IL VANGELO SECONDO MATTIA. INTERVISTA A DON MATTIA FERRARI

 

“«Sei pronto?» gli chiede Alessandro. Tommy è ancora in posa, ma non risponde. Lo vedo con la bocca spalancata, come quando scorge balenottere o delfini, meravigliandosi come solo gli uomini di mare sanno fare quando nella solitudine delle traversate incontrano qualcuno che in fondo considerano un proprio simile. Tommy è immobile. Lui, sempre guascone e pronto alla battuta, all’improvviso s’è fatto tutto serio. Ci passa il binocolo: «Guardate». E indica un punto con il dito. Sulla Mare Jonio intanto fissano il radar. Anche lì c’è una macchiolina scura. Tommy ha ragione. Lì, in mezzo al deserto blu del Mediterraneo centrale, c’è un gommone piccolo e sovraccarico: 30 persone. Il motore è in avaria. La loro unica speranza di sopravvivere, oggi, qui dove nessuno viene più a pattugliare, si chiama Mediterranea Saving Humans. Sono 30 persone in fuga dal nulla e dalla morte, scampate dalle torture nei campi libici. Da prete so che in fondo la mia è la missione della «barca di Pietro». Ma mai mi sarei sognato di salire un giorno su un’altra «barca di Pietro» perché insieme ad altri diventassimo, letteralmente, «pescatori di uomini».”

Così inizia l’avventura e il racconto di Don Mattia Ferrari, giovane sacerdote modenese, con la nave della ONG Mediterranea. Una bella avventura, un modo forte ed esigente di testimoniare il Vangelo. Per lui l’impegno di salvare i migranti che attraversano quel tratto di mare è la realizzazione del grande sogno di Papa Francesco: la Chiesa come “ospedale da campo”. In questo libro (“PescatorI d’uomini”.Ed Garzanti), scritto con il grande inviato del quotidiano cattolico Avvenire Nello Scavo, don Mattia ci racconta come si sviluppa la sua vocazione di servire i più poveri e i dannati della terra.  In questa intervista approfondisce con noi il valore della sua storia.

 

Mattia, il tuo libro si legge tutto d’un fiato. È intenso, mi sono commosso a leggere alcune pagine della tua vita. Sei molto giovane ma già con una storia importante. Allora partiamo da una prima considerazione : il tuo libro è un inno a Papa Giovanni, che tu hai scoperto attraverso l’amicizia con monsignor Loris Capovilla (che è stato segretario di Angelo Roncalli). TI chiedo perché è così importante, per te giovane prete del XXI secolo, la figura di Giovanni XXIII?

Conobbi la figura di Papa Giovanni negli anni del liceo, nel 2012. A scuola, al liceo Muratori, stavo sperimentando la bellezza e l’importanza del cammino della Chiesa con tutte le persone di buona volontà. Mi trovavo con compagni di scuola, insegnanti e collaboratori scolastici spesso non credenti, ma animati da ideali profondi di umanità e di giustizia. Insieme ci immergevamo nel patrimonio della cultura, letteraria, filosofica, scientifica e riflettevamo sul mistero della vita e sui grandi interrogativi che albergano nel cuore dell’uomo, grazie agli strumenti preziosissimi che la letteratura ci fornisce. Mi rendevo così sempre più conto di quanto fosse importante, e anche bello, percorrere con tutte le persone di buona volontà il cammino di scoperta del mistero della vita e di costruzione di un mondo migliore. A un certo punto mi imbattei nella figura di Papa Giovanni, grazie ai racconti dei miei nonni, che erano stati giovani negli anni del suo pontificato: mi colpivo come loro, comunisti, parlassero con così tanto affetto del Papa buono. Ho così voluto iniziare a studiare la sua figura e il suo messaggio e in lui ho trovato proprio l’illustrazione della strada che stavamo percorrendo al liceo. Papa Giovanni ci ha mostrato che è possibile abbracciarci gli uni gli altri, al di là delle nostre provenienze culturali e religiose, e camminare insieme. E questa strada ha ripreso nuovo slancio con Papa Francesco.

