“Costruire, nel Pd, attorno al Pd e anche oltre il Pd l’unità dei riformisti”. Intervista a Giorgio Tonini

Giorgio Tonini (La Presse)

La politica italiana vive giorni di grande fibrillazione .Sullo sfondo c’è ancora la vicenda ConsipIntanto prosegue a sinistra il dibattito sulle nuove possibili alleanze di governo.

Di questo parliamo con il Senatore Giorgio Tonini, vice-presidente del gruppo PD al Senato e Presidente della Commissione Bilancio a Palazzo Madama.

Senatore Tonini, in questi ultimi 15 giorni la politica italiana ha vissuto un “immenso gioco dell’oca”. Mi riferisco certamente alla vicenda della legge elettorale e, legata a questa, alla “scoperta” (che assomiglia alla scoperta dell’acqua calda) da parte di Renzi delle coalizioni. Mi scuso per la durezza Senatore: ma è credibile un politico che si comporta così?

 

La politica italiana è entrata in una nuova fase di grave incertezza strategica il 4 dicembre scorso, quando l’esito negativo del referendum ha segnato il fallimento dell’ambizioso disegno riformatore che doveva dare all’Italia una solida democrazia maggioritaria. Il tanto vituperato «combinato disposto» di riforma del bicameralismo e legge elettorale maggioritaria a doppio turno avrebbe consentito di andare al voto, al termine di questa legislatura, poco importa se qualche mese prima o meno, consegnando nelle mani dei cittadini elettori il potere di decidere a quale partito assegnare la maggioranza dei seggi in Parlamento e la possibilità di governare in modo stabile per l’intera legislatura. Svanita, per l’ennesima volta, questa prospettiva, a causa certamente degli errori di Renzi e di tutti noi, ma anche dell’irresponsabilità di gran parte della classe dirigente, non solo politica, del paese, ci siamo ritrovati in pieno contesto neo-proporzionale: alla persistenza del bicameralismo paritario, si sono aggiunte, nel frattempo, due sentenze della Corte costituzionale che hanno drasticamente indebolito la possibilità di imprimere una curvatura maggioritaria alla legge elettorale. È in questo scenario che il segretario del Pd, che nel frattempo ha vinto nuovamente la sfida democratica per la guida del partito, ha cercato di corrispondere all’appello del presidente Mattarella di dare comunque al paese una legge elettorale omogenea alla Camera e al Senato e condivisa da un ampio schieramento di forze politiche, ben oltre i confini della maggioranza di governo.

 

Quindi, anche negli ultimi giorni, Renzi ha le idee chiare, secondo lei? A molti non parrebbe…

 

L’atto di responsabilità e generosità, da parte di Renzi e del Pd, di non lasciare nulla di intentato per corrispondere alle sollecitazioni del Capo dello Stato, è stato scambiato, non sempre in buona fede, per un’abiura del principio maggioritario e per un’opzione a favore di quello proporzionale. In ogni caso, ci ha pensato l’ennesimo voltafaccia del M5s a far fallire l’accordo sul sistema tedesco e a far tornare tutti alla casella di partenza di quello che lei ha giustamente definito un gioco dell’oca. La casella di partenza sono le leggi elettorali vigenti (l’Italicum alla Camera e il Porcellum al Senato), come modificate dalle due citate sentenze della Consulta. In entrambe ha resistito un barlume di maggioritario: alla Camera col premio di maggioranza attribuito alla lista che prenda più voti delle altre e superi la soglia del 40 per cento dei votanti; al Senato con una soglia di accesso al riparto dei seggi fissata all’8 per cento in ciascuna regione… È in questo contesto che si è tornati a parlare di coalizione, o meglio, almeno alla Camera, di una «lista coalizionale» di centrosinistra, imperniata sul Pd come soggetto federatore di uno schieramento più ampio. Ad essere sinceri, non mi pare una grande novità, tanto meno una svolta. È quello che il Pd ha sempre detto e pensato, almeno da quando Renzi è il segretario.

 

A molti è parso di vedere chiaramente nell’accordo sulla legge proporzionale la pazza voglia di dar vita, dopo il voto, ad una «Grande coalizione» con il Cav. Insomma siamo alle solite:  il tatticismo renziano ha sempre un unico obiettivo, quello di tornare a Palazzo Chigi. Non le sembra che sia giunto il momento di cambiare per davvero? 

