ILVA: “LA POLITICA HA SBAGLIATO TUTTO, MA SI PUÒ ANCORA RIMEDIARE”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Come noto, meno di 48 ore fa, la multinazionale dell’acciaio Arcelor Mittal – che ha rilevato la ex Ilva – ha fatto sapere di aver notificato ai commissari straordinari e ai sindacati la volontà di rescindere dall’accordo per l’affitto con acquisizione delle attività di Ilva Spa e di alcune controllate. La scelta di Mittal segue naturalmente alla cancellazione dello scudo penale, azione che ancora oggi resta anomala nella gestione della vicenda. Tuttavia, le anomalie sono tante. Ne abbiamo parlato con chi segue il caso dall’inizio, Giuseppe Sabella(direttore di Think-industry 4.0 e esperto di relazioni industriali).

Sabella, cosa sta succedendo alla ex Ilva?

La vicenda sta attraversando una fase per certi versi drammatica e per altri incredibile. Difficile a questo punto escludere colpi di scena anche se mi risulta difficile credere ad un disimpegno totale da parte di Arcelor Mittal, al di là di come l’azienda si sta comportando. Resta però il fatto che la politica ha giocato di fronte al più importante investimento degli ultimi trent’anni: un affare da 5 miliardi di euro, che vale il rilancio della nostra siderurgia e della nostra industria, non può ridursi a oggetto di campagna elettorale e di regolamento di conti dentro i partiti.

Ieri a Taranto l’ad Lucia Morselli ha incontrato i sindacati territoriali confermando la decisione di interrompere entro 30 giorni il contratto d’affitto. Alle parole di Morselli risponde il governo, prima il Ministro Patuanelli e poi il premier Conte. Come le pare si stia comportando l’esecutivo?

Sia Patuanelli che Conte si mostrano intransigenti… in realtà dovrebbero scusarsi con gli italiani e con i lavoratori della ex Ilva per la grande opportunità che stanno facendo perdere al Paese. Naturalmente non possono permettersi di ammettere le loro responsabilità perché lo Stato rischia un contenzioso giudiziale con Mittal che vale montagne di denaro. In sintesi, solo dichiarazioni di facciata e oltremodo arroganti.

Cosa rischia di perdere il nostro Paese oltre all’acciaieria più grande d’Europa?

L’acciaio e la siderurgia sono il cuore dell’industria pesante: la ex Ilva, in un paese manifatturiero come l’Italia, è questo cuore; in secondo luogo, l’Italia sta offrendo una pessima immagine del suo sistema agli investitori di tutto il mondo, all’estero c’è chi non vuole credere a quello che sta succedendo in Italia, pensa che sia un’invenzione dei giornali… terzo punto, secondo i calcoli di Svimez, perdere Ilva significa perdere l’1,4% del nostro Pil. L’impatto sulla nostra economia di questi tre fattori sarebbe devastante, soprattutto per il Sud.

Può spiegare meglio questo punto, soprattutto per il Sud…

Quel che resta dei grandi insediamenti industriali nel nostro Paese è oggi prevalentemente al Sud, dove la questione sociale è particolarmente delicata. Si pensi al rapporto Svimez presentato in questi giorni: vi sono indicatori molto negativi su mancata crescita, povertà, crollo degli investimenti, crisi demografica. Negli ultimi venti anni gli abitanti sono aumentati di 81mila unità, rispetto ai 3.300.000 del Centro-Nord; la popolazione autoctona è diminuita di 642.000 persone, mentre al Nord è aumentata di 85.000. Al crollo di nascite si somma l’emigrazione dei giovani: 2 milioni dal 2000, di cui il 20% laureati. Ciò vuol dire che il Sud si sta deprimendo, non vi è sviluppo, non vi è crescita demografica e i giovani fuggono. Quale futuro se non ci sono lavoro e sviluppo? Il Nord sta un po’ meglio ma questi disastri industriali fanno male anche al più prospero Settentrione.

Perché questa azione di forza? Secondo lei Mittal lascerà davvero l’Italia?

Nella lettera che ha inviato ai commissari, Mittal comunica il suo disimpegno e indica tre cause: 1) il venir meno dell’immunità penale sul piano ambientale col decreto Imprese, da pochi giorni convertito in legge; 2) il rischio di veder spento l’altoforno 2 per la mancata adozione delle prescrizioni di sicurezza e, a seguire, anche degli altiforni 1 e 4 per le stesse ragioni; 3) il generale clima di ostilità che rende impossibile la gestione dell’azienda. Lucia Morselli ribadiva ieri che già da oggi Arcelor Mittal avvierà le procedure per restituire gli impianti all’amministrazione controllata. A ogni modo, il problema vero secondo me è un altro; e credo che una soluzione possa essere trovata.

