“Va bene migliorare, ma non aspettiamoci miracoli sulla legge elettorale”. Intervista a Stefano Ceccanti

Nei prossimi giorni il Parlamento sarà chiamato a discutere sulla legge elettorale. Una qualche forma di dialogo tra le forze politiche è in corso.
Proviamo, in questa intervista, con il costituzionalista Stefano Ceccanti, Ordinario di Diritto Costituzionale alla Sapienza di Roma, ad immaginare i possibili sviluppi.

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La lezione di Macron all’Italia. Intervista a Giorgio Tonini

Si andrà sempre più verso una Europa a due velocità? Questa sembra la direzione che l’elezione di Macron a Presidente della Repubblica francese imprimerà all’UE. Direzione, con asse franco-tedesco, confermata anche dall’intervista a Repubblica, uscita questa mattina, dal ministro delle Finanze tedesco Schäuble. Quale “lezione” porta l’elezione di Macron all’Eliseo? Ne parliamo, in questa intervista, con Giorgio Tonini, senatore del PD e Presidente della Commissione Bilancio a Palazzo Madama.

Senatore Tonini, non possiamo non partire dalle elezioni presidenziali francesi: qual è la lezione politica che ci viene dalla Francia?

 Se devo sceglierne una in particolare, direi che i francesi ci hanno detto che i problemi agitati dai populisti, sia di destra che di sinistra, sono problemi veri, ma le soluzioni da loro proposte sono invece sbagliate, perfino controproducenti. Macron ha colto la domanda di sicurezza e di protezione che sale dalla società francese. Ed ha convinto due terzi dei suoi concittadini che lo Stato nazionale, anche uno Stato forte ed efficiente come quello francese, non è più in grado, da solo, di corrispondere a queste esigenze profonde, per insuperabili problemi di scala. Solo una sovranità condivisa, come quella che faticosamente, da più di settant’anni, quindi da ben prima dei Trattati di Roma, stiamo cercando di costruire a livello europeo, può dare risposte efficaci ai problemi dei popoli.

 Il populismo  sovranista è stato sconfitto, ed è una gran fortuna per tutta l’Europa. Certo rimangono, tra i grandi Paesi fondatori dell’UE,  Germania e Italia. Sappiamo che in Germania il confronto sarà tra due europeismi robusti. In Italia,  siamo , come afferma Enrico Letta sulla “Stampa”, impelagati in un dibattito, per la verità sembra più una rissa in un cortile, tra “euro-fobici”, “euro-scettici” e “euro-timidi”.  Insomma siamo ancora l’anello debole. Qual è la sua opinione?

Se guardiamo ai fatti e non ci lasciamo irretire dal chiacchiericcio mediatico quotidiano, vediamo che il Partito democratico, cioè il principale partito italiano, il partito baricentrico degli equilibri politici e di governo del paese, non solo ha l’Europa nel suo dna, non solo ha rappresentato e rappresenta il principale argine in Italia al populismo antieuropeo, ma è anche uno dei protagonisti assoluti del dibattito, del confronto, talvolta del conflitto, in atto in Europa sul futuro dell’Unione. Quando dunque andremo a votare per il nuovo Parlamento, presumibilmente qualche mese dopo i tedeschi che votano in settembre, la posta in gioco sarà molto chiara e riguarderà la partecipazione o meno dell’Italia al gruppo di testa della nuova Europa a due velocità che, grazie all’esito delle elezioni francesi, si può dire, ormai con un certo grado di certezza, che prenderà il largo.

Veniamo a Macron. Anche qui, come al solito, si è scatenata, in Italia, la corsa, ed è il segno del nostro provincialismo, a chi è più vicino al leader francese. Non Sarebbe più corretto prendere atto che la vicenda del giovane Presidente è un fenomeno tipicamente francese. Questo non significa che non possano esserci affinità con Renzi, non le sembra esagerato l’atteggiamento di Matteo Renzi di appropriarsi del personaggio? 

Cercare le affinità e le differenze sul piano personale, tra Renzi e Macron, può essere divertente e magari interessante per il pubblico di un talk show. Sul piano politico, è evidente l’alleanza tra i due leader, entrambi impegnati sulla frontiera del riformismo europeista. Sul piano istituzionale invece, tanto più dopo la bocciatura della nostra riforma costituzionale al referendum del 4 dicembre scorso, un abisso separa purtroppo il neoeletto president de la Republique, che potrà disporre di tutta la forza che la Costituzione riformata da De Gaulle mette in capo all’Eliseo, dal segretario e candidato premier di una Repubblica perennemente a rischio di ingovernabilità.

E tanto per rimanere nel tema sappiamo che  vi sono differenze tra i due su diversi dossier economici. Per esempio Macron spinge sulla riduzione del debito pubblico. L’obiettivo è quello di portare, in tempi rapidi, il rapporto deficit-pil all’1%. Un obiettivo per noi ancora lontano. Certo poi ci sono gli investimenti, l’ecologia ecc. Insomma guarda più alla Germania che al Sud dell’Europa. Renzi è consapevole di questo?

Per la verità, nel rapporto deficit-pil, siamo assai più vicini all’1 per cento, e in definitiva al pareggio strutturale, noi italiani, rispetto ai cugini francesi. Che hanno un debito storico meno grande del nostro, ma anche anni di deficit assai più alti, comunque sopra il 3 per cento previsto dai Trattati. Macron si è impegnato a mettere ordine nei conti della Francia. E ha proposto ai tedeschi (e a noi italiani) un patto politico nuovo, basato sul risanamento dei conti dei singoli Stati membri, reso sostenibile da vere politiche espansive a livello di Unione. Per questo Macron ha rilanciato la proposta di un bilancio dell’Eurozona, finalizzato a sostenere un ambizioso programma di investimenti che innalzi il livello di crescita in tutta l’area; un bilancio gestito da un ministro delle Finanze, che ne risponda ad un Parlamento dell’Eurozona. I tedeschi al momento sono cauti e tali rimarranno fino alle elezioni di settembre. Ma sono convinto che il 2018 ci regalerà una nuova convergenza tra Parigi e Berlino, basata su questa innovativa piattaforma francese. Noi abbiamo tutto l’interesse a proporci come comprimari da subito di questo accordo per la riforma dell’Eurozona. E la Francia ha tutto l’interesse a trattare con i tedeschi potendo contare su una convergenza con gli italiani. Non a caso nel suo manifesto politico-programmatico, enfaticamente titolato “Révolution”, Macron non parla mai di asse franco-tedesco, ma di rilancio del progetto europeo “insieme alla Germania e all’Italia e ad alcuni altri paesi”.

