Con Draghi il lavoro torna al centro della politica, in Italia e in Europa. Intervista a Giuseppe Sabella

Subito dopo l’ampia fiducia che si è guadagnato presentando il suo governo al Parlamento, al Premier Mario Draghi è toccato il primo appuntamento internazionale: al G7 – tenutosi in videoconferenza e convocato dal Primo Ministro inglese Boris Johnson – c’era anche Joe Biden, oltre ai leader di Francia, Germania, Canada e Giappone. Presenti anche Ursula von der Leyen e Charles Michel, rispettivamente per la Commissione e per il Consiglio Europeo. Si è discusso in particolare di pandemia e vaccini. Ma anche di clima, di G20 e di sviluppo. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella.

Sabella, la pandemia sembra aver creato nuovi equilibri nella globalizzazione. E a ciò contribuisce sicuramente l’esito delle recenti elezioni americane. Per citare parole di quel grande intellettuale che è Giulio Sapelli, “dove va il mondo?”

Anzitutto, il mondo in questa fase è chiamato a delineare una strategia comune che ci porti fuori dall’emergenza sanitaria. Questo è stato uno dei punti chiave del G7 di ieri. Inoltre, dal 2017 il commercio mondiale ha subito un potente rallentamento e ha generato condizioni per mercati sempre più regionalizzati – Europa, USA e Asia – in prossimità di quelle che sono le grandi piattaforme produttive, appunto Europa, USA e Cina. Ai dazi dell’amministrazione Trump, la UE ha risposto col suo Green New Deal, ovvero con un programma che oltre a innovare l’industria vuole consolidare il mercato interno, per il momento ancora senza forme di protezionismo diretto che non è escluso vi saranno in futuro. Naturalmente, la pandemia ha accelerato questo processo e la UE ha così rafforzato le sue misure di intervento creando il più ampio Recovery Fund o Next Generation EU. Nel frattempo, Biden riporta gli USA dentro gli accordi di Parigi (da ieri è ufficiale), la UE negozia con la Cina un accordo commerciale importante e a Davos Angela Merkel attacca Xi Jinping per la gestione poco trasparente del covid-19; e non dimentichiamo che la Germania è il più importante partner commerciale della Cina. In sintesi: siamo all’inizio di un nuovo multilateralismo che vede un riavvicinamento importante di Europa e USA. Lo stesso Draghi, nel suo discorso alle Camere, si è richiamato in modo netto ai valori dell’atlantismo.

Considerando che a maggio 2021 proprio in Italia vi sarà il G20, qual è il ruolo che potrà recitare il nostro Paese dentro questo nuovo multilateralismo?

Come dicevo, il mondo si sta riconfigurando a partire dalla capacità produttiva delle singole macroregioni. Questa è una cosa importantissima, significa restituire centralità al lavoro dopo trent’anni in cui al centro dell’agenda politica vi erano scambi e finanza. Venendo a noi, l’Italia è non solo il secondo Paese manifatturiero in Europa ma è anche fortemente integrata con la grande piattaforma tedesca, cuore dell’industria europea. Direi che con i 209 miliardi del Recovery Fund possiamo fare cose importanti. Consideriamo anche il fatto che Angela Merkel sta uscendo di scena e la leadership di Mario Draghi sarà importante non solo in casa nostra ma anche in Europa. E già lo è stata, non solo negli anni in cui era Presidente della BCE. In sintesi, l’Italia da fanalino di coda può ritrovarsi a recitare un ruolo egemone in Europa che significa nel mondo. Cosa possiamo portare noi italiani all’interno del nuovo multilateralismo? Per richiamarci alle 5 P dello sviluppo sostenibile, direi in particolare persone, pace e pianeta, valori che sono inequivocabilmente usciti dai primi discorsi istituzionali di Mario Draghi,

A cosa si riferisce quando allude alla leadership di Draghi?

Mario Draghi sta contribuendo al cambiamento dell’Europa. In primis, se esiste il Quantitative Easing, dobbiamo dire grazie a lui. Non dimentichiamoci che a suo tempo, Draghi aveva contro Wolfgang Schäuble e gran parte dell’establishment europeo. E la recente sentenza della Corte di Karlsruhe – che contesta fortemente il QE – è la reazione di una parte di quell’establishment che in Germania ha sempre avuto importanti fondamenta. Questo ci dice anche quanto Angela Merkel sia stata molto abile nel portare la Germania al fianco dei Paesi del sud Europa nella trattativa sul Recovery Fund. Inoltre, proprio Mario Draghi il 25 marzo 2020 pubblicava un editoriale sul Financial Times in cui spiegava che per rispondere all’evento epocale della pandemia non restava altra soluzione che il debito. Il giorno dopo, 26 marzo, si riuniva l’eurogruppo che, in tre mesi, è giunto all’accordo del Next Generation EU. Un grande risultato che cambia l’Europa e le sue politiche economiche, superando l’austerity. E, ancora una volta, Draghi è uno degli artefici del cambiamento.

Ma l’Italia riuscirà realmente a far ripartire l’economia?

