“Papa Francesco è l’unico leader alternativo a Trump”. Intervista a Massimo Faggioli.

Massimo FaggioliI primi segnali dati da Donald Trump, all’inizio della sua presidenza, non promettono nulla di buono. Lo stanno a dimostrare le manifestazioni di protesta che vi sono state in questi giorni negli Usa. Quello che appare all’orizzonte è che l’unico leader, di caratura mondiale, capace di rappresentare una alternativa al populismo ipernazionalista del magnate americano è Papa Francesco. In una intervista, rilasciata al quotidiano spagnolo El Pais, ha manifestato la sua preoccupazione, con parole ferme, per il populismo dilagante, ricordando l’avvento al potere di Hitler. Su Trump il Pontefice giudicherà dai fatti : “Vedremo quello che farà e valuteremo. Sempre in concreto”. Ma l’impressione è che nei prossimi mesi, e anni, assisteremo ad un confronto assai forte tra queste personalità. Come si svilupperà? Ne parliamo, in questa intervista, con Massimo Faggioli. Faggioli è Professor of Historical Theology alla Villanova University (USA).

Prof. Faggioli, Donald Trump ha giurato ed è a tutti gli effetti il 45° Presidente degli Stati Uniti. Il suo discorso ipernazionalista non promette nulla di buono. Insomma lei come immigrato come si è sentito durante il discorso del Presidente?

Prima di tutto paura per il modo in cui l’America è rappresentata oggi dal suo presidente. Come immigrato, poi, un senso di disagio, per due motivi: il primo motivo è che Trump ha ridefinito cosa sia “America” in un senso di America nazionalista, bianca, giudeo-cristiana in modo esclusivo e non includente. Il secondo motivo è un certo senso di colpa perché io sono uno degli immigrati privilegiati: non tanto perché con la “green card” e un lavoro all’università, ma perché bianco e cristiano.

Lei insegna Storia del Cristianesimo in una Facoltà di teologia in una università cattolica. A quanto si sa, per il momento, non sono giunte voci critiche cattoliche al discorso di Trump, possibile questo? 

Sono giunte molte voci critiche, ma non dalla chiesa istituzionale in America, cioè i vescovi e quel mondo fatto di think tank e riviste neo-conservatrici e reazionarie. Il mondo cattolico e intellettuale americano è diviso, e una parte di esso è molto preoccupata. Dai vescovi ci si aspettava nel corso del 2016 una presa di posizione su una serie di questioni, ma hanno parlato solo di immigrazione che è da sempre una questione-chiave per la sociologia della chiesa cattolica negli USA. Quindi la posizione dei vescovi sull’immigrazione non dice molto della capacità dei vescovi di capire cosa è successo e cosa sta per succedere negli USA.

Quello di Trump è un “cristianesimo” razziale, basata sulla supremazia della razza bianca. La Chiesa cattolica Usa come può accettare simili posizioni? 

Trump articola in modo sottile uno degli elementi chiave della cultura cristiana in America. Il “suprematismo bianco” ha fatto sempre parte della cultura nascosta ma profonda del cristianesimo in America: la guerra civile di Lincoln contro lo schiavismo ebbe profonde motivazioni teologiche, con le due parti animate da teologie cristiane diverse tra loro su razzismo e schiavismo. L’esito della guerra civile risolse la questione dal punto di vista costituzionale, ma non della legislazione dei singoli stati, e certamente non risolse la questione teologica del razzismo giustificato teologicamente. La chiesa cattolica istituzionale si sveglia un secolo dopo, sulla questione razzismo, solo negli anni sessanta del “civil rights movement” e del Vaticano II. Trump e il trumpismo in sostanza vogliono riportare l’orologio indietro ad un’epoca precedente a quella svolta politico-sociale. Trump risveglia le nostalgie di coloro secondo cui la chiesa negli ultimi cinquanta anni si è impegnata troppo nel sociale, è diventata troppo umana e poco divina. È uno dei modi sottili per giustificare il razzismo religioso americano, che non è solo un problema cattolico.

Della visita di Francesco negli USA cosa è rimasto?

Oggi papa Francesco è molto popolare tra i cattolici e non cattolici in America: questo è l’effetto principale. Ma sulla cultura dell’episcopato e del cattolicesimo reazionario in America la visita ha avuto pochi effetti, almeno per ora.

