“Il successo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza può dare anche una svolta all’Europa”. Intervista a Marcello Messori

Mario Draghi (Ansa)

Ieri il Parlamento ha approvato il Recovery Fund. Come si sa non è stato un “parto”
facile. Adesso comincia la grande sfida per costruire un futuro positivo per l’Italia e per
l’Europa. Approfondiamo, in questa intervista, con il Professor Marcello Messori il
significato strategico per l’Italia e per l’Europa del PNRR. Marcello Messori è
professore di Economia al Dipartimento di ‘Economia e Finanza’ della LUISS (Roma) e
Senior Fellow della Luiss School of European Political Economy.

Professore, il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, dopo un parto assai
complicato, è stato approvato ieri dal Parlamento. La Ue aveva fatto dei rilievi
riguardanti la concorrenza e il fisco. Può spiegarci cosa riguarda in
particolare?
Come è ovvio, non ho informazione specifica riguardo alle interlocuzioni informali
fra Commissione europea e Governo italiano in merito ai contenuti del Piano
Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Esaminando la  parte del PNRR
dedicata alle riforme, posso però sottolineare tre punti. Primo, questa parte compie
rilevanti passi in avanti rispetto alla versione del PNRR di metà gennaio 2021,
anche se la sfida rimane quella di attuare effettivamente le iniziative descritte in
termini di riorganizzazione della Pubblica amministrazione, snellimento delle
procedure giudiziarie e semplificazioni. Secondo, per fornire una  valutazione
specifica di ogni intervento di riforma  disegnato nel PNRR, sarebbe necessario
entrare nei dettagli; l’impressione da verificare è che, in vari casi, si privilegi
l’aspetto quantitativo rispetto a quello qualitativo (organizzativo). Terzo, il capitolo
dedicato alla concorrenza è ancora generico in quanto enuncia principi piuttosto
che indicare impegni puntuali di riforma; vero è che taluni di tali impegni emergono
dai progetti c. oncreti (per esempio, quelli relativi alle telecomunicazioni). Vorrei
infine notare che la riforma fiscale non può essere inscritta nel PNRR in quanto
comporta impegni di bilancio permanenti (o, comunque, ben oltre l’orizzonte del
2026). Pertanto, non mi pare cogente valutare quanto è detto al riguardo nel
PNRR.

Dunque c’è discontinuità del Piano Draghi con quello del Conte2?
Come ho già detto, vi sono forti elementi di discontinuità in termini di strategia
generale e di attenzione alle riforme. Inoltre, le due direttrici dell’innovazione
digitale e della transizione ecologica hanno contenuti più convincenti ed efficaci
rispetto alla precedente versione del Piano. In particolare, nell’ambito delle
innovazioni nel settore delle telecomunicazioni, le riforme e gli investimenti
disegnati hanno segno opposto rispetto ai progetti proposti a metà gennaio 2021.

Quale idea di Italia propone il piano?
Questo è il punto più rilevante di novità rispetto alla versione precedente del PNRR.
Specie se combinato con il Documento di Economia e Finanza (DEF)
recentemente varato dal governo Draghi, l’attuale versione del PNRR risponde a
una strategia ben definita: rafforzare il potenziale di crescita dell’economia italiana
dilatando la spesa pubblica e utilizzando tutte le risorse europee, perché solo così
sarà possibile rendere sostenibile sia la convergenza del nostro paese verso il

nucleo forte dell’euro area sia la dinamica del debito pubblico rispetto al PIL. Si
privilegia pertanto una forte spinta quantitativa agli investimenti pubblici e privati.
Tale scommessa è rischiosa perché, se la selezione degli investimenti non sarà
efficiente e se la loro realizzazione risulterà inadeguata, gli squilibri e i problemi
dell’ Italia si aggraveranno. Si tratta, comunque, di una scommessa forse inevitabile
che ha, come essenziale  garanzia, l’autorevolezza delle componenti governative
che gestiscono la politica economica e l’uso delle risorse europee.

Per il direttore del Foglio, Claudio Cerasa, questo Piano di Draghi, è un capolavoro neoliberista. Non trova esagerata questa affermazione?
La chiave di lettura del direttore del Foglio è interessante, ma non mi sento di
condividerla per almeno tre ragioni. Primo, non penso che la ‘ricetta’ efficace per
avviare l’economia italiana su un sentiero di sviluppo sostenibile sia il neo-
liberismo: i processi di innovazione, la conseguente riorganizzazione dell’apparato
produttivo e le necessarie protezioni sociali richiedono una complessa
combinazione fra intervento pubblico, efficiente funzionamento dei mercati,
appropriata regolamentazione e efficace spesa  sociale che è incompatibile con lo
schema del neo-liberismo. Secondo, l’opzione neo-liberista (peraltro mai realizzata
in Italia) non trova riscontro in molte parti del PNRR; come si è già detto, la parte
dedicata alla concorrenza è molto generica; le semplificazioni sono attente ai
vincoli e agli assetti istituzionali. Terzo, l’approccio neo-liberista non si afferma
neppure per la sua componente più positiva: l’eliminazione delle protezioni
pubbliche alle pervasive posizioni di rendita che connotano il nostro paese. Anche
nella sua attuale versione, il PNRR include troppi progetti; e alcuni di questi progetti
sono troppo esigui e troppo contingenti per accrescere l’efficienza dei mercati. Vi è
poi il rischio che tale tendenza si rafforzi rispetto ai progetti finanziati dal fondo
nazionale, costituito in parallelo al PNRR.

