De Gasperi e il popolo. Un testo di Paolo Pombeni

(ANSA/UFFICIO STAMPA ISTITUTO LUCE CINECITTA’)

Come ogni anno, nell’anniversario della morte del grande statista, La “Fondazione trentina Alcide De Gasperi” offre  l’opportunità a studiosi, uomini politici  di confrontarsi con il pensiero del leader democristiano.  La Lectio 2018 da punti di ha trattato, da punti di vista complementari, quale fosse l’idea dello statista trentino sul popolo e sulla democrazia e in che modo si possa fare oggi tesoro del suo insegnamento in una fase politica di radicale trasformazione.  Pubblichiamo, per gentile concessione, il testo della Lectio del politologo bolognese Paolo Pombeni

Paolo Pombeni, (Bolzano 1948), è professore emerito presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’università di Bologna dove ha insegnato Storia dei Sistemi Politici Europei e dal 2010 al 2012 ha diretto l’Istituto di Studi Avanzati. Dal 2010 al 2016 ha diretto l’Istituto Storico Italo-Germanico della Fondazione Bruno Kessler Trento. Ha fondato ed è membro del comitato direttivo della rivista “Ricerche di Storia Politica” e dell’editorial board del “Journal of Political Ideologies”. È membro del direttivo della rivista “Il Mulino” e del Consiglio Editoriale della Casa Editrice Il Mulino; del Consiglio scientifico della “Fondation Charles De Gaulle” (Parigi); del Comitato Scientifico per l’Edizione Nazionale delle opere di Aldo Moro e del Comitato Scientifico per l’Edizione Nazionale delle lettere di Alcide De Gasperi. Ha diretto l’edizione critica degli Scritti e discorsi politici di Alcide De Gasperi. È editorialista del quotidiano Il Sole-24Ore. È segretario della giuria del premio “Alcide De Gasperi-Costruttori dell’Europa”. Fra le sue opere più recenti: La ragione e la passione. Le forme della politica nell’Europa contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2010; Giuseppe Dossetti. L’avventura politica di un riformatore cristiano, Bologna, Il Mulino, 2013; (in dialogo con M. Marchi), La politica dei cattolici dal Risorgimento ad oggi, Roma, Città Nuova, 2015; La questione costituzionale in Italia, Bologna, Il Mulino, 2016; Che cosa resta del ’68, Bologna, Il Mulino, 2018.

Pieve Tesino, 18 agosto 2018

Non occorre che richiami, visti i tempi non facili in cui stiamo vivendo, la cautela con cui va maneggiato un termine/concetto come popolo. Specialmente in un uomo politico come De Gasperi che, per varie ragioni, nella sua vita dovette fare i conti con almeno tre contesti politici in cui il riferimento al popolo aveva assunto una valenza piuttosto divisiva. Ancor più per uomo che aveva fatto della politica, come scrisse alla moglie dalla prigione fascista il 6 agosto 1927, “la mia carriera, o meglio la mia missione” e che concludeva: “rimango sempre un “popolare”, il De Gasperi dei suoi giovani o dei suoi anni maturi”.

Popolare non solo perché così si definiva il partito trentino che aveva contribuito a fondare nel 1904 ancora nel quadro dell’impero asburgico o il partito in cui si era inserito nell’Italia a cui il Trentino era stato unito con le vicende della Prima Guerra Mondiale. Popolare perché De Gasperi era e si sentiva un figlio del popolo e lo rivendicava con fierezza. Lo fece non solo nella prima parte della sua esperienza politica, ma anche nel secondo dopoguerra. A Trento, in un discorso del 20 luglio 1947 fece un riferimento diretto, cosa peraltro non frequente nella sua retorica: “io vengo da un ceppo di contadini e mio nonno lavorava quella magra terra – che è più roccia che terra – di Sardagna e so che cosa sia il lavoro e la fatica del contadino, che cosa sia la libertà del contadino, ed i bisogni di questo infaticabile lavoratore che dopo tutti i disastri riprende il suo lavoro, che non vale solo per lui e per la sua famiglia, ma anche vale per la nazione; c’è in me un senso profondo di rispetto per questo lavoro, che deve essere la base di rinnovamento sociale”.

Non era un passaggio occasionale, un cedimento al ricordo visto che parlava al congresso provinciale della Dc nella sua Trento, perché aveva esordito di essere “responsabile di fronte all’Assemblea Costituente, di fronte ai rappresentanti eletti dal popolo italiano, e sostengo e difendo la mia responsabilità dal banco del governo, davanti a tutti questi delegati del popolo italiano, a qualsiasi partito appartengano”. E aggiungeva subito: “non è che io comunque sfugga questo giudizio e non mi ci sottoponga: ammetto il principio di democrazia, ammetto il principio della sovranità del popolo, e opero e governo solo secondo questi principi”.

De Gasperi, che dichiarava apertamente il suo “desiderio di democrazia diretta popolare”, chiariva che essa presumeva “rispetto della libertà di opinione, rinuncia alla violenza, rinuncia a forme ostruzionistiche, affidamento alla forza della parola ed al giudizio del libero popolo”. Tuttavia egli sapeva bene quale ambiguità si nascondesse dietro la possibilità di appellarsi al popolo. È curioso infatti che proprio in questa circostanza egli citi subito un messaggio anonimo che gli era stato recapitato e che recava scritto: “Il popolo ti ringrazia per l’aumento del prezzo del pane e per le tasse spogliatrici fatte gravare su contadini e artigiani”. Lo statista non si faceva certo impressionare e spiegava con pazienza non solo quanto si era fatto per la necessità di impostare una politica finanziaria che evitasse l’incubo dell’inflazione (quell’incubo che, notiamolo, la sua generazione ricordava con preoccupazione avendo visto dove aveva portato la repubblica di Weimar), ma anche la necessità di agire per una politica credibile e creduta tanto all’interno quanto sulla scena internazionale.

Tornava così al tema del popolo che non andava adulato con “frasi sonanti o belle dizioni”, perché “ho imparato che bisogna guardare innanzitutto al popolo. Quando mi parlano di partiti, io li giudico da questo punto di vista: come servono il popolo? Io non servirei nemmeno la Democrazia Cristiana se non avessi la convinzione che la Democrazia Cristiana vuol servire il popolo. E il popolo vuol dire: il popolo come vive organicamente nel suo paese, nelle sue società, nei suoi focolari, nelle sue città. Non vuol dire il conglomerato posticcio improvvisato su di una piazza”.

Erano parole forti altrettanto quanto quelle della sostanziale conclusione di questo discorso. “Oggi bisogna dire che si domanda al paese e ai cittadini di ogni partito, una disciplina non al servizio di un partito o di un uomo, cancelliere e non cancelliere, una disciplina che si chiede non per l’adesione ad un partito, ad un governo che passa, ma una disciplina che si pretende per la libertà del popolo italiano, indipendentemente da qualunque governo e da qualunque partito”.

Così parlò De Gasperi in quel luglio 1947 quando ormai iniziavano a volgere a conclusione i lavori della Costituente. Ma aveva alle spalle una lunga vita di battaglie politiche, iniziate sin da quando era studente universitario a Vienna, e nell’ambito delle lotte che si svolgevano nell’impero asburgico da subito si era schierato per una scelta di posizionamento dalla parte del popolo. Eccolo allora che al congresso degli universitari cattolici a Borgo Valsugana, l’11 settembre 1905 tiene “un discorso popolare” che appunto si incentra su questo rapporto speciale.

“Questa mattina al vedere tanta piena di popolo che ci accompagnò qui quasi in trionfo mi tornava alla memoria un dialogo breve ch’io ebbi al congresso di Caldonazzo con un professore universitario della Germania. Il professore, avvezzo a vedere gli studenti aggirarsi in quell’atmosfera di birra e di fumo, già descritta dalla Stael, guardava attonito a quell’affollarsi di popolo sotto le loro bandiere, a quel confondersi di tutte le classi con gli universitari. Veda, interruppi allora la sua esclamazione di meraviglia, il popolo è grato agli studenti! Gli studenti hanno dichiarato di essere col popolo e per il popolo. Le opere non hanno smentito le promesse e il popolo se ne ricorda”.

Era un discorso ardente, ancora segnato dalla retorica cattolica, ma anche da quella pedagogia che voleva le élite come servizio alla comunità. Tipica la chiusa: “Promettiamolo qui e oggi, amici e colleghi, di fronte a questo popolo industre, di fronte a questo castello diroccato, testimonio di una gente non serva, ma fattrice dei propri destini. Gli anni che verranno sarà tempo di battaglia, le nostre energie giovanili cozzeranno giorno per giorno coi tempi ostili. Che importa! Siamo con Cristo e il suo popolo. Andiamo!”.

Egli si era formato a cavallo fra Otto e Novecento e l’appello al popolo aveva avuto nel XIX secolo una sua lunga storia. Non c’era stato solo l’esempio del bonapartismo, assai discusso e studiato nell’Europa di quei decenni. Più in generale l’esistenza di una frattura fra il popolo, talora addirittura connotato come “il buon popolo”, e le élite, era stata sfruttata nei più diversi contesti, dalla contestazione di matrice socialista nelle sue varie forme, a quella radical conservatrice che aveva lanciato la famosa distinzione fra paese legale e paese reale (un tema fatto proprio da vari movimenti che si riferivano alla chiesa cattolica che si riteneva la vera interprete del buon popolo a lei fedele). Su un altro versante, non esattamente sovrapponibile a questo, aveva fatto irruzione nella storia europea la questione nazionale: anch’essa voleva farsi promotrice del valore politico di popoli che si trasformavano in nazioni nel momento in cui la nazione si fosse riconosciuta, per citare una famosa formula poetica di Manzoni, “una d’arme, di lingua e d’altar”.

Si può capire come la faccenda, da questo punto vista, fosse spinosa in un contesto come quello dell’impero asburgico, che era un Vielvölkerstaat, noi diremmo uno stato multietnico, ma la traduzione esatta è uno stato di molti popoli. La costituzione imperiale del 1867, ottenuta dopo lunghe turbolenze e anche in conseguenza infine delle sconfitte nelle guerre italiane, neo nazionali per tanti versi, riconosceva all’art. 19 ai Volkstämme, cioè ai ceppi etnici presenti al suo interno, diritti di eguaglianza, di riconoscimento dell’identità linguistico-culturale nell’istruzione, nell’amministrazione e nella autopromozione delle diverse comunità.

Da un lato questo riferimento alla presenza di molti popoli si sarebbe mantenuta in forme più o meno liturgiche sino alla fine del regno degli Asburgo (si ricordi che nei proclami che dichiaravano l’entrata nella Prima Guerra Mondiale, l’imperatore usava l’incipit “ai miei popoli” – un plurale significativo), ma dall’altro la Duplice Monarchia sarebbe stata travagliata proprio dalla fine del XIX secolo in avanti dal sorgere di una complicata e tempestosa questione nazionale proprio fra la pluralità dei suoi popoli.

La questione era particolarmente calda in Trentino, dove era in atto una sfida che i tirolesi portavano alla identità italiana di quello che invece per loro doveva essere il Welschtirol. Quando il quotidiano di cui De Gasperi fu fatto giovanissimo direttore dal vescovo Endrici mutò il proprio nome da “La Voce Cattolica” a “Il Trentino”, i giornali di Innsbruck si allarmarono, vedendo nella nuova titolazione “una pericolosa concessione all’irredentismo nemico della Chiesa” sicché avvertivano i nuovi redattori, dietro cui avevano visto bene la nuova “Unione politica popolare”, che “il popolo non vuole saperne del ‘fantastico’ Trentino e che faremmo bene a non scivolare nella china fatale del nazionalismo”. De Gasperi rispondeva con durezza che “di questo Trentino sapremo difendere la fede avita, i diritti nazionali e gli interessi economici” sottolineando che la questione di un sistema elettorale democratico non era rinviabile.

