De Gasperi tra Costituente e ricostruzione. Un testo di Marta Cartabia (Presidente della Corte Costituzionale)

Pubblichiamo, per gentile concessione della “Fondazione Trentina Alcide De Gasperi”, il testo della Lectio degasperiana 2020 tenuta, il 18 agosto a Pieve Tesino, dalla Professoressa Marta Cartabia (Presidente della Corte Costituzionale).

«Ti chiameranno riparatore di brecce, restauratore di case in rovina per abitarvi».

Questo splendido passo di Isaia (Is 58,12), a me molto caro, ci introduce al tema scelto con grande lungimiranza dagli organizzatori per la Lectio degasperiana di quest’anno: «Ricostruzione e Costituzione».

La parola ricostruzione risuona da mesi nella riflessione pubblica ed è risuonata nel corso di questa estate, specie nelle ultime settimane, in occasione della cerimonia di inaugurazione del nuovo ponte di Genova, ricostruito, appunto, dopo la tragedia del crollo di due anni fa.

In quella occasione, l’architetto Renzo Piano, che ha donato il progetto del nuovo ponte, nel suo intervento di saluto, ha espresso, con parole bellissime, pensieri profondi da cui desidero prendere le mosse per la nostra riflessione odierna.

Continua a leggere

L’ultimo saluto a Giorello: “Giulio era musica”. Intervista a Giuseppe Sabella

Ieri, a Milano, parenti e amici hanno dato l’ultimo saluto a Giulio Giorello. Non un funerale ma un dolce congedo che, anche nelle parole di chi ne ha ricordato frammenti di vita (la moglie Roberta Pelachin, Vittorio Sgarbi, il Rettore dell’Università di Milano Elio Franzini, etc.), ha fatto apparire quell’immagine di lui che si unisce a quella dell’epistemologo, del filosofo della scienza: Giorello è stato un filosofo della libertà. E i suoi libri testimoniano questa fortissima tensione per la libertà che negli ultimi anni si è sempre più accentuata. Non a caso, lo avevamo intervistato (leggi qui) proprio in occasione della sua ultima pubblicazione Società aperta e lavoro (Cantagalli 2019), scritta insieme al suo allievo Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0, che collabora con RaiNews.it sui temi economici e del lavoro.

E proprio a Sabella abbiamo chiesto un ricordo del professore.

Giulio è stato strappato dall’affetto di chi continuerà ad amarlo in modo molto improvviso. Come si è saputo, aveva contratto il covid e, dopo due mesi di ospedale e due tamponi negativi, sembrava averlo superato. Ma una volta dimesso, ha avuto qualche complicazione che nel giro di pochi giorni si è rivelata letale. È quindi questa una ferita, per chi è affettivamente legato a lui, che chiede tempo per guarire. Ad ogni modo, è morto con un viso disteso e bello.

Che genere di filosofo è stato Giorello?

Allievo di Ludovico Geymonat, Giorello è stato un filosofo che non solo si è dedicato agli studi epistemologici, a Karl Popper in particolare e a chi ne ha discusso le posizioni, ma che – proprio come Popper – ha creduto che il metodo scientifico fatto di congetture e confutazioni potesse essere anche il giusto metodo per la costruzione della democrazia liberale. Non a caso, nel nostro Società aperta e lavoro c’è un capitolo che si intitola dalla fabbrica dei cieli alla società aperta. Giorello aveva questa sana tensione alla vita civile. In poche parole, Giorello è stato un intellettuale, figura che manca così tanto ai nostri giorni.

Ci racconta un episodio significativo?

