DALLE PAROLE AI FATTI. LE PRIORITA’ PER IL SINDACATO PER UNA NUOVA POLITICA INDUSTRIALE. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Manifestazione dei lavoratrori Whirpool (LaPresse)

Oggi novemila lavoratrici e lavoratori riempiranno il Forum di Assago (Milano). Cgil, Cisl e Uil hanno infatti organizzato un’Assemblea nazionale di delegate e delegati dal titolo “Dalle parole ai fatti”. È un’iniziativa che dà seguito al percorso iniziato lo scorso gennaio con la definizione della piattaforma unitaria “Le priorità di Cgil, Cisl e Uil per il futuro del Paese”, e proseguito con le numerose mobilitazioni dei mesi scorsi. Ne parliamo con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Lavoro, ambiente, giovani, fisco e pensioni: sono queste le priorità del Paese come sostengono Cgil, Cisl e Uil? O manca qualcos’altro?

Sono le giuste suggestioni da dare ad una politica sempre più priva di una visione di Paese e di prospettiva. Il sindacato pecca certamente di agilità, è un soggetto che non brilla nella comunicazione con l’esterno. Tuttavia, il confronto continuo che ha con il mondo datoriale, in particolare, lo tiene ancorato ai problemi dell’economia reale. Non è poca cosa, visto che lo sviluppo economico è – o, meglio, dovrebbe essere – il cuore di qualsiasi agenda politica. Usciamo da una stagione, quella del governo gialloverde, per cui non è stato così: quasi non si parlava di sviluppo economico. E i risultati si sono visti.

In particolare, a quali esiti si riferisce?

Siamo tornati in recessione economica dopo 14 mesi di economia col segno +. E poi, il capitolo delle crisi aziendali è sintomo di deboli iniziative che il governo prende rispetto a problemi che dovrebbero ricadere nella gestione ordinaria. E invece, da tempo continuano a esservi questi 150 casi – tra cui Whirlpool, Pernigotti, Embraco, Mercatone Uno, IIA, Comital per citarne alcuni… – che non trovano soluzione. Ma nemmeno risposte. Whirlpool poi è una vera patologia.

Cosa intende per patologia?

L’azienda ha naturalmente delle responsabilità, si tratta anzitutto di un investimento sbagliato: l’acquisizione di Indesit si è rivelata improduttiva per Whirlpool. Tuttavia, l’azienda non ha deciso di cedere il ramo d’azienda coinvolto, quello di Napoli, dalla sera alla mattina. Ad aprile aveva informato l’allora capo del Mise Luigi Di Maio, il quale ha preferito non rendere pubblica la vicenda per ragioni elettorali (a fine maggio vi erano le elezioni europee). Chiaro che se la gestione delle crisi aziendali viene subordinata a questioni di consenso elettorale, siamo in presenza di una politica che viene meno alla sua funzione di servizio alla persona. Ma c’è anche molto altro…

Ovvero?

Quando Di Maio si è insediato al Mise, è stato allontanato il dott. Castano che guidava quella divisione che aveva gestito con molta capacità le crisi aziendali negli anni più difficili. Un’intera task force rimossa senza alcun motivo. E i risultati non potevano che essere deficitari. Speriamo che il neo Ministro Patuanelli sia in grado di dare una svolta a questo problema.

Concretamente, cosa dovrebbe fare il governo in materia di lavoro?

Per tornare alle 5 priorità del sindacato, lavoro, fisco e ambiente – ma anche giovani – sono molto legate. Naturalmente, lavoro è sinonimo di impresa, industria. Ora: come fare per crescere impresa e lavoro? Bisogna essere consapevoli che impresa e lavoro crescono quando trovano le giuste condizioni per crescere: il fisco, per esempio, è una di queste. Sappiamo tutti quanto la pressione fiscale sia molto alta nel nostro paese, sia sull’impresa sia sul lavoro. E non a caso si parla di taglio del cuneo fiscale che può dare fiato ai redditi da lavoro più bassi. Inoltre, l’impresa trova condizioni migliori se la burocrazia viene semplificata, se l’energia costa meno, se le infrastrutture si sviluppano, e se i tribunali sono più efficaci e veloci nei loro tempi. Questa sarebbe una visione disviluppo economico, a cui si aggiunge il tema dell’ambiente. Il premier Conte ama parlare di green new deal e di sviluppo sostenibile, ma questo non si ottiene soltanto sensibilizzando e incentivando le imprese alla sostenibilità ambientale. In sintesi, il governo dovrebbe condividere con le rappresentanze di impresa e lavoro un programma di almeno 3 anni.

E poi vi è la questione giovani e occupazione giovanile…

Si. Questo è un punto molto dolente, per più di una ragione. In primis perché sono moltissimi i giovani che restano esclusi dal lavoro; in secondo luogo, un sistema poco capace di essere inclusivo per i giovani è un sistema che tiene ai margini i veri portatori di innovazione. Ma in questo caso vi sono responsabilità anche della nostra impresa.

Si spieghi meglio…

Il nostro sistema produttivo è molto eterogeneo. Certo, vi è un 35% delle nostre imprese che produce e compete sul mercato internazionale e distribuisce ricchezza. Sono imprese che hanno capito che il segreto per stare sul mercato è l’innovazione. E sono quelle imprese dove i giovani trovano spazio e, spesso, vengono valorizzati. Poi però abbiamo l’altro 65% di impresa che in parte lotta per la sopravvivenza in parte vive di rendita, fino a quando riesce però perché oggi è sempre più difficile. Qui i giovani faticano ad entrare, la maggior parte di queste aziende sono vecchie, non vi è stato ricambio. E, soprattutto, non vi è una visione di futuro. E laddove non vi è futuro, non possono esservi giovani.

Veniamo al tema pensioni. Secondo lei Quota 100 resterà in vigore?

Il tema delle pensioni è davvero indice di quanto l’Italia sia un paese ingessato. Sono 7 anni che litighiamo sulla riforma Fornero (2012) e chi si è proposto per il cambiamento, dopo averla contrastata da quando è nata, come soluzione ha voluto che si introducesse una via d’uscita per qualche privilegiato, Quota 100 appunto. Ora, premesso che la Fornero ritardava di due anni (e non di cinque) l’età pensionabile, ha senso che il tema pensioni occupi a tal punto l’agenda politica quando vi è qualche milione di lavoratori che non solo convive con la precarietà del lavoro oggi ma che non è nemmeno sicuro della pensione domani proprio in virtù del lavoro precario e della scarsa contribuzione versata? Una politica per il cambiamento è, anche, chiamata a qualche scelta complessa. Il consenso non può essere sempre l’unico criterio.

