Appello all’Europa per il Lavoro. Un documento della Gioc

In occasione della Festa del Primo Maggio, festa del Lavoro, il coordinamento europeo della GIOC (Gioventù Operaia Cristiana) ha diffuso un documento molto critico nei confronti sulla condizione lavorativa dei giovani europei.  Lo pubblichiamo integralmente.

Cos’è la Gioc?

La Jeunesse Ouvrière Chretienne (JOC) è nata in Belgio poco dopo la prima guerra mondiale dalla dolorosa constatazione che il lavoro e l’ambiente di lavoro non solo allontanavano migliaia di giovani lavoratori dalla Chiesa, ma ancor più li disumanizzavano, degradando la loro vita spirituale. Suo fondatore fu un prete, Joseph Cardijn (1882 – 1967).

Prima di lui molti avevano fatto la medesima constatazione e cercato rimedi. Le soluzioni però rimanevano nella linea della pastorale tradizionale del tempo centrata sulle opere per la gioventù come i patronati, le associazioni sportive, gli oratori. L’obiettivo principale di queste iniziative consisteva nel sottrarre i giovani per qualche ora la settimana al loro ambiente, per introdurli in un “bagno spirituale”. 
Il grande merito di Cardijn consiste nell’aver compreso che queste soluzioni erano inadeguate: invece di ritirare i giovani lavoratori dal loro ambiente, Cardijn li invierà in esso come apostoli incaricati di una missione umana e divina.

“Anche quest’anno, i movimenti GIOC si mobilizzano per celebrare il Primo maggio.

 

Abbiamo sempre in mente la lotta dei lavoratori di Chicago del 1886, per ottenere una giornata lavorativa di 8 ore, dalla quale è nata la festa del Primo Maggio.

Anche quest’anno, scendiamo in strada per difendere i nostri diritti, scendiamo in strada per dimostrare che un altro mondo è possibile.

Questo Primo Maggio, come movimenti GIOC dell’Europa abbiamo deciso di evidenziare situazioni che vanno contro la dignità dei giovani.

Denunciamo la situazione di disoccupazione giovanile in Spagna. Le ultime indagini sulla forza lavoro in Spagna, rivelano che il 55,1% dei giovani con meno di 25 anni, è disoccupato. Non sono solo statistiche a preoccupare, ma le reali tragedie vissute dietro i numeri: migliaia e migliaia di giovani che non possono raggiungere i propri obiettivi personali e costruire il proprio progetto di vita. Insieme ai dati sulla disoccupazione, vogliamo inoltre denunciare l’obbligo di lavorare a tempo determinato e occasionale, le tasse sempre più alte, l’aumento delle spese per l’istruzione, la diminuzione del numero di borse di studio, il numero di giovani che è costretto ad emigrare per trovare lavoro, e la scandalosa realtà di coloro che vengono in Spagna per trovare un lavoro e trovano le nostre porte chiuse.

 

Denunciamo le condizioni di vita dei giovani in Portogallo. Infatti, la percentuale di giovani disoccupati under 25 è del 36,1% e molti giovani vivono grazie ai proventi dei cosiddetti “lavoretti”.

 

Alcuni sono disoccupati, altri si trovano forzati a intraprendere una formazione che non è appropriata e che serve solo a far diminuire i numeri relativi alla disoccupazione. Inoltre, denunciamo le precarie condizioni di lavoro di molti giovani che sono “falsi dipendenti” e non possono accedere alla protezione sociale. Questo, insieme alla mancanza di opportunità lavorative, obbliga migliaia di giovani ad emigrare in altri paesi.

Denunciamo la moltitudine di contratti che esistono in Italia e il lavoro nero che ne è spesso conseguenza. In Italia infatti ci sono 3 milioni di persone che non hanno un contratto di lavoro, tra i quali i giovani rappresentano una larga percentuale; non solo questo è illegale, ma non garantisce protezione. Chiediamo che il Governo semplifichi il numero elevato di contratti (46 in totale) e informi i giovani rispetto alle conseguenze del mercato nero e del lavoro non dichiarato.

 

Riaffermiamo inoltre che tutti i lavori, indipendentemente dalla tipologia e dal salario, hanno lo stesso valore e possono permettere a ciascun giovane di vivere con dignità. Crediamo che prima venga la persona, e solo dopo il lavoro. I movimenti europei supportano anche la posizione della GIOC dell’Inghilterra e del Galles, in merito a questo problema.