Parliamo della sei missioni del Piano: digitalizzazione, innovazione, competitività
e cultura, rivoluzione verde e transizione ecologica; istruzione e ricerca ;
inclusione sociale e coesione. Le chiedo:. Secondo lei tutte queste missioni
sono ben armonizzate? Oppure invece c’è una sproporzione. Per esempio sul
Sistema Sanitario, che in questa pandemia ha mostrato eccellenze ma anche
limiti enormi, non si poteva prevedere più risorse?
Non mi presterò al gioco di correggere l’allocazione delle risorse fra le sei missioni
perché questo sarebbe giustificato solo se il PNRR declinasse la chiara strategia
macroeconomica, su cui si fonda e di cui abbiamo già discusso (spinta alla crescita
mediante spesa pubblica), in un insieme ordinato di obiettivi microeconomici.
Viceversa, questa ulteriore declinazione più microeconomica non è resa esplicita,
ossia non vi è una chiara gerarchia in merito alle priorità da perseguire per
massimizzare il tasso macroeconomico di crescita; pertanto, sarebbero possibili e
ragionevoli molte allocazioni oltre quella fissata dal PNRR. Ciò mi spinge a formulare
due sole constatazioni. Primo, il PNRR soddisfa pienamente le soglie minime europee
in termini di risorse destinate alla  transizione ecologica e all’innovazione digitale. Qui
la scommessa per l’Italia sarebbe quella di saldare le due componenti. Il PNRR compie
qualche passo promettente in questa direzione; sarebbe stato ancora più efficace se
avesse inserito, per esempio, gli investimenti ‘verdi’ nell’alta velocità e nei trasporti
locali come fattore essenziale per la realizzazione di progetti di agglomerazione
territoriale per le innovazioni digitali. Secondo, le risorse destinate al capitolo sulla

sanità sono probabilmente inadeguate. Va, tuttavia, considerato che l’Italia ha ancora
la possibilità di accedere alle risorse ‘non condizionate’ offerte dallo speciale fondo
sanitario dell’ESM; e che molte traiettorie innovative  nella produzione di ‘beni’ sanitari
possono rientrare nella missione  dedicata alle innovazioni.

Sappiamo che il Piano cammina se si fanno riforme strutturali che consentono di attuarlo. Quale delle riforme previste è la più urgente?
Faccio fatica a definire il termine ‘strutturale’, se riferito alle riforme. In ogni caso,
credo che la realizzazione del PNRR richieda soprattutto riorganizzazioni puntuali
della Pubblica amministrazione e un’efficace combinazione fra riforme pro-
concorrenza e non distorsiva regolamentazione dei mercati in modo da superare i
blocchi costituiti dalle  pervasive posizioni di rendita che affliggono l’economia
italiana. A quest’ultimo riguardo, il PNRR risulta debole.

L’Italia, in Europa, non ha una bella fama nell’ambito della buona capacità di
spesa per i progetti europei. Una volta presentato, a Bruxelles, il Pnnr dovremo
affrontare il tema di come “mettere a terra” queste risorse. Un tema enorme.
Come superare questo problema?
Si tratta della giusta osservazione che non basta redigere un PNRR, che risponda
alle  esigenze europee e che prometta il superamento di alcuni dei ‘colli di bottiglia’
nazionali. L’attuale versione del PNRR soddisfa ambedue i requisiti, nonostante i
punti problematici sopra discussi. La sfida ancora più difficile è di realizzare i
progetti disegnati, secondo i tempi e nei costi fissati dal PNRR. A tale proposito,
sarà importante valutare la governance del PNRR che, tuttavia, necessita di
dettagli essenziali. Come è noto, tali dettagli saranno definiti dopo l’invio del PNRR
alla Commissione europea.

Ultima domanda: Lei è un europeista le chiedo: questo passaggio sul Recovery
Fund può diventare strutturale per l’Europa questa misura? Ovvero si supererà definitivamente la mentalità frugale?
L’Italia è il maggior beneficiario, in termini assoluti, sia del “Recovery and
Resilience Facility” (RRF) che del Next Generation – EU (NG-EU). L’approvazione
da parte del Consiglio della  Unione europea del PNRR di tutti i paesi dell’UE
rappresenta il passaggio essenziale per l’accesso ai fondi del RRF che, in totale,
ammontano a quasi il 90% di quelli di NG-EU. Non è pertanto esagerato affermare
che la possibilità di trasformare il NG-EU o il RRF nel primo passo di
un’unificazione fiscale (e non più solo monetaria) dell’Unione europea è legata al
successo del PNRR italiano in termini di disegno e – soprattutto – in termini di
esecuzione. Pertanto, prima di preoccuparci degli ostacoli che saranno posti da
alcuni paesi del Nord-Europa, dobbiamo acquisire la consapevolezza che l’Italia ha la responsabilità di aprire questa prospettiva di evoluzione europea. Sarebbe
imperdonabile non sfruttare l’occasione.