Un programma triennale condiviso con sindacati e rappresentanze di impresa. Ma nel breve periodo, cosa dovrebbe fare il governo per esempio con questa manovra?

Le risorse sono poche. Mi sembrerebbe buona cosa fermare Quota 100 e investire in taglio del cuneo fiscale e incentivi per l’industria 4.0. E poi bisognerebbe far ripartire davvero i cantieri.

La sfida del nuovo governo: un europeismo popolare. Intervista a Giorgio Tonini

Matteo Renzi, con la sua scissione, sta agitando le acque della politica italiana. Ma non c’è solo Renzi. Anche Matteo Salvini, con la sua voglia di vendetta contro il Premier Conte.   Con quali conseguenze? Ne parliamo con Giorgio Tonini, Capogruppo Pd nel Consiglio della Provincia autonoma di Trento e della Regione Trentino-Alto Adige.

Giorgio Tonini, lei è stato un protagonista del PD “renziano” come altri dell’area liberal (penso a personalità come Morando e Ceccanti). Pochi giorni fa avete tenuto a Orvieto la consueta assemblea annuale dell’associazione “Libertà Eguale”. Concludendo quella manifestazione lei ha definito la scissione di Renzi in modo molto caustico: “è peggio di un crimine, è un errore politico, con l’aggravante dei futili motivi”… Perché non ha scelto di seguire Renzi?

Perché io credo nel progetto del Partito democratico, non in questo o quel leader. I leader passano, i partiti restano. Il nostro “fratello maggiore”, il Partito democratico americano, è lì dal 1828: quasi due secoli. Ed ha avuto come leader personalità della statura di Roosevelt e Kennedy, Clinton e Obama. A nessuno di questi giganti sarebbe mai passato per l’anticamera del cervello di fare una scissione per fondare un partitino personale. È il grande soggetto politico il campo da gioco nel quale si decide la partita. Si può vincere o perdere la battaglia interna, ma se chi perde se ne va, di solito combina poco o nulla e intanto indebolisce la credibilità del partito e in definitiva la stabilità della democrazia, che non può funzionare senza grandi e duraturi partiti politici. E tanto meno può funzionare, nella democrazia, il riformismo: non si fanno riforme senza grandi partiti, stabili nel tempo.

Pensa che la scissione recluterà altri elementi?

Non lo so, non sono più in parlamento e frequento poco il partito nazionale. Mi auguro di no. Purtroppo Renzi, come prima di lui Bersani e D’Alema, si è messo nella triste condizione di dover essere dannoso al PD per non essere irrilevante.

Senza il “renzismo” (inteso qui come la capacità di gettare lo sguardo oltre i confini classici della sinistra) il PD è ancora il PD? Pensate voi dell’area liberal di supplire a questo vuoto?

Ogni uscita rende il PD più piccolo e più povero. Finora tutte le scissioni sono state operazioni a somma negativa: hanno concorso a far perdere al PD molti più consensi di quelli che i partitini scissionisti sono riusciti a raccogliere. Le scissioni del resto mettono in discussione non questo o quell’aspetto politico o programmatico, ma la stessa ragion d’essere del PD, che non è genericamente un partito riformista, ma la “casa comune dei riformisti”, come ebbe a definirla Romano Prodi. Questa casa comune è il partito che non c’era nella Prima Repubblica, una lunga stagione segnata da tanti riformismi e poche riforme, perché i riformisti erano divisi e quindi minoritari. L’Italia ha pagato un prezzo altissimo, tradotto in numeri nel nostro gigantesco debito pubblico, per questa anomalia politica. Il PD è nato per questo, per far diventare il riformismo maggioritario, attraverso la fondazione di un grande partito, per una volta nato da una convergenza e non da una scissione. Naturalmente, come tutti i processi storici, anche l’unità politica dei riformisti e la sua vocazione maggioritaria conoscono alti e bassi. Ma con l’unità dei riformisti tutto è possibile, con la loro divisione tutto è perduto.

Guardiamo ai primi movimenti renziani. Sappiamo che tra le caratteristiche di Renzi c’è la spregiudicatezza e la velocità. Che, a mio modo di vedere, in questa fase aumenteranno ancora di più… E questo porterà il governo a ballare. Insomma tra

DI MAIO E RENZI, pur avendo obiettivi diversi, sarà una “bella” gara a giocare il ruolo che aveva Salvini nel precedente governo.. È così Tonini?

Non lo so. Spero di no. Ma quel che so è che i piccoli partiti, tanto più se dall’incerta identità politica al di là della fedeltà al leader di turno, sono costretti a diventare un problema per le coalizioni di cui fanno parte, se non vogliono sparire dalla scena politica e mediatica. Tutti i giorni devono trovare e, se necessario, inventare, un motivo di distinzione dagli altri, in particolare dai più vicini, se non vogliono sparire dai titoli dei giornali, dall’apertura dei tg o dai like dei social. Spero che stavolta questo non avvenga, ma la politica, come l’economia, ha le sue leggi, che spesso scavalcano e travolgono la stessa volontà dei leader.

Il PD soffre questo movimentismo. Come dovrebbe rispondere? Non vede un Zingaretti lento?

Penso che il PD debba rilanciare la sua vocazione maggioritaria nel Paese, attraverso l’apertura a tutte le componenti del riformismo italiano. Guai se il PD cedesse alla tentazione di assecondare gli scissionisti riproponendo la cosiddetta “divisione del lavoro” tra centro e sinistra. Una teoria (e una pratica) sbagliata in via di principio, perché separa artificiosamente le due facce del riformismo: la lotta per l’uguaglianza, che per Bobbio era la definizione migliore della sinistra; e la cultura di governo, il realismo delle compatibilità e della gradualità, che sono la declinazione nobile e non trasformistica del centro. Il riformismo è la sintesi di queste due componenti. Senza la sintesi non c’è il riformismo, ma tuttalpiù un cartello elettorale, fondato sull’idea di marciare divisi per colpire uniti: una strategia apparentemente realistica e che invece ha sempre portato al centrosinistra solo sconfitte. Nel 1994 la divisione tra Occhetto e Segni portò alla vittoria di Berlusconi; nel 2006 la lista dell’Ulivo alla Camera prese molti più voti della somma delle liste di centrosinistra al Senato, con le conseguenze che conosciamo sulla tenuta del governo Prodi; nel 2013 la “non vittoria” di Bersani fu anche la conseguenza della “divisione del lavoro” con Monti.

Anche grazie a Renzi, il PD è ora al governo insieme al Movimento Cinquestelle. Pensa che questa alleanza possa diventare strategica? Vede il pericolo di una “grillizzazione” del PD?

