“SENZA IL PD AVREMMO AVUTO UN’ITALIA DA INCUBO”. Intervista a Giorgio Tonini

Ieri, al teatro Eliseo a Roma, il Partito Democratico ha festeggiato il suo decimo anniversario. Un anniversario accompagnato da polemiche. Facciamo, nei limiti di una intervista, un bilancio di questa storia decennale. Una storia di passione riformista. Con alti e bassi. Lo facciamo con Giorgio Tonini, Senatore PD e Presidente della Commissione Bilancio del Senato.

 Senatore Tonini, siamo nel decennale del PD, che doveva essere una importante tappa, nell’ambito della  storia dei partiti politici italiani, ovvero la nascita di un grande partito riformista, capace di contenere in una sintesi alta le migliori culture  politiche progressiste italiane, si è rivelata un “sogno” incompiuto. La storia di questi dieci anni ne è, secondo alcuni, la riprova. Temo che abbia ragione Massimo Cacciari sull’impossibilità dell’amalgama tra gruppi dirigenti e quindi tra culture politiche. Con Renzi poi le cose si sono aggravate, tanto da portare alla  scissione.  Insomma non è un bel compleanno per il PD. Lei, invece,  pare  più ottimista sul destino del Pd. Per quali ragioni?

È vero, il decennale del Pd è stato l’occasione di un impressionante moltiplicarsi di annunci di sventura circa il destino di quello che al momento è comunque il primo partito italiano. Da destra a sinistra, passando per i grillini, sembra che si voglia una cosa sola: non solo la sconfitta, ma il fallimento del Pd. Che questo sia l’obiettivo, il sogno dei nostri avversari, è comprensibile. Anche se a me piacerebbe vivere in un paese nel quale la competizione politica, che è il sale della democrazia, fosse capace di non sconfinare nel desiderio insano di distruggere l’avversario. Meno comprensibile è che questa sia diventata la ragione di vita anche di una parte della sinistra italiana, a cominciare da quella che fino a pochi mesi fa era stata una componente importante dello stesso Pd. C’è nella sinistra, e nella sinistra italiana in particolare, una vena nichilista che ciclicamente riemerge e troppo spesso le fa preferire la distruzione alla costruzione. Questo sacro furore contro il Pd è del tutto fuori misura, fuori scala, rispetto anche ai limiti che la costruzione di quello che volevamo fosse non solo un nuovo partito, ma un partito nuovo, ha evidenziato e tuttora denuncia. Ne parleremo, in questa nostra chiacchierata. Ma intanto mi faccia dire che non so che fine avrebbe fatto l’Italia in questi anni se non avesse potuto contare sul Pd. Il Pd non doveva o non poteva nascere, secondo alcuni profeti di sventura. E invece è nato. Ha passato i suoi guai di gioventù, ma è cresciuto, ha raccolto dodici milioni di voti con Veltroni, sconfitto da Berlusconi, e undici con Renzi vincitore alle europee e sconfitto al referendum. Nel frattempo ha dato al Paese due presidenti della Repubblica della statura di Napolitano e Mattarella. E un governo, nel pieno della più difficile crisi economica dalla seconda guerra mondiale, che ha avviato un grande lavoro riformatore, che ha aggredito molti dei nodi strutturali irrisolti del Paese, guadagnandosi apprezzamento e considerazione in Europa e nel mondo. Si può dissentire e criticare, ma si deve almeno avere l’onestà intellettuale di rispettare una forza politica così. Forse il sogno originario del Pd non si è compiutamente realizzato. Ma senza il Pd avremmo avuto un’Italia da incubo.

Continuamo il nostro ragionamento, come direbbe De Mita, sul  partito. Con Veltroni, al di là delle qualità umane, e per alcuni versi, anche con Bersani, vi era la sensazione di un partito caldo. Un partito, mi passi la metafora evangelica, che si fa prossimo alla gente. Oggi il partito è tutto “piegato”, come ha scritto Bettini, sul “riformismo dall’alto”. Avrà fatto cose buone, ma il partito è apparso lontano dalla fatica quotidiana della gente. Un’altra scommessa persa?

