Ecco cosa c’è dietro la vendita di Magneti Marelli. Intervista a Giuseppe Sabella

(Gettyimages)

Come noto, FCA ha ceduto Magneti Marelli alla società giapponese Calsonic Kansei, per una cifra vicina ai 6 miliardi di euro. Sull’operazione c’è molto pregiudizio legato anche al fatto che FCA si priva di Magneti Marelli dopo la scomparsa di Sergio Marchionne e proprio all’inizio del nuovo corso guidato da Mike Manley. Ciò apre un interrogativo di fondo che va al di là dei motori: quale futuro per FCA e la sua produzione italiana? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Sabella, cosa ne pensa di questa operazione?

Partiamo col dire che i giapponesi di Calsonic Kansei comprano per una cifra importante; secondo, sta nascendo uno dei più grandi gruppi mondiali nel settore della componentistica dell’auto, che apre opportunità per Magneti Marelli sui mercati asiatici e giapponesi dove oggi era poco presente, così come Calsonic Kansei è poco presente in Europa; terzo, l’headquarter resta in Italia (a Corbetta, provincia di Milano). Dobbiamo inoltre considerare che chi vende non è una società italiana, è FCA che italiana non lo è più da quasi 5 anni.

Quindi, la cosa importante – per noi – è capire qual è il futuro della produzione che è presente sul nostro territorio…

È questo il punto, e proprio su questo la direzione FCA e il Ceo di Magneti Marelli hanno incontrato in queste ore le organizzazioni sindacali nella sede di Milano. Mi pare ci sia un cauto ottimismo diffuso in ragione della prospettiva per gli stabilimenti italiani e per le sue garanzie occupazionali, anche in ragione del fatto che non ci sono sovrapposizioni di prodotto.

In sostanza, una buona operazione per FCA…

Si, anche perché se così non fosse, FCA rischierebbe l’implosione.

Può spiegare meglio questo punto?

La tecnologia Magneti Marelli è stata il cuore della rivoluzione industriale di Marchionne: con questi motori, Chrysler – che come GM e Ford nel 2009 era in piena crisi ma era quella messa peggio – riuscì a riposizionarsi sul mercato con veicoli totalmente nuovi. Val la pena di ricordare che Chrysler in quel periodo si era concentrata sulla produzione di veicoli di grandi dimensioni dalla bassa efficienza sotto il profilo dei consumi. Ora, avendo rivoluzionato la propria produzione con i motori Magneti Marelli, è chiaro che non può non aver avuto forti rassicurazioni da questa cessione, perché FCA non può prescindere oggi da quel motore.

E allora perché questa cessione?

Il primo giugno 2018 Sergio Marchionne presentava quello che è l’attuale piano industriale di FCA. È un piano complesso e ambizioso che punta – oltre che su elettrificazione e guida assistita – su una forte espansione della gamma di prodotto. Ciò comporta una forte innovazione delle linee della produzione, servono infatti nuove piattaforme e l’investimento è notevole. La cessione di Magneti Marelli permette proprio di rispondere a questa esigenza.

Quindi, anche Marchionne l’avrebbe avallata…

La questione è un po’ controversa. C’è chi dice di si e c’è chi dice invece che non l’avrebbe ceduta e che ne aveva in mente uno spin-off, anticipazione di una successiva quotazione in borsa. Io credo, anche, che Marchionne avesse un legame diverso con Magneti Marelli, perché sapeva bene che con quei motori ci aveva fatto la rivoluzione.

Manovra economica: “Stiamo diventando sempre meno credibili ed affidabili”. Intervista a Leonardo Becchetti

Con il declassamento di Moody per l’Italia la situazione economica si fa ancora più pesante. Una settimana davvero nera per l’economia italiana. Di questo parliamo con il prof. Leonardo Becchetti, Ordinario di Economia politica all’Università “Tor Vergata” di Roma

