Venti di populismo, il miraggio dell’antipolitica. intervista a Luigi Alici

Soffia il vento dei populismi in Europa. In Francia, ormai vicinissima alle elezioni presidenziali (si svolgeranno domenica prossima), va forte il Front National di Marine Le Pen. In altri Stati europei il populismo è stato fermato, ma non nel  Regno Unito. Ora tocca ai grandi paesi, Francia-Germania-Italia,  fondatori dell’Unione Europea affrontare questo “spettro” che si aggira per l’Europa. Uno “spettro” che rischia di portare indietro l’Europa. Ma cos’è il populismo? Qual è la sua natura? Cerchiamo di approfondirlo, in questa intervista, con il filosofo Luigi Alici. Alici  è  Direttore della Scuola di Studi Superiori “Giacomo Leopardi” all’Università di Macerata.

Professore, incominciamo questa nostra conversazione cercando, nel limiti di una intervista, di definire il termine “populismo “. Il filosofo liberale Isaiah Berlin, in un convegno del 1967 della London School of Economics, parlava di un rischio, per gli studiosi, nel cercare una definizione “pura” di populismo. Il rischio, secondo Berlin, è quello di cadere nel “Cinderella complex” (complesso di Cenerentola), ovvero di non  trovare nella realtà oggetti perfettamente corrispondenti alla teoria. Eppure bisogna cercare di liberarsi da questo “complesso “. Allora le chiedo cos’è il populismo: Una ideologia, uno “stile” politico oppure una mentalità?  

Berlin aveva ragione: nel caso del populismo non si trova mai il piede – un unico piede – che possa calzare perfettamente la scarpetta di Cenerentola. Egli stesso, del resto, seguito da altri studiosi, ha tentato di elaborare un’interessante “sintomatologia” del fenomeno, che qui non possiamo analizzare. Restando dentro questo lessico, si potrebbe dire che il populismo è un sintomo e nello stesso tempo una malattia: un sintomo, in quanto segnala un malessere generale della democrazia, che non riesce più a far fronte in termini politici alle sfide sociali della convivenza; una malattia, anzi una epidemia latente, che in condizioni propizie dilaga come una vera e propria pandemia (dal greco pan-demos, tutto il popolo). Nasce da qui il carattere equivoco del fenomeno, che intercetta una sorta di pulsione viscerale, sempre pronta ad esplodere in forme complesse e pervasive: quello che spesso insorge come un meccanismo reattivo di autodifesa, che sfrutta in modo parassitario paure, smarrimenti e risentimenti, può assumere ben presto forme opportunistiche e camaleontiche, fino a irrigidirsi in una vera e propria mistificazione ideologica. In questo senso, nessuno ne è per principio autoimmune: è il populismo in me, più che il populismo in sé, che io devo temere di più.

 

Quali sono le condizioni “strutturali ” in cui si può sviluppare il populismo?

Se distinguiamo condizioni “congiunturali” e “strutturali”, fra queste ultime segnalerei soprattutto una concezione distorta del rapporto tra popolo e comunità, da un lato, e del rapporto tra politica e democrazia, dall’altro. Nel primo caso, il popolo è mitizzato come un vero e proprio organismo vivente, omogeneo, compattato in profondità da un legame vitale, immediato, che si traduce in una deriva plebiscitaria, alimentando un immaginario collettivo in cui contano solo i collanti identitari “caldi” di tipo emozionale. La comunità è sempre pura, il nemico è solo esterno. A questo primitivismo comunitario corrisponde, sul piano politico, una strisciante delegittimazione istituzionale e un appello ambiguo a una “democrazia alternativa”: la cosiddetta antipolitica nasce come una reazione di rigetto nei confronti di un parlamentarismo ritenuto folcloristico e inconcludente, all’ombra del quale sarebbe entrato in stallo il meccanismo fisiologico della rappresentanza e si sarebbero consolidate elitarie rendite di posizione. Ma la denuncia della democrazia tradita può degenerare in un tradimento ancora peggiore, che si manifesta nella retorica del nemico, nella celebrazione di una comunità chiusa, in atteggiamenti antimoderni di isolazionismo e soprattutto nel rifiuto della politica come articolazione e mediazione delle differenze. Prima o poi sorgerà un “uomo della provvidenza”, capace di intercettare queste spinte populiste, presentandosi come colui che parla direttamente alla “pancia” del popolo, senza alcuna fastidiosa intermediazione. Come ha dichiarato Trump, appena insediato: “Ora il potere torna al popolo”.

Quali sono gli “strumenti ” di  diffusione del populismo?

Ci sono anche fattori “congiunturali”, che offrono condizioni favorevoli per la crescita rapida dei fenomeni populisti: in passato, possono essere stati fattori di drammatica conflittualità interna (come negli Stati Uniti la guerra di secessione) o di grave crisi economica (come negli anni Trenta), o un mix di povertà endemica, instabilità politica e tentazioni autoritarie (come nei paesi sudamericani). Nel nostro tempo, gli effetti della recente crisi economica sono stati esasperati da una serie di gravi fenomeni concomitanti, che si chiamano globalizzazione, corruzione, immigrazione, paralisi dei grandi organismi rappresentativi, dall’Onu all’Europa.

In tutti questi casi, il populismo è un “parassita dell’antipolitica”, che può crescere come un vero “partito trasversale”: nelle culture politiche di destra tende ad assumere un volto corporativo e autoritario; in alcuni regimi militari celebra ordine e gerarchia; a sinistra si nasconde spesso dietro le bandiere dell’egualitarismo e del radicalismo rivoluzionario; in ambito socialista può assumere forme etnonazionaliste; quando colonizza alcune culture cristiane, alimenta forme identitarie di reazione antimoderna, usandone la simbologia religiosa e la domanda salvifica, ma di fatto trasformandola in una forma di neopaganesimo idolatrico.

 Si parla molto  di democrazia della Rete (Casaleggio-Grilllo).  A vedere certe vicende dei 5Stelle, Genova, si usa la Rete e poi si fa tutto il contrario della decisione della Rete. Insomma la “democrazia” della Rete è una menzogna? 

