“Nati per riaccendere la speranza nella notte della politica”. Intervista a Marco Bentivogli

Marco Bentivogli (Ansa)

Nata da pochi giorni e già fa discutere l’opinione pubblica. Parliamo di “Base Italia”, un’associazione per “far tornare l’Italia a crescere”, come dice Marco Bentivogli, ex segretario dei metalmeccanici della Cisl, e ora coordinatore di Base Italia. Il presidente è Floridi, nel comitato scientifico figurano nomi importanti: da Carlo Cottarelli alla docente di Diritto del Lavoro Lucia Valente, dal gesuita Francesco Occhetta al sociologo Mauro Magatti.  Quali sono le sfide che lancia “Base” alla politica italiana? Ne parliamo, in questa intervista, con Marco Bentivogli.

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“Il Recovery fund imporrà stabilità alla politica italiana”. Intervista a Fabio Martini

Fabio Martini

Archiviate le elezioni regionali la politica italiana dovrà fare i conti con una realtà assai complicata sotto molteplici punti (dall’economia all’emergenza sanitaria). Come si svilupperà il posizionamento delle forze politiche nei prossimi, decisivi, mesi? Ne parliamo, in questa intervista, con l’inviato , e cronista politico, della “Stampa”Fabio Martini.

 Fabio Martini , le elezioni amministrative e il Referendum appena svolte ci consegnano alcuni elementi di riflessione politica. Analizziamoli separatamente. Primo elemento : la spallata dei sovranisti contro il governo Conte è fallita.  

Domanda: il fallimento della spallata dovrebbe essere un ottimo incentivo per la stabilità governativa e rendere l’azione di governo, come vorrebbe Zingaretti, più efficace. Eppure all’orizzonte si vedono elementi di difficoltà, dovute alle tensioni  nei Cinque stelle. Insomma la stabilità è una illusione ottica? 

«No, la stabilità non è un’illusione ottica: è un imperativo categorico imposto da un’emergenza imponente, dalla gestione di una pioggia di miliardi che inchioda i i governanti al loro posto, dall’atteggiamento dei principali personaggi di opposizione, che sembrano incapaci di suscitare una convincente “mozione popolare” che riallinei il “Paese legale” (che può contare su una legittima maggioranza in Parlamento) e il “Paese reale” delle intenzioni di voti e delle 15 Regioni di centro-destra contro le 5 di centro-sinistra. Soltanto un collasso sanitario e sociale può sconvolgere il quadro politico e d’ altra parte l’attuale decrescita dei Cinque stelle potrebbe diventare destabilizzante soltanto nell’improbabile caso che alle fine negli Stati generali dovessero vincere i fautori del ritorno alle origini, linea incarnata da Di Battista. Ma se invece i sostenitori del “Vaffa”, dopo aver perso il congresso, dovessero andarsene (cosa possibile), nella vasta palude dell’attuale Parlamento non mancherebbero i “responsabili”».

 

Secondo elemento di riflessione: il PD. Il partito democratico ha dimostrato una ottima tenuta (mantenere la Toscana e la Puglia). E Zingaretti si stabilizza e rafforza al suo interno. Però i problemi “ontologici”, chiamiamoli così, non sono risolti. È così Fabio?

«La “percezione” di una tenuta del Pd è legata all’aspettativa (motivata) di una possibile, storica sconfitta nella roccaforte Toscana. Qui, nell’ultima settimana, il “richiamo della foresta” ha funzionato, mentre in Campania e in Puglia a vincere sono stati i due Governatori uscenti, non certo il simbolo del loro partito. Dove invece poteva esprimersi un fattore-Pd – le Marche e la Liguria – i democratici hanno perso nettamente. I problemi “ontologici” restano tutti, ma ora il Pd è a favore di vento: il suo segretario è nettamente più saldo e dalle personalità più attrezzate del suo partito, può estrarre il know how necessario per provare a trasformare il Recovery fund in un autentico volano di crescita, anziché in una somma di micro-investimenti utili soltanto a carpire consensi effimeri da segmenti di opinione pubblica».

 

Il terzo elemento è rappresentato dai 5stelle. La vittoria del referendum sul taglio dei parlamentari non lenisce le ferite di un corpo indebolito. Anzi per certi versi le amplifica. Se l’unico risultato positivo, con la partecipazione di altri soggetti più o meno sinceri, è quello di una battaglia anticasta e poi perde sul territorio locale questo prova, ancora una volta, l’irrisolta identità. E questo favorisce le sirene del populismo interno. Intanto anche il fondatore, Beppe Grillo, torna a sparare sulla democrazia parlamentare e fa la pace con Casaleggio. Insomma il caos regna sovrano. Andremo verso una scissione? 

