“Finora il governo ha usato armi di distrazione di massa “. Intervista a Fabio Martini

Nonostante l’accordo sulla Cassa Depositi e Prestiti, le tensioni nel governo restano. Il capitolo nomine è ancora aperto. In prospettiva non sarà facile conciliare Di Maio con Tria. Come si svolgerà la navigazione della compagine governativa? Ne parliamo, in    questa intervista,  con Fabio Martini, cronista parlamentare del quotidiano “La Stampa”.     

 

Fabio Martini, il bilancio di questi primi mesi del governo “Legastella” non è esaltante. La furia propagandistica, frutto di una visione manichea  della politica, ha prodotto solo due fatti : la chiusura dei porti alle Ong, con effetti paradossali, e il cosiddetto  decreto “dignità”,  molto criticato.  A   me sembra il governo della “propaganda”. Qual è il tuo pensiero ?

Partiamo dai due interventi toccabili e misurabili, che sono esattamente quelli indicati nella domanda. Come è noto la chiusura dei porti e il decreto dignità non rientrano tra gli interventi strutturali promessi in campagna elettorale: la flat tax, per ridare ossigeno alle imprese e il reddito di cittadinanza per ridare ossigeno ai più deboli.  Due riforme che costano, soprattutto se sono immaginate per dare una “frustata”, cioè per incidere veramente. Ma per queste due riforme, servono risorse, che non ci sono e vedremo se mai ci saranno. Nel frattempo – hanno pensato Salvini e Di Maio – occorrono leggi-manifesto, capaci di restituire l’idea di un governo attivo e incisivo. La politica per i migranti è presto per “misurarla”: per ora sono aumentati i morti in mare. Il decreto dignità, anche al netto di chi prevede effetti negativi, obiettivamente è poca cosa, anche nell’ottica di chi sta dalla parte dei giovani precari o disoccupati. Sintetizzando e brutalizzando un po’, si potrebbe dire che fino ad oggi il governo ha largheggiato in armi di distrazione di massa.

 Matteo Salvini, da subito si è posto come leader egemonico della coalizione , trovando anche qualche  sponda nei 5 stelle..La sua visione sovranista sulla questione ’immigrazione (i porti chiusi, la sua contrarietà radicale alla azione umanitaria delle Ong, il suo euroscetticismo estremo), ha creato problemi nell’azione di governo dei flussi migratori.  Insomma con una mano cerca l’Europa (per la ridistribuzione dei migranti) , con l’altra scava la fossa all’Europa cercando l’alleanza con il gruppo di Visegrad. Insomma, la linea dura, al di là di qualche parziale risultato , porta all’isolamento non ad essere credibili…Per  te?

 Non lo possono dire chiaramente, ma gli obiettivi di questa politica sono due. Il primo è provare a dimostrare che dalla rotta libico-italiana non si passa più, sperando così di produrre– a medio termine – una deterrenza forte sui flussi migratori. In altre parole scoraggiare questa rotta, immaginando che ad un certo punto il flusso si fermerà o prenderà altre strade. Secondo obiettivo: svegliare con la linea dura gli altri Paesi, che per ragioni diverse finora ci hanno lasciati soli. Non servirà molto tempo per verificare la fattibilità di questi due obiettivi. Per ora i Paesi nazionalisti (Visegrad) sono i più ostili all’Italia e quelli che dovrebbero essere più vicini (Francia, Spagna, Germania) si limitano a poche concessioni. Ma non bisogna mai dimenticare il dato di partenza: dalla seconda metà di luglio dello scorso anno gli sbarchi erano drasticamente diminuiti. E c’era stata una diminuzione dei morti in mare. La gestione del fenomeno era avviata lungo i binari giusti. Poi si è cambiato completamento approccio. Per ora si sta rivelando una scommessa.

 Veniamo all’altro socio di maggioranza, Luigi Di Maio, che è il più nervoso tra i due. Il suo decreto “dignità” è stato fatto troppo in fretta e con superficialità.  E il presidente dell’inps, tra gli altri, ha smascherato l’elemento propagandistico del decreto. Altro fronte di nervosismo, per usare un eufemismo, è stata la nomina alla Cassa Depositi Prestiti. Lo scontro con Tria è un altro elemento esplosivo.. O vince Di Maio o vince Tria.  E il risultato non sarà senza conseguenze per il futuro del governo…

Questo governo è nato con un’anomalia che soltanto per il conformismo della grande stampa non è stato rilevato: nel cuore del governo – all’Economia e agli Esteri – sono stati collocati due tecnocrati che non hanno nulla a che vedere con le ragioni sociali e ideali del governo. Questa contraddizione, la cui natura resta misteriosa, è destinata a produrre cozzi dolorosi, quasi sempre senza vincitori.

Il Premier Conte, che ha affermato di ispirarsi a Moro (paragone assai azzardato ), cerca  di farsi spazio.  E qualche segnale lo ha dato (grazie alla sponda del Quirinale). Ma l’impressione che si ha è che sia molto complicato uscire fuori dal ruolo di esecutore. Per te?

 Il presidente del Consiglio è destinato ad avere un peso crescente nella vicenda governativa: per il ruolo che ha,  per le connessioni con la struttura tecnocratica, per l’ambizione che lo muove. Il solo accostarsi a Moro spiega bene la considerazione che l’uomo ha di sé stesso. Nelle segrete stanze già svolge un ruolo di mediazione importante, ma se avesse la possibilità di uscire da palazzo Chigi, fare discorsi, incrociare la gente, il suo peso aumenterebbe. Non per caso lo tengono chiuso a palazzo Chigi.

 I prossimi mesi non saranno per nulla semplice per i sovranisti . Scrivere la legge di stabilità non sarà facile, mettere insieme l’interventismo nazionalista in economia con le logiche Europee di bilancio. Lo spettro del “partito della spesa” si riaffaccia nel gioco politico?

