Il “finale di partita” tra le sinistre italiane. Intervista a Fabio Martini

Con la nascita con la nascita di “Liberi e UgualI” siamo al finale di partita tra le sinistre italiane. Le conseguenze non saranno per nulla indolori, anzi. Come si svilupperà? Quali conseguenze porterà alla politica italiana? Ne parliamo, in questa intervista, con Fabio Martini, “retroscenista” e cronista parlamentare del quotidiano torinese “La Stampa”.

Fabio Martini, la nascita di “Liberi e Uguali”, un nome che richiama parole antiche e suggestive, e “l’incoronazione” (non trovo altri termini) di Pietro Grasso a leader della nuova formazione certamente la “grande guerra” della sinistra identitaria contro Renzi fa un salto  di qualità. Però ad uno sguardo più attento dentro la nuova formazione politica  ci sono “sfumature” diverse: si va dalla linea di punire il tradimento del PD, una Linea Kamikaze, che inesorabilmente vuol dire consegnare “Liberi e Uguali” alla inconsistenza politica o a fare da stampella ai 5Stellle. E poi c’è la linea Grasso, che non fa sconti al Pd ma non lo brutalizza. Ti chiedo non vedi il rischio di una solitudine di Grasso in questa formazione?
No. In piena campagna elettorale non possono permettersi di lasciarlo solo nei momenti più complicati. Ma al tempo stesso una certa solitudine di immagine potrebbe giovargli: il possibile valore aggiunto di questa lista elettorale sta nella visibilità di Grasso. Anche nel suo carattere naif. Se lo lasceranno sbagliare, senza alzare il ditino, Grasso sarà un po’ più forte. E
tanto meno sarà affiancato dai vecchi leader, meglio sarà per la Lista.

Rimaniamo sempre su Grasso. A sentire il suo intervento si fa  fatica, anzi oserei dire  che non è alternativo ai valori del PD proprio per niente. Ma davvero una posizione del genere non poteva avere cittadinanza?
Molto corretta questa osservazione. Nel discorso di Grasso credo non ci sia una sola parola importante che non sia sottoscrivibile da un elettore del Pd. Certo che le posizioni di Grasso avrebbero potuto trovare cittadinanza nel Pd. Così come quelle dei notabili di Mdp. Ma la leadership di Renzi è escludente, irritante, egocentrica e ad un certo punto la convivenza diventa difficile.

Guardiamo al PD. La mia impressione è che Renzi sia ormai “cotto” Troppo ripetitivo. Riuscirà a presentare con  adeguatezza questa coalizione “microulivista”? È consapevole che senza Pisapia la coalizione perde spessore
La coalizione oltre ad essere micro-ulivista, sarà una micro-coalizione. Giuliano Pisapia avrebbe potuto darle spessore, ma ha rinunciato a metter su una Lista ampia, da Bonino ai prodiani e ora sta combattendo con i partitini. La coalizione attorno al Pd non è una coalizione, ma un tronco attorniato da micro-cespugli.  Quanto a Renzi,  ha dimostrato doti da leader, ma dopo la sconfitta al referendum, è come se la sua emittente si fosse oscurata. Produce segnali e messaggi che oramai vengono intercettati soltanto da chi pregiudizialmente è pronto ad accettarli. Sugli altri non hanno effetto: non li sentono e non li vedono.

Ius soli, purtroppo è un sogno che rimarrà nel cassetto. Fine vita?
Sogno o incubo, a seconda dei punti di vista. Resterà sospeso. Il fine vita invece è legato alla volontà del Pd: se insisterà, passerà.

Mi sembra , citando una grande misteriosa opera di Thomas Becket, che
siamo al “finale di partita” per il centrosinistra. Per te?
Vero, il finale di partita si sta avvicinando. Occorre attendere un centinaio di giorni: se alle elezioni Renzi avrà retto (25-28% al Pd) resterà ancora a lungo sullo scenario politico nazionale e di conseguenza per chi ha lasciato il Pd la vita politica si accorcerà. Salvo un risultato eclatante della Lista Grasso, che però mal si concilia con una tenuta del Pd. Ma se il Pd scenderà sotto la soglia critica (24-25%), la leadership di Renzi traballerebbe e sotto quelle percentuali sarebbe travolta.

Ultima  domanda. Come può un italiano, dopo 20 anni di berlusconismo, dare ancora fiducia a Berlusconi? Qual è la sua forza?
La sua forza consiste nell’ingrediente del suo successo iniziale: una parte di italiani continua a identificarsi in lui. Nelle sue virtù ma soprattutto nei suoi vizi. Se li fa lui, li possiamo fare anche noi.