«Tra le ipotesi in campo, affidarsi subito ad un leader (di fatto di nuovo Di Maio), ad un Direttorio (con la presenza di un “contiano”) alla fine prevarrà quella di accostarsi agli Stati generali con un processo partecipato. Una soluzione al ralenti, che non premia nessuno dei contendenti, ma lascerà uno stato di tensione permanente: non esattamente un balsamo per il governo. Ma per la scissione è presto per fare previsioni».

 

Il quarto elemento riguarda il fronte sovranista (Lega e Fratelli dItalia). Anche qui i punti problematici non mancano. Mettendo tra parentesi, per ora i guai giudiziari di Salvini e Lega. Per la Lega riguarda la coabitazione Salvini – Zaia. Riuscirà Zaia ad avere un effetto moderato su Salvini?  

«Sulla Lega, sul suo leader e sul presidente della Regione Lombardia incombono diverse – e non trascurabili – vicende giudiziarie che potrebbero pesare, ma solo nel caso di una clamorosa evoluzione negativa. In questo senso andranno seguiti gli effetti della vicenda lombarda: se per caso la situazione dovesse precipitare verso uno scioglimento del Consiglio regionale, il risultato di eventuali elezioni anticipate potrebbe avere effetti di lunga durata. Sia sulla politica nazionale che sugli assetti del centrodestra. Non necessariamente a svantaggio di Salvini. Ma sono tutti scenari estremi: in mancanza di clamorose svolte extrapolitiche, Salvini resterà il capo della Lega. Sarà lui a decidere se, come e quanto “resettarsi”: impresa non facile, perché ogni leader ha un carattere e un’identità e travestirsi non porta mai bene. Certo, il Salvini comparso domenica da Lucia Annunziata era diverso dal solito: sempre determinato ma più discorsivo. Meno «è tutto sbagliato, è tutto da rifare». Un “nuovo” Salvini? Presto per dirlo».

 

La crescita di Fratelli d’ Italia è dovuta al carisma comunicativo della Meloni, ma appare evidente il problema della classe dirigente di Fratelli d’Italia. Anche per la Meloni si pone il problema di ammodernare il suo partito. Insomma nascerà un nuovo centro destra? 

«Fratelli d’Italia cresce gradualmente e senza soste: un fenomeno politico da non sottovalutare. Grazie alla grinta politica e ad una buona efficacia comunicativa, Giorgia Meloni sta per  entrare in una “categoria” – gli “over 20” per cento – che richiede uno spessore aggiuntivo: il carisma. Come dimostrano sia Salvini che Di Maio la grinta ti porta su, ma senza gravitas rischi di cadere. Meloni, se si escludono alcuni quadri ex An (Urso, La Russa, Storace) e un personaggio di spessore come Guido Crosetto, non dispone di una “tastiera” politico-culturale e di una rete di relazioni all’altezza delle sue ambizioni. I prossimi mesi diranno se avrà compreso la questione».

 

Una battuta su Forza Italia.. Sempre più in discesa… Sarà irrilevante?
«I risultati nelle Regionali dimostrano che oramai Forza Italia è in dissolvenza. La malattia di Berlusconi ha bloccato, per rispetto del vecchio leader, un’implosione che era già pronta. Ma tutto evolve verso un superamento di Forza Italia, comprese le tentazioni di affidare le chiavi del partito a Giorgia Meloni, Il duo Toti-Carfagna potrebbe presto dar forma ad un soggetto nuovo, il cui successo dipende dalla risposta a due domande: sarà una semplice e ben assortita somma di personalità? Oppure risponderà ad una domanda inevasa da anni, quella di un soggetto moderato e autenticamente liberale nel centrodestra? Con una chance in più: in un futuro dopo-elezioni Politiche, segnato dall’incertezza e da numeri ballerini, un soggetto di questo tipo potrebbe tranquillamente convergere con un centrosinistra che decidesse di emanciparsi dai Cinque stelle». 

 

Una seconda battuta veloce riguarda Renzi e Calenda. Hanno capito che il sogno centrista è finito? 

«Matteo Renzi ha dovuto prendere atto che persino nella sua Toscana l’appeal si è affievolito e dunque la sua Italia Viva rischia l’evanescenza. Carlo Calenda è molto diverso da Renzi: non si è misurato con la sua Azione ed è l’unico, fiammeggiante oppositore del governo che argomenta le sue ragioni. Il consolidamento di uno Zingaretti che guarda a sinistra, può aiutare Calenda nel tentativo di far crescere una forza liberale anche tra i progressisti. Impresa complicata dato il contesto, ma l’uomo ha coraggio, tenacia, idee. Certo, la ripetuta convinzione che quasi tutti gli altri, tranne lui, siano in malafede e impreparati, non aiuta la sua impresa».