 Comunque questa elezione rappresenta l’ultima occasione per l’Europa di riformarsi. Macron spingerà  “a tavoletta” sul rafforzamento dell’UE. Riuscirà l’Italia a stare dietro a questa accelerazione?

 È questa la vera incognita. E anche la maggiore incertezza che grava sul futuro dell’Europa, una volta messa in sicurezza la Francia grazie alla vittoria di Macron. Ma mentre alle elezioni francesi si giocava il futuro d’Europa, che sarebbe stato radicalmente compromesso con la vittoria della signora Le Pen, alle prossime elezioni italiane sarà in gioco solo l’Italia. L’Europa e l’euro, comunque, andranno avanti, con o senza di noi. Starà a noi decidere se vogliamo restare saldamente agganciati all’Europa, come perfino la Grecia ha scelto di fare, o se invece davvero preferiamo lasciarci andare alla deriva nel Mediterraneo…

 Parliamo per un attimo del PD. Renzi ha stravinto il Congresso, appena eletto è parso “ecumenico” però poi all’Assemblea di domenica ha continuato nell’ingordigia: niente Presidente alle minoranze. Insomma il “ragazzo” non perde il vizio…

 Il Pd è l’unico grande partito italiano nel quale la leadership sia effettivamente contendibile e sottoposta alla periodica verifica del consenso della base. Non a caso il Pd, nei suoi primi dieci anni di vita, è passato dalla leadership di Veltroni, a quella di Bersani e poi a quella di Renzi. Né Forza Italia, né il Movimento Cinque Stelle conoscono qualcosa di lontanamente paragonabile. Sono entrambi proprietà rispettivamente di Silvio Berlusconi e di Beppe Grillo. Un po’ come gli Stati assoluti erano proprietà privata del sovrano. Matteo Renzi, nonostante la sconfitta al referendum e le dimissioni da presidente del Consiglio, la scissione a sinistra e la competizione interna con due avversari di tutto rispetto, è stato voluto di nuovo  alla guida del partito dal 70 per cento di 1,8 milioni di elettori del Pd. Una rinnovata apertura di credito che gli consegna una grande forza. Sta ora a lui non sprecarla. Resta curioso il fatto che in Italia l’unica “deriva autoritaria” di cui ci si occupa è quella, immaginaria, dell’unico partito che possa essere definito democratico.

 Tra un anno, se  tutto va bene, ci saranno le Elezioni. Non sarebbe il caso, per il PD, di abbandonare la chimera del 40% e puntare, invece più saggiamente, a costruire una coalizione di centrosinistra ?

 Dal 1994 fino al 2013 le coalizioni sono state create per vincere le elezioni e non per governare. Con tutte le conseguenze del caso… C’è assai poco di saggio, a mio modo di vedere, nel rimpiangerle e nel riproporle. Credo che si andrà a votare tra un anno con un sistema sostanzialmente proporzionale, quale quello scaturito dalle due sentenze della Corte. Non vedo infatti né le condizioni politiche, né quelle tecnico-giuridiche, per una riforma elettorale che produca un vero effetto maggioritario, nella elezione di due Camere con gli stessi poteri e una composizione molto diversa. Il Pd andrà alle elezioni con l’obiettivo di essere confermato primo partito del paese e cercherà poi di costruire attorno a sé una coalizione di governo, omogenea sul piano programmatico, a cominciare dalla riforma dell’Europa. Ma è probabile che nella prossima legislatura il tema della riforma costituzionale si riproponga e che si formi un arco di forze disponibili a sostenere un modello di tipo semipresidenziale alla francese.

Legittima difesa, OPAL Brescia: “Così si incentiva l’uso delle armi”. Intervista a Mimmo Cortese

Il tabellone con il voto finale sulla modifica dell’articolo 59 del codice penale che riguarda la legittima difesa (Ansa)

La scorsa settimana la Camera ha approvato alcune modifiche alla legge sulla legittima difesa, che dovranno ora passare all’esame del Senato. Le nuove norme hanno suscitato un aspro dibattito nel mondo politico e nell’opinione pubblica: il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Eugenio Albamonte, ha definito il provvedimento “inutile e confuso”. Anche l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL) di Brescia ha sollevato diverse questioni riguardo alle modifiche della legge. Ne parliamo, in questa intervista, con Mimmo Cortese, membro del Consiglio scientifico di OPAL.

 

Anche voi, come Osservatorio, avete espresso diverse critiche. Cosa non va e perché?

Molta attenzione, e anche una certa ironia, è stata indirizzata alla questione dell’aggressione commessa di notte. Il punto centrale è, invece, nel passaggio che prevede che la colpa di chi spara sia sempre esclusa quando l’errore sia la conseguenza di un “grave turbamento psichico” causato dall’aggressore. Si tratta, innanzitutto, di una categoria giuridica fino ad ora inesistente che metterà a dura prova i giudici che dovranno definire la sussistenza del “grave turbamento”. Ma soprattutto, porterà a pensare che, dotandosi di un’arma, non solo la propria sicurezza risulterà più garantita ma che la propria impunità, nel caso di reazione armata ad un aggressore, avrebbe di gran lunga più possibilità di essere affermata. E’ un messaggio che – come ha evidenziato il ministro della Giustizia, Andrea Olando – porterà a favorire la diffusione delle armi e che, aggiungo, indurrà a farsi giustizia da soli senza però garantire una maggiore sicurezza, ma che anzi risulterà ad un aumento della violenza armata.