Né Veltroni, né Bersani hanno guidato il Pd al governo. Il paragone con la stagione di Renzi è dunque improprio. Ma anche la categoria del “riformismo dall’alto” non mi pare la più appropriata per descrivere il rapporto tra il Pd è la società italiana in questi anni. Renzi è arrivato a Palazzo Chigi quasi trascinato da un’onda di popolarità che appariva incontrastabile. Un’onda poi certificata dal clamoroso 40 per cento di voti alle europee: primo partito d’Europa, perfino più della Cdu-Csu tedesca. Renzi ha governato per quasi tre anni con la preoccupazione, quasi l’ossessione della comunicazione col Paese. Eppure ad un certo punto l’incantesimo si è rotto. Forse le aspettative erano schizzate troppo in alto e di lì non potevano che cadere. Forse è stato decisivo il saldarsi delle opposizioni nel referendum costituzionale. Forse è stata sottovalutata l’esigenza di stabilire solidi legami con i corpi intermedi della società civile. Forse, e senza forse, il partito si è rivelato troppo fragile nel supportare l’azione di governo, anche perché era stato troppo a lungo trascurato. Si tratta di questioni non banali, da non trascurare, ma neppure da drammatizzare. Il Pd ha in se stesso tutte le risorse per tornare a stabilire un rapporto positivo con il Paese.

E sempre, per “finire” il “ragionamento”, sul partito: è indubbio che Veltroni aveva capacità di  ascolto anche ai mondi nuovi della cultura, dell’intelligenza, ecc., in Renzi il partito è vissuto strumentalmente come “mezzo”. Pochissime volte si è sentito il “noi”. Il risultato è un partito personalizzato. Adesso Renzi ha recuperato il noi ma la sensazione è che sia tardi. E senza il “noi”, la comunità, non si fa argine al populismo. E’ così Senatore?

Mah, l’idea di partito-comunità non mi ha mai persuaso completamente. I partiti sono anche comunità di persone che condividono valori, principi, obiettivi. Esattamente come sono luoghi di competizione per il potere, dunque di divisione, di conflitto, di lotta. L’importante è che ci sia un equilibrio tra queste due dimensioni. Per me i partiti sono innanzitutto istituzioni della società civile, indispensabili al funzionamento della democrazia, in particolare della democrazia parlamentare. Per questo devono essere pochi e grandi. O perlomeno ci devono essere, in un sistema democratico sano, due  grandi partiti in grado di farsi carico, in competizione e collaborazione tra loro, del governo del Paese. Anche svolgendo quella funzione vitale che è la selezione della classe dirigente e, in definitiva, della leadership. Da questo punto di vista quella del Pd è stata un’esperienza di successo, per quanto indebolita da una scissione che ha ignorato il valore della decisione costituente del partito: la scelta di dotarsi tutti insieme di un partito grande e plurale, nel quale linea politica e leadership sono decisi in modo aperto e democratico, per cui tutti possono vincere e tutti possono perdere, nella competizione per cariche e ruoli sempre contendibili. Non aver accettato di rinunciare ad un’impossibile golden share, da parte degli scissionisti, li ha portati ad uscire dal partito. Poi Renzi avrà i suoi limiti e avrà fatto i suoi errori. Ma non si abbandona un partito perché il leader pro tempore non ti piace. Lo si fa perché non si accetta la costituzione formale e materiale sulla quale esso si fonda. E questo è quel che è successo con una parte della componente ex-pci, quella dalemiana. Che aveva accettato il modello competitivo previsto dallo statuto formale del Pd, voluto da Veltroni, purché la costituzione materiale restasse fondata sul centralismo democratico di antica radice togliattiana. Quando Renzi ha fatto saltare questa “condizione”, che in effetti poteva giustificarsi solo in una fase fondativa, il compromesso è saltato e si è arrivati alla scissione. Che costerà molto al Pd, ma non al punto da far fallire un progetto che resta indispensabile all’Italia.

Gli “scissionisti” si stanno avvitando in un percorso massimalista. Dettato dal rancore. Però su un punto hanno ragione da vendere: quando chiedono al PD di essere più di sinistra. Indubbiamente il PD ha portato innovazione nella cultura politica italiana. E questo è stato un bene per la cultura di sinistra. Però spesso è apparso come un partito che ha sbiadito la sua radice. Insomma la tanto declamata “terza via” altro non era che una “prima via” (il mercato) un pochino più umana. Il bilancio è magro, Senatore Tonini…

