Verso l’ultimo giro della legislatura. Intervista a Fabio Martini

(AUGUSTO CASASOLI/CONTRASTO)

 

Lingarbugliata politica italiana tra qualche giorno si prenderà una pausa. Al rientro incomincerà lultimo giro, assai complicato, di questa tormentata legislatura. E saranno mesi decisivi in vista delle prossime elezioni politiche. Con Fabio Martiniretroscenista e cronista parlamentare del quotidiano torinese La Stampa, abbiamo, in questa intervista, fatto unanalisi delle sfide politiche dei prossimi mesi.

 

Fabio Martini, per quanto è possibile, cerchiamo di immaginare le prossime sfide politiche che avremo alla ripresa dopo la pausa estiva. Incominciamo con Pisapia e il nuovo centrosinistra “allargato”. Pensi che la reazione scomposta dei leader di Articolo 1 (Bersani e Speranza) al famoso abbraccio “Pisapia-Boschi”, reazioni che ho trovato pretestuose , abbia affossato il progetto di “Insieme”? Io vedo due disegni politici inconciliabili…

 

<E’ vero, ci sono sensibilità diverse nell’area che vorrebbe unirsi attorno a Giuliano Pisapia, un’area che comprende personalità distanti tra loro e lungo un arco che va da Massimo D’Alema (nella sua recente versione “massimalista”), fino a Bruno Tabacci, erede orgoglioso della tradizione democristiana, passando per un “comunista emiliano” come Pierluigi Bersani.  Ma poiché queste diverse personalità e l’area nel suo complesso sono uniti dalla voglia di ridimensionare il Pd a guida Renzi, alla fine saranno ” costretti” ad unirsi. Dietro la leadership mite di Giuliano Pisapia>.

 

 

Veniamo a Romano Prodi. Per ora il Professore sposta la sua tenda dal PD. Ha scelto una posizione defilata. Pensi che possa diventare l’arma letale di Pisapia per scompaginare sia Articolo 1 che il PD. Per creare così il nuovo Ulivo? Un alleato, in questo disegno, potrebbe essere Franceschini?

 

<Romano Prodi, che sta vivendo una seconda giovinezza, lascerà la sua tenda ben distante da quella del Pd, se Renzi non correggerà sensibilmente la linea, se proseguirà nella sua guida solitaria ed escludente. In quel caso Prodi lascerà trasparire maggiormente la sua simpatia per Pisapia, a patto che nel frattempo l’ex sindaco di Milano sarà riuscito a federare l’area di sinistra su una linea alternativa al Pd, ma non da “Fronte popolare”. Se queste due premesse si realizzeranno Prodi potrebbe rappresentare, se non l’arma letale, almeno un valore molto aggiunto per “Insieme”. Quanto a Franceschini, si giocherà la sua partita dentro il Pd, cercando di ottenere (non sarà facile) quanti più parlamentari “garantiti” possibile. Riservandosi di giocare la partita vera: quella del dopo-elezioni. Quando si capiranno due cose: se Renzi sopravviverà ad una eventuale sconfitta elettorale e la durata della prossima legislatura>

 

 

Parliamo di Renzi e del PD. Il PD è un partito indebolito dalle recenti sconfitte amministrative. Un partito cui identità è SEMPre più debole. Insegue i temi  dei invece che dettare l’agenda politica. L’ultima battuta DI Renzi è emblematica: parliamo di coalizioni con quelli che vogliono abbassare le tasse…Sogna un  nuovo “Nazareno”?

<Renzi ha smesso di sognare quando aveva…otto anni! Nel senso che è un leader pragmatico, ma anche – per dirla con Arturo Parisi – “prigioniero del proprio io”. L’ipotesi di un accordo di governo Pd-Forza Italia per il dopo-elezioni pare sempre meno probabile. Silvio Berlusconi, 23 anni dopo la sua scesa in campo, è stato rimesso in gioco dagli errori altrui e si giocherà la partita assieme agli alleati di centrodestra>.

 

Se dovesse essere sconfitto, come è probabile, alle elezioni siciliane, pensi che per Matteo Renzi sia l’inizio della fine della sua parabola politica?

 

<Il contraccolpo di una eventuale sconfitta sarebbe pesante. Ma i suoi alleati interni (ex popolari, ex Ds) non lo costringeranno alla resa anticipata. Il vero “fixing” si misurerà alle Politiche. Con un Pd attorno al 20 per cento, Renzi rischia grosso, ma con una percentuale attorno al 25, per lui si profilerebbe una lunga vita>

 

 

Pensi che Renzi, per la sua salvezza, accentuerà il suo populismo?

<Grosso modo mancano ancora otto-nove mesi alle elezioni. E’ presto per capire se Renzi deciderà o meno di cambiare strategie comunicative>.