 

La seconda considerazione che voglio fare è questa : nel racconto della tua vita traspare una grande serenità, anche di fronte a momenti duri (per esempio la morte del tuo amico carissimo Fabrizio, un ragazzo dotato di estrema sensibilità con il dono grande dell’amicizia). Questo colpisce il tuo Interlocutore. Dove sta la radice profonda di questo?

Sta nell’aver sperimentato, e nel continuare a sperimentare, l’amore. Vedere, sentire l’amore, mi ha fatto capire che il male non avrà mai l’ultima parola. Ci sono sofferenze, anche grandi, ma l’amore dà quell’energia interiore che dà la forza per andare avanti. Non cancella la sofferenza, ma aiuta ad attraversarla. La mia famiglia, la scuola, la mia parrocchia, Mediterranea e tante realtà che ho conosciuto mi hanno mostrato che l’amore sorprende sempre. Aprendoci dunque all’amore, troviamo la forza per continuare il cammino.

 

Torniamo al tuo libro. Ho trovato bellissimo  il titolo perché mette insieme,  unisce la tua vocazione presbiterale con quello di soccorritore, insieme ai tuoi compagni di Mediterranea, dei migranti che attraversano il Mediterraneo. Come hai scoperto questa tua vocazione ad essere un “Pescatore d’uomini”?

Grazie all’amicizia. Sono stati i ragazzi e le ragazze Tpo e Labas, con cui siamo amici da anni proprio grazie alla comune amicizia verso i migranti, ad avermi trascinato dentro a questa avventura. Ed è stato Luca Casarini, a nome di tutto l’equipaggio, a chiedermi di salire a bordo. Mai mi sarei aspettato di farlo in vita mia. Ma appunto l’amore sempre. E l’amore grande che c’è nel cuore di quei ragazzi, di Luca e degli altri componenti di Mediterranea li ha portati a intraprendere questa avventura e a trascinarmi con loro, proprio in virtù della nostra amicizia, cioè del nostro amore.

 

 Ci sono pagine belle nel tuo libro: quelle sul tuo incontro con i così detti “lontani”. In questo sei un figlio del Concilio Vaticano II. In più pagine ringrazi i “lontani” perché  da loro hai ricevuto una bella testimonianza evangelica…. Io dico : è un bel paradosso evangelico. È così Mattia?

Sì, è un paradosso evangelico. Ma è la bellezza del Vangelo. Il Vangelo è innanzitutto una sostanza viva, una forma di vita. Anche chi non professa la fede cristiana, può viverlo, perché  il Vangelo lo vive chiunque apre il suo cuore al sentimento di compassione viscerale” che spinge all’azione e porta, ci dice Gesù, a vivere la vita piena. Tante persone lontane” dalla Chiesa hanno aperto il proprio cuore a quel sentimento di compassione viscerale” e mi hanno mostrato il Vangelo vissuto.

 

Sappiamo che hai, per questo, ricevuto critiche, anche feroci, non solo dagli ambienti della destra leghista e da quella neofascista, ma anche da ambienti cattolici (o supposti tali). Per loro sei il “prete dei centri sociali”. Come rispondi alle accuse? 

Le accuse che ho ricevuto mi fanno soffrire quando mostrano che, chi le muove non ha capito lo spirito con cui i miei compagni e compagne ed io agiamo. Ma più delle accuse a me, mi dispiacciono le critiche che vengono mosse a Papa Francesco su questi temi. Papa Francesco è semplicemente fedele al suo maestro, Gesù. Bisognerebbe che chi critica Papa Francesco su queste cose, avesse l’onestà intellettuale e la coerenza di criticare anche Gesù. 

 

Quali sono stati i momenti più duri e quelli più belli della tua esperienza di “Pescatore d’uomini”?