Il fenomeno del M5S è troppo recente e ancora in fieri; manca un minimo di distanza storica, per poter esprimere una valutazione ponderata e non ideologica. La sua nascita, tuttavia, contiene in sé alcuni germi populisti: la divisione manichea tra Noi e Loro, senza sfumature o mezze misure, che ha legittimato il M5S come alternativa radicale al sistema dei partiti tradizionali, contrassegnata da forme di purismo (quasi un rifiuto di contaminarsi…) che, già ora, cominciano a scolorire; il leader carismatico che, a dispetto di alcuni slogan (“Uno vale uno”), di fatto incarna, gestisce e protegge l’anima profonda del movimento, promettendo risposte radicali e finalmente risolutive ai problemi di sempre; la rete come vera e propria “terra promessa”, quasi un luogo salvifico che consente di bypassare la fatica (e la problematicità) della elaborazione politica, sostituendo l’immediatezza alla mediazione. “Sta nascendo una comunità”: disse il leader del movimento, a margine della grande manifestazione di Roma del 2013; tuttavia, di recente, quando il sondaggio in rete per le elezioni comunali di Genova ha dato un risultato sgradito, lo stesso Grillo ha giustificato l’esclusione in ultima analisi con queste parole: “Fidatevi di me”. Un atteggiamento, questo, inequivocabilmente populista. Il vero populista non riesce ad accettare queste parole: “È la democrazia, bellezza!”.

Parliamo della visione di società del “populismo”. L’esempio dei muri ungheresi e di Trump sono eclatanti, c’è un primitivismo pericoloso in questo. Le comunità “pure” nella storia politica europea hanno combinato disastri e tragedie enormi. E’ così Professore?

Il populismo intende il popolo come un organismo indifferenziato. Per questo teme le differenze e, non avendo gli strumenti per articolarle, s’illude di proteggere la propria purezza con strumenti peggio che primitivi. Anche perché un muro di missili non è come un muro di pietre: tecnologicamente e culturalmente, mortifica l’intelligenza anziché promuoverla, e spesso trasforma la difesa in aggressione. L’incapacità di distinguere fra un “noi” esclusivo, quasi sempre identificato in termini nazionalisti (o “sovranisti” che dir si voglia), e un “noi” inclusivo, che vede in ogni muro una porta, è la madre di tutti i conflitti. Anche Hannah Arendt ci ha ricordato che la pluralità umana, intesa come “la paradossale pluralità di esseri unici”, è l’essenza stessa della condizione umana e di ogni autentica vita politica. La responsabilità dell’uomo politico si misura dalla sua capacità di governare le differenze, non di cavalcare la paura.

A guardare la “fenomenologia ” politica italiana c’è un senso delusione forte nei confronti della classe politica. E questo senso di delusione esprime anche un desiderio di autenticità. Ovvero di credibilità. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: che il desiderio di autenticità si trasformi in una rabbia “villana” senza progetto per cui la  soluzione autoritaria (che ha molte sfaccettature) è l’unica possibile. Non vede questo rischio in Italia?

Il rischio esiste ed è concreto. Esso nasce – credo – dalla riduzione dei luoghi di elaborazione e progettualità, cui corrisponde fatalmente un deficit di partecipazione, che non può essere subappaltata alla rete. L’antipolitica non è una risposta alla crisi della politica. Nessuno, arrivando con una patologia acuta in un Pronto soccorso, chiederebbe di farsi curare da un operatore che non sia un medico, perché l’ospedale non funziona: eppure, nella precaria situazione politica italiana, non essere un politico – e nemmeno un sincero democratico – sta diventando paradossalmente un requisito vincente! Come ho scritto in un mio libro (I cattolici e il paese. Provocazioni per la politica, 2013), il “tempo lungo” della semina, più che il “tempo corto” del raccolto, è ciò di cui oggi la politica ha più bisogno. Per questo dobbiamo restituire alla scuola quella centralità strategica che le compete, come agenzia formativa dove si acquistano senso critico e senso storico, indispensabili per contrastare il mito dell’immediatezza e la seduzione delle scorciatoie, e dove s’apprende il tirocinio lento della partecipazione e la fatica straordinaria e benedetta della progettualità.

Giunti a questo punto dell’intervista bisogna lanciare un messaggio “ricostruttivo”. Allora vengono alla mente i grandi maestri del personalismo comunitario degli anni 30 del secolo scorso, Mounier in primis. Ecco su quali basi ripartire per ricostruire?

In effetti la stagione personalista ha prodotto in questo campo i suoi risultati migliori. Due grandi opere di Emmanuel Mounier, in particolare, meritano di essere ricordate: Rivoluzione personalista e comunitaria (1935) e Manifesto al servizio del personalismo (1936). Sullo sfondo è la crisi del ’29, l’affermarsi del nazionalsocialismo in Germania e delle tentazioni nazionaliste che avrebbero condotto a un altro conflitto mondiale. Mounier, in particolare, denuncia il pericolo di una “società di massa” che può riscattarsi nella “mistica” del capo carismatico, in cui una maggioranza silenziosa può incarnarsi ciecamente, come una sorta di coscienza collettiva personificata. Denuncia altresì il pericolo di una “società vitale”, costituita da un legame diretto, quasi viscerale, tra compagni di avventura, cementati da comuni esperienze e comuni interessi; in queste comunità effimere e superficiali, gli egoismi corporativi prendono il posto del bene comune e la dignità della persona naufraga nel culto della personalità del capo. Ma prima ancora, anche se in un contesto non propriamente personalista, merita di essere ricordata la grande opera di Henry Bergson, Le due fonti della morale e delle religione (1932), in cui viene messa a fuoco la differenza fondamentale fra società chiusa e società aperta: la prima è frutto di una regressione a uno stadio istintuale e quasi biologico, che tende sempre a compattarsi contro un nemico, in quanto manca di un’autentica apertura all’idea universale di umanità. Parole profetiche e inascoltate, proprio come il suo impegno per la pace nell’ambito dell’Assemblea delle Nazioni. Ci vorrà il bagno di sangue della seconda guerra mondiale per far aprire gli occhi sul pericolo mortale del populismo. È il caso di ricordarcene anche oggi.

La nuova primavera di Palermo. Intervista ad Alfio Mastropaolo

 

Palermo (Contrasto)

Entro questa primavera si svolgeranno le importanti elezioni amministrative. Elezioni che saranno, anche, un test politico nazionale. In particolare per PD e Movimento 5Stelle.

Complessivamente, considerando tutte le regioni, alla tornata elettorale amministrativa di primavera 2017 saranno interessati gli elettori di 1.020 comuni, di cui 796 appartenenti a regioni ordinarie e 224 a regioni a statuto speciale.
Si voterà in quattro comuni capoluogo di regione (Catanzaro, Genova, L’Aquila e Palermo) ed in ventuno comuni capoluogo di provincia (Alessandria, Asti, Belluno, Como, Cuneo, Frosinone, Gorizia, La Spezia, Lecce, Lodi, Lucca, Mondza, Oristano, Padova, Parma, Piacenza, Pistoia, Rieti, Taranto, Trapani e Verona).
Superano i 100.000 abitanti le seguenti città: Genova, Monza, Padova, Palermo, Parma, Piacenza, Taranto e Verona.
Da segnalare che si voterà per la prima volta in nove nuovi comuni istituiti nel 2017 mediante processi di fusione amministrativa. Il comune più piccolo alle elezioni è Blello (BG), che conta solo 71 abitanti al 31 dicembre 2015, data dell’ultimo bilancio demografico annuale Istat.

