QUESTO 25 APRILE. UN TESTO DI LIDIA MENAPACE.

Lidia Menapace ci ha lasciato. E’ morta questa notte nel reparto malattie infettive dell’Ospedale di  Bolzano dove era ricoverata da diversi giorni a causa del Covid. Aveva 96 anni. Grande cordoglio ha suscitato, nella opinione pubblica, la sua scomparsa.

Pierluigi Castagnetti, suo amico di militanza nella DC, ricordando Lidia Menapace, con  un post su Facebook, afferma che è stata una delle migliori intelligenze del Paese.

Una vita intensa la sua: staffetta partigiana, l’impegno giovanile nella Fuci, gli studi alla Cattolica di Milano, la militanza nella sinistra DC, che lascerà negli anni ’60, la militanza nel PCI e successivamente nel Manifesto, fino ad arrivare alla elezione in Senato nelle liste di Rifondazione Comunista. Militante femminista e pacifista. Dunque donna appassionata e coltissima . La vogliamo ricordare con un testo di un suo intervento, del 2014, all’Arena di Verona durante una manifestazione del movimento pacifista.

Ovviamente il suo intervento esprime il suo deciso pacifismo, ma come scrive Giorgio Tonini , ex senatore PD e suo collega nella Commissione difesa del Senato, “Lidia era una collega esigente, ma sempre costruttiva”.

Il testo  viene pubblicato per gentile concessione del sito www.azionenonviolenta.it.

Questo 25 aprile

Cerco di dare un titolo oggettivo al massimo, ma mi verrebbe da dire : “Ancora come un tempo, sopra lItalia intera, soffia il vento e infuria la bufera!” Perché di questa natura sono i sentimenti che mi ispirano alcuni  fatti avvenuti il 25 aprile  e che considero sciagurati.

Cerco di elencarli e poi ci discuto, sicuramente l’Arena di Verona merita il plauso di tutto il popolo della pace e della nonviolenza che trasmette una memoria non morta della Resistenza, riscrivendo in parte la storia e arricchendola: una impresa giusta e opportuna, che riavvia la ricerca e la conoscenza di quegli eventi quando ancora un certo numero di testimoni  diretti vivono e possono parlare. A Verona ho seguito gran parte della giornata e tutto quello che ho sentito, visto, partecipato mi è parso molto bello ricco affettuoso appassionato, tutto, e così vario da non produrre nemmeno un minuto di stanchezza o noia.

Per non essere acritica devo dire però che molto mi ha fatto stizza un ragionamento” del vicepresidente delle Acli, nota assolutamente dissonante, per fortuna non ripresa da nessuno. Sembra che le Acli intendano  lanciare la proposta dellesercito europeo, una cosa scandalosa!. Se ho capito bene, ma ho sentito con le mie orecchie e visto sul grande schermo la frase che un esercito europeo sarebbe un elemento di unificazione e costerebbe meno dei vari eserciti nazionali, un “ragionamento dissennato”

Allora riprendo un discorso che iniziai non pochi anni fa,  quando si stava discutendo della riforma delle N.U. e del Consiglio di sicurezza. Proponevo allora che l’Europa si unificasse con la decisione della neutralità militare, dato che sul territorio europeo già esistono stati neutrali, come Svezia Austria Finlandia San Marino. Una Europa neutrale con il peso della sua storia avrebbe l’autorevolezza per proporre un Consiglio di sicurezza delle N.U. a rotazione tra tutti gli stati che le compongono ecc. Vedevo in una proposta come questa il segno di un taglio deciso, come per dire: “La seconda guerra mondiale è finita davvero: adesso bisogna mettere mano a una organizzazione internazionale autorevole che parta dal primo comma della Dichiarazione universale dei Diritti umani” che dichiara: “La guerra é sempre un crimine” e perciò propone la costituzione di strutture di polizia internazionale per prevenire contenere e punire il crimine. So che il discorso è solo abbozzato, ma mi pare che tiene ancora e vorrei che non fosse lasciato cadere.

Non averlo accolto, nè altri eventuali di questo segno ha portato sì alla fine del secondo dopoguerra, ma col ritorno alla politica di prima di essa, sicchèé abbiamo ormai due superpotenze, che trattano imperialisticamente gli affari del mondo , “pronte” a buttare il mondo stesso nella guerra: e dire che uno dei due capi è Nobel per la pace!

Mi pare urgentissimo non lasciar cadere la cosa. Per il resto Verona e l’Arena è la vera grande profonda appassionata speranza, la primavera del mondo.

 

Dalla “Velina” ai Social. Un libro sul cambiamento del giornalismo politico italiano

Diciamo subito che di un libro così, un bilancio e una analisi, compiuti da giornalisti professionisti, su come è cambiato, negli ultimi 25-30 anni, il giornalismo politico italiano, sentivamo la necessità.

Ed è un primo risultato per questo piccolo volume, Raccontare la politica, edito da «ytali», giornale online fondato e diretto da un giornalista politico di grande esperienza come Guido Moltedo.

Il libro risponde a questo bisogno, offrendo una bella carrellata di interviste (13 sono gli interpellati) ad alcuni tra i maggiori cronisti politici italiani.

Il giornalismo politico in Italia ha una grande tradizione. Che oggi, nel tempo iperconnesso della rete, attraversa una fase di grande cambiamento correlato, ovviamente, con quello della politica.

E così che attraverso le 13 interviste viene fuori un quadro problematico del giornalismo politico.