 

 

Ex Ilva: “Draghi risponde alla crisi dell’acciaio, ma lo Stato non può continuare a essere la bad bank di Arcelormittal”. Intervista a Giuseppe Sabella

Mentre gli operai della ex Ilva scioperano a sostegno del collega licenziato per il post su facebook e per una situazione sempre più insostenibile, con un comunicato congiunto firmato da Fincantieri, ArcelorMittal e Paul Wurth Italia si è resa nota la sottoscrizione di un memorandum d’intesa per la realizzazione di un progetto finalizzato alla riconversione del ciclo integrale esistente dell’acciaieria di Taranto secondo tecnologie ecologicamente compatibili, in attesa del perfezionamento degli accordi di dicembre 2020. Cosa sta succedendo attorno alla ex Ilva? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella che segue dall’inizio la vicenda.

Sabella, questo Memorandum d’intesa si presenta come una cosa interessante. Resta tuttavia da capire quali siano le prospettive del polo siderurgico di Taranto. Lei cosa ne pensa?
La sensazione è che questa intesa sia indirettamente provocata da quello che il governo ha in mente circa il dossier Ilva. Tra pochi giorni sarà composto il nuovo consiglio di amministrazione della società AMI (ArcelorMittal Italia) – per il quale si è fatto il nome di Franco Bernabè – in virtù della finalizzazione delle intese di dicembre 2020. In questa vicenda, che è una delle grandi patologie del sistema Italia, l’unica svolta possibile può essere dettata da una volontà politica forte e chiara negli obiettivi. Può essere che, da questo punto di vista, il governo Draghi sia l’occasione giusta, considerando anche l’opportunità dei fondi europei che sono finalizzati proprio al rilancio delle nostre filiere produttive.

Da questo punto di vista la comunicazione di Mittal, Fincantieri e Paul Wurth ci dice qualcosa?
Si, ci dice qualcosa. Teniamo presente che un paio di mesi fa Danieli, Leonardo e Saipem firmavano un accordo quadro per proporsi assieme in progetti di riconversione sostenibile di impianti nel settore siderurgico, sia in Italia, in particolare nel mezzogiorno, sia all’estero. Il fatto che questi tre importanti player industriali mandassero qualche segnale del tipo “siamo disponibili a occuparci della ex Ilva” ha evidentemente mosso le acque. È probabile che la stessa Mittal sia stata sollecitata, capendo che il governo ha un’alternativa alla società franco-indiana. Inoltre, il 13 maggio vi è l’udienza in Consiglio di stato circa lo stop degli impianti (che è momentaneamente stato sospeso). Dare una svolta alla ex Ilva è necessario, anche in ragione del fatto che si sta aprendo una nuova fase per l’industria europea e la siderurgia italiana in questa partita ha molto da guadagnare.

Almeno sulla carta, come le sembra questa intesa tra Mittal, Fincantieri e Paul Wurth?
Mi sembra buona. L’accordo prevede l’implementazione di nuove tecnologie per migliorare l’impatto ambientale oltre all’individuazione di progetti innovativi per il contenimento delle emissioni. Inoltre, la presenza di Fincantieri significa sviluppo della produzione di acciaio per navi e grandi infrastrutture. Le idee chiare sono fondamentali per la riuscita dei progetti, poi vi è tutta la complessità di farle funzionare. Vedremo, ovviamente dobbiamo sperare nel successo di questa operazione perché, giusto per dare un numero, Ilva vale l’1% del nostro pil.

Dal punto di vista della produzione e del lavoro, com’è la situazione nella ex ilva?
L’anno scorso sono stati prodotti circa 3,5 milioni di tonnellate di acciaio, è il minimo storico. È vero anche che il 2020 è stata un’annata particolare, tra lockdown, crollo della produzione industriale e crisi dell’auto (meno 25% di immatricolazioni in UE). Attualmente la produzione viaggia al piccolo trotto e la cassa integrazione è estesa a tutto il personale fino a giugno, seppur in misure diverse a seconda dei reparti. In sintesi: l’economia va verso la ripresa come ci dice l’Ocse (e anche FMI): per l’Italia la crescita nel 2021 si stima attorno al +4,1% ed è superiore alla Germania (+3%) e alla media europea (+3,9%). È chiaro che è la manifattura a trainare questa crescita e l’acciaio ne è il cuore. Servono però idee chiare e, se fossi al posto di Draghi, cercherei di rinegoziare gli impegni che il governo Conte ha preso con ArcelorMittal, per quanto non sia semplice.

In che senso rinegozierebbe gli accordi tra governo italiano e ArcelorMittal per la ex Ilva?
Lo stato non può continuare a essere la bad bank dei grossi player e l’unico modo per contenere questo stillicidio di risorse è quello di condividere piani industriali con competenza e con politiche di innovazione. È questa l’unica strada per dare competitività all’industria, non ce n’è un’altra. Perché USA e Cina nel triennio che ha preceduto la crisi hanno continuato a crescere e l’Europa si è fermata? Perché l’industria europea ha un deficit di innovazione: ad esempio, l’85% di investimenti in intelligenza artificiale è stato realizzato in imprese americane e cinesi. Ora: mi piacerebbe molto che il governo Draghi condividesse finalmente con ArcelorMittal un innovativo piano di rilancio che porti la ex Ilva sulla strada della sostenibilità che significa in particolare decarbonizzazione. E, soprattutto, vorrei che governo rivedesse la sua partecipazione azionaria nell’assetto societario di AMI. Questa presenza massiccia dello stato nel capitale di AMI non ha nessuna utilità se non quella di alleggerire sempre di più l’impegno da parte dell’azienda, soprattutto se nel 2022 – quando scadranno i termini dell’affitto degli impianti e AMI ne diverrà proprietaria – la nuova società partecipata da Invitalia dovrebbe vedere il soggetto pubblico crescere le sue quote fino al 60%. Questo secondo me è molto sbagliato e pericoloso.

