L’inganno sovranista. Intervista a Marco Revelli

Il nostro paese è investito dall’onda nera del sovranismo. Un’onda che destabilizza i valori politici di fondo della nostra Repubblica. Quali sono le cause?
E’ possibile una “contronarrazione “civile alle urla sovraniste? Ne parliamo con Marco Revelli, professore di Scienza Politica all’Università del Piemonte Orientale.

Professor Revelli, tira una gran brutta aria nell’Occidente. Il “sovranismo”, termine aggiornato di nazionalismo spinto, e il populismo stanno dilagando. Un’onda lunga che parte da Trump e arriva fino a Salvini. Un’onda destabilizzante che travolge i valori universali di “liberté egalité fraternité”. Un mostruoso inganno. Le domando: perché la “ricetta” sovranista, con le sue varianti, seduce l’Occidente?
Effettivamente è avvenuto un cedimento strutturale dei valori dell’Occidente o quantomeno dei valori che si erano affermati immediatamente dopo la fine della Guerra mondiale. L’effetto morale dell’orrore, che il mondo aveva dovuto vedere e testimoniare in quel periodo, aveva prodotto un contraccolpo: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo; la nascita del concetto di crimini contro l’umanità. Tutto questo è durato una settantina d’anni e oggi stiamo assistendo ad un’inversione di quei valori, che dilaga come una sorta di “onda nera” sulle due sponde dell’Atlantico che ha un suo baricentro negli Stati Uniti, che nel conflitto mondiale avevano rappresentato la bandiera della libertà ma anche dell’umanità, e che ritorna in quell’Europa orientale testimone di molti orrori, dove c’era Auschwitz. Anche paesi come la Germania vacillano con un populismo di estrema destra aggressivo. L’Italia anche è caduta in questo vortice, gli italiani “brava gente”, denominazione di cui ci gloriavamo, non è più così.

Dove sta l’inganno “sovranista”?
Molti di questi sentimenti si alimentano nella sensazione che le diverse società siano esposte a venti cattivi che provengono dall’esterno, che cancellano vecchie identità e anche sistemi di protezione sociale. Si diffonde l’idea falsa che il cedimento dei diritti sociali, del lavoro, l’idea che tutto ciò che è accaduto in questi due decenni sia colpa di chi è venuto dall’esterno. È una rappresentazione totalmente infondata: la sconfitta del lavoro, che è stata durissima e che ha determinato un forte arretramento in termini di diritti del lavoro, si è consumata ben prima che si consumassero i flussi migratori. Si è consumata alla fine degli anni ’70 e inizio degli anni ’80. Ha come causa la crescente importanza che il capitale finanziario e la finanza hanno acquisito, il salto tecnologico, l’informatica, l’elettronica, le telecomunicazioni veloci che permettono la delocalizzazione . Non sono i poveri di fuori che ci tolgono i diritti, sono i nostri ricchi che ci tolgono i diritti, ma con quelli il populismo non se la vede molto, li contesta di essere più tolleranti con i poveri. Questa è una narrazione micidiale perché ci rende impotenti di fronte ai veri meccanismi che stanno distruggendo le nostre società.

Professore, siamo nell’età della rabbia, come la definisce Pankaj Mishra (editorialista del “Guardian”), in cui “i ritardatari della modernità”, gli esclusi dai benefici del “progresso”, si rivoltano contro la globalizzazione. Ma è davvero tutta colpa della globalizzazione? Eppure, con i suoi grossi limiti, la globalizzazione ha portato alla “società aperta”. La sfida vera è tra “globalisti” e “sovranisti”? Oppure è una sfida finta?
Un po’ tutti noi abbiamo salutato il primo ciclo della globalizzazione, quella “dolce”, che permetteva la libertà di movimento, quella che in Europa era rappresentata da Schenghen. Non ci siamo resi conto che dentro quello sfondamento dello spazio circolava anche il male, i veleni che nello spazio globale ci sono, perché circolavano masse di capitale finanziario in grado di prendere in ostaggio i governi e di costringerli a fare ciò che vogliono, circolava l’odio, il terrorismo – anche se bisogna dire che buona parte degli episodi di terrorismo sono prodotti da figure interne – ma soprattutto non ci siamo resi conto che la globalizzazione destabilizzava alcune macchine politiche e amministrative che garantivano forme di sicurezza sociale. Il Welfare era gestito dagli Stati-Nazione e nell’attuale condizione non funziona più. È un cambiamento inevitabile, ogni ritorno indietro credo sia come far rientrare il dentifricio nel tubetto. La risposta sovranista alle esigenze sociali, che sono vere, perché la gente sta peggio, soprattutto il mondo del lavoro e i ceti medio-bassi sono i perdenti della globalizzazione, non è quella corretta. Chi vive in centro, chi non incontra i veri poveri sotto casa, non sentono la puzza della strada sono i vincitori. Dentro questo grande sconvolgimento la tentazione è quella di ritornare a chiudersi dentro i confini perché quando si è chiusi dentro i confini si sta meglio, ma non è così, perché chiudendosi si starà peggio. Gli imprenditori della paura sono i veri nemici di tutti. La sfida oggi è tra umano e disumano, stiamo perdendo qualcosa di noi stessi che è quella risorsa salvifica che ha permesso alla specie umana di sopravvivere e la capacità di com-patire, cioè di soffrire insieme. La capacità di vedere sé negli altri. Se perdiamo questo la società si decomporrà.