Di fronte ad una stroncatura della “manovra” da parte  di tutti gli enti competenti, dalla Banca d’Italia fino alla Commissione Europea, gli esponenti politici continuano ad affermare che la manovra è “molto bella” (???). E tutto questo avviene con uno spread alto. Dove nasce questa “incoscienza politica”? Sono dei kamikaze contro l’Unione Europea?
La critica verte sul fatto che con un deficit al 2,4% e non all’1,6% come proponeva all’inizio il ministro Tria molto difficilmente il rapporto debito/PIL non crescerà. Il governo ha ipotizzato effetti moltiplicativi molto elevati che difficilmente si realizzeranno con una manovra che punta su trasferimenti più che su stimolo agli investimenti. Si poteva fare tutto con più prudenza nspalmando l’intervento in più anni ma si è voluto forzare la mano. E il rischio che la fiducia nei nostri titoli venga meno soprattutto dopo il confronto con l’Europa e il probabile declassamento da parte delle società di rating è elevato. Si gioca purtroppo sul fatto che le competenze economiche in questo paese sono molto basse. E che gli italiani preferiscono portare a casa qualcosa (cinque anni in meno di lavoro ad esempio con quota 100) senza preoccuparsi delle conseguenze. Paradossalmente se è così si può fondare un partito che promette le baby pensioni a tutti e vincere le prossime elezioni. La maggioranza di fronte ai pericoli verso cui stiamo andando incontro è pronta a scaricare le colpe su qualcun altro. A cercare un nemico esterno se i problemi aumentano. Il Venezuela è precipitato in condizioni disastrose ma Chavez prima e Maduro poi hanno mantenuto il potere facendo leva sulla solidarietà popolare contro i “nemici esterni”. L’Italia sarà più matura del Venezuela o dell’Argentina ? Questo alla fine sarà un test sulla maturità del popolo italiano. Vedremo

Ieri sera l’agenzia Moody ha declassato l’Italia. Quali effetti negativi per la nostra economia?
Il rischio è un’ulteriore risalita dello spread all’apertura dei mercati. Il governo ora parla di possibilità di tornare indietro sul deficit ma il giudizio di Moody resterà per molto e ci porta un solo gradino sopra il rating spazzatura. Non è detto che le conseguenze siano particolarmente negative perché il declassamento di un gradino era in qualche modo atteso. Quello che è più preoccupante è che si è innescato un trend di deterioramento e che presto il paese rischia di essere preda della speculazione che si avventa sulla preda solo quando la stessa comincia ad essere in difficoltà. E noi ci siamo messi in difficoltà da soli.

Lei pensa che il vero obiettivo sia il famigerato “piano B”?
Ad alcuni nella maggioranza non dispiace la tattica del kamikaze. Diamo la colpa dei nostri limiti ai vincoli europei quando non c’è un paese dei 27 in questa situazione macroeconomica per l’Europa che si trovi nella nostra tempesta iniziata con l’arrivo di questo governo. Ci facciamo saltare in aria o minacciamo di farlo perché così faremo saltare in aria l’UE. In realtà l’Ue si scanserà e salteremo in aria solo noi. Speriamo che la ragionevolezza prevalga. Ho idea che alcuni più smaliziati ed esperti nella maggioranza di governo capiscano il rischio e vogliano consapevolmente correrlo. Altri proprio non capiscono e non hanno gli elementi per capire.

Quali potrebbero essere i danni economicI del “sovranismo”? 
Intanto ci arriva un conto anticipato di 3 miliardi in più di spesa per interessi per ogni 100 punti di spread per il solo effetto di annuncio della manovra. Si sta avverando la profezia Tria quando il ministro affermava che se avremmo superato l’1,6% di deficit le turbolenze si sarebbero rimangiate con l’aumento dello spread e della spesa per interessi le risorse stanziate. Se continuiamo su questa strada l’errore di confidare nella possibilità dell’autarchia finanziaria può portare il sistema al disastro.

Parlando ancora della sfida “sovranista” alla Unione Europea, quale potrebbe essere l’arma più efficace per contrastare l’ideologia isolazionista?
Bisogna spiegare che ci sono infinite vie per migliorare le nostre condizioni molto più sicure di quella che stiamo scegliendo. E che in un’economia globale profondamente integrata le filiere produttive e il sistema finanziario non consentono una soluzione autarchica. A pagare le conseguenze del naufragio in una nuova crisi finanziaria sarebbero come al solito soprattutto gli ultimi.

