Attualità di padre Murray, teologo della libertà religiosa, per la Chiesa e il pensiero democratico. Intervista a Stefano Ceccanti

John Courteney Murray (Wikipedia)

La vittoria di Joe Biden che tra due giorni giurerà come Presidente degli Stati Uniti,
ha fatto riscoprire il pensiero cattolico democratico americano. Uno dei padri
contemporanei, di questo filone di pensiero, è Padre John Courteney Murray, gesuita
amico di Paolo VI, di Luigi Sturzo e del filosofo cattolico francese Jacques Maritain.
Murrat, attraverso la frequentazione di Pax Romana, l’organizzazione internazionale
degli universitari cattolici ( si veda il link:
http://www.portale.fuci.net/2021/01/12/pax-romana-un-centenario-poco-noto-ma-
fecondo/), era ben conosciuto a livello internazionale. La sua influenza si estese,
grazie a Paolo VI, anche al Concilio Vaticano II (in particolare nel documento Dignitatis Humanae che tratta della libertà religiosa). Ed è significativo, alla viglia dell’insediamento del secondo presidente cattolico degli USA, la casa Editrice Morcelliana ripubblichi una sua opera. Infatti esce oggi il libro di John Courtney Murray, Noi crediamo in queste verità. Riflessioni cattoliche sul “principio
americano” (Morcelliana, 2021), a cura e con introduzione di Stefano Ceccanti. Si
tratta della riedizione della prima traduzione italiana (1965, di Carlo De Roberto)
del testo originale, We Hold These Truths: Catholic Reflections on the American
Proposition (1960). In questa intervista con Stefano Ceccanti, deputato PD e
costituzionalista, ne ripercorriamo il pensiero.

Onorevole Ceccanti, siamo a due giorni  dal giuramento di Joe Biden come
Presidente degli Stati Uniti e lei, alla vigilia di questo importante evento, è
curatore, per la casa editrice Morcelliana, di un importante libro di John
Courtney Murray, il grande teologo gesuita, e costituzionalista, americano, We
Hold these Truths, (Noi crediamo in queste verità). Sappiamo che il libro uscì,
all’inizio degli anni sessanta, alla vigilia dell’elezione di John Fitzgerald
Kennedy alla presidenza degli Usa. Sono passati 60 anni da allora perché
riproporre un testo così? 

Siamo alla vigilia dell’insediamento del secondo presidente cattolico della storia
americana, si ripropone quindi un intreccio interessante tra religione e politica.
Ovviamente non nello stesso modo, ma la provocazione credo possa risultare
interessante. Allora il senso del testo era bidirezionale. Verso la società americana,
contro vari pregiudizi protestanti, si trattava di dimostrare che il cattolicesimo era
alleato della democrazia, che essa era la sua opzione preferenziale e naturale e che i
laici cattolici impegnati in politica si assumevano una propria responsabilità, non
dipendevano meccanicamente dal clero. Il testo va quindi letto insieme al discorso di
Kennedy di Houston ai pastori protestanti, ampiamente influenzato da Murray. Verso
la Chiesa si trattava di lavorare per far assumere la libertà religiosa come un bene e
non come un male da tollerare. La visione tradizionale, espressa con particolare
intransigenza dal cardinal Ottaviani, era il frutto di uno scontro non con la modernità,
ma con una delle modernità, quella giacobina, che si presentava come una religione
secolare alternativa. L’America con la sua visione di un’amicizia, pur nella
distinzione, tra religioni e democrazia, di un’autolimitazione dello Stato che non
ricorreva alla coercizione per limitare il pluralismo era un possibile modello positivo.
Si trattava di archiviare le simpatie per regimi confessional-autoritari come quello
spagnolo, valorizzando quello che era accaduto di fatto con la candidatura Kennedy e
anche, per altri versi, con le democrazie cristiane europee. Oggi, la sfida è diversa,
come spiega anche Massimo Faggioli nel libro che esce simultaneamente per lo
stesso editore “Joe Biden e il cattolicesimo negli Stati Uniti”, è sempre bidirezionale,
ma sono cambiati entrambi i contesti. C’è un conflitto interno al cattolicesimo
americano: accanto al filone democratico di cui è espressione Biden, che si muove
nell’onda lunga di Murray, è cresciuta un’impostazione neo-intransigente più vicina a
Maurras e a Orban, che svaluta le acquisizioni conciliari e che si basa su una versione
radicalizzata della retorica dei principi non negoziabili dei due pontificati precedenti,
vivendo il pluralismo come un male e non come una risorsa da superare con una
egemonia confessionalistica. E c’è poi, connessa, la nuova radicalizzazione che si è
espressa col trumpismo a cui quel neo-intransigentismo ha dato copertura, che però è
stata battuta da Biden, potremmo dire con quella idea della Costituzione e della
politica che vede il richiamo alle regole comuni come accettazioni di articoli di pace
e non come elementi di credo di parte su cui insiste Murray.