 Questo governo non è fortunato: sta incrociando la fine della stagione di crescita moderata che ha contraddistinto questi anni. L’Italia, durante il governo Gentiloni, aveva abbandonato il fanalino di coda dell’eurozona, ora rischia di ricaderci. E anche se Conte cercherà di strappare qualche margine di flessibilità, difficilmente arriveranno regali dall’Europa alla viglia di elezioni Europee storiche. Il partito della spesa, che in questo governo è fortissimo, sarà costretto ad aspettare.

E in questo caos  le opposizioni non fanno una bella figura, il PD soprattutto. E’ così?

Restiamo ai fatti. Dopo quasi cinque mesi dalla storica sconfitta del 4 marzo il Pd non ha ancora cercato di capire le ragioni di quell’arretramento. Non lo ha fatto e non lo farà, perché questo imporrebbe un’analisi sulla gestione Renzi nella quale erano in qualche modo “implicati” quasi tutti coloro non lo possono più vedere. Ma per ripartire, il Pd avrebbe bisogno di capire cosa è accaduto nella testa e nelle tasche degli italiani, ha bisogno di avere un’idea più chiara dell’Italia e di sé stesso in questa Italia, di dotarsi il prima possibile di una leadership legittimata. Ma Renzi farà di tutto per non farle le Primarie, perché un segretario vero ne segnerebbe il declino e nel frattempo il Pd si sta logorando: ogni giorno, ogni sera la lettura degli eventi è così scontata, così “antica” da sfiorare l’irrilevanza.

“Salvini, il ministro della Paura”. Intervista ad Antonello Caporale

Matteo Salvini, leghista e ministro degli Interni, è l’uomo forte del governo populista sorto dal terremoto elettorale dello scorso 4 marzo. Detta la linea governativa, onnipresente sui social. Così facendo mette in ombra Di Maio, il capo politico dei 5Stelle. Ma qual è la tecnica salviniana di propaganda? Come è riuscito ad entrare nel “senso comune”degli italiani? Ne parliamo con Antonello Caporale, caporedattore del “Fatto quotidiano”, autore del saggio, appena uscito nelle edicole e nelle librerie, “Matteo Salvini. Il Ministro della Paura”(Ed. PaperFIRST, pagg. 145, €10,50).

Antonello, nel tuo libro fai una Analisi spietata, sul piano linguistico, e, ovviamente dei contenuti, dell’”ideologia” salviniana che, come  vedremo nel corso dell’intervista, ha un nome. Incominciamo dal titolo, molto eloquente, “Ministro della Paura”. Un Ministro che gestisce e produce paura…E’ così?

E’ così. Oggi in Italia e non solo il mercato della paura è florido. La paura dell’altro, la paura del futuro, persino della propria identità cristiana. Salvini raccoglie questo sentimento e invece di domarlo lo amplifica, tende a estremizzarlo. Ogni nostra paura diviene così più grande, e più grande è questa paura più elevato il fatturato politico della Lega.

E veniamo all’armamentario propagandistico comunicativo . Al centro, della propaganda salviniana, c’ è , quella che tu chiami, l’ideologia dello schifo. Un nome terribile, che caratteristiche ha?

Una locuzione spregiativa di uso comune. Salvini ha la capacità di connettersi con i nostri pensieri quotidiani e di rilanciare una parola, appunto schifo, che schifo, che noi usiamo spesso. Il linguaggio comune produce identificazione, contestualità, sovrapposizione. Una comunità ha un linguaggio comune, e Salvini usa l’epiteto, forza trainante del nostro sdegno, come apripista.

Tu nel libro affermi che questa ideologia ha uno sfondo fascista. Lo intendi come lo intendeva Umberto Eco, ovvero il fascismo “eterno”?

Affermo che la violenza delle parole ha una sua caratura fascistica. Il vocabolario ci offre una innumerevole serie di varianti, di possibilità. Se noi scegliamo una parola anziché un’altra un motivo c’è. Io chiedo: usare il verbo scaricare a proposito dei migranti (li hanno scaricati etc) che altro significa se non quello che ci siamo appena detti? Si scarica un sacco di patate non una persona, eppure lui e gli organi di stampa a lui vicini scelgono questo verbo. Scelgono, anzi premeditano.

Questa “ideologia” ha i suoi nemici da asfaltare, un altro termine usato da Salvini, con i loro valori negativi, ma ha, anche, suoi “supereroi” da esaltare e da emulare. Puoi dirci chi sono gli amici e i nemici di Salvini? E nell’ostilità ai suoi nemici  c’è del razzismo?

I nemici sono i neri. Coloro che hanno la pelle nera, coloro che anche nella fumettistica infantile ci fanno paura. Il nero ci toglie non solo il lavoro, ma si trasforma spesso in ladro, scippatore, spacciatore. Dunque ci leva il sonno, la pace, la tranquillità e la sicurezza. Fa da pungiball al nostro vivere quotidiano, è l’opponente contro cui sfogarsi, il capro espiatorio perfetto. Gli amici sono gli altri, tutti gli altri, vittime di questa condizione: non essere più padroni a casa propria, sfrattati dal suolo nativo. Nell’iperbole la propaganda salviniana.

Una piccola divagazione: nell’atteggiamento del far politica lo trovi  simile a Renzi?

Aria da bullo, anche parole e atteggiamenti molto esposti e molto simili. A differenza di Renzi Salvini ha due frecce formidabili al suo arco: produce empatia ed entra nel gorgo delle viscere degli italiani. Penso che Renzi non abbia invece mai nemmeno tentato di comprendere il suo Paese, che non ne sia capace.

Anche la religione è un “ingrediente” di questa ideologia…In che modo?

Se viene il nero, che è islamico, ci porta Maometto. Ce lo porta con l’invasione pacifica o con il terrore dell’Isis. Le donne velate gireranno per le nostre strade, sarà questo il futuro dei nostri figli? L’iperbole consente ogni suggestione, come vedi.

