FABBRICA INTELLIGENTE E SINDACATO. LA SFIDA DEL DIGITALE. Intervista a Giuseppe Sabella             

Come sta andando il nostro Paese in relazione al piano Industria4.0? La domanda è importante perché tutti gli Stati membri della UE hanno l’innovazione dell’impresa al centro della loro agenda politica, tanto che il termine Industry4.0 – che sta appunto a indicare la quarta rivoluzione industriale – pur essendo stato coniato in Germania è stato adottato da tutta l’Europa. Ne parliamo con Giuseppe Sabella – direttore di Think-in e coordinatore del progetto Think-industry4.0 – che in questi giorni ha pubblicato per Cantagalli Editore il suo nuovo saggio  dedicato all’industria4.0: “Fabbrica intelligente: la persona al centro, anche l’ambiente”.

Sabella,come si sta comportando il nostro sistema produttivo dinnanzi alla trasformazione dell’economia e del lavoro?

Al di là del fatto che in Italia abbiamo poche industrie e che prevalentemente il nostro sistema è a trazione della PMI, mi piace molto la parola “industria” perché in latino questa significa “attività”. E, quindi, ciò si sposa bene con ciò che è richiesto a tutti gli stakeholder: una nuova attività. Da qui il nome della collana dell’Editore Cantagalli (nova industria) che accoglie questo mio nuovo lavoro. Venendo alla domanda, io penso che cominciamo ad avere degli indicatori che ci autorizzano a pensare che l’Italia possa tornare a pieno titolo nell’alveo delle grandi potenze economiche e industriali del mondo.

E quali sono questi indicatori?

Sono diversi. Innanzitutto, il dato sulla produttività del lavoro mi pare molto significativo: +0,9% nel 2017. Consideriamo che negli ultimi 15 anni – fonte Istat – la produttività del lavoro è aumentata ad un tasso medio annuo dello 0,3% risultando decisamente inferiore alla media Ue (+1,6%) e all’area euro (+1,3%), anche le se nostre grandi imprese, e anche molte di quelle con più di 50 dipendenti, sono in linea con le concorrenti tedesche, francesi e inglesi. Tassi di crescita in linea con la media europea sono stati registrati per Francia (+1,6%), Germania (+1,5%) e Regno Unito (+1,5%). In Spagna il tasso di crescita (+0,6%) è stato più basso della media europea ma più alto di quello italiano. Da questo punto di vista, le recenti rilevazioni del Ministero del Lavoro sono incoraggianti: la produttività del lavoro è infatti un indicatore importantissimo.

Lei ritiene che siamo già in presenza di ricadute occupazionali?

Al di là delle positive variazioni sulle rilevazioni periodiche di Istat, ricorderei che proprio in questi giorni, la Confindustria ha comunicato che per effetto del piano industria4.0 da qui a 5 anni si ricercano 280.000 nuovi innesti. È chiaro che il profilo ideale è quello del nativo digitale con manodopera qualificata visti i requisiti: flessibilità, cultura digitale, attitudine al cambiamento. L’indagine svolta dalla Confindustria ha preso in esame cinque settori cardine per l’Italia, vale a dire la meccanica, l’agroalimentare, la chimica, la moda e l’Ict. Si tratta di una stima di fabbisogno occupazionale che tiene conto del saldo tra pensionamenti e diplomati dagli istituti tecnici e che se soddisfatto porterebbe il livello della disoccupazione al di sotto del 10%. Complici i forti incentivi fiscali del piano industria4.0, nell’ultimo anno le aziende hanno investito molto per rinnovare i loro impianti e adeguarsi alla trasformazione ma ora rischiano di non trovare le persone necessarie a farli funzionare.

Questo ci dice anche che il digitale, come afferma qualcuno, non è la fine del lavoro…

Il digitale è ciò che è stata la macchina a vapore dell’800: il lavoro non è finito, si è trasformato. Ed è ciò che sta avvenendo oggi. I Paesi che vanno meglio sono proprio quelli che stanno accompagnando questa trasformazione, ma l’Italia si sta ben comportando anche per merito del sindacato: laddove c’è innovazione, dove si applica il piano industria4.0, dove c’è crescita ci sono accordi di secondo livello. Questo ci dà un’indicazione di quale sia il ruolo attivo di chi contratta. Si stima, inoltre, che questo segmento di imprese valga il 35% del sistema produttivo. Il punto è cosa succede dell’altro 65%…

Già, cosa si può fare per questo 65% di imprese?

È evidente che una volta per tutte bisogna prendere atto che una grossa fetta del nostro sistema è poco recettivo all’innovazione. È sempre stato così, c’è una grossa fetta di mercato casalingo – si tratta prevalentemente di piccole imprese – che tuttavia resiste, e in molti casi occupa persone. Io penso che questo sistema di imprese, non solo vada avvicinato all’innovazione (probabilmente nemmeno sono a conoscenza del piano industria4.0), ma vada alleggerito. Mi spiego meglio: sono tutte piccole imprese che resistono lottando per la sopravvivenza, in molti casi tuttavia hanno anche un buon mercato ma soffrono moltissimo il peso e i costi di fisco e burocrazia. Su questo non si può far finta di nulla. Riforma fiscale e semplificazione sono ciò che attendiamo da troppo tempo. Senza contare che, per esempio, il taglio del cuneo fiscale significa aiutare imprese e lavoratori; e generare effetti virtuosi sulla domanda interna e, quindi, sul pil.

In particolare quella fiscale, secondo lei è una riforma possibile?

Non vedo perché se l’ha fatta la Spagna, non può farla l’Italia. Nel 2014 Mariano Rajoy tagliava di 5 punti i costi sul reddito da lavoro: il costo della riforma fiscale per le casse dello Stato è stato poi ripagato in due anni dall’aumento di consumi e livelli occupazionali. L’Europa, come già successo nel caso spagnolo, permette di sforare il tetto del 3% del deficit; chiede, però, di impegnarsi con riforme strutturali e, soprattutto, controllo della spesa. Quest’ultimo punto è drammaticamente ciò che i partiti tutti hanno paura di fare. Vedremo cosa succederà in questa legislatura che, comunque, sappiamo essere molto complicata.

Un’ultima domanda: perché, come dice nel suo nuovo libro che ha a tema l’industria4.0, “la persona al centro, anche l’ambiente”?

