“Per superare il sovranismo sogno un’Italia mondiale”. Intervista a Enrico Letta

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

“La strada che ha preso l’Italia non mi piace. Vorrei che si cambiasse direzione. In questo libro provo a elaborare idee e lanciare proposte concrete. Per interrompere una sequenza fatta di errori e illusioni, tra sovranismi e rottamazioni, che ha portato a un’Italia sempre più ripiegata su se stessa. Per affrontare le sfide dell’immigrazione, del declino economico e culturale, della sostenibilità ambientale, e per un’Italia davvero protagonista di una nuova Europa. Le mie riflessioni si fondano su tre convinzioni. La prima è che per superare questo presente bisogna innanzitutto capire come ci si è arrivati. La seconda è che si deve superarlo andando avanti e non indietro. La terza, la più importante, è che non c’è niente di più bello che imparare.” 

Così scrive Enrico Letta nel suo ultimo libro “Ho imparato”(Ed. Il Mulino, pagg. 190, € 15,00).

L’ex premier adesso è professore al prestigioso “SciencesPo” di Parigi (dove dirige l’Istituto di affari internazionali). Con lui, in questa intervista,  abbiamo messo a fuoco alcuni punti della sua riflessione, senza dimenticare l’attualità politica.

Professor Letta, il suo libro “Ho imparato” ci offre molti spunti di riflessione su diverse tematiche economiche e politiche che sono altrettante sfide all’Italia contemporanea. Allora incominciamo dall’Italia. Anche le elezioni abruzzesi hanno consegnato quella regione ai sovranisti. Infatti è uscito vincitore un centro destra a trazione leghista con la elezione di un candidato di Fratelli d’Italia. Insomma soffia forte il vento sovranista. Perché, secondo lei, il sovranismo ha conquistato gli italiani?

Secondo me non riguarda solo l’Italia, ma riguarda tutti i paesi occidentali, nel senso che siamo in una fase nella quale la paura per il futuro, l’ansia che si crea, le trasformazioni della nostra società stanno creando oggi nelle ex classi medie una prevalente paura per il futuro come sentimento chiave. Questa paura spinge a cercare conforto nei punti di riferimento antichi e il principale punto di riferimento antico sono la lingua, la nazione e la bandiera e oggi in tutti i paesi occidentali c’è questo ripiego verso “la logica del focolare”, consistente. nella sicurezza che ti danno la lingua, la bandiera e la nazione). L’Italia è dentro questa dinamica esattamente come gli altri paesi occidentali: l’uscita del brexit è figlia di questa dinamica, così come il successo negli Stati Uniti del motto di Trump “Make America great again”.

Quali sono stati gli errori politici che ci hanno portato a questo punto?

La cosa tocca un po’ tutti gli aspetti della vita, tocca la politica, l’economia, la cultura, l’educazione, ovviamente il tema dell’emigrazioni, viste come una delle cose che più spaventa e crea la paura che uno possa sentirsi straniero a casa sua.

Le cronache politiche ci informano di quanto sia complicato la costruzione di una alternativa. Tra gli sforzi c’è quello di Carlo Calenda. Il suo manifesto per l’Europa ha raccolto una grande adesione. Lei nel libro ha espresso perplessità. Cosa non la convince? Avete avuto modo di chiarire le vostre opinioni?

Io penso che la spinta a favore di un’Europa come base di un riferimento chiave per l’Italia sia totalmente condivisibile, io culturalmente mi sento assolutamente vicino a questa visione. Ho semplicemente fatto riferimento alla necessità che ogni operazione politica vada fatta a favore e non contro. Ma rispetto all’idea originale mi sembra sia evoluta la sua proposta.

Intanto stiamo vivendo una crisi assurda con la Francia. Una crisi fatta di sgarbi istituzionali gravi. Di Maio ha ancora una volta espresso l’intenzione di rincontrare i gilet jaunes. Il governo francese vuole un atto forte per chiudere la crisi. Siamo in uno stallo. Che dovrebbe fare il governo italiano? Non pensa che anche Parigi dovrebbe fare qualcosa per rasserenare il clima?