È un testo che tratta, tra l’altro, del I emendamento della Costituzione
Americana (che garantisce il pluralismo religioso). Quindi si pone
all’avanguardia nella riflessione cattolica sulla libertà religiosa. Possiamo dire
che l’opera di Murray ha influenzato il Concilio Vaticano II. In che misura?
C’è un influsso diretto e uno indiretto. Quello diretto è noto, riguarda il ruolo di
Murray come perito conciliare, in raccordo con Paolo VI e con Maritain, di cui parlo
nell’Introduzione. Però esso si appoggiava su un influsso indiretto, quello già
esercitato aiutando Kennedy a sviluppare una linea culturale coerente e vincente nel
1960. I vescovi americani con Murray si presentano al Concilio come l’episcopato
della prima superpotenza del mondo in cui per la prima volta ha vinto un cattolico.
Riescono a far valere la loro posizione anche perché essa ha vinto prima sul piano
storico concreto.

Veniamo al cattolicesimo americano contemporaneo. Sappiamo che è un
cattolicesimo diviso, come del resto la società e la politica americana. C’è una
parte conservatrice che ha guardato a Trump e al suo sovranismo. E c’è una
parte più vicina a Papa Francesco che ha votato Biden. Lo stesso Biden è stato
osteggiato da alcuni vescovi conservatori. Come pensa che si muoverà Biden in
questo contesto?
C’è una sovrapposizione pressoché totale tra cattolici, vescovi in primis, oppositori al
Papa e sostenitori di Trump. Biden cercherà di non esasperare conflitti e nel frattempo, come accaduto in passato in senso inverso, ciò sarà agevolato dalle
nomine episcopali e cardinalizie di Francesco, peraltro in parte già avvenute.

Torniamo a Padre Murray. Sappiamo che per lui la separazione tra Stato e
Chiesa è un progresso. Qual è il valore della laicità in Murray?
Il termine laicità come tale non è utilizzato esplicitamente in Nordamerica e qualche
autore è dubbioso (se non addirittura contrario, ad esempio il sociologo Diotallevi,
che è uno dei principali studiosi italiani di Murray, che ha animato anche un bel
dibattito a favore dell’impostazione di Kennedy ad Houston con il vescovo
conservatore Chaput, una delle punte di diamante del settore duramente critico col
Papa) se si possa utilizzare. Loro usano il termine “libertà religiosa” che, attraverso le
due clausole del Primo emendamento (divieto di Religione di Stato, libero esercizio
della libertà) esprime due verità complementari, la separazione istituzionale tra Stato
e Chiese, ma anche il primato della società, vivificata dalle esperienze religiose, sullo
Stato. La separazione, nella distinzione, è quindi amichevole e non ostile. Per me,
nella sostanza, è equivalente a ciò che diciamo in Europa coi termini “laicità
positiva”, per distinguerla dalla separazione ostile e dalla confusione che si realizza
col confessionalismo.

Per Murray i valori della Costituzione americana sono più accettabili per uno
spirito religioso che non quelle della Rivoluzione Francese. È così?
Certo, i giacobini tendono ad affermare una religione secolare, una religione che non
sa di esserlo e che tende a sostituire quelle precedenti, è una visione monista.
Viceversa la Rivoluzione americana, come spiega Murray, è costitutivamente
pluralista. La religione cristiana non mira ad un’egemonia da far valere attraverso lo
Stato, ma rispetta e promuove il pluralismo nello stesso senso con cui De Gasperi,
Adenauer e Schuman hanno promosso istituzioni europee non sostitutive ma
complementari, sussidiarie a quelle nazionali.
Sì, per un duplice profilo. Quello ecclesiale perché Murray, che ha lavorato a Pax
Romana durante la guerra (il movimento internazionale della Fuci e del Meic) e che
aveva interagito con gli uditori laici al Concilio, provenienti anch’essi da Pax
Romana, dimostra sul lungo periodo la maggiore vitalità, che va comunque declinata
in termini nuovi, di un certo cattolicesimo che spesso nei decenni precedenti era stato
visto come superato a favore di forme più intimiste o integriste, valorizzate
erroneamente come più efficaci. Sul piano civile e politico perché, come sempre
segnalava Pietro Scopola, bisogna diffidare di sintesi politiche che attingano solo alle
risorse del cattolicesimo e della sinistra non preoccupandosi di fare i conti anche col
pensiero liberale e quindi con ciò che l’America rappresenta. C’è il rischio di sommare due spezzoni di culture nobili, vivaci, ma anche, prese da sole, molto
finalistiche e intransigenti, poco pragmatiche, con molta enfasi sullo Stato piuttosto
che sulla società. Gli elementi che devono interagire sono tre, compresa la cultura
liberale. Murray ci richiama al valore politico dei suoi amici Sturzo e Maritain, il
Maritain rigenerato dal periodo americano, di “Cristianesimo e democrazia” e de
“L’Uomo e lo Stato”.