Ce ne occuperemo anche noi, facendo un piccolo “tour” politico – amministrativo, andando a scovare realtà significative nel nostro Paese.
Incominciamo, oggi, con la città di Palermo. Palermo città di Frontiera. Ne parliamo, in questa intervista, con Alfio Mastropaolo, palermitano doc, che è stato per anni docente universitario di Scienza politica e tra i più noti studiosi europei sull’antipolitica.

Professore, guardando all’operato di questi anni del Sindaco Orlando, quale giudizio si sente di esprimere? Per riprendere lo slogan di Luca Orlando “Il sindaco lo sa fare” sì o no?
Palermo è un laboratorio di molte cose italiane e per questo merita di essere osservata. È un esempio di quel che capita al momento alle amministrazioni locali in Italia. Nei primi anni ’90 erano state acclamate come la leva del rinnovamento politico e morale del paese. Si era introdotta l’elezione diretta del sindaco, si erano snellite le procedure amministrative (qualcuno si ricorda la storia del sindaco manager), se ne erano ampliate le competenze e si era concessa loro qualche autonomia impositiva. Dopo un quarto di secolo la situazione si è rovesciata. Che l’applicazione pratica dei modelli più perfetti sia di solito deludente è cosa nota. Ma qui siamo al disastro. Ci si voleva liberare dai partiti. Pian piano qualcuno comincia a pensare che tra sindaco e cittadini non c’è niente in mezzo, che l’assenza d’istituzioni di raccordo pregiudica l’azione di governo, che se le elezioni producono una scelta disgraziata – un sindaco non necessariamente disonesto, basta incompetente – le conseguenze sono micidiali e i cittadini le pagano. Non siamo ancora entrati in una fase di ripensamento, ma siamo in pieno in quella dell’insofferenza. La cosa più saggia sarebbe rivedere certe scelte e provvedere a una messa a punto. Al momento, invece, il rischio di derive politiche devastanti e di riforme peggiorative è altissimo. Osservare i casi concreti è dunque utile.
Ciò che rende ancor più problematica la condizione delle amministrazioni locali sono state le misure spietate adottate nei loro confronti degli ultimi governi. Esse hanno pagato la parte più consistente delle riduzioni della spesa pubblica. I tagli erano iniziati da tempo, ma si sono a dismisura accelerati. Sono i tagli, risalenti, la ragione delle cementificazioni dissennate degli ultimi due decenni. Concedere opportunità di costruzione era un modo per far cassa, come lo erano le grandi opere e i grandi eventi. Da ultimo sono intervenute riduzioni mostruose nei trasferimenti dallo Stato agli enti locali. I governi si vantano di avere ridotto la spesa pubblica e perfino di aver abbassato le tasse. Invece, anche se pochi cittadini lo sanno e nessuno li informa, la fiscalità è divenuta iniqua. Il risultato è che i comuni si sono impoveriti e hanno ridotto drammaticamente i servizi ai cittadini, di cui sono i fondamentali fornitori. Non senza differenze tra i comuni più ricchi e quelli più poveri.
In questa micidiale tempesta, la parabola di Palermo è esemplare. È un distillato della storia recente. La città ha vissuto da protagonista la stagione delle grandi aspettative, con un sindaco – Orlando – che impersonava il desiderio di rigenerazione morale non solo di Palermo, ma pure del paese. In otto anni di amministrazione, tra il 1992 e il 2001, Orlando era riuscito a ottenere risultati piuttosto soddisfacenti. Quando il suo ciclo elettorale si esaurito, a Palermo è toccata un’amministrazione disastrosa e neanche troppo rispettabile. Cinque anni or sono la città si è di nuovo affidata a Orlando e sta provando a risalire la china, con una duplice complicazione: lo stato lamentevole in cui la città era stata lasciata dall’amministrazione precedente e i succitati tagli spietati della spesa pubblica.
La mia esperienza è quella di un fruitore part time della città. Molti palermitani si lamentano, ma chi studia queste cose sa che gli elettori hanno memoria corta. Vista con più distacco, la città è in risalita. Date le condizioni in cui il sindaco Orlando l’aveva trovata – valga per tutti il fallimento dell’azienda municipale per la nettezza urbana – a Palermo si sono fatti miracoli. Gli elettori non studiano scienze sociali e le classifiche, come quella del Sole/24 Ore, giocoforza semplificano. Per rendere giustizia alla realtà, occorrerebbero indagini molto più accurate.

Durante l’incontro al Teatro Golden, per il lancio della sua ricandidatura a Sindaco, Orlando ha presentato il bilancio del suo operato. Stando alle cifre che ha mostrato indubbiamente vi sono opere pubbliche di riqualificazione del territorio molto importanti, si pensi alle zone strappate al degrado che hanno recuperato una bellezza antica. Tutto questo è importante, però le chiedo, in sintesi, quali sono state le direttrici strategiche su cui si è mosso il Sindaco?
Orlando ha illustrato pubblicamente il bilancio della sua amministrazione. Mi pare ovvio che abbia redatto un elenco di successi strepitosi. Questa è la politica. Ma è innegabile che di cose lui e la sua giunta ne hanno fatte molte. Il comune ha resistito alle difficoltà a quadrare i bilanci. Come tutti le amministrazioni locali, quella di Palermo è afflitta da terribili carenze di personale, aggravate dai vari blocchi delle assunzioni. Eppure, la città è più pulita di cinque anni fa; le attività culturali sono in pieno risveglio; il restauro del centro storico, che porta ancora le ferite della guerra, è ripreso, pur nella crisi generalizzata dell’edilizia; si è avviata una politica di potenziamento del trasporto pubblico e di riduzione dell’inquinamento; si contrasta l’abusivismo edilizio e la massiccia evasione di tributi e tariffe locali. Insomma, si fanno cose utili. Non escludo che si potesse far di meglio. Bastava trovare l’uomo adatto e eleggerlo.