 

Il Pd ha fatto proprio, fin dalla sua fondazione, dieci anni fa, il principio  sul quale si basano tutte le democrazie parlamentari europee: alla guida del governo è chiamato il leader del partito più votato, che dunque è al tempo stesso capo del partito e del governo. Solo in Italia questa norma è continuamente sottoposta a obiezioni e critiche che nel resto d’Europa sono incomprensibili. Merkel e May, Tsipras e Rajoy hanno una sola cosa in comune: tutti e quattro sono premier del loro paese, in quanto sono, e fino a quando resteranno, leader del partito più votato. A Londra come a Berlino, a Madrid come ad Atene, sarebbe semplicemente inimmaginabile, perché in definitiva antidemocratico, che il premier fosse il leader di un partito minore, o un esponente minore del partito principale, o addirittura una personalità non di partito. Perfino in Francia c’è questa fusione di leadership politica e istituzionale, a condizione che il presidente eletto conquisti anche una chiara maggioranza parlamentare. Aggiungo che in tutte le democrazie europee si forma il governo attorno al leader del partito più votato, perfino nel caso che questi non disponga della maggioranza assoluta dei seggi in parlamento, come è il caso, in questa fase, di tutti e quattro i leader-premier citati. Nessuna forza minore si sognerebbe infatti di condizionare il proprio appoggio al governo esprimendo un veto alla premiership nei confronti del leader del primo partito. Presentare quindi la sacrosanta ambizione del leader del Pd di tornare alla guida del governo del paese attraverso una vittoria elettorale, anziché come la fisiologia di una democrazia matura e compiuta, come una pretesa capricciosa, se non una deriva autoritaria, non è altro che una delle manifestazioni più vistose e preoccupanti dell’anomalia della democrazia italiana, un’anomalia che il paese sta pagando cara da ormai troppo tempo.

 

Pisapia, Prodi in questi giorni hanno lanciato segnali chiari. E Prodi si è messo a disposizione per tenere unito il Centrosinistra. Lo sosterrete senza riserve? Insomma sarete aperti alla mediazione? E quali punti strategici dovrebbe avere una buona mediazione? 

 

Il Pd è nato per unire il centrosinistra. Ma l’unità del centrosinistra è un obiettivo totalmente altro rispetto ai due miti politici della Prima Repubblica: l’unità delle sinistre e l’unità politica dei cattolici. La definizione del Pd che preferisco è quella che ne diede Romano Prodi: il Pd è la «Casa comune dei riformisti», quei riformisti che prima erano divisi lungo linee di frattura disegnate dalla guerra fredda e che solo dopo la caduta del Muro di Berlino è stato possibile riunire, prima nell’Ulivo e poi nel Pd. Questa è l’unità che dobbiamo costruire, nel Pd, attorno al Pd e anche oltre il Pd: l’unità dei riformisti per cambiare l’Italia, per renderla un paese moderno e aperto, competitivo e inclusivo. Come i governi del Pd hanno cercato e stanno cercando di fare in questa difficile legislatura. Non possiamo invece riproporre agli elettori, che sarebbero i primi a rifiutarla, una unione senz’anima, machiavellica, pensata e costruita solo per vincere, ma poi nei fatti incapace di governare, perché priva di un vero collante politico e programmatico. Il Pd è nato proprio per superare le coalizioni coatte, tenute insieme solo dal nemico comune e per dare una vocazione maggioritaria all’unità dei riformisti.

 

Domenica prossima ci saranno i ballottaggi. In alcune realtà il PD è allo sbando. Non sarebbe ora che Renzi sì prenda cura del partito? 

 

Sì, spero che la nuova segreteria riesca a fare di più e meglio di quanto non siamo riusciti a fare noi negli anni scorsi. Detto questo, il Pd è il partito che ha già vinto nel numero maggiore dei comuni dove si è votato l’altra domenica e dove non ha vinto è quasi ovunque al ballottaggio. Dunque non è affatto allo sbando. Come avrebbe detto Mark Twain, la notizia della morte del Pd è risultata largamente esagerata. Così come, sempre alla luce dei risultati delle amministrative, è apparsa largamente esagerata e quantomeno prematura l’attribuzione al M5s dell’aura dell’invincibilità.

 

Ultima domanda: Renzi sarebbe disposto anche per la prossima legislatura a lasciare il campo a Gentiloni in nome di un interesse superiore, l’unità del centrosinistra?

 

Pensare di costruire l’unità del centrosinistra contro il leader del Pd, indicato come candidato premier da una consultazione popolare che ha coinvolto quasi due milioni di persone, mi parrebbe una ben strana pretesa. Su questo Gentiloni per primo ha detto parole chiare. Se gli elettori daranno al Pd la forza per proporsi come asse portante del governo del paese nella prossima legislatura, a guidare il governo non potrà che essere chiamato il leader del Pd. Come avverrebbe in tutti gli altri paesi d’Europa.