Veniamo al nostro Paese. L’Italia sta vivendo giorni esasperati. Le ultime vicende, che riguardano l’immigrazione, stanno facendo segnare, secondo i sondaggi, un ampio consenso alla propaganda antiimmigrati di Salvini. Un vero e proprio imprenditore della paura. Gli Italiani sono diventati euroscettici e poco solidali. Non siamo più, come ricordava lei, “Italiani brava gente” (che non era una frase fatta “buonista” ma indicava l’anima accogliente del nostro popolo). Insomma Professore siamo di fronte ad un mutamento “antropologico” degli italiani?
Sì, siamo in presenza di un mutamento antropologico degli italiani, che non è l’unico: nel 1938 le leggi razziali firmate e volute da un tiranno e da un re vigliacco e accettate da quasi tutto un popolo, perché non si levavano voci significative di fronte a quell’orrore, non ci furono proteste o anche solo domande, neppure di fronte a quei banchi vuoti degli studenti ebrei che avevano dovuto abbandonare le scuole, oppure gli ufficiali ebrei nell’esercito furono cacciati. Questo paese ogni tanto si anestetizza e partecipa all’orrore. In altri momenti ritrova se stesso e si riscatta, come nel caso della Resistenza, ma quando ci si deve riscattare costa sangue, ci furono molti morti per riscattare la vergogna degli altri.

Tutto questo mette in crisi le culture politiche che hanno plasmato l’italia: quella cattolica e quella della sinistra storica. Possono essere ancora una fonte di resistenza queste culture?
Il passaggio di uscita dal ‘900 ha lasciato dietro di sé molte culture politiche che non sono riuscite a transitare, penso a quella che è stata la cultura del movimento operario in Italia molto rappresentato dal partito comunista che è scomparso male, perché i suoi eredi hanno cercato frettolosamente di liberarsene come di una zavorra senza una grande riflessione e questo ha comportato la decomposizione della cultura di sinistra. La cultura cattolica sopravvive ma colpisce come operi soprattutto sottotraccia con dei bisbigli da parte dei suoi esponenti, quasi in imbarazzo per certi versi, tranne un grande Papa che predica e fa davvero il Papa senza che però buona parte, mi sembra, del mondo cattolico lo segua politicamente, quanto meno dando forma politica a questi appelli morali. Quello che rimane è una incultura politica: dalle vecchie rovine non è nata una nuova adeguata cultura politica. Quella che domina è una forma di incultura senza progetto, spesso occasionalista che sfrutta il momento dicendo alla gente quello che si pensa che la gente voglia sentirsi dire. In questo modo si creano voti ma non uno spazio civile e politico.

I 5Stelle stanno rivelando la loro grande fragilità politica e culturale, qual è il suo pensiero?
Io non sono tra quelli che hanno vissuto la crescita del Movimento 5stelle con ostilità e paura, anzi lo consideravo come un passaggio utile per segnalare l’improponibilità del modello politico prevalente, dava voce ad un vero senso di disagio popolare e diffuso. Non mi ha nemmeno turbato più di tanto il risultato del 4 di marzo, con quel successo straordinario, perché mi sembrava nell’ordine delle cose. Quello che mi stupisce oggi è la stupidità politica con cui quel patrimonio viene gestito. Salvini è una figura di leadership politica di un populismo politico di destra violento che sta crescendo per l’insipienza degli altri, anche di un Partito Democratico che non si è nemmeno posto il problema di come impedire quella convergenza, ma ha preferito la strada dei pop corn, è una follia.

E’ possibile creare una “contronarrazione” solidale efficace a quella sovranista? Su quali basi?
Io credo che sarebbe suicida tenere separata la questione enorme dei diritti umani dalla questione dei diritti sociali. Queste forme virulente di populismo si alimentano della rabbia per il tradimento nei confronti dei diritti sociali e quindi dei bisogni economici e sociali della gente e risarcisce questa perdita creando capri espiatori nei confronti dei quali ci si può risarcire del proprio declassamento. Ci vuole una intransigente difesa dei diritti sociali di tutti, italiani e non, e dei diritti umani universali. Se noi non difendiamo gli abitanti delle nostre periferie dal degrado economico e sociale non possiamo nemmeno chiedergli di essere accoglienti e generosi nei confronti dei migranti.

“Contratto di governo” : novità o decadenza della politica? Intervista a P. Giacomo Costa (S.J)

Il governo “Conte-Di Maio-Salvini”, il primo governo “populista” della nostra storia repubblicana, con la nomina dei vice-ministri e sottosegretari completa la sua struttura di potere. La compagine governativa fin dai primi passi si trova già nella bufera per la vicenda della nave “Aquarius”. Una vicenda triste, che ha messo in evidenza l’anima sovranista del governo ad egemonia leghista. Al centro dell’azione di questo governo c’è il discusso “Contratto di governo”. Contratto che è stato oggetto di discussione nell’opinione pubblica. Ma quali sono le “radici” di questo “contratto”. Ne parliamo con Padre Giacomo Costa, gesuita, Direttore della prestigiosa rivista “Aggiornamenti sociali” pubblicata dal “Centro San Fedele” di Milano.