In Ungheria, i giovani faticano a trovare un lavoro che sia connesso alla propria formazione e che permetta loro di pianificare il proprio futuro. Molti giovani perdono la speranza e vedono come unica soluzione quella dell’emigrazione. La GIOC dell’Ungheria vuole far capire ai giovani che questa non è l’unica risposta al problema.

 

Non siamo d’accordo con il collegamento che esiste a Malta tra educazione e disoccupazione. I giovani, specialmente le ragazze, non possono trovare lavoro inerente al proprio percorso di studi e alle proprie competenze. Così si ritrovano disoccupati o con lavori non inerenti a quanto studiato. La sola alternativa rimane l’emigrazione.

 

La GIOC della Francia non è d’accordo con il sistemico utilizzo dei contratti precari e temporanei. Oggi, il 52% dei giovani sono disoccupati, nelle aree urbane più svantaggiate. Situazioni come queste impediscono di fare piani a lungo termine e di costruire un futuro stabile.

 

Cosa vogliamo dall’Europa:

 

Noi, come movimenti GIOC d’Europa, non siamo d’accordo con le situazioni che vivono i giovani lavoratori a causa del sistema che preferisce il “fare profitti” piuttosto che dare possibilità ai giovani di pianificare il proprio futuro.

Come dice Papa Francesco «La dignità di ogni persona umana e il bene comune sono questioni che dovrebbero strutturare tutta la politica economica, ma a volte sembrano appendici aggiunte dall’esterno per completare un discorso politico senza prospettive né programmi di vero sviluppo integrale.» EG 203

Noi, come movimenti GIOC d’Europa, vogliamo costruire un’Europa per uomini, donne, giovani, e non per il denaro. Papa Francesco ci ricorda sempre: dobbiamo mettere l’uomo al centro e considerare l’umanità come una risorsa, non come un profitto. Nella sua esortazione, ha detto: «Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide.»EG 53 Vogliamo ribadire che la gioventù è una risorsa per l’Europa e un rischio!

 

Noi, come movimenti GIOC d’Europa, vogliamo costruire un’Europa con maggiore equità, nella quale i lavoratori non siano solo considerati consumatori.

 

Vogliamo un’Europa che sia una comunità. Vogliamo che si sviluppi la cooperazione tra paesi e non la competizione.

Vogliamo un’Europa nella quale i lavoratori, indipendentemente dalla tipologia del proprio impiego, siano considerati nello stesso modo, garantendo loro la dignità. Non vogliamo che il lavoro imprenditoriale sia la sola alternativa.

Vogliamo un’Europa sostenibile, nella quale si possa trovare lavoro. Vogliamo costruire un’unione di persone che tenga conto delle differenze culturali. Affermiamo che la condivisione delle nostre culture è una ricchezza e non una minaccia.

Vogliamo un’Europa che garantisca le stesse opportunità a tutti i suoi giovani.

Oggi stiamo sperimentando la competizione tra i giovani, ma vogliamo invece cooperazione tra i paesi europei. Vogliamo costruire un’Europa unita. Sfortunatamente, la sola risposta dell’Unione Europea è quella di sviluppare contratti speciali per i giovani.

Vogliamo una gioventù europea solidale, che abbia un posto reale nel processo decisionale. Vogliamo che la nostra voce sia ascoltata e presa in considerazione. Vogliamo che ogni giovane possa vivere con dignità in Europa. Vogliamo dare a tutti i mezzi per essere coinvolti nella costruzione dell’Europa. E’ importante per noi dare la possibilità ai giovani della classe operaia di conoscere maggiormente l’Europa, e di avere mezzi per intraprendere azioni.

 

Ci auguriamo che quanti sono impegnati nella creazione di politiche nazionali ed europee, pensino ai benefici dei giovani. Come il Papa Francesco dice nella sua esortazione: «Prego il Signore che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri! È indispensabile che i governanti e il potere finanziario alzino lo sguardo e amplino le loro prospettive, che facciano in modo che ci sia un lavoro degno, istruzione e assistenza sanitaria per tutti i cittadini.»EG 205
I movimenti GIOC in Europa si alzeranno e agiranno per questo. Questo schema guiderà il nostro voto il 25 Maggio 2014.”