Ora o mai più. Consideriamo però che dopo lo shock dei mesi di marzo e aprile 2020, il terzo e quarto trimestre per l’Italia hanno voluto dire tra i livelli migliori di produzione industriale in Europa. Certo, abbiamo una parte del Paese che è ferma, mi riferisco in particolare alla polveriera della microimpresa. Vi è ancora il blocco dei licenziamenti, al momento prorogato fino a luglio, che non può durare in eterno. Draghi si è già pronunciato abbastanza esplicitamente: serve una strategia di sostegno all’impresa, ma non si può sostenere indistintamente ogni azienda. Ve ne sono alcune che non hanno futuro, dai grandi casi ai casi meno grandi. Non possiamo lasciare sole le persone, la rete delle protezioni e delle politiche del lavoro (attive in particolare) deve funzionare al massimo; è però venuto il momento di distinguere le good companies dalle bad companies. I lavoratori possono essere riqualificati e orientati verso nuovi investimenti. È necessario però che il sistema lavori nella medesima direzione.

Da questo punto di vista, i sindacati hanno mandato segnali interessanti. Saranno realmente capaci di collaborare con il governo in questa complessa transizione?

Nel sindacato sanno che non si può andare avanti con il blocco dei licenziamenti ad libitum. È importante che le Parti sociali siano coinvolte nel progettare gli investimenti per lo sviluppo: non a caso, ieri Landini ha detto che serve un confronto imprese-sindacati sul futuro. Ciò significa progettare la transizione, le nuove competenze, le nuove protezioni sociali, rafforzare la presenza di giovani e donne nel mercato del lavoro, raccordare sempre di più istruzione-lavoro e rendere la pubblica amministrazione più capace di essere eco-sistema, ovvero partner dello sviluppo. È necessario conciliare innovazione e giustizia sociale, anche per evitare nuove forme di disgregazione. E poi, il Paese va riformato partendo soprattutto dalle sue infrastrutture, di cui la burocrazia è parte essenziale.

A proposito di riforme, quali saranno le priorità del governo Draghi?

Al di là delle parole e della retorica – che sono comunque fondamentali per governare – quando Draghi dice “sarà un esecutivo ambientalista” è chiaro che non dobbiamo intenderlo come lo potrebbe intendere un attivista dei Fridays for future. Qual è il punto? Che la lotta al climate change, che contraddistingue la spinta europea dentro il multilateralismo nascente, si fa attraverso l’innovazione tecnologica, digitale ed energetica. Non a caso vi è il Ministero per la Transizione ecologica alla cui guida è stato chiamato Roberto Cingolani, manager di Leonardo e responsabile dell’Innovazione tecnologica del gruppo, che guiderà anche un costituendo Comitato interministeriale per la Transizione ecologica. Ma lo stesso Enrico Giovannini a capo delle Infrastrutture è un segnale che questo governo vuole modernizzare il Paese. E modernizzazione è sinonimo di sostenibilità. Vedremo quindi come saranno affrontati i gangli storici di giustizia e fisco, ma sono convinto che questo governo farà qualcosa di importante per quanto riguarda le reti infrastrutturali, condizione per rendere più produttiva la nostra manifattura, cuore della nostra economia.

Per tornare alla nostra industria, che consiglio darebbe al neoministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti?

Al Mise vi sono oltre 100 crisi aziendali da risolvere. E, come dicevo, il blocco dei licenziamenti prima o poi finirà e renderà più sensibile questo numero. Io direi a Giorgetti di condividere una linea di intervento insieme alle Parti sociali, in modo tale che si possa gestire ciascuna crisi con dei criteri di azione a monte. Non solo, insieme alle Parti sociali andrei a individuare quali sono player e segmenti di mercato in grado di generare sviluppo, che significa occupazione e nuove competenze. La componentistica, la meccanica di precisione, il chimico, il farmaceutico e l’energia sono i comparti che ci faranno vedere le cose più interessanti, in particolare per la grande rivoluzione dell’energia e della mobilità. In particolare nella mobilità, l’Europa – e soprattutto Germania, Francia e Italia – saranno protagoniste del cambiamento: l’operazione Stellantis va letta in questo senso. Siamo all’inizio di un mondo nuovo, dobbiamo consolidarne le fondamenta.

FCA-PSA, “L’EUROPA SARÀ L’EPICENTRO MONDIALE DELLA MOBILITÀ ELETTRICA, ECCO PERCHÉ CI TEMONO” . INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

 

Ieri le assemblee dei gruppi automobilistici FCA e PSA hanno approvato il progetto di fusione annunciato lo scorso anno che darà vita a Stellantis. L’operazione sarà perfezionata il 16 gennaio, poi la quotazione in Borsa. La sede sarà in Olanda e a guidare il quarto gruppo mondiale nel settore automobilistico saranno John Elkann Presidente, Robert Peugeot vicepresidente e Carlos Tavares amministratore delegato. Per il Lingotto si realizza quel consolidamento che Sergio Marchionne vedeva necessario per sopravvivere alle trasformazioni del settore auto e dell’economia più in generale. Ne parliamo con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Sabella, cosa rappresenta Stellantis per l’Italia e, anche, per l’Europa?

Credo che John Elkann abbia messo a segno un’operazione importantissima, pari a quella che nel 2009 lo stesso Elkann e Marchionne realizzavano con la joint venture Fiat-Chrysler. Anche in questo caso, il matrimonio felice – almeno sulla carta – ha importanti motivazioni industriali: a Marchionne non si può rimproverare nulla, ma è chiaro che se FCA aveva un limite, questo andava cercato nell’essere rimasta indietro nell’evoluzione verso l’elettrico. Ed è proprio questo che porta FCA a cercare PSA. Tutti ricorderanno che poco prima, il Lingotto si era accordato con Renault, intesa poi saltata: la ragione era la stessa, Renault era considerato da Elkann e Manley il partner ideale per far evolvere FCA. Questo dovrebbe dirci qualcosa di importante…

A cosa si riferisce?