 

Padre Giacomo, voi di “Aggiornamenti Sociali”, fin dalla fondazione, rappresentate lo “strumento” di studio della Compagnia di Gesù sulla società italiana, e quindi anche sulla politica di questo nostro Paese. Le chiedo: il voto del 4 marzo ha segnato una svolta radicale del contesto politico. Ovvero l’emergere “prepotente” di due forze populiste, sia pure di “natura” diversa, con la conseguente sconfitta del PD, a sinistra, e dell’arretramento di Forza Italia, a destra. Perché gli italiani si sono rivolti a due forze populiste? C’è una ragione profonda?

Gli elettori non diventano populisti dalla sera alla mattina: più che una svolta radicale, l’esito delle urne può essere visto come un passo, più deciso dei precedenti, lungo la linea evolutiva che la politica ha seguito negli ultimi vent’anni in Italia ma anche nel resto del mondo. Si tratta di mutamenti che hanno modellato elettori ed eletti, e che alcuni politici hanno cavalcato e promosso più degli altri. Un esempio è la “fine delle ideologie”, che è teoricamente nota da tempo e su cui si è molto disquisito, ma le cui conseguenze oggi si fanno sentire in maniera molto più concreta di prima. Nel ’900 essere di destra o di sinistra strutturava l’identità delle persone, oltre che le passioni e i conflitti politici. Oggi la politica continua a suscitare conflitti e passioni: dalla rabbia all’entusiasmo, dalla speranza al disgusto, ecc. ma ciò che definisce le scelte politiche è piuttosto l’interesse personale, inteso a diversi livelli: come tornaconto, ma anche come ciò che piace per simpatia superficiale o che sta a cuore per motivazioni profonde. Un altro fattore è l’evoluzione del sistema mediatico che si va svincolando dal riferimento alla forza dei fatti, rendendo quasi irrilevante la verifica dell’attendibilità delle notizie e della credibilità delle persone. Non a caso si parla sempre più di “postverità”, “fake news”, “hate speach” ecc. In questo quadro, almeno per il momento, Lega e M5S hanno saputo intercettare questi cambiamenti e comunicare in modo da attirare il consenso della gente. Gli altri sono rimasti su altre logiche e modalità comunicative, non del tutto finite, ma antiche.

 

Torniamo, per un attimo al PD. Questo partito, erede delle tradizioni riformiste della sinistra e del cattolicesimo democratico, ha subito una sconfitta pesante. Eppure, con tutti i limiti, quel partito, ad essere onesti, non ha mal governato. Molti provvedimenti presi sono importanti per la società italiana. Cosa non ha funzionato?

Effettivamente nella scorsa legislatura il PD ha goduto di una forte centralità politica e ha promosso passi legislativi importanti. Ma una serie di tensioni mai risolte è scoppiata in occasione (e con il pretesto) del referendum costituzionale. Si è frantumato il delicato equilibrio della proposta renziana, una proposta che potremmo dire “pop-democratica” in quanto provava ad articolare la tradizione democratica con un modo di far politica sempre più “popolare” (se non populista). La sinistra si è così avvitata sulla gestione del potere, dividendosi in correnti ferocemente in lotta tra di loro, con il risultato di mettere in secondo piano progetti e idee e di allontanarsi dai suoi stessi elettori. Oggi questa situazione risulta evidente dal di fuori, ma il partito sembra stentare a rendersene conto. La parabola delle tradizioni in cui si radica il PD è tutt’altro che esaurita, ma per concretizzare queste opportunità il partito deve rivisitare i contenuti delle sue proposte e ancora di più lo stile e la retorica comunicativa che utilizza.

 

Guadiamo al centrodestra. L’emergere prepotente di Salvini sta facendo piazza pulita del “moderatismo” (ammesso che mai lo sia stato) di Forza Italia. Insomma la destra italiana assumerà il volto sovranista della Lega. E’ un processo inarrestabile?

Più che moderatismo, il centrodestra è quello che ha introdotto in Italia la politica spettacolo e la polarizzazione estrema sulla figura del leader e sul rapporto diretto con il popolo: al populismo si arriva per tappe. Questo approccio ha segnato la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e man mano tutti partiti vi si sono adeguati, anche quelli antiberlusconiani, adottando uno stile comunicativo improntato alle logiche dell’intrattenimento per sconfiggere la lontananza e la noia che suscitava la politica della Prima Repubblica. I politici si sono trasformati in star mediatiche, all’inseguimento di un consenso che assume i connotati del gradimento in termini di audience, puntando quindi a piacere, affascinare e sedurre assai più che a proporre idee per il futuro del Paese. Al “carro” berlusconiano si è legata Lega Nord di Bossi, il cui contributo è stato soprattutto la metodica semplificazione della complessità e l’adozione di una prospettiva localistica e anti-intellettualistica. L’obiettivo era catturare il consenso delle persone più smarrite di fronte alla globalizzazione attraverso l’enfasi sugli interessi locali.