Quale sarebbe questo problema?

C’è un andamento del mercato che sta seriamente stressando i conti di Mittal, secondo i ben informati l’azienda starebbe perdendo 2 milioni al giorno. Federacciai stima che nel 2018 in Italia si sono prodotte 24,5 milioni di tonnellate di acciaio: siamo il secondo produttore europeo e decimo tra quelli mondiali. Nel settore, che rappresenta il 2% dell’occupazione manifatturiera italiana con un fatturato di oltre 40 miliardi di euro, ci sono 34mila addetti nella siderurgia primaria e 70mila considerando anche l’indotto. Da gennaio ad agosto 2019 l’Italia ha avuto un calo del 4,5% della produzione di acciaio rispetto allo stesso periodo del 2018, attestandosi a 15,4 milioni di tonnellate e uscendo dalla classifica dei primi dieci produttori mondiali. Un calo generalizzato di oltre 700mila tonnellate, dovuto da una parte alla crisi del settore auto e, dall’altra, alla forte concorrenza cinese e turca.

Quindi le ragioni del disimpegno di Mittal sarebbero queste?

Oggi vi è un primo faccia a faccia tra governo e azienda, vediamo cosa succede. Secondo indiscrezioni, Conte offrirebbe all’azienda la reintroduzione dello scudo penale e la sua estensione oltre l’area di Taranto. Auguriamoci che si possa giungere a qualche apertura. Non è tuttavia impensabile che si possa riportare sui giusti binari una vicenda segnata dal cinismo della politica e dalla sua inadeguatezza: serve necessariamente quella serietà da parte dell’esecutivo che ad oggi è mancata, cosa che va al di là del problema dell’immunità penale. La sensazione è che Mittal chiederà di rivedere l’accordo complessivo che ha fatto con Governo e sindacati, anche circa i livelli occupazionali. La nomina di Lucia Morselli, per chi conosce bene le cose, è chiaro che prelude a un’iniziativa d’assalto da parte dell’azienda. E ho qualche dubbio che questa iniziativa d’assalto sia il disimpegno. Mittal secondo me vuole rinegoziare gli accordi, anche sul piano sindacale e occupazionale.

C’è chi sostiene che il governo stia cercando una cordata alternativa, si fa il nome della Jindal che lo scorso hanno ha rilevato le acciaierie di Piombino. Mittal non ha proprio nulla da perdere?

Il coinvolgimento di un grande player come Arcelor Mittal era più un affare per noi che per l’azienda, anche in ragione di ciò che poteva restituirci a livello internazionale. Per Mittal non sarebbe un grande danno restituire l’Ilva, anche perché oramai ne ha acquisito soprattutto il portafoglio clienti. Tuttavia, come dicevo prima, la situazione è tale che non possiamo escludere nulla, anche perché potrebbe sfuggire di mano, soprattutto quando la politica è rappresentata da chi non ha praticamente nessuna esperienza nella gestione della complessità.

“L’Italia impari a far crescere la sua industria o non saremo più un paese avanzato”. Intervista a Giuseppe Sabella

In questi due mesi, oltre di legge di bilancio, il premier Conte e il Ministro Gualtieri hanno parlato molto di green new deal. L’orizzonte tracciato è quello giusto, ma per dare un futuro alla nostra economia bisogna che anzitutto migliori la gestione delle crisi di impresa. Sono oltre 150, infatti, i tavoli di crisi aperti al Ministero dello sviluppo economico che, da tempo, non trovano soluzione. E dietro le emergenze più note – Whirlpool, Alitalia e la ex Ilva per dirne alcune – c’è un universo di aziende da salvare. Ne parliamo con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0 ed esperto di relazioni industriali.

(foto Ansa)

Sabella, ci dice qualcosa su caratteristiche e proporzioni di questo fenomeno sempre più grande e sempre meno controllato dal governo? Continua a leggere

Il futuro del welfare tra salario minimo e orario ridotto. Intervista a Giuseppe Sabella

Catena di montaggio (GettyImages)

La proposta, avanzata in questi giorni, dell’orario di lavoro ridotto non presenta nessuna novità. Come noto, “Lavorare meno per lavorare tutti” è stata un’idea che ha attraversato il sindacato già negli anni Settanta. Nell’84 fu poi Ezio Tarantelli, l’economista della Cisl ucciso in un vile attentato dalle BR, a presentare un’ipotesi articolata; ma ciò sarebbe avvenuto a parità di salario orario, non mensile. Di questo parliamo, in questa  intervista, con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Sabella, che senso ha oggi parlare di riduzione dell’orario di lavoro?