Quando nel 2010/2011 la grande crisi economica si fa sentire in Europa in modo molto forte, è allora che il governo francese mette in salvo la sua industria dell’auto entrando in modo importante nel capitale di Renault e PSA, introducendo così una liquidità fondamentale per resistere alla grande turbolenza. È in quel momento che, in modo illuminato, il governo francese pretende come contropartita che Renault e PSA si impegnino nella nuova frontiera dell’elettrico. Oggi i due marchi – ed è per questo che FCA è andata a cercare loro – sono all’avanguardia da questo punto di vista, come del resto lo è anche il gruppo Volkswagen per restare in Europa. Questo ci dice quanto sia importante la giusta politica industriale: le risorse non bastano, è determinante investirle nel modo giusto.

È per questo che oggi nel nascente gruppo Stellantis prevale la guida francese?

Iniziamo col dire che Exor avrà il 14,4%, seguita dalla famiglia Peugeot con il 7,2%, lo stato francese con il 6,2% e i cinesi di Dongfeng con il 5,6%. Il Lingotto resta quindi primo azionista. Consideriamo anche che a livello industriale PSA e Tavares avranno più peso ma la rete di vendita di FCA negli USA soprattutto è molto radicata. Secondo me, è questa una fusione dove c’è alla base una forte integrazione. Dopodiché, è chiaro che come in tutte le novità vi sono delle insidie: i francesi sono molto forti, anche in ragione del fatto che il governo transalpino sarà sempre presente nelle operazioni importanti. Per questo ricordavo l’operazione del 2011: il nostro Paese deve capire che oggi la politica industriale è decisiva, soprattutto in relazione alla montagna di denaro che sta muovendo l’Europa col Recovery Fund.

L’industria dell’auto è stata il simbolo della precedente rivoluzione industriale. Lo sarà anche di quella in atto e del Green New Deal?

Lo sarà molto meno perché sta cambiando radicalmente la mobilità: in primo luogo, entriamo in un mondo dove le persone non si muoveranno più come prima: innanzitutto, oggi lo smart working e, più in generale, il lavoro in remoto stanno del tutto cambiando la vita delle imprese e di lavoratori e lavoratrici. In secondo luogo, se pensiamo a una città come Torino, capitale dell’auto in Italia, oggi si producono circa 20mila automobili. Dieci anni fa, se ne producevano 200mila. La crisi del 2008 ha lasciato ferite dolorose per il settore. Si è passati da più di una macchina per nucleo familiare, in media, a una situazione dove in molti casi non vi è possesso di auto. Cosa è successo? Da un lato, un impoverimento ed erosione del potere d’acquisto; dall’altro, vi sono anche altri fattori, tipo l’affermazione del car sharing e del car pooling. Inoltre, soprattutto nei più giovani, la sensibilità per l’ambiente è più sviluppata: l’auto, per loro, è spesso il simbolo di un potente fattore di inquinamento. Vedremo che risposte darà il mercato, ma la mobilità sta completamente cambiando per diversi motivi e, dopo il covid-19, è di molto rallentata. A ogni modo, sono convinto che – sulla base anche di ciò che afferma Pietro Gorlier, responsabile area EMEA di FCA – il grande investimento della UE sarà proprio sulla mobilità: l’Europa vuole diventare l’epicentro mondiale della produzione dell’auto elettrica. Del resto il futuro è qui e il neo gruppo Stellantis nasce proprio sotto i migliori auspici.

Gli USA con la Tesla però ci sono arrivati prima…

È vero. La novità però è che oggi l’Europa si sta muovendo con una politica comunitaria molto forte ed è per questo temuta, come dimostrano le parole dell’ad di Toyota, Akio Toyoda, il cui obiettivo non è tanto l’auto elettrica quanto l’Europa. Tutti sanno quale grande sforzo sta facendo oggi la UE, da un punto di vista della sua politica economica e industriale soprattutto. In questo senso, il Recovery Plan vuole sviluppare in modo determinante l’industria delle batterie – gli attuali leader nella produzione delle batterie sono proprio il Giappone, la Corea del Sud e la Cina – e la rete infrastrutturale dei punti di ricarica. Per questo, la Commissione ha identificato le batterie come una delle nove catene strategiche del valore per la competitività dell’UE e per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione. Investire in questa direzione potrebbe anche sviluppare occupazione e calmierare quegli scompensi sociali della transizione a cui allude Toyoda. Ricorderei, inoltre, a chi dice che il motore elettrico è più piccolo della metà rispetto a quello tradizionale – e che, quindi, a livello di componentistica e di manodopera richieda molto meno di ciò che richiedeva prima – che lo stesso motore a combustione è più piccolo del 40% rispetto al motore che si produceva negli anni ‘80. Questo ci dice che la strada è quella dell’innovazione, stando attenti a non lasciare le persone sole, in particolare coloro che per via della trasformazione perderanno il lavoro.

Come può evolvere il mercato dell’auto? E, da un punto di vista della produzione, che tipo di novità vi saranno per l’Italia con questa fusione?