Veniamo alla “manovra”. Una manovra giocata tutta in deficit ,con la strabiliante promessa di favorire la crescita. Perché è fallacie il ragionamento? E’ una manovra alla Keynes o alla Cirino Pomicino?
Il cuore della manovra sono trasferimenti per pensioni e lotta alla povertà finanziati prevalentemente in deficit. Aumentando il carico fiscale sulle banche che sono l’anello più delicato e nevralgico del nostro paese. Per aspettarsi un alto moltiplicatore dalla manovra che stimolerebbe la crescita e consentirebbe di ripagare il deficit bisognava puntare di più sullo stimolo al sistema produttivo. Paghiamo una visione errata per la quale le banche sono nemiche del popolo mentre sono i nostri risparmi e le finanziatrici degli investimenti delle nostre imprese. In questa fase vivono una concorrenza molto dura, stanno riprendendosi dal problema dei prestiti in sofferenza e sono chiamate a requisiti di patrimonializzazione molto severi dai regolatori. Calcare la mano su di loro può essere pericoloso.

Come giudica il ritorno allo “statalismo”?
Il futuro va in un’altra direzione ed è quello della sussidiarietà e delle partnership pubblico-privato. Soprattutto in un paese come il nostro la strada migliore è un pubblico che fissa le regole e che stimola energie di privati e terzo settore. Pensiamo solo alla questione dei centri per l’impiego. Ci vorrà molto per renderli efficienti mentre l’incontro tra domanda ed offerta del mercato del lavoro è un’attività oggi svolta da molte società private. Maggiori sinergie con il privato profit e not for profit sarebbero importanti.

Però non bisogna dimenticare la realtà esplosiva dell’aumento della povertà e del disagio sociale. Su questo non si può chiudere gli occhi. Il governo risponde con il reddito di cittadinanza. Una misura che esiste in altri paesi d’Europa. Può bastare questo? Cosa si potrebbe fare per renderlo Efficace?  C’è una misura alternativa?
Il reddito di cittadinanza è una misura in vigore in molti paesi europei e auspicata anche da pensatori liberali come Hayek e Einaudi. Il problema è che per promuovere dignità e inclusione sociale bisogna essere molto efficienti nella selezione di chi è veramente bisognoso. E imporre condizionalità severe che fanno venir meno il beneficio in caso di mancata adesione al progetto di formazione o di rifiuto di offerte di lavoro. Molto importante anche la presa in carico da parte di realtà del territorio perché la povertà è anche un problema di carenza di relazioni. Sarebbe anche il caso di non ricominciare da capo solo per motivi ideologici rifacendo una cosa molto simile. Proseguire il REI del precedente governo rinforzandolo con più risorse sarebbe stata la via migliore.

Poi c’è la vicenda del condono fiscale. IL governo “dell’onestà “che promuove i condoni fiscali … Insopportabile questo…
Ogni condono nasce con la promessa non credibile che sarà l’ultimo e che d’ora in poi gli evasori saranno puniti. Poi arriva il condono successivo. Il problema dunque è duplice. Di equità verso chi ha pagato e di coerenza intertemporale. Molto meglio sarebbe mettere in pratica il principio “pagare meno pagare tutti” con una lotta severa all’evasione attraverso gli strumenti che oggi conosciamo (riduzione del contante, fattura elettronica anche per i consumatori con contrasto fiscale). Indirizzando automaticamente le risorse ricavate con la lotta all’evasione alla riduzione delle tasse. Se tutti pagassero le tasse ci sarebbe spazio per una loro riduzione circa del 20% .

Ultima domanda : E’ una manovra, da quello che si è capito, che non guarda al futuro. Le risorse sugli investimenti sono poche. Che Italia vuole “disegnare” la manovra?
Per fortuna alcune delle misure importanti del governo passato (superammortamento) restano. Ma lo stimolo agli investimenti è insufficiente. Anche se il governo si propone giustamente di semplificare le procedure per l’utlilizzo di quei 150 miliardi stanziati per investimenti pubblici e ancora bloccati. Sarebbe la parte migliore di questa manovra totalmente sovrastata nell’agenda della comunicazione da altre questioni. Anche questo contribuisce ad aggravare il quadro e a peggiorare la nostra reputazione sui mercati. Stiamo diventando sempre meno credibili ed affidabili man mano che il tempo passa ed è questa la questione più grave.

IL FUTURO DEL MANUFACTURING IN ITALIA

 

La lentezza con cui il governo si sta muovendo su un caso come Ilva, così strategico e determinante per il nostro sistema industriale, ci chiede di riflettere sul nostro futuro: l’Italia avrà ancora la forza di restare tra i paesi più industrializzati del mondo? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-in e coordinatore del progetto Think-industry4.0.

