RECOVERY FUND: LA GRANDE OCCASIONE PER L’ITALIA DI DIVENTARE UN PAESE PIÙ MODERNO E PIÙ VERDE. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Buone notizie in arrivo da Bruxelles. La Commissione propone un Recovery Fund da 750 miliardi. risorse che si aggiungono agli strumenti comuni già varati. Una svolta importante – come dice il commissario Ue Paolo Gentiloni – per fronteggiare una crisi senza precedenti. Il Recovery Fund, ribattezzato “Next generation Eu”, sarà agganciato al prossimo bilancio Ue 2021-2027 che varrà 1.100 miliardi. Per l’Italia si tratta di 172,7 miliardi di aiuti, 82 a fondo perduto. Ne parliamo con il direttore di Think-industry 4.0 Giuseppe Sabella, anche per approfondire le implicazioni di questo ingente sostegno all’economia italiana ed europea.

Sabella, il Recovery Fund è indubbiamente una svolta importante per il futuro dell’Unione europea: mai la Commissione si è impegnata in un’emissione di questa scala. Cosa significa innanzitutto a livello europeo questa decisione?

Non c’è dubbio che si tratti di un evento decisivo per il futuro dell’Unione. Per la prima volta si sposta la politica comunitaria dall’austerity agli investimenti, e lo si fa in modo sostanzioso: è, finalmente, la nascita dell’Unione del lavoro. Il Recovery Fund, infatti, servirà essenzialmente per rilanciare l’industria europea, e quindi il lavoro. C’è da dire anche che vi sono stati membri ancora contrari – Olanda in particolare ma anche Svezia, Danimarca e Austria – ma, per quanto la proposta dovrà ottenere il via libera del Consiglio e del Parlamento europeo, si tratta ormai di una scelta irreversibile. Tanto che, non meno di una settimana fa, Angela Merkel ha parlato di fine dello stato nazione.

Su cosa si fondano in particolare le parole della cancelliera tedesca “lo Stato nazionale non ha futuro, la Germania starà bene solo se l’Europa starà bene” ?

Intanto, Angela Merkel sa bene che il nuovo corso della globalizzazione sarà meno multilaterale e più regionale, in primis per il rallentamento del commercio mondiale – fatto degli ultimi tre anni in particolare e accelerato dalla pandemia – e, in secondo luogo, dalla guerra commerciale Usa-Cina. In ultimo, fattore forse più interessante, il back reshoring delle produzioni e la riconfigurazione delle supply chain – le catene globali del valore – sta portando gli stati a invertire le scelte che hanno connotato gli ultimi 30 anni, basati sull’idea malsana che la Cina fosse la grande fabbrica del mondo e che, per questo, la manifattura andasse delocalizzata, in Cina come del resto in India e nei Paesi dell’est. La crescita del dragone è stata tale e così imprevista che oggi la Cina è la più grande potenza economica mondiale. Non solo hanno massimizzato i vantaggi delle nostre delocalizzazioni ma i loro investimenti nel digitale l’hanno resa l’economia più avanzata del mondo. Ora, con i mercati americano e cinese che sanno essere rigogliosi per le rispettive produzioni, anche quello europeo deve trovare la giusta coesione, cosa che passa da un lato per un crescente protezionismo a favore dei prodotti europei – che risponda ai dazi americani e cinesi – e dall’altra a un rafforzamento della propria capacità produttiva, anche in termini di innovazione. Angela Merkel, in sintesi, sa molto bene che il principale paese produttore, la Germania appunto, starà bene se il mercato europeo sarà pronto ad accogliere i suoi prodotti. Ecco perché è importante, per citare le sue parole, che “l’Europa starà bene”.

La necessità di rilanciare l’industria passa anche dall’innovazione della produzione. Non a caso, già qualche mese prima dell’epidemia, Ursula Von Der Leyen parlava del Green New Deal. È questa la strada dell’innovazione?