 

Veniamo al Centrodestra. Stando  ai sondaggi gode di buon salute “numerica”. Pensi che sia in buona salute anche politicamente ?

 

<La partita per il primato, che stavolta non si può sciogliere nei sinedri tra capi, si giocherà davanti agli elettori: chi prenderà più voti, tra Salvini e Berlusconi, darà le carte>.

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Chi potrà prendere in mano il centrodestra? Il Ticket Salvini-Parisi ? e Berlusconi?

<Prima del voto non accadrà nulla. Decideranno gli elettori>.

 

I 5stelle? Non vedo accresciuta la loro credibilità politica.Per te?

<Le intenzioni di voto restano alte, a dispetto della prova non brillantissima alla guida di Roma. La credibilità dei 5 Stelle non è cresciuta, neppure tra i loro elettori, ma chi li vuol votare, evidentemente non ritiene decisiva la prova di governo. Le motivazioni sono altre>.

 

E sulla legge elettorale ? Mattarella auspica un nuovo dialogo. Quante probabilità ci sono per una ripresa ?

 

<Si profila una nuova sceneggiata per “armonizzare” le normative attualmente previste per Camera e Senato e diverse tra loro. Sarà comunque una brutta pagina, inconcludente>.

Ultima domanda : Come sarà ricordata questa legislatura?

<Facciamola finire. Il consuntivo delle leggi potrebbe essere meno deprimente di quanto si creda. Quello politico, legato al destino dell’Italia, potrebbe essere invece assai più deprimente>.

“Penso che per il nuovo Centrosinistra il dialogo con il PD sia necessario”. Intervista a Bruno Tabacci

 Sono giorni complicati per la politica italiana. Giorni che fanno registrare riposizionamenti politici. Tra questi ci sono state le dimissioni del ministro centrista Costa.

Anche a nell’  ambito del Centrosinistra si registrano movimenti e azioni che dovrebbero puntare ad un ridisegno complessivo. Tra questi ci sono quelli di Giuliano Pisapia. Ieri l’ex Sindaco di Milano era a Roma dove ha incontrato diversi leader politici dell’area del centrosinistra. La famosa  “cabina di regia” di “Insieme” slitta ancora. Molto probabilmente la prossima settimana  il quadro sarà più chiaro.  Per parlare delle prospettive di “Insieme” e , più in generale, di un centrosinistra rinnovato (o allargato) abbiamo sentito uno dei leader politici che sta lavorando a questa prospettiva in stretta sintonia con Giuliano Pisapia: Bruno Tabacci.  Tabacci è deputato ed è leader di “Centro Democratico”.

Onorevole Tabacci, partiamo da una sua affermazione: per lei “Giuliano Pisapia è il nuovo Prodi”. Perché?

Diciamo che la sua capacità di tenere uniti, mettere insieme, di federare persone posizioni che vengono da culture diverse è stato sperimentata dalla primavera milanese del 2011 quando riuscì a conquistare il Comune di Milano e io, poi, mi trovai in giunta , nominato da lui (Pisapia) a fare l’Assessore al bilancio. Quindi questa sua capacità di mettere insieme, coagulare è dimostrata da un precedente che ha fatto storia e ,in Italia, ci sarebbe bisogno di una operazione analoga in questa fase.

Ora Prodi, che ha spostato la sua tenda ancora più distante dal PD, darà una mano a costruire il “centrosinistra allargato”. Non sono troppi due “federatori”?

Il contributo del Professor Prodi è determinante decisivo e lui tutte le volte che ne ha fatto cenno ha detto che non si sentiva in campo in prima persona ma che avrebbe a iutato cosa che poi lo ha fatto anche con i suoi interventi pubblici  e ha sempre tenuto questa linea, per questo noi gli siamo grati

“Insieme”,organismo che sta nascendo dopo la recente manifestazione di Piazza Santi Apostoli, a questo guardano, tra gli altri, anche due leader di Articolo 1 che pesano assai: D’Alema e Bersani. Come sappiamo questi leader hanno pensieri diversi, per meglio dire “sfumature” (chiamiamole così), sul destino del Centrosinistra italiano. Però con un punto in comune: l’avversione a Renzi. Pensa che il dialogo con il PD di Renzi sia impossibile?

Io penso che il dialogo con il PD sia necessario, ovviamente pensiamo ai milioni di elettori, alle migliaia di attivisti che hanno creduto e credono nel ruolo del Partito Democratico, questo a prescindere dal segretario, che di volta in volta è chiamato a rappresentarne la linea e le eventuali scelte conseguenti. Quindi non è una questione di pro o contro Renzi, noi vogliamo dialogare con il PD e con i suoi elettori e credo che questo sia possibile, e credo anche che “Articolo 1” debba togliersi dalla sindrome della scissione, hanno compiuto questa scelta ma adesso bisogna guardare avanti non indietro.