Il “non verbo” salviniano, appunto l’ideologia dello schifo, viene diffuso attraverso i   social. Salvini è sicuramente tra i più abili ad usarli. Nel tuo libro denunci, anche, la capacità manipolatoria di Salvini, con l’uso dei social, di creare casi che alimentano l’ideologia dello schifo. In che modo avviene?

Due ragazzi neri hanno imbrattato una vetrina. Che schifo! Dieci migranti, alloggiati a spese nostre, trascorrono la domenica in piscina mentre i nostri ragazzi non hanno lavoro. Che schifo! L’Europa vuole portarci a tavola gli insetti. Che schifo! Schifo è la locuzione che racchiude ogni pensiero e lo accomuna nel giudizio di disvalore. E’ parola-bandiera.

Un altro  mezzo di diffusione, usato da Salvini, è la televisione. Strumento decisivo per la creazione del “senso comune” favorevole a Salvini. Interviste su ogni canale, con giornalisti non sempre all‘altezza, hanno prodotto l’amalgama mentale pro Salvini. Hai delle critiche da fare alla stampa?

No, Salvini ha attraversato il deserto senza mass media amici. Ora lo vediamo dappertutto ma negli anni passati era solo. Ha fatto tutto da solo, piazza per piazza, con i social a tutte le ore. Ha costruito il consenso senza l’arma dei mass media organizzati. E’ questa un’altra considerazione da fare, un punto di cui tener conto.

Veniamo alla politica di questi giorni. Il governo è sempre più ad egemonia salviniana. I 5stelle paiono fagocitati. Il Premier Conte è solo un “flautus voci”, nel senso proprio filosofico del termine: è solo un nome. Insomma il governo è il “taxi” di Salvini?

Come dice il sociologo Domenico De Masi la Lega è mattone, i Cinquestelle solo sabbia.

Andrea Camilleri, in una recente intervista, si è detto preoccupato su quello che sta avvenendo nella mentalità degli italiani, ed è  pessimista sul futuro del nostro   Paese. C’è un antidoto “al Salvini che è in noi”?

L’antidoto è la conoscenza, la riflessione, il rifiuto di banalizzare ogni questione, la capacità di contare sul proprio talento, affinare la propria competenza. Guardare a quel che riusciamo a fare noi, contare sulle nostre forze senza bisogno di un nemico (ora i migranti, ora l’Europa, ora l’elite) che giustifichi le nostre debolezze.

 

“Il PD deve azzerrare tutto e ripartire non dai soliti noti”. Intervista a Elisabetta Gualmini

 

Come si sta riprendendo il Partito Democratico dalla lunga serie di sconfitte? Quale opposizione fare al governo “Di Maio-Conte-Salvini”? Quale ripartenza organizzare? Ne parliamo, in questa intervista, con Elisabetta Gualmini, politologa, Vice-Presidente della Regione Emilia-Romagna.

Professoressa Gualmini., sono passati, ormai, più di 4 mesi dalle elezioni politiche, abbiamo un governo tra i più sovranisti d’Europa, infatti è egemonizzato da Matteo Salvini, che sta portando l’Italia su  vie molto problematiche e pericolose. E la debolezza di Angela Merkel fa il resto. In tutto questo “brilla” l’assenza del Partito Democratico. Insomma la democrazia italiana è senza opposizione? La percezione dell’opinione pubblica europea è questa.. Per Lei?

Il partito democratico ha subito una pesante sconfitta alle ultime elezioni e dunque è normale che ci sia una fase di transizione e di ripensamento della propria identità e delle proprie strategie. Detto ciò, personalmente non ho condiviso il ritiro sull’aventino che è stato deciso dai dirigenti nazionali; il secondo partito in parlamento avrebbe dovuto almeno confrontarsi e scoprire le carte con il Movimento 5 Stelle ed evitare di fare il tifo per l’alleanza iper-populista tra Lega e 5 Stelle, con la malcelata speranza che il possibile fallimento di questa alleanza avrebbe riportato in auge il PD. La ritengo una strategia molto debole.

Quello che fa impressione, in questi 4 mesi, è stata l’assenza di una riflessione seria sulla sconfitta. Matteo  Renzi è stato capace solo di mettere veti. Ennesimo atto di presunzione. Nessuno ha spiegato all’opinione pubblica  le ragioni della sconfitta. Perché un partito che ha fatto cose buone,   viene sconfitto così brutalmente . C’è qualcosa di più di un semplice problema di comunicazione, come banalmente vuole ridurlo Matteo Renzi, o no?

Non penso ci sia stato solo un problema di comunicazione sulle cose fatte; ma non penso nemmeno  sia stata colpa della leadership di Renzi. Anche altri al suo posto avrebbero probabilmente ottenuto lo stesso risultato. Da un lato sono in crisi tutte le socialdemocrazie davanti alle conseguenze negative della globalizzazione soprattutto per le fasce deboli, molto difficili e complesse da governare; dall’altro non sono ancora arrivati gli effetti benefici delle riforme introdotte e della crescita economica che, seppure debole, comincia ad esserci sulle persone e sulla loro vita quotidiana. Ora serve però uno scatto, dimostrare di esserci in parlamento e di portare avanti un’opposizione forte di fronte al peggiore governo che poteva esserci chiaramente di destra.

Lei, in un commento su Repubblica, uscito questa mattina, ha scritto che aver posto il veto sul dialogo con i 5stelle è stato un errore madornale. Qualcuno potrebbe obiettarle che PD e 5stelle sono alternativi. E a vedere il comportamento dei 5stelle al governo, appiattiti su Salvini, potrebbe confermare questa opinione dell’alternatività. Invece per lei la strategia del “pop corn” è un autentico suicidio politico per il PD. Perché?