Il più duro è stato quando il 2 maggio abbiamo dovuto assistere a un respingimento di persone verso la Libia. La funzione delle navi di soccorso in mare non è solo quella di salvare le persone, ma anche quella di testimoniare e denunciare ciò che avviene: per questo si cerca di criminalizzarle. Il 2 maggio abbiamo assistito a una conversazione sul canale radio su cui avvengono le comunicazioni internazionali a un dialogo tra un aereo europeo dell’operazione militare EUNAVFORMED Sophia e la cosiddetta Guardia costiera libica in cui l’aereo europeo segnalava la presenza di due imbarcazioni di migranti e coordinava l’intervento dei libici. Abbiamo provato ad arrivare prima, ma non ce l’abbiamo fatta. Quanto fatto da Europa e Libia, e quello avvenuto quel giorno è solo uno dei tanti casi, è di massima gravità: riportare le persone in fuga dal luogo da cui scappano, se in quel luogo sono a rischio la loro vita o la loro incolumità, è una violazione del diritto umano internazionale al non respingimento. È stato un momento durissimo: vedere la tua Europa fare questo ti spezza il cuore. Ma almeno grazie alla nostra presenza in mare abbiamo potuto denunciare tutto questo all’opinione pubblica e alla magistratura.

Il momento più bello è stato quello del salvataggio: vedere insieme le persone soccorse, provenienti da tanti Paesi diversi e scampate alla morte per ingiustizia (perché è l’ingiustizia che costringe le persone a intraprendere viaggi così pericolosi) grazie al fatto che i ragazzi e le ragazze di Mediterranea hanno scelto di opporsi all’ingiustizia e di mettersi in gioco in prima persona, mi ha mostrato che un mondo diverso è davvero possibile.

 

Tu incarni la “Chiesa ospedale da campo” sognata da Papa Francesco. Eppure nella Chiesa vi sono forti resistenze, non solo tra le gerarchie ma anche, in alcune parti, del laicato. Pensi che sia irreversibile la rivoluzione di Francesco?

Ti ringrazio per questa definizione: spero di essere davvero in grado di incarnare la Chiesa ospedale da campo”, ma so che non faccio quanto dovrei per riuscirci. Ci sono tanti preti e tanti cristiani e cristiane che comunque lo fanno molto meglio di me. La rivoluzione di Francesco spero sia irreversibile, perché significa una maggiore fedeltà al Vangelo. Papa Francesco non sta facendo altro che aiutare la Chiesa ad essere più fedele a Gesù. Tornare indietro rispetto a quello che lui sta facendo significherebbe tradire il Vangelo. Ho fiducia che andremo avanti anche perché ci sono tanti vescovi, tra cui il mio (Erio Castellucci), Matteo Zuppi, Corrado Lorefice, Paolo Lojudice, Jean-Claude Hollerich e tantissimi altri (non li cito tutti, perché sarebbe un elenco davvero lungo) che sono perfettamente inseriti in questo cammino. E ci sono tante donne e uomini nella Chiesa che vivono con autenticità il Vangelo e seguono il cammino che Francesco sta tracciando. Ho conosciuto alcune persone, tra cui Giulia Ognibene e Manuela Di Grazia che cito nel libro, che mi hanno mostrato che nella Chiesa, in mezzo a resistenze e difficoltà, ci sarà sempre anche chi vive con fedeltà il Vangelo.

 

Ultima domanda: Stiamo vivendo un periodo terribile: quello della pandemia da Coronavirus. Il futuro sarà difficilissimo. Le difficoltà economiche saranno gravi. Cosa vedi all’orizzonte : nuovi conflitti tra poveri oppure, invece, una possibile rinascita nel segno della solidarietà? 