Verrebbe da domandarsi cosa ne penserebbe un gigante come Enzo Forcella. La citazione non è casuale perché proprio lui, nel 1959 sulla rivista Tempo Presente, ne caratterizzava il tratto con pungente ironia (dal titolo emblematico “millecinquecento lettori”):

«Un giornalista politico, nel nostro paese, può contare su circa millecinquecento lettori: i ministri e i sottosegretari (tutti), i parlamentari (parte), i dirigenti di partito, i sindacalisti, gli alti prelati e qualche industriale che vuole mostrarsi informato. Il resto non conta, anche se il giornale vende trecentomila copie. Prima di tutto, non è accertato che i lettori comuni leggano le prime pagine dei giornali, e in ogni caso la loro influenza è minima. Tutto il sistema è organizzato sul rapporto tra il giornalista politico e quel gruppo di lettori privilegiati. Trascurando questo elemento, ci si esclude la comprensione dell’aspetto più caratteristico del nostro giornalismo politico, forse dell’intera politica italiana: è l’atmosfera delle recite in famiglia, con protagonisti che si conoscono sin dall’infanzia, si offrono a vicenda le battute, parlano una lingua allusiva e, anche quando si detestano, si vogliono bene».
Ora, per carità quel tempo è lontanissimo. E, oggi, i “protagonisti” (quei protagonisti di cui parla Forcella) quando si detestano non si vogliono proprio per niente bene. Cioè il livello della politica si è notevolmente abbassato, le classi “dirigenti” non sono all’altezza e quei pochi faticano molto a fare un discorso di qualità politica.

In un quadro così, il mestiere di giornalista politico assume una notevole caratterizzazione etico- politica.

Un tratto però, quello del rapporto tra giornalista politica e gruppo di potere, è ancora presente.

Ed è proprio questo che fa dire a Fabio Martini (giornalista de «La Stampa») nel suo contributo presente in questo libro, che «nella tradizione giornalistica italiana l’elemento di fiancheggiamento del potere politico è stato importante fin dagli albori dell’Ottocento»: «Il Risorgimento», pubblicato a Torino e fondato da Camillo Benso conte di Cavour, portava con sé una doppia cifra, quella giornalistica e quella politica. Lo stesso discorso vale per «Giovine Italia», organo del movimento fondato da Giuseppe Mazzini. Questa connotazione politica degli inizi è restata. «La Repubblica» dal 1976 è un grande e influente giornale, convinto che «informare è importante, ma ancora più importante è far prevalere l’idea del giornale: un’impostazione che ha assunto in alcuni casi toni clamorosi, come nel caso delle dieci domande a Berlusconi. Si tratta di un atteggiamento che si è allargato, con i giornalisti “influencer” che in rete mischiano le informazioni con le opinioni.
Questo però non è il nostro compito: un giornalista dovrebbe aiutare il pubblico a leggere le vicende, non dare la propria personalissima opinione. Da questo punto di vista è deprimente lo spettacolo che i giornalisti offrono nei talk show: prendono parte e tifano. I telespettatori oramai si aspettano – o sono rassegnati – a vederli come parte in gioco. E questo, ahi noi, vale per gran parte dei giornalisti ospiti e dei conduttori. Un disturbo bipolare che conferma un dato di fondo: chi fa informazione politica ha perso credibilità». Martini coglie nel segno, e questo è un problema atavico del giornalismo italiano. Certo, la stagione di Tangentopoli, una stagione breve, è stata vissuta dalla stampa italiana come un periodo in cui la presa della politica sul sistema informativo si allentò. Ed è in questo periodo che nacquero i nuovi format informativi sulla politica. Oggi quell’onda si è esaurita e la sensazione, più diffusa, è quella della ripetitività. E questo non va d’accordo con la qualità.

Il libro è utile, come si diceva all’inizio, per la panoramica che offre dell’evoluzione che vi è stata nel giornalismo politico italiano.

Interessante e gustosa la testimonianza di un decano del giornalismo politico come Giorgio Frasca Polara su Vittorio Orefice, autentica “divinità” del giornalismo politico della Prima Repubblica, le cui “veline” influenzavano più di un giornale (di lui .Giulio Andreotti, scrisse sul Corriere, che era stato “governativo ma mai servile).

Oggi il “pastone” è praticamente scomparso e il giornalista politico rincorre sui social l’ultima dichiarazione del leader politico. Addirittura, tra i politici, c’è chi chiede l’intervista scritta al giornalista e questo non è certo di aiuto per la qualità del prodotto. Sulla questione sono puntuali le osservazioni di Alessandra Sardoni, Maria Teresa Meli e Augusto Minzolini.

Nel tempo della velocità della rete, della spettacolarizzazione della politica, su cui si sofferma Stefano Menichini, c’è spazio ancora per l’approfondimento, come osserva giustamente Marco Di Fonzo, cronista politico di Sky Tg24: «Approfondimento non è solo un programma lungo (e lento) su un singolo argomento. Penso anche a un approfondimento che può stare all’interno di una diretta di due minuti. In altre parole, non racconti solo quanto detto dal politico di turno, ma inquadri le dichiarazioni della giornata, le spieghi in tempo reale a chi ti sta ascoltando. C’è una grande ricerca di senso riguardo a tutti i grandi temi, dalle questioni internazionali all’ambiente, dalle migrazioni all’economia. Se riesci ad essere credibile, la gente ti segue, perché si rende conto che il mondo va molto veloce e non riesce da sola a mettere insieme la valanga di dati e informazioni a disposizione. Le persone faticano a mettere assieme il quadro complessivo di quel che accade e noi possiamo essere un punto di riferimento prezioso». Questo è il giornalismo.