Conosco bene il m5stelle per averlo studiato a lungo, da accademica. E’ un movimento molto trasversale e chiaramente composto da persone e militanti provenienti dalla sinistra e da persone provenienti dalla destra. E’ un movimento molto duttile e plastico, che tende ad adattarsi anche alle situazioni in cui si trova. Non c’è dubbio che interagire con la parte del Movimento 5 stelle più orientata a sinistra sarebbe forse stata una strategia interessante dentro ad uno scenario proporzionale; il PD ha invece spinto Di Maio tra le braccia di Salvini , un connubio che porterà il paese allo sfascio. Non penso che si sarebbe potuto fare un governo tra il PD e i 5 stelle perché non vi erano le condizioni, ma almeno un dialogo poteva essere inaugurato anche solo per avere una qualche linea politica da proporre agli elettori.

Ecco per un partito politico l’obbligo è quello di far politica. Uscire dall’isolamento è il primo compito che dovrebbe porsi il PD. A livello parlamentare con quali strategie? Cercando di fare  scoppiare le contraddizioni nei 5stelle?

Io non sono in parlamento. Penso però che oltre ad una opposizione molto dura e molto seria sui contenuti che il governo porterà avanti (per ora quasi nulla) si dovranno anche mettere in evidenza le contraddizioni contenute nel programma di governo, le differenze tra i due contraenti e le utopie che vengono raccontate in assenza di risorse finanziarie per realizzare le promesse mirabolanti fatte da Salvini e da Di Maio. Infatti si parla solo di immigrazione per nascondere che sul resto il governo giallo verde non riesce a fare nulla.

Se a livello Parlamentare i giochi, a meno di clamorosi avvenimenti, sono limitati, nella società italiana, che è una società  sempre più impaurita, possono essere ancora aperti. Su quali basi  può essere ricostruito il rapporto con la società?

Con un rinnovamento della classe dirigente e dei volti della politica, con la nascita di nuove leadership e puntando sulla richiesta di protezione uscita dalle urne.

Quale potrebbe essere la parola chiave per costruire l’alternativa alla destra? Salvini, imitando Trump, ha scritto “prima gli italiani “ Il Pd cosa scrive?

Il PD deve azzerrare tutto e ripartire sul serio, non dai soliti noti. Deve avviare subito il Congresso, senza aspettare neanche un giorno. Il Congresso sarà l’occasione per confrontarsi su idee, persone e programmi. Se si continua a galleggiare si muore.

Così prima delle Europee si svolgerà il Congresso . Chi la convince di più Calenda, con il suo fronte “repubblicano, o Zingaretti. Oppure nessuno dei due? Insomma chi può dare speranza al centrosinistra italiano?

Non sono molto convinta del fronte repubblicano, per il fatto che contrapporre l’europeismo al sovranismo non mi sembra un messaggio sufficiente per gli elettori. In primo luogo non si capisce esattamente cosa voglia dire fronte repubblicano, né con chi lo faremmo. Con Berlusconi??? E poi penso che oltre all’europeismo bisogna mettere in campo un ‘agenda fortemente sociale e di semplificazione della vita dei cittadini. C’è ancora uno spazio per la destra e la sinistra e c’è una prateria da esplorare nella contrapposizione a Salvini, il PD deve stare lì.

L’inganno sovranista. Intervista a Marco Revelli

Il nostro paese è investito dall’onda nera del sovranismo. Un’onda che destabilizza i valori politici di fondo della nostra Repubblica. Quali sono le cause?
E’ possibile una “contronarrazione “civile alle urla sovraniste? Ne parliamo con Marco Revelli, professore di Scienza Politica all’Università del Piemonte Orientale.

Professor Revelli, tira una gran brutta aria nell’Occidente. Il “sovranismo”, termine aggiornato di nazionalismo spinto, e il populismo stanno dilagando. Un’onda lunga che parte da Trump e arriva fino a Salvini. Un’onda destabilizzante che travolge i valori universali di “liberté egalité fraternité”. Un mostruoso inganno. Le domando: perché la “ricetta” sovranista, con le sue varianti, seduce l’Occidente?
Effettivamente è avvenuto un cedimento strutturale dei valori dell’Occidente o quantomeno dei valori che si erano affermati immediatamente dopo la fine della Guerra mondiale. L’effetto morale dell’orrore, che il mondo aveva dovuto vedere e testimoniare in quel periodo, aveva prodotto un contraccolpo: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo; la nascita del concetto di crimini contro l’umanità. Tutto questo è durato una settantina d’anni e oggi stiamo assistendo ad un’inversione di quei valori, che dilaga come una sorta di “onda nera” sulle due sponde dell’Atlantico che ha un suo baricentro negli Stati Uniti, che nel conflitto mondiale avevano rappresentato la bandiera della libertà ma anche dell’umanità, e che ritorna in quell’Europa orientale testimone di molti orrori, dove c’era Auschwitz. Anche paesi come la Germania vacillano con un populismo di estrema destra aggressivo. L’Italia anche è caduta in questo vortice, gli italiani “brava gente”, denominazione di cui ci gloriavamo, non è più così.

Dove sta l’inganno “sovranista”?
Molti di questi sentimenti si alimentano nella sensazione che le diverse società siano esposte a venti cattivi che provengono dall’esterno, che cancellano vecchie identità e anche sistemi di protezione sociale. Si diffonde l’idea falsa che il cedimento dei diritti sociali, del lavoro, l’idea che tutto ciò che è accaduto in questi due decenni sia colpa di chi è venuto dall’esterno. È una rappresentazione totalmente infondata: la sconfitta del lavoro, che è stata durissima e che ha determinato un forte arretramento in termini di diritti del lavoro, si è consumata ben prima che si consumassero i flussi migratori. Si è consumata alla fine degli anni ’70 e inizio degli anni ’80. Ha come causa la crescente importanza che il capitale finanziario e la finanza hanno acquisito, il salto tecnologico, l’informatica, l’elettronica, le telecomunicazioni veloci che permettono la delocalizzazione . Non sono i poveri di fuori che ci tolgono i diritti, sono i nostri ricchi che ci tolgono i diritti, ma con quelli il populismo non se la vede molto, li contesta di essere più tolleranti con i poveri. Questa è una narrazione micidiale perché ci rende impotenti di fronte ai veri meccanismi che stanno distruggendo le nostre società.