È il livello della presenza dello stato in AMI che la preoccupa o è in disaccordo in toto sulla partecipazione azionaria?
No, non sono in disaccordo in toto. Anche se preferirei che operazioni come questa siano finalizzate a far crescere aziende strategiche, ad esempio come ben fanno i francesi e come in qualche caso abbiamo fatto anche noi, per esempio con Eni, Fincantieri e Leonardo. Per intenderci, il signor Mittal non ha bisogno dei nostri soldi. Trovo tuttavia sbagliata e pericolosa questa massiccia partecipazione perché a questo punto mi chiedo quale sia l’interesse del privato. Quando il privato vede business, non vuole la partecipazione del pubblico, se non in minima parte. Cosa vede Mittal dentro questa alleanza che, secondo Arcuri, arriverà al 60%? E poi, non abbiamo manager pubblici oggi con competenze così sofisticate. L’industria, per via della digitalizzazione dei processi, ha raggiunto livelli di complessità altissimi che già il privato fatica a gestire. Lo vediamo con la vicenda Alitalia: è chiaro che se da 10 anni la compagnia di bandiera presenta questa patologia è perché non abbiamo competenze per sviluppare il trasporto aereo. E anche in questo caso: o si trovano queste competenze o non c’è alternativa al fallimento.

“DRAGHI E BIDEN INSIEME PER IL GREEN NEW DEAL”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Si è concluso il Consiglio europeo nel quale i leader dell’Ue hanno fatto il punto in particolare sulla situazione epidemiologica, sui vaccini e sulle relazioni internazionali. Come noto, nella serata di giovedì è intervenuto anche il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Dal canto suo, il premier Mario Draghi ha insistito molto non solo sulla scorrettezza delle case farmaceutiche nei confronti dell’Unione ma anche sulla necessità di non commettere errori nella fase di ripresa economica. Il Presidente Charles Michel lo ha definito un consiglio “eccezionale” anche in ragione della partecipazione di Biden. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella.

Sabella, perché Michel parla di consiglio europeo eccezionale?

Pur nella difficoltà di gestire questa situazione critica legata ai vaccini e all’approvvigionamento dalle Big Pharma, Michel sottolinea l’importanza di ritrovare gli USA dopo quattro anni non solo di isolazionismo ma anche di guerra commerciale che l’America ha fatto all’Europa. Si pensi ai dazi ma anche al dieselgate. Ora però gli USA stanno cambiando atteggiamento nei confronti dell’Europa perché è chiaro che il problema oggi è la Cina, non solo perché questa è responsabile della situazione sanitaria mondiale ma anche per il modo opaco con cui Pechino si è relazionata al resto del mondo, cosa che persino Merkel ha rinfacciato a Xi Jimping. In questo senso, si consideri che i tedeschi sono il principale partner commerciale dei cinesi. Se, quindi, lo ha detto Merkel, significa che il problema è grande e molto sentito.

Concretamente, a cosa può condurre questo riavvicinamento?

Anzitutto, Biden favorirà il rapporto dell’Europa con le Big Pharma a due livelli: in primis, queste cederanno la licenza di produrre alle industrie europee – italiane in particolare – e, in secondo luogo, in questa fase di difficoltà Biden ha promesso aiuto e sostegno al Vecchio continente. Come si evince, il vaccino è questione, anche, di geopolitica. Vi è però un aspetto di medio-lungo termine che non sottovaluterei: come già ho avuto modo di dire (http://confini.blog.rainews.it/2020/07/15/ripartenza-verde-come-il-nuovo-whatever-it-takes-della-bce-intervista-a-giuseppe-sabella/), l’Europa ha lanciato una nuova idea di multilateralismo nel mondo in particolare su climate change, cyber security e migrazioni. In particolare, i primi due punti sono fondamentali nel programma politico di Biden che, appena eletto, ha subito parlato di una nuova alleanza con l’Europa e di Green New Deal. È chiaro che questo è lo spazio dove ricostruire l’alleanza atlantica. Non a caso, proprio Michel, prima che iniziasse il consiglio si era espresso così: “È tempo di rinsaldare la nostra alleanza transatlantica”. È evidente che non è tutta farina del suo sacco, com’è chiaro che dentro questa nuova fase della globalizzazione l’Italia ha un posto privilegiato.

Perché allude a questo posto privilegiato per il nostro Paese? Forse per le buone relazioni che Mario Draghi ha con la Casa Bianca?

Da una parte vi sono certamente queste buone relazioni che Draghi ha con Washington. Ricorderei che Obama, nella difficoltà di gestire la crisi americana, nei momenti di maggior difficoltà ai suoi uomini diceva “chiamate Mario”. E, tra i suoi uomini, vi era appunto Joe Biden. Il fattore tuttavia dirimente, è che si sta chiudendo la stagione di Angela Merkel e l’Unione, a questo punto, è in cerca di una nuova leadership. Certamente Macron è una personalità importante nella nuova UE ma Draghi ha più autorevolezza. Per non dire poi che, in questa fase, Italia e Francia sono molto allineate: sono i Paesi che hanno promosso il Recovery Plan, fondato su un nuovo principio di debito europeo e sugli eurobond o coronabond che dir si voglia. Non è un caso che proprio Draghi, in questo consiglio, abbia insistito sulla necessità di rafforzare la strada del debito comune, che è la via per l’integrazione.

