“L’anno 2019 è stato l’anno dell’emancipazione politica del premier Conte”. Intervista a Fabio Martini

 

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte interviene alla Camera dei Deputati (LaPresse)

Con questa intervista a Fabio Martini, cronista parlamentare del quotidiano “La Stampa”, facciamo un bilancio dell’anno che sta per finire  provando ad immaginare, anche,  i possibili sviluppi.

Fabio Martini, tra poche ore si chiude il 2019. Proviamo a fare un bilancio della politica italiana. Per cominciare partiamo dal Premier. In conferenza stampa è apparso tonico. Possiamo dire che il 2019, tra l’altro, è stato l’anno della emancipazione, o maturazione, politica di Giuseppe Conte?

In una stagione come quella che sta attraversando l’Italia, si può diventare Presidenti del Consiglio per caso, ma per restare un anno e mezzo a palazzo Chigi in una fase instabile ed emotiva come questa, serve stoffa. Il professor Giuseppe Conte ha percorso esattamente questo tragitto: è approdato casualmente ai piani alti della politica, ma ci è restato perché ha dimostrato di avere doti politiche per nulla scontate. Nella seconda metà del 2018 Conte ha preso le misure, parlando pochissimo, tenendosi lontano dai bagni di folla, distillando le sue apparizioni sui Social, disertando i talk show e prendendo dimestichezza con i dossier. Ma nel 2019 ha cambiato approccio. Nei primi sette mesi dell’anno, la litigiosità tra Salvini e Di Maio gli ha consentito via via di “esporsi”, assecondando la nascita di un “personaggio” sorridente, ansiolitico e competente. E’ riuscito a sopravvivere alla crisi di agosto, che avrebbe potuto cancellarlo dalla scena politica, per una ragione più forte di altre: per Pd e Cinque stelle era difficile trovare un presidente del Consiglio che rispondesse alla sua duttilità. Così capace di interpretare con professionalità l’incarico di avvocato di due cause così diverse. Sì, il 2019 è stato l’anno dell’emancipazione dai Cinque stelle e della maturazione, perché – per dirne solo una – un conto è incontrare i grandi della Terra per la prima volta, altro è rivederli ripetutamente.

Quale è stata la qualità che gli ha consentito di reggere una “barca”, non certo robusta, che fatica a trovare una direzione unitaria?
Un mare politico così tempestoso come quello che si è agitato tra il maggio 2018 ed oggi non si vedeva da anni e Conte è riuscito ad evitare che la barca naufragasse essenzialmente per tre ragioni: una sapienza politica evidentemente innata e accoppiata ad un’ambizione fortissima; una cultura giuridica che gli ha consentito di risparmiarsi infortuni legislativi, quasi inevitabili per un novizio come lui. La capacità di guadagnarsi la fiducia dei poteri forti, interni e internazionali, forze assai diverse tra loro. Uno Zelig dotato del talento “giusto” per interpretare questo ruolo, in una stagione nella quale la coerente visione del mondo non è l’attitudine più ricercata. Ma dovendo sintetizzare la virtù che gli ha consentito di tenere la barca, si potrebbe dire che è il personaggio che, a sorpresa, ha rivelato maggiore qualità politica rispetto agli altri leader di questa stagione. Tutti leader-follower, ma tra questi Conte ha dimostrato una professionalità che ne fa il più capace, in una stagione povera di classe dirigente.

Veniamo al governo, provando a dargli un voto, per carità provvisorio, che sintetizzi il suo operato, che voto daresti? Quali sono i risultati, oltre al blocco dell’Iva, che può mettere in “vetrina”?
La domanda ci sta, la risposta in questo caso deve essere interlocutoria in termini di voto. In termini di misure e provvedimenti siamo ancora in attesa di un segno forte e sinora l’unico effetto non misurabile ma palpabile riguarda la psicologia collettiva: Matteo Salvini aveva puntato sulla maieutica dei sentimenti: tirar fuori l’aggressività che ognuno di noi tiene sotto controllo. Questo governo è meno aggressivo e di conseguenza anche gli italiani sono portati a tenere sotto controllo questa pulsione.

Continuiamo con il governo. Sappiamo, però, che le insidie per il “Conte 2” sono tante: le elezioni regionali in Emilia-Romagna e quelle calabresi, la giustizia, la legge elettorale, il Caso Gregoretti, il referendum sul taglio dei parlamentari, le crisi aziendali.. Davvero un territorio molto minato, qual è il pericolo più grosso?
Le elezioni in Emilia-Romagna. Ci sono diversi risultati che risulterebbero destabilizzanti. Ovviamente una sconfitta del Pd. Ma paradossalmente altrettanto destabilizzante sarebbe anche il risultato al momento più probabile: una vittoria(netta!) del Governatore uscente, Stefano Bonaccini, e un risultato molto deludente dei Cinque stelle. Gli altri problemi sono tutti governabili.

Ragioniamo in prospettiva, sempre tenendo conto dell’estrema aleatorietà della politica italiana, vediamo , in sintesi, i possibili sviluppi per le principali forze politiche italiane.. Incominciamo dai 5Stelle… La vicenda delle dimissioni di Fioramonti da ministro è un ulteriore segnale del Caos che regna nei pentastellati.. Domanda : il 2020 sarà l’anno più pericoloso per i 5 Stelle?
Assolutamente sì. Sta venendo a maturazione la fisiologica contraddizione tra un movimento nato e cresciuto come anti-sistema e che una volta arrivato al potere, si scopre senza una cultura di governo. O meglio senza una gran voglia di averla. Ma poiché il lievito che teneva assieme elettori ed eletti era quello genericamente antagonista, è altrettanto fisiologico che affiorino sensibilità (per comodità chiamiamole di destra e di sinistra) che erano rimaste “affogate” dalla principale. L’implosione dei Cinque stelle è l’unica vera mina che può esplodere e far saltare il governo.