E’ superata la diffidenza di Articolo 1 nei vostri confronti?

Non so se ci sia mai stata diffidenza, ma se c’è stata da parte di Articolo 1 si è trattato di un errore di valutazione perché noi nasciamo proprio con l’esperienza delle primarie del 2012 e con le elezioni politiche del 2013 con “L’Italia Bene comune” che aveva tre soci che avevano sottoscritto quel manifesto, uno del PD, uno di SEL di Vendola, e poi c’eravamo noi. Quindi non credo ci sia posto per fraintendimenti, è bene però che Articolo 1 non creda di essere l’ombelico del mondo perché se fosse così sbaglierebbe.

Torniamo al Pd. Renzi dice: parliamo di programmi e non di coalizioni…

Lui è preso da questa sindrome della cavalcata solitaria, per cui presume di interpretare da solo gli umori del paese e quindi diffida dall’opzione della coalizione, io invece credo che coalizzare anche esperienze diverse sia fondamentale se si vuole poi dar vita a delle maggioranze che siano capaci di governare un Paese come il nostro.

Adesso che Alfano ha rotto con il PD, per confluire nel centrodestra, questo potrebbe aiutare una  possibile riorganizzazione del centrosinistra? In questo il suo gruppo potrebbe giocare un ruolo…

Alfano intanto diciamo che ha reagito a delle provocazioni che ha subito nelle settimane scorse, Renzi, infatti, ha tentato di liquidarlo anche in malo modo dopo che lui in tutta questa legislatura era stato leale, prima al governo Letta, poi al governo Renzi e, adesso, a quello                              Gentiloni. Io dico questo perché cerco di tenere alta la mia tensione di onestà intellettuale, quindi non mi va di dire una cosa solo perché conviene dirla, la dico se ne sono convinto. Ora, lui ha reagito (alle provocazioni), ed è chiaro che non essendoci spazio per azzardare una collaborazione elettorale di centro-sinistra per tantissime ragioni, ha dovuto riprendere il percorso che ben conosce, cioè il ritorno da Berlusconi. Questo lo si può guardare come lo si vuole, ma la politica è un po’ geometria, se non ci sono le condizioni per andare in una direzione e si decide di rimanere in campo si è costretti a scegliere l’altra. Il problema del centro-sinistra però si pone ugualmente, noi crediamo di poter dare un contributo e lo diamo, non è perché se Renzi non crede alla coalizione in questo momento noi cambiamo campo, siamo in questo campo e speriamo quindi di riportare il centro-sinistra almeno ad essere competitivo, perché così com’è c’è il rischio di non giocare nemmeno la partita.

Dopo la manifestazione di Santi Apostoli si è parlato di “cabina di regia”. Finora non siè visto nulla. Chi, secondo lei, dovrebbe farne parte?

Noi il primo di Luglio abbiamo fatto questa manifestazione tutti convinti, per la verità se ci fosse stata qualche bandiera rossa in meno era pure meglio, non perché le bandiere rosse debbano essere espunte, ma per il fatto che se si concorda che si fa una manifestazione senza bandiere per mettere in evidenza il fatto che si tratta di un cosa nuova allora bisogna rispettare le scelte che si hanno. Sul terreno concreto è chiaro che la cabina di regia è la conseguenza anche di scelte politiche che devono essere nette, ad esempio nei confronti del governo Gentiloni io non credo che si possa lavorare per andare ad una rottura tanto più che in questo momento Gentiloni si muove con forte autonomia anche rispetto al Partito Democratico, quindi si possono fare le cabine di regia se non hanno opinioni troppo distanti, se no si fa solo confusione.

A lei andrebbe bene Paolo Gentiloni come prossimo premier per tutto il centrosinistra?

Paolo Gentiloni ha dato di sé una buona prova, è dotato di grande equilibrio, di grande serietà e credo che potrebbe essere il riferimento per il governo della prossima legislatura.

Ha un consiglio dare a Matteo Renzi?

È difficile dare dei consigli a Matteo Renzi anche perché normalmente non li sollecita e quindi a una persona normale non viene nemmeno in mente di darglieli. Se sfoglio il suo ultimo libro vedo che aveva detto che avrebbe parlato del “nuovo” Renzi ma in realtà ha parlato molto del passato e ha riconfermato tutti gli strascichi che hanno accompagnato la sua  , per molti aspetti straordinaria, esperienza politica ma anche fatta da punture eccessive che hanno finito per lasciare lungo la strada un sacco di avversari che via via gli sono diventati nemici.

