Ci sarà una “fase 2” anche nella politica? Intervista a Fabio Martini

 

FABIO MARTINI

 

Tra la prudenza degli scienziati, le pressioni delle categorie economiche e di qualcheregione, il governo sta cercando di programmare la “fase 2”. Ovvero l’inizio di una ripartenza. Anche nella politica italiana ci sarà una “ fase 2”? Ne parliamo, in questa intervista, con Fabio Martini cronista parlamentare della “Stampa”.

 

 

Fabio Martini, ci stiamo avviando, tra molti dubbi e contraddizioni, verso la fase 2. Possiamo fare un piccolo bilancio, parzialissimo, sulla gestione comunicativa del governo. Rispetto all’inizio ti pare migliorata oppure ha ancora lacune?

«Nel primo mese di crisi, a partire dal 3 marzo, il presidente del Consiglio italiano è stato il capo di governo che ha comunicato più di tutti al mondo: undici “occasioni”. Se limitiamo la nostra analisi all’efficacia e alla chiarezza delle comunicazioni, dobbiamo riconoscere che l’ansia di apparire ha prevalso su qualsiasi altra motivazione. Per non parlare della notte in cui l’imminente chiusura della Lombardia fu fatta trapelare, non smentita e diventata operativa 19 ore dopo la prima fuga di notizie. Sicuramente ci sono rami nell’attività di governo che sono risultati più efficaci. A cominciare dal lockdown: ex post possiamo dire che è stata una decisione tempestiva. Rimasta quasi isolata, ma sicuramente tempestiva ed efficace»

 Veniamo ai nodi politici che questa quarantena ha prodotto nello scenario italiano. Cominciamo dalla partita europea. Sappiamo quanto sia strategica e vitale per l'”Italia questa partita. Il risultato raggiunto dall’ultimo vertice è comunque importante. Il “recovery fund”, sui quali resta ancora aperta la discussione, sono diventati imprescindibili per l’ Europa. Indubbiamente questo fatto è merito di Conte e dei suoi alleati ma soprattutto di Angela Merkel. Insomma la temporeggiatrice Merkel sta salvando l’UE?

«La connessione stretta tra il sistema produttivo tedesco e quello della componentistica italiana ha spinto la Confindustria tedesca a premere sulla temporeggiatrice Merkel. Che, da par suo, ha capito che un infarto prolungato dell’Italia rischiava di nuocere alla sua Germania. Ma non c’è solo questo. Nel frastuono di notizie, è sfuggita ai media italiani una signora notizia: Merkel ha annunciato davanti al suo Parlamento di essere pronta a conferire una quota più alta di euro al bilancio comunitario, ma procedendo ad una maggiore integrazioni delle politiche fiscali. In altre parole: più soldi in comune ma anche una maggiore condivisione di informazioni sugli sprechi di ogni Paese. Più risorse significa più politiche fiscali comuni. Se si va avanti nella costruzione europea, il prezzo da pagare sarà questo».

Ma c’è un altro giocatore in questa partita europea: Papa Francesco. Un Pontefice che viene “dalla fine del mondo”, come disse lui all’inizio del suo pontificato. Eppure, da raffinato gesuita, si è fatto trovare puntuale nella partita europea. Del resto la recente indagine di Report ha, ancora una volta, confermato l’intreccio che tra i nemici religiosi del Papa ci sono anche i nemici politici dell’Europa. È così?

«Certamente sì e d’altra parte Santa Romana Chiesa è sempre stata, per così dire, europeista. Non mi pare però che l’appello sulla riduzione del debito per i Paesi più poveri sia stato recepito».
Per qualche osservatore la crisi, scatenata dalla Pandemia, ha indebolito il sovranismo. Qual è la tua opinione?

«Presto per dirlo. In questi primi mesi sembrerebbe che solidarismo e statalismo siano trascinanti rispetto ad individualismo e liberismo. I sovranisti giocano di rimessa, il risveglio dell’Europa li ha spiazzati e, dove possono, cavalcano solidarismo e statalismo, “valori” che tradizionalmente appartengono alla sinistra. Sembrerebbero esserci le premesse per un futuro ciclo politico progressista, ma gli umori collettivi, come si è visto, cambiano in fretta. Come sempre nel passato la risposta sul come stia reagendo lo spirito pubblico in Occidente, verranno dalle elezioni americane. Non sembra, ma oramai mancano soltanto sei mesi».

 Veniamo all’Italia. Il quadro politico ci offre alcuni aspetti interessanti. Mi riferisco alla Lega salviniana. Salvini dalla crisi dello scorso agosto si sta avvitando su se stesso, la sua propaganda è ripetitiva. E la sua ostilità all’Europa gli sta creando non pochi problemi al suo interno. Voci giornalistiche riferiscono di una spaccatura tra Giorgetti e Salvini. Hanno un fondamento?

«La Lega ha sempre saputo mantenere un riserbo quasi impenetrabile sul suo dibattito interno. Nel passato soltanto il Pci ci riuscì. Che dentro la Lega ci sia una doppia anima: quella e quella pragmatica di Giorgetti, oramai è evidente. Il consenso popolare acquisito da Salvini in così poco tempo, prima alle Politiche 2018 e poi alle Europee 2019 (quasi un raddoppio in percentuale) gli consente di dare lui l’impronta alla politica della Lega. Certo, il clamoroso autogol della caduta del Conte-1, lo ha indebolito, ma finchè prosegue il consenso popolare, il “padrone” resta lui»

 Un altro elemento è Luca Zaia. Il governatore leghista del Veneto pare in forte ascesa. E’ preoccupante per Salvini?