Quale Nuova politica per l’Italia ? Intervista a Marco Damilano

Marco Damilano (Contrasto)

Il Nuovo è stato la via italiana al governo e alla politica. Ora sembra smarrito, per incapacità di elaborazione, fragilità culturale, inconsistenza progettuale. Ma nessuna restaurazione del passato è possibile. E l’Italia ha bisogno di una nuova politica, per uscire da questo limbo senza riforme e senza partiti, senza destra e senza sinistra, senza vecchio e senza nuovo. Serve un Nuovo che sia ricostruzione, rigenerazione. Allora la domanda è: quale nuova politica? Ne parliamo con Marco Damilano, vicedirettore del settimanale L’Espresso, che ha dedicato all’argomento un libro, appena uscito in libreria, dal titolo “Processo al nuovo” (Editore Laterza, pagg. 149, € 14,00)

Marco Damilano, il tuo libro è un processo radicale alla categoria del “nuovo” nella politica italiana. Un concetto assai evanescente … è cosi?

«Certo, ma anche affascinante. Il nuovo in questi venti anni è stato qualcosa di più di una forma comunicativa: è stato una sostanza. Giulio Bollati in “L’italiano” ha scritto anni fa che il trasformismo di fine Ottocento è stato la via che l’Italia si è data per modernizzare il Paese, con tutte le storture che conosciamo. Direi che allo stesso modo in questi ultimi decenni il nuovo – i leader che si sono presentati con la caratteristica del nuovo – è stata la via che la politica si è data per mascherare la verità di un paese che ha attraversato una lunga stagione di declino. E in questo, alla fine, si è rivelato evanescente, inadeguato. E lo dico dal punto di vista di uno che alle innovazioni politiche e istituzionali ha creduto e continua a credere».

La tua analisi parte dalla fine degli anni ’70. L’emergere della figura di Bettino Craxi, con il progetto della “Grande Riforma Costituzionale”, l’idea, cioè, di cambiare il Paese attraverso le Riforme. Una idea anticipatrice del renzismo….? O, per meglio dire, quanto craxismo c’è nella politica italiana di oggi?

«Nel 1979 Craxi scrive sull’Avanti, il quotidiano socialista, un editoriale intitolato “Ottava legislatura”, in cui lancia l’idea della Grande Riforma delle istituzioni. Siamo poco dopo l’omicidio di Aldo Moro, il vero spartiacque della storia repubblicana italiana: con il suo assassinio si interrompe il processo di autoriforma dei partiti e il peso della crisi della politica, che è una crisi di rappresentanza della società, si sposta sulle istituzioni e sulla Costituzione. L’altra innovazione craxiana è il cambiamento del partito socialista: da partito delle correnti a partito del capo, a forte leadership personale. In questo c’è l’anticipazione di alcuni fenomeni dei decenni successivi: il berlusconismo, il renzismo. Anche se Craxi si muoveva ancora, almeno all’inizio, in una situazione in cui la politica era forte. E la parola riforma richiamava tra i cittadini l’idea di un cambiamento in meglio. Mentre negli anni più vicini a noi ha assunto un significato opposto: restringimento dei diritti, tagli dello Stato sociale. E questo capovolgimento semantico pone un problema in più ai riformisti di tutta Europa».

Gli anni ’80 sono gli anni del conflitto sulla modernizzazione della politica italiana tra De Mita e Craxi…Incominciava anche la crisi del PCI di Berlinguer. Chi  vinse la battaglia sul nuovo? De Mita parlava di superare le categorie “Destra” “Sinistra” .  Venne sconfitto, perché Troppo avanti De Mita? Oppure era inconsistente il progetto?

«Per De Mita il superamento delle categorie di destra e sinistra significa rilanciare la Dc in un sistema bipolare che già allora il segretario della Dc voleva costruire. La Dc non si era mai definita come partito conservatore o di centrodestra, per De MIta deve diventare il partito dell’innovazione, contrapposto al Pci che in questo schema diventa il partito della conservazione, e al Psi di Craxi con cui c’è la sfida per la modernizzazione. Com’è finita, lo sappiamo. Hanno perso tutti. Nessuno è riuscito davvero a cambiare il sistema politico italiano. E l’economia negli anni Ottanta si è sviluppata a prescindere dalla politica».

Gli anni si chiudono con Il CAF…La restaurazione pura……è così?

«Craxi finisce ingabbiato nell’alleanza con Andreotti e Forlani, le destre democristiane. E manca il grande appuntamento con la storia, la caduta del muro di Berlino e la trasformazione del Pci. Il suo tramonto comincia qui».

Arriviamo agli ’90. L’esplosione, dopo Tangentopoli, del “nuovo”. Fu il “vero” nuovo? Oppure si può dire che la Seconda Repubblica non è mai nata?