Rispetto alle novità per la produzione, è presto per dirlo. Sottolineo però che FCA, rispetto ai programmi e agli impegni presi per il triennio 2019-2021, sta rispettando tutti gli investimenti del piano industriale. Per il resto, è noto che la pandemia quest’anno ha rallentato di molto produzione e mercato. Vi è tuttavia un recupero importante negli ultimi due trimestri: FCA, per esempio, chiude l’anno con un -12,4% rispetto al 2019. Se pensiamo che le stime preoccupanti erano un -30%, si tratta di un risultato importante. È chiaro tuttavia che il rallentamento dovuto al covid ha generato un contraccolpo per la mobilità in generale: vi sono da smaltire le flotte di auto tradizionali e ibride rimaste nei concessionari e, non a caso, anche la recente manovra di bilancio italiana ne incentiva l’acquisto come lo incentiva per l’auto elettrica. Questo per dire che vi è sicuramente una fase di transizione ma è proprio il covid, in virtù delle risorse che sta muovendo col Recovery Fund, ad accelerare la transizione, al di là del fatto che i costi di produzione e di mercato dell’elettrico sono ancora elevati. Si è stimato che una parità di prezzo con le auto tradizionali non sarà raggiunta prima del 2024. Secondo le previsioni dell’OEM, lo stock di veicoli elettrici dovrebbe essere compreso tra i 40 e i 70milioni nel 2025; a oggi, ha di poco superato i 5 milioni. Sono previsioni un po’ottimistiche. Ma il dado è tratto.

Cosa ne pensano i sindacati di questa trasformazione secondo lei?

Il sindacato italiano ha chiaro che questa è l’unica strada per sviluppare industria e lavoro, non a caso hanno tutti speso parole importanti per la nascente Stellantis. Certo, come dicevo prima l’innovazione creerà flussi in uscita che andranno gestiti. Del resto, negli anni della crisi abbiamo fatto esperienza. Va però tenuto presente il grande lavoro che andrà fatto per sviluppare la rete infrastrutturale a livello europeo: sono state ipotizzate tre milioni di colonnine in tutta Europa nei prossimi 5 anni. Secondo ACEA,al momento ce ne sono 144 mila. Potrebbe per questo persino nascere un’industria europea per le infrastrutture. Pensiamo a quanto lavoro potrà generare da questa trasformazione e al fatto che l’Italia resta un grande Paese in Europa non solo in termini di capacità industriale ma anche in termini demografici. Dobbiamo imparare dai francesi: se saremo capaci di fare le giuste scelte politiche economiche e industriali, la nostra economia avrà un futuro importante.

“L’ITALIA DEVE STARE AGGANCIATA ALL’EUROPA CHE NEL 2021 TORNERÀ A CRESCERE”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Ieri il Senato ha confermato la fiducia al governo sulla Manovra. Il provvedimento è quindi approvato in via definitiva dal Parlamento. Parallelamente il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nella rituale conferenza stampa di fine anno, ha spiegato le intenzioni del Governo circa il Recovery Fund, dicendo che conta di andare in Consiglio dei ministri già nei primi giorni di gennaio e poi subito in Aula. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0, cercando di capire anche come si muoverà l’economia nel nuovo anno.

Sabella, si chiude un anno molto complicato e non solo da un punto di vista sanitario naturalmente. Considerando i problemi dell’economia, cosa c’è di interessante nella manovra di bilancio?

È da marzo che il governo Conte fa manovre economiche. Gli va riconosciuto un grosso sforzo tenendo conto, soprattutto, che al momento è stato fatto tutto in deficit considerato anche che le risorse dei fondi europei saranno a disposizione soltanto dal prossimo anno. Tra l’altro, se vi sono questi fondi è anche merito del governo italiano. Ciò premesso, sono state tutte manovre di contenimento, finalizzate a evitare il crollo dell’economia. Tuttavia, nella legge di bilancio appena votata vi sono misure interessanti che non sono soltanto di contenimento; sono provvedimenti che agiscono su quella che potremmo definire l’economia di domani. Resta il fatto che i conti veri e propri col futuro li faremo col Recovery Fund. Conte dice che a febbraio il governo sarà pronto ma le incognite sono tante. Questo governo arriva a febbraio? Ma, soprattutto, credo che questo governo abbia quantomeno bisogno di qualche innesto di sostanza e di esperienza – soprattutto in ambito di sviluppo economico e di politica industriale – per gestire il Recovery Fund che è la grande occasione che ha l’Italia per restare tra le economie avanzate. Se la perdiamo, i costi saranno ingenti.

Andiamo con ordine rispetto a ciò che dice, quali sono i provvedimenti che le paiono interessanti in ottica futura?

Le misure sulla digitalizzazione, il superecobonus, gli incentivi per l’auto elettrica, l’investimento sul personale medico infermieristico, gli ammortizzatori sociali per le partite iva, il fondo per la parità salariale di genere… ecco, queste sono tutte misure che guardano avanti, a cominciare dall’investimento nell’infrastruttura digitale. Teniamo poi conto che il quadro normativo edilizio è ancora quello del 1942 e oggi è necessario realizzare interventi in ambito di efficienza energetica, antisismici, di installazione di impianti fotovoltaici o delle infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici negli edifici. A ogni modo, gli incentivi per l’auto sono anche per il motore a combustione e per le ibride. Il mercato italiano registra un calo di circa il 30%: sono misure che consentono di rimettere in moto la filiera. E proprio l’auto elettrica sarà uno dei simboli del ciclo alle porte.