La forza carismatica e la competenza di Luca Orlando fanno la differenza. Un sindaco senza partito. Tanto che lui afferma “Palermo è il mio partito”. Una logica di indipendenza molto forte. I partiti di centrosinistra accetteranno questo?
Si parla troppo del carisma di Orlando e non gli si rende giustizia. Vent’anni fa ne avevano fatto uno straordinario personaggio televisivo. Poi la televisione e media l’hanno mollato e Orlando è rientrato tra i ranghi, ma è rimasto una personalità non comune. Il suo è uno stile politico singolare, per qualcuno magari irritante, ma lui è soprattutto un amministratore competente, un politico attento a parlare coi cittadini, oltre che una figura moralmente irreprensibile. Nessuno ha mai potuto metterne in discussione la moralità personale. Per temperamento non ama le liturgie dei partiti. Ma il problema non sta tanto nel fatto che lui non ama i partiti. Sta nel fatto che i partiti sono odiosi, pretenziosi e inconsistenti. Tanto che a Palermo non riescono nemmeno a opporgli una candidatura accettabile.
Il Pd si vanta di essere rimasto l’ultimo partito italiano. Sta mettendo in scena l’ennesima ridicola incoronazione del suo leader, ma a Palermo, dopo avere fatto sempre resistenza a Orlando, non ha trovato nessuno disposto a fargli concorrenza. Secondo un’antica tradizione nazionale, corre perciò in soccorso al (presunto) vincitore: se va bene, elemosinerà qualche assessorato. L’unica scusante è che i partiti sono allo stremo in tutta Italia, in Europa e forse, a guardare all’America, in tutto l’occidente. È molto difficile capirne la ragione. Butto lì un’ipotesi: i partiti non sanno e non vogliono più connettere i cittadini ai pubblici poteri, perché costa molta fatica. Vogliono vincere le elezioni, spartirsi le cariche pubbliche e si illudono che a questo fine basti la comparsata televisiva dell’istrione di turno. Così il popolo lo stanno scoprendo i nuovi estremisti di destra, o i populisti alla Grillo. È una condizione disastrosa, perché i partiti erano sì stati inventati come macchine elettorali, per conquistare il potere, ma lo facevano raggruppando gli individui, accogliendoli, soprattutto educandoli e connettendoli tra loro. Per carità, c’era chi lo faceva malissimo e si incrociava con la mafia. Sta di fatto che i partiti attuali sono unicamente gruppi di potere, che si affannano tra politica e affari. Palermo riflette in piccolo questa condizione. In assenza di un’alternativa credibile, Orlando ne profitta e li tratta con sufficienza.
In realtà, anche se dice di non avere un partito, lui dispone di un larghissimo network di relazioni nella società locale, tra associazioni, parrocchie, gruppi di volontariato, opinion leaders di circoscrizione, che coltiva da decenni e che, specie in assenza di concorrenti, costituisce una discreta base elettorale. Ho però il sospetto che, come tutte le persone di buon senso, anche lui si renda conto che i partiti ci vorrebbero. Come si tiene assieme una società, anche solo locale, senza una pubblica amministrazione decente, senza attività imprenditoriali, private o pubbliche che diano lavoro e reddito e pure senza partiti che raggruppino e educhino i cittadini? Palermo è un esempio tra tanti. Le assenze – niente pubbliche amministrazioni, niente partiti, niente imprese – sembrano essere il destino del paese. Da qualche parte sopravvivono segmenti di amministrazioni pubbliche e di imprese, più o meno solidi: a Milano, a Torino, a Firenze. Ma il resto, si veda Roma, è al collasso. Nel collasso può capitare di tutto: il pessimo – di esempi ne abbiamo molti sotto gli occhi – e il buono. Quest’ultimo mi pare il caso di Orlando, il quale però può far fuoco solo con la legna che c’è. Dobbiamo comunque essere consapevoli che se c’è bricolage virtuoso, c’è n’è anche di terribile. Non a caso l’elettore medio, in Italia e non solo, non è scontento, ma è disperato, e la disperazione produce movimenti scomposti. È sciocco gridare al lupo populista quando non si fa che chiamarlo.

Palermo si è contraddistinta per le politiche di accoglienza. Può parlarcene? Vi sono progetti meritevoli?
Anche qui, l’amministrazione comunale fa quel che i mezzi le consentono. A quel che vedo, fa parecchio. L’immigrazione è un fenomeno irreversibile. Come lo giudichiamo è irrilevante. Ciò che conta è che non si fermerà. E non porta da nessuna parte l’idea che possiamo fermarla. Per fermarla servirebbero non i respingimenti, ma una politica di sostegno ai paesi di provenienza, che crei pane e lavoro da quelle parti. E poi smetterla di accendere guerre scellerate in giro per il mondo. Se uno avesse buon senso, rinuncerebbe alle guerre e investirebbe nella pace. Ma l’occidente è irrimediabilmente insensato e vai a persuadere le popolazioni occidentali che occorre investire per dare pane e lavoro all’Etiopia o al Marocco. Quindi adeguiamoci. Le politiche di accoglienza costano anch’esse. Ma oltre all’accoglienza materiale, è essenziale quella simbolica: la conoscenza e il rispetto dell’altro. Questa è una politica che non costa, ma che in pochi fanno. Orlando la fa, con accanimento. La fa col suo stile: Palermo come punto di contatto tra nord e sud, come grande capitale mediterranea. Le parole contano. Anzi, le parole sono fatti. Certe parole – benedetto sia chi le pronuncia – servono a bilanciare le parole di odio pronunciate da altri. Sono coerenti con questo schema anche le parole che Orlando spende da sempre contro la mafia e la sua attenzione ai temi della legalità. C’è da aspettarsi che Palermo capitale della cultura nel 2018, oltre a far conoscere meglio le sue mille risorse monumentali, artistiche, gastronomiche, colga l’occasione per ribadire questi temi, anche agli occhi dei palermitani. I quali andrebbero pure persuasi a rispettare di più la loro città. Un’amministrazione non può farcela da sola. Se il problema della raccolta rifiuti è ancora grave, quanto non aiuterebbe a risolverlo un comportamento più disciplinato dei cittadini? Se ci fossero dei partiti di qualità, aiuterebbero loro. Non ci sono anche in questo e se ne sente la mancanza.