Veniamo al PD. Un partito in cerca di una identità. Pensi che il 2020 sarà l’anno, salvo clamorosi eventi negativi, di un maggior protagonismo politico per il PD (un qualche segnale in questa direzione Conte nella Conferenza stampa lo ha mandato)…
Dopo l’”emigrazione” a Bruxelles di Paolo Gentiloni, a guidare il Pd sono rimasti in due – Nicola Zingaretti e il capo delegazione al governo Dario Franceschini – che coltivano una naturale vocazione al quieto vivere. Certo, dopo un’iniziale e plateale acquiescenza, entrambi hanno capito che con i Cinque stelle è più produttivo farsi sentire, ma per vocazione si fanno vivi quando proprio non ne possono fare a meno. O a cose fatte. Come nel caso della prescrizione. La conferenza programmatica di Bologna, che aveva fatto registrare qualche segnale identitario, è esemplare: è tutto caduto nell’oblio. A cominciare dalla bella relazione di Fabrizio Barca, che era ricca di spunti per una moderna sinistra di governo. Non se ne è saputo più nulla. Ma una resipiscenza identitaria è fatale che si manifesti: se dopo aver contrattato l’Agenda 2000, i Cinque stelle dopo qualche mese dovessero ricominciare ad essere inquieti, a quel punto il Pd sarà spinto a trarne le conseguenze.

Matteo Renzi sembra in sofferenza. Sappiamo quanto sia importante per Renzi il potere. È questo può rappresentare un pericolo per Conte. Come sarà il 2020 di Renzi?

Per Matteo Renzi la cosa più importante è esserci, sempre e comunque. Il potere è un mezzo per continuare a pesare. In questo senso la stella polare di Renzi è rappresentata dalla consistenza dei suoi gruppi parlamentari. Con i Gruppi Renzi può continuare a condizionare la politica italiana: mantenere – o non compromette più di tanto – quella dote in nuove elezioni, sarà la stella polare di Renzi nel 2020. Ciò detto, i tanti errori che ne hanno compromesso la carriera e bloccato l’ascesa, non hanno cancellato la qualità politica di Renzi, quel mix di intuito, velocità, decisionismo, conoscenza dei dossier e di come vanno le cose nel mondo, che consentono all’ex sindaco di Firenze di restare uno degli artefici della politica nazionale.

Matteo Salvini. La sua continua campagna elettorale è fonte di tensioni per la democrazia italiana. Pensi che l’aumento di consensi della Meloni lo preoccupi? Il 2020 sarà l’anno del conflitto per la leadership sovranista?
Il consenso, non solo virtuale, che accompagna l’ascesa di Giorgia Meloni infastidisce Matteo Salvini, ma non al punto di determinare un conflitto a destra. Il leader della Lega sta dentro il solco democratico, con parole di destra alla quali il “sistema” non era abituato. Ma se il governo saprà rilanciarsi, il problema di Salvini, più che la Meloni, è come restare a galla, continuando ad alimentare per anni l’antagonismo, l’aggressività. La strategia della tensione prima o poi crea ansia. Ecco, Salvini sarà chiamato a trovare un equilibrio: restare ansiogeno sì, ma al punto “giusto”.

I sondaggi per Forza Italia sono pessimi. Ci sarà un destino sempre più leghista?
Silvio Berlusconi, al suo apparire uno dei leader più innovatori nella storia del dopoguerra, non ha saputo gestire il suo crepuscolo politico: anche se Salvini ha fatto il pieno degli elettori forzisti delusi, il centrodestra sembra inesorabilmente vincolato da una vocazione sovranista.

Infine le “6000 sardine”. Il movimento, sul piano della visibilità mediatica, fino adesso, ha creato non pochi problemi a Salvini. E questo sarà determinante per il voto in Emilia. Pensi che si consoliderà questo ruolo?
Le sardine per ora sono un termometro, che esprimono uno stato d’animo. Di stanchezza per i partiti tradizionali, per una politica aggressiva e parolaia. Certo, sono progressiste e anti-Salvini e senza di loro molti giovani emiliani genericamente di sinistra non sarebbero andati a votare. Certo, se da movimento diventassero partito, per il Pd sarebbero dolori: finirebbero per sottrarre consensi e preziose percentuali. Anche per questo motivo, la cosa più probabile è che il loro destino finisca per riprodurre quello dei Girotondi: favorire la partecipazione, la protesta di piazza ma senza strutturarsi in partito, anche se la Sardine più ambiziose o più motivate finiranno in qualche lista.

Ultima domanda: la parola chiave per il 2020?
Due parole-chiave. La prima è “destra”. Se dopo le elezioni inglesi, il centro-destra dovesse vincere le importanti Municipali francesi di marzo, potrebbe determinarsi un’onda di destra chiamata a trovare conferma – o smentita – nelle presidenziali americane di novembre. La conferma di Trump, dopo 4 anni nei quali non si è certo nascosto, sarebbe un evento trascinante. L’altra parola-chiave è “partecipazione attiva”: dopo anni di virtualità trionfante – tutti chiusi a casa, dietro ad un computer o su una metropolitana a compulsare cellulari – si moltiplicano i segnali che invocano “fisicità”, voglia di esserci, di incidere. La straordinaria partecipazione ai comizi di Salvini e quella alle piazze delle Sardine, tante iniziative sottostimate nelle periferie della città, un volontariato giovanile silenzioso e generoso ma anche un ambientalismo sempre meno parolaio sono tutti segnali che fanno capire che in giro ci sono fermenti che potrebbero trasformare la partecipazione attiva in un fenomeno di stagione.