Dalla “Velina” ai Social. Un libro sul cambiamento del giornalismo politico italiano

Diciamo subito che di un libro così, un bilancio e una analisi, compiuti da giornalisti professionisti, su come è cambiato, negli ultimi 25-30 anni, il giornalismo politico italiano, sentivamo la necessità.

Ed è un primo risultato per questo piccolo volume, Raccontare la politica, edito da «ytali», giornale online fondato e diretto da un giornalista politico di grande esperienza come Guido Moltedo.

Il libro risponde a questo bisogno, offrendo una bella carrellata di interviste (13 sono gli interpellati) ad alcuni tra i maggiori cronisti politici italiani.

Il giornalismo politico in Italia ha una grande tradizione. Che oggi, nel tempo iperconnesso della rete, attraversa una fase di grande cambiamento correlato, ovviamente, con quello della politica.

E così che attraverso le 13 interviste viene fuori un quadro problematico del giornalismo politico.

Verrebbe da domandarsi cosa ne penserebbe un gigante come Enzo Forcella. La citazione non è casuale perché proprio lui, nel 1959 sulla rivista Tempo Presente, ne caratterizzava il tratto con pungente ironia (dal titolo emblematico “millecinquecento lettori”):

«Un giornalista politico, nel nostro paese, può contare su circa millecinquecento lettori: i ministri e i sottosegretari (tutti), i parlamentari (parte), i dirigenti di partito, i sindacalisti, gli alti prelati e qualche industriale che vuole mostrarsi informato. Il resto non conta, anche se il giornale vende trecentomila copie. Prima di tutto, non è accertato che i lettori comuni leggano le prime pagine dei giornali, e in ogni caso la loro influenza è minima. Tutto il sistema è organizzato sul rapporto tra il giornalista politico e quel gruppo di lettori privilegiati. Trascurando questo elemento, ci si esclude la comprensione dell’aspetto più caratteristico del nostro giornalismo politico, forse dell’intera politica italiana: è l’atmosfera delle recite in famiglia, con protagonisti che si conoscono sin dall’infanzia, si offrono a vicenda le battute, parlano una lingua allusiva e, anche quando si detestano, si vogliono bene».
Ora, per carità quel tempo è lontanissimo. E, oggi, i “protagonisti” (quei protagonisti di cui parla Forcella) quando si detestano non si vogliono proprio per niente bene. Cioè il livello della politica si è notevolmente abbassato, le classi “dirigenti” non sono all’altezza e quei pochi faticano molto a fare un discorso di qualità politica.

In un quadro così, il mestiere di giornalista politico assume una notevole caratterizzazione etico- politica.

Un tratto però, quello del rapporto tra giornalista politica e gruppo di potere, è ancora presente.

