La Grecia verso il default?
Intervista a Vladimiro Giacché

 

Continua senza sosta la corsa del governo greco per evitare il default del Paese. Ci riuscirà? Ne parliamo, in questa intervista, con Vladimiro Giacché. Giacché è un economista laureato e perfezionato alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Professione: Dirigente nel settore finanziario. E’ presidente del Consiglio di Amministrazione del Centro Europa Ricerche di Roma.

Negli ultimi anni ha pubblicato La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (DeriveApprodi, 2011), Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato (Aliberti 2012) e ha curato e tradotto Karl Marx, Il capitalismo e la crisi (DeriveApprodi 2009, rist. 2010). L’ultima sua fatica è : Anschluss. L ‘annessione (imprimatur Editore).È editorialista de Il Fatto Quotidiano. Suoi saggi sono usciti su numerose riviste italiane e straniere.

Giacché, le parole del ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, tornano a spaventare l’eurozona. Per il ministro, infatti, la Grecia ha in cassa circa due miliardi di euro. Troppo pochi per pagare i rimborsi del FMI. Insomma siamo agli sgoccioli. Default inevitabile?

Da mesi ormai assistiamo a uno stillicidio di notizie sulla situazione del debito greco: la scadenze di pagamento si susseguono, e anche se finora sono state onorate dal governo Tsipras, sembra certo che entro giugno (e forse già molto prima) questo non sarà più possibile. Quanto al default bisogna intendersi sul significato dei termini: in questi anni ci sono stati diversi default che sono stati semplicemente chiamati in un altro modo. Io infatti posso non onorare un debito in diversi modi: non ripagandolo (in tutto o in parte) oppure allungando le scadenze di pagamento (come nel caso greco è già successo). In realtà tra le due cose concettualmente non c’è alcuna differenza. Anche per questo, anziché impiccarsi alle parole, è bene andare alla sostanza. E la sostanza è che il debito greco non è ripagabile. È questa la realtà con cui l’establishment europeo non vuole fare i conti.

Le parole molto preoccupate di Mario Draghi, presidente della BCE, che pur affermando che di fronte ad un default greco “siamo più equipaggiati rispetto al 2010 e 2012” ha ammesso, però, che ci troveremmo in “acque inesplorate”. Insomma c’è di che preoccuparsi. Secondo lei cosa intende dire Draghi con queste parole?

Draghi qui dice una cosa giusta: il default greco aprirebbe scenari che nessuno oggi è in grado di prevedere. È un punto importante di differenza rispetto, ad esempio, ai governanti tedeschi (e in particolare a Schäuble), che – non saprei se per tattica o per irresponsabilità – stanno lasciando credere alla loro opinione pubblica che un “grexit” non sarebbe un problema. La verità è quella che ha detto Draghi: per quanto la Grecia sia un piccolo Stato, per quanto il suo prodotto interno lordo si aggiri intorno al 2 per cento del pil totale dell’eurozona, l’uscita della Grecia dall’euro avrebbe conseguenze potenzialmente incontrollabili.

Indiscrezioni giornalistiche affermano che nell’Eurotower si stanno mettendo a punto misure, per non far saltare il sistema creditizio , “non convenzionali”: si parla di questa valuta parallela “Iou” (una sorta di “pagherò”). Sono sufficienti questi tecnicismi finanziari?