Professore, siamo nell’età della rabbia, come la definisce Pankaj Mishra (editorialista del “Guardian”), in cui “i ritardatari della modernità”, gli esclusi dai benefici del “progresso”, si rivoltano contro la globalizzazione. Ma è davvero tutta colpa della globalizzazione? Eppure, con i suoi grossi limiti, la globalizzazione ha portato alla “società aperta”. La sfida vera è tra “globalisti” e “sovranisti”? Oppure è una sfida finta?
Un po’ tutti noi abbiamo salutato il primo ciclo della globalizzazione, quella “dolce”, che permetteva la libertà di movimento, quella che in Europa era rappresentata da Schenghen. Non ci siamo resi conto che dentro quello sfondamento dello spazio circolava anche il male, i veleni che nello spazio globale ci sono, perché circolavano masse di capitale finanziario in grado di prendere in ostaggio i governi e di costringerli a fare ciò che vogliono, circolava l’odio, il terrorismo – anche se bisogna dire che buona parte degli episodi di terrorismo sono prodotti da figure interne – ma soprattutto non ci siamo resi conto che la globalizzazione destabilizzava alcune macchine politiche e amministrative che garantivano forme di sicurezza sociale. Il Welfare era gestito dagli Stati-Nazione e nell’attuale condizione non funziona più. È un cambiamento inevitabile, ogni ritorno indietro credo sia come far rientrare il dentifricio nel tubetto. La risposta sovranista alle esigenze sociali, che sono vere, perché la gente sta peggio, soprattutto il mondo del lavoro e i ceti medio-bassi sono i perdenti della globalizzazione, non è quella corretta. Chi vive in centro, chi non incontra i veri poveri sotto casa, non sentono la puzza della strada sono i vincitori. Dentro questo grande sconvolgimento la tentazione è quella di ritornare a chiudersi dentro i confini perché quando si è chiusi dentro i confini si sta meglio, ma non è così, perché chiudendosi si starà peggio. Gli imprenditori della paura sono i veri nemici di tutti. La sfida oggi è tra umano e disumano, stiamo perdendo qualcosa di noi stessi che è quella risorsa salvifica che ha permesso alla specie umana di sopravvivere e la capacità di com-patire, cioè di soffrire insieme. La capacità di vedere sé negli altri. Se perdiamo questo la società si decomporrà.

Veniamo al nostro Paese. L’Italia sta vivendo giorni esasperati. Le ultime vicende, che riguardano l’immigrazione, stanno facendo segnare, secondo i sondaggi, un ampio consenso alla propaganda antiimmigrati di Salvini. Un vero e proprio imprenditore della paura. Gli Italiani sono diventati euroscettici e poco solidali. Non siamo più, come ricordava lei, “Italiani brava gente” (che non era una frase fatta “buonista” ma indicava l’anima accogliente del nostro popolo). Insomma Professore siamo di fronte ad un mutamento “antropologico” degli italiani?
Sì, siamo in presenza di un mutamento antropologico degli italiani, che non è l’unico: nel 1938 le leggi razziali firmate e volute da un tiranno e da un re vigliacco e accettate da quasi tutto un popolo, perché non si levavano voci significative di fronte a quell’orrore, non ci furono proteste o anche solo domande, neppure di fronte a quei banchi vuoti degli studenti ebrei che avevano dovuto abbandonare le scuole, oppure gli ufficiali ebrei nell’esercito furono cacciati. Questo paese ogni tanto si anestetizza e partecipa all’orrore. In altri momenti ritrova se stesso e si riscatta, come nel caso della Resistenza, ma quando ci si deve riscattare costa sangue, ci furono molti morti per riscattare la vergogna degli altri.

Tutto questo mette in crisi le culture politiche che hanno plasmato l’italia: quella cattolica e quella della sinistra storica. Possono essere ancora una fonte di resistenza queste culture?
Il passaggio di uscita dal ‘900 ha lasciato dietro di sé molte culture politiche che non sono riuscite a transitare, penso a quella che è stata la cultura del movimento operario in Italia molto rappresentato dal partito comunista che è scomparso male, perché i suoi eredi hanno cercato frettolosamente di liberarsene come di una zavorra senza una grande riflessione e questo ha comportato la decomposizione della cultura di sinistra. La cultura cattolica sopravvive ma colpisce come operi soprattutto sottotraccia con dei bisbigli da parte dei suoi esponenti, quasi in imbarazzo per certi versi, tranne un grande Papa che predica e fa davvero il Papa senza che però buona parte, mi sembra, del mondo cattolico lo segua politicamente, quanto meno dando forma politica a questi appelli morali. Quello che rimane è una incultura politica: dalle vecchie rovine non è nata una nuova adeguata cultura politica. Quella che domina è una forma di incultura senza progetto, spesso occasionalista che sfrutta il momento dicendo alla gente quello che si pensa che la gente voglia sentirsi dire. In questo modo si creano voti ma non uno spazio civile e politico.

I 5Stelle stanno rivelando la loro grande fragilità politica e culturale, qual è il suo pensiero?
Io non sono tra quelli che hanno vissuto la crescita del Movimento 5stelle con ostilità e paura, anzi lo consideravo come un passaggio utile per segnalare l’improponibilità del modello politico prevalente, dava voce ad un vero senso di disagio popolare e diffuso. Non mi ha nemmeno turbato più di tanto il risultato del 4 di marzo, con quel successo straordinario, perché mi sembrava nell’ordine delle cose. Quello che mi stupisce oggi è la stupidità politica con cui quel patrimonio viene gestito. Salvini è una figura di leadership politica di un populismo politico di destra violento che sta crescendo per l’insipienza degli altri, anche di un Partito Democratico che non si è nemmeno posto il problema di come impedire quella convergenza, ma ha preferito la strada dei pop corn, è una follia.