«Fìno a quando Salvini è in sella, nessuno può insidiare la sua leadership. Gli unici che possono spodestarlo sono gli elettori. Da questo punto di vista è assai significativa la data nella quale si svolgeranno le elezioni regionali che avrebbero dovuto tenersi in questa primavera. In importanti regioni del Nord-est (Veneto), del Mezzogiorno (Campania e Puglia), dell’ex zona rossa (Toscana, Liguria, Marche) saranno chiamati alle urne un numero rilevanti di elettori. Un test diffuso: da quelle elezioni potrebbero venire segnali diversi dal previsto per i leader e, con un azzardo interpretativo, si può immaginate che se si fosse votato a scadenza naturale, proprio la Lega avrebbe potuto essere il partito più “sorpreso” dal responso degli elettori».

 Giorgia Meloni, che non manca qualche volta di distinguersi da Salvini, pare ancora risucchiata da un radicalismo di destra. Forse la sua maturità politica è solo propaganda?

 «Giorgia Meloni e Matteo Salvini, così come Nicola Zingaretti, vengono da scuole politiche degne di questo nome e tracce di questo imprinting si possono notare in tutti e tre. Meloni in particolare viene dalla scuola del Movimento sociale che nel corso della sua storia ha espresso due leadership di peso: quelle di Almirante e di Fini. In entrambi la carica demagogica e contestativa, del tutto naturali in una forza rimasta ai margini per 48 anni, erano corroborati da una certa gravitas. Quella che sembra difettare alla leader di Fratelli d’Italia: è vero che Meloni, a differenza di Salvini, si preoccupa sempre di argomentare e documentare le proprie tesi, ma con un’indignazione permanente e un volume vocale che anche durante la crisi del coronavirus, le hanno consentito di intercettare elettori ma tutti all’interno dello stesso circuito di Salvini. Leader gagliarda di una fazione, per ora non di uno schieramento».

 Anche Forza Italia ha dato segnali… .

«Da quando Berlusconi ha lasciato palazzo Chigi, nel novembre del 2011, il declino elettorale di Forza Italia è stato costante e nel corso degli anni il Cavaliere è riapparso improvvisamente sulla scena, per poi uscirne in un batter d’occhio. Una meteora ad intermittenza. Stavolta il recente posizionamento europeista potrebbe aprire uno spazio nuovo e promettente per Forza Italia ma negli ultimi anni il Berlusconi ci ha abituati a raccontare ritorni che erano quasi sempre legati ad interessi materiali da tutelare. Vedremo».
Per i 5stelle sono momenti di grande fibrillazione. È riapparso Di Battista. E questo per Conte e i governisti dei Pentastellati non è una bella notizia. Beppe Grillo difende ed esalta Conte. Però c’è la partita del Mes. Insomma reggeranno i 5 Stelle?

«La crisi del Coronavirus ha colto i Cinque stelle in una fase di crollo verticale dei consensi e parliamo di consensi reali nelle Regioni in cui si è votato e non quelli virtuali dei sondaggi. In queste settimane, a parte una presenza costante di Luigi Di Maio nei Tg, il Movimento non ha espresso una propria identità e se le prossime Regionali confermassero il declino, i Cinque stelle saranno chiamati a fare i conti con un piano inclinato che potrebbe riservare qualsiasi sorpresa».
Veniamo al PD. Pare che questo partito abbia trovato un suo ruolo. È l’egemonia nel governo?

«Sì, c’è la sensazione di una maggiore presenza del Pd. Ma è l’effetto dell’azione di singoli personaggi, collocati in snodi strategici: Paolo Gentiloni, Roberto Gualtieri, David Sassoli. Nel governo effettivamente, accanto al protagonismo del presidente del Consiglio, il Pd esercita una moral suasion, un’azione di contenimento, talora esprime anche un indirizzo che finisce per condizionare l’azione dell’esecutivo. Ma se a un elettore non politicizzato si chiedesse quale sia l’apporto del Pd nella vicenda coronavirus, probabilmente faticherebbe a focalizzare una risposta».
Tra le novità di questo periodo c’è Colao. Non sembra brillare molto. Per te?

«Nessuno può dirlo. Per fortuna esercita il proprio ruolo con  riservatezza. Si tratta di un grande manager, oggettivamente uno dei più capaci che questo Paese abbia espresso negli ultimi 15 anni, e soltanto a lavori conclusi potremo capire se lui e gli altri “tecnici” abbiano espresso suggerimenti e linee guida capaci di incidere, ma anche se siano stati messi nelle condizioni di far pesare la propria competenza».

 Ci sarà una fase 2 anche nella politica?

«No, molto difficilmente ci sarà una fase diversa nella politica italiana. O meglio. soltanto il fallimento totale della fase 2 del lockdown potrebbe aprire una fase 2 della legislatura. Nel senso che soltanto un collasso finanziario e sociale potrebbe indurre le forze politiche ad arrendersi ad un governo di solidarietà nazionale. Il carisma del suo leader, un personaggio come Mario Draghi, lascerebbe in secondo piano i capofila politici, che avrebbero tutti da perdere, in termini di vantaggi di bottega. Cinque Stelle, Pd e Renzi perderebbero posti di governo e riflettori, Salvini e Meloni la possibilità di poter contestare ogni sera il detestato Conte».