 

E veniamo alle vicende politiche di questi ultimi giorni. Ovvero alla nascita, dopo 90 giorni dal  voto, del governo Conte-Di Maio-Salvini. Il “cuore” di questo governo, così dicono i protagonisti, è il “contratto di governo” firmato da Lega e 5stelle. Rappresenta una novità, oppure si inserisce, invece, nella lunga scia della crisi della politica italiana?

È certamente una novità nella biografia dei protagonisti, che comprensibilmente ne sottolineano il carattere epocale. Ma guardando le cose da un’altra prospettiva, anche il «Contratto per il governo di cambiamento» è un passo tutto sommato coerente all’interno di una evoluzione della politica italiana a cui tutti i protagonisti, almeno dell’ultimo decennio, hanno dato il proprio contributo, a partire da chi, come Berlusconi e Renzi, oggi si professa fiero oppositore dell’intesa M5S-Lega. Inseguendosi a vicenda, i partiti hanno finito per scimmiottarsi e imparare il peggio l’uno dall’altro. Scorrendo il Contratto o ripensando al modo in cui la sua elaborazione è stata mediatizzata, è facile riconoscere le dinamiche caratteristiche della politica del XXI secolo, a partire da quel renzismo che pure rappresenta il bersaglio polemico di entrambi i movimenti. In comune hanno ad esempio la retorica e talvolta l’affanno della novità: il cambiamento a cui è intitolato il contratto è la versione “ministeriale” del “vaffa” grillino (e per nulla alieno alla tradizione leghista), ma ha molto da spartire anche con la rottamazione di Renzi. Analogo è il senso di vertigine che suscitano e le domande che ne scaturiscono: è praticabile una via pop alla democrazia o percorrerla conduce a ridurla un simulacro di se stessa?

 

Nel suo editoriale, che apre il nuovo numero della sua rivista, lei afferma che il contratto fa compiere alla politica italiana una sorta di “seconda secolarizzazione” ovvero una svalorizzazione della politica nei confronti dei valori della Costituzione. Può spiegare perché?

Per “seconda secolarizzazione” intendo un movimento che svincola la politica e le dinamiche sociali non dalla religione o dal riferimento al trascendente, ma dall’insieme di valori di cui è tessuta la Costituzione: restano un riferimento poco più che retorico. Non è un caso che fin da subito i costituzionalisti abbiano fatto rilevare l’inconciliabilità di vari elementi del Contratto con la Carta fondamentale.

Un esempio illuminante è l’uso del concetto di dignità. Il n. 19 del Contratto la attribuisce “all’individuo”, utilizzando il termine come sinonimo di “persona”. Ma così, forse inconsapevolmente, si svuota il principio personalista della Costituzione, che intende la dignità non soltanto in riferimento all’essere umano in quanto tale, ma considerando la concretezza dei legami sociali al cui interno si svolge la sua vita. La dignità ha una dimensione sociale che l’individualismo liberale conduce a dimenticare, ma che rappresenta l’unica garanzia per farne una pratica condivisa e non un privilegio di chi può permettersela. La dignità è di tutti e di ciascuno, e negarla a qualcuno minaccia quella degli altri. Per questo non può essere fatta a pezzi e allocata soltanto a chi fa parte dei “nostri”, in opposizione ad “altri” la cui dignità può tranquillamente essere calpestata.

In questo contesto, l’impianto valoriale della Parte I della Costituzione non rappresenta più l’orizzonte al cui interno inserire le diverse proposte politiche, ma un richiamo retorico, talvolta maldestro. La bussola che orienta l’azione del Governo non sono i “Principi fondamentali” (e i valori a cui si richiamano), ma le preferenze che i leader ritengono che i loro elettori abbiano espresso, anche a seguito di una opportuna azione di persuasione. Il problema vero sta però nel fatto che la società nel suo insieme, o almeno una larga parte, sembra aver perso la sensibilità per riconoscere e difendere il ruolo dei valori e dei principi come cornice di riferimento dell’azione politica.

 

Qual è l’anima profonda di questo “contratto”? Che tipo di società disegna?

Siamo di fronte al passaggio a una politica e in qualche modo a una società fondata sugli interessi, in cui ciascuno cerca di portarsi a casa almeno un pezzo del proprio risultato anziché partecipare alla costruzione di un bene comune.

L’impressione è che sia questo il criterio che ha guidato la stesura del Contratto. Non c’è una reale mediazione e quindi nessuna autentica integrazione dei punti di vista dei due contraenti, per cui resta irrisolta la questione di come si concilia la drastica riduzione del carico fiscale (la flat tax leghista) con una serie di misure, anche di welfare, che non possono che far lievitare la spesa pubblica (a partire dal reddito di cittadinanza a 5 stelle). Più che un progetto comune, l’accordo sembra riguardare la spartizione delle sfere di influenza, in modo che ciascuno possa portarsi a casa un risultato che gli permette di gratificare i propri elettori: infatti al n. 1 è sancito l’impegno «a non mettere in minoranza l’altra parte in questioni che per essa sono di fondamentale importanza». Non è un caso allora che sulle questioni eticamente sensibili (fine vita, DAT, ecc.), rispetto alle quali è inevitabile un autentico lavoro di mediazione se le posizioni di partenza sono molto lontane, non ci sia nemmeno una parola.