Quella tematica lo avrebbe posto in urto anche coi liberali, poco simpatetici con l’idea che sorgesse un partito cattolico ben radicato nell’elettorato e che di conseguenza cercavano di metterlo in difficoltà accusandolo di non battersi per l’italianità della sua terra. Ad essi il giovane direttore rispondeva a muso duro che quella battaglia si faceva “col combattere a spada tratta e con la massima energia la vostra [dei liberali] politica negativa, frasaiola e nullista, la quale ci ha ridotto nazionalmente così deboli. In poche parole noi vogliamo innanzitutto far opera di democrazia, perché solo attraverso questa e con l’elevazione economica potremo inaugurare una politica positivamente nazionale. E la nostra democrazia non è una parola, avete dovuto ammetterlo anche voi. E non assomiglia punto alla vostra, voi, che nel giornale di ieri avete il coraggio di attaccare una società di poveri segantini in Fiemme, i quali cercano onestamente e legalmente di migliorare le proprie condizioni. Ci vedete anche in questa società, che non è niente affatto confessionale, un prodotto della nostra politica? Ebbene sia segno che la nostra politica è buona, che la nostra democrazia è genuina e che noi ci interessiamo davvero delle classi popolari”.

La polemica sulla questione nazionale sarebbe durata a lungo. Essa gli consentiva un doppio fronte, verso i liberali e verso i tirolesi pangermanisti. Ai primi rinfacciava una politica che traviava soprattutto i giovani che “prediligono come è naturale le aspirazioni più radicali ed estreme e s’imbevono di un romanticismo nazionale”. Ma così si sarebbero formati degli uomini “divisi ormai

moralmente dal popolo”, rinchiusi “nell’egoismo della loro carriera” e fatalmente destinati ad una collocazione di classe: “Ed eccovi costituita per un processo naturale la classe dei siori, quella borghesia che visse in buona parte di un nazionalismo astratto ed impopolare”.

Sull’altro versante attaccava i nemici del Volksbund, anch’essi soggetti ad improbabili appelli al popolo, sognanti riconquiste “per un anacronistico romanticismo misto alla moderna megalomania teutonica”.

Erano tempi difficili in cui sorgeva un populismo di nuovo stampo, che, senza del tutto abbandonare le antiche formule reazionarie, puntava ora su un nazionalismo di nuovo conio. De Gasperi coglieva con acutezza il passaggio storico. Così il 25 febbraio 1913 con ormai all’orizzonte la crisi politica europea (è una leggenda che la Prima Guerra Mondiale scoppi inaspettata) l’ormai affermato leader cattolico, che dal 1911 era parlamentare a Vienna, rifletteva su un tornante che vedeva lucidamente. Da un lato il chiudersi del lungo Ottocento sociale: “Avevamo avuto un lungo periodo di pace e di ricostruzione civile. Per quasi cinquant’anni ogni sforzo nazionale parve concentrarsi nell’intensificare e nel migliorare la vita sociale. Non s’è parlato che di rappresentanza proporzionale degli interessi, di protezione delle classi deboli, di equa distribuzione del benessere, e proprio negli ultimi anni si studiava e si preparava ‘l’assicurazione sociale’, le pensioni per gli invalidi e gli indigenti, la garanzia dei forti in favore dei deboli”. Ma ora il vento era cambiato come mostrava la Francia che, pur avendo al governo “demagoghi radicali e tribuni socialisti”, aveva appena varata una legge sul prolungamento a tre anni del servizio militare di leva. “Che cosa sarà di altri Stati ove la potenza militare è l’ideale di un’educazione e la garanzia a cui in mancanza di altre più sicure sono tentati di ricorrere i dominanti? Ritorniamo dunque proprio indietro? All’epoca sociale seguirà un’era imperialista e nazionalista?”

La domanda avrebbe presto trovato una risposta purtroppo positiva con lo scoppio della Grande Guerra. Dopo anni molto duri, in cui si sarebbe visto dissolversi il rapporto che indubbiamente legava una parte consistente delle classi popolari trentine al vecchio orizzonte a causa della dissennata politica contro gli austro-italiani condotta dalle autorità asburgiche, si giunse all’inclusione del Trentino nel regno d’Italia.

C’era scarso entusiasmo in Italia per far gestire il passaggio del Trentino nel nuovo sistema in un quadro di rappresentatività democratica dal basso. Era stata sì istituita una Consulta delle forze politiche locali, ma il suo peso era modesto. Così De Gasperi interveniva il 24 giugno 1919 dalle colonne del suo giornale, che aveva riaperto col titolo de “Il Nuovo Trentino”, esponendosi senza riserve: “La Consulta trentina nella sua ultima seduta ha proclamato alto e forte un principio di

democrazia e di libertà ed ha anche indicato il mezzo per attuarlo. Principio. Il sistema di amministrazione di un paese non dev’essere imposto dalla burocrazia, ma determinato dal popolo stesso. Mezzo. Indire le elezioni in base al suffragio universale e proporzionale e dare incarico a questa rappresentanza popolare in tal modo eletta, di fare le proposte concrete”.

La battaglia perché il Trentino entrasse nel sistema politico italiano forte di una propria visione ed esperienza della democrazia fu combattuta da De Gasperi anche con l’adesione del suo vecchio partito al nuovo Partito Popolare Italiano promosso da don Sturzo. È però significativo ricordare che nell’assemblea costitutiva della nuova formazione, il 14 ottobre 1919, l’ormai affermato leader politico non mancava di rinviare ancora una volta la nozione di popolo alla sua dimensione di comunità strutturata. “Attingiamo anche qui del resto alle fonti più pure della nostra storia. Le nostre vicinie, i nostri municipi, le nostre comunità che cosa furono se non i gangli più vivi e resistenti del nostro organismo di fronte alla prepotenza assorbente del dominio straniero e questi gangli a che cosa ci ricongiungono se non alle fulgide tradizioni dei comuni italiani che irradiarono tanta civiltà nel mondo? / Non abbiate quindi paura, voi che vi chiamate progressisti e siete pur così putibondi conservatori, in un momento in cui altri parla di costituente, e altri ancora organizza un supremo sforzo per conquistare la dittatura, di proclamare alto il diritto alle nostre libertà e di rivendicare le nostre autonomie. Non ci parlate semplicemente di decentramento amministrativo, cosa desiderabilissima anche questa, ma cosa vale un decentramento delle istanze burocratiche, se non vi è unito un proprio e fondamentale decentramento dei poteri?”

Quella battaglia per l’autonomia non avrebbe ottenuto risultati per il rapido avvento del fascismo con la conseguente espulsione di De Gasperi dalla politica attiva. Non certo domato, egli avrebbe coltivato come e finché gli era possibile una sua attività di pubblicista sia pure sotto pseudonimo. Durante i lunghi anni del regime l’ultimo segretario del PPI non avrà molte occasioni di tornare a parlare espressamente del suo concetto di “popolo”: visto l’uso che del termine facevano Mussolini e i suoi seguaci e quello, assai aggressivo, di Hitler e del nazismo non era davvero possibile esporsi su una materia tanto incandescente per un soggetto che era e rimaneva un “sorvegliato speciale” degli organi di regime. Nonostante questo De Gasperi trovò più volte modo di tornare sul tema del costituzionalismo e dell’apporto che ad esso, contro quello che si sosteneva, a volte anche dall’interno della Chiesa, avevano dato i cattolici. E non c’è dubbio che il tema del costituzionalismo chiamasse in causa la sovranità popolare e, sia pure con passaggi progressivi, la democrazia.

Gli interventi scritti in questo periodo risentono ovviamente delle contingenze, ma è comunque possibile trovare in essi notazioni interessanti, perché ripetute. Non è qui possibile esaminarle, ma sono importanti perché testimoniano della riflessione profonda che De Gasperi aveva fatto in tema di

democrazia. Più volte aveva ricordato come il partito cattolico tedesco, lo Zentrum, non aveva avuto difficoltà a collaborare alla stesura della costituzione di Weimar che prevedeva non solo la sovranità del popolo, ma anche la repubblica. Citerà molte volte il volume di James Bryce, Modern Democracies, dove questo importante studioso e politico, inglese e gladstoniano, aveva riconosciuto l’apporto delle chiese alla costruzione della moderna libertà politica. Lo farà anche in un intervento polemico contro la Storia d’Europa di Croce che invece quel merito ai cattolici non aveva voluto riconoscerlo. Era così amareggiato che a Stefano Jacini scriveva: “Siccome a sentire il Croce – ed è un maestro fra molti – nessun credente nella vita ventura può essere un liberale cosciente, sai dirmi ove potremmo collocarci noi, ed un discreto numero di nostri antenati spirituali?”.

Non che il suo pensiero fosse fermo al costituzionalismo liberale dell’Ottocento. Nella sua anonima rassegna internazionale che usciva sull’ Illustrazione Vaticana, il 1 settembre 1935 scriveva: “Un’altra reazione si annunzia e si consolida e sta creandosi una teoria ed una dottrina. È il pluralismo sociale che si vuol opporre al totalitarismo statale, ultimo corollario dell’individualismo assoluto. Abbiamo già messo in rilevo la dottrina pluralista del Maritain, che, risalendo in fondo alla scolastica, distingue nettamente fra Società e Stato, il quale della società è parte, come sono parte le persone e le istituzioni intermedie. Una dottrina similare è ora svolta sistematicamente, nel suo aspetto soprattutto giuridico, da un non cattolico, il prof. Gurvitch, nel suo recente libro: L’idée du Droit social.”

Dovevano passare ancora lunghi e difficili anni, ma alla fine si sarebbe prospettato il crollo del regime e la possibile riapertura di un futuro politicamente nuovo. Dettando ad inizi del 1943 un suo “Testamento politico”15 scriveva, indirizzandosi a chi, dopo il crollo, “darà la sua opera alla ricostruzione dello Stato italiano”, che l’obiettivo da porsi doveva essere: “Instaurare la pace del popolo, abolire cioè i privilegi di partito e di classe, ridestare nei cittadini il senso della responsabilità e l’interessamento, ora morto, per la pubblica cosa, ecco una prima meta della libertà politica”. E proseguiva: “Eliminando quindi ogni discriminazione di partito, di classe e di razza ricostruiremo la democrazia italiana sulla base del suffragio universale, come espressione dei diritti generali del cittadino: sistema che ha incontrato obiezioni, ma al quale, dopo molteplici esperienze, si è finito sempre col ritornare, come ad uno strumento rappresentativo che più di ogni altro soddisfa la tendenza popolare all’eguaglianza politica, pur senza impedire l’emulazione dei migliori”.

De Gasperi auspicava una nuova democrazia sociale ed economica, ma, non rinunciando al suo consueto realismo, ammoniva: “Vero è che il funzionamento della democrazia economica esige disinteresse, come quello della democrazia politica suppone la virtù del carattere. L’opera di

rinnovamento fallirà, se in tutte le categorie, in tutti i centri non sorgeranno degli uomini disinteressati, pronti a faticare e a sacrificarsi per il bene comune e la democrazia politica sarà una parola vana se gli uomini che se ne fanno sostenitori non si sentiranno legati dalle ferree leggi della solidarietà che derivano dalla morale e dall’onore”.

Il rinvio alla propria tradizione storica era forte nel periodo di preparazione della svolta democratica. Lo vediamo sviluppato in un intervento del dicembre 1943, in cui scriveva che «la molteplice esperienza mondiale negli ultimi 150 anni porta alla conclusione che il metodo più adatto alle presenti condizioni della convivenza umana è il metodo della libertà e la miglior forma politica una democrazia rappresentativa fondata sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri. Né partito unico, né cesarismo plebiscitario, né monarchia assoluta, né repubblica dittatoriale, né l’oligarchia dei ricchi, né la dittatura dei proletari». Seguiva una importante integrazione che, sia pure da un altro punto di vista, andava a specificare il suo approccio alla moderna questione democratica: “ Il partito è uno strumento organizzativo atto a fungere su di un solo settore della nostra comunità nazionale, quello dello Stato. E come per noi pluralisti (nel senso di Maritain e di Sturzo) lo Stato è l’organizzazione politica della società, così il partito è un organismo limitato che non deve proporsi di tutto rifare e riordinare in tutti i campi, ma suppone che altri organismi sociali agiscano nello stesso tempo e nello stesso spazio su diversi piani …”

La riaffermazione del rapporto fondativo fra libertà, costituzionalismo e partecipazione del popolo alla costruzione della sfera politica era contenuta anche nel suo intervento alla prima assemblea della sezione romana della Democrazia Cristiana nel luglio 1944. “La Democrazia Cristiana è un partito di riforme, meglio di rivoluzione, ma in questo mai dovrà perdere di vista il supremo bene della libertà. Questo bene deve essere gelosamente custodito e strenuamente difeso. Quale che dovrà essere l’avvenire, è necessario che avvenga costituzionalmente e per volontà del popolo, e che non ci sia imposto con dimostrazioni di piazza e con violenze private.”

