LE RADICI DEL POPULISMO: LA NASCITA DELLA PSICOPOLITICA. Uno studio della Fondazione PER

 

La Fondazione PER (Progresso, Europa, Riforme) oggi pomeriggio, a Roma, nella Sala Atti parlamentari del Senato ha presentato lo studio “ALLE RADICI DEL POPULISMO”, curato da Antonio Preiti, direttore di Sociometrica. Sono intervenuti i parlamentari Stefano Ceccanti, Lia Quartapelle, Dario Parrini, il Prof. Andrea Graziosi, il Direttore di Policy Sonar, Francesco Galietti, Vittorio Ferla, Direttore di LibertàEguale e Alberto De Bernardi, Presidente di PER, che ha concluso i lavori.

Lo studio analizza, su base internazionale, i numerosi fattori che in due anni hanno stravolto il quadro politico dei più importanti paesi occidentali. Secondo lo studio, alla vecchia alternativa tra destra e sinistra si è sostituito uno scontro sull’identità. I movimenti populisti sono centrati sulla difesa dell’identità collettiva secondo la loro storia e tradizione, mentre sul lato opposto c’è una concezione più globalista e multiculturale. Questa nuova divisione porta con sé numerose conseguenze, da una parte si sottolineano la cultura religiosa cristiana a la difesa degli stili di vita più tradizionali, dall’altro una società più aperta e più globale, a partire dall’Europa.

Un’altra differenza sostanziale è che il blocco politico dei populisti è fondato più che su interessi economici su stati emotivi, come la rabbia, la contestazione delle élite e la paura che siano stravolti i vincoli sociali dei quartieri e delle piccole città così come li conosciamo. Lo studio ha anche presentato una mappa in cui sono evidenziati i sentimenti che dominano la scena politica italiana, dove prevalgono l’ansia, la paura e la tristezza. Lo studio evidenzia anche una contrapposizione tra emozione politica, e del pensiero che vi è legato, e razionalità politica. Lo studio mette poi in luce che in questi anni, in seguito alla crisi del 2008, le differenze di reddito si sono accresciute e la ricchezza nazionale italiana è ancora più bassa, unico caso nel mondo occidentale, rispetto a quella del 2007.
Un risultato inedito dello studio riporta quanti in Italia, a prescindere dal voto espresso, o dalle intenzioni di voto, si possono definire “populisti” e quanti “mainstream”, cioè sostenitori dei partiti tradizionali di sinistra, di destra e di centro. Secondo lo studio il 47 % degli Italiani ha una visione della politica Mainstream”, mentre 38 % ha un approccio culturale più “populista” (il 15 % non ha idee chiare o è equidistante); questi dati prescindono dal voto effettivo espresso nelle elezioni o nelle intenzioni di voto.

“Abbiamo deciso di occuparci di populismo – Alberto De Bernardi – perché questo è il vero avversario, attuale e pericoloso dei riformisti. La Fondazione PER Progresso Europa Riforme nasce per dare un contributo alla costruzione di un pensiero riformista al passo con i tempi, capace di rispondere alle sfide di questo momento storico. Proprio per questi motivi comprendere in profondità il populismo e la minaccia che esso rappresenta per le democrazie liberali è essenziale”.

“Si è aperta una fase nuova della politica in tutto l’Occidente – ha detto Antonio Preiti – che mette al primo posto le emozioni, il pensiero contro la ragione, la fine di ogni autorità, per cui bisogna cambiare gli strumenti della comunicazione, e l’intero modo attraverso cui oggi si forma l’opinione politica pubblica.”

“La funzione dei riformisti – ha aggiunto Vittorio Ferla – non può e non deve essere quella di chi tenta di “addomesticare” il populismo, tramite alleanza con tutto o parte di questo schieramento, ma quella di costruire una credibile alternativa di governo, capace di dimostrare e convincere che la democrazia liberale può tornare ad essere la forma di stato migliore per rispondere alle aspettative dei cittadini. I riformisti devono essere consapevoli che non c’è un posto dove tornare per ricominciare a fare quello che hanno fatto, con tanto successo, in passato. Innovazione, e non ritorno allo status quo, dovrà essere la loro parola d’ordine”.

Di seguito pubblichiamo le tabelle di sintesi dello studio.

I “Buchi Neri” della Lega. Intervista a Giovanni Tizian

Giovanni Tizian (LaPresse)

Giovanni Tizian (LaPresse)

Che fine hanno fatto i 48,9 milioni di euro della truffa sui rimborsi elettorali architettata da Umberto Bossi e Francesco Belsito? Perché Matteo Salvini mente quando dice di non aver mai visto un euro di quel tesoro? Chi sono i nuovi finanziatori del partito oggi? E ancora, come mai il ministro dell’Interno per sfondare al Sud si è circondato di personaggi equivoci, riciclati, ex fascisti, condannati, indagati e con parentele su cui pesa il sospetto di contiguità con la mafia? Quali segreti si celano dietro le alleanze strette dal leader della Lega con Vladimir Putin e Donald Trump?
Un libro inchiesta svela per la prima volta le trame finanziarie e politiche del partito del ministro dell’Interno. È Il libro nero della Lega, una coraggiosa ricostruzione basata anche su importanti documenti fin qui inediti. Di questo libro, uscito per Laterza, ne parliamo con uno degli autori: Giovanni Tizian. Tizian è un giornalista d’inchiesta del settimanale “L’Espresso”.