 

Immagino si riferisca alla situazione degli Stati Uniti. E’ così?

Quello che accade quotidianamente negli Stati Uniti è sotto gli occhi di tutti: la libera circolazione delle armi non favorisce affatto la sicurezza, ma aumenta l’insicurezza e porta a reazioni sconsiderate e oltremodo violente non solo da parte dei cittadini ma anche delle stesse forze dell’ordine: una banale rissa diventa una sparatoria e non è raro che un semplice controllo stradale si trasformi in un omicidio. Ma mi riferivo anche a quanto già succede in Italia. Sebbene la situazione non sia certo comparabile a quella degli Stati Uniti, ci sono però diversi dati ai quali occorrerebbe porre maggior attenzione: il tasso di omicidi dell’Italia è, infatti, dopo quello degli Stati Uniti, il più alto di tutti i paesi del G7 e l’Italia è il paese nell’UE con la più alta percentuale di omicidi per armi da fuoco. E ciò nonostante nel nostro paese la disponibilità delle armi sia relativamente bassa. Le statistiche internazionali spesso non specificano se gli omicidi sono stati compiuti con armi legalmente detenute e per questo OPAL ha aperto un “Database degli omicidi e reati in Italia con armi legalmente detenute che, stando ai dati raccolti in questi mesi, evidenzia già diverse questioni preoccupanti.

 

Quali sono?

Limitandoci al primo trimestre di quest’anno, a fronte di due o tre casi in cui le armi legalmente detenute da cittadini sono state utilizzate per sventare un’aggressione o un furto in casa – e uno di questi casi è quello di Casaletto Lodigiano in cui uno dei ladri è stato ucciso, caso che è sotto indagine – vi sono ben dieci casi di omicidi compiuti con armi legalmente detenute che hanno portato alla morte di 15 persone. Vi sono inoltre una quindicina di legali possessori di armi che sono sotto indagine per tentato omicidio, minaccia di morte e minaccia aggravata e sono diversi anche i casi di legali possessori di armi scoperti con armi illegali. Tornando agli omicidi, l’unico caso che ha suscitato una certa attenzione a livello nazionale è quello del panettiere di Vasto, Fabio Di Lello, che ha ucciso in pieno giorno il giovane Italo D’Elisa per vendicarsi dell’investimento mortale della moglie. Vi è stato un acceso dibattito sui presunti ritardi della giustizia, ma pochi hanno fatto notare che Di Lello, nonostante l’uso di psicofarmaci per curare la depressione, deteneva regolarmente un’arma per uso sportivo.

 

Il tema della legittima difesa è strettamente correlato alle norme che riguardano la detenzione e il porto d’armi. Come valutate la normativa italiana?

Contrariamente al diffuso luogo comune, la legislazione italiana è sostanzialmente permissiva in materia di detenzione di armi: oggi, a qualunque cittadino incensurato, esente da malattie nervose e psichiche, non alcolista o tossicomane, è generalmente consentito di possedere fino tre armi comuni da sparo, sei armi sportive e un numero illimitato di fucili da caccia. Mentre, infatti, il porto d’armi per difesa personale richiede di motivare la necessità e ottenere dal Prefetto un’esplicita autorizzazione che ha validità annuale, per le licenze per uso sportivo e per attività venatorie è sufficiente una semplice richiesta alla Questura allegando le certificazioni di idoneità psico-fisica e di capacità di maneggio delle armi: queste due licenze hanno una validità di sei anni. Anche per il “nulla osta” per detenere armi non è richiesto di motivare il bisogno ma, come per le altre licenze, è solo necessario richiedere l’autorizzazione alla Questura.

 

Una situazione che, secondo quanto avete segnalato, sta inducendo numerosi italiani a chiedere una licenza per “tiro sportivo” al fine di poter avere un’arma in casa. E’ così?

I dati rilasciati dal Viminale mostrano un forte incremento soprattutto delle licenze per tiro sportivo che nel giro degli ultimi cinque anni sono aumentate di oltre 100mila unità, mentre sono in costante calo quelle per la caccia. Ora, se è vero che per praticare il tiro a segno amatoriale non è obbligatorio essere iscritti ad una federazione nazionale, è però altrettanto vero che le due maggiori associazioni nazionali dichiarano nell’insieme di non superare i 100mila tesserati, mentre sono quasi 460mila gli italiani che detengono una licenza per tiro sportivo. Non è quindi improprio pensare che la licenza di tiro sportivo stia diventando un modo tutto sommato facile per poter detenere un’arma per scopi che nulla hanno a che fare con le attività sportive ma che riguardano invece la difesa personale, della propria abitazione o esercizio commerciale.

 

Voi proponete, quindi, un maggior rigore in un’ottica di responsabilità. Può spiegarci meglio?

Lo abbiamo fatto con un comunicato di OPAL col quale abbiamo sottoposto all’attenzione delle rappresentanze politiche una serie di indicazioni molto precise per migliorare le normative vigenti riguardo all’accesso e alla detenzione di armi. Non posso qui illustrarle tutte, ma il principio alla base è che ogni tipo di licenza debba essere adeguatamente motivato specificando la necessità di detenere l’arma e che il rilascio di ogni tipo di permesso debba essere valutato dalle autorità competenti anche a seguito di precisi accertamenti medici e non, come avviene attualmente, solo con una autocertificazione controfirmata dal medico curante e un semplice esame di idoneità psico-fisica da parte dell’ASL. Crediamo inoltre fondamentale che la legge definisca con precisione il tipo e il numero di armi e munizioni che possono essere detenute per la difesa personale, in ambito abitativo o di un esercizio commerciale prevedendo soprattutto l’utilizzo di armi e munizioni di tipo non letale ed escludendo tutte le armi di tipo sportivo o da caccia.

 

Torniamo alla questione della legittima difesa. Ci sono dei correttivi da apportare alla legge attuale? Secondo voi, quali principi andrebbero invece mantenuti saldi e invariati?  