«Oggi possiamo dire che Mani Pulite fu una rivoluzione soltanto giudiziaria. Quelle inchieste travolsero i partiti perché la loro crisi si era già consumata, ma non furono in grado di costruire un autentico cambiamento politico, e d’altra parte questo compito non poteva essere affidato ai giudici e ai pm. Servivano comportamenti nuovi, come scrisse già in quegli anni lo storico Pietro Scoppola. E nuovi partiti, nuovi leader, che arrivarono, in effetti, ma con il volto del berlusconismo. Che è stato nuovo, nuovissimo nelle forme, ma non ha cambiato il Paese: il ventennio del Cavaliere in politica si è concluso con un bilancio avvilente».

L’Ulivo fu il grande sogno. IL PD è la realizzazione del sogno?Considero l’Ulivo di Romano Prodi alla metà degli anni Novanta il momento di massimo equilibrio tra innovazione e tradizione, con un leader che si proponeva come sintesi di culture diverse e non come padrone del suo campo. Un tentativo ambizioso di cambiare la politica italiana: la democrazia dell’alternanza, il potere di decisione affidato ai cittadini, nella scelta dei candidati con le primarie e dei governi con sistemi elettorali coerenti con questo obiettivo. Il Pd è nato troppo tardi e in una situazione completamente mutata: di crisi economica, di crisi politica e di crisi culturale. E il sogno è rimasto tale, fino a trasformarsi, come avviene in questi giorni, in un incubo: l’incubo del ritorno della Prima Repubblica senza i partiti della Prima che avevano comunque il loro ruolo».

Torniamo per un attimo agli anni 68-70. Moro parlava di “Tempi nuovi” , ben altro spessore rispetto alla vacuità di  oggi ….

«A differenza di quello che ha scritto una certa pubblicistica Moro non era pessimista, guardava alle novità con curiosità e con acume. Erano i tempi nuovi del grande cambiamento degli anni Sessanta-Settanta. La mia generazione ha vissuto uno sconvolgimento maggiore: la globalizzazione, la rete. Ma oggi questi cambiamenti fanno paura. Se si parla di caduta dei muri vengono in mente immigrazione selvaggia, dumping sociale e terrorismo globale, Trump ha vinto per questo motivo: sul clima ha contrapposto gli interessi degli operai americani a quello mondiale della tutela ambientale. Se si parla di internet non viene più in mente l’agorà democratica ma le fake news e la post-verità. Se si pensa all’Europa c’è la crisi dell’euro. E mancano politici come Aldo Moro in grado di pensieri lunghi: sono in gran parte schiacciati sul presente, sull’istante, sull’ultimo tweet.

Monti, Renzi e Grillo. Il nuovo diventato vecchio..Per Renzi poi l’eterogenesi dei fini gli ha giocato un brutto scherzo. Come si svilupperà il “renzismo” nei prossimi anni?

«IN questi giorni c’è una nuova trasformazione: da leader sindaco d’Italia, come immaginava il sistema fondato sull’Italicum, Renzi sta diventando il segretario di un partito che dovrà fare una coalizione con alleati scomodi, Forza Italia e Berlusconi. Da uomo della competizione a capo del Pd come “argine della tenuta democratica del Paese”, così lo ha definito nel discorso del Lingotto a Torino prima di essere rieletto segretario del Pd. L’argine è qualcosa di solido, ma anche di statico, immobile. Quello che si prepara a essere Renzi nei prossimi anni: l’amministratore di una importante rendita di posizione, non più il leader che si gioca tutto su una sfida e che se perde va a casa. Lui ha perso ma è rimasto al suo posto, per interpretare la stagione opposta a quella precedente. La stessa parabola sta seguendo il Movimento 5 Stelle: da partito di lotta si appresta a diventare una casa accogliente per un nuovo tipo di establishment. Lo vedremo nei prossimi mesi: cambiamenti di pelle, nuovi trasformismi».

Nella parte finale del libro scrivi:  “Dopo gli uomini del Nuovo –scrive Damilano, – per salvare e difendere le innovazioni serviranno gli uomini della transizione, gli eroi della ritirata, personaggi alla frontiera tra il vecchio e il nuovo, destinati all’incomprensione e non spaventati dall’impopolarità, disposti a rinunciare a qualcosa di se stessi e della loro narrazione. Uomini del ponte, alternativi alla richiesta di uomini forti che avanza in Occidente”. Pisapia?

«Non so se Pisapia riuscirà ad avere queste caratteristiche. Di certo la risposta non è la restaurazone dei vecchi partiti e delle vecchie culture (rifare la sinistra, rifare la Dc…), ma un’innovazione che non sia puramente di facciata. E di questi uomini e di queste donne ci sarà sempre più bisogno. Perché altrimenti il nuovo continuerà a consumare se stesso. Accelerando la crisi della politica».