L’Europa si sta riorganizzando a partire dalla riconfigurazione dell’industria e dentro la nuova alleanza con gli USA. Quale può essere il contributo dell’Italia dentro questo nuovo ciclo?

Auguriamoci intanto che la leadership di Draghi abbia un proseguo e non si limiti a questo periodo in cui supplisce alle difficoltà di questa legislatura. Ciò significherebbe un’Italia egemone in Europa e con un interlocuzione privilegiata con gli USA. In secondo luogo, vi è un aspetto meno politico e più economico: l’Italia ha la grande occasione di rilanciare la sua industria e la sua economia. Le recenti stime Ocse sono incoraggianti da questo punto di vista, indicano una crescita significativa per il nostro Paese nel 2021 (+4,1%) superiore alla Germania (+3%) e alla media europea (+3,9%). Partiamo dal fatto che siamo la seconda potenza manifatturiera d’Europa e il Paese industrialmente più integrato con la prima, la Germania. Quindi, vi è una leva interna per la crescita ma anche una esterna, ovvero l’industria tedesca che fa da traino in particolare al “nord produttivo” e alle sue imprese metalmeccaniche e ai loro prodotti di componentistica, utensileria e meccanica di precisione che sono eccellenza riconosciuta nel mondo. In secondo luogo, l’Italia sarà l’epicentro della produzione europea dei vaccini, obiettivo non solo del nostro Paese. Si tratta di una produzione che sarà importante non solo per i confini europei ma anche per il mondo intero. A tal proposito, ricorderei che il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti – che sta portando avanti il progetto del polo pubblico-privato – ha incontrato di recente a Roma il commissario all’Industria Thierry Breton, il quale è stato il primo a insistere a Bruxelles sulla necessità per l’Europa di rendersi indipendente nella produzione di vaccini. Non dimenticherei, infine, che l’Europa sarà protagonista della trasformazione della mobilità: in questo senso, non solo siamo dentro Stellantis – che ne sarà uno dei leader – ma c’è tutto il nostro indotto dell’automotive, altra eccellenza riconosciuta. In sintesi: siamo alle soglie di una stagione importante per il made in Italy. Ha ragione Draghi quando dice che non si devono commettere errori. È l’occasione per tornare a crescere.

Con Draghi il lavoro torna al centro della politica, in Italia e in Europa. Intervista a Giuseppe Sabella

Subito dopo l’ampia fiducia che si è guadagnato presentando il suo governo al Parlamento, al Premier Mario Draghi è toccato il primo appuntamento internazionale: al G7 – tenutosi in videoconferenza e convocato dal Primo Ministro inglese Boris Johnson – c’era anche Joe Biden, oltre ai leader di Francia, Germania, Canada e Giappone. Presenti anche Ursula von der Leyen e Charles Michel, rispettivamente per la Commissione e per il Consiglio Europeo. Si è discusso in particolare di pandemia e vaccini. Ma anche di clima, di G20 e di sviluppo. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella.

Sabella, la pandemia sembra aver creato nuovi equilibri nella globalizzazione. E a ciò contribuisce sicuramente l’esito delle recenti elezioni americane. Per citare parole di quel grande intellettuale che è Giulio Sapelli, “dove va il mondo?”

Anzitutto, il mondo in questa fase è chiamato a delineare una strategia comune che ci porti fuori dall’emergenza sanitaria. Questo è stato uno dei punti chiave del G7 di ieri. Inoltre, dal 2017 il commercio mondiale ha subito un potente rallentamento e ha generato condizioni per mercati sempre più regionalizzati – Europa, USA e Asia – in prossimità di quelle che sono le grandi piattaforme produttive, appunto Europa, USA e Cina. Ai dazi dell’amministrazione Trump, la UE ha risposto col suo Green New Deal, ovvero con un programma che oltre a innovare l’industria vuole consolidare il mercato interno, per il momento ancora senza forme di protezionismo diretto che non è escluso vi saranno in futuro. Naturalmente, la pandemia ha accelerato questo processo e la UE ha così rafforzato le sue misure di intervento creando il più ampio Recovery Fund o Next Generation EU. Nel frattempo, Biden riporta gli USA dentro gli accordi di Parigi (da ieri è ufficiale), la UE negozia con la Cina un accordo commerciale importante e a Davos Angela Merkel attacca Xi Jinping per la gestione poco trasparente del covid-19; e non dimentichiamo che la Germania è il più importante partner commerciale della Cina. In sintesi: siamo all’inizio di un nuovo multilateralismo che vede un riavvicinamento importante di Europa e USA. Lo stesso Draghi, nel suo discorso alle Camere, si è richiamato in modo netto ai valori dell’atlantismo.

Considerando che a maggio 2021 proprio in Italia vi sarà il G20, qual è il ruolo che potrà recitare il nostro Paese dentro questo nuovo multilateralismo?