“Il Labour deve cambiare, adesso!”.  Un intervento di Tony Blair sulle ragioni della sconfitta laburista

Pubblichiamo, per gentile concessione, il discorso pronunciato a Londra da Tony Blair, dopo la pesante sconfitta del Labour party alle ultime elezioni politiche del Regno Unito. Blair è stato Premier dal 1997 al 2007 (18 dicembre 2019).

Queste elezioni non sono state una sconfitta normale per i laburisti. Hanno segnato un momento nella storia. La scelta per il Labour ora è quella di rinnovarsi come un concorrente serio, progressista, non conservatore per la guida politica del Regno Unito; oppure ritirarsi da questa ambizione, e in questo caso essere sostituito con il passare del tempo.

Sono molto addolorato per quei buoni candidati laburisti che hanno perso il seggio per colpe non loro, così come per le migliaia di lavoratori e volontari che rappresentano la spina dorsale del Partito.

Certo, la Brexit è stato un problema. È stata unelezione generale sulla Brexit, ed è stato un errore centrale che il Labour abbia accettato che fosse così. Ma una situazione già difficile è stata resa impossibile dallincapacità di prendere una posizione chiara e di seguirla fino in fondo.

Affronto molto seriamente largomento secondo cui abbiamo abbandonato” o mancato di rispetto” ai nostri elettori della classe operaia ridiscutendo il risultato del referendum. Ma il problema di questa posizione è che non cera modo di unire il paese sulla Brexit. Il Regno Unito è profondamente diviso su questo tema. Ora che la Brexit si realizzerà, dobbiamo trarne il meglio e il Paese deve unirsi.

Ma fino a quando le elezioni non hanno risolto il dibattito sulla Brexit una volta per tutte, come sfortunatamente hanno fatto, se il Labour avesse optato per il Leave avrebbe semplicemente alienato la metà della nazione che si opponeva alla Brexit; così come la grande parte dei membri del nostro Partito.

Il sondaggio post-elettorale mostra che tra il 2017 e il 2019 abbiamo perso solo un piccolo numero di elettori che erano per il Leave e nel frattempo abbiamo guadagnato più del doppio del numero di elettori favorevoli al Remain. La più grande riduzione percentuale degli elettori laburisti tra il 2017 e il 2019 è stata tra i giovani, probabilmente sconcertata dallambiguità nei confronti della Brexit che detestano.

Dopo il giugno del 2016 avremmo dovuto accettare il risultato, affermare che spettava al governo negoziare un accordo, ma riservarci il diritto di criticarlo e, nel caso in cui non si fosse rivelato un buon affare per il Paese, sostenere che la decisione finale dovesse essere presa ancora una volta dai cittadini. Avremmo potuto perdere i più ferventi sostenitori della Brexit, ma credo che, con una leadership diversa, avremmo mantenuto gran parte del nostro voto nelle aree tradizionali del Labour, beneficiando del fatto che, anche in quelle zone, la maggioranza di quelli che votano laburista erano a favore del Remain.

Invece abbiamo seguito un percorso di indecisione quasi comica, alienando entrambe le parti del dibattito, lasciando i nostri elettori senza guida o leadership. Lassenza di leadership su quella che era ovviamente la più grande domanda che il paese doveva affrontare, ha rafforzato tutti gli altri dubbi su Jeremy Corbyn

Limportante è capire perché la sua leadership sia stata respinta in modo così deciso. Non si tratta di Jeremy Corbyn come persona. Non ho dubbi che abbia convinzioni profonde e sincere a cui è rimasto fedele anche quando queste sono state criticate duramente.

Ma politicamente, la gente lo ha visto come un politico fondamentalmente contrario a ciò che il Regno Unito e le società occidentali rappresentano. Ha personificato unidea, un marchio di socialismo quasi rivoluzionario, mescolando la politica economica di estrema sinistra con la profonda ostilità alla politica estera occidentale, che non piace agli elettori laburisti tradizionali, che non gli piacerà mai, ha rappresentato per loro una combinazione di ideologia sbagliata e inettitudine atroce che hanno trovato offensivo.

Nessun partito sensato partecipa a unelezione con un leader che ha un gradimento netto del – 40%. La colonizzazione del Partito laburista da parte dellestrema sinistra lo ha trasformato in un glorificato movimento di protesta, con un contorno di culto, assolutamente incapace di essere credibile per un governo.

Il risultato ci ha fatto vergognare. Abbiamo deluso il nostro Paese. In qualsiasi momento, partecipare alle elezioni con una tale divergenza tra popolo e partito è inaccettabile. Farlo in un momento di crisi nazionale quando unopposizione credibile era così essenziale per il nostro interesse nazionale, è imperdonabile.

Lantisemitismo è una macchia. Lincapacità di affrontarlo è stata una questione spregevole che ha lasciato in alcuni di noi il dubbio di votare laburista, per la prima volta nella nostra vita.

Va bene, prendiamoci un periodo di riflessione”; ma ogni tentativo di mascherare questa sconfitta, fingere che sia qualcosa di diverso da quello che è, o la conseguenza di qualcosa di diverso dallovvio, causerà un danno irreparabile al nostro rapporto con lelettorato.