È probabile che si stiano approntando misure di emergenza. Ma è dubbio che queste misure rendano meno “inesplorate” le “acque” di cui parla Draghi. Il problema non è di ordine quantitativo: l’uscita della Grecia dall’euro, e già una doppia circolazione monetaria (come quella rappresentata dall’uso di “Iou”), infatti, comporterebbe un radicale mutamento di scenario. Di colpo si dovrebbe affiancare alla moneta comune qualcosa di molto simile a un’altra moneta, e – nel caso più estremo – ciò che era ritenuto impossibile e addirittura impensabile (ossia che uno dei Paesi membri abbandoni la moneta unica) diventerebbe realtà. Sarebbe la fine di un tabù – quello dell’intangibilità dell’euro – che ci ha accompagnato in tutti questi anni, diventando per molti una certezza incrollabile come le verità di fede. Una certezza che è lecito revocare in dubbio, se si pensa che nel solo Novecento non meno di 70 unioni monetarie si sono dissolte. Il problema è che l’eternità (e in ambito umano è meglio parlare di “durata”) di un’istituzione, cosi come di un accordo monetario, non può fondarsi sulla convinzione della sua “irreversibilità”. Può fondarsi soltanto sul fatto di funzionare bene. Un’istituzione disfunzionale e una moneta disfunzionale prima o poi lasceranno il posto a qualcosa di diverso.

Secondo lei quanto è alto il rischio di “contagio” per il nostro Paese?

Ho letto in questi giorni diversi commenti tranquillizzanti a questo riguardo. Devo dire che non li condivido, e devo dire che a volte ascoltando certi commentatori mi è parso che con quelle rassicurazioni volessero in realtà esorcizzare le proprie paure. Il rischio di contagio lo leggiamo nello spread tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi di pari durata. È senz’altro vero che esso è ancora contenuto, ma è altrettanto incontestabile che in poche settimane è cresciuto di 50 punti base. Segno che il nervosismo è palpabile. E che ci sono Stati, come l’Italia e la Spagna, sui quali le tensioni che interessano i titoli di Stato greci si ripercuotono più facilmente. E non perché siano stati particolarmente pigri nell’attuare le famose “riforme strutturali”: ma perché la percezione dei mercati è che un’Europa incapace di gestire il caso greco sarebbe a maggior ragione impotente nel gestire una crisi in Spagna o in Italia, viste le ben diverse dimensioni di queste economie e del rispettivo debito.

La crisi greca ha avuto costi sociali enormi in quel Paese. Da un lato c’è la responsabilità dei precedenti governi, quelli prima di Tsipras, e dall’altro, certamente, della UE con le sua politica di austerità. Resta il punto: i creditori (FMI e UE) vogliono che la Grecia sia credibile nella sua “road map” per uscire dalla crisi. Se dovesse dare un consiglio ai leader greci quale darebbe?

Di non seguire i cattivi consigli che Fondo Monetario e Unione Europea continuano a dar loro. Sulla strada dell’austerity, che ha già fatto precipitare il prodotto interno lordo greco di 26 punti percentuali (quasi un record in tempo di pace), non c’è alcuna ripresa e non c’è alcuna possibilità di rendere meno gravoso il fardello del debito. È vero il contrario, e gli anni passati lo dimostrano. Già anni fa l’ufficio studi della banca centrale irlandese ha dimostrato che la Grecia aveva fatto “i compiti a casa” che le venivano impartiti. I risultati sono però stati contrari a quanto sperato. E non per caso: quei compiti hanno mandato alle stelle la disoccupazione, fatto crollare i consumi e quindi distrutto la domanda interna e il prodotto interno lordo. E siccome il rapporto debito/pil è per l’appunto un rapporto, essendo crollato il denominatore di questa frazione (il pil), il numeratore (il debito) è cresciuto e diventato ancora più insostenibile.

Per la Grecia si parla, smentiti da Varoufakis, di aiuti Russi e Cinesi. Non c’è il rischio di complicare ulteriormente la situazione?