La sinistra, diceva Norberto Bobbio, è lotta per l’uguaglianza. Lo è stata ieri, deve esserlo oggi e dovrà esserlo domani e sempre. Il problema è che il mondo cambia e con esso cambiano i termini di quella lotta. Dunque essere più di sinistra, come dice lei, non può significare essere più nostalgici di un mondo che non c’è più, perché è proprio chi pensa e “sente” così, che finisce, di fatto, per consegnare la sinistra alla storia, se non direttamente all’archeologia. Per me è più di sinistra chi si sforza di “capire il nuovo”, come ci ha insegnato Pierre Carniti, perché quella è la premessa indispensabile per “guidare il cambiamento” e non limitarsi a subirlo. Facciamo un esempio: qualcuno pensa che essere più di sinistra significhi opporsi alla globalizzazione e perfino all’Unione europea. Ma la globalizzazione, che certo ha contribuito a mettere in discussione conquiste sociali importanti nei paesi sviluppati, ha realizzato la più grande inclusione nello sviluppo della storia umana: una inclusione che ha interessato miliardi di persone. Dunque il problema, per chi intende lottare per l’uguaglianza, non può essere quello di opporsi alla globalizzazione, ma piuttosto quello di governarne gli effetti sulle nostre società. Proprio per questo sinistra ed europeismo sono oggi sinonimi. Naturalmente, non qualsiasi europeismo. Da questo punto di vista, il governo Renzi, lungi dallo sbiadire la sua radice di sinistra, è stato protagonista di una vera e propria svolta nella politica economica europea, imponendo una interpretazione dei trattati, a cominciare dal Fiscal Compact, che ponessero al centro  la crescita e l’occupazione.

Lei, che è di cultura degasperiana e morotea, glielo ha spiegato al suo segretario che la centralità del PD non esclude il farsi carico delle ragioni  dell’altro? Solo così si può costruire una coalizione. Ci riuscirà Renzi? E  questo cambio sarà necessario anche alla luce della nuova legge elettorale…

Un mio grande “predecessore” (intendo dire, come presidente della Commissione Bilancio del Senato…), Beniamino Andreatta, intervenendo nel dibattito sulla fiducia all’ultimo governo Andreotti, il 7 novembre 1991, in pieno disfacimento della prima Repubblica, osservava che «i problemi della finanza pubblica sono i problemi politici di un paese e le debolezze del sistema politico si traducono nei risultati contabili che oggi commentiamo un poco sbigottiti». E aggiungeva che dopo la fase virtuosa, quella del centrismo degasperiano e poi del centro-sinistra di Moro e Nenni, «dal 1972 ad oggi possiamo dire che c’è stata un’era della ingovernabilità, perché non c’è stata intesa, non c’è stata più coalizione». E allora, concludeva, «delle due l’una: o si riesce a ricostruire questo spirito di coalizione, o si creano strumenti (come la legge elettorale maggioritaria, ndr) perché si possa operare il divorzio tra le forze politiche e ci siano forze in grado di governare con maggioranze più ristrette». Renzi è un leader che si è formato nello schema della democrazia competitiva, quello che si era affermato nel paese all’inizio degli anni Novanta, soprattutto grazie alla spinta dei referendum Segni. Il paradosso è che oggi Renzi si trova a dover gestire gli effetti di un nuovo pronunciamento popolare, quello del referendum del 4 dicembre scorso, che ha ribaltato la situazione, di fatto chiudendo la stagione del maggioritario e rimettendo le forze politiche dinanzi alla necessità di riscoprire lo spirito di coalizione, la capacità di collaborare in parlamento tra forze anche molto diverse tra loro. Vedremo se sarà possibile, nella prossima legislatura. O se non dovremo riprendere la marcia verso un sistema politico di impianto maggioritario. Stavolta per la via del semipresidenzialismo alla francese. L’unico in Europa che consente, per dirla con Andreatta, «di governare con maggioranze più ristrette», cioè senza le larghe intese…

LA SFIDA A SINISTRA NELLA POLITICA ITALIANA . INTERVISTA A FABIO MARTINI

Fabio Martini (AUGUSTO CASASOLI/A3/CONTRASTO)

Come si svilupperà la sfida politica nella sinistra? Quali saranno le possibili novità?   Ne parliamo, in questa intervista, con il cronista politico della Stampa Fabio Martini.

Siamo all’ultimo giro di questa complicata legislatura. Dopo l’approvazione della legge di stabilità inizierà il “rettilineo” che ci porterà, in primavera, alle elezioni. Eppure ci sarebbe ancora lo spazio e il tempo per dare un senso compiuto alla legislatura. Mi riferisco, certamente. allo ius soli e alla legge elettorale . Incominciamo dallo ius soli. Secondo te è possibile che Gentiloni, anche per il pressing della CEI, ponga la fiducia? Insomma nel Pd passerà la linea Boschi o quella di Del Rio?

