Il caso Mattei

Per la prima volta le prove dell’attentato nella ricostruzione del magistrato che ha condotto l’inchiesta. Un libro di Chiarelettere.

 

“Nonostante siano passati tanti anni a qualcuno la verità dà ancora fastidio…

Tutto chiaro fin dal primo momento, tutto incerto, coperto, inconfessato, depistato per i decenni a venire.” (Giorgio Bocca)

 

 




IL LIBRO

 

Sono passati oltre cinquant’anni da quel 27 ottobre 1962, quando l’aereo su cui viaggiava Enrico Mattei precipitò nella campagna pavese. Cinquant’anni di omissioni, bugie, depistaggi di Stato che hanno visto anche la stampa in gran parte schierata a confondere fatti e prove anziché contribuire a cercare la verità, così come dimostra questo libro, secondo la drammatica ricostruzione di Sabrina Pisu e del pm Vincenzo Calia, titolare dell’inchiesta avviata nel 1994 e conclusa

nel 2003.

Non si trattò di un “tragico incidente”, fu “un omicidio deliberato”, qualcuno sabotò l’aereo che precipitò in seguito a un’esplosione. Calia offre un quadro completo dei motivi per cui molti volevano fermare Mattei. Le ipotesi costruite su una documentazione vastissima, raccolta in anni di ricerche, sono rivelatrici.

Come scriveva Bocca, “la verità dà ancora fastidio”, troppi gli interessi in gioco. Il giornalista Mauro De Mauro, sollecitato dal regista Francesco Rosi a collaborare alla lavorazione del film “Il caso Mattei”, scomparve nel nulla subito prima delle rivelazioni che si apprestava a fare. Chi nel tempo provò a indagare sulla sua morte fu ucciso: il commissario Boris Giuliano, il pm Pietro Scaglione, il generale Dalla Chiesa, il colonnello Ninni Russo, il giudice Terranova. Anche Pasolini, che stava scrivendo il romanzo “Petrolio” con protagonista il successore di Mattei, Eugenio Cefis, fu ammazzato. Vite sacrificate per servire lo Stato e che lo Stato, incapace di processare se stesso, non ha difeso.

 

GLI AUTORI

 

Vincenzo Calia, magistrato, ha lavorato in procura a Pavia e come pm ha condotto la terza inchiesta sulla morte di Mattei. Attualmente è sostituto procuratore generale a Milano.

 

Sabrina Pisu, giornalista e inviata, lavora per Euronews, canale internazionale all news con sede a Lione. Con Alessandro Zardetto ha scritto il libro “L’Aquila 2010, il miracolo che non c’è” (Castelvecchi).

 

 

 

 

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto del libro

Questo libro
di Sabrina Pisu

La storia di Enrico Mattei finisce, come ha scritto Enzo Biagi, «in cinque secondi, sommersi dal silenzio e dal buio, il 27 ottobre 1962, a Bascapè di Pavia». L’inchiesta della Procura di Pavia, avviata nel 1994, chiusa nel 2003 e poi archiviata nel 2005, ha stabilito che il velivolo Morane Saulnier della Snam partito dall’aeroporto di Catania, su cui viaggiava il presidente dell’Eni, è stato sabotato. Fu una bomba a mettere Mattei fuori gioco per sempre: oltre alla procura pavese, con l’indagine del pm Vincenzo Calia, lo ha stabilito, in seguito, la Corte d’assise di Palermo nel procedimento sulla scomparsa di Mauro De Mauro. Il processo sul sequestro del giornalista de «L’Ora», avvenuto il 16 settembre 1970 e il cui corpo non fu mai ritrovato, è stato riaperto, infatti, nel 2003, quando il pm Calia ha trasmesso copia degli atti dell’inchiesta su Mattei alla procura del capoluogo siciliano, intravedendo un legame tra l’uccisione del presidente dell’Ente nazionale idrocarburi e la scomparsa del cronista. De Mauro è finito nel nulla proprio mentre stava indagando sulle ultime ore trascorse in Sicilia dal numero uno dell’Eni, incaricato dal regista Francesco Rosi, che stava lavorando a sua volta al film Il caso Mattei. La Corte d’assise di Palermo, con la sentenza del 10 giugno 2011, confermata in appello, ha assolto Totò Riina, l’unico imputato ancora in vita, per non aver commesso il fatto ma, dopo aver ripercorso in modo minuzioso le indagini svolte a Pavia, ha giudicato «acclarata, a onta del tempo trascorso dalla consumazione del delitto, la natura dolosa delle cause che determinarono la caduta dell’I-Snap», ritenendo «che la conclusione rassegnata dalla procura pavese sia pienamente condivisibile, in quanto suffragata da un compendio davvero imponente di prove testimoniali, documentali e tecnico-scientifiche».

Nonostante i due accertamenti giudiziari, sono ancora in molti a ritenere che si sia trattato di un «incidente» o che «sul sabotaggio restano ancora dubbi». L’ultimo in ordine di tempo è stato Paolo Mieli nel corso della prima puntata di Mille lire al mese. Storie di uomini che hanno fatto grande l’Italia (Andata in onda il 14 marzo 2016 su Orizzonti Tv), in cui, parlando di Mattei, ha sostenuto: «L’incidente di Bascapè, non sappiamo neanche se si possa chiamare incidente o non fu un attentato, toglie di mezzo Mattei nel 1962 quando è ancora nel pieno delle sue forze e sta dispiegando la sua politica. È un danno terribile per l’Eni, per l’Agip e per l’intera economia italiana e anche per la politica italiana». Anche in occasione del centodecimo anniversario della nascita del suo fondatore, l’Eni, in un comunicato ufficiale diramato e ripreso dalle agenzie di stampa, ha continuato a definire «misteriosa» la morte di Mattei, ignorando completamente gli accertamenti giudiziari. La stessa Ansa ha rilanciato il comunicato scrivendo: «Il 27 ottobre 1962 muore in un misterioso incidente aereo in provincia di Pavia. Le autorità giudiziarie non hanno mai stabilito se si trattasse di morte accidentale o omicidio». Mattei è stato ucciso e non è stato vittima di un incidente aereo, non si conoscono i nomi dei colpevoli, una verità completa non c’è, almeno in via giudiziaria, ma ci sono sufficienti elementi per definire gli scenari e i fantasmi che aleggiano sul suo cadavere. Il dibattito storico non può e non deve essere archiviato come un caso giudiziario, perché l’attentato all’allora capo dell’ente apre un periodo nero per l’Italia, oscuro come il petrolio: nel 1969 c’è piazza Fontana, l’anno dopo, il 16 settembre, un’automobile preleva, appunto, Mauro De Mauro sotto la sua abitazione fagocitandolo in una Palermo che non lo restituirà mai. Nel 1975 a essere ucciso è Pier Paolo Pasolini: sul suo corpo, massacrato nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 e trovato senza vita alle prime luci dell’alba, adagiato sulla spiaggia di Ostia, si è tentato di mascherare la verità. E cinque anni dopo, il 2 agosto 1980, una deflagrazione nella sala d’aspet to della stazione ferroviaria di Bologna ferma per sempre l’orologio alle 10.25 del mattino e con esso la vita di ottantacinque persone. Una lunga scia di sangue, silenzio e menzogne, da parte di uomini spesso appartenenti a uno Stato non in grado di processare, quando necessario, parti di se stesso.