La trasformazione del lavoro negli anni di Industry 4.0 – ovvero dell’applicazione della forma più sofisticata di intelligenza artificiale ai sistemi produttivi – sta generando un impatto molto forte non solo sulle competenze delle persone ma anche sull’organizzazione del lavoro. Considerando che le rivoluzioni industriali storicamente assolvono al compito di alleggerire la fatica di chi lavora, ciò va oggi nella direzione di una crescente conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Ma non sono sicuro che sia questo lo spirito di chi si propone di ridurre l’orario…

La proposta arriva dal Prof. Tridico, Presidente Inps e uomo vicino al Ministro del Welfare Luigi Di Maio. Cosa le fa pensare che lo spirito non sia quello che lei dice?

Perché il Prof. Tridico, e non solo lui, ha più volte insistito sulla necessità di distribuire il lavoro. Non sto qui dicendo che includere più persone nel lavoro non sia importante, ma non credo sia questa la strada: bisognerebbe piuttosto occuparsi di sviluppo economico, cosa che misteriosamente il governo ha deciso di non fare. E soprattutto, oggi come oggi, se fosse la legge a ridurre l’orario di lavoro, il sistema andrebbe in seria difficoltà.

Anche perché il panorama dei lavoro e dei comparti è piuttosto variegato. Come si può pensare di intervenire in modo così uniforme?

Il presupposto delle differenze a cui lei allude è ciò che viene violato ogni qual volta il governo di turno interviene con la sua riforma per smentire quello che ha fatto il governo precedente; al di là del fatto che, naturalmente, vi sono riforme del lavoro migliori di altre. A parte la differenza che vi è nelle varie macroregioni d’Italia a livello di mercati del lavoro, è ovvio per esempio che il lavoro pubblico, quello privato, l’industria piuttosto che il commercio presentano delle loro peculiarità. Che solo la contrattazione collettiva può accogliere a valorizzare al meglio.

Ha ragione, quindi, il Segretario Generale Fim-Cisl Marco Bentivogli quando dice che la riduzione dell’orario si può fare solo per via contrattuale?

Bentivogli nella sostanza ha ragione: orario e organizzazione del lavoro sono ambiti molto sensibili alle caratteristiche dei settori; e, non a caso, il monte ore settimanale è già di per sé diversificato a seconda dei comparti. D’altro canto, soprattutto la contrattazione aziendale offre la possibilità di disegnare al meglio quel perimetro regolatorio che più facilmente di un intervento legislativo può rispondere alle esigenze specifiche delle imprese e diventare patrimonio condiviso. Resto tuttavia convinto che si debba fare di più, per questo penso che il Prof. Tridico ha sollevato un tema importante. In sintesi: la riduzione dell’orario deve diventare elemento di peso nello scambio tra lavoro e impresa ma il ruolo del governo potrebbe rivelarsi rilevante in un disegno condiviso con le Parti.

Più nello specifico, a cosa si riferisce?

Oggi lo scambio salario-lavoro fa fatica a crescere: non solo per via di una tassazione sempre più invasiva – si veda in proposito il recente rapporto “Taxing Wages” dell’Ocse, cuneo fiscale Italia 47,9% – ma anche perché non riusciamo a far lievitare la produttività (e quindi la ricchezza) in un quadro economico, quello europeo, sempre più vicino alla recessione. Ora, come già avviene da tempo, ciò che può rivitalizzare lo scambio – e la produttività stessa – è proprio il welfare. E vi sono molti modi di fare welfare: dai cosiddetti flexible benefit, alla formazione, alle misure previste per l’assistenza e la previdenza complementare, a tutto ciò che in azienda costituisce valore per lavoratrici e lavoratori. Il “tempo” è forse il bene più prezioso e più potente che può entrare nello scambio sotto forma di welfare. È qualcosa che già avviene in molte imprese, dove la conciliazione vita-lavoro è una priorità. E non c’è dubbio che un lavoratore più “contento” è una risorsa che produce meglio. Ma non dimentichiamoci del ruolo determinante giocato in questo senso dalla fiscalità: ecco perché governo e Parti sociali hanno la possibilità di scrivere insieme il futuro del nuovo welfare.