Come si svilupperanno le relazioni tra cattolicesimo Usa e Trump?

Temo che accentueranno le spaccature tra i due diversi tipi di cattolicesimo, una spaccatura che in buona parte coincide con la divisione tra cattolicesimo bianco e ricco da una parte, e cattolicesimo degli immigrati e poveri dall’altra parte. È chiaro quale di questi due cattolicesimi stia con Francesco e quale sia contro Francesco. Quello che si spera per i prossimi mesi è un sussulto di umanità da parte di chi finora ha ignorato il significato profondo del fenomeno Trump, pensando di poterlo usare in chiave antiabortista. L’appello dei vescovi a Trump affinché non smantelli la riforma sanitaria di Obama suona patetico, dopo anni in cui la riforma sanitaria è stata la questione su cui i vescovi hanno lottato contro l’amministrazione Obama. Anche perché si sa bene che quando in America viene tagliata la spesa sociale (come accade durante le amministrazioni repubblicane che si vogliono “pro life”), il numero degli aborti cresce invece di diminuire.

Papa Francesco resta l’unico leader mondiale ad essere alternativo alle chiusure di Trump. È così anche per lei?

Credo di sì. Da questo punto di vista il ruolo di papa Francesco nella situazione mondiale oggi è ancora più importante di quello di Giovanni Paolo II, che sullo scenario geopolitico del suo pontificato non era solo come oggi è Francesco. Ma dalla situazione attuale potrebbero scaturire aperture inaspettate che nessuno si aspetta, tanto meno Trump.

I tradizionalisti cattolici hanno eletto Trump loro paladino. Anche qui tutto è fatto per andare contro Papa Francesco. Quanto è forte negli USA questa posizione?

È molto visibile ma anche molto minoritaria. È un cattolicesimo che assomma elementi di conservatorismo perbenista (la questione del matrimonio e della famiglia), elementi di tradizionalismo teologico (il rigetto del Vaticano II), ed elementi di cultura politica reazionaria (la cultura dell’eccezionalismo e imperialismo americano). Francesco ha accentuato il suo messaggio su questi temi rispetto ai predecessori, ma il fattore chiave è la mutazione genetica avvenuta all’interno del cattolicesimo conservatore statunitense nell’ultimo trentennio e specialmente dall’11 settembre 2001 in poi.

 

Ultima domanda: Qual è la cosa che fa più paura di Trump?

Fa molta paura il fatto che la verità non esiste e che tutto può essere distorto ad arte e presentato in una maniera che smentisce le evidenze numeriche e scientifiche: non parlo delle verità filosofiche ultime, ma della verità dei fatti. Questa cultura degli “alternative facts” ha conseguenze enormi su tutte le questioni politiche, a partire dalla questione ambientale e i cambiamenti climatici. La propaganda trumpiana è l’aspetto più terrificante perché influenza tutto il resto.

 

L’Ideologia “neo sovranista” di Donald Trump. Intervista a Marina Calculli

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La vittoria di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti d’America cambierà di molto il paradigma della politica estera Usa. Quali conseguenze per l’Europa e per il mondo? Ne parliamo in questa intervista con Marina Calculli, Fulbright research fellow all’ Institute for Middle Eastern Studies (IMES)Elliott School of International Affairs ,della George Washington University (USA).