Un giudizio sulle dimissioni del Ministro Costa?

Il governo può andare avanti senza problemi. Le dimissioni di Costa sono un po’ ambigue perché, se aveva queste ragioni insuperabili, sarebbe stato più saggio se lo avesse fatto prima . Quindi il governo può benissimo andare avanti.

 

“Sta arrivando una nuova destra, e questo dibattito a sinistra è la certificazione di un fallimento”. Intervista ad Alessandro De Angelis

Alessandro De Angelis

Appena gli domandi se tra Renzi e Pisapia il dialogo è possibile, Alessandro De Angelis è tranchant: “Ma dai, tutte queste chiacchiere ‘coalizione sì, coalizione no, coalizione forse’, fiumi di inchiostro per una storia che sta diventando marginale. Il problema è ben altro. Sta arrivando una nuova destra, e il dibattito a sinistra è solo la certificazione di un fallimento”. Firma di punta dell’HuffPost, Alessandro De Angelis segue con attenzione tutto ciò che è politica: “Perché ti sorprendi se dico che l’uscita è a destra”?

Cioè tu pensi che il Pd…

Ti fermo subito. Anzi, ti rigiro la domanda: mi dici quale messaggio hanno ricevuto gli italiani da Renzi dopo il 4 dicembre? Te lo dico io: nessuno. È mancata l’elaborazione del lutto, l’analisi della sconfitta e delle sue ragioni, ravvisabili evidentemente nelle politiche del suo governo e nel modo in cui ha interpretato la leadership.

Ha provato ad andare al voto.

Appunto, la fretta non è un programma politico. Non una idea di paese, non una discussione su un progetto, solo l’idea ossessiva di una rivincita per recuperare il potere perduto. Ed è arrivata la botta delle amministrative, segno che il rapporto tra Pd e paese è seriamente compromesso.

A Milano Renzi ha rilanciato sull’idea del Lingotto.

Quello nato al Lingotto era un partito inclusivo, che teneva assieme, o almeno ci provava, i lavoratori “ma anche” l’impresa, i cattolici ma anche i laici, etc, ma all’interno di un campo: il campo della sinistra di governo. Con Renzi in questi anni si compia la mutazione genetica del Pd: l’uscita dal campo. Un partito che sceglie la rottura a sinistra, nell’illusione di conquistare il voto moderato, e che accentua i tratti personalistici e leaderistici. Insomma, e a Milano si è capito bene, il Pd è destinato a diventare una “lista Renzi” che punta al centro e dopo il voto, se ci sono le condizioni, punta ad allearsi con Forza Italia.

E non dialogherà mai con Pisapia?

Ma quale dialogo… Ormai è irrealistico che Pisapia si smarchi da Bersani. La piazza di Santi Apostoli ha messo un punto fermo su questo. Ma la verità è che tutta la sinistra, avanti così è destinata alla sconfitta. Delle responsabilità di Renzi abbiamo parlato, ma se vogliamo andare a fondo, dobbiamo anche dire che Renzi è stato l’imprenditore politico di una crisi già in atto della sinistra. Non è che prima c’era l’età dell’oro. Vedo che si parla con nostalgia dell’Ulivo o del Pd che, di fronte al crollo del berlusconismo si affida ai tecnici favorendo l’esplosione dei Cinque Stelle e potrei continuare. In sintesi, il ciclo politico renziano si sta per chiudere, anche se magari Renzi non se ne rende conto, ma questo coinciderà, come frutto degli errori di questi anni, temo, con la sconfitta della sinistra nel suo insieme. Dunque, a ben vedere, il problema è ben più grande di Renzi.

Quale sarebbe secondo te il problema?

Non vedo consapevolezza del declino italiano, proposte, idea di paese. Vedo però che c’è un popolo di centrodestra che spinge verso il governo una classe politica neanche tanto brillante. Guarda che il risultato delle amministrative è indicativo. Attenzione: non è la destra liberista di Berlusconi e la Lega non è quella di Bossi. Si intravede una nuova destra, capace di coniugare sovranismo e capitalismo, e che propone una gestione securitaria dell’immigrazione. Non so chi sarà il leader ma il vento soffia in quella direzione.

Berlusconi però sembra muoversi su una prospettiva diversa. Chiede un centrodestra moderato per fare le larghe intese dopo?

Berlusconi è Berlusconi. È sempre quello che votò il governo per tirarlo giù dopo la decadenza urlando al colpo di Stato o che vota Napolitano per poi dargli del golpista. Berlusconi è moderato o estremista a seconda di come gli conviene a tutela dei suoi interessi. Oggi li tutela appoggiando di fatto Gentiloni, ma se sente odore di vittoria cambia schema in tre minuti.