Demoliamo questa illusione che il programma era popolare”. Il sentimento alla base di alcune delle politiche rifletteva alcune ansie degli elettori, ma in mezzo cera anche una lista dei desideri” di cento pagine. Ogni pazzo può promettere tutto gratis. Ma il popolo non si è fatto ingannare. Sanno che la vita non è così. E la promessa della banda larga gratuita” pubblica, gestita dal governo è stata la conferma definitiva della non credibilità del programma.

I signori Johnson e Cummings avevano una strategia per la vittoria e noi ne avevamo una per la sconfitta. Ho notato la sfrontatezza della visita di Johnson a Sedgefield per mettere il coltello sulla piaga! Ma vorrei vedere la loro brillantezza strategica fronteggiare una squadra diversa da una in cui lattaccante non sapeva da che parte attaccare, il centrocampo in stato comatoso, la difesa assente sulle gradinate a chiacchierare con una piccola parte dei tifosi e il suo portiere dietro la rete a ritwittare un video della sua unica parata in un devastante 9-0.

Per il Partito Laburista le scelte sono nette, più nette di quanto si pensi. Si sta preparando a combattere un partito conservatore ultra thatcheriano”.

Ma Boris Johnson ha anche capito che il paese non può essere unito sul tema Brexit. Quindi, la sua strategia è di realizzarla e poi trattarla come uno scomodo impiccio della vita e non un tema che definisce il Partito conservatore. Adotterà la retorica centrista su tutto, tranne che sulla Brexit e possibilmente anche su quello; aspettiamo di vedere alcuni ex ribelli tornare nellovile. Dopo aver trasformato la Brexit da un problema dei Tory a un problema della nazione, aspettiamoci che cambi il tenore del dibattito sulla Brexit. La sfida sarà formidabile, non ultimo per quanto riguarda il nuovo accordo commerciale e la minaccia per lUnione, oltre al dover mantenere tutte quelle promesse fatte agli ex elettori laburisti del Nord.

Ma la maggior parte delle persone non riuscirebbe a scommettere contro 10 anni di governo Tory. La prima regola della politica, tuttavia, è che nulla è inevitabile.

Il Labour può continuare con il programma e le posizioni di Corbyn anche con un nuovo leader. In quel caso sarebbe finito. Oppure può capire che deve liberare il Partito dallestrema sinistra, apportare cambiamenti radicali e iniziare la marcia indietro.

Ma la più grande necessità è capire che la sfida non è iniziata nel 2015. È piuttosto il culmine dei cambiamenti politici e socio-economici nellultimo mezzo secolo e le circostanze della nascita di Labour più di un secolo fa.

Questo è un momento in cui o usiamo le lezioni della sconfitta per costruire una coalizione politica moderna e progressista in grado di competere, vincere e mantenere il potere; o accettiamo che il Partito Laburista abbia esaurito la sua missione originale e non sia in grado di realizzare lo scopo per il quale è stato creato.

Con lavvicinarsi della rivoluzione industriale del XIX secolo, il partito Whig divenne il partito liberale e lalternativa efficace al partito conservatore. (…) È comparso poi un concorrente: il neo-partito laburista nato dal comitato di rappresentanza del lavoro, unorganizzazione sindacale progettata per portare veri rappresentanti della classe operaia e socialista in Parlamento. Col tempo, il partito laburista prese il posto della principale alternativa al partito conservatore e il partito liberale divenne sempre più una minoranza.

Quindi, Lloyd George, un grande riformatore liberale, e Clement Attlee, un grande riformatore laburista, finirono in partiti diversi. Ma la divisione nella politica progressista ebbe conseguenze deleterie a lungo termine. Nel secolo scorso, con la separazione del Partito laburista e dei liberali, i Tories sono stati al potere molto più a lungo dellopposizione, vincendo 8 delle ultime 11 elezioni, mentre negli anni della competizione Tory / Partito liberale, i liberali erano in vantaggio.

Il Partito Laburista divenne dipendente dalle tradizionali forme organizzative della classe operaia e si spinse costantemente verso un socialismo che smussò in momenti cruciali il suo fascino presso laspirante classe lavoratrice. La sua ala liberale era rappresentata da gente come Roy Jenkins, ma era sempre vista con un certo sospetto.

La sinistra e la destra tradizionali del Partito – Bevin e Bevan – erano a disagio luno con laltra, ma si unirono per rendere il Labour un partito di governo, con una politica parlamentare non rivoluzionaria, a favore della Nato e dellAlleanza transatlantica, allinterno del mainstream del socialismo europeo e della politica socialdemocratica.

Poi cera un terzo filone di politica di sinistra che derivava dal marxismo/leninismo ed era una spina nel fianco della leadership laburista. Fin dallinizio, la leadership ha spinto questo filone ai margini del Labour. Lassalto ai vertici del Partito di Tony Benn negli anni 70 e 80, è stato respinto sotto Michael Foot che ha sostenuto Denis Healey contro Benn.

Durante tutto questo periodo stava succedendo qualcosaltro. Leconomia e la società stavano cambiando. La classe media è cresciuta e strumenti di potere collettivo come i sindacati hanno perso la loro base industriale.

E man mano che lo Stato cresceva, per dimensioni e autorità, divenne chiaro che sebbene fosse un mezzo di progresso sociale, poteva anche essere un interesse acquisito, e le limitazioni dello Stato in unera di scelta individuale e aumento del reddito diventavano sempre più apparenti. Il sindacato e la base industriale sono stati svuotati. Le strutture del Partito Laburista si sono dimostrate vulnerabili alle infiltrazioni. I valori sono rimasti forti; ma lofferta al popolo è stata debole e obsoleta.