Emergenza Coronavirus: necessario ripensare la sanità e la difesa. Intervista a Mao Valpiana

Il reparto di terapia intensiva dell’Ospedale papa Giovanni XXIII

La battaglia contro il terribile virus sarà lunga. I dati diffusi dalla protezione Civile, ieri sera, fanno segnare un piccolo rallentamento. Ma, come ha affermato Borrelli, Commissario all’Emergenza,  “I contagiati ufficiali a ieri sera erano 63 mila. Ma il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile”. I 63 mila, quindi, sono la punta di un iceberg. La guardia deve restare alta. Gli esperti dicono che questa settimana sarà cruciale per capire se il rallentamento sarà “strutturale”. Quindi bisogna continuare, assolutamente, a rispettare le regole di sicurezza. Ed è in questo quadro che si inserisce la richiesta del mondo del lavoro di chiudere la produzione di “beni non necessari” per garantire la salute dei lavoratori.

Ed è in questo filone, per la sicurezza nel lavoro, che si inserisce la richiesta della  Campagna Sbilanciamoci!, Rete della Pace e la Rete Italiana per il Disarmo per l’immediato blocco in tutte le fabbriche che producono sistemi d’arma.

“È incomprensibile – scrivono nel loro comunicato – come sia considerato “strategico” e necessario continuare a far montare un’ala ad un cacciabombardiere o un cingolo ad un carro armato, con il rischio di far contagiare i lavoratori addetti a queste attività. Riteniamo inaccettabile chiedere ai lavoratori un sacrificio così alto per una produzione che, oggi, non ha nulla di strategico ed impellente e costituisce solamente un favore all’industria bellica e al business del commercio di armamenti.

Non è in questione il funzionamento operativo del settore della Difesa nazionale in questo momento così delicato, funzionamento che deve essere sempre garantito nei limiti e nelle forme previste dalla nostra Costituzione e del nostro ordinamento.

 Il tema è perché si debbano tenere aperte fabbriche – in cui i lavoratori rischiano ogni giorno il contagio – che producono armi di cui oggi non abbiamo nessuna necessità, o che vengono vendute ad altri Paesi o – come nel caso degli F35 – che fanno parte di un Programma a lungo termine e che potrebbe senza problemi prendersi una pausa di qualche settimana (anche se va ricordato come le nostre organizzazioni da anni ne chiedano la chiusura a causa degli enormi

costi, dei problemi tecnici e ritardi e dell’inutilità rispetto ad altri investimenti).

Per questo motivo chiediamo al Governo di rivedere subito l’elenco dei settori produttivi esclusi dal blocco, fermando il lavoro in tutte le fabbriche che producono sistemi d’arma, con la sola eccezione di quegli stabilimenti in grado di riconvertire la produzione di macchinari e forniture per rispondere ai bisogni del servizio del sistema sanitario”. In questa intervista a Mao Valpiana, Presidente nazionale del Movimento Nonviolento, associazione aderente a Rete Italiana Disarmo e Rete della Pace, approfondiamo l’argomento di una possibile riconversione della politica di difesa.

Mao Valpiana, stiamo vivendo giorni difficili a causa del virus COVID-19. Giorni che ci fanno riflettere su un possibile ripensamento delle nostre priorità. Quello che sta avvenendo è la riscoperta del valore immenso della salute e sanità pubblica. È così Valpiana?

Sì, ora che l’intero popolo italiano, e tutti gli europei, gli asiatici, e persino grande parte degli americani, sono in quarantena chiusi nelle loro case, grandi o piccole, ricche o povere, ognuno, singolarmente e collettivamente,  si trova a confrontarsi con il primo valore assoluto: la propria salute. Domani, sarò sano o contagiato? Tutti, ma proprio tutti, capiscono che “quando c’è la salute, c’è tutto”. Per la prima volta, forse, con il nuovo mondo nato dopo il conflitto mondiale che ha sconfitto il nazismo, e fatto nascere l’ONU, ci si rende conto che persino l’economia mondiale, viene dopo la salute individuale. È una rivoluzione impensabile fino a qualche settimana fa. E tutti capiscono che per tutelare la salute propria e delle persone care, figli, nipoti, amici, è assolutamente indispensabile avere un sistema sanitario pubblico che funzioni. In Europa, nel bene e nel male, ce l’abbiamo, con pregi e difetti; là dove, invece, la sanità è considerata una merce come altre, chi ha i soldi se la compera, chi non li ha deve rinunciarci, capiscono il dramma che deriva da una pandemia che colpisce chiunque, ricco o povero, democratico o repubblicano, bianco o nero. Ecco, ora, finalmente e purtroppo, siamo davvero tutti uguali avanti al Virus.

Ma insieme a questo, voi come Rete italiana per il Disarmo, affermate che proprio questa crisi può portare ad una rimessa in discussione del concetto di difesa. In che senso?