Io credo che la Grecia abbia tutto l’interesse ad aumentare il numero dei propri interlocutori, soprattutto se si considera il trattamento che ha ricevuto da quelli che dovevano essere i suoi interlocutori privilegiati, ossia gli Stati dell’Unione Europea e in particolare dell’Eurozona. Qui qualcuno potrebbe obiettare: “ma perbacco, l’Unione Europea ha salvato la Grecia prestandole un mucchio di soldi dal 2010 in poi!”. La verità è un po’ diversa: in realtà quei soldi prestati alla Grecia sono serviti a salvare non il paese ellenico, ma i suoi creditori privati, ossia le banche francesi e tedesche. Queste banche hanno infatti potuto riportare a casa i soldi che avevano prestato alla Grecia precisamente perché c’era qualcun altro che comprava i titoli di Stato greci in loro possesso: ossia il Fondo Salva-Stati dell’Unione Europea, la BCE e il Fondo Monetario Internazionale. L’errore che è stato fatto allora (se vogliamo chiamarlo così) è stato duplice: da un lato si sono fatti altri prestiti alla Grecia senza però tagliare il valore dei crediti vantati dai creditori (crediti che quindi sono semplicemente passati di mano, e sono rimasti inesigibili come erano prima), dall’altro questi nuovi crediti concessi sono stati condizionati a politiche che si sono dimostrate fallimentari e controproducenti, mettendo in ginocchio l’economia greca. In questo modo si è caricato tutto il peso dell’aggiustamento sul debitore, senza chiedere alcun sacrificio ai creditori privati della Grecia, e proprio per questo si è resa la situazione senza via d’uscita.
Oggi l’assoluta sordità dell’Europa alle richieste dei Greci di farla finita con quelle politiche fallimentari è precisamente ciò che spinge il governo greco a cercare nuovi interlocutori. E mi sembra davvero bizzarro l’atteggiamento di chi non ti vuole prestare aiuto, e al tempo stesso ti minaccia se provi a cercare aiuto altrove. Poi è chiaro che la faccenda si complica perché in gioco entrano variabili geopolitiche e anche militari (la Grecia è un tassello importante nel sistema della NATO), ma forse bisognava pensarci prima.

Parliamo di UE. Certo è che la dottrina dell’austerity tedesca, quella dei falchi della Bundesbank e del ministro Schauble, ha fatto molto male all’Europa. Paul Krugman, in un articolo sul New York Times, afferma, con toni ironici nei confronti dei teorici del “pensiero unico” liberista, “che se avessimo continuato ad aderire alla macroeconomia dei vecchi tempi staremmo di gran lunga meglio”. Insomma la via dell’Europa è di nuovo Keynes?

È quella del buon senso e di chi sa imparare dagli errori del passato. La cosa più impressionante in tutta questa vicenda è che la cabina di comando europea ha ripetuto errori di policy che già negli anni Trenta erano costati molto cari: la crisi non si combatte con politiche deflazionistiche, e tantomeno si combatte con politiche deflazionistiche attuate contemporaneamente in tutti i Paesi di un’area economica fortemente integrata. Ma precisamente questo è quello che è stato fatto. Le somiglianze con la fine del gold standard, negli anni Trenta del secolo scorso, sono impressionanti. E anche inquietanti, visto quello che avvenne dopo.

Ultima domanda: come giudica il “quantitative easing”?

Tardivo e insufficiente. Tardivo, perché la Bce ha atteso molto, troppo tempo prima di intervenire: da oltre due anni, infatti, l’inflazione dell’eurozona si trova sotto il limite stabilito dallo Statuto della Bce. Insufficiente a rilanciare l’economia, perché gli effetti benefici della liquidità immessa nel sistema dalla Banca centrale europea per acquistare (anche) titoli di Stato sono destinati a farsi sentire quasi esclusivamente a livello finanziario: dando una boccata d’ossigeno alle banche e creando una bolla speculativa sia sul mercato azionario che su quello dei titoli di debito, ma senza produrre effetti degni di nota sul credito alle famiglie e – soprattutto – alle imprese. E infatti già si parla di una bad bank da pagare con denaro pubblico per far ripartire il credito alle imprese da parte delle banche italiane. Se si pensa che negli anni Novanta abbiamo privatizzato tutte le banche pubbliche nella convinzione che il privato fosse in grado di fare meglio il credito alle imprese pesando meno sullo Stato, la situazione odierna appare il peggiore dei mondi possibili: una restrizione formidabile del credito alle imprese e un suo rilancio possibile soltanto con fondi pubblici. Non sarà il “quantitative easing” a risolvere questo genere di problemi.