Certamente vi sono stati dei miglioramenti presentati dal Sindaco in quelle sue slides, che hanno fatto sì che l’immagine di Palermo in Italia sia migliorata. Però c’è l’enorme cifra della disoccupazione che si aggira intorno al 42% nella città metropolitana. Il tessuto industriale del comprensorio si è desertificato per la chiusura della Fiat. Non pensa che questo dovrà diventare la priorità assoluta per il prossimo sindaco?
Palermo sul piano occupazionale è molto malmessa. Lo è come il resto della Sicilia e come il Mezzogiorno. Ci sono segni di risveglio, ma sono molto timidi. Cosa può fare un sindaco? Non chiediamogli quel che non può fare. Una città ben amministrata può attrarre investimenti: magari di buona qualità, anziché grandi opere e grandi eventi, genere olimpiadi. Il problema è che amministrare bene aiuta, ma non risolve. Palermo è situata alla periferia dell’Europa. Per ravvicinarla si dovrebbe investire in infrastrutture – porto, aeroporto, ferrovie, ecc. – ma mancano le disponibilità finanziarie e neanche questo forse basterebbe. Sarebbe invece di enorme aiuto lo Stato, ove colmasse, e consentisse di colmare, i vuoti che ci sono nelle pubbliche amministrazioni, se intervenisse a potenziare le scuole, l’università, la ricerca, ecc. ecc. Queste cose chi ci governa non le fa nemmeno nelle regioni di paese che gli stanno più a cuore. Figurarsi nel Mezzogiorno, in Sicilia, a Palermo, che sul piano elettorale contano ormai molto poco. Non parliamo della regione Sicilia. La strategia nazionale è di mettere le città in concorrenza e di far piovere finanziamenti dall’alto più o meno per grazia sovrana. Personalmente penso che tutti i cittadini abbiano diritto a essere trattati allo stesso modo e a ottenere lo stesso livello di servizi: non a essere erraticamente beneficati mediante qualche curiosa procedura competitiva, che premia gli amministratori e ignora i cittadini. Come pretendere allora il miracolo dal sindaco di una città carente di iniziative imprenditoriali private e pubbliche di qualche respiro? Si può sperare nel turismo, ma di solo turismo non si campa e comunque, salvo trasformare i centri storici in Disneyland, serve una politica del turismo, non solo locale. Soprattutto però occorrerebbe una vera politica industriale nazionale, che metta al centro il divario con il Mezzogiorno. Purtroppo non nutro alcuna speranza che ciò possa avvenire nei prossimi anni. L’agenda dei governanti nazionali è tutt’altra e coloro che aspirano a sostituirli non sono affatto migliori.
La sola cosa che forse si potrebbe fare, dico forse, è cominciare a sperimentare, in posti come Palermo, forme di organizzazione e distribuzione della vita collettiva e del lavoro alternative. Non il lavoro non pagato dei cosiddetti volontari o degli stagisti, che è una forma di sfruttamento vergognoso, ma la redistribuzione del lavoro. Può però farlo un sindaco? Non lo so. Ma bisognerebbe pensarci. Da qualche parte si fanno esperimenti. Perché non a Palermo?

“Un centrosinistra plurale può salvarci dal populismo”. Intervista a Franco Monaco

 

Franco Monaco (Camera dei deputati/Wikipedia)

Il congresso del PD si è avviato. Il contesto è reso difficile dall’inchiesta sulla Consip. Le polemiche quotidiane sull’inchiesta rischiano di avvelenare il clima congressuale. In questo Congresso non c’è solo in gioco il destino personale di Matteo Renzi, ma più in generale quello del Centrosinistra italiano.  Quale sarà il suo sviluppo? Ne parliamo con Franco Monaco deputato e giornalista, ulivista della prima ora.  

Onorevole Monaco, lei è un “ulivista” della prima ora. E’ stato, ed è tuttora, molto vicino a Romano Prodi, è stato tra i fondatori del PD. Quindi lei può aiutarci a capire più in profondità la crisi del suo partito. Per molti la crisi del PD è dovuta alla persona di Matteo Renzi. Per alcuni è visto come un “usurpatore” della tradizione, o delle tradizioni, del PD. Non pensa che le colpe siano un pò più larghe? Di trasformismi all’interno del PD ve ne sono stati diversi..
Prima di stabilire le responsabilità, merita fissare la portata del fatto. La scissione segna l’affossamento del progetto del PD nel solco dell’Ulivo, quale partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria, inclusivo verso il centro ma anche verso sinistra. E resta agli atti che quel fallimento si è prodotto nel tempo in cui Renzi era alla guida del PD. Quanto alle responsabilità non ho esitazione a sostenere che quelle largamente prevalenti sono in capo a Renzi. Per limitarci alla causa prossima, basterebbe la cruda verità squadernata dal fuori onda di Del Rio: mentre si consumava la rottura, Renzi, irresponsabilmente, non faceva neppure una telefonata e i suoi sodali – parola di Del Rio – ancor più irresponsabilmente si compiacevano perché si sarebbero liberati altri posti per loro. Da non credere. Ma la cosa dice tutto circa mediocre qualità di quel gruppo dirigente. Senza bisogno di scomodare lo spaccato fornito dallo scandalo Consip.

Dove, secondo, lei Matteo Renzi si è dimostrato più lontano dalla cultura ulivista?
Sotto molti profili: una leadership arrogante e divisiva; un posizionamento e politiche fuori asse per un partito di centrosinistra, sino alla suggestione del “partito della nazione”; lo schiacciamento sull’establishment; la teoria e la pratica della disintermediazione anziché la cura per la mediazione e il dialogo con le forze sociali, che è tratto caratteristico di tutti i partiti riformisti e socialisti europei; l’approccio divisivo alla stessa Costituzione, che si pretendeva di riformare a colpi di maggioranza. Nel Manifesto fondativo del PD è scolpito il solenne impegno a non ripetere mai più quel l’errore e le stesse, starcitate a sproposito, tesi dell’Ulivo recitavano così: “le regole si scrivono insieme”. Quelle costituzionali e quelle elettorali. Si è fatto esattamente l’opposto.

Eppure qualcosa di sinistra ha fatto, penso all’attenzione agli immigrati, alle unioni civili, alla critica della politica del rigore europeo…. Per alcuni Renzi è colui che ha mutato geneticamente il PD. Pensa che questa mutazione sia irreversibile? Oppure, invece,  si è ancora in tempo per fermare questa mutazione?
Non nego che siano state fatte anche alcune cose buone in tema di immigrazione. Meno nel rapporto con la Ue. Dove anche le nostre buone ragioni sono oscurate dai nostri torti. La vis polemica verso le istituzioni comunitarie più che su una diversa visione di esse e delle loro politiche si è esercitata per il malcelato proposito di avere sconti, di sottrarci agli impegni da noi stessi sottoscritti. Si pensi alla facile polemica retrospettiva sul governo Monti. Quasi che tutti i nostri guai fossero responsabilità sua, che l’emergenza finanziaria del 2011-2012 ce la fossimo inventata. Ora, anche ministri del governo come Calenda, stigmatizzano la politica dei bonus, una politica economica orientata più alla ricerca del consenso che non concentrata su misure strutturali volte alla crescita. Bene le unioni civili, ma ho l’impressione che l’enfasi con la quale le si rivendica come “cosa di sinistra” è l’altra faccia della circostanza che si è invece trascurata la lotta alle disuguaglianze quale vera e decisiva ragione sociale della sinistra.