Il consenso generale nel PD alla decisione di dar vita ad un governo col M5S priva la scissione di una convincente motivazione politica. Non si può condividere una decisione così impegnativa e al tempo stesso sostenere che siano esaurite le motivazioni profonde dello stare insieme. Comunque la si giri, non sta in piedi. Per venire alla sua domanda, io penso che o l’alleanza saprà diventare strategica, o finirà per dimostrarsi velleitaria. A ben guardare, la potenzialità strategica dell’alleanza si può intravedere già nelle motivazioni dell’accordo: dopo la bocciatura da parte degli elettori, alle politiche del 2018, ma prima ancora al referendum del 2016, del nostro riformismo, e dopo il fallimento dell’alleanza tra i due populismi nel governo giallo-verde, il governo giallo-rosso nasce sul compromesso tra riformisti e populisti. Questo compromesso non può basarsi solo sulla comune avversione alla destra radicale di Salvini, ma deve esplicitare una ragione positiva e propositiva. Riflettendo sull’atto di nascita di questo accordo, il voto comune a sostegno della nuova Commissione europea, presieduta da Ursula von der Leyen, la ragione positiva e propositiva dell’intesa a me piace definirla “europeismo popolare”. Solo se riusciranno insieme a porre le basi di un nuovo europeismo, un europeismo che si dimostri, agli occhi degli italiani, una risorsa imprescindibile e non solo un vincolo incomprensibile, PD e M5S usciranno vincitori da questa difficilissima impresa. Altrimenti avranno solo ritardato la vittoria della destra.

Ultima domanda: Lei è stato Presidente della commissione bilancio del Senato, quindi di manovre finanziarie se ne intende. Ora quello che emerge è che è difficilissimo far quadrare i conti… Ha qualche consiglio da dare ai suoi amici romani?

La verità è che a Roma i conti non possono tornare senza un cambiamento strategico a Bruxelles. A Roma l’unico modo di far tornare i conti è il “sentiero stretto” teorizzato e praticato nella scorsa legislatura dal ministro Padoan: tenere basso lo spread e fare avanzo primario nella misura necessaria a rallentare e via via arrestare l’aumento del debito senza soffocare la crescita. Il problema è che questa nostra strategia, che io stesso ho condiviso nel ricoprire il ruolo che lei ha ricordato, è stata clamorosamente bocciata dagli elettori, che hanno dato alle forze populiste e antieuropeiste i due terzi dei consensi. E d’altra parte, queste stesse forze non hanno potuto trasformare  l’impressionante consenso elettorale raccolto, in una credibile e praticabile strategia di governo e, in particolare, di politica economica. Giunti sulla soglia dell’uscita dell’Italia dall’euro e dall’Unione, per fortuna hanno esitato e si sono fermati, prima di portare il Paese al disastro e l’Europa in una crisi forse peggiore della Brexit. Da questo stallo si può uscire solo con una mossa di Bruxelles. Serve una svolta espansiva di politica fiscale europea, che si affianchi alla politica monetaria della Bce: una politica fiscale che non si limiti a concedere più flessibilità nell’applicazione del patto di stabilità, ma si spinga fino a dotare l’Eurozona di un propria capacità di bilancio, finalizzata a sostenere la crescita attraverso un ambizioso programma “federale” di investimenti, in infrastrutture materiali e immateriali. In un contesto di crescita, deficit e debito degli Stati nazionali farebbero molto meno paura e sarebbero contrastabili in modo efficace con misure sostenibili sul piano sociale e politico. La Francia di Macron è da anni su questa posizione, che sta gradualmente conquistando consensi anche in Germania. Col governo giallo-rosso e la nomina di Paolo Gentiloni nella Commissione europea, anche l’Italia si è posta su questa linea. Naturalmente ci vorrà del tempo prima che questo nuovo quadro europeo possa imporsi e produrre l’auspicata quadratura del cerchio per i conti pubblici italiani. La manovra di  bilancio di quest’anno è dunque inevitabilmente una manovra di transizione, che sarebbe bene non sovraccaricare di aspettative. Questo è anche il consiglio (non richiesto e non necessario) che mi permetterei di proporre al governo: non enfatizzare la portata della manovra in corso e piuttosto esplicitare, spiegare, comunicare agli italiani la strategia di medio periodo, l’unica che può portare l’Italia fuori dai guai.

Suicidio assistito: “Una sentenza liberale non libertaria”. Intervista a Stefano Ceccanti

Dj Fabo (Ansa)

 

Sta facendo discutere l’opinione pubblica, ed anche la politica, la sentenza della Corte Costituzionale sul suicidio assistito. Quali sono le ragioni di questa sentenza della Corte? Come evitare il “bipolarismo etico”? Ne parliamo, in questa intervista, con Stefano Ceccanti, costituzionalista e deputato del PD.

 

Onorevole Ceccanti, la Corte Costituzionale, con la sentenza di mercoledì, ha portato a termine la questione di legittimità dell’articolo 580 del Codice penale. La Corte ha dichiarato la non punibilità, a determinate condizioni, del “suicidio assistito”. Adesso bisogna attendere le motivazioni di una sentenza, che molti definiscono “storica”. Le chiedo, come costituzionalista, sulla base di quali principi costituzionali, secondo lei, la Corte ha emesso questa sentenza?

Con qualche necessaria cautela, perché stiamo in questo caso commentando un comunicato e non una sentenza definitiva, mi sembra che la chiave di lettura la possiamo capire sulla base di una ordinanza dell’anno scorso. La Corte legge senz’altro la dignità della persona in un quadro comunitario e quindi non considera un assoluto il valore dell’autodeterminazione dell’individuo singolo nella sua decisione di rompere il legame con gli altri, dando via libera a qualsiasi forma di aiuto. Non legge quindi in chiave libertaria, individualistica la Costituzione e si pone anche il problema della protezione delle persone più deboli e di un’effettiva volontà della persona, senza condizionamenti anomali. Tuttavia la Corte non adotta neanche un approccio unilaterale opposto, statalistico-paternalistico, che porterebbe a negare sempre e comunque qualsiasi valore dell’autodeterminazione individuale, che dissolverebbe l’autonomia della persona nella comunità. Diciamo, quindi, che ha adottato un approccio liberale: pur ritenendo il suicidio e l’aiuto al suicidio un ricorrere alle armi del diritto penale.

Quali sono i limiti posti dalla Corte, e perché non ha previsto l’obiezione di coscienza?