IL “PARTITO UNICO” DELLA FINANZA. INTERVISTA AD ANDREA BARANES

Andrea Baranes (www.emi.it)

Andrea Baranes (www.emi.it)

Quanto è forte il “partito unico” della Finanza? Quali le misure per contrastare il suo strapotere?
Ne parliamo con Andrea Baranes, Presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica, della Rete Banca Etica. Una voce autenticamente fuori dal coro del “pensiero unico” di questi anni.

Baranes, siamo, ormai da troppi anni, immersi a livello mondiale nel “partito unico” della finanza. Nonostante la crisi che ha colpito il pianeta , questo “partito” è sempre più forte, tanto che un economista francese, Thomas Piketty, afferma che siamo come aI tempi di Marx in cui “l’economia è soffocata dal denaro”. Per lei siamo davvero a questo punto?

Per capire la forza del sistema finanziario, basta vedere cosa è successo negli ultimi anni. Nel 2007 la finanza privata provoca una crisi senza precedenti nella storia recente, e solo giganteschi piani di salvataggio pubblici evitano un completo collasso. Salvataggi che arrivano senza nessuna condizione: un assegno in bianco da migliaia di miliardi di dollari e di euro.
Oggi però è la stessa finanza pubblica, in difficoltà proprio a causa degli impatti della crisi, a essere sotto accusa mentre quella privata è ripartita come e peggio di prima. Nelle parole di Luciano Gallino, “Il paradosso è che la crisi, fino all’inizio del 2010, è stata una crisi delle banche. Poi è iniziata una straordinaria operazione di marketing: si è fatta passare l’idea che il problema fossero i debiti pubblici degli stati”. Al culmine del paradosso, oggi siamo costretti ad accettare i piani di austerità perché dobbiamo “restituire fiducia ai mercati”. La finanza privata che ha provocato la crisi detta le regole e impone sacrifici a Stati e cittadini che l’hanno subita. L’obiettivo dei governi non è il benessere delle persone, ma tenere sotto controllo lo spread. E’ in questo incredibile rapporto di forze tra finanza e politica che si può parlare di un “partito unico della finanza”.

Tra le conseguenze di questo predominio c’è la crescita a livello planetario della diseguaglianza. Quanto è cresciuta la diseguaglianza in questi anni nell’Occidente?

La disuguaglianza è cresciuta enormemente, almeno su due diversi piani. Uno è la differenza di reddito e ricchezza tra diverse fasce di popolazione. Tutte le statistiche confermano come, dal 2007 a oggi, tali differenze siano progressivamente aumentate, ovvero come il peso della crisi sia stato scaricato sui più poveri, mentre chi era in posizione di forza ha subito molto meno gli impatti, o addirittura ha guadagnato ulteriormente.
C’è però anche un’ulteriore disuguaglianza, forse ancora più preoccupante. Grazie all’assegno in bianco e alla continua liquidità immessa per tenere in piedi il sistema finanziario, questo è ripartito come se nulla fosse successo: gli indici di Borsa hanno superato i livelli pre-crisi, il mercato dei derivati segna nuovi record, i manager della City e di Wall Street si gratificano con bonus miliardari. L’aspetto peggiore non è nella pur inaccettabile ingiustizia sociale. L’economia reale rimane al palo, mentre la finanza continua a crescere: questa è la definizione stessa di una nuova bolla finanziaria. Se tale bolla dovesse scoppiare, chi ne pagherà le conseguenze? Quali Stati potrebbero mettere in campo nuovi piani di salvataggio? E ci verranno a dire un’altra volta che dobbiamo accettare sacrifici e pagare il conto?

Quali sono i “protagonisti” assoluti di questo “partito unico” della Finanza?