“Va bene migliorare, ma non aspettiamoci miracoli sulla legge elettorale”. Intervista a Stefano Ceccanti

Nei prossimi giorni il Parlamento sarà chiamato a discutere sulla legge elettorale. Una qualche forma di dialogo tra le forze politiche è in corso.
Proviamo, in questa intervista, con il costituzionalista Stefano Ceccanti, Ordinario di Diritto Costituzionale alla Sapienza di Roma, ad immaginare i possibili sviluppi.

Continua a leggere

La lezione di Macron all’Italia. Intervista a Giorgio Tonini

Si andrà sempre più verso una Europa a due velocità? Questa sembra la direzione che l’elezione di Macron a Presidente della Repubblica francese imprimerà all’UE. Direzione, con asse franco-tedesco, confermata anche dall’intervista a Repubblica, uscita questa mattina, dal ministro delle Finanze tedesco Schäuble. Quale “lezione” porta l’elezione di Macron all’Eliseo? Ne parliamo, in questa intervista, con Giorgio Tonini, senatore del PD e Presidente della Commissione Bilancio a Palazzo Madama.

Senatore Tonini, non possiamo non partire dalle elezioni presidenziali francesi: qual è la lezione politica che ci viene dalla Francia?

 Se devo sceglierne una in particolare, direi che i francesi ci hanno detto che i problemi agitati dai populisti, sia di destra che di sinistra, sono problemi veri, ma le soluzioni da loro proposte sono invece sbagliate, perfino controproducenti. Macron ha colto la domanda di sicurezza e di protezione che sale dalla società francese. Ed ha convinto due terzi dei suoi concittadini che lo Stato nazionale, anche uno Stato forte ed efficiente come quello francese, non è più in grado, da solo, di corrispondere a queste esigenze profonde, per insuperabili problemi di scala. Solo una sovranità condivisa, come quella che faticosamente, da più di settant’anni, quindi da ben prima dei Trattati di Roma, stiamo cercando di costruire a livello europeo, può dare risposte efficaci ai problemi dei popoli.

 Il populismo  sovranista è stato sconfitto, ed è una gran fortuna per tutta l’Europa. Certo rimangono, tra i grandi Paesi fondatori dell’UE,  Germania e Italia. Sappiamo che in Germania il confronto sarà tra due europeismi robusti. In Italia,  siamo , come afferma Enrico Letta sulla “Stampa”, impelagati in un dibattito, per la verità sembra più una rissa in un cortile, tra “euro-fobici”, “euro-scettici” e “euro-timidi”.  Insomma siamo ancora l’anello debole. Qual è la sua opinione?

Se guardiamo ai fatti e non ci lasciamo irretire dal chiacchiericcio mediatico quotidiano, vediamo che il Partito democratico, cioè il principale partito italiano, il partito baricentrico degli equilibri politici e di governo del paese, non solo ha l’Europa nel suo dna, non solo ha rappresentato e rappresenta il principale argine in Italia al populismo antieuropeo, ma è anche uno dei protagonisti assoluti del dibattito, del confronto, talvolta del conflitto, in atto in Europa sul futuro dell’Unione. Quando dunque andremo a votare per il nuovo Parlamento, presumibilmente qualche mese dopo i tedeschi che votano in settembre, la posta in gioco sarà molto chiara e riguarderà la partecipazione o meno dell’Italia al gruppo di testa della nuova Europa a due velocità che, grazie all’esito delle elezioni francesi, si può dire, ormai con un certo grado di certezza, che prenderà il largo.

Veniamo a Macron. Anche qui, come al solito, si è scatenata, in Italia, la corsa, ed è il segno del nostro provincialismo, a chi è più vicino al leader francese. Non Sarebbe più corretto prendere atto che la vicenda del giovane Presidente è un fenomeno tipicamente francese. Questo non significa che non possano esserci affinità con Renzi, non le sembra esagerato l’atteggiamento di Matteo Renzi di appropriarsi del personaggio? 

Cercare le affinità e le differenze sul piano personale, tra Renzi e Macron, può essere divertente e magari interessante per il pubblico di un talk show. Sul piano politico, è evidente l’alleanza tra i due leader, entrambi impegnati sulla frontiera del riformismo europeista. Sul piano istituzionale invece, tanto più dopo la bocciatura della nostra riforma costituzionale al referendum del 4 dicembre scorso, un abisso separa purtroppo il neoeletto president de la Republique, che potrà disporre di tutta la forza che la Costituzione riformata da De Gaulle mette in capo all’Eliseo, dal segretario e candidato premier di una Repubblica perennemente a rischio di ingovernabilità.

E tanto per rimanere nel tema sappiamo che  vi sono differenze tra i due su diversi dossier economici. Per esempio Macron spinge sulla riduzione del debito pubblico. L’obiettivo è quello di portare, in tempi rapidi, il rapporto deficit-pil all’1%. Un obiettivo per noi ancora lontano. Certo poi ci sono gli investimenti, l’ecologia ecc. Insomma guarda più alla Germania che al Sud dell’Europa. Renzi è consapevole di questo?