Spero vivamente che usciremo da questa pandemia avendo maturato davvero la consapevolezza che siamo un’unica grande famiglia umana e che nessuno si salva da solo. Non so se ce la faremo: da una parte vedo tanta solidarietà, ma dall’altra vedo anche segnali inquietanti. Il relativo silenzio mediatico con cui nei giorni scorsi è avvenuto il respingimento illegale di 51 persone migranti riportate in Libia e la morte di 5 loro compagni per sete e di altri 7 per annegamento in mezzo al mare, non lontano da Lampedusa, non chiama in causa solo la responsabilità di Malta e dei governi europei, ma anche la società civile tutta. Finché  la nostra società permetterà che queste cose avvengano senza agire e senza levare così in alto la voce al punto che davvero queste tragedie criminali non si ripetano più, il cambiamento non ci sarà stato. Ma Mediterranea mi ha mostrato che ci sarà sempre chi lotta per la giustizia accanto agli ultimi e chi costruisce in prima persona un mondo migliore. Proprio da loro dobbiamo ripartire. E ogni volta che parlo con i miei compagni e compagne di Mediterranea, sento rinascere la speranza, perché vedendo l’amore che hanno nel cuore capisco che l’amore resiste e vincerà.

Le ragioni laiche della resurrezione. Un testo di Padre Francesco Occhetta S.J.

Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, questa riflessione sulla resurrezione di Padre Francesco Occhetta*. 

Da quando la cultura ha affermato che Dio è morto”, la parola resurrezione” si utilizza sempre di meno nel vocabolario pubblico. Se va bene, ci si limita a sussurrarla. Se va male, la si confonde con la reincarnazione.

 

Eppure, re-surgere ci parla di chi si “rialza dallo stare piegato”. È una legge inscritta nella creazione: tutto ciò che è caduco nasce nel suo al-di-là. La notte quando lascia spazio al giorno, il bruco quando si trasforma in farfalla, quando il buio (interiore) improvvisamente lascia spazio alla luce. Chi risorge, lo fa per aver attraversato la morte: un tradimento, un fallimento, una malattia, una violenza. La vita che viene dopo germina da quella morte.

 

È stato così anche dopo le pandemie che (purtroppo) guardavamo da lontano. Eppure il virus dell’Aids ha causato 32 milioni di morti; solo nel 2018 sono morte 435 mila persone di malaria e 1,2 milioni di tubercolosi senza parlare delle epidemie causate dall’influenza suina, aviaria, Ebola, Sars e Mers. La spagnola ha fatto morire 50 milioni di persone tra il 1918 e il 1919. Numeri incredibili, ma lontani.
Per quale motivo non ci chiediamo pubblicamente se abbiamo bisogno di risorgere? Non è forse questa una domanda importante su come ripartire? 

 

La risurrezione non è l’esperienza del “tornare indietro” dal regno dei morti, che non riuscì a Euridice malgrado l’amore di Orfeo, non è l’eterno ritorno del tempo pensato dai Greci, né un ripristino di sistema del pc. La resurrezione è un’esperienza data dalla forza dell’amore che la ragione può solo riconoscere e sentire, ma non definire.

 

La “definizione” di risurrezione nasce dalla contemplazione della croce di Cristo, e con lui di tutti i crocifissi. Cosa insegna al mondo la morte in croce di Gesù? La morte vince sulla vita, è lamore che vince la morte. Gesù muore “in” Dio, direbbe Eberhard Jüngel, anche se la morte di Gesù non è la morte “di” Dio. È l’esperienza di come il Dio trinitario (il padre, il Figlio e lo Spirito) assuma in sé la morte di Gesù. È questo il punto più alto dove l’amore può arrivare. Per questo “la croce è l’enigma con cui Dio risponde all’enigma dell’uomo. Un Dio crocifisso non corrisponde a nessuna concezione religiosa o atea. È una rappresentazione oscena, fuori della scena del nostro immaginario: è la distanza infinita che Dio ha posto tra sé e l’idolo”, ha scritto p. Silvano Fausti.

 

Secondo S. Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti, la conoscenza intellettiva può solo seguire l’esperienza affettiva della risurrezione. Intellettualmente si può solo definire ciò che si è conosciuto interiormente. Lo dimostra la dura legge dell’amore che costringe a portare il peso della croce, a sacrificare l’io per il noi, a non scappare davanti a chi soffre. Altrimenti i noti conflitti tra cultura laica e religiosa generano lo stesso problema: dall’immagine di Dio che presuppongono emerge il Dio in cui credono.

