“La Verità del Freddo”, un libro svela i segreti della “Banda della Magliana”. Intervista a Raffaella Fanelli

“Hanno già ordinato la mia morte…” Maurizio Abbatino parla e racconta quello che ha visto e vissuto in prima persona. Anni di delitti, di vendette, di potere incontrastato su Roma e non solo. Misteri italiani, dal delitto Pecorelli all’omicidio di Aldo Moro, fino alla scomparsa di Emanuela Orlandi. Protagonista di una stagione di sangue che ha segnato la storia più nera del nostro paese; fondatore e capo, con Franco Giuseppucci, della banda della Magliana, Abbatino è l’ultimo sopravvissuto di un’organizzazione che per anni si è mossa a braccetto con servizi segreti, mafia e massoneria. Nel libro scorre la storia d’Italia vista con gli occhi di un criminale sanguinario che ha fatto arrestare altri criminali sanguinari. Molti di loro sono tornati liberi. Lui no. La collaborazione di Abbatino ha attraversato tutti gli anni Novanta e il decennio successivo per interrompersi nel 2010. La sua testimonianza ha consentito di avviare il processo che ha portato dietro le sbarre il nucleo storico della Banda. Le sue rivelazioni hanno avuto un peso in processi importanti, da quello per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli a quello per la morte di Roberto Calvi. Un libro importante. L’autrice, la brava giornalista d’inchiesta Raffaella Fanelli, ci racconta, in questa intervista, le novità che sono emerse dal suo incontro con Maurizio Abbatino. Continua a leggere

Lectio degasperiana 2019: “L’autobiografia di una nazione nelle lettere di De Gasperi”

“L’autobiografia di una nazione nelle lettere di De Gasperi”: oggi pomeriggio alle 17, a Pieve Tesino, la Fondazione Trentina Alcide De Gasperi propone una rilettura della storia italiana del Novecento attraverso importanti lettere inedite dello statista, finora sconosciute e riportate alla luce grazie all’Edizione nazionale dell’Epistolario di Alcide De Gasperi. Le lettere saranno interpretate dall’attore Andrea Castelli.

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“Per superare il sovranismo sogno un’Italia mondiale”. Intervista a Enrico Letta

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

“La strada che ha preso l’Italia non mi piace. Vorrei che si cambiasse direzione. In questo libro provo a elaborare idee e lanciare proposte concrete. Per interrompere una sequenza fatta di errori e illusioni, tra sovranismi e rottamazioni, che ha portato a un’Italia sempre più ripiegata su se stessa. Per affrontare le sfide dell’immigrazione, del declino economico e culturale, della sostenibilità ambientale, e per un’Italia davvero protagonista di una nuova Europa. Le mie riflessioni si fondano su tre convinzioni. La prima è che per superare questo presente bisogna innanzitutto capire come ci si è arrivati. La seconda è che si deve superarlo andando avanti e non indietro. La terza, la più importante, è che non c’è niente di più bello che imparare.” 

Così scrive Enrico Letta nel suo ultimo libro “Ho imparato”(Ed. Il Mulino, pagg. 190, € 15,00).

L’ex premier adesso è professore al prestigioso “SciencesPo” di Parigi (dove dirige l’Istituto di affari internazionali). Con lui, in questa intervista,  abbiamo messo a fuoco alcuni punti della sua riflessione, senza dimenticare l’attualità politica.

Professor Letta, il suo libro “Ho imparato” ci offre molti spunti di riflessione su diverse tematiche economiche e politiche che sono altrettante sfide all’Italia contemporanea. Allora incominciamo dall’Italia. Anche le elezioni abruzzesi hanno consegnato quella regione ai sovranisti. Infatti è uscito vincitore un centro destra a trazione leghista con la elezione di un candidato di Fratelli d’Italia. Insomma soffia forte il vento sovranista. Perché, secondo lei, il sovranismo ha conquistato gli italiani?