 

Dal sito: ( http://www.gioc.org/gioc/news/39-messaggio-dai-movimenti-gioc-dell-europa-per-il-primo-maggio-2014 )

La Sfida della Fiom.
Intervista a Maurizio Landini

maurizio-landiniE’ partito il Congresso della Cgil. In questi giorni si sta sviluppando una polemica molto aspra tra Maurizio Landini, Segretario Generale della Fiom, e Susanna Camusso, Segretario Generale della Cgil. Il punto di contrasto tra i due è l’accordo sulla “rappresentanza sindacale” firmato anche dagli altri sindacati confederali (Cisl e Uil). E’ un punto strategico di dissenso fondamentale questo per la Fiom. Così partendo dal suo libro Forza Lavoro, pubblicato dalla Casa Editrice Feltrinelli, prendiamo spunto per una riflessione più generale sul Sindacato.

Landini, il suo libro è un vero proprio atto d’accusa contro un sistema “neoliberista”, ovvero il “pensiero unico” di questi ultimi 20 anni. Un sistema che, lo stiamo sperimentando tutti, ha reso precaria la vita di milioni di persone. Il mondo del lavoro è stato il più colpito. Le chiedo qual è la “ricetta” culturale e “politica” della Fiom per riportare al centro il Lavoro?

Il lavoro in questi ultimi 30 anni è stato ridotto a semplice merce, questa è una delle caratteristiche della “rivoluzione” liberista. Ciò è potuto accadere perché è stata oscurata la sua condizione nello sposare le leggi del mercato e quelle delle imprese, riducendo i lavoratori a voci di bilancio e i cittadini a semplici consumatori; decretata la sua “fine” nell’annunciare un mondo in cui non ce n’era più bisogno; abbandonato il suo ruolo generale nell’allontanarsi della politica dal mondo reale delle persone in carne e ossa. Una deriva costituita da elaborazioni ideologiche, comunicazione e informazioni a senso unico, accordi internazionali e leggi che hanno prodotto l’era della precarietà. Una situazione che va rovesciata ridando al lavoro la dignità culturale affermata dalla nostra Costituzione fin dal suo primo articolo, riconquistando il diritto a un lavoro che non sia solo legato al bisogno ma anche fonte di realizzazione e gratificazione, occasione di emancipazione personale e collettiva. Quindi rimettendolo al centro dell’attenzione e dell’azione politica a partire da scelte economiche incentrate sulla piena occupazione e sulla garanzia di un reddito dignitoso.

Nel suo libro c’è anche una forte critica al comportamento del Sindacato Confederale di questi ultimi anni. Qual è stato il “peccato” più grave commesso dal Sindacato italiano?

Il sindacato confederale, almeno una sua larga parte, ha subito e persino partecipato al processo di svalorizzazione culturale e politica del lavoro dipendente, finendo per considerarne i destini come un semplice derivato delle condizioni delle imprese, accettando la logica delle compatibilità sia a livello aziendale che nazionale e, infine, europeo nel fare dei vincoli di bilancio quasi una religione. E’ stata nella “ritirata” degli anni ’80, di fronte ai processi di ristrutturazione delle imprese che hanno segnato quel decennio, che molti sindacalisti hanno accettato una logica di progressiva riduzione dei diritti e dei redditi dei lavoratori in cambio per rispondere alle esigenze delle imprese. Nel farlo è anche regredita la qualità democratica del sindacato e la partecipazione dei lavoratori, perché le ragioni di carattere generale che andavano perseguite erano sempre più “indiscutibili” e calate dall’alto come una sorta di nuovo stato di natura.

Ci sono due parole che ricorrono spesso nel suo libro: “democrazia” e “partecipazione”. Landini, mi perdoni il luogo comune, vuole “rottamare” la classe dirigente della Cgil?

Rottamazione è una parola orribile e orribile, oltre che sbagliata, è anche l’idea che i problemi si risolvano con le epurazioni, le emarginazioni o magari prepensionando anticipatamente una classe dirigente. Il problema del sindacato – come della politica – non è anagrafico ma di contenuti e pratiche. La democrazia non è una formula astratta o una parolina magica dietro cui celare movimenti di palazzo; la democrazia e la partecipazione si costruiscono nella condivisione dei contenuti e delle azioni: così si costruisce o si rinnova una classe dirigente, le cui principali caratteristiche – soprattutto per un sindacato confederale – sono la capacità d’ascolto e lo spirito di servizio rispetto ai propri rappresentati.

Veniamo alla stretta attualità. Partiamo dall’accordo sulla Rappresentanza sindacale, firmato qualche giorno fa dai Segretari generali di Cgil-Cisl-Uil. La sua organizzazione lo ha criticato duramente affermando: che nell’accordo “compaiono elementi che configurano una concezione proprietaria dei diritti sindacali”. Una affermazione durissima. Insomma la sua organizzazione, in questi anni, ha fatto una battaglia durissima a favore della partecipazione e della rappresentanza nelle fabbriche e adesso che c’è uno strumento che garantisce questo vi tirate fuori. Qual è, per Lei, il punto critico?