“Una Coalizione Europeista per il Centrosinistra”. Intervista a Stefano Ceccanti

Dopo le elezioni regionali siciliane il processo politico italiano sta avendo, come è ovvio, una accelerazione. Tutto questo in vista delle elezioni politiche del 2018.Le diverse forze politiche stanno posizionandosi in vista di quella scadenza. Il maggior movimento si nota nel centrosinistra e alla sinistra del PD. Quale coalizione? E su quale linea politica si potrà costruire una coalizione competitiva?Il cammino non si presenta per nulla facile. Ne parliamo, in questa intervista, con il professor Stefano Ceccanti, docente di Diritto Pubblico Comparato all’Università “La Sapienza di Roma”. Ceccanti è anche un esponente di spicco dell’area liberal del Partito Democratico.

 Professor Ceccanti, lei è un’esponente di spicco dell’area liberal del Pd (insieme a Tonini e  Morando). Siete molto vicino a Matteo Renzi. Spassionatamente le chiedo: non è preoccupato per lo stato del PD.  Io vedo un partito ancora frastornato dalla débacle del dicembre dello scorso anno, adesso arriva questa botta micidiale del voto siciliano.  Non è così professore?

Penso che dovremmo partire prima dall’Italia e non dal Pd, prima dal contesto che dallo strumento. Il problema dell’essere frastornati dopo il referendum riguarda l’Italia prima che il Pd. La percentuale del Sì il 4 dicembre, il 40%, che pur sarebbe importantissima in un’elezione politica, è stata purtroppo pari a quella dei sostenitori delle forze politiche di maggioranza. I pochi elettori dissenzienti di queste forze sono stati bilanciati da pochi elettori delle forze di opposizione. Purtroppo il risultato era in larga parte ipotecato dopo la rottura con Berlusconi in seguito all’elezione di Mattarella. I riflessi negativi sono soprattutto per l’Italia perché con quella riforma sarebbe stato possibile presentarsi agli elettori in un secondo turno elettorale nazionale per un’unica Camera con rapporto fiduciario con due piattaforme politiche alternative chiaramente individuabili analogamente a quanto accade per i sindaci. Invece da allora siamo immersi tutti in una sorta di palude che rende difficile prospettare una via d’uscita chiara, nonostante gli sforzi del Pd, che resta nel paese la forza di gran lunga più radicata, come iscritti e come elettori che partecipano democraticamente alle decisioni, e nonostante le sagge guide di Gentiloni a Palazzo Chigi e Mattarella al Quirinale. Se il tema è il referendum dobbiamo quindi preoccuparci più per l’Italia che non per il Pd. E’ chiaro però che il Pd che è stato costruito come un partito a vocazione maggioritaria di Governo ha a questo punto più problemi di altri (parlo del Pd come tale, non tanto di Renzi) perché il contesto istituzionale è a questo punto ostile, le elezioni non comportano chiaramente la scelta di un Governo: questo tende a favorire o le forze che prendono voti sulla protesta  o quelle che sono più spregiudicate nel siglare alleanze che non sono veramente di governo.

Quanto alla Sicilia, invece, non c’entra nulla, si tratta di una non notizia: la volta scorsa Crocetta aveva vinto solo perché il centro-destra si era diviso in due. Sarebbe come rimproverare il centro-destra per non aver vinto in Emilia o Toscana. Astrattamente si può certo dire che avendo vinto, pur per errori altrui, il centrosinistra ha sprecato un’occasione per farsi apprezzare. Tuttavia bisogna anche considerare che Crocetta ha lavorato senza una maggioranza in Assemblea regionale e che quella è una sede in cui la regola antistorica è il voto segreto ed in cui quindi le responsabilità possono essere eluse.

Parliamo di Matteo Renzi. Indubbiamente il confronto televisivo con i giornalisti per lui è stato positivo sul piano della tenuta dialettica, però sul piano dell’autocritica e dei contenuti non è stato per nulla efficace. Anzi è   apparso molto   scontato. Qual è il     suo pensiero?

In realtà il dibattito ha dimostrato soprattutto il grado di faziosità di un certo tipo di giornalismo in cui si riflettono due tic: il primo è di dare addosso a un interlocutore che appare in difficoltà e che magari verrebbe esaltato acriticamente se sembrasse in fase ascendente; la seconda è pensare di fatto di privilegiare altri soggetti politici come il Movimento 5 Stelle, a cui non viene opposta un’analoga rigidità di criteri e di giudizi, con un’opera di fiancheggiamento nell’illusione di poterli costituzionalizzare, di poter riempire il loro obiettivo vuoto di contenuti da parte di un pezzo di establishment che si ritiene in grado di fornire contenuti. E’ una linea editoriale evidente non da oggi e che ha anche precisi precedenti storici: basti pensare all’atteggiamento di una parte della classe dirigente liberale verso il fascismo. La storia non si ripete, ma allora tanto bene non andò…

Il giorno dopo il dibattito, visto la grande audience televisiva, ha ricominciato a parlare, lo ha fatto anche durante il confronto con i giornalisti, dell’obiettivo del 40 %. Sulla coalizione di centrosinistra l’impressione forte che dà è di non crederci (salvo con i cespugli come Alfano). Eppur e il buon senso, e la virtù della prudenza dovrebbero suggerire al Segretario PD di mettersi intorno ad un tavolo e cercare una mediazione con la sinistra. Come ha fatto Romano Prodi a suo tempo. La politica vive anche di mediazione …. Perché secondo lei Renzi non comprende questa banale verità? Non può essere cosi sciocco da pensare che una buona performance di share si trasformi in voti. Se ragiona così nega il principio di realtà….