Non stiamo però dicendo che il Paese stia precipitando nell’amoralità collettiva, né penso che sia utile rimpiangere il passato: bisogna registrare però che si sta smarrendo la consapevolezza che i diversi piani diversi – quello dei valori, quello delle pratiche individuali e sociali, quello delle norme e delle misure pratiche – sono inestricabilmente connessi. La mancanza di coerenza fra i diversi piani rende strutturale la contraddizione tra gli obiettivi perseguiti su ciascuno di essi, impedendone il raggiungimento armonico

 

Una cosa che fa impressione è la visione ambigua, pur tra reiterate affermazioni di “fedeltà”, dei due protagonisti sull’Europa. Anche questo è un segnale….

Anche in questo caso siamo di fronte a un passo in avanti nell’utilizzo di una retorica di contrapposizione che punta a identificare un nemico a cui addossare tutte le responsabilità.È uno sport diffuso in tutti i Paesi, che ha portato alla nascita di un vero e proprio genere letterario. Va riconosciuto che anche l’UE sembra fare di tutto per aiutare i propri detrattori, o almeno sembra aver perso la capacità di ispirare e trasmettere entusiasmo. Anche il discorso europeo si è in qualche modo “secolarizzato” nel senso che dicevamo prima, ponendosi sempre più sul piano degli interessi e sempre meno su quello dei valori. Ma non si può costruire una casa comune titillando l’egoismo o l’autointeresse. Per l’Europa è una prospettiva perdente.

 

Qual è il “peccato mortale” del sovranismo?

Più che di peccato parlerei di forza di seduzione. Penso che sia l’enfasi su un “noi”, di cui non sono chiari i criteri di definizione, e che conduce rapidamente dal tentativo, anche legittimo, di sottolineare identità e appartenenza a una retorica che identifica diverso con ostile. I migranti diventano il capro espiatorio ideale da questo punto di vista e infatti negli ultimi mesi la cronaca registra un aumento della violenza nei loro confronti. E’ evidente come la dignità affermata in linea di principio non è riconosciuta a tutti. Ma questa – lo dimostra la storia del ‘900 – è una contraddizione e molto spesso diventa una trappola. All’enfasi sulle differenze tra “noi” e tutti gli altri si accoppia di solito – e certamente nel caso del Contratto per il governo del cambiamento – l’incapacità o l’indisponibilità di riconoscere e fare i conti con il pluralismo radicale che ormai segna le società avanzate, e quindi con il tema del dialogo e dell’integrazione delle differenze e delle minoranze.

 

Attraverso quali percorsi è possibile, realisticamente, rinnovare la politica italiana? C’è spazio per i cattolici?

Innanzi tutto dobbiamo imparare a guardarci da tre tentazioni, peraltro ricorrenti nella storia del Paese. La prima è quella della nostalgia e del rimpianto per un’epoca passata dove la politica aveva la P maiuscola – ma ce ne lamentavamo anche allora! – opposta ai tempi bui dell’attuale decadenza. La seconda è quella di rimanere alla finestra, in attesa di veder fallire – ancora una volta lamentandosi – anche questo tentativo, salvo poi ritrovarsi con il problema di dove tracciare un segno sulla scheda delle prossime elezioni. Due atteggiamenti che è facile deridere superficialmente, ma di cui vanno indagate le ragioni profonde e le componenti emotive: quello che li accomuna è l’incapacità di generare futuro. La terza tentazione, specie per chi è in politica, è quella di provare a costruire contenitori identitari, giocando ancora un volta la logica del “noi” e partecipando alla “spartizione” delle sfere di influenza.

Credo però ci sia spazio anche per un altro modo di operare, a partire da un vero e proprio atto di fede nel fatto che la capacità delle persone di riconoscere il bene e di esserne attratta non si è spenta definitivamente. Gli esempi di come siamo alla ricerca di senso e di umanità sono molteplici, quotidiani. Ottengono scarsa attenzione, ma non per questo non toccano in profondità.

 

Ma concretamente in che direzione possiamo incanalare lo sforzo di rinnovamento?

Una prima pista di lavoro fondamentale – e questo vale in particolare per chi opera nel mondo della comunicazione – è la ricerca di un linguaggio che consenta anche oggi di narrare il bene, o, meglio, di entusiasmare per il bene, riuscendo a parlare alla gente e a comunicare una prospettiva profondamente umana che rimette al centro la fiducia, i legami e persino il punto di vista di chi è scartato. Una volta che questa prospettiva sarà radicata nella società, la rincorsa al consenso obbligherà anche la politica ad adottarla. Oggi si sta spegnendo il richiamo del lessico dei valori e dei diritti, mentre è grande quello degli interessi, dei gusti e delle opportunità, dove il “sentire” ha un grande peso. Non è un cambiamento da stigmatizzare superficialmente: in fondo lo “stare a cuore” può rappresentare un attivatore di risorse emotive, di creatività e di impegno almeno pari alle ideologie del passato. Si tratta quindi di individuare i registri su cui anche oggi elaborare proposte culturali capaci di aiutare l’interpretazione della realtà nella sua interezza, riorientando il discorso e l’immaginario collettivo e rimotivando all’impegno per la costruzione di un sentire condiviso, anche in situazioni di crescente pluralismo sociale, culturale e religioso.