Riteniamo che si possano considerare alcuni correttivi a quelle norme che rischiano di penalizzare ingiustamente la persona che subisce un’aggressione: pensiamo, ad esempio, alle norme che in un certo senso finiscono per mettere sullo stesso piano l’aggredito e l’aggressore. Ma non è ammissibile alcun tipo di modifica che si fondi sull’assunto secondo cui “la difesa è sempre legittima”. Per essere legittima la difesa deve, infatti, sempre rispondere alle condizioni, previste nel nostro ordinamento, della necessità di difendere se stessi o altri (e quindi come extrema ratio), di attualità o inevitabilità del pericolo (il pericolo deve essere reale ed effettivo e non solo ipotetico, presunto o possibile) e di proporzionalità tra difesa e offesa. Inoltre, e questo è fondamentale, va ribadito che la potestà punitiva appartiene esclusivamente allo Stato che deve garantire le misure idonee a salvaguardare la sicurezza della collettività proprio per prevenire forme di “giustizia privata”.

Venti di populismo, il miraggio dell’antipolitica. intervista a Luigi Alici

Soffia il vento dei populismi in Europa. In Francia, ormai vicinissima alle elezioni presidenziali (si svolgeranno domenica prossima), va forte il Front National di Marine Le Pen. In altri Stati europei il populismo è stato fermato, ma non nel  Regno Unito. Ora tocca ai grandi paesi, Francia-Germania-Italia,  fondatori dell’Unione Europea affrontare questo “spettro” che si aggira per l’Europa. Uno “spettro” che rischia di portare indietro l’Europa. Ma cos’è il populismo? Qual è la sua natura? Cerchiamo di approfondirlo, in questa intervista, con il filosofo Luigi Alici. Alici  è  Direttore della Scuola di Studi Superiori “Giacomo Leopardi” all’Università di Macerata.

Professore, incominciamo questa nostra conversazione cercando, nel limiti di una intervista, di definire il termine “populismo “. Il filosofo liberale Isaiah Berlin, in un convegno del 1967 della London School of Economics, parlava di un rischio, per gli studiosi, nel cercare una definizione “pura” di populismo. Il rischio, secondo Berlin, è quello di cadere nel “Cinderella complex” (complesso di Cenerentola), ovvero di non  trovare nella realtà oggetti perfettamente corrispondenti alla teoria. Eppure bisogna cercare di liberarsi da questo “complesso “. Allora le chiedo cos’è il populismo: Una ideologia, uno “stile” politico oppure una mentalità?  

Berlin aveva ragione: nel caso del populismo non si trova mai il piede – un unico piede – che possa calzare perfettamente la scarpetta di Cenerentola. Egli stesso, del resto, seguito da altri studiosi, ha tentato di elaborare un’interessante “sintomatologia” del fenomeno, che qui non possiamo analizzare. Restando dentro questo lessico, si potrebbe dire che il populismo è un sintomo e nello stesso tempo una malattia: un sintomo, in quanto segnala un malessere generale della democrazia, che non riesce più a far fronte in termini politici alle sfide sociali della convivenza; una malattia, anzi una epidemia latente, che in condizioni propizie dilaga come una vera e propria pandemia (dal greco pan-demos, tutto il popolo). Nasce da qui il carattere equivoco del fenomeno, che intercetta una sorta di pulsione viscerale, sempre pronta ad esplodere in forme complesse e pervasive: quello che spesso insorge come un meccanismo reattivo di autodifesa, che sfrutta in modo parassitario paure, smarrimenti e risentimenti, può assumere ben presto forme opportunistiche e camaleontiche, fino a irrigidirsi in una vera e propria mistificazione ideologica. In questo senso, nessuno ne è per principio autoimmune: è il populismo in me, più che il populismo in sé, che io devo temere di più.

 

Quali sono le condizioni “strutturali ” in cui si può sviluppare il populismo?

Se distinguiamo condizioni “congiunturali” e “strutturali”, fra queste ultime segnalerei soprattutto una concezione distorta del rapporto tra popolo e comunità, da un lato, e del rapporto tra politica e democrazia, dall’altro. Nel primo caso, il popolo è mitizzato come un vero e proprio organismo vivente, omogeneo, compattato in profondità da un legame vitale, immediato, che si traduce in una deriva plebiscitaria, alimentando un immaginario collettivo in cui contano solo i collanti identitari “caldi” di tipo emozionale. La comunità è sempre pura, il nemico è solo esterno. A questo primitivismo comunitario corrisponde, sul piano politico, una strisciante delegittimazione istituzionale e un appello ambiguo a una “democrazia alternativa”: la cosiddetta antipolitica nasce come una reazione di rigetto nei confronti di un parlamentarismo ritenuto folcloristico e inconcludente, all’ombra del quale sarebbe entrato in stallo il meccanismo fisiologico della rappresentanza e si sarebbero consolidate elitarie rendite di posizione. Ma la denuncia della democrazia tradita può degenerare in un tradimento ancora peggiore, che si manifesta nella retorica del nemico, nella celebrazione di una comunità chiusa, in atteggiamenti antimoderni di isolazionismo e soprattutto nel rifiuto della politica come articolazione e mediazione delle differenze. Prima o poi sorgerà un “uomo della provvidenza”, capace di intercettare queste spinte populiste, presentandosi come colui che parla direttamente alla “pancia” del popolo, senza alcuna fastidiosa intermediazione. Come ha dichiarato Trump, appena insediato: “Ora il potere torna al popolo”.

Quali sono gli “strumenti ” di  diffusione del populismo?

Ci sono anche fattori “congiunturali”, che offrono condizioni favorevoli per la crescita rapida dei fenomeni populisti: in passato, possono essere stati fattori di drammatica conflittualità interna (come negli Stati Uniti la guerra di secessione) o di grave crisi economica (come negli anni Trenta), o un mix di povertà endemica, instabilità politica e tentazioni autoritarie (come nei paesi sudamericani). Nel nostro tempo, gli effetti della recente crisi economica sono stati esasperati da una serie di gravi fenomeni concomitanti, che si chiamano globalizzazione, corruzione, immigrazione, paralisi dei grandi organismi rappresentativi, dall’Onu all’Europa.