Certo. Il punto è quello dell’idea di “difesa della Patria”, che la Costituzione, all’articolo 52, definisce come “sacro dovere” e la affida al “cittadino”. Quindi siamo noi cittadini, società civile, i veri difensori della Patria, non l’esercito. Da cui se ne deduce che la patria può (deve?) essere difesa non con le armi, ma con i valori costituzionali. Lo dicono anche alcune sentenze dalla Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato, della Cassazione, che hanno riconosciuto e parificato le forme di difesa armata e nonviolenta della patria. A quarantotto anni dalla Legge 772/72, che riconosceva la possibilità dell’obiezione di coscienza al servizio militare e la concessione della possibilità del “servizio civile sostitutivo”, ed a diciannove dalla Legge 64/2001 che istituiva il Servizio civile nazionale finalizzato a “concorrere, in alternativa al servizio militare obbligatorio, alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari”, quattro anni fa il governo ha approvato, in via definitiva, il decreto legislativo che disciplina il Servizio civile universale relativo alla riforma del Terzo settore, come “progetto finalizzato alla difesa, non armata e nonviolenta della Patria, all’educazione, alla pace tra i popoli e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica italiana, con azioni concrete per le comunità e per il territorio”. Ce n’è abbastanza per capire come il concetto di difesa oggi debba essere completamente ripensato, e l’emergenza sanitaria ce lo impone.
Questi sono i giorni del dolore e della cura. Ci hanno fatto conoscere ancora di più la grande bravura dei nostri medici e infermieri. Il nostro Sistema ha retto, ma ha anche evidenziato limiti (carenza di personale e macchinari). Segnalate la diminuzione della spesa sanitaria. Quali sono i numeri?

Il valore e l’abnegazione di medici, infermieri, e tutto il personale sanitario (anche di chi sanifica e pulisce ospedali e camere dei pazienti, anche dei portantini, anche di chi lava lenzuola e camici), è fuori discussione. La spesa sanitaria ha subìto una contrazione complessiva rispetto al PIL passando da oltre il 7% a circa il 6,5% previsto dal 2020 in poi, la spesa militare ha sperimentato invece un balzo avanti negli ultimi 15 anni con una dato complessivo passato dall’1,25% rispetto al PIL del 2006 fino a circa l’1,40% raggiunto ormai stabilmente negli ultimi anni (a partire in particolare dal 2008 e con una punta massima dell’1,46% nel 2013). Nel settore sanitario sono stati tagliati oltre 43.000 posti di lavoro e in dieci anni si è avuto un definanziamento complessivo di 37 miliardi con numero di posti letto per 1.000 abitanti negli ospedali sceso al 3,2 nel 2017 (la media europea è del 5). Le drammatiche notizie delle ultime settimane dimostrano come non siano le armi e gli strumenti militari a garantire davvero la nostra sicurezza, promossa e realizzata invece da tutte quelle iniziative che salvaguardano la salute, il lavoro, l’ambiente (per il quale l’Italia alloca solamente lo 0,7% del proprio bilancio spendendone poi effettivamente solo la metà).
Puntate il dito anche sulle spese militari. Non è un po’ troppo meccanicistico?

No, è come l’esempio classico della coperta. Se la tiri da una parte, si accorcia dall’altra. Senza dimenticare che l’impatto di questa epidemia è reso ancora più devastante dal continuo e recente indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale a fronte di una ininterrotta crescita di fondi e impegno a favore delle spese militari e dell’industria degli armamenti. Non siamo cosi sprovveduti da pensare che tutti i problemi sanitari dell’Italia si possano risolvere con una riduzione della spesa militare (anche per il diverso ordine di grandezza: 5 a 1), ma è del tutto evidente che una parte della soluzione potrebbe risiedere proprio nel trasferimento di risorse dal campo degli eserciti e delle armi a quello del sistema sanitario e delle cure mediche, tenendo conto che le tendenze degli ultimi anni dimostrano una strada diametralmente opposta.
Pensate che la spese militari aumenteranno a scapito degli investimenti in favore della salute?

Il nostro impegno, da anni, è quello per una riduzione drastica delle spese militari, a favore di quelle sociali. Questo è l’obiettivo politico principale della nostra Campagna per la “Difesa civile, non armata e nonviolenta”. Quando diciamo “Un’altra difesa è possibile”, vogliamo di invertire la rotta.

L’unica difesa legittima è quella nonviolenta. Ci occupiamo da anni di sottolineare la problematicità e gli sprechi delle spese militari, che drenano molte risorse del nostro Paese verso strutture incapaci di risolvere i conflitti a livello internazionale. Non è però solo una problema di fondi ma di impostazione generale ed è ora quindi che il nostro Paese, con una scelta coraggiosa ed innovativa, si doti di strumenti migliori per affrontare le problematiche mondiali del nostro tempo. Finché non sarà a disposizione delle nostre istituzioni anche una scelta possibile di azione non armata e nonviolenta sarà facile il ricatto di chi chiede soldi per le strutture militari e per le armi”.
Quali sono i progetti di difesa, i sistemi d’arma che possono essere abbandonati e riconvertiti?

Oggi è evidente a tutti. Abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando in caserme. Ci sono fabbriche, come a Cameri in provincia di Novara, che producono armi di cui oggi non abbiamo nessuna necessità, o che vengono vendute ad altri Paesi o  – come nel caso degli F35 – che fanno parte di un Programma a lungo termine e che potrebbe senza problemi prendersi una pausa di qualche settimana (anche se va ricordato come le nostre organizzazioni da anni ne chiedano la chiusura a causa degli enormi costi, dei problemi tecnici e ritardi e dell’inutilità rispetto ad altri investimenti). L’industria bellica non è un settore essenziale e strategico: questa può essere l’occasione per un ripensamento e una riconversione necessaria (in primo luogo verso produzioni sanitarie).
Quindi proponete una riconversione integrale della nostra economia. Ma è realistica?

Non solo è realistica, ma è assolutamente necessaria, e sarà l’unico modo per riprendere quando usciremo dall’emergenza. Da un’economia di guerra, ad un’economia di pace.