Sabella, a che punto siamo in Italia col piano industria4.0?
Abbiamo sicuramente indicatori che ci dicono che c’è un segmento virtuoso di imprese in Italia che si sta allargando: innanzitutto, la stima prudenziale del pil 2018 è +1,5% e quella potenziale +2%. Considerando che nel 2017 siamo cresciuti del +1,5%, la previsione più ottimista fa ben sperare.

È possibile dare una dimensione a questo segmento virtuoso?
Diciamo che incrociando le informazioni che arrivano dai sindacati e da una recente ricerca del Politecnico di Milano, circa il 50% del nostro sistema produttivo si rivela sensibile all’innovazione. Solo un anno fa questo segmento di imprese era dato al 30%, quindi oggi possiamo dire che si è allargato. E che, quindi, il piano industria4.0 sta funzionando. E questo è interessante, anche se poi c’è l’altro 50%…

Appunto. Cosa ne è di questo 50% di imprese non definibile virtuoso?
La maggior parte sono aziende di piccole dimensioni, che non riescono a lavorare sull’innovazione e sulla crescita della loro produttività. Altre sono aziende viziate da una delle caratteristiche di fondo del nostro sistema produttivo, in cui la gestione spesso passa di padre in figlio e laddove altrettanto di frequente subentrano figli che non hanno le competenze dei padri. E qui iniziano processi involutivi che frenano innovazione e competitività delle imprese.

A proposito della produttività del lavoro, da sempre tasto dolente del nostro sistema imprese, a che punto siamo e quali vie d’uscita?
Vero, questo è da sempre il nostro tasto dolente. Va detto però che le recenti rilevazioni del ministero del Lavoro sulla produttività, per effetto del piano industria4.0, ci parlano di un +0,9% nel 2017. Negli ultimi 15 anni, la produttività è cresciuta mediamente del +0,3% (fonte Istat) mentre media Ue +1,6%, area euro +1,3% Francia +1,6%, Germania +1,5%, Regno Unito +1,5%, Spagna +0,6%. Quindi, anche in questo caso è utile guardare con un po’ di ottimismo alla crescita della nostra impresa e, conseguentemente, della nostra economia.

Sono in molti però a dire che l’innovazione digitale più che creare posti di lavoro li rende superflui…
Il fenomeno della distruzione di lavoro esiste, ed è quello che fa notizia. Tutti i giorni ormai leggiamo di imprese che siccome automatizzano aspetti della produzione lasciano a casa delle persone. Però si omette di ricordare che, allo stesso tempo, l’innovazione crea lavoro e che i paesi che più vi hanno investito (es. Germania, GB, USA…) sono proprio quelli dove si creano nuovi lavori. Tuttavia, anche in Italia, registriamo trend interessanti: la Confindustria, anche in questo caso per effetto del piano industria4.0, ha recentemente comunicato che da qui a 5 anni si ricercano 280.000 nuovi innesti soltanto nei settori cardine, vale a dire la meccanica, l’agroalimentare, la chimica, la moda e l’Ict. L’innovazione delle imprese cresce e con essa il numero di nuovi posti di lavoro. Il saldo, nel medio termine, sarà certamente positivo.

Qual è il ruolo del sindacato in questo processo di innovazione d’impresa?
È difficile avere numeri precisi, ma possiamo dire che da tempo si registra una crescita progressiva della contrattazione aziendale. Ciò avviene in quel segmento virtuoso di imprese (o almeno in buona parte di esso) di cui parlavamo prima, anche perché facilmente, nelle organizzazioni complesse, le riorganizzazioni del lavoro passano dagli accordi sindacali. In sintesi, le rappresentanze del lavoro sempre più avranno un ruolo importante nella gestione della trasformazione dei processi in azienda.

Il governo Lega-M5S che intenzioni ha su questo versante? L’attuale Ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, non pare avere le idee molto chiare su Ilva per esempio, il che la dice lunga…
Salvini ha più volte detto che Ilva va rilanciata. Io non penso che Di Maio sia dell’idea diversa, il problema è che il M5S intercetta molto del malcontento che al Sud si pone in senso anti-industriale. Quindi, il Ministro dello sviluppo economico – pur sapendo che lo sviluppo economico non è chiudere Ilva – qualche problema lo ha nella vicenda Ilva e quindi non procede speditamente come, per esempio, il suo precedessore, più vicino invece agli ambienti dell’industria. Il punto vero è che, però, i nostri competitor si muovono ad un’altra velocità e, quindi, la domanda sul futuro del nostro manufacturing resta aperta.