Ricordo un episodio quando ero studente, proprio negli anni della tesi – che mi fece fare su Geymonat – che descrive molto bene il professore. Avendo lui intuito la mia passione per la metafisica (kantiana ed hegeliana in particolare), in un colloquio che seguiva alla lettura del primo capitolo mi disse: Sabella, sa cosa dice Aristotele nell’Etica? Pensi pure Platone al bene in sé, noi vogliamo il bene di questi cittadini qui. Io naturalmente gli feci quella che secondo me resta un’obiezione valida: Professore, come si fa a volere il bene di questi cittadini qui se non si ha un’idea di bene? Ho compreso nel tempo che la sua domanda aveva un senso di verità molto profondo e che sintetizzava bene il suo pensiero: o le idee sono in grado di agire e di modificare la realtà o non sono nulla, sono astrazioni. E, contro queste astrazioni, lui ha condotto fino all’ultimo la sua battaglia. Sono convinto, oggi, che se possiamo parlare di verità, la verità è dentro questa tensione che c’è tra Platone e Aristotele, come tra Hegel e Marx, e che è una tensione al vero. E al bello.

Nel 2010, Giorello pubblicava per Longanesi Senza Dio. Del buon uso dell’ateismo. È giusto quindi ricordarlo come un ateo?

Il sottotitolo di questo libro che lei cita, Del buon uso dell’ateismo, dice ancora una volta moltissimo di lui. Giulio, da uomo non solo di filosofia ma anche di scienza, riteneva che la pratica scientifica e civile dovesse prescindere da Dio e dalla religione. Era un perfetto laico, convinto che qualsiasi scelta dovesse essere libera e responsabile. Non a caso amava gli illuministi come Adam Smith, Denis Diderot, David Hume. Ma, a proposito di Dio, ricorderei anche che Giorello ha avuto un rapporto speciale col cardinal Martini e che amava Baruch Spinoza. Noi sentiamo e sappiamo di essere eterni diceva Spinoza: è arduo, soprattutto oggi, dire che il grande filosofo olandese fosse un ateo.

Lei si occupa di economia e di industria, cosa vi legava tanto da condividere pensieri, dibattiti pubblici e, anche, un libro?

L’industria è stata e continua a essere il sistema tecnico più sofisticato che abbiamo inventato e sviluppato per coniugare le risorse della terra e il lavoro dell’uomo, quello fisico come quello intellettuale. È il più grande prodotto della scienza moderna. Ma, contrariamente al tempo degli albori del sistema di fabbrica, oggi abbiamo ragione di credere che non ci sia uno schema preordinato che in qualche modo sciolga l’enigma della storia, come per esempio voleva Marx. Crediamo invece che gli individui possano di continuo cambiarne l’apparente direzione. Una vera e propria direzione della storia in sé e per sé non esiste, il suo corso è imprevedibile perché, in particolare, è imprevedibile l’evoluzione scientifica e tecnologica. Ecco, oggi siamo nel cuore della rivoluzione digitale, che è la rivoluzione dell’industria, quella che chiamiamo Industry 4.0. Questo è diventato con gli anni il mio principale oggetto di studio che a lui interessava molto perché, appunto, è prova evidente del fatto che non è l’ideologia a cambiare il mondo ma la tecnica, perché questa è il vero contenitore in cui ricade la forma più alta di conoscenza: la tecnologia e le macchine non sono infatti nient’altro che idee della scienza in marcia diceva Giorello. Scienza e tecnica si fanno luce a vicenda, il loro rapporto è circolare, vive di continui riflessi. E così è sempre stato, soprattutto nell’antichità, quando ancor prima che l’uomo fosse in grado di porsi le domande fondamentali sulla propria esistenza, già era capace di creare strumenti tecnici, persino per formarne degli altri. Ovviamente la significatività della crescita tecnico-scientifica non deve minimamente far dimenticare la riflessione etica sulla condizione umana: altrimenti, il successo tecnologico può diventare un idolo. E di idolatria, diceva Giorello, non abbiamo alcun bisogno.

Come si spiega questa popolarità del professore e, anche, l’affabilità che lo contraddistingueva?

Giulio è stata una persona amabile, perché aveva un cuore gentile e generoso. Aveva una capacità di pensare e di comunicare molto lineare. Era molto diretto ma garbato, era in grado di esprimere qualsiasi idea senza offendere nessuno, perché era rispettoso ed elegante nei modi. Ricordo sin da quando ero studente la sua insistenza sull’eresia della scienza. In questo senso, Giulio ci ha insegnato ad essere eretici. E che il progresso della conoscenza come della civiltà si fonda su questa irriverenza, a dire il vero non sempre gentile e garbata come era lui. Leggere ciò che scriveva era emozionante perché il suo modo di esprimersi era musicale. Non a caso, oltre alla birra irlandese, amava la musica. E Bach in particolare, che nel giorno del congedo ci ha accompagnato con la sua musica. Aveva un senso dell’ironia particolarmente affilato e divertente: chissà se lo spirito è santo o solo sopra i 40 gradi? ogni tanto si chiedeva sorridendo. Oggi qualche risposta concreta comincerà ad averla.

Ernesto Cardenal,  mistico rivoluzionario dell’America Latina

 

Ernesto Cardenal, il grande poeta e teologo nicaraguense, è morto, a 95 anni, domenica a Manugua. Da tempo malato era stata la voce morale e spirituale della “rivoluzione sandinista” contro la feroce dittatura di Somoza.

Cardenal, infatti, è stato uno dei più grandi difensori della teologia della liberazione in America Latina. Il suo impegno politico – era diventato, nel 1979,  ministro della Cultura durante il primo governo di Daniel Ortega – lo ha portato a entrare in conflitto con il papa Giovanni Paolo II, che gli proibì di esercitare il sacerdozio nel 1984. Un anno prima, durante la sua controversa visita in Nicaragua, Wojtyla l’aveva affrontato, Cardenal si inginocchiò davanti al Papa all’aeroporto di Managua. Quando tentò di prendergli la mano per baciarla, Giovanni Paolo II la ritirò e quando chiese la sua benedizione lo ammonì: “Prima deve riconciliarsi con la Chiesa”. Per il suo impegno venne sospeso a divinis.

La sanzione della Chiesa è durata fino a metà febbraio dell’’anno scorso, proprio quando  Cardenal era stato ricoverato in ospedale gli giunse, da parte di Papa Francesco , la riammissione all’ordine sacro.

Nella  sua ultima intervista , rilasciata al quotidiano spagnolo El Pais, aveva affermato: “ Non sono mai stato un sacerdote per amministrare i sacramenti, per fare i matrimoni, le comunioni (…) Il mio sacerdozio è diverso, è pastorale. Sono diventato sacerdote grazie alla mia unione con Dio, è qualcosa di mistico”.

Era diventato uno dei più critici oppositori di Daniel Ortega, attuale dittatore del Nicaragua.

Come scrive  oggi, sul sito del quotidiano El Pais, la sua amica poetessa Gioconda Belli:

“L’integrità e la fermezza di Cardenal non potevano resistere alle manovre con cui Ortega si appropriò del FSLN negli anni Novanta. Il poeta si era dimesso dal partito.

Stufo della politica, Cardenal  si immerse in una vita ritirata, e da quella vita (…) puntò il suo telescopio nella notte oscura e cominciò a curiosare intorno al Dio dell’universo. Affascinato dal mistero della vita umana in mezzo a quell’imperscrutabile immensità, scrisse il suo monumentale Cantico cosmico “Siamo polvere di stelle”.

Ora è lì, sicuramente ben accolto nella Via Lattea. Per noi, in Nicaragua, è difficile vederlo sparire. Ci mancherà il suo berretto nero, la sua figura, la sua voce che ci legge la poesia, la sua santa indignazione contro la tirannia”.  (https://elpais.com/cultura/2020/03/01/actualidad/1583097960_185042.html).

Di seguito pubblichiamo una famosa poesia  di Ernesto Cardenal: Preghiera per Marilyn Monroe.

 

Signore

accogli questa ragazza conosciuta in tutta la terra con il nome di Marilyn Monroe  anche se questo non era il suo vero nome

(ma Tu conosci il suo vero nome, quello dellorfanella violentata a 9 anni e la piccola commessa che a 16 aveva voluto ammazzarsi)

e che adesso si presenta davanti a Te senza nessun maquillage

senza il suo Addetto Stampa

senza fotografi e senza firmare autografi

sola come un astronauta davanti alla notte spaziale.

Essa sognò da bambina che si trovava nuda in una chiesa

(secondo quel che racconta di Time)

davanti a una folla prostrata, con le teste sul pavimento

e doveva camminare in punta di piedi per non pestare le teste.

Tu conosci i nostri sogni meglio degli psichiatri.

Chiesa, casa, antro, sono la sicurezza del seno materno

ma anche qualcosa più di ciò…

Le teste sono gli ammiratori, è chiaro

(la massa di teste al buio sotto il fiotto di luce).

Ma il tempio non sono gli studi della 20th Century Fox.

Il tempio – in marmo e oro – è il tempio del suo corpo

in cui sta il Figlio dellUomo con una frusta in mano

a cacciare i mercanti della 20th Century Fox

che hanno fatto della Tua casa di preghiera un covo di ladri.

 

Signore

in questo mondo contaminato di peccati e di radioattività

Tu non incolperai soltanto una piccola commessa.

Che come ogni piccola commessa ha sognò di essere una stella del cinema.

E il suo sogno divenne realtà (ma come la realtà del tecnicolor)

Essa non fece altro che agire secondo il copione che le demmo

– Quello delle nostre stesse vite – Ed era un copione assurdo.

Perdonala Signore e perdona noi

per la nostra 20th Century

per questa Colossale Super-Produzione nella quale tutti abbiamo lavorato.

Essa aveva fame di amore e le abbiamo offerto tranquillanti.

Per la tristezza di non essere santi

le venne raccomandata la Psicoanalisi.

 

Ricorda Signore la sua paura crescente della macchina da presa

e lodio per il maquillage – mentre insisteva a truccarsi ad ogni scena – e come divenne più grande l’orrore

e più grave la mancanza di puntualità negli studi.

 

Come ogni piccola commessa

sognò di essere una stella del cinema.

E la sua vita fu irreale come un sogno che uno psichiatra interpreta e archivia.

 

Le sue storie d’amore furono un bacio con gli occhi chiusi

che quando si aprono gli occhi

si scopre che è stato sotto i riflettori

e spengono i riflettori!

e smontano le due pareti della stanza (era un set cinematografico)

mentre il Regista si allontana col suo quaderno

perché la scena è ormai stata girata.

O come un viaggio in yacht, un bacio a Singapore, un ballo a Rio

il ricevimento nella dimora del Duca e della Duchessa di Windsor

visti nella stanzetta dellappartamento miserabile.

Il film terminò senza il bacio finale.

La trovarono morta sul letto con una mano sul telefono.

E i detectives non seppero chi stava per chiamare.

Fu come uno che ha fatto il numero dellunica voce amica

e sente solo la voce di un disco che gli dice: WRONG NUMBER.

O come uno che ferito dai gangsters

allunga la mano verso un telefono staccato.

 

Signore

chiunque fosse quello che stava per chiamare

e non chiamò (e forse non era nessuno

o era Qualcuno il cui numero non sta nella Guida Telefonica di Los Angeles) rispondi Tu al telefono!

 

(Traduzione dallo Spagnolo di Antonio Melis – dal sito: http://www.casadellapoesia.org/poeti/cardenal-ernesto/preghiera-per-marilyn-monroe/poesie)

Benigno Zaccagnini nella storia della Repubblica. Un testo di Guido Formigoni

PIETRO CALABRESE BENIGNO ZACCAGNINI FLAMINIO PICCOLI MARIANO RUMOR 1979, FOTO CONTRASTO

Questo che pubblichiamo, per gentile concessione, è il testo dell’intervento di Guido
Formigoni, ordinario di Storia Contemporanea all’ Università IULM di Milano, durante
la commemorazione, a trent’anni dalla morte, di Benigno Zaccagnini. Alla
commemorazione, che si è tenuta a Ravenna martedì scorso, ha partecipato il Presidente
della Repubblica Sergio Mattarella. Continua a leggere

“Donat-Cattin fu un sindacalista prestato alla politica, ma anche uomo di partito e di governo con una straordinaria sensibilità sociale”. Un testo di Francesco Malgeri

Cento anni fa nasceva Carlo Donat-Cattin. Ricordare Carlo Donat-Cattin significa ripercorrere la storia del cattolicesimo sociale che ha segnato la vita della Repubblica nella seconda metà del 900. Con questo spirito, la Fondazione “Carlo Donat-Cattin” di Torino, ha promosso le celebrazioni che partono domani pomeriggio dal Senato alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con il saluto del presidente Maria Elisabetta Casellati. I relatori del Convegno celebrativo, che si aprirà domani, alle 16.30 presso la Sala Koch di Palazzo Madama, saranno lo storico Francesco Malgeri, il ministro Alberto Bonisoli, Pierferdinando Casini,  senatore e Annamaria Furlan, Segretario Generale della Cisl.
Quello che fu definito il “ministro dei lavoratori” nell’autunno caldo ha lasciato un segno profondo nelle vicende politiche dimostrando sempre un profondo senso dello Stato unito alla fedeltà alle sue radici cristiane.
Dalla Resistenza al sindacato, dalla Dc al governo, ha espresso sempre una coerenza ed un’onestà intellettuale che gli hanno conquistato il consenso delle classi più umili insieme al rispetto degli avversari.
Un percorso umano segnato da successi e da sconfitte che la Fondazione intende celebrare per costruire sulla memoria un futuro legato a quei valori che sono stati la forza di Carlo Donat-Cattin e di tanti cattolici che hanno speso la loro vita al servizio dell’Italia. Di seguito pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, l’intervento del professor Francesco Malgeri.

Ricordiamo oggi, a cento anni dalla nascita, una delle figure più rappresentative della storia dell’Italia repubblicana, espressione di una viva e intensa sensibilità sociale e politica. Questa sensibilità Carlo Donat-Cattin l’aveva maturata in seno alla sua famiglia, grazie all’esempio del padre, che aveva militato nel popolarismo sturziano; l’aveva consolidata alla scuola dell’Azione cattolica, durante gli anni del fascismo, entrando in contatto con ambienti culturali come il cenacolo domenicano torinese, animato da p. Marcolino Daffara e p. Enrico di Rovasenda. Non aveva mancato di dedicare la sua attenzione anche alla scuola economica dell’Università cattolica di Milano, che aveva in Francesco Vito e nel giovane Amintore Fanfani gli studiosi più accreditati. La Resistenza, che lo vide impegnato nella zona del Canavese, rappresentò per lui un ulteriore scuola di libertà e democrazia.

Nell’immediato secondo dopoguerra il suo impegno si orientò prevalentemente sul versante sindacale. Militò nelle Acli, fu dirigente a Torino della Libera CGIL e dal 1950 della Cisl. Mai abbandonando, però, l’attenzione alla politica, con l’obiettivo di trasferire in seno al partito della Democrazia cristiana, una cultura, un pensiero una scuola ispirata all’azione sociale e sindacale.

Fu espressione e leader di quella Sinistra sociale che attraverso “Forze sociali”, poi “Rinnovamento” ed infine dal 1964 “Forze Nuove”, rifletteva le istanze del pensiero sociale cristiano e l’esigenza di trasferire le attese del mondo del lavoro in seno ad un partito interclassista, assumendo la funzione di gruppo propulsore di nuovi equilibri politici.

Potremmo affermare che Donat-Cattin fu un sindacalista prestato alla politica, ma anche uomo di partito e di governo, che si distingueva per la sua straordinaria sensibilità sociale.

Il suo passaggio alla politica avviene all’inizio degli anni Cinquanta, quando la Democrazia cristiana conobbe il tramonto del  dossettismo, l’emergere di Iniziativa democratica e di un ricambio generazionale alla guida del partito con il progressivo declino della leadership degasperiana.

Sono anni carichi di attese e di speranze. Gli anni che segnano l’avvio del miracolo economico, destinato non solo a favorire un balzo in avanti dell’economia italiana ed una straordinaria accelerazione allo sviluppo industriale del paese, ma anche ad incidere sul costume, sulla mentalità e i comportamenti degli italiani. Una crescita che conobbe anche alti costi sociali segnati, tra l’altro, dalle grandi migrazioni che dalle regioni meridionali hanno trasferito nel triangolo industriale una massa eccezionale di forza lavoro.

Matura in questi anni anche una delle più significative svolte politiche conosciute dalla storia della democrazia repubblicana, con un processo che porta al superamento del tradizionale quadro politico, ancorato ai partiti del centro democratico, e all’inserimento nell’area di governo del partito socialista che, superando lo schema frontista, si proponeva come forza politica disponibile all’incontro e alla collaborazione con le forze di democrazia laica e cattolica.

Siamo negli anni che, sul piano internazionale registrano importanti novità: dalla destalinizzazione in Unione sovietica, alle rivoluzioni polacche e ungheresi, al processo di distensione avviato da Kruscev, all’avvento di Kennedy alla Casa Bianca. Un processo che suscitò grandi speranze, animate anche dalla dall’avvento di Giovanni XXIII al soglio pontificio e dal grande rinnovamento della Chiesa cattolica operato nella stagione del Concilio Vaticano II.

È in questo contesto storico e politico che Donat Cattin entra a pieno titolo nella vita politica nazionale. Consigliere nazionale della DC dal 1954, deputato dal 1958 e membro della direzione del partito dal 1959, dopo le elezioni del 1963, cominciò una lunga esperienza di governo, come Sottosegretario alle partecipazioni statali nei primi tre governi di centro sinistra, guidati da Moro, dal dicembre 1963 al giugno 1968.

L’impegno di governo era una esperienza nuova per Donat Cattin. Una esperienza che gli offre l’occasione per cogliere le molte e significative realtà dell’economia italiana. Se scorriamo i suoi interventi parlamentari in quegli anni vediamo emergere i molti problemi dell’industria pubblica da lui affrontati: dall’Italsider, alla Rai, all’Ansaldo, all’Alfa Romeo, all’Eni, all’Agip, alle acciaierie di Bagnoli, alla Cogne, alla Tirrenia, all’Alitalia e così via.

Il suo impegno di governo gli consentì di affrontare, con una intensa partecipazione, piccoli e grandi problemi che attraversano la vita economica e industriale del nostro paese, spesso con ricadute che investono il mondo del lavoro.

Donat Cattin coltivava la speranza e l’ambizione di favorire la crescita di un sistema economico in grado di offrire all’uomo, al lavoratore uno sviluppo non alienante, ma costruito sulla base di equilibri che tengano conto soprattutto del rispetto dei valori più profondi che devono animare la convivenza civile. A suo avviso, il centro-sinistra avrebbe dovuto costruire uno “stadio più alto di civiltà”.

Prende corpo in questi anni la sua amicizia e collaborazione con Aldo Moro. Si trattò di un rapporto intenso e profondo. La formazione sociale e sindacale di Donat Cattin, forgiatasi nella durezza degli scontri e delle rivendicazioni del movimento operaio torinese, sorretta dalla chiara idea di un partito che doveva farsi carico delle esigenze e dei bisogni del mondo del lavoro, forse mal si conciliava con l’elaborazione culturale e politica di un intellettuale del Mezzogiorno, che aveva maturato le sue scelte politiche sulla base di una fede profondissima, di una profonda formazione filosofica e giuridica. Probabilmente lo affascinò di Moro la eccezionale capacità di lettura e interpretazione dei fenomeni sociali, a partire da quel discorso pronunciato nel novembre 1968, sui “tempi nuovi “, sul “moto irresistibile della storia” e su una “nuova umanità che vuol farsi”.

Attento osservatore della società italiana, a Donat Cattin non sfuggirono, alla fine degli anni Sessanta, i segnali che provenivano dai mutamenti generazionali e dalle agitazioni studentesche, oltre che operaie. Egli cercò di coglierne il carattere e gli obiettivi, vi rintracciò prospettive “ancora confuse” e “non omogenee”, ma anche la denuncia nei confronti degli aspetti autoritari dei sistemi politico-economici, che avevano “la disponibilità – affermò – dei mezzi di controllo e di manipolazione approntati dallo sviluppo tecnologico”.

Ebbe anche tentazioni scissionistiche, ben presto rientrate, nella convinzione che “senza radici storico-sociali l’avventura politica del cristiano si limita a testimonianza”.