Per la verità, nel rapporto deficit-pil, siamo assai più vicini all’1 per cento, e in definitiva al pareggio strutturale, noi italiani, rispetto ai cugini francesi. Che hanno un debito storico meno grande del nostro, ma anche anni di deficit assai più alti, comunque sopra il 3 per cento previsto dai Trattati. Macron si è impegnato a mettere ordine nei conti della Francia. E ha proposto ai tedeschi (e a noi italiani) un patto politico nuovo, basato sul risanamento dei conti dei singoli Stati membri, reso sostenibile da vere politiche espansive a livello di Unione. Per questo Macron ha rilanciato la proposta di un bilancio dell’Eurozona, finalizzato a sostenere un ambizioso programma di investimenti che innalzi il livello di crescita in tutta l’area; un bilancio gestito da un ministro delle Finanze, che ne risponda ad un Parlamento dell’Eurozona. I tedeschi al momento sono cauti e tali rimarranno fino alle elezioni di settembre. Ma sono convinto che il 2018 ci regalerà una nuova convergenza tra Parigi e Berlino, basata su questa innovativa piattaforma francese. Noi abbiamo tutto l’interesse a proporci come comprimari da subito di questo accordo per la riforma dell’Eurozona. E la Francia ha tutto l’interesse a trattare con i tedeschi potendo contare su una convergenza con gli italiani. Non a caso nel suo manifesto politico-programmatico, enfaticamente titolato “Révolution”, Macron non parla mai di asse franco-tedesco, ma di rilancio del progetto europeo “insieme alla Germania e all’Italia e ad alcuni altri paesi”.

 Comunque questa elezione rappresenta l’ultima occasione per l’Europa di riformarsi. Macron spingerà  “a tavoletta” sul rafforzamento dell’UE. Riuscirà l’Italia a stare dietro a questa accelerazione?

 È questa la vera incognita. E anche la maggiore incertezza che grava sul futuro dell’Europa, una volta messa in sicurezza la Francia grazie alla vittoria di Macron. Ma mentre alle elezioni francesi si giocava il futuro d’Europa, che sarebbe stato radicalmente compromesso con la vittoria della signora Le Pen, alle prossime elezioni italiane sarà in gioco solo l’Italia. L’Europa e l’euro, comunque, andranno avanti, con o senza di noi. Starà a noi decidere se vogliamo restare saldamente agganciati all’Europa, come perfino la Grecia ha scelto di fare, o se invece davvero preferiamo lasciarci andare alla deriva nel Mediterraneo…

 Parliamo per un attimo del PD. Renzi ha stravinto il Congresso, appena eletto è parso “ecumenico” però poi all’Assemblea di domenica ha continuato nell’ingordigia: niente Presidente alle minoranze. Insomma il “ragazzo” non perde il vizio…

 Il Pd è l’unico grande partito italiano nel quale la leadership sia effettivamente contendibile e sottoposta alla periodica verifica del consenso della base. Non a caso il Pd, nei suoi primi dieci anni di vita, è passato dalla leadership di Veltroni, a quella di Bersani e poi a quella di Renzi. Né Forza Italia, né il Movimento Cinque Stelle conoscono qualcosa di lontanamente paragonabile. Sono entrambi proprietà rispettivamente di Silvio Berlusconi e di Beppe Grillo. Un po’ come gli Stati assoluti erano proprietà privata del sovrano. Matteo Renzi, nonostante la sconfitta al referendum e le dimissioni da presidente del Consiglio, la scissione a sinistra e la competizione interna con due avversari di tutto rispetto, è stato voluto di nuovo  alla guida del partito dal 70 per cento di 1,8 milioni di elettori del Pd. Una rinnovata apertura di credito che gli consegna una grande forza. Sta ora a lui non sprecarla. Resta curioso il fatto che in Italia l’unica “deriva autoritaria” di cui ci si occupa è quella, immaginaria, dell’unico partito che possa essere definito democratico.

 Tra un anno, se  tutto va bene, ci saranno le Elezioni. Non sarebbe il caso, per il PD, di abbandonare la chimera del 40% e puntare, invece più saggiamente, a costruire una coalizione di centrosinistra ?