Il problema è su quale linea politica anzitutto di raccordo coi cittadini si intenda cercare di ottenere quell’ambizioso obiettivo politico. L’Italia ha bisogno di raccordarsi alla leadership di Macron nel sostenere un balzo in avanti dell’integrazione politica come enunciata nel discorso alla Sorbona e per questa ragione ha bisogno di muoversi in continuità con le scelte politiche realizzate dai Governi della legislatura. L’azione di Draghi, decisiva nel far ripartire l’Europa in termini di sviluppo, è stata resa possibile in termini decisivi dalla credibilità italiana con la riforma del Jobs Act. Se questa è la linea, comprensibile per i cittadini, la scelta del sistema di alleanze politiche compatibili viene di conseguenza. Ci sono coloro che hanno condiviso con il Pd responsabilità di Governo per tutta la legislatura ed è quindi ovvio che la proposta si rivolga primariamente a loro, a meno che qualcuno non intenda autoescludersi. E’ quello che l’Ulivo nel 1996 fece con componenti più moderate come quella di Dini: in questo senso il paragone col Prodi del 1996 è giusto. Ci sono poi forze a sinistra del Pd che devono decidere se la loro prospettiva è quella unitaria di Governo per il Paese o se invece esse si ritengono vocate a una posizione minoritaria testimoniale o di risentimenti personali. Anche in questo caso l’esempio del 1996 è quello giusto: i Verdi accettarono questa logica, mentre Rifondazione Comunista no. Ovviamente non credo invece che qualcuno voglia rifarsi all’esempio di Prodi del 2006 quando le maglie si allargarono troppo da Rifondazione fino a Mastella con gli effetti disastrosi che ne conseguirono.

Ricapitoliamo quindi la situazione attuale che vede a sinistra del Pd tre gruppi distinti.

Ci sono anzitutto forze che sono state all’opposizione per l’intera legislatura e che quindi, prendendole com’è giusto sul serio, sono inevitabilmente incomponibili con esso.

Ce ne sono invece altre, una seconda area. che hanno condiviso responsabilità fino quasi alla fine e che sembrano invece mosse non tanto da dissensi di merito (altrimenti questa collaborazione passata non si spiegherebbe), ma dalla difficoltà di accettare per la prima volta nella propria vita di ritrovarsi in minoranza in un partito, tanto da aver promosso una scissione. Se così è il problema non sembra tanto di trovare compromessi sul programma perché la tentazione, l’unico programma, sembra consistere nel far perdere il Pd anche a prezzo di suicidarsi e di dare il Paese in mano di altri. Qui, almeno con una parte più responsabile, si può cercare di dialogare, separando le pregiudiziali personali dai compromessi sul programma. Con chi privilegia i secondi, accordi possono essere trovati. Anche perché per i due terzi dei seggi le liste della medesima coalizione sono comunque in concorrenza e possono marcare le proprie differenze.

Non bisogna però neanche dimenticare che c’è una terza area, un consistente gruppo di eletti in Sel ha aderito al Pd o è uscito da Sel magari collocandosi nel Gruppo Misto mantenendo l’appoggio ai Governi che sono seguiti, persone che hanno anche precisi riferimenti tra sindaci e amministratori locali. Pertanto quest’area a sinistra del Pd sarà comunque coalizzata con esso insieme ad altre realtà senza rappresentanza parlamentare in questo periodo (Verdi e Radicali).

Parliamo di coalizione. Quelli di articolo Uno affermano. “occorre una svolta radicale nelle politiche del centrosinistra (jobs act e Buona scuola)”. E ovvio che se si apre il tavolo della discussione ognuno rinuncia a qualcosa. Per voi liberal si possono trovare questi punti? Quali, se esistono?