Matteo Angeli e Marco Michieli, Raccontare la politica, Ed. Ytali 2020, pp. 146, €10,00

LO SVILUPPO SOSTENIBILE DEL PAESE NEL CONTESTO EUROPEO. UN DOCUMENTO DI KOINÉ SUI FONDI EUROPEI PER LA RICOSTRUZIONE

Si avvicina il tempo delle scelte che Governo e Parlamento devono fare sul NEXT GENERATION EU, sul MES e sul SURE. Queste misure ci possono mettere concretamente nelle condizioni di far convivere la gestione della pandemia da Covid 19 e l’avvio di un nuovo sviluppo sostenibile del Paese.

L’Europa ha già definito il campo degli interventi di quei tre strumenti e siamo molto d’accordo che non vadano considerati dei salvadanai dai quali si dà poco o tanto a tutti, senza selettività. Il compito degli Stati è appunto quello di favorire progetti privati e pubblici che alzino la qualità delle produzioni, dei servizi e del lavoro. Con questa iniziativa, vogliamo individuare concreti obiettivi, vere scelte di priorità, decisivi strumenti di gestione trasparente, efficace e rapida di queste enormi risorse e così evitare il rischio di non utilizzare al massimo questa opportunità storica.

Su questo  tema l’Associazione Koiné (che raggruppa intellettuali, sindacalisti ed economisti) ha organizzato un webinar, che si è tenuto nella giornata di ieri,che ha visto la partecipazione di esperti di rilievo. IL seminario, coordinato da Raffaele Morese (Presidente di Koiné), è stato molto partecipato. Molti sono stati gli interventi, ricordiamo quelli di : P.P. Baretta (Sottosegretario MEF), R. Prodi* (già Presidente Commissione Europea),  P. Albini (Confindustria), E. Amiconi (Fondaca), P.P. Bombardieri (UIL), E. Cipolletta (Assonime), V. Colla (Regione Emilia Romagna), S. Cofferati (Sinistra Italiana), C. De Vincenti (Merita), G. Legnini (Commissario Aree Terremotate Centro Italia), M. Messori, T. Nannicini (PD), L. Sbarra (CISL), T. Scacchetti (CGIL), G. Vacca. .

Di seguito pubblichiamo il testo con le proposte programmatiche di Koiné.

 

 Dopo il referendum sul taglio dei parlamentari e le elezioni in 7 Regioni e in molti Comuni, l’attenzione degli italiani è tutta concentrata sulla nuova emergenza sanitaria. Ma nello stesso tempo si avvicina il tempo delle scelte che Governo e Parlamento devono fare sul NEXT GENERATION EU, sul MES e sul SURE che si aggiungono ai Fondi Strutturali (35 MD non ancora spesi). Queste misure ci possono mettere concretamente nelle condizioni di far convivere la gestione della pandemia da Covid 19 e l’avvio di un nuovo sviluppo del Paese. Esso non deve essere caratterizzato dall’assistenzialismo. Ma va finalizzato sia a trasformare in meglio quantità e qualità delle produzioni, dei servizi e del lavoro, sia a ridurre sul serio il divario socio-economico tra Nord e Sud.

L’Europa ha già definito il campo degli interventi di quei tre strumenti e siamo molto d’accordo che non vadano considerati dei salvadanai dai quali si dà poco o tanto a tutti, senza selettività. Il compito degli Stati è appunto quello di definire priorità nei confini prefissati a scala europea. Questi non possono essere sottoposti a revisione periodica, a ritardi operativi ma neanche condizionati a scapito del rispetto dei diritti umani e democratici che sono a fondamento della costruzione dell’Unione europea.

Ci giochiamo il presente e il futuro dell’Italia, mettendo alla prova la sua classe dirigente politica, economica e sociale. Al di là della drammaticità pandemica, che va gestita con sempre maggiore competenza e tenacia, gli italiani ora vogliono che, con la stessa capacità, se non meglio, si guardi con lungimiranza allo sviluppo e non ci si limiti alla mera sopravvivenza dell’esistente e al sovranismo dell’autarchia.

Di conseguenza, individuiamo 4 obiettivi:

  • Rimanere agganciati all’Europa per rifondarla come entità politica sovrana, capace di federare Stati che possono mantenere la propria identità senza metterla continuamente in contrapposizione con la scelta europeista di fondo.
  • Stabilire per legge che le risorse europee relative ai tre strumenti siano destinate per i 2/3 dell’intero ammontare alle attività produttive, alle grandi infrastrutture ecosostenibili e al Mezzogiorno.
  • Favorire la compartecipazione delle aziende italiane alla creazione di campioni tecnologici europei, in grado di competere alla pari con altre potenze industriali nel mondo globalizzato.
  • Assicurare l’equilibrio tra innovazione tecnologica, tutela ambientale, efficienza organizzativa e impatto di genere, alta qualificazione degli occupati e riduzione del divario Nord/Sud.