Non c’è tempo qui per esaminare i molti interventi in cui nel periodo costituente e dopo la sua affermazione alle elezioni del 18 aprile 1948 torna a ribadire la sua profonda convinzione per il regime democratico, come regime di popolo, ma di popolo concreto, che trovava la sua forma nelle istituzioni politiche che certo nascevano dalla sua volontà, ma che diventavano poi dei vincoli all’azione delle sue componenti.

Mi piace invece concludere citando due passaggi di due discorsi del 1950. Era quello un anno difficile, di tensioni sociali, che aveva richiesto anche uno sforzo di unità alla Democrazia

Cristiana, tanto che si era, almeno momentaneamente, composta la frattura con la sinistra dossettiana chiamando il suo leader a riassumere la vicesegreteria politica del partito.

Parlando il 22 ottobre al congresso dei capi partigiani delle formazioni non comuniste, De Gasperi, in forte polemica coi comunisti, richiamava il carattere democratico che aveva avuto la resistenza fondando un regime che doveva durare: “domani ci può essere un’altra maggioranza diversamente costituita, ma il principio non deve essere perduto: istituzioni libere e possibilità di trasmissione diretta della sovranità del popolo; questa è la libertà politica della sovranità del popolo”. Non era un inciso, la questione della fondazione popolare del sistema politico non poteva essere evitata: “arriva un momento in cui si impone il dovere morale di difendere il carattere di una nazione, la dignità di un popolo. Ed allora, diamo contenuto a questa parola di patriottismo, a questa parola di nazione, diamo un contenuto che si inquadri nei nostri valori storici e soprattutto quella parola applichiamola al popolo. Non è più il momento di decidere delle questioni in piccola gerarchia o rappresentanza di classe. È il popolo italiano l’attore principale, non dimentichiamolo”.

In chiusura del suo intervento lo statista si lasciava andare ad un passaggio quasi lirico. Sebbene non sia esatto descrivere la retorica degasperiana come priva di pathos, perché sapeva anche trovare accenti forti che muovevano il suo uditorio, è però vero che il passaggio che ora cito è molto particolare per impatto emotivo.

“Con un pensiero vorrei concludere: la nazione è anche una storia, una tradizione, un complesso di sentimenti, un complesso di idee che continuamente rifluiscono di generazione in generazione; ma la patria vivente in cui dobbiamo lavorare e che dobbiamo difendere, è il popolo italiano. E quando diciamo di amare la patria, bisogna voler dire: lavorare, continuare nello sforzo pazientemente, fino a che al popolo italiano sia data la possibilità di una giustizia sociale che oggi non ha”. E continuava, rivolgendosi direttamente al capo partigiano Riccardo Mauri, un simbolo vivente della resistenza autonoma nelle Langhe: “Anche qui, amico Mauri, io credo che saremo d’accordo, perché in un suo libretto ho trovato ricordata una canzone dei partigiani del Piemonte in cui si precisavano gli scopi della guerra di liberazione. Le strofe erano diverse, ma una mi ha colpito specialmente: perché combattere? E la canzone partigiana rispondeva: ‘perché questa antica parola popolo suoni divina – al mio compagno signore – e a me stirpe contadina”.

Su questi concetti, incluso quello di una sua estrazione dal popolo, De Gasperi sarebbe tornato poco dopo, il 5 novembre 1950, in un discorso a Modena in cui puntava a spiegare come tutta l’opera del suo governo fosse orientata alla realizzazione di una democrazia sociale.

Affrontava nell’occasione una questione assai calda in quel momento: l’accusa da parte delle sinistre “di mancata fede verso il popolo”. Puntualizzava come di fronte a questi attacchi non

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si fosse reagito con la repressione, ma ciò rientrava nella consapevolezza di non volere un sistema di guerra per bande. “No! – tuonava De Gasperi – Unità dello Stato, unità del popolo come è organizzato dal governo. L’Italia è un paese povero che non arriva a mantenere i suoi figli: lo sappiamo, ma sappiamo anche, con tranquilla coscienza, di fare ogni sforzo per il bene del popolo”. E qui richiamava l’impegno per le riforme e per gli interventi sociali e aggiungeva: “Si dice che De Gasperi in queste cose è un poco sinistroide; la verità è che io sono nato figlio del popolo, mi sono sempre trovato in mezzo a lavoratori, ho sentito la loro miseria, sono parte del popolo minuto e sento che questo popolo ha delle ragioni da far valere e che c’è una giustizia da compiere”.

Potrebbe sembrare un passaggio che si apriva ad un linguaggio populista, ma non era così. Il presidente del consiglio prendeva di petto le accuse comuniste che dipingevano la politica italiana come vittima di un “regime di oppressione” guidato da “uomini maledetti” (erano citazioni di un comizio del PCI proprio a Modena) e rispondeva che invece “tutto indica che la Repubblica italiana è un regime aperto ad ogni progresso e soprattutto all’avvento delle masse popolari e del popolo”.

Era questa l’affermazione che più stava a cuore al “popolare” Alcide De Gasperi perché rappresentava non solo ciò per cui si era battuto tutta la vita, ma la sua stessa storia personale, come si vede bene in questo passaggio. “Non è vero che si possa parlare politicamente di una casta dominante. Che casta? La gente che sta al governo oggi viene dai ceti contadini, dai piccoli proprietari, dal ceto medio dei lavoratori. Sono figli del popolo che appartengono anch’essi al popolo. Dove sono questi rappresentanti della classe dominante che vogliono restringere, mantenere a sé il potere? È una frase, una menzogna convenzionale. Questo è un governo di popolo, un governo che si fonda sopra la maggioranza popolare, pronto ad andarsene domani quando ci fosse un’altra maggioranza; perché questa è democrazia e questa è libertà”.

Era magari una visione ideale che avrebbe ricevuto non pochi colpi dalla realtà politica degli anni seguenti, ma costituiva la sintesi del percorso che il figlio di una famiglia del popolo aveva fatto nella storia politica dell’Italia e dell’Europa. Un percorso in cui non aveva mai dimenticato che era la “democrazia moderna” l’orizzonte in cui ci si doveva muovere e che in essa il popolo era una componente costitutiva: ma il popolo concreto che vive nelle istituzioni sociali, culturali e politiche che gli danno forma e lo rendono attore e costruttore del destino comune, non il popolo fantasma che amano evocare i demagoghi di tutte le risme, uno spettro in cui incarnare ciò che essi vorrebbero prendesse forma come risultato delle loro fantasie.

Note

1 A. De Gasperi, Lettere dalla prigione 1927-1928 , Milano, Mondadori, 1965, p. 101.

2 A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, [d’ora innanzi  ADG, Scritti ], Vol. III, Bologna, Il Mulino, 2008, p.1074. L’intero discorso pp. 1069 -1076.

3 ADG, Scritti , I, (Bologna, Il Mulino, 2006) pp. 356-359

4 Ne ho ampiamente dato conto nel mio, La ragione e la passione. Le forme della politica nell’Europa

contemporanea , Bologna, Il Mulino, 2010.

5 Sulla complessa fisionomia dell’impero, M. Bellabarba, L’impero asburgico , Bologna, Il Mulino, 2014.

6 Ibidem , pp. 431-434

7 Ibidem , pp. 436-37 (l’articolo è datato 10 aprile 1906).

8 Vigilia , ibidem,  pp. 978-990 (articolo del 18 settembre 1909)

9 Documenti contro i germanizzatori , ibidem , pp. 990-992 (articolo del 8 ottobre 1909)

10 Ibidem,  pp. 1531-1532

11 ADG, Scritti,  vol. II, Bologna, Il Mulino, 2007, pp. 274-277.

12 Ibidem,  p. 331.

13 Citato da G. Vecchio, Alcide De Gasperi 1919-1942 , saggio introduttivo a ADG, Scritti , vol. II, p. 142

14 ADG, Scritti , II, p. 2348.

15 ADG, Scritti , IV, pp. 2829-2846.

16 La parola ai democratici cristiani , «Il Popolo» 12 dicembre 1943. Ora in ADG, Scritti,  III, pp. 652- 662.

Questo documento, come quello citato sopra, sarà riedito anche l’anno seguente come programma della DC.

17 ADG, Scritti,  III, pp. 711- 714.

18 Ibidem , pp. 1403-1408.

19 Ibidem,  pp. 1410-1419.

La rivoluzione di Sergio Marchionne. Intervista a Tom Dealessandri

La notizia della morte di Sergio Marchionne ha fatto il giro de l mondo. Il grande manager di FCA è deceduto oggi a   Zurigo all’UniversitatsSpital, l’ospedale universitario di Zurigo, dove era ricoverato dalla fine di giugno. Aveva 66 anni. Lascia due figli, Alessio Giacomo e Jonathan Tyler, e la compagna Manuela.Quale eredità lascia all’industria italiana e al Paese? Ne parliamo, in questa intervista, con Tom Dealessandri, un protagonista di primo piano del mondo sindacale e edella politica torinese. E’ stato, infatti, Segretario della Cisl di Torino e Vicesindaco, con delega al Lavoro, con la giunta Chiamparino.

 

Tom Dealessandri, tu sei stato, per i tuoi incarichi di segretario della Cisl di Torino e Vicesindaco e Assessore al lavoro nella giunta Chiamparino, un interlocutore di Sergio Marchionne. Per i suoi critici era l’esempio del moderno “padrone delle ferriere”. Per te?

Sergio Marchionne è stato uno che si è preso un’azienda quasi fallita e che non è partito con il piede “quel che non va chiudo” ma “come faccio a tenere aperti gli stabilimenti e di conseguenza salvare l’occupazione”. Questo è quello che ha fatto qui, ma anche con Chrysler, dando una prospettiva internazionale che nessuna delle due prima aveva.

 

Il rapporto con il Sindacato è stato duro, o almeno, con una parte di esso (la Fiom). La Fim e la Cisl, con la Uil, accettarono di firmare il contratto FCA. Anche l’uscita da Confindustria fu uno choc. Insomma un intero sistema di relazioni industriali fu sconvolto. Che cosa è stata la rivoluzione di Sergio Marchionne?

Intanto il problema è che si è arrivati lì dopo che gli accordi aziendali erano stati separati e quindi diventava difficile mantenere gli accordi separati con un contratto nazionale che invece era firmato da tutti. Se Fiom avesse firmato gli accordi aziendali, che tra l’altro non peggioravano le condizioni di lavoro né a Pomigliano né a Melfi né a Mirafiori, questo avrebbe consentito di avere maggiore produzione a Mirafiori, perché la 500L era a lì destinata (dopo è stata portata in Serbia), forse non sarebbe manco uscita dal sistema Confindustria. Ovviamente ha pesato la cultura americana, perché in America i contratti sono fatti prima dalle grandi aziende e poi vengono portati nelle piccole e medie. Per cui ha sconvolto perché, in realtà, non si è andati d’accordo. Non è negativo, se noi guardiamo gli stabilimenti sono migliorati con Marchionne, il livello delle condizioni di lavoro, l’ergonomia, questa è la nuova fabbrica. Il problema è che se si fa finta di discutere sulla stessa fabbrica su cui io discutevo negli anni 70 non è la stessa fabbrica e allora vanno adeguati i modelli di relazione sindacale.