L’asse politico-culturale intorno a cui devono ruotare le varie proposte è quello della nuova integrazione politica europea contro le tentazioni sovraniste e quindi le scelte in grado di dare all’Italia la credibilità interna per perseguire questa linea. Dentro questo schema tutto è negoziabile, fuori da esso si rischierebbero confusioni analoghe a quelle che sono presenti nel M5s e nel centrodestra, con proposte fra il surreale e il pericoloso come referendum sull’euro o doppie monete. Ne parleremo nel nostro convegno di Orvieto del 2 e 3 dicembre. Faccio un esempio: l’idea di rimettere in discussione il sistema pensionistico non tenendo conto della crescita dell’aspettativa di vita è demagogica e irresponsabile, fa perdere credibilità al sistema paese e quindi allontana l’integrazione politica. Invece l’individuazione precisa dei lavori usuranti (quelli che riducono effettivamente l’aspettativa di vita) e le modalità del cosiddetto anticipo pensionistico per ragioni sociali sono questioni serie, suscettibili di saggi compromessi programmatici.

Da diverse parti si chiede a Renzi, non di abdicare, ma di fare un gesto lungimiranza politica. E questo gesto potrebbero le primarie o di trovare una personalità terza che riesca ad unire i “pezzi” del centrosinistra. Se così non fosse vincerebbe la linea “gruppettara” di D’Alema. Con la conseguenza di regalare Mdp dopo le elezioni ai 5stelle. E’ un bene questo per l’Italia?

Non capisco il ragionamento. Se c’è una coalizione spetta come dappertutto al partito maggiore esprimere la guida del Governo per la coerenza che ci deve essere tra consenso, potere e responsabilità. Se ci si vuole alleare col Pd e negargli la leadership basta prendere più voti del Pd: in fondo per due terzi dei seggi si corre da soli. A me sembra fisiologico che, come dappertutto nelle democrazie parlamentari il Pd indichi il proprio segretario. Se però si sostiene che il Pd e la coalizione dovrebbero indicare Gentiloni questo però significa che ci si riconosce nell’attuale Governo e che quindi la discontinuità richiesta non è affatto programmatica.

Renzi dice il “centrodestra il giorno dopo le elezioni si spacca” e spera pure   che Berlusconi sia della partita. Non trova sconcertante questo tipo di ragionamento?. 

Premesso che Renzi e il Pd chiedono il 40% e quindi di risolvere la partita direttamente in sede elettorale, il problema è politico. Solo in Italia assistiamo a una coalizione tra chi si dice legato alla Merkel e chi alla Le Pen. E’ giusto dubitare che quel tipo di accordo, che porta alle proposte paradossali come quella della circolazione della doppia moneta lira/euro, possa reggere ed è giusto dirlo agli italiani prima che ciò possa verificarsi.

 Una battuta sulla legge elettorale. Quel “genio” di Rosato ha combinato un bel pasticcio…….Qual è il suo giudizio?

La legge era chiamata a ridurre i danni del risultato referendario e della conseguente sentenza della Corte che ha eliminato il ballottaggio dato che era rimasto il doppio rapporto fiduciario. Questo è stato fatto: sceglieremo i rappresentanti con un mix decente di collegi uninominali e di liste bloccate corte di pochi candidati stampati sulla scheda. Ci siamo scampati le tante incongruenze tra Camera e Senato ed alcune follie come la preferenza unica al Senato sulla mostruosa scala regionale. Certo la legge non poteva risolvere i problemi di governabilità che però non sono risolubili con questa frammentazione del voto a Costituzione invariata e che derivano dal risultato del referendum. Indubbiamente il discorso andrà ripreso nella prossima legislatura prospettando l’integrale adozione del sistema francese e forse bisognerebbe cominciare a dirlo nei programmi elettorali. Anche questo proporremo puntualmente a Orvieto il 2 e 3 dicembre.

Ultima domanda: i sondaggi danno per scontato che la partita sarà tra centrodestra e 5Stelle. Per lei?

Questi sondaggi sono costruiti senza i collegi elettorali che ancora non esistono, senza conoscere l’offerta politica sia dei candidati sia delle coalizioni perché non è chiaro il panorama delle liste che si presentano, senza prospettarci cosa accade al Senato (dove i 18-25 enni non votano). Il loro valore è quindi pari a zero. La partita è tutta da giocare.

Cosa insegna il voto siciliano. Intervista ad Alfio Mastropaolo

La tornata elettorale siciliana di domenica scorsa, probabilmente, fa segnare una svolta nella politica italiana. Per alcuni osservatori, visti i risultati siciliani e quelli di Ostia, il prossimo confronto elettorale sarà il campo di battaglia tra due populismi: quello dei 5Stelle e quello del centrodestra. Un bipolarismo inedito per il nostro Paese. Continua a leggere

“SENZA IL PD AVREMMO AVUTO UN’ITALIA DA INCUBO”. Intervista a Giorgio Tonini

Ieri, al teatro Eliseo a Roma, il Partito Democratico ha festeggiato il suo decimo anniversario. Un anniversario accompagnato da polemiche. Facciamo, nei limiti di una intervista, un bilancio di questa storia decennale. Una storia di passione riformista. Con alti e bassi. Lo facciamo con Giorgio Tonini, Senatore PD e Presidente della Commissione Bilancio del Senato.