Quinto elemento riguarda il premier Conte. Ha ricevuto una boccata di ossigeno dal referendum e dalle regionali. Però, anche per lui, è arrivato il momento di cambiare registro. La gestione dei fondi europei impone questo cambio. Riuscirà? 

«Anche i detrattori di Conte si stanno rendendo conto che l’uomo, al netto dell’ evidente autocompiacimento che muove pensieri e parole, dopo due anni ha imparato il “mestiere” e ha incrementato le relazioni. Ora Conte è chiamato alla stessa impresa che interpellò Mario Monti nella fase-1 del suo mandato: scontentare i partiti che lo sostenevano e fare riforme dolorose ma utili. Non servono necessariamente lacrime e sangue, ma sapersi emancipare dalle pressioni di tutte le lobbies, imprenditoriali, sindacali e di varia natura, e provare a mettere, come diceva una vecchia pubblicità, “il Tigre nel motore” del Paese. Se lascerà diluire il carburante, il rischio è che stavolta la macchina Italia vada in panne. I più recenti pronunciamenti di Conte su Quota 100 e reddito di cittadinanza, se portati avanti, potrebbero preludere ad una “fase 2” nella postura politica di Giuseppe Conte: da abilissimo notaio del patto Lega-5 stelle e poi Pd-Cinque stelle a battistrada. Da leader-follower a leader-leader. La scommessa è questa: non resta che attendere»
.
Ultima considerazione riguarda il nuovo ruolo dei governatori. Indubbiamente la gestione del Covid li ha favoriti. Per qualche osservatore sta nascendo un nuovo populismo “virale”. Qual è il tuo pensiero? 

«Restiamo ai fatti: al netto di protagonismi esibiti, alcuni Governatori (non tutti) hanno svolto un ruolo trainante durante la crisi Covid. Il plebiscito raccolto da Vincenzo De Luca è il premio ad un’azione e ad una predicazione che è l’esatto opposto del populismo demagogico. Non appena il virus si è manifestato e non aveva ancora le dimensioni successive, il presidente della Campania ha subito indicato le misure più drastiche, che nei giorni successivi sono state letteralmente “copiate” dal governo e dalle altre regioni. E inizialmente lo ha fatto, andando contro il senso comune dei campani. De Luca sapeva che lasciare la briglia sciolta al ribellismo campano, avrebbe potuto portare ad una strage in una Regione ad altissima densità abitativa. Successivamente quel pugno duro si è trasformato in consenso da parte di cittadini, che hanno “delegato” al Governatore la gestione della loro ansia e si sono sentiti protetti dall’autorità pubblica. Per un politico-leader questa combinazione rappresenta il massimo: unire il proprio vantaggio politico con l’interesse generale».

Il grande bivio di Giorgia Meloni. Intervista a Fabio Martini

Giorgia Meloni (Ansa)

Nel centrodestra si sta imponendo la figura di Giorgia
Meloni. Sarà lei la leader della coalizione? Ne parliamo
con Fabio Martini inviato e cronista parlamentare del
quotidiano “La Stampa”.

Fabio Martini, sempre più Giorgia Meloni sta facendo
parlare di sé. Sicuramente un dato è certo, almeno
stando ai sondaggi: il suo partito è in crescita (supera
abbondantemente il 13%, e insidia da vicino il
Movimento 5stelle). Domanda: a parte il tradizionale
voto di destra (cui anche la Lega beneficia) sembra di
capire che l’espansione di questo partito stia
avvenendo grazie a quella parțe di società arrabbiata
che ha votato per i 5stelle e la lega, senza dimenticare
il voto borghese di forza Italia (mettendo, in questo
ambito, il voto cattolico tradizionalista). È così?