Non è di questo avviso Akio Toyoda, il numero uno di Toyota oltre che presidente di Japan Automobile Manufacturers Association, l’associazione dei costruttori di automobili giapponese che denuncia i costi energetici e sociali insostenibili della mobilità elettrica…

Mah… sono dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano e che a me sembra vogliano minimizzare il grande sforzo industriale che sta facendo l’Europa e che ha tra i suoi obiettivi più importanti proprio la mobilità elettrica. In tutto il mondo cominciano ad avere chiaro che sarà un po’ meno facile penetrare nel mercato europeo. Del resto, il grande investimento che l’UE sta facendo col Recovery and Resilience Facility (o Recovery Fund) starà in piedi se in primis il mercato europeo risponderà all’industria locale. E poi non dimentichiamoci due cose: tutto il mondo, anche gli USA, percepisce la nascente Stellantis come europea; e tutte le superpotenze – USA, Cina e anche Giappone – hanno chiaro che l’UE col suo Green Deal ha lanciato un nuovo multilateralismo che rafforzerà la sua egemonia. Ciò non vuol dire che USA e Cina, in particolare, staranno a guardare; significa però che l’Europa sta uscendo da un ciclo di crescita debole ed è, a ragion veduta, osservata speciale.

Cosa temono in particolare Cina e USA del nuovo corso europeo?

L’Europa sta viaggiando spedita verso la carbon neutrality. Questo non è soltanto un aspetto ambientale ma è anche un fattore di nuovo business che va dalla mobilità elettrica alle energie rinnovabili. Ora: è vero che rispetto a USA e Cina abbiamo un ritardo in innovazione digitale – anche questo è fattore che contribuisce alla sostenibilità delle produzioni – ma è anche vero che nessuno come la UE ha reso così sistemica la politica economica per lo sviluppo sostenibile. Ancora, non è soltanto un discorso di conformità all’Agenda Onu 2030 e di responsabilità sociale… il punto vero è che il vecchio modello di sviluppo ha ormai esaurito la sua spinta: pensiamo al petrolio e a ciò che è successo ad aprile negli USA: chi investirà ancora in un sistema che non garantisce più profitti?

Ma, riprendendo le parole di Toyoda, sono sostenibili i costi della transizione ecologica ed energetica?

Intanto non dimentichiamoci che “salvare il pianeta” non è solo uno slogan ma è una missione che non possiamo fallire: anche questo è segno della fine del modello di sviluppo legato al motore a combustione. Si dice, tra l’altro, che il motore elettrico è più piccolo della metà rispetto a quello tradizionale e che, quindi, a livello di componentistica e di manodopera richieda molto meno di ciò che richiedeva prima. Ricordiamoci però che lo stesso motore a combustione è più piccolo del 40% rispetto al motore che si produceva negli anni ‘80. Questo per dire che il progresso tecnico scientifico è inevitabilmente legato ad un fattore di efficienza che ottimizza non solo la fatica ma anche il lavoro. Questo da sempre è ciò che caratterizza le rivoluzioni industriali. La verità, invece, è un’altra: non torneremo a crescere se non colmiamo il gap di innovazione digitale che abbiamo nei confronti di USA e Cina, i Paesi che più hanno investito in intelligenza artificiale e che fino a prima della pandemia non manifestavano particolari scompensi da un punto di vista dell’occupazione. Proprio perché, per dirla con Schumpeter, l’innovazione distrugge ma allo stesso tempo crea.

A proposito di USA e Cina, come vede le due superpotenze nel corso che viene?

Gli USA faranno più fatica di noi a riprendersi dalla pandemia per via di un sistema sanitario che ha mostrato tutti i suoi limiti in questa fattispecie. Per quanto riguarda la Cina, non sono del parere di Prodi e Forchielli che continuano a vedere questa crescita forte del Dragone. Credo invece che i cinesi avranno qualche problema serio. In primis perché Joe Biden riavvicina il mondo anglosassone a quello europeo e questo riavvicinamento avrà come obiettivo di contenere l’avanzata della Cina, anche in ragione di elementi che il mondo occidentale fa sempre più fatica a tollerare: si pensi alla repressione di Hong Kong ma anche alla gestione fortemente autoritaria della pandemia. In secondo luogo perché alcuni nodi verranno al pettine: Xi Jinping ha una forte opposizione interna che potrebbe portare ad una seria crisi politico-istituzionale. E non è da escludere nemmeno che allo stesso tempo emergano le fragilità strutturali di quel sistema che si è sviluppato in modo molto accelerato negli ultimi due decenni: qualche problema per Pechino arriverà anche da noti aspetti demografici oggi sempre più seri – ricambio generazionale debole, città che si spopolano, carenza di forza-lavoro ad es. – e dalla crescente siccità nella Cina settentrionale. Le stesse proiezioni della Via della seta non sono più così ispirate. In un modo o nell’altro, il rapporto tra la Cina e il resto del mondo cambierà.

La ripresa europea farà bene all’Italia? E come il nostro Paese può approfittarne?

Quella che si presenta è un’opportunità storica. L’Italia non è solo il secondo Paese manifatturiero d’Europa ma è anche potentemente integrata con la grande piattaforma tedesca. La locomotiva europea tornerà a correre e con lei anche la nostra manifattura, in particolare metalmeccanica (che vale il 50% del nostro export). Resto quindi dell’idea che la ripresa che nel secondo trimestre del 2021 cominceremo ad avvertire in modo evidente – anche per merito dei vaccini – e che nel terzo e quarto crescerà progressivamente, toccherà anche il nostro Paese. Noi dobbiamo sfruttare la forza del nostro made in Italy e incentivare lo sviluppo – anche a livello di competenze – di quei settori che costituiranno l’economia di domani: economia circolare e energie rinnovabili. Certo, dobbiamo fare sistema: non si può fare battaglie contro la Tap e poi volere l’Ilva a idrogeno.