Si, è questa. L’Europa ha la grande occasione di diventare non solo l’epicentro dell’innovazione industriale ed energetica – e quindi, cosa che già sta avvenendo, di rendere il suo mercato interno sempre più legato al prodotto green – ma anche di lanciare una sfida per un nuovo multilateralismo mondiale fondato in particolare sulla lotta ai cambiamenti climatici. L’industria, dentro la crisi ambientale, sarà naturalmente decisiva per ristabilire il nuovo equilibrio. Sono tutti elementi che ci dicono quale grande occasione ha davanti il nostro Paese: da una parte, infatti, beneficeremo del fondo in ragione di ciò che ci spetta, dall’altra, lo stesso rilancio dell’industria tedesca è fattore molto importante per l’Italia che non solo resta la seconda potenza manifatturiera d’Europa, ma anche molto integrata proprio con la grande piattaforma teutonica.

Cosa può comportare, in termini di cambiamento di modello produttivo, il green new deal?

Tra i suoi obiettivi fondamentali il green new deal prevede il contenimento delle emissioni in linea con l’agenda 2030, ovvero -55% di co2 entro il 2030 e 0 entro il 2050 (carbon neutrality). Naturalmente, ogni stato membro dovrà fare la sua parte. E, anche il nostro, la sta facendo seppur vi è ancora molto da fare. Per raggiungere questi obiettivi, da una parte è indispensabile l’impegno del sistema Paese e, in particolare, degli enti locali: i modelli urbani espansivi vanno rivisti con una nuova definizione del processo edilizio – la normativa urbanistica vigente è del 1942 – con tecnologie per impianti che ci mettano in condizione di avvicinarci all’obiettivo del 2050, tenendo presente che le città e i centri più urbanizzati sono i luoghi di maggior concentrazione sociale. Dall’altra parte, va ridato slancio alla trasformazione della mobilità, dell’energia e dell’economia circolare. Le energie rinnovabili giocano un ruolo strategico verso lo sviluppo sostenibile. E l’industria della mobilità sarà ancora centrale, per quanto meno di ieri perché le persone si sposteranno meno. Il trasporto pubblico va decarbonizzato completamente spostandolo verso l’elettrico e il biometano. Quest’ultimo è ormai combustibile fondamentale per i mezzi pesanti, va utilizzato anche in città.

A che punto siamo attualmente in Europa e in Italia circa gli obiettivi di transizione energetica?

È parte degli obiettivi europei raggiungere il 30% di utilizzo di energia derivata da fonti rinnovabili entro il 2030. Nel contenitore UE vi sono molteplici situazioni differenti: dagli stati virtuosi come Svezia 53.8%, Finlandia 38.7%, Lettonia 37.2%, Austria 33.5%, a stati molto meno competitivi come Lussemburgo 5.4%, Malta e Olanda 6%. In Italia più del 18% del consumo totale di energia del paese proviene da rinnovabili con un 8% costituito dal fotovoltaico. Oggi tutti i comuni italiani hanno piani energetici che coinvolgono una forma almeno di energia rinnovabile: bio-energia, eolico, geotermico. Attualmente, la forma di produzione dominante ed in espansione è stata l’idroelettrico, ma nel prossimo futuro il solare potrebbe divenire la chiave energetica della penisola. L’Italia è un Paese che, come si vede, sta facendo la sua parte. Non possiamo perdere l’occasione di essere un Paese più moderno, cosa che passa da una modernizzazione che riguarda anche il digitale e il sistema delle infrastrutture. Innovare significa, appunto, investire verso il nuovo, ovvero nella direzione del digitale e del sostenibile. E ciò ha ricadute su produttività, creazione di valore aggiunto e occupazione, in particolare di qualità che vuol dire soprattutto occupazione giovanile.

Saremo capaci di cogliere questa occasione?

L’Italia deve urgentemente darsi una prospettiva di crescita reale, che sappia rilanciare un Paese depresso dalla contrazione dell’economia cui la pandemia ha soltanto dato l’ultimo colpo. Sono anni che non cresciamo. Servono idee chiare e una task forse di dirigenti che sappiano governare questa transizione. Le risorse ci sono, non possiamo sbagliare. Tra tre anni i grandi Paesi – Germania, UK, Francia, USA, la Cina lo vedremo – avranno fatto passi importanti. Se non li facciamo anche noi, rischiamo di trovarci primi nella classifica dei paesi emergenti, ma di lasciare il gruppo di quelli avanzati.

Perché ha dubbi sulla Cina?