 

Sergio Marchionne, per la sua statura, ha portato un esempio di manager anomalo. Per esempio il suo rapporto con la politica italiana era di distanza. Eppure alcuni leader hanno espresso ammirazione. C’è qualcosa che Marchionne ha insegnato alla politica?

Nel senso che come sappiamo da cent’anni a questa parte i manager sono sempre stati filogovernativi, per necessità perché se sei una grande azienda non puoi essere in contraddizione con la politica. La cosa che lui ha insegnato è stata quella di rispettare la politica per le sue prerogative, di farsi rispettare per le proprie. Anche prima comunque c’era la regola di non intromettersi negli affari di governo e della politica, il contrario era più una leggenda metropolitana giornalistica.

 

Parliamo della azienda. FCA è ormai una azienda globale. Il vero colpo da maestro di Marchionne è stato aver preso Chrysler in liquidazione. Da lì nasce FCA. Tanto che i maggiori profitti vengono dal mercato americano (l’area Nafta), mentre l’Europa ha problemi. Il marchio FCA in Italia pure. Insomma non è tutto oro quello che luccica.

Come pensi che si svilupperà il futuro dell ‘azienda? Pensi che il nuovo amministratore delegato sia all’ altezza?

La linea è tracciata, si tratta di caratterizzare di più i nostri marchi, Alfa in primis, la gamma 500 ecc. Così come portiamo Jeep in qua, dobbiamo portare 500 verso gli altri mercati. D’altra parte la Renegade o il piccolo SUV cittadino dovrebbe essere fatto in Italia, per cui bisogna andare avanti su questa strada. Se i marchi vengono caratterizzati per quello che sono – uno sportivo, uno legato al fuoristrada, uno per interurbano ed urbano e così via – è possibile mantenerla. Pur essendo un grande gruppo, è tra i più piccoli dei 7, per cui forse si possono fare degli accordi con gli altri, sia mettendo assieme l’azionariato oppure per tenere un livello di competitività coi grandi si investono su parti in comune.

Per quanto riguarda il nuovo amministratore delegato, essendo stato scelto all’interno del gruppo ed essendo uno di quelli del gruppo che Marchionne ha creato, l’indicazione mi pare chiara: la continuità. Poi, se mi posso permettere, per riuscire a determinare anche qualche scelta bisogna tenere relazioni ed avere fiducia reciproca e poi si negozia, ma la fiducia reciproca è necessaria. Bisogna farlo sentire cittadino di questo Paese anche se inglese.

 

Alla fine, qual è l’eredità che Marchionne ha lasciato All’Italia?

Davanti ai problemi non arrendersi, studiare come fare per risalire la china, che è un bel insegnamento. Di fronte ad uno stabilimento che non ha una situazione a posto si può dire chiudiamo, invece Marchionne ha fatto di tutto per tenerlo aperto.

Simone Veil, una combattente realista per l’Europa. Un testo di Emmanuel Macron

Ci sono eventi, che pur nella loro retorica, nel loro mettere in scena riti e relative
emozioni, costituiscono l’occasione per ricordare il senso di una comunità. In questo
discorso Emmanuel Macron ricorda Simone Veil e attraverso questo ricordo i valori più
profondi della civiltà europea. La memoria della Shoah, l’altra metà del mondo, le
donne, ancora oggetto di violenze, brutalità, marginalizzazioni e discriminazioni in ogni
parte del mondo, l’Europa unita come nostro faro di civiltà e strumento per superare
questi tempi bui. Lo pubblichiamo per gentile concessione della Professoressa Sofia
Ventura.
Discorso di Emmanuel Macron in occasione del trasferimento delle spoglie di Simone
Veil al Pantheon, 1 luglio 2018.
VIDEO
Discorso (lingua originale)
Discorso del Presidente Emmanuel Macron, traduzione in italiano (a cura di
Sofia Ventura)
Omaggio solenne della nazione a Simone Veil – 1 luglio 2018

Il 5 giugno dello scorso anno, quando ho annunciato, al termine dell’omaggio che le
era stato reso presso la Corte degli Invalidi, che Simone Veil avrebbe riposato al
Pantheon accanto al suo sposo, questa decisione non fu solo la mia.
Non fu nemmeno quella della sua famiglia, che comunque accettò.
Questa decisione fu quella di tutti i francesi.
E’ intensamente, tacitamente, ciò che tutti i francesi e le francesi desideravano.
Perché la Francia ama Simone Veil.
L’ama nelle sue battaglie, sempre giuste, sempre necessarie, sempre animate dall
preoccupazione per i più fragili, per le quali si impegnava con una forza di carattere
poco comune.
La Francia l’ama ancora di più perché ha compreso da dove le veniva questa forza
messa al servizio di un’umanità più degna.
Non è che tardivamente, quando Simone Veil aveva superato il 50 anni, che la Francia
scoprì che le radici del suo impegno affondavano nell’oscurità più assoluta,
innominabile, dei campi della morte. È là che trovò in lei, per sopravvivere, questa
parte profonda, segreta, inalienabile che si chiama dignità. È là che, malgrado i dolori e
i lutti, lei acquisì la certezza che alla fine l’umanità vince sulla barbarie.
Tutta la sua vita fu l’illustrazione di questa invincibile speranza. Noi abbiamo voluto che
Simone Veil entrasse al Pantheon senza attendere che passino le generazioni, come
abbiamo ormai l’abitudine di fare, perché le sue battaglie, la sua dignità, la sua
speranza restino una bussola nei tempi difficili che attraversiamo.

Poiché ha conosciuto il peggio del XX secolo e si è perciò battuta per renderlo
migliore, Simone Veil riposerà con suo marito nel Sesto caveaux.
Lì raggiungerà quattro grandi personaggi della nostra storia: René Cassin, Jean
Moulin, Jean Monnet e André Malraux. Furono, come lei, maestri di speranza. Come
loro Simone Veil si è battuta contro i pregiudizi, l’isolamento, contro i demoni della
rassegnazione o dell’indifferenza senza nulla cedere, perché sapeva ciò che era la
Francia.
Come loro, sfidò l’ostilità, agì come un precursore, abbracciò delle cause che si
credevano perdute per restare fedele all’idea che aveva della Repubblica e alla
speranza cheriponeva in essa.
È bello oggi che questa donna raggiunga in questo luogo la confraternita d’onore alla
quale, per lo spirito, per il valore, appartiene di diritto e di cui per tutta la sua vita
condivise le battaglie.
Come René Cassin, Simone Veil si è battuta per la giustizia.
Nel 1948, Cassin fa ratificare dall’Assembela generale delle Naizoni Unite la
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Simone Veil sapeva tuttavia che in
questa nobile battaglia per i diritti umani, la metà dell’umanità continuava
ostinatamente ad essere dimenticata: le donne.
Aveva visto la loro sottomissione e le loro umiliazioni, lei stessa aveva subito
discriminazioni che riteneva assurde, sorpassate. Allora si batté affinché giustizia fosse
fatta per le donne, tutte le donne.
Giustizia per le donne detenute in condizioni indegne, che si sforzò mentre era
magistrato di migliorare, giustizia per le donne, la loro indipendenza finanziaria, la loro
autonomia coniugale, la loro eguaglianza nell’autorità genitoriale.
Giustizia perché le loro qualità e i loro talenti fossero riconosciuti in tutti gli ambiti.
Per le donne martoriate nel loro corpo, nell’anima, per le donne che procuravano gli
aborti, per le donne che dovevano nascondere la loro tristezza o la vergogna, e che lei
strappò alla sofferenza sostenendo con una forza ammirabile il progetto di legge
sull’interruzione volontaria di gravidanza, dietro richiesta del Presidente Valery Giscard
d’Estaing e con il sostegno del primo ministro Jacques Chirac.
Giustizia per le donne inconsapevoli dei loro diritti e del loro posto nella società, per le
donne emarginate a causa delle leggi, degli stereotipi, delle convenzioni. Giustizia per
tutte le donne, che, ovunque nel mondo, sono martirizzate, violentate, vendute,
mutilate.
Con Simone Veil entrano qui le generazioni di donne che hanno fatto la Francia, senza
che la nazione abbia loro offerto la riconoscenza e la libertà che era loro dovuta. Che
oggi attraverso di lei, giustizia sia a loro tutte resa.
E che in questo giorno, i nostri pensieri vadano in particolare a una di loro, una donna
risoluta, forte, dolce che, nelle condizioni indicibili dei campi della morte sostenne le
sue due figlie con tutta la forza del suo amore. Avrebbe desiderato una vita di gioia,
ma per lunghi mesi, il suo destino tragico volle che lo spettacolo della loro sofferenza si
aggiungesse alla propria sofferenza, sino allo sfinimento finale, fino alla sua morte.
Saluto qui la memoria della madre di Simone Veil, Madame Yvonne Jacob, nata
Steimetz, morta a Bergen-Belsen nel marzo 1945, di cui l’esempio ispirò la lotta di
Simone Veil per le donne.
Come Jean Monnet, Simone Veil si è battuta per la pace e, dunque, per l’Europa.
Lei che aveva vissuto l’indicibile esperienza della brutalità e dell’arbitrarietà sapeva
che solo il dialogo e la concordia tra i popoli avrebbero impedito che Auschwitz
potesse rinascere dalle ceneri fredde delle sue vittime.

Si fece combattente per la pace, si fece combattente per l’Europa. Voleva l’Europa per
realismo, non per idealismo; per esperienza, non per ideologia; per lucidità, non per
ingenuità.
Non era tenera con l’insignificanza dell’irenismo e le complicazioni tecnocratiche che,
talvolta, divenivano l’immagine di questa Europa, poiché apparteneva a quella
generazione per la quale la nostra Europa non era né un’eredità, né un obbligo, ma la
conquista di ogni giorno.
Come parlamentare, come presidente del parlamento europeo, come cittadina
impegnata, non cessò di ravvivarne la fiamma originaria e d’incarnarne lo spirito
fondatore.
Jean Monnet diceva che l’Europa sarebbe la somma delle soluzioni da apportare alle
sue crisi. Noi dobbiamo a Simone Veil il fatto di non avere lasciato che i dubbi e le crisi
che colpiscono l’Europa attenuino la vittoria eclatante che da 70 anni abbiamo riportato
sugli strazi e gli errori del secolo passato.
Nulla sarebbe peggio che rinunciare alla speranza che ha fatto nascere l’Europa dalle
rovine nelle quali era stata sepolta e sotto le quali avrebbe potuto perire.
Noi siamo oggi i depositari di questa sfida alle vecchie nazioni che l’Europa non ha
cessato di tenere viva. Questa sfida è la nostra, quella della gioventù di Francia e
dell’Europa, ora che venti malevoli di nuovo si levano. È il nostro orizzonte più bello.
Come André Malraux, Simone Veil si è battuta per la civiltà.
Nata prima della guerra, in una civiltà che si credeva ancora immortale, ne visse il
rapido e crudele tracollo. Vite i punti di riferimento morali scomparire. Vide nei campi
delle SS martirizzare dei bambini di giorno, per ritrovare la sera i propri familiari venuti
a raggiungerli attorno alla tavola.
Aveva appreso nella propria carne che Auschwitz aveva sconvolto in modo durevole
l’idea stessa di civiltà. Condivideva con Malraux la triste constatazione che non vi era
più qualcosa come il «significato dell’uomo» o il «significato del mondo». Ma sapeva
anche che era possibile ricostruire una civiltà nuova.
Appassionata di arte e letteratura, continuò a credere che la cultura fa crescere l’uomo
e lo illumina sul suo destino. Riposerà ad alcuni metri dal suo caro Jean Racine, che
suo padre André Jacob le aveva fatto amare, che è sepolto nella chiesa di Saint-
Etienne-du-Mont e del quale Simone Veil occupò la poltrona all’Académie française.
Operando a favore dell’educazione, della riabilitazione dei prigionieri o come ministro,
per la protezione dei più fragili, sapeva che le civiltà sono tessute con questi legami
organici, con questi mille fili invisibili.
Impegnata a favore dell’amicizia tra i popoli europei, lo fu anche nel dialogo tra
israeliani e palestinesi, perché l’umanità non si arresta davanti alle nostre frontiere.
Credeva in questo destino comune che chiamiamo nazione, e in questa avventura
esaltante che chiamiamo civiltà, sapeva che ogni giorno che passa costituisce una
nuova battaglia contro la barbarie.
Come Jean Moulin, Simone Veil si è battuta perché la Francia restasse fedele a se
stessa.
Tradita da uno stato francese che era sceso a patti con l’occupante nazista, lei
avrebbe potuto addossare al proprio Paese il dolore delle sue prove e dei suoi lutti,
non accadde.
E quando decise di testimoniare della sua deportazione, fu innanzitutto per rendere
omaggio ai Giusti di Francia. Si erse contro coloro che innalzavano il ritratto di una
Francia vinta dai deliri antisemiti di Hitler, Petain, Laval, per ricordare il coraggio
incredibile e spontaneo di quelle famiglie francesi che, a rischio della propria vita,
avevano nascosto bambini ebrei, salvandoli dalla persecuzione e da una morte atroce.