Il nostro dissenso rispetto all’accordo del 10 gennaio riguarda il metodo quanto il merito. Il metodo perché mai come in questo caso esso è anche sostanza, visto che è stata sottoscritta un’intesa senza coinvolgere – discutere e decidere, a proposito di democrazia – né i lavoratori né i delegati né i sindacalisti che quell’intesa coinvolge. Parlo dei lavoratori, dei delegati e dei sindacalisti dell’industria. In questo modo il vertice della Cgil ha preso una decisione per conto d’altri, senza nemmeno informarli se non a cose fatte, e violando così lo spirito – ma credo anche lo statuto – confederale (confederale sginifica alla lettera insieme di federazioni…). Nel merito i punti più delicati sono noti quanto importanti, perché non si tratta – a differenza di quanto è stato detto – di un regolamento attuativo ma di un testo unico che cambia radicalmente la pratica sindacale: dal potere di derogare persino sui contratti nazionali che viene offerta al 51% dei una Rsu all’assenza del vincolo del referendum per gli accordi sottoscritti, dalle sanzioni che limitano “in premessa” la libertà dei lavoratori, dei delegati e del sindacato all’arbitrato che cancella l’autonomia delle categorie e cambia la natura stessa della nostra confederazione. Non è un caso che la Cgil ha sempre rifiutato sanzioni e averli accettati costituisce una vera e propria svolta di 180 gradi della sua storia.

La politica italiana non è molto esaltante. Il governo soffre e molto probabilmente si andrà al “rimpasto” o a un “Letta bis” . Per lei la stabilità è un valore oppure, visto l’inconcludenza governativa(frutto di tanti fattori), è meglio tornare, una volta approvata la legge elettorale, al voto?

Per un sindacalista il rapporto con un governo deve essere fondato sul merito. Nella nostra recente storia, ad esempio, la logica del “governo amico” ha prodotto parecchi disastri, producendo subalternità e contribuendo alla crisi della rappresentanza, all’allontanamento dei lavoratori e dei cittadini dalla politica e dallo stesso sindacato. da questo punto di vista attraverso i continui richiami alla stabilità si sostengono scelte legate alle politiche d’austerità, in continuità con le pratiche liberiste dei governi precedenti o si giustificano non scelte che impediscono di affrontare e risolvere le drammatiche crisi occupazionali e sociali di questi mesi – penso all’Electrolux, che è solo l’ultima di una serie – allora è meglio andare a votare al più presto, appena varata una legge elettorale che sostituisca il Porcellum. E mi sembra che questo sia il quadro odierno, anche se devo aggiungere che la riforma elettorale che sta maturando non è proprio un fulgido esempio di rappresentanza democratica.

Il suo rapporto con Matteo Renzi è sicuramente una novità nel panorama politico sindacale italiano. Eppure su molti temi pareri opposti, cosa si aspetta da Renzi?

Io parlo con Matteo Renzi esattamente come parlavo prima con il suo predecessore, è il segretario del principale partito italiano e a lui – coem a tutti gli altri – abbiamo chiesto alcune cose precise contenute nel nostro documento programmatico, da un legge per la democrazia sui posti di lavoro a una nuova politica economica e industriale che creino lavoro, garantiscano un reddito minimo ai cittadini, rilancino l’intervento pubblico sui nodi strategici di un paese, dai servizi alla tutela ambientale. Lo giudicheremo sui fatti, per ora mi aspetto soprattutto che ci ascolti e non abbia paura ad affrontare i nodi che secondo noi sono cruciali. Poi ci potremo confrontare, concordare o litigare: se lo farà in modo trasparente ed esplicito sarà meglio per tutti.

La Cigl è sotto congresso. La sua rottura con Camusso sicuramente avrà un peso nel Congresso, non rischia di marginalizzare la Fiom?

La Fiom si marginalizza se cessa di ascoltare e confrontarsi con chi intende rappresentare; questo deve evitare soprattutto e da questo vengono le nostre prese di posizione, a partire da quella del nostro ultimo Comitato centrale. Non state assistendo a uno scontro personale, né è in discussione l’internità della Fiom alla Cgil. Quello che è in discussione è la natura dell’intera Confederazione, la sua strategia e il suo futuro.