“Costruire, nel Pd, attorno al Pd e anche oltre il Pd l’unità dei riformisti”. Intervista a Giorgio Tonini

Giorgio Tonini (La Presse)

La politica italiana vive giorni di grande fibrillazione .Sullo sfondo c’è ancora la vicenda ConsipIntanto prosegue a sinistra il dibattito sulle nuove possibili alleanze di governo.

Di questo parliamo con il Senatore Giorgio Tonini, vice-presidente del gruppo PD al Senato e Presidente della Commissione Bilancio a Palazzo Madama.

Senatore Tonini, in questi ultimi 15 giorni la politica italiana ha vissuto un “immenso gioco dell’oca”. Mi riferisco certamente alla vicenda della legge elettorale e, legata a questa, alla “scoperta” (che assomiglia alla scoperta dell’acqua calda) da parte di Renzi delle coalizioni. Mi scuso per la durezza Senatore: ma è credibile un politico che si comporta così?

 

La politica italiana è entrata in una nuova fase di grave incertezza strategica il 4 dicembre scorso, quando l’esito negativo del referendum ha segnato il fallimento dell’ambizioso disegno riformatore che doveva dare all’Italia una solida democrazia maggioritaria. Il tanto vituperato «combinato disposto» di riforma del bicameralismo e legge elettorale maggioritaria a doppio turno avrebbe consentito di andare al voto, al termine di questa legislatura, poco importa se qualche mese prima o meno, consegnando nelle mani dei cittadini elettori il potere di decidere a quale partito assegnare la maggioranza dei seggi in Parlamento e la possibilità di governare in modo stabile per l’intera legislatura. Svanita, per l’ennesima volta, questa prospettiva, a causa certamente degli errori di Renzi e di tutti noi, ma anche dell’irresponsabilità di gran parte della classe dirigente, non solo politica, del paese, ci siamo ritrovati in pieno contesto neo-proporzionale: alla persistenza del bicameralismo paritario, si sono aggiunte, nel frattempo, due sentenze della Corte costituzionale che hanno drasticamente indebolito la possibilità di imprimere una curvatura maggioritaria alla legge elettorale. È in questo scenario che il segretario del Pd, che nel frattempo ha vinto nuovamente la sfida democratica per la guida del partito, ha cercato di corrispondere all’appello del presidente Mattarella di dare comunque al paese una legge elettorale omogenea alla Camera e al Senato e condivisa da un ampio schieramento di forze politiche, ben oltre i confini della maggioranza di governo.

 

Quindi, anche negli ultimi giorni, Renzi ha le idee chiare, secondo lei? A molti non parrebbe…

 

L’atto di responsabilità e generosità, da parte di Renzi e del Pd, di non lasciare nulla di intentato per corrispondere alle sollecitazioni del Capo dello Stato, è stato scambiato, non sempre in buona fede, per un’abiura del principio maggioritario e per un’opzione a favore di quello proporzionale. In ogni caso, ci ha pensato l’ennesimo voltafaccia del M5s a far fallire l’accordo sul sistema tedesco e a far tornare tutti alla casella di partenza di quello che lei ha giustamente definito un gioco dell’oca. La casella di partenza sono le leggi elettorali vigenti (l’Italicum alla Camera e il Porcellum al Senato), come modificate dalle due citate sentenze della Consulta. In entrambe ha resistito un barlume di maggioritario: alla Camera col premio di maggioranza attribuito alla lista che prenda più voti delle altre e superi la soglia del 40 per cento dei votanti; al Senato con una soglia di accesso al riparto dei seggi fissata all’8 per cento in ciascuna regione… È in questo contesto che si è tornati a parlare di coalizione, o meglio, almeno alla Camera, di una «lista coalizionale» di centrosinistra, imperniata sul Pd come soggetto federatore di uno schieramento più ampio. Ad essere sinceri, non mi pare una grande novità, tanto meno una svolta. È quello che il Pd ha sempre detto e pensato, almeno da quando Renzi è il segretario.

 

A molti è parso di vedere chiaramente nell’accordo sulla legge proporzionale la pazza voglia di dar vita, dopo il voto, ad una «Grande coalizione» con il Cav. Insomma siamo alle solite:  il tatticismo renziano ha sempre un unico obiettivo, quello di tornare a Palazzo Chigi. Non le sembra che sia giunto il momento di cambiare per davvero? 