 Senatore Tonini, siamo nel decennale del PD, che doveva essere una importante tappa, nell’ambito della  storia dei partiti politici italiani, ovvero la nascita di un grande partito riformista, capace di contenere in una sintesi alta le migliori culture  politiche progressiste italiane, si è rivelata un “sogno” incompiuto. La storia di questi dieci anni ne è, secondo alcuni, la riprova. Temo che abbia ragione Massimo Cacciari sull’impossibilità dell’amalgama tra gruppi dirigenti e quindi tra culture politiche. Con Renzi poi le cose si sono aggravate, tanto da portare alla  scissione.  Insomma non è un bel compleanno per il PD. Lei, invece,  pare  più ottimista sul destino del Pd. Per quali ragioni?

È vero, il decennale del Pd è stato l’occasione di un impressionante moltiplicarsi di annunci di sventura circa il destino di quello che al momento è comunque il primo partito italiano. Da destra a sinistra, passando per i grillini, sembra che si voglia una cosa sola: non solo la sconfitta, ma il fallimento del Pd. Che questo sia l’obiettivo, il sogno dei nostri avversari, è comprensibile. Anche se a me piacerebbe vivere in un paese nel quale la competizione politica, che è il sale della democrazia, fosse capace di non sconfinare nel desiderio insano di distruggere l’avversario. Meno comprensibile è che questa sia diventata la ragione di vita anche di una parte della sinistra italiana, a cominciare da quella che fino a pochi mesi fa era stata una componente importante dello stesso Pd. C’è nella sinistra, e nella sinistra italiana in particolare, una vena nichilista che ciclicamente riemerge e troppo spesso le fa preferire la distruzione alla costruzione. Questo sacro furore contro il Pd è del tutto fuori misura, fuori scala, rispetto anche ai limiti che la costruzione di quello che volevamo fosse non solo un nuovo partito, ma un partito nuovo, ha evidenziato e tuttora denuncia. Ne parleremo, in questa nostra chiacchierata. Ma intanto mi faccia dire che non so che fine avrebbe fatto l’Italia in questi anni se non avesse potuto contare sul Pd. Il Pd non doveva o non poteva nascere, secondo alcuni profeti di sventura. E invece è nato. Ha passato i suoi guai di gioventù, ma è cresciuto, ha raccolto dodici milioni di voti con Veltroni, sconfitto da Berlusconi, e undici con Renzi vincitore alle europee e sconfitto al referendum. Nel frattempo ha dato al Paese due presidenti della Repubblica della statura di Napolitano e Mattarella. E un governo, nel pieno della più difficile crisi economica dalla seconda guerra mondiale, che ha avviato un grande lavoro riformatore, che ha aggredito molti dei nodi strutturali irrisolti del Paese, guadagnandosi apprezzamento e considerazione in Europa e nel mondo. Si può dissentire e criticare, ma si deve almeno avere l’onestà intellettuale di rispettare una forza politica così. Forse il sogno originario del Pd non si è compiutamente realizzato. Ma senza il Pd avremmo avuto un’Italia da incubo.

Continuamo il nostro ragionamento, come direbbe De Mita, sul  partito. Con Veltroni, al di là delle qualità umane, e per alcuni versi, anche con Bersani, vi era la sensazione di un partito caldo. Un partito, mi passi la metafora evangelica, che si fa prossimo alla gente. Oggi il partito è tutto “piegato”, come ha scritto Bettini, sul “riformismo dall’alto”. Avrà fatto cose buone, ma il partito è apparso lontano dalla fatica quotidiana della gente. Un’altra scommessa persa?

Né Veltroni, né Bersani hanno guidato il Pd al governo. Il paragone con la stagione di Renzi è dunque improprio. Ma anche la categoria del “riformismo dall’alto” non mi pare la più appropriata per descrivere il rapporto tra il Pd è la società italiana in questi anni. Renzi è arrivato a Palazzo Chigi quasi trascinato da un’onda di popolarità che appariva incontrastabile. Un’onda poi certificata dal clamoroso 40 per cento di voti alle europee: primo partito d’Europa, perfino più della Cdu-Csu tedesca. Renzi ha governato per quasi tre anni con la preoccupazione, quasi l’ossessione della comunicazione col Paese. Eppure ad un certo punto l’incantesimo si è rotto. Forse le aspettative erano schizzate troppo in alto e di lì non potevano che cadere. Forse è stato decisivo il saldarsi delle opposizioni nel referendum costituzionale. Forse è stata sottovalutata l’esigenza di stabilire solidi legami con i corpi intermedi della società civile. Forse, e senza forse, il partito si è rivelato troppo fragile nel supportare l’azione di governo, anche perché era stato troppo a lungo trascurato. Si tratta di questioni non banali, da non trascurare, ma neppure da drammatizzare. Il Pd ha in se stesso tutte le risorse per tornare a stabilire un rapporto positivo con il Paese.