Ed è proprio questo che fa dire a Fabio Martini (giornalista de «La Stampa») nel suo contributo presente in questo libro, che «nella tradizione giornalistica italiana l’elemento di fiancheggiamento del potere politico è stato importante fin dagli albori dell’Ottocento»: «Il Risorgimento», pubblicato a Torino e fondato da Camillo Benso conte di Cavour, portava con sé una doppia cifra, quella giornalistica e quella politica. Lo stesso discorso vale per «Giovine Italia», organo del movimento fondato da Giuseppe Mazzini. Questa connotazione politica degli inizi è restata. «La Repubblica» dal 1976 è un grande e influente giornale, convinto che «informare è importante, ma ancora più importante è far prevalere l’idea del giornale: un’impostazione che ha assunto in alcuni casi toni clamorosi, come nel caso delle dieci domande a Berlusconi. Si tratta di un atteggiamento che si è allargato, con i giornalisti “influencer” che in rete mischiano le informazioni con le opinioni.
Questo però non è il nostro compito: un giornalista dovrebbe aiutare il pubblico a leggere le vicende, non dare la propria personalissima opinione. Da questo punto di vista è deprimente lo spettacolo che i giornalisti offrono nei talk show: prendono parte e tifano. I telespettatori oramai si aspettano – o sono rassegnati – a vederli come parte in gioco. E questo, ahi noi, vale per gran parte dei giornalisti ospiti e dei conduttori. Un disturbo bipolare che conferma un dato di fondo: chi fa informazione politica ha perso credibilità». Martini coglie nel segno, e questo è un problema atavico del giornalismo italiano. Certo, la stagione di Tangentopoli, una stagione breve, è stata vissuta dalla stampa italiana come un periodo in cui la presa della politica sul sistema informativo si allentò. Ed è in questo periodo che nacquero i nuovi format informativi sulla politica. Oggi quell’onda si è esaurita e la sensazione, più diffusa, è quella della ripetitività. E questo non va d’accordo con la qualità.

Il libro è utile, come si diceva all’inizio, per la panoramica che offre dell’evoluzione che vi è stata nel giornalismo politico italiano.

Interessante e gustosa la testimonianza di un decano del giornalismo politico come Giorgio Frasca Polara su Vittorio Orefice, autentica “divinità” del giornalismo politico della Prima Repubblica, le cui “veline” influenzavano più di un giornale (di lui .Giulio Andreotti, scrisse sul Corriere, che era stato “governativo ma mai servile).

Oggi il “pastone” è praticamente scomparso e il giornalista politico rincorre sui social l’ultima dichiarazione del leader politico. Addirittura, tra i politici, c’è chi chiede l’intervista scritta al giornalista e questo non è certo di aiuto per la qualità del prodotto. Sulla questione sono puntuali le osservazioni di Alessandra Sardoni, Maria Teresa Meli e Augusto Minzolini.

Nel tempo della velocità della rete, della spettacolarizzazione della politica, su cui si sofferma Stefano Menichini, c’è spazio ancora per l’approfondimento, come osserva giustamente Marco Di Fonzo, cronista politico di Sky Tg24: «Approfondimento non è solo un programma lungo (e lento) su un singolo argomento. Penso anche a un approfondimento che può stare all’interno di una diretta di due minuti. In altre parole, non racconti solo quanto detto dal politico di turno, ma inquadri le dichiarazioni della giornata, le spieghi in tempo reale a chi ti sta ascoltando. C’è una grande ricerca di senso riguardo a tutti i grandi temi, dalle questioni internazionali all’ambiente, dalle migrazioni all’economia. Se riesci ad essere credibile, la gente ti segue, perché si rende conto che il mondo va molto veloce e non riesce da sola a mettere insieme la valanga di dati e informazioni a disposizione. Le persone faticano a mettere assieme il quadro complessivo di quel che accade e noi possiamo essere un punto di riferimento prezioso». Questo è il giornalismo.

Matteo Angeli e Marco Michieli, Raccontare la politica, Ed. Ytali 2020, pp. 146, €10,00

IL VANGELO SECONDO MATTIA. INTERVISTA A DON MATTIA FERRARI

 

“«Sei pronto?» gli chiede Alessandro. Tommy è ancora in posa, ma non risponde. Lo vedo con la bocca spalancata, come quando scorge balenottere o delfini, meravigliandosi come solo gli uomini di mare sanno fare quando nella solitudine delle traversate incontrano qualcuno che in fondo considerano un proprio simile. Tommy è immobile. Lui, sempre guascone e pronto alla battuta, all’improvviso s’è fatto tutto serio. Ci passa il binocolo: «Guardate». E indica un punto con il dito. Sulla Mare Jonio intanto fissano il radar. Anche lì c’è una macchiolina scura. Tommy ha ragione. Lì, in mezzo al deserto blu del Mediterraneo centrale, c’è un gommone piccolo e sovraccarico: 30 persone. Il motore è in avaria. La loro unica speranza di sopravvivere, oggi, qui dove nessuno viene più a pattugliare, si chiama Mediterranea Saving Humans. Sono 30 persone in fuga dal nulla e dalla morte, scampate dalle torture nei campi libici. Da prete so che in fondo la mia è la missione della «barca di Pietro». Ma mai mi sarei sognato di salire un giorno su un’altra «barca di Pietro» perché insieme ad altri diventassimo, letteralmente, «pescatori di uomini».”