Fabio Martini (AUGUSTO CASASOLI/A3/CONTRASTO)

Oramai viviamo in una sondocrazia, con sondaggi più o meno attendibili che misurano qualsiasi evento, e quindi da una decina di mesi sappiamo che è in atto un’escalation di intenzioni di voto
a favore dei Fratelli d’Italia. Nessuno ci ha spiegato ancora e in modo analitico le ragioni di questo boom, ma se guardiano ai numeri reali e non virtuali, capiremo qualcosa in più. Nelle elezioni Politiche del 2018 la Lega di Salvini raccoglie il 17,3% dei consensi, Fratelli d’Italia di Meloni il 4,3%. Totale: 21,6%, percentuale che a leggerla oggi ci stupisce per le sue dimensioni circoscritte. Ma un anno dopo, al culmine di scelte politiche ben mirate e di un’efficace presenza sui media vecchi e nuovi,
Salvini raddoppia la percentuale (34,3%) strappando voti ai Cinque stelle, mentre Meloni resta sostanzialmente al palo (più 2,1%). Passano tre mesi, Salvini calcola male le sue mosse, gli altri fanno un nuovo governo e dall’autunno inizia l’escalation di Meloni. Tutta ai danni della Lega, tutta dentro il perimetro del centrodestra e intercettando in gran parte quel voto di protesta indistinto che era passato dai Cinque stelle alla Lega.

In questi ultimi mesi la leader di Fratelli d’Italia ha cercato
di crearsi un profilo “repubblicano” (diciamo così), cercando
di distanziarsi dall’altro sovranista che è Matteo Salvini. Per
esempio questo è avvenuto sul Recovery Fund. Però
nell’ultimo dibattito parlamentare, sulla proroga dello “stato
d’emergenza”, i toni del suo intervento sono stati assai
virulenti. A me sembra che  il suo profilo “repubblicano” sia
più forma che sostanza. Qual è il tuo pensiero?
Un intervento assai significativo perché ha segnato l’immagine
di Giorgia Meloni: per le argomentazioni («deriva liberticida,
siete pazzi irresponsabili»), assai più hard di quelle usate dagli
altri esponenti del centrodestra, ma anche per il linguaggio del
corpo: viso trasfigurato e decibel alti. Un’immagine “tosta” che
propone il bivio assai importante che riguarderà Meloni nei
prossimi mesi: concentrarsi sul voto di “pancia”, continuando ad
erodere la Lega, oppure rafforzare il profilo di “destra
repubblicana”, bipartisan sulle questioni di interesse nazionale?
In altre parole: leader di un partito-coalizione o di un partito
nella coalizione? O per capirsi ancora meglio: leader di un
partito o leader della coalizione? L’ultima Meloni fa pensare ad
una scelta più concentrata sul successo dei Fratelli d’Italia ma la
politica italiana è molto mobile e un ulteriore incremento dei
consensi per il suo partito, potrebbe indurre Meloni a riprendere
il progetto avviato e non concluso da Gianfranco Fini: una destra
nazionale potenzialmente capace di parlare al Paese e non solo
ad una fetta di elettorato.

Sul piano dei rapporti internazionali Giorgia Meloni, per
esempio nei potentissimi  circoli ultraconservatori americani
ed europei,  offre maggiore “affidabilità” caratteriale
di  Matteo Salvini. Ma questa “affidabilità” è sufficiente per
proporsi come leader di una destra moderna?
In alcuni circoli internazionali, oltre all’affidabilità caratteriale, è
richiesta soprattutto l’affidabilità atlantica. Che Matteo Salvini
non ha garantito. Nel momento della sua ascesa, si è appoggiato
a circoli che puntano a destabilizzare l’Europa e in particolare a
Vladimir Putin, rispetto al quale la Lega non è stata in grado di
mantenere le promesse, che erano quelle di un’azione politica
volta ad allentare le sanzioni. Meloni si è collegata invece ai
circoli della destra conservatrice americana (quella che guardò
con simpatia a Fini) ed europea. L’ancoramento atlantico
sicuramente può aiutare l’ascesa di Giorgia Meloni.

E sempre per rimanere in ambito internazionale il partito
della  Meloni fa parte del Gruppo dei “Conservatori e
Riformisti Europei”, un gruppo euroscettico e
antifederalista. Anche qui siamo lontani dall’idea di una
destra europea sognata da Gianfranco Fini, per cui il suo si
al “recovery fund” sembra più dettato dall’interesse
nazionalistico che dallo spirito di condivisione europeistico.
Cosa ne pensi?
Dopo il risveglio dell’Europa, i sovranisti – per dirla con
Romano Prodi – hanno preso una bella “botta”. Meloni, che è
sempre stata border line, ci resterà. Ma certo siamo lontani anni
luce dalla scelta fatta da Gianfranco Fini, che rappresentò l’Italia
– assieme a Giuliano Amato – nella Convenzione chiamata a
scrivere la Costituzione europea.