Per far passare la legge, basterebbe cercare un compromesso, che salvaguardando il principio ispiratore, superi qualche automatismo. Ma quel compromesso ragionevole nessuno lo cerca. E infatti nel Pd dicono: cerchiamo fino all’ultimo i voti, ma nessuno si batte per un punto di incontro. I principali attori della scena hanno tutti interesse allo statu quo, per cui quasi certamente la legge non passerà. Il Pd, che rivendica la riforma ma ne teme l’impopolarità, può dare la colpa ad Alfano e alla destra; i centristi possono fregiarsi di non averla fatta passare. L’unico che vorrebbe farla approvare, raggiungendo un punto di equilibrio, è il presidente del Consiglio, che infatti è l’unico che non ha dato tutto per perso. Ma il decreto legge su questioni così controverse non è immaginabile.

Parliamo della legge elettorale . Anche questo è uno snodo decisivo per il futuro della prossima legislatura . Però, anche qui, non è molto chiara la prospettiva. Ma Renzi ci crede veramente? Eppoi se davvero dovesse andare in porto quali sarebbero le “coalizioni” a sinistra, visto che il centrodestra appare più compatto? Insomma sono più i dubbi che le certezze. Qual è la tua opinione?

Dopo il lancio del “Rosatellum”, i principali partiti hanno iniziato a fare le loro simulazioni, negli ultimi giorni nel Pd qualcuno sussurra che Renzi si sarebbe convinto che il ridotto numero di collegi previsto dal nuovo testo, avvantaggerebbe il Pd. La partita non è ancora conclusa, ma se Forza Italia la ostacolerà, non se ne farà nulla.

Guardiamo all’interno degli schieramenti. Incominciamo dal leader “riluttante”, Pisapia. Quello che appare è che sia un poco infastidito dal pressing dalemiano- bersaniano. E avrà pure un allontanato la sua tenda dal PD. Però, al contrario di D’Alema, non percepisce Renzi come nemico. Insomma cosa si aspetta dal PD?

All’ex sindaco di Milano non piace lo stile della leadership di Renzi, ma per una prospettiva di governo, ritiene indispensabile un futuro accordo di governo col Pd, con Paolo Gentiloni a palazzo Chigi. L’Mdp di Bersani e D’Alema punta alla sconfitta politica di Renzi. Quasi certamente finirà che le due aree a sinistra del Pd si separeranno. E in questa scomposizione non si possono escludere sorprese, con l’apparizione di personaggi destinati a sparigliare tutto.

Parliamo di Mdp. Gli scissionisti del PD, pur tra sfumature diverse, sono ancora alla ricerca di un ubi consistam . Ovvero vogliono creare un nuovo centrosinistra di governo. L’impressione è che si stanno avvitando su se stessi. Per cui per loro il rischio è che che siano sempre più percepiti solo come anti PD. Tu non vedi questo avvitamento?

L’impressione dell’avvitamento su se stessi corrisponde ad un fatto oggettivo. Per gli scissionisti l’imperativo categorico è cancellare la leadership Renzi. Il resto viene dopo. Ogni loro mossa è subordinata a questo obiettivo. Ecco perché paiono ruotare attorno allo stesso perno.

Massimo D’Alema sta vivendo una fase inedita per uno con la sua storia . Una sorta, come qualcuno polemicamente lo ha definito, di “gruppettaro”. Una strana eterogenesi dei fini per l’uomo più di apparato della politica italiana. Verrebbe da ricordargli il monito di Lenin sull’estremismo…Come ti spieghi questa fase dalemiana, una fase assolutamente da non banalizzare solo come anti renzismo. C’è qualcosa di più profondo?

Sì, la domanda coglie molto bene la mutazione, quasi genetica, di uno dei leader politici più influenti degli ultimi 25 anni, uno dei 28 italiani che ha fatto il presidente del Consiglio nel secondo dopoguerra. Per tutta una vita D’Alema ha incarnato la concezione leninista-gramsciana-togliattiana per cui prima di tutto viene il Partito. Per cui il noi viene sempre prima dell’io. Per cui è meglio sbagliare col Partito che aver ragione da soli. Incoraggiando la scissione dal “Partito” per ragioni prevalentemente di incompatibilità personale con Renzi, D’Alema ha archiviato la propria storia comunista e appare come uno dei tanti leader, che sembrano mossi più da motivazioni individuali che da spinte “generali”. Magari non è così. Ma l’impressione è quella.