Perché la grande sfida che abbiamo davanti non è solo di rendere la fabbrica – metafora del luogo di lavoro – più digitale, ma anche più sicura (continuano ad essere troppe le morti sul lavoro) e più sostenibile: in particolare, più a misura d’uomo. Finalmente iniziamo a sondare la possibilità di un’economia che non vesta solo di verde, ma che si interessi concretamente della dimensione ambientale della vita umana. È il grande richiamo di Francesco alla “Casa comune”, ed è un appello che faremmo bene a non eludere.

Un futuro di galleggiamento per l’Italia? Intervista ad Alan Friedman

(Marilla Sicilia/LaPresse)

Siamo agli sgoccioli della campagna elettorale. Per molti osservatori politici è stata una delle peggiori. In questi giorni le forze politiche stanno puntando tutto il loro sforzo propagandistico verso gli “indecisi”. Tutto si giocherà in quel campo. Quali saranno le possibili prospettive politiche ed economiche per l’Italia dopo il voto di domenica prossima?

Ne parliamo, in questa intervista, con Alan Friedman, prestigioso giornalista statunitense esperto di economia, politica ed editorialista del “Wall Street Journal”. Friedman è autore di numerosi saggi. L’ultimo suo saggio, edito dalla casa editrice Newton Compton, “Dieci cose da sapere sull’Economia italiana prima che sia troppo tardi” è appena uscito nelle librerie. Dal libro partiamo per alcune riflessioni. 

Friedman, lei nel suo libro, che ho trovato stimolante non solo sul piano dell’economia ma anche su quello della politica, ha un titolo molto indicativo: “Dieci cose da sapere sull’economia italiana prima che sia troppo tardi”, alla fine del libro prevede, nell’immediato, un “rischio di galleggiamento”. Le chiedo, proprio alla vigilia del voto, alla fine ormai della campagna elettorale, perché vede questo rischio? 

Questo libro spiega che anche dopo il voto del 4 marzo il vero rischio per l’Italia è l’instabilità politica un governo di transizione e il “rischio di galleggiare”, nel senso che un governo, che si chiami governo del presidente o governo delle larghe intese non importa come si definisce, non è un governo che può fare importanti riforme dell’economia, ma è un governo che può fare il minimo indispensabile, che vuol dire la legge finanziaria e una nuova legge elettorale. Per me il rischio è che, se non c’è un risultato chiaro dopo il 4 marzo, l’Italia rischia che l’economia galleggi finché la politica non si risolve.

Nel libro vengono analizzate alcune proposte programmatiche delle forze politiche in competizione. E il bilancio che lei fa, dati alla mano, è desolante: sono proposte da libri dei sogni. Irrealizzabili per i costi eccessivi per un paese indebitato come l’Italia. Le chiedo: qual è la più “incredibile” delle proposte, secondo lei, e quella che forse può essere definita “realistica”?

La proposta più assurda è sicuramente quella di Salvini che dice di abolire la riforma Fornero. Bisogna parlarci chiaro, non nasconderci dietro un dito, la riforma Fornero fu necessaria per l’invecchiamento del paese, il meccanismo di innalzamento dell’età pensionabile è necessario. Chi parla di abolire la riforma Fornero rischia di portare il sistema di previdenza in bancarotta, e quindi è demagogia, populismo. Un’altra proposta assurda è la flat tax, perché porta benefici soprattutto a chi guadagna più di 75.000 euro, ai benestanti e ai ricchi e non sarebbe equità sociale. La proposta più ragionevole è invece difficile da individuare, perché sono poche ragionevoli, al momento se dovessi giudicare non avrei valutazioni positive. Questa è una delle peggiori campagne elettorali. 

Cosa pensa della proposta, fatta da “Liberi e Uguali”, di abolire le tasse universitarie?

Io credo che quella delle tasse universitarie sia l’ennesima proposta che manca di una copertura; sarebbe bello, ma non è la soluzione. l’Italia deve portare avanti la crescita, creando lavoro, migliorando la produttività. 

Allora torniamo al “Sistema Italia”. Quando parla del lavoro, delle strade possibili  per aumentare la crescita, lei giustamente afferma che il problema più importante, che ci rende meno competitivi come Paese, è la bassa produttività. E questo è un punto nevralgico. La sua “ricetta” qual è?

Io credo che è molto importante dare alle piccole imprese più flessibilità di contratti, premi salari, più meritocrazia, così i lavoratori che sono più bravi sono premiati.

Sul lavoro lei dà un giudizio positivo al “Job act”, anzi si augura che sia completato da ulteriori passaggi. Quali potrebbero essere questi “completamenti”?

Allargare lo sgravio fiscale e gli incentivi che permettono più detassazione, più riduzione dei costi del lavoro per chi assume. 

Lei sostiene il superamento del contratto nazionale di lavoro. Non è pericoloso questo?

Per le grandi aziende, come i metalmeccanici, vanno bene i contratti collettivi; io parlo delle piccole imprese, con meno di 15 dipendenti.

Una parola sulla questione dell’articolo 18. Ma davvero questo articolo è un problema per il buon andamento aziendale? 

Non ho mai visto la questione dell’articolo 18 come una questione di grande importanza, ma sicuramente è un simbolo emotivo e politico dei lavoratori che è stato contestato, anche se secondo me riguarda poche persone e non è decisivo nell’economia italiana. 

Il suo libro tratta di molte altre questioni: dalle tasse alle pensioni, fino all’Europa. Allora le chiedo qual è la risorsa migliore che possiede l’Italia sulla quale fare affidamento per una possibile rinascita?

Le risorse naturali dell’Italia sono la fantasia e l’energia degli italiani. La grande energia degli imprenditori italiani che vanno nel mondo, che hanno coraggio, che lavorano sodo, ci sono tanti bravi imprenditori in Italia e dovrebbero fare più squadra. 

Ultima domanda: Chi Salverà l’Italia?

Gli stessi italiani. Io credo che gli italiani meritino una classe politica migliore, io ho fiducia nel popolo italiano, se gli italiani non decidono di votare un governo forte allora la politica sarà lo specchio degli italiani.

La Globalizzazione nell’era di Trump. Intervista a Monica Di Sisto.

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Vi saranno cambiamenti nella globalizzazione nell’era di Trump? Intanto mercoledì prossimo al Parlamento europeo, a Strasburgo, si discuterà del CETA (Accordo economico e commerciale globale con il Canada). Un accordo molto discusso. Di tutto questo parliamo con Monica Di Sisto, giornalista di ASKANEWS, vicepresidente dell’Associazione Fairwatch, che si occupa di commercio internazionale e di clima da oltre 10 anni. Insegna Modelli di sviluppo economico alla Pontificia Università Gregoriana di Roma.