FABBRICA INTELLIGENTE E SINDACATO. LA SFIDA DEL DIGITALE. Intervista a Giuseppe Sabella             

Come sta andando il nostro Paese in relazione al piano Industria4.0? La domanda è importante perché tutti gli Stati membri della UE hanno l’innovazione dell’impresa al centro della loro agenda politica, tanto che il termine Industry4.0 – che sta appunto a indicare la quarta rivoluzione industriale – pur essendo stato coniato in Germania è stato adottato da tutta l’Europa. Ne parliamo con Giuseppe Sabella – direttore di Think-in e coordinatore del progetto Think-industry4.0 – che in questi giorni ha pubblicato per Cantagalli Editore il suo nuovo saggio  dedicato all’industria4.0: “Fabbrica intelligente: la persona al centro, anche l’ambiente”.

Sabella,come si sta comportando il nostro sistema produttivo dinnanzi alla trasformazione dell’economia e del lavoro?

Al di là del fatto che in Italia abbiamo poche industrie e che prevalentemente il nostro sistema è a trazione della PMI, mi piace molto la parola “industria” perché in latino questa significa “attività”. E, quindi, ciò si sposa bene con ciò che è richiesto a tutti gli stakeholder: una nuova attività. Da qui il nome della collana dell’Editore Cantagalli (nova industria) che accoglie questo mio nuovo lavoro. Venendo alla domanda, io penso che cominciamo ad avere degli indicatori che ci autorizzano a pensare che l’Italia possa tornare a pieno titolo nell’alveo delle grandi potenze economiche e industriali del mondo.

E quali sono questi indicatori?

Sono diversi. Innanzitutto, il dato sulla produttività del lavoro mi pare molto significativo: +0,9% nel 2017. Consideriamo che negli ultimi 15 anni – fonte Istat – la produttività del lavoro è aumentata ad un tasso medio annuo dello 0,3% risultando decisamente inferiore alla media Ue (+1,6%) e all’area euro (+1,3%), anche le se nostre grandi imprese, e anche molte di quelle con più di 50 dipendenti, sono in linea con le concorrenti tedesche, francesi e inglesi. Tassi di crescita in linea con la media europea sono stati registrati per Francia (+1,6%), Germania (+1,5%) e Regno Unito (+1,5%). In Spagna il tasso di crescita (+0,6%) è stato più basso della media europea ma più alto di quello italiano. Da questo punto di vista, le recenti rilevazioni del Ministero del Lavoro sono incoraggianti: la produttività del lavoro è infatti un indicatore importantissimo.

Lei ritiene che siamo già in presenza di ricadute occupazionali?

Al di là delle positive variazioni sulle rilevazioni periodiche di Istat, ricorderei che proprio in questi giorni, la Confindustria ha comunicato che per effetto del piano industria4.0 da qui a 5 anni si ricercano 280.000 nuovi innesti. È chiaro che il profilo ideale è quello del nativo digitale con manodopera qualificata visti i requisiti: flessibilità, cultura digitale, attitudine al cambiamento. L’indagine svolta dalla Confindustria ha preso in esame cinque settori cardine per l’Italia, vale a dire la meccanica, l’agroalimentare, la chimica, la moda e l’Ict. Si tratta di una stima di fabbisogno occupazionale che tiene conto del saldo tra pensionamenti e diplomati dagli istituti tecnici e che se soddisfatto porterebbe il livello della disoccupazione al di sotto del 10%. Complici i forti incentivi fiscali del piano industria4.0, nell’ultimo anno le aziende hanno investito molto per rinnovare i loro impianti e adeguarsi alla trasformazione ma ora rischiano di non trovare le persone necessarie a farli funzionare.