Giovanni Paolo II, che fu molto attento alla dottrina sociale, vedeva un punto fermo nella conciliazione dei tempi di vita e di lavoro…

Già all’inizio del suo mandato, con la Laborem exercens (1991), Giovanni Paolo II parlava delle trasformazioni a cui sarebbe andato incontro il lavoro con l’avvento della tecnologia e della necessità di arginare l’impatto del lavoro sulla vita delle persone, sia per la donna – per non penalizzarla nel lavoro in ragione del suo “ruolo insostituibile di madre” – sia per l’uomo. Del resto, parafrasando la sacra scrittura, come l’uomo non esiste per il sabato, così l’uomo non esiste solo per il lavoro. La corsa al consumo ha violato questo principio, ma quella corsa sfrenata è oggettivamente finita. Oggi è il momento giusto per ristabilire un equilibrio.

Ecco cosa c’è dietro la vendita di Magneti Marelli. Intervista a Giuseppe Sabella

(Gettyimages)

Come noto, FCA ha ceduto Magneti Marelli alla società giapponese Calsonic Kansei, per una cifra vicina ai 6 miliardi di euro. Sull’operazione c’è molto pregiudizio legato anche al fatto che FCA si priva di Magneti Marelli dopo la scomparsa di Sergio Marchionne e proprio all’inizio del nuovo corso guidato da Mike Manley. Ciò apre un interrogativo di fondo che va al di là dei motori: quale futuro per FCA e la sua produzione italiana? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Sabella, cosa ne pensa di questa operazione?

Partiamo col dire che i giapponesi di Calsonic Kansei comprano per una cifra importante; secondo, sta nascendo uno dei più grandi gruppi mondiali nel settore della componentistica dell’auto, che apre opportunità per Magneti Marelli sui mercati asiatici e giapponesi dove oggi era poco presente, così come Calsonic Kansei è poco presente in Europa; terzo, l’headquarter resta in Italia (a Corbetta, provincia di Milano). Dobbiamo inoltre considerare che chi vende non è una società italiana, è FCA che italiana non lo è più da quasi 5 anni.

Quindi, la cosa importante – per noi – è capire qual è il futuro della produzione che è presente sul nostro territorio…

È questo il punto, e proprio su questo la direzione FCA e il Ceo di Magneti Marelli hanno incontrato in queste ore le organizzazioni sindacali nella sede di Milano. Mi pare ci sia un cauto ottimismo diffuso in ragione della prospettiva per gli stabilimenti italiani e per le sue garanzie occupazionali, anche in ragione del fatto che non ci sono sovrapposizioni di prodotto.

In sostanza, una buona operazione per FCA…

Si, anche perché se così non fosse, FCA rischierebbe l’implosione.

Può spiegare meglio questo punto?

La tecnologia Magneti Marelli è stata il cuore della rivoluzione industriale di Marchionne: con questi motori, Chrysler – che come GM e Ford nel 2009 era in piena crisi ma era quella messa peggio – riuscì a riposizionarsi sul mercato con veicoli totalmente nuovi. Val la pena di ricordare che Chrysler in quel periodo si era concentrata sulla produzione di veicoli di grandi dimensioni dalla bassa efficienza sotto il profilo dei consumi. Ora, avendo rivoluzionato la propria produzione con i motori Magneti Marelli, è chiaro che non può non aver avuto forti rassicurazioni da questa cessione, perché FCA non può prescindere oggi da quel motore.

E allora perché questa cessione?

Il primo giugno 2018 Sergio Marchionne presentava quello che è l’attuale piano industriale di FCA. È un piano complesso e ambizioso che punta – oltre che su elettrificazione e guida assistita – su una forte espansione della gamma di prodotto. Ciò comporta una forte innovazione delle linee della produzione, servono infatti nuove piattaforme e l’investimento è notevole. La cessione di Magneti Marelli permette proprio di rispondere a questa esigenza.

Quindi, anche Marchionne l’avrebbe avallata…

La questione è un po’ controversa. C’è chi dice di si e c’è chi dice invece che non l’avrebbe ceduta e che ne aveva in mente uno spin-off, anticipazione di una successiva quotazione in borsa. Io credo, anche, che Marchionne avesse un legame diverso con Magneti Marelli, perché sapeva bene che con quei motori ci aveva fatto la rivoluzione.