Non è da escludere che emergano fragilità che potrebbero portare la Cina finanche ad una crisi interna: vedremo intanto cosa ne sarà del caso di Hong Kong. E cosa succederà al termine di questa pandemia. Le stesse proiezioni della Via della seta non sono più così ispirate. In sintesi, mi pare che qualche variabile vi sia.

Ex Ilva: “Mittal resterà in Italia, ma serve un piano al più presto”.
Intervista a Giuseppe Sabella

 

(foto Ansa)

Ieri mille lavoratori di ArcelorMittal hanno scoperto di essere stati collocati in cassa integrazione senza preavviso. O meglio, la comunicazione sarebbe stata inviata loro nel corso della notte attraverso il portale interno dell’impresa. I disagi tra azienda e lavoratori si registrerebbero a Taranto e a Novi Ligure in particolare. Cosa sta succedendo alla ex Ilva? Abbiamo fatto il punto con il direttore di Think-industry4.0 Giuseppe Sabella, che dall’inizio segue le vicissitudini dell’ex ILVA.

 

Sabella, ancora una volta la cronaca ci chiede di commentare le vicende della ex Ilva. A che punto siamo? Si riuscirà mai a mettere la parola fine a questa situazione?

Facciamo un passo indietro. Com’è noto, nella prima settimana dello scorso mese di marzo, dopo 4 mesi di trattative veniva firmato l’accordo tra i commissari e i vertici dell’azienda che portava alla modifica del contratto di affitto, finalizzato alla vendita, dell’ex Ilva, con l’obiettivo di garantire la continuità aziendale del polo siderurgico. L’accordo metteva fine al contenzioso legale avviatosi a seguito della revoca dello scudo penale anche anticipando il termine dell’acquisto dei rami d’azienda – dal 23 agosto 2023 al 31 maggio 2022. Restavano però in sospeso alcune questioni, in particolare un piano industriale che definisse, anche, i livelli occupazionali; e, cosa legata al piano, dettagli e conseguenti aspetti finanziari dell’investimento pubblico che il governo si è impegnato a fare. È stato previsto che il piano industriale fosse sottoposto ai sindacati e che, entro il 30 di maggio, questi si accordino con l’impresa. Ecco, in questo senso, non mi stupisce per nulla il comportamento di Mittal che in modo unilaterale ha deciso di fermare alcuni impianti e di allargare la platea dei cassintegrati. È questo un comportamento tipico dell’azienda, in particolare di questo corso targato Morselli: quando si avvicinano scadenze come questa, mette le mani avanti, crea difficoltà alla controparte.

Questa fase della pandemia ha sicuramente causato dei rallentamenti alla definizione di questo piano industriale, anche in ragione della produzione che si è molto ridotta. A ogni modo, al 30 maggio mancano due settimane. Cosa possiamo aspettarci?

I rallentamenti cui lei allude, non a caso, hanno prodotto lo spegnimento dell’altoforno 2: dove non è arrivata la magistratura, è arrivato il covid-19. Credo tuttavia che molto difficilmente Mittal presenterà un piano industriale a governo e sindacati entro il 30 maggio. Del resto, ora la vertenza è tutta privata essendo stato ritirato il recesso; non si tratta quindi di termine perentorio. Ricordiamoci però due cose: questa volta è indispensabile che vi sia l’accordo sindacale; inoltre, dal 30 di novembre 2020, ArcelorMittal avrà facoltà di disimpegno dagli accordi, seppur pagando una penale da 500 milioni, nel caso in cui il governo venga meno agli impegni che ha preso con la multinazionale franco-indiana.

C’è chi sostiene che il futuro sia già scritto: Mittal a fine anno lascerà l’Italia. Le cose stanno davvero così?

I dubbi sulla continuità produttiva ci sono, che Mittal lasci la ex Ilva è naturalmente una possibilità. Del resto, la multinazionale franco-indiana aveva avviato un iter di recesso che quantomeno ha portato ad una exit strategy: nel caso estremo, a questo punto, vi sarà un’uscita ordinata senza pericolosi strascichi giudiziari per ambo le parti. Viste però le risorse ingenti che il governo sta mettendo in campo a sostegno dell’economia, credo che alla fine Mittal troverà conveniente proseguire il suo impegno in Italia: stiamo dando 3 miliardi ad Alitalia, che è molto meno strategica… la stessa generosità il governo l’avrà, alla fine, anche per la ex Ilva. Con tanti ringraziamenti da parte del sig. Lakshmi Mittal.