Parliamo degli “scissionisti”. Renzi ha non poche gravi responsabilità, politiche ed umane, questo è evidente. Però ad uno sguardo obiettivo anche tra gli ex-Pd  non mancano le responsabilità…Penso ad esempio alla loro opposizione talvolta preconcetta. Per lei? Qual è il punto debole della scissione?
La scissione si è prodotta tardi e male. La sua causa prossima è sembrata oscura e politicista: congresso, calendario, primarie, conferenza programmatica…. Ma essa maturava da tempo su ragioni politiche di sostanza. Manifestamente il PD renziano ha lasciato un grande vuoto a sinistra, dove ora fioriscono più iniziative non so quanto suscettibili di amalgama e di sintesi.
Io, un paio di anni fa, quando già si incattivivano a dismisura i rapporti politici e persino personali dentro il partito, sostenevo la tesi di una “separazione consensuale” tra le anime del PD, a congrua distanza dalle elezioni politiche, così da avere tempo e modo di stringere poi un’alleanza di governo tra soggetti distinti, tra il centro renziano e una sinistra di governo. Ora, a ridosso delle elezioni e a valle di una lacerazione, la cosa è più difficile.

Non teme che la scissione renda ancora più difficile il contrasto al populismo?
Si può ancora sperare di farcela. Con una legge elettorale a impianto proporzionale, arricchendo e articolando l’offerta politica su più soggetti nel campo del centrosinistra, si può persino sperare che il consenso complessivo sia superiore. Di sicuro il PD da solo non ce la può fare, è svanita la pretesa dell’autosufficienza del PD di cui era figlio l’Italicum, concepito sull’onda di quel 40% alle europee che ci si è illusi potesse stabilizzarsi. Certo, molto dipenderà dalla legge elettorale, dalle soglie e dall’eventuale premio alle coalizioni.

Chi, secondo lei, riuscirà a rimettere insieme i “cocci” del centrosinistra? Pisapia?
Quella di Pisapia è una iniziativa interessante e da incoraggiare. Si può condensare in cinque dense parole: sinistra, di governo, di impronta civica, plurale e inclusiva, con un profilo di novità. Se e come essa possa interagire con i soggetti che si posizionano a sinistra del PD lo vedremo nei prossimi mesi.

Veniamo alle primarie.  Parteciperà alle primarie? La sua amica e collega Rosi Bindi sosterrà Andrea Orlando. Lei?
No, penso di non partecipare alle primarie. Guardo con più interesse appunto alla novità di Pisapia. Rinvengo in essa, potenzialmente, più spirito dell’Ulivo di quanto non ne residui nel PD centrista renziano. E poi i tre candidati non mi convincono. Del mio dissenso da Renzi ho detto. Emiliano ha un timbro populista e non mi riesce di scorgere una sua cifra politica. Orlando è certo il più composto, si propone come erede della sinistra pre-PD, ma nei tre anni del renzismo ha condiviso organicamente le scelte politiche e di governo.

Torniamo  a parlare, per un attimo, di Matteo Renzi. Gli ultimi avvenimenti , inchiesta Consip, per alcuni osservatori rappresentano gli ultimi giorni del “renzismo”. Per lei?
Al netto dei profili giudiziari, a fare problema è lo spaccato di un sistema di potere provinciale e familistico. Come si è detto con formula efficace, troppo potere in pochi chilometri. Ma separerei rigorosamente la questione giudiziaria da quella politica.

Ultima domanda: Come giudica Paolo Gentiloni?
Conosco e stimo Gentiloni. Piace la sua misura, la sua compostezza, il suo understatement. Anche per differenza, rispetto alla premiership nevrotizzante di Renzi. Gli italiani respirano, si rilassano. Certo, si tratta di un governo di fine legislatura, ricalcato su quello che lo ha preceduto, che di necessità non può avere largo respiro e grandi ambizioni. E tuttavia esso, nato con la scadenza incorporata per l’ossessione di Renzi di precipitare il paese verso elezioni-rivincita, per come si sono messe le cose, potrebbe reggere sino alla scadenza naturale della legislatura, facendo cose buone.

PD, la follia delIa scissione. INTERVISTA A GIORGIO TONINI

La scissione del PD si è compiuta, dopo giorni di follia politica. Sconcertante, agli occhi dell’opinione pubblica, il comportamento dei protagonisti di questa vicenda. Adesso sorgeranno i gruppi parlamentari degli scissionisti. “Movimento Democratico e Progressista”, questo il nome del nuovo gruppo. Cerchiamo di capire, in questa intervista, con Giorgio Tonini (PD), Presidente della Commissione Bilancio al Senato, quali saranno le conseguenze della scissione.

Senatore Tonini, come sta vivendo, personalmente, questa scissione?

 Diciamo che abbiamo conosciuto momenti migliori. Un gruppo di dirigenti storici della sinistra italiana, pur di abbattere il segretario in carica, peraltro alla prova di un congresso tutt’altro che scontato, non esita a dare un colpo al partito con l’obiettivo dichiarato di fargli perdere il primato elettorale nel paese. Un obiettivo folle e irresponsabile, non solo nei riguardi del Pd, ma anche nei confronti del paese, che non mi pare disponga di un’alternativa di governo pronta. E tutto questo in uno scenario europeo e internazionale da brivido, alla vigilia di elezioni francesi che potrebbero segnare la fine dell’Unione europea, o viceversa aprire una fase di nuovo sviluppo della costruzione politica dell’Europa, dalla quale un’Italia resa nuovamente instabile dall’esito infausto del referendum costituzionale, rischia di essere esclusa.

Nel suo territorio, il Trentino, che tipo di reazioni ha registrato?

Sconcertate. Praticamente nessuno ha seguito i fuoriusciti. Semmai c’è chi, contro la scissione politica, invoca la secessione territoriale. È un altro, piccolo sintomo dei rischi di disgregazione del paese.

A rivedere il film di questi ultimi due mesi, in cui il suo partito ha dato il peggio di sé, si fa ancora fatica a comprendere le motivazioni profonde di una scissione che assomiglia sempre più ad uno psicodramma collettivo. Insomma possono le differenze programmatiche, e ve ne sono diverse, giustificare una scissione? Questo è quello che si domanda l’opinione pubblica….

Differenze programmatiche ce ne sono, come è evidente, ma anche fisiologico, in un grande partito popolare e plurale. Ma non si fa una scissione, tanto meno in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo, per qualche divergenza programmatica. Semmai ci si presenta al congresso con una piattaforma alternativa a quella del segretario uscente e si prova a metterlo in minoranza.

Parliamo di Matteo Renzi. Dica la verità Senatore Tonini, il comportamento dell’ex-segretario non è stato proprio di uno che fosse dispiaciuto della scissione. Anzi! Il comportamento ha continuato ad essere improntato sulla supponenza, menefreghismo delle ragioni degli altri, ingordigia di rivincita…. A parte quella piccola autocritica fatta in quella intervista ad Ezio Mauro su Repubblica, non c’è stata una vera autocritica sul suo operato. Eppure ragioni per farla ve ne sono. Insomma come può una persona così essere percepita come un segretario di tutti?