Così inizia l’avventura e il racconto di Don Mattia Ferrari, giovane sacerdote modenese, con la nave della ONG Mediterranea. Una bella avventura, un modo forte ed esigente di testimoniare il Vangelo. Per lui l’impegno di salvare i migranti che attraversano quel tratto di mare è la realizzazione del grande sogno di Papa Francesco: la Chiesa come “ospedale da campo”. In questo libro (“PescatorI d’uomini”.Ed Garzanti), scritto con il grande inviato del quotidiano cattolico Avvenire Nello Scavo, don Mattia ci racconta come si sviluppa la sua vocazione di servire i più poveri e i dannati della terra.  In questa intervista approfondisce con noi il valore della sua storia.

 

Mattia, il tuo libro si legge tutto d’un fiato. È intenso, mi sono commosso a leggere alcune pagine della tua vita. Sei molto giovane ma già con una storia importante. Allora partiamo da una prima considerazione : il tuo libro è un inno a Papa Giovanni, che tu hai scoperto attraverso l’amicizia con monsignor Loris Capovilla (che è stato segretario di Angelo Roncalli). TI chiedo perché è così importante, per te giovane prete del XXI secolo, la figura di Giovanni XXIII?

Conobbi la figura di Papa Giovanni negli anni del liceo, nel 2012. A scuola, al liceo Muratori, stavo sperimentando la bellezza e l’importanza del cammino della Chiesa con tutte le persone di buona volontà. Mi trovavo con compagni di scuola, insegnanti e collaboratori scolastici spesso non credenti, ma animati da ideali profondi di umanità e di giustizia. Insieme ci immergevamo nel patrimonio della cultura, letteraria, filosofica, scientifica e riflettevamo sul mistero della vita e sui grandi interrogativi che albergano nel cuore dell’uomo, grazie agli strumenti preziosissimi che la letteratura ci fornisce. Mi rendevo così sempre più conto di quanto fosse importante, e anche bello, percorrere con tutte le persone di buona volontà il cammino di scoperta del mistero della vita e di costruzione di un mondo migliore. A un certo punto mi imbattei nella figura di Papa Giovanni, grazie ai racconti dei miei nonni, che erano stati giovani negli anni del suo pontificato: mi colpivo come loro, comunisti, parlassero con così tanto affetto del Papa buono. Ho così voluto iniziare a studiare la sua figura e il suo messaggio e in lui ho trovato proprio l’illustrazione della strada che stavamo percorrendo al liceo. Papa Giovanni ci ha mostrato che è possibile abbracciarci gli uni gli altri, al di là delle nostre provenienze culturali e religiose, e camminare insieme. E questa strada ha ripreso nuovo slancio con Papa Francesco.

 

La seconda considerazione che voglio fare è questa : nel racconto della tua vita traspare una grande serenità, anche di fronte a momenti duri (per esempio la morte del tuo amico carissimo Fabrizio, un ragazzo dotato di estrema sensibilità con il dono grande dell’amicizia). Questo colpisce il tuo Interlocutore. Dove sta la radice profonda di questo?

Sta nell’aver sperimentato, e nel continuare a sperimentare, l’amore. Vedere, sentire l’amore, mi ha fatto capire che il male non avrà mai l’ultima parola. Ci sono sofferenze, anche grandi, ma l’amore dà quell’energia interiore che dà la forza per andare avanti. Non cancella la sofferenza, ma aiuta ad attraversarla. La mia famiglia, la scuola, la mia parrocchia, Mediterranea e tante realtà che ho conosciuto mi hanno mostrato che l’amore sorprende sempre. Aprendoci dunque all’amore, troviamo la forza per continuare il cammino.

 

Torniamo al tuo libro. Ho trovato bellissimo  il titolo perché mette insieme,  unisce la tua vocazione presbiterale con quello di soccorritore, insieme ai tuoi compagni di Mediterranea, dei migranti che attraversano il Mediterraneo. Come hai scoperto questa tua vocazione ad essere un “Pescatore d’uomini”?

Grazie all’amicizia. Sono stati i ragazzi e le ragazze Tpo e Labas, con cui siamo amici da anni proprio grazie alla comune amicizia verso i migranti, ad avermi trascinato dentro a questa avventura. Ed è stato Luca Casarini, a nome di tutto l’equipaggio, a chiedermi di salire a bordo. Mai mi sarei aspettato di farlo in vita mia. Ma appunto l’amore sempre. E l’amore grande che c’è nel cuore di quei ragazzi, di Luca e degli altri componenti di Mediterranea li ha portati a intraprendere questa avventura e a trascinarmi con loro, proprio in virtù della nostra amicizia, cioè del nostro amore.

 

 Ci sono pagine belle nel tuo libro: quelle sul tuo incontro con i così detti “lontani”. In questo sei un figlio del Concilio Vaticano II. In più pagine ringrazi i “lontani” perché  da loro hai ricevuto una bella testimonianza evangelica…. Io dico : è un bel paradosso evangelico. È così Mattia?

Sì, è un paradosso evangelico. Ma è la bellezza del Vangelo. Il Vangelo è innanzitutto una sostanza viva, una forma di vita. Anche chi non professa la fede cristiana, può viverlo, perché  il Vangelo lo vive chiunque apre il suo cuore al sentimento di compassione viscerale” che spinge all’azione e porta, ci dice Gesù, a vivere la vita piena. Tante persone lontane” dalla Chiesa hanno aperto il proprio cuore a quel sentimento di compassione viscerale” e mi hanno mostrato il Vangelo vissuto.

 

Sappiamo che hai, per questo, ricevuto critiche, anche feroci, non solo dagli ambienti della destra leghista e da quella neofascista, ma anche da ambienti cattolici (o supposti tali). Per loro sei il “prete dei centri sociali”. Come rispondi alle accuse? 

Le accuse che ho ricevuto mi fanno soffrire quando mostrano che, chi le muove non ha capito lo spirito con cui i miei compagni e compagne ed io agiamo. Ma più delle accuse a me, mi dispiacciono le critiche che vengono mosse a Papa Francesco su questi temi. Papa Francesco è semplicemente fedele al suo maestro, Gesù. Bisognerebbe che chi critica Papa Francesco su queste cose, avesse l’onestà intellettuale e la coerenza di criticare anche Gesù. 

 

Quali sono stati i momenti più duri e quelli più belli della tua esperienza di “Pescatore d’uomini”?

Il più duro è stato quando il 2 maggio abbiamo dovuto assistere a un respingimento di persone verso la Libia. La funzione delle navi di soccorso in mare non è solo quella di salvare le persone, ma anche quella di testimoniare e denunciare ciò che avviene: per questo si cerca di criminalizzarle. Il 2 maggio abbiamo assistito a una conversazione sul canale radio su cui avvengono le comunicazioni internazionali a un dialogo tra un aereo europeo dell’operazione militare EUNAVFORMED Sophia e la cosiddetta Guardia costiera libica in cui l’aereo europeo segnalava la presenza di due imbarcazioni di migranti e coordinava l’intervento dei libici. Abbiamo provato ad arrivare prima, ma non ce l’abbiamo fatta. Quanto fatto da Europa e Libia, e quello avvenuto quel giorno è solo uno dei tanti casi, è di massima gravità: riportare le persone in fuga dal luogo da cui scappano, se in quel luogo sono a rischio la loro vita o la loro incolumità, è una violazione del diritto umano internazionale al non respingimento. È stato un momento durissimo: vedere la tua Europa fare questo ti spezza il cuore. Ma almeno grazie alla nostra presenza in mare abbiamo potuto denunciare tutto questo all’opinione pubblica e alla magistratura.

Il momento più bello è stato quello del salvataggio: vedere insieme le persone soccorse, provenienti da tanti Paesi diversi e scampate alla morte per ingiustizia (perché è l’ingiustizia che costringe le persone a intraprendere viaggi così pericolosi) grazie al fatto che i ragazzi e le ragazze di Mediterranea hanno scelto di opporsi all’ingiustizia e di mettersi in gioco in prima persona, mi ha mostrato che un mondo diverso è davvero possibile.

 

Tu incarni la “Chiesa ospedale da campo” sognata da Papa Francesco. Eppure nella Chiesa vi sono forti resistenze, non solo tra le gerarchie ma anche, in alcune parti, del laicato. Pensi che sia irreversibile la rivoluzione di Francesco?

Ti ringrazio per questa definizione: spero di essere davvero in grado di incarnare la Chiesa ospedale da campo”, ma so che non faccio quanto dovrei per riuscirci. Ci sono tanti preti e tanti cristiani e cristiane che comunque lo fanno molto meglio di me. La rivoluzione di Francesco spero sia irreversibile, perché significa una maggiore fedeltà al Vangelo. Papa Francesco non sta facendo altro che aiutare la Chiesa ad essere più fedele a Gesù. Tornare indietro rispetto a quello che lui sta facendo significherebbe tradire il Vangelo. Ho fiducia che andremo avanti anche perché ci sono tanti vescovi, tra cui il mio (Erio Castellucci), Matteo Zuppi, Corrado Lorefice, Paolo Lojudice, Jean-Claude Hollerich e tantissimi altri (non li cito tutti, perché sarebbe un elenco davvero lungo) che sono perfettamente inseriti in questo cammino. E ci sono tante donne e uomini nella Chiesa che vivono con autenticità il Vangelo e seguono il cammino che Francesco sta tracciando. Ho conosciuto alcune persone, tra cui Giulia Ognibene e Manuela Di Grazia che cito nel libro, che mi hanno mostrato che nella Chiesa, in mezzo a resistenze e difficoltà, ci sarà sempre anche chi vive con fedeltà il Vangelo.

 

Ultima domanda: Stiamo vivendo un periodo terribile: quello della pandemia da Coronavirus. Il futuro sarà difficilissimo. Le difficoltà economiche saranno gravi. Cosa vedi all’orizzonte : nuovi conflitti tra poveri oppure, invece, una possibile rinascita nel segno della solidarietà? 

Spero vivamente che usciremo da questa pandemia avendo maturato davvero la consapevolezza che siamo un’unica grande famiglia umana e che nessuno si salva da solo. Non so se ce la faremo: da una parte vedo tanta solidarietà, ma dall’altra vedo anche segnali inquietanti. Il relativo silenzio mediatico con cui nei giorni scorsi è avvenuto il respingimento illegale di 51 persone migranti riportate in Libia e la morte di 5 loro compagni per sete e di altri 7 per annegamento in mezzo al mare, non lontano da Lampedusa, non chiama in causa solo la responsabilità di Malta e dei governi europei, ma anche la società civile tutta. Finché  la nostra società permetterà che queste cose avvengano senza agire e senza levare così in alto la voce al punto che davvero queste tragedie criminali non si ripetano più, il cambiamento non ci sarà stato. Ma Mediterranea mi ha mostrato che ci sarà sempre chi lotta per la giustizia accanto agli ultimi e chi costruisce in prima persona un mondo migliore. Proprio da loro dobbiamo ripartire. E ogni volta che parlo con i miei compagni e compagne di Mediterranea, sento rinascere la speranza, perché vedendo l’amore che hanno nel cuore capisco che l’amore resiste e vincerà.

Le ragioni laiche della resurrezione. Un testo di Padre Francesco Occhetta S.J.

Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, questa riflessione sulla resurrezione di Padre Francesco Occhetta*. 

Da quando la cultura ha affermato che Dio è morto”, la parola resurrezione” si utilizza sempre di meno nel vocabolario pubblico. Se va bene, ci si limita a sussurrarla. Se va male, la si confonde con la reincarnazione.

 

Eppure, re-surgere ci parla di chi si “rialza dallo stare piegato”. È una legge inscritta nella creazione: tutto ciò che è caduco nasce nel suo al-di-là. La notte quando lascia spazio al giorno, il bruco quando si trasforma in farfalla, quando il buio (interiore) improvvisamente lascia spazio alla luce. Chi risorge, lo fa per aver attraversato la morte: un tradimento, un fallimento, una malattia, una violenza. La vita che viene dopo germina da quella morte.

 

È stato così anche dopo le pandemie che (purtroppo) guardavamo da lontano. Eppure il virus dell’Aids ha causato 32 milioni di morti; solo nel 2018 sono morte 435 mila persone di malaria e 1,2 milioni di tubercolosi senza parlare delle epidemie causate dall’influenza suina, aviaria, Ebola, Sars e Mers. La spagnola ha fatto morire 50 milioni di persone tra il 1918 e il 1919. Numeri incredibili, ma lontani.
Per quale motivo non ci chiediamo pubblicamente se abbiamo bisogno di risorgere? Non è forse questa una domanda importante su come ripartire? 

 

La risurrezione non è l’esperienza del “tornare indietro” dal regno dei morti, che non riuscì a Euridice malgrado l’amore di Orfeo, non è l’eterno ritorno del tempo pensato dai Greci, né un ripristino di sistema del pc. La resurrezione è un’esperienza data dalla forza dell’amore che la ragione può solo riconoscere e sentire, ma non definire.

 

La “definizione” di risurrezione nasce dalla contemplazione della croce di Cristo, e con lui di tutti i crocifissi. Cosa insegna al mondo la morte in croce di Gesù? La morte vince sulla vita, è lamore che vince la morte. Gesù muore “in” Dio, direbbe Eberhard Jüngel, anche se la morte di Gesù non è la morte “di” Dio. È l’esperienza di come il Dio trinitario (il padre, il Figlio e lo Spirito) assuma in sé la morte di Gesù. È questo il punto più alto dove l’amore può arrivare. Per questo “la croce è l’enigma con cui Dio risponde all’enigma dell’uomo. Un Dio crocifisso non corrisponde a nessuna concezione religiosa o atea. È una rappresentazione oscena, fuori della scena del nostro immaginario: è la distanza infinita che Dio ha posto tra sé e l’idolo”, ha scritto p. Silvano Fausti.

 

Secondo S. Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti, la conoscenza intellettiva può solo seguire l’esperienza affettiva della risurrezione. Intellettualmente si può solo definire ciò che si è conosciuto interiormente. Lo dimostra la dura legge dell’amore che costringe a portare il peso della croce, a sacrificare l’io per il noi, a non scappare davanti a chi soffre. Altrimenti i noti conflitti tra cultura laica e religiosa generano lo stesso problema: dall’immagine di Dio che presuppongono emerge il Dio in cui credono.

Questo tempo di epidemia ci chiama a scegliere la direzione verso cui andare come comunità sociale e politica. La radice della parola risurrezione è la stessa: davanti alla mortalità e ai cambi d’epoca si può insorgere, “levarsi contro”. Oppure risorgere, “elevarsi verso”, come i girasoli con il sole. Per la cultura contadina resurrezione è ciò che nasce quando un seme muore. Quando la giustizia è riparativa e non vendicativa, il lavoro è pagato, la dignità è rispettata, la prossimità è una rinascita sociale, la salute è garantita, le comunità sono l’antidoto a ogni forma di populismo.

 

È per questo che in questa Pasqua dobbiamo “elevarci verso” per trovare un equilibrio tradito. Lo ha di recente ricordato anche il Papa: “Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la natura non perdona mai”. Ritrovare un equilibrio con la natura che si ribella anche attraverso un virus è superiore allo sforzo che può fare la cultura per uscire da questa crisi.

La speranza deve essere lultima a morire. Gesù lo ha detto a Maria: “Io sono la resurrezione e la vita” (Gv. 11,25), prima la morte, poi la resurrezione e poi la vita. Da allora per i cristiani la Pasqua è il ricordo della liberazione di Israele dalla schiavitù dell’Egitto ma è soprattutto la festa del corpo che vive sotto la carne e che la morte non può distruggere.

 

*Padre gesuita,  Scrittore della “Civiltà  Cattolica” e Coordinatore di Comunità di Connessioni (articolo tratto da Il Riformista pubblicato in data 11 aprile 2020 a p. 3 – https://www.ilriformista.it/wp-content/uploads/2020/03/ilriformista11042020.pdf)

“La Verità del Freddo”, un libro svela i segreti della “Banda della Magliana”. Intervista a Raffaella Fanelli

“Hanno già ordinato la mia morte…” Maurizio Abbatino parla e racconta quello che ha visto e vissuto in prima persona. Anni di delitti, di vendette, di potere incontrastato su Roma e non solo. Misteri italiani, dal delitto Pecorelli all’omicidio di Aldo Moro, fino alla scomparsa di Emanuela Orlandi. Protagonista di una stagione di sangue che ha segnato la storia più nera del nostro paese; fondatore e capo, con Franco Giuseppucci, della banda della Magliana, Abbatino è l’ultimo sopravvissuto di un’organizzazione che per anni si è mossa a braccetto con servizi segreti, mafia e massoneria. Nel libro scorre la storia d’Italia vista con gli occhi di un criminale sanguinario che ha fatto arrestare altri criminali sanguinari. Molti di loro sono tornati liberi. Lui no. La collaborazione di Abbatino ha attraversato tutti gli anni Novanta e il decennio successivo per interrompersi nel 2010. La sua testimonianza ha consentito di avviare il processo che ha portato dietro le sbarre il nucleo storico della Banda. Le sue rivelazioni hanno avuto un peso in processi importanti, da quello per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli a quello per la morte di Roberto Calvi. Un libro importante. L’autrice, la brava giornalista d’inchiesta Raffaella Fanelli, ci racconta, in questa intervista, le novità che sono emerse dal suo incontro con Maurizio Abbatino. Continua a leggere