EX ILVA: “CHE BISOGNO HA LO STATO DI FAR CRESCERE LE SUE QUOTE NEL 2022?”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Dovevano arrivare il 30 novembre le firme per l’accordo che sancisce l’ingresso dello Stato nella gestione della ex Ilva di Taranto, ma tutto è stato rimandato all’11 dicembre. Ancora 10 giorni, quindi, in cui il futuro della grande acciaieria resta sospeso anche perché, dal 1 dicembre, Arcelor Mittal potrebbe far valere una clausola rescissoria e recedere dagli accordi. Comunque vada a finire, l’acciaio italiano torna sotto l’egida dello stato. Per fare il punto della situazione, ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0, che segue la vicenda Ilva sin dall’inizio della sua crisi.

Sabella, come mai la firma di questo annunciato accordo alla fine è slittata?

Naturalmente si tratta di un’operazione di una complessità elevata. Dal Governo fanno sapere che l’accordo c’è e che si tratta di limare qualche dettaglio in vista dell’incontro finale dell’11 dicembre. A ogni modo, non si doveva superare il termine del 30 novembre perché, in questo modo, Mittal ha un pretesto per tirare ulteriormente la corda, cosa che fa dall’inizio. Il governo in questo si è dimostrato debole, anche se dopo la revoca dello scudo penale – avvenuta per via parlamentare (ottobre 2019) – la frittata era fatta. Conte, Gualtieri e Patuanelli sono stati certamente bravi nell’arginare una situazione disperata dopo che Mittal aveva portato i libri in Tribunale. Ma dopo l’accordo del 4 marzo, bisognava stringere con Mittal e dettare le condizioni per la restart, senza superare questa linea di demarcazione molto pericolosa perché, appunto, ora la multinazionale franco-indiana può esercitare la clausola rescissoria presente nel contratto.

E secondo lei lo farà o, invece, si accorderanno come dicono dal governo?

Penso che si accorderanno, dall’inizio di questa crisi con Arcelor Mittal sostengo che l’azienda non ha motivo di andarsene: intanto, è vero che può esercitare la clausola rescissoria ma, comunque, dovrebbe corrispondere 500 milioni come penalità allo stato italiano. E non sono pochi. Ma, oltretutto, Mittal ha sempre avuto ciò che chiedeva al governo: sconti, alleggerimento dei propri impegni, ammortizzatori sociali… ora lo stato si appresta a formalizzare l’ingresso nel capitale con la sua controllata Invitalia, perché Mittal davanti a tanta convenienza dovrebbe uscire? Non credo lo farà, almeno nell’immediato.

Però dal 2022 le cose potrebbero cambiare, anche in ragione del previsto aumento di quote di Invitalia. Qual è il suo pensiero?

Questa è una delle criticità maggiori dell’operazione. Partiamo da qui: il governo italiano si sta accordando con Arcelor Mittal per partecipare al 50% –attraverso Invitalia – la società AM Italia. L’acciaio dell’ex Ilva torna così allo Stato 25 anni dopo il passaggio dell’industria siderurgica dall’Iri alla famiglia Riva (maggio 1995). È prevista questa divisione paritaria dell’Ilva tra lo Stato e ArcelorMittal almeno fino al 2022 quando scadranno i termini dell’affitto degli impianti: in quell’occasione, la nuova società partecipata da Invitalia non solo ne rileverà la proprietà, ma dovrebbe vedere il soggetto pubblico crescere le sue quote rispetto al privato, fino al 60%. Questo il punto che non comprendo: perché questa scalata? Che bisogno ha lo stato di far crescere le sue quote in AM Italia?

E lei che risposte si dà?

Nella migliore delle ipotesi, ciò va nella direzione di – ancora una volta – alleggerire gli oneri della famiglia Mittal e dell’investimento che aveva inizialmente garantito (2017) aggiudicandosi il bando di gara: stiamo parlando di quasi 4 miliardi di euro. Naturalmente, solo durante il primo anno di gestione Mittal si è resa conto per cosa realmente si era impegnata. E non vedevano l’ora di rompere quegli accordi tanto che con la revoca dello scudo penale gli abbiamo fatto un grande favore, gli abbiamo cioè consentito di ridiscutere tutto da capo. È chiaro che in una forma più conveniente non c’è questa fretta di lasciare Taranto, dove oggi non c’è più nemmeno un manager dell’azienda. C’è Lucia Morselli con un management tutto nuovo nominato da lei. È chiaro che a queste condizioni, il governo ha convinto la famiglia Mittal a rivedere la propria volontà di disimpegnarsi.

E nell’ipotesi peggiore?

Nella peggiore delle ipotesi, Mittal nel 2022 lascerà l’Italia. È vero che c’è tempo per riorganizzarsi, ma è questa un’ipotesi temibile per più ragioni: innanzitutto, siamo sicuri che vi sia un altro player privato disposto a subentrare? E poi, il rischio che Mittal andando via si porti con sé una buona parte del portafoglio clienti non è da sottovalutare. E, in ultimo, se Mittal lasciasse e non vi fosse nessun privato pronto al subentro, ma davvero crediamo che l’industria dell’acciaio possa essere nazionalizzata e gestita dallo stato? Ma non c’è bastato il recente commissariamento – dopo il sequestro alla famiglia Riva – per farci capire che lo stato non è in grado oggi di gestire questa complessità?