Tutti sanno che Giorgia Meloni viene dal Msi, quanto di quel
partito è rimasto nella cultura politica di Giorgia Meloni?
Quando l’Msi per la prima volta si presenta alle elezioni
politiche col simbolo di Alleanza nazionale, Giorgia Meloni
aveva 17 anni. Ma sicuramente An, il partito nel quale lei è
cresciuta, aveva le sue radici nell’Msi.  Un partito che, dal 1946
al 1995 ebbe leader forti e dialettica interna vivacissima: quella
vivacità oggi si è spenta, comanda Giorgia. An e Msi erano
partiti stimolati da intellettuali non conformisti: diradati. I tratti
principali della cultura politica missina sono quasi tutti
scomparsi e perciò assenti in Giorgia Meloni. Il nostalgismo:
assente. Il presidenzialismo: assente. La rivendicazione delle
mani pulite come conseguenza dell’emarginazione politica:
assente. Meloni però ha ereditato da Msi e An un bene
immateriale: la scuola politica. Quel dna che le consente quasi
sempre di restare nell’ambito del “politicamente corretto”. E in
ogni caso vengono dall’Msi i “colonnelli” che, pur indotti a stare
un passo indietro, restano gli unici che tra i Fratelli d’Italia
possano vantare professionismo politico: Ignazio La Russa,
Adolfo Urso, Francesco Storace, Fabio Rampelli.

Giorgia Meloni ha una visione della politica ”muscolare” .
E  per sua natura tendente alla semplificazione (vedi il tema
dell’immigrazione), in questo non si distingue molto da
Matteo Salvini. Domanda   perché alcuni settori moderati (o
supposti tali) sono attratti da lei?
Lo dicevamo prima: avere o meno come interlocutori anche
elettori moderati è l’enigma dei prossimi mesi. Per ora non sono
gli elettori in cima ai pensieri di Giorgia Meloni.

Quanto pesa il populismo nella prassi, diciamo nell’estetica
politica di Giorgia Meloni?
Se c’è una differenza tra lei e i leader della destra del passato sta
proprio in una certa “estetica populista”: Almirante e Fini sono
stati capi che hanno espresso una forza demagogica e
contestativa, naturali per un partito rimasto ai margini per
mezzo secolo, ma entrambi accompagnavano la forza
d’urto con quella che Giovanni Sartori gravitas. Un
approccio che, per ora, sembra difettare alla leader di
Fratelli d’Italia:

Ultima domanda: come si svilupperà il rapporto, destinato a
diventare molto conflittuale, con Salvini?
Le diversità, le divergenza e i contrasti sono destinati ad
aumentare. Già oggi l’affetto reciproco è basso ma occorre dare
atto ai due di aver finora soffocato con notevole abilità questa
diffidenza.

Tra virus ed elezioni, l’autunno sarà “caldo” per la politica italiana? Intervista a Fabio Martini

FABIO MARTINI

I prossimi mesi saranno decisivi per l’Italia. Le sfide della “ripartenza” sono tante, la politica sarà all’altezza? Ne parliamo, in questa intervista, con con Fabio Martini inviato e cronista parlamentare del quotidiano “La Stampa”.

Fabio Martini, come era facilmente prevedibile, la fase tre (quella della convivenza con il virus) si è avviata in maniera un poco caotica. Anche la “fase tre” della politica (quella della progettazione e della ripartenza) non pare all’altezza. Siamo agli inizi, certo, ma l’impressione è che questi benedetti “stati generali”, come il piano Colao, siano capitoli di un libro ancora tutto da scrivere. E rischiamo grosso con l’Europa, la nostra unica ancora di salvezza. Insomma c’è una idea di Paese?
«Un’idea di Paese è esattamente quello che in questo momento servirebbe al governo per poter uscire in piedi dalla crisi sanitaria ed economica. Si può immaginare che qualche idea per il Paese, il presidente del Consiglio l’abbia cercata, e magari trovata, nella consultazione delle parti sociali a Villa Pamphili. Una consultazione viziata da due dubbi: il suo carattere neo-corporativo e la piegatura auto-promozionale dell’operazione. Questo sospetto sul fatto di procedere per annunci&eventi ha trovato puntuale conferma in conclusione degli Stati generali: Conte ha annunciato che si starebbe studiando la riduzione dell’Iva. Un annuncio per rilanciare su un nuovo miraggio l’attenzione dell’opinione pubblica? Di sicuro all’ annuncio è seguita una correzione. Al Paese,  per ripartire da 20 anni di stallo, lo sanno tutti, servirebbe una scossa capace di incidere sui vizi atavici del sistema. Soltanto un gravissimo infarto sociale ed economico può fare cadere questo governo, che dunque proseguirà il suo cammino ma per la natura delle forze che lo compongono, questo esecutivo sembra più adatto ad una navigazione sotto costa che ad una sfida nel mare aperto delle sfide capaci di far rinascere un popolo».