In tutti questi casi, il populismo è un “parassita dell’antipolitica”, che può crescere come un vero “partito trasversale”: nelle culture politiche di destra tende ad assumere un volto corporativo e autoritario; in alcuni regimi militari celebra ordine e gerarchia; a sinistra si nasconde spesso dietro le bandiere dell’egualitarismo e del radicalismo rivoluzionario; in ambito socialista può assumere forme etnonazionaliste; quando colonizza alcune culture cristiane, alimenta forme identitarie di reazione antimoderna, usandone la simbologia religiosa e la domanda salvifica, ma di fatto trasformandola in una forma di neopaganesimo idolatrico.

 Si parla molto  di democrazia della Rete (Casaleggio-Grilllo).  A vedere certe vicende dei 5Stelle, Genova, si usa la Rete e poi si fa tutto il contrario della decisione della Rete. Insomma la “democrazia” della Rete è una menzogna? 

Il fenomeno del M5S è troppo recente e ancora in fieri; manca un minimo di distanza storica, per poter esprimere una valutazione ponderata e non ideologica. La sua nascita, tuttavia, contiene in sé alcuni germi populisti: la divisione manichea tra Noi e Loro, senza sfumature o mezze misure, che ha legittimato il M5S come alternativa radicale al sistema dei partiti tradizionali, contrassegnata da forme di purismo (quasi un rifiuto di contaminarsi…) che, già ora, cominciano a scolorire; il leader carismatico che, a dispetto di alcuni slogan (“Uno vale uno”), di fatto incarna, gestisce e protegge l’anima profonda del movimento, promettendo risposte radicali e finalmente risolutive ai problemi di sempre; la rete come vera e propria “terra promessa”, quasi un luogo salvifico che consente di bypassare la fatica (e la problematicità) della elaborazione politica, sostituendo l’immediatezza alla mediazione. “Sta nascendo una comunità”: disse il leader del movimento, a margine della grande manifestazione di Roma del 2013; tuttavia, di recente, quando il sondaggio in rete per le elezioni comunali di Genova ha dato un risultato sgradito, lo stesso Grillo ha giustificato l’esclusione in ultima analisi con queste parole: “Fidatevi di me”. Un atteggiamento, questo, inequivocabilmente populista. Il vero populista non riesce ad accettare queste parole: “È la democrazia, bellezza!”.

Parliamo della visione di società del “populismo”. L’esempio dei muri ungheresi e di Trump sono eclatanti, c’è un primitivismo pericoloso in questo. Le comunità “pure” nella storia politica europea hanno combinato disastri e tragedie enormi. E’ così Professore?

Il populismo intende il popolo come un organismo indifferenziato. Per questo teme le differenze e, non avendo gli strumenti per articolarle, s’illude di proteggere la propria purezza con strumenti peggio che primitivi. Anche perché un muro di missili non è come un muro di pietre: tecnologicamente e culturalmente, mortifica l’intelligenza anziché promuoverla, e spesso trasforma la difesa in aggressione. L’incapacità di distinguere fra un “noi” esclusivo, quasi sempre identificato in termini nazionalisti (o “sovranisti” che dir si voglia), e un “noi” inclusivo, che vede in ogni muro una porta, è la madre di tutti i conflitti. Anche Hannah Arendt ci ha ricordato che la pluralità umana, intesa come “la paradossale pluralità di esseri unici”, è l’essenza stessa della condizione umana e di ogni autentica vita politica. La responsabilità dell’uomo politico si misura dalla sua capacità di governare le differenze, non di cavalcare la paura.

A guardare la “fenomenologia ” politica italiana c’è un senso delusione forte nei confronti della classe politica. E questo senso di delusione esprime anche un desiderio di autenticità. Ovvero di credibilità. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: che il desiderio di autenticità si trasformi in una rabbia “villana” senza progetto per cui la  soluzione autoritaria (che ha molte sfaccettature) è l’unica possibile. Non vede questo rischio in Italia?

Il rischio esiste ed è concreto. Esso nasce – credo – dalla riduzione dei luoghi di elaborazione e progettualità, cui corrisponde fatalmente un deficit di partecipazione, che non può essere subappaltata alla rete. L’antipolitica non è una risposta alla crisi della politica. Nessuno, arrivando con una patologia acuta in un Pronto soccorso, chiederebbe di farsi curare da un operatore che non sia un medico, perché l’ospedale non funziona: eppure, nella precaria situazione politica italiana, non essere un politico – e nemmeno un sincero democratico – sta diventando paradossalmente un requisito vincente! Come ho scritto in un mio libro (I cattolici e il paese. Provocazioni per la politica, 2013), il “tempo lungo” della semina, più che il “tempo corto” del raccolto, è ciò di cui oggi la politica ha più bisogno. Per questo dobbiamo restituire alla scuola quella centralità strategica che le compete, come agenzia formativa dove si acquistano senso critico e senso storico, indispensabili per contrastare il mito dell’immediatezza e la seduzione delle scorciatoie, e dove s’apprende il tirocinio lento della partecipazione e la fatica straordinaria e benedetta della progettualità.

Giunti a questo punto dell’intervista bisogna lanciare un messaggio “ricostruttivo”. Allora vengono alla mente i grandi maestri del personalismo comunitario degli anni 30 del secolo scorso, Mounier in primis. Ecco su quali basi ripartire per ricostruire?