 

“Nella guerra al Coronavirus l’Italia può diventare un modello in Europa”. Intervista a Fabio Martini

 

Sono giorni difficili, tragici, segnati dalla grave pandemia del Coronavirus. Un virus micidiale che sta mettendo sotto un pesantissimo stress i nostri medici ed infermieri. La loro battaglia, durissima, sta  ricevendo ammirazione a livello internazionale. Come sta reagendo la politica a questa drammatica sfida? Ne parliamo, in questa intervista, con Fabio Martini giornalista parlamentare del quotidiano “La Stampa”.

FABIO MARTINI

Fabio Martini, incominciamo la nostra riflessione sui “singolari avvenimenti” (per citare il Camus della Peste, il suo bellissimo romanzo dedicato alla città di Orano colpita da una epidemia. In realtà il romanzo è una metafora sul nazismo) che hanno colpito il nostro paese. Ho usato le parole di Camus perché, come gli abitanti di Orano, gli italiani sono stati sorpresi e spiazzati dall’epidemia. Ed è venuto fuori un popolo fragile. Le fughe da Milano e,  nei giorni scorsi, perfino le località di villeggiatura affollate sono emblematiche … Insomma il nostro senso civico lascia molto a desiderare?
Siamo degli individualisti, con scarso senso civico, viviamo lo Stato come altro da noi, cerchiamo sempre il sotterfugio, ammiriamo e imitiamo i furbi ma dobbiamo riconoscere che il Grande Blocco sta funzionando. Lattaccamento alla vita e lansia di poter precipitare in un sofferenza per noi o per i nostri cari sono più forti dellindividualismo italico”

 

In questo marasma anche la politica, a tutti i livelli, ha fatto la sua parte: una comunicazione, agli inizi contraddittoria, che ha fatto fatica a creare una direttrice comune. Per non dire delle opposizioni (“Conte è un criminale”). Qual è stato lerrore più grave della politica?

Premessa: in queste settimane il governo è chiamato a decisioni difficilissime, non invidiabili. Ma in questo caso lespressione la politica”, che di solito può apparire generica, è quantomai appropriata. Cosa accomuna governo e opposizione in queste settimane così difficili? Certamente, uniniziale e comune difficoltà nel mettere a fuoco il fenomeno che stava arrivando. Ma poi, una volta capito, è intervenuta una certa difficoltà ad anticipare gli avvenimenti, anziché seguirli. Oggi, senza tono accusatorio, possiamo tranquillamente dire: per spezzare la catena del contagio, il governo avrebbe potuto sigillare lItalia 15 giorni fa. Ma se andiamo a due, tre settimane fa, lopposizione non diceva affatto: chiudete tutto! Semmai diceva il contrario. Il Coronavirus è una brutta bestia ma ci ha fatto capire ancor meglio come è fatta la politica di questi anni: inadatta a sfidare limpopolarità del momento e a scommettere sulla possibilità di avere ragione sul medio-lungo periodo”.

Certo che anche la scienza, o meglio alcuni scienziati hanno favorito una certa confusione. Adesso si scoprono tutti rigoristi…

Il protagonismo di alcuni di loro ci ha restituito questa impressione, che in fin dei conti non è corretta. Gli esperti del ramo hanno sempre detto la stessa cosa: attenti che sta per arrivare una brutta epidemia, ben più seria di uninfluenza. Lo sfogo personale di alcuni medici, che hanno il merito di stare in prima linea ma che non sono studiosi, non può cambiare il senso: gli scienziati, gli esperti”, i colti” escono con una credibilità rafforzata da questa vicenda. Larroganza storica e la partigianeria di tanti sapienti nostrani per molti anni  ha gettato nel discredito la scienza in senso lato, che invece da questa vicenda potrebbe uscire rinfrancata. E in ogni caso possiamo tranquillamente svelare” larcano di questi giorni: le decisioni del governo sono ispirate e indirizzate dagli scienziati. In questo momento il Paese di fatto è guidato, sul piano sanitario, da loro: dai tecnici e dai competenti. E se, come auspicabile , i risultati  saranno confortanti è inevitabile che questo  modello di “governo” può diventare un esempio per l’Europa”.

Torniamo alla Politica. Pare che ora vi sia un atteggiamento collaborativo, durerà?
No. In Italia non è mai esistito – se non in brevi frangenti – il senso di un destino comune condiviso. Di cosa stiamo parlando? Di questo: in alcuni stagioni storiche – guerre o gravissime emergenze – di solito nelle classi dirigenti affiora una consapevolezza: se esageriamo in parole o in gesti, mettiamo a repentaglio le vite degli altri e dunque ci diamo tutti una regolata. Lopposizione non sembra disponibile a mettersi in quarantena e la maggioranza non sembra disposta a condividere le scelte fondamentali, anche se nei fatti il governo da qualche tempo rilancia puntualmente ciò che la minoranza suggerisce”.

Se la crisi, speriamo di no, dovesse prolungarsi qualcuno ipotizza scenari di un governo di emergenza nazionale. È fattibile secondo te?

Se nelle prossime settimane il Coronavirus invaderà i grandi Paesi europei, lUe sarà chiamata ad una svolta epocale e a quel punto non ci sarà un problema di governo in Italia perché la leva finanziaria sarà estesa e potente e trascinerà tutti i governi, Ma nel caso improbabile che il virus resti un fatto prevalentemente italiano, allora per affrontare una dolorosa e dura ricostruzione” potrebbe servire un governo di salute pubblica. Che però non si farà: le opposizioni preferiranno lavarsene le mani, scommettendo sul vantaggi di stare alla finestra. Un governo di unità nazionale può venire soltanto nellipotesi di un non auspicabile tracollo economico, con spread alle stelle e gente per strada a protestare per aver perso il lavoro. A quel punto Mario Draghi lo chiameranno di corsa”.