I protagonisti sono relativamente pochi. Alcuni conglomerati bancari, grandi fondi pensione e di investimento, che detengono parti sempre più consistenti della ricchezza mondiale. Per fare solo un esempio, negli USA cinque banche controllano oltre il 90% dei derivati. In Europa la situazione non è molto diversa. Una questione su cui riflettere è che in buona parte i soldi che circolano negli ingranaggi della speculazione sono, in ultima analisi, i nostri. Quando apriamo un conto corrente, o affidiamo i nostri risparmi a un gestore finanziario, o ancora sottoscriviamo un’assicurazione o aderiamo a u fondo pensione, ci domandiamo che fine fanno i nostri soldi? Stanno finanziando l’economia “reale” o finiscono in attività speculative e rischiose? In altri termini, quanto oltre che vittime siamo complici inconsapevoli dell’attuale sistema?

Si dice che è la politica l’unica arma di contrasto al “partito unico”. A ben guardare, però, è evidente la debolezza della politica. Quali possono essere gli strumenti politici per ripristinare un “primato” del bene comune rispetto alla speculazione?

In questo momento, effettivamente la politica appare estremamente debole. La gran parte delle proposte e delle soluzioni per chiudere questo casinò finanziario sono note da anni, a volte da decenni. Il problema non è nella difficoltà tecnica di adottare alcune regole, è nella volontà politica. Dalla tassa sulle transazioni finanziarie alla separazione tra banche commerciali e banche di investimento, dal controllo dei derivati a una maggiore trasparenza su specifici strumenti e intermediari, sappiamo cosa andrebbe fatto. Uno dei problemi è anche nell’inaccettabile peso delle lobby finanziarie e nella mancanza di una “contro-lobby” da parte di cittadini e società civile su questi temi. Per questo occorre partire da una formazione e informazione del pubblico sulle questioni finanziarie, e da campagne di pressione per chiedere l’adozione di alcune regole in grado di riportare la finanza a essere uno strumento al servizio dell’economia e non un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi.

L’Europa può costituire un antidoto al potere del “partito unico”?

L’Europa potrebbe e dovrebbe fare da capofila su molte delle questioni accennate in precedenza mentre fino a oggi l’attenzione si è concentrata su debito e finanza pubblica. Se solo una parte dell’impegno messo per imporre fiscal compact, sacrifici e austerità ai Paesi fosse stato impiegato per regolamentare il sistema finanziario responsabile della crisi, probabilmente oggi la situazione sarebbe nettamente migliore. Su molti punti, al contrario, l’UE è persino più indietro degli USA e rappresenta di fatto uno degli ultimi baluardi della deregolamentazione finanziaria. Pensiamo al tema della separazione tra banche commerciali e di investimento. L’Amministrazione Obama l’ha approvata recentemente. In Europa, malgrado dei rapporti commissionati dalle stesse istituzioni europee riconoscano come si tratti di una misura fondamentale per evitare il ripetere di disastri come quelli vissuti negli ultimi anni, si va ancora avanti con il freno a mano tirato. La speranza è che le istituzioni che si insedieranno dopo le elezioni di maggio siano in grado di invertire la rotta.

Quali possono essere gli strumenti finanziari per tentare una inversione di tendenza allo strapotere del “partito unico”? Vede dei segnali di cambiamento?

Qualche segnale c’è, alcune cose sono state fatte, ma è ancora troppo poco e soprattutto in materia di regolamentazione finanziaria si procede con una lentezza esasperante rispetto ai tempi con i quali l’ingegneria finanziaria è in grado di studiare sempre nuove soluzioni e stratagemmi per eludere le regole esistenti. Per cambiare rotta occorre agire secondo due direzioni. Una, per cosi dire “dall’alto” è quella accennata in precedenza: poche regole per chiudere una volta per tutte il casinò finanziario che ci ha trascinato nella crisi. Nello stesso momento occorre agire “dal basso”, con una riflessione sull’uso dei nostri soldi. Anche se i nostri risparmi sono una goccia nell’oceano della finanza, i depositi sui conti correnti e le somme affidate ad assicurazioni, gestori finanziari, fondi pensione e di investimento, da milioni e milioni di risparmiatori e clienti, alla fine costituiscono buona parte della benzina che alimenta la finanza e oggi le manovra speculative. Abbiamo il diritto e per molti versi il dovere di esigere una piena trasparenza sull’uso del nostro denaro e di pretendere che questo sia impiegato nell’economia reale, per la creazione di posti di lavoro e non per finalità che non solo non hanno alcuna utilità sociale, ma esasperano instabilità e volatilità.