In effetti la stagione personalista ha prodotto in questo campo i suoi risultati migliori. Due grandi opere di Emmanuel Mounier, in particolare, meritano di essere ricordate: Rivoluzione personalista e comunitaria (1935) e Manifesto al servizio del personalismo (1936). Sullo sfondo è la crisi del ’29, l’affermarsi del nazionalsocialismo in Germania e delle tentazioni nazionaliste che avrebbero condotto a un altro conflitto mondiale. Mounier, in particolare, denuncia il pericolo di una “società di massa” che può riscattarsi nella “mistica” del capo carismatico, in cui una maggioranza silenziosa può incarnarsi ciecamente, come una sorta di coscienza collettiva personificata. Denuncia altresì il pericolo di una “società vitale”, costituita da un legame diretto, quasi viscerale, tra compagni di avventura, cementati da comuni esperienze e comuni interessi; in queste comunità effimere e superficiali, gli egoismi corporativi prendono il posto del bene comune e la dignità della persona naufraga nel culto della personalità del capo. Ma prima ancora, anche se in un contesto non propriamente personalista, merita di essere ricordata la grande opera di Henry Bergson, Le due fonti della morale e delle religione (1932), in cui viene messa a fuoco la differenza fondamentale fra società chiusa e società aperta: la prima è frutto di una regressione a uno stadio istintuale e quasi biologico, che tende sempre a compattarsi contro un nemico, in quanto manca di un’autentica apertura all’idea universale di umanità. Parole profetiche e inascoltate, proprio come il suo impegno per la pace nell’ambito dell’Assemblea delle Nazioni. Ci vorrà il bagno di sangue della seconda guerra mondiale per far aprire gli occhi sul pericolo mortale del populismo. È il caso di ricordarcene anche oggi.

La nuova primavera di Palermo. Intervista ad Alfio Mastropaolo

 

Palermo (Contrasto)

Entro questa primavera si svolgeranno le importanti elezioni amministrative. Elezioni che saranno, anche, un test politico nazionale. In particolare per PD e Movimento 5Stelle.

Complessivamente, considerando tutte le regioni, alla tornata elettorale amministrativa di primavera 2017 saranno interessati gli elettori di 1.020 comuni, di cui 796 appartenenti a regioni ordinarie e 224 a regioni a statuto speciale.
Si voterà in quattro comuni capoluogo di regione (Catanzaro, Genova, L’Aquila e Palermo) ed in ventuno comuni capoluogo di provincia (Alessandria, Asti, Belluno, Como, Cuneo, Frosinone, Gorizia, La Spezia, Lecce, Lodi, Lucca, Mondza, Oristano, Padova, Parma, Piacenza, Pistoia, Rieti, Taranto, Trapani e Verona).
Superano i 100.000 abitanti le seguenti città: Genova, Monza, Padova, Palermo, Parma, Piacenza, Taranto e Verona.
Da segnalare che si voterà per la prima volta in nove nuovi comuni istituiti nel 2017 mediante processi di fusione amministrativa. Il comune più piccolo alle elezioni è Blello (BG), che conta solo 71 abitanti al 31 dicembre 2015, data dell’ultimo bilancio demografico annuale Istat.

Ce ne occuperemo anche noi, facendo un piccolo “tour” politico – amministrativo, andando a scovare realtà significative nel nostro Paese.
Incominciamo, oggi, con la città di Palermo. Palermo città di Frontiera. Ne parliamo, in questa intervista, con Alfio Mastropaolo, palermitano doc, che è stato per anni docente universitario di Scienza politica e tra i più noti studiosi europei sull’antipolitica.

Professore, guardando all’operato di questi anni del Sindaco Orlando, quale giudizio si sente di esprimere? Per riprendere lo slogan di Luca Orlando “Il sindaco lo sa fare” sì o no?
Palermo è un laboratorio di molte cose italiane e per questo merita di essere osservata. È un esempio di quel che capita al momento alle amministrazioni locali in Italia. Nei primi anni ’90 erano state acclamate come la leva del rinnovamento politico e morale del paese. Si era introdotta l’elezione diretta del sindaco, si erano snellite le procedure amministrative (qualcuno si ricorda la storia del sindaco manager), se ne erano ampliate le competenze e si era concessa loro qualche autonomia impositiva. Dopo un quarto di secolo la situazione si è rovesciata. Che l’applicazione pratica dei modelli più perfetti sia di solito deludente è cosa nota. Ma qui siamo al disastro. Ci si voleva liberare dai partiti. Pian piano qualcuno comincia a pensare che tra sindaco e cittadini non c’è niente in mezzo, che l’assenza d’istituzioni di raccordo pregiudica l’azione di governo, che se le elezioni producono una scelta disgraziata – un sindaco non necessariamente disonesto, basta incompetente – le conseguenze sono micidiali e i cittadini le pagano. Non siamo ancora entrati in una fase di ripensamento, ma siamo in pieno in quella dell’insofferenza. La cosa più saggia sarebbe rivedere certe scelte e provvedere a una messa a punto. Al momento, invece, il rischio di derive politiche devastanti e di riforme peggiorative è altissimo. Osservare i casi concreti è dunque utile.
Ciò che rende ancor più problematica la condizione delle amministrazioni locali sono state le misure spietate adottate nei loro confronti degli ultimi governi. Esse hanno pagato la parte più consistente delle riduzioni della spesa pubblica. I tagli erano iniziati da tempo, ma si sono a dismisura accelerati. Sono i tagli, risalenti, la ragione delle cementificazioni dissennate degli ultimi due decenni. Concedere opportunità di costruzione era un modo per far cassa, come lo erano le grandi opere e i grandi eventi. Da ultimo sono intervenute riduzioni mostruose nei trasferimenti dallo Stato agli enti locali. I governi si vantano di avere ridotto la spesa pubblica e perfino di aver abbassato le tasse. Invece, anche se pochi cittadini lo sanno e nessuno li informa, la fiscalità è divenuta iniqua. Il risultato è che i comuni si sono impoveriti e hanno ridotto drammaticamente i servizi ai cittadini, di cui sono i fondamentali fornitori. Non senza differenze tra i comuni più ricchi e quelli più poveri.
In questa micidiale tempesta, la parabola di Palermo è esemplare. È un distillato della storia recente. La città ha vissuto da protagonista la stagione delle grandi aspettative, con un sindaco – Orlando – che impersonava il desiderio di rigenerazione morale non solo di Palermo, ma pure del paese. In otto anni di amministrazione, tra il 1992 e il 2001, Orlando era riuscito a ottenere risultati piuttosto soddisfacenti. Quando il suo ciclo elettorale si esaurito, a Palermo è toccata un’amministrazione disastrosa e neanche troppo rispettabile. Cinque anni or sono la città si è di nuovo affidata a Orlando e sta provando a risalire la china, con una duplice complicazione: lo stato lamentevole in cui la città era stata lasciata dall’amministrazione precedente e i succitati tagli spietati della spesa pubblica.
La mia esperienza è quella di un fruitore part time della città. Molti palermitani si lamentano, ma chi studia queste cose sa che gli elettori hanno memoria corta. Vista con più distacco, la città è in risalita. Date le condizioni in cui il sindaco Orlando l’aveva trovata – valga per tutti il fallimento dell’azienda municipale per la nettezza urbana – a Palermo si sono fatti miracoli. Gli elettori non studiano scienze sociali e le classifiche, come quella del Sole/24 Ore, giocoforza semplificano. Per rendere giustizia alla realtà, occorrerebbero indagini molto più accurate.