Lei ricordava il tempo in cui dei francesi fornivano ai loro concittadini ebrei documenti
falsi e certificati di lavoro. Era il tempo in cui l’arcivescovo di Tolosa, Monsignor
Saliege, faceva appello perché le chiese fornissero asilo, era il tempo in cui dei
sacerdoti celebravano segretamente Pourim nelle loro chiese. Era il tempo in cui delle
solidarietà sotterranee tenevano viva la fraternità francese.
A sinistra del caveau numero 6, sul muro della cripta sono scritti i nomi dei Giusti.
A quei tempi la Francia restò la Francia perché degli uomini e delle donne
abbandonavano tutto per ingrossare i ranghi dell’esercito dell’ombra. Era allora che il
generale de Gaulle incaricava Jean Moulin di organizzare la resistenza.
È per questa Francia, la vera Francia, contro la Francia sfigurata della quale i
collaboratori in esilio continuavano a difendere i crimini che Simon Veil un giorno
decise infine di dare la propria testimonianza.
La Francia, grazie a lei e alcuni altri, guardò in faccia ciò che non aveva voluto vedere,
ciò che non aveva voluto ascoltare, ciò che avrebbe tanto voluto dimenticare e che,
tuttavia, costituiva una parte di sé. Comprese, così, che la nazione non deve temere la
memoria lacerata dei suoi figli e delle sue figlie feriti, ma accoglierla e farla propria.
Mai Simone Veil accettò decorazioni per essere stata deportata, e ancor più non
accettò che emergesse una rivalità tra le memorie. La realtà delle camere a gas e dei
forni crematori dei campi di sterminio, strumenti del crimine contro l’umanità, non
attenua in nulla l’eroismo dei resistenti torturati, fucilati, deportati.
Ma esiste una verità storica e la verità del martirio ebraico è oggi parte integrante della
storia di Francia, come ne fa parte l’epopea della resistenza.
Simone Veil riposerà accanto a Jean Moulin, l’eroe della Resistenza, torturato da
Klaus Barbie e che non si lasciò sfuggire nessun segreto durante la tortura più abietta.
Lei, Simone Veil, che martirizzata dalle SS non rinunciò mai alla sua dignità.
Sono per noi due esempi di umanità profonda, lui eroico nel suo sacrificio, lei
ammirevole per il suo coraggio e per la sua testimonianza. Lei che, sul braccio sinistro,
portava le stigmate del suo dolore, quel numero di deportata a Birkenau del quale un
giorno un francese le chiese se si trattava del numero del guardaroba. Il numero 78651
era il viatico della sua dignità invulnerabile e intatta. Sarà inciso sul suo sarcofago, così
come era stato tatuato sulla sua pelle di adolescente. Perché con Simone Veil, è alla
fine la memoria dei deportati per motivi di razza, come diceva lei stessa, dei 78.500
ebrei e tzigani deportati dalla Francia che entra e vivrà in questo luogo.
Domani raggiungerà i quattro cavalieri francesi che dormono in questo caveau.
Simone Veil entrando potrà guardarli con fierezza con quel suo sguardo freddo,
sempre inquieto. Potrà dir loro: «Ho fatto la mia parte».
Simona Veil chiama anche noi a fare la nostra parte.
Un altro cavaliere li avrà raggiunti, un cavalier servente, perché non era pensabile di
dividere ciò che la vita aveva così fortemente unito, nella gioia ma anche in quei lutti
terribili che furono la perdita della sorella di Simone Veil, Madeleine, detta Milou,
sopravvissuta come lei ai campi, scomparsa in un incidente di macchina; e la morte di
suo figlio Claude-Nicola, ucciso nel 2002 da una crisi cardiaca.
Non era pensabile che Simone potesse riposare senza Antoine. Questa compagnia le
sarebbe mancata.
Antoine, l’alto funzionario che amava la vita e che portò alla giovane sopravvissuta
l’eleganza e lo humor che le permisero di rivivere. Antoine che sognava di fare politica
e al termine dell’ENA aveva cominciato come liberale europeo. Antoine che ebbe l’
intelligenza di comprendere che sua moglie, lei, portava alla politica non il semplice
desiderio di cambiare le cose, ma l’aspra volontà di combattere per l’essenziale. Egli
mise allora il suo talento, il suo amore al servizio delle battaglie condotte da Simone,

che egli sostenne anche nelle ore difficili, quando i suoi avversari utilizzavano l’ingiuria
immonda e la minaccia fisica. Il loro dialogo non cessò mai, punteggiato da risate e
talvolta malinconia, rallegrato da una famiglia con tre figli Jean, Claude-Nicolas e Pier-
François e ben presto 12 nipoti. Questo dialogo fu interrotto solo con la morte di
Antoine nel 2013, lui che sembrava fatto per vivere per sempre, tanto il gusto per la
vita non lo aveva mai lasciato.
Il Pantheon ormai sarà un mormorio delle loro conversazioni.
La vostra opera, Madame, fu grande, perché essa si è nutrita dei vostri lutti e delle
vostre ferite, delle vostre fedeltà e delle vostre intransigenze, ma anche perché voi
l’avete interamente dedicata alla Francia e alla Repubblica.
Tutto ciò che voi avete fatto, l’avete fatto perché la Repubblica vi chiamava, vi ci
conduceva, vi incoraggiava. Voi avete creduto nella Repubblica e la Repubblica ha
creduto in voi. La grandezza dell’una ha fatto la grandezza dell’altra. È perché con
tutte le vostre forze voi l’avete onorata che oggi essa vi onora.
La vostra opera tuttavia non è ancora portata a termine.. Essa entra qui nella storia e
nella posterità. Possa la vostra lotta continuare a scorrere nelle nostre vene, ispirare la
nostra gioventù e unire il popolo di Francia. Possiamo noi sempre mostrarci degni
come cittadini, come popolo dei rischi che voi avete preso e delle strade che avete
tracciato, perché è in questi rischi e su queste strade, Madame, che la Francia è
davvero la Francia.
Al tramonto della vostra vita, voi avete desiderato che un kaddich fosse recitato sulla
vostra tomba, il vostro desiderio fu esaudito dalla vostra famiglia il 5 luglio 2017, al
cimitero di Montparnasse.
Oggi, la Francia vi offre un altro canto, quello del quale le prigioniere di Ravensbrük
avevano elaborato le prime parole su centinaia di pezzi di carta; e che esse cantarono
il 14 luglio 1944 davanti alle SS stupefatte. Questo canto che i deportati, ciascuno nella
propria lingua, intonavano quando il loro campo fu infine liberato, poiché lo
conoscevano tutto a memoria. Questo canto di cui il mondo ha risuonato quando la
barbarie di nuovo ha mostrato presso di noi il suo volto disgustoso.
Questo canto è quello della Repubblica, È quello della Francia che noi amiamo E che
voi avete fatto più grande, più forte. Che sia oggi, Madame, il canto della nostra
gratitudine e della riconoscenza della nazione che voi avete tanto servito e che vi ha
tanto amata. Questo canto è la Marsigliese.
Viva la Repubblica, viva la Francia.
(dal sito: https://sofiajeanne.com/2018/07/01/simon-veil-au-pantheon/)

Romano Guardini: un ethos per l’Europa. Un testo di Silvano Zucal

 

In occasione dei 50 anni dalla morte di Romano Guardini, il grande teologo italo-tedesco , uno dei “Padri della Chiesa del XX secolo”, avvenuta a Monaco di Baviera il 1 ottobre 1968 , Lo Studio Teologico san Zeno in collaborazione con Vicariato per la Cultura-Diocesi di Verona, Vicariato Verona centro e la “Fondazione Giorgio Zanotto”, hanno realizzato un convegno, lunedì scorso, per ricordare la sua figura. Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, il testo dell’intervento del professor Silvano Zucal, docente di Filosofia Teoretica all’Università di Trento.
(I titoli dei paragrafi sono a cura del redattore)

Le due identità
(1) (2) (3) (4) Romano Guardini nasce a Verona nel 1885 e già l’anno successivo si trasferisce a Magonza con la famiglia. In quella città conseguirà la maturità ginnasiale. Si iscriverà poi alla facoltà di chimica a Tubinga per passare, successivamente, a quella di economia politica (1904) presso le Università di Monaco e di Berlino. Ma la sua vocazione lo conduce altrove e nel 1905 studierà alla facoltà teologica di Tubinga e poi di Friburgo fino a ricevere nel 1910 l’ordinazione sacerdotale. Una formazione culturale che avviene dunque interamente in àmbito tedesco. Ben diversa era la situazione in famiglia dove si parlava in italiano e si veicolava in modo convinto la tradizione culturale italiana. Il padre Romano Tullo, nato a Verona (1857), importatore di pollame(per la grande azienda italiana “Import Grigolon-Guardini &Bernardinelli GmbH”) è politicamente un appassionato sostenitore di Cavour e un cultore di Dante e nel 1910 diventerà console onorario italiano. La madre Paola Maria Bernardinelli è invece trentina, nativa di Pieve di Bono (1862) nelle valli Giudicarie (anche se la famiglia proveniva da Javrè in Val Rendena),viene da una famiglia che possedeva un’osteria e poi una macelleria, studierà nell’istituto delle Dame inglesi a Merano e nella famiglia rappresenta, ancor più profondamente e fortemente del marito, lo spirito italiano unito ad una posizione anti-asburgica e più in generale a un rifiuto non privo di risentimento per tutto ciò che è tedesco. Non potrà quindi che generare perplessità e sconcerto nella famiglia il fatto che il figlio primogenito Romano decidesse, nonostante l’opposizione esplicita dei genitori, di assumere nel 1911 la cittadinanza tedesca compiendo una sorta di “esodo” volontario dalla patria originaria italiana. Lui solo oltretutto di tutta la famiglia (rientrata poi in Italia dopo l’improvvisa morte del padre avvenuta nel 1919) aveva optato per il Nord.
(5) (6) Con la scelta della cittadinanza, Guardini divenne a pieno titolo e con una sorta di sigillo formale un pensatore espressivo della cultura tedesca, che egli aveva ormai assorbito in modo irreversibile. Se nella casa paterna di Magonza, nel Gonsenheimer Hohl, egli aveva respirato la cultura italiana oltre ad averne appreso la lingua, al di fuori di essa, a scuola, tra gli amici, nella formazione spirituale, all’Università, lingua e cultura furono infatti indelebilmente segnate dal mondo tedesco. Certo frequenti furono ancora i viaggi in Italia in visita alla madre (vivrà fino 95 anni, morendo nel 1957 quando Guardini aveva già 72 anni), ai tre fratelli Gino Ferdinando, Mario e Aleardo e ai nipoti, con soste prolungate nella residenza materna inizialmente sul lago di Como e poi, soprattutto a partire dalla fine degli anni ’20, a Villa Guardini a Isola Vicentina presso Vicenza dove egli amava preparare le sue lezioni camminando tra gli amati alberi che contemplava senza stancarsi. Una sorta di addio all’Italia sarà l’ultimo viaggio nell’agosto del 1968 (dal 28.8 al 15.9), avvenuto poco prima di morire (morirà il 1 ottobre) con tappe deliberate prima di attraversare il confine a Trento e a Bressanone. Oltrepassato il Brennero egli comunque osservò: «Ho sempre l’impressione che qua nel Nord vi sia una dimensione in più…».
(7) Questa relazione seppur intensa con l’Italia non cambierà mai la sua prospettiva culturale complessiva. Quando, durante la prima guerra mondiale, dovrà addirittura svolgere il servizio militare come infermiere in un ospedale militare indossando l’uniforme tedesca mentre due fratelli prestavano servizio nell’esercito italiano il conflitto latente tra le sue due identità diverrà ancor più lacerante ed esplosivo. Alcuni anni più tardi cercherà di mostrare come aveva vissuto questa singolare conflittualità e come aveva cercato di uscirne ovvero con il suo auto-identificarsi come “cittadino europeo”. Di qui l’assoluto rilievo dei suoi scritti sull’Europa.