Manovra economica: “Stiamo diventando sempre meno credibili ed affidabili”. Intervista a Leonardo Becchetti

Con il declassamento di Moody per l’Italia la situazione economica si fa ancora più pesante. Una settimana davvero nera per l’economia italiana. Di questo parliamo con il prof. Leonardo Becchetti, Ordinario di Economia politica all’Università “Tor Vergata” di Roma

Di fronte ad una stroncatura della “manovra” da parte  di tutti gli enti competenti, dalla Banca d’Italia fino alla Commissione Europea, gli esponenti politici continuano ad affermare che la manovra è “molto bella” (???). E tutto questo avviene con uno spread alto. Dove nasce questa “incoscienza politica”? Sono dei kamikaze contro l’Unione Europea?
La critica verte sul fatto che con un deficit al 2,4% e non all’1,6% come proponeva all’inizio il ministro Tria molto difficilmente il rapporto debito/PIL non crescerà. Il governo ha ipotizzato effetti moltiplicativi molto elevati che difficilmente si realizzeranno con una manovra che punta su trasferimenti più che su stimolo agli investimenti. Si poteva fare tutto con più prudenza nspalmando l’intervento in più anni ma si è voluto forzare la mano. E il rischio che la fiducia nei nostri titoli venga meno soprattutto dopo il confronto con l’Europa e il probabile declassamento da parte delle società di rating è elevato. Si gioca purtroppo sul fatto che le competenze economiche in questo paese sono molto basse. E che gli italiani preferiscono portare a casa qualcosa (cinque anni in meno di lavoro ad esempio con quota 100) senza preoccuparsi delle conseguenze. Paradossalmente se è così si può fondare un partito che promette le baby pensioni a tutti e vincere le prossime elezioni. La maggioranza di fronte ai pericoli verso cui stiamo andando incontro è pronta a scaricare le colpe su qualcun altro. A cercare un nemico esterno se i problemi aumentano. Il Venezuela è precipitato in condizioni disastrose ma Chavez prima e Maduro poi hanno mantenuto il potere facendo leva sulla solidarietà popolare contro i “nemici esterni”. L’Italia sarà più matura del Venezuela o dell’Argentina ? Questo alla fine sarà un test sulla maturità del popolo italiano. Vedremo

Ieri sera l’agenzia Moody ha declassato l’Italia. Quali effetti negativi per la nostra economia?
Il rischio è un’ulteriore risalita dello spread all’apertura dei mercati. Il governo ora parla di possibilità di tornare indietro sul deficit ma il giudizio di Moody resterà per molto e ci porta un solo gradino sopra il rating spazzatura. Non è detto che le conseguenze siano particolarmente negative perché il declassamento di un gradino era in qualche modo atteso. Quello che è più preoccupante è che si è innescato un trend di deterioramento e che presto il paese rischia di essere preda della speculazione che si avventa sulla preda solo quando la stessa comincia ad essere in difficoltà. E noi ci siamo messi in difficoltà da soli.

Lei pensa che il vero obiettivo sia il famigerato “piano B”?
Ad alcuni nella maggioranza non dispiace la tattica del kamikaze. Diamo la colpa dei nostri limiti ai vincoli europei quando non c’è un paese dei 27 in questa situazione macroeconomica per l’Europa che si trovi nella nostra tempesta iniziata con l’arrivo di questo governo. Ci facciamo saltare in aria o minacciamo di farlo perché così faremo saltare in aria l’UE. In realtà l’Ue si scanserà e salteremo in aria solo noi. Speriamo che la ragionevolezza prevalga. Ho idea che alcuni più smaliziati ed esperti nella maggioranza di governo capiscano il rischio e vogliano consapevolmente correrlo. Altri proprio non capiscono e non hanno gli elementi per capire.

Quali potrebbero essere i danni economicI del “sovranismo”? 
Intanto ci arriva un conto anticipato di 3 miliardi in più di spesa per interessi per ogni 100 punti di spread per il solo effetto di annuncio della manovra. Si sta avverando la profezia Tria quando il ministro affermava che se avremmo superato l’1,6% di deficit le turbolenze si sarebbero rimangiate con l’aumento dello spread e della spesa per interessi le risorse stanziate. Se continuiamo su questa strada l’errore di confidare nella possibilità dell’autarchia finanziaria può portare il sistema al disastro.

Parlando ancora della sfida “sovranista” alla Unione Europea, quale potrebbe essere l’arma più efficace per contrastare l’ideologia isolazionista?
Bisogna spiegare che ci sono infinite vie per migliorare le nostre condizioni molto più sicure di quella che stiamo scegliendo. E che in un’economia globale profondamente integrata le filiere produttive e il sistema finanziario non consentono una soluzione autarchica. A pagare le conseguenze del naufragio in una nuova crisi finanziaria sarebbero come al solito soprattutto gli ultimi.