Giovanni, con il tuo libro, scritto insieme all’amico Stefano Vergine, prendete in esame alcune opacità (dalla sparizione dei 48,9 milioni di Euro di finanziamento pubblico, che, dopo la sentenza della magistratura, deve restituire ai cittadini italiani, ai rapporti con alcuni personaggi riciclati del sud Italia, fino ai rapporti con degli emissari potenti, oligarchi, del Cremlino). Tutto è documentato. Partiamo, allora, da un evento che si svolgerà a Verona questo fine settimana. Evento che ha l’appoggio, tra gli altri, del ministro leghista   Fontana e del leader Matteo SALVINI. Ebbene tra i relatori previsti c’è Komov. Costui è un emissario del potente, e inquietante, oligarca Kostantin Malofeev. Lui è un miliardario amico intimo di Putin. Che ruolo gioca nei rapporti con La Lega?
Komov è da diversi anni il rappresentante russo del World Congress of Families, l’organizzazione protagonista dell’evento che si svolgerà a Verona. Komov era presente il 15 dicembre del 2013, a Torino, durante l’incoronazione di Salvini a segretario del partito. Inoltre Komov lavora alla San Basilio, la fondazione russa creata da Konstantin Malofeev. Malofeev è coinvolto nella trattativa per finanziare la Lega con soldi russi, quella che abbiamo raccontato nel libro. Nel luglio dell’anno scorso Gianluca Savoini – ex portavoce di Salvini, attualmente l’uomo che si occupa di gestire i rapporti tra il vicepremier italiano e la Russia – era in contatto con una società petrolifera collegata a Malofeev. Si chiama Avangard oil & gas e non compare nei registri commerciali ufficiali. La sede si trova però a Mosca, al civico 31 di Novinsky Boulevard, dove sono registrate due imprese che fanno capo ufficialmente a Malofeev. Nello stesso interno dove sono domiciliate queste due aziende, il numero 1, ha sede appunto la Avangard oil & gas. Il 24 luglio del 2018 Savoini ha inviato un’offerta commerciale al direttore generale della Avangard, Alexey Mustafinov. Oggetto: la compravendita di un grosso quantitativo di gasolio. Lo stesso affare che Savoini stava trattando tre mesi dopo, il 18 ottobre, all’Hotel Metropol di Mosca.

Il Congresso Mondiale della Famiglia che negli anni è diventato una specie di “Forum” del sovranismo estremo, partecipano esponenti della estrema destra mondiale (dai russi agli americani),  quali sono i finanziatori ? Qual è il ruolo della Lega? Ovvero come s’incastra con la sua strategia?
Non sappiamo chi sono i finanziatori diretti del Congresso Mondiale della Famiglia. Di certo la Lega sarà presente al Forum con diversi suoi esponenti, dal ministro della Famiglia Lorenzo Fontana al vicepremier Salvini. La presenza della Lega non sembra legata solo al sostegno delle tesi sulla famiglia tradizionale. Il senso della presenza di Salvini e di alcuni ministri leghisti è politico. Perché le tesi del Congresso Mondiale della Famiglia – contro l’aborto, contro l’eutanasia, contro l’omosessualità – uniscono molti dei partiti sovranisti europei, e uniscono soprattutto l’establishment putiniano alla destra estrema americana, quella rappresentata da Steve Bannon.

Nel libro raccontate gli incontri di Salvini, e di un suo emissario (Savoini), con personaggi dell’entourage putiniano. Prima hai parlato di viaggi per cercare fondi per la campagna Europea per Lega. Come sono andate le cose? ci sono state “triangolazioni” opache?
Non abbiamo prove per dire che la Russia ha effettivamente finanziato la Lega, ma abbiamo diverse prove per dire che c’è stata una trattativa per finanziare la Lega con soldi russi, e che la trattativa è durata perlomeno da luglio a ottobre dello scorso anno. Prima abbiamo ricordato dei contatti avvenuti a luglio dell’anno scorso, tra Savoini e una società russa molto vicina a Malofeev. Tre mesi dopo, il 18 ottobre, abbiamo visto e fotografato Savoini seduto nella hall dell’Hotel Metropol, a Mosca, insieme a due italiani e tre russi. Parlavano di finanziare la Lega, in vista delle elezioni europee di maggio, con un escamotage: una compravendita di gasolio, 3 milioni di tonnellate metriche, vendute dalla russa Rosneft all’italiana Eni attraverso una banca europea non meglio specificata. Il tutto con uno sconto del 4 per cento sul prezzo di mercato. Sconto del quale, alla fine, avrebbe dovuto beneficiare la Lega. Questo è quello che si sono detti Savoini e le altre persone presenti al tavolo della hall dell’Hotel Metropol. E questo, indipendentemente dall’esito della trattativa, è politicamente molto rilevante perché dimostra che un importante rappresentante della Lega ha negoziato un finanziamento milionario con un Paese straniero: un fatto che è in totale contraddizione con la narrazione nazionalista, sovranista di Salvini. Che cosa avrebbe ottenuto la Russia di Putin in cambio di quel finanziamento? La sovranità dell’Italia è garantita? Inoltre va ricordato – e anche di questo diamo conto nel libro – che il giorno prima della trattativa all’Hotel Metropol, Salvini era a Mosca per un incontro organizzato da Confindustria Russia, e anche in questa occasione è successo qualcosa di molto strano. Dopo la fine dell’evento organizzato da Confindustria, Salvini è sparito per 12 ore, nessun incontro sulla sua agenda ufficiale. Noi però sappiamo che in quelle ore, la sera del 17 ottobre, Salvini ha incontrato il vicepremier del Cremlino Dymitri Kozak, che ha la delega agli affari energetici. Il 16 gennaio, ben prima prima che finissimo di scrivere il “Libro Nero della Lega”, abbiamo chiesto conto via email a Salvini di quell’incontro con Kozak, ma lui non ci ha mai risposto. Quell’incontro assume una rilevanza ancora più importante alla luce del fatto che il giorno dopo Savoini era all’Hotel Metropol a trattare un finanziamento russo per la Lega.

Cambiamo quadro. Le opacità della Lega non si fermano solo ai possibili finanziamenti esteri. C’è un “buco nero” inquietante : quello della sparizione dei famosi 48,9 milioni di Euro ottenuti dal finanziamento pubblico . Sappiamo che il partito di Salvini è stato condannato a rimborsare il malloppo allo Stato in comode rate. Come sono andate le cose?
Stiamo parlando di 48,9 milioni che dovrebbero tornare allo Stato italiano, perché sono soldi dei contribuenti ottenuti con i rimborsi elettorali. La Lega deve restituirli perché, secondo una sentenza d’appello, ha ottenuto quei rimborsi elettorali falsificando i bilanci degli anni compresi tra il 2008 e il 2010. Il problema è che quando la guardia di finanzia è andata a effettuare il sequestro, dei 48,9 milioni ne ha trovati poco più di 3 milioni.

La truffa riguarda Bossi. E Maroni e Salvini? Quest’ultimo afferma di non averli visti. Per voi le cose stanno in maniera diversa. Perché?
La truffa riguarda solo Bossi, che infatti per questo è stato condannato insieme al tesoriere dell’epoca, Francesco Belsito. Maroni e Salvini sono coinvolti perché hanno usato parte dei 48,9 milioni di euro, e lo hanno fatto quando ormai era chiaro a tutti che la magistratura avrebbe potuto sequestrare quel denaro. Salvini, in particolare, ha sempre detto che lui dei soldi della truffa non ha mai visto un euro. Nel libro pubblichiamo dei documenti ufficiali che lo smentiscono, carte che dimostrano che lui quei soldi li ha usati sapendo che erano potenzialmente frutto di truffa.

In questa vicenda vi sono potenti commercialisti legati al “cerchio magico” leghista. Chi sono?
Salvini ha scelto come tesoriere del partito Giulio Centemero, commercialista che è stato suo assistente a Bruxelles per diversi anni e che oggi è anche parlamentare della Lega. Quando Centemero ha preso in mano la gestione finanziaria del partito, ha coinvolto due suoi compagni di studio, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, due commercialisti di Bergamo che hanno assunto molto potere all’interno delle finanze leghiste. Nel libro raccontiamo molti degli affari di questi tre professionisti, affari legati al partito ma anche affari personali. Tra questi c’è ad esempio la vicenda dell’associazione “Più Voci”, usata per incassare finanziamenti privati senza passare per le casse ufficiali della Lega, ma anche una serie di società controllate da un’anonima holding lussemburghese.

A cosa possono essere serviti, vista la condanna della magistratura, questi soldi?
Non abbiamo elementi per dirlo con certezza.

C’è una banca altoatesina che è stata oggetto di indagine. Qual è?
È la Sparkasse di Bolzano. Presso questa banca sono finiti parecchi dei fondi della Lega durante la segreteria Maroni. Soldi che poi sono stati trasferiti su conti correnti di altre banche. Qui le notizie sono di fonte giudiziaria: nell’estate del 2018 la guardia di finanzia di Genova ha perquisito alcune filiali della Sparkasse in cerca dei denari leghisti. Su questo non sappiamo altro.

Si può ipotizzare un riciclaggio in Lussemburgo?
Questa è una delle ipotesi della procura di Genova. Secondo i magistrati liguri, Maroni e Salvini hanno riciclato nel Granducato parte dei 48,9 milioni di euro della truffa. La notizia è emersa a metà giugno del 2018, poche settimane dopo che su «L’Espresso» avevamo raccontato degli affari lussemburghesi dei commercialisti di Salvini, cioè di quella serie di società controllate da un’anonima holding lussemburghese, quelle a cui accennavamo prima. Secondo gli investigatori liguri, poco dopo le elezioni del 4 marzo 2018 le autorità lussemburghesi hanno inviato alla Banca d’Italia una segnalazione per un’operazione finanziaria sospetta: 3 milioni di euro versati da una fiduciaria lussemburghese su un conto corrente italiano. Conto che i magistrati ritengono collegato alla Lega. Da qui l’ipotesi di riciclaggio. In altre parole, la procura di Genova crede che il tesoro padano, quello frutto della truffa organizzata da Bossi e Belsito, non sia stato interamente speso per attività politica, come sostengono da tempo i dirigenti della Lega salviniana, ma sia stato fatto uscire dai confini nazionali e poi rimpatriato attraverso una società lussemburghese.

Insomma l’immagine che esce fuori dal libro è quella di una organizzazione politica spregiudicata che non disdegna, anche, riciclati da altri partiti . E’ così?
Riciclati da altri partiti, ma anche politici legati alle organizzazioni mafiose. Al Sud Salvini ha imbarcato ex missini ed ex Dc. Poi ci sono quelli entrati in contatto con il potere mafioso: chi per ragioni familiari, chi per questioni di affari. I casi sono parecchi, li raccontiamo nel dettaglio nel libro, ma di certo Salvini non ha mantenuto la promessa di portare una ventata di novità al Sud, di non voler trasformare la sua Lega in un «raccoglitore di riciclati».

Ultimo punto: Voi  immaginate il “club” sovranità, un “club” non certo ricreativo, come una “piramide”. Perché? E qual è il loro ‘obiettivo distruttivo?
Dovendo riassumere il quadro delle alleanze strette da Salvini per trasformare la Lega in un partito nazionalista, sovranista, con aspirazioni internazionali, abbiamo scelto l’immagine della piramide. In cima ci sono Trump e Putin, i presidenti di Russia e StatiUniti, accomunati dall’obiettivo geopolitico di indebolire l’Unione europea, di togliere di mezzo un concorrente forte finché resta unito. Sotto il vertice, ci sono i partiti istituzionali della destra populista: il Rassemblement National di Marine Le Pen, gli austriaci dell’FPÖ, il Partito per la Libertà dell’olandese Geert Wilders, gli indipendenti belgi di Interesse Fiammingo, i tedeschi di Alternative für Deutschland, i governi dei cosiddetti paesi di Visegrad, cioè Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. E ovviamente la Lega. In basso, ai piedi della piramide, ci sono i partiti dell’estrema destra neofascista, la manovalanza che soffia sulle periferie, che canalizza la rabbia sociale contro gli immigrati. È una catena, ognuno svolge un ruolo preciso, tutti condividono un obiettivo: destabilizzare l’Europa unita. Il problema è che da tutto questo, gli unici che possono trarre vantaggio sono quelli che stanno in cima alla piramide, cioè Russia e Stati Uniti.

“Donat-Cattin fu un sindacalista prestato alla politica, ma anche uomo di partito e di governo con una straordinaria sensibilità sociale”. Un testo di Francesco Malgeri

Cento anni fa nasceva Carlo Donat-Cattin. Ricordare Carlo Donat-Cattin significa ripercorrere la storia del cattolicesimo sociale che ha segnato la vita della Repubblica nella seconda metà del 900. Con questo spirito, la Fondazione “Carlo Donat-Cattin” di Torino, ha promosso le celebrazioni che partono domani pomeriggio dal Senato alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con il saluto del presidente Maria Elisabetta Casellati. I relatori del Convegno celebrativo, che si aprirà domani, alle 16.30 presso la Sala Koch di Palazzo Madama, saranno lo storico Francesco Malgeri, il ministro Alberto Bonisoli, Pierferdinando Casini,  senatore e Annamaria Furlan, Segretario Generale della Cisl.
Quello che fu definito il “ministro dei lavoratori” nell’autunno caldo ha lasciato un segno profondo nelle vicende politiche dimostrando sempre un profondo senso dello Stato unito alla fedeltà alle sue radici cristiane.
Dalla Resistenza al sindacato, dalla Dc al governo, ha espresso sempre una coerenza ed un’onestà intellettuale che gli hanno conquistato il consenso delle classi più umili insieme al rispetto degli avversari.
Un percorso umano segnato da successi e da sconfitte che la Fondazione intende celebrare per costruire sulla memoria un futuro legato a quei valori che sono stati la forza di Carlo Donat-Cattin e di tanti cattolici che hanno speso la loro vita al servizio dell’Italia. Di seguito pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, l’intervento del professor Francesco Malgeri.

Ricordiamo oggi, a cento anni dalla nascita, una delle figure più rappresentative della storia dell’Italia repubblicana, espressione di una viva e intensa sensibilità sociale e politica. Questa sensibilità Carlo Donat-Cattin l’aveva maturata in seno alla sua famiglia, grazie all’esempio del padre, che aveva militato nel popolarismo sturziano; l’aveva consolidata alla scuola dell’Azione cattolica, durante gli anni del fascismo, entrando in contatto con ambienti culturali come il cenacolo domenicano torinese, animato da p. Marcolino Daffara e p. Enrico di Rovasenda. Non aveva mancato di dedicare la sua attenzione anche alla scuola economica dell’Università cattolica di Milano, che aveva in Francesco Vito e nel giovane Amintore Fanfani gli studiosi più accreditati. La Resistenza, che lo vide impegnato nella zona del Canavese, rappresentò per lui un ulteriore scuola di libertà e democrazia.

Nell’immediato secondo dopoguerra il suo impegno si orientò prevalentemente sul versante sindacale. Militò nelle Acli, fu dirigente a Torino della Libera CGIL e dal 1950 della Cisl. Mai abbandonando, però, l’attenzione alla politica, con l’obiettivo di trasferire in seno al partito della Democrazia cristiana, una cultura, un pensiero una scuola ispirata all’azione sociale e sindacale.

Fu espressione e leader di quella Sinistra sociale che attraverso “Forze sociali”, poi “Rinnovamento” ed infine dal 1964 “Forze Nuove”, rifletteva le istanze del pensiero sociale cristiano e l’esigenza di trasferire le attese del mondo del lavoro in seno ad un partito interclassista, assumendo la funzione di gruppo propulsore di nuovi equilibri politici.

Potremmo affermare che Donat-Cattin fu un sindacalista prestato alla politica, ma anche uomo di partito e di governo, che si distingueva per la sua straordinaria sensibilità sociale.

Il suo passaggio alla politica avviene all’inizio degli anni Cinquanta, quando la Democrazia cristiana conobbe il tramonto del  dossettismo, l’emergere di Iniziativa democratica e di un ricambio generazionale alla guida del partito con il progressivo declino della leadership degasperiana.

Sono anni carichi di attese e di speranze. Gli anni che segnano l’avvio del miracolo economico, destinato non solo a favorire un balzo in avanti dell’economia italiana ed una straordinaria accelerazione allo sviluppo industriale del paese, ma anche ad incidere sul costume, sulla mentalità e i comportamenti degli italiani. Una crescita che conobbe anche alti costi sociali segnati, tra l’altro, dalle grandi migrazioni che dalle regioni meridionali hanno trasferito nel triangolo industriale una massa eccezionale di forza lavoro.

Matura in questi anni anche una delle più significative svolte politiche conosciute dalla storia della democrazia repubblicana, con un processo che porta al superamento del tradizionale quadro politico, ancorato ai partiti del centro democratico, e all’inserimento nell’area di governo del partito socialista che, superando lo schema frontista, si proponeva come forza politica disponibile all’incontro e alla collaborazione con le forze di democrazia laica e cattolica.

Siamo negli anni che, sul piano internazionale registrano importanti novità: dalla destalinizzazione in Unione sovietica, alle rivoluzioni polacche e ungheresi, al processo di distensione avviato da Kruscev, all’avvento di Kennedy alla Casa Bianca. Un processo che suscitò grandi speranze, animate anche dalla dall’avvento di Giovanni XXIII al soglio pontificio e dal grande rinnovamento della Chiesa cattolica operato nella stagione del Concilio Vaticano II.

È in questo contesto storico e politico che Donat Cattin entra a pieno titolo nella vita politica nazionale. Consigliere nazionale della DC dal 1954, deputato dal 1958 e membro della direzione del partito dal 1959, dopo le elezioni del 1963, cominciò una lunga esperienza di governo, come Sottosegretario alle partecipazioni statali nei primi tre governi di centro sinistra, guidati da Moro, dal dicembre 1963 al giugno 1968.

L’impegno di governo era una esperienza nuova per Donat Cattin. Una esperienza che gli offre l’occasione per cogliere le molte e significative realtà dell’economia italiana. Se scorriamo i suoi interventi parlamentari in quegli anni vediamo emergere i molti problemi dell’industria pubblica da lui affrontati: dall’Italsider, alla Rai, all’Ansaldo, all’Alfa Romeo, all’Eni, all’Agip, alle acciaierie di Bagnoli, alla Cogne, alla Tirrenia, all’Alitalia e così via.

Il suo impegno di governo gli consentì di affrontare, con una intensa partecipazione, piccoli e grandi problemi che attraversano la vita economica e industriale del nostro paese, spesso con ricadute che investono il mondo del lavoro.

Donat Cattin coltivava la speranza e l’ambizione di favorire la crescita di un sistema economico in grado di offrire all’uomo, al lavoratore uno sviluppo non alienante, ma costruito sulla base di equilibri che tengano conto soprattutto del rispetto dei valori più profondi che devono animare la convivenza civile. A suo avviso, il centro-sinistra avrebbe dovuto costruire uno “stadio più alto di civiltà”.

Prende corpo in questi anni la sua amicizia e collaborazione con Aldo Moro. Si trattò di un rapporto intenso e profondo. La formazione sociale e sindacale di Donat Cattin, forgiatasi nella durezza degli scontri e delle rivendicazioni del movimento operaio torinese, sorretta dalla chiara idea di un partito che doveva farsi carico delle esigenze e dei bisogni del mondo del lavoro, forse mal si conciliava con l’elaborazione culturale e politica di un intellettuale del Mezzogiorno, che aveva maturato le sue scelte politiche sulla base di una fede profondissima, di una profonda formazione filosofica e giuridica. Probabilmente lo affascinò di Moro la eccezionale capacità di lettura e interpretazione dei fenomeni sociali, a partire da quel discorso pronunciato nel novembre 1968, sui “tempi nuovi “, sul “moto irresistibile della storia” e su una “nuova umanità che vuol farsi”.

Attento osservatore della società italiana, a Donat Cattin non sfuggirono, alla fine degli anni Sessanta, i segnali che provenivano dai mutamenti generazionali e dalle agitazioni studentesche, oltre che operaie. Egli cercò di coglierne il carattere e gli obiettivi, vi rintracciò prospettive “ancora confuse” e “non omogenee”, ma anche la denuncia nei confronti degli aspetti autoritari dei sistemi politico-economici, che avevano “la disponibilità – affermò – dei mezzi di controllo e di manipolazione approntati dallo sviluppo tecnologico”.

Ebbe anche tentazioni scissionistiche, ben presto rientrate, nella convinzione che “senza radici storico-sociali l’avventura politica del cristiano si limita a testimonianza”.

Momento significativo nella biografia politica di Donat-Cattin, fu la nomina, nell’agosto del 1969, a Ministro del lavoro nel secondo governo Rumor, confermato nel 3° Rumor e nei successivi governi di Colombo e di Andreotti, sino al giugno 1972. Donat Cattin assumeva la carica che era stata del socialista Giacomo Brodolini, morto nel luglio 1969.

Toccò proprio al vecchio sindacalista, al “ministro dei lavoratori” Donat Cattin, gestire la drammatica situazione segnata dall’esplodere delle agitazioni sindacali del 1969, di quell’“autunno caldo” che fu soprattutto una risposta alla crisi determinatasi dalla conclusione del processo espansivo dell’economia italiana e dalla diminuzione degli investimenti industriali.

Il successo più significativo del ministro, grazie all’azione congiunta dei sindacati e della Dc, impegnati sul piano politico e sindacale, fu l’approvazione da parte del Parlamento nel 1970 dello Statuto dei lavoratori, che fissava precise norme a tutela del mondo del lavoro. Donat Cattin ebbe a definirlo “un fondamento dello Stato democratico” e “il completamento del sistema di libertà” nel nostro paese.

Alla fine degli anni Settanta, nel clima di emergenza economica, sociale e terroristica, Donat-Cattin, sia pure con qualche esitazione e riserve iniziali, aveva condiviso il progetto di Moro, tendente a coinvolgere il Pci nell’area di governo. Aveva giudicato un “capolavoro politico” il modo con cui Moro era riuscito a realizzare quel disegno, che doveva portare ad un governo di “tregua” e di “transizione.

Seguirono i giorni drammatici del sequestro e dell’assassinio di Moro, che Donat-Cattin visse con passione e sgomento. Lo confermano le lettere ad Andreotti e la disperata ricerca di una via d’uscita per salvare la vita del suo amico.

Anche le lettere di Moro dal carcere lasciarono un segno nell’animo di Donat Cattin. Quelle parole, a volte crude e pesanti, svelavano, a suo avviso, “pagine tristi di uno squallido mondo del potere”.  Quelle pagine, scriveva il vecchio sindacalista con la sua consueta franchezza, “scavano giudizi contro il sistema e contro di noi democratici cristiani. Sapremo costituire – si chiedeva – quel senso che lasciano con una immagine più vicina a quella di una Dc che ha saputo risollevare l’Italia col sacrificio, la dedizione, il disinteresse di tante guide e di tanti militanti?”.

Il leader di Forze nuove tornò più volte ad interrogarsi su quel difficile e drammatico momento, cercando di trovare nella propria coscienza le ragioni di una scelta difficile e penosa. “Se pure la scelta era difficile – scrisse nell’ottobre del ’90 – chi era amico di Moro la compì con libera e scrupolosa coscienza”, precisando che “la coscienza è sempre in qualche misura condizionata dal costume, dagli influssi dominanti della cultura”.

La tragica scomparsa di Moro, il venir meno della solidarietà nazionale con il progressivo disimpegno del Pci, e l’emergere della disponibilità socialista a far parte di un esecutivo basato sulla formula del pentapartito, convinse Donat-Cattin a escludere qualsiasi forma i collaborazione governativa con il Pci. Nel 1980 fu l’estensore del “preambolo” alla mozione della maggioranza al Congresso, che accoglieva una pregiudiziale contraria al coinvolgimento del Pci nell’area di governo.

Questa vicenda fece riemergere la sua figura in primo piano nel quadro politico nazionale. Molti interpretarono questo sua atteggiamento  se non un tradimento certo un radicale abbandono delle sue antiche battaglie.  In realtà, rileggendo oggi, a circa quarant’anni di distanza quella vicenda, va ricordato che la sua  posizione era riflesso di una diversa e contrapposta visione dello Stato. Donat-Cattin rifiutava l’idea dello Stato socialista inteso come “economia statizzata e burocratizzata”, “liquidazione della libertà di un paese. Giudicava fatale per la democrazia, “una maggioranza pressoché unanimistica, con tutti e due i piedi dentro la ‘democrazia consociativa’ senza controllo, slittante verso la strategia incontrollabile di piccoli gruppi dirigenti”.

Ma egli intendeva anche evitare che la Dc venisse sospinta a destra, ad interpretare un ruolo conservatore nel quadro politico nazionale. Aveva affermato, un anno prima, il 12 agosto 1979 alla Camera, per definire la fisionomia del suo partito: “Noi non siamo marxisti né siamo liberali. Siamo cresciuti nel solco tracciato per faticosi decenni nella gleba dell’Italia contadina, tra le minoranze cattoliche dei quartieri operai e degli opifici di vallata della prima e della seconda industrializzazione, nel popolo minuto dedito all’artigianato e al commercio, nella schiera interminabile di educatori, intellettuali, uomini di pensiero, nella più ristretta schiera di imprenditori, di scienziati, di ricercatori chiamati alla vita sociale dalla ispirazione cristiana […] E siamo i continuatori della tradizione politica del popolarismo”.

Negli ultimi anni della sua vita matura la crisi del sistema politico italiano. Donat-Cattin non crede che la soluzione si dovesse trovare nel cambiamento del vecchio sistema, imperniato sul ruolo centrale dei partiti e sul sistema proporzionale. Temeva fortemente un cambiamento poco ponderato, che rischiava di incidere negativamente sulla vita democratica nazionale. Temeva soprattutto le avventure plebiscitarie, i partiti personali, il peso eccessivo e l’ingresso sempre più invadente del potere economico e finanziario nella vita politica italiana.

La sua morte, avvenuta il 17 marzo 1991, precede di poco le grandi trasformazioni destinate a modificare radicalmente quel sistema politico nel quale Donat-Cattin si era formato e aveva operato. Precedeva di poco anche la conclusione della lunga esperienza politica della Democrazia cristiana, di cui era stato una delle espressioni più vivaci e coerenti, avendone animato i dibattiti con l’obiettivo di rivendicare il “primato del sociale” e di riaffermare la natura popolare del partito.

 

“L’inclusione è la chiave dell’alternativa per il PD”. Intervista a Marco Damilano

Il boom delle “Primarie” di domenica, un milione e ottocentomila di partecipanti, hanno rivitalizzato il partito principale del centrosinistra italiano. Nicola Zingaretti, il neo eletto segretario del PD, avrà da compiere un duro lavoro di ricostruzione. Come si muoverà il nuovo leader? Ne parliamo con Marco Damilano, Direttore del settimanale “L’Espresso”.

 Marco, in due mesi, tra Elezioni regionali, Manifestazione anti razzismo a Milano, e Primarie del Pd, sembra che il lungo letargo della sinistra sia terminato. Cosa ha determinato questo risveglio? È l’inizio di una rincorsa per giocare ad armi pari con la destra a trazione sovranista?

 Io penso che come dici tu siamo solo all’inizio di una strada lunga e difficile. Va bene per i leader del Pd esultare una sera ma poi bisogna cominciare a lavorare per ottenere quello che tu dici: una condizione di parità con la destra. La manifestazione di Milano mi sembra l’evento più sorprendente e di portata strategica. Credo che si stia formando un campo che non è solo anti-salviniano, ma ha una visione diversa della società. In minoranza, probabilmente, ma non più costretto a sentirsi irrilevante. C’è sempre stato, in realtà, ma in questi mesi è mancata una rappresentanza politica. Ora bisogna darla: sinistra, cattolici e lib-dem.

Focalizziamo meglio il risultato delle Primarie del PD. Straordinaria la partecipazione, Elezione di Nicola Zingaretti, il candidato più lontano da Matteo Renzi. Sono elementi che dovrebbero segnare una svolta, perché nel commentare le Primarie, hai scritto che è un voto “conservativo”? Forse ho interpretato male il tuo pensiero?

Ho usato quell’aggettivo per dire che il popolo delle primarie va a votare prima di tutto per dichiarare la sua esistenza. Più che un cambiamento chiede un riconoscimento, la difesa di valori che sente minacciati. Questi numeri disegnano lo zoccolo duro dell’elettorato delle primarie. Zingaretti ha saputo parlare a questi elettori, è legittimato da un voto importante, ora deve avere la forza di compiere la sua svolta. Sul piano organizzativo: via il pesante partito novecentesco, la Ditta di Bersani, ma anche il partito personale di Renzi, il Pd formato Leopolda. Sul piano culturale: come recuperare le parole e i temi e un’analisi della società alternativa ai populisti. Sul piano politico: le alleanze.

Torniamo su Zingaretti. L’uomo ha una lunga storia dentro la sinistra romana, quella della FGCI, ne è il distillato ultimo di quella tradizione. Un uomo prudente,Certamente. Eppure nel suo intervento dopo le elezioni ha indicato una visione inclusiva del partito e della società. Pensi che questo sia il valore aggiunto del PD di Zingaretti? Sarà sufficiente nella competizione con i 5 Stelle?

L’inclusione è la chiave dell’alternativa, accanto ad altri temi. Libertà e giustizia, qui ti cito tra gli altri Antonio Funiciello che ne ha scritto sull’Espresso. La lotta per l’uguaglianza, su questo rimando al lavoro che sta facendo il forum di Fabrizio Barca, e per lo sviluppo sostenibile, su cui è impegnato Enrico Giovannini. Il nuovo welfare che è la vera emergenza nazionale. Bisogna trovare l’agenda della sinistra, così come Salvini trovò la sua sulla sicurezza in anni di renzismo trionfante.

Ma il nemico numero uno del PD di Zingaretti è La Lega sovranista di Salvini. Una lega spregiudicata, capace di mobilitare le insicurezze degli italiani. Il salvinismo è un mix di xenofobia, con tratti anche peggiori, individualismo economico, tradizionalismo ipocrita e tanto altro. Tutto questo è riuscito a prendere il senso comune della maggioranza degli italiani. Zingaretti che risposta potrà dare a questa ideologia della Paura?

Il lavoro più duro da fare è il recupero del popolo che non è un tutto indistinto, ma sono cittadini in carne e ossa. Poi c’è un tema più immediato: pressare M5S mettendolo di fronte alla scelta di visione della società. Tornare a uno scontro tra destra contro sinistra servirebbe a far capire quali sono i valori in campo, alternativi. E costringere M5S a dire da che parte sta.

Veniamo a Matteo Renzi. Francamente è il vero sconfitto della Primarie (i puri e duri del renzismo, Giachetti e Ascani, non hanno brillato). Sappiamo che era più interessato alla promozione del suo libro, che sta avendo successo in libreria. Insomma ha giocato delle “Primarie” parallele. Promette collaborazione. Durerà questo spirito?

Credo che sia una fase tattica. Renzi è spiazzato dal voto, inatteso in queste dimensioni. Per la prima volta non è più lui a interpretare il nuovo nel Pd e potrebbe ritrovarsi nella scomoda posizione di gufo e rosicone, come diceva una volta.

 La proposta di Calenda, con la vittoria di Zingaretti, è uscita rafforzata?

Si. E in ogni caso si è indebolita la tentazione di andarsene.

 Ultima domanda : La vittoria di Zingaretti che conseguenze può avere nei confronti di Bersani, D’Alema, Speranza?

Uno spazio di manovra ancora più ridotto. Anche perché non credo che Zingaretti vorrà riammettere gli ex capi del Pd nel nuovo partito.

 

“La legislatura cambierà verso dopo le europee”. Intervista a Fabio Martini

 I due ultimi turni elettorali ci consegnano una situazione politica in movimento. Con Fabio Martini, cronista parlamentare del quotidiano “La Stampa, in questa intervista, ne analizziamo i possibili scenari.

Fabio Martini, queste mese di elezioni regionali ci hanno consegnato, per l’analisi politica, alcune “novità” e delle conferme. Partiamo dalle “novità“: il PD esiste. O per meglio dire il Centrosinistra esiste. Un centrosinistra “largo”, più inclusivo, meno borioso. Sarà, sicuramente, merito dei due candidati alla Presidenza della Regione, Zedda e Legnini, ma questo è stato il dato che è uscito dalle due consultazioni. Pensi che sia un dato acquisito?

In politica, ovviamente, non c’è mai nulla di acquisito. La “ripresina” del centrosinistra è stata favorita dal sistema maggioritario, che polarizza su due schieramenti ed è stata incoraggiata dalla qualità dei candidati-Presidenti. In Abruzzo e in Sardegna sono state scelte le due personalità di gran lunga migliori disponibili in quelle regioni e questa opzione non era scontata. Se il Pd nazionale, con umiltà, avesse fatto lo stesso alle Politiche di un anno fa, il risultato sarebbe stato così umiliante? Ora il Pd sta per affidarsi ad un leader – Nicola Zingaretti – che nella sua storia politica, ha dimostrato di aver una qualità: compositore di alleanze. Pochi, a sinistra, sanno preparare le campagne elettorali come il Governatore del Lazio. Ma non basterà. Serve una piattaforma riformista per la  ripresa del Paese, che sappia intrigare il “popolo” di sinistra ma anche i tanti moderati contrari alla cultura assistenzialista della maggioranza. Moderati anche di centrodestra che, continuando a votare Forza Italia, sanno che prima i poi finiranno nelle mani di Salvini. Ma servono duttilità, intelligenza. visione e soprattutto sapienza politica, doti di cui al momento  sembra disporre soprattutto Paolo Gentiloni, che sarà il presidente del “nuovo” Pd.

Domenica ci saranno le Primarie del Pd. Arrivano con grande ritardo. E questo è un handicap pesante, ma, comunque, restano sempre un fatto importante di partecipazione. Zingaretti resta il favorito. Qual è la carta vincente?

Il ritardo è clamoroso. Le Primarie si celebrano un anno dopo la batosta del 4 marzo 2018: dodici mesi senza leader e senza gruppo dirigente equivalgono ad un autolesionismo con pochi esempi nella storia dei partiti politici dei Paesi occidentali. Senza guida e senza essersi chiesti il perché di quella batosta. La carta vincente di Zingaretti? Essersi presentato – ed essere creduto – come l’unica vera alternativa alla stagione renziana, ma senza spiegare molto bene perché: come se la boria dell’ex leader potesse spiegare tutto. Il messaggio è: il nuovo sono io. Ha funzionato. Ora dovrà far capire quale è il suo progetto politico.
Avere un segretario è importante, ovviamente per ragioni identitarie, ma il disegno politico ancora di più. E qui c’è una carenza. Tutti a dire mai con i 5 Stelle. Cacciari e D’Alema consigliano al PD di incunearsi tra Lega e 5 stelle per evitare una pericolosa deriva a destra. Pensi che sia un buon consiglio?

Immaginare che dopo le Europee possa nascere un’alleanza di governo tra Pd e Cinque stelle, come vorrebbero Il Fatto quotidiano e personalità di varia natura è davvero uno scenario realistico? Sappiamo già la risposta: no. E’ impossibile. Salvini griderebbe al tradimento e al trasformismo, con qualche ragione. E poi nove mesi di governo hanno sfatato la suggestione che il Movimento Cinque stelle sia un movimento con un’anima progressista. La Lega è un partito di destra con un linguaggio populista, i Cinque stelle, come rivendica il loro presidente del Consiglio, è un movimento squisitamente populista. Per un centro-sinistra che vuole rimettersi in piedi, l’abbraccio con i Cinque stelle in declino, sarebbe mortale.