La genesi dell’ Europa
I numerosi saggi europeistici di Romano Guardini restituiscono non solo la potenza dell’argomentare del filosofo italo-tedesco ma anche un clima aurorale, una “genesi” del “fatto-Europa”. Elemento su cui merita ritornare soprattutto nel contesto odierno in cui l’Europa vive una particolare crisi d’identità. Parto sofferto quello europeo, drammatico, non scontato, esito di conflitti, di inquietudine e di tormenti sia biografici sia nazionali.
Guardini sente gravare su di sé un destino di primo acchito irriducibile e insieme incomponibile: l’appartenenza a due patrie, due mondi culturali e spirituali diversi e nella grande guerra civile del Novecento ora alleati ora in conflitto. Come uscirne? Le sue potenti meditazioni sull’Europa dicono che solo l’Europa poteva diventare non solo “un destino” di ricomposizione per la sua personale identità duale, ma anche un compito etico da consegnare al futuro dei popoli europei fuoriusciti dall’epoca tragica segnata dalle guerre, dai totalitarismi e dalla macchia indelebile della Shoà. I quattro testi più rilevanti sono composti in momenti diversi con una sorta di crescendo.
Il primo, in senso cronologico, è un intervento ripreso dagli appunti di Josef Außem. Siamo a Grüssau (Slesia), nella Pentecoste del ’23, a un convegno della Jugendbewegung e Guardini è già il leader riconosciuto del movimento giovanile tedesco. La descrizione di Außem ci restituisce in modo quasi palpitante (sorta d’affresco) il clima spirituale davvero ambiguo della Germania frustrata e occupata, foriero purtroppo di tragedie, e impressiona quell’accorrere di migliaia di giovani in attesa famelica di un obiettivo che dia senso al loro futuro. Guardini dovrebbe parlare solo d’altro, del “senso della Chiesa”, ma in una sorta di coup de théâtre il relatore ufficiale sul tema politico e sul rapporto tra dimensione nazionale ed Europa, il parroco Rohn, viene a mancare e toccherà proprio a Guardini, italiano naturalizzato tedesco, affrontare un tema per lui imprevisto e in parte problematico. Egli si schermisce, appare come titubante ad affrontare da oriundo italiano un tema “cosi tedesco”, ma poi coglie proprio una tale occasione per confessare in pubblico il suo tormento interiore relativo alla scelta del servizio militare con l’esercito tedesco: «Il suo essere spirituale si radica, egli sostenne, nella cultura tedesca. Ha militato nell’esercito come soldato e la guerra e la disfatta lo avevano posto di nuovo di fronte alla decisione di definire a quale popolo egli davvero appartenesse. Si è deciso per la Germania. […] È intimo dovere morale stare dalla parte del proprio popolo e contribuire a sostenere la sua opera. […] Questo dovere sussiste in periodi normali, più che mai in quelli straordinari, quando al popolo sopravviene una distretta; allora la fedeltà dev’essere doppiamente profonda e l’unita doppiamente grande. Al tempo della disfatta avemmo la sensazione di uno che affoga, per il quale ne va dell’onore e dell’essere. Per chiunque abiti in un territorio occupato si faceva buio nel giorno più luminosamente chiaro quando vedeva comparire le uniformi straniere».
Chiarito il significato di “fedeltà”, in specie nel momento della disfatta, emerge pero già in questo intervento di Guardini un primo spiraglio di carattere europeistico. La fedeltà al popolo e alla cultura tedesca non gli impediscono di guardare all’Europa come luogo deputato al superamento di ogni forma di sciovinismo che scatena i bellicismi e che divide addirittura i fratelli tra di loro (come era avvenuto proprio nella sua famiglia). Questa “novità di formulazione” colpì particolarmente gli ascoltatori, che sentirono Guardini articolare in modo raffinato una relazione dialettica tra fedeltà al proprio popolo e apertura a un contesto superiore: «Non intendiamo parlare degli arrabbiati, – e Guardini lo dice nell’anno della terribile inflazione tedesca post-bellica – che per un risentimento si scostano dal proprio popolo e deviano in quella direzione. Vi sono però persone che hanno un senso dei legami che superano quelli di un solo popolo. Non è lecito scambiare con questo piano spirituale l’internazionalismo socialista. Noi vediamo l’Europa vivente, che è emersa, vive ed esercita il suo influsso in un certo numero di persone». E al movimento giovanile consegnava proprio questo impegno peculiare di riconoscere il «fatto spirituale dell’Europa» come proprio destino: «Chi è nello spirito della Jugendbewegung? È colui che interiormente è lacerato, è inquietato da questi problemi, che diventano per lui destino. Suo compito è quello di vedere il fatto (Faktum) Europa. La soluzione non si può trovare traendola da qualche genere di risentimento. Noi dobbiamo deciderci se agire demagogicamente o se vedere le cose in un’ottica di carattere essenziale e pensare e agire sulla base della responsabilità di fronte a questo nuovo sviluppo», ormai, ineludibile in direzione europea. Monito che purtroppo rimarrà in larga parte inascoltato in quegli anni che porteranno di lì a poco ai totalitarismi e frantumeranno ogni ipotesi di costruzione europea. Guardini aveva dimostrato una singolare lucidità profetica. Profeta purtroppo inascoltato (con rare eccezioni come gli studenti della “Rosa Bianca”) poiché la Germania andrà incontro alla sua deriva totalitaria e sciovinista.
In questo contesto, Guardini scrive il suo secondo testo, di certo il più drammatico. Lo scrive da professore senza cattedra e senza più magistero perché l’unica cattedra e l’unico magistero è quello del “grande” Führer e insieme Verführer (seduttore). Nell’isolamento del suo pensionamento forzato impostogli dal regime egli cerca di analizzare come tutto ciò sia potuto accadere e quale possa essere in futuro il fattore immunizzante. I saggi (L’Europa e Gesù Cristo; L’Europa e il cristianesimo) redatti negli anni bui del nazismo e della seconda guerra mondiale (una prima redazione è del ’35) rileggono il tutto cercando di saldare il discorso europeistico alla cristologia. Solo una prospettiva cristologica ed europeistica insieme, meglio le due realtà in inseparabile connessione, può e potrà eradicare la follia del “Blut und Boden”, un fantasma che può sempre risorgere. Pennellate efficaci, anche se stringate, sul rapporto vitale tra il tessuto profondo dell’anima europea e la cristologia portano Guardini a concludere che «l’Europa, ciò che è, lo è attraverso Cristo – una verità, che Novalis ha proclamato nel 1799 nel Frammento, sostenuto da forza profetica, La cristianità o l’Europa. […] Se l’Europa si staccasse totalmente da Cristo – allora, e nella misura in cui questo avvenisse, cesserebbe di essere».
Se l’Europa ha una genesi essenzialmente cristologica, questo si può riconoscere anche quando è avvenuta in larga parte l’apostasia dall’origine cristiana e scienza, cultura, politica, economia, filosofia europee vogliono realizzarsi fuori da quello spirito o addirittura in esplicita contraddizione con esso. Anche nelle manifestazioni negative o contraddittorie continua in realtà a operare la figura di Cristo. L’età dei totalitarismi ha tentato di innalzare il nuovo mito soteriologico del “salvatore terreno”, che avrebbe dovuto eliminare Cristo e la sua redenzione e fissare l’uomo in questo mondo. Se essi avessero definitivamente trionfato, sarebbe stata la fine dell’Europa, non tanto sul piano economico-politico, ma su quello della “figura umano-politica” che porta il nome Europa. Che cos’è allora, in ultima analisi, l’Europa? Guardini risponde in modo suggestivo con una pagina anche letterariamente accattivante, che è bene riprendere integralmente: «L’ Europa non è un complesso puramente geografico, né soltanto un gruppo di popoli, ma un’entelechia vivente, una figura spirituale operante. Si è sviluppata in una storia, che passa per quattromila anni e a cui non si può finora paragonare nessun’altra in ricchezza di personalità e di forze, in audacia d’azioni come in profondi movimenti di destini sperimentati, in ricchezza di opere prodotte come in pienezza di significato immessa in ordini di vita creati. […] Una cosa è però sicura […]: l’Europa diverrà cristiana, o non esisterà mai più. Può essere ricca o diventare povera; può avere un’industria altamente sviluppata o dover ritornare a livello rurale; può assumere questa o quella forma politica – in tutto ciò rimane se stessa, finché vive la sua forma fondamentale». Cristo è stato attivo per quasi due millenni nella più intima profondità dei popoli europei e ne ha plasmato una particolare sensibilità e finezza. L’essere di Cristo ha liberato il cuore all’uomo europeo, gli ha dato la capacità di vivere la storia e di esperire il destino, lo ha tratto fuori dall’antico stato servile e prigioniero nella natura e nel mondo e l’ha posto dinanzi a Dio nella sovrana libertà del redento. Una libertà e una conseguente responsabilità che dovrebbero essere immunizzanti dinanzi alla possibile catastrofe generata dalle sue opere.
Contro l’uomo europeo “cristi-forme” si muoveva il mito e l’istinto nazionalsocialista, che mirava a distruggere la dimensione europea per ottenere una massa informe di cui avrebbe potuto disporre a piacimento. Di qui l’odio mortale contro Cristo e contro tutto ciò che viene da Lui. Il mito del sangue come nuovo Mito del XX secolo (come recita il titolo della celebre e inquietante opera di Alfred Rosenberg, ideologo del nazismo) e l’annullamento di ogni dimensione spirituale come contrappeso alla semplice biologicità, e con ciò la fine dell’essenza europea. Il futuro dell’Europa è nella fedeltà a se stessa, nel suo essere non solo determinata nel profondo dalla figura di Cristo, ma – e ben più – nel suo essere come strutturata da tale figura cristica, se vuol conseguire la propria forma per eccellenza ed unica: «Se […] l’Europa deve esistere ancora in avvenire, se il mondo deve ancora aver bisogno dell’Europa, essa dovrà rimanere quella entità storica determinata dalla figura di Cristo, anzi, deve diventare, con una nuova serietà, ciò che essa è secondo la propria essenza. Se abbandona questo nucleo — ciò che ancora di essa rimane, non ha molto più da significare».