 

Il Pd ha fatto proprio, fin dalla sua fondazione, dieci anni fa, il principio  sul quale si basano tutte le democrazie parlamentari europee: alla guida del governo è chiamato il leader del partito più votato, che dunque è al tempo stesso capo del partito e del governo. Solo in Italia questa norma è continuamente sottoposta a obiezioni e critiche che nel resto d’Europa sono incomprensibili. Merkel e May, Tsipras e Rajoy hanno una sola cosa in comune: tutti e quattro sono premier del loro paese, in quanto sono, e fino a quando resteranno, leader del partito più votato. A Londra come a Berlino, a Madrid come ad Atene, sarebbe semplicemente inimmaginabile, perché in definitiva antidemocratico, che il premier fosse il leader di un partito minore, o un esponente minore del partito principale, o addirittura una personalità non di partito. Perfino in Francia c’è questa fusione di leadership politica e istituzionale, a condizione che il presidente eletto conquisti anche una chiara maggioranza parlamentare. Aggiungo che in tutte le democrazie europee si forma il governo attorno al leader del partito più votato, perfino nel caso che questi non disponga della maggioranza assoluta dei seggi in parlamento, come è il caso, in questa fase, di tutti e quattro i leader-premier citati. Nessuna forza minore si sognerebbe infatti di condizionare il proprio appoggio al governo esprimendo un veto alla premiership nei confronti del leader del primo partito. Presentare quindi la sacrosanta ambizione del leader del Pd di tornare alla guida del governo del paese attraverso una vittoria elettorale, anziché come la fisiologia di una democrazia matura e compiuta, come una pretesa capricciosa, se non una deriva autoritaria, non è altro che una delle manifestazioni più vistose e preoccupanti dell’anomalia della democrazia italiana, un’anomalia che il paese sta pagando cara da ormai troppo tempo.

 

Pisapia, Prodi in questi giorni hanno lanciato segnali chiari. E Prodi si è messo a disposizione per tenere unito il Centrosinistra. Lo sosterrete senza riserve? Insomma sarete aperti alla mediazione? E quali punti strategici dovrebbe avere una buona mediazione? 

 

Il Pd è nato per unire il centrosinistra. Ma l’unità del centrosinistra è un obiettivo totalmente altro rispetto ai due miti politici della Prima Repubblica: l’unità delle sinistre e l’unità politica dei cattolici. La definizione del Pd che preferisco è quella che ne diede Romano Prodi: il Pd è la «Casa comune dei riformisti», quei riformisti che prima erano divisi lungo linee di frattura disegnate dalla guerra fredda e che solo dopo la caduta del Muro di Berlino è stato possibile riunire, prima nell’Ulivo e poi nel Pd. Questa è l’unità che dobbiamo costruire, nel Pd, attorno al Pd e anche oltre il Pd: l’unità dei riformisti per cambiare l’Italia, per renderla un paese moderno e aperto, competitivo e inclusivo. Come i governi del Pd hanno cercato e stanno cercando di fare in questa difficile legislatura. Non possiamo invece riproporre agli elettori, che sarebbero i primi a rifiutarla, una unione senz’anima, machiavellica, pensata e costruita solo per vincere, ma poi nei fatti incapace di governare, perché priva di un vero collante politico e programmatico. Il Pd è nato proprio per superare le coalizioni coatte, tenute insieme solo dal nemico comune e per dare una vocazione maggioritaria all’unità dei riformisti.

 

Domenica prossima ci saranno i ballottaggi. In alcune realtà il PD è allo sbando. Non sarebbe ora che Renzi sì prenda cura del partito? 

 

Sì, spero che la nuova segreteria riesca a fare di più e meglio di quanto non siamo riusciti a fare noi negli anni scorsi. Detto questo, il Pd è il partito che ha già vinto nel numero maggiore dei comuni dove si è votato l’altra domenica e dove non ha vinto è quasi ovunque al ballottaggio. Dunque non è affatto allo sbando. Come avrebbe detto Mark Twain, la notizia della morte del Pd è risultata largamente esagerata. Così come, sempre alla luce dei risultati delle amministrative, è apparsa largamente esagerata e quantomeno prematura l’attribuzione al M5s dell’aura dell’invincibilità.

 

Ultima domanda: Renzi sarebbe disposto anche per la prossima legislatura a lasciare il campo a Gentiloni in nome di un interesse superiore, l’unità del centrosinistra?

 

Pensare di costruire l’unità del centrosinistra contro il leader del Pd, indicato come candidato premier da una consultazione popolare che ha coinvolto quasi due milioni di persone, mi parrebbe una ben strana pretesa. Su questo Gentiloni per primo ha detto parole chiare. Se gli elettori daranno al Pd la forza per proporsi come asse portante del governo del paese nella prossima legislatura, a guidare il governo non potrà che essere chiamato il leader del Pd. Come avverrebbe in tutti gli altri paesi d’Europa.