Il PD pare vivere una congiuntura di non tensione. Ma dietro l’angolo ci sono le le elezioni siciliane. E lì il tappo salta. che faranno Franceschini e Orlando?

Vedremo. Ci sono le liste elettorali da fare e i non-renziani del Pd contratteranno una tregua con Renzi, in cambio di qualche seggio in più.  Se avranno coraggio, porranno il problema del leader da indicare per palazzo Chigi, cioè Gentiloni. Altrimenti se ne riparlerà dopo le elezioni. Se il Pd conquisterà più del 25 per cento, Renzi resterà segretario, ma se i democratici alle Politiche prenderanno un voto in meno del Pd di Bersani nel 2013, allora la poltrona di Renzi potrebbe saltare.

Veniamo al centrodestra. Berlusconi dice: Io sono il PPE in Itala. Però ha capito che senza l’alleanza con Salvini non vince . Intanto apre al rosatellum. Insomma anche qui siamo nella precarietà politica. E’ così?

Berlusconi è più avanti di Renzi nella costruzione di una coalizione. Ma fino a quando non si sa come si vota, sono tutte illazioni.

Ultima domanda: Quale sarà il futuro di Gentiloni? Io non credo la   “panchina ” anzi…

Paolo Gentiloni non muoverà una foglia per passare dalla “panchina” al ruolo di centravanti. E’ leale con Renzi che lo ha scelto e sa che, brigando per sé, diventerebbe uno dei tanti trasformisti della storia della Repubblica. Attenderà di essere “chiamato” come salvatore della Patria. La partita si giocherà prima delle elezioni, Renzi non lo indicherà spontaneamente come candidato a palazzo Chigi, ma la “forza delle cose” potrebbe riservare qualche sorpresa.

Piccole patrie e grandi patrie.
Una riflessione di Pierluigi Castagnetti

 


Pubblichiamo una breve riflessione sul referendum in Catalogna di Pierluigi Castagnetti (Ex Segretario Nazionale), uno dei Padri dell’europeismo contemporaneo.

Piazza Catalunya, Barcellona (Gettyimages)

Sulla vicenda catalana si possono, e forse si debbono, fare tante considerazioni. A partire dalla demenziale gestione da parte del governo Rajoy: non si manda la Guardia Civil a Barcellona autorizzandola all’uso della forza per impedire un referendum comunque illegittimo, che poi si svolge ugualmente. Ma, soprattutto, non si arriva a qst limite senza prima aver fatto effettivamente ricorso ai tradizionali mezzi della politica: dialogo, trattative, concessioni, mediazioni. È dai tempi del riconoscimento della nazionalità ai Paesi Baschi che si sapeva che prima o poi si sarebbe dovuti giungere allo stesso risultato con la Catalogna, con la costituzione finale di una Confederazione Spagnola. Operazione che andava pensata e preparata con intelligenza, pazienza e percorsi costituzionali adeguati. Adesso lo si dovrà fare in condizioni politiche e sociali decisamente compromesse.
Ma il punto che mi angoscia è un altro, e riguarda il possibile effetto-contagio nelle altre catalogne presenti in Europa.  
Al netto delle condizioni storiche, geografiche, linguistiche, religiose che a volte, senza giustificarla, possono spiegare una certa tensione indipendentistica, si sta irrobustendo nel dibattito politico europeo una certa propensione antisolidaristica che non può che generare spinte disgregatrici. Quando si dice “noi versiamo più tasse di quanto non ci ritorni in investimenti statali” o, se si tratta dell’Ue, “noi siamo contributori netti, nel senso che versiamo di più di quanto ci rientri” si innesca il virus che prima o poi porta alla disgregazione. È pacifico che all’interno di un paese se le attività produttive sono dislocate prevalentemente in un’area, quell’area verserà più tasse allo Stato il quale le distribuirà in modo proporzionato alle diverse esigenze di ogni territorio, così come chi è più ricco pagherà più tasse anche a vantaggio di chi ha minori disponibilità. È il principio di solidarietà che regge l’unità degli Stati, e anche l’unità dell’Europa politica formata da tanti Stati.
Se la politica guida le pretese antisolidaristiche dei singoli e dei territori contraddice semplicemente la sua funzione. A che serve, a quel punto? Si illude di coltivare in tal modo il massimo del consenso senza capire che invece coltiva la contestazione in radice della sua utilità.