Partiamo da Donald Trump. Con lui torniamo indietro di decenni su molti fronti. Anche su quello dei trattati internazionali del commercio. Infatti ha stoppato l’accordo Trans-Pacifico, poi sarà l’ora del Ttip (ma  la trattativa,  ormai, è su un binario morto) e del Nafta. Insomma siamo nell’era del protezionismo galoppante? 

Se non vogliamo essere ideologici, dobbiamo intenderci sulle parole. Gli Stati Uniti di Obama erano protezionisti: bloccano da oltre 15 anni qualsiasi negoziato nell’Organizzazione Mondiale del Commercio per non consentire a Cina, India, Brasile e Russia, di guadagnare uno spazio commerciale globale pari al proprio. Se analizziamo i livelli di dazi americani a protezione del loro mercato interno, sono molto più alti di quelli europei. Se analizziamo il livello di sussidi alla produzione interna, che da sempre rafforzano la posizione degli Usa nel mercato globale, sono altissimi soprattutto in ambito agricolo. .Ricordo che su questo Obama ha perso una causa esemplare al Tribunale della Wto contro il Brasile proprio perché i sussidi ai produttori Usa del cotone che sono stati riconosciuti come lesivi della concorrenza. Il programma “Buy American” di Obama, che premiava le imprese nazionali nelle gare e negli appalti rispetto alla concorrenza internazionale, che cos’era se non un complesso di misure protezionistiche? Anche il NAFTA, il TTIP e il TPP servivano a garantire ai firmatari delle condizioni commerciali favorevoli rispetto al resto dei concorrenti globali nei mercati di riferimento, cioè centro-nord americano, atlantico e pacifico. Erano misure protezionistiche a geometrie variabili, a leggerle con le categorie della retorica economicista.
La domanda vera da porsi, a mio avviso, è: come impattano le condizioni sociali e ambientali dei territori coinvolti? Il “Buy american” ha garantito una ridensificazione produttiva e un miglioramento delle condizioni sociali di molti distretti industriali americani che erano stati annientati dall’apertura dell’area di libero commercio tra Usa, Canada e Messico attuata dal Nafta. Secondo me, dunque, era una buona politica. Se il Nafta venisse superato da una politica, o da un complesso di misure, che portasse i neoschiavi messicani fuori dalle zone di produzione per l’esportazione promosse dal Nafta, promuovendo un modello industriale più diffuso e sostenibile nel Paese senza precipitarlo nella deindustrializzazione, sarebbe cosa buona e giusta. Se sarà Trump o Ronald Mc Donald in persona a farlo, personalmente non credo, ma mi interessa il giusto. E’ quello il vero obiettivo: come utilizziamo l’economia e tutti i suoi strumenti, anche commerciale, per stare tutti meglio, e perché i diritti di tutti siano rispettati. Voglio parlare di fatti e impatti, gli slogan in un secolo complesso come questo non aiutano.

La Cina come reagirà di fronte a questi provvedimenti?

La Cina si è già presentata al Forum economico di Davos come campionessa della globalizzazione neoliberal e come antidoto al trumpismo. C’è da sorridere. Il modello cinese è quello di un capitalismo di stato talmente controllato da consentire a un investitore straniero di operare sul proprio territorio solo in presenza di una partnership con un soggetto locale. Altro che liberismo! A livello di commercio internazionale se c’è un Paese che, secondo i report dell’Organizzazione mondiale del commercio sul dumping, infrange tutte le regole di liberalizzazione che pure ha sottoscritto pur di mantenere la propria competitività, è la Cina. La Cina ha introdotto il salario minimo, con grande capacità di visione e di coraggio, che è una delle misure che gli Stati Uniti ancora nemmeno osano immaginare proprio per colpa del mantra condiviso della libertà dell’azione economica. Io, personalmente, credo che l’approccio economico cinese al tempo presente sia più strategico di quello europeo, molto interessante, zero ideologico. Ma se qualcuno crede alla sceneggiata di Davos, dovrebbe leggersi il Piano statale quindicennale di programmazione economica del Partito comunista cinese. Io lo trovo una lettura istruttiva sulla distanza tra retorica e realtà.

Ci sarà una riforma del WTO?

In tanti lo auspichiamo da molti anni. Personalmente vorrei che l’Organizzazione mondiale del commercio rientrasse nel sistema delle Nazioni Unite, e che ponesse in tutti gli accordi che promuove  almeno sullo stesso piano, se non su um piano superiore, il rispetto dei diritti umani universali, dei diritti dell’ambiente, dei diritti del lavoro, rispetto alle esigenze del commercio. Ad oggi gli unici  principi che animano la Wto sono quelli della concorrenza leale e della non distorsione del mercato globale. Vi chiedo: se un prodotto fa male, va prodotto e commerciato? Io credo di no, e credo che, nel secolo di Amazon, ci debba essere un’istituzione globale che garantisca tutti gli abitanti del pianeta che esso sia bandito da ogni mercato. Se un prodotto inquina, va commerciato? In un pianeta sporco e invivibile come il nostro, io credo di no, e credo che ci debba essere un’istituzione che garantisca a tutti gli abitanti del pianeta che esso sia bandito dal mercato globale. Se un prodotto è fatto bene, è realizzato rispettando i diritti di chi lo fa, di chi lo consuma, dell’ambiente, crea occupazione e benessere, deve avere un trattamento ‘di favore’ nel mercato globale, perché magari produrlo costa di più, per renderlo accessibile a più persone possibili in tutto il pianeta? Io credo di si. Il fatto che la Wto, con le sue regole, renda di fatto illegale ciascuna di queste tre cose di buon senso, dimostra come sarebbe urgente che i Paesi che ne fanno parte vi ponessero seriamente mano.

Parliamo dell’Europa, una UE che sarà ancora più debole con la Brexit. Il Regno Unito, sicuramente, farà accordi con gli USA. E questo non pensi che porterà danno ai paesi UE? Quale strada  dovrebbe seguire l’Ue? 