E’ possibile creare una “contronarrazione” solidale efficace a quella sovranista? Su quali basi?
Io credo che sarebbe suicida tenere separata la questione enorme dei diritti umani dalla questione dei diritti sociali. Queste forme virulente di populismo si alimentano della rabbia per il tradimento nei confronti dei diritti sociali e quindi dei bisogni economici e sociali della gente e risarcisce questa perdita creando capri espiatori nei confronti dei quali ci si può risarcire del proprio declassamento. Ci vuole una intransigente difesa dei diritti sociali di tutti, italiani e non, e dei diritti umani universali. Se noi non difendiamo gli abitanti delle nostre periferie dal degrado economico e sociale non possiamo nemmeno chiedergli di essere accoglienti e generosi nei confronti dei migranti.

“Contratto di governo” : novità o decadenza della politica? Intervista a P. Giacomo Costa (S.J)

Il governo “Conte-Di Maio-Salvini”, il primo governo “populista” della nostra storia repubblicana, con la nomina dei vice-ministri e sottosegretari completa la sua struttura di potere. La compagine governativa fin dai primi passi si trova già nella bufera per la vicenda della nave “Aquarius”. Una vicenda triste, che ha messo in evidenza l’anima sovranista del governo ad egemonia leghista. Al centro dell’azione di questo governo c’è il discusso “Contratto di governo”. Contratto che è stato oggetto di discussione nell’opinione pubblica. Ma quali sono le “radici” di questo “contratto”. Ne parliamo con Padre Giacomo Costa, gesuita, Direttore della prestigiosa rivista “Aggiornamenti sociali” pubblicata dal “Centro San Fedele” di Milano.

 

Padre Giacomo, voi di “Aggiornamenti Sociali”, fin dalla fondazione, rappresentate lo “strumento” di studio della Compagnia di Gesù sulla società italiana, e quindi anche sulla politica di questo nostro Paese. Le chiedo: il voto del 4 marzo ha segnato una svolta radicale del contesto politico. Ovvero l’emergere “prepotente” di due forze populiste, sia pure di “natura” diversa, con la conseguente sconfitta del PD, a sinistra, e dell’arretramento di Forza Italia, a destra. Perché gli italiani si sono rivolti a due forze populiste? C’è una ragione profonda?

Gli elettori non diventano populisti dalla sera alla mattina: più che una svolta radicale, l’esito delle urne può essere visto come un passo, più deciso dei precedenti, lungo la linea evolutiva che la politica ha seguito negli ultimi vent’anni in Italia ma anche nel resto del mondo. Si tratta di mutamenti che hanno modellato elettori ed eletti, e che alcuni politici hanno cavalcato e promosso più degli altri. Un esempio è la “fine delle ideologie”, che è teoricamente nota da tempo e su cui si è molto disquisito, ma le cui conseguenze oggi si fanno sentire in maniera molto più concreta di prima. Nel ’900 essere di destra o di sinistra strutturava l’identità delle persone, oltre che le passioni e i conflitti politici. Oggi la politica continua a suscitare conflitti e passioni: dalla rabbia all’entusiasmo, dalla speranza al disgusto, ecc. ma ciò che definisce le scelte politiche è piuttosto l’interesse personale, inteso a diversi livelli: come tornaconto, ma anche come ciò che piace per simpatia superficiale o che sta a cuore per motivazioni profonde. Un altro fattore è l’evoluzione del sistema mediatico che si va svincolando dal riferimento alla forza dei fatti, rendendo quasi irrilevante la verifica dell’attendibilità delle notizie e della credibilità delle persone. Non a caso si parla sempre più di “postverità”, “fake news”, “hate speach” ecc. In questo quadro, almeno per il momento, Lega e M5S hanno saputo intercettare questi cambiamenti e comunicare in modo da attirare il consenso della gente. Gli altri sono rimasti su altre logiche e modalità comunicative, non del tutto finite, ma antiche.

 

Torniamo, per un attimo al PD. Questo partito, erede delle tradizioni riformiste della sinistra e del cattolicesimo democratico, ha subito una sconfitta pesante. Eppure, con tutti i limiti, quel partito, ad essere onesti, non ha mal governato. Molti provvedimenti presi sono importanti per la società italiana. Cosa non ha funzionato?

Effettivamente nella scorsa legislatura il PD ha goduto di una forte centralità politica e ha promosso passi legislativi importanti. Ma una serie di tensioni mai risolte è scoppiata in occasione (e con il pretesto) del referendum costituzionale. Si è frantumato il delicato equilibrio della proposta renziana, una proposta che potremmo dire “pop-democratica” in quanto provava ad articolare la tradizione democratica con un modo di far politica sempre più “popolare” (se non populista). La sinistra si è così avvitata sulla gestione del potere, dividendosi in correnti ferocemente in lotta tra di loro, con il risultato di mettere in secondo piano progetti e idee e di allontanarsi dai suoi stessi elettori. Oggi questa situazione risulta evidente dal di fuori, ma il partito sembra stentare a rendersene conto. La parabola delle tradizioni in cui si radica il PD è tutt’altro che esaurita, ma per concretizzare queste opportunità il partito deve rivisitare i contenuti delle sue proposte e ancora di più lo stile e la retorica comunicativa che utilizza.

 

Guadiamo al centrodestra. L’emergere prepotente di Salvini sta facendo piazza pulita del “moderatismo” (ammesso che mai lo sia stato) di Forza Italia. Insomma la destra italiana assumerà il volto sovranista della Lega. E’ un processo inarrestabile?