Per la verità, Renzi ha fatto molto di più che sottoporsi al rito un po’ comunista dell’autocritica: si è dimesso da presidente del Consiglio e poi da segretario del partito. Detto questo, è indubbio che la dote più spiccata di Renzi non sia l’inclinazione alla mediazione e al compromesso. Ma neppure questa è una ragione sufficiente per andarsene da un partito. Del resto, il principale regista della scissione, Massimo D’Alema, può dare poche lezioni al riguardo, diciamo… Siamo seri. La ragione della decisione di uscire sta in un radicale dissenso sulla natura del Pd. Per D’Alema e Bersani doveva essere l’ennesima metamorfosi del Pci, a cominciare dalla forma-partito, basata sulla mediazione al centro piuttosto che sulla competizione tra proposte alternative, e su un gruppo dirigente sostanzialmente inamovibile, che si rinnova lentamente e quasi solo per cooptazione. Renzi, pur con tutti i suoi limiti, ha avuto il merito storico di prendere sul serio il modello nuovo di partito pensato e voluto da Veltroni e di metterlo in atto, di farlo vivere non solo negli statuti, ma nella prassi quotidiana. Un modello aperto e competitivo, fondato sui due principi della vocazione maggioritaria e della contendibilità di tutte le cariche. Questo modello si è rivelato insopportabile per D’Alema e soci, al punto di tentare, con la scissione, di farlo saltare. Per fortuna non sembra che le dimensioni della rottura siano letali per il Pd. Anche se certamente sarebbe stato meglio poterne fare a meno.

E poi questa voglia smisurata, da parte di Renzi, di andare presto alle elezioni: non la vede come un suicidio per il PD? E la decisione dalla Direzione di concludere l’iter congressuale il 30 aprile non suona come una sconfitta del segretario dimissionario e la vittoria del partito della conclusione della legislatura a scadenza naturale?

Trovo la disputa sulla data delle elezioni, sei mesi prima o sei mesi dopo, malinconicamente comica. Renzi avrebbe avuto torto a pretendere di andare alle elezioni saltando il passaggio della sua rilegittimazione democratica attraverso il congresso. Ma ora il congresso c’è e si terrà prima del voto. A questo punto è la fuoriuscita dei dalemiani (e non le presunte smanie di rivincita di Renzi), che potrebbe portarci alle elezioni subito. A prescindere dai tempi del congresso del Pd. Da presidente della commissione Bilancio del Senato, mi sentirei di sconsigliare al governo di entrare nella sessione di bilancio con la sola certezza che i fuoriusciti dovranno utilizzarla per distinguersi tutti i giorni dal Pd, pena la loro irrilevanza politica e la loro scomparsa dai media. Ho già visto questo film: tra il 2006 e il 2008, protagonisti i gruppi e gruppetti che assediavano il Pd e il governo Prodi da sinistra e dal centro. Il finale obbligato furono le elezioni anticipate.

Parliamo dell’ex minoranza PD. Anche qui errori ve ne sono stati, dove, secondo lei, hanno sbagliato?

In particolare, direi, nel comportamento parlamentare. Non si contano infatti le occasioni nelle quali la minoranza non si è limitata a criticare le scelte della maggioranza del partito e del governo, come è suo diritto indiscutibile in un partito democratico. Ma si è dissociata nel voto, talvolta perfino in quello di fiducia, nelle aule parlamentari. Questo comportamento, tanto più se ripetuto, è strutturalmente incompatibile con l’appartenenza ad un partito. È già, di per sé, un comportamento scissionistico. Questo la minoranza lo sa e sa anche che la politica ha le sue leggi, diverse da quelle della fisica o della chimica, ma non meno stringenti. Una di queste leggi è la complementarietà, in un partito complesso e composito, del pluralismo della rappresentanza e della disciplina nel voto. Se si viola sistematicamente la disciplina, si mette a repentaglio la sostenibilità del pluralismo e si pongono quindi le basi della scissione. Questa regola non conosce eccezioni, nella storia dei partiti politici, e averla sottovalutata, da parte della minoranza, è stato un grave errore di superficialità.

Loro dicono: noi, con la nostra scissione, salviamo il centrosinistra. E’ così?

Il magnifico paradosso delle frequenti scissioni a sinistra è che vengono consumate sempre in nome dell’unità: un mito tanto celebrato sul piano retorico, quanto smentito su quello pratico. Ma la vera o presunta, diciamo tentata, scissione del Pd, in nome dell’Ulivo è una novità fantastica. L’Ulivo è sempre stato una coalizione che tendeva a farsi partito, frenata dall’istinto di conservazione dei partiti che avevano dato vita alla coalizione. In questo senso, pur con tutti i suoi limiti, il Pd è l’Ulivo realizzato: scindere il Pd in nome dell’Ulivo è quindi un nonsenso. Sarebbe come divorziare per tornare fidanzati.

Si potrà ricomporre la scissione? Su che basi potrà rinascere il centrosinistra?

Per me la domanda non ha senso. Il Pd è il centrosinistra che si fa partito. Un partito a vocazione maggioritaria, cioè un partito aperto e inclusivo e che non si limita a presidiare una nicchia più o meno grande di consenso, ma cerca di conquistare il “mainstream” del paese. Anche per questo la coincidenza nella stessa persona della funzione di segretario del partito con quella di candidato premier è un principio costitutivo del Pd. Volerlo rimuovere, come ora dice di voler fare Orlando, è proporsi di snaturare il Pd, per tornare all’idea di partito che era propria della Prima Repubblica. Questo non significa che il Pd non possa o non debba fare alleanze con formazioni minori alla sua sinistra o alla sua destra. Ma queste scelte tattiche, spesso imposte dal realismo dei numeri, non hanno nulla a che vedere con la natura del Pd, se non in quanto esprimono la sua vocazione a conquistare nuovi consensi al riformismo.

Ora inizierà il percorso congressuale. Ho la sensazione che non sarà facile coinvolgere il “popolo delle primarie”… Lei che ne pensa?

La partenza è certamente in salita: dopo una sconfitta strategica e una (per quanto ridotta) scissione, con alle viste un confronto elettorale che con assoluta probabilità non produrrà alcun vincitore, non è facile suscitare entusiasmo. Molto dipenderà dalla capacità di Renzi di rilanciare un progetto riformista per il paese: un progetto che prenda le mosse dalla batosta referendaria, assumendo fino in fondo il carico di inquietudine, di insoddisfazione, di sofferenza e di rabbia che quel voto ci consegna, ma non per cavalcarlo retoricamente, come fanno le molte famiglie populiste, ma per corrispondere ad esso con un di più di intelligenza, di immaginazione, di progettualità e di coraggio riformisti. La scelta di Renzi di ripartire dal Lingotto e di affidare il coordinamento del programma a un riformista a tutto tondo come Tommaso Nannicini è la partenza migliore di questa difficile impresa.