 La Brexit è una ferita dolorosissima. Personalmente l’ho molto sofferta, ma non va letta come causa del disastro europeo. La Brexit è un sintomo del fatto che Bruxelles non adotta politiche positive e inclusive tali da far sentire tutti noi a casa in Europa. E per me Europa vuol dire almeno bacino mediterraneo…
Sono un’europeista convinta ma affranta. Quando puoi forzare le strette maglie di una coesione economicista come quella fondata sul debito solo quando subisci un terremoto, e non puoi farlo per intervenire, ad esempio, sulla prevenzione e sulla pianificazione, c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa che non va se Bruxelles decide che una vongola è vendibile solo se supera un tot di millimetri, se una pesca è vendibile nel mercato comune solo se pesa un tot, senza nessun’altra considerazione qualitativa o di protezione della biodiversità, e così decidendo si sbattono sul lastrico centinaia di migliaia di produttori piccoli, che magari sono proprio quelli che il territorio te lo curano e te lo proteggono. E’ questo il punto: se Bruxelles – non l’Europa, perché l’Europa siamo anche tutti noi che la vorremmo diversissima da com’è – reagisce alla Brexit accelerando, tra l’altro, l’agenda commerciale attuale che sta inasprendo la competizione internazionale, facendo invadere il mercato europeo da prodotti a più basso costo economico ma che danneggiano persone e ambiente, abbassando i costi di produzione interne, in primis quelli legati a stipendi, welfare, qualità e ambiente, dà la risposta sbagliata alle aspettative e ai sogni dei propri cittadini. A quel punto non ci sarà nessuna ragione, che non sia geopolitica, di massa critica, per tenerla in piedi. Ma per quello c’è anche la Nato: siamo davvero ridotti solo a questo?

Adesso, il prossimo 15 febbraio, il parlamento di Strasburgo voterà per il CETA. Tu hai espresso un giudizio duro su questo trattato. Perché? Quali i pericoli? Il Trattato non è un modo per combattere l’isolazionismo protezionista  di Trump?

 Trump non è isolazionista: vuole espandersi nel mondo alle proprie regole. Incontrare i partner faccia a faccia, stringere accordi bilaterali rapido dove i vantaggi per gli Usa siano chiari, così ha detto il suo nuovo capo negoziatore, che arriva dallo staff di Reagan, un campione del liberismo. Per questo ha messo in stand by il TTIP ma non l’ha cancellato: prova a capire se, stringendo un accordo vantaggioso con la Gran Bretagna, non riesca a costringere la Commissione europea ad accettare un TTIP ancora più sbilanciato sugli Usa.
Il Canada ha fatto lo stesso, e lo ha ammesso con i quotidiani nazionali la sua ministra al commercio: quando la regione belga della Vallonia ha chiesto alla Commissione europea di bloccare il CETA, Chrystia Freeland ha lasciato immediatamente Bruxelles: “Abbiamo deciso che era davvero importante non andarcene via da arrabbiato, perché volevamo che i Valloni fossero colpevolizzati”, ha detto testualmente al “Globe”(1). “Sapete, noi siamo canadesi, per la gente siamo gentili, grandi, quindi il tono che abbiamo scelto era più di dispiacere che di rabbia. Questa modalità ha creato una crisi e ha trasformato questo in un loro problema. Nelle 24 ore successive, sapete quanti politici europei mi hanno chiamato per chiedermi di non andarmene?”. Questo è il livello di affidabilità dei nostri partner commerciali che dovrebbero farci da argine a Trump.
Il primo ministro canadese Justin Trudeau, appena Trump è stato eletto si è congratulato pubblicamente per la scelta in virtù dei “comuni valori” dei loro governi, e lo ha di nuovo ringraziato per aver dato il via libera all’oleodotto Keystone XXL bloccato da Obama perché avrebbe accelerato la lavorazione di sabbie bituminone che lui considerava nemiche della sua “rivoluzione verde”.
Oltre a queste considerazioni politiche “di contesto”, già abbastanza decisive per smontare la bufala del “si al CETA” come strumento anti-Trump, vorrei provare a convincere quei parlamentari che vogliono votare, nel centro e a sinistra del Parlamento europeo, si a un trattato così sbagliato senza averlo mai letto, di non fidarsi della propaganda che stanno subendo da parte della Commissione Europea.
Un foglietto che circola tra i loro banchi, e che rinviano via email alle migliaia di cittadini che da mesi gli scrivono ogni giorno da tutta Europa per chiedergli di fermare il CETA, li convince con delle falsità che vorrei smentire.
C’è scritto che con il CETA gli europei risparmieranno 500 milioni di euro in tariffe doganali. Non è vero. Saranno soltanto le aziende che esportano in Canada ad avere questo vantaggio, che in verità è piuttosto risibile se rapportato al valore degli scambi tra Ue e Canada,che già oggi ammonta a più di 50 miliardi di euro. Il CETA però sottrarrà agli Stati europei ben 331 milioni di euro di dazi riscossi fino ad oggi sulle merci in arrivo dal Canada. Questo a fronte di un aumento di Pil che – al lordo della Brexit di cui la Commissione non ha mai calcolato l’impatto sul trattato – per l’Europa, in dieci anni, vale tra lo 0.003% e lo 0.08% e per il Canada tra lo 0.03% e lo 0.76%.
La Tift University statunitense ha calcolato che il CETA provocherà una perdita media di reddito da lavoro media di 615 euro tra tutti i lavoratori UE, con punte minime di -316 euro fino a picchi di -1331 euro in Francia, e la distruzione di 204mila posti di lavoro, dei quali circa 20 mila in Germania e oltre 40 mila sia in Francia sia in Italia.
Si dice che le imprese europee aumenteranno le proprie quote d’accesso negli appalti pubblici canadesi. Ma quante imprese italiane, che sono in gran parte piccole e medie, saranno in grado di parteciparvi? Quello che è certo è che le amministrazioni pubbliche avranno ancora più difficoltà, dopo il CETA, clausole premiali che avvantaggino le imprese del loro territorio.
Triplicheranno le quote di importazione di grano d’oltreoceano, che in Canada è pesantemente trattato con il diserbante glifosato, riconosciuto come tossico anche dall’Ue, e che, a causa dell’umidità e delle basse temperature canadesi, sviluppa micotossine nocive per l’uomo.
Aumenteranno le quote per latte e carne da un Paese in cui gli animali vengono trattati con ormoni della crescita vietati in Europa. Anche se nominalmente il Canada rispetta il principio di precauzione, insieme agli Stati Uniti si appellò contro il bando degli ormoni negli allevamenti introdotto dall’Ue presso l’Organismo di risoluzione delle dispute della WTO, e vinse proprio perché la WTO dichiarò che un concetto come la precauzione, anche se riconosciuto nella legislazione ambientale internazionale, non era rilevante ai fini commerciali. L’Europa, per mantenere il bando, fu condannata a riconoscere a Usa e Canada delle compensazioni.
Per la prima volta nel trattato col Canada viene introdotta una “lista negativa” per i servizi pubblici, cioè un sistema in cui tutti i servizi non esplicitamente menzionati nella lista vanno aperti a gara cui si ammettono anche gli operatori canadesi.
Per la prima volta nel CETA si introduce una Corte sovranazionale costituita da arbitri commerciali in cui un’impresa o un investitore canadese che si sentissero danneggiati da una legge in vigore in Europa, potrebbero farci causa e chiederne la revoca. Per di più, dopo il Ceta, l’UE dovrà consultare il Canada (e viceversa) prima di introdurre nuove leggi o regolamenti che influenzino il commercio tra le due sponde dell’Atlantico, e dovrà attendere i “consigli” di tutti i portatori d’interesse prima di definirne l’articolato.
A queste e molte altre preoccupazioni, la Commissione europea e il Governo canadese, pur di chiudere in fretta la partita, hanno risposto elaborando una Dichiarazione congiunta  nella quale assicurano, sotto la propria responsabilità, che nessuno di questi pericoli è concreto, che gli Stati manterranno la loro capacità attuale di regolare e le imprese non saranno in alcun modo preferite ai cittadini. Peccato che molti pareri autorevoli , uno tra tutti quello dell’esperto Simon Lester  dell’ultraliberista Cato Institute, convergono nel parere che “chiunque abbia preoccupazioni e sia rassicurato da questo testo, sa poco di legge” perché la dichiarazione “vale poco più di un comunicato stampa”.
A me sembra abbastanza per respingere un trattato che rimodella la filiera delle regole sui meri interessi commerciali delle due parti dell’Atlantico, e che non neanche mette niente in tasca se non a piccoli gruppi d’interesse ben rappresentati a Roma e a Bruxelles.