L’Europa è l’incontro fecondo di “opposti polari”
È invece più pacato il Guardini settantenne che, nel 1955, rivolgendosi ai colleghi dell’Università di Monaco che lo festeggiano, propone un intervento, sorta di bilancio, che salda insieme il tema dell’ Europa con quello della peculiarità del suo insegnamento di “visione cristiana del mondo» (Europa e Weltanschauung cristiana). In questo contributo il pensatore mette a tema la logica delle polarità: l’Europa per lui è nata nella polarità virtuosa delle sue due anime e tale dovrà essere anche l’Europa del futuro, incrocio fecondo di opposti polari. L’unità necessaria per ricomporre il proprio “io” frantumato dal duplice destino biografico, Guardini la trovò nell’essere europeo. In una sorta di bilancio, egli ricorda la feconda e liberante scoperta di quella “unita” e, insieme, mette in guardia sul rischio permanente di un’incomprensione tra Italia e Germania: «A questo punto mi è riuscita chiara per esserne personalmente impegnato quella realtà il cui nome è oggi sulla bocca di tutti, ma di cui allora quasi nessuno parlava: il fatto “Europa”. Lo riconobbi però, allora, come la base, unicamente sulla quale potessi esistere: familiarizzatomi intrinsecamente con la natura tedesca, ma attenendomi con fermezza fedele alla prima patria, ed entrambi gli atteggiamenti non come una mera giustapposizione, ma fusi come una cosa sola nella realtà “Europa”, che certo nasce da necessità storiche, ma anche dalla vita di coloro che ne fanno l’esperienza nella propria esistenza. Ancora qualcosa d’altro mi riuscì chiaro. Tra la Francia da un lato e la Germania dall’altro, nonostante tutte le sventurate difficoltà politiche, l’“Europa” era da lungo tempo in via di realizzazione, seppure più dall’Est all’Ovest che nella direzione opposta. Tra l’Italia e la Germania tuttavia sembrava che le cose stessero in modo diverso. Certo da sempre l’aspirazione dei Tedeschi verso il Sud era stata operante; tuttavia per lo più in un modo estetico-lirico, peculiarmente irreale, che si manteneva nell’àmbito dell’arte e del paesaggio, e invece non prendeva molta cognizione della realtà storico-politica. Alla relazione del Nord verso il Sud non ne corrispondeva nemmeno una analoga in senso contrario».
L’Europa vive dunque delle sue opposizioni polari, della sua dialettica Nord-Sud, Est-Ovest, della sua polarità geografica tra l’altezza delle Alpi e la pianura, del suo essere crocevia di diversità non incomponibili ma fecondamente intrecciabili: «Ancora sempre mi commuovo nel cuore […] quando sulla carta geografica vedo la sua immagine: la configurazione piccola e graziosa […] come fosse disposta dal cesello di un orafo tra i colossi Asia, America, Africa. La ricchezza delle sue forme, l’insinuarsi reciproco tra il mare e la terra, la molteplicità delle sue situazioni etniche dalle Alpi fino alla pianura più bassa – tutto questo appare come una preparazione al destarsi dello spirito più luminoso a opere grandi e audaci imprese».
L’ultimo apporto in ordine di tempo, il più ampio, raffinato e completo, è nato da una circostanza accidentale ma insieme dice il riconoscimento della grande originalità della sapienza europeistica di Guardini: il conferimento, nel 1962, del Premio Erasmo a Bruxelles. Il testo (Europa. Realtà e compito) pone una domanda urgente all’Europa, assegna ad essa una nuova missione. Se, forse, la stagione fanatica dell’autoaffermazione senza limiti dell’imperium nazionale è alle spalle e l’integrazione europea è ormai possibile, la nuova sfida è il dominio del nuovo imperium: quello della téchne. Se l’identità europea è nel suo radicamento cristiano, meglio ancora nel suo legarsi alla “figura Christi”, quale è dunque la missione dell’Europa, il suo compito (Aufgabe) specifico nel contesto mondiale? Sul piano numerico essa potrà non esser più competitiva né dal punto di vista demografico, né sul terreno economico o industriale o anche scientifico e artistico. C’è però una «prestazione assegnata in modo speciale all’Europa e che potrebbe essere certamente compiuta anche da altre parti del mondo, ma non con una tale, diciamo intrinseca, competenza?».

Il destino dell’Europa
La tesi di Guardini è riassumibile in questo: missione dell’Europa è il disciplinamento etico della potenza. Senza giungere ai toni apocalittici di Heidegger, qui Guardini vede la sfida etica e spirituale del futuro. Una sfida che compete proprio alla “vecchia Europa” e solo a essa, perché la sua “anzianità” può essere l’antidoto a ogni acritica ebbrezza e passiva fascinazione per il novum che può essere soltanto il veicolo di un inedito dominio. Utopia morale? Certo quest’Europa che può assumersi una tale impegnativa missione non è ancora all’orizzonte. Per essere tale non deve rimanere un semplice fatto economico o politico, ma deve diventare una “disposizione di spirito”, un comune sentire. Occorre fuoriuscire definitivamente dalla logica degli Stati nazionali chiusi su di sé. Il formarsi dell’Europa presuppone invece che tutte le nazioni che la compongono ripensino la loro storia e intendano il loro passato in relazione al costituirsi di questa grande ««forma vitale» che è appunto l’Europa. Occorre un’Europa compiutamente dialogica che superi l’egoismo nazionalistico degli Stati membri. Ciò potrà avvenire con l’esercizio fecondo dello «specchio», ovvero col vedere davvero se stessi nell’unico modo possibile, vale a dire nel vedersi con gli occhi dell’«altro»: «Chi vuole liberarsi dall’irretimento del proprio carattere etnico che si chiama “nazionalismo” deve imparare a conoscere persone di altra nazionalità e poi, in un momento adatto, domandarsi: come potrà apparire la nostra natura, il nostro comportamento reciproco, il nostro stile di vita agli occhi di un francese, di un inglese, di un italiano? Nel caso in cui tale sguardo gli riesca, ciò che appare è inquietante, ma anche questa inquietudine è salutare. In questo modo la persona impara a sentire come una parola pronunciata da un tedesco possa suonare agli orecchi di un francese, che effetto faccia a un inglese ciò che il tedesco definisce bravura, che sensazioni possano determinare in Italia il modo di vestire e il comportamento dei turisti tedeschi. Per il processo, di cui tanto si parla, di formazione di un’Europa veramente unita sarebbe utile che davvero molti eseguissero questo esercizio». Dalle nicchie autoreferenziali delle nazioni si esce solo costruendo «ponti», intessendo ovunque «relazioni trasversali non solo di carattere organizzativo, come accordi commerciali o forme di influenza politica, ma anche di natura umana. La storia di queste relazioni intermedie costituisce in realtà un importante capitolo della storia della nostra civiltà e cultura europee».

“Destino” dunque l’Europa, situazione destinale dell’immediato e del futuro per gli uomini che abitano il continente e che hanno finalmente trovato ragioni per unirsi e per non sbranarsi, ma insieme “compito” che fa sì che questo “stare-insieme” non sia solo mercantile e monetario ma abbia un obiettivo più alto. La lezione di Guardini è un prezioso viatico in tale direzione.

 

Note


(1) Per la ricostruzione biografica il testo di riferimento e di documentazione rimane quello di Hanna Barbara Gerl, Romano Guardini 1885-1968.Leben und Werk, Mainz, 1985, tr.it. di Benno Scharf, Romano Guardini: la vita e l’opera, Brescia, Morcelliana, 1988.

(2) Memore di questo fatto Guardini dedicherà al padre il primo volume dei suoi studi danteschi (Der Engel in Dantes Göttlicher Kömodie, Leipzig, Hegner, 1937) utilizzando eccezionalmente anche nell’edizione tedesca la lingua italiana: “Alla memoria di mio padre, dalle cui labbra fanciullo i primi versi di Dante colsi”.

(3) Cfr. Romano Guardini, Berichte über mein Leben. Autobiographische Aufzeichnungen, Aus dem Nachlass hrsg. von F. Messerschmid, Paderborn, Ferdinand Schöningh Verlag, Paderborn 1980, p. 58, tr.it. Diario. Appunti e testi dal 1942 al 1964, Brescia, Morcelliana, Brescia 1983, p.72: «Mio padre, che aveva trapiantato a Magonza l’attività di mio nonno, stimava molto la Germania , ma si sentiva tuttavia sempre ospite. Mia madre era ancora più radicale. Era nata nel Sud Tirolo [Guardini qui confonde Sud Tirolo con Trentino, anche se i Trentini all’epoca venivano effettivamente chiamati tirolesi] e aveva, sin da bambina, sviluppato in sé l’amore appassionato dell’ “irredenta” Italia. Era stata, certo, educata a Merano in un istituto tedesco; ma colà appunto si intensificò ancora di più questa disposizione d’animo. Quando tre anni dopo il suo matrimonio si trasferì con mio padre in Germania, non lo fece volentieri e perciò il suo rifiuto di tutto quanto era tedesco si fece sempre più netto. A Magonza essa, fatta eccezione per alcuni rapporti di cortesia inevitabili, non trattenne relazioni con nessuno”.

(4) Come afferma lo stesso Guardini a suo padre “sembrava molto difficile concepire il fatto che suo figlio primogenito potesse rinunciare alla cittadinanza del proprio Paese» (in Romano Gaurdini, Stationen und Rückblike, Würzburg, Werkbund, 1965, p.13).

(5) Cfr. Romano Guardini, Europa.Wirklichkeit und Aufgabe in Sorge um den Menschen, Bd.I, Würzburg, Werkbund, 1962, tr.it. di M. Paronetto Valier e di Albino Babolin, Europa-Realtà e Compito in Ansia per l’uomo, vol. I, Brescia, Morcelliana, 1970, pp.275-292, il riferimento a pp. 275-276:«Quando venimmo in Germania, io ero nella prima infanzia. In casa si parlava italiano; ma la lingua della scuola e della formazione spirituale fu il tedesco. Questo ebbe il sopravvento, e non poteva essere diversamente, come lingua, con la quale mi pervennero il sapere e la conoscenza della vita. Più tardi fu anche la lingua delle Università che frequentai e nelle quali cominciò la mia personale attività creativa spirituale.Da tutta questa situazione sorse un conflitto profondamente sentito, quando alla semplice bramosia di sapere sopravvenne il problema della professione.[…] Dal punto di vista intellettuale, io dovevo esercitare questa professione in Germania, poiché la mia formazione e la mia idea della vita erano tedesche; io pensavo in tedesco, giacché si pensa pure in una lingua. D’altra parte, però, era sempre viva la mia unione con l’Italia, che per i miei genitori era la patria e perciò la terra in cui, secondo il loro pensiero, doveva vivere e lavorare il loro figlio. […Oltretutto] i miei genitori erano italiani e patrioti appassionati».

(6) Dal resoconto del viaggio del medico personale che l’aveva accompagnato Franz Riedweg redatto nell’estate del 1983 e consegnato alla biografa Hanna Barbara Gerl. Cfr. Hanna Barbara Gerl, Romano Guardini: la vita e l’opera, cit., p. 424.

(7) Su questa vicenda cfr. Alfred Schüler, Romano Guardini. Eine Denkergestalt an der Zeitenwende, in “Archiv für mittelrheinische Kirchengeschichte” 21 (1969), p.134.

(8) In ordine cronologico: l’intervento riportato da J. Außem, Grüssau, in «Die Schildgenossen» 3, 5-6 (1922-1923), pp. 188-194, tr. it. in Europa. Compito e destino, a cura di S. Zucal, Morcelliana, Brescia 2004, pp. 63-74; i due paragrafi, il quinto, Europa und Jesus Christus, e il settimo, Europa und das Christentum, di Der Heilbringer in Mythos, Offenbarung und Politik. Eine theologisch-politische Besinnung, Deutsche Verlagsanstalt, Stuttgart 1946 (prima edizione ridotta con il titolo Der Heiland sulla rivista «Die Schildgenossen» 14, (1934-1935), pp. 97-116), tr. it, L’Europa e Gesù Cristo; L’Europa e il cristianesimo, in Il Salvatore nel mito, nella rivelazione e nella politica. Una riflessione politico-teologica, in Scritti politici, Opera Omnia a cura di M. Nicoletti, Morcelliana, Brescia 2005, vol. VI, pp. 293-345, i due paragrafi alle pp. 329-332 e 341-345; «Europa» und “Christliche Weltanschauung”. Aus der Dankrede bei der Feier meines siebzigsten Geburstags in der Philosophischen Fakultät der Universität München am 17. Febr. 1955, in Stationen und Rückblicke, Werkbund, Würzburg, 1965, pp. 11-22, tr. it., «Europa» e “Weltanschauung” cristiana. Dal discorso di ringraziamento in occasione della celebrazione del mio settantesimo compleanno presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Monaco il 17 febbraio 1955, in Scritti politici, cit., pp. 487-494; Europa. Wirklichkeit und Aufgabe (discorso per il conferimento del Praemium Erasmianum a Bruxelles il 28 aprile 1962), Werkbund, Würzburg 1962, tr . it., Europa. Realtà e compito in Scritti politici, cit., pp. 549-563; Wann ich Europäer bin, Bayerisch Rundkunf, München 1962 (Archiv. n. 62-10-196) in cui Guardini legge alla radio alcuni passaggi dei suoi testi europeistici; Europa kann keine Aufgabe versäumen, in «Europa» (Bad Reichenhall) 18(1967), pp. 52-53.