 Dal 1994 fino al 2013 le coalizioni sono state create per vincere le elezioni e non per governare. Con tutte le conseguenze del caso… C’è assai poco di saggio, a mio modo di vedere, nel rimpiangerle e nel riproporle. Credo che si andrà a votare tra un anno con un sistema sostanzialmente proporzionale, quale quello scaturito dalle due sentenze della Corte. Non vedo infatti né le condizioni politiche, né quelle tecnico-giuridiche, per una riforma elettorale che produca un vero effetto maggioritario, nella elezione di due Camere con gli stessi poteri e una composizione molto diversa. Il Pd andrà alle elezioni con l’obiettivo di essere confermato primo partito del paese e cercherà poi di costruire attorno a sé una coalizione di governo, omogenea sul piano programmatico, a cominciare dalla riforma dell’Europa. Ma è probabile che nella prossima legislatura il tema della riforma costituzionale si riproponga e che si formi un arco di forze disponibili a sostenere un modello di tipo semipresidenziale alla francese.

Legittima difesa, OPAL Brescia: “Così si incentiva l’uso delle armi”. Intervista a Mimmo Cortese

Il tabellone con il voto finale sulla modifica dell’articolo 59 del codice penale che riguarda la legittima difesa (Ansa)

La scorsa settimana la Camera ha approvato alcune modifiche alla legge sulla legittima difesa, che dovranno ora passare all’esame del Senato. Le nuove norme hanno suscitato un aspro dibattito nel mondo politico e nell’opinione pubblica: il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Eugenio Albamonte, ha definito il provvedimento “inutile e confuso”. Anche l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL) di Brescia ha sollevato diverse questioni riguardo alle modifiche della legge. Ne parliamo, in questa intervista, con Mimmo Cortese, membro del Consiglio scientifico di OPAL.

 

Anche voi, come Osservatorio, avete espresso diverse critiche. Cosa non va e perché?

Molta attenzione, e anche una certa ironia, è stata indirizzata alla questione dell’aggressione commessa di notte. Il punto centrale è, invece, nel passaggio che prevede che la colpa di chi spara sia sempre esclusa quando l’errore sia la conseguenza di un “grave turbamento psichico” causato dall’aggressore. Si tratta, innanzitutto, di una categoria giuridica fino ad ora inesistente che metterà a dura prova i giudici che dovranno definire la sussistenza del “grave turbamento”. Ma soprattutto, porterà a pensare che, dotandosi di un’arma, non solo la propria sicurezza risulterà più garantita ma che la propria impunità, nel caso di reazione armata ad un aggressore, avrebbe di gran lunga più possibilità di essere affermata. E’ un messaggio che – come ha evidenziato il ministro della Giustizia, Andrea Olando – porterà a favorire la diffusione delle armi e che, aggiungo, indurrà a farsi giustizia da soli senza però garantire una maggiore sicurezza, ma che anzi risulterà ad un aumento della violenza armata.

 

Immagino si riferisca alla situazione degli Stati Uniti. E’ così?

Quello che accade quotidianamente negli Stati Uniti è sotto gli occhi di tutti: la libera circolazione delle armi non favorisce affatto la sicurezza, ma aumenta l’insicurezza e porta a reazioni sconsiderate e oltremodo violente non solo da parte dei cittadini ma anche delle stesse forze dell’ordine: una banale rissa diventa una sparatoria e non è raro che un semplice controllo stradale si trasformi in un omicidio. Ma mi riferivo anche a quanto già succede in Italia. Sebbene la situazione non sia certo comparabile a quella degli Stati Uniti, ci sono però diversi dati ai quali occorrerebbe porre maggior attenzione: il tasso di omicidi dell’Italia è, infatti, dopo quello degli Stati Uniti, il più alto di tutti i paesi del G7 e l’Italia è il paese nell’UE con la più alta percentuale di omicidi per armi da fuoco. E ciò nonostante nel nostro paese la disponibilità delle armi sia relativamente bassa. Le statistiche internazionali spesso non specificano se gli omicidi sono stati compiuti con armi legalmente detenute e per questo OPAL ha aperto un “Database degli omicidi e reati in Italia con armi legalmente detenute che, stando ai dati raccolti in questi mesi, evidenzia già diverse questioni preoccupanti.

 

Quali sono?

Limitandoci al primo trimestre di quest’anno, a fronte di due o tre casi in cui le armi legalmente detenute da cittadini sono state utilizzate per sventare un’aggressione o un furto in casa – e uno di questi casi è quello di Casaletto Lodigiano in cui uno dei ladri è stato ucciso, caso che è sotto indagine – vi sono ben dieci casi di omicidi compiuti con armi legalmente detenute che hanno portato alla morte di 15 persone. Vi sono inoltre una quindicina di legali possessori di armi che sono sotto indagine per tentato omicidio, minaccia di morte e minaccia aggravata e sono diversi anche i casi di legali possessori di armi scoperti con armi illegali. Tornando agli omicidi, l’unico caso che ha suscitato una certa attenzione a livello nazionale è quello del panettiere di Vasto, Fabio Di Lello, che ha ucciso in pieno giorno il giovane Italo D’Elisa per vendicarsi dell’investimento mortale della moglie. Vi è stato un acceso dibattito sui presunti ritardi della giustizia, ma pochi hanno fatto notare che Di Lello, nonostante l’uso di psicofarmaci per curare la depressione, deteneva regolarmente un’arma per uso sportivo.