Veniamo alla politica . La maggioranza, per ora, regge. Anche grazie alla “rendita di posizione” (non ci sono alternative) e all’equilibrismo di Conte. L’impressione è che in autunno, qualcuno dice anche a settembre , i rischi saranno alti per la maggioranza. Questo non solo per l’esplosione del malcontento, ma anche per le elezioni regionali. Le elezioni regionali saranno il detonatore? È un calcolo sbagliato? È solo uno spauracchio?
«Effettivamente le elezioni Regionali  di settembre – che pure chiamano in causa un campione elettorale limitato – potrebbero contribuire – più che a buttar giù il governo – a ridisegnare gli schieramenti politici. Nessuno ragiona attorno ad una questione: in Emilia il Pd ha già vinto a febbraio con una coalizione di centro-sinistra, facendo a meno dei grillini e se per caso dovesse riconquistare Campania e Toscana con lo stesso assetto, si dimostrerebbe vincente il modello dell’autosufficienza. Dell’orgoglio Pd. Dando argomenti importanti a chi, in quel partito, tende ad allentare la presa dai Cinque stelle e da una personalità capace ma di inafferrabile identità politica come Conte. E ancora: in Liguria e nelle Marche Pd e Cinque stelle si coalizzeranno? Questa eventuale alleanza porterà vittorie o sconfitte? Ultimo dato: se in Veneto il Governatore Zaia dovesse vincere con una percentuale “fuori misura”, di fatto si conquisterebbe un posto in prima fila per la futura leadership del centrodestra, insidiando seriamente Matteo Salvini. Se gli elettori premieranno il centrosinistra a vocazione indipendente e maggioritaria e Zaia dovesse svettare, le prossime elezioni regionali potrebbero configurarsi come un Big bang sulla politica italiana».

Focalizziamoci sui principali attori della scena politica. Incominciamo dal PD. Ha fatto scalpore l’uscita di Gori contro Zingaretti. Uscita stoppata dai maggiorenti del Partito. Cosa cova sotto le ceneri del PD? A qualche osservatore è apparsa una uscita, quella di Gori, in stile “renziano”. È così?
«Nel senso del primo Renzi? Assolutamente sì. Nei sei mesi più felici della sua storia politica, Renzi prima vince le Primarie del Pd e poi conquista palazzo Chigi (con l’appoggio implicito ma decisivo dei bersaniani e di D’Alema) sulla linea del rinnovamento della linea politica, della vocazione maggioritaria, dell’orgoglio Pd. Poi si inebria e inizia il declino, ma in quei sei mesi il suo è un modello di successo, non solo per sé stesso e per il partito, ma anche per il Paese. Giorgio Gori ha semplicemente detto quel che a voce bassa, sostiene il 95 per cento del gruppo dirigente del partito e anche molti elettori: un Pd passivo non aiuta il Paese ad uscire dalla crisi e, vivacchiando, fa male a sé stesso e alla prospettiva dei progressisti. La leadership pacifista di Zingaretti ha letteralmente salvato il Pd, perché Renzi – dopo aver perso il congresso – era pronto a mandarlo in frantumi. Ma questa è un’altra stagione. Al Pd – questo dicono sottovoce in tanti e Gori a voce alta – non serve una leadership agnostica, ma una leadership  – se non progettuale – almeno convincente e trascinante dal punto di vista delle cose (serie e non di manutenzione) da fare. Non domattina, ma con un orizzonte che guardi ai prossimi 12-24 mesi»

Vedi un possibile rafforzamento nel PD di Stefano Bonaccini? Ovvero di una figura dotata di un riformismo pragmatico?
«Da presidente della Regione Emilia-Romagna Bonaccini ha dimostrato due cose: cultura e prassi di governo, ma anche capacità di presa e di recupero elettorale su un territorio che era diventato molto accidentato, come dimostrano le poderose percentuali (che i media disattenti non hanno notato) che il centro-destra ha conquistato nelle province di confine, Ferrara e Piacenza. Bonaccini è interessato a giocarsi la partita. In tempi e modi ancora da valutare ma il modello-Emilia è un asso che prima o poi sarà calato».