E sempre, per “finire” il “ragionamento”, sul partito: è indubbio che Veltroni aveva capacità di  ascolto anche ai mondi nuovi della cultura, dell’intelligenza, ecc., in Renzi il partito è vissuto strumentalmente come “mezzo”. Pochissime volte si è sentito il “noi”. Il risultato è un partito personalizzato. Adesso Renzi ha recuperato il noi ma la sensazione è che sia tardi. E senza il “noi”, la comunità, non si fa argine al populismo. E’ così Senatore?

Mah, l’idea di partito-comunità non mi ha mai persuaso completamente. I partiti sono anche comunità di persone che condividono valori, principi, obiettivi. Esattamente come sono luoghi di competizione per il potere, dunque di divisione, di conflitto, di lotta. L’importante è che ci sia un equilibrio tra queste due dimensioni. Per me i partiti sono innanzitutto istituzioni della società civile, indispensabili al funzionamento della democrazia, in particolare della democrazia parlamentare. Per questo devono essere pochi e grandi. O perlomeno ci devono essere, in un sistema democratico sano, due  grandi partiti in grado di farsi carico, in competizione e collaborazione tra loro, del governo del Paese. Anche svolgendo quella funzione vitale che è la selezione della classe dirigente e, in definitiva, della leadership. Da questo punto di vista quella del Pd è stata un’esperienza di successo, per quanto indebolita da una scissione che ha ignorato il valore della decisione costituente del partito: la scelta di dotarsi tutti insieme di un partito grande e plurale, nel quale linea politica e leadership sono decisi in modo aperto e democratico, per cui tutti possono vincere e tutti possono perdere, nella competizione per cariche e ruoli sempre contendibili. Non aver accettato di rinunciare ad un’impossibile golden share, da parte degli scissionisti, li ha portati ad uscire dal partito. Poi Renzi avrà i suoi limiti e avrà fatto i suoi errori. Ma non si abbandona un partito perché il leader pro tempore non ti piace. Lo si fa perché non si accetta la costituzione formale e materiale sulla quale esso si fonda. E questo è quel che è successo con una parte della componente ex-pci, quella dalemiana. Che aveva accettato il modello competitivo previsto dallo statuto formale del Pd, voluto da Veltroni, purché la costituzione materiale restasse fondata sul centralismo democratico di antica radice togliattiana. Quando Renzi ha fatto saltare questa “condizione”, che in effetti poteva giustificarsi solo in una fase fondativa, il compromesso è saltato e si è arrivati alla scissione. Che costerà molto al Pd, ma non al punto da far fallire un progetto che resta indispensabile all’Italia.

Gli “scissionisti” si stanno avvitando in un percorso massimalista. Dettato dal rancore. Però su un punto hanno ragione da vendere: quando chiedono al PD di essere più di sinistra. Indubbiamente il PD ha portato innovazione nella cultura politica italiana. E questo è stato un bene per la cultura di sinistra. Però spesso è apparso come un partito che ha sbiadito la sua radice. Insomma la tanto declamata “terza via” altro non era che una “prima via” (il mercato) un pochino più umana. Il bilancio è magro, Senatore Tonini…

La sinistra, diceva Norberto Bobbio, è lotta per l’uguaglianza. Lo è stata ieri, deve esserlo oggi e dovrà esserlo domani e sempre. Il problema è che il mondo cambia e con esso cambiano i termini di quella lotta. Dunque essere più di sinistra, come dice lei, non può significare essere più nostalgici di un mondo che non c’è più, perché è proprio chi pensa e “sente” così, che finisce, di fatto, per consegnare la sinistra alla storia, se non direttamente all’archeologia. Per me è più di sinistra chi si sforza di “capire il nuovo”, come ci ha insegnato Pierre Carniti, perché quella è la premessa indispensabile per “guidare il cambiamento” e non limitarsi a subirlo. Facciamo un esempio: qualcuno pensa che essere più di sinistra significhi opporsi alla globalizzazione e perfino all’Unione europea. Ma la globalizzazione, che certo ha contribuito a mettere in discussione conquiste sociali importanti nei paesi sviluppati, ha realizzato la più grande inclusione nello sviluppo della storia umana: una inclusione che ha interessato miliardi di persone. Dunque il problema, per chi intende lottare per l’uguaglianza, non può essere quello di opporsi alla globalizzazione, ma piuttosto quello di governarne gli effetti sulle nostre società. Proprio per questo sinistra ed europeismo sono oggi sinonimi. Naturalmente, non qualsiasi europeismo. Da questo punto di vista, il governo Renzi, lungi dallo sbiadire la sua radice di sinistra, è stato protagonista di una vera e propria svolta nella politica economica europea, imponendo una interpretazione dei trattati, a cominciare dal Fiscal Compact, che ponessero al centro  la crescita e l’occupazione.