Molto semplicemente tra Italia e Francia, come tutte le altre nazioni europee, esistono convergenze (una delle più importanti che mi viene in mente è quella sulla politica monetaria europea, una delle questioni più decisiva di tutte, soprattutto per un paese come il nostro che ha un debito notevole e grazie a Draghi e alla Francia l’abbiamo avuta) e divergenze (ad esempio il tema della Libia, dei migranti). Le divergenze possono anche portare a dei litigi, ma non devono portare alla rottura di un’alleanza che è strategicamente fondamentale per noi. Piuttosto che guardare verso Polonia e Ungheria, dobbiamo guardare verso Francia e Germania, anche perché Polonia e Ungheria sono fuori dall’euro, quindi con loro più di tanto non possiamo fare, mentre con le altre è fondamentale intendersi.

L’Italia deve smettere di provocare la Francia con cose che non hanno nulla a che vedere con i fatti concreti, perché la storia dei gilet gialli o la storia del colonialismo sono pure provocazioni. Sarebbe come se il governo francese si mettesse a provocarci sulla mafia, è ovvio che reagiremmo. Ecco perché le cose hanno bisogno di rapporti dignitosi e sinceri. Nel governo italiano si è fatta una cosa da campagna elettorale, hanno deciso di scegliere Macron come nemico per la campagna elettorale.

Torniamo all’Europa. Fino a pochi anni fa noi italiani eravamo i più europeisti. Oggi viviamo con fastidio l’appartenenza all’Europa. Nel libro lancia idee forti sulla riforma della UE. Quale o quali per tornare ad amare l’Europa?

Secondo me c’è bisogno di estendere il discorso sull’Europa a materie e temi sui quali fino ad oggi è stata secondaria la logica europea – cultura, educazione –; io per esempio lancio nel libro questa proposta sull’Erasmus per gli adolescenti che ritengo fondamentale, penso sia una delle cose principali su cui lavorare, perché se l’Europa diventa anche educazione e cultura, allora si riescono a fare ed ottenere dei risultati molto maggiori. Io dico che più che risposte politico- organizzative c’è bisogno di risposte di una grande battaglia culturale, perché si è abbandonato quel tema e invece c’è bisogno perché è su questo che si gioca anche il futuro dell’Italia.

Lei lancia, nel libro, una proposta forte per affrontare con razionalità il problema della immigrazione. Ovvero la creazione di una autorità come Mario Draghi per il problema migratorio. Può spiegare cosa intende?

Penso che così come l’Europa e l’euro siano stati salvati da Draghi, cioè da un’autorità centrale che è riuscita con pieni poteri a fare nei tempi giusti le scelte necessarie assumendosene la responsabilità, allo stesso modo è necessario che la stressa cosa avvenga sulla questione migratoria. C’è bisogno di qualcuno che sia in grado di assumersi la responsabilità.

In questi tempi sovranisti stiamo mettendo in crisi istituzioni consolidate. Mi riferisco alla volontà dei due vicepremier di attaccare l’autonomia di Banca d’Italia. Quali obiettivi si pongono?

Bisogna garantire assolutamente l’indipendenza della Banca d’Italia, come di tutte le Autorità indipendenti. Credo che questa sia la questione chiave perché fa parte degli obiettivi per tenere il paese in vita come una democrazia funzionante ed efficiente. Io penso che tutti i corpi dello Stato debbano lavorare per garantire l’indipendenza della Banca d’Italia. Di Maio e Salvini hanno bisogno di creare sempre dei nemici da esporre al pubblico ludibrio; questa logica con la Banca d’Italia è perfetta solo perché si tratta di banca e generalmente i banchieri godono di cattiva fama e quindi è facilissimo trovare un nemico così.

Lei sogna una Italia mondiale. Di questi tempi sembra una utopia…. Cosa la rende ottimista sul destino dell’Italia?

I giovani italiani, perché l’Italia ha dei giovani ventenni che sono fantastici. Li vedo sia la scuola di politica che all’università e sono veramente fantastici, hanno una marcia in più e io sono ottimista dell’Italia per loro.