Secondo me non riguarda solo l’Italia, ma riguarda tutti i paesi occidentali, nel senso che siamo in una fase nella quale la paura per il futuro, l’ansia che si crea, le trasformazioni della nostra società stanno creando oggi nelle ex classi medie una prevalente paura per il futuro come sentimento chiave. Questa paura spinge a cercare conforto nei punti di riferimento antichi e il principale punto di riferimento antico sono la lingua, la nazione e la bandiera e oggi in tutti i paesi occidentali c’è questo ripiego verso “la logica del focolare”, consistente. nella sicurezza che ti danno la lingua, la bandiera e la nazione). L’Italia è dentro questa dinamica esattamente come gli altri paesi occidentali: l’uscita del brexit è figlia di questa dinamica, così come il successo negli Stati Uniti del motto di Trump “Make America great again”.

Quali sono stati gli errori politici che ci hanno portato a questo punto?

La cosa tocca un po’ tutti gli aspetti della vita, tocca la politica, l’economia, la cultura, l’educazione, ovviamente il tema dell’emigrazioni, viste come una delle cose che più spaventa e crea la paura che uno possa sentirsi straniero a casa sua.

Le cronache politiche ci informano di quanto sia complicato la costruzione di una alternativa. Tra gli sforzi c’è quello di Carlo Calenda. Il suo manifesto per l’Europa ha raccolto una grande adesione. Lei nel libro ha espresso perplessità. Cosa non la convince? Avete avuto modo di chiarire le vostre opinioni?

Io penso che la spinta a favore di un’Europa come base di un riferimento chiave per l’Italia sia totalmente condivisibile, io culturalmente mi sento assolutamente vicino a questa visione. Ho semplicemente fatto riferimento alla necessità che ogni operazione politica vada fatta a favore e non contro. Ma rispetto all’idea originale mi sembra sia evoluta la sua proposta.

Intanto stiamo vivendo una crisi assurda con la Francia. Una crisi fatta di sgarbi istituzionali gravi. Di Maio ha ancora una volta espresso l’intenzione di rincontrare i gilet jaunes. Il governo francese vuole un atto forte per chiudere la crisi. Siamo in uno stallo. Che dovrebbe fare il governo italiano? Non pensa che anche Parigi dovrebbe fare qualcosa per rasserenare il clima?

Molto semplicemente tra Italia e Francia, come tutte le altre nazioni europee, esistono convergenze (una delle più importanti che mi viene in mente è quella sulla politica monetaria europea, una delle questioni più decisiva di tutte, soprattutto per un paese come il nostro che ha un debito notevole e grazie a Draghi e alla Francia l’abbiamo avuta) e divergenze (ad esempio il tema della Libia, dei migranti). Le divergenze possono anche portare a dei litigi, ma non devono portare alla rottura di un’alleanza che è strategicamente fondamentale per noi. Piuttosto che guardare verso Polonia e Ungheria, dobbiamo guardare verso Francia e Germania, anche perché Polonia e Ungheria sono fuori dall’euro, quindi con loro più di tanto non possiamo fare, mentre con le altre è fondamentale intendersi.

L’Italia deve smettere di provocare la Francia con cose che non hanno nulla a che vedere con i fatti concreti, perché la storia dei gilet gialli o la storia del colonialismo sono pure provocazioni. Sarebbe come se il governo francese si mettesse a provocarci sulla mafia, è ovvio che reagiremmo. Ecco perché le cose hanno bisogno di rapporti dignitosi e sinceri. Nel governo italiano si è fatta una cosa da campagna elettorale, hanno deciso di scegliere Macron come nemico per la campagna elettorale.

Torniamo all’Europa. Fino a pochi anni fa noi italiani eravamo i più europeisti. Oggi viviamo con fastidio l’appartenenza all’Europa. Nel libro lancia idee forti sulla riforma della UE. Quale o quali per tornare ad amare l’Europa?

Secondo me c’è bisogno di estendere il discorso sull’Europa a materie e temi sui quali fino ad oggi è stata secondaria la logica europea – cultura, educazione –; io per esempio lancio nel libro questa proposta sull’Erasmus per gli adolescenti che ritengo fondamentale, penso sia una delle cose principali su cui lavorare, perché se l’Europa diventa anche educazione e cultura, allora si riescono a fare ed ottenere dei risultati molto maggiori. Io dico che più che risposte politico- organizzative c’è bisogno di risposte di una grande battaglia culturale, perché si è abbandonato quel tema e invece c’è bisogno perché è su questo che si gioca anche il futuro dell’Italia.

Lei lancia, nel libro, una proposta forte per affrontare con razionalità il problema della immigrazione. Ovvero la creazione di una autorità come Mario Draghi per il problema migratorio. Può spiegare cosa intende?

Penso che così come l’Europa e l’euro siano stati salvati da Draghi, cioè da un’autorità centrale che è riuscita con pieni poteri a fare nei tempi giusti le scelte necessarie assumendosene la responsabilità, allo stesso modo è necessario che la stressa cosa avvenga sulla questione migratoria. C’è bisogno di qualcuno che sia in grado di assumersi la responsabilità.

In questi tempi sovranisti stiamo mettendo in crisi istituzioni consolidate. Mi riferisco alla volontà dei due vicepremier di attaccare l’autonomia di Banca d’Italia. Quali obiettivi si pongono?

Bisogna garantire assolutamente l’indipendenza della Banca d’Italia, come di tutte le Autorità indipendenti. Credo che questa sia la questione chiave perché fa parte degli obiettivi per tenere il paese in vita come una democrazia funzionante ed efficiente. Io penso che tutti i corpi dello Stato debbano lavorare per garantire l’indipendenza della Banca d’Italia. Di Maio e Salvini hanno bisogno di creare sempre dei nemici da esporre al pubblico ludibrio; questa logica con la Banca d’Italia è perfetta solo perché si tratta di banca e generalmente i banchieri godono di cattiva fama e quindi è facilissimo trovare un nemico così.

Lei sogna una Italia mondiale. Di questi tempi sembra una utopia…. Cosa la rende ottimista sul destino dell’Italia?

I giovani italiani, perché l’Italia ha dei giovani ventenni che sono fantastici. Li vedo sia la scuola di politica che all’università e sono veramente fantastici, hanno una marcia in più e io sono ottimista dell’Italia per loro.

La riforma dello IOR e l’ “eredità” di Marcinkus. Intervista a Fabio Marchese Ragona

Era il 1982 quando il Banco ambrosiano fu liquidato, Roberto Calvi fu trovato impiccato sotto un ponte londinese e Marcinkus fu accusato di aver avuto un ruolo centrale nel crac del banco milanese, giocandosi la berretta cardinalizia. Nello stesso anno fu istituita la commissionvaticanistae mista Italia-Vaticano per l’accertamento della verità sul crac dell’Ambrosiano e sul coinvolgimento dello Ior di Marcinkus. Cinque anni dopo, nel 1987, i magistrati italiani spiccarono nei suoi confronti, e in quelli di due suoi collaboratori, un mandato di cattura internazionale per concorso in bancarotta fraudolenta.

Tutto inutile. Il monsignore americano, cosi come i suoi fedelissimi, non vide mai le manette. Marcinkus, infatti, grazie all’immunità diplomatica ricevuta dal Vaticano, non poté essere arrestato: si era abilmente rifugiato dentro le mura d’oltretevere. E li rimase rinchiuso

per molti anni. I tentativi di contatto (formali e informali) della magistratura italiana, che chiese persino l’estradizione dell’arcivescovo, caddero tutti nel vuoto.

Il libro (“Il Caso Marcinkus” Ed. Chiarelettere), appena uscito nelle librerie, di Fabio Marchese Ragona – vaticanista di  Mediaset – ripercorre le imprese rocambolesche di quel banchiere senza scrupoli, arricchendole di dettagli venuti alla luce solo di recente, di nuove testimonianze e di documenti inediti.

A distanza di trent’anni dall’uscita di scena di monsignor Marcinkus, cosa resta di lui nelle stanze del torrione di Niccolo V, sede dell’Istituto per le opere di religione? E’ vero che lo Ior si e ormai quasi totalmente rinnovato, grazie alla vigilanza dell’Autorità d’informazione finanziaria della Santa sede e alle nuove normative sulla trasparenza entrate in vigore in Vaticano? Ne parliamo, in questa intervista, con l’autore. 

Fabio, il tuo libro, sul caso Marcinkus, porta nuova luce su fatti drammatici che hanno riguardato le finanze vaticane. Cinquant’anni di storia con molti protagonisti tra cui papi, capi di Stato, cardinali e banchieri. Ti chiedo: nello Ior aleggia ancora lo “spirito” di Marcinkus?

Di certo, con gli ultimi due papi, Benedetto e Francesco, le cose all’interno dello IOR sono cambiate radicalmente. Soprattutto Bergoglio, pontefice arrivato dall’Argentina, ha voluto dare un’accelerata alla riforma finanziaria anche se ha trovato tanti ostacoli lungo il suo percorso. Lo “spirito” di Marcinkus aleggia ancora quando qualcuno tenta di bloccare il vento di cambiamento voluto dal nuovo Papa. E purtroppo è successo. 

Nello IOR ci sono ancora opacità, nel libro riveli un episodio emblematico quello sulla riforma dello Statuto dello IOR. Puoi parlarcene?    

 Mi riferivo proprio a questo. Appena eletto Papa, Francesco ha istituito una commissione formata da cardinali, vescovi, monsignori e laici per studiare lo IOR e proporre al Papa un progetto di riforma. Dopo una riunione dell’autunno 2014 il Papa aveva chiesto che lo IOR modificasse lo statuto, fermo ancora al 1990. La commissione alla fine fu sciolta perché immobilizzata da chi faceva ostruzionismo. E lo statuto non fu mai cambiato.

Veniamo al tragico protagonista del tuo libro: l’Arcivescovo americano Paul Casimir Marcinkus. Dominus incontrastato delle finanze vaticane per trent’anni. Il periodo di Marcinkus attraversa uno dei periodi più difficili della storia del nostro Paese , con i suoi misteri. Il ritratto che ne viene fuori è di un uomo molto molto discutibile (incriminato dalla  magistratura italiana per il  caso del Banco Ambrosiano).  Come è stato possibile che un uomo così spregiudicato abbia goduto la fiducia di due grandi Papi: Paolo VI e Giovanni Paolo II? Quali “meriti” poteva avere?

Monsignor Marcinkus fu chiamato alla guida dello IOR da San Paolo VI perché Montini voleva riformare l’istituto, voleva che outsider rompesse gli equilibri della Curia. Marcinkus non aveva però alcuna competenza finanziaria, si affidava molto ad alcuni collaboratori laici e ad alcuni banchieri di cui si fidava ciecamente. Lui stesso godeva di grande fiducia perché era diventato molto amico sia di Paolo VI (gli aveva salvato la vita nelle Filippine) e del suo segretario particolare, sia di Giovanni Paolo II perché lo aveva aiutato molto a combattere il comunismo, facendo arrivare fondi a Solidarnosc.  

Fa impressione leggere della “bella vita”che faceva alle Bahamas l’Arcivescovo…sempre in golf club esclusivi, con l’immancabile sigaro cubano. Ma nelle Bahamas non andava  solo per vacanze…andava a creare istituti bancari ad hoc per un paradiso fiscale. Perché lo Ior aveva “bisogno” di questo tipo di Banca. Che tipo di operazioni voleva occultare lo IOR?

Lo IOR non voleva occultare delle operazioni. Non ne aveva bisogno. La dirigenza dell’epoca dell’Istituto per le Opere di Religione però era in affari con il Banco Ambrosiano e i vertici di quell’istituto bancario milanese avevano compiuto delle acrobazie finanziarie che partivano da Milano, transitavano dalla Città del Vaticano (per eludere i controlli), raggiungevano le Bahamas e poi rientravano tramite la Svizzera o tramite altre offshore. Un gioco di scatole cinesi. Marcinkus e company erano consapevoli di tutto: lo stesso monsignore era membro del CdA della Cisalpine di Nassau, creata con proventi della mafia.  

Parlando dell’Istituto di Nassau non si può non parlare di Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano morto a Londra sotto Il ponte dei “frati neri”.  I due, Calvi e Marcinkus, avevano un rapporto di una certa familiarità e amicizia. Alla morte di Calvi non prova alcun rimorso…anzi critica l’operato di Calvi. Eppure anche lui, Marcinkus, ha contribuito a mandare in rovina Calvi…. Come ti spieghi il comportamento del Monsignore?

Monsignor Marcinkus si fidava molto di Roberto Calvi e lo lasciava fare. Quando Calvi fu arrestato dalla Guardia di Finanza dopo il processo valutario, Marcinkus lo scaricò del tutto. Furono inutili i tentativi dei familiari di entrare in contatto con lui o con i suoi collaboratori. Successivamente Calvi, una volta uscito di prigione, tornò dal monsignore americano, implorandolo di poterlo aiutare. Marcinkus accettò di firmare delle lettere di patronage a patto che Calvi firmasse una lettera di manleva in cui si prendeva tutta la responsabilità sulle operazioni con le società offshore. Era un uomo con l’acqua alla gola e firmò. Fu la sua condanna a morte. 

Non poteva mancare il rapporto con un amico storico del Vaticano: Giulio Andreotti. Il “Divo” è stato utile per lui….Che tipo di rapporto c’era?

Tra Marcinkus e Andreotti c’era un rapporto molto stretto, di grande amicizia e di stima reciproca. I due si conoscevano da oltre 40 anni. All’interno dell’Archivio personale di Giulio Andreotti ho trovato decine di lettere e biglietti che i due si scambiavano. Anche quando il monsignore era rifugiato in Vaticano per sfuggire alla giustizia italiana, Marcinkus comunicava tramite lettera con il ministro degli esteri Giulio Andreotti.  

Un avversario di Marcinkus fu  Albino Luciani.Cosa opponeva questi due uomini così opposti?

Sul rapporto tra Marcinkus e Papa Luciani si è scritto tanto ma non ci sono mai state testimonianze dirette. Nel libro ho raccolto la testimonianza di un sacerdote che conosceva l’allora patriarca di Venezia e racconta che quando Luciani incontrò Marcinkus rimase molto deluso per il trattamento riservatogli dal prelato americano. Si era sentito – dice – trattato come un bidello. Quando Luciani divenne Papa aveva in mente di sostituire Marcinkus dalla guida dello IOR. Ma non perché serbasse rancore nei suoi confronti ma perché secondo Giovanni Paolo I era inconcepibile che un vescovo guidasse un istituto bancario. 

Con Wojtyla tocchiamo l’apice della “gloria” per Marcinkus. Sappiamo che Karol Wojtyla utilizzò lo Ior per finanziare il sindaco polacco  Solidarnosc. Qual è stato il ruolo dell’Arcivescovo  Marcinkus?

Con Giovanni Paolo II possiamo dire che il potere di Marcinkus crebbe ancor di più. Il monsignore americano sosteneva con forza la lotta di Wojtyla al comunismo e diede una grande mano per far arrivare fondi al sindacato polacco Solidarnosc. Nel libro viene testimoniato che il vescovo statunitense apriva dei conti correnti sui quali arrivavano fondi dagli Stati Uniti e da lì venivano dirottati in Polonia. Marcinkus era per Wojtyla un amico ma anche uno degli uomini di fiducia che avrebbero garantito che il suo progetto per il crollo del comunismo potesse andare in porto. 

Dopo averlo “glorificato” Wojtyla lo allontana (su pressioni di Casaroli e Silvestrini), tardivamente, dallo Ior.. Troppo Tardivamente non trovi?

 Giovanni Paolo II fece di tutto perché “l’allontanamento” fosse il più delicato possibile. Marcinkus continuò a vivere in Vaticano per diversi anni per poi far ritorno negli Stati Uniti. Giovanni Paolo II avrebbe voluto insignirlo anche della porpora cardinalizia, ma su questo trovò la resistenza dell’allora Segretario di Stato, Agostino Casaroli. Passò la linea di Casaroli e il monsignore tornò negli USA senza soldi e senza porpora.

L’Addio di Marcinkus allo Ior è segnato dal suo triste ritorno in   patria, gli Usa. Nel libro  riporti una dichiarazione di Andreotti ad una agenzia di Stampa  in cui sostanzialmente da la colpa al “Sistema Vaticano” che fece l’errore di affidargli, anni prima, la   Presidenza dello IOR. Lui Marcinkus, infatti, non aveva alcuna competenza bancaria…Insomma il “Banchiere di  Dio” è stato un povero ingenuo?

E’ stato un uomo che si è fidato troppo di persone sbagliate. Non so se ingenuo sia la parola giusta; di certo non aveva competenze e lui stesso non ne faceva mistero. Molti lo descrivono come un uomo straordinario, altri come un delinquente. L’unica cosa certa è che è sempre stato e rimarrà per sempre una figura controversa. 

Ultima domanda: Vista questa “eredità“, di Marcinkus, non sei molto ottimista sul tentativo di riforma dell’Istituto da parte di Papa Francesco…o sbaglio?

Papa Francesco ce la sta mettendo tutta, in Curia lo stanno aiutando. Sul tema finanziario, però, il Papa sta trovando molte resistenze da parte di molte persone. Non sono pessimista, anche se per Bergoglio riuscire a riformare del tutto lo IOR è una sfida non indifferente. 

 

“L’uomo bianco è una regressione della nostra civiltà”. Intervista a Ezio Mauro

 Un libro intenso, scritto da un vero maestro del giornalismo italiano. Non è solo un reportage sull’Italia di oggi, sui rischi di degrado che corre il nostro Paese. Ma è anche una riflessione di un intellettuale che si interroga sulla nostra civiltà in preda alla paura e sulle colpe della politica che non ha saputo rispondere adeguatamente alle sfide di questo momento storico. Ezio Mauro nel  libro, pubblicato da Feltrinelli, ci offre spunti profondi. In questa intervista abbiamo sviluppato alcuni punti della sua riflessione.

 

EZIO Mauro, lei ha scritto un libro “doppio”, come lo ha definito acutamente Adriano Sofri, in quanto si muove nel doppio registro tra la cronaca e la riflessione “lunga” di tipo socio-politico. Per cui il libro diventa una inchiesta sul mutamento antropologico del nostro vivere quotidiano. Come cambia la cosiddetta “normalità” italiana?

Cambia perché ci permettiamo delle cose che non ci saremmo mai concessi qualche anno fa: una metamorfosi dovuta alla paura, alla globalizzazione e dovuta alla crisi più lunga del secolo (anche più lunga della Grande depressione del ’29), la crisi economica finanziaria, perché il nostro paese è il più lento ad uscire dalla crisi e questo lascia uno strascico perché c’è la fatica ad entrare nel mondo del lavoro da parte dei giovani. Così lascia quel rancore che determina un mutamento nel linguaggio, nel comportamento degli italiani cui non eravamo abituati. Continua a leggere