Il New Labour fu un tentativo di riunire le tradizioni liberali e laburiste della politica progressista. Sia la sinistra tradizionale sia la destra della tradizione laburista furono espressamente incluse, simboleggiate da me e John Prescott; ma lestrema sinistra era tornata ai margini.

Uno studio sulla storia del Labour ha mostrato che nel XX secolo ha governato solo in modo intermittente. Il periodo di potere più lungo ininterrotto fu di 6 anni. Il partito laburista non ha mai vinto due legislature consecutive complete.

Quindi, il programma del Partito è stato rimodellato attorno a un appello alle imprese e ai sindacati allaspirazione e alla giustizia sociale; culturalmente era forte sui temi della sicurezza militare, su legge e ordine, ma anche liberale sui temi sociali. Abbiamo vinto tre legislature consecutive e governato per più del doppio di qualsiasi precedente governo laburista.

Il Partito si è esteso oltre la tribù, ma non ha trascurato i suoi elettori tradizionali.

Si è posizionato saldamente dalla parte delle vittime, non dei criminali. Dalla parte della classe operaia che crede che si debba guadagnare quello che si ottiene. Dalla parte dellinteresse dei pazienti e degli allunni, non dellinteresse del produttore. Ha sostenuto gli investimenti nei servizi pubblici, ma ha abbinato la riforma per garantire che questi soldi fossero spesi saggiamente. Ha respinto esplicitamente la visione del mondo anti-occidentale dellestrema sinistra e stava dalla parte di chi si mostrava patriottico nei confronti del proprio paese.

Non è stato – nonostante tutta le caricature fatte da quando abbiamo lasciato lincarico – un progetto dell’élite liberale delle città. Ha riunito una nuova coalizione di elettori tradizionali della classe operaia, elettori aspirazionali che in precedenza si erano rivolti a Margaret Thatcher e ha unito il voto progressista che era stato diviso nel secolo precedente.

La cosa straordinaria è il desiderio del Partito Laburista di riscrivere in termini negativi il suo unico periodo di maggioranza di governo in mezzo secolo.

Non abbiamo trascurato” i tradizionali territori del Labour nel tentativo di renderci affascinanti alla classe media. In quelle comunità abbiamo fatto il più grande investimento di sempre in scuole e ospedali; abbiamo ridistribuito la ricchezza attraverso modifiche fiscali e crediti dimposta; ridotto la povertà dei pensionati e dei bambini; preso i senzatetto dalle strade; e attraverso il Sure Start, il salario minimo e una serie di altri programmi abbiamo aiutato coloro che avevano più bisogno di aiuto. E abbiamo mantenuto il loro sostegno. Nel 2005, a Sedgefield, la mia maggioranza era di quasi 20mila persone. A Bolsover erano 18mila. In Scozia avevamo 41 seggi su 56, di cui due con maggioranze aumentate rispetto alle elezioni del 2001. Il sostegno che abbiamo perso è stato principalmente tra la classe media per le tasse universitarie e per lIraq.

Il punto non è di tornare alle politiche del New Labour, ma di comprendere il ruolo del New Labour nella storia del partito laburista, così possiamo capire meglio come forgiare il futuro del partito e inserirlo nella storia della politica progressista nel Regno Unito. Lì dove si trova il Labour, ma non solo occupando il posto.

Questa sconfitta è fondamentale. Non possiamo permetterci di ripetere il 1983, camminando come un granchio di fronte alla realtà. Conoscete la narrazione. Per lestrema sinistra, abbiamo vinto il dibattito”, e solo per qualche inspiegabile ragione il popolo britannico, anche se ha accettato che avevamo ragione, ha deciso di votare per gli altri. Le nostre proposte erano popolari, ma erano troppe, la nostra leadership era un problema, ma ha ispirato molte persone, non eravamo troppo estremisti ma ci siamo lasciati ritrarre In questo modo, ora dobbiamo opporci con le nostre comunità allassalto che verrà fatto su di esse dai Tories eccetera. Dobbiamo stare un podi più con le comunità della classe operaia contro il tipo di populismo delle élite liberali di Londra”. Se seguiremo questa linea, saranno 15 anni in più di governo Tory.

Il Paese non lo tollererà. Oggi ci sono persone senza diritto di voto nella nostra politica, arrabbiate per il modo in cui il paese è stato deluso dalla sua opposizione non conservatrice e si sentono senza speranza. E per il paese esiste una generazione di persone intelligenti, capaci e politicamente consapevoli che non saranno mai Tories ma che non hanno posto in Parlamento a causa dello stato del Partito Laburista e il cui talento quindi è escluso.

Devono succedere due cose.

In primo luogo, dovrebbe esserci un dibattito dentro e fuori il Partito laburista sul futuro della politica progressista, su come deve essere ricostruito e rimodellato in una coalizione vincente. Bisogna includere laburisti tradizionali di sinistra e destra, i liberal democratici e coloro che sono disillusi dai partiti principali e quelli che attualmente non sostengono alcun partito. Deve essere un dibattito sotto la Grande Tenda”, aperto e franco.

In secondo luogo, abbiamo urgentemente bisogno di una nuova agenda per la politica progressista. Al centro di ciò ci sarà la comprensione e la mobilitazione della rivoluzione tecnologica, lequivalente del 21esimo secolo di ciò che è stata la rivoluzione industriale nel 19esimo secolo. Significherà un completo riordino del modo in cui Stato e Governo sono concepiti e organizzati; grande attenzione allistruzione e alle infrastrutture; nuovi modi di affrontare la povertà generazionale; ripensare la governance e la responsabilità delle imprese; uno stimolo a livello nazionale e internazionale della scienza e della tecnologia per il cambiamento ambientale; e misure molto specifiche per collegare le comunità e le persone lasciate alle spalle dai cambiamenti determinati dalla globalizzazione.