Mi pare di capire, tuttavia, che lei non è in disaccordo sull’ingresso dello stato nel capitale di AM Italia. O pensa che sia sbagliata questa operazione?

Che lo stato vada oggi in soccorso dell’economia – e quindi del privato  – è ciò che sta avvenendo in tutto il mondo, anche negli USA. Aggiungiamoci anche che, approfittando dei fondi europei del Recovery Plan, il governo vuole fare della ex Ilva il simbolo del Green Deal italiano: l’idea non è sbagliata, Taranto resta uno dei poli industriali più importanti d’Europa, anche per via dello scalo. L’accordo tra Governo e Mittal va valutato quindi positivamente, per la svolta green – vi è coinvolta anche la società del gruppo Enel all’avanguardia nelle riconversioni industriali – e anche per gli effetti che comporta a livello occupazionale.

I sindacati però hanno avuto di che lamentarsi in questa fase. Quali sono i loro timori secondo lei?

I sindacati intanto assistono da tempo, senza poter fare nulla, al declino dello stabilimento di Taranto. Teniamo presente la loro difficoltà di gestire persone che sono esasperate tanto è lunga questa vicenda. Tuttavia, in questa fase lamentano il loro mancato coinvolgimento. È anche vero che il governo stava, e sta tuttora, trattando le condizioni di acquisizione di alcune quote con Mittal. Quindi, non è semplice coinvolgere le Parti in una situazione del genere. Però, da oggi, il sindacato deve maggiormente vigilare: intanto l’ingresso dello stato va a calmierare i problemi occupazionali, questo è elemento che non sottovaluterei. Se però si vuol dare un futuro al lavoro, bisogna che il sindacato si impegni e faccia la sua parte per creare quelle condizioni indispensabili al privato che investe nell’industria, sia esso Mittal o chi subentrerà. Il sindacato deve evitare che la ex Ilva sia nazionalizzata. Il pubblico non ha le giuste competenze per gestire l’industria, soprattutto in questa fase di potente trasformazione in cui persino i più grandi innovatori faticano a tenere il passo disruptive delle macchine che hanno inventato.

Biden e J.P. Morgan vedono l’Europa protagonista della globalizzazione post-covid. Intervista a Giuseppe Sabella

Nelle ultime ore, l’annuncio di un secondo vaccino – quello di Moderna dopo quello di Pfizer – ha spinto al rialzo le Borse europee, nella speranza che la fase più dura della pandemia possa finire presto. Mentre l’euro si mantiene stabile sul dollaro (cambio a 1,18) e lo spread BTP Bund scende sotto i 114 punti, ai minimi dal 2018, una importante suggestione circola tra gli ambienti finanziari e non solo. Da un webinar organizzato da J.P. Morgan – a cui hanno partecipato John Bilton, Head of Global Multi-Asset Strategy, Thushka Maharaj, Global Multi-Asset Strategy, Vincent Juvyns, Global Market Strategist, e Sorca Kelly-Scholte, Head of EMEA Pensions Solutions & Advisory – è emerso infatti che l’Europa potrebbe diventare protagonista, insieme alla Cina, del nuovo corso dell’economia globale nel quale a determinare gli esiti della crescita non sarà soltanto l’innovazione digitale ma, in particolare, la capacità delle filiere produttive di far fronte al climate change. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, autore del libro “Ripartenza Verde” (Rubbettino 2020, leggi qui) in cui si delinea proprio questo scenario.

Sabella, cosa ne pensa di questa previsione che emerge dagli ambienti di una delle più importanti case d’investimento del mondo?

La previsione di J.P. Morgan è importante, prima di tutto perché da italiano ed europeo confido in questa crescita economica; e poi perché è quello che ho previsto nel mio ultimo lavoro: fa piacere, quindi, che le mie intuizioni vengano corroborate da un istituto così importante. Se tuttavia ci pensiamo bene, l’Unione Europea ha fatto un grande sforzo politico finanziario negli ultimi tre anni, proprio perché ha compreso il gap che la sua industria ha nei confronti di quella americana in particolare, ma anche di quella cinese, vera patria dell’innovazione digitale. Non a caso, gli ultimi tre anni per l’Europa hanno significato crescita molto debole. E, da questo punto di vista, la pandemia ha costretto l’Unione a contenere i particolarismi che la animano e ad accelerare i lavori sul versante della politica economica e industriale. Ecco che, come abbiamo detto più volte, il piano Green New Deal è andato a sistema, dentro il più ampio Recovery Fund: è la grande occasione, anche per il nostro Paese, di rilanciare le filiere produttive, anche per far fronte al cambiamento climatico.

Dopo un decennio dominato dall’avanzamento tecnologico digitale e guidato dai colossi americani e dall’e-commerce, ora il focus si sta spostando sulla nuova frontiera green e sulla decarbonizzazione dell’economia. È in questo senso che, secondo J.P. Morgan, l’Europa appare ben posizionata, soprattutto per la leadership politica che esercita in questo campo. Questa analisi di scenario significa davvero per l’Europa la riscossa su USA e Cina?