Veniamo alla “manovra”. Una manovra giocata tutta in deficit ,con la strabiliante promessa di favorire la crescita. Perché è fallacie il ragionamento? E’ una manovra alla Keynes o alla Cirino Pomicino?
Il cuore della manovra sono trasferimenti per pensioni e lotta alla povertà finanziati prevalentemente in deficit. Aumentando il carico fiscale sulle banche che sono l’anello più delicato e nevralgico del nostro paese. Per aspettarsi un alto moltiplicatore dalla manovra che stimolerebbe la crescita e consentirebbe di ripagare il deficit bisognava puntare di più sullo stimolo al sistema produttivo. Paghiamo una visione errata per la quale le banche sono nemiche del popolo mentre sono i nostri risparmi e le finanziatrici degli investimenti delle nostre imprese. In questa fase vivono una concorrenza molto dura, stanno riprendendosi dal problema dei prestiti in sofferenza e sono chiamate a requisiti di patrimonializzazione molto severi dai regolatori. Calcare la mano su di loro può essere pericoloso.

Come giudica il ritorno allo “statalismo”?
Il futuro va in un’altra direzione ed è quello della sussidiarietà e delle partnership pubblico-privato. Soprattutto in un paese come il nostro la strada migliore è un pubblico che fissa le regole e che stimola energie di privati e terzo settore. Pensiamo solo alla questione dei centri per l’impiego. Ci vorrà molto per renderli efficienti mentre l’incontro tra domanda ed offerta del mercato del lavoro è un’attività oggi svolta da molte società private. Maggiori sinergie con il privato profit e not for profit sarebbero importanti.

Però non bisogna dimenticare la realtà esplosiva dell’aumento della povertà e del disagio sociale. Su questo non si può chiudere gli occhi. Il governo risponde con il reddito di cittadinanza. Una misura che esiste in altri paesi d’Europa. Può bastare questo? Cosa si potrebbe fare per renderlo Efficace?  C’è una misura alternativa?
Il reddito di cittadinanza è una misura in vigore in molti paesi europei e auspicata anche da pensatori liberali come Hayek e Einaudi. Il problema è che per promuovere dignità e inclusione sociale bisogna essere molto efficienti nella selezione di chi è veramente bisognoso. E imporre condizionalità severe che fanno venir meno il beneficio in caso di mancata adesione al progetto di formazione o di rifiuto di offerte di lavoro. Molto importante anche la presa in carico da parte di realtà del territorio perché la povertà è anche un problema di carenza di relazioni. Sarebbe anche il caso di non ricominciare da capo solo per motivi ideologici rifacendo una cosa molto simile. Proseguire il REI del precedente governo rinforzandolo con più risorse sarebbe stata la via migliore.

Poi c’è la vicenda del condono fiscale. IL governo “dell’onestà “che promuove i condoni fiscali … Insopportabile questo…
Ogni condono nasce con la promessa non credibile che sarà l’ultimo e che d’ora in poi gli evasori saranno puniti. Poi arriva il condono successivo. Il problema dunque è duplice. Di equità verso chi ha pagato e di coerenza intertemporale. Molto meglio sarebbe mettere in pratica il principio “pagare meno pagare tutti” con una lotta severa all’evasione attraverso gli strumenti che oggi conosciamo (riduzione del contante, fattura elettronica anche per i consumatori con contrasto fiscale). Indirizzando automaticamente le risorse ricavate con la lotta all’evasione alla riduzione delle tasse. Se tutti pagassero le tasse ci sarebbe spazio per una loro riduzione circa del 20% .

Ultima domanda : E’ una manovra, da quello che si è capito, che non guarda al futuro. Le risorse sugli investimenti sono poche. Che Italia vuole “disegnare” la manovra?
Per fortuna alcune delle misure importanti del governo passato (superammortamento) restano. Ma lo stimolo agli investimenti è insufficiente. Anche se il governo si propone giustamente di semplificare le procedure per l’utlilizzo di quei 150 miliardi stanziati per investimenti pubblici e ancora bloccati. Sarebbe la parte migliore di questa manovra totalmente sovrastata nell’agenda della comunicazione da altre questioni. Anche questo contribuisce ad aggravare il quadro e a peggiorare la nostra reputazione sui mercati. Stiamo diventando sempre meno credibili ed affidabili man mano che il tempo passa ed è questa la questione più grave.