Questo tempo di epidemia ci chiama a scegliere la direzione verso cui andare come comunità sociale e politica. La radice della parola risurrezione è la stessa: davanti alla mortalità e ai cambi d’epoca si può insorgere, “levarsi contro”. Oppure risorgere, “elevarsi verso”, come i girasoli con il sole. Per la cultura contadina resurrezione è ciò che nasce quando un seme muore. Quando la giustizia è riparativa e non vendicativa, il lavoro è pagato, la dignità è rispettata, la prossimità è una rinascita sociale, la salute è garantita, le comunità sono l’antidoto a ogni forma di populismo.

 

È per questo che in questa Pasqua dobbiamo “elevarci verso” per trovare un equilibrio tradito. Lo ha di recente ricordato anche il Papa: “Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la natura non perdona mai”. Ritrovare un equilibrio con la natura che si ribella anche attraverso un virus è superiore allo sforzo che può fare la cultura per uscire da questa crisi.

La speranza deve essere lultima a morire. Gesù lo ha detto a Maria: “Io sono la resurrezione e la vita” (Gv. 11,25), prima la morte, poi la resurrezione e poi la vita. Da allora per i cristiani la Pasqua è il ricordo della liberazione di Israele dalla schiavitù dell’Egitto ma è soprattutto la festa del corpo che vive sotto la carne e che la morte non può distruggere.

 

*Padre gesuita,  Scrittore della “Civiltà  Cattolica” e Coordinatore di Comunità di Connessioni (articolo tratto da Il Riformista pubblicato in data 11 aprile 2020 a p. 3 – https://www.ilriformista.it/wp-content/uploads/2020/03/ilriformista11042020.pdf)

“La Verità del Freddo”, un libro svela i segreti della “Banda della Magliana”. Intervista a Raffaella Fanelli

“Hanno già ordinato la mia morte…” Maurizio Abbatino parla e racconta quello che ha visto e vissuto in prima persona. Anni di delitti, di vendette, di potere incontrastato su Roma e non solo. Misteri italiani, dal delitto Pecorelli all’omicidio di Aldo Moro, fino alla scomparsa di Emanuela Orlandi. Protagonista di una stagione di sangue che ha segnato la storia più nera del nostro paese; fondatore e capo, con Franco Giuseppucci, della banda della Magliana, Abbatino è l’ultimo sopravvissuto di un’organizzazione che per anni si è mossa a braccetto con servizi segreti, mafia e massoneria. Nel libro scorre la storia d’Italia vista con gli occhi di un criminale sanguinario che ha fatto arrestare altri criminali sanguinari. Molti di loro sono tornati liberi. Lui no. La collaborazione di Abbatino ha attraversato tutti gli anni Novanta e il decennio successivo per interrompersi nel 2010. La sua testimonianza ha consentito di avviare il processo che ha portato dietro le sbarre il nucleo storico della Banda. Le sue rivelazioni hanno avuto un peso in processi importanti, da quello per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli a quello per la morte di Roberto Calvi. Un libro importante. L’autrice, la brava giornalista d’inchiesta Raffaella Fanelli, ci racconta, in questa intervista, le novità che sono emerse dal suo incontro con Maurizio Abbatino. Continua a leggere

Lectio degasperiana 2019: “L’autobiografia di una nazione nelle lettere di De Gasperi”

“L’autobiografia di una nazione nelle lettere di De Gasperi”: oggi pomeriggio alle 17, a Pieve Tesino, la Fondazione Trentina Alcide De Gasperi propone una rilettura della storia italiana del Novecento attraverso importanti lettere inedite dello statista, finora sconosciute e riportate alla luce grazie all’Edizione nazionale dell’Epistolario di Alcide De Gasperi. Le lettere saranno interpretate dall’attore Andrea Castelli.