Quale Nuova politica per l’Italia ? Intervista a Marco Damilano

Marco Damilano (Contrasto)

Il Nuovo è stato la via italiana al governo e alla politica. Ora sembra smarrito, per incapacità di elaborazione, fragilità culturale, inconsistenza progettuale. Ma nessuna restaurazione del passato è possibile. E l’Italia ha bisogno di una nuova politica, per uscire da questo limbo senza riforme e senza partiti, senza destra e senza sinistra, senza vecchio e senza nuovo. Serve un Nuovo che sia ricostruzione, rigenerazione. Allora la domanda è: quale nuova politica? Ne parliamo con Marco Damilano, vicedirettore del settimanale L’Espresso, che ha dedicato all’argomento un libro, appena uscito in libreria, dal titolo “Processo al nuovo” (Editore Laterza, pagg. 149, € 14,00)

Marco Damilano, il tuo libro è un processo radicale alla categoria del “nuovo” nella politica italiana. Un concetto assai evanescente … è cosi?

«Certo, ma anche affascinante. Il nuovo in questi venti anni è stato qualcosa di più di una forma comunicativa: è stato una sostanza. Giulio Bollati in “L’italiano” ha scritto anni fa che il trasformismo di fine Ottocento è stato la via che l’Italia si è data per modernizzare il Paese, con tutte le storture che conosciamo. Direi che allo stesso modo in questi ultimi decenni il nuovo – i leader che si sono presentati con la caratteristica del nuovo – è stata la via che la politica si è data per mascherare la verità di un paese che ha attraversato una lunga stagione di declino. E in questo, alla fine, si è rivelato evanescente, inadeguato. E lo dico dal punto di vista di uno che alle innovazioni politiche e istituzionali ha creduto e continua a credere».

La tua analisi parte dalla fine degli anni ’70. L’emergere della figura di Bettino Craxi, con il progetto della “Grande Riforma Costituzionale”, l’idea, cioè, di cambiare il Paese attraverso le Riforme. Una idea anticipatrice del renzismo….? O, per meglio dire, quanto craxismo c’è nella politica italiana di oggi?

«Nel 1979 Craxi scrive sull’Avanti, il quotidiano socialista, un editoriale intitolato “Ottava legislatura”, in cui lancia l’idea della Grande Riforma delle istituzioni. Siamo poco dopo l’omicidio di Aldo Moro, il vero spartiacque della storia repubblicana italiana: con il suo assassinio si interrompe il processo di autoriforma dei partiti e il peso della crisi della politica, che è una crisi di rappresentanza della società, si sposta sulle istituzioni e sulla Costituzione. L’altra innovazione craxiana è il cambiamento del partito socialista: da partito delle correnti a partito del capo, a forte leadership personale. In questo c’è l’anticipazione di alcuni fenomeni dei decenni successivi: il berlusconismo, il renzismo. Anche se Craxi si muoveva ancora, almeno all’inizio, in una situazione in cui la politica era forte. E la parola riforma richiamava tra i cittadini l’idea di un cambiamento in meglio. Mentre negli anni più vicini a noi ha assunto un significato opposto: restringimento dei diritti, tagli dello Stato sociale. E questo capovolgimento semantico pone un problema in più ai riformisti di tutta Europa».

Gli anni ’80 sono gli anni del conflitto sulla modernizzazione della politica italiana tra De Mita e Craxi…Incominciava anche la crisi del PCI di Berlinguer. Chi  vinse la battaglia sul nuovo? De Mita parlava di superare le categorie “Destra” “Sinistra” .  Venne sconfitto, perché Troppo avanti De Mita? Oppure era inconsistente il progetto?

«Per De Mita il superamento delle categorie di destra e sinistra significa rilanciare la Dc in un sistema bipolare che già allora il segretario della Dc voleva costruire. La Dc non si era mai definita come partito conservatore o di centrodestra, per De MIta deve diventare il partito dell’innovazione, contrapposto al Pci che in questo schema diventa il partito della conservazione, e al Psi di Craxi con cui c’è la sfida per la modernizzazione. Com’è finita, lo sappiamo. Hanno perso tutti. Nessuno è riuscito davvero a cambiare il sistema politico italiano. E l’economia negli anni Ottanta si è sviluppata a prescindere dalla politica».

Gli anni si chiudono con Il CAF…La restaurazione pura……è così?

«Craxi finisce ingabbiato nell’alleanza con Andreotti e Forlani, le destre democristiane. E manca il grande appuntamento con la storia, la caduta del muro di Berlino e la trasformazione del Pci. Il suo tramonto comincia qui».

Arriviamo agli ’90. L’esplosione, dopo Tangentopoli, del “nuovo”. Fu il “vero” nuovo? Oppure si può dire che la Seconda Repubblica non è mai nata?