Infine una parola sul governo Gentiloni. L’Europa vuole la manovra correttiva presto, Renzi non ne vuol sapere di privatizzazioni, tasse sulla benzina, ecc. Non vedo messo bene il governo…

Nemmeno io. Ma non tanto per i presunti dissensi di Renzi, quanto per gli effetti della scissione. Ho sempre pensato e detto più volte che l’unico modo per accelerare la fine del governo Gentiloni è dunque quella della legislatura era la scissione, anche piccola, del Pd. Si chiama eterogenesi dei fini: un altro classico nella storia della sinistra.

“Siamo ancora in tempo a fermare la deriva di Renzi”. Intervista a Chiara Geloni

CHIARA GELONI

CHIARA GELONI (Contrasto)

Ieri si è svolta direzione del PD. Sabato prossimo si terrà, a Roma, l’Assemblea Nazionale per la convocazione del Congresso. Come si svilupperà? Per alcuni osservatori la scissione si fa sempre più vicina. Andrà davvero così? Ne parliamo, in questa intervista, con Chiara Geloni, giornalista ed ex direttore di YouDem TV ai tempi della Segreteria PD di Pierluigi Bersani.

Chiara, la direzione non ha soddisfatto, secondo le parole di Bersani, la Sinistra PD. Francamente l’impressione,  agli occhi della gente, che la Sinistra PD sia incontentabile. Non Volevano il Congresso? 

Il congresso è previsto nel 2017 per statuto, non si tratta di volerlo o meno. È vero che i non renziani del Pd hanno detto nei mesi scorsi che accelerare verso le elezioni anticipate prima di fare il congresso, e quindi senza fare un bilancio di questi anni e presentare una nuova proposta agli italiani, sarebbe stata una forzatura inaccettabile. Però, e anche questo era stato detto da tempo, lo sarebbe altrettanto un congresso che si risolva solo in una conta per rilanciare la leadership di Renzi e gli consegni un mandato in bianco per esercitare i pieni poteri. E anche sull’impressione che tutto questo fa “agli occhi della gente” sarei più cauta nel giudicarlo.

Cosa è mancato nell’intervento di Renzi? 

Non ha preso nessun impegno circa un congresso vero che dia la possibilità di un vero confronto politico, salvo vaghe allusioni alle regole (poi sui giornali di oggi ha detto “li seppelliremo con le loro regole”, virgolettato smentito ma che faccio fatica a ritenere inventato). Ha ripetuto che chi perde dovrà rispettare chi vince, come se in un partito non fosse necessario e dovuto anche il contrario. Non ha nemmeno detto che, come prevede lo statuto in caso di congresso anticipato, si dimetterà formalmente in assemblea. Ha eluso il fatto che il Pd come partito di maggioranza relativa ha responsabilità innanzitutto verso l’Italia e verso i nostri alleati europei. Ha accennato con nonchalance al fatto che il tesseramento si chiude il 28 febbraio, cioè tra quindici giorni, e sembra non avere idea dello stato in cui è il partito sui territori. Infine ha respinto un documento della minoranza che impegnava il Pd a sostenere il governo a prescindere dagli esiti del congresso. Non ci sono molti elementi per sentirsi garantiti.

La Sinistra teme che  Renzi faccia cadere il governo prima della scadenza della legislatura. Pensi davvero che Mattarella non faccia nulla?

La mia fiducia nel presidente Mattarella è totale. Ma il presidente della repubblica non è onnipotente e la nostra è una democrazia parlamentare. Se il partito di maggioranza relativa, se la maggioranza del parlamento gli chiedono di sciogliere le camere lui deve farlo. Mattarella è il garante della costituzione e la costituzione dice questo.

Torniamo al Congresso. La Sinistra PD  Si presenta con ben tre candidature, e forse si candiderà Andrea Orlando. Vi sarà una convergenza su di lui? 

Vedremo quali saranno le candidature al momento di presentarle. Andrea Orlando ieri ha detto molte cose apprezzabili sul fatto ad esempio che non ci serve una conta e che le primarie rischiano di diventare la sagra dell’antipolitica e altre inaccettabili (come la richiesta di autocritica a chi ha votato No, evitando che il Pd venisse seppellito – davvero – dalla valanga referendaria), e comunque non ha rotto con Renzi, non gli ha votato contro e non si è candidato. Mi aspetto intelligenza e generosità da tutti gli aspiranti segretari, in ogni caso. Ma prima di tutto la minoranza Pd dovrà capire se ci sono le condizioni per partecipare a questo congresso. Poi si discuterà di chi candidare e sostenere.

Molti osservatori affermano che la scissione sia più vicina. Nel week end si svolgerà l’assemblea per indire il Congresso. Pensi che la scissione avverrà platealmente in assemblea? 

Alzarsi e uscire con le bandiere come a Livorno nel 1921 dici? Scenario affascinante, non lo nego… Specialmente per una di formazione democristiana come me sarebbe un’esperienza nuova! Scherzi a parte, si entra in una fase in cui la forma è più che mai sostanza. L’assemblea deve svolgersi regolarmente secondo le procedure statutarie: numero legale, dimissioni del segretario, elezione di un reggente e della commissione congressuale nel rispetto del pluralismo interno eccetera. Questo è il minimo. Il rispetto delle regole comuni in questo passo d’avvio del congresso darà il tono a tutto ciò che seguirà poi.

Cosa dovrebbe succedere per evitare una scissione che farà molto male al popolo della Sinistra?  C’è una persona seria che sta cercando di evitare questo: Gianni Cuperlo. Come giudichi il suo ruolo?

Condivido sempre quello che dice Cuperlo, non sempre capisco la sua strategia. Mi auguro che non solo lui, ma tanti, stiano lavorando per evitare una scissione che sarebbe la fine di un progetto al quale ho creduto e lavorato per più di vent’anni e che continuo a ritenere una proposta giusta per l’Italia. Ho letto che qualcuno dice che la sinistra Pd cerca pretesti per rompere. Io dico che da tre anni, e non solo io, stiamo cercando pretesti per restare. Nonostante minacce, insulti, umiliazioni personali, politiche e professionali. In molti purtroppo non ne hanno potuto più e hanno già lasciato il Pd. Non parlo di deputati ma di elettori, militanti, gente che non ha più preso la tessera e non ci ha più votato. Ora questa idea politica può riprendere fiato o finire. In questi cinque giorni io guarderò e giudicherò cosa faranno coloro che ieri hanno taciuto o espresso critiche alla stagione renziana e poi gli hanno votato a favore, coloro che possono fermare la deriva verso la trasformazione del Pd in partito di Renzi. Credo che in molti come me pensino con le parole di De André: anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti.