Il grande bivio di Giorgia Meloni. Intervista a Fabio Martini

Giorgia Meloni (Ansa)

Nel centrodestra si sta imponendo la figura di Giorgia
Meloni. Sarà lei la leader della coalizione? Ne parliamo
con Fabio Martini inviato e cronista parlamentare del
quotidiano “La Stampa”.

Fabio Martini, sempre più Giorgia Meloni sta facendo
parlare di sé. Sicuramente un dato è certo, almeno
stando ai sondaggi: il suo partito è in crescita (supera
abbondantemente il 13%, e insidia da vicino il
Movimento 5stelle). Domanda: a parte il tradizionale
voto di destra (cui anche la Lega beneficia) sembra di
capire che l’espansione di questo partito stia
avvenendo grazie a quella parțe di società arrabbiata
che ha votato per i 5stelle e la lega, senza dimenticare
il voto borghese di forza Italia (mettendo, in questo
ambito, il voto cattolico tradizionalista). È così?

Fabio Martini (AUGUSTO CASASOLI/A3/CONTRASTO)

Oramai viviamo in una sondocrazia, con sondaggi più o meno attendibili che misurano qualsiasi evento, e quindi da una decina di mesi sappiamo che è in atto un’escalation di intenzioni di voto
a favore dei Fratelli d’Italia. Nessuno ci ha spiegato ancora e in modo analitico le ragioni di questo boom, ma se guardiano ai numeri reali e non virtuali, capiremo qualcosa in più. Nelle elezioni Politiche del 2018 la Lega di Salvini raccoglie il 17,3% dei consensi, Fratelli d’Italia di Meloni il 4,3%. Totale: 21,6%, percentuale che a leggerla oggi ci stupisce per le sue dimensioni circoscritte. Ma un anno dopo, al culmine di scelte politiche ben mirate e di un’efficace presenza sui media vecchi e nuovi,
Salvini raddoppia la percentuale (34,3%) strappando voti ai Cinque stelle, mentre Meloni resta sostanzialmente al palo (più 2,1%). Passano tre mesi, Salvini calcola male le sue mosse, gli altri fanno un nuovo governo e dall’autunno inizia l’escalation di Meloni. Tutta ai danni della Lega, tutta dentro il perimetro del centrodestra e intercettando in gran parte quel voto di protesta indistinto che era passato dai Cinque stelle alla Lega.

In questi ultimi mesi la leader di Fratelli d’Italia ha cercato
di crearsi un profilo “repubblicano” (diciamo così), cercando
di distanziarsi dall’altro sovranista che è Matteo Salvini. Per
esempio questo è avvenuto sul Recovery Fund. Però
nell’ultimo dibattito parlamentare, sulla proroga dello “stato
d’emergenza”, i toni del suo intervento sono stati assai
virulenti. A me sembra che  il suo profilo “repubblicano” sia
più forma che sostanza. Qual è il tuo pensiero?
Un intervento assai significativo perché ha segnato l’immagine
di Giorgia Meloni: per le argomentazioni («deriva liberticida,
siete pazzi irresponsabili»), assai più hard di quelle usate dagli
altri esponenti del centrodestra, ma anche per il linguaggio del
corpo: viso trasfigurato e decibel alti. Un’immagine “tosta” che
propone il bivio assai importante che riguarderà Meloni nei
prossimi mesi: concentrarsi sul voto di “pancia”, continuando ad
erodere la Lega, oppure rafforzare il profilo di “destra
repubblicana”, bipartisan sulle questioni di interesse nazionale?
In altre parole: leader di un partito-coalizione o di un partito
nella coalizione? O per capirsi ancora meglio: leader di un
partito o leader della coalizione? L’ultima Meloni fa pensare ad
una scelta più concentrata sul successo dei Fratelli d’Italia ma la
politica italiana è molto mobile e un ulteriore incremento dei
consensi per il suo partito, potrebbe indurre Meloni a riprendere
il progetto avviato e non concluso da Gianfranco Fini: una destra
nazionale potenzialmente capace di parlare al Paese e non solo
ad una fetta di elettorato.

Sul piano dei rapporti internazionali Giorgia Meloni, per
esempio nei potentissimi  circoli ultraconservatori americani
ed europei,  offre maggiore “affidabilità” caratteriale
di  Matteo Salvini. Ma questa “affidabilità” è sufficiente per
proporsi come leader di una destra moderna?
In alcuni circoli internazionali, oltre all’affidabilità caratteriale, è
richiesta soprattutto l’affidabilità atlantica. Che Matteo Salvini
non ha garantito. Nel momento della sua ascesa, si è appoggiato
a circoli che puntano a destabilizzare l’Europa e in particolare a
Vladimir Putin, rispetto al quale la Lega non è stata in grado di
mantenere le promesse, che erano quelle di un’azione politica
volta ad allentare le sanzioni. Meloni si è collegata invece ai
circoli della destra conservatrice americana (quella che guardò
con simpatia a Fini) ed europea. L’ancoramento atlantico
sicuramente può aiutare l’ascesa di Giorgia Meloni.

E sempre per rimanere in ambito internazionale il partito
della  Meloni fa parte del Gruppo dei “Conservatori e
Riformisti Europei”, un gruppo euroscettico e
antifederalista. Anche qui siamo lontani dall’idea di una
destra europea sognata da Gianfranco Fini, per cui il suo si
al “recovery fund” sembra più dettato dall’interesse
nazionalistico che dallo spirito di condivisione europeistico.
Cosa ne pensi?
Dopo il risveglio dell’Europa, i sovranisti – per dirla con
Romano Prodi – hanno preso una bella “botta”. Meloni, che è
sempre stata border line, ci resterà. Ma certo siamo lontani anni
luce dalla scelta fatta da Gianfranco Fini, che rappresentò l’Italia
– assieme a Giuliano Amato – nella Convenzione chiamata a
scrivere la Costituzione europea.

Tutti sanno che Giorgia Meloni viene dal Msi, quanto di quel
partito è rimasto nella cultura politica di Giorgia Meloni?
Quando l’Msi per la prima volta si presenta alle elezioni
politiche col simbolo di Alleanza nazionale, Giorgia Meloni
aveva 17 anni. Ma sicuramente An, il partito nel quale lei è
cresciuta, aveva le sue radici nell’Msi.  Un partito che, dal 1946
al 1995 ebbe leader forti e dialettica interna vivacissima: quella
vivacità oggi si è spenta, comanda Giorgia. An e Msi erano
partiti stimolati da intellettuali non conformisti: diradati. I tratti
principali della cultura politica missina sono quasi tutti
scomparsi e perciò assenti in Giorgia Meloni. Il nostalgismo:
assente. Il presidenzialismo: assente. La rivendicazione delle
mani pulite come conseguenza dell’emarginazione politica:
assente. Meloni però ha ereditato da Msi e An un bene
immateriale: la scuola politica. Quel dna che le consente quasi
sempre di restare nell’ambito del “politicamente corretto”. E in
ogni caso vengono dall’Msi i “colonnelli” che, pur indotti a stare
un passo indietro, restano gli unici che tra i Fratelli d’Italia
possano vantare professionismo politico: Ignazio La Russa,
Adolfo Urso, Francesco Storace, Fabio Rampelli.

Giorgia Meloni ha una visione della politica ”muscolare” .
E  per sua natura tendente alla semplificazione (vedi il tema
dell’immigrazione), in questo non si distingue molto da
Matteo Salvini. Domanda   perché alcuni settori moderati (o
supposti tali) sono attratti da lei?
Lo dicevamo prima: avere o meno come interlocutori anche
elettori moderati è l’enigma dei prossimi mesi. Per ora non sono
gli elettori in cima ai pensieri di Giorgia Meloni.

Quanto pesa il populismo nella prassi, diciamo nell’estetica
politica di Giorgia Meloni?
Se c’è una differenza tra lei e i leader della destra del passato sta
proprio in una certa “estetica populista”: Almirante e Fini sono
stati capi che hanno espresso una forza demagogica e
contestativa, naturali per un partito rimasto ai margini per
mezzo secolo, ma entrambi accompagnavano la forza
d’urto con quella che Giovanni Sartori gravitas. Un
approccio che, per ora, sembra difettare alla leader di
Fratelli d’Italia:

Ultima domanda: come si svilupperà il rapporto, destinato a
diventare molto conflittuale, con Salvini?
Le diversità, le divergenza e i contrasti sono destinati ad
aumentare. Già oggi l’affetto reciproco è basso ma occorre dare
atto ai due di aver finora soffocato con notevole abilità questa
diffidenza.

Tra virus ed elezioni, l’autunno sarà “caldo” per la politica italiana? Intervista a Fabio Martini

FABIO MARTINI

I prossimi mesi saranno decisivi per l’Italia. Le sfide della “ripartenza” sono tante, la politica sarà all’altezza? Ne parliamo, in questa intervista, con con Fabio Martini inviato e cronista parlamentare del quotidiano “La Stampa”.

Fabio Martini, come era facilmente prevedibile, la fase tre (quella della convivenza con il virus) si è avviata in maniera un poco caotica. Anche la “fase tre” della politica (quella della progettazione e della ripartenza) non pare all’altezza. Siamo agli inizi, certo, ma l’impressione è che questi benedetti “stati generali”, come il piano Colao, siano capitoli di un libro ancora tutto da scrivere. E rischiamo grosso con l’Europa, la nostra unica ancora di salvezza. Insomma c’è una idea di Paese?
«Un’idea di Paese è esattamente quello che in questo momento servirebbe al governo per poter uscire in piedi dalla crisi sanitaria ed economica. Si può immaginare che qualche idea per il Paese, il presidente del Consiglio l’abbia cercata, e magari trovata, nella consultazione delle parti sociali a Villa Pamphili. Una consultazione viziata da due dubbi: il suo carattere neo-corporativo e la piegatura auto-promozionale dell’operazione. Questo sospetto sul fatto di procedere per annunci&eventi ha trovato puntuale conferma in conclusione degli Stati generali: Conte ha annunciato che si starebbe studiando la riduzione dell’Iva. Un annuncio per rilanciare su un nuovo miraggio l’attenzione dell’opinione pubblica? Di sicuro all’ annuncio è seguita una correzione. Al Paese,  per ripartire da 20 anni di stallo, lo sanno tutti, servirebbe una scossa capace di incidere sui vizi atavici del sistema. Soltanto un gravissimo infarto sociale ed economico può fare cadere questo governo, che dunque proseguirà il suo cammino ma per la natura delle forze che lo compongono, questo esecutivo sembra più adatto ad una navigazione sotto costa che ad una sfida nel mare aperto delle sfide capaci di far rinascere un popolo».

Veniamo alla politica . La maggioranza, per ora, regge. Anche grazie alla “rendita di posizione” (non ci sono alternative) e all’equilibrismo di Conte. L’impressione è che in autunno, qualcuno dice anche a settembre , i rischi saranno alti per la maggioranza. Questo non solo per l’esplosione del malcontento, ma anche per le elezioni regionali. Le elezioni regionali saranno il detonatore? È un calcolo sbagliato? È solo uno spauracchio?
«Effettivamente le elezioni Regionali  di settembre – che pure chiamano in causa un campione elettorale limitato – potrebbero contribuire – più che a buttar giù il governo – a ridisegnare gli schieramenti politici. Nessuno ragiona attorno ad una questione: in Emilia il Pd ha già vinto a febbraio con una coalizione di centro-sinistra, facendo a meno dei grillini e se per caso dovesse riconquistare Campania e Toscana con lo stesso assetto, si dimostrerebbe vincente il modello dell’autosufficienza. Dell’orgoglio Pd. Dando argomenti importanti a chi, in quel partito, tende ad allentare la presa dai Cinque stelle e da una personalità capace ma di inafferrabile identità politica come Conte. E ancora: in Liguria e nelle Marche Pd e Cinque stelle si coalizzeranno? Questa eventuale alleanza porterà vittorie o sconfitte? Ultimo dato: se in Veneto il Governatore Zaia dovesse vincere con una percentuale “fuori misura”, di fatto si conquisterebbe un posto in prima fila per la futura leadership del centrodestra, insidiando seriamente Matteo Salvini. Se gli elettori premieranno il centrosinistra a vocazione indipendente e maggioritaria e Zaia dovesse svettare, le prossime elezioni regionali potrebbero configurarsi come un Big bang sulla politica italiana».

Focalizziamoci sui principali attori della scena politica. Incominciamo dal PD. Ha fatto scalpore l’uscita di Gori contro Zingaretti. Uscita stoppata dai maggiorenti del Partito. Cosa cova sotto le ceneri del PD? A qualche osservatore è apparsa una uscita, quella di Gori, in stile “renziano”. È così?
«Nel senso del primo Renzi? Assolutamente sì. Nei sei mesi più felici della sua storia politica, Renzi prima vince le Primarie del Pd e poi conquista palazzo Chigi (con l’appoggio implicito ma decisivo dei bersaniani e di D’Alema) sulla linea del rinnovamento della linea politica, della vocazione maggioritaria, dell’orgoglio Pd. Poi si inebria e inizia il declino, ma in quei sei mesi il suo è un modello di successo, non solo per sé stesso e per il partito, ma anche per il Paese. Giorgio Gori ha semplicemente detto quel che a voce bassa, sostiene il 95 per cento del gruppo dirigente del partito e anche molti elettori: un Pd passivo non aiuta il Paese ad uscire dalla crisi e, vivacchiando, fa male a sé stesso e alla prospettiva dei progressisti. La leadership pacifista di Zingaretti ha letteralmente salvato il Pd, perché Renzi – dopo aver perso il congresso – era pronto a mandarlo in frantumi. Ma questa è un’altra stagione. Al Pd – questo dicono sottovoce in tanti e Gori a voce alta – non serve una leadership agnostica, ma una leadership  – se non progettuale – almeno convincente e trascinante dal punto di vista delle cose (serie e non di manutenzione) da fare. Non domattina, ma con un orizzonte che guardi ai prossimi 12-24 mesi»

Vedi un possibile rafforzamento nel PD di Stefano Bonaccini? Ovvero di una figura dotata di un riformismo pragmatico?
«Da presidente della Regione Emilia-Romagna Bonaccini ha dimostrato due cose: cultura e prassi di governo, ma anche capacità di presa e di recupero elettorale su un territorio che era diventato molto accidentato, come dimostrano le poderose percentuali (che i media disattenti non hanno notato) che il centro-destra ha conquistato nelle province di confine, Ferrara e Piacenza. Bonaccini è interessato a giocarsi la partita. In tempi e modi ancora da valutare ma il modello-Emilia è un asso che prima o poi sarà calato».

I 5stelle anche loro, parafrasando Woody Allen, non stanno tanto bene. Il ritorno di Grillo e Di Battista – Casaleggio, porta con sé antichi rancori. L’apparenza dice: che il più saggio in questo frangente è proprio Beppe Grillo. Come ti spieghi questo?
«Dopo una stagione nella quale nel Movimento nessuno stava più a sentire Grillo – esemplare il gelo nel quale calò la sua proposta di togliere il voto agli anziani – la perdurante crisi dei Cinque stelle riconsegna forza ai punti di riferimento, alle figure “carismatiche”, espressione che usiamo per farci da capire e da non prendere alla lettera. Grillo è intervenuto per stroncare chi – come Di Battista – invocava il rispetto di un impegno elementare: celebrare finalmente il primo congresso del Movimento per fare decidere alla mitica base la linea politica. Con un intervento apparentemente di buon senso ma di fatto autoritario, Grillo ha aperto la strada ad una soluzione dorotea: tutto il potere ai “capi-corrente”».
Salvini, Meloni e Berlusconi. Il centro destra è attraversato da movimenti. Ormai sappiamo che la competizione all’estrema destra sarà Salvini – Meloni. E La Meloni non concederà molto a Salvini. Insomma dobbiamo prepararci ad una destra guidata da una discendente del neo fascismo?
«Giorgia Meloni proviene dalla scuola politica che parte dal Movimento sociale e ha ereditato dai due leader di maggior peso di quella storia (Giorgio Almirante e Gianfranco Fini), la grinta contestativa e argomentativa, ma non quella gravitas, che in alcune fasi del lungo dopoguerra italiano consentì ai due segretari del Msi di “parlare” ad una platea più vasta di quella degli elettori nostalgici. Ciò premesso, si fatica ad etichettarla come neofascista ma anche ad immaginarla leader di uno schieramento: per quanto la Lega abbia perso intenzioni di voto, resta di gran lunga la forza maggioritaria del centrodestra, con oltre il 50% dei consensi interni e dunque la premiership toccherà a loro. A chi, come detto, è tutto da vedere».

È riapparso Silvio Berlusconi…. Che ruolo sta giocando….?
«Se Berlusconi non fosse… Berlusconi, lo avrebbero già fatto accomodare in maggioranza e forse anche al governo. Ma su Berlusconi pesa, nell’immaginario grillino, una pregiudiziale etica della quale si possono comprendere le ragioni. E dunque il Cavaliere si è ritagliato un ruolo di saggio moderatore, in particolare nei rapporti con l’Europa, ma senza rompere con Salvini e Meloni. Anche per lui le Regionali saranno una cartina di tornasole: il Berlusconi moderato torna ad aggregare? Se le risposte fossero nette – in un senso o nell’altro – anche le conseguenze sarebbero nette».

Matteo Renzi sempre più alla ricerca della sua visibilità, alterna momenti di lontananza (con azioni di disturbo) e vicinanza dalla maggioranza. Una tattica che non porta molti voti….
«Renzi si ritrova nella spiacevole situazione per la quale qualsiasi cosa faccia o dica, viene letta sempre nella logica dell’interesse personale. Poco importa che su diverse questioni abbia visto prima degli altri o che alcuni dossier da lui indicati siano stati poi adottati dalla maggioranza: tutto questo non si tramuta in intenzioni di voto. Un caso esemplare di auto-dissipazione, alla quale hanno contribuito l’alto senso di sé e qualche “bidone” rifilato qua e là. Ma attenzione: una certa inaffidabilità – per quanto non generalizzabile – è abbastanza comune: Renzi l’ha pagata di più, forse anche perché la qualità politica del personaggio rende ancora più imperdonabili le sue leggerezze».
Una battuta sulla Presidenza della repubblica. Il grande oggetto del desiderio… È ancora troppo presto?
«Tutti i candidati – e sono tanti – sono già al lavoro e ogni giorno, senza che ce ne accorgiamo, aggiungono una tesserina al proprio mosaico. Ma è presto per azzardare scenari, perché non sappiamo assolutamente quale sarà la platea dei grandi elettori.: Poniamo che ad eleggere il successore di Mattarella sia questo Parlamento: nei giorni delle votazioni quale maggioranza sosterrà il governo? L’attuale o una di salvezza nazionale? A due maggioranze diverse equivalgono, in linea di massima, due diversi Presidenti. E se invece la legislatura si chiuderà prematuramente? A quel punto avremo una maggioranza di centrodestra autosufficiente o nessuna maggioranza? Tutti scenari che portano a presidenti diversi. Una cosa possiamo però anticiparla: “voci di dentro” del Quirinale ci dicono che Mattarella non chiederà di restare per altri sette anni»

Un anno vissuto pericolosamente. Intervista a Federico Gervasoni

Federico Gervasoni ha 28 anni e da undici fa il giornalista. Freelance, da un anno e mezzo, vive sotto vigilanza a causa delle pesanti minacce ricevute da gruppi neofascisti. Il giornalismo è rendere noto dei fatti che si vorrebbero nascondere. A Brescia esiste un cuore nero che non smette di pulsare. E a testimoniarlo ci sono fatti ed episodi documentati e raccontati in un libro di bruciante attualità, “Il cuore nero della città”, scritto appunto da Gervasoni e pubblicato esattamente un anno fa per la casa editrice Liberedizioni.

Federico, ci fai una sintesi di quello che è accaduto dopo l’uscita del volume?

E’ stato un anno molto intenso. Ho effettuato molteplici presentazioni in tutta Italia e all’estero. Da Genova a Londra, passando per Catania e Bologna, fino ad aprire il tour autunnale a Tunisi. Naturalmente non dimentico i centri più piccoli che mi hanno splendidamente accolto. Da tutte queste esperienze ho imparato tanto e incontrato persone speciali. Un grande ringraziamento va inoltre alle forze dell’ordine (carabinieri e poliziotti della Digos) che in qualsiasi evento mi hanno scortato e protetto. Sono stati bravissimi sia a prevedere che a intervenire.

Ancora prima della sua uscita il tuo libro aveva scatenato una violenta reazione da parte di gruppi neofascisti attivi in tutta Italia. Ci vuoi raccontare qualcosa?

Non parlo mai delle minacce che ricevo. Non mi piacciono né le icone né le etichette altrimenti sarei un’attivista. Io sono solo un giornalista che ha fatto il suo lavoro, ovvero quello di informare. Tuttavia, posso affermare che non è stato affatto un anno facile poiché vissuto con la forte consapevolezza del rischio. Sono tante le volte in cui mi sono ritrovato isolato e messo sotto pressione. Va poi evidenziato che chi si occupa di estrema destra in Italia sa che diventerà automaticamente un bersaglio da colpire. In tutto questo, la mia condizione di giornalista precario (vive dei pezzi che scrive, ndr) non mi ha affatto aiutato. Brescia è inoltre una città dalle piccole dimensioni e poco dispersiva. Lavorando in strada e non all’interno di una redazione, il pericolo di trovarsi a ridosso certi personaggi è concreto.

Tu non hai ancora trent’anni e dopo aver scritto un libro sul neofascismo, sei costretto a parlare pubblicamente solamente davanti alla presenza delle forze dell’ordine. E’ un fatto allarmante, nel 2020, in Italia.

Questo aiuta a comprendere come al giorno d’oggi i fascisti siano alla ricerca di una legittimazione da parte dell’opinione pubblica. Il neofascismo che io racconto è diverso da quello storico del Ventennio. Eppure, ci sono nuove sigle pericolose che propagandano ideali razzisti, xenofobi e di intolleranza. Ciò che davvero mi spaventa è la paura di non denunciare.

Tornassi indietro, ripubblicheresti “Il cuore nero della città”?

Certamente, di quanto ho fatto in passato non rinnego nulla. Volevo accendere un’attenzione dell’opinione pubblica su un argomento che spesso rimane volutamente nascosto. La storia ci insegna che Brescia è stata gravemente ferita dal fascismo. Il 28 maggio 1974, una bomba di matrice nera, causò otto morti e centinaia di feriti in piazza della Loggia. Questo fatto terribile e cruento, accaduto nella città in cui sono nato e cresciuto, ha inciso sulla mia vita e influenzato inevitabilmente la mia ambizione letteraria. Prima di laurearmi in filosofia a Pavia, ho studiato nel liceo “Veronica Gambara”, la cui biblioteca è intitolata a Clementina Calzari Trebeschi, una delle vittime della strage fascista.

Con la ristampa raggiunta praticamente subito, il tuo libro ha ottenuto parecchio successo. In questi mesi hai pensato a scriverne un secondo?

Purtroppo il territorio in cui vivo (la provincia di Brescia ndr) nelle scorse settimane è stato pesantemente colpito dall’emergenza sanitaria e anch’io come molte altre persone ho perso parenti, amici e conoscenti nella tragedia del Covid-19. Compatibilmente con la situazione drammatica vissuta, tra febbraio e maggio mi sono chiuso in casa a scrivere e a divorare tonnellate di carta. Entrambe le attività mi hanno aiutato a superare i momenti di maggiore sconforto e solitudine. Oggi, posso ammettere che in cantiere c’è qualcosa di concreto. Spero di poterne parlare quando la situazione sarà davvero tornata alla normalità. Il consiglio che posso dare ai lettori è quello di continuare a seguirmi perché ho tante novità importanti da raccontare.

Ci sarà una “fase 2” anche nella politica? Intervista a Fabio Martini

 

FABIO MARTINI

 

Tra la prudenza degli scienziati, le pressioni delle categorie economiche e di qualcheregione, il governo sta cercando di programmare la “fase 2”. Ovvero l’inizio di una ripartenza. Anche nella politica italiana ci sarà una “ fase 2”? Ne parliamo, in questa intervista, con Fabio Martini cronista parlamentare della “Stampa”.

 

 

Fabio Martini, ci stiamo avviando, tra molti dubbi e contraddizioni, verso la fase 2. Possiamo fare un piccolo bilancio, parzialissimo, sulla gestione comunicativa del governo. Rispetto all’inizio ti pare migliorata oppure ha ancora lacune?

«Nel primo mese di crisi, a partire dal 3 marzo, il presidente del Consiglio italiano è stato il capo di governo che ha comunicato più di tutti al mondo: undici “occasioni”. Se limitiamo la nostra analisi all’efficacia e alla chiarezza delle comunicazioni, dobbiamo riconoscere che l’ansia di apparire ha prevalso su qualsiasi altra motivazione. Per non parlare della notte in cui l’imminente chiusura della Lombardia fu fatta trapelare, non smentita e diventata operativa 19 ore dopo la prima fuga di notizie. Sicuramente ci sono rami nell’attività di governo che sono risultati più efficaci. A cominciare dal lockdown: ex post possiamo dire che è stata una decisione tempestiva. Rimasta quasi isolata, ma sicuramente tempestiva ed efficace»

 Veniamo ai nodi politici che questa quarantena ha prodotto nello scenario italiano. Cominciamo dalla partita europea. Sappiamo quanto sia strategica e vitale per l'”Italia questa partita. Il risultato raggiunto dall’ultimo vertice è comunque importante. Il “recovery fund”, sui quali resta ancora aperta la discussione, sono diventati imprescindibili per l’ Europa. Indubbiamente questo fatto è merito di Conte e dei suoi alleati ma soprattutto di Angela Merkel. Insomma la temporeggiatrice Merkel sta salvando l’UE?

«La connessione stretta tra il sistema produttivo tedesco e quello della componentistica italiana ha spinto la Confindustria tedesca a premere sulla temporeggiatrice Merkel. Che, da par suo, ha capito che un infarto prolungato dell’Italia rischiava di nuocere alla sua Germania. Ma non c’è solo questo. Nel frastuono di notizie, è sfuggita ai media italiani una signora notizia: Merkel ha annunciato davanti al suo Parlamento di essere pronta a conferire una quota più alta di euro al bilancio comunitario, ma procedendo ad una maggiore integrazioni delle politiche fiscali. In altre parole: più soldi in comune ma anche una maggiore condivisione di informazioni sugli sprechi di ogni Paese. Più risorse significa più politiche fiscali comuni. Se si va avanti nella costruzione europea, il prezzo da pagare sarà questo».

Ma c’è un altro giocatore in questa partita europea: Papa Francesco. Un Pontefice che viene “dalla fine del mondo”, come disse lui all’inizio del suo pontificato. Eppure, da raffinato gesuita, si è fatto trovare puntuale nella partita europea. Del resto la recente indagine di Report ha, ancora una volta, confermato l’intreccio che tra i nemici religiosi del Papa ci sono anche i nemici politici dell’Europa. È così?

«Certamente sì e d’altra parte Santa Romana Chiesa è sempre stata, per così dire, europeista. Non mi pare però che l’appello sulla riduzione del debito per i Paesi più poveri sia stato recepito».
Per qualche osservatore la crisi, scatenata dalla Pandemia, ha indebolito il sovranismo. Qual è la tua opinione?

«Presto per dirlo. In questi primi mesi sembrerebbe che solidarismo e statalismo siano trascinanti rispetto ad individualismo e liberismo. I sovranisti giocano di rimessa, il risveglio dell’Europa li ha spiazzati e, dove possono, cavalcano solidarismo e statalismo, “valori” che tradizionalmente appartengono alla sinistra. Sembrerebbero esserci le premesse per un futuro ciclo politico progressista, ma gli umori collettivi, come si è visto, cambiano in fretta. Come sempre nel passato la risposta sul come stia reagendo lo spirito pubblico in Occidente, verranno dalle elezioni americane. Non sembra, ma oramai mancano soltanto sei mesi».

 Veniamo all’Italia. Il quadro politico ci offre alcuni aspetti interessanti. Mi riferisco alla Lega salviniana. Salvini dalla crisi dello scorso agosto si sta avvitando su se stesso, la sua propaganda è ripetitiva. E la sua ostilità all’Europa gli sta creando non pochi problemi al suo interno. Voci giornalistiche riferiscono di una spaccatura tra Giorgetti e Salvini. Hanno un fondamento?

«La Lega ha sempre saputo mantenere un riserbo quasi impenetrabile sul suo dibattito interno. Nel passato soltanto il Pci ci riuscì. Che dentro la Lega ci sia una doppia anima: quella e quella pragmatica di Giorgetti, oramai è evidente. Il consenso popolare acquisito da Salvini in così poco tempo, prima alle Politiche 2018 e poi alle Europee 2019 (quasi un raddoppio in percentuale) gli consente di dare lui l’impronta alla politica della Lega. Certo, il clamoroso autogol della caduta del Conte-1, lo ha indebolito, ma finchè prosegue il consenso popolare, il “padrone” resta lui»

 Un altro elemento è Luca Zaia. Il governatore leghista del Veneto pare in forte ascesa. E’ preoccupante per Salvini?

«Fìno a quando Salvini è in sella, nessuno può insidiare la sua leadership. Gli unici che possono spodestarlo sono gli elettori. Da questo punto di vista è assai significativa la data nella quale si svolgeranno le elezioni regionali che avrebbero dovuto tenersi in questa primavera. In importanti regioni del Nord-est (Veneto), del Mezzogiorno (Campania e Puglia), dell’ex zona rossa (Toscana, Liguria, Marche) saranno chiamati alle urne un numero rilevanti di elettori. Un test diffuso: da quelle elezioni potrebbero venire segnali diversi dal previsto per i leader e, con un azzardo interpretativo, si può immaginate che se si fosse votato a scadenza naturale, proprio la Lega avrebbe potuto essere il partito più “sorpreso” dal responso degli elettori».

 Giorgia Meloni, che non manca qualche volta di distinguersi da Salvini, pare ancora risucchiata da un radicalismo di destra. Forse la sua maturità politica è solo propaganda?

 «Giorgia Meloni e Matteo Salvini, così come Nicola Zingaretti, vengono da scuole politiche degne di questo nome e tracce di questo imprinting si possono notare in tutti e tre. Meloni in particolare viene dalla scuola del Movimento sociale che nel corso della sua storia ha espresso due leadership di peso: quelle di Almirante e di Fini. In entrambi la carica demagogica e contestativa, del tutto naturali in una forza rimasta ai margini per 48 anni, erano corroborati da una certa gravitas. Quella che sembra difettare alla leader di Fratelli d’Italia: è vero che Meloni, a differenza di Salvini, si preoccupa sempre di argomentare e documentare le proprie tesi, ma con un’indignazione permanente e un volume vocale che anche durante la crisi del coronavirus, le hanno consentito di intercettare elettori ma tutti all’interno dello stesso circuito di Salvini. Leader gagliarda di una fazione, per ora non di uno schieramento».

 Anche Forza Italia ha dato segnali… .

«Da quando Berlusconi ha lasciato palazzo Chigi, nel novembre del 2011, il declino elettorale di Forza Italia è stato costante e nel corso degli anni il Cavaliere è riapparso improvvisamente sulla scena, per poi uscirne in un batter d’occhio. Una meteora ad intermittenza. Stavolta il recente posizionamento europeista potrebbe aprire uno spazio nuovo e promettente per Forza Italia ma negli ultimi anni il Berlusconi ci ha abituati a raccontare ritorni che erano quasi sempre legati ad interessi materiali da tutelare. Vedremo».
Per i 5stelle sono momenti di grande fibrillazione. È riapparso Di Battista. E questo per Conte e i governisti dei Pentastellati non è una bella notizia. Beppe Grillo difende ed esalta Conte. Però c’è la partita del Mes. Insomma reggeranno i 5 Stelle?

«La crisi del Coronavirus ha colto i Cinque stelle in una fase di crollo verticale dei consensi e parliamo di consensi reali nelle Regioni in cui si è votato e non quelli virtuali dei sondaggi. In queste settimane, a parte una presenza costante di Luigi Di Maio nei Tg, il Movimento non ha espresso una propria identità e se le prossime Regionali confermassero il declino, i Cinque stelle saranno chiamati a fare i conti con un piano inclinato che potrebbe riservare qualsiasi sorpresa».
Veniamo al PD. Pare che questo partito abbia trovato un suo ruolo. È l’egemonia nel governo?

«Sì, c’è la sensazione di una maggiore presenza del Pd. Ma è l’effetto dell’azione di singoli personaggi, collocati in snodi strategici: Paolo Gentiloni, Roberto Gualtieri, David Sassoli. Nel governo effettivamente, accanto al protagonismo del presidente del Consiglio, il Pd esercita una moral suasion, un’azione di contenimento, talora esprime anche un indirizzo che finisce per condizionare l’azione dell’esecutivo. Ma se a un elettore non politicizzato si chiedesse quale sia l’apporto del Pd nella vicenda coronavirus, probabilmente faticherebbe a focalizzare una risposta».
Tra le novità di questo periodo c’è Colao. Non sembra brillare molto. Per te?

«Nessuno può dirlo. Per fortuna esercita il proprio ruolo con  riservatezza. Si tratta di un grande manager, oggettivamente uno dei più capaci che questo Paese abbia espresso negli ultimi 15 anni, e soltanto a lavori conclusi potremo capire se lui e gli altri “tecnici” abbiano espresso suggerimenti e linee guida capaci di incidere, ma anche se siano stati messi nelle condizioni di far pesare la propria competenza».

 Ci sarà una fase 2 anche nella politica?

«No, molto difficilmente ci sarà una fase diversa nella politica italiana. O meglio. soltanto il fallimento totale della fase 2 del lockdown potrebbe aprire una fase 2 della legislatura. Nel senso che soltanto un collasso finanziario e sociale potrebbe indurre le forze politiche ad arrendersi ad un governo di solidarietà nazionale. Il carisma del suo leader, un personaggio come Mario Draghi, lascerebbe in secondo piano i capofila politici, che avrebbero tutti da perdere, in termini di vantaggi di bottega. Cinque Stelle, Pd e Renzi perderebbero posti di governo e riflettori, Salvini e Meloni la possibilità di poter contestare ogni sera il detestato Conte».

Emergenza Coronavirus: necessario ripensare la sanità e la difesa. Intervista a Mao Valpiana

Il reparto di terapia intensiva dell’Ospedale papa Giovanni XXIII

La battaglia contro il terribile virus sarà lunga. I dati diffusi dalla protezione Civile, ieri sera, fanno segnare un piccolo rallentamento. Ma, come ha affermato Borrelli, Commissario all’Emergenza,  “I contagiati ufficiali a ieri sera erano 63 mila. Ma il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile”. I 63 mila, quindi, sono la punta di un iceberg. La guardia deve restare alta. Gli esperti dicono che questa settimana sarà cruciale per capire se il rallentamento sarà “strutturale”. Quindi bisogna continuare, assolutamente, a rispettare le regole di sicurezza. Ed è in questo quadro che si inserisce la richiesta del mondo del lavoro di chiudere la produzione di “beni non necessari” per garantire la salute dei lavoratori.

Ed è in questo filone, per la sicurezza nel lavoro, che si inserisce la richiesta della  Campagna Sbilanciamoci!, Rete della Pace e la Rete Italiana per il Disarmo per l’immediato blocco in tutte le fabbriche che producono sistemi d’arma.

“È incomprensibile – scrivono nel loro comunicato – come sia considerato “strategico” e necessario continuare a far montare un’ala ad un cacciabombardiere o un cingolo ad un carro armato, con il rischio di far contagiare i lavoratori addetti a queste attività. Riteniamo inaccettabile chiedere ai lavoratori un sacrificio così alto per una produzione che, oggi, non ha nulla di strategico ed impellente e costituisce solamente un favore all’industria bellica e al business del commercio di armamenti.

Non è in questione il funzionamento operativo del settore della Difesa nazionale in questo momento così delicato, funzionamento che deve essere sempre garantito nei limiti e nelle forme previste dalla nostra Costituzione e del nostro ordinamento.

 Il tema è perché si debbano tenere aperte fabbriche – in cui i lavoratori rischiano ogni giorno il contagio – che producono armi di cui oggi non abbiamo nessuna necessità, o che vengono vendute ad altri Paesi o – come nel caso degli F35 – che fanno parte di un Programma a lungo termine e che potrebbe senza problemi prendersi una pausa di qualche settimana (anche se va ricordato come le nostre organizzazioni da anni ne chiedano la chiusura a causa degli enormi

costi, dei problemi tecnici e ritardi e dell’inutilità rispetto ad altri investimenti).

Per questo motivo chiediamo al Governo di rivedere subito l’elenco dei settori produttivi esclusi dal blocco, fermando il lavoro in tutte le fabbriche che producono sistemi d’arma, con la sola eccezione di quegli stabilimenti in grado di riconvertire la produzione di macchinari e forniture per rispondere ai bisogni del servizio del sistema sanitario”. In questa intervista a Mao Valpiana, Presidente nazionale del Movimento Nonviolento, associazione aderente a Rete Italiana Disarmo e Rete della Pace, approfondiamo l’argomento di una possibile riconversione della politica di difesa.

Mao Valpiana, stiamo vivendo giorni difficili a causa del virus COVID-19. Giorni che ci fanno riflettere su un possibile ripensamento delle nostre priorità. Quello che sta avvenendo è la riscoperta del valore immenso della salute e sanità pubblica. È così Valpiana?

Sì, ora che l’intero popolo italiano, e tutti gli europei, gli asiatici, e persino grande parte degli americani, sono in quarantena chiusi nelle loro case, grandi o piccole, ricche o povere, ognuno, singolarmente e collettivamente,  si trova a confrontarsi con il primo valore assoluto: la propria salute. Domani, sarò sano o contagiato? Tutti, ma proprio tutti, capiscono che “quando c’è la salute, c’è tutto”. Per la prima volta, forse, con il nuovo mondo nato dopo il conflitto mondiale che ha sconfitto il nazismo, e fatto nascere l’ONU, ci si rende conto che persino l’economia mondiale, viene dopo la salute individuale. È una rivoluzione impensabile fino a qualche settimana fa. E tutti capiscono che per tutelare la salute propria e delle persone care, figli, nipoti, amici, è assolutamente indispensabile avere un sistema sanitario pubblico che funzioni. In Europa, nel bene e nel male, ce l’abbiamo, con pregi e difetti; là dove, invece, la sanità è considerata una merce come altre, chi ha i soldi se la compera, chi non li ha deve rinunciarci, capiscono il dramma che deriva da una pandemia che colpisce chiunque, ricco o povero, democratico o repubblicano, bianco o nero. Ecco, ora, finalmente e purtroppo, siamo davvero tutti uguali avanti al Virus.

Ma insieme a questo, voi come Rete italiana per il Disarmo, affermate che proprio questa crisi può portare ad una rimessa in discussione del concetto di difesa. In che senso?

Certo. Il punto è quello dell’idea di “difesa della Patria”, che la Costituzione, all’articolo 52, definisce come “sacro dovere” e la affida al “cittadino”. Quindi siamo noi cittadini, società civile, i veri difensori della Patria, non l’esercito. Da cui se ne deduce che la patria può (deve?) essere difesa non con le armi, ma con i valori costituzionali. Lo dicono anche alcune sentenze dalla Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato, della Cassazione, che hanno riconosciuto e parificato le forme di difesa armata e nonviolenta della patria. A quarantotto anni dalla Legge 772/72, che riconosceva la possibilità dell’obiezione di coscienza al servizio militare e la concessione della possibilità del “servizio civile sostitutivo”, ed a diciannove dalla Legge 64/2001 che istituiva il Servizio civile nazionale finalizzato a “concorrere, in alternativa al servizio militare obbligatorio, alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari”, quattro anni fa il governo ha approvato, in via definitiva, il decreto legislativo che disciplina il Servizio civile universale relativo alla riforma del Terzo settore, come “progetto finalizzato alla difesa, non armata e nonviolenta della Patria, all’educazione, alla pace tra i popoli e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica italiana, con azioni concrete per le comunità e per il territorio”. Ce n’è abbastanza per capire come il concetto di difesa oggi debba essere completamente ripensato, e l’emergenza sanitaria ce lo impone.
Questi sono i giorni del dolore e della cura. Ci hanno fatto conoscere ancora di più la grande bravura dei nostri medici e infermieri. Il nostro Sistema ha retto, ma ha anche evidenziato limiti (carenza di personale e macchinari). Segnalate la diminuzione della spesa sanitaria. Quali sono i numeri?

Il valore e l’abnegazione di medici, infermieri, e tutto il personale sanitario (anche di chi sanifica e pulisce ospedali e camere dei pazienti, anche dei portantini, anche di chi lava lenzuola e camici), è fuori discussione. La spesa sanitaria ha subìto una contrazione complessiva rispetto al PIL passando da oltre il 7% a circa il 6,5% previsto dal 2020 in poi, la spesa militare ha sperimentato invece un balzo avanti negli ultimi 15 anni con una dato complessivo passato dall’1,25% rispetto al PIL del 2006 fino a circa l’1,40% raggiunto ormai stabilmente negli ultimi anni (a partire in particolare dal 2008 e con una punta massima dell’1,46% nel 2013). Nel settore sanitario sono stati tagliati oltre 43.000 posti di lavoro e in dieci anni si è avuto un definanziamento complessivo di 37 miliardi con numero di posti letto per 1.000 abitanti negli ospedali sceso al 3,2 nel 2017 (la media europea è del 5). Le drammatiche notizie delle ultime settimane dimostrano come non siano le armi e gli strumenti militari a garantire davvero la nostra sicurezza, promossa e realizzata invece da tutte quelle iniziative che salvaguardano la salute, il lavoro, l’ambiente (per il quale l’Italia alloca solamente lo 0,7% del proprio bilancio spendendone poi effettivamente solo la metà).
Puntate il dito anche sulle spese militari. Non è un po’ troppo meccanicistico?

No, è come l’esempio classico della coperta. Se la tiri da una parte, si accorcia dall’altra. Senza dimenticare che l’impatto di questa epidemia è reso ancora più devastante dal continuo e recente indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale a fronte di una ininterrotta crescita di fondi e impegno a favore delle spese militari e dell’industria degli armamenti. Non siamo cosi sprovveduti da pensare che tutti i problemi sanitari dell’Italia si possano risolvere con una riduzione della spesa militare (anche per il diverso ordine di grandezza: 5 a 1), ma è del tutto evidente che una parte della soluzione potrebbe risiedere proprio nel trasferimento di risorse dal campo degli eserciti e delle armi a quello del sistema sanitario e delle cure mediche, tenendo conto che le tendenze degli ultimi anni dimostrano una strada diametralmente opposta.
Pensate che la spese militari aumenteranno a scapito degli investimenti in favore della salute?

Il nostro impegno, da anni, è quello per una riduzione drastica delle spese militari, a favore di quelle sociali. Questo è l’obiettivo politico principale della nostra Campagna per la “Difesa civile, non armata e nonviolenta”. Quando diciamo “Un’altra difesa è possibile”, vogliamo di invertire la rotta.

L’unica difesa legittima è quella nonviolenta. Ci occupiamo da anni di sottolineare la problematicità e gli sprechi delle spese militari, che drenano molte risorse del nostro Paese verso strutture incapaci di risolvere i conflitti a livello internazionale. Non è però solo una problema di fondi ma di impostazione generale ed è ora quindi che il nostro Paese, con una scelta coraggiosa ed innovativa, si doti di strumenti migliori per affrontare le problematiche mondiali del nostro tempo. Finché non sarà a disposizione delle nostre istituzioni anche una scelta possibile di azione non armata e nonviolenta sarà facile il ricatto di chi chiede soldi per le strutture militari e per le armi”.
Quali sono i progetti di difesa, i sistemi d’arma che possono essere abbandonati e riconvertiti?

Oggi è evidente a tutti. Abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando in caserme. Ci sono fabbriche, come a Cameri in provincia di Novara, che producono armi di cui oggi non abbiamo nessuna necessità, o che vengono vendute ad altri Paesi o  – come nel caso degli F35 – che fanno parte di un Programma a lungo termine e che potrebbe senza problemi prendersi una pausa di qualche settimana (anche se va ricordato come le nostre organizzazioni da anni ne chiedano la chiusura a causa degli enormi costi, dei problemi tecnici e ritardi e dell’inutilità rispetto ad altri investimenti). L’industria bellica non è un settore essenziale e strategico: questa può essere l’occasione per un ripensamento e una riconversione necessaria (in primo luogo verso produzioni sanitarie).
Quindi proponete una riconversione integrale della nostra economia. Ma è realistica?

Non solo è realistica, ma è assolutamente necessaria, e sarà l’unico modo per riprendere quando usciremo dall’emergenza. Da un’economia di guerra, ad un’economia di pace.