Benigno Zaccagnini nella storia della Repubblica. Un testo di Guido Formigoni

PIETRO CALABRESE BENIGNO ZACCAGNINI FLAMINIO PICCOLI MARIANO RUMOR 1979, FOTO CONTRASTO

Questo che pubblichiamo, per gentile concessione, è il testo dell’intervento di Guido
Formigoni, ordinario di Storia Contemporanea all’ Università IULM di Milano, durante
la commemorazione, a trent’anni dalla morte, di Benigno Zaccagnini. Alla
commemorazione, che si è tenuta a Ravenna martedì scorso, ha partecipato il Presidente
della Repubblica Sergio Mattarella. Continua a leggere

“Donat-Cattin fu un sindacalista prestato alla politica, ma anche uomo di partito e di governo con una straordinaria sensibilità sociale”. Un testo di Francesco Malgeri

Cento anni fa nasceva Carlo Donat-Cattin. Ricordare Carlo Donat-Cattin significa ripercorrere la storia del cattolicesimo sociale che ha segnato la vita della Repubblica nella seconda metà del 900. Con questo spirito, la Fondazione “Carlo Donat-Cattin” di Torino, ha promosso le celebrazioni che partono domani pomeriggio dal Senato alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con il saluto del presidente Maria Elisabetta Casellati. I relatori del Convegno celebrativo, che si aprirà domani, alle 16.30 presso la Sala Koch di Palazzo Madama, saranno lo storico Francesco Malgeri, il ministro Alberto Bonisoli, Pierferdinando Casini,  senatore e Annamaria Furlan, Segretario Generale della Cisl.
Quello che fu definito il “ministro dei lavoratori” nell’autunno caldo ha lasciato un segno profondo nelle vicende politiche dimostrando sempre un profondo senso dello Stato unito alla fedeltà alle sue radici cristiane.
Dalla Resistenza al sindacato, dalla Dc al governo, ha espresso sempre una coerenza ed un’onestà intellettuale che gli hanno conquistato il consenso delle classi più umili insieme al rispetto degli avversari.
Un percorso umano segnato da successi e da sconfitte che la Fondazione intende celebrare per costruire sulla memoria un futuro legato a quei valori che sono stati la forza di Carlo Donat-Cattin e di tanti cattolici che hanno speso la loro vita al servizio dell’Italia. Di seguito pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, l’intervento del professor Francesco Malgeri.

Ricordiamo oggi, a cento anni dalla nascita, una delle figure più rappresentative della storia dell’Italia repubblicana, espressione di una viva e intensa sensibilità sociale e politica. Questa sensibilità Carlo Donat-Cattin l’aveva maturata in seno alla sua famiglia, grazie all’esempio del padre, che aveva militato nel popolarismo sturziano; l’aveva consolidata alla scuola dell’Azione cattolica, durante gli anni del fascismo, entrando in contatto con ambienti culturali come il cenacolo domenicano torinese, animato da p. Marcolino Daffara e p. Enrico di Rovasenda. Non aveva mancato di dedicare la sua attenzione anche alla scuola economica dell’Università cattolica di Milano, che aveva in Francesco Vito e nel giovane Amintore Fanfani gli studiosi più accreditati. La Resistenza, che lo vide impegnato nella zona del Canavese, rappresentò per lui un ulteriore scuola di libertà e democrazia.

Nell’immediato secondo dopoguerra il suo impegno si orientò prevalentemente sul versante sindacale. Militò nelle Acli, fu dirigente a Torino della Libera CGIL e dal 1950 della Cisl. Mai abbandonando, però, l’attenzione alla politica, con l’obiettivo di trasferire in seno al partito della Democrazia cristiana, una cultura, un pensiero una scuola ispirata all’azione sociale e sindacale.

Fu espressione e leader di quella Sinistra sociale che attraverso “Forze sociali”, poi “Rinnovamento” ed infine dal 1964 “Forze Nuove”, rifletteva le istanze del pensiero sociale cristiano e l’esigenza di trasferire le attese del mondo del lavoro in seno ad un partito interclassista, assumendo la funzione di gruppo propulsore di nuovi equilibri politici.

Potremmo affermare che Donat-Cattin fu un sindacalista prestato alla politica, ma anche uomo di partito e di governo, che si distingueva per la sua straordinaria sensibilità sociale.

Il suo passaggio alla politica avviene all’inizio degli anni Cinquanta, quando la Democrazia cristiana conobbe il tramonto del  dossettismo, l’emergere di Iniziativa democratica e di un ricambio generazionale alla guida del partito con il progressivo declino della leadership degasperiana.

Sono anni carichi di attese e di speranze. Gli anni che segnano l’avvio del miracolo economico, destinato non solo a favorire un balzo in avanti dell’economia italiana ed una straordinaria accelerazione allo sviluppo industriale del paese, ma anche ad incidere sul costume, sulla mentalità e i comportamenti degli italiani. Una crescita che conobbe anche alti costi sociali segnati, tra l’altro, dalle grandi migrazioni che dalle regioni meridionali hanno trasferito nel triangolo industriale una massa eccezionale di forza lavoro.

Matura in questi anni anche una delle più significative svolte politiche conosciute dalla storia della democrazia repubblicana, con un processo che porta al superamento del tradizionale quadro politico, ancorato ai partiti del centro democratico, e all’inserimento nell’area di governo del partito socialista che, superando lo schema frontista, si proponeva come forza politica disponibile all’incontro e alla collaborazione con le forze di democrazia laica e cattolica.

Siamo negli anni che, sul piano internazionale registrano importanti novità: dalla destalinizzazione in Unione sovietica, alle rivoluzioni polacche e ungheresi, al processo di distensione avviato da Kruscev, all’avvento di Kennedy alla Casa Bianca. Un processo che suscitò grandi speranze, animate anche dalla dall’avvento di Giovanni XXIII al soglio pontificio e dal grande rinnovamento della Chiesa cattolica operato nella stagione del Concilio Vaticano II.

È in questo contesto storico e politico che Donat Cattin entra a pieno titolo nella vita politica nazionale. Consigliere nazionale della DC dal 1954, deputato dal 1958 e membro della direzione del partito dal 1959, dopo le elezioni del 1963, cominciò una lunga esperienza di governo, come Sottosegretario alle partecipazioni statali nei primi tre governi di centro sinistra, guidati da Moro, dal dicembre 1963 al giugno 1968.

L’impegno di governo era una esperienza nuova per Donat Cattin. Una esperienza che gli offre l’occasione per cogliere le molte e significative realtà dell’economia italiana. Se scorriamo i suoi interventi parlamentari in quegli anni vediamo emergere i molti problemi dell’industria pubblica da lui affrontati: dall’Italsider, alla Rai, all’Ansaldo, all’Alfa Romeo, all’Eni, all’Agip, alle acciaierie di Bagnoli, alla Cogne, alla Tirrenia, all’Alitalia e così via.

Il suo impegno di governo gli consentì di affrontare, con una intensa partecipazione, piccoli e grandi problemi che attraversano la vita economica e industriale del nostro paese, spesso con ricadute che investono il mondo del lavoro.

Donat Cattin coltivava la speranza e l’ambizione di favorire la crescita di un sistema economico in grado di offrire all’uomo, al lavoratore uno sviluppo non alienante, ma costruito sulla base di equilibri che tengano conto soprattutto del rispetto dei valori più profondi che devono animare la convivenza civile. A suo avviso, il centro-sinistra avrebbe dovuto costruire uno “stadio più alto di civiltà”.

Prende corpo in questi anni la sua amicizia e collaborazione con Aldo Moro. Si trattò di un rapporto intenso e profondo. La formazione sociale e sindacale di Donat Cattin, forgiatasi nella durezza degli scontri e delle rivendicazioni del movimento operaio torinese, sorretta dalla chiara idea di un partito che doveva farsi carico delle esigenze e dei bisogni del mondo del lavoro, forse mal si conciliava con l’elaborazione culturale e politica di un intellettuale del Mezzogiorno, che aveva maturato le sue scelte politiche sulla base di una fede profondissima, di una profonda formazione filosofica e giuridica. Probabilmente lo affascinò di Moro la eccezionale capacità di lettura e interpretazione dei fenomeni sociali, a partire da quel discorso pronunciato nel novembre 1968, sui “tempi nuovi “, sul “moto irresistibile della storia” e su una “nuova umanità che vuol farsi”.

Attento osservatore della società italiana, a Donat Cattin non sfuggirono, alla fine degli anni Sessanta, i segnali che provenivano dai mutamenti generazionali e dalle agitazioni studentesche, oltre che operaie. Egli cercò di coglierne il carattere e gli obiettivi, vi rintracciò prospettive “ancora confuse” e “non omogenee”, ma anche la denuncia nei confronti degli aspetti autoritari dei sistemi politico-economici, che avevano “la disponibilità – affermò – dei mezzi di controllo e di manipolazione approntati dallo sviluppo tecnologico”.

Ebbe anche tentazioni scissionistiche, ben presto rientrate, nella convinzione che “senza radici storico-sociali l’avventura politica del cristiano si limita a testimonianza”.

Momento significativo nella biografia politica di Donat-Cattin, fu la nomina, nell’agosto del 1969, a Ministro del lavoro nel secondo governo Rumor, confermato nel 3° Rumor e nei successivi governi di Colombo e di Andreotti, sino al giugno 1972. Donat Cattin assumeva la carica che era stata del socialista Giacomo Brodolini, morto nel luglio 1969.

Toccò proprio al vecchio sindacalista, al “ministro dei lavoratori” Donat Cattin, gestire la drammatica situazione segnata dall’esplodere delle agitazioni sindacali del 1969, di quell’“autunno caldo” che fu soprattutto una risposta alla crisi determinatasi dalla conclusione del processo espansivo dell’economia italiana e dalla diminuzione degli investimenti industriali.

Il successo più significativo del ministro, grazie all’azione congiunta dei sindacati e della Dc, impegnati sul piano politico e sindacale, fu l’approvazione da parte del Parlamento nel 1970 dello Statuto dei lavoratori, che fissava precise norme a tutela del mondo del lavoro. Donat Cattin ebbe a definirlo “un fondamento dello Stato democratico” e “il completamento del sistema di libertà” nel nostro paese.

Alla fine degli anni Settanta, nel clima di emergenza economica, sociale e terroristica, Donat-Cattin, sia pure con qualche esitazione e riserve iniziali, aveva condiviso il progetto di Moro, tendente a coinvolgere il Pci nell’area di governo. Aveva giudicato un “capolavoro politico” il modo con cui Moro era riuscito a realizzare quel disegno, che doveva portare ad un governo di “tregua” e di “transizione.

Seguirono i giorni drammatici del sequestro e dell’assassinio di Moro, che Donat-Cattin visse con passione e sgomento. Lo confermano le lettere ad Andreotti e la disperata ricerca di una via d’uscita per salvare la vita del suo amico.

Anche le lettere di Moro dal carcere lasciarono un segno nell’animo di Donat Cattin. Quelle parole, a volte crude e pesanti, svelavano, a suo avviso, “pagine tristi di uno squallido mondo del potere”.  Quelle pagine, scriveva il vecchio sindacalista con la sua consueta franchezza, “scavano giudizi contro il sistema e contro di noi democratici cristiani. Sapremo costituire – si chiedeva – quel senso che lasciano con una immagine più vicina a quella di una Dc che ha saputo risollevare l’Italia col sacrificio, la dedizione, il disinteresse di tante guide e di tanti militanti?”.

Il leader di Forze nuove tornò più volte ad interrogarsi su quel difficile e drammatico momento, cercando di trovare nella propria coscienza le ragioni di una scelta difficile e penosa. “Se pure la scelta era difficile – scrisse nell’ottobre del ’90 – chi era amico di Moro la compì con libera e scrupolosa coscienza”, precisando che “la coscienza è sempre in qualche misura condizionata dal costume, dagli influssi dominanti della cultura”.

La tragica scomparsa di Moro, il venir meno della solidarietà nazionale con il progressivo disimpegno del Pci, e l’emergere della disponibilità socialista a far parte di un esecutivo basato sulla formula del pentapartito, convinse Donat-Cattin a escludere qualsiasi forma i collaborazione governativa con il Pci. Nel 1980 fu l’estensore del “preambolo” alla mozione della maggioranza al Congresso, che accoglieva una pregiudiziale contraria al coinvolgimento del Pci nell’area di governo.

Questa vicenda fece riemergere la sua figura in primo piano nel quadro politico nazionale. Molti interpretarono questo sua atteggiamento  se non un tradimento certo un radicale abbandono delle sue antiche battaglie.  In realtà, rileggendo oggi, a circa quarant’anni di distanza quella vicenda, va ricordato che la sua  posizione era riflesso di una diversa e contrapposta visione dello Stato. Donat-Cattin rifiutava l’idea dello Stato socialista inteso come “economia statizzata e burocratizzata”, “liquidazione della libertà di un paese. Giudicava fatale per la democrazia, “una maggioranza pressoché unanimistica, con tutti e due i piedi dentro la ‘democrazia consociativa’ senza controllo, slittante verso la strategia incontrollabile di piccoli gruppi dirigenti”.

Ma egli intendeva anche evitare che la Dc venisse sospinta a destra, ad interpretare un ruolo conservatore nel quadro politico nazionale. Aveva affermato, un anno prima, il 12 agosto 1979 alla Camera, per definire la fisionomia del suo partito: “Noi non siamo marxisti né siamo liberali. Siamo cresciuti nel solco tracciato per faticosi decenni nella gleba dell’Italia contadina, tra le minoranze cattoliche dei quartieri operai e degli opifici di vallata della prima e della seconda industrializzazione, nel popolo minuto dedito all’artigianato e al commercio, nella schiera interminabile di educatori, intellettuali, uomini di pensiero, nella più ristretta schiera di imprenditori, di scienziati, di ricercatori chiamati alla vita sociale dalla ispirazione cristiana […] E siamo i continuatori della tradizione politica del popolarismo”.

Negli ultimi anni della sua vita matura la crisi del sistema politico italiano. Donat-Cattin non crede che la soluzione si dovesse trovare nel cambiamento del vecchio sistema, imperniato sul ruolo centrale dei partiti e sul sistema proporzionale. Temeva fortemente un cambiamento poco ponderato, che rischiava di incidere negativamente sulla vita democratica nazionale. Temeva soprattutto le avventure plebiscitarie, i partiti personali, il peso eccessivo e l’ingresso sempre più invadente del potere economico e finanziario nella vita politica italiana.

La sua morte, avvenuta il 17 marzo 1991, precede di poco le grandi trasformazioni destinate a modificare radicalmente quel sistema politico nel quale Donat-Cattin si era formato e aveva operato. Precedeva di poco anche la conclusione della lunga esperienza politica della Democrazia cristiana, di cui era stato una delle espressioni più vivaci e coerenti, avendone animato i dibattiti con l’obiettivo di rivendicare il “primato del sociale” e di riaffermare la natura popolare del partito.

 

Adriano Ossiccini e la Politica: una storia di libertà. Intervista a Carlo Felice Casula

 

Si sono svolti ieri, a Roma, nella Basilica di Santa Sabina, all’Aventino, i funerali di Adriano
Ossicini. Adriano Ossicini è stato a lungo parlamentare della Repubblica. Partigiano cattolico,
fu tra i fondatori del movimento dei “Cattolici comunisti”, docente universitario di Psicologia alla
Università “La Sapienza” di Roma. Con Franco Rodano fu tra i grandi ispiratori del dialogo tra
cattolici e comunisti. Una stagione intensa e drammatica. Per ricordare la figura di questo
protagonista della nostra storia politica, abbiamo intervistato il professor Carlo Felice Casula,
Ordinario di Storia Contemporanea alla Terza Università di Roma. Casula, inoltre, è stato il
curatore degli scritti politici di Adriano Ossicini.

Professore, la scomparsa di Adriano Ossicini, uno dei più autorevoli testimoni della Sinistra Cristiana, ci offre l’occasione per ricordare una grande storia di impegno politico. Partirei dal partito della “sinistra cristiana”. Come nasce?
Il Partito della Sinistra Cristiana nasce nel 1944, all’indomani della liberazione di Roma
dall’occupazione tedesca. Si trattò in realtà sostanzialmente del cambio del nome del Movimento dei Cattolici Comunisti, del quale Ossicini era stato uno dei fondatori assieme a Franco Rodano. Mutamento di nome finalizzato soprattutto per non incorrere in esplicite condanne della gerarchia. Ossicini ne fu un sostenitore convinto anche in vista di una maggiore presa nel mondo cattolico, come in parte avvenne con l’ingresso di esponenti del Partito cristiano sociale, come Gabriele De Rosa o di altre personalità cattoliche come Giuseppe Mira.

Ossicini svolse un ruolo importante nella resistenza romana al fascismo. Quale è stato il suo ruolo di resistente? 
Durante i lunghi mesi dell’occupazione tedesca della Capitale, Ossicini è il responsabile
dell’organizzazione militare del Movimento dei Cattolici Comunisti, seconda solo, per numero
di partigiani combattenti, a quella del Partito Comunista. Ossicini partecipa ai combattimenti
per fermare i Tedeschi,l’8 settembre, a Porta San Paolo, che vedono la presenza congiunta di
militari e civili e danno inizio alla Resistenza stessa. Vicino ai Cattolici Comunisti è Raffaele
Persichetti, uno dei caduti di Porta san Paolo e amico e collaboratore di Ossicini è anche
Romualdo Chiesa, arrestato, torturato e trucidato alle Fosse Ardeatine.

Perché Ossicini non aderisce, come altri giovani cattolici impegnati nella resistenza alla DC? Eppure nella Dc c’era una forte componente di sinistra?
La Democrazia Cristiana pur facendo parte del CLN di Roma e pur essendo su posizioni
rigorosamente antifasciste e anche solidali con il movimento partigiano, ha una presenza nella
resistenza molto ridotta. Per Ossicini, il cui padre, Cesare, era stato un dirigente del Partito
Popolare, perseguitato dal Regime, l’impegno antifascista, fin dal 1938, anche all’interno della
Fuci e poi la partecipazione attiva alla lotta armata contro l’occupazione tedesca, era stato il
vero punto di discrimine della sua identità politica.

Nel 1946 alcuni aderenti alla Sinistra Cristiana fanno il grande salto verso il PCI.
Pensiamo a Franco Rodano. Ossicini non aderì al PCI. Perché?
Nel dicembre del 1945 il Partito della Sinistra Cristiana, con un congresso straordinario, si
sciolse, dando questa indicazione, come titolo, Voce Operaia, il diffuso e autorevole
settimanale del partito: “sui fronti di lotta della classe operaia continuiamo la nostra azione di
cattolici e di democratici”. Concretamente questo voleva dire lavorare nelle organizzazioni di
massa come l’UDI, il Fronte della Gioventù, la CGIL, allora unitaria e anche aderire al Partito
Comunista che, con il suo quinto congresso del gennaio 1946, si configurava come partito
nuovo, al quale si aderiva con la condivisione del suo programma politico e non dell’ideologia
marxista. Ossicini, contrario allo scioglimento, pur non aderendo al Partito Comunista
collabora attivamente con esso, a partire dal suo iniziale impegno istituzionale nella Provincia
di Roma. Nel 1948, sia pure senza farsi grandi illusioni, è vicino al Movimento detto Cristiani
per la pace, animato da Guido Miglioli, il “bolscevico” bianco, mitico dirigente delle leghe
bianche del primo dopoguerra, che con Ada Alessandrini, entra a far parte del Fronte
democratico popolare. Ossicini, a differenza di Franco Rodano, era convinto della necessità
della copresenza di più partiti di ispirazione cristiana e condivideva con esponenti della stessa
Curia, come l’allora mons. Domenico Tardini, la preoccupazione dei rischi e dei costi, sul
terreno religioso, dell’appiattimento della chiesa e della fede con un partito.

Eppure questo “sovversivo”, così era stato schedato dalla polizia fascista, dopo la scomunica del 49 continua a mantenere il suo legame con la Chiesa. Importante il suo legame con don Giuseppe De Luca….
Ossicini mi ha confidato che quando ebbe l’interdetto personale, si recò in Vaticano, interloquì
con Ottaviani chiedendo le ragioni del provvedimento. Le ragioni non furono spiegate, ma
l’interdetto gli fu immediatamente tolto. Per il vero il termine scomunica è improprio. Monsignor
Domenico Tardini, come ha ricordato Federico Alessandrini, al riguardo fece una battuta
fulminante: “Bella trovata questa di Ottaviani. Se la scomunica attacca. Avremo in Italia milioni
di scomunicati. Se non attacca, mi dici tu a che serve?”. Don Giuseppe De Luca, personalità
ecclesiastica di vastissima cultura e di grande fascino intellettuale, amico e collaboratore di
lunga data sia di Tardini, che di Montini, era molto legato anche a Rodano e per il tramite di
questi anche a Palmiro Togliatti. Ossicini in un bel libro pubblicato dalle prestigiose Edizioni di
Storia e letteratura, fondate proprio da De Luca, ha ricostruito il suo lungo e intenso rapporto
con lui: Il colloquio con don Giuseppe De Luca. Dalla Resistenza al Concilio Vaticano II.

Arriviamo agli  anni del Concilio e del post-Concilio. In questo periodo si svilupperà, fortemente, il dialogo tra comunisti e cattolici fonda l’agenzia di stampa ADISTA che divenne uno strumento di informazione ecclesiale e politico per sviluppare questo dialogo. Non bisogna dimenticare il suo impegno di parlamentare della Sinistra Indipendente…
E’ propriamente negli anni della ricezione e dell’applicazione delle novità del Concilio che
Ossicini riprende l’impegno politico attivo e pubblico, dopo un periodo non breve, durante il
quale, anche se la sua passione per la politica non si era mai spenta, si era dedicato
prioritariamente alla sua professione di medico-psicologo e di studioso e docente universitario.
Nel 1967, siamo ormai alla vigilia dell’entusiasmante stagione dei movimenti, dei giovani, degli
operai, delle donne, ma anche dei cattolici postconciliari, Ossicini raccoglie l’invito di Ferruccio
Parri a dare vita a una nuova e originale iniziativa che in collaborazione con il PCI, anche in
riconosciuta autonomia, interpretasse queste spinte. E’ la Sinistra indipendente che vede il
coinvolgimento sia alla Camera che al Senato di tante prestigiose figure, laiche e cattoliche,
del mondo della cultura, delle professioni e della ricerca. Adriano Ossicini, senatore per molte legislature, vicepresidente del Senato, persino ministro per un breve periodo, è da subito uno
degli esponenti più noti e autorevoli. Per decenni è stato, fuori e dentro il Palazzo, uno dei
punti di riferimento per generazioni di giovani cristiani di sinistra prima e dopo il Concilio.

Che rapporto c’era tra Ossicini e Moro? E in questo rapporto il suo  giudizio sulla DC era cambiato? 
Ossicini, come d’altronde anche Franco Rodano, avevano per Moro grande stima e
attenzione, così come per la Base nel suo complesso, vista come la corrente della DC che con più rigore difendeva la laicità della politica. Certo che il giudizio sulla DC cambia nell’intensa, ma, purtroppo,breve stagione del berlingueriano-rodaniano compromesso storico e della Terza fase morotea, che sembrano riproporre i valori e i sogni della Resistenza e dei governi di unità nazionale. Per vanità personale ricordo che il mio libro “Cattolici Comunisti e Sinistra Cristiana (1938-1945)”, pubblicato nel 1976 da Il Mulino, per diverse settimane fu in cima alla classifica dei libri di saggistica più venduti. Ossicini visse come un vero e proprio dramma personale la prigionia di Moro, la sua barbara uccisione da parte dei sicari delle Brigate Rosse, ma anche l’incapacità della politica tutta a ottenere la sua salvezza.

Alla fine della “Prima Repubblica” , o per meglio dire alla vigilia della “seconda
repubblica”, Ossicini  diventa Ministro della famiglia e solidarietà sociale con Dini.
Successivamente si impegna nell’Ulivo e poi nel PD. Per finire Professore, in sintesi, cosa ha significato la politica per Ossicini?
Credo che Ossicini sia un politico, nel senso pieno del termine e nell’accezione montiniana
della politica come la forma più elevata della carità, dell’Italia repubblicana. Ossicini non
amava, e io con lui, la categoria della Prima Repubblica. Indubbiamente nonostante la sua
breve esperienza di ministro con il Governo Dini, dopo la morte di Moro e, successivamente,
la fine del Partito Comunista, nonostante le nuove speranze suscitate dall’Ulivo di Romano
Prodi, credo non abbia più vissuto gli entusiasmi dei molti decenni precedenti. Quando alcuni
anni orsono curai un’ampia antologia di suoi scritti per le Edizioni Studium, scegliemmo
insieme questo titolo: Il cristiano e la politica. Documenti e tesi di una lunga stagione (1937-
1985). Nella sua lunga vita ben vissuta e ben spesa, ha, tuttavia, sempre conservato
speranza e ottimismo. Per un cristiano anche di fronte al più forte pessimismo della ragione,
rimane pur sempre oltre all’ottimismo della volontà, anche quello della Provvidenza.

De Gasperi e il popolo. Un testo di Paolo Pombeni

(ANSA/UFFICIO STAMPA ISTITUTO LUCE CINECITTA’)

Come ogni anno, nell’anniversario della morte del grande statista, La “Fondazione trentina Alcide De Gasperi” offre  l’opportunità a studiosi, uomini politici  di confrontarsi con il pensiero del leader democristiano.  La Lectio 2018 da punti di ha trattato, da punti di vista complementari, quale fosse l’idea dello statista trentino sul popolo e sulla democrazia e in che modo si possa fare oggi tesoro del suo insegnamento in una fase politica di radicale trasformazione.  Pubblichiamo, per gentile concessione, il testo della Lectio del politologo bolognese Paolo Pombeni

Paolo Pombeni, (Bolzano 1948), è professore emerito presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’università di Bologna dove ha insegnato Storia dei Sistemi Politici Europei e dal 2010 al 2012 ha diretto l’Istituto di Studi Avanzati. Dal 2010 al 2016 ha diretto l’Istituto Storico Italo-Germanico della Fondazione Bruno Kessler Trento. Ha fondato ed è membro del comitato direttivo della rivista “Ricerche di Storia Politica” e dell’editorial board del “Journal of Political Ideologies”. È membro del direttivo della rivista “Il Mulino” e del Consiglio Editoriale della Casa Editrice Il Mulino; del Consiglio scientifico della “Fondation Charles De Gaulle” (Parigi); del Comitato Scientifico per l’Edizione Nazionale delle opere di Aldo Moro e del Comitato Scientifico per l’Edizione Nazionale delle lettere di Alcide De Gasperi. Ha diretto l’edizione critica degli Scritti e discorsi politici di Alcide De Gasperi. È editorialista del quotidiano Il Sole-24Ore. È segretario della giuria del premio “Alcide De Gasperi-Costruttori dell’Europa”. Fra le sue opere più recenti: La ragione e la passione. Le forme della politica nell’Europa contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2010; Giuseppe Dossetti. L’avventura politica di un riformatore cristiano, Bologna, Il Mulino, 2013; (in dialogo con M. Marchi), La politica dei cattolici dal Risorgimento ad oggi, Roma, Città Nuova, 2015; La questione costituzionale in Italia, Bologna, Il Mulino, 2016; Che cosa resta del ’68, Bologna, Il Mulino, 2018.

Pieve Tesino, 18 agosto 2018

Non occorre che richiami, visti i tempi non facili in cui stiamo vivendo, la cautela con cui va maneggiato un termine/concetto come popolo. Specialmente in un uomo politico come De Gasperi che, per varie ragioni, nella sua vita dovette fare i conti con almeno tre contesti politici in cui il riferimento al popolo aveva assunto una valenza piuttosto divisiva. Ancor più per uomo che aveva fatto della politica, come scrisse alla moglie dalla prigione fascista il 6 agosto 1927, “la mia carriera, o meglio la mia missione” e che concludeva: “rimango sempre un “popolare”, il De Gasperi dei suoi giovani o dei suoi anni maturi”.

Popolare non solo perché così si definiva il partito trentino che aveva contribuito a fondare nel 1904 ancora nel quadro dell’impero asburgico o il partito in cui si era inserito nell’Italia a cui il Trentino era stato unito con le vicende della Prima Guerra Mondiale. Popolare perché De Gasperi era e si sentiva un figlio del popolo e lo rivendicava con fierezza. Lo fece non solo nella prima parte della sua esperienza politica, ma anche nel secondo dopoguerra. A Trento, in un discorso del 20 luglio 1947 fece un riferimento diretto, cosa peraltro non frequente nella sua retorica: “io vengo da un ceppo di contadini e mio nonno lavorava quella magra terra – che è più roccia che terra – di Sardagna e so che cosa sia il lavoro e la fatica del contadino, che cosa sia la libertà del contadino, ed i bisogni di questo infaticabile lavoratore che dopo tutti i disastri riprende il suo lavoro, che non vale solo per lui e per la sua famiglia, ma anche vale per la nazione; c’è in me un senso profondo di rispetto per questo lavoro, che deve essere la base di rinnovamento sociale”.

Non era un passaggio occasionale, un cedimento al ricordo visto che parlava al congresso provinciale della Dc nella sua Trento, perché aveva esordito di essere “responsabile di fronte all’Assemblea Costituente, di fronte ai rappresentanti eletti dal popolo italiano, e sostengo e difendo la mia responsabilità dal banco del governo, davanti a tutti questi delegati del popolo italiano, a qualsiasi partito appartengano”. E aggiungeva subito: “non è che io comunque sfugga questo giudizio e non mi ci sottoponga: ammetto il principio di democrazia, ammetto il principio della sovranità del popolo, e opero e governo solo secondo questi principi”.

De Gasperi, che dichiarava apertamente il suo “desiderio di democrazia diretta popolare”, chiariva che essa presumeva “rispetto della libertà di opinione, rinuncia alla violenza, rinuncia a forme ostruzionistiche, affidamento alla forza della parola ed al giudizio del libero popolo”. Tuttavia egli sapeva bene quale ambiguità si nascondesse dietro la possibilità di appellarsi al popolo. È curioso infatti che proprio in questa circostanza egli citi subito un messaggio anonimo che gli era stato recapitato e che recava scritto: “Il popolo ti ringrazia per l’aumento del prezzo del pane e per le tasse spogliatrici fatte gravare su contadini e artigiani”. Lo statista non si faceva certo impressionare e spiegava con pazienza non solo quanto si era fatto per la necessità di impostare una politica finanziaria che evitasse l’incubo dell’inflazione (quell’incubo che, notiamolo, la sua generazione ricordava con preoccupazione avendo visto dove aveva portato la repubblica di Weimar), ma anche la necessità di agire per una politica credibile e creduta tanto all’interno quanto sulla scena internazionale.

Tornava così al tema del popolo che non andava adulato con “frasi sonanti o belle dizioni”, perché “ho imparato che bisogna guardare innanzitutto al popolo. Quando mi parlano di partiti, io li giudico da questo punto di vista: come servono il popolo? Io non servirei nemmeno la Democrazia Cristiana se non avessi la convinzione che la Democrazia Cristiana vuol servire il popolo. E il popolo vuol dire: il popolo come vive organicamente nel suo paese, nelle sue società, nei suoi focolari, nelle sue città. Non vuol dire il conglomerato posticcio improvvisato su di una piazza”.

Erano parole forti altrettanto quanto quelle della sostanziale conclusione di questo discorso. “Oggi bisogna dire che si domanda al paese e ai cittadini di ogni partito, una disciplina non al servizio di un partito o di un uomo, cancelliere e non cancelliere, una disciplina che si chiede non per l’adesione ad un partito, ad un governo che passa, ma una disciplina che si pretende per la libertà del popolo italiano, indipendentemente da qualunque governo e da qualunque partito”.

Così parlò De Gasperi in quel luglio 1947 quando ormai iniziavano a volgere a conclusione i lavori della Costituente. Ma aveva alle spalle una lunga vita di battaglie politiche, iniziate sin da quando era studente universitario a Vienna, e nell’ambito delle lotte che si svolgevano nell’impero asburgico da subito si era schierato per una scelta di posizionamento dalla parte del popolo. Eccolo allora che al congresso degli universitari cattolici a Borgo Valsugana, l’11 settembre 1905 tiene “un discorso popolare” che appunto si incentra su questo rapporto speciale.

“Questa mattina al vedere tanta piena di popolo che ci accompagnò qui quasi in trionfo mi tornava alla memoria un dialogo breve ch’io ebbi al congresso di Caldonazzo con un professore universitario della Germania. Il professore, avvezzo a vedere gli studenti aggirarsi in quell’atmosfera di birra e di fumo, già descritta dalla Stael, guardava attonito a quell’affollarsi di popolo sotto le loro bandiere, a quel confondersi di tutte le classi con gli universitari. Veda, interruppi allora la sua esclamazione di meraviglia, il popolo è grato agli studenti! Gli studenti hanno dichiarato di essere col popolo e per il popolo. Le opere non hanno smentito le promesse e il popolo se ne ricorda”.

Era un discorso ardente, ancora segnato dalla retorica cattolica, ma anche da quella pedagogia che voleva le élite come servizio alla comunità. Tipica la chiusa: “Promettiamolo qui e oggi, amici e colleghi, di fronte a questo popolo industre, di fronte a questo castello diroccato, testimonio di una gente non serva, ma fattrice dei propri destini. Gli anni che verranno sarà tempo di battaglia, le nostre energie giovanili cozzeranno giorno per giorno coi tempi ostili. Che importa! Siamo con Cristo e il suo popolo. Andiamo!”.

Egli si era formato a cavallo fra Otto e Novecento e l’appello al popolo aveva avuto nel XIX secolo una sua lunga storia. Non c’era stato solo l’esempio del bonapartismo, assai discusso e studiato nell’Europa di quei decenni. Più in generale l’esistenza di una frattura fra il popolo, talora addirittura connotato come “il buon popolo”, e le élite, era stata sfruttata nei più diversi contesti, dalla contestazione di matrice socialista nelle sue varie forme, a quella radical conservatrice che aveva lanciato la famosa distinzione fra paese legale e paese reale (un tema fatto proprio da vari movimenti che si riferivano alla chiesa cattolica che si riteneva la vera interprete del buon popolo a lei fedele). Su un altro versante, non esattamente sovrapponibile a questo, aveva fatto irruzione nella storia europea la questione nazionale: anch’essa voleva farsi promotrice del valore politico di popoli che si trasformavano in nazioni nel momento in cui la nazione si fosse riconosciuta, per citare una famosa formula poetica di Manzoni, “una d’arme, di lingua e d’altar”.

Si può capire come la faccenda, da questo punto vista, fosse spinosa in un contesto come quello dell’impero asburgico, che era un Vielvölkerstaat, noi diremmo uno stato multietnico, ma la traduzione esatta è uno stato di molti popoli. La costituzione imperiale del 1867, ottenuta dopo lunghe turbolenze e anche in conseguenza infine delle sconfitte nelle guerre italiane, neo nazionali per tanti versi, riconosceva all’art. 19 ai Volkstämme, cioè ai ceppi etnici presenti al suo interno, diritti di eguaglianza, di riconoscimento dell’identità linguistico-culturale nell’istruzione, nell’amministrazione e nella autopromozione delle diverse comunità.

Da un lato questo riferimento alla presenza di molti popoli si sarebbe mantenuta in forme più o meno liturgiche sino alla fine del regno degli Asburgo (si ricordi che nei proclami che dichiaravano l’entrata nella Prima Guerra Mondiale, l’imperatore usava l’incipit “ai miei popoli” – un plurale significativo), ma dall’altro la Duplice Monarchia sarebbe stata travagliata proprio dalla fine del XIX secolo in avanti dal sorgere di una complicata e tempestosa questione nazionale proprio fra la pluralità dei suoi popoli.

La questione era particolarmente calda in Trentino, dove era in atto una sfida che i tirolesi portavano alla identità italiana di quello che invece per loro doveva essere il Welschtirol. Quando il quotidiano di cui De Gasperi fu fatto giovanissimo direttore dal vescovo Endrici mutò il proprio nome da “La Voce Cattolica” a “Il Trentino”, i giornali di Innsbruck si allarmarono, vedendo nella nuova titolazione “una pericolosa concessione all’irredentismo nemico della Chiesa” sicché avvertivano i nuovi redattori, dietro cui avevano visto bene la nuova “Unione politica popolare”, che “il popolo non vuole saperne del ‘fantastico’ Trentino e che faremmo bene a non scivolare nella china fatale del nazionalismo”. De Gasperi rispondeva con durezza che “di questo Trentino sapremo difendere la fede avita, i diritti nazionali e gli interessi economici” sottolineando che la questione di un sistema elettorale democratico non era rinviabile.

Quella tematica lo avrebbe posto in urto anche coi liberali, poco simpatetici con l’idea che sorgesse un partito cattolico ben radicato nell’elettorato e che di conseguenza cercavano di metterlo in difficoltà accusandolo di non battersi per l’italianità della sua terra. Ad essi il giovane direttore rispondeva a muso duro che quella battaglia si faceva “col combattere a spada tratta e con la massima energia la vostra [dei liberali] politica negativa, frasaiola e nullista, la quale ci ha ridotto nazionalmente così deboli. In poche parole noi vogliamo innanzitutto far opera di democrazia, perché solo attraverso questa e con l’elevazione economica potremo inaugurare una politica positivamente nazionale. E la nostra democrazia non è una parola, avete dovuto ammetterlo anche voi. E non assomiglia punto alla vostra, voi, che nel giornale di ieri avete il coraggio di attaccare una società di poveri segantini in Fiemme, i quali cercano onestamente e legalmente di migliorare le proprie condizioni. Ci vedete anche in questa società, che non è niente affatto confessionale, un prodotto della nostra politica? Ebbene sia segno che la nostra politica è buona, che la nostra democrazia è genuina e che noi ci interessiamo davvero delle classi popolari”.

La polemica sulla questione nazionale sarebbe durata a lungo. Essa gli consentiva un doppio fronte, verso i liberali e verso i tirolesi pangermanisti. Ai primi rinfacciava una politica che traviava soprattutto i giovani che “prediligono come è naturale le aspirazioni più radicali ed estreme e s’imbevono di un romanticismo nazionale”. Ma così si sarebbero formati degli uomini “divisi ormai

moralmente dal popolo”, rinchiusi “nell’egoismo della loro carriera” e fatalmente destinati ad una collocazione di classe: “Ed eccovi costituita per un processo naturale la classe dei siori, quella borghesia che visse in buona parte di un nazionalismo astratto ed impopolare”.

Sull’altro versante attaccava i nemici del Volksbund, anch’essi soggetti ad improbabili appelli al popolo, sognanti riconquiste “per un anacronistico romanticismo misto alla moderna megalomania teutonica”.

Erano tempi difficili in cui sorgeva un populismo di nuovo stampo, che, senza del tutto abbandonare le antiche formule reazionarie, puntava ora su un nazionalismo di nuovo conio. De Gasperi coglieva con acutezza il passaggio storico. Così il 25 febbraio 1913 con ormai all’orizzonte la crisi politica europea (è una leggenda che la Prima Guerra Mondiale scoppi inaspettata) l’ormai affermato leader cattolico, che dal 1911 era parlamentare a Vienna, rifletteva su un tornante che vedeva lucidamente. Da un lato il chiudersi del lungo Ottocento sociale: “Avevamo avuto un lungo periodo di pace e di ricostruzione civile. Per quasi cinquant’anni ogni sforzo nazionale parve concentrarsi nell’intensificare e nel migliorare la vita sociale. Non s’è parlato che di rappresentanza proporzionale degli interessi, di protezione delle classi deboli, di equa distribuzione del benessere, e proprio negli ultimi anni si studiava e si preparava ‘l’assicurazione sociale’, le pensioni per gli invalidi e gli indigenti, la garanzia dei forti in favore dei deboli”. Ma ora il vento era cambiato come mostrava la Francia che, pur avendo al governo “demagoghi radicali e tribuni socialisti”, aveva appena varata una legge sul prolungamento a tre anni del servizio militare di leva. “Che cosa sarà di altri Stati ove la potenza militare è l’ideale di un’educazione e la garanzia a cui in mancanza di altre più sicure sono tentati di ricorrere i dominanti? Ritorniamo dunque proprio indietro? All’epoca sociale seguirà un’era imperialista e nazionalista?”

La domanda avrebbe presto trovato una risposta purtroppo positiva con lo scoppio della Grande Guerra. Dopo anni molto duri, in cui si sarebbe visto dissolversi il rapporto che indubbiamente legava una parte consistente delle classi popolari trentine al vecchio orizzonte a causa della dissennata politica contro gli austro-italiani condotta dalle autorità asburgiche, si giunse all’inclusione del Trentino nel regno d’Italia.

C’era scarso entusiasmo in Italia per far gestire il passaggio del Trentino nel nuovo sistema in un quadro di rappresentatività democratica dal basso. Era stata sì istituita una Consulta delle forze politiche locali, ma il suo peso era modesto. Così De Gasperi interveniva il 24 giugno 1919 dalle colonne del suo giornale, che aveva riaperto col titolo de “Il Nuovo Trentino”, esponendosi senza riserve: “La Consulta trentina nella sua ultima seduta ha proclamato alto e forte un principio di

democrazia e di libertà ed ha anche indicato il mezzo per attuarlo. Principio. Il sistema di amministrazione di un paese non dev’essere imposto dalla burocrazia, ma determinato dal popolo stesso. Mezzo. Indire le elezioni in base al suffragio universale e proporzionale e dare incarico a questa rappresentanza popolare in tal modo eletta, di fare le proposte concrete”.

La battaglia perché il Trentino entrasse nel sistema politico italiano forte di una propria visione ed esperienza della democrazia fu combattuta da De Gasperi anche con l’adesione del suo vecchio partito al nuovo Partito Popolare Italiano promosso da don Sturzo. È però significativo ricordare che nell’assemblea costitutiva della nuova formazione, il 14 ottobre 1919, l’ormai affermato leader politico non mancava di rinviare ancora una volta la nozione di popolo alla sua dimensione di comunità strutturata. “Attingiamo anche qui del resto alle fonti più pure della nostra storia. Le nostre vicinie, i nostri municipi, le nostre comunità che cosa furono se non i gangli più vivi e resistenti del nostro organismo di fronte alla prepotenza assorbente del dominio straniero e questi gangli a che cosa ci ricongiungono se non alle fulgide tradizioni dei comuni italiani che irradiarono tanta civiltà nel mondo? / Non abbiate quindi paura, voi che vi chiamate progressisti e siete pur così putibondi conservatori, in un momento in cui altri parla di costituente, e altri ancora organizza un supremo sforzo per conquistare la dittatura, di proclamare alto il diritto alle nostre libertà e di rivendicare le nostre autonomie. Non ci parlate semplicemente di decentramento amministrativo, cosa desiderabilissima anche questa, ma cosa vale un decentramento delle istanze burocratiche, se non vi è unito un proprio e fondamentale decentramento dei poteri?”

Quella battaglia per l’autonomia non avrebbe ottenuto risultati per il rapido avvento del fascismo con la conseguente espulsione di De Gasperi dalla politica attiva. Non certo domato, egli avrebbe coltivato come e finché gli era possibile una sua attività di pubblicista sia pure sotto pseudonimo. Durante i lunghi anni del regime l’ultimo segretario del PPI non avrà molte occasioni di tornare a parlare espressamente del suo concetto di “popolo”: visto l’uso che del termine facevano Mussolini e i suoi seguaci e quello, assai aggressivo, di Hitler e del nazismo non era davvero possibile esporsi su una materia tanto incandescente per un soggetto che era e rimaneva un “sorvegliato speciale” degli organi di regime. Nonostante questo De Gasperi trovò più volte modo di tornare sul tema del costituzionalismo e dell’apporto che ad esso, contro quello che si sosteneva, a volte anche dall’interno della Chiesa, avevano dato i cattolici. E non c’è dubbio che il tema del costituzionalismo chiamasse in causa la sovranità popolare e, sia pure con passaggi progressivi, la democrazia.

Gli interventi scritti in questo periodo risentono ovviamente delle contingenze, ma è comunque possibile trovare in essi notazioni interessanti, perché ripetute. Non è qui possibile esaminarle, ma sono importanti perché testimoniano della riflessione profonda che De Gasperi aveva fatto in tema di

democrazia. Più volte aveva ricordato come il partito cattolico tedesco, lo Zentrum, non aveva avuto difficoltà a collaborare alla stesura della costituzione di Weimar che prevedeva non solo la sovranità del popolo, ma anche la repubblica. Citerà molte volte il volume di James Bryce, Modern Democracies, dove questo importante studioso e politico, inglese e gladstoniano, aveva riconosciuto l’apporto delle chiese alla costruzione della moderna libertà politica. Lo farà anche in un intervento polemico contro la Storia d’Europa di Croce che invece quel merito ai cattolici non aveva voluto riconoscerlo. Era così amareggiato che a Stefano Jacini scriveva: “Siccome a sentire il Croce – ed è un maestro fra molti – nessun credente nella vita ventura può essere un liberale cosciente, sai dirmi ove potremmo collocarci noi, ed un discreto numero di nostri antenati spirituali?”.

Non che il suo pensiero fosse fermo al costituzionalismo liberale dell’Ottocento. Nella sua anonima rassegna internazionale che usciva sull’ Illustrazione Vaticana, il 1 settembre 1935 scriveva: “Un’altra reazione si annunzia e si consolida e sta creandosi una teoria ed una dottrina. È il pluralismo sociale che si vuol opporre al totalitarismo statale, ultimo corollario dell’individualismo assoluto. Abbiamo già messo in rilevo la dottrina pluralista del Maritain, che, risalendo in fondo alla scolastica, distingue nettamente fra Società e Stato, il quale della società è parte, come sono parte le persone e le istituzioni intermedie. Una dottrina similare è ora svolta sistematicamente, nel suo aspetto soprattutto giuridico, da un non cattolico, il prof. Gurvitch, nel suo recente libro: L’idée du Droit social.”

Dovevano passare ancora lunghi e difficili anni, ma alla fine si sarebbe prospettato il crollo del regime e la possibile riapertura di un futuro politicamente nuovo. Dettando ad inizi del 1943 un suo “Testamento politico”15 scriveva, indirizzandosi a chi, dopo il crollo, “darà la sua opera alla ricostruzione dello Stato italiano”, che l’obiettivo da porsi doveva essere: “Instaurare la pace del popolo, abolire cioè i privilegi di partito e di classe, ridestare nei cittadini il senso della responsabilità e l’interessamento, ora morto, per la pubblica cosa, ecco una prima meta della libertà politica”. E proseguiva: “Eliminando quindi ogni discriminazione di partito, di classe e di razza ricostruiremo la democrazia italiana sulla base del suffragio universale, come espressione dei diritti generali del cittadino: sistema che ha incontrato obiezioni, ma al quale, dopo molteplici esperienze, si è finito sempre col ritornare, come ad uno strumento rappresentativo che più di ogni altro soddisfa la tendenza popolare all’eguaglianza politica, pur senza impedire l’emulazione dei migliori”.

De Gasperi auspicava una nuova democrazia sociale ed economica, ma, non rinunciando al suo consueto realismo, ammoniva: “Vero è che il funzionamento della democrazia economica esige disinteresse, come quello della democrazia politica suppone la virtù del carattere. L’opera di

rinnovamento fallirà, se in tutte le categorie, in tutti i centri non sorgeranno degli uomini disinteressati, pronti a faticare e a sacrificarsi per il bene comune e la democrazia politica sarà una parola vana se gli uomini che se ne fanno sostenitori non si sentiranno legati dalle ferree leggi della solidarietà che derivano dalla morale e dall’onore”.

Il rinvio alla propria tradizione storica era forte nel periodo di preparazione della svolta democratica. Lo vediamo sviluppato in un intervento del dicembre 1943, in cui scriveva che «la molteplice esperienza mondiale negli ultimi 150 anni porta alla conclusione che il metodo più adatto alle presenti condizioni della convivenza umana è il metodo della libertà e la miglior forma politica una democrazia rappresentativa fondata sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri. Né partito unico, né cesarismo plebiscitario, né monarchia assoluta, né repubblica dittatoriale, né l’oligarchia dei ricchi, né la dittatura dei proletari». Seguiva una importante integrazione che, sia pure da un altro punto di vista, andava a specificare il suo approccio alla moderna questione democratica: “ Il partito è uno strumento organizzativo atto a fungere su di un solo settore della nostra comunità nazionale, quello dello Stato. E come per noi pluralisti (nel senso di Maritain e di Sturzo) lo Stato è l’organizzazione politica della società, così il partito è un organismo limitato che non deve proporsi di tutto rifare e riordinare in tutti i campi, ma suppone che altri organismi sociali agiscano nello stesso tempo e nello stesso spazio su diversi piani …”

La riaffermazione del rapporto fondativo fra libertà, costituzionalismo e partecipazione del popolo alla costruzione della sfera politica era contenuta anche nel suo intervento alla prima assemblea della sezione romana della Democrazia Cristiana nel luglio 1944. “La Democrazia Cristiana è un partito di riforme, meglio di rivoluzione, ma in questo mai dovrà perdere di vista il supremo bene della libertà. Questo bene deve essere gelosamente custodito e strenuamente difeso. Quale che dovrà essere l’avvenire, è necessario che avvenga costituzionalmente e per volontà del popolo, e che non ci sia imposto con dimostrazioni di piazza e con violenze private.”

Non c’è tempo qui per esaminare i molti interventi in cui nel periodo costituente e dopo la sua affermazione alle elezioni del 18 aprile 1948 torna a ribadire la sua profonda convinzione per il regime democratico, come regime di popolo, ma di popolo concreto, che trovava la sua forma nelle istituzioni politiche che certo nascevano dalla sua volontà, ma che diventavano poi dei vincoli all’azione delle sue componenti.

Mi piace invece concludere citando due passaggi di due discorsi del 1950. Era quello un anno difficile, di tensioni sociali, che aveva richiesto anche uno sforzo di unità alla Democrazia

Cristiana, tanto che si era, almeno momentaneamente, composta la frattura con la sinistra dossettiana chiamando il suo leader a riassumere la vicesegreteria politica del partito.

Parlando il 22 ottobre al congresso dei capi partigiani delle formazioni non comuniste, De Gasperi, in forte polemica coi comunisti, richiamava il carattere democratico che aveva avuto la resistenza fondando un regime che doveva durare: “domani ci può essere un’altra maggioranza diversamente costituita, ma il principio non deve essere perduto: istituzioni libere e possibilità di trasmissione diretta della sovranità del popolo; questa è la libertà politica della sovranità del popolo”. Non era un inciso, la questione della fondazione popolare del sistema politico non poteva essere evitata: “arriva un momento in cui si impone il dovere morale di difendere il carattere di una nazione, la dignità di un popolo. Ed allora, diamo contenuto a questa parola di patriottismo, a questa parola di nazione, diamo un contenuto che si inquadri nei nostri valori storici e soprattutto quella parola applichiamola al popolo. Non è più il momento di decidere delle questioni in piccola gerarchia o rappresentanza di classe. È il popolo italiano l’attore principale, non dimentichiamolo”.

In chiusura del suo intervento lo statista si lasciava andare ad un passaggio quasi lirico. Sebbene non sia esatto descrivere la retorica degasperiana come priva di pathos, perché sapeva anche trovare accenti forti che muovevano il suo uditorio, è però vero che il passaggio che ora cito è molto particolare per impatto emotivo.

“Con un pensiero vorrei concludere: la nazione è anche una storia, una tradizione, un complesso di sentimenti, un complesso di idee che continuamente rifluiscono di generazione in generazione; ma la patria vivente in cui dobbiamo lavorare e che dobbiamo difendere, è il popolo italiano. E quando diciamo di amare la patria, bisogna voler dire: lavorare, continuare nello sforzo pazientemente, fino a che al popolo italiano sia data la possibilità di una giustizia sociale che oggi non ha”. E continuava, rivolgendosi direttamente al capo partigiano Riccardo Mauri, un simbolo vivente della resistenza autonoma nelle Langhe: “Anche qui, amico Mauri, io credo che saremo d’accordo, perché in un suo libretto ho trovato ricordata una canzone dei partigiani del Piemonte in cui si precisavano gli scopi della guerra di liberazione. Le strofe erano diverse, ma una mi ha colpito specialmente: perché combattere? E la canzone partigiana rispondeva: ‘perché questa antica parola popolo suoni divina – al mio compagno signore – e a me stirpe contadina”.

Su questi concetti, incluso quello di una sua estrazione dal popolo, De Gasperi sarebbe tornato poco dopo, il 5 novembre 1950, in un discorso a Modena in cui puntava a spiegare come tutta l’opera del suo governo fosse orientata alla realizzazione di una democrazia sociale.

Affrontava nell’occasione una questione assai calda in quel momento: l’accusa da parte delle sinistre “di mancata fede verso il popolo”. Puntualizzava come di fronte a questi attacchi non

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si fosse reagito con la repressione, ma ciò rientrava nella consapevolezza di non volere un sistema di guerra per bande. “No! – tuonava De Gasperi – Unità dello Stato, unità del popolo come è organizzato dal governo. L’Italia è un paese povero che non arriva a mantenere i suoi figli: lo sappiamo, ma sappiamo anche, con tranquilla coscienza, di fare ogni sforzo per il bene del popolo”. E qui richiamava l’impegno per le riforme e per gli interventi sociali e aggiungeva: “Si dice che De Gasperi in queste cose è un poco sinistroide; la verità è che io sono nato figlio del popolo, mi sono sempre trovato in mezzo a lavoratori, ho sentito la loro miseria, sono parte del popolo minuto e sento che questo popolo ha delle ragioni da far valere e che c’è una giustizia da compiere”.

Potrebbe sembrare un passaggio che si apriva ad un linguaggio populista, ma non era così. Il presidente del consiglio prendeva di petto le accuse comuniste che dipingevano la politica italiana come vittima di un “regime di oppressione” guidato da “uomini maledetti” (erano citazioni di un comizio del PCI proprio a Modena) e rispondeva che invece “tutto indica che la Repubblica italiana è un regime aperto ad ogni progresso e soprattutto all’avvento delle masse popolari e del popolo”.

Era questa l’affermazione che più stava a cuore al “popolare” Alcide De Gasperi perché rappresentava non solo ciò per cui si era battuto tutta la vita, ma la sua stessa storia personale, come si vede bene in questo passaggio. “Non è vero che si possa parlare politicamente di una casta dominante. Che casta? La gente che sta al governo oggi viene dai ceti contadini, dai piccoli proprietari, dal ceto medio dei lavoratori. Sono figli del popolo che appartengono anch’essi al popolo. Dove sono questi rappresentanti della classe dominante che vogliono restringere, mantenere a sé il potere? È una frase, una menzogna convenzionale. Questo è un governo di popolo, un governo che si fonda sopra la maggioranza popolare, pronto ad andarsene domani quando ci fosse un’altra maggioranza; perché questa è democrazia e questa è libertà”.

Era magari una visione ideale che avrebbe ricevuto non pochi colpi dalla realtà politica degli anni seguenti, ma costituiva la sintesi del percorso che il figlio di una famiglia del popolo aveva fatto nella storia politica dell’Italia e dell’Europa. Un percorso in cui non aveva mai dimenticato che era la “democrazia moderna” l’orizzonte in cui ci si doveva muovere e che in essa il popolo era una componente costitutiva: ma il popolo concreto che vive nelle istituzioni sociali, culturali e politiche che gli danno forma e lo rendono attore e costruttore del destino comune, non il popolo fantasma che amano evocare i demagoghi di tutte le risme, uno spettro in cui incarnare ciò che essi vorrebbero prendesse forma come risultato delle loro fantasie.

Note

1 A. De Gasperi, Lettere dalla prigione 1927-1928 , Milano, Mondadori, 1965, p. 101.

2 A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, [d’ora innanzi  ADG, Scritti ], Vol. III, Bologna, Il Mulino, 2008, p.1074. L’intero discorso pp. 1069 -1076.

3 ADG, Scritti , I, (Bologna, Il Mulino, 2006) pp. 356-359

4 Ne ho ampiamente dato conto nel mio, La ragione e la passione. Le forme della politica nell’Europa

contemporanea , Bologna, Il Mulino, 2010.

5 Sulla complessa fisionomia dell’impero, M. Bellabarba, L’impero asburgico , Bologna, Il Mulino, 2014.

6 Ibidem , pp. 431-434

7 Ibidem , pp. 436-37 (l’articolo è datato 10 aprile 1906).

8 Vigilia , ibidem,  pp. 978-990 (articolo del 18 settembre 1909)

9 Documenti contro i germanizzatori , ibidem , pp. 990-992 (articolo del 8 ottobre 1909)

10 Ibidem,  pp. 1531-1532

11 ADG, Scritti,  vol. II, Bologna, Il Mulino, 2007, pp. 274-277.

12 Ibidem,  p. 331.

13 Citato da G. Vecchio, Alcide De Gasperi 1919-1942 , saggio introduttivo a ADG, Scritti , vol. II, p. 142

14 ADG, Scritti , II, p. 2348.

15 ADG, Scritti , IV, pp. 2829-2846.

16 La parola ai democratici cristiani , «Il Popolo» 12 dicembre 1943. Ora in ADG, Scritti,  III, pp. 652- 662.

Questo documento, come quello citato sopra, sarà riedito anche l’anno seguente come programma della DC.

17 ADG, Scritti,  III, pp. 711- 714.

18 Ibidem , pp. 1403-1408.

19 Ibidem,  pp. 1410-1419.

La rivoluzione di Sergio Marchionne. Intervista a Tom Dealessandri

La notizia della morte di Sergio Marchionne ha fatto il giro de l mondo. Il grande manager di FCA è deceduto oggi a   Zurigo all’UniversitatsSpital, l’ospedale universitario di Zurigo, dove era ricoverato dalla fine di giugno. Aveva 66 anni. Lascia due figli, Alessio Giacomo e Jonathan Tyler, e la compagna Manuela.Quale eredità lascia all’industria italiana e al Paese? Ne parliamo, in questa intervista, con Tom Dealessandri, un protagonista di primo piano del mondo sindacale e edella politica torinese. E’ stato, infatti, Segretario della Cisl di Torino e Vicesindaco, con delega al Lavoro, con la giunta Chiamparino.

 

Tom Dealessandri, tu sei stato, per i tuoi incarichi di segretario della Cisl di Torino e Vicesindaco e Assessore al lavoro nella giunta Chiamparino, un interlocutore di Sergio Marchionne. Per i suoi critici era l’esempio del moderno “padrone delle ferriere”. Per te?

Sergio Marchionne è stato uno che si è preso un’azienda quasi fallita e che non è partito con il piede “quel che non va chiudo” ma “come faccio a tenere aperti gli stabilimenti e di conseguenza salvare l’occupazione”. Questo è quello che ha fatto qui, ma anche con Chrysler, dando una prospettiva internazionale che nessuna delle due prima aveva.

 

Il rapporto con il Sindacato è stato duro, o almeno, con una parte di esso (la Fiom). La Fim e la Cisl, con la Uil, accettarono di firmare il contratto FCA. Anche l’uscita da Confindustria fu uno choc. Insomma un intero sistema di relazioni industriali fu sconvolto. Che cosa è stata la rivoluzione di Sergio Marchionne?

Intanto il problema è che si è arrivati lì dopo che gli accordi aziendali erano stati separati e quindi diventava difficile mantenere gli accordi separati con un contratto nazionale che invece era firmato da tutti. Se Fiom avesse firmato gli accordi aziendali, che tra l’altro non peggioravano le condizioni di lavoro né a Pomigliano né a Melfi né a Mirafiori, questo avrebbe consentito di avere maggiore produzione a Mirafiori, perché la 500L era a lì destinata (dopo è stata portata in Serbia), forse non sarebbe manco uscita dal sistema Confindustria. Ovviamente ha pesato la cultura americana, perché in America i contratti sono fatti prima dalle grandi aziende e poi vengono portati nelle piccole e medie. Per cui ha sconvolto perché, in realtà, non si è andati d’accordo. Non è negativo, se noi guardiamo gli stabilimenti sono migliorati con Marchionne, il livello delle condizioni di lavoro, l’ergonomia, questa è la nuova fabbrica. Il problema è che se si fa finta di discutere sulla stessa fabbrica su cui io discutevo negli anni 70 non è la stessa fabbrica e allora vanno adeguati i modelli di relazione sindacale.

 

Sergio Marchionne, per la sua statura, ha portato un esempio di manager anomalo. Per esempio il suo rapporto con la politica italiana era di distanza. Eppure alcuni leader hanno espresso ammirazione. C’è qualcosa che Marchionne ha insegnato alla politica?

Nel senso che come sappiamo da cent’anni a questa parte i manager sono sempre stati filogovernativi, per necessità perché se sei una grande azienda non puoi essere in contraddizione con la politica. La cosa che lui ha insegnato è stata quella di rispettare la politica per le sue prerogative, di farsi rispettare per le proprie. Anche prima comunque c’era la regola di non intromettersi negli affari di governo e della politica, il contrario era più una leggenda metropolitana giornalistica.

 

Parliamo della azienda. FCA è ormai una azienda globale. Il vero colpo da maestro di Marchionne è stato aver preso Chrysler in liquidazione. Da lì nasce FCA. Tanto che i maggiori profitti vengono dal mercato americano (l’area Nafta), mentre l’Europa ha problemi. Il marchio FCA in Italia pure. Insomma non è tutto oro quello che luccica.

Come pensi che si svilupperà il futuro dell ‘azienda? Pensi che il nuovo amministratore delegato sia all’ altezza?

La linea è tracciata, si tratta di caratterizzare di più i nostri marchi, Alfa in primis, la gamma 500 ecc. Così come portiamo Jeep in qua, dobbiamo portare 500 verso gli altri mercati. D’altra parte la Renegade o il piccolo SUV cittadino dovrebbe essere fatto in Italia, per cui bisogna andare avanti su questa strada. Se i marchi vengono caratterizzati per quello che sono – uno sportivo, uno legato al fuoristrada, uno per interurbano ed urbano e così via – è possibile mantenerla. Pur essendo un grande gruppo, è tra i più piccoli dei 7, per cui forse si possono fare degli accordi con gli altri, sia mettendo assieme l’azionariato oppure per tenere un livello di competitività coi grandi si investono su parti in comune.

Per quanto riguarda il nuovo amministratore delegato, essendo stato scelto all’interno del gruppo ed essendo uno di quelli del gruppo che Marchionne ha creato, l’indicazione mi pare chiara: la continuità. Poi, se mi posso permettere, per riuscire a determinare anche qualche scelta bisogna tenere relazioni ed avere fiducia reciproca e poi si negozia, ma la fiducia reciproca è necessaria. Bisogna farlo sentire cittadino di questo Paese anche se inglese.

 

Alla fine, qual è l’eredità che Marchionne ha lasciato All’Italia?

Davanti ai problemi non arrendersi, studiare come fare per risalire la china, che è un bel insegnamento. Di fronte ad uno stabilimento che non ha una situazione a posto si può dire chiudiamo, invece Marchionne ha fatto di tutto per tenerlo aperto.