Inoltre, proponiamo 7 scelte di priorità:

  1. a) – la ricerca di base, per consentire la compartecipazione sempre più estesa a scala europea dei nostri centri di ricerca pubblica, procedendo anche ad una razionalizzazione e unificazione degli enti esistenti, in una unica Agenzia Strategica. Senza ricerca di base, non si fanno neanche ricerche applicate pubbliche e private, per cui diventa sempre più debole il contributo che i ricercatori italiani possono dare al sistema produttivo e urbano e quindi costretti ad andare all’estero.
  2. b) – l’ecosostenibilità, per la messa in produzione dell’energia a idrogeno e per abbattere completamente le emissioni di CO2 con priorità agli impianti produttivi e strutture territoriali energivori (climatizzazione calda e fredda, mobilità sui grandi percorsi e urbana, agricoltura e zootecnia). A questo scopo, va estesa la normativa dello sgravio del costo complessivo dell’investimento del 110% ai progetti pubblici e privati, capaci di produrre effettivi risultati entro i prossimi 10 anni.
  3. c) – la digitalizzazione, con la costituzione della Rete Unica Pubblica, estesa a tutto il territorio nazionale, attraverso la quale realizzare in via prioritaria una unificazione accelerata delle piattaforme digitali della Pubblica Amministrazione centrale e periferica in modo che si accresca la trasparenza (anche per combattere meglio mafie e criminalità), si abbatta l’evasione fiscale in modo significativo e possano dialogare velocemente assicurando ai cittadini un vero sportello unico; ovviamente, va messo in campo un ampio programma di alfabetizzazione dei cittadini e dei lavoratori per familiarizzare con i nuovi linguaggi.
  4. d) – l’innovazione tecnologica, con la modulazione dei finanziamenti tecnologici e organizzativi, già impostati con Industria 4.0, in relazione agli effetti sull’occupazione diretta e indotta dei progetti presentati; qualora questi prevedessero il ricorso ai contratti di solidarietà attivi e passivi, vanno destinati contributi aggiuntivi.

e)- la riqualificazione professionale di eventuali esuberi occupazionali non riassorbibili dalle aziende, assicurando anche agli adulti in età avanzata il ricorso alla formazione professionale e in ogni caso la tutela reddituale a ciascun lavoratore fino a nuovo lavoro acquisito, con una trasformazione del SURE in un programma di medio periodo.

f)- le infrastrutture materiali che rappresentano un investimento insostituibile a tutti i livelli istituzionali, specie per quanto riguarda sia la messa in sicurezza del territorio a partire dalle aree terremotate e dal sistema delle acque, sia l’adeguamento delle strutture scolastiche per assicurare a tutti gli studenti parità di condizioni nell’apprendimento.

  1. g) – la sanità, per la quale la dotazione per l’Italia, già predefinita dalla Commissione Europea con il MES, va utilizzata appieno e redistribuita alle Regioni per investimenti strutturali in tecnologie avanzate, in ambienti adeguati, in risorse umane sempre più qualificate.

Infine, indichiamo 3 modalità di gestione delle risorse:

1 – l’istituzione di un Alto Commissariato che, per tutta la durata del NEXT GENERATION, del MES e del SURE consenta una gestione trasparente, rapida e coordinata – sulla base delle direttive del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’economia – dei progetti presentati, accolti e validati anche dalla Commissione Europea, al fine di realizzarli nei tempi e nei modi convenuti.

2 – la costituzione di una Agenzia Nazionale o la ridefinizione della missione dell’ANPAL per la realizzazione della mobilità da posto di lavoro a posto di lavoro degli adulti esuberanti come da punto e.

3 – tutti i progetti presentati per ottenere i finanziamenti europei devono essere corredati da un parere motivato delle OO.SS. maggiormente rappresentative dei lavoratori interessati.

 

Koiné ritiene che la concretizzazione di questi 14 punti possono contribuire a caratterizzare la qualità dello sviluppo futuro del nostro Paese, a far uscire dal tatticismo la discussione pubblica, a mantenerci in sintonia con quanto si sta ipotizzando da parte degli altri Paesi europei.

09/11/2020

“Il liquido amniotico del filantropocapitalismo è la diseguaglianza". Intervista a Nicoletta Dentico

Con le loro fondazioni dominano il mondo. Sempre più potenti sono le
fondazioni dei moderni “filantropi”, ma sarebbe meglio definirli
“filantropicapitalisti”. I loro nomi? Sono i soliti Gates,
Tuner, Zuckeberg. Senza dimenticare i Rockefeller. Il “turbocapitalismo”
trova, così, altri spazi di dominio. Ma quali sono i nuovi ambiti in cui
esercitano il loro potere di influenza politico e sociale? Ne parliamo con
Nicoletta Dentico, giornalista d’inchiesta, autrice di un saggio, molto
documentato, appena uscito in libreria: “Ricchi e buoni? Le trame oscure del
filantrocapitalismo” (Editrice Emi, pagg. 288, Euro 20). Nicoletta Dentico, è
esperta di cooperazione internazionale e diritti umani. Ha coordinato in Italia
la Campagna per la messa al bando delle mine vincitrice del Premio Nobel
per la Pace nel 1997, e diretto in Italia Medici Senza Frontiere con un ruolo
importante nel lancio della Campagna per l’Accesso ai Farmaci Essenziali.
Cofondatrice dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (Oisg), ha
lavorato a Ginevra per Drugs for Neglected Diseases Initiative, e poi per
l’Organizzazione mondiale della sanità. Dal 2013 al 2019 è stata consigliera
di amministrazione di Banca Popolare Etica e vicepresidente della
Fondazione Finanza Etica. Dirige il programma di salute globale di Society for
International Development (Sid).