Dove va la nuova Germania? Intervista ad Angelo Bolaffi

Tutta l’opinione pubblica europea si sta interrogando sulle conseguenze del voto tedesco di domenica scorsa. Un voto che ha visto il crollo di consensi elettorali dei due partiti storici: CDU e SPD. Angela Merkel,Cancelliera riconfermata dal voto, ora  inizierà una lunga trattativa per dare un governo alla Germania. Cerchiamo di capire, in questa intervista, con il filosofo della politica e grande studioso della cultura germanica, come si evolverà la situazione politica tedesca.

Professore, vorrei cominciare questa nostra Intervista citando una frase del suo libro, fatto insieme all’economista Pierluigi Ciocca, sulla Germania: “Il vero segreto dell’odierna leadership tedesca, quello che potremmo chiamare il fondamento della sua capacità egemonica, non è di natura economica, (…) ma è in primo luogo di natura spirituale e culturale (…) una sorta di miracolo etico-politico, un “miracolo democratico””. Le chiedo: dopo queste elezioni con tutto il loro portato di novità pesanti, la Germania avrà ancora questa leadership? Insomma che immagine di Germania esce fuori da queste elezioni?

La domanda è molto importante e interessante. Io penso che, proprio dopo queste elezioni, si vedrà se questo miracolo etico-politico è avvenuto e quindi la Germania sarà capace di affrontare questa nuova sfida oppure se, come certi critici sostengono, una sorta di “eterna” Germania riappare. Io sono convinto che la Germania occidentale, dopo la seconda guerra mondiale, ha fatto un vero e proprio rinnovamento spirituale, che l’ha portata ad essere una nazione assolutamente fondata sui valori occidentali e sui valori della democrazia liberale. Come tutti i paesi dell’occidente anche in Germania oggi assistiamo ad un ritorno a posizioni autarchiche ed identitarie, fondamentalmente reazionarie. Da questo punto di vista il voto di domenica indica che la Germania è diventata anch’essa un paese “normale” come tutti gli altri e anche lì c’è una destra, che secondo me non avrà futuro, ma certo è una grande sfida alla Germania democratica.

Parliamo delle elezioni. Come tutti, ormai, sappiamo che le elezioni hanno segnato sì la vittoria di Angela Merkel, ma con una perdita pesante di consenso, la sconfitta bruciante della SPD, l’avanzata paurosa del partito di estrema destra AFD, il buon risultato dei liberali, dei verdi e della Linke. Le chiedo qual è la causa “radicale” della perdita di consenso della Signora Merkel? Tutti gli analisti erano concordi che avrebbe avuto un gran risultato, frutto del buon governo. Invece qualcosa è andato storto. Cosa?

Intanto il risultato dimostra che quello che normalmente si dice, cioè che un buon governo (inteso come economia funzionante, disoccupazione al minimo, pochi scandali…) viene apprezzato dagli elettori, non è vero. Quello che gli elettori probabilmente hanno voluto esprimere (ovviamente non gli elettori di estrema destra, ma gli elettori che hanno protestato) è che in fondo il loro voto non contasse niente, che ormai la Merkel aveva vinto, che comunque non c’era alternativa. Questo ha provocato una “stizza” in una parte dell’elettorato, che oltretutto non ne poteva più della “grossa coalizione”, che normalmente tende a rafforzare le spinte alle ali estreme, tanto è vero che la Linke non ha perso e l’AFD all’Est ha avuto un successo oltre ogni previsione.

Veniamo alla SPD. I Socialdemocratici adesso andranno, salvo sorprese, all’opposizione. Questo anche per non lasciare all’AFD lo spazio dell’opposizione. Però quali sono le ragioni del crollo? Perché ha perso il suo radicamento?

A mio parere il vero fatto epocale di queste elezioni è la crisi della SPD. Tutti sono focalizzati sulla AFD, che non durerà, mentre il declino della SPD è un declino storico, epocale e rientra nel declino di tutta la sinistra socialdemocratica europea (in Francia, Spagna, abbiamo visto come è andata). Secondo me ci sono due motivi. Un primo motivo, che unisce tutte queste realtà, è che si sta avverando la profezia di Dahrendorf, che tanti anni fa aveva detto che è finito il secolo socialdemocratico, In più l’SPD aggiunge che si è dissanguata nella grossa coalizione, nel senso che ha portato acqua al mulino della Merkel senza sapersi differenziare, tanto è vero che appena Schultz è sceso in campo per un momento ci fu un aumento dei consensi, dalle indagini demoscopiche, immenso, e questo vuol dire che gli elettori stavano cercando qualcuno che desse vita alla democrazia tedesca.