La globalizzazione, pur con i suoi gravi limiti, è stata comunque una occasione di crescita per l’umanità. Adesso nell’era sovranista c’è la voglia di costruire “muri” di ogni genere con quello che ne consegue. Insomma è possibile una nuova globalizzazione? 

Io sono refrattaria a parlare di nuova globalizzazione. Il sovranismo è la risposta a mio avviso più caotica alla mancanza di una governance intelligente di un fenomeno che è parte del genere umano: conoscere e incontrarsi, riconoscersi e definire lo spazio intorno a partire da se’. La globalizzazione è quello che è: da Marco Polo a Colombo fino a internet, è sempre stata cultura, economia, pensiero, passione, competenze. Oggi è la “contemporaneità” la vera sfida, la eterna presenza, l’accelerazione. Rileggere le nostre identità nella velocità è faticoso, e quando i contorni si fanno più labili, è molto umano che c’è chi si voglia fermare, chi ridisegnare i propri confini, chi, invece, fondersi. Sono impatti materiali che vanno governati. Al momento chi è riuscito a farlo sono solo alcune identità forti, pervasive: dagli archi d’oro del panino, ai bit della digital-economy, alle filiere del “vedo, compro, ricevo” e così via, offrono identità portabili, comprese nel prezzo. Ciascuna le offre modellate sui propri interessi. Ma questi vettori che attraversano il mondo lo stringono in maglie sempre più strette: le identità che disegnano per noi riducono lo spazio vitale di ciascuno perché lo costringono nei pochi vuoti rimasti tra i loro intrecci. Come questo spazio, invece, si possa riallargare sulla base di un nuovo patto sociale da ridisegnare non pensando a roccaforti, fossati e confini, ma a partire da una comunità politica, cioè abitante le città, pensante e senziente, che parte da un sé globale ma non indistinto, e rimette l’economia al posto che le compete. Al servizio di un progetto umano condiviso e biodiverso, che potrebbe decisivo per riportare pace e benessere a questa nostra martoriata comunità umana.

(1)  http://www.theglobeandmail.com/news/world/foreign-affairs-warns-trump-of-retaliation-if-border-tariffs-imposed/article33955105/

 

Il TTIP: inganno o opportunità? Intervista a Monica Di Sisto

(AP Photo/Ferdinand Ostrop)

(AP Photo/Ferdinand Ostrop)

Le rivelazioni di Greenpeace nei giorni scorsi sul TTIP (Sul trattato di partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti) hanno portato alla ribalta i limiti, e i rischi per i consumatori europei, di questo possibile accordo tra UE e USA.
Sabato prossimo a Roma, con inizio alle 14 con partenza del corteo da Piazza della Repubblica, si svolgerà, organizzata dalla Campagna “Stop TTIP”, una grande manifestazione, a Piazza San Giovanni, per dire no al trattato. Quali sono i limiti di questo Trattato? E’ un’opportunità o un inganno? Ne parliamo con Monica Di Sisto, vice presidente di “Fair Watch” e portavoce della campagna “Stop TTIP”. Monica Di Sisto è anche docente alla Pontificia Università Gregoriana di Roma.

Innanzi tutto diamo una spiegazione ai nostri lettori: cos’è questo trattato TTIP (Transatlantic Trade and Investiment partnership-Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti)? Quali materie tratta?
Il trattato è trasversale e si propone di accelerare il commercio tra Europa e Stati uniti, dai farmaci ai servizi essenziali, dalla finanza al cibo, dai vestiti agli appalti, in due modi. Innanzitutto, abbattendo le tasse e le quote su import ed export tra le due sponde dell’oceano, che sono, pero’, già abbastanza basse tanto che gli Usa uno dei nostri principali partner commerciali. Il 70% di quello 0,5% in più di Pil che l’Europa guadagnerebbe, secondo alcune stPontificiaime della stessa Commissione Ue, entro i primi 10 anni dall’entrata in vigore del trattato, se lo garantirebbe, però, se le regole di produzione, di distribuzione gli standard si sicurezza, le caratteristiche e i controlli che si applicano oggi su prodotti e servizi, molto diversi tra noi e gli Usa, diventassero più simili. E questo crea problemi alla qualità di vita, sociale e ambientale, che vogliamo difendere con forza, ma anche al modo in cui la definiamo oggi in Europa e negli Usa, cioè alle nostre democrazie.