 

Il tema della legittima difesa è strettamente correlato alle norme che riguardano la detenzione e il porto d’armi. Come valutate la normativa italiana?

Contrariamente al diffuso luogo comune, la legislazione italiana è sostanzialmente permissiva in materia di detenzione di armi: oggi, a qualunque cittadino incensurato, esente da malattie nervose e psichiche, non alcolista o tossicomane, è generalmente consentito di possedere fino tre armi comuni da sparo, sei armi sportive e un numero illimitato di fucili da caccia. Mentre, infatti, il porto d’armi per difesa personale richiede di motivare la necessità e ottenere dal Prefetto un’esplicita autorizzazione che ha validità annuale, per le licenze per uso sportivo e per attività venatorie è sufficiente una semplice richiesta alla Questura allegando le certificazioni di idoneità psico-fisica e di capacità di maneggio delle armi: queste due licenze hanno una validità di sei anni. Anche per il “nulla osta” per detenere armi non è richiesto di motivare il bisogno ma, come per le altre licenze, è solo necessario richiedere l’autorizzazione alla Questura.

 

Una situazione che, secondo quanto avete segnalato, sta inducendo numerosi italiani a chiedere una licenza per “tiro sportivo” al fine di poter avere un’arma in casa. E’ così?

I dati rilasciati dal Viminale mostrano un forte incremento soprattutto delle licenze per tiro sportivo che nel giro degli ultimi cinque anni sono aumentate di oltre 100mila unità, mentre sono in costante calo quelle per la caccia. Ora, se è vero che per praticare il tiro a segno amatoriale non è obbligatorio essere iscritti ad una federazione nazionale, è però altrettanto vero che le due maggiori associazioni nazionali dichiarano nell’insieme di non superare i 100mila tesserati, mentre sono quasi 460mila gli italiani che detengono una licenza per tiro sportivo. Non è quindi improprio pensare che la licenza di tiro sportivo stia diventando un modo tutto sommato facile per poter detenere un’arma per scopi che nulla hanno a che fare con le attività sportive ma che riguardano invece la difesa personale, della propria abitazione o esercizio commerciale.

 

Voi proponete, quindi, un maggior rigore in un’ottica di responsabilità. Può spiegarci meglio?

Lo abbiamo fatto con un comunicato di OPAL col quale abbiamo sottoposto all’attenzione delle rappresentanze politiche una serie di indicazioni molto precise per migliorare le normative vigenti riguardo all’accesso e alla detenzione di armi. Non posso qui illustrarle tutte, ma il principio alla base è che ogni tipo di licenza debba essere adeguatamente motivato specificando la necessità di detenere l’arma e che il rilascio di ogni tipo di permesso debba essere valutato dalle autorità competenti anche a seguito di precisi accertamenti medici e non, come avviene attualmente, solo con una autocertificazione controfirmata dal medico curante e un semplice esame di idoneità psico-fisica da parte dell’ASL. Crediamo inoltre fondamentale che la legge definisca con precisione il tipo e il numero di armi e munizioni che possono essere detenute per la difesa personale, in ambito abitativo o di un esercizio commerciale prevedendo soprattutto l’utilizzo di armi e munizioni di tipo non letale ed escludendo tutte le armi di tipo sportivo o da caccia.

 

Torniamo alla questione della legittima difesa. Ci sono dei correttivi da apportare alla legge attuale? Secondo voi, quali principi andrebbero invece mantenuti saldi e invariati?  

Riteniamo che si possano considerare alcuni correttivi a quelle norme che rischiano di penalizzare ingiustamente la persona che subisce un’aggressione: pensiamo, ad esempio, alle norme che in un certo senso finiscono per mettere sullo stesso piano l’aggredito e l’aggressore. Ma non è ammissibile alcun tipo di modifica che si fondi sull’assunto secondo cui “la difesa è sempre legittima”. Per essere legittima la difesa deve, infatti, sempre rispondere alle condizioni, previste nel nostro ordinamento, della necessità di difendere se stessi o altri (e quindi come extrema ratio), di attualità o inevitabilità del pericolo (il pericolo deve essere reale ed effettivo e non solo ipotetico, presunto o possibile) e di proporzionalità tra difesa e offesa. Inoltre, e questo è fondamentale, va ribadito che la potestà punitiva appartiene esclusivamente allo Stato che deve garantire le misure idonee a salvaguardare la sicurezza della collettività proprio per prevenire forme di “giustizia privata”.