Per rinascere alla socialdemocrazia basterà l’opposizione oppure dovrà passare anche attraverso un processo di rifondazione culturale?

Dovrà andare all’opposizione, “leccarsi le ferite”, ricostruire il suo personale politico, perché Schultz non ha nessun carisma come leader e dovrà fare una svolta simile a quella che fece nel lontano 1959 a Bad Godesberg, cioè dovrà reinventare una strategia socialdemocratica, altrimenti il declino è inevitabile.

 Parliamo dell’AFD. Partito di estrema destra razzista, neonazista, che ha raccolto il disagio della parte orientale della Germania. Pensa che possa costituire un pericolo per la democrazia tedesca?

Un pericolo no, un brutto segnale sì. È uno “sfregio” all’immagine della Germania. Non è bello per motivi storici e politici. D’altra parte la situazione è questa e anche la Germania subisce i contraccolpi culturali, economici e politici della globalizzazione.

Dicevamo, poc’anzi, del disagio socio-economico in Germania; disagio che si è rivelato pesante. Eppure dall’esterno, nell’opinione pubblica europea, lo si percepisce poco. Quali sono i fattori di crisi di un sistema che ha garantito, comunque, un certo benessere?

 Penso che sia meno legato a fattori economici – che sicuramente ci sono -, ma c’è una preponderanza di fattori culturali. Non è un caso che nelle regioni dell’est che sono sicuramente, dal punto di vista economico, sottosviluppate, ma dal punto di vista culturale e politico arretrate (vengono da una mancanza di esperienza democratica di cinquant’anni) vediamo che vanno bene la Linke e l’AFD.

Tra i fattori della perdita di consenso sicuramente c’è anche il fattore immigrazione. Lei pensa che il sistema tedesco ha avuto dei limiti?

Integrare un milione di persone di religione musulmana è molto complicato. A mio parere si è sottovalutato l’impatto psicologico di questo fattore su cui hanno giocato anche elementi eccezionali (attentati terroristici), e certamente questo ha giocato. D’altra parte il declino demografico della Germania non lascia alternative: ha bisogno degli immigrati. E di quelli che vengono in Europa sono per la maggior parte musulmani e questo è un problema.

Germania ed Europa. Come pensa che si svilupperà il rapporto?

Sicuramente avremo adesso un semestre bianco, perché bisogna aspettare le elezioni della Bassa Sassonia in Germania, poi la formazione del governo, poi ci sono le elezioni in Italia. Avremo un momento di riflessione. Sicuramente qui la vecchia metafora della bicicletta torna d’attualità: l’Europa non può fermarsi perché o va avanti o cade. Quindi la Germania non può essere che una Germania più europeista.

Verso l’ultimo giro della legislatura. Intervista a Fabio Martini

(AUGUSTO CASASOLI/CONTRASTO)

 

Lingarbugliata politica italiana tra qualche giorno si prenderà una pausa. Al rientro incomincerà lultimo giro, assai complicato, di questa tormentata legislatura. E saranno mesi decisivi in vista delle prossime elezioni politiche. Con Fabio Martiniretroscenista e cronista parlamentare del quotidiano torinese La Stampa, abbiamo, in questa intervista, fatto unanalisi delle sfide politiche dei prossimi mesi.

 

Fabio Martini, per quanto è possibile, cerchiamo di immaginare le prossime sfide politiche che avremo alla ripresa dopo la pausa estiva. Incominciamo con Pisapia e il nuovo centrosinistra “allargato”. Pensi che la reazione scomposta dei leader di Articolo 1 (Bersani e Speranza) al famoso abbraccio “Pisapia-Boschi”, reazioni che ho trovato pretestuose , abbia affossato il progetto di “Insieme”? Io vedo due disegni politici inconciliabili…

 

<E’ vero, ci sono sensibilità diverse nell’area che vorrebbe unirsi attorno a Giuliano Pisapia, un’area che comprende personalità distanti tra loro e lungo un arco che va da Massimo D’Alema (nella sua recente versione “massimalista”), fino a Bruno Tabacci, erede orgoglioso della tradizione democristiana, passando per un “comunista emiliano” come Pierluigi Bersani.  Ma poiché queste diverse personalità e l’area nel suo complesso sono uniti dalla voglia di ridimensionare il Pd a guida Renzi, alla fine saranno ” costretti” ad unirsi. Dietro la leadership mite di Giuliano Pisapia>.