Pur avendo molta fiducia in quella che sarà la crescita europea nel prossimo quinquennio, sono convinto che USA e Cina non staranno a guardare. C’è, infatti, un po’ di enfasi sull’Europa rispetto al discorso green. Del resto, noi abbiamo avuto Greta Thunberg e i fridays for future. E quando Trump nel 2017 ha rotto con gli accordi di Parigi, lo ha fatto non perché non credeva nella lotta al climate change ma proprio perché aveva chiaro il ruolo propulsore dell’Europa nel mondo nelle politiche di contenimento del riscaldamento globale, ben sapendo che l’industria americana viaggia nella medesima direzione di quella europea. Anzi, forse è persino più avanti. E anche l’idea che la Cina, insieme all’India, sia il grande corruttore dell’ambiente è un luogo comune. Resta il fatto che persino J.P. Morgan ci sottolinea oggi i progressi dell’Unione Europea, quindi è ora di iniziare a guardare con fiducia il nostro futuro a partire dalle politiche di sviluppo.

E perché Trump temeva questo ruolo propulsore dell’Europa nella lotta al climate change?

Quello europeo, al di là della sua contrazione di questi anni, resta un mercato importantissimo. Ed è soprattutto l’economia a cui USA e Cina guardano oltre i loro mercati interni che sono molto coesi, a differenza di quello europeo. Negli ultimi tre anni da una parte il rallentamento degli scambi – crollati definitivamente con la pandemia – dall’altra il crescente neoprotezionismo, hanno prodotto una sempre più marcata regionalizzazione dell’economia, tanto che anche Ursula Von der Leyen si è espressa di recente dicendo che l’Unione Europea farà di tutto per proteggere la qualità delle sue produzioni, parlando espressamente di “dazi verdi”. Trump, nel suo attacco al multilateralismo climatico (e non solo), ha sfidato l’Europa: del resto, è una sfida che ha caratterizzato il suo mandato. Lo abbiamo visto col dieselgate, con i dazi… il grande bersaglio di Trump è stata l’Europa: l’ha attaccata per proteggere il mercato USA e, anche, per favorire la penetrazione delle imprese americane nel mercato europeo, sapendo bene della sua segmentazione.

Con Joe Biden cambierà qualcosa? Una delle sue prime dichiarazioni dopo l’election day è stata sugli accordi di Parigi, vuole riportare gli USA dentro le intese sul clima.

È evidente che nella lotta al climate change il ruolo degli stati e della politica economica diventa fondamentale. Trump, da imprenditore, già è diffidente di questo ruolo della politica. Inoltre vi è questo elemento che lo ha disturbato: restare agganciato al multilateralismo sul clima voleva per lui dire, da questo punto di vista, sostenere l’Europa nel suo ruolo propulsore ed egemone nel mondo nelle politiche ambientali. Per Trump, non si trattava di una linea sostenibile, per usare un gioco di parole. È noto invece che Biden ha in mente non solo interventi pubblici ma anche una nuova regolamentazione dell’economia, politiche che vanno in netta controtendenza con il recente corso USA di questi ultimi 4 anni. Si tratta naturalmente di una posizione più in linea con le politiche dell’UE. Ecco perché la vittoria di Biden è stata accolta con favore dai leader europei. Certo non è condizione sufficiente per risolvere i problemi ambientali ma è condizione necessaria: è evidente che, senza gli USA, la lotta al climate change è più difficile da vincere. Ed è oggi evidente che non c’è più tempo da perdere.

Perché, secondo lei, è un luogo comune quello che vuole la Cina – insieme all’India – come grande Paese non curante dell’inquinamento e del global warming?

Perché mentre in India al potente processo di industrializzazione avviata dalle delocalizzazioni produttive dell’Occidente non è seguita una più recente riconversione delle filiere in una prospettiva di modernizzazione e di sostenibilità, non possiamo dire questo della Cina. Nel Paese del Dragone, non solo vi sono potenti politiche energetiche a sostegno delle fonti rinnovabili e di decarbonizzazione, ma vi sono stati investimenti straordinari in innovazione che hanno reso la Cina l’area più digitalizzata del pianeta. E sappiamo bene l’importanza del processo di digitalizzazione nella sostenibilità delle produzioni. A ogni modo, nel 2014 in Cina è stato fatto un piano di contrasto alle emissioni. Nel 2018, l’economista americano Michael Greenstone, da un’elaborazione da fonti ufficiali cinesi e dalla rete dei consolati americani sparsi per tutto il territorio cinese, ha concluso che in soli 4 anni la Cina ha ridotto l’inquinamento da polveri sottili di oltre il 30 per cento. Tra il 2005 e il 2015 il governo cinese ha insegnato a oltre 20 milioni di piccoli agricoltori come utilizzare i fertilizzanti con maggiore efficienza: i raccolti sono mediamente aumentati di circa il 10 per cento mentre l’applicazione totale di azoto è diminuita di circa il 15 per cento. Il problema della Cina resta soprattutto quello dello smaltimento dei rifiuti plastici: l’economia cinese vale il 15 per cento dell’economia mondiale ma contribuisce per il 28 per cento dei rifiuti plastici trasportati in mare dai propri corsi d’acqua. Per queste ragioni ritengo luogo comune quello di dire che la Cina è oggi responsabile dell’inquinamento nel mondo e non curante del problema ambientale. Certo, come si evince, un ruolo più attivo degli USA, al fianco dell’Europa, renderà più efficace il nuovo multilateralismo nella lotta al climate change.