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“Per superare il sovranismo sogno un’Italia mondiale”. Intervista a Enrico Letta

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

“La strada che ha preso l’Italia non mi piace. Vorrei che si cambiasse direzione. In questo libro provo a elaborare idee e lanciare proposte concrete. Per interrompere una sequenza fatta di errori e illusioni, tra sovranismi e rottamazioni, che ha portato a un’Italia sempre più ripiegata su se stessa. Per affrontare le sfide dell’immigrazione, del declino economico e culturale, della sostenibilità ambientale, e per un’Italia davvero protagonista di una nuova Europa. Le mie riflessioni si fondano su tre convinzioni. La prima è che per superare questo presente bisogna innanzitutto capire come ci si è arrivati. La seconda è che si deve superarlo andando avanti e non indietro. La terza, la più importante, è che non c’è niente di più bello che imparare.” 

Così scrive Enrico Letta nel suo ultimo libro “Ho imparato”(Ed. Il Mulino, pagg. 190, € 15,00).

L’ex premier adesso è professore al prestigioso “SciencesPo” di Parigi (dove dirige l’Istituto di affari internazionali). Con lui, in questa intervista,  abbiamo messo a fuoco alcuni punti della sua riflessione, senza dimenticare l’attualità politica.

Professor Letta, il suo libro “Ho imparato” ci offre molti spunti di riflessione su diverse tematiche economiche e politiche che sono altrettante sfide all’Italia contemporanea. Allora incominciamo dall’Italia. Anche le elezioni abruzzesi hanno consegnato quella regione ai sovranisti. Infatti è uscito vincitore un centro destra a trazione leghista con la elezione di un candidato di Fratelli d’Italia. Insomma soffia forte il vento sovranista. Perché, secondo lei, il sovranismo ha conquistato gli italiani?

Secondo me non riguarda solo l’Italia, ma riguarda tutti i paesi occidentali, nel senso che siamo in una fase nella quale la paura per il futuro, l’ansia che si crea, le trasformazioni della nostra società stanno creando oggi nelle ex classi medie una prevalente paura per il futuro come sentimento chiave. Questa paura spinge a cercare conforto nei punti di riferimento antichi e il principale punto di riferimento antico sono la lingua, la nazione e la bandiera e oggi in tutti i paesi occidentali c’è questo ripiego verso “la logica del focolare”, consistente. nella sicurezza che ti danno la lingua, la bandiera e la nazione). L’Italia è dentro questa dinamica esattamente come gli altri paesi occidentali: l’uscita del brexit è figlia di questa dinamica, così come il successo negli Stati Uniti del motto di Trump “Make America great again”.

Quali sono stati gli errori politici che ci hanno portato a questo punto?

La cosa tocca un po’ tutti gli aspetti della vita, tocca la politica, l’economia, la cultura, l’educazione, ovviamente il tema dell’emigrazioni, viste come una delle cose che più spaventa e crea la paura che uno possa sentirsi straniero a casa sua.

Le cronache politiche ci informano di quanto sia complicato la costruzione di una alternativa. Tra gli sforzi c’è quello di Carlo Calenda. Il suo manifesto per l’Europa ha raccolto una grande adesione. Lei nel libro ha espresso perplessità. Cosa non la convince? Avete avuto modo di chiarire le vostre opinioni?

Io penso che la spinta a favore di un’Europa come base di un riferimento chiave per l’Italia sia totalmente condivisibile, io culturalmente mi sento assolutamente vicino a questa visione. Ho semplicemente fatto riferimento alla necessità che ogni operazione politica vada fatta a favore e non contro. Ma rispetto all’idea originale mi sembra sia evoluta la sua proposta.

Intanto stiamo vivendo una crisi assurda con la Francia. Una crisi fatta di sgarbi istituzionali gravi. Di Maio ha ancora una volta espresso l’intenzione di rincontrare i gilet jaunes. Il governo francese vuole un atto forte per chiudere la crisi. Siamo in uno stallo. Che dovrebbe fare il governo italiano? Non pensa che anche Parigi dovrebbe fare qualcosa per rasserenare il clima?