Nicoletta, è davvero molto interessante il tuo libro. È una autentica
radiografia del turbocapitalismo contemporaneo. Infatti sotto la
“filantropia” c’ è un preciso disegno economico-culturale e quindi
anche politico… È così?
Distinguerei fra filantropia tout court e filantrocapitalismo, che è la fattispecie
di strategia filantropica che il mio libro vuole illuminare. Che cos’è, il
filantrocapitalismo?  E’ un modello operativo con cui i ricchi imprenditori del
mondo industrializzato riescono a intrecciare la loro azione imprenditoriale
con la azione umanitaria, ovvero l’ideazione di “un’azione del bene” – diciamo
così – che serve in buona sostanza ad oliare gli ingranaggi delle imprese,
industrie multinazionali perlopiù, per favorire la loro progressiva penetrazione
e influenza nei luoghi delle decisioni politiche, a livello internazionale.  Nella
logica del filantrocapitalismo scompare il discrimine tra mondo profit e mondo
non profit, anzi la lotta alla povertà diventa un approccio nuovo ed efficace ad
assicurare la massimizzazione del profitto. I ricchi filantrocapitalisti sono
convinti infatti che il mercato sia la sola soluzione alle sfide del pianeta e alle
esigenze di miglioramento sociale che riguardano gran parte della
popolazione mondiale. Da vincitori della globalizzazione, in un ordine
economico che divide il mondo sempre di più tra sommersi e salvati, i ricchi
filantropi  si sono messi a gestire anche i poveri con traiettorie che quasi mai intaccano, anzi talvolta persino rafforzano, le dinamiche di ingiustizia che
governano il mondo. Ma il potere dei loro soldi ha una capacità di seduzione
senza pari, anche nei confronti della politica.

Vediamo le origini del fenomeno. Lo sappiamo che in sé la “filantropia”
esprime “amore per l’umanità”. Ma è nel contesto americano drlla fine
dell’ottocento e i primi del novecento, con Carnegie e Rockefellerr, che
la filantropia esegue la sua mutazione “genetica” : diventa “amore”
calcolato. Come si sviluppa la loro “filantropia”?
La consuetudine del “dono” come meccanismo sociale di relazioni  risale agli
albori della storia umana, come ci ha spiegato il sociologo francese Marcel
Mauss, ed è una azione sociale che investe molti ambiti della vita, da quella
affettiva e religiosa a quella economica. La nascita invece della filantropia
organizzata, delle prime fondazioni che strutturano e professionalizzano la
beneficienza risale alla prima industrializzazione in America, che coincide con
la costruzione di una nazione dalla natura profondamente oligarchica. Il
nuovo capitalismo industriale della fine dell’800 favorisce il repentino sviluppo
di  grandi fortune legate alla costruzione di ferrovie e strade, alle estrazioni
petrolifere, alla nascita dell’industria dell’acciaio. I Rockefeller e i Carnergie –
pur nella differenza delle loro storie – sono i due grandi plutocrati apripista.
Arricchitisi grazie ai loro monopoli industriali – nel settore del petrolio
(Standard Oil) e dell’acciaio (Carnegie Steel Company) rispettivamente – i
due tycoon decisero di mettere in campo una parte delle loro fortune per
compensare la immagine di imprenditori senza scrupoli, ma soprattutto  per
neutralizzare le spinte di rinnovamento sociale che premevano da parte delle
classi sociali sfruttate e poco pagate. Insomma, una forma nuova di
bipolarismo tra capitalismo sfrenato alla ricerca di profitti, e paternalistica
beneficienza con il denaro spietatamente ammassato. Il Vangelo della
Ricchezza, il libro di Carnegie del 1889 che spiega questa strategia, è un vero capolavoro in questo senso, e servirebbe anche per capire i filantropi più moderni.

Tornando al filantropocapitalismo tu affermi che alla base c’è
l’ottimismo del win-win. Cosa vuol dire?
L’ottimismo del win-win (vincono tutti, per intendersi) deriva dalla convinzione
che il metodo imprenditoriale sia il miglior veicolo del miglioramento umano.
Con le erogazioni e soprattutto gli investimenti a favore dei poveri, è possibile
per le fondazioni filantropiche far approdare le loro imprese di riferimento in
paesi comunque non ancora colonizzati e dunque promettenti, grazie a molte
facilitazioni fiscali, o addirittura con fondi pubblici quando si tratta di
programmi internazionali di sviluppo. Vincono i poveri, e vincono i ricchi. La
logica win-win è semplice: se i poveri vengono trasformati in consumatori ,
non saranno più emarginati, perché alla fine anche loro staranno sul mercato.
E da clienti possono riconquistarsi la loro dignità.

Una delle frasi più importanti del tuo libro è : “la diseguaglianza è il
liquido amniotico del filantropocapitalismo”. Questa, secondo me, è la
chiave di lettura di tutto il libro. Alla fine l’opera del
filantropocapitalismo è la perpetuazione delle grandi differenze sociali.
È così?
Certo. Questa forma di filantropia strategica, e vorrei dire egemonica, è al
tempo stesso un effetto della deregolamentazione dell’economia e delle
finanza, e quindi un sintomo di un sistema capitalistico generalmente inadatto
e indisponibile a redistribuire le ricchezze da un lato. Ma è anche una
garanzia di mantenimento del potere finanziario, in un campo di gioco senza
regole. Sappiamo che i soldi parlano. Sappiamo che la concentrazione di
ricchezza nelle mani di pochissime persone – un fenomeno che ha raggiunto
livelli mai visti prima nella storia – implica la affermazione di un potere che è
in grado di soppiantare anche la sfera politica. Inoltre non dimentichiamo che la azione filantropica, soprattutto quando si parla di grandi fondazioni
miliardarie, è uno degli escamotage di
agevolazione fiscale più robusti che si possano immaginare. E dunque il
paradosso è che sono i cittadini che pagano le tasse a sovvenzionare i
filantropi senza aver voce in capitolo sulle loro scelte, invece di destinare quei
soldi alla fiscalità generale degli stati.