Marina Calculli, partiamo da lontano:  il 9 novembre del 1989  Cadeva il muro di Berlino. Il sogno europeo sembrava realizzarsi…26 anni dopo un Tycoon, Donald Trump, viene eletto Presidente degli Stati Uniti d’America. Un personaggio assolutamente impreparato sul fronte della politica estera che vuole costruire un muro al confine con il Messico.  All’epoca della caduta del Muro di Berlino la politica i muri li voleva abbattere, oggi assistiamo ad una deriva, che possiamo definire con un termine un po’ involuto, sovranità della politica. E talvolta questa deriva ha preso forme di nazionalismo becero (vedi Ungheria). Come si spiega questa deriva? 
Credo che siamo di fronte ad una congiuntura storica che mette in crisi quanto abbiamo dato per assunto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale fino ad ora: ci siamo abituati per molto tempo ad un mondo organizzato sul principio della sovranità degli stati, esteso universalmente, ma  marcato dal mito di un’economia liberista che avrebbe prodotto crescita perenne, almeno in Occidente, rendendo gli stati infine obsoleti. Oggi, ci troviamo in una situazione in cui le forze del mercato in un’economia globale neoliberista hanno di fatto tolto agli stati alcune prerogative fondamentali per formulare politiche economiche eque, rendendo pervasivo e visibile ovunque il problema cruciale della diseguaglianza. Il problema è che non stiamo facendo sforzi per ripensare radicalmente le dinamiche e i meccanismi del sistema economico, cercando di renderlo più in linea con la produzione del bene comune. Puntiamo invece il dito contro i deboli, i messicani, musulmani, coloro che dal sud del Mediterraneo cercano di spostarsi verso il nord, alla ricerca legittima di migliori condizioni di vita. Risorge così il mito della sovranità – quello che in un libro che ho scritto con Shady Hamadi “Esilio Siriano” (Guerini 2016) ho definito “Ideologie neo-sovraniste”: ovvero ideologie che esaltano lo stato nella sua forma più primordiale: idealizzando, cioè, lo stato quale dispositivo istituzionale in grado di offrire sicurezza, proteggere da un esterno percepito come minaccioso e foriero di quelle disfunzionalità che ci rendono più diseguali, più ansiosi e più infelici. I muri che si innalzano solo la manifestazione simbolica più feticista ma anche più dirompente di queste ideologie. Ma possono i muri salvarci e riportarci al benessere? Si tratta in realtà di un’illusione, perché non si elaborano contemporaneamente politiche volte a ristabilire un equilibro tra le forze libere del mercato e la produzione del bene comune.

Sul soglio degli imputati c’è la globalizzazione. Fenomeno straordinario, ma che ha mostrato il suo volto cupo con la finanziarizzazione dell’economia. Un risvolto della globalizzazione sono stati gli accordi economici di libero scambio in diverse aree del mondo. Trump vuole mettere in discussione, tra l’altro, diversi trattati economici. Fine della globalizzazione?
Anche qui si guarda al dito e non alla luna: non vi è dubbio che la globalizzazione abbia prodotto perdenti e vincenti – per essere più precisi, moltissimi che hanno perso molto e pochissimi che hanno vinto molto. Ma bisogna inquadrare il problema nella sua misura. Trump punta il dito contro gli accordi di libero scambio, stigmatizzandoli – come era successo d’altra parte nel Regno Unito per Brexit – come un’interferenza esterna con le decisioni sovrane dello stato, suggerendo che i problemi interni al paese avessero responsabilità esterne.  Ma il problema centrale non è il commercio internazionale e l’alleggerimento delle barriere tariffarie in sé, quanto piuttosto lo svuotamento della classe lavoratrice, non in solo negli Stati Uniti e nel resto dell’Occidente ma ovunque. Per esempio, ha un bel dire Trump a prendersela con la delocalizzazione della produzione dagli USA verso i paesi dell’America Latina o dell’Asia. Attraverso questo meccanismo, la classe imprenditoriale americana, di cui lui è un esponente di spicco, si è arricchita enormemente, sfruttando lavoro a basso costo, senza protezione per i lavoratori, altrove. E’ questo che ha accelerato la de-industrializzazione dell’Occidente, mantenendo – e anzi facendo lievitare – i capitali privati in Occidente. Il problema dunque è nella ridistribuzione ed è questo che dobbiamo correggere, per esempio cominciando ad applicare quello che già l’Organizzazione Internazionale del Lavoro prevede a tutela dei diritti sociali dei lavoratori, nello spirito di un globalizzazione equa. Bisogna che vengano applicate misure di tutela del lavoro universali, accompagnate anche da una tassazione delle transazioni finanziarie – perché queste generano profitti altissimi, attraverso la speculazione. Ma bisogna prima di tutto bloccare la caccia al lavoratore meno protetto e meno costoso. Non è un problema legato agli accordi di libero scambio, ma al fatto che la globalizzazione non ha spostato capitali e ricchezza dalle economie avanzate verso quelle meno avanzate, ma ha sottratto complessivamente ricchezza ad una classe media globale concentrandola nelle mani di un élite globale.