Lei, che è di cultura degasperiana e morotea, glielo ha spiegato al suo segretario che la centralità del PD non esclude il farsi carico delle ragioni  dell’altro? Solo così si può costruire una coalizione. Ci riuscirà Renzi? E  questo cambio sarà necessario anche alla luce della nuova legge elettorale…

Un mio grande “predecessore” (intendo dire, come presidente della Commissione Bilancio del Senato…), Beniamino Andreatta, intervenendo nel dibattito sulla fiducia all’ultimo governo Andreotti, il 7 novembre 1991, in pieno disfacimento della prima Repubblica, osservava che «i problemi della finanza pubblica sono i problemi politici di un paese e le debolezze del sistema politico si traducono nei risultati contabili che oggi commentiamo un poco sbigottiti». E aggiungeva che dopo la fase virtuosa, quella del centrismo degasperiano e poi del centro-sinistra di Moro e Nenni, «dal 1972 ad oggi possiamo dire che c’è stata un’era della ingovernabilità, perché non c’è stata intesa, non c’è stata più coalizione». E allora, concludeva, «delle due l’una: o si riesce a ricostruire questo spirito di coalizione, o si creano strumenti (come la legge elettorale maggioritaria, ndr) perché si possa operare il divorzio tra le forze politiche e ci siano forze in grado di governare con maggioranze più ristrette». Renzi è un leader che si è formato nello schema della democrazia competitiva, quello che si era affermato nel paese all’inizio degli anni Novanta, soprattutto grazie alla spinta dei referendum Segni. Il paradosso è che oggi Renzi si trova a dover gestire gli effetti di un nuovo pronunciamento popolare, quello del referendum del 4 dicembre scorso, che ha ribaltato la situazione, di fatto chiudendo la stagione del maggioritario e rimettendo le forze politiche dinanzi alla necessità di riscoprire lo spirito di coalizione, la capacità di collaborare in parlamento tra forze anche molto diverse tra loro. Vedremo se sarà possibile, nella prossima legislatura. O se non dovremo riprendere la marcia verso un sistema politico di impianto maggioritario. Stavolta per la via del semipresidenzialismo alla francese. L’unico in Europa che consente, per dirla con Andreatta, «di governare con maggioranze più ristrette», cioè senza le larghe intese…

LA SFIDA A SINISTRA NELLA POLITICA ITALIANA . INTERVISTA A FABIO MARTINI

Fabio Martini (AUGUSTO CASASOLI/A3/CONTRASTO)

Come si svilupperà la sfida politica nella sinistra? Quali saranno le possibili novità?   Ne parliamo, in questa intervista, con il cronista politico della Stampa Fabio Martini.

Siamo all’ultimo giro di questa complicata legislatura. Dopo l’approvazione della legge di stabilità inizierà il “rettilineo” che ci porterà, in primavera, alle elezioni. Eppure ci sarebbe ancora lo spazio e il tempo per dare un senso compiuto alla legislatura. Mi riferisco, certamente. allo ius soli e alla legge elettorale . Incominciamo dallo ius soli. Secondo te è possibile che Gentiloni, anche per il pressing della CEI, ponga la fiducia? Insomma nel Pd passerà la linea Boschi o quella di Del Rio?

Per far passare la legge, basterebbe cercare un compromesso, che salvaguardando il principio ispiratore, superi qualche automatismo. Ma quel compromesso ragionevole nessuno lo cerca. E infatti nel Pd dicono: cerchiamo fino all’ultimo i voti, ma nessuno si batte per un punto di incontro. I principali attori della scena hanno tutti interesse allo statu quo, per cui quasi certamente la legge non passerà. Il Pd, che rivendica la riforma ma ne teme l’impopolarità, può dare la colpa ad Alfano e alla destra; i centristi possono fregiarsi di non averla fatta passare. L’unico che vorrebbe farla approvare, raggiungendo un punto di equilibrio, è il presidente del Consiglio, che infatti è l’unico che non ha dato tutto per perso. Ma il decreto legge su questioni così controverse non è immaginabile.

Parliamo della legge elettorale . Anche questo è uno snodo decisivo per il futuro della prossima legislatura . Però, anche qui, non è molto chiara la prospettiva. Ma Renzi ci crede veramente? Eppoi se davvero dovesse andare in porto quali sarebbero le “coalizioni” a sinistra, visto che il centrodestra appare più compatto? Insomma sono più i dubbi che le certezze. Qual è la tua opinione?