Più che moderatismo, il centrodestra è quello che ha introdotto in Italia la politica spettacolo e la polarizzazione estrema sulla figura del leader e sul rapporto diretto con il popolo: al populismo si arriva per tappe. Questo approccio ha segnato la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e man mano tutti partiti vi si sono adeguati, anche quelli antiberlusconiani, adottando uno stile comunicativo improntato alle logiche dell’intrattenimento per sconfiggere la lontananza e la noia che suscitava la politica della Prima Repubblica. I politici si sono trasformati in star mediatiche, all’inseguimento di un consenso che assume i connotati del gradimento in termini di audience, puntando quindi a piacere, affascinare e sedurre assai più che a proporre idee per il futuro del Paese. Al “carro” berlusconiano si è legata Lega Nord di Bossi, il cui contributo è stato soprattutto la metodica semplificazione della complessità e l’adozione di una prospettiva localistica e anti-intellettualistica. L’obiettivo era catturare il consenso delle persone più smarrite di fronte alla globalizzazione attraverso l’enfasi sugli interessi locali.

 

E veniamo alle vicende politiche di questi ultimi giorni. Ovvero alla nascita, dopo 90 giorni dal  voto, del governo Conte-Di Maio-Salvini. Il “cuore” di questo governo, così dicono i protagonisti, è il “contratto di governo” firmato da Lega e 5stelle. Rappresenta una novità, oppure si inserisce, invece, nella lunga scia della crisi della politica italiana?

È certamente una novità nella biografia dei protagonisti, che comprensibilmente ne sottolineano il carattere epocale. Ma guardando le cose da un’altra prospettiva, anche il «Contratto per il governo di cambiamento» è un passo tutto sommato coerente all’interno di una evoluzione della politica italiana a cui tutti i protagonisti, almeno dell’ultimo decennio, hanno dato il proprio contributo, a partire da chi, come Berlusconi e Renzi, oggi si professa fiero oppositore dell’intesa M5S-Lega. Inseguendosi a vicenda, i partiti hanno finito per scimmiottarsi e imparare il peggio l’uno dall’altro. Scorrendo il Contratto o ripensando al modo in cui la sua elaborazione è stata mediatizzata, è facile riconoscere le dinamiche caratteristiche della politica del XXI secolo, a partire da quel renzismo che pure rappresenta il bersaglio polemico di entrambi i movimenti. In comune hanno ad esempio la retorica e talvolta l’affanno della novità: il cambiamento a cui è intitolato il contratto è la versione “ministeriale” del “vaffa” grillino (e per nulla alieno alla tradizione leghista), ma ha molto da spartire anche con la rottamazione di Renzi. Analogo è il senso di vertigine che suscitano e le domande che ne scaturiscono: è praticabile una via pop alla democrazia o percorrerla conduce a ridurla un simulacro di se stessa?

 

Nel suo editoriale, che apre il nuovo numero della sua rivista, lei afferma che il contratto fa compiere alla politica italiana una sorta di “seconda secolarizzazione” ovvero una svalorizzazione della politica nei confronti dei valori della Costituzione. Può spiegare perché?

Per “seconda secolarizzazione” intendo un movimento che svincola la politica e le dinamiche sociali non dalla religione o dal riferimento al trascendente, ma dall’insieme di valori di cui è tessuta la Costituzione: restano un riferimento poco più che retorico. Non è un caso che fin da subito i costituzionalisti abbiano fatto rilevare l’inconciliabilità di vari elementi del Contratto con la Carta fondamentale.

Un esempio illuminante è l’uso del concetto di dignità. Il n. 19 del Contratto la attribuisce “all’individuo”, utilizzando il termine come sinonimo di “persona”. Ma così, forse inconsapevolmente, si svuota il principio personalista della Costituzione, che intende la dignità non soltanto in riferimento all’essere umano in quanto tale, ma considerando la concretezza dei legami sociali al cui interno si svolge la sua vita. La dignità ha una dimensione sociale che l’individualismo liberale conduce a dimenticare, ma che rappresenta l’unica garanzia per farne una pratica condivisa e non un privilegio di chi può permettersela. La dignità è di tutti e di ciascuno, e negarla a qualcuno minaccia quella degli altri. Per questo non può essere fatta a pezzi e allocata soltanto a chi fa parte dei “nostri”, in opposizione ad “altri” la cui dignità può tranquillamente essere calpestata.

In questo contesto, l’impianto valoriale della Parte I della Costituzione non rappresenta più l’orizzonte al cui interno inserire le diverse proposte politiche, ma un richiamo retorico, talvolta maldestro. La bussola che orienta l’azione del Governo non sono i “Principi fondamentali” (e i valori a cui si richiamano), ma le preferenze che i leader ritengono che i loro elettori abbiano espresso, anche a seguito di una opportuna azione di persuasione. Il problema vero sta però nel fatto che la società nel suo insieme, o almeno una larga parte, sembra aver perso la sensibilità per riconoscere e difendere il ruolo dei valori e dei principi come cornice di riferimento dell’azione politica.

 

Qual è l’anima profonda di questo “contratto”? Che tipo di società disegna?

Siamo di fronte al passaggio a una politica e in qualche modo a una società fondata sugli interessi, in cui ciascuno cerca di portarsi a casa almeno un pezzo del proprio risultato anziché partecipare alla costruzione di un bene comune.

L’impressione è che sia questo il criterio che ha guidato la stesura del Contratto. Non c’è una reale mediazione e quindi nessuna autentica integrazione dei punti di vista dei due contraenti, per cui resta irrisolta la questione di come si concilia la drastica riduzione del carico fiscale (la flat tax leghista) con una serie di misure, anche di welfare, che non possono che far lievitare la spesa pubblica (a partire dal reddito di cittadinanza a 5 stelle). Più che un progetto comune, l’accordo sembra riguardare la spartizione delle sfere di influenza, in modo che ciascuno possa portarsi a casa un risultato che gli permette di gratificare i propri elettori: infatti al n. 1 è sancito l’impegno «a non mettere in minoranza l’altra parte in questioni che per essa sono di fondamentale importanza». Non è un caso allora che sulle questioni eticamente sensibili (fine vita, DAT, ecc.), rispetto alle quali è inevitabile un autentico lavoro di mediazione se le posizioni di partenza sono molto lontane, non ci sia nemmeno una parola.