Ultima domanda: Come sta andando l’esperienza di Banca Etica?

Banca Etica sta andando benissimo. E’ una banca “normale”, che realizza tutte le operazioni degli altri istituti di credito, ma con alcune particolarità fondamentali. Una tra tutte, è l’unica in Italia a pubblicare sul proprio sito l’elenco completo dei finanziamenti erogati alle persone giuridiche, con il dettaglio dell’importo, del nominativo e altre caratteristiche del prestito. Un modo per garantire la completa trasparenza sui finanziamenti, che vanno unicamente ad alcuni settori ben definiti e con ricadute positive sulla società e l’ambiente: dalla cooperazione internazionale alle energie rinnovabili, dal sociale alla cultura ad altre ancora. Anche grazie alla completa trasparenza, alla fiducia tra richiedente e banca e alla valutazione degli impatti non economici delle attività economiche, i risultati sono ottimi: una banca in crescita anche negli anni della crisi, e i cui progetti sostengono forme di “buona economia”. Non solo. Oggi le banche italiane hanno delle sofferenze (ovvero la percentuale dei prestiti erogati che non viene restituita) intorno all’8%. Banca Etica, pur prestando a soggetti considerati “più rischiosi” ha oggi un tasso di sofferenza del 2%. Non uguale o leggermente migliore, ma quattro volte più basso delle banche “tradizionali”. Una dimostrazione che, dopo 15 anni di esistenza di Banca Etica, la finanza etica non può più essere considerata una nicchia per persone sensibili e magari un po’ stravaganti. E’ un modello che funziona e che dimostra concretamente come la finanza, oggi uno se non il principale problema che dobbiamo affrontare, può e deve al contrario essere una parte della soluzione.

LA RIVOLTA DEL CORRENTISTA.
Come difendersi dalle banche e non farsi fregare

SeriesBAW06Scriveva, nell’Ottocento, il socialista utopista Pierre-Joseph Proudhon che la “La distinzione tra banchiere e usuraio è puramente nominale.” E , a ben considerare, anche oggi, in questi tempi durissimi di crisi, è ancora attualissima questa definizione di Proudhon. Ne sanno qualcosa le famiglie e gli impreditori . In questo libro, uscito oggi per Chiarelettere, Mario Bortoletto racconta brutta avventura con le banche. Scrive il giornalista Riccardo Iacona : “Quella raccontata da Mario Bortoletto è una storia di straordinaria resistenza personale. Bortoletto, da solo, è riuscito a mettere in luce i meccanismi nascosti con i quali le banche lucrano sui conti correnti dei cittadini. E ha aperto un mondo, prima sconosciuto.”

L’AUTORE
Imprenditore edile di Padova, Mario Bortoletto ha avviato una serie di contenziosi con diversi istituti bancari. Ha ricevuto risarcimenti per migliaia di euro. Dal 2013 è vicepresidente nazionale del movimento “Delitto di usura”, che tutela le vittime di usura ed estorsione bancaria.