Quindi il governo manterrà gli impegni che ha preso con l’azienda?

L’accordo tra governo e azienda prevede che nel capitale di ArcelorMittal Italia, entro il 30 novembre, debbano entrare investitori pubblici e privati per dare avvio a una produzione green fatta da un forno elettrico e alimentata dalla tecnologia del pre-ridotto (gas, idrogeno e monossido di carbonio). Inoltre, il governo si è impegnato anche a convincere i creditori coinvolti (Intesa e Bpm in particolare, ma anche Cdp) a trasformare i crediti in equity. Per quanto in questo momento non mi risultino grandi passi avanti, credo che il governo farà fede ai propri impegni, anche perché non può permettersi errori che facciano scattare il disimpegno di Mittal. Non c’è nulla di irresolubile. E, in questo momento, il governo ha capacità di spesa. Tuttavia, ancora vanno definiti molti dettagli; per esempio, il valore dell’azienda è ancora da stabilire.

È quindi solo una questione di soldi? Allocando le giuste risorse si risolverebbe questa lunga vicenda?

I giusti denari per i giusti investimenti: è naturalmente fondamentale, nell’interesse nazionale, che i soldi vengano ben spesi. Senza un piano industriale ben congegnato – vedi Alitalia – la ex Ilva resterà un fondo a perdere. Anche se, industrie di questa complessità sono sempre stressate dalle intemperie dell’economia, con le quali ormai conviviamo da anni.

Cosa va definito quindi in questo nuovo piano industriale?

Come a suo tempo avevano fatto notare i sindacati, va soprattutto definito il mix produttivo tra ciclo integrale e produzione da forno elettrico; il conseguente rapporto, anche finanziario, tra Mittal e società pubblica; i livelli occupazionali e, a questo punto, i quantitativi della produzione anche in ragione dell’attuale crollo della domanda di acciaio, cosa oggi non semplice da fare. Inoltre, il sindacato denunciava anche la difficile sostenibilità del piano alla luce della sua scarsa verticalizzazione produttiva (tubi, laminati, lamiere, treni, nastri) i cui investimenti sono molto inferiori al piano sottoscritto. Insomma, le incognite sono tante, comprese quelle che riguardano i tempi dell’altoforno 5: è difficile prevedere che in due settimane vi sarà accordo a 360 gradi.

Si faceva opportunamente riferimento al crollo della domanda di acciaio. Che ne sarà della nostra siderurgia?

Da una parte, l’economia si riprenderà e quindi l’acciaio tornerà ad essere indispensabile. Per il resto, mi auguro che l’Europa prenderà qualche provvedimento sul prodotto che arriva da Cina e Turchia. L’economia mondiale è sempre più protezionistica. Lo fanno gli USA e lo fa la Cina: è ora che anche l’Unione Europea agisca seriamente a tutela delle sue produzioni e del suo mercato.

“RIAPRONO LE LIBRERIE. ORA, IN SICUREZZA, DEVE RIPARTIRE L’INDUSTRIA”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Oggi riaprono cartolerie, librerie, negozi per neonati e bambini. Riprende anche qualche altra attività produttiva: la silvicoltura, il taglio dei boschi e qualche attività forestale. Le novità erano state annunciate dal premier Conte venerdì scorso che ha comunicato la proroga del lockdown fino al 3 maggio e la nomina di Vittorio Colao – ex amministratore delegato di Vodafone – a capo di una task force composta da giuristi, economisti, psicologi, etc, incaricata dal governo per studiare come uscire dalla crisi determinata dall’emergenza covid-19. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Sabella, oggi l’Italia tenta di rimettersi in moto e inizia una sua graduale uscita dal lockdown con l’apertura di alcuni negozi e cartolibrerie. Una sua valutazione al riguardo?

