici, persino per formarne degli altri. Ma, continua l’aforisma, “è il previsto che coglie di sorpresa l’uomo esperto”…

Mi sta quindi dicendo che è questa sorpresa, questo stupore, che porta l’uomo alla contemplazione del mondo?

Non stavo dicendo questo ma lei fa molto bene a rimarcare questo tratto. La pandemia ha fermato il mondo intero e ci ha costretto a ripensare la nostra vita. Non esiste più il mondo pre-covid, i discorsi in cui si parla di un “come prima” non hanno fondamento. Il mondo post-covid è un mondo nuovo perché oggi abbiamo piena consapevolezza che vi sono agenti – i microbi – che sono tanto piccoli quanto pericolosi. E che con loro dobbiamo convivere. Da qui una serie di abitudini e un’organizzazione sociale nuova, per certi versi anche migliore. Mi riferisco in particolare allo smart working, alla riduzione della mobilità e ad un conseguente calo degli assembramenti. E anche la stessa morfologia urbana cambierà, le periferie saranno più vive e più belle, perché le persone – proprio in virtù del lavoro a distanza – andranno sempre più a cercare la qualità della vita.

E perché è il previsto a cogliere di sorpresa l’uomo esperto?

Come diceva il grande aforista colombiano Nicolás Gómez Dávila, “più che l’imprevisto, è il previsto che coglie di sorpresa l’uomo esperto”. La tecnica – e qui vengo ai suoi limiti e alle virtù della contemplazione che lei saggiamente richiama – genera in noi l’illusione di poter prevedere gli eventi. Qualcosa possiamo certamente controllare, ma la natura – ancora una volta – ci ha mostrato il suo volto felino, per certi versi anche velenoso. È un dualismo che dura da sempre quello del rapporto uomo-natura e che soltanto l’ideologia può pensare di archiviare. È, in questo senso, l’ideologia della previsione, del misurabile, della tecnica appunto. Quel grande filosofo della scienza che è stato Giulio Giorello non ha mai smesso di denunciare il pericolo della tecnica come idolo. Negli ultimi 30 anni, per esempio, il mondo occidentale aveva previsto di rilanciare la propria produzione di ricchezza delocalizzando le produzioni. Ma ciò non è andato secondo aspettative. Anzi, è successo che, in 20 anni, la Cina è cresciuta moltissimo non solo in capacità produttiva ma anche in tecnologia, tanto da essere oggi la più importante manifattura a livello mondiale e il Paese più avanti nella frontiera digitale; ed è l’economia che il mondo e gli USA, l’altra superpotenza, stanno inseguendo. Secondo le nostre previsioni, il processo di off shoring – ovvero di delocalizzazione produttiva – avrebbe dovuto fare la nostra fortuna: in questo modo, producendo a basso costo, avevamo previsto di rafforzare il nostro potere d’acquisto. Non avevamo invece fatto i conti con i cinesi e con la Cina che, invece, abbiamo fatto grande noi, perché lì abbiamo destinato la nostra manifattura, la nostra tecnologia, le nostre competenze, le nostre invenzioni, etc. Tutto questo ha arricchito chi ha investito nei Paesi a basso costo di produzione ma ha impoverito l’Occidente. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: oggi la Cina è il vero vincitore della globalizzazione, sebbene il ciclo che viene sia pieno di variabili.

Cosa ci aspetta nel futuro prossimo venturo? Le previsioni ci danno l’immagine di un momento molto difficile che, in parte, deve ancora arrivare.

Premesso che la pandemia, in particolare nei mesi di marzo e aprile, ha fatto dei danni ingenti in tutto il mondo a livello di produzione industriale – Italia meno 47,5%, Francia meno 36,3%, Germania meno 26,8%, Spagna meno 32%, UK meno 20,3% nel mese di aprile (marzo poco sopra lo zero), USA meno 16,6%, in Cina i mesi più duri sono stati quelli di gennaio-febbraio (produzione industriale meno 13,5%) – è evidente che in Italia vi è stato un lockdown più pervasivo rispetto alle altre economie avanzate e che il nostro Paese, anche in ragione delle previsioni, ha davanti a sé la sfida più importante degli ultimi 50 anni. Sapremo invertire la rotta? Al di là di noi, Cina e USA saranno quelli di prima? Gli USA stanno conoscendo serie difficoltà nella gestione del fenomeno pandemico, sia a livello sanitario che sociale. Per quanto riguarda la Cina, non sono convinto di ciò che per esempio sostengono Prodi e Forchielli, che sarà ancora l’economia più forte. Per il dragone il post-covid potrebbe essere, come per esempio sostengono Tremonti e Sapelli, l’inizio di una crisi interna importante. Insomma, le incognite non mancano. E, se devo dire dove vedo più certezze, direi Europa.