 

Per alcuni osservatori il premier, nella gestione e nella comunicazione, in una prima fase è apparso debole. Adesso viene visto come “l’anatroccolo nero” che prende su di sé il paese. La metafora è un po’ irriverente, però coglie un lato problematico del personaggio. Cosa ne pensi?

Il presidente del Consiglio può piacere o dispiacere,  qualcuno può irritarsi in una fase come questa per certe posture seduttive” (il maglioncino operativo” dei primi giorni, la Protezione civile come esibita war-room, quel suo parlare costantemente in prima persona), qualcuno non dimenticherà certe slabbrature (come linfelice notte culminata nella fuga verso il Sud) che potrebbero esser pagate care. Ma nel complesso Conte ha mostrato una tenuta” politica ed emotiva che, al di là del dividendo personale, potrebbero rivelarsi utili per la sopravvivenza di un buon numero di italiani”.

Per finire torniamo a Camus : “Ma lei sa, io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo, questo m’interessa”. Vedere l’opera di tanti medici un poco ci rasserena e ci rende orgogliosi della loro bravura,  ma noi come italiani usciremo più umani da questa brutta storia? 

“Una splendida citazione dalla Peste! Dopo le grandi emergenze, le psicologie dei popoli subiscono sempre scosse e modificazioni: alcune temporanee, altre permanenti e queste ultime, talora, si fissano nel Dna. Stavolta qualche traccia resterà: gli italiani potrebbero uscirne più umani perché tutti assieme e non come singoli, avranno vissuto quanto poco possa cambiare le nostre vite, quanto sia casuale il nostro destino e quanto sia prezioso preservarlo”.

La rete suprematista che inneggia alla guerra razziale. Intervista a Giovanni Tizian

Giovanni Tizian (LaPresse)

Giovanni Tizian (LaPresse)

La strage avvenuta pochi giorni fa in Germania, ad Hanau, dove sono morte undici persone e quattro sono rimaste ferite, aveva una matrice politica di estrema destra ed è stata compiuta sotto la spinta dell’odio xenofobo. L’attentatore Tobias Rathien, 43 anni, un lupo solitario dalle tendenze paranoiche, che in un messaggio, folle e criminale, lasciato su Internet , aveva espresso opinioni di estrema destra dove si affermava che “c’è bisogno di sterminare le popolazioni che non si riescono a espellere dalla Germania”. Ma non c’è solo la Germania ad essere teatro macabro di questi folli. Anche in Italia abbiamo avuto, negli anni scorsi, lupi solitari autori di stragi a sfondo razziale. Così come vanno ricordati i gravi episodi di antisemitismo e xenofobia avvenuti, nelle settimane scorse, nel nostro Paese. Ma dove si alimentano questi Lupi solitari? Quali sono i gruppi suprematisti che operano su Internet alla ricerca di Lupi solitari? Com’ è la situazione in Italia? Lo abbiamo chiesto, in questa intervista, a Giovanni Tizian. Giovanni Tizian è giornalista d’inchiesta del settimanale l’Espresso.

Giovanni, sull’Espresso di qualche giorno fa è uscita la tua inchiesta sulla “rete dei suprematisti”. Ovvero dei gruppi neonazifascisti che inneggiano alla violenza razziale e alla xenofobia nei confronti di cittadini ebrei e immigrati. Innanzi tutto puoi spiegare cos’è il “suprematismo”: Dove nasce e chi è il suo “ideologo”?
Il suprematismo è un’ideologia che si basa sul razzismo. Sull’idea che la razza bianca sia superiore alle altre. Il suprematismo recluta militanti trai movimento neonazisti e neofascisti. Giovani militanti che vogliono passare all’azione e che non si riconoscono più nei movimenti o partiti dell’estrema destra tradizionale. Il suprematismo ha avuto molti ideologi soprattutto negli Stati Uniti. Già il Ku Klux Klan affondava le sue radici nel suprematismo. Oggi uno dei più quotati nel mondo giovanile di questa marea nera è l’americano James Mason.

C’è un legame tra propaganda sovranista e suprematisti?
Entrambi chiedono frontiere chiuse, muri che dividono culture e paesi. La differenza sta nell’istituzionalizzazione dei sovranisti, ormai partii di governo o di opposizione, mentre i movimenti suprematisti restano nel sottobosco dell’estrema destra. I sovranisti raccolgono il consenso nei campi in cui i suprematisti fomentano l’odio.

Secondo te il livello della violenza politica a destra è alimentata da un clima politico di guerra all’immigrazione?
Non lo dico io, ma i fatti. In Italia Luca Traini ha ferito a colpi di pistola sei migranti africani a Macerata per vendicare una ragazza uccisa brutalmente da spacciatori stranieri. Traini era un leghista e ancor prima un neofascista.

Grazie alla tua inchiesta sappiamo che il web è lo strumento prediletto per alimentare questo veleno ideologico. Quali sono gli strumenti che vengono usati per fare propaganda?
Forum di discussione privati e chat su Telegram. Ma anche social network come VKontakte, piattaforma che ha ricevuto iscrizioni dei gruppi neofascisti espulsi da Facebook.