Come dicevo, il mondo si sta riconfigurando a partire dalla capacità produttiva delle singole macroregioni. Questa è una cosa importantissima, significa restituire centralità al lavoro dopo trent’anni in cui al centro dell’agenda politica vi erano scambi e finanza. Venendo a noi, l’Italia è non solo il secondo Paese manifatturiero in Europa ma è anche fortemente integrata con la grande piattaforma tedesca, cuore dell’industria europea. Direi che con i 209 miliardi del Recovery Fund possiamo fare cose importanti. Consideriamo anche il fatto che Angela Merkel sta uscendo di scena e la leadership di Mario Draghi sarà importante non solo in casa nostra ma anche in Europa. E già lo è stata, non solo negli anni in cui era Presidente della BCE. In sintesi, l’Italia da fanalino di coda può ritrovarsi a recitare un ruolo egemone in Europa che significa nel mondo. Cosa possiamo portare noi italiani all’interno del nuovo multilateralismo? Per richiamarci alle 5 P dello sviluppo sostenibile, direi in particolare persone, pace e pianeta, valori che sono inequivocabilmente usciti dai primi discorsi istituzionali di Mario Draghi,

A cosa si riferisce quando allude alla leadership di Draghi?

Mario Draghi sta contribuendo al cambiamento dell’Europa. In primis, se esiste il Quantitative Easing, dobbiamo dire grazie a lui. Non dimentichiamoci che a suo tempo, Draghi aveva contro Wolfgang Schäuble e gran parte dell’establishment europeo. E la recente sentenza della Corte di Karlsruhe – che contesta fortemente il QE – è la reazione di una parte di quell’establishment che in Germania ha sempre avuto importanti fondamenta. Questo ci dice anche quanto Angela Merkel sia stata molto abile nel portare la Germania al fianco dei Paesi del sud Europa nella trattativa sul Recovery Fund. Inoltre, proprio Mario Draghi il 25 marzo 2020 pubblicava un editoriale sul Financial Times in cui spiegava che per rispondere all’evento epocale della pandemia non restava altra soluzione che il debito. Il giorno dopo, 26 marzo, si riuniva l’eurogruppo che, in tre mesi, è giunto all’accordo del Next Generation EU. Un grande risultato che cambia l’Europa e le sue politiche economiche, superando l’austerity. E, ancora una volta, Draghi è uno degli artefici del cambiamento.

Ma l’Italia riuscirà realmente a far ripartire l’economia?

Ora o mai più. Consideriamo però che dopo lo shock dei mesi di marzo e aprile 2020, il terzo e quarto trimestre per l’Italia hanno voluto dire tra i livelli migliori di produzione industriale in Europa. Certo, abbiamo una parte del Paese che è ferma, mi riferisco in particolare alla polveriera della microimpresa. Vi è ancora il blocco dei licenziamenti, al momento prorogato fino a luglio, che non può durare in eterno. Draghi si è già pronunciato abbastanza esplicitamente: serve una strategia di sostegno all’impresa, ma non si può sostenere indistintamente ogni azienda. Ve ne sono alcune che non hanno futuro, dai grandi casi ai casi meno grandi. Non possiamo lasciare sole le persone, la rete delle protezioni e delle politiche del lavoro (attive in particolare) deve funzionare al massimo; è però venuto il momento di distinguere le good companies dalle bad companies. I lavoratori possono essere riqualificati e orientati verso nuovi investimenti. È necessario però che il sistema lavori nella medesima direzione.

Da questo punto di vista, i sindacati hanno mandato segnali interessanti. Saranno realmente capaci di collaborare con il governo in questa complessa transizione?

Nel sindacato sanno che non si può andare avanti con il blocco dei licenziamenti ad libitum. È importante che le Parti sociali siano coinvolte nel progettare gli investimenti per lo sviluppo: non a caso, ieri Landini ha detto che serve un confronto imprese-sindacati sul futuro. Ciò significa progettare la transizione, le nuove competenze, le nuove protezioni sociali, rafforzare la presenza di giovani e donne nel mercato del lavoro, raccordare sempre di più istruzione-lavoro e rendere la pubblica amministrazione più capace di essere eco-sistema, ovvero partner dello sviluppo. È necessario conciliare innovazione e giustizia sociale, anche per evitare nuove forme di disgregazione. E poi, il Paese va riformato partendo soprattutto dalle sue infrastrutture, di cui la burocrazia è parte essenziale.

A proposito di riforme, quali saranno le priorità del governo Draghi?

Al di là delle parole e della retorica – che sono comunque fondamentali per governare – quando Draghi dice “sarà un esecutivo ambientalista” è chiaro che non dobbiamo intenderlo come lo potrebbe intendere un attivista dei Fridays for future. Qual è il punto? Che la lotta al climate change, che contraddistingue la spinta europea dentro il multilateralismo nascente, si fa attraverso l’innovazione tecnologica, digitale ed energetica. Non a caso vi è il Ministero per la Transizione ecologica alla cui guida è stato chiamato Roberto Cingolani, manager di Leonardo e responsabile dell’Innovazione tecnologica del gruppo, che guiderà anche un costituendo Comitato interministeriale per la Transizione ecologica. Ma lo stesso Enrico Giovannini a capo delle Infrastrutture è un segnale che questo governo vuole modernizzare il Paese. E modernizzazione è sinonimo di sostenibilità. Vedremo quindi come saranno affrontati i gangli storici di giustizia e fisco, ma sono convinto che questo governo farà qualcosa di importante per quanto riguarda le reti infrastrutturali, condizione per rendere più produttiva la nostra manifattura, cuore della nostra economia.