A cent’anni dai “LIBERI e FORTI” di don Luigi Sturzo. Intervista a Pierluigi Castagnetti

Pierluigi Castagnetti (Contrasto)

“A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà”. E’ l’incipit del grande appello lanciato, il 18 gennaio 1919, dalla Commissione Provvisoria del Partito Popolare Italiano. Si rivolge a quei “uomini moralmente liberi e socialmente evoluti”, erano disposti a impegnarsi a sostenere un progetto politico e sociale per l’Italia all’indomani della Prima guerra mondiale. Tra i membri della Commissione provvisoria, guidata da Luigi Sturzo, vi erano Giovanni Bertini, Giovanni Bertone, Stefano Gavazzoni, Achille Grandi, Giovanni Grosoli, Giovanni Longinotti, Angelo Mauri, Umberto Merlin, Giulio Rodinò, Carlo Santucci. E’ l’inizio di una storia lunga un secolo. Lo storico liberale Federico Chabod annovera, la nascita del PPI, tra i grandi eventi della storia nazionale. Per ricordare i cento anni dell’appello lo scorso mese di gennaio, a Roma, all’Istituto Sturzo si è svolto un momento celebrativo con la partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Al Convegno dello Sturzo hanno ‘partecipato politici, intellettuali e storici cattolici. Che cosa ha significato per la storia nazionale ed europea quell’appello? Quali sono i valori che esprime? Quale riflessione, politica, può ispirare oggi nel tempo del sovranismo deleterio? Ne parliamo, in questa intervista, con Pierluigi Castagnetti. Castagnetti è stato per lunghi anni deputato alla Camera e parlamentare europeo. E’ stato tra i fondatori, con Mino Martinazzoli, del nuovo Partito Popolare Italiano. Nel 1999 divenne Segretario del PPI. E’ autore di diversi saggi di politica. L’ultimo è uscito per l’editore Rubettino (“Sturzo e il Partito che mancava”). Alla fine dell’intervista, come documento, riproduciamo il testo dell’Appello. Continua a leggere

“Ridare un’anima alla politica riformista”. Intervista a Luigi Bobba

Luigi Bobba (Ansa)

Come giudicare la politica sociale del governo populista? Quali i suoi limiti? E l’opposizione quale alternative può proporre? Ne parliamo con Luigi Bobba, ex-Presidente Nazionale delle Acli ed ex sottosegretario al Lavoro nei governi Renzi e Gentiloni.

Presidente Bobba, lei è stato un protagonista per molti anni della politica sociale del nostro Paese. Come giudica, dal suo punto di vista, l’atteggiamento del governo verso il sociale?  
Ciò che mi colpisce nelle politiche del Governo, è la mancanza di un disegno che abbia al centro il destino delle generazioni future. Sull’altare del Reddito di cittadinanza e di Quota 100, sono state sacrificate gran parte delle misure con un orizzonte che non fosse meramente quello del prossimo appuntamento elettorale. Cosi’, introducendo quota 100 si impegnano più’ risorse per le persone adulte o anziane; un debito che dovrà’ essere pagato dai giovani che entrano ora nel mercato del lavoro . Poi, per non tradire le attese del ricco bacino elettorale del Sud, i 5 Stelle hanno deciso di impegnare più’ di 7 miliardi nel reddito di cittadinanza. Una scelta che difficilmente potrà generare nuovo lavoro, far acquisire ai giovani le competenze oggi richieste dalle aziende e dare un vigoroso impulso alle politiche attive del lavoro. Probabilmente queste due misure saranno paganti sul piano elettorale anche se ben presto si riveleranno un boomerang per il Paese e in particolare per i giovani. Ci sarebbe invece bisogno di politiche con un respiro almeno di medio periodo quali l’introduzione di un assegno universale per i figli a carico (come accade in Germania), di una politica fiscale che non penalizzi le famiglie specialmente quelle con redditi medio bassi; di affrontare con decisione il tema dei “grandi anziani”, il cui numero nei prossimi 15 anni crescerà esponenzialmente, nonché’ di sconfiggere la trappola della povertà’ con una solida alleanza tra istituzioni e Terzo settore. Tutto questo è pero’ scomparso dai radar delle forze di Governo, ma i problemi di un Paese che ha un crescente indice di dipendenza tra lavoratori attivi e pensionati; che spende malamente una quantità’ tutt’altro che modesta di risorse in servizi socioassistenziali; che è privo di un duraturo sostegno alla natalità e alle responsabilità’ genitoriali, restano tutti davanti a noi. E il conto di queste scelte sbagliate sarà ancora una volta scaricato sulle generazioni future.