Tu hai scoperto i gruppi neonazifascisti che propagandano odio e inneggiano alla violenza. Esiste una rete internazionale?
Esiste un network ma molto più fluido rispetto ai movimenti classici. Gruppi che si autofomentano sul web e si preparano all’azione individuale nei vari territori.

Qual è il più pericoloso dei gruppi?
Atomwaffen Division: ritenuta dall’Fbi uno dei gruppi suprematisti più pericolosi che si sta espandendo anche in Europa.

Hai affermato che il loro modello organizzativo è simile a quello dell’isis. In che senso?
Le azioni le compiono i cosiddetti lupi solitari. Ma questo era già accaduto in Norvegia con Brevik, che uccise 77 persone con una vera e propria azione militare. Luca Traini, un altro lupo solitario. E poi Brenton Tarrant, l’attentatore della Nuova Zelanda che sul fucile aveva scritto il nome di Traini, quasi a omaggiare la sua azione terroristica.

Sul piano “sociologico” : chi è che frequenta queste chat?
Giovani soprattutto. Studenti e lavoratori. Con una convinzione politica nettamente nazi-fascista.

In Italia qual è la situazione?
L’Italia come la Germania corre un rischio grosso. I suprematisti, lupi solitari, hanno già colpito due volte: nel 2011 e nel 2018. Più cresce l’odio più qualcuno di loro matura la convinzione che la vendetta contro ebrei o immigrati sia l’unica strada. Inoltre ci sono molti italiani che su Telegram si sono improvvisati ideologi e professano la rivoluzione immediata, per “purificare la società dalla razze non bianche”.

Ultima domanda: come sta reagendo la politica di fronte a questo fenomeno del suprematismo?
Minimizza, soprattuto la destra sovranista. Del resto sul piano ideologico il collante è la xenofobia.

Vittorio Bachelet a quarant’anni dal 1980. Intervista a Guido Formigoni

Nel quarantesimo anniversario della sua morte, venne ucciso in maniera feroce dalle Br, ripercorriamo, con lo storico Guido Formigoni, i tratti salienti del grande giurista cattolico. Formigoni è professore Ordinario di Storia Contemporanea all’Università IULM di Milano Il suo campo di ricerca  spazia dalla storia della guerra fredda al movimento politico dei cattolici italiani.
 Professore Sono passati 40 anni dal quel giorno, il 12 febbraio 1980, in cui venne ucciso, all’interno della Facoltà di Scienze politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, il professor Vittorio Bachelet. Gli assassini furono i terroristi delle Brigate Rosse. Due anni prima, le stesse BR, avevano ucciso Aldo Moro. Successivamente le BR uccideranno il politologo Roberto Ruffilli, anche lui cattolico democratico. Al di là della specificità delle vittime, c’è un filo rosso che lega questi morti?
Non so se le Br avessero un piano preciso o una visione di lunga scadenza: sul piano conoscitivo non ne abbiamo ancora molto chiara consapevolezza. L’impressione generale però che si ricava scorrendo i casi citati (quelli forse politicamente più rilevanti tra le vittime) è che fossero tra gli esponenti di un riformismo non verbale ma sostanziale, che cioè lavorassero attivamente per consolidare la democrazia italiana in momenti difficili. In questo il carattere cattolico-democratico è una componente (non l’unica, certo). Per questo è anche logico pensare che la furia brigatista li identificasse come i peggiori ostacoli, nella logica esasperata di un “partito rivoluzionario della guerra civile” che avrebbe preferito scontrarsi con un regime più reazionario e impresentabile, per favorire i propri sogni distorti.
Veniamo alla mite figura di Vittorio Bachelet. Che tipo di formazione religiosa e civile è stata la sua?

 

Bachelet è nato in una famiglia cattolica piemontese molto tradizionale, con due fratelli gesuiti. Si è formato nella Federazione degli universitari cattolici, alla luce della cultura religiosa montiniana che aveva impostato per il cattolicesimo il compito di incontrare criticamente la cultura moderna. In particolare, egli fu esponente (con gli amici Alfredo Carlo Moro e Leopoldo Elia, ma anche Piero Pratesi e Raniero La Valle), di una generazione che arrivò all’università alla fine del fascismo e rispetto ai fratelli maggiori fu meno coinvolta direttamente e immediatamente nella politica: ragionava soprattutto sulla “moralità professionale del cittadino” nella società civile e nelle professioni.

Bachelet è stato l’uomo della Costituzione, permeato di quei valori. Un uomo che si è battuto per l’attuazione della Costituzione. In quale punto di elaborazione giuridica c’è stato il suo contributo originale all’approfondimento costituzionale?

 

Egli si specializzò nell’apparentemente arido orizzonte del diritto amministrativo, ma cercò sempre di collegare il funzionamento pratico delle istituzioni ai valori costituzionali, con una solida opera di proposta riformatrice. Questo in particolare su temi come gli enti pubblici economici, la disciplina militare, la giustizia amministrativa. Questioni legate alla crescita del ruolo pubblico dello Stato nella vicenda collettiva, tipica del dopoguerra, che egli voleva sempre ricondurre verso l’allargamento democratico della basi dello Stato, quello che chiamava “un più vasto compito positivo di elevamento non solo economico, ma anche sociale e spirituale delle popolazioni”. Non interpretava certo il senso del diritto come immobilismo.