Per tornare alla nostra industria, che consiglio darebbe al neoministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti?

Al Mise vi sono oltre 100 crisi aziendali da risolvere. E, come dicevo, il blocco dei licenziamenti prima o poi finirà e renderà più sensibile questo numero. Io direi a Giorgetti di condividere una linea di intervento insieme alle Parti sociali, in modo tale che si possa gestire ciascuna crisi con dei criteri di azione a monte. Non solo, insieme alle Parti sociali andrei a individuare quali sono player e segmenti di mercato in grado di generare sviluppo, che significa occupazione e nuove competenze. La componentistica, la meccanica di precisione, il chimico, il farmaceutico e l’energia sono i comparti che ci faranno vedere le cose più interessanti, in particolare per la grande rivoluzione dell’energia e della mobilità. In particolare nella mobilità, l’Europa – e soprattutto Germania, Francia e Italia – saranno protagoniste del cambiamento: l’operazione Stellantis va letta in questo senso. Siamo all’inizio di un mondo nuovo, dobbiamo consolidarne le fondamenta.

FCA-PSA, “L’EUROPA SARÀ L’EPICENTRO MONDIALE DELLA MOBILITÀ ELETTRICA, ECCO PERCHÉ CI TEMONO” . INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

 

Ieri le assemblee dei gruppi automobilistici FCA e PSA hanno approvato il progetto di fusione annunciato lo scorso anno che darà vita a Stellantis. L’operazione sarà perfezionata il 16 gennaio, poi la quotazione in Borsa. La sede sarà in Olanda e a guidare il quarto gruppo mondiale nel settore automobilistico saranno John Elkann Presidente, Robert Peugeot vicepresidente e Carlos Tavares amministratore delegato. Per il Lingotto si realizza quel consolidamento che Sergio Marchionne vedeva necessario per sopravvivere alle trasformazioni del settore auto e dell’economia più in generale. Ne parliamo con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Sabella, cosa rappresenta Stellantis per l’Italia e, anche, per l’Europa?

Credo che John Elkann abbia messo a segno un’operazione importantissima, pari a quella che nel 2009 lo stesso Elkann e Marchionne realizzavano con la joint venture Fiat-Chrysler. Anche in questo caso, il matrimonio felice – almeno sulla carta – ha importanti motivazioni industriali: a Marchionne non si può rimproverare nulla, ma è chiaro che se FCA aveva un limite, questo andava cercato nell’essere rimasta indietro nell’evoluzione verso l’elettrico. Ed è proprio questo che porta FCA a cercare PSA. Tutti ricorderanno che poco prima, il Lingotto si era accordato con Renault, intesa poi saltata: la ragione era la stessa, Renault era considerato da Elkann e Manley il partner ideale per far evolvere FCA. Questo dovrebbe dirci qualcosa di importante…

A cosa si riferisce?

Quando nel 2010/2011 la grande crisi economica si fa sentire in Europa in modo molto forte, è allora che il governo francese mette in salvo la sua industria dell’auto entrando in modo importante nel capitale di Renault e PSA, introducendo così una liquidità fondamentale per resistere alla grande turbolenza. È in quel momento che, in modo illuminato, il governo francese pretende come contropartita che Renault e PSA si impegnino nella nuova frontiera dell’elettrico. Oggi i due marchi – ed è per questo che FCA è andata a cercare loro – sono all’avanguardia da questo punto di vista, come del resto lo è anche il gruppo Volkswagen per restare in Europa. Questo ci dice quanto sia importante la giusta politica industriale: le risorse non bastano, è determinante investirle nel modo giusto.

È per questo che oggi nel nascente gruppo Stellantis prevale la guida francese?

Iniziamo col dire che Exor avrà il 14,4%, seguita dalla famiglia Peugeot con il 7,2%, lo stato francese con il 6,2% e i cinesi di Dongfeng con il 5,6%. Il Lingotto resta quindi primo azionista. Consideriamo anche che a livello industriale PSA e Tavares avranno più peso ma la rete di vendita di FCA negli USA soprattutto è molto radicata. Secondo me, è questa una fusione dove c’è alla base una forte integrazione. Dopodiché, è chiaro che come in tutte le novità vi sono delle insidie: i francesi sono molto forti, anche in ragione del fatto che il governo transalpino sarà sempre presente nelle operazioni importanti. Per questo ricordavo l’operazione del 2011: il nostro Paese deve capire che oggi la politica industriale è decisiva, soprattutto in relazione alla montagna di denaro che sta muovendo l’Europa col Recovery Fund.

L’industria dell’auto è stata il simbolo della precedente rivoluzione industriale. Lo sarà anche di quella in atto e del Green New Deal?