Il secondo filone è quello dell’impegno diretto, della mobilitazione per la tutela della dignità e dei diritti di tutti, su cui occorrerà probabilmente fare un passo in più. Anche in questo caso non partiamo da zero, ma da un capitale autenticamente sociale di tante iniziative di partecipazione e di lotta contro il degrado, contro la corruzione, la criminalità e le mafie di cui il nostro Paese è ricco. La potenza di questo filone è di far sperimentare la forza del legame quando si agisce a favore di altri, trascendendo l’orizzonte del proprio orticello.

LE INCOGNITE DI UNA LEGISLATURA. INTERVISTA A FABIO MARTINI 

Fabio Martini (Ansa)

Fabio Martini (Ansa)

Il governo del “cambiamento” è partito e così anche la legislatura. Ma i 90 giorni di crisi, tra i più lunghi della storia repubblicana, gettano numerose incognite sullo sviluppo di una legislatura che si presenta difficile. Quali sono i nodi politici? Come si cercherà di sbrogliarli? Ne parliamo in questa intervista con Fabio Martini, cronista parlamentare ed editorialista del quotidiano “La Stampa” di Torino.

 

 

 

 

 

 

 

 

Fabio Martini, il governo Conte-Salvini-Di Maio ha giurato, la prossima settimana otterrà la fiducia delle camere sarà, così, nel pieno dei poteri. Come si sa è un governo partorito, molto faticosamente, 90 giorni dopo le elezioni del 4 marzo. È stata una delle crisi più difficili della storia repubblicana.  Ma questa crisi porta con sè anche incognite istituzionali e politiche, le due cose si intrecciano, di non poco conto per la democrazia italiana. Incominciamo con quella politica. Riguarda, infatti, il ruolo del presidente del consiglio conte. Tra due pesi massimi rischia di passare permali mero esecutore. Non vedi questo rischio?
Questo è il primo governo con tre premier. I due diarchi, i leader che separatamente hanno vinto le elezioni, più il professore che hanno scelto, come compromesso al ribasso perché nessuno dei due avrebbe potuto “sopportare” la primazia dell’altro. Di solito il Presidente del Consiglio ha un ruolo propulsore, in questo sembrerebbe averne uno da esecutore. Il professor Conte è totalmente privo di esperienza politica. ma se dimostrasse personalità, potrebbe svolgere un ruolo inedito ma significativo: quello di mediatore tra i due diarchi. Bisognerà vedere la qualità di quelle mediazioni. Dignitose? Al ribasso? Inesistenti? La scommessa del professore è tutta qui.

La seconda incognita riguarda, invece, il rapporto tra lega e 5stelle, o per meglio dire, tra il protagonismo di salvini e quello di di maio. Salvini si e’ dimostrato piu’ abile politicamente. Anche nei suoi primi passi si sta allargando. Continua nella sua campagna elettorale permanente contro l’immigrazione clandestina . Non sara’ facile per di maio, aldila’ dei reciproci sorrisi, contenere il protagonismo salviniano. Pensi che si sviluppera’ una “guerriglia” mediatica tra i due?
Questa è davvero l’incognita più difficile da leggere. I due condividono due interessi: far marciare i propri dossier, glissando su differenze che potrebbero rallentare la marcia del governo. Per saper coniugare questi due interessi servirà non solo istinto di sopravvivenza ma anche una grande sapienza politica.

Sulla compagine governativa  le incognite riguardano, oltre alla persona del presidente del consiglio, le correnti all’interno  del governo. Il disegno del  presidente mattarella e’ stato quello di contenere, “istituzionalizzare, il “populismo”.  E’ un equilibrio non facile  tra le varie parti. Reggerà?
Le differenze ci sono, perché la Lega punta in prospettiva ad occupare il fronte destro e i Cinque Stelle quello sinistro. All’inizio si daranno manforte, soffocando i diversi interessi politici. Ma avranno entrambi un grande “nemico”: quel sistema di comunicazione battente e invadente, che sinora è stato benzina nel motore populista e che presto, per troppo uso, potrebbe trasformarsi in sabbia.

Ma l’incognita più grande resta il “contratto di governo”. Un contratto estremamente costoso. Domanda: mettere un ministro, area ex socialista confluita in forza italia, pensi che porterà ad un conflitto con i due maggiorenti politici?
Anche nel caso del ministro dell’Economia occorrerà valutarne il peso della personalità. Sarà esecutore o mediatore al rialzo? E siamo sicuri che il professor Savona si contenterà di occuparsi di direttive europee?