 Nella manovra, appena approvata, c’è il reddito di cittadinanza,  e c’è anche la   ” tassa sulla bontà “(che secondo il Governo sarà tolta in un provvedimento ad hoc).  Cos’è questo? dilettantismo? 
Piu’ che cancellare la povertà’, hanno provato a rendere invisibili i poveri. La “tassa sulla bontà” – ovvero il raddoppio dell’Ires sugli utili delle organizzazioni non profit,- è il frutto di una mancanza di conoscenza del mondo del terzo settore. Le dichiarazioni della viceministra dell’Economia Laura Castelli sono la macroscopica dimostrazione di tale ignoranza. E quindi, pur di non ripensare reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni, si sono cercate risorse un po’ a casaccio andando pero a colpire i più’ deboli: le organizzazioni non profit che si occupano di assistenza ai malati e ai disabili; gli insegnanti di sostegno nella scuola; le famiglie con figli che avranno meno trasferimenti dei single. Quando si fanno promesse mirabolanti agli elettori, si finisce per mettere in campo politiche non solo irragionevoli ma anche controproducenti.

Lei è anche un esperto di politiche attive per il lavoro. Il lavoro infatti è la priorità prima per gli italiani. Il governo vuole venire incontro al dramma della disoccupazione con il reddito di cittadinanza.. Basta? Non c’è il rischio di un clamoroso flop? 
Molti osservatori hanno espresso seri dubbi sulla possibilità di generare nuova occupazione attraverso uno strumento come il reddito di cittadinanza. Al Sud tale strumento di integrazione al reddito , potrebbe incrementare(lo studio viene da un osservatorio indipendente come la CGIA di Mestre) proprio il lavoro irregolare; mi prendo il reddito di cittadinanza e continuo a lavorare in nero. Un cortocircuito che potrebbe generarsi anche con un allargamento a dismisura di stages e tirocini. Per di più risulta poco credibile che i Centri per l’impiego – che peraltro dipendono dalle Regioni – possano gestire una simile massa di dati e di persone e contestualmente svolgere controlli efficaci per evitare che tutto si risolva in un intervento meramente assistenziale. Servirebbe invece dare seguito alle politiche avviate dai governi di centrosinistra, ovvero: attrarre investimenti anche stranieri, sostenere e sviluppare l’alternanza scuola lavoro ( che invece la legge di bilancio riduce e penalizza), promuovere e allargare il sistema duale nella formazione professionale attraverso l’apprendistato formativo; triplicare il numero dei giovani che possono accedere agli ITS che si sono rivelati un efficace percorso formativo per inserirsi realmente al lavoro; abbattere in modo durevole il costo indiretto del lavoro per le imprese, premiando in particolare quelle che assumono giovani con contratto di lavoro a tempo indeterminato. Tutto questo non c’è nelle priorità’ del governo e gli effetti già si cominciano a vedere: Pil che rallenta e si ferma; occupazione che perde colpi, probabile aumento della pressione fiscale nel 2019; insomma prove generali di “ decrescita infelice”.

Il terzo settore è una grande risorsa del nostro Paese, è quell’Italia che “cuce ” per dirla con il Presidente Mattarella. Come sta procedendo l’attuazione della riforma del terzo settore? 
“E’ l’Italia che ricuce e che da fiducia” ha detto Mattarella nel discorso di fine anno evocando i soggetti del terzo settore. E’ un’ Italia spesso invisibile ma presente nella vita quotidiana delle persone nelle nostre comunità anche quelle più’ marginali. La riforma del Terzo settore – approvata tra il 2015 e il 2017 -aveva l’obiettivo di dare un vestito normativo unitario a tutti questi soggetti. Merito del nuovo Governo è stato quello di portare a conclusione i due decreti correttivi – sull’impresa sociale e sul Codice del terzo settore – già predisposti dal governo Gentiloni. Per il resto tutto è rimasto fermo o quasi. D’altra parte, invece, il vicepremier Di Maio , parlando al Forum del Terzo settore due mesi orsono, aveva dichiarato che la riforma del terzo settore era una buona riforma proprio perché scritta con le organizzazioni non profit e che il governo era impegnato a darne piena applicazione attraverso tutti gli atti amministrativi ancora necessari. Spero che nel 2019 si cancelli la “tassa sulla bontà”,( il Governo lo ha confermato anche nell’incontro del 10 gennaio con il Terzo settore); che si proceda rapidamente all’istituzione del Registro unico degli enti del terzo settore,; che si dia avvio al social bonus e ai Titoli di solidarietà e che si completino i diversi decreti rimasti nel cassetto in questi primi sette mesi di governo.