Durante l’incontro al Teatro Golden, per il lancio della sua ricandidatura a Sindaco, Orlando ha presentato il bilancio del suo operato. Stando alle cifre che ha mostrato indubbiamente vi sono opere pubbliche di riqualificazione del territorio molto importanti, si pensi alle zone strappate al degrado che hanno recuperato una bellezza antica. Tutto questo è importante, però le chiedo, in sintesi, quali sono state le direttrici strategiche su cui si è mosso il Sindaco?
Orlando ha illustrato pubblicamente il bilancio della sua amministrazione. Mi pare ovvio che abbia redatto un elenco di successi strepitosi. Questa è la politica. Ma è innegabile che di cose lui e la sua giunta ne hanno fatte molte. Il comune ha resistito alle difficoltà a quadrare i bilanci. Come tutti le amministrazioni locali, quella di Palermo è afflitta da terribili carenze di personale, aggravate dai vari blocchi delle assunzioni. Eppure, la città è più pulita di cinque anni fa; le attività culturali sono in pieno risveglio; il restauro del centro storico, che porta ancora le ferite della guerra, è ripreso, pur nella crisi generalizzata dell’edilizia; si è avviata una politica di potenziamento del trasporto pubblico e di riduzione dell’inquinamento; si contrasta l’abusivismo edilizio e la massiccia evasione di tributi e tariffe locali. Insomma, si fanno cose utili. Non escludo che si potesse far di meglio. Bastava trovare l’uomo adatto e eleggerlo.

La forza carismatica e la competenza di Luca Orlando fanno la differenza. Un sindaco senza partito. Tanto che lui afferma “Palermo è il mio partito”. Una logica di indipendenza molto forte. I partiti di centrosinistra accetteranno questo?
Si parla troppo del carisma di Orlando e non gli si rende giustizia. Vent’anni fa ne avevano fatto uno straordinario personaggio televisivo. Poi la televisione e media l’hanno mollato e Orlando è rientrato tra i ranghi, ma è rimasto una personalità non comune. Il suo è uno stile politico singolare, per qualcuno magari irritante, ma lui è soprattutto un amministratore competente, un politico attento a parlare coi cittadini, oltre che una figura moralmente irreprensibile. Nessuno ha mai potuto metterne in discussione la moralità personale. Per temperamento non ama le liturgie dei partiti. Ma il problema non sta tanto nel fatto che lui non ama i partiti. Sta nel fatto che i partiti sono odiosi, pretenziosi e inconsistenti. Tanto che a Palermo non riescono nemmeno a opporgli una candidatura accettabile.
Il Pd si vanta di essere rimasto l’ultimo partito italiano. Sta mettendo in scena l’ennesima ridicola incoronazione del suo leader, ma a Palermo, dopo avere fatto sempre resistenza a Orlando, non ha trovato nessuno disposto a fargli concorrenza. Secondo un’antica tradizione nazionale, corre perciò in soccorso al (presunto) vincitore: se va bene, elemosinerà qualche assessorato. L’unica scusante è che i partiti sono allo stremo in tutta Italia, in Europa e forse, a guardare all’America, in tutto l’occidente. È molto difficile capirne la ragione. Butto lì un’ipotesi: i partiti non sanno e non vogliono più connettere i cittadini ai pubblici poteri, perché costa molta fatica. Vogliono vincere le elezioni, spartirsi le cariche pubbliche e si illudono che a questo fine basti la comparsata televisiva dell’istrione di turno. Così il popolo lo stanno scoprendo i nuovi estremisti di destra, o i populisti alla Grillo. È una condizione disastrosa, perché i partiti erano sì stati inventati come macchine elettorali, per conquistare il potere, ma lo facevano raggruppando gli individui, accogliendoli, soprattutto educandoli e connettendoli tra loro. Per carità, c’era chi lo faceva malissimo e si incrociava con la mafia. Sta di fatto che i partiti attuali sono unicamente gruppi di potere, che si affannano tra politica e affari. Palermo riflette in piccolo questa condizione. In assenza di un’alternativa credibile, Orlando ne profitta e li tratta con sufficienza.
In realtà, anche se dice di non avere un partito, lui dispone di un larghissimo network di relazioni nella società locale, tra associazioni, parrocchie, gruppi di volontariato, opinion leaders di circoscrizione, che coltiva da decenni e che, specie in assenza di concorrenti, costituisce una discreta base elettorale. Ho però il sospetto che, come tutte le persone di buon senso, anche lui si renda conto che i partiti ci vorrebbero. Come si tiene assieme una società, anche solo locale, senza una pubblica amministrazione decente, senza attività imprenditoriali, private o pubbliche che diano lavoro e reddito e pure senza partiti che raggruppino e educhino i cittadini? Palermo è un esempio tra tanti. Le assenze – niente pubbliche amministrazioni, niente partiti, niente imprese – sembrano essere il destino del paese. Da qualche parte sopravvivono segmenti di amministrazioni pubbliche e di imprese, più o meno solidi: a Milano, a Torino, a Firenze. Ma il resto, si veda Roma, è al collasso. Nel collasso può capitare di tutto: il pessimo – di esempi ne abbiamo molti sotto gli occhi – e il buono. Quest’ultimo mi pare il caso di Orlando, il quale però può far fuoco solo con la legna che c’è. Dobbiamo comunque essere consapevoli che se c’è bricolage virtuoso, c’è n’è anche di terribile. Non a caso l’elettore medio, in Italia e non solo, non è scontento, ma è disperato, e la disperazione produce movimenti scomposti. È sciocco gridare al lupo populista quando non si fa che chiamarlo.