Molto semplicemente tra Italia e Francia, come tutte le altre nazioni europee, esistono convergenze (una delle più importanti che mi viene in mente è quella sulla politica monetaria europea, una delle questioni più decisiva di tutte, soprattutto per un paese come il nostro che ha un debito notevole e grazie a Draghi e alla Francia l’abbiamo avuta) e divergenze (ad esempio il tema della Libia, dei migranti). Le divergenze possono anche portare a dei litigi, ma non devono portare alla rottura di un’alleanza che è strategicamente fondamentale per noi. Piuttosto che guardare verso Polonia e Ungheria, dobbiamo guardare verso Francia e Germania, anche perché Polonia e Ungheria sono fuori dall’euro, quindi con loro più di tanto non possiamo fare, mentre con le altre è fondamentale intendersi.

L’Italia deve smettere di provocare la Francia con cose che non hanno nulla a che vedere con i fatti concreti, perché la storia dei gilet gialli o la storia del colonialismo sono pure provocazioni. Sarebbe come se il governo francese si mettesse a provocarci sulla mafia, è ovvio che reagiremmo. Ecco perché le cose hanno bisogno di rapporti dignitosi e sinceri. Nel governo italiano si è fatta una cosa da campagna elettorale, hanno deciso di scegliere Macron come nemico per la campagna elettorale.

Torniamo all’Europa. Fino a pochi anni fa noi italiani eravamo i più europeisti. Oggi viviamo con fastidio l’appartenenza all’Europa. Nel libro lancia idee forti sulla riforma della UE. Quale o quali per tornare ad amare l’Europa?

Secondo me c’è bisogno di estendere il discorso sull’Europa a materie e temi sui quali fino ad oggi è stata secondaria la logica europea – cultura, educazione –; io per esempio lancio nel libro questa proposta sull’Erasmus per gli adolescenti che ritengo fondamentale, penso sia una delle cose principali su cui lavorare, perché se l’Europa diventa anche educazione e cultura, allora si riescono a fare ed ottenere dei risultati molto maggiori. Io dico che più che risposte politico- organizzative c’è bisogno di risposte di una grande battaglia culturale, perché si è abbandonato quel tema e invece c’è bisogno perché è su questo che si gioca anche il futuro dell’Italia.

Lei lancia, nel libro, una proposta forte per affrontare con razionalità il problema della immigrazione. Ovvero la creazione di una autorità come Mario Draghi per il problema migratorio. Può spiegare cosa intende?

Penso che così come l’Europa e l’euro siano stati salvati da Draghi, cioè da un’autorità centrale che è riuscita con pieni poteri a fare nei tempi giusti le scelte necessarie assumendosene la responsabilità, allo stesso modo è necessario che la stressa cosa avvenga sulla questione migratoria. C’è bisogno di qualcuno che sia in grado di assumersi la responsabilità.

In questi tempi sovranisti stiamo mettendo in crisi istituzioni consolidate. Mi riferisco alla volontà dei due vicepremier di attaccare l’autonomia di Banca d’Italia. Quali obiettivi si pongono?

Bisogna garantire assolutamente l’indipendenza della Banca d’Italia, come di tutte le Autorità indipendenti. Credo che questa sia la questione chiave perché fa parte degli obiettivi per tenere il paese in vita come una democrazia funzionante ed efficiente. Io penso che tutti i corpi dello Stato debbano lavorare per garantire l’indipendenza della Banca d’Italia. Di Maio e Salvini hanno bisogno di creare sempre dei nemici da esporre al pubblico ludibrio; questa logica con la Banca d’Italia è perfetta solo perché si tratta di banca e generalmente i banchieri godono di cattiva fama e quindi è facilissimo trovare un nemico così.

Lei sogna una Italia mondiale. Di questi tempi sembra una utopia…. Cosa la rende ottimista sul destino dell’Italia?

I giovani italiani, perché l’Italia ha dei giovani ventenni che sono fantastici. Li vedo sia la scuola di politica che all’università e sono veramente fantastici, hanno una marcia in più e io sono ottimista dell’Italia per loro.