I 5stelle anche loro, parafrasando Woody Allen, non stanno tanto bene. Il ritorno di Grillo e Di Battista – Casaleggio, porta con sé antichi rancori. L’apparenza dice: che il più saggio in questo frangente è proprio Beppe Grillo. Come ti spieghi questo?
«Dopo una stagione nella quale nel Movimento nessuno stava più a sentire Grillo – esemplare il gelo nel quale calò la sua proposta di togliere il voto agli anziani – la perdurante crisi dei Cinque stelle riconsegna forza ai punti di riferimento, alle figure “carismatiche”, espressione che usiamo per farci da capire e da non prendere alla lettera. Grillo è intervenuto per stroncare chi – come Di Battista – invocava il rispetto di un impegno elementare: celebrare finalmente il primo congresso del Movimento per fare decidere alla mitica base la linea politica. Con un intervento apparentemente di buon senso ma di fatto autoritario, Grillo ha aperto la strada ad una soluzione dorotea: tutto il potere ai “capi-corrente”».
Salvini, Meloni e Berlusconi. Il centro destra è attraversato da movimenti. Ormai sappiamo che la competizione all’estrema destra sarà Salvini – Meloni. E La Meloni non concederà molto a Salvini. Insomma dobbiamo prepararci ad una destra guidata da una discendente del neo fascismo?
«Giorgia Meloni proviene dalla scuola politica che parte dal Movimento sociale e ha ereditato dai due leader di maggior peso di quella storia (Giorgio Almirante e Gianfranco Fini), la grinta contestativa e argomentativa, ma non quella gravitas, che in alcune fasi del lungo dopoguerra italiano consentì ai due segretari del Msi di “parlare” ad una platea più vasta di quella degli elettori nostalgici. Ciò premesso, si fatica ad etichettarla come neofascista ma anche ad immaginarla leader di uno schieramento: per quanto la Lega abbia perso intenzioni di voto, resta di gran lunga la forza maggioritaria del centrodestra, con oltre il 50% dei consensi interni e dunque la premiership toccherà a loro. A chi, come detto, è tutto da vedere».

È riapparso Silvio Berlusconi…. Che ruolo sta giocando….?
«Se Berlusconi non fosse… Berlusconi, lo avrebbero già fatto accomodare in maggioranza e forse anche al governo. Ma su Berlusconi pesa, nell’immaginario grillino, una pregiudiziale etica della quale si possono comprendere le ragioni. E dunque il Cavaliere si è ritagliato un ruolo di saggio moderatore, in particolare nei rapporti con l’Europa, ma senza rompere con Salvini e Meloni. Anche per lui le Regionali saranno una cartina di tornasole: il Berlusconi moderato torna ad aggregare? Se le risposte fossero nette – in un senso o nell’altro – anche le conseguenze sarebbero nette».

Matteo Renzi sempre più alla ricerca della sua visibilità, alterna momenti di lontananza (con azioni di disturbo) e vicinanza dalla maggioranza. Una tattica che non porta molti voti….
«Renzi si ritrova nella spiacevole situazione per la quale qualsiasi cosa faccia o dica, viene letta sempre nella logica dell’interesse personale. Poco importa che su diverse questioni abbia visto prima degli altri o che alcuni dossier da lui indicati siano stati poi adottati dalla maggioranza: tutto questo non si tramuta in intenzioni di voto. Un caso esemplare di auto-dissipazione, alla quale hanno contribuito l’alto senso di sé e qualche “bidone” rifilato qua e là. Ma attenzione: una certa inaffidabilità – per quanto non generalizzabile – è abbastanza comune: Renzi l’ha pagata di più, forse anche perché la qualità politica del personaggio rende ancora più imperdonabili le sue leggerezze».
Una battuta sulla Presidenza della repubblica. Il grande oggetto del desiderio… È ancora troppo presto?
«Tutti i candidati – e sono tanti – sono già al lavoro e ogni giorno, senza che ce ne accorgiamo, aggiungono una tesserina al proprio mosaico. Ma è presto per azzardare scenari, perché non sappiamo assolutamente quale sarà la platea dei grandi elettori.: Poniamo che ad eleggere il successore di Mattarella sia questo Parlamento: nei giorni delle votazioni quale maggioranza sosterrà il governo? L’attuale o una di salvezza nazionale? A due maggioranze diverse equivalgono, in linea di massima, due diversi Presidenti. E se invece la legislatura si chiuderà prematuramente? A quel punto avremo una maggioranza di centrodestra autosufficiente o nessuna maggioranza? Tutti scenari che portano a presidenti diversi. Una cosa possiamo però anticiparla: “voci di dentro” del Quirinale ci dicono che Mattarella non chiederà di restare per altri sette anni»

Un anno vissuto pericolosamente. Intervista a Federico Gervasoni

Federico Gervasoni ha 28 anni e da undici fa il giornalista. Freelance, da un anno e mezzo, vive sotto vigilanza a causa delle pesanti minacce ricevute da gruppi neofascisti. Il giornalismo è rendere noto dei fatti che si vorrebbero nascondere. A Brescia esiste un cuore nero che non smette di pulsare. E a testimoniarlo ci sono fatti ed episodi documentati e raccontati in un libro di bruciante attualità, “Il cuore nero della città”, scritto appunto da Gervasoni e pubblicato esattamente un anno fa per la casa editrice Liberedizioni.