Per gentile concessione della casa editrice, pubblichiamo un estratto del libro

Siamo in guerra
Un giorno ti svegli e non hai più niente. Tutto quello che avevi ottenuto con i sacrifici di una vita diventa proprietà della banca. Disperazione e notti insonni, non ti rimane altro, nemmeno l’età per ricominciare. Ti prendono tutto, anche quello che in realtà non gli è dovuto. Molte persone credono di essere debitrici nei confronti della banca mentre in realtà sono creditrici. Mi auguro che questo libro possa aiutarle ad avere giustizia, così che il «non dovuto» che gli è stato sottratto venga loro restituito.
Questa è la mia storia. La storia di un imprenditore del Nordest a cui le banche hanno rovinato prima il lavoro e poi la vita. O meglio, ci hanno provato, perché la guerra che loro mi hanno dichiarato alla fine l’ho vinta io. Battaglia dopo battaglia sono riuscito a sconfiggere il cancro che
divora le imprese italiane.
Dal 2008 a oggi ho combattuto da solo contro cinque istituti di credito che soltanto a sentirne il nome ti spaventi. Ma sono giganti di argilla, con evidenti punti deboli, pronti a piegarsi di fronte all’ultimo dei correntisti. La sesta banca ha preferito chiudere in fretta il contenzioso senza andare davanti al giudice. Ha capito l’antifona e si è sbrigata a trovare un accordo che mi facesse stare buono. Uno dei dirigenti mi ha cercato e mi ha invitato a parlarne, mi ha detto di non volere lo scontro. Mi ha pregato, addirittura, di mettere una mano sulla coscienza, vista la scarsa liquidità a loro disposizione. «Se avete bisogno di soldi, vendete gli immobili di proprietà…» gli ho risposto. E lui: «Signor Bortoletto, l’abbiamo già fatto…», con un’espressione da cane bastonato. Alla fine ho accettato la loro offerta, una pratica in meno da portare avanti.
Sebbene solo tra le mura di un ufficio e non davanti a un giudice, anche loro hanno ammesso il torto e questo mi basta: naturalmente mi sono ripreso i soldi che nel corso degli anni mi avevano fregato. Chissà quante volte quel dirigente si sarà trovato dall’altra parte, con un cliente che lo implorava di pazientare ancora un po’ per il rientro o che chiedeva invano un credito per salvare la sua azienda. In quei casi il funzionario diventa un mastino, affronta il correntista fino a sfiancarlo, lasciandolo a terra senza forze. Probabilmente è il ruolo che gli riesce meglio, quello in cui si sente più a suo agio.
Negli ultimi anni ho avviato otto cause, ho ottenuto due vittorie con relativi risarcimenti e ho una buona probabilità di spuntarla su tutte le altre. Ma non mi fermo, ho ancora molte battaglie da combattere. Ho già pronta la documentazione che dimostra come anche altri istituti di credito mi abbiano truffato applicando tassi a usura sui miei conti correnti: oltre trent’anni di lavoro significano tantissimi prestiti, mutui, leasing. Il marcio c’è ovunque e più spulcio tra i miei conti più trovo gli inganni. In tanti mi chiedono come abbia fatto. Mi scrivono per conoscere il mio segreto. Non c’è nessun segreto, nessun antidoto magico, solo qualche accortezza e tanta caparbietà. Sono testardo come un mulo, nulla di diverso da molti altri imprenditori italiani. D’altronde quello dell’imprenditore è un mestiere pieno di rischi, dove è necessario osare, credere fino in fondo in ciò che si vuole. Soprattutto, bisogna vederci chiaro. Questo stesso atteggiamento è importante averlo con le banche, che fanno solo i propri interessi e non, come recitano molti spot pubblicitari, quelli del correntista.
Mi torna spesso in mente una frase di Giulio Andreotti: «A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca». È proprio così. L’ho capito dopo aver preso delle fregature colossali. Anni fa, mai avrei avuto il minimo dubbio sul corretto comportamento delle banche con cui avevo a che fare. Erano i miei angeli custodi. Oggi mi sono accorto che sono lupi travestiti da agnelli. Ho scritto questo libro perché vorrei che la mia storia diventasse la storia di tanti cittadini italiani, di quelli che faticano ad arrivare alla fine del mese, quelli che hanno perso il lavoro e forse anche la casa, gli imprenditori o i commercianti che sono stati costretti a chiudere le loro attività, i giovani precari che non possono chiedere nemmeno un mutuo per costruirsi una vera vita indipendente, una famiglia con dei figli. La mia generazione ce l’ha fatta perché è cresciuta in un mondo in cui lavorare era ancora un diritto e una possibilità concreta mentre per i giovani di oggi questa possibilità si è trasformata in una chimera.