Dopo il lancio del “Rosatellum”, i principali partiti hanno iniziato a fare le loro simulazioni, negli ultimi giorni nel Pd qualcuno sussurra che Renzi si sarebbe convinto che il ridotto numero di collegi previsto dal nuovo testo, avvantaggerebbe il Pd. La partita non è ancora conclusa, ma se Forza Italia la ostacolerà, non se ne farà nulla.

Guardiamo all’interno degli schieramenti. Incominciamo dal leader “riluttante”, Pisapia. Quello che appare è che sia un poco infastidito dal pressing dalemiano- bersaniano. E avrà pure un allontanato la sua tenda dal PD. Però, al contrario di D’Alema, non percepisce Renzi come nemico. Insomma cosa si aspetta dal PD?

All’ex sindaco di Milano non piace lo stile della leadership di Renzi, ma per una prospettiva di governo, ritiene indispensabile un futuro accordo di governo col Pd, con Paolo Gentiloni a palazzo Chigi. L’Mdp di Bersani e D’Alema punta alla sconfitta politica di Renzi. Quasi certamente finirà che le due aree a sinistra del Pd si separeranno. E in questa scomposizione non si possono escludere sorprese, con l’apparizione di personaggi destinati a sparigliare tutto.

Parliamo di Mdp. Gli scissionisti del PD, pur tra sfumature diverse, sono ancora alla ricerca di un ubi consistam . Ovvero vogliono creare un nuovo centrosinistra di governo. L’impressione è che si stanno avvitando su se stessi. Per cui per loro il rischio è che che siano sempre più percepiti solo come anti PD. Tu non vedi questo avvitamento?

L’impressione dell’avvitamento su se stessi corrisponde ad un fatto oggettivo. Per gli scissionisti l’imperativo categorico è cancellare la leadership Renzi. Il resto viene dopo. Ogni loro mossa è subordinata a questo obiettivo. Ecco perché paiono ruotare attorno allo stesso perno.

Massimo D’Alema sta vivendo una fase inedita per uno con la sua storia . Una sorta, come qualcuno polemicamente lo ha definito, di “gruppettaro”. Una strana eterogenesi dei fini per l’uomo più di apparato della politica italiana. Verrebbe da ricordargli il monito di Lenin sull’estremismo…Come ti spieghi questa fase dalemiana, una fase assolutamente da non banalizzare solo come anti renzismo. C’è qualcosa di più profondo?

Sì, la domanda coglie molto bene la mutazione, quasi genetica, di uno dei leader politici più influenti degli ultimi 25 anni, uno dei 28 italiani che ha fatto il presidente del Consiglio nel secondo dopoguerra. Per tutta una vita D’Alema ha incarnato la concezione leninista-gramsciana-togliattiana per cui prima di tutto viene il Partito. Per cui il noi viene sempre prima dell’io. Per cui è meglio sbagliare col Partito che aver ragione da soli. Incoraggiando la scissione dal “Partito” per ragioni prevalentemente di incompatibilità personale con Renzi, D’Alema ha archiviato la propria storia comunista e appare come uno dei tanti leader, che sembrano mossi più da motivazioni individuali che da spinte “generali”. Magari non è così. Ma l’impressione è quella.

Il PD pare vivere una congiuntura di non tensione. Ma dietro l’angolo ci sono le le elezioni siciliane. E lì il tappo salta. che faranno Franceschini e Orlando?

Vedremo. Ci sono le liste elettorali da fare e i non-renziani del Pd contratteranno una tregua con Renzi, in cambio di qualche seggio in più.  Se avranno coraggio, porranno il problema del leader da indicare per palazzo Chigi, cioè Gentiloni. Altrimenti se ne riparlerà dopo le elezioni. Se il Pd conquisterà più del 25 per cento, Renzi resterà segretario, ma se i democratici alle Politiche prenderanno un voto in meno del Pd di Bersani nel 2013, allora la poltrona di Renzi potrebbe saltare.

Veniamo al centrodestra. Berlusconi dice: Io sono il PPE in Itala. Però ha capito che senza l’alleanza con Salvini non vince . Intanto apre al rosatellum. Insomma anche qui siamo nella precarietà politica. E’ così?

Berlusconi è più avanti di Renzi nella costruzione di una coalizione. Ma fino a quando non si sa come si vota, sono tutte illazioni.

Ultima domanda: Quale sarà il futuro di Gentiloni? Io non credo la   “panchina ” anzi…

Paolo Gentiloni non muoverà una foglia per passare dalla “panchina” al ruolo di centravanti. E’ leale con Renzi che lo ha scelto e sa che, brigando per sé, diventerebbe uno dei tanti trasformisti della storia della Repubblica. Attenderà di essere “chiamato” come salvatore della Patria. La partita si giocherà prima delle elezioni, Renzi non lo indicherà spontaneamente come candidato a palazzo Chigi, ma la “forza delle cose” potrebbe riservare qualche sorpresa.