Le trattative tra UE e Usa sono iniziate nel 2013. L’ultimo round si è concluso, qualche giorno fa, a New York. A che punto siamo?
Siamo ancora molto lontani, per fortuna, da una convergenza di principi e obiettivi commerciali, considerando che l’ultimo appuntamento possibile è quello dell’11 luglio, quando le due parti si incontreranno a Bruxelles per fare il punto definitivo sulla faccenda. La nostra preoccupazione è che le due parti, prima che la presidenza Obama tramonti definitivamente e con essa l’entusiasmo della Casa Bianca per una liberalizzazione commerciale che potrebbe creare problemi anche ai lavoratori e ai piccoli produttori Usa, approvino una cornice normativa vuota, che verrà riempita di regole dannose dalle molte pseudo istituzioni che il TTIP si propone di introdurre per facilitare il commercio transatlantico.

Come giudichi il comportamento dell’UE? E quello del nostro governo?
Abbiamo incontrato nel novembre scorso il capo negoziatore Ignacio Bercero a Roma e ci aveva detto di fidarsi di loro, e che stavano lavorando entro il perimetro loro affidato dai Governi europei. Dopo aver letto i documenti, ufficiali e ufficiosi, prima e dopo il colpaccio di Greenpeace, sono contenta che non ci siamo fidati.
Il nostro Paese ha sempre avuto un atteggiamento “tifoso” rispetto al trattato, e pure nelle relazioni franche che abbiamo avuto con l’ex ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda non abbiamo mai capito quali dati gli infondessero tanto ottimismo. L’unico studio, ormai datato, da loro finanziato parlava di perdite secche per l’agricoltura e per ampi settori della manifattura, tra le poche voci positive per il disastrato Pil italiano. Sperano in una liberalizzazione del settore energetico e della finanza che non otterranno mai, e delle quali beneficerebbero solo pochi grandi gruppi di casa nostra, con vantaggi discutibili per la maggior parte delle Pmi e di noi cittadini.

La Francia ha una posizione di contrarietà. Perché?
Perché, molto cautamente, ha aspettato fino all’ultimo per pronunciarsi, nel frattempo si è fatta i conti e ha capito che non conviene a nessuno avere un mercato europeo saturo di prodotti e servizi Usa a basso costo e bassa qualità, con una riduzione secca dell’occupazione, della base produttiva e della capacità regolatoria e decisionale nazionale. Il nostro Governo va avanti a slogan calcistici: siamo per il commercio, dice il Premier. Ma anche noi: il punto è che queste regole danneggiano il nostro Paese e anche la sua capacità di governarlo. Non si accorge nemmeno che gli proteggiamo il mestiere…


Il trattato “transatlantico” è il gemello di quello siglato tra i paesi del Pacifico. Un segno della globalizzazione (cattiva?). Dicono i sostenitori che: “Siamo nell’epoca dell’iperconnessione (grazie a Internet) e non hanno più senso i dazi doganali”. Per voi della campagna del “NO TTIP”, invece, il trattato contiene effetti negativi per l’Europa. Perché?

Perché dietro ad ogni prodotto e servizio c’è una storia, territorio, famiglia. Con una regola che cambia, pensiamo alle quote latte europee, o un’incauta gestione finanziaria autorizzata da un allentamento degli standard, come è pure successo ai nostri risparmi, vite intere saltano e, nel caso del TTIP, senza possibilità di ritorno perché questo trattato non è reversibile. Come possiamo affidare quei tasti a un non meglio precisato organismo transatlantico, gestito in permanenza da tecnici della Commissione Ue e del Governo Usa che non eleggiamo, non selezioniamo, non conosceremo, e non potremo in alcun modo influenzare, nemmeno attraverso Enti locali e Parlamenti, visto che condurranno trattative e lavori con la stessa riservatezza – diciamo noi segretezza, con la quale stanno gestendo il negoziato in questi anni?

Quali sono i pericoli, secondo te, se il trattato venisse approvato senza ulteriori garanzie europee, per i consumatori?
Il trattato avrà forza di direttiva, e alcuni dei principali “costi di produzione” che già oggi sono sul tavolo dei negoziatori per essere “armonizzati” tra gli usa e noi sono molte delle conquiste del consumerismo Ue e Usa: i controlli di sicurezza alimentare, le etichettature trasparenti, la presenza di ormoni e residui di pesticidi e insetticidi nel cibo, nei cosmetici, la sicurezza della chimica. Vengono trattati come “ostacoli” al commercio, non come garanzie per i consumatori. Il Trattato vuole inserire l’analisi del rischio obbligatoria preventiva per ogni regola che ostacoli gli scambi: vuoi inserire un’informazione in più su un’etichetta? Devi spiegare che cosa comporta per il commercio, se puoi non farlo, e che cosa questa mancata azione provochi, invece, per i flussi commerciali. Il Comitato per la cooperazione regolatoria che il Trattato andrà a istituire non sarà chiamato a scegliere la regola migliore sulla base delle legislazioni nazionali, ma quella meno restrittiva del commercio secondo il dettato del TTIP stesso. E tutto quello che deciderà, come le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, deve essere recepito dalle normative europee e nazionali, o si può incorrere in amare sanzioni. Una trappola.

Per quello che riguarda i farmaci e gli alimentari, che sono i settori più delicati, come si pone il trattato? L’UE come si è comportata?
L’Unione europea sta accettando di allungare il periodo di copertura dei brevetti e di inasprirne la copertura anche per farmaci essenziali e importanti per la tutela della salute pubblica. Peraltro l’Europa ha una fiorente produzione e mercato di farmaci equivalenti, che gli Usa invece non considerano di loro interesse nel negoziato, che potrebbe essere danneggiata da una stretta alla proprietà intellettuale da parte degli “inventori” delle specialità. Per il cibo, si sta accettando di sostituire l’approccio di controllo e di protezione dei cittadini “dal campo alla forchetta” con quello, più economico, della valutazione “a valle” che scarica sul cittadino, a sue spese, l’onere della prova di aver subito un danno eventuale da un prodotto o da un servizio. Noi riteniamo che il Principio di precauzione, introdotto nel Trattato di Maastricht secondo il quale è invece la collettività a ritirare immediatamente un prodotto o un servizio in caso di ragionevole dubbio di pericolo, sia una punta avanzata della normativa nell’interesse pubblico e vada addirittura rafforzato, in particolare oggi che il cibo parla globale, come è giusto, ma non sempre la qualità è adeguata a questa sfida.