L’isolazionismo Usa ha radici storiche lontane (anni 20 del secolo scorso). Trump nella sua campagna elettorale si è fatto fautore di questa ideologia, che ha il suo risvolto economico nel protezionismo. Vedi differenze tra l’isolazionismo “storico” americano e quello di Trump? 
L’isolazionismo degli Stati Uniti ha rappresentato, al momento dell’indipendenza, una strategia pragmatica per proteggere la giovane repubblica dalle interferenze delle potenze europee. Ma mentre l’America diventava più forte e metteva in sicurezza i suoi confini, l’isolazionismo mutava la sua funzione. E stato usato come una dottrina, la “dottrina Monroe”, o più propriamente un discorso ideologico, per mascherare la debolezza o anche per esaltare l’eccezionalismo americano, a seconda delle esigenze storiche. Ma si è sempre trattato quantomeno di isolazionismo selettivo, permettendo agli USA di intervenire quando faceva loro comodo. Nel diciannovesimo secolo, per esempio, gli USA erano isolazionisti ma hanno invaso o sono intervenuti in diversi paesi: il Messico, il Nicaragua, Panama, Cuba, l’Honduras, la Repubblica Domenicana, la Costa Rica e molti altri. D’altra parte anche l’intervenzionismo americano è stato sempre inteso dall’opinione pubblica come primariamente funzionale a proteggere la nazione e gli interessi americani. Da una parte vi è dunque la dottrina e dall’altra il discorso retorico. L’isolazionismo di Trump riflette perfettamente le due dimensioni: il neopresidente ha parlato al popolo che lo ha eletto sull’onda del “Make America great again”, suggerendo che l’America si sarebbe occupata più della sua dimensione domestica. Nello stesso tempo, Trump dice che l’America rimarrà il paese con l’esercito più potente nel mondo. Sono due discorsi contraddittori nei quali si possono cercare di leggere le linee della politica estera di Trump: una strategia che rifletterà probabilmente un’America più introspettiva ma sempre molto desiderosa di essere in prima linea sugli scacchieri internazionali.

Se dovesse confermarsi l’isolazionismo sicuramente avrà delle conseguenze per lo scacchiere mondiale. Quali conseguenze In particolare per l’area mediorientale?
Trump piace molto ai dittatori mediorientali. al-Sisi in Egtto, Asad in Siria,si sono espressi favorevolmente nei confronti del neo-presidente. Questo perchè Trump – come il parterre conservatore che gli si sta coagulando attorno – sono interessati alla sicurezza ad ogni costo, anche se questa si realizza attraverso la coercizione. Per questo, dobbiamo attenderci che Trump possa preferire la linea di preservazione piuttosto che cambio di regime in diversi paesi, per paura di gestire transizioni difficili e complesse. In linea con un mondo che si sta avviando verso una fase post-liberale, dobbiamo attenderci probabilmente un’America ancora meno attenta di prima agli aspetti liberali della politica estera e molto più a suo agio nel tollerare involuzioni autoritarie in nome della sicurezza. L’involuzione drammatica della Turchia in così pochi anni è per esempio perfettamente compatibile con l’elezione di Trump: in un certo senso, si tratta di due prodotti della stessa matrice, che caratterizza questa fase storica.

Come hanno reagito i governi mediorientali alla sua elezione?
Il primo capo di stato mondiale a congratularsi con Trump è stato il Presidente egiziano al-Sisi. Asad ha detto che Trump potrebbe essere un alleato naturale nella lotta al “terrorismo” – che il presidente damasceno pero’ intende come una categoria che include tutti coloro che si oppongono al suo potere. Anche le monarchie del Golfo, nonostante sostenessero la Clinton in campagna elettorale, non sono dispiaciuti dell’ingresso del tycoon alla Casa Bianca: parlano entrambi il linguaggio degli affari e si possono intendere anche su altre questioni care alle case regnanti della penisola arabica. Israele esulta: Trump ha promesso di riconoscere Gerusalemme come capitale di quello che già definisce “stato ebraico” (definizione differente dall’idea di Israele come stato per gli ebrei, all’origine della creazione stessa dello Stato). Tutto questo si traduce – per lo stato di asimmetria pressoché assoluta a favore di Israele nei confronti dei Palestinesi – in un colpo di grazia al progetto legittimo di uno stato palestinese. L’Iran è comprensibilmente preoccupato per l’accordo sul nucleare, il più grande successo della politica estera di Obama, anche se in realtà il patto con Teheran potrebbe essere protetto dal quadro multilaterale in cui e’ inserito: oltre agli europei, poi, c’è anche la Russia, verso cui Trump non pare ostile.