Questo ci dice anche che il digitale, come afferma qualcuno, non è la fine del lavoro…

Il digitale è ciò che è stata la macchina a vapore dell’800: il lavoro non è finito, si è trasformato. Ed è ciò che sta avvenendo oggi. I Paesi che vanno meglio sono proprio quelli che stanno accompagnando questa trasformazione, ma l’Italia si sta ben comportando anche per merito del sindacato: laddove c’è innovazione, dove si applica il piano industria4.0, dove c’è crescita ci sono accordi di secondo livello. Questo ci dà un’indicazione di quale sia il ruolo attivo di chi contratta. Si stima, inoltre, che questo segmento di imprese valga il 35% del sistema produttivo. Il punto è cosa succede dell’altro 65%…

Già, cosa si può fare per questo 65% di imprese?

È evidente che una volta per tutte bisogna prendere atto che una grossa fetta del nostro sistema è poco recettivo all’innovazione. È sempre stato così, c’è una grossa fetta di mercato casalingo – si tratta prevalentemente di piccole imprese – che tuttavia resiste, e in molti casi occupa persone. Io penso che questo sistema di imprese, non solo vada avvicinato all’innovazione (probabilmente nemmeno sono a conoscenza del piano industria4.0), ma vada alleggerito. Mi spiego meglio: sono tutte piccole imprese che resistono lottando per la sopravvivenza, in molti casi tuttavia hanno anche un buon mercato ma soffrono moltissimo il peso e i costi di fisco e burocrazia. Su questo non si può far finta di nulla. Riforma fiscale e semplificazione sono ciò che attendiamo da troppo tempo. Senza contare che, per esempio, il taglio del cuneo fiscale significa aiutare imprese e lavoratori; e generare effetti virtuosi sulla domanda interna e, quindi, sul pil.

In particolare quella fiscale, secondo lei è una riforma possibile?

Non vedo perché se l’ha fatta la Spagna, non può farla l’Italia. Nel 2014 Mariano Rajoy tagliava di 5 punti i costi sul reddito da lavoro: il costo della riforma fiscale per le casse dello Stato è stato poi ripagato in due anni dall’aumento di consumi e livelli occupazionali. L’Europa, come già successo nel caso spagnolo, permette di sforare il tetto del 3% del deficit; chiede, però, di impegnarsi con riforme strutturali e, soprattutto, controllo della spesa. Quest’ultimo punto è drammaticamente ciò che i partiti tutti hanno paura di fare. Vedremo cosa succederà in questa legislatura che, comunque, sappiamo essere molto complicata.

Un’ultima domanda: perché, come dice nel suo nuovo libro che ha a tema l’industria4.0, “la persona al centro, anche l’ambiente”?

Perché la grande sfida che abbiamo davanti non è solo di rendere la fabbrica – metafora del luogo di lavoro – più digitale, ma anche più sicura (continuano ad essere troppe le morti sul lavoro) e più sostenibile: in particolare, più a misura d’uomo. Finalmente iniziamo a sondare la possibilità di un’economia che non vesta solo di verde, ma che si interessi concretamente della dimensione ambientale della vita umana. È il grande richiamo di Francesco alla “Casa comune”, ed è un appello che faremmo bene a non eludere.

Un futuro di galleggiamento per l’Italia? Intervista ad Alan Friedman

(Marilla Sicilia/LaPresse)

Siamo agli sgoccioli della campagna elettorale. Per molti osservatori politici è stata una delle peggiori. In questi giorni le forze politiche stanno puntando tutto il loro sforzo propagandistico verso gli “indecisi”. Tutto si giocherà in quel campo. Quali saranno le possibili prospettive politiche ed economiche per l’Italia dopo il voto di domenica prossima?

Ne parliamo, in questa intervista, con Alan Friedman, prestigioso giornalista statunitense esperto di economia, politica ed editorialista del “Wall Street Journal”. Friedman è autore di numerosi saggi. L’ultimo suo saggio, edito dalla casa editrice Newton Compton, “Dieci cose da sapere sull’Economia italiana prima che sia troppo tardi” è appena uscito nelle librerie. Dal libro partiamo per alcune riflessioni. 

Friedman, lei nel suo libro, che ho trovato stimolante non solo sul piano dell’economia ma anche su quello della politica, ha un titolo molto indicativo: “Dieci cose da sapere sull’economia italiana prima che sia troppo tardi”, alla fine del libro prevede, nell’immediato, un “rischio di galleggiamento”. Le chiedo, proprio alla vigilia del voto, alla fine ormai della campagna elettorale, perché vede questo rischio? 