Ultima domanda: In positivo quali sono le vostre proposte di cambiamento al Trattato?
Noi pensiamo che i negoziati commerciali debbano parlare di problemi commerciali – dazi, tariffe, dogane – e non di regole, innanzitutto. Poi riteniamo che, sempre più oggi in un orizzonte geopolitico di grande tensione, debbano essere discusse in tavoli allargati intorno ai quali si siedano quanti più Paesi possibili, e per quanto possibile all’interno della cornice delle Nazioni Unite, perché lì i diritti umani e i numeri dell’economia avrebbero, anche normativamente, lo stesso peso e lo stesso valore. Un eventuale patto transatlantico sul commercio, dunque, dovrebbe essere trasferito in sede più ampia e appropriata: il cibo lasciato alla Fao, ad esempio, il lavoro all’Oil: le abbiamo le sedi per discuterne: i porti all’Unione doganale, gli standard, ad esempio, all’Iso. Basta solo accettarne le regole .

La Grecia verso il default?
Intervista a Vladimiro Giacché

 

Continua senza sosta la corsa del governo greco per evitare il default del Paese. Ci riuscirà? Ne parliamo, in questa intervista, con Vladimiro Giacché. Giacché è un economista laureato e perfezionato alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Professione: Dirigente nel settore finanziario. E’ presidente del Consiglio di Amministrazione del Centro Europa Ricerche di Roma.

Negli ultimi anni ha pubblicato La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (DeriveApprodi, 2011), Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato (Aliberti 2012) e ha curato e tradotto Karl Marx, Il capitalismo e la crisi (DeriveApprodi 2009, rist. 2010). L’ultima sua fatica è : Anschluss. L ‘annessione (imprimatur Editore).È editorialista de Il Fatto Quotidiano. Suoi saggi sono usciti su numerose riviste italiane e straniere.

Giacché, le parole del ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, tornano a spaventare l’eurozona. Per il ministro, infatti, la Grecia ha in cassa circa due miliardi di euro. Troppo pochi per pagare i rimborsi del FMI. Insomma siamo agli sgoccioli. Default inevitabile?

Da mesi ormai assistiamo a uno stillicidio di notizie sulla situazione del debito greco: la scadenze di pagamento si susseguono, e anche se finora sono state onorate dal governo Tsipras, sembra certo che entro giugno (e forse già molto prima) questo non sarà più possibile. Quanto al default bisogna intendersi sul significato dei termini: in questi anni ci sono stati diversi default che sono stati semplicemente chiamati in un altro modo. Io infatti posso non onorare un debito in diversi modi: non ripagandolo (in tutto o in parte) oppure allungando le scadenze di pagamento (come nel caso greco è già successo). In realtà tra le due cose concettualmente non c’è alcuna differenza. Anche per questo, anziché impiccarsi alle parole, è bene andare alla sostanza. E la sostanza è che il debito greco non è ripagabile. È questa la realtà con cui l’establishment europeo non vuole fare i conti.

Le parole molto preoccupate di Mario Draghi, presidente della BCE, che pur affermando che di fronte ad un default greco “siamo più equipaggiati rispetto al 2010 e 2012” ha ammesso, però, che ci troveremmo in “acque inesplorate”. Insomma c’è di che preoccuparsi. Secondo lei cosa intende dire Draghi con queste parole?

Draghi qui dice una cosa giusta: il default greco aprirebbe scenari che nessuno oggi è in grado di prevedere. È un punto importante di differenza rispetto, ad esempio, ai governanti tedeschi (e in particolare a Schäuble), che – non saprei se per tattica o per irresponsabilità – stanno lasciando credere alla loro opinione pubblica che un “grexit” non sarebbe un problema. La verità è quella che ha detto Draghi: per quanto la Grecia sia un piccolo Stato, per quanto il suo prodotto interno lordo si aggiri intorno al 2 per cento del pil totale dell’eurozona, l’uscita della Grecia dall’euro avrebbe conseguenze potenzialmente incontrollabili.

Indiscrezioni giornalistiche affermano che nell’Eurotower si stanno mettendo a punto misure, per non far saltare il sistema creditizio , “non convenzionali”: si parla di questa valuta parallela “Iou” (una sorta di “pagherò”). Sono sufficienti questi tecnicismi finanziari?

È probabile che si stiano approntando misure di emergenza. Ma è dubbio che queste misure rendano meno “inesplorate” le “acque” di cui parla Draghi. Il problema non è di ordine quantitativo: l’uscita della Grecia dall’euro, e già una doppia circolazione monetaria (come quella rappresentata dall’uso di “Iou”), infatti, comporterebbe un radicale mutamento di scenario. Di colpo si dovrebbe affiancare alla moneta comune qualcosa di molto simile a un’altra moneta, e – nel caso più estremo – ciò che era ritenuto impossibile e addirittura impensabile (ossia che uno dei Paesi membri abbandoni la moneta unica) diventerebbe realtà. Sarebbe la fine di un tabù – quello dell’intangibilità dell’euro – che ci ha accompagnato in tutti questi anni, diventando per molti una certezza incrollabile come le verità di fede. Una certezza che è lecito revocare in dubbio, se si pensa che nel solo Novecento non meno di 70 unioni monetarie si sono dissolte. Il problema è che l’eternità (e in ambito umano è meglio parlare di “durata”) di un’istituzione, cosi come di un accordo monetario, non può fondarsi sulla convinzione della sua “irreversibilità”. Può fondarsi soltanto sul fatto di funzionare bene. Un’istituzione disfunzionale e una moneta disfunzionale prima o poi lasceranno il posto a qualcosa di diverso.

Secondo lei quanto è alto il rischio di “contagio” per il nostro Paese?

Ho letto in questi giorni diversi commenti tranquillizzanti a questo riguardo. Devo dire che non li condivido, e devo dire che a volte ascoltando certi commentatori mi è parso che con quelle rassicurazioni volessero in realtà esorcizzare le proprie paure. Il rischio di contagio lo leggiamo nello spread tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi di pari durata. È senz’altro vero che esso è ancora contenuto, ma è altrettanto incontestabile che in poche settimane è cresciuto di 50 punti base. Segno che il nervosismo è palpabile. E che ci sono Stati, come l’Italia e la Spagna, sui quali le tensioni che interessano i titoli di Stato greci si ripercuotono più facilmente. E non perché siano stati particolarmente pigri nell’attuare le famose “riforme strutturali”: ma perché la percezione dei mercati è che un’Europa incapace di gestire il caso greco sarebbe a maggior ragione impotente nel gestire una crisi in Spagna o in Italia, viste le ben diverse dimensioni di queste economie e del rispettivo debito.

La crisi greca ha avuto costi sociali enormi in quel Paese. Da un lato c’è la responsabilità dei precedenti governi, quelli prima di Tsipras, e dall’altro, certamente, della UE con le sua politica di austerità. Resta il punto: i creditori (FMI e UE) vogliono che la Grecia sia credibile nella sua “road map” per uscire dalla crisi. Se dovesse dare un consiglio ai leader greci quale darebbe?

Di non seguire i cattivi consigli che Fondo Monetario e Unione Europea continuano a dar loro. Sulla strada dell’austerity, che ha già fatto precipitare il prodotto interno lordo greco di 26 punti percentuali (quasi un record in tempo di pace), non c’è alcuna ripresa e non c’è alcuna possibilità di rendere meno gravoso il fardello del debito. È vero il contrario, e gli anni passati lo dimostrano. Già anni fa l’ufficio studi della banca centrale irlandese ha dimostrato che la Grecia aveva fatto “i compiti a casa” che le venivano impartiti. I risultati sono però stati contrari a quanto sperato. E non per caso: quei compiti hanno mandato alle stelle la disoccupazione, fatto crollare i consumi e quindi distrutto la domanda interna e il prodotto interno lordo. E siccome il rapporto debito/pil è per l’appunto un rapporto, essendo crollato il denominatore di questa frazione (il pil), il numeratore (il debito) è cresciuto e diventato ancora più insostenibile.

Per la Grecia si parla, smentiti da Varoufakis, di aiuti Russi e Cinesi. Non c’è il rischio di complicare ulteriormente la situazione?

Io credo che la Grecia abbia tutto l’interesse ad aumentare il numero dei propri interlocutori, soprattutto se si considera il trattamento che ha ricevuto da quelli che dovevano essere i suoi interlocutori privilegiati, ossia gli Stati dell’Unione Europea e in particolare dell’Eurozona. Qui qualcuno potrebbe obiettare: “ma perbacco, l’Unione Europea ha salvato la Grecia prestandole un mucchio di soldi dal 2010 in poi!”. La verità è un po’ diversa: in realtà quei soldi prestati alla Grecia sono serviti a salvare non il paese ellenico, ma i suoi creditori privati, ossia le banche francesi e tedesche. Queste banche hanno infatti potuto riportare a casa i soldi che avevano prestato alla Grecia precisamente perché c’era qualcun altro che comprava i titoli di Stato greci in loro possesso: ossia il Fondo Salva-Stati dell’Unione Europea, la BCE e il Fondo Monetario Internazionale. L’errore che è stato fatto allora (se vogliamo chiamarlo così) è stato duplice: da un lato si sono fatti altri prestiti alla Grecia senza però tagliare il valore dei crediti vantati dai creditori (crediti che quindi sono semplicemente passati di mano, e sono rimasti inesigibili come erano prima), dall’altro questi nuovi crediti concessi sono stati condizionati a politiche che si sono dimostrate fallimentari e controproducenti, mettendo in ginocchio l’economia greca. In questo modo si è caricato tutto il peso dell’aggiustamento sul debitore, senza chiedere alcun sacrificio ai creditori privati della Grecia, e proprio per questo si è resa la situazione senza via d’uscita.
Oggi l’assoluta sordità dell’Europa alle richieste dei Greci di farla finita con quelle politiche fallimentari è precisamente ciò che spinge il governo greco a cercare nuovi interlocutori. E mi sembra davvero bizzarro l’atteggiamento di chi non ti vuole prestare aiuto, e al tempo stesso ti minaccia se provi a cercare aiuto altrove. Poi è chiaro che la faccenda si complica perché in gioco entrano variabili geopolitiche e anche militari (la Grecia è un tassello importante nel sistema della NATO), ma forse bisognava pensarci prima.

Parliamo di UE. Certo è che la dottrina dell’austerity tedesca, quella dei falchi della Bundesbank e del ministro Schauble, ha fatto molto male all’Europa. Paul Krugman, in un articolo sul New York Times, afferma, con toni ironici nei confronti dei teorici del “pensiero unico” liberista, “che se avessimo continuato ad aderire alla macroeconomia dei vecchi tempi staremmo di gran lunga meglio”. Insomma la via dell’Europa è di nuovo Keynes?

È quella del buon senso e di chi sa imparare dagli errori del passato. La cosa più impressionante in tutta questa vicenda è che la cabina di comando europea ha ripetuto errori di policy che già negli anni Trenta erano costati molto cari: la crisi non si combatte con politiche deflazionistiche, e tantomeno si combatte con politiche deflazionistiche attuate contemporaneamente in tutti i Paesi di un’area economica fortemente integrata. Ma precisamente questo è quello che è stato fatto. Le somiglianze con la fine del gold standard, negli anni Trenta del secolo scorso, sono impressionanti. E anche inquietanti, visto quello che avvenne dopo.

Ultima domanda: come giudica il “quantitative easing”?

Tardivo e insufficiente. Tardivo, perché la Bce ha atteso molto, troppo tempo prima di intervenire: da oltre due anni, infatti, l’inflazione dell’eurozona si trova sotto il limite stabilito dallo Statuto della Bce. Insufficiente a rilanciare l’economia, perché gli effetti benefici della liquidità immessa nel sistema dalla Banca centrale europea per acquistare (anche) titoli di Stato sono destinati a farsi sentire quasi esclusivamente a livello finanziario: dando una boccata d’ossigeno alle banche e creando una bolla speculativa sia sul mercato azionario che su quello dei titoli di debito, ma senza produrre effetti degni di nota sul credito alle famiglie e – soprattutto – alle imprese. E infatti già si parla di una bad bank da pagare con denaro pubblico per far ripartire il credito alle imprese da parte delle banche italiane. Se si pensa che negli anni Novanta abbiamo privatizzato tutte le banche pubbliche nella convinzione che il privato fosse in grado di fare meglio il credito alle imprese pesando meno sullo Stato, la situazione odierna appare il peggiore dei mondi possibili: una restrizione formidabile del credito alle imprese e un suo rilancio possibile soltanto con fondi pubblici. Non sarà il “quantitative easing” a risolvere questo genere di problemi.