Lo sarà molto meno perché sta cambiando radicalmente la mobilità: in primo luogo, entriamo in un mondo dove le persone non si muoveranno più come prima: innanzitutto, oggi lo smart working e, più in generale, il lavoro in remoto stanno del tutto cambiando la vita delle imprese e di lavoratori e lavoratrici. In secondo luogo, se pensiamo a una città come Torino, capitale dell’auto in Italia, oggi si producono circa 20mila automobili. Dieci anni fa, se ne producevano 200mila. La crisi del 2008 ha lasciato ferite dolorose per il settore. Si è passati da più di una macchina per nucleo familiare, in media, a una situazione dove in molti casi non vi è possesso di auto. Cosa è successo? Da un lato, un impoverimento ed erosione del potere d’acquisto; dall’altro, vi sono anche altri fattori, tipo l’affermazione del car sharing e del car pooling. Inoltre, soprattutto nei più giovani, la sensibilità per l’ambiente è più sviluppata: l’auto, per loro, è spesso il simbolo di un potente fattore di inquinamento. Vedremo che risposte darà il mercato, ma la mobilità sta completamente cambiando per diversi motivi e, dopo il covid-19, è di molto rallentata. A ogni modo, sono convinto che – sulla base anche di ciò che afferma Pietro Gorlier, responsabile area EMEA di FCA – il grande investimento della UE sarà proprio sulla mobilità: l’Europa vuole diventare l’epicentro mondiale della produzione dell’auto elettrica. Del resto il futuro è qui e il neo gruppo Stellantis nasce proprio sotto i migliori auspici.

Gli USA con la Tesla però ci sono arrivati prima…

È vero. La novità però è che oggi l’Europa si sta muovendo con una politica comunitaria molto forte ed è per questo temuta, come dimostrano le parole dell’ad di Toyota, Akio Toyoda, il cui obiettivo non è tanto l’auto elettrica quanto l’Europa. Tutti sanno quale grande sforzo sta facendo oggi la UE, da un punto di vista della sua politica economica e industriale soprattutto. In questo senso, il Recovery Plan vuole sviluppare in modo determinante l’industria delle batterie – gli attuali leader nella produzione delle batterie sono proprio il Giappone, la Corea del Sud e la Cina – e la rete infrastrutturale dei punti di ricarica. Per questo, la Commissione ha identificato le batterie come una delle nove catene strategiche del valore per la competitività dell’UE e per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione. Investire in questa direzione potrebbe anche sviluppare occupazione e calmierare quegli scompensi sociali della transizione a cui allude Toyoda. Ricorderei, inoltre, a chi dice che il motore elettrico è più piccolo della metà rispetto a quello tradizionale – e che, quindi, a livello di componentistica e di manodopera richieda molto meno di ciò che richiedeva prima – che lo stesso motore a combustione è più piccolo del 40% rispetto al motore che si produceva negli anni ‘80. Questo ci dice che la strada è quella dell’innovazione, stando attenti a non lasciare le persone sole, in particolare coloro che per via della trasformazione perderanno il lavoro.

Come può evolvere il mercato dell’auto? E, da un punto di vista della produzione, che tipo di novità vi saranno per l’Italia con questa fusione?

Rispetto alle novità per la produzione, è presto per dirlo. Sottolineo però che FCA, rispetto ai programmi e agli impegni presi per il triennio 2019-2021, sta rispettando tutti gli investimenti del piano industriale. Per il resto, è noto che la pandemia quest’anno ha rallentato di molto produzione e mercato. Vi è tuttavia un recupero importante negli ultimi due trimestri: FCA, per esempio, chiude l’anno con un -12,4% rispetto al 2019. Se pensiamo che le stime preoccupanti erano un -30%, si tratta di un risultato importante. È chiaro tuttavia che il rallentamento dovuto al covid ha generato un contraccolpo per la mobilità in generale: vi sono da smaltire le flotte di auto tradizionali e ibride rimaste nei concessionari e, non a caso, anche la recente manovra di bilancio italiana ne incentiva l’acquisto come lo incentiva per l’auto elettrica. Questo per dire che vi è sicuramente una fase di transizione ma è proprio il covid, in virtù delle risorse che sta muovendo col Recovery Fund, ad accelerare la transizione, al di là del fatto che i costi di produzione e di mercato dell’elettrico sono ancora elevati. Si è stimato che una parità di prezzo con le auto tradizionali non sarà raggiunta prima del 2024. Secondo le previsioni dell’OEM, lo stock di veicoli elettrici dovrebbe essere compreso tra i 40 e i 70milioni nel 2025; a oggi, ha di poco superato i 5 milioni. Sono previsioni un po’ottimistiche. Ma il dado è tratto.

Cosa ne pensano i sindacati di questa trasformazione secondo lei?

Il sindacato italiano ha chiaro che questa è l’unica strada per sviluppare industria e lavoro, non a caso hanno tutti speso parole importanti per la nascente Stellantis. Certo, come dicevo prima l’innovazione creerà flussi in uscita che andranno gestiti. Del resto, negli anni della crisi abbiamo fatto esperienza. Va però tenuto presente il grande lavoro che andrà fatto per sviluppare la rete infrastrutturale a livello europeo: sono state ipotizzate tre milioni di colonnine in tutta Europa nei prossimi 5 anni. Secondo ACEA,al momento ce ne sono 144 mila. Potrebbe per questo persino nascere un’industria europea per le infrastrutture. Pensiamo a quanto lavoro potrà generare da questa trasformazione e al fatto che l’Italia resta un grande Paese in Europa non solo in termini di capacità industriale ma anche in termini demografici. Dobbiamo imparare dai francesi: se saremo capaci di fare le giuste scelte politiche economiche e industriali, la nostra economia avrà un futuro importante.