Abbiamo bisogno di politiche per il futuro. Radicali, ma moderne. Lagenda dellestrema sinistra non è progressista; è una forma di regressione verso un vecchio statalismo, verso il programma tassa e spendi degli anni 60 e 70. Capisco che per qualcuno sia attraente, visto che affronta in modo intenso lemarginazione e il desiderio di cambiamento radicale.

È un grido di rabbia contro il sistema”. Ma non è un programma di governo.

Per tornare a vincere, abbiamo bisogno di autodisciplina, non di autoindulgenza; ascoltando ciò che la gente dice veramente, non ascoltando solo le parti che vogliamo ascoltare; capire che non puoi giocare solo con passione, ma che servono strategia, preparazione e professionalità; vincere la battaglia intellettuale assieme a quella politica.

Nel 1983, dopo la mia prima elezione, essendo stato in giro per diverse settimane ad ascoltare gli elettori laburisti che mi dicevano che stavano votando laburista nonostante lo stato del Partito invece che grazie ad esso, ho partecipato a una riunione nel mio collegio elettorale organizzata dalllestrema sinistra, ancora forte dopo londata pro Benn, intitolata Imparare le lezioni della sconfitta” o qualcosa del genere.

Dennis Skinner era loratore principale. Allinizio, il presidente ci ha esortato a essere onesti. Ingenuamente, ho preso le istruzioni alla lettera. Ho parlato onestamente. Ho detto che eravamo troppo fuori moda nel nostro modo di pensare, eravamo troppo di estrema sinistra, sembrava che stessimo vivendo nellera della TV in bianco e nero in unepoca di colori e così via.

Sono stato ascoltato in silenzio. Subito dopo di me, venne Dennis, che mi strappò politicamente pezzo per pezzo. Uscii dallincontro scioccato. Il mio saggio agente John mi disse: «Sei stato lunico a dire cose sensate, ma in futuro impara a dirle meglio». Nel 1994, pronto alla leadership del partito, ho imparato a dirlo meglio. Ho scelto con cura il mio terreno. Non cera bisogno di offendere inutilmente. Ma nessuno dubitava su quali fossero le mie convinzioni.

Il Labour Party è attualmente abbandonato nellisola della Fantasia. Capisco che gli aspiranti leader vorranno andarci e parlare la lingua locale nella speranza di convincerne abbastanza a migrare verso la terraferma della Realtà.

Ma c’è il rischio che le uniche persone che parlano al Partito il linguaggio della Realtà siano quelle che non aspirano a guidarlo.

Sfortunatamente, il 2019 è molto peggio del 1983.

Quella fu la nostra seconda sconfitta; questa è la nostra quarta. Il paese è diverso. La politica è diversa. Il paese è meno stabile nella sua appartenenza politica. La politica si muove a una velocità accelerata dai social media.

Possiamo correggere le nostre debolezze storiche e quelle contemporanee; o venirne consumati.

Ma la scelta è spietata. E davanti a noi, ADESSO.

(Dal sito: http://www.libertaeguale.it/tony-blair-il-labour-deve-cambiare-adesso/).

Crisi 5Stelle, chi comanda nel Movimento? Intervista a Nicola Biondo

Sono giorni difficili per il governo del nostro Paese. Indubbiamente tra gli elementi che suscitano tensione c’è la situazione dei 5Stelle. Un Movimento attraversato da divisioni. In questa intervista con il giornalista Nicola Biondo, autore con Marco Canestrari di due importanti saggi sul Movimento 5Stelle (Supernova, Il Sistema Casaleggio), cerchiamo di approfondire le ragioni di questo che è, per alcuni osservatori, un vero e proprio caos.

 

Nicola Biondo, lei ha studiato a fondo il Movimento 5stelle (le ha dedicato due libri inchiesta, scritti insieme a Marco Canestrari), è stato anche capo comunicazione del gruppo parlamentare dei 5stelle alla Camera. Conosce, quindi, gli “arcana” del Movimento. Partiamo dai recenti fatti di cronaca politica : la spaccatura avvenuta nel gruppo 5stelle a Strasburgo sulla Commissione Europea e alle posizioni espresse da Di Maio sul Mes. Le chiedo: ma il Movimento non era diventato europeista? Perché continua a subire il fascino della propaganda sovranista?

Il Movimento non ha una cassaforte di valori, è un prodotto di marketing. Per questo può cambiare idea su punti chiave della politica economica o estera. Subisce il fascino del potere e quindi della propaganda tout court.

 

Come si è visto, platealmente,  durante il dibattito alla Camera sul Mes i rapporti tra Di Maio e Conte sono assai usurati. Di Maio sembra ormai non fidarsi più di Conte, quasi lo considera un corpo estraneo, eppure gode della stima di Beppe grillo… Come si evolverà questo rapporto?

Per prevedere le mosse del Movimento bisogna guardare agli interessi del suo “proprietario e gestore” Davide Casaleggio. Sono i suoi interessi a far muovere la creatura che gestisce. Il resto è teatrino, e pure di bassa lega. Eppure c’è un grande spazio politico al momento vuoto. Ma il personale politico del Movimento, a partire dalla sua leadership, non è mai stato all’altezza.

 

Sarebbe interessante sapere cosa pensa Casaleggio di Conte. Che giudizio ne ha? 

Casaleggio è stato tenuto all’oscuro di alcuni passaggi del governo Conte. Ma non illudiamoci: Conte sa che la sua leadership esiste finché starà a Palazzo Chigi. Non parlerà mai per esempio del conflitto di interessi del sistema Casaleggio, un sistema integrato di relazioni, business e politica.