La Corte stabilisce che l’aiuto al suicidio vada depenalizzato nei confronti di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, come aveva già detto nell’ordinanza di un anno fa. Non ha parlato di obiezione di coscienza perché non si parla di un diritto soggettivo ad ottenere una prestazione, ma del riconoscimento a farsi aiutare in una scelta senza che nessuno possa essere condannato. Non essendoci un obbligo, almeno secondo quanto capiamo ora della sentenza, non c’è obiezione.

 

Lei ha definito la sentenza come “liberale” e non “libertaria”…Perché?

Perché è figlia di una concezione dello Stato che si ritrae, che si considera parziale, che a certe condizioni rinuncia a punire chi opera una scelta che considera comunque un disvalore e non un diritto. Peraltro è un linguaggio noto anche alla Chiesa: in materia di libertà religiosa la Dichiarazione del Concilio Vaticano II, pur non equiparando in materia relativistica le diverse scelte religiose, parla di immunità dalla coercizione, di autolimitazione dello Stato che non ha il monopolio del bene comune e che pertanto non deve esagerare con l’estensione del diritto penale.

La reazione, però, della CEI è stata negativa. La Conferenza Episcopale è preoccupata “per la spinta culturale implicita che può derivarne”: cioè che togliersi la vita è una cosa buona. Da cattolico democratico come risponde a questa preoccupazione?

In linea generale bisogna sempre capire che i vescovi ragionano soprattutto da educatori, non da giuristi o da politici. In questa chiave capisco il senso della preoccupazione. Ciò detto, mi sembra che presa alla lettera questa affermazione fraintenderebbe la sentenza che rinuncia appunto a punire in alcuni casi limite, non che riconosce un diritto al suicidio. Credo però che l’affermazione non vada intesa in senso letterale, ma che invece alluda a scelte che possano nascere sulla deriva di questa soluzione, col cosiddetto pendio scivoloso. Allora, se è così, l’argomento obiettivamente non fraintende la sentenza e come tale, in astratto, potrebbe avere una sua plausibilità. Però se il pericolo che si vuole sventare è questo, invece che polemizzare con la sentenza, che è comunque vincolante, e proporre di nuovo soluzioni impossibili tese ad eluderla (leggi che ripristinino una pena, che sarebbero sicuramente incostituzionali), sarebbe bene pensare a limiti seri che circoscrivano la depenalizzazione, che interpretino in modo rigoroso le indicazioni della Corte. Tanto più se si considera un altro fatto: vedremo la sentenza finale, ma in assenza di limiti di legge, dopo la certa assoluzione di Cappato, dato che un principio di non punibilità è stato comunque affermato, non è chiaro con quale latitudine il principio potrebbe essere applicato in via giudiziaria. Se invece si continuasse a polemizzare con la Corte, si renderebbe più difficile il varo condiviso e non troppo lontano da limiti seri.

Adesso il Parlamento dovrà, finalmente , legiferare…. Non sarà facile evitare il bipolarismo etico…Come evitarlo? La destra sovranista è pronta alle barricate… Quali potranno essere i punti di mediazione?

In realtà, se si capisce bene la sentenza che taglia le posizioni estreme, ossia da un lato l’approccio libertario assoluto e dall’altra quello statalistico-paternalistico, la scrittura di una legge risulta ora molto semplificata perché la questione è diventata chiaramente quella di quale depenalizzazione sia sensata e non più sull’opportunità di depenalizzare che ha paralizzato il Parlamento nei mesi passati. A dir la verità si sarebbe già potuto capire anche solo con l’ordinanza, ma va comunque bene se si parte anche ora con questa consapevolezza. Il Parlamento può ben individuare in questa chiave il bene possibile oggi, senza volontà di vittorie unilaterali di nessuno, senza affermare un dannoso bipolarismo etico.

È ora di cambiare stile. La lezione dell’ultima crisi di governo. Intervista ad Alfio Mastropaolo

Il governo Conte2 ha iniziato il suo cammino. Il cammino, come si è visto in questi giorni, non si presenta per nulla facile. Quanto influirà la scissione renziana? Lo stile dialogico del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, avrà la meglio sulla politica degli ultimatum di Di Maio? Matteo Salvini radicalizzerà ancora di più lo scontro? Di tutto questo parliamo , in questa intervista, con il politologo Alfio Mastropaolo. Mastropaolo è Professore Emerito di Scienza della Politica all’Università di Torino.

Professore, sono passati poco più di un mese, da quando Matteo Salvini ha aperto la crisi, per chiedere agli italiani “pieni poteri”. Nel frattempo è nato il governo Conte 2, Matteo Salvini è all’opposizione e Matteo Renzi ha lasciato il PD. Insomma una serie di novità non da poco. E stando così le cose non si prevede una navigazione troppo tranquilla per il Governo. È così professore?

Si possono tirare in ballo un mucchio di spiegazioni. Siccome i problemi sono ricorrenti, sono ricorrenti pure le spiegazioni. Tre mi vengono in mente più di altre, scartando quella, insulsa, dell’inadeguatezza delle nostre istituzioni. La frammentazione politica è la prima. Il deficit etico di una parte cospicua della nostra classe politica è la seconda. La terza è l’entità dei problemi da affrontare. Quando il materiale umano è scadente, non ci sono santi. Quando si pretende troppo è inevitabile il disastro. Non bastasse, tutte le classi dirigenti occidentali si trovano da tempo di fronte a sfide difficilissime: quadrare il cerchio, diceva Dahrendorf. Ovvero conciliare crescita economica, coesione sociale e libertà democratiche. A quanto pare, pochi paesi ci riescono decentemente. L’Inghilterra, eterno modello per chi ne sa poco, è lacerata da una crisi sociale di cui il Brexit è solo il sintomo. Ci sono proteste populiste e razziste per ogni dove, fin nella Scandinavia felix. Ovunque, ahimé, si prospetta il sacrificio (soft) alla crescita di due degli ingredienti di Dahrendorf. Gli investimenti in coesione sociale sono in declino da tempo, il malessere cresce e suscita reazioni scomposte, si ricorre perciò alle maniere forti è possibile e la libertà è messa in dubbio. Da qualche parte la crescita ha tenuto, ma mai in maniera brillante, e la Grande recessione ha fatto danno dappertutto. Quindi c’è pure il rischio che il sacrificio della coesione sociale e della democrazia sia inutile. La qualità del personale politico è ovunque in declino. Si usa la politica per fare affari, o per farli fare agli amici. Oppure per ambizioni personali. Chi potrebbe far meglio è scoraggiato e fa un altro mestiere. Con differenze tra paese e paese. Quelli che all’inizio di questo ciclo stavano meglio hanno seguitato a star peggio. Quelli che stavano peggio, per ragioni storiche, hanno seguitato col peggio. Non navigano. Ben che vada galleggiano. Si aggiustano coi mezzi di cui dispongono. L’Italia galleggia da troppo tempo, imbarca troppa acqua. Il brutto è che non sappiamo come rimediare.