Non stiamo però dicendo che il Paese stia precipitando nell’amoralità collettiva, né penso che sia utile rimpiangere il passato: bisogna registrare però che si sta smarrendo la consapevolezza che i diversi piani diversi – quello dei valori, quello delle pratiche individuali e sociali, quello delle norme e delle misure pratiche – sono inestricabilmente connessi. La mancanza di coerenza fra i diversi piani rende strutturale la contraddizione tra gli obiettivi perseguiti su ciascuno di essi, impedendone il raggiungimento armonico

 

Una cosa che fa impressione è la visione ambigua, pur tra reiterate affermazioni di “fedeltà”, dei due protagonisti sull’Europa. Anche questo è un segnale….

Anche in questo caso siamo di fronte a un passo in avanti nell’utilizzo di una retorica di contrapposizione che punta a identificare un nemico a cui addossare tutte le responsabilità.È uno sport diffuso in tutti i Paesi, che ha portato alla nascita di un vero e proprio genere letterario. Va riconosciuto che anche l’UE sembra fare di tutto per aiutare i propri detrattori, o almeno sembra aver perso la capacità di ispirare e trasmettere entusiasmo. Anche il discorso europeo si è in qualche modo “secolarizzato” nel senso che dicevamo prima, ponendosi sempre più sul piano degli interessi e sempre meno su quello dei valori. Ma non si può costruire una casa comune titillando l’egoismo o l’autointeresse. Per l’Europa è una prospettiva perdente.

 

Qual è il “peccato mortale” del sovranismo?

Più che di peccato parlerei di forza di seduzione. Penso che sia l’enfasi su un “noi”, di cui non sono chiari i criteri di definizione, e che conduce rapidamente dal tentativo, anche legittimo, di sottolineare identità e appartenenza a una retorica che identifica diverso con ostile. I migranti diventano il capro espiatorio ideale da questo punto di vista e infatti negli ultimi mesi la cronaca registra un aumento della violenza nei loro confronti. E’ evidente come la dignità affermata in linea di principio non è riconosciuta a tutti. Ma questa – lo dimostra la storia del ‘900 – è una contraddizione e molto spesso diventa una trappola. All’enfasi sulle differenze tra “noi” e tutti gli altri si accoppia di solito – e certamente nel caso del Contratto per il governo del cambiamento – l’incapacità o l’indisponibilità di riconoscere e fare i conti con il pluralismo radicale che ormai segna le società avanzate, e quindi con il tema del dialogo e dell’integrazione delle differenze e delle minoranze.

 

Attraverso quali percorsi è possibile, realisticamente, rinnovare la politica italiana? C’è spazio per i cattolici?

Innanzi tutto dobbiamo imparare a guardarci da tre tentazioni, peraltro ricorrenti nella storia del Paese. La prima è quella della nostalgia e del rimpianto per un’epoca passata dove la politica aveva la P maiuscola – ma ce ne lamentavamo anche allora! – opposta ai tempi bui dell’attuale decadenza. La seconda è quella di rimanere alla finestra, in attesa di veder fallire – ancora una volta lamentandosi – anche questo tentativo, salvo poi ritrovarsi con il problema di dove tracciare un segno sulla scheda delle prossime elezioni. Due atteggiamenti che è facile deridere superficialmente, ma di cui vanno indagate le ragioni profonde e le componenti emotive: quello che li accomuna è l’incapacità di generare futuro. La terza tentazione, specie per chi è in politica, è quella di provare a costruire contenitori identitari, giocando ancora un volta la logica del “noi” e partecipando alla “spartizione” delle sfere di influenza.

Credo però ci sia spazio anche per un altro modo di operare, a partire da un vero e proprio atto di fede nel fatto che la capacità delle persone di riconoscere il bene e di esserne attratta non si è spenta definitivamente. Gli esempi di come siamo alla ricerca di senso e di umanità sono molteplici, quotidiani. Ottengono scarsa attenzione, ma non per questo non toccano in profondità.

 

Ma concretamente in che direzione possiamo incanalare lo sforzo di rinnovamento?

Una prima pista di lavoro fondamentale – e questo vale in particolare per chi opera nel mondo della comunicazione – è la ricerca di un linguaggio che consenta anche oggi di narrare il bene, o, meglio, di entusiasmare per il bene, riuscendo a parlare alla gente e a comunicare una prospettiva profondamente umana che rimette al centro la fiducia, i legami e persino il punto di vista di chi è scartato. Una volta che questa prospettiva sarà radicata nella società, la rincorsa al consenso obbligherà anche la politica ad adottarla. Oggi si sta spegnendo il richiamo del lessico dei valori e dei diritti, mentre è grande quello degli interessi, dei gusti e delle opportunità, dove il “sentire” ha un grande peso. Non è un cambiamento da stigmatizzare superficialmente: in fondo lo “stare a cuore” può rappresentare un attivatore di risorse emotive, di creatività e di impegno almeno pari alle ideologie del passato. Si tratta quindi di individuare i registri su cui anche oggi elaborare proposte culturali capaci di aiutare l’interpretazione della realtà nella sua interezza, riorientando il discorso e l’immaginario collettivo e rimotivando all’impegno per la costruzione di un sentire condiviso, anche in situazioni di crescente pluralismo sociale, culturale e religioso.

Il secondo filone è quello dell’impegno diretto, della mobilitazione per la tutela della dignità e dei diritti di tutti, su cui occorrerà probabilmente fare un passo in più. Anche in questo caso non partiamo da zero, ma da un capitale autenticamente sociale di tante iniziative di partecipazione e di lotta contro il degrado, contro la corruzione, la criminalità e le mafie di cui il nostro Paese è ricco. La potenza di questo filone è di far sperimentare la forza del legame quando si agisce a favore di altri, trascendendo l’orizzonte del proprio orticello.