 

Parliamo più in profondità del Movimento. 

Di fronte a tante fibrillazioni dei gruppi parlamentari, con conseguente divisioni interne sorge spontanea la domanda: di chi è davvero il partito a 5 stelle, chi lo governa, chi garantisce sulla sua tenuta? 

Al di là di Casaleggio sono evidenti una serie di spinte che hanno consentito di raggiungere il 32% di voti alle ultime elezioni. Era il sogno di una moltitudine di portatori di interessi avere come classe politica di riferimento un gruppo assai debole e quindi controllabile. Grandi firme dei media, paesi esteri, grosse aziende: il Movimento è stato un gigantesco taxi che ha traghettato ai vertici della politica un gruppo dirigente raffazzonato, degli avatar in carne ed ossa. E a sua volta ha dato un passaggio ad interessi internazionali molto forti, come l’espansionismo cinese. Le fibrillazioni sono frutto di questa debolezza intrinseca del gruppo dirigente. È una storia di arrivismi, grandi e piccoli, di invidie e miserie, perché dietro come dicevo non c’è un impianto valoriale forte.

Partiamo da un fatto. C’è un’egemonia culturale e linguistica nei media, sulla rete, come nelle piazze che proviene dalle battaglie di Gianroberto Casaleggio. Il grillismo ha vinto. E la sua vittoria coincide con una totale evanescenza dell’Italia in seno alle istituzioni europee e internazionali e sui dossier più caldi, a partire dall’emergenza climatica alla Libia.

Chiariamoci: non è che prima l’Italia era bengodi. Quella che è stata sdoganata dalla propaganda di Casaleggio è un neo-berlusconismo: ancora più volgare nelle forme e assai più pericoloso nella sostanza. Berlusconi non ha mai incarnato un reale pericolo per le libertà democratiche. Il Movimento che guarda Putin, che beatifica ogni regime autoritario dalla Cina al Venezuela, all’Iran è sconcertante.

 

Cosa fa e quanto conta davvero Davide Casaleggio?

Lei come chiamerebbe la persona che gestisce un’azienda? Ecco, Casaleggio è il Presidente della ditta e Di Maio il suo amministratore delegato. In caso di scontro è il secondo che va via. Casaleggio gestisce il Movimento come braccio politico di un sistema che deve proteggere e fare da volano alla sua attività di imprenditore.

 

Qual è la mappa del potere di Davide Casaleggio? 

Aziende pubbliche, come Poste italiane, associazioni di categoria come Federmanager, aziende private e multinazionali, come Philip Morris: tutte queste realtà compongono il suo portfolio, sono suoi clienti o suoi interlocutori. La lista dei suoi clienti è la scatola nera che spiega tanti passaggi fatti dal suo Movimento. E poi media e università private, grand commis e banchieri come Matteo Arpe.

La domanda è: quando l’avventura governativa del Movimento terminerà, il fatturato della sua azienda ne soffrirà?

In questo momento Casaleggio è il lobbista più potente d’Italia.

 

Come sono, secondo lei, i rapporti tra Davide Casaleggio e Beppe Grillo?

Non si sono mai amati. L’ultima telefonata intercorsa tra Grillo e Gianroberto finì con un “vaffa” da parte di quest’ultimo come abbiamo raccontato in Supernova, che ho scritto con Marco Canestrari. Grillo non ha mai contato molto al livello pratico, era il megafono, il volto, la cui voce e le cui parole appartenevano ad una serie di ghostwriter, a partire ovviamente da Casaleggio senior. In questa lista ci siamo anche io e Marco…

 

Tra gli elementi di criticità del Movimento c’è la “Piattaforma Rousseau”. Una piattaforma, secondo alcuni, molto fragile… 

“Rousseau” è una macchina con gravi limiti. La deputata Gloria Vizzini, uscita dal Movimento, disse che per chi la gestisce “la privacy era un optional”. Casaleggio disse anche che c’era un ente terzo a garantire la correttezza del voto online. Io scoprii che l’entrata del terzo altro non era che l’azienda che aveva messo in piedi l’infrastruttura, era un cliente. Un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono.

 

Come nasce la “simpatia” dei 5stelle verso la Cina? 

Nel 2013 viene esplicitata con un incontro presso Casaleggio associati tra Grillo, Gianroberto e l’allora ambasciatore cinese. Un incontro che i due fondatori hanno tenuto oscurato. L’ambasciata cinese ha redato un breve comunicato pubblicato sul suo sito in cui si accennava a “temi di comune interesse”. Oggi con l’asse ben rinsaldato possiamo  intuire di cosa si trattava, era l’inizio della nuova “via della seta”. Ma lo sa che Casaleggio ha rapporti con un’università cinese e con realtà imprenditoriali di quel paese?

 

Torniamo alla politica del 5stelle. Di Maio osteggia, nonostante Grillo, sempre di più gli accordi con il centrosinistra. La terza via di Di Maio, “non siamo nè di destra nè di sinistra”, non è un bel favore alla Destra?

Luigi ha un problema, così come lo hanno i suoi colleghi arrivati al secondo mandato. Come rimanere attaccati al taxi che li ha proiettati fin lì. A me risulta che Grillo, nonostante non ami Di Maio, non l’abbia mai messo in discussione. Il resto è la solita guerra di spin e tra uffici della comunicazione.

 

Ultima domanda: Quale potrà essere l’evoluzione dei 5stelle? 

Molto dipenderà dal quadro internazionale. Non sono riusciti ad attaccarsi al carro di Trump, hanno messo in disparte il legame con il regime di Putin,  e si sono rivolti alla Cina.