Questo libro spiega che anche dopo il voto del 4 marzo il vero rischio per l’Italia è l’instabilità politica un governo di transizione e il “rischio di galleggiare”, nel senso che un governo, che si chiami governo del presidente o governo delle larghe intese non importa come si definisce, non è un governo che può fare importanti riforme dell’economia, ma è un governo che può fare il minimo indispensabile, che vuol dire la legge finanziaria e una nuova legge elettorale. Per me il rischio è che, se non c’è un risultato chiaro dopo il 4 marzo, l’Italia rischia che l’economia galleggi finché la politica non si risolve.

Nel libro vengono analizzate alcune proposte programmatiche delle forze politiche in competizione. E il bilancio che lei fa, dati alla mano, è desolante: sono proposte da libri dei sogni. Irrealizzabili per i costi eccessivi per un paese indebitato come l’Italia. Le chiedo: qual è la più “incredibile” delle proposte, secondo lei, e quella che forse può essere definita “realistica”?

La proposta più assurda è sicuramente quella di Salvini che dice di abolire la riforma Fornero. Bisogna parlarci chiaro, non nasconderci dietro un dito, la riforma Fornero fu necessaria per l’invecchiamento del paese, il meccanismo di innalzamento dell’età pensionabile è necessario. Chi parla di abolire la riforma Fornero rischia di portare il sistema di previdenza in bancarotta, e quindi è demagogia, populismo. Un’altra proposta assurda è la flat tax, perché porta benefici soprattutto a chi guadagna più di 75.000 euro, ai benestanti e ai ricchi e non sarebbe equità sociale. La proposta più ragionevole è invece difficile da individuare, perché sono poche ragionevoli, al momento se dovessi giudicare non avrei valutazioni positive. Questa è una delle peggiori campagne elettorali. 

Cosa pensa della proposta, fatta da “Liberi e Uguali”, di abolire le tasse universitarie?

Io credo che quella delle tasse universitarie sia l’ennesima proposta che manca di una copertura; sarebbe bello, ma non è la soluzione. l’Italia deve portare avanti la crescita, creando lavoro, migliorando la produttività. 

Allora torniamo al “Sistema Italia”. Quando parla del lavoro, delle strade possibili  per aumentare la crescita, lei giustamente afferma che il problema più importante, che ci rende meno competitivi come Paese, è la bassa produttività. E questo è un punto nevralgico. La sua “ricetta” qual è?

Io credo che è molto importante dare alle piccole imprese più flessibilità di contratti, premi salari, più meritocrazia, così i lavoratori che sono più bravi sono premiati.

Sul lavoro lei dà un giudizio positivo al “Job act”, anzi si augura che sia completato da ulteriori passaggi. Quali potrebbero essere questi “completamenti”?

Allargare lo sgravio fiscale e gli incentivi che permettono più detassazione, più riduzione dei costi del lavoro per chi assume. 

Lei sostiene il superamento del contratto nazionale di lavoro. Non è pericoloso questo?

Per le grandi aziende, come i metalmeccanici, vanno bene i contratti collettivi; io parlo delle piccole imprese, con meno di 15 dipendenti.

Una parola sulla questione dell’articolo 18. Ma davvero questo articolo è un problema per il buon andamento aziendale? 

Non ho mai visto la questione dell’articolo 18 come una questione di grande importanza, ma sicuramente è un simbolo emotivo e politico dei lavoratori che è stato contestato, anche se secondo me riguarda poche persone e non è decisivo nell’economia italiana. 

Il suo libro tratta di molte altre questioni: dalle tasse alle pensioni, fino all’Europa. Allora le chiedo qual è la risorsa migliore che possiede l’Italia sulla quale fare affidamento per una possibile rinascita?

Le risorse naturali dell’Italia sono la fantasia e l’energia degli italiani. La grande energia degli imprenditori italiani che vanno nel mondo, che hanno coraggio, che lavorano sodo, ci sono tanti bravi imprenditori in Italia e dovrebbero fare più squadra. 

Ultima domanda: Chi Salverà l’Italia?

Gli stessi italiani. Io credo che gli italiani meritino una classe politica migliore, io ho fiducia nel popolo italiano, se gli italiani non decidono di votare un governo forte allora la politica sarà lo specchio degli italiani.