Momento significativo nella biografia politica di Donat-Cattin, fu la nomina, nell’agosto del 1969, a Ministro del lavoro nel secondo governo Rumor, confermato nel 3° Rumor e nei successivi governi di Colombo e di Andreotti, sino al giugno 1972. Donat Cattin assumeva la carica che era stata del socialista Giacomo Brodolini, morto nel luglio 1969.

Toccò proprio al vecchio sindacalista, al “ministro dei lavoratori” Donat Cattin, gestire la drammatica situazione segnata dall’esplodere delle agitazioni sindacali del 1969, di quell’“autunno caldo” che fu soprattutto una risposta alla crisi determinatasi dalla conclusione del processo espansivo dell’economia italiana e dalla diminuzione degli investimenti industriali.

Il successo più significativo del ministro, grazie all’azione congiunta dei sindacati e della Dc, impegnati sul piano politico e sindacale, fu l’approvazione da parte del Parlamento nel 1970 dello Statuto dei lavoratori, che fissava precise norme a tutela del mondo del lavoro. Donat Cattin ebbe a definirlo “un fondamento dello Stato democratico” e “il completamento del sistema di libertà” nel nostro paese.

Alla fine degli anni Settanta, nel clima di emergenza economica, sociale e terroristica, Donat-Cattin, sia pure con qualche esitazione e riserve iniziali, aveva condiviso il progetto di Moro, tendente a coinvolgere il Pci nell’area di governo. Aveva giudicato un “capolavoro politico” il modo con cui Moro era riuscito a realizzare quel disegno, che doveva portare ad un governo di “tregua” e di “transizione.

Seguirono i giorni drammatici del sequestro e dell’assassinio di Moro, che Donat-Cattin visse con passione e sgomento. Lo confermano le lettere ad Andreotti e la disperata ricerca di una via d’uscita per salvare la vita del suo amico.

Anche le lettere di Moro dal carcere lasciarono un segno nell’animo di Donat Cattin. Quelle parole, a volte crude e pesanti, svelavano, a suo avviso, “pagine tristi di uno squallido mondo del potere”.  Quelle pagine, scriveva il vecchio sindacalista con la sua consueta franchezza, “scavano giudizi contro il sistema e contro di noi democratici cristiani. Sapremo costituire – si chiedeva – quel senso che lasciano con una immagine più vicina a quella di una Dc che ha saputo risollevare l’Italia col sacrificio, la dedizione, il disinteresse di tante guide e di tanti militanti?”.

Il leader di Forze nuove tornò più volte ad interrogarsi su quel difficile e drammatico momento, cercando di trovare nella propria coscienza le ragioni di una scelta difficile e penosa. “Se pure la scelta era difficile – scrisse nell’ottobre del ’90 – chi era amico di Moro la compì con libera e scrupolosa coscienza”, precisando che “la coscienza è sempre in qualche misura condizionata dal costume, dagli influssi dominanti della cultura”.

La tragica scomparsa di Moro, il venir meno della solidarietà nazionale con il progressivo disimpegno del Pci, e l’emergere della disponibilità socialista a far parte di un esecutivo basato sulla formula del pentapartito, convinse Donat-Cattin a escludere qualsiasi forma i collaborazione governativa con il Pci. Nel 1980 fu l’estensore del “preambolo” alla mozione della maggioranza al Congresso, che accoglieva una pregiudiziale contraria al coinvolgimento del Pci nell’area di governo.

Questa vicenda fece riemergere la sua figura in primo piano nel quadro politico nazionale. Molti interpretarono questo sua atteggiamento  se non un tradimento certo un radicale abbandono delle sue antiche battaglie.  In realtà, rileggendo oggi, a circa quarant’anni di distanza quella vicenda, va ricordato che la sua  posizione era riflesso di una diversa e contrapposta visione dello Stato. Donat-Cattin rifiutava l’idea dello Stato socialista inteso come “economia statizzata e burocratizzata”, “liquidazione della libertà di un paese. Giudicava fatale per la democrazia, “una maggioranza pressoché unanimistica, con tutti e due i piedi dentro la