Federico, ci fai una sintesi di quello che è accaduto dopo l’uscita del volume?

E’ stato un anno molto intenso. Ho effettuato molteplici presentazioni in tutta Italia e all’estero. Da Genova a Londra, passando per Catania e Bologna, fino ad aprire il tour autunnale a Tunisi. Naturalmente non dimentico i centri più piccoli che mi hanno splendidamente accolto. Da tutte queste esperienze ho imparato tanto e incontrato persone speciali. Un grande ringraziamento va inoltre alle forze dell’ordine (carabinieri e poliziotti della Digos) che in qualsiasi evento mi hanno scortato e protetto. Sono stati bravissimi sia a prevedere che a intervenire.

Ancora prima della sua uscita il tuo libro aveva scatenato una violenta reazione da parte di gruppi neofascisti attivi in tutta Italia. Ci vuoi raccontare qualcosa?

Non parlo mai delle minacce che ricevo. Non mi piacciono né le icone né le etichette altrimenti sarei un’attivista. Io sono solo un giornalista che ha fatto il suo lavoro, ovvero quello di informare. Tuttavia, posso affermare che non è stato affatto un anno facile poiché vissuto con la forte consapevolezza del rischio. Sono tante le volte in cui mi sono ritrovato isolato e messo sotto pressione. Va poi evidenziato che chi si occupa di estrema destra in Italia sa che diventerà automaticamente un bersaglio da colpire. In tutto questo, la mia condizione di giornalista precario (vive dei pezzi che scrive, ndr) non mi ha affatto aiutato. Brescia è inoltre una città dalle piccole dimensioni e poco dispersiva. Lavorando in strada e non all’interno di una redazione, il pericolo di trovarsi a ridosso certi personaggi è concreto.

Tu non hai ancora trent’anni e dopo aver scritto un libro sul neofascismo, sei costretto a parlare pubblicamente solamente davanti alla presenza delle forze dell’ordine. E’ un fatto allarmante, nel 2020, in Italia.

Questo aiuta a comprendere come al giorno d’oggi i fascisti siano alla ricerca di una legittimazione da parte dell’opinione pubblica. Il neofascismo che io racconto è diverso da quello storico del Ventennio. Eppure, ci sono nuove sigle pericolose che propagandano ideali razzisti, xenofobi e di intolleranza. Ciò che davvero mi spaventa è la paura di non denunciare.

Tornassi indietro, ripubblicheresti “Il cuore nero della città”?

Certamente, di quanto ho fatto in passato non rinnego nulla. Volevo accendere un’attenzione dell’opinione pubblica su un argomento che spesso rimane volutamente nascosto. La storia ci insegna che Brescia è stata gravemente ferita dal fascismo. Il 28 maggio 1974, una bomba di matrice nera, causò otto morti e centinaia di feriti in piazza della Loggia. Questo fatto terribile e cruento, accaduto nella città in cui sono nato e cresciuto, ha inciso sulla mia vita e influenzato inevitabilmente la mia ambizione letteraria. Prima di laurearmi in filosofia a Pavia, ho studiato nel liceo “Veronica Gambara”, la cui biblioteca è intitolata a Clementina Calzari Trebeschi, una delle vittime della strage fascista.

Con la ristampa raggiunta praticamente subito, il tuo libro ha ottenuto parecchio successo. In questi mesi hai pensato a scriverne un secondo?

Purtroppo il territorio in cui vivo (la provincia di Brescia ndr) nelle scorse settimane è stato pesantemente colpito dall’emergenza sanitaria e anch’io come molte altre persone ho perso parenti, amici e conoscenti nella tragedia del Covid-19. Compatibilmente con la situazione drammatica vissuta, tra febbraio e maggio mi sono chiuso in casa a scrivere e a divorare tonnellate di carta. Entrambe le attività mi hanno aiutato a superare i momenti di maggiore sconforto e solitudine. Oggi, posso ammettere che in cantiere c’è qualcosa di concreto. Spero di poterne parlare quando la situazione sarà davvero tornata alla normalità. Il consiglio che posso dare ai lettori è quello di continuare a seguirmi perché ho tante novità importanti da raccontare.