Parliamo proprio dei possibili sviluppi dei rapporti con la Russia di Putin. Fin dove si spingerà la non ostilità con Putin?
Credo che questa affinità elettiva tra Trump e Putin in campagna elettorale sia stata più folcloristica e basata su uno scambio di complimenti e convenevoli, piuttosto che simbolica di un evidente mutamento strutturale nella relazione tra le due ex-superpotenze del sistema internazionale. La competizione tra la Russia e gli USA è inevitabile, su un piano strutturale. Inoltre non per Putin la competizione con gli USA è funzionale al livello retorico per esaltare il nazionalismo e la potenza russa. Tuttavia, la storica competizione con la Russia continuerà a giocare un ruolo cruciale nella strategia americana. E’ anche vero pero’ che c’è un segno dei tempi rispetto al fatto che, per esempio, Trump non mostri disappunto sul pugno forte di Putin su Aleppo est, dove – ricordiamolo – Putin e Asad stanno disintegrando il tessuto sociale della città, bombardando sui civili e distruggendo tutti gli ospedali. Non voglio dire che l’America prima di Trump non si sia macchiata di crimini dettati dal cinismo, più che dalla realpolitik, in politica estera. Ma siamo di fronte ad uno svuotamento totale del liberalismo in politica internazionale, inedito almeno negli ultimi 70 anni di storia. Su questo piano l’America e la Russia si ritrovano più vicine.

Trump appena eletto ha cercato subito il contatto con il premier britannico May, Juncker è stato duro con Trump. Insomma quali pericoli corre l’Europa? Oppure pensa che la freddezza sulla Nato possa essere una occasione per costruire una difesa comune europea?
L’Europa è di fronte ad un bivio. Il principale pericolo è che l’Europa si trova oggi priva di alleati nel proteggere i valori liberali, verso cui Trump ha espressamente mostrato disinteresse. Inoltre, allo stadio attuale, in cui l’Europa è comunque minacciata dall’interno da parte di correnti reazionarie e anti-liberali, ci sono pochi attori che potrebbero eventualmente raccogliere l’asticella degli USA. La Germania è un potenziale candidato, ma Berlino non ha la cultura politica per esercitare una leadership e soprattutto non ha seguaci.
Rispetto alla NATO, il frangente è più serio di quanto non si pensi. Il principio su cui si fonda la sicurezza collettiva è “tutti per uno, uno per tutti”. Se si mette in discussione questo principio, si innesca una spirale di diffidenza tra gli alleati che può dunque indebolire, se non proprio distruggere, l’alleanza. Quando Trump dice che l’America non interverrebbe in difesa dei paesi baltici contro la Russia, lo dice perché non capisce fondamentalmente il principio dell’alleanza e ha un pregiudizio rispetto a tutto ciò che è troppo a est. Il problema è che, se venisse messa realmente in discussione la presenza americana rispetto a qualsiasi paese della NATO, ogni altro paese legittimamente si chiederebbe “chi è il prossimo?” – ovvero quali sono i confini su cui gli Stati Uniti hanno posto la soglia dei loro interessi nazionali? La diffidenza reciproca tra gli alleati potrebbe distruggere il Patto atlantico. Il problema della difesa comune europea è ancora più complesso. Esistono alcuni framework di azione, come la “Permanent Structure of Cooperation”, ma l’idea di una difesa comune è ancora nel suo stato embrionale. Dal punto di vista storico e culturale, tuttavia, i segnali sono scoraggianti. Gli Stati europei sono culturalmente contro una difesa comune. Il Regno Unito è stato storicamente il principale oppositore di quest’idea. Con Londra fuori dall’Unione Europea, forse ci potrebbero essere nuove finestre di opportunità ma è tutto fuorché chiara la direzione verso cui va la volontà politica collettiva e le prossime elezioni in diversi paesi – penso soprattutto le presidenziali francesi – ci daranno maggiori elementi per chiarire questo aspetto.