Il rapporto con l’Europa è un’altra incognita, nonostante tutte le rassicurazioni…
In una prima fase l’Unione europea avrà un atteggiamento inclusivo, cercherà di capire che tipo di interlocutore si troverà davanti. Nel caso in cui si dovesse confermare la propensione al debito a piè di lista, a quel punto i rapporti cambieranno. Ma per ora ci si misura la palla. Da entrambe le parti.

Pero’ Macron e Merkel hanno   avuto abboccamenti con il premier conte. Si dice che Macron sia interessato a costruire un asse con conte per rilanciare la riforma del progetto europeo…..una bella opportunità . Che ne pensi?
Macron, oltre alla riforma della ziona euroi, ha un solo pensiero: evitare che l’Italia diventi un modello per i sovranisti di casa propria. Ecco perché è stato così accogliente col professor Conte, anche quando era un semplice presidente incaricato. Quella telefonata irrituale è rivelatrice. La Francia sarà inclusiva se anche l’Italia lo sarà, almeno un po’. Altrimenti i francesi diventeranno escludenti e aggressivi, sia con modalità imprevedibili. I Cinque Stelle europeisti a fianco di Macron? Prematuro. Devono affrontare nel maggio 2019 una campagna elettorale europea con toni aggressivi e, se la spunteranno, allora se ne riparlerà

L’altra grande incognita riguarda l’opposizione, Pd e fi. Per quanto riguarda fi (quello che rimane) ormai è quasi completamente “mangiata” dalla lega. Trovi inesorabile questo “destino”? Che farà Berlusconi (oltre a mettere in salvo le tv)?
Da qui alle elezioni Europee, uno degli obiettivi di Savini sarà quello di mangiarsi un’altra parte di elettorato forzista. A Berlusconi, che da tempo avrebbe dovuto indicare un erede dinamico come lo era lui 30 anni fa, non resta che sperare in un fallimento del nuovo governo.

L’ultima grande incognita è il Pd . Si è scritto di tutto e di più. Qual è una realistica via d’uscita  dalla  sua crisi?                                                                                                                         
Nell’imminenza di uno scontro elettorale, sarebbe stata utile un’Alleanza Repubblicana la più larga possibile, guidata da Paolo Gentiloni, Ma se l’orizzonte delle elezioni si allontana, per la sinistra di governo diventa prioritario chiarirsi le idee, avere un’idea dell’Itala come è e come si vorrebbe, ridefinire un’identità credibile per futuro. Senza avere l’ansia della rivincita.

“Per contrastare i populismi la sinistra riparta dalla vita materiale delle persone”. Intervista a Gianni Cuperlo

Siamo nel pieno di una gravissima crisi istituzionale.  La propaganda dei 5Stelle e della Lega contro il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rischia di produrre gravi danni al tessuto democratico italiano. Intanto in giornata il Presidente incaricato Cottarelli salirà al Quirinale con la lista dei ministri . Un governo che porterà il Paese a nuove elezioni, molto probabilmente, a  settembre.  Sarà una sfida elettorale davvero decisiva per l’Italia e per l’Europa. Ne parliamo con Gianni Cuperlo, leader storico  della Sinistra del PD. Cuperlo ha appena pubblicato, per i tipi della    Donzelli, un saggio dal titolo : “In viaggio. La sinistra verso nuove terre”

CUPERLO, SIAMO NEL PIENO DI UNA CRISI ISTITUZIONALE SENZA PRECEDENTI. L’ATTACCO DEI POPULISTI AL PRESIDENTE MATTARELLA HA OLTREPASSATO IL LIMITE DELLA LEGITTIMA CRITICA POLITICA. COME GIUDICA QUESTO ISTERISMO POPULISTA?

Sono molto colpito e preoccupato, come tutti, da questa esasperazione di toni e da una crisi, che non è più solo politica ma anche istituzionale senza precedenti. Il livello di conflittualità che i 5Stelle e la Lega hanno manifestato in questi ultimi giorni verso l’istituzione della Presidenza della Repubblica è un precedente gravissimo e io mi auguro che, alla vigilia di una campagna elettorale che si preannuncia come tra le più aspre degli ultimi decenni; ci sia un ritorno alla ragionevolezza da parte di tutti.

HA UN FONDAMENTO LA RICHIESTA, FORMULATA DA DI MAIO, DI MESSA IN STATO D’ACCUSA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA?

No, non ha nessun fondamento da nessun punto di vista. Il Presidente ha esercitato le sue prerogative secondo la Costituzione che stabilisce come il Presidente nomina il presidente del Consiglio dei Ministri e i suoi ministri. Poi il Presidente della Repubblica ha concesso tutto il tempo richiesto dalle forze politiche che sono uscite con il maggiore consenso, anche se non hanno vinto le elezioni perché non erano numeri sufficienti, e questa polemica è del tutto pretestuosa.

 GUARDIAMO, PER UN ATTIMO, AI DUE LEADER POPULISTI: SALVINI E DI MAIO. CHI ESCE PIU’ DA LEADER TRA I DUE?

Francamente non lo so, non sono un esperto delle biografie di Salvini e Di Maio. Mi occupo di come rilanciare una proposta della sinistra.