Facciamo qualche nome: Gates, Turner, i Clinton, Zuckerberg, Soros
ecc. Fanno riferimento agli USA e in Europa?
In effetti mi sono occupata perlopiù di filantropi americani, perché è lì che il
fenomeno del filantrocapitalismo si è affermato con maggior vigore e capacita
di ramificazione negli ultimi 20 anni. Ma il fenomeno filantropico sta dilagando
ovunque, si contano oltre 200.000 fondazioni nel mondo, 85.000 delle quali
sono insediate in Europa. Alcune delle realtà più affermate di
filantrocapitalismo in salsa europea sono quelle delle fondazioni di impresa
(corporate foundations), che sono nate negli ultimi anni, sulla scorta degli
Obiettivi del Millennio e ora con gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile delle
Nazioni Unite. Penso alla Stiching INGKA Foundation, creata nel 1982 da
Ingvar Kamprad, il miliardario svedese che ha fondato IKEA; alla Nestlé
Foundation, che ha aperto anche un suo dipartimento salute (Nestlé Health
Service); la Welcome Trust in Gran Bretagna, che si occupa di ricerca
scientifica; la Robert Bosch Stiftung; la Vodafone Foundation, ramificata in
quasi tutti i paesi europei.

Parli molto di Gates e un pò di Soros. In cosa si differenzia Soros
rispetto agli altri?
Soros non persegue una agenda filantrocapitalista nel senso tecnico del
termine. George Soros con la sua Open Society Foundations persegue una
agenda di promozione dei diitti civili, non partecipa ai processi internazionali
delle Nazioni Unite e la sua filantropia non si porta dietro la interazione strutturale con il settore privato, come invece fanno Gates, Zuckenberg,
Clinton e altri. Soros è un filantropo iconoclasta, non per nulla i settori che
maggiormente sostiene riguardano i fenomeni migratori e le questioni sulla
proprietà intellettuale. Insomma, Soros è tutta un’altra storia!

Con la potenza del denaro riescono a condizionare Stati ed
Organizzazioni internazionali (ONU). Un esempio è la presenza
tentacolare della Fondazione di Gates. Anche qui ha avuto fiuto….dove
si sviluppa il suo progetto filantropico?  Ci sono conflitti di interesse
con Microsoft?
Mutuando da Umberto Eco, potremmo definire Bill Gates l’Ur-filantropo. Il più
iconico, il più ricco, il più potente, il più intrusivo. Anche quando l’OCSE fa la
mappatura della filantropia, lascia da parte Gates perché la storia della sua
fondazione è un capitolo a parte. Gates sviluppa il suo progetto filantropico in
ogni ambito della vita umana. Il suo percorso è iniziato nel campo della
salute, e io mi sono confrontata con la sua fondazione su questo terreno. Ma
si occupa di nutrizione e agricoltura con il progetto di Rivoluzione Verde in
Africa, di cui parlo nel mio libro, insieme alla Rockefeller Foundation, si
occupa di cambiamenti climatici, di modelli di inclusione finanziaria, di
educazione (soprattutto in America), di ricerca scientifica, di politiche nel
campo dell’energia. E’ praticamente impossibile sfuggire al suo raggio di
azione. La storia di Microsoft e della sua Fondazione vanno di pari passo da
parecchio tempo, soprattutto nel campo della agricoltura in Africa questo
intreccio si è molto rafforzato come tento di raccontare nel mio libro. La spinta
alla digitalizzazione che COVID19 ha imposto al mondo non farà altro che
accelerare e irrobustire i fenomeni di interazione tra le attività di Microsoft e
quelle della Fondazione Gates.

Continuiamo a parlare di Gates. Sappiamo che è molto interessato alla
ricerca sul vaccino anti Covid. Come si intrecciano le cose?
Bill Gates nel 2015, dopo lo scoppio di Ebola in Africa, fece confluire a
Seattle importanti esponenti della comunità scientifica per la definizione di
scenari sanitari. In quella occasione fu annunciato che un patogeno molto
contagioso sarebbe arrivato prima o poi, ed era solo una questione di tempo.
Da quel momento la sua fondazione ha irrobustito gli investimenti nelle
industrie farmaceutiche e soprattutto biotech. In America, in Europa, in Cina.
Dunque, al momento dell’arrivo di Covid19, Gates era probabilmente l’uomo
più preparato per organizzare la rete internazionale di industrie di cui è
importante investitore. Anche perché è sempre Gates che ha creato le entità
pubblico-private più accreditate ormai nella orchestrazione di ricerca e
produzione di vaccini nel mondo:  la Global Alliance for Vaccine Immunization
(GAVI) e la Coalition for Epidemic Preparedness Innovation (CEPI) . Quindi possiamo dire che è lui il kingmaker della partita che riguarda i vaccini, e la
loro distribuzione nei paesi del sud del mondo.