Parliamo del discorso di fine anno del Presidente Mattarella. Un discorso chiaro che si è posto in maniera alternativa alla “predicazione ” leghista. Ha avuto grande successo mediatico. Insomma il valore della solidarietà è ancora presente nella mente e nel cuore degli italiani? Oppure ha ragione il Censis quando afferma che negli italiani c’è un sovranismo psichico?
Il Censis ha colto un tratto emergente nel sentire del Paese coniando il neologismo di “sovranismo psichico”. Ovvero la percezione della realtà a volte diventa più’ vera e importante di quella effettiva; per esempio : gli italiani credono che gli stranieri in Italia siano il 27% mente in realtà’ sono meno del 9 % . Ecco perchè lo slogan leghista “prima gli italiani” ha fatto cosi’ presa. Ma nel paese ci sono anche molti anticorpi, la società’ civile non e’ morta e ha una sua spinta generativa. Il compito ora è come dare rappresentanza a queste energie per evitare che prevalga il “cattivismo”. D’altra parte la rivolta dei sindaci contro gli effetti perversi del decreto sicurezza o il movimento delle “madamin” per dire Si’ alle infrastrutture e allo sviluppo, indicano che esiste una volontà’ di reazione , insomma una riscossa morale alla deriva sovranista e populista.

Lei è stato Presidente Delle Acli. La Chiesa è un argine contro il sovranismo e il populismo. In questi giorni cade il centenario dell’appello “ai liberi e ai forti” di Don Luigi Sturzo. Non le pare che sia venuto il tempo di un forte protagonismo laicale? Come rianimare il Centrosinista?
Certamente questa riscossa morale può trovare ragioni, valori e motivazioni in quella miriade di opere sociali e culturali che il cattolicesimo popolare ha generato nelle nostre comunità’ come risposta concreta ai bisogni delle persone , specialmente dei più deboli. D’altra parte lo stesso Luigi Sturzo , prima di lanciare l’appello “Ai liberi ai forti”, si era dedicato a costituire mutue, cooperative, forni sociali e a dar vita ad un fecondo municipalismo comunitario. Il Partito Popolare viene dopo. Per cui oggi è il tempo di ricostituire o rinvigorire quel tessuto generativo e tornare a parlare ai tanti cittadini impauriti e disorientati. E’ ai perdenti della globalizzazione che occorre rivolgersi per evitare che siano affascinati dalle parole d’ordine dei sovranisti e dei populisti. Ed è proprio a questi tanti cittadini dimenticati che occorre prestare ascolto con l’obiettivo ancora attuale di costruire una società libera , aperta e inclusiva. Questa è l’anima di una politica riformista , di sinistra ed europeista che coltiva ancora l’ambizione di governare il Paese avendo negli occhi e nella mente le attese e le speranze dei più’ giovani.

“La precarietà e l’insicurezza sono aumentate con il ‘decreto sicurezza’”. Intervista a Chiara Peri

 

(credit Ansa)

Dopo la decisione del Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, a cui si è aggiunto, tra gli altri, il Sindaco di Napoli De Magistris, di non applicare nel suo Comune il cosiddetto “decreto sicurezza”, si è scatenato nel Paese una forte polemica sulla politica dell’immigrazione egemonizzata dal leader leghista Matteo Salvini. Molti sono i limiti della legge, e per alcuni esperti vi sono anche problemi di costituzionalità. Tanto che diversi Presidenti di Regione, di area di Centrosinistra, faranno ricorso alla Corte Costituzionale. Ma quali sono i limiti di questo provvedimento. Ne parliamo con Chiara Peri, responsabile della progettazione e dell’advocacy del Centro Astalli di Roma. Continua a leggere