Il Paese ha certamente bisogno, anche, di qualche segnale di speranza. Quindi, in questo senso, che riapra qualche attività e qualche negozio è certamente un fatto positivo. Resta il fatto che il tema è come riaccendere il motore della nostra economia, ovvero l’industria. A riguardo mi pare si sia fatta un po’ di confusione, e non solo per colpa del governo. Mi auguro che la task force a guida Colao sia d’aiuto: l’ex ad di Vodafone è un eccellente manager e, a differenza degli stimatissimi professori, sa che in questi casi le indicazioni lineari e cristalline sono fondamentali. Ad oggi, non abbiamo certo brillato in questo senso. Salute e sicurezza sono delle priorità. Tuttavia, ogni giorno che passa per molte imprese del nostro sistema produttivo, è un giorno che rischia di essere l’ultimo, soprattutto perché stanno perdendo quote di mercato importanti, specialmente in Germania dove i fermi alle attività produttive non sono stati pesanti così come in Italia. In tutte le economie avanzate al centro dell’agenda politica vi è la riduzione delle misure restrittive. E non dimentichiamoci che ciò che ci ha tenuto in piedi dopo la crisi del 2008 è stato il nostro export.

È una task force, come lei ricordava, composta da uomini la cui provenienza è l’accademia e non l’impresa. Giusto così?

È chiaro che qualcuno si starà chiedendo perché, in una commissione come questa, non vi era nessun rappresentante di impresa e lavoro. Mi pare però che associazioni datoriali e sindacali abbiano mancato l’occasione: in precedenza il governo ha lavorato con loro e, al di là della fatica di tenerli insieme, il risultato prodotto non è stato eclatante. Mi riferisco all’elenco dei codici ateco, cosa che ha reso discrezionale l’attività “essenziale” e ha consegnato la politica industriale alle prefetture. Questo è ciò che avviene quando si eludono i problemi. Ad ogni modo, Colao è uomo d’impresa. Confido che, coadiuvato dalla squadra di cui è a capo, sarà in grado di consegnare al governo le giuste indicazioni per la ripartenza.

Quali potrebbero essere queste indicazioni? Qualcosa di positivo già emerge dai luoghi di lavoro e dall’economia reale…

Certamente. Ormai lo smart working, ad esempio, è realtà anche nell’impresa che non ne voleva sapere. Ma è evidente che il salto di qualità è concentrarsi sulla sicurezza e, in questo senso, bisogna passare dai codice ateco ai luoghi di lavoro. Facciamo un esempio concreto: la Ferrari, che aveva fermato l’attività ancor prima di qualsiasi ordinanza, ha lanciato il progetto “back on track” (torna in pista), nato dalla collaborazione con un pool di virologi ed esperti e patrocinato dalla Regione Emilia Romagna, che ha come obiettivo la sicurezza dell’ambiente di lavoro al riavvio della attività produttiva: si mira a tenere sotto controllo medico – anche con test sierologici – non solo i lavoratori ma anche le loro famiglie e a offrire supporto psicologico alle persone. Mi sembra un’ottima risposta al problema che abbiamo. Pochi giorni dopo, in FCA si è firmato un importante accordo ispirato dal back on track con tutte le organizzazioni sindacali, compresa la Fiom. Ora, è chiaro che Ferrari e FCA sono l’eccellenza che abbiamo in casa. Resta il fatto che vi sono principi di replicabilità anche per le produzioni più piccole, considerato che il 90% delle nostre imprese hanno meno di 15 addetti: i controlli medici, il supporto psicologico e il distanziamento sociale devono essere garantiti. Questa è la parte che devono fare le istituzioni: supportare le imprese, anche finanziariamente, in questo senso. A ogni modo, credo che lo sforzo più grande vada fatto sui trasporti. Serve farsi venire qualche idea nuova, magari introducendo il “ciclo integrale” per tutti i luoghi di lavoro. Ciò diluirebbe in modo importante gli spostamenti.

Quale prospettiva prevede per la nostra economia?

Naturalmente ciò dipende, anche, da cosa succede oltralpe e, anche, al di là del mediterraneo. Cercando di non cedere a previsioni apocalittiche e augurandoci che la pandemia sarà controllata, dobbiamo in questo momento fare di tutto per sorreggere il nostro sistema economico. Questo avviene soprattutto con scelte e azioni tempestive da parte del governo. Da questo punto di vista, bisogna che in particolare si velocizzi l’iter degli ammortizzatori sociali attivati perché, dopo quasi due mesi, a impresa e lavoro ancora non è arrivato nulla. Dobbiamo riuscire a resistere a questa fase di sofferenza. Nel frattempo in tutto il mondo si sta lavorando per un vaccino. Speriamo arrivi al più presto, ciò allontanerebbe la paura e rigenererebbe sentimenti importanti anche per l’economia.