Approfondiamo, ancora, un poco la vicenda dei vaccini anticovid. Le
grandi multinazionali come Pfizer, per esempio, sono coinvolte. Una
delle battaglie è quello sul vaccino come Bene comune. Non sarà facile
agli Stati imporre questo status. Qual è il tuo pensiero?
Certo la partita dei vaccini poggia su moltissimi progetti di ricerca – non se ne
sono mai visti tanti in un solo periodo temporale – ma su poche realtà
industriali. Non dobbiamo dimenticare che prima di Covid19 l’85% della
produzione di vaccini dipendeva da 4-5 aziende al masssimo. I  governi
occidentali hanno finanziato la ricerca per il vaccino con imponenti contributi
pubblici (16 miliardi di euro la CE, 11 miliardi di dollari gli USA) ma senza
porre alcuna condizione all’industria farmaceutica quanto a prezzi, strategie
di accesso, trasparenza degli studi clinici. E mentre i leader politici
continuano a parlare di vaccino bene comune, le aziende brevettano le
innovazioni di know how e prodotti scoperti anche grazie a un finanziamento
pubblico senza precedenti.
L’emergenza sanitaria prodotta dal nuovo coronavirus richiede – come mai
prima – condizioni di accesso rapido a tutti gli strumenti medicali, inclusi i
prodotti farmaceutici come  diagnostici vaccini e  farmaci, per la prevenzione
del contagio e la cura delle persone malate. La perdurante scarsità di prodotti
medicali che colpisce soprattutto – ma non solo – i paesi a basso e medio
reddito mette in grave pericolo la vita del personale sanitario nel mondo,
determina il decesso di un numero significativo di lavoratori essenziali,
prolunga la pandemia. Per questo in questi giorni siamo impegnati in una
campagna di raccolta firme che chiede al governo italiano di sostenere la
richiesta di India e Sudafrica all’Organizzazione Mondiale del Commercio di
sospendere tutti i diritti di proprietà intellettuale in materia di prodotti
farmaceutici e medicali, durante la pandemia di Covid19.  Sarà una battaglia
durissima, le aziende private e i governi occidentali si oppongono e non vogliono sentire storie, ma smuovere le acque in questo ambito potrebbe
aprire il varco al nuovo normale che dovremo costruire una volta che il
contagio sarà finito.

Torniamo ancora al filantropocapitalismo. Qual è il suo rapporto con la
democrazia?
Il filantrocapitalismo per natura e per cultura non si occupa di democrazia,
casomai usa il potere dei soldi per dirottarla e neutralizzarla. Ce lo dicono
senza equivoci le storie che ho raccontato nel libro. Lo avevano capito bene i
politici americani alla fine dell’800, il rapporto di tensione e contrasto tra
democrazia e filantropia. Peccato che le classi politiche del mondo
contemporaneo non abbiano la stessa consapevolezza di sé e della loro
responsabilità nei confronti delle costituzioni democratiche.

Per i sovranisti Gates e Soros sono i grandi nemici. Eppure anche loro, i
sovranisti, hanno le loro fondazioni. È così?
Certo che anche i sovranisti hanno le loro fondazioni e le loro filiere
filantropiche che li sostengono. Nelle loro incarnazioni contemporanee, le
fondazioni rispondono talvolta quasi esclusivamente all’esercizio del potere.
Abbiamo per esempio sentito parlare dalla inchieste giornalistiche dei miliardi
di euro che sono arrivati ai sovranisti europei da una congiuntura di donazioni
di fondazioni di estrazione rigidamente conservatrice americana, in alleanza
con finanziamenti di miliardari russi vicini a Putin, entrambi interessati ad
erodere lo stato di diritto nel nostro continente. Fondazioni che hanno trovato
sponde anche in circoli molto conservatori della Chiesa cattolica, e che tanto
per stare nelle nostre vicinanze hanno permesso a Steve Bannon di
esercitare la sua azione di influenza strategica da una abbazia del centro
Italia. Cose dell’altro mondo!

Arriviamo al termine del nostro colloquio. È possibile una vera
filantropia?
Credo che la vera filantropia, ovvero in senso etimologico l’unico vero amore
per l’umanità, è quello che passa attraverso il cammino della uguaglianza, la
libertà e la democrazia. E’ quello che riconosce a tutti e tutte la medesima
dignità.

Le quattro sfide di Biden

Come si muoverà Joe Biden nello scacchiere internazionale? Quali saranno i suoi rapporti con le potenze mondiali? Quali le sue priorità? Ne parliamo, in questa intervista, con il professor Vittorio Emanuele Parsi, Ordinario di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano.
Professore, il risultato delle presidenziali americane, per qualche osservatore italiano, rappresentano una sorta di “25 Aprile per l’America e per il mondo” . Che mondo ci ha lasciato Trump?

Professor Vittorio Emanuele Parsi

L’effetto più devastante di quattro anni di presidenza Trump è stato aver legittimato e amplificato un clima di scontro permanente e di ridicolizzazione della verità. È la tossina peggiore che può essere inserita nel corpo di una democrazia, in grado di staccare la carne della società dallo scheletro delle sue istituzioni, come un botulismo della politica. Trump ne ha fatto un uso massiccio e crescente, a mano a mano che il dilettantismo e l’incompetenza della sua azione veniva amplificata dalla magnitudine dei problemi che non riusciva ad affrontare.
Veniamo al Presidente eletto, Joe Biden. Quale sarà la prima mossa, secondo Lei, che farà per ridare credibilità agli USA nello scenario internazionale? O pensa, invece, che per prima cosa proverà a pacificare la società americana?