Processo al silenzio

Il libro indaga e ricostruisce un aspetto ancora inedito della vicenda giudiziaria legata al caso Mattei, un lungo e sistematico sabotaggio della verità: i depistaggi intentati subito dopo l’incidente, durante le indagini in maniera «indiretta» e anche in seguito, quando, a verità accertata dalla Procura di Pavia sulla natura dolosa dell’accaduto, si è continuato a parlare di incidente; la stampa italiana ha schierato una parte delle sue migliori (e anche insospettabili) penne per evitare che venisse fuori una verità diversa dalla versione ufficiale o anche solo per scongiurare che qualunque tipo di ombra si allungasse sulle cause della morte di Mattei e si facesse luce sui mandanti. La parola «bomba» non piace innanzitutto all’Eni, ieri come oggi; nella pagina web ufficiale dell’ente, dedicata a Enrico Mattei, la sua biografia termina così: «Il 27 ottobre 1962 il suo aereo proveniente da Catania e diretto a Linate precipita a Bascapè (Pavia). Muoiono il presidente dell’Eni, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale». «Gli aerei non precipitano senza un motivo» scriveva Giorgio Bocca parlando sempre dell’episodio. La verità, infatti, passa anche attraverso la scelta delle parole giuste, scelta basata sulla reale conoscenza dei fatti. Tullio De Mauro, il 12 giugno 2011, in un’intervista rilasciata al «Corriere della Sera» ammonisce il quotidiano stesso: «Suggerirei caldamente in futuro di non scrivere mai più “tragico incidente” parlando di Mattei. Sarebbe una pia finzione. Fu omicidio deliberato. Questa è la corretta definizione». Indignazione per i continui lapsus della stampa viene anche dimostrata dalla nipote del presidente dell’Eni, Elisabetta Mattei, che scrive una lettera al quotidiano di via Solferino, pubblicata nello spazio interventi e repliche del 16 giugno 2011. «Come il “Corriere” può parlare di “morte misteriosa” del presidente dell’Eni? Misteriosi sono i mandanti dell’attentato, non la morte. O scrivere “l’incidente le cui cause non furono mai chiarite”? È un insulto alla memoria di mio zio Enrico Mattei e all’operato encomiabile del giudice Vincenzo Calia che portando la prova dell’esplosivo collocato sull’aereo ha dimostrato che fu un attentato.»

Convinzione di chi scrive è che l’Italia debba continuare a interrogarsi sul lato oscuro della sua storia a partire proprio dall’attentato a Mattei, perché si tratta di fatti che ne hanno cambiato per sempre il volto e il corso. È un dovere civile servirsi delle «schegge di verità», come le definiva Leonardo Sciascia, di cui disponiamo, riconoscendole come tali, per mettere nero su bianco dinamiche e responsabilità, evitando così che un altro aereo cada per un «incidente» dovuto al cattivo tempo o che delle nuove penne autorevoli si spendano su qualche giornale, magari su comando, per depistare, omettere e insabbiare.

Il mio incontro con il magistrato

A Vincenzo Calia scrissi per la prima volta nel 2011 per un reportage che stavo facendo per Radio 24, durante il programma di Daniele Biacchessi L’Italia in controluce, sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Mi interessava saperne di più sulla correlazione che lui per primo aveva individuato tra l’ultimo lavoro incompiuto del poeta e regista, Petrolio, e il libro Questo è Cefis di tale Giorgio Steimetz  (Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, Agenzia Milano Informazioni, Milano 1972) alias Corrado Ragozzino.

Il grande romanzo sul potere, che Pasolini non riuscì a finire perché brutalmente ammazzato, prendeva le mosse proprio da quel volume che, gettando pesanti ombre sulla figura di Eugenio Cefis, il successore di Mattei alla guida dell’Eni, ricostruiva il pericoloso intreccio politico-affaristico-criminale dell’epoca che porterà, come si capirà solo dopo, alle bombe fasciste. In quell’occasione Calia gentilmente declinò la mia richiesta a fargli un’intervista suggerendomi, qualora avessi voluto sapere qualcosa di più, di visionare i documenti della sua inchiesta sul caso Mattei, archiviata sei anni prima. Conoscevo l’indagine per averne letto sui giornali e su alcuni libri, ma restai sorpresa dal lavoro impressionante svolto dal pm: oltre 5000 pagine, 13 faldoni, 614 testimoni e 12 consulenze tecniche. Mi colpì subito un ampio fascicolo fotografico di circa 350 immagini. Si tratta di istantanee raccolte e realizzate da polizia, carabinieri, agenzie fotografiche e redazioni di giornali, un materiale storico di grande valore e quasi del tutto sconosciuto. Ci sono i rottami dell’aereo dispersi nella campagna di Bascapè, dall’ala al serbatoio, e i rappresentanti delle istituzioni dell’epoca accorsi sul luogo della sciagura; si vedono chiaramente gli inquirenti al lavoro, gli operatori della Croce rossa che recuperano ciò che resta dei corpi delle vittime e ci sono gli scatti di alcuni oggetti personali di Mattei, come l’anello e l’orologio: tutti elementi centrali per ricostruire le modalità e le cause della caduta del velivolo – lo stato dei luoghi, la condizione e l’ubicazione dei resti dell’aereo –, e per accertare la natura del disastro.