Se si dovesse andare alle elezioni a scadenza naturale, cioè nel 2023 forse il Movimento non ci sarà più. Io non mi aspetto scissioni, il presepe messo in piedi dalla propaganda di Casaleggio ha funzionato perché c’erano figure diverse ma in realtà il collante era questo brand, quello a cinque stelle. Mireranno a essere l’ago della bilancia, con percentuali assai più basse di oggi. E chissà se funzionerà. Ma mi lasci dire una cosa: il Movimento per come era stato immaginato oltre dieci anni fa dai primi attivisti, gente come Giovanni Favia o Serenetta Monti e Valentino Tavolazzi, è morto da tempo. Quello che abbiamo visto all’opera è un azienda-partito, lontano anni luce da quello che sarebbe dovuto essere e non è mai stato. È stata un’occasione persa, malamente.

 

Foto Ansa

“Benvenuti in Mare aperto “. Il Manifesto delle “Sardine “

La manifestazione delle sardine in piazza verdi davanti al treatro Massimo, Palermo (ANSA/IGOR PETYX)

Il testo, presentato nella mattinata di ieri , inizia con una frase che richiama una delle espressioni più criticate di Salvini, quella rivolta verso i migranti appena arrivato al ministero dell’Interno: «La pacchia è finita». Per le sardine, invece, «la festa è finita» per i populisti, colpevoli di «aver rovesciato bugie e odio sui cittadini».

Ecco il manifesto integrale del movimento delle sardine.

«Benvenuti in mare aperto.

Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita.

Per troppo tempo avete tirato la corda dei nostri sentimenti. L’avete tesa troppo, e si è spezzata. Per anni avete rovesciato bugie e odio su noi e i nostri concittadini: avete unito verità e menzogne, rappresentando il loro mondo nel modo che più vi faceva comodo. Avete approfittato della nostra buona fede, delle nostre paure e difficoltà per rapire la nostra attenzione. Avete scelto di affogare i vostri contenuti politici sotto un oceano di comunicazione vuota. Di quei contenuti non è rimasto più nulla.

Per troppo tempo vi abbiamo lasciato fare.

Per troppo tempo avete ridicolizzato argomenti serissimi per proteggervi buttando tutto in caciara.

Per troppo tempo avete spinto i vostri più fedeli seguaci a insultare e distruggere la vita delle persone sulla rete.

Per troppo tempo vi abbiamo lasciato campo libero, perché eravamo stupiti, storditi, inorriditi da quanto in basso poteste arrivare.

Adesso ci avete risvegliato. E siete gli unici a dover avere paura. Siamo scesi in una piazza, ci siamo guardati negli occhi, ci siamo contati. È stata energia pura. Lo sapete cosa abbiamo capito? Che basta guardarsi attorno per scoprire che siamo tanti, e molto più forti di voi.

Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto.

Crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie.

Non c’è niente da cui ci dovete liberare, siamo noi che dobbiamo liberarci della vostra onnipresenza opprimente, a partire dalla rete. E lo stiamo già facendo. Perché grazie ai nostri padri e nonni avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare.

Siamo già centinaia di migliaia, e siamo pronti a dirvi basta. Lo faremo nelle nostre case, nelle nostre piazze, e sui social network. Condivideremo questo messaggio fino a farvi venire il mal di mare. Perché siamo le persone che si sacrificheranno per convincere i nostri vicini, i parenti, gli amici, i conoscenti che per troppo tempo gli avete mentito. E state certi che li convinceremo.

Vi siete spinti troppo lontani dalle vostre acque torbide e dal vostro porto sicuro. Noi siamo sardine libere, e adesso ci troverete ovunque. Benvenuti in mare aperto.

È chiaro che il pensiero dà fastidio, anche se chi pensa è muto come un pesce. Anzi, è un pesce. E come pesce è difficile da bloccare, perché lo protegge il mare. Com’è profondo il mare.

Firmato: 6000 sardine

“Le sardine possono intralciare il cammino di Salvini”. Intervista a Fabio Martini

Manifestazione delle Sardine a Bologna (LaPresse)

Dopo Bologna e Modena e in vista di domenica a Rimini, le ‘sardine’ sono pronte a farsi vedere anche a Reggio Emilia e Parma. “Reggio Emilia non si Lega”, questo il titolo dell’appuntamento di sabato 23 novembre alle ore 18.30 nel cuore della città, in piazza Prampolini. Presto, poi,  sarà la volta di Torino, Milano, Genova, Firenze, Puglia e altre città, tra cui Benevento, Reggio Emilia e Sorrento. Il movimento delle sardine (nato per proporre un’alternativa a Salvini e alla sua Lega) cresce e si moltiplica in tutta Italia, da Nord a Sud, con ritmi e numeri per certi versi inaspettati.  Con una strategia comunicativa  efficace: tallonare Salvini per togliere visibilità mediatica.  Così il boom di Piazza Maggiore nel capoluogo emiliano e poi il bis a Modena hanno creato emulazione, tanto che le manifestazioni già convocate in altre città hanno raggiunto in poche ore quasi migliaia  di adesioni. E il trend è in continua espansione, la controprova viene dalla pagina Facebook “Arcipelago delle Sardine” aperta in Puglia, che ha fatto segnare quasi 39mila iscrizioni in neanche 48 ore. Intanto la politica italiana, quella dei partiti di Governo, è alle prese con il problema dell’Ilva e della legge di bilancio. Con Fabio Martini, cronista parlamentare della Stampa, facciamo il punto sulle nuove dinamiche politiche.

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