ORA UNA COSA E’ CHIARA, RIGUARDANDO LA STORIA DI QUESTI MESI, IL PRESIDENTE MATTARELLA E’ STATO LASCIATO SOLO A GESTIRE UN RISULTATO ELETTORALE MOLTO PROBLEMATICO. UNA ALTERNATIVA DI RAGIONEVOLEZZA, RAPPRESENTATA DAL PD, E’ STATA SOFFOCATA DALLA PRESA DI POSIZIONE DI MATTEO RENZI DI SCHIERARE IL PD ALL’OPPOSIZIONE. COSI’ IL RIFIUTO DI DIALOGARE CON I 5STELLE HA PORTATO DI MAIO A FARSI CUCINARE DA SALVINI. CON LA LOGICA DEL “POP CORN” NON SI FA POLITICA NON LE PARE ONOREVOLE? NON VI SENTITE UN PO’ COLPEVOLI ANCHE VOI DEL PD DI QUESTO CAOS POLITICO?

La battuta dei “Pop Corn” è una battuta che non mi piace nemmeno, penso che quando si sono create le condizioni per un confronto sul merito del movimento 5Stelle fosse giusto che il principale partito del centrosinistra andasse a verificare il merito di quelle proposte, anche per evidenziare le contraddizioni di quel movimento. Quella pagina adesso è archiviata e per la nuova campagna elettorale cerchiamo di attrezzare un’offerta che sia all’altezza di questa nuova pagina.

Noi abbiamo perso le elezioni del 4 marzo, è stata una sconfitta severa, il peggior risultato della sinistra nella storia non solo recente. Da questo punto di vista, quando perdi tanto la prima cosa da fare è cercare di capire le ragioni e le cause di questa sconfitta. Questo significa anche guardare con onestà ai limiti di questi anni. L’idea di presentarsi di nuovo ai nastri di partenza della nuova campagna elettorale con le stesse modalità e lo stesso impianto forse dovrebbe portare tutti a riflettere sull’opportunità di questa continuità.

IL GOVERNO COTTARELLI NASCE MORTO. COSì A SETTEMBRE ANDREMO ALLE ELEZIONI POLITICIHE. LE CHIEDO TROVA PROBABILE LA NASCISTA DI UN POLO POPULISTA?

Questa è una domanda che va posta a loro. Ora Salvini ha due opzioni diverse: l’alleanza con Di Maio oppure tornare nell’alveo del centro destra. La sinistra dovrebbe tentare di spezzare la forzatura della destra.

ECCO SARA’ UNA CAMPAGNA ELETTORALE ESTREMAMENTE URLATA, CARICA DI VIOLENZA VERBALE INAUDITA, E IL POSSIBILE POLO POPULISTA SCATENERA’ UNA “NARRAZIONE PROPAGANDISTICA” IMPRESSIONANTE. DI FRONTE A TUTTO QUESTO COME SI COMPORTERA’ IL PD? RIUSCIRA’ A CONTRAPPORRE UNA CONTRONARRAZIONE POTENTE?

Innanzitutto cercando di capire e scavare sulle ragioni della nostra sconfitta. Ci sono degli automatismi che non funzionano più: non è detto che dove hai una ripresa parziale della crescita economica si riducano le diseguaglianze; non è detto che dove hai il lavoro, soprattutto se il lavoro è precario, si riduca la povertà. Dobbiamo rimettere al centro la vita materiale delle persone e la libertà materiale delle persone.

NEL SUO LIBRO, USCITO DA POCO, “IN VIAGGIO” PROSPETTA NUOVE SFIDE PER LA SINISTRA. E PER QUESTO VIAGGIO OFFRE UN POSSIBLE BAGAGLIO PER AFFRONTARLO. LE CHIEDO, ALLA LUCE, DEGLI ULTIMI AVVENIMENTI COME DOVRA’ ESSERE IL BAGAGLIO DELLA SINISTRA PER AFFRONTARE UNA BATTAGLIA DAVVERO DECISIVA PER LA DEMOCRAZIA ITALIANA?

Dovrà essere un bagaglio capace di rinnovare profondamente le nostre categorie, quelle sulle quali abbiamo fondato la nostra azione di governo negli anni ‘90. Io rivendico le cose fatte dal nostro governo, però se il giudizio di una parte larga della società che avremmo dovuto rappresentare noi, i ceti più colpiti, più fragili, più periferici non ci ha dato più ragione bisogna che ci chiediamo la ragione di questo.

Cinque anni fa la storia dei “101” che boicottarono Prodi. Fabio Martini ricostruisce quei giorni che segnarono il Pd.

 

Per il PD si tratta di un vero e proprio stigma che ha segnato la sua esistenza. Un marchio pesante. Ci riferiamo alla vicenda dei 101 che boicottarono , 5 anni fa, l’elezione di Romano Prodi alla Presidenza della Repubblica. Marco Damilano, direttore dell’Espresso, ne ha parlato, con un articolo, sulla Repubblica di questi ultimi giorni. Oggi Fabio Martini, con un post su Facebook, ricostruisce i fatti di quella vicenda. Continua a leggere