Le due cose vanno insieme, per molti aspetti. Ma la priorità è ovviamente alla dimensione domestica. Se vorrà riuscire a essere il presidente di tutti gli americani, Joe Biden dovrà dimostrare di non essere “un uomo per tutte le stagioni”. Le sfide che lo attendono sono talmente gigantesche che soltanto una leadership salda ed efficace potrà produrre la riunione sotto una sola bandiera di una nazione lacerata. Queste sfide si chiamano, rispettivamente: disintossicazione della società dal mix esplosivo di sovraeccitazione e bugie che hanno caratterizzato questa stagione; gestione responsabile della pandemia; riequilibrio dell’economia; rilancio della leadership americana nel mondo.
Parliamo dei nodi strategici (Unione Europea, Russia, Cina, Medio Oriente, Israele e Africa). I leader europei (quelli non sovranisti) hanno tirato un sospiro di sollievo. C’è da sperare in un rilancio della alleanza con l’Europa?  Cosa potrà concedere?

Il problema non è la concessione, ma la consapevolezza che la grandezza di un Paese, come di un essere umano, dipende dalla qualità delle relazioni che ha con gli altri.

In che senso?

L’America è stata grande quando è stata la leader del mondo libero e un esempio per gli altri. Il recupero di questa “tradizione”, la tradizione del secolo americano per noi europei è la migliore garanzia.
Nei confronti del protagonismo di Putin come si porrà?

La Russia perde il suo miglior interlocutore. In ogni caso la tradizione democratica recente è di forte diffidenza verbo la Russia. Poi, intendiamoci, la Russia ha ben maggiori problemi. Il rinsaldarsi della relazione con UE e dentro la NATO ovviamente riduce lo spazio di manovra di Mosca.
Sulla Cina  ci sarà un approccio pragmatico?

Cina e USA sono ormai su una rotta di confronto. Ma si può impedire che questo degeneri in un conflitto (sia pure non armato). Certo la politica di Biden si attende meno erratica e provocatoria. Ma con i dazi, il deficit commerciale USA verso la Cina è aumentato…

Medio Oriente e Israele. Sappiamo che Trump era tutto schiacciato su Beniamin Netanyahu. Che con Trump si è reso protagonista della politica cosiddetta “Pace di Abramo”. Dimenticando, così, i palestinesi i. Ci saranno novità?

Questo è il quadrante più complicato. Netanyahu è ben consapevole di aver perso “il miglior amico di Israele”. Del “suo” Israele, intendiamoci. Ma Biden non potrà facilmente recedere dal trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e dal riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture siriane del Golan. Sugli insediamenti illegali e illegittimi dei coloni israeliani nei territori palestinesi occupati (dal 1967) potrebbe invece esserci un cambiamento. Così come sul finanziamento alle autorità palestinesi e alle agenzie ONU che consentono al popolo palestinese di sopravvivere.

Su Erdogan e Iran?  Su Erdogan sarà più duro?

Biden è stato l’artefice del JCPOA e della fine dell’ostracismo dell’Iran. Tenterà di ristabilire un accordo con l’Iran, sia pure a condizioni diverse dal vecchio trattato. Sarà probabilmente disponibile ad aiutare economicamente Tehran, in cambio  di maggiori rassicurazioni sui suoi programmi missilistici e tecno-nucleari. Con Erdogan possiamo aspettarci minor condiscendenza e maggior contrasto alla sua disinvolta politica di espansione regionale.

L’Africa può tornare ad essere strategica per gli Usa?

Non più di quanto lo sia stata negli ultimi anni. Sarà importante per stabilizzare il continente in chiave di contrasto all’islamismo estremista e all’espansionismo cinese.

All’Italia ridarà un ruolo di interlocutore privilegiato?

No. Ma l’Italia si può solo avvantaggiare di un. Presidente USA favorevole al multilateralismo, alle istituzioni internazionali, alla UE.  il ritorno degli USA a una politica dia attenzione transatlantica e non ostile alla UE semplifica la nostra politica estera.

Insomma con Biden torna il multilateralismo? 

Biden ha annunciato in un programma di interventi pubblici e di nuova regolamentazione dell’economia persino superiore a quelli presenti nel programma di Obama. È la sola rotta percorribile, per quanto ardua, affinché gli Stati Uniti possano tornare a essere il Paese leader delle democrazie. Le angosce che hanno gonfiato le vele di populismo e sovranismo rimangono tutte. E devono essere affrontate senza illudersi che un ritorno al passato sia la soluzione. Una globalizzazione meno selvaggia, un mercato più inclusivo ed equo, uno sviluppo più attento alla salvaguardia del pianeta, una società che non mortifichi qualità e aspirazioni della sua metà femminile: sono tutti obiettivi più a portata di mano con l’America che senza l’America o contro l’America. Ecco perché la vittoria di Joe Biden è stata accolta con tanta soddisfazione da tutti i leader europei. Da sola non basterà a rimettere in carreggiata multilateralismo e internazionalismo liberale, né risolverà magicamente i problemi ambientali. Neppure cambierà la realtà di una crescita relativa del ruolo cinese nel mondo o delle tensioni esplosive del Medio Oriente: ma ci fa guadagnare tempo, ci fornisce rassicurazioni sul metodo e sulla responsabilità con cui Washington si muoverà nei prossimi quattro anni. Ci offre, in sintesi, maggiori speranze di successo.