 

 

Veniamo a Romano Prodi. Per ora il Professore sposta la sua tenda dal PD. Ha scelto una posizione defilata. Pensi che possa diventare l’arma letale di Pisapia per scompaginare sia Articolo 1 che il PD. Per creare così il nuovo Ulivo? Un alleato, in questo disegno, potrebbe essere Franceschini?

 

<Romano Prodi, che sta vivendo una seconda giovinezza, lascerà la sua tenda ben distante da quella del Pd, se Renzi non correggerà sensibilmente la linea, se proseguirà nella sua guida solitaria ed escludente. In quel caso Prodi lascerà trasparire maggiormente la sua simpatia per Pisapia, a patto che nel frattempo l’ex sindaco di Milano sarà riuscito a federare l’area di sinistra su una linea alternativa al Pd, ma non da “Fronte popolare”. Se queste due premesse si realizzeranno Prodi potrebbe rappresentare, se non l’arma letale, almeno un valore molto aggiunto per “Insieme”. Quanto a Franceschini, si giocherà la sua partita dentro il Pd, cercando di ottenere (non sarà facile) quanti più parlamentari “garantiti” possibile. Riservandosi di giocare la partita vera: quella del dopo-elezioni. Quando si capiranno due cose: se Renzi sopravviverà ad una eventuale sconfitta elettorale e la durata della prossima legislatura>

 

 

Parliamo di Renzi e del PD. Il PD è un partito indebolito dalle recenti sconfitte amministrative. Un partito cui identità è SEMPre più debole. Insegue i temi  dei invece che dettare l’agenda politica. L’ultima battuta DI Renzi è emblematica: parliamo di coalizioni con quelli che vogliono abbassare le tasse…Sogna un  nuovo “Nazareno”?

<Renzi ha smesso di sognare quando aveva…otto anni! Nel senso che è un leader pragmatico, ma anche – per dirla con Arturo Parisi – “prigioniero del proprio io”. L’ipotesi di un accordo di governo Pd-Forza Italia per il dopo-elezioni pare sempre meno probabile. Silvio Berlusconi, 23 anni dopo la sua scesa in campo, è stato rimesso in gioco dagli errori altrui e si giocherà la partita assieme agli alleati di centrodestra>.

 

Se dovesse essere sconfitto, come è probabile, alle elezioni siciliane, pensi che per Matteo Renzi sia l’inizio della fine della sua parabola politica?

 

<Il contraccolpo di una eventuale sconfitta sarebbe pesante. Ma i suoi alleati interni (ex popolari, ex Ds) non lo costringeranno alla resa anticipata. Il vero “fixing” si misurerà alle Politiche. Con un Pd attorno al 20 per cento, Renzi rischia grosso, ma con una percentuale attorno al 25, per lui si profilerebbe una lunga vita>

 

 

Pensi che Renzi, per la sua salvezza, accentuerà il suo populismo?

<Grosso modo mancano ancora otto-nove mesi alle elezioni. E’ presto per capire se Renzi deciderà o meno di cambiare strategie comunicative>.

 

Veniamo al Centrodestra. Stando  ai sondaggi gode di buon salute “numerica”. Pensi che sia in buona salute anche politicamente ?

 

<La partita per il primato, che stavolta non si può sciogliere nei sinedri tra capi, si giocherà davanti agli elettori: chi prenderà più voti, tra Salvini e Berlusconi, darà le carte>.

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Chi potrà prendere in mano il centrodestra? Il Ticket Salvini-Parisi ? e Berlusconi?

<Prima del voto non accadrà nulla. Decideranno gli elettori>.

 

I 5stelle? Non vedo accresciuta la loro credibilità politica.Per te?

<Le intenzioni di voto restano alte, a dispetto della prova non brillantissima alla guida di Roma. La credibilità dei 5 Stelle non è cresciuta, neppure tra i loro elettori, ma chi li vuol votare, evidentemente non ritiene decisiva la prova di governo. Le motivazioni sono altre>.

 

E sulla legge elettorale ? Mattarella auspica un nuovo dialogo. Quante probabilità ci sono per una ripresa ?

 

<Si profila una nuova sceneggiata per “armonizzare” le normative attualmente previste per Camera e Senato e diverse tra loro. Sarà comunque una brutta pagina, inconcludente>.

Ultima domanda : Come sarà ricordata questa legislatura?

<Facciamola finire. Il consuntivo delle leggi potrebbe essere meno deprimente di quanto si creda. Quello politico, legato al destino dell’Italia, potrebbe essere invece assai più deprimente>.