(9) J. Außem, Grüssau, cit., pp. 70-71.
(10) Ivi, p. 71.
(11) ivi, p. 72.
(12) Cfr. la tr. it. a cura di A. Reale, La cristianità o l’Europa, Bompiani, Milano 2002.
(13) Romano Guardini, L’Europa e Gesù Cristo, cit., p. 332.
(14) Ivi, pp. 342, 344.
(15)Der Mythus des XX. Jahrhunderts, Hoheneichen, München 1933.
(16) Romano Guardini, L’Europa e Gesù Cristo, cit., p. 345.
(17) Romano Guardini, “Europa” e “Weltanschauung” cristiana, cit., pp. 489-490.
(18) Ivi, p. 490.
(19) Romano Guardini, Europa. Realtà e compito, cit., p. 553.
(20) Romano Guardini, Ethik. Vorlesungen an der Universität München (1950-1962), Grünewald-Schöningh, Mainz Paderborn 1993, ed. it. a cura di M. Nicoletti e S. Zucal, Etica, Morcelliana, Brescia 2001, p. 261.
(21) Ivi, p. 529.

“Non sarebbe sufficiente oggi un nuovo ’68: occorre qualcosa di più e di meglio”. Intervista a Mario Capanna

(ARCHIVIO ANSA/KLD)

Quest’anno cade il cinquantenario del ’68. Anno indimenticabile! In tutto il mondo occidentale, e non solo, i giovani creano  il “movimento studentesco”. In Italia, Francia, Germania E Usa, per limitarci ai più importanti, i giovani contestano un intero sistema. Nell’Est Europa inizia la “Primavera di Praga”, in America Latina nasce la “Teologia della liberazione”, sulla scia della Conferenza di Medellin. Insomma il mondo, pur nella diversità di situazioni, in quell’anno, visse una stagione di grande mutamento.

Per ricordare che cosa ha significato il ’68 per l’Italia, abbiamo intervistato un protagonista di primo piano di quel tempo:  Mario Capanna, leader del Movimento Studentesco milanese.

Capanna, lei è stato un leader, tra gli altri, indiscusso del movimento studentesco che ha dato origine al ’68. Partiamo da lei: perché il brillante studente della Cattolica di Milano, Mario Capanna, aderisce al “Movimento”? Cosa è scattato in lei? 

Era l’estate del 1967, all’Università Cattolica del tutto incredibilmente anticipiamo il ‘68 perché occupiamo l’università nel novembre del 1967. Il pretesto fu specifico perché in piena estate, quando gli studenti erano in vacanza, il Collegio Accademico decise un forte aumento delle tasse di iscrizione all’Università, portando la Cattolica ad essere una delle Università più care d’Italia. Quando rientrammo chiedemmo di vedere i bilanci e alla nostra richiesta fu ovviamente opposto un rifiuto, così che iniziò uno stato di agitazione dopo il quale si giunse all’occupazione, decisa da un’assemblea.

Il Rettore di allora, Franceschini, guida la reazione della polizia, violando tra l’altro per la prima volta la sacralità della Cattolica, cui noi opponiamo resistenza passiva e quindi veniamo portati via uno a uno. Da parte di noi studenti vi era già da tempo un sentimento critico nei confronti dell’Università: ci chiedevamo perché dovessimo leggere Marx o alcuni teologi di frontiera di nascosto. C’era un clima di chiusura che evidentemente non era più sopportabile.

Il fenomeno del ’68, che, come è noto, ha avuto una sua simultaneità planetaria, fu definito di “contestazione globale”. Ora la parola “contestazione”, nell’impoverimento linguistico di oggi, dà l’idea del bastian contrario cui nulla va a genio, nemmeno le cose giuste. Ma la parola contestazione ha radici nobili: deriva dal verbo latino “contestor” composto da cum, ossia “con”, e testis, che significa “testimone”. La contestazione è ciò che il testimone vede toccando con le proprie mani e quindi il suo dire è difficilmente smentibile. Il ‘68 è questa liberazione, prima individuale poi collettiva, in cui ad ogni critica corrispondeva sempre la costruzione di un punto di vista contrario e collettivo.

Qualcuno ha parlato del ’68 come una “rivoluzione degli intellettuali”, condivide questo giudizio?

No, perché a scendere in lotta sono soprattutto gli studenti ma un minuto dopo, basti pensare alle grandi lotte dell’autunno caldo, scendono in lotta milioni di lavoratori e di impiegati oltre che di intellettuali. È stata una rivoluzione culturale nel senso più ampio del termine, perché coinvolge persone comuni ed è per questo che ne stiamo ancora parlando.

Maestri e “cattivi” maestri. Per lei quali sono stati i Maestri e invece quelli, che poi, si sono rivelati “cattivi” maestri?

Questa questione è facilmente risolvibile sulla base della seguente osservazione: è innegabile che i poteri hanno frontalmente contrastato i grandi movimenti del ‘68 ricorrendo ad una violenza sistematica, perfino alle stragi, e quindi è innegabile che i poteri hanno spinto il mondo in una direzione esattamente contraria ai nostri obiettivi e auspici. La domanda è: dove hanno portato il mondo? Lo hanno portato all’attuale terza guerra mondiale a pezzi (secondo la definizione che ne dà Papa Francesco), ai mutamenti climatici, che sono arrivati al punto di pregiudicare il mondo, alla società dell’1%, dove l’1% possiede ricchezze superiori al restante 99%, come conseguenza della globalizzazione. I cattivi maestri non siamo stati noi, ma coloro che hanno opposto la loro violenza alle nostre pacifiche manifestazioni.

(DANIEL DAL ZENNARO/ANSA/PAL/SIM)

Rispetto agli altri Paesi, penso alla Germania, alla Francia e agli Usa, qual è la caratteristica del ‘68 italiano?

Anzitutto la durata. Da noi il ‘68 comincia addirittura nel 1967 e va avanti per tutto il biennio 68-69. Secondo, il fatto che praticamente già alla fine della metà del 1968 ad esempio in Germania e in Francia il movimento è già in spegnimento. Da noi vi è stata questa radicalità cui ha contribuito molto lo stesso mondo cattolico, nel 1968 si cominciano a vedere i frutti del Concilio Vaticano II, ad esempio i preti operai che vanno alla catena di montaggio e fanno apostolato in questa forma nuova. Il ‘68 italiano si configura come quello di maggior durata a livello mondiale.

Il Maoismo è stato, per alcuni, un mito negativo di quegli anni. In Francia ha portato ad una degenerazione del ’68 specie tra gli intellettuali. E’ così?

Tenga conto di una cosa: io, ad esempio, non ho mai portato il distintivo di Mao. Questo è per dire che noi della rivoluzione culturale eravamo assai poco informati in realtà, ma coglievamo il significato di fondo di un’idea di rivoluzione permanente. Quando Mao dice “sparate sul quartier generale”, cioè non passivizzatevi, continuate ad innovare idee, coglievamo questa idea di rivoluzione permanente che era incoraggiante. La rivoluzione culturale cinese come sappiamo non è stata tutta rose e fiori, però addirittura viene chiamato l’esercito per porvi fine non diversamente dalla repressione nei paesi occidentali.


Nella sfera della politica il mito era quella della “rivoluzione”. Ma quale rivoluzione? Per qualcuno, più tardi, la “rivoluzione” ha preso bruttissime strade…
 

Ecco vede la parola rivoluzione non va mai usata con leggerezza, perché è molto impegnativa. Per me la rivoluzione era pacifica, il ‘68 nasce e si mantiene rigorosamente pacifico. I primi episodi di violenza si verificano quando la polizia interviene. Questa è una prima discriminante. Dopodiché 99’una rivoluzione delle idee è per certi aspetti la rivoluzione più profonda: si realizza quella che i greci chiamavano metanoia, cioè conversione, un modo nuovo e alternativo di vedere il mondo. Per questo aggiungo una caratteristica pregevole del ’68: non è stata una rivoluzione consumata, in quanto non è caduta preda delle dinamiche simmetriche di quei poteri che voleva combattere. Il ’68, al contrario della rivoluzione francese, non si è dovuto appoggiare né ad un Robespierre né ad un Napoleone.

Per alcuni è stato il Movimento Operaio che ha salvato il ‘68 italiano. Nel senso che l’intreccio tra le lotte studentesche e quelle operaie dell’autunno    caldo del ’69 ha contribuito a dare maggiore robustezza e concretezza al 68‘.  Per LEI?

Credo di doverlo confermare, anche perché spesso abbiamo scarsa memoria storica. Si pensi al mondo del lavoro prima del ’68: la settimana lavorativa era di 48/52 ore la settimana, la Costituzione non entrava in fabbrica, addirittura c’erano i reparti di confino dove venivano mandati i lavoratori meno docili, come alla Fiat, dove si praticava lo spionaggio. Con il ’68 e l’autunno caldo del ‘69 si sono creati i consigli di fabbrica; i lavoratori sull’esempio degli studenti si riuniscono in assemblea; si ottiene la parità normativa tra operai ed impiegati; si strappano aumenti salariali uguali per tutti; addirittura i lavoratori strappano 150 ore all’anno in cui non lavorano, ma studiano per elevare il loro livello di cultura e di conoscenza. Il ‘”68” operaio potenzia e rafforza il ‘68 studentesco giovanile.

(Pino Farinacci/ANSA/CD)

Alcuni giornalisti e intellettuali hanno scritto, in questi giorni per ricordare l’avvenimento, che l’Italia ha avuto il ’68 che è durato più a lungo, circa dieci anni di più rispetto agli altri Paesi. Condivide questo giudizio? Se si, perché?

Io su questo sono abbastanza poco convinto, perché nel pieno degli anni ’70 siamo di fronte al terrorismo. Si badi, siamo di fronte a ben tre forme di terrorismo: quello di Stato (non a caso la strage di Piazza Fontana è passata con un nome ben preciso: “strage di Stato”); terrorismo di sinistra (BR ecc.); terrorismo fascista (Ordine Nuovo ecc.). Per quanto riguarda il terrorismo di sinistra non solo non è figlio del ’68, ma addirittura si configura come la negazione non riuscita del ’68. Ecco perché la periodizzazione ’68-’77 a mio avviso è indebita, proprio perché la seconda parte degli anni ‘70 è radicalmente diversa dall’esperimento del ’68. Viceversa è vero che nella prima parte degli anni ’70, con i movimenti femministi, sono anch’essi un prolungamento positivo del ’68.

Siamo alla fine della nostra “chiacchierata” Capanna. Nel ’68 c’era uno slogan: Ce n’est qu’un début, continuons le combat! Oggi può essere ancora attuale?

Lo slogan del Maggio francese, che non a caso viene ricordato, è molto pertinente, perché se aspettiamo che siano i governi a risolvere i problemi di cui parlavamo prima (della terza guerra mondiale a pezzi ecc.), aspettiamo invano. Viceversa la grande lezione strategica che viene dal ’68 è essenzialmente questa: quando le persone si mobilitano, quando le idee camminano su milioni di gambe di giovani uomini e donne si strappano conquiste importanti, cui ancora oggi parliamo; quando invece provale la passività e la delega i problemi non vengono risolti e quindi si moltiplicano e si aggravano. Non sarebbe sufficiente oggi un nuovo ’68: occorre qualcosa di più e di meglio.