Così in Italia tra prima e dopo le elezioni sono emerse tre ricette. La prima, non so come definirla, forse continuista e europeista, era quella condivisa, con qualche variante, dal Pd renziano e da Forza Italia: attenzione ai mercati e accondiscendenza verso l’Europa. Contro è apparsa la ricetta sovranista-xenofoba. La terza ricetta la chiamerei l’illusione civica: prendiamo l’uomo della strada e facciamo di lui il protagonista della politica e dell’azione di governo: moralità e buon governo seguiranno. Gli elettori hanno fatto le loro scelte, ma ne è risultato un pasticcio. Come cavarne una maggioranza di governo? I 5 stelle si sono alleati col sovranismo, hanno perso la loro pretesa verginità morale e hanno permesso ai sovranisti di fare alle europee l’en plein dell’elettorato conservatore e moderato. Finché in un delirio di onnipotenza il leader sovranista, ha rotto la coalizione e se n’è formata una nuova. Più omogenea politicamente? Non direi, quanto a gruppi dirigenti, ma forse si, per gli elettorati. Una larga fetta degli elettori a 5 Stelle proviene dal Pd. C’era ovviamente da fare i conti con la diversità del personale politico. Le frizioni erano scontate. I programmi non sono proprio gli stessi. Comunque, si è fatto un nuovo governo. Con un programma di fedeltà europeista, ma anche con qualche innovazione prodotta sia da alcune sollecitazioni pentastellate, sia da qualche ripensamento in favore della coesione sociale entro il Pd. Renzi si è fatto promotore dell’operazione, togliendo la scomunica ai 5 Stelle, per calcoli a tutti ben noti. Zingaretti, che mi pare un mediano di quelli all’antica, non l’ha contraddetto più di tanto, ha neutralizzato il suo gusto di fare il bastian contrario e ne ha ricavato qualche profitto. Adesso l’ego di Renzi fa di nuovo le bizze, ma siccome si tratta di ego, a mio modesto parere, e non di un progetto politico, è inutile provarsi a fare previsioni serie. Lasciamolo contrattare un po’ di nomine e andiamo alla sostanza.

Veniamo all’ultimo avvenimento, da alcuni atteso, da altri temuto: la scissione di Matteo Renzi. Leggendo l’intervista di Renzi al quotidiano “La Repubblica”, ho fatto fatica a trovare un dato politico che potesse essere credibile per una scissione. Ho trovato molto ego… Del resto siamo nel tempo del l’egolatria… Che idea si è fatto della scissione? E quale l’obiettivo di Renzi?

Premetto di non avere una passione per Renzi. Per me la politica è una cosa diversa dalla leadership, dal personalismo, dal seguito osannante, dalle suggestioni mediatiche, dai colpi ad effetto (che poi suscita il gioco di buttare giù il leader dalla torre). Figurarsi se può sembrarmi seria la pretesa di un partito “allegro e divertente”, con corredo di capo carismatico che decide per tutti. Resto dell’idea che la politica è gioco di squadra: siamo in tanti e decidiamo di unire le nostre forze per fare qualcosa insieme. Ciò non toglie che il gesto di Renzi riproponga un problema serio e di assai più ampie dimensioni. Quello della ristrutturazione mai compiuta del sistema dei partiti e delle culture politiche. La confusione imperversa addirittura dal 1989, quando la politica italiana fu sconvolta dalla caduta del Muro e dalla mossa di Occhetto. Più tardi si aggiungerà il collasso della Dc, del Psi, dei partiti laici. Che in quella fase di grande rimescolamento di carte la tradizione socialista, a suo modo interpretata anche dal Pci, potesse trovare un punto d’incontro col solidarismo cattolico, era ragionevole. Era pure plausibile immaginare una revisione, anche profonda, ma coerente con lo spirito del tempo, segnato dal neoliberalismo: è successo in tutte le formazioni di sinistra europee. Ma un incontro di culture politiche è una cosa seria, su cui discutere, da preparare. Invece è stata, come dicono in tanti, una fusione a freddo. Una chiamata alle armi contro Berlusconi, che intanto aveva ricomposto, senza neanche lui ristrutturare granché, il centro-destra: solo la sapienza politica della Dc era riuscita a dare un senso al moderatismo nazionale. La chiamata alle armi si è risolta in assemblaggio di cordate dirigenti in cerca di collocazione, con in più alcuni (gli ex-Pci/Pds) smaniosi di liberarsi di un passato di cui, chissà perché, dovevano farsi perdonare. Racconta bene la storia l’ultimo libro di Antonio Floridia (Un partito sbagliato, Castelvecchi, 2019). Ne è venuto fuori un nido di vipere. In testa al Pd c’è un ceto politico eterogeneo, che ha buttato a mare la cultura del partito in quanto libera associazione dei cittadini e che si è lasciata affascinare dalla fiaba del partito personale, del Berlusconi di sinistra che andava scoperto, senza un progetto sul futuro del paese, dai costumi politici molto eterogenei e per nulla presente nella società italiana. È un partito incapace di darsi una qualche disciplina. In assenza della quale è da ultimo apparso Renzi, il più lesto a profittare della confusione. Ora Renzi lascia la compagnia. Quale progetto politico incarni lo sa solo lui. Aveva cominciato con Blair per riconvertirsi a Macron: dalla destra della sinistra alla destra e basta, che per antica ipocrisia chiamano centro. Chi sta peggio comunque sono gli elettori di centrosinistra, ricordiamolo, che hanno trascorso quasi trent’anni sulle montagne russe. L’elettorato popolare, soprattutto. La parte più consistente proveniva dal Pci. Ha sopportato stoicamente anche una conduzione fallimentare del governo del paese (colpa più di Berlusconi che del Pd). Finché la crisi economica e politica è divenuta culturale e morale. E se ne sono andati. Si astengono, o votano 5 Stelle, qualcuno anche Lega. Più o meno allo stesso modo, tra personalismi e divisioni, si sono consumati i tentativi di aprire spazi a sinistra del Pd. Vediamo se il bravo mediano di cui sopra saprà fare il miracolo. Certo l’avversione a Salvini, come già a Berlusconi, è un ben misero movente. Il fatto che un ben po’ di renziani sia rimasto dentro non aiuta. Per carità, le conversioni in politica sono all’ordine del giorno. Ma con quale animo sono rimasti? Saranno leali e contribuiranno col loro punto di vista a un ripensamento del partito, o faranno da quinta colonna? Comunque, dalle difficoltà in cui versa il Pd non si esce con le manovre di corrente, ma, come sottolinea Floridia, discutendo, pensando, studiando e elaborando un progetto politico.

Veniamo a Matteo Salvini. Il leader leghista, nonostante la sconfitta parlamentare, riesce a mantenere alto il consenso. E la sua collocazione all’opposizione lo favorisce. Il pericolo Salvini è ancora reale…

La radicalizzazione della destra promossa da Salvini è un problema gravissimo. È una destra del tutto incompatibile coi valori della Costituzione. Già lo era quella di Berlusconi, che almeno non era brutale. Questa lo è verbalmente e anche un po’ materialmente. Come sempre, però, la questione è complicata, perché questa nuova destra ha una testa e ha pure un corpo. La testa è Salvini, che è un tribuno, con suo seguito di tifosi, che lui ha messo in scena e aizzato a Pontida animando uno spettacolo indegno. Il corpo sono i suoi elettori, che sono per lo più elettori moderati, che hanno tutto il diritto di esserlo, anche se non siamo d’accordo con loro. In larga parte trasmigrati dal grande seguito berlusconiano. Ci sono quelli che votano col portafoglio: che è una motivazione molto seria. Al netto della propaganda xenofoba, Salvini promette loro meno tasse e meno vincoli burocratici. È un’alternativa sgangherata a ciò che servirebbe davvero e che non si riesce a ottenere: amministrazioni e servizi più efficienti, semplificazione delle procedure, spesso insopportabili, un fisco più rigoroso, ma anche meno esoso. C’è poi una quota di elettori conservatori, che sono soprattutto impauriti e faticano a sopportare le novità. Bisogna capirli. Il livello medio d’istruzione è modesto. Spesso sono anziani. C’è un fondo provinciale, che mal sopporta il femminismo, i matrimoni omosessuali e molte altre novità. Da ultimo si aggiunta l’immigrazione, spregiudicatamente strumentalizzata da Salvini e dai media. A suo tempo questi ceti li curava la Dc, che riusciva a mescolare abilmente tanti temi. Più tardi hanno votato Berlusconi, che li abbacinava. Adesso si rivolgono a Salvini. Forse non si accorgono nemmeno del suo stile. Era un’idea cretina che, morta la Dc, si sarebbe costituita una destra moderata e magari liberale, che in Italia è sempre stata minoritaria. Un pezzo di questi elettori impauriti li curava in alcune regioni pure il Pci. Il Pd nemmeno ci pensa. Ora, questo elettorato c’è e bisogna occuparsene seriamente, anzitutto informandolo meglio. Se la televisione pubblica facesse il suo mestiere, si potrebbero smussare certi eccessi, controllare molte paure. Anche se il compito è difficilissimo. Non ci riesce nemmeno papa Francesco (che peraltro si porta appresso il ricordo del papato muscolare di Giovanni Paolo II). Della religione ormai ci si serve à la carte. Mi è capitato in una magnifica chiesa da queste parti. C’era un cortesissimo signore che ne illustrava con competenza le bellezze artistiche. Ha concluso evocando la battaglia di Lepanto. Li fermeremo un’altra volta. Cosa vuoi dire?

Con la scissione “fredda” Matteo Renzi diventa il terzo azionista della maggioranza… A Conte fischiano le orecchie?

Conte è venuto fuori alla distanza. Bisogna capirlo. Prendi un professore universitario, spero non si offenda, che, come gran parte degli accademici, ha scarso uso di mondo, o meglio di mondo politico. È rimasto frastornato. Intanto dall’io debordante di Salvini e poi dall’ingenuità maldestra di Di Maio, che cercava di tenere il passo. Lui in mezzo. Sarei molto curioso di sapere come ha vissuto quest’esperienza. Non era anzi mai capitato. Per un capriccio del caso uno che non c’entrava né punto né poco si è ritrovato capo del governo, che, dopotutto, è un ruolo gratificante. Mi sono chiesto più volte quando un signore palesemente di buona cultura avrebbe reagito alle provocazioni. Finalmente ha imparato, ha capito che il ruolo chiave conferitogli dal caso e si è mosso abilmente per utilizzarlo. Adesso dispone di una maggioranza più omogenea, con priorità programmatiche più compatibili. Certo, se Renzi la finisse coi capricci sarebbe meglio. La sfida è far funzionare un governo tra gente che si è presa a sassate e che sappia usare quei sassi altrimenti: a me è piaciuta la citazione del Talmud di Franceschini. Fare funzionare il governo significa affrontare le priorità del paese. Che sono drammatiche. Il debito pubblico è un handicap, comunque lo si consideri. Le imprese devono essere messe in condizione di reggere la competizione globale, i lavoratori vanno protetti, il Mezzogiorno sta affogando. C’è un ritardo mostruoso nell’istruzione, a tutti i livelli, che spiega anche certi atteggiamenti: c’è un pezzo di paese che ha dimenticato cosa fu il fascismo. Un buon governo dovrebbe riuscire nella quadratura del cerchio, alla Dahrendorf, ardua per i tedeschi, difficilissima per gli italiani. Niente è impossibile. È stato ricostruito un paese distrutto dal fascismo e dalla guerra mondiale. Suvvia. Non sono ottimista, ma mantengo un barlume di speranza. Spesso succedono cose che non ci aspettiamo. Tanto più se un segmento di opinione pubblica si mobilita, capisce quanto alta sia la posta in gioco e preme sulla politica.

Nei giorni scorsi si è tornato a parlare di legge elettorale proporzionale. Non trova che sia un rischio di ritorno al passato?

Come si fronteggia Salvini? Prosciugando l’acqua in cui nuota. Non la prosciugheranno mai tutta. Comunque, non confiderei troppo nel cambiamento della legge elettorale, che servirebbe solo a nascondere la polvere sotto il tappeto. Il Rosatellum, d’accordo, è una schifezza. Decidono tutto i partiti. Era frutto di un accordo sottobanco tra Berlusconi e Renzi finalizzato a un’intesa postelettorale, magari all’ombra della solidarietà europea tra popolari e socialisti. Solo che il diavolo, che è specializzato in pentole, non fa i coperchi. Ora questa legge elettorale rischia di consegnare il paese a Salvini col 40 per cento dei consensi. Eppure non può essere questo il solo motivo per cambiarla. Bisogna cambiarla perché è una bruttissima legge e una legge elettorale decente richiede che gli elettori quando votano si sentano almeno un poco ascoltati. Il paese ne ha gran bisogno. E qui il ragionamento si complica. Perché vorrei augurarmi che i 5 Stelle, che sono frutto della frustrazione degli elettori, si fermino un attimo a riflettere su questa a mio avviso dissennata decurtazione dei parlamentari. Che servirebbe a allontanare sempre più la politica dai cittadini. Per quello che vale, direi a Di Maio, basta con la politica degli ultimatum. Cambiamo stile, discutiamo. Le leggi elettorali che hanno sostituito la proporzionale hanno tutte promesso di assicurare la stabilità governativa, come sappiamo con modesto successo, nonché di rendere la politica più trasparente e di ravvicinarla ai cittadini. Basta col filtro della partitocrazia. In realtà, hanno tutte conferito ai partiti un potere enorme di selezione degli eletti. Insisto con modestissimo successo, vista la qualità declinante del personale politico. Ma anche senza precludere la frammentazione, come ha per l’ennesima volta confermato la secessione di Renzi. Tutte hanno soprattutto cambiato il modo di far politica e il rapporto con gli elettori. Secondo me peggiorandolo rispetto al tempo delle preferenze, che potevano essere contrastate in altro modo. I parlamentari d’oggidì frequentano poco o nulla i collegi, tanto il loro destino è deciso dal partito. Quando invece i parlamentari servivano proprio come tramite con gli elettori. Non sempre erano un tramite clientelare e perciò perverso, erano per lo più un tramite prezioso. Vivevano il collegio, lo frequentavano, parlavano coi cittadini, contrastavano il sentimento di distanza che la divisione del lavoro tra elettori ed eletti produce. Sa lei chi sono i suoi rappresentanti? La mia opinione è che una nuova legge elettorale debba per prima cosa porsi questo problema. Lo si può risolvere con la proporzionale, o con collegi uninominale di piccole dimensioni In ogni caso, serve un numero congruo di parlamentari. I quali forse costeranno, ma sono soldi, direi ai 5 Stelle, molto ben spesi. Questo insegna l’esperienza. Se si risolvesse il problema del numero, si potrebbe sdrammatizzare l’eterna querelle tra maggioritario e proporzionale. Non esageriamo. Ciò che conta davvero è la politica. Anche se, qualora si replicasse la formula maggioritaria, suggerirei di rivedere i quorum per l’elezione del Capo dello Stato e dei giudici costituzionali. Sono cariche di garanzia, che vanno condivise. Saperle condivise, rasserena l’atmosfera. Non possiamo finire come in Polonia o in Ungheria. Per il resto, mi lasci spezzare una lancia hic et nunc a favore del proporzionale. Finiamola di evocare la governabilità. È una menzogna, almeno in Italia. Siamo un paese composito e per vincere si creano coalizioni larghissime, che poi, lo si è visto, sono logorate dai ricatti tra partners. Oggi ancor peggio, perché la frammentazione politica non è più un problema solo italiano. I tempi sono difficili, il mondo cambia e viviamo in società sempre più diversificate. Che, come mi pare confermi la politica inglese, non si prestano a essere governate da uno schieramento politico magari maggioritario (ma non sempre) tra i votanti, ma minoritario tra gli elettori. Macron in Francia è il presidente di una minoranza, che per giunta l’ha scelto non per amore, ma in odio alla sua antagonista. Alla fine i gilets jaunes hanno messo a soqquadro il paese. In tempi difficili, serve aggregare. Si pagherà un costo in mediazioni, ma è conveniente sopportare anche questo, perché aiuta a governare. Serve tuttavia rivedere il modo di pensare la politica. Va messa in discussione l’idea del duello in cui uno vince, uno perde, chi vince è padrone assoluto, chi perde stia nel suo angolo. Mi spiace contraddire Prodi, che è una personalità che rispetto. Ma in questo a mio avviso si sbaglia. Il mondo è pieno di sfumature, rifugge i dilemmi semplici. Abbiamo bisogno di rispetto dell’altro, di dialogo, di compromessi. La democrazia, a conti fatti, è una cosa molto piccola. È conduzione pacifica della contesa politica. Nient’altro. Squalificare come inciucio una cosa nobile come il compromesso tra diversi è una mistificazione. Alla luce della quale il paese ha accumulato troppi fallimenti. Nulla abbiamo guadagnato col maggioritario, che ha semmai avvelenato la cultura politica del paese, l’ha polarizzata, l’ha incattivita, filtrando nella vita collettiva. È troppo chiedere alla classe politica di rifletterci sopra? Rino Formica evocava qualche settimana fa il pericolo di una guerra civile. La mia modesta convinzione che un proporzionale ben temperato, aiuterebbe a scongiurarlo assai più del maggioritario.

“Per durare il Conte2 dovrà creare un amalgama per la coalizione”. Intervista a Fabio Martini

Con il voto di ieri sera al Senato il governo ha ottenuto la Fiducia. Si conclude, così in modo imprevisto, la crisi politica scatenata da Matteo Salvini poco più di un mese fa. Quali sono i nodi politici dell’inedita coalizione “5 Stelle – PD”? Come si svilupperà la navigazione del “Conte 2”?
Ne parliamo, in questa intervista, con Fabio Martini cronista parlamentare del quotidiano “La Stampa”.

Fabio Martini, il Conte 2 ha ottenuto la fiducia. Sappiamo quanto il parto sia stato complicato. A questo riguardo facciamo un passo indietro. La crisi nasce dalla decisione di Salvini di “capitalizzare il consenso elettorale” della Lega. E scatena la crisi dopo l’approvazione da parte del parlamento del decreto sicurezza 2 e della TAV. Due risultati positivi per la Lega. È un Salvini che ha il vento in poppa, euforico a dismisura (chiede i “pieni poteri”. E qui comincia il disastro…. La hubris si è manifestata con effetti imprevisti per lui: da dominus assoluto del governo si ritrova all’opposizione…. Cosa non ha funzionato nel calcolo di Salvini?
Il capo della Lega non ha fatto bene i conti con i numeri in Parlamento, con la volontà quasi disperata dei Cinque stelle di evitare la distruzione personale e politica di capi e parlamentari nelle elezioni, a quel punto imminenti. E non ha calcolato quanta poca presa il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, avesse sui propri gruppi parlamentari. Come si può notare troppi errori in una volta sola. Anche se un errore più degli altri, agli occhi di Salvini, deve risultare imperdonabile: non aver capito la psicologia politica dei Cinque stelle con i quali ha convissuto per quasi un anno e mezzo.