A proposito di sentimenti, lei coordina l’attività di un osservatorio (Think-industry 4.0) che si occupa di monitorare processi e cambiamenti nel mondo dell’industria. Quali sono in questo momento le paure e le speranza di imprenditori e lavoratori?

Intanto ci tengo a dire che ci occupiamo di industria ma, per noi, la parola è sinonimo di impresa e, anche, di lavoro. In latino industria significa attività, laboriosità. Le stesse relazioni industriali sono più propriamente relazioni di lavoro, non solo dell’industria in senso stretto: tant’è che riguardano anche commercio e artigianato. L’industria è il più sofisticato sistema tecnico che imprenditori e lavoratori riescono a far vivere nella loro collaborazione. Ecco perché oggi gli uni e gli altri soffrono insieme. La preoccupazione per il futuro delle proprie imprese tocca tutti. Poco più di due settimane fa, nella sua preghiera universale, papa Francesco diceva al mondo “nella tempesta, nessuno si salva da solo”. Credo che, oggi più che mai, nei luoghi di lavoro vi sia questa consapevolezza, cosa che costituisce il patrimonio e il capitale più importante su cui edificare il futuro.

Il rigorismo economico nordico ha radici antiche. Intervista a Luigino Bruni

il ministro dell’economia Gualtieri in videoconferenza con i suoi colleghi dell’UE

In questi giorni tragici si sta discutendo, a livello europeo, su quali strumenti economici siano più adatti per fronteggiare la drammatica crisi creata dalla Pandemia del COVID-19. Una delle ipotesi, sulla quale l’opinione pubblica si sta soffermando, è quella dei “coronabond”. Ipotesi subito criticata dai rigoristi del Nord (Olanda e Germania) che non ne vogliono sapere di condividere il debito con l’Europa mediterranea (Francia, Italia Spagna). Ovviamente a loro fa paura il debito italiano. Ma al di là degli aspetti economici, che non vanno assolutamente sottovalutati, in un recente articolo Luigino Bruni, ordinario di Economia Politica e di Storia del pensiero economico all’Università LUMSA di Roma, ha approfondito, in un articolo, apparso pochi giorni fa, sul quotidiano cattolico Avvenire, le radici “filosofiche” della questione del debito. Ha fatto partire la sua riflessione da Nietzsche: “Questi genealogisti della morale si sono mai, sino a oggi, anche solo lontanamente immaginati che, per esempio, quel basilare concetto morale di ‘colpa’ ha preso origine dal concetto molto materiale di ‘debito’?». Questa famosa frase è tratta dalla ‘Genealogia della morale’, da qui inizia il nostro dialogo.

Lei afferma che c’è un diverso approccio al debito tra “nordici” e “latini”, ovvero la “colpa” e la “vergogna”. Può spiegarcelo?

Le parole contano, sempre. Non certo a caso i tedeschi e gli olandesi hanno una sola parola (la stessa nelle due lingue) per dire debito e colpa: schuld. Noi ne abbiamo due, e queste cose non sono mai banali. La Germania e l’Olanda non sono solo, rispettivamente, Lutero e Calvino ma sono anche Lutero e Calvino; i tedeschi, per così dire, sono prima tedeschi poi protestanti e cattolici, e così gli olandesi (basta entrare in una chiesa cattolica di quei paesi per capirlo). Lutero e Calvino sono nati e cresciuti in quei paesi perchéé c’era già una cultura fertile. La cultura della colpa è in genere distinta dalla cultura della vergogna (R. Benedict, ne La spada e il crisantemo, ha approfondito questa distinzione). I paesi asiatici sono essenzialmente culture della vergogna, dove un comportamento è condannato se visto – e quindi se nessuno ci vede è come se quell’errore/reato non ci fosse (l’ideogramma cinese per dire ‘peccato’ è un uomo catturato da una rete). Anche i paesi mediterranei sono essenzialmente culture della vergogna. La Bibbia, e in un certo senso anche il mondo greco (si pensi ad Edipo), hanno sviluppato una cultura della colpa, che nel cristianesimo ha continuato il suo cammino soprattutto nel mondo nordico-protestante (un ruolo importante l’ha avuto il monachesimo, soprattutto quello britannico e irlandese), nato grazie ad un forte ruolo di Agostino (Lutero era un monaco agostiniano).