Palermo si è contraddistinta per le politiche di accoglienza. Può parlarcene? Vi sono progetti meritevoli?
Anche qui, l’amministrazione comunale fa quel che i mezzi le consentono. A quel che vedo, fa parecchio. L’immigrazione è un fenomeno irreversibile. Come lo giudichiamo è irrilevante. Ciò che conta è che non si fermerà. E non porta da nessuna parte l’idea che possiamo fermarla. Per fermarla servirebbero non i respingimenti, ma una politica di sostegno ai paesi di provenienza, che crei pane e lavoro da quelle parti. E poi smetterla di accendere guerre scellerate in giro per il mondo. Se uno avesse buon senso, rinuncerebbe alle guerre e investirebbe nella pace. Ma l’occidente è irrimediabilmente insensato e vai a persuadere le popolazioni occidentali che occorre investire per dare pane e lavoro all’Etiopia o al Marocco. Quindi adeguiamoci. Le politiche di accoglienza costano anch’esse. Ma oltre all’accoglienza materiale, è essenziale quella simbolica: la conoscenza e il rispetto dell’altro. Questa è una politica che non costa, ma che in pochi fanno. Orlando la fa, con accanimento. La fa col suo stile: Palermo come punto di contatto tra nord e sud, come grande capitale mediterranea. Le parole contano. Anzi, le parole sono fatti. Certe parole – benedetto sia chi le pronuncia – servono a bilanciare le parole di odio pronunciate da altri. Sono coerenti con questo schema anche le parole che Orlando spende da sempre contro la mafia e la sua attenzione ai temi della legalità. C’è da aspettarsi che Palermo capitale della cultura nel 2018, oltre a far conoscere meglio le sue mille risorse monumentali, artistiche, gastronomiche, colga l’occasione per ribadire questi temi, anche agli occhi dei palermitani. I quali andrebbero pure persuasi a rispettare di più la loro città. Un’amministrazione non può farcela da sola. Se il problema della raccolta rifiuti è ancora grave, quanto non aiuterebbe a risolverlo un comportamento più disciplinato dei cittadini? Se ci fossero dei partiti di qualità, aiuterebbero loro. Non ci sono anche in questo e se ne sente la mancanza.

Certamente vi sono stati dei miglioramenti presentati dal Sindaco in quelle sue slides, che hanno fatto sì che l’immagine di Palermo in Italia sia migliorata. Però c’è l’enorme cifra della disoccupazione che si aggira intorno al 42% nella città metropolitana. Il tessuto industriale del comprensorio si è desertificato per la chiusura della Fiat. Non pensa che questo dovrà diventare la priorità assoluta per il prossimo sindaco?
Palermo sul piano occupazionale è molto malmessa. Lo è come il resto della Sicilia e come il Mezzogiorno. Ci sono segni di risveglio, ma sono molto timidi. Cosa può fare un sindaco? Non chiediamogli quel che non può fare. Una città ben amministrata può attrarre investimenti: magari di buona qualità, anziché grandi opere e grandi eventi, genere olimpiadi. Il problema è che amministrare bene aiuta, ma non risolve. Palermo è situata alla periferia dell’Europa. Per ravvicinarla si dovrebbe investire in infrastrutture – porto, aeroporto, ferrovie, ecc. – ma mancano le disponibilità finanziarie e neanche questo forse basterebbe. Sarebbe invece di enorme aiuto lo Stato, ove colmasse, e consentisse di colmare, i vuoti che ci sono nelle pubbliche amministrazioni, se intervenisse a potenziare le scuole, l’università, la ricerca, ecc. ecc. Queste cose chi ci governa non le fa nemmeno nelle regioni di paese che gli stanno più a cuore. Figurarsi nel Mezzogiorno, in Sicilia, a Palermo, che sul piano elettorale contano ormai molto poco. Non parliamo della regione Sicilia. La strategia nazionale è di mettere le città in concorrenza e di far piovere finanziamenti dall’alto più o meno per grazia sovrana. Personalmente penso che tutti i cittadini abbiano diritto a essere trattati allo stesso modo e a ottenere lo stesso livello di servizi: non a essere erraticamente beneficati mediante qualche curiosa procedura competitiva, che premia gli amministratori e ignora i cittadini. Come pretendere allora il miracolo dal sindaco di una città carente di iniziative imprenditoriali private e pubbliche di qualche respiro? Si può sperare nel turismo, ma di solo turismo non si campa e comunque, salvo trasformare i centri storici in Disneyland, serve una politica del turismo, non solo locale. Soprattutto però occorrerebbe una vera politica industriale nazionale, che metta al centro il divario con il Mezzogiorno. Purtroppo non nutro alcuna speranza che ciò possa avvenire nei prossimi anni. L’agenda dei governanti nazionali è tutt’altra e coloro che aspirano a sostituirli non sono affatto migliori.
La sola cosa che forse si potrebbe fare, dico forse, è cominciare a sperimentare, in posti come Palermo, forme di organizzazione e distribuzione della vita collettiva e del lavoro alternative. Non il lavoro non pagato dei cosiddetti volontari o degli stagisti, che è una forma di sfruttamento vergognoso, ma la redistribuzione del lavoro. Può però farlo un sindaco? Non lo so. Ma bisognerebbe pensarci. Da qualche parte si fanno esperimenti. Perché non a Palermo?