Vi è nel suo pensiero civile l’attenzione alla comunità internazionale, qui ci sono elementi interessanti: il superamento della visione di “Patria” e una apertura all’Europa. Si può ben dire che riflessione di Bachelet contrasta con la cultura della destra nazionalista?
Certo è una visione di patria profondamente in sintonia con la tradizione nazionale cattolica (è una favola quella dei cattolici antinazionali perché legati a una visione universalistica…). “Noi amiamo la patria come la nostra casa che abbiamo imparato a volere solida e confortevole piuttosto che sontuosa. […] Per questo non amiamo la retorica della patria: dell’amore di patria ha detto qualcuno che più se ne parla meno ce n’è”. La realtà umana della patria era collegata all’idea che le identità nazionali sono un bene fin quando aiutano a costruire comunità collaboranti tra loro. L’orizzonte europeo fu in questo senso per lui sorgivo e precoce (si preoccupava di precisare, non di un “nazionalismo europeo”…). Si occupò spesso pubblicisticamente del tema della pace, che leggeva come obiettivo di un impegno culturale prima ancora che politico. “I giovani di oggi sanno che solo con la pace tutto può essere salvo: sanno che il servizio alla pace  è più duro e deve essere più generoso del servizio della guerra”. Il credente non poteva odiare nemmeno i nemici, per cui i conflitti potevano sempre trovare una via risolutiva. Il suo era quindi un anti-nazionalismo convinto.
Bachelet è ricordato come il Presidente rinnovatore dell’Azione Cattolica italiana. La famosa “scelta religiosa” del dopo Concilio Vaticano II. Quali erano le coordinate di quell’Azione Cattolica? Ha ancora qualcosa da dire oggi alla “Chiesa in uscita” di Francesco?

 

Egli riconobbe che l’espressione forse non fu felicissima, ma la sostanza era molto chiara. Si trattava di rinnovare l’Ac secondo il modello conciliare, per farne un laicato “ponte” tra Chiesa e società (l’espressione che lui fece propria era di Paolo VI). Il che implicava una concentrazione sull’essenziale del crescere come cristiani, staccandosi da una certa idea di influenza diretta sulla politica che l’Ac degli anni Cinquanta aveva coltivato. Ma non per abbandonare a sé stesso l’impegno civile dei cristiani: anzi, per alimentarlo meglio con un contributo educativo, culturale, di mentalità. Un contributo che fosse vivo e genuino, all’altezza di un enorme “cambiamento d’epoca” che egli vedeva nel mondo degli anni ’60 e ’70, e che chiedeva proprio di distinguere tra l’essenziale e il caduco: intuizione che papa Francesco sta riprendendo sempre più chiaramente.

Il suo impegno istituzionale più alto fu come Vice presidente del Consiglio superiore della magistratura. Un ruolo fondamentale per lo sviluppo costituzionale dell’Italia. Come si svolse quel ruolo?
Fu un po’ particolare: egli lasciò la presidenza nazionale dell’Ac nel 1973 e fu chiamato da Moro per dare un servizio istituzionale. Dopo l’elezione del 1976 la Dc scelse per la prima volta di mandare al Csm con il voto parlamentare dei professori qualificati più per competenza che per vincolo partitico. La sua vicepresidenza scaturì – dopo qualche conflitto iniziale – come punto di mediazione in un consiglio molto pluralistico, in cu la magistratura esprimeva vivacità correntizia, ma anche preoccupazioni per un ruolo civile tutt’altro che scontato e banale. Erano anni di critiche e contestazioni. Egli lavorò per l’unità e l’indipendenza della magistratura senza apparire troppo, con mitezza e intelligenza, come di consueto. E in questo ebbe riconoscimenti anche da chi inizialmente l’aveva poco sostenuto.
Dalla memoria viva di Vittorio Bachelet possono venire degli stimoli per comprendere un mondo radicalmente cambiato?

 

Naturalmente quarant’anni sono tanti, e il suo mondo è molto lontano dal nostro, ma in termini di metodo ci sono elementi ancora molto eloquenti per l’oggi. Penso ad esempio alla sua idea di una società ricca e articolata, rispettosa del pluralismo delle aggregazioni con i loro compiti diversi (anche l’Ac doveva appunto riscoprire il proprio specifico…): oggi in tempi di facile enfasi sulla disintermediazione e sull’individualismo metodologico, che porta le persone sole di fronte a poteri mediatici e politici verticistici, andrebbe riscoperta questa idea. La sua visione delle nazioni come un bene per gli esseri umani contrasta radicalmente con il nazionalismo risorgente e grezzo delle destre dei nostri giorni. E poi si può segnalare l’attitudine al dialogo civile e alla comprensione, radicalmente diversa dal linguaggio dominante dell’odio e della contrapposizione. Come anche è straordinariamente attuale l’esperienza di una comunità cristiana che non solo insista sui valori (Bachelet affrontò la delicata questione del divorzio con posizioni molto nette), ma si ponga sempre in aiuto e rispetto verso coloro che si pongono il problema complicato di ottenere la migliore realizzazione possibile di questi valori. La spiritualità che accompagnava queste scelte era chiara. Egli ebbe occasione di dire a un convegno della Cei nel 1968: ““[Il] mondo […] fra venti anni sarà assai più diverso da quello di oggi, quanto non lo sia quello di oggi rispetto al mondo di venti anni fa. Questo vortice sembra sopraffarci, farci sfuggire di mano ogni ragionevole programma. Il cristiano, se fosse veramente ricco di fede, di speranza, di amore, non sarebbe mai stato libero come ora, proprio per questa evidenza della provvisorietà della sua condizione umana, che lo spinge sì all’azione, ma nell’abbandono fiducioso alla Provvidenza”.