Perché questa nota di ottimismo sul Vecchio continente? Da dove origina?

L’Europa, già prima della pandemia, stava lavorando su un programma comunitario di rilancio dell’economia e delle produzioni, non solo in chiave ecologica ma anche in chiave di innovazione digitale: è questo il Green New Deal. Non è un caso che, proprio in questi giorni siano successe due cose importanti: in primis, l’Europa ha lanciato la piattaforma di cloud computing Gaia-X, proprio per iniziare a colmare il ritardo che ha sul digitale con i big di USA e Cina; è il progetto di una nuova infrastruttura europea per la gestione dei dati che sappiamo essere decisiva nell’era digitale. In secondo luogo, in un’intervista al Financial Times Christine Lagarde si è detta “pronta a esplorare ogni strada per sostenere il rilancio dell’industria europea anche nell’ottica di fronteggiare il cambiamento climatico”. In precedenza, già la Presidente Von Der Leyen aveva manifestato tutta la sua determinazione per il Green New Deal, che solo l’emergenza sanitaria ha reso meno in primo piano nei lavori della Commissione. È quindi un ottimo segnale che anche un’istituzione come la BCE trasmetta tutta la sua convinzione in tal senso. Lo potremmo definire, dopo quello di Mario Draghi, il “whatever it takes” di Christine Lagarde. Purtroppo però in questo quadro in cui l’UE da segnali importanti non solo per la sua industria ma anche per la sua integrazione, l’Italia pare reagire in modo molto parziale alla situazione. Non bastano le misure assistenziali, è fondamentale pensare anche alla ripresa, le aziende hanno bisogno di strumenti per progettare il futuro. Da questo punto di vista, il decreto rilancio è una delusione. Vi sono sì i bonus per edilizia e auto ma non vi è praticamente nulla per l’innovazione d’impresa. Deve ripartire il piano industria 4.0 in modo poderoso. Imprese e industrie vanno sempre più portate sull’orizzonte digitale, su cui l’Europa è indietro: l’85% degli investimenti in intelligenza artificiale sono stati fatti in aziende americane e cinesi. Anche per questo, e non soltanto per fronteggiare l’emergenza climatica, è nato il Green New Deal. Per l’Italia, secondo Paese manifatturiero d’Europa, è occasione fondamentale che non possiamo mancare: nel giro di tre anni, rischiamo di uscire dal gruppo dei Paesi avanzati.

A proposito di ambiente, Papa Francesco sembra essere l’unico leader mondiale in grado di trasmettere messaggi per le masse sull’importanza della cura del pianeta. Da questo punto di vista, la politica non sembra aver compreso l’emergenza climatica.

Dall’Europa mi pare stiano arrivando segnali e messaggi chiarissimi, per una volta mi sentirei di plaudire a ciò che sta facendo l’eurogruppo. L’Europa potrebbe anzi lanciare una nuova idea di multilateralismo fondata proprio sul climate change, sulla cybersecurity, sulle migrazioni. USA e Cina hanno nei confronti dell’ambiente un atteggiamento diverso: benché l’innovazione dell’industria non sia da meno, Trump in particolare sul “green” è molto freddo. Perché sa bene che l’Europa, prima degli USA, ne ha fatto una questione identitaria, anche grazie a Greta Thunberg e al suo movimento dei fridays for future. Il termine Green New Deal è oltretutto nato negli USA quando, nel 2019, il Congresso proponeva un pacchetto chiamato proprio Green New Deal che mirava a far fronte ai cambiamenti climatici oltre che alla disuguaglianza economica. Ma Trump e i repubblicani non hanno apprezzato e, da questo punto di vista, siamo stati più bravi noi europei. Una vera beffa per gli americani. Stringendo però sulla sua domanda, e quindi sul Papa, direi che il recente documento della Santa Sede In cammino per la cura della casa comune: a cinque anni dalla Laudato sì è segno che, sul problema, l’attenzione del Pontefice e della Chiesa è molto alta. Del resto l’emergenza è tale e il messaggio biblico è chiaro: “il Signore pose l’uomo nel Giardino affinché lo coltivasse e lo custodisse” (Genesi 2.15). Oggi è l’ora, in particolare, della custodia del pianeta e della cura della casa comune, come dice Papa Francesco.