Veniamo all’altra novità: il tonfo dei 5stelle. Il 30% in meno in Sardegna è una botta non da poco. Di Maio pensa di risolvere la crisi con stratagemmi organizzativi. Invece il punto è identitario. Ovvero politico ideologico. È così?

Certamente è così. In pochi mesi sono arrivati al dunque sia l’ideologia “noi siamo diversi, gli altri tutti venduti” che ha portato tanti voti, sia la scelta politica di allearsi con la Lega. Questione ideologica: aprire ad alleanze con liste civiche nelle elezioni locali sarebbe la fine di un’epoca, quella della diversità e della purezza dei Cinque stelle. Un mito che è stato già messo in crisi dalla scelta – quella sì dirimente – di sostenere Salvini con lo scudo dell’immunità. Il nodo politico si scioglierà la notte del 26 maggio, quando si conoscerà l’esito delle elezioni Europee: continuare o no l’alleanza di governo con la Lega? Ma quel voto avrà un effetto di sistema per tutto il quadro politico. E’ del tutto evidente che in Italia le Europee sono destinate a trasformarsi in un fixing, che misurerà il peso reale delle forze in campo e dunque da quel momento in poi nulla sarà più come prima nella politica italiana. Il 26 maggio è destinato a diventare un evento-spartiacque per tutti. Salvini capirà dove si sarà fissato il livello della sua crescita: se sarà molto alto, potrebbe essere tentato di andare subito alle elezioni, ma in caso di risultato meno brillante, potrebbe ricontrattare l’appoggio al governo. I Cinque stelle, in caso di tracollo, potrebbero resettare a tornare a far quel che per ora hanno saputo far meglio: l’opposizione. E quanto al Pd, in caso di stallo, si prolungherà la crisi, ma in caso di ripresa, lavorerà a farsi trovare pronto quando il pendolo dell’opinione pubblica tornerà ad essere più disponibile ad oscillare verso sinistra. Un’oscillazione che potrebbe essere meno lontana di quel che pare.

Non pensi che la debolezza identitaria giocherà un brutto scherzo ai 5Stelle alle Europee?

Molto dipenderà dal reddito di cittadinanza. Se a metà maggio saranno erogati tutti i redditi potenzialmente possibili, al Sud il Movimento potrebbe correggere un piano che oggi pare inclinatissimo. Ma tre dubbi minano questo scenario. Primo: gli adempimenti per rendere operativo questo sussidio sono tali e tanti da far dubitare che si faccia a tempo a mettere a regime la misura. Secondo: quando dovessero arrivare i primi sussidi, rischia di montare l’irritazione di chi incassa la medesima cifra, ma faticando dalla mattina alla sera, con contraccolpi elettorali al nord e anche al centro Italia. Terzo: in questa fase storica gli italiani pensano che tutto gli sia dovuto. Non è detto che ci sia una riconoscenza elettorale.

L’altra “novità” è Silvio Berlusconi. Ha perso molto del seduttore di un tempo. Ma resiste. Sarà la prossima vittima di Salvini?

E’ vero resiste, ma diventando ogni volta più piccolo. Dopo il grande risultato del Pdl nel 2008, in tutte le occasioni nelle quali si è presentata, Forza Italia è andata sempre più indietro. Oramai è sotto il 10 per cento e non sembra trarre alcun beneficio dalla presenza di Berlusconi nelle campagne elettorali locali. Il Cavaliere ha ancora i “suoi” elettori, ma sono sempre meno. Ecco perché le elezioni Europee saranno decisive nel rapporto tra Lega e Forza Italia: se Salvini dovesse incamerare un bottino elettorale tre o persino quattro volte superiore (un rapporto 30-10, ovvero 32-8) e si dovesse scivolare verso elezioni anticipate, non è vero che non ci sarà un’alleanza di centrodestra – come si legge in questi giorni sui giornali – ma quella alleanza avrà modalità molto diverse e sorprendenti rispetto al passato.
Ed ora veniamo alla conferma: Matteo Salvini. Il leader leghista ha trovato lo schema vincente: governo con Di Maio (e intanto lo svuoto) e nelle regioni con Berlusconi. Tutto sembra funzionare. Non trovi troppo semplice lo schema?

E’ proprio così: uno schema semplice ed efficace. Potrebbe durare ancora un po’ ma non a lungo Gli “opposti svuotati” in qualche modo reagiranno. La reazione più interessante sarà quella dei Cinque stelle: conflittualità permanente ma senza rompere? E Salvini, per non perderli prima del decisivo test delle Europee, quanto sarà disponibile a concedere? Nei tre mesi che ci separano dalle elezioni il leader della Lega si misurerà la palla e dovrà dare uno sguardo anche al preannuncio di una novità: il voto sardo dimostra che i suoi margini di espansione si stanno riducendo.

Intanto il governo è alle prese con una crisi economica pesante…il barometro governativo segna tempesta?

Il governo giallo-verde ha deciso di investire tutte le risorse su due provvedimenti protettivi: per i lavoratori che non se la sentono più di lavorare e per i giovani disoccupati. Provvedimenti che hanno sottratto risorse da investimenti più duraturi ma inadatti a garantire un incasso elettorale immediato. Questo per il momento sembra incoraggiare la recessione e autorizza le voci su una manovra correttiva. La sostanza è che l’incertezza – economica, finanziaria e politica – è tornata ad aleggiare sull’Italia. Se ad un certo punto questo rinnovato sentimento dovesse precipitare sui fondamentali – dallo spread ai punti di Pil persi – allora effettivamente il barometro-Italia potrebbe volgere a “tempesta”. Ma al momento ci sono soltanto sintomi che non  fanno pensare ad una drammatizzazione del tipo di quella che si verificò nell’autunno del 2011.