Queste fotografie costituiscono le prove, insieme agli accertamenti tecnici e alle numerose testimonianze raccolte, che l’aereo è stato dolosamente abbattuto. Pensai subito che questo apparato meritasse di essere conosciuto e così scrissi a Calia chiedendogli se quelle immagini fossero mai state esposte. Mi rispose di no. Cominciai a lavorare, allora, a un progetto per realizzare una mostra per la quale lui si rese disponibile a fornirmi una consulenza, qualora ce ne fosse stato bisogno. Iniziai allo stesso tempo a sfogliare i documenti dell’indagine rendendomi presto conto che solo parte di essi era stata in precedenza pubblicata da scrittori e giornalisti. Molto materiale era ancora inedito. Così contattai di nuovo il magistrato, proponendogli di lavorare alla stesura di un libro sul caso Mattei. Vincenzo Calia è un professionista riservato, di poche parole, lascia che siano le sue  inchieste a parlare per lui; all’epoca delle indagini, quando veniva raggiunto dai cronisti, si chiudeva sempre dietro un «no comment», senza rilasciare mai una dichiarazione. Così, in linea con il suo rigore, mi rispose: «Lo scriva lei». «No – replicai – l’inchiesta è la sua, solo lei può raccontarla.» Così, lentamente, è nato questo volume: un progetto univoco nelle sue due parti; la prima scritta in presa diretta dal pm, che ripercorre tutte le fasi dell’indagine e che rappresenta un documento giudiziario e storico incredibile. La seconda, scritta da me, sul ruolo avuto dalla stampa nel manipolare o, nel migliore dei casi, ignorare la verità.

Il lavoro svolto negli anni dalla procura pavese, grazie all’instancabile impegno di Calia, ha squarciato il velo su un grande mistero italiano; le carte processuali, che sono alla base di questo libro, hanno un valore straordinario al di là degli esiti giudiziari, perché ci consegnano il nitido disegno politico-affaristico di un’epoca e le battaglie spietate di potere che si sono giocate sul corpo di Mattei. Solo seguendo la lunga scia di sangue che parte da allora e arriva fino a oggi possiamo realmente capire l’Italia che siamo diventati e quella che saremmo potuti diventare se alcune teste non fossero state fatte cadere. Prima tra tutte quella di Mattei, che voleva industrializzare e modernizzare il paese, come in parte è riuscito a fare, per renderlo capace di competere con le maggiori potenze mondiali. Un uomo orgoglioso della propria nazione, che sognava coraggiosa e ambiziosa, con un ruolo internazionale. La sua figura è stata e resta al centro di acute discussioni sotto il profilo dell’eticità e dell’opportunità della sua azione, tra chi la loda e chi la demonizza: questo dibattito rimane fuori dal nostro libro. Qui si perseguono la ricerca della verità e il rispetto di quella che è stata stabilita durante l’inchiesta: ed è un dovere che non esclude nessuno. Obiettivo di queste pagine è anche quello di arginare il rischio di non sorprendersi più.

Quando Mauro De Mauro sparì, Sciascia scrisse che la gente a Palermo aveva preso la sua scomparsa (era il trentesimo uomo a venire inghiottito nel nulla in dieci anni nel capoluogo siciliano) «come prende la siccità, il temporale, come un fastidioso fatto di natura». E, poi, perché i volti e le storie dei nostri grandi uomini uccisi non devono essere dimenticati. E sono tanti, con vicissitudini diverse, ma tutti legati da una vita spezzata all’improvviso; una morte «che non ha volto», come disse Moravia a proposito dell’assassinio di Pasolini nel corso del suo funerale. «L’immagine che mi perseguita è quella di Pasolini che fugge a piedi, inseguito da qualche cosa che non ha volto, è quello che l’ha ucciso, questa immagine è emblematica di questo paese.» Diamo un nome e una fisionomia a questo volto.

 

Vincenzo Calia e Sabrina Pisu, Il caso Mattei. Le prove dell’omicidio del presidente dell’ENI dopo bugie, depistaggi e manipolazioni della verità, Ed. Chiarelettere, Milano 2017_Collana: Principio Attivo_Pagine: 384_Prezzo: 18 euro

 

 

 

Ecco chi e perché nel mondo perseguita i cristiani. Intervista a Nello Scavo

 

Nello Scavo, giornalista dinchiesta per il quotidiano cattolico Avvenire, in

questo libro, Perseguitati, ci offre un documentatissimo reportage di chi in ogni angolo del mondo viene perseguitato per la sola ragione di pregare il Dio di Gesù Cristo.

I dati sono impressionanti: ll  75% delle violenze che, oggi, una minoranza religiosa subisce riguarda i cristiani. Quali le ragioni di tanto odio? Ne parliamo, in questa intervista, con lautore del libro. Il libro verrà presentato a Roma, presso il Palazzo della Cancelleria, il prossimo 28 marzo. Alla presentazione sarà presente, tra gli altri, mons. Silvano Maria Tomasi (Segretario della Pontificia Commissione Giustizia e Pace).

 

Come nasce questo libro?


Dal desiderio di conoscere e di raccontare. Dalla necessità di andare a fondo. Non mi bastavano infatti le risposte preconfezionate sulla “guerra al cristianesimo” per ragioni strettamente religiose, come se l’essenza di una religione, sia essa l’islam o certe derive del buddismo nel sudest asiatico, così come l’induismo e lo stesso cristianesimo (laddove i cristiani venivano accusati di non essere vittime ma carnefici), contenessero nel loro Dna il germe dell’odio. Così ho provato a raccontare una delle ricadute della “terza guerra mondiale a pezzi” tante volte denunciata da Papa Francesco.

Il tuo libro è davvero un grido di allarme per le enormi violazioni della  libertà religiosa che investe, ormai quotidianamente, il 60% degli Stati a livello mondiale. Puoi farci una piccola mappa dove, secondo la tua esperienza sul campo, maggiori sono le violazioni?

Secondo Open Doors International la Corea del Nord per il 15° anno di fila è il luogo peggiore al mondo dove essere cristiani. La Chiesa è interamente clandestina. C’è poi la Somalia dove gli islamici che si convertono al cristianesimo, se scoperti vanno incontro a morte certa La Chiesa è pressoché totalmente clandestina o fortemente ostracizzata anche in Paesi come Afghanistan, Pakistan, Sudan, Iran ed Eritrea. La pressione anticristiana cresce rapidamente nelle regioni del Sud-Est Asiatico e dell’Asia Meridionale. Ma fenomeni anticristiani si registrano anche alle porte d’Europa, dove centinaia di profughi cristiani incontrano enormi difficoltà a raggiungere i Paesi Ue ai quali intendono chiedere asilo.

ll  75% delle violenze che, oggi, una minoranza religiosa subisce riguarda i cristiani. Un dato impressionante. Qual è il fattore scatenante di tanto odio?

Ci sono molte ragioni, ma in generale possiamo dire che si tratta di scontri per difendere un interesse. Sia esso di tipo economico, culturale, sociale, o di “supremazia religiosa”. Il cristianesimo, infatti, non è mai privo di ricadute sociali e la novità che esso rappresenta viene spesso vissuto come una minaccia per chi ha fatto del sopruso, sotto qualsiasi forma, anche quelle apparentemente più innocue, una regola di vita.

Colpisce, nel libro, il racconto delle umiliazioni , e le violenze, che subiscono le donne cristiane…Ce ne puoi parlare?

Ho cercato di ricostruire il tariffario delle schiave sessuali cristiane, le “condizioni contrattuali”, nella compravendita delle donne, le angherie che molte sopportano spesso per proteggere i propri bambini. Ci sono casi di donne rimaste vedove e che avrebbero voluto togliersi la vita, una volta “comprate” da qualche miliziano, ma che hanno accettato il quotidiano martirio solo per non abbandonare i figli nelle mani dei mujaheddin. I maschietti vengono avviati alla “guerra santa”, quanto alle femminucce non serve immaginazione per sapere quale futuro le aspetterebbe.

Hai scritto nel libro che hai raccolto testimonianze, documenti  e atti “top secret” che confermano l’esistenza di piani per la sistematica eliminazione di comunità di credenti perché, secondo il regime, creano destabilizzazione nella società. A chi ti riferisci in particolare?

Ho rovistato nel passato dell’America Latina, trovando molte conferme sui piani anticristiani delle dittature militare spalleggiate dagli Usa. Uno spartito che non è cambiato al giorno d’oggi in molti Paesi africani, in Asia, nella penisola araba, solo per fare alcuni esempi.

Per scrivere questo libro hai attraversato le “trincee della fede”, dalla Cambogia alla Somalia, ti sei imbattuto anche negli “007 della Fede”, così li hai definiti questi uomini coraggiosi, chi sono e cosa fanno?

Si tratta di cristiani, sia cattolici che protestanti, i quali affrontano enormi rischi per far arrivare il sostegno delle comunità di credenti ai gruppi perseguitati. Tra essi persone che mettono a repentaglio la loro vita per contrabbandare copie della Bibbia da far giungere alle chiese relegate nel silenzio.

Tra tanto dolore c’è stato un episodio che ti ha destato una speranza per il futuro?

Sono molti gli episodi che danno speranza e proprio alcuni di questi mi hanno spinto a continuare nell’inchiesta e scrivere il libro. Penso ad alcuni imam che nei Balcani hanno dato accoglienza a tanti profughi cristiani provenienti dalla Siria. Penso anche a quegli islamici che in Siria stanno proteggendo i loro amici cristiani, insomma a quei “samaritani” che non si girano dall’altra parte, ma si soffermano senza fare calcoli.

Ultima domanda: In questa tuoi incontri nel dolore come viene percepito Papa Francesco? Te lo chiedo perché nei “circoli” tradizionalisti Bergoglio viene accusato di fare poco per i cristiani perseguitati. Una accusa mostruosa….
Ovunque il pontefice è percepito dai cristiani, anche da tante comunità protestanti, come un vero difensore dei diritti umani e l’unico leader in grado di agire a sostegno dei martiri del nostro tempo. Sapere che c’è qualcuno che chiede di pregare per loro, non è solo di grande consolazione, ma gli conferma di essere parte di una comunità universale.

Nello Scavo, Perseguitati, Edizioni Piemme, Milano 2017, pagg. 300. € 18, 50

Medicine e bugie. Un libro-denuncia di Chiarelettere sulle truffe mediche

Più medicine, più salute. Siamo ossessionati dal benessere e abbiamo talmente paura delle malattie (anche quelle inventate) che siamo disposti a ingerire qualsiasi pillola, e a credere a truffatori e guaritori senza scrupoli.

Bombardati da pubblicità ingannevoli, compriamo integratori di ogni specie senza sapere che per la maggior parte non servono a nulla, siamo disposti a sottoporci a esami più volte all’anno con costi elevatissimi anche quando non ce n’è bisogno, ci affidiamo a qualsiasi prodotto che sia naturale e biologico sicuri della sua efficacia, anche quando non provata scientificamente, e siamo in balia della prima novità farmaceutica che ci prometta di farci diventare più belli e più giovani. Poveri ingenui.

Ecco un libro che ci può aiutare. Di Grazia, medico di professione, combatte da anni contro truffe e ciarlatani. Riporta casi di farmaci inutili o addirittura dannosi spacciati per miracolosi, dal nuovo prodotto contro l’Alzheimer allo scandalo dell’Oscillococcinum, o di certi psicofarmaci o antidolorifici causa di morte e disturbi gravissimi. Tutto provato e documentato.

Essere informati è l’unica cura che può salvarci da facili illusioni e aiutarci a essere cittadini e pazienti più sani e consapevoli.

L’AUTORE
Salvo Di Grazia è un chirurgo specialista in Ginecologia e Ostetricia, medico ospedaliero e divulgatore scientifico. Appassionato di musica e internet. Scrive per diverse testate e siti, collabora con “Le Scienze” e “il Fatto Quotidiano”. Ha fondato nel 2008 e gestisce il blog MedBunker che è diventato con il tempo punto di riferimento sulla medicina e contro i ciarlatani della salute. Nel 2014 ha pubblicato il libro SALUTE E BUGIE (Chiarelettere) sulle terapie truffaldine.
http://medbunker.blogspot.it

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto del libro.

La truffa degli integratori alimentari
Fin da piccoli ci hanno convinto che, per stare meglio (ma se si sta già bene, perché dovremmo stare meglio?), è necessario (quasi obbligatorio) assumere vitamine, pillole e bustine. Un integratore, per legge, non può vantare effetti terapeutici (ovvero non può sostenere di «curare» o «guarire» da una malattia) e per questo ha una procedura di approvazione molto più semplice rispetto a quella dei farmaci standard. Questi ultimi, per essere venduti, devono superare molti test e autorizzazioni. Devono dimostrare di essere sicuri ed efficaci, bisogna presentare degli studi che ne attestino gli effetti e che vengono passati al vaglio degli enti preposti (in Italia l’Aifa, Agenzia italiana del farmaco, in Europa l’Ema, European Medicines Agency, negli Stati Uniti la Fda, Food and Drug Administration) e solo dopo diverso tempo possono essere messi in commercio. Gli integratori non sono sottoposti a un iter così rigoroso: basta dimostrare che siano innocui. Quando li compriamo, quindi, sappiamo semplicemente che non fanno male, ma non abbiamo alcuna certezza della loro efficacia: la maggioranza degli integratori in vendita non serve a niente. Ma allora perché hanno tanto successo? Per il solito motivo: siamo alla continua ricerca di un rimedio per i nostri problemi, veri o ipotetici che siano. Prendiamo per esempio gli antiossidanti. Non mi dite di non aver mai sentito parlare dei loro benefici, ne discutono ovunque in maniera quasi martellante. Esperti e medici sono d’accordo: per sconfiggere i radicali liberi (che tra le altre cose ci fanno invecchiare e ammalare) gli antiossidanti sono un’autentica panacea. Sono contenuti in molti alimenti (economici, come la frutta e la verdura) ma possiamo anche assumerli in pratiche capsule (acquistandole a caro prezzo, s’intende). Ma i prodotti della terra non esercitano sui consumatori lo stesso fascino di una pillola colorata, sono troppo semplici, ordinari, neanche ci sembra credibile che possano contenere sostanze capaci di contrastare l’invecchiamento e la malattia. Meglio assumere una piccola compressa che si manda giù con un sorso d’acqua, che magari contiene ingredienti dai nomi altisonanti e che evocano effetti portentosi. Noi non vogliamo stare meglio, vogliamo il miracolo. Non si spiegherebbe altrimenti il successo immotivato degli innumerevoli prodotti inutili venduti come fondamentali per la salute, e che troviamo sia in farmacia sia al supermercato. Si stima che il mercato statunitense degli integratori ammonti a oltre 30 milioni di dollari, in Italia è ovviamente più contenuto ma solo perché la nostra popolazione è numericamente molto inferiore a quella americana. Il dato è sorprendente, visto che in assenza di malattie o carenze specifiche un integratore non serve a nulla: né a stare meglio né tantomeno a guarire da qualcosa che non abbiamo. Vitamine, sali minerali, sostanze e derivati vegetali rappresentano un mercato enorme che ormai anche le grandi aziende farmaceutiche si vogliono accaparrare, e non a caso le due classi di integratori più vendute sono quelle relative ai dietetici e agli stimolanti sessuali, seguite dai prodotti per palestre. In molti di questi sono addirittura contenute sostanze tossiche e proibite, come i derivati delle anfetamine. Il pericolo si scopre solo quando si effettuano controlli mirati sul prodotto, cosa che, come abbiamo detto, non avviene prima del rilascio sul mercato. Una recente indagine giornalistica del «New York Times» ha dimostrato che molti integratori presenti sul mercato americano contenevano componenti non permesse, e peraltro non elencate tra gli ingredienti, che hanno causato gravi effetti collaterali, e che in tre quarti degli integratori a base di olio di pesce (venduti per i loro presunti, ma per niente accertati, effetti positivi sul sistema nervoso e sull’intelligenza) non era contenuto il quantitativo di omega-3 (la molecola che avrebbe l’effetto positivo) dichiarato in etichetta. Il boom dell’olio di pesce è legato anche alla prevenzione delle malattie cardiache ma, ancora una volta, non sembra esserci alcuna evidenza dei suoi effetti benefici. Non è così scontato che l’assunzione o l’integrazione (non necessaria) di una vitamina possa essere utile alla salute, anzi. Si è visto, per esempio, che l’assunzione di calcio, alla quale spesso si ricorre per prevenire i problemi ossei, non è soltanto inutile perché meno efficace di altre terapie, ma può essere anche dannosa, visto che sembra aumentare di circa il 20 per cento il rischio di problemi cardiovascolari (ictus, infarti). Lo stesso discorso si può fare per gli antiossidanti. Quelli contenuti negli alimenti sono utili, contrastano la degenerazione delle cellule e riescono persino a prevenire alcune malattie, ma quelli assunti come «medicina» non sembrano avere gli stessi effetti, anzi, alcuni studi hanno evidenziato pericolose controindicazioni: nelle cavie, per esempio, l’assunzione di antiossidanti ha causato il peggioramento del melanoma, un tumore cutaneo. Alcuni medici prescrivono integratori a base di glucosamina e condroitina, due sostanze ritenute benefiche per certe malattie osteoarticolari come l’artrite o per dolori alle ossa e altri disturbi delle articolazioni. Nonostante qualche evidenza positiva, non mancano certo prove della loro assoluta inutilità, come quelle notate nei confronti dei dolori dell’artrite: mentre un antinfiammatorio li riduceva, gli integratori di glucosamina o condroitina sortivano quasi lo stesso effetto di un placebo (ovvero una sostanza neutra, priva di qualsiasi effetto). Altri studi hanno rilevato un miglioramento lieve o moderato. Persino i noti fermenti lattici, se presi a sproposito, possono essere inutili, quando non dannosi. Si tratta infatti di batteri di vario tipo (si chiamano «probiotici») che vivono nel nostro intestino aiutandone le funzioni e che possono avere un ruolo positivo anche dal punto di vista immunitario. Sono contenuti in molti alimenti (come lo yogurt o i formaggi) e spesso sono prescritti per prevenire o curare la diarrea (come quella causata dall’uso di antibiotici). Alcuni studiosi hanno fatto notare che i benefici vantati dai probiotici presenti in alcuni alimenti sono annullati dall’eccessivo contenuto in zucchero degli stessi, che anzi finirebbe per renderli nocivi. Inoltre uno studio pubblicato sul «Lancet» ha constatato che la diarrea da antibiotici ha avuto gli stessi identici (piccoli) benefici sia dai probiotici sia da un placebo (un flaconcino di acqua zuccherata), negli individui oltre i sessantacinque anni. Questi esempi possono farci capire che se alcune vitamine o sostanze possono avere un’utilità in certe condizioni, in altre (e nella maggioranza dei casi) non servono a nulla. Pensate poi al business degli integratori in gravidanza. Alle donne in attesa viene consigliata l’integrazione con acido folico perché in grado di prevenire un grave problema alla colonna vertebrale del feto, anzi, dovrebbe essere assunto già prima del concepimento e fino all’undicesima settimana di gestazione, dopodiché la sua efficacia è trascurabile, anche perché lo assumiamo già normalmente con la nostra alimentazione. Utile può essere anche l’integrazione di vitamina D. Tutte le altre vitamine e sostanze che servono in gravidanza sono assunte con la normale dieta quotidiana che, ovviamente, deve essere ben bilanciata e varia. Eppure sono prescritti alle donne incinte svariati multivitaminici, prodotti che integrano decine di vitamine e sali minerali, componenti essenziali per la vita ma che, in una donna in salute e che si alimenta bene, non hanno necessità di integrazione o maggiore consumo. Da non sottovalutare il costo di questi prodotti, in genere elevato. Un affare per chi li produce. Eppure gli integratori rappresentano un richiamo irresistibile per il consumatore e per procurarseli non serve neanche una prescrizione, esattamente come se acquistassimo un gioco, un panino o un frutto: semplice e veloce. E sono spinti da un marketing aggressivo proprio perché prevedono un investimento molto basso a fronte di un guadagno (per il produttore) sicuramente interessante che punta sull’illusione del benessere di tutti noi. Tra i prodotti che hanno un inspiegabile successo di mercato ci sono anche le acque oligominerali (che contengono pochi sali minerali, come il magnesio, il sodio, il potassio e altre componenti normalmente presenti nelle acque potabili e fondamentali per la nostra salute). Ora, oltre al fatto che i sali minerali sono utili e non dannosi (e quindi non c’è alcun motivo per preferire un’acqua con pochi sali minerali rispetto a quella normale di rubinetto), spesso chi assume gli integratori lo fa con l’acqua oligominerale, sciogliendovi le bustine solubili o bevendone un sorso per mandar giù una pillola. Avviene dunque un fenomeno curioso: compriamo un integratore che ci fornisca sali minerali, evidentemente considerandoli utili, e lo assumiamo con un’acqua povera di sali minerali. Non siamo proprio strani noi consumatori?

Il Vocabolario di Papa Francesco, 50 voci per capire il suo pontificato

Vocabolario di Papa Francesco

Cosa ci sta dicendo Papa Francesco? A questa domanda, apparentemente presuntuosa e quasi blasfema per il Pontefice che tutti indicano come ‘mago della comunicazione’ e che punta molto sulla forza esplosiva del gesto e della testimonianza, prova a rispondere il secondo ‘Vocabolario di Papa Francesco’ pubblicato da Elledici e curato da Antonio Carriero. E’ un libro particolare per almeno due motivi: perché lo si può leggere come un vocabolario, scomponendo e ricomponendo un ordine di parole, e perché , un po’ come nelle opere enciclopediche degli illuministi, ognuna delle 50 voci è affidata ad un autore diverso, a scrittori e giornalisti che seguono il Santo Padre. Il Papa dei gesti, che sale in aereo con la valigia, che si muove su un’utilitaria, che vive a Santa Marta e festeggia gli 80 anni facendo colazione con 8 barboni di Roma, che vuole sacerdoti che ‘conoscono l’odore delle loro pecore’, cosa dice quando parla?
Per capire le sue parole, spiegano il rabbino Abraham Skorka e il pastore evangelico Marcelo Figueroa, bisogna entrare nella sua logica di dialogo, confronto, apertura, più che in un’ottica di indottrinamento ex cathedra. E’ il suo uno sforzo maieutico che non ha paura di sfidare le convenzioni e le tradizioni, che non guarda all’incasso immediato ma investe nel futuro e si spinge fino ai confini che può raggiungere l’erede di Pietro.
Confini che a qualcuno, anzi, sembrano già pericolosamente valicati, come dimostrano – per restare agli ultimi tempi – un altro libro molto interessante, quello di Aldo Maria Valli (266.Jorge Mario Bergoglio. Franciscus P.P Liberlibri, 2016) e la lettera dei cardinali Brandmueller, Burke, Caffarra e Meisner al Pontefice dopo la Amoris Laetitia e il sinodo sulla famiglia.
Dunque, il Papa al quale alcuni chiedono se è davvero cristiano, vuole, per dirla con l’arcivescovo di Manila Antonio Tegle “comunicare con tutti, senza esclusione”, “non spezzare mai la relazione e la comunicazione”, “generare una prossimità che si prenda cura” ( Il decalogo del buon comunicatore secondo Papa Francesco, Alessandro Gisotti, Elledici, 2016).

Sì, ma questo Papa che si concede ai selfie, che piace ai divorziati e ai gay, agli ambientalisti e perfino ai vegani, non riceve troppi applausi? Non è, da buon gesuita, troppo innamorato del mondo? Troppo poco rigoroso nel separare il Bene dal Male? Alla voce ‘Peccato’, Matteo Liut ci ricorda che per Francesco chi “ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità”. Per il Papa il peccato individuale introduce un elemento di degenerazione nella società. “Insomma – scrive Liut – la verità è un bene irrinunciabile che illumina e guida la realtà concreta”. Ma il punto è che per Papa Francesco una delle verità più importanti del Vangelo è che “Dio è più grande del peccato”. Questa è la bussola di Bergoglio anche nel governo della Chiesa che, spiega Andrea Tornelli alla voce ‘Chiesa’, “non è al mondo per condannare, ma per permettere l’incontro con la misericordia di Dio”. Un’altra parola del Vocabolario, ‘Carrierismo’, di Pierluigi Mele, svela come per Francesco l’egoismo e la degenerazione dell’ambizione nel conformismo e nell’opportunismo “camminano insieme alla malattia dell’indifferenza verso gli altri”. “I recenti scandali della Chiesa sono frutto di questa logica antievangelica”. Da qui la durezza di Francesco “contro i vescovi che vivono come faraoni” e che non testimoniano la diversità del Vangelo “in un mondo dove ciascuno si pensa come la misura del tutto” e “dove non c’è più spazio per il fratello”. Nell’era della comunicazione immediata globale, dei risultati a portata di click, dei capitali senza limiti d’azione e senza confini, Papa Francesco invita a diffidare delle scorciatoie. Anche nella Fede, con la trasformazione di Maria in “capoufficio delle Poste che invia messaggi tutti i giorni”. E’ la pazienza, spiega Enzo Romeo, “l’altra faccia della misericordia, anzi la base su cui poggia”.

Altre voci del Vocabolario aiutano nella comprensione della portata della svolta impressa dal Pontificato di Francesco. Che talvolta nei telegiornali, sui giornali, perfino su Twitter ormai, sembra flirtare con il mondo così secolarizzato, lontano dall’ideale evangelico, con il relativismo che abbraccia eutanasia, aborto, maternità surrogata. E’ Francesco il Papa di una Chiesa del ‘ma anche’ che rischia, sporcandosi con la storia quotidiana, di dimenticare la Storia, la missione senza tempo del suo messaggio evangelico necessariamente netto, deciso sui ‘valori irrinunciabili’ richiamati con maggior ortodossia teologica da Papa Benedetto secondo Giuliano Ferrara?
Non servirebbero, insomma, altre parole da un Papa?
Francesco, ricorda alla voce ‘Umanesimo’ Chiara Giaccardi, continua a guardare al volto di Gesù. “Perché quello che Gesù ci mostra è un Dio ‘svuotato’: ‘Il volto di Gesù è simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati. Dio ha assunto il loro volto. E quel volto ci guarda…Non vedremo nulla della sua pienezza se non accettiamo che Dio si è svuotato. E quindi non capiremo nulla dell’umanesimo cristiano e le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede. Saranno parole che risuonano a vuoto”. (Paolo Cappelli)

IL VOCABOLARIO DI PAPA FRANCESCO – 2

Parole profetiche per il nostro tempo

A cura di Antonio Carriero

Presentazione di Greg Burke

Prefazione di Mons. Nunzio Galantino

Postfazione di Mons. Domenico Pompili

(Editrice Elledici – Pagine 350 – € 9,90)

La “preda” del potere. Il “Corriere della Sera” nella storia italiana in un libro di “Chiarelettere”

“Il ‘Corriere’ è una delle pochissime istituzioni di garanzia di questo paese… La libertà d’informazione è vista con insofferenza crescente.” Ferruccio de Bortoli14 giugno 2003, in occasione delle sue dimissioni da direttore del “Corriere della Sera

IL LIBRO
Una storia e una testimonianza. Di chi si è battuto per quarant’anni in difesa dell’indipendenza del giornale più famoso d’Italia, il giornale della borghesia illuminata, il giornale di Luigi Albertini e Luigi Einaudi, un giornale che veramente libero non è mai stato perché sempre al centro di appetiti economici e politici. Raffaele Fiengo, giornalista del “Corriere” dagli anni Sessanta, di formazione liberal, ci offre la sua versione dei fatti attraverso le lotte che ha condotto con tenacia sempre dalla parte dei giornalisti per affermare i principi di una stampa libera. Una lotta dura, dai tempi eroici della direzione di Piero Ottone alla strisciante occupazione della P2 sotto Franco Di Bella fino ai disegni egemonici di Craxi e poi le indebite pressioni dei governi Berlusconi. Oggi gli attori sono cambiati ma con le interferenze del marketing e della nuova pubblicità, e l’invasione dei social network, il mestiere del giornalista è ancora più contrastato, anche al “Corriere”, da sempre “istituzione di garanzia” in un’Italia esposta a continue onde emotive e a tensioni di ogni tipo. Se cade il “Corriere” cade la democrazia. E questo libro lo dimostra. Come scrive Alexander Stille nell’introduzione, “considerate le varie lotte avvenute per il controllo del ‘Corriere’, è un miracolo che da lì sia uscito tanto buon giornalismo, tanta informazione corretta, e ciò grazie agli sforzi di tanti giornalisti interessati soprattutto a fare bene il proprio lavoro”.
eglio
Prossimamente approfondiremo meglio la vicenda “Corriere” con un’intervista all’autore.

L’AUTORE
Raffaele Fiengo è nato a Cambridge (Stati Uniti) nel 1940. Dal 1968 ha lavorato al “Corriere della Sera” trovandosi più volte in contrasto con la direzione. Per vent’anni è stato rappresentante sindacale. Nel 1973 fonda la società dei redattori del “Corriere della Sera” e nel 1974 è autore, con la direzione di Piero Ottone, dello “Statuto del giornalista”. Chiamato dai suoi antagonisti “il soviet di via Solferino”, in realtà non si è mai considerato comunista e si è sempre battuto per l’indipendenza del giornale e dei giornalisti. Nel 2004 è tra i fondatori di “Libertà di stampa, diritto di informazione” (Lsdi), centro di ricerca sulle trasformazioni del giornalismo. Nel 2012 promuove, presso la Federazione nazionale della stampa italiana, l’Iniziativa per l’adozione in Italia di un Freedom of Information Act. Dall’anno accademico 2000-2001 è docente di Linguaggio giornalistico all’Università di Padova.

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo l’introduzione di Alexander Stille.

Il «Corriere» e la lotta politica in Italia
Il primo quotidiano nazionale, il grande giornale della cosiddetta «borghesia illuminata», il «Corriere della Sera», è stato il teatro centrale della lotta per il potere in Italia per quasi tutta la storia del paese. Il suo appoggio alla causa dell’intervento nella Prima guerra mondiale – ospitando tra l’altro le arringhe di Gabriele D’Annunzio («Viva Trento e Trieste, viva la guerra!») – è stato un fattore importante nella decisione di prendere parte al conflitto. L’opposizione del giornale e del suo leggendario direttore Luigi Albertini al fascismo rappresentò uno degli ultimi seri ostacoli al consolidamento del potere di Benito Mussolini. Così i proprietari – i membri della famiglia Crespi – nel 1925, per non rischiare rappresaglie pericolose da parte del regime, dovettero rimuovere Albertini.
È stato così anche durante i quarant’anni della carriera di Raffaele Fiengo che va dalla fine degli anni Sessanta fino a poco tempo fa, negli anni Duemila. Redattore e soprattutto capo, per molti anni, del sindacato dei giornalisti del «Corriere», Fiengo è stato un osservatore privilegiato e un protagonista di molte lotte.
I proprietari amano fare dichiarazioni circa la loro fedeltà ai principi della libera stampa, come questa del 1972: «Gli editori […], consapevoli che il giornale è un servizio pubblico, riaffermano il loro assoluto rispetto dei principi di libertà e indipendenza dei giornalisti dell’azienda». Ma la realtà è parecchio più complessa. L’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone, proprietario de «Il Messaggero» di Roma e de «Il Mattino» di Napoli, ha detto: «Caro mio, se vuoi fare il grande imprenditore in Italia devi avere per forza un piede nei media, meglio due piedi». Per aiutare l’imprenditore, il giornale dev’essere usato come strumento di potere attraverso gli articoli che pubblica, quelli che non pubblica e per il modo in cui essi vengono impaginati. Al momento della bomba a piazza Fontana – l’inizio del periodo del terrorismo in Italia e della «strategia della tensione» – il «Corriere» avallò la tesi della strage degli anarchici. Ecco il mostro fu il titolo del «Corriere d’Informazione», confratello della sera del «Corriere», che riportava una foto del ballerino anarchico Pietro Valpreda, subito arrestato ma successivamente scagionato. Allo stesso tempo il «Corriere» non pubblica la notizia su un negoziante di Padova che aveva identificato le borse usate per l’attentato in cui erano morte diciassette persone, una prova che conduceva l’indagine verso la «pista nera», che si sarebbe rivelata quella giusta.
Nel luglio del 1970 il treno da Palermo a Torino uscì violentemente dal suo binario nella zona di Gioia Tauro, in Calabria, uccidendo sei persone e ferendone un centinaio. La versione ufficiale in un primo momento fu che si trattava di un incidente. Ma il cronista che seguiva la storia per il «Corriere», Mario Righetti, aveva saputo da una sua fonte che c’erano segni evidenti di un atto di sabotaggio. E lo scrisse nell’articolo che fu pubblicato nella prima edizione del giornale ma che scomparve nell’edizione definitiva, che titolava: A Reggio Calabria fonti ufficiali escludono l’ipotesi di un atto doloso.
«La mattina [dopo] – scrive Fiengo – Righetti è chiamato dal caporedattore, che allora era Franco Di Bella, e messo in ferie.» Di Bella è una delle bestie nere di Fiengo. Fu il direttore del giornale durante il periodo della P2, la loggia massonica di cui era membro, insieme ai proprietari del gruppo Rizzoli e ad alcuni giornalisti. Nel caso del treno di Gioia Tauro e di piazza Fontana, però, le censure del «Corriere» non furono conseguenza di un intervento della P2, ma di pressioni governative. Secondo Fiengo, il ministro dell’Interno intervenne personalmente per bloccare l’articolo sull’attentato di Gioia Tauro e un magistrato minacciò Righetti di denunciarlo per «diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’opinione pubblica» qualora avesse ancora scritto sull’argomento. La lotta di potere non era però sempre a senso unico. Dopo la «rivoluzione dei garofani» in Portogallo nel 1975, durante la quale i tipografi comunisti occuparono il giornale socialista «Republica», un gruppo di redattori comunisti del «Corriere» cambiò il titolo dell’articolo sull’argomento da I comunisti occupano il giornale socialista in Tensione a Lisbona tra Pc e socialisti. Fiengo fu comunque considerato il leader della sinistra all’interno del giornale per almeno vent’anni. Con autoironia Fiengo racconta come veniva visto in via Solferino durante la direzione di Giovanni Spadolini, futuro leader del Partito repubblicano e di un governo di centrodestra. «Spadolini guardava con qualche apprensione il mio berretto nero alla Lenin sul quale per scherzo un giorno il mio compagno di stanza, Guido Azzolini, aveva cucito una stella rossa di stoffa. “Vedi, Fiengo – mi diceva dolcemente Spadolini, – tu sei l’ultimo rivolo della contestazione, una miscela rara, ma assai esplosiva perché contemporaneamente sei liberal, anzi radicale, e comunista.” Certamente su suo suggerimento il condirettore Michele Mottola, che di rado pronunciava una parola, limitandosi di solito a gesti e farfugliamenti, mi consigliava di tagliarmi i capelli lunghi.» Poi nel 1972 Giulia Maria Crespi assunse un ruolo più attivo come azionista principale del giornale, licenziò Spadolini e al suo posto mise Piero Ottone che, pur non essendo comunista, era decisamente più aperto alla sinistra. La «sterzata» di Ottone portò all’uscita da via Solferino di Indro Montanelli insieme a una sessantina di giornalisti – una vera e propria secessione di una parte del «Corriere» che avrebbe fondato «il Giornale». Il «Corriere» di Ottone pubblicò, per esempio, le famose Lettere luterane e Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini, testi chiave della sinistra italiana degli anni Settanta. Ma, come rivela Fiengo, il loro non fu un rapporto facile. Anche se Ottone veniva etichettato come direttore di sinistra, Pasolini, in una lettera privata, lo coprì di insulti. E in un’altra lettera scrisse:

Caro ineffabile Ottone,
sarebbe ora ti vergognassi per quello che «fai» scrivere ai tuoi disonesti redattori sul Vietnam! È un atto vergognoso che solo i servi e quelli che come te non possiedono alcuna dignità morale hanno l’impudenza di compiere.

Il famoso scritto di Pasolini Io so sui presunti crimini impuniti del governo italiano rimase per quaranta giorni nel cassetto di Ottone, impegnato nella ricerca di un pezzo di uguale peso da contrapporgli.
Ma già durante il periodo dei Crespi e di Ottone le debolezze economiche della proprietà aprirono le porte all’influenza esterna. Per far fronte ai bisogni economici del quotidiano, i proprietari stipularono un accordo con la Montedison (vicino alla Democrazia cristiana e quindi al governo). Solo anni dopo Fiengo scoprì l’esistenza di un accordo segreto che permetteva a Montedison di approvare la scelta del caporedattore per l’economia.

La crisi più acuta
La battaglia principale sostenuta da Fiengo fu durante la crisi della P2. Nel 1974 il gruppo Rizzoli acquistò il «Corriere della Sera» e fece una serie di investimenti pesanti nel giornale e nell’editoria, aumentando pericolosamente i suoi debiti. All’insaputa dei lettori e della redazione, le difficoltà del gruppo lo spinsero sempre di più tra le braccia di Roberto Calvi e del Banco Ambrosiano, che diventò il vero proprietario del quotidiano. Anche Calvi, il cosiddetto «banchiere di Dio», vicino al Vaticano ma anche alla mafia, aveva grossi problemi finanziari e dipendeva sempre di più dall’appoggio occulto della loggia massonica Propaganda 2 e dal suo Maestro Venerabile, Licio Gelli, un ex fascista fervente. Mentre molti dei circa mille membri entrarono a far parte della loggia semplicemente per interesse di carriera, il Maestro Venerabile aveva un chiaro piano politico (il Piano di rinascita democratica) per creare in Italia un regime presidenziale orientato a destra. Riuscì a tirare dentro la sua loggia segreta centinaia di uomini tra i più potenti del paese, compresi 195 membri delle forze armate (12 generali dei carabinieri, 5 della guardia di finanza, 22 dell’esercito, 4 dell’aeronautica e 8 ammiragli della marina), 44 membri del parlamento, giudici, banchieri, e tra gli editori: Angelo Rizzoli, Bruno Tassan Din, direttore generale del gruppo Rizzoli, e Franco Di Bella, direttore del «Corriere della Sera». Così l’influenza della P2 sul giornale crebbe gradualmente, come dimostrano la sostituzione del corrispondente in Argentina (dove Gelli aveva forti legami con il regime militare), quella di Ottone con Franco Di Bella, l’uscita di vari giornalisti (come Giampaolo Pansa) considerati di sinistra, e la pubblicazione di diversi articoli strani, chiaramente confezionati ad arte per piacere alla P2: l’intervista allo stesso Licio Gelli, fatta da un giornalista, Maurizio Costanzo, anch’esso membro della loggia. E la collaborazione regolare con il «Corriere» di Silvio Berlusconi, altro membro della P2.Fiengo in quegli anni portò avanti una battaglia feroce per preservare l’indipendenza dei giornalisti e della testata, e, successivamente, incaricato dall’ufficio di presidenza della Commissione parlamentare sulla P2, si adoperò per far luce su quel losco periodo della storia italiana.
Considerate le varie lotte di potere avvenute per il controllo di via Solferino, è un miracolo che da lì sia uscito tanto buon giornalismo, tanta informazione corretta, e ciò grazie agli sforzi di tanti giornalisti interessati soprattutto a fare bene il proprio lavoro.

Raffaele Fiengo, Il cuore del potere. Il “Corriere della Sera” nel racconto di un suo storico giornalista (Introduzione di Alexander Stille), Ed. Chiarelettere, Milano 2016, pagg. 416 , € 19