«Oggi possiamo dire che Mani Pulite fu una rivoluzione soltanto giudiziaria. Quelle inchieste travolsero i partiti perché la loro crisi si era già consumata, ma non furono in grado di costruire un autentico cambiamento politico, e d’altra parte questo compito non poteva essere affidato ai giudici e ai pm. Servivano comportamenti nuovi, come scrisse già in quegli anni lo storico Pietro Scoppola. E nuovi partiti, nuovi leader, che arrivarono, in effetti, ma con il volto del berlusconismo. Che è stato nuovo, nuovissimo nelle forme, ma non ha cambiato il Paese: il ventennio del Cavaliere in politica si è concluso con un bilancio avvilente».

L’Ulivo fu il grande sogno. IL PD è la realizzazione del sogno?Considero l’Ulivo di Romano Prodi alla metà degli anni Novanta il momento di massimo equilibrio tra innovazione e tradizione, con un leader che si proponeva come sintesi di culture diverse e non come padrone del suo campo. Un tentativo ambizioso di cambiare la politica italiana: la democrazia dell’alternanza, il potere di decisione affidato ai cittadini, nella scelta dei candidati con le primarie e dei governi con sistemi elettorali coerenti con questo obiettivo. Il Pd è nato troppo tardi e in una situazione completamente mutata: di crisi economica, di crisi politica e di crisi culturale. E il sogno è rimasto tale, fino a trasformarsi, come avviene in questi giorni, in un incubo: l’incubo del ritorno della Prima Repubblica senza i partiti della Prima che avevano comunque il loro ruolo».

Torniamo per un attimo agli anni 68-70. Moro parlava di “Tempi nuovi” , ben altro spessore rispetto alla vacuità di  oggi ….

«A differenza di quello che ha scritto una certa pubblicistica Moro non era pessimista, guardava alle novità con curiosità e con acume. Erano i tempi nuovi del grande cambiamento degli anni Sessanta-Settanta. La mia generazione ha vissuto uno sconvolgimento maggiore: la globalizzazione, la rete. Ma oggi questi cambiamenti fanno paura. Se si parla di caduta dei muri vengono in mente immigrazione selvaggia, dumping sociale e terrorismo globale, Trump ha vinto per questo motivo: sul clima ha contrapposto gli interessi degli operai americani a quello mondiale della tutela ambientale. Se si parla di internet non viene più in mente l’agorà democratica ma le fake news e la post-verità. Se si pensa all’Europa c’è la crisi dell’euro. E mancano politici come Aldo Moro in grado di pensieri lunghi: sono in gran parte schiacciati sul presente, sull’istante, sull’ultimo tweet.

Monti, Renzi e Grillo. Il nuovo diventato vecchio..Per Renzi poi l’eterogenesi dei fini gli ha giocato un brutto scherzo. Come si svilupperà il “renzismo” nei prossimi anni?

«IN questi giorni c’è una nuova trasformazione: da leader sindaco d’Italia, come immaginava il sistema fondato sull’Italicum, Renzi sta diventando il segretario di un partito che dovrà fare una coalizione con alleati scomodi, Forza Italia e Berlusconi. Da uomo della competizione a capo del Pd come “argine della tenuta democratica del Paese”, così lo ha definito nel discorso del Lingotto a Torino prima di essere rieletto segretario del Pd. L’argine è qualcosa di solido, ma anche di statico, immobile. Quello che si prepara a essere Renzi nei prossimi anni: l’amministratore di una importante rendita di posizione, non più il leader che si gioca tutto su una sfida e che se perde va a casa. Lui ha perso ma è rimasto al suo posto, per interpretare la stagione opposta a quella precedente. La stessa parabola sta seguendo il Movimento 5 Stelle: da partito di lotta si appresta a diventare una casa accogliente per un nuovo tipo di establishment. Lo vedremo nei prossimi mesi: cambiamenti di pelle, nuovi trasformismi».

Nella parte finale del libro scrivi:  “Dopo gli uomini del Nuovo –scrive Damilano, – per salvare e difendere le innovazioni serviranno gli uomini della transizione, gli eroi della ritirata, personaggi alla frontiera tra il vecchio e il nuovo, destinati all’incomprensione e non spaventati dall’impopolarità, disposti a rinunciare a qualcosa di se stessi e della loro narrazione. Uomini del ponte, alternativi alla richiesta di uomini forti che avanza in Occidente”. Pisapia?

«Non so se Pisapia riuscirà ad avere queste caratteristiche. Di certo la risposta non è la restaurazone dei vecchi partiti e delle vecchie culture (rifare la sinistra, rifare la Dc…), ma un’innovazione che non sia puramente di facciata. E di questi uomini e di queste donne ci sarà sempre più bisogno. Perché altrimenti il nuovo continuerà a consumare se stesso. Accelerando la crisi della politica».