 

 Torniamo a Nietzsche c’è questo legame tra colpa e debito, ne consegue che non solo l’individuo, secondo una interpretazione ultra-rigorista, è colpevole ma lo è anche lo Stato. Se così stanno le cose, visto come è stato gestito e creato il nostro debito, tutti i torti non c’è l’hanno. Non è così professore?

Soprattutto lo Stato è colpevole, più dell ’individuo. Il debito privato (si pensi all’altro grande paese calvinista: gli USA) è molto più tollerato.

 

 Eppure, anche il debito ha una sua legittimità morale, ovviamente con dei limiti. È  così?

Certamente il debito non è sempre colpa. Lo sanno bene gli imprenditori, che senza credito (da credere) morirebbero nelle crisi. Discorso diverso è il tema degli interessi sul debito e della finanza speculativa, ma questo è un altro discorso.

 

Come abbiamo detto all’inizio l’Europa è investita da una pandemia devastante. Una pandemia che rischia di far soccombere il sogno europeo. Insomma, anche per i rigoristi Nord è giunto il momento della responsabilità. Ovvero di lasciare alle loro spalle le parole che condizionano il loro agire. In che misura riusciranno a farlo?

Qui si sta giocando molto della possibilità dell’Europa di non essere solo un contratto commerciale ma anche un ‘patto’, come lo volevano i suoi fondatori. Anche perchéé l’Europa nasce dai pellegrinaggi, dal monachesimo e dai santi, faccende molto più ricche dei soli mercanti, che pur hanno fatto l’Europa. Un Europa senza ’spirito’ non ha né presente né futuro

 

Ma il tempo della responsabilità è arrivato anche per i “Latini”. Ovvero non dovranno cedere al populismo. Vede, nella tragedia che stiamo vivendo, questo rischio?

Certo, il rischio è grande. La propaganda sarà forte, ma sarà ancora più forte se l’Europa del Nord non darà segnali di solidarietà. Chi oggi ama l’Europa deve capire questo.

 

 Ultima domanda: Quale sarà la parola chiave per ricostruire, dopo la pandemia, l’Europa?

Fraternità. L’Europa moderna nasce attorno ai tre principi delle rivoluzioni: libertà, uguaglianza e fraternità. Le crisi sono il tempo nel quale si riscopre la fraternità, e si capisce che la libertà e l’uguaglianza non bastano. Ma come ci dice il mito di Caino, la fraternità confina sempre col fratricidio. A noi la scelta.

“Governo e Confindustria, attenzione al conflitto imprese – lavoratori”. Intervista a Giuseppe Sabella

Com’è noto, il presidente del consiglio Conte ha firmato il decreto “chiudi Italia” che sospende le produzioni non essenziali in tutto il Paese e che contiene la lista delle attività consentite. La firma è arrivata però dopo una giornata di tensione e molte ore dopo l’annuncio di sabato sera del fermo alle attività, anche con alcune differenze rispetto a quanto era trapelato. Ciò che è successo è ormai noto, ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Sabella, come vede questo nuovo decreto di Conte?

Lo vedo pasticciato, non solo per colpa sua. Nel Paese c’è confusione e, come al solito, nei momenti di emergenza non riusciamo a definire delle strategie.

A cosa si riferisce in particolare?

Innanzitutto, qualcosa non sta funzionando sul piano sanitario. In Veneto stanno controllando egregiamente il problema, così anche in Emilia Romagna. In Lombardia molto meno: emerge un ruolo del sistema sanitario territoriale che in Veneto ed Emilia sta funzionando e in Lombardia no. Si è deciso di intervenire sul contagio col ricovero, intasando così gli ospedali e rendendo più vulnerabili le persone colpite dal covid-19 quando non necessitanti di terapia intensiva. E poi, sul piano del lavoro, ma che senso ha tenere “tutti a casa” e le fabbriche aperte?

Sta dicendo che bisognava fermare più produzioni?