Stando agli ultimi sondaggi, per quello che possono valere, la Lega ha pagato il pegno per questo errore politico di Salvini: perde punti percentuali, così come la fiducia in Salvini diminuisce. Ti chiedo, è strutturale questo calo?
Nessuno può dirlo. Il calo c’è, ora Salvini tenterà di fermarlo. Magari attenuando la propria natura guascona. Non si può affatto escludere, come segnala il suo intervento in Senato, un profilo diverso: tosto ma non distruttivo. Certo, si proporrà come capo dell’opposizione. E curiosamente anche come punto di riferimento per i fautori di una democrazia governante. Se, come pare, torna il sistema proporzionale, la politica torna in mano a quattro capi, pronti a fare e disfare come meglio credono. Che Salvini riprenda la battaglia di Romano Prodi, di Mario Segni, di Achille Occhetto e del primo Berlusconi è un paradosso, uno dei tanti di questa stagione.

Veniamo al Presidente Conte, indubbiamente ha dimostrato abilità. È un nuovo Zelig o l’Italia ha scoperto un nuovo statista?
Un po’ Zelig lo è, ma nessuno come lui incarna come lui questa stagione così cangiante e così indifferente ad un minimo di coerenza. Nessuno meglio di lui, perché nei 14 mesi della prima stagione da presidente del Consiglio ha dimostrato di saper maneggiare bene la dimensione di governo, i dossier, la macchina amministrativa. Di statisti l’Italia ne ha avuti pochissimi e secondo qualcuno bisogna tornare a De Gasperi per trovarne uno degno di questo nome. E comunque sia chiaro: senza il decisivo appoggio di Sergio Mattarella, nelle ore del veto espresso dal Pd su di lui, Conte non sarebbe più a palazzo Chigi. Si scrive Conte-2, ma si legge Mattarella-1.

Parliamo di alcuni protagonisti di questa “pazza crisi”. Il governo “giallo-rosso” ha tanti “padri”. Incominciamo dalla “coppia” inedita: Gríllo-Renzi. Per motivi opposti hanno sbloccato il percorso. Ti chiedo : che ruolo giocheranno? Si dice che il premier Conte temi Renzi. Per te?
Beppe Grillo sembrava confinato nell’irrilevanza, ogni tanto emetteva le sue sentenze, ma nessuno dei suoi lo ascoltava più. E invece ha giocato un ruolo decisivo, nel far pendere la bilancia a favore del nuovo governo e contro, decisamente contro, gli orientamenti della Casaleggio e di Luigi Di Maio. Ora tornerà nel suo ruolo di profeta, con la  differenza che ogni volta che si sveglierà dal suo silenzio, gli altri saranno costretti ad ascoltarlo. Renzi ha compiuto quel che ogni politico dovrebbe avere nel suo vademecum: in ogni azione tentare di conciliare l’interesse generale e quello personale. Se ci fossero state elezioni anticipate, Renzi sarebbe stato ulteriormente ridimensionato. Ora può giocarsi la sua partita del partito moderato e decidere lui quando chiudere la legislatura. Da questa visuale, Conte dovrà scrutare sempre con la massima attenzione le mosse di Renzi.

Altra coppia inedita : Di Maio – Zingaretti. I due capi partito hanno giocato una partita parallela. Il risultato, forse mi sbaglierò, è che tra i due il più “caldo” nei confronti di questa esperienza governativa sia Zingaretti…. Di Maio è ancora “orfano” di Salvini?
E’ vero il più caldo appare Zingaretti, che inizialmente puntava ad elezioni anticipate. Ora si è “accomodato” bene nel nuovo scenario e lo incoraggia con aggettivi entusiastici, che oggettivaente stridono con gli anatemi e i “mai e poi mai” scagliati per mesi contro i 5 stelle. Il leader di un partito, una volta gettato il cuore oltre l’ostacolo e una volta entrato in un governo, non può che diventarne un paladino. Quanto a Di Maio, una volta escluso il fattore affettivo, di chi si potrebbe sentire “orfano” di un altro leader, la prossima decisione veramente strategica riguarda le elezioni regionali: se in una, o più di una delle Regioni dove si vota, i Cinque stelle accederanno ad un’alleanza organica col Pd, allora la mutazione genetica del M5s avrà segnato il passaggio decisivo: da forza anti-sistema a forza dentro il sistema. In un’alleanza di sinistra.

Uno sguardo alle opposizioni. Quello che emerge è una accentuata radicalizzazione sovranista del “centrodestra” (molto più destra che centro). Dove andranno i “moderati” di Forza Italia?
I moderati di Forza Italia confluiranno in una nuova formazione moderata, che si farà sicuramente ma non ha ancora contorni precisi

Pensi che questa radicalizzazione della Destra possa creare un nuovo bipolarismo?
Avremo un sistema a quattro poli, dunque diverso dal tripolarismo del post-2011: allora c’era il centro-sinistra, il centro-destra e il grillismo. Ora si va verso quattro poli: Pd, 5 stelle, nuovo Centro, destra-centro.

Comunque sia al di là dell’antisalvinismo, che non è sufficiente per creare una amalgama governativa (intesa come “anima”, “respiro”). Pensi che l’orizzonte europeo possa creare questo?
Anima e respiro se ne vedono pochi, siamo alla sopravvivenza pura. Per tutti. Certo, l’anti-salvinismo non basta, ma per ora non c’è Europa che possa aiutare: il coraggio se non ce l’hai, non te lo regala nessuno. E neanche lo spessore politico. Si navigherà alla giornata
Il premier Conte guarda al suo governo, come ad un governo di legislatura.

Proprio per la mancanza di una amalgama profonda non mancheranno le difficoltà di navigazione. Quando si manifesteranno?
Questo governo nasce per prendere tempo e per impedire a Salvini di prendersi il Paese. Probabilmente per arrivare all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica nel 2022, la ricetta “migliore” sarà quella di mettere in cottura il minor numero di cose possibile. Per non lacerarsi. Non decidere per durare.

Le elezioni amministrative in Emilia, Toscana e Umbria costituiranno un pericolo per il governo?
In Umbria il Pd rischia molto e se non ci saranno alleanze col M5s, una sconfitta in una Regione rossa non sarebbe un buon viatico per il governo. In Emila e Toscana i  rischi sono assai relativi per il Pd. Il governo? Molto dipenderà dalle alleanze Pd-M5s, che in troppi danno per scontate. Se ci saranno, il governo non rischierà nulla, se non ci saranno i rischi aumentano ma non di molto.

Chi rischia di più in questa esperienza governativa? Il PD o il M 5stelle?
Entrambi. Una ragione di più per abbandonare lo schema del precedente governo, ognuno con la sua bandiera e puntare invece su riforme condivise e non soltanto finalizzate al consenso breve.