Vedo due pericoli in questa situazione. Il primo è quello di un’azione non efficace del contenimento del contagio. Dall’altro vi è un problema che se non controlliamo da subito rischia di esplodere: come si deve sentire chi deve andare al lavoro pur non facendo parte delle filiere essenziali? Vi è un elenco lunghissimo e, oltre all’agroalimentare e al farmaceutico, tutto il resto è molto opinabile.

Qual è il secondo rischio sociale a cui alludeva?

Come in ogni situazione di crisi, a livello sociale matura sempre un risentimento che questa volta ha caratteristiche molto peculiari. I politici in prima linea, anche per il loro impegno che la gente avverte, godono di fiducia nonostante i loro errori. Qualcosa non ha funzionato in questa situazione e l’irrigidimento di Confindustria – che nemmeno in modo riservato ma con una lettera che ha fatto il giro del mondo – rischia di resuscitare un conflitto sociale che pensavamo relegato ai libri di storia: tra i lavoratori sta crescendo un’idea che le imprese, pur di produrre, non siano interessate al rischio che corrono gli operai. Non a caso, in particolare nel chimico, nel tessile, e nella gomma plastica vi sono scioperi, oltre che dei metalmeccanici lombardi. E ve ne saranno altri. Del resto, coloro che lavorano in produzione sono gli unici che non possono farlo in smart working.

E come si poteva gestire questa situazione?

Innanzitutto con più accortezza. Faccio notare che vi sono aziende che hanno chiuso senza aspettare decreti: la prima preoccupazione è stata per le persone. Certo dobbiamo anche tener presente che molte imprese non saranno in grado di reggere il contraccolpo. Ad ogni modo, più che una trattativa serrata alla luce del sole su attività che scopriamo oggi essere “essenziali” – sono un centinaio le voci nell’elenco – forse era il caso di essere molto rigidi su chi è in grado di garantire standard di sicurezza e chi no. E poi, ma possibile che non si comprenda che non può finire tutto sui giornali? Rimpiango i tempi delle segrete stanze…

Come si può procedere secondo lei?

Penso che dobbiamo capire come si muove il virus, la situazione in Lombardia è molto critica e al Sud è tutta da capire. Ad ogni modo, probabilmente si tratterà di intervenire ancora per fermare qualcosa ma mi piacerebbe innanzitutto che i vertici di sindacato e impresa lavorassero in modo riservato e definissero una strategia per il Paese insieme al governo, non solo di contenimento ma anche per una ripresa che deve iniziare a preoccuparci.

Ma, nel concreto, quale strategia?

L’Europa sta mettendo a disposizione una montagna di denaro, non solo con il quantitative easing. Questo, intanto, dovrebbe dirci che non è vero che l’Europa non sta facendo nulla. Il punto è, saremo in grado di cogliere l’occasione? Il denaro va intercettato e investito nel modo giusto. Qui non si tratta di salvare il salvabile, si tratta di capire laddove si possono generare fattori di sviluppo e di competitività per il sistema Italia: c’è qualcosa che avrà un futuro e qualcosa che inevitabilmente non lo avrà. Bisogna investire su ciò che sappiamo ci permetterà domani di competere nel mondo, mi riferisco in particolare alla componentistica ad alto valore aggiunto, alla chimica, all’agroalimentare, alla moda, ma le eccellenze in Italia sono tante e distribuite. Vanno utilizzate per creare lavoro e sviluppo. Come fare? Condividendo un piano di innovazione e di trasformazione delle nostre produzioni e delle nostre risorse umane, spostando il lavoro dove vi sono queste condizioni. Le competenze e la formazione delle persone avrà un ruolo fondamentale ma prima di tutto vanno individuati dei buoni precettori e dei buoni dirigenti. Ci attende una fase di ricostruzione del Paese e la politica deve smetterla di litigare. Tutti stiamo perdendo qualcosa a questo giro e, quindi, dobbiamo tutti essere disponibili al cambiamento. Per il bene nostro e di tutti.

C’è chi parla di una nuova IRI. È questa la strada giusta?

No, però è fuori discussione che con la fine dell’IRI è morto un gruppo dirigente che sapeva interfacciarsi con l’impresa e con l’industria. Va ricreata una task force con funzionari che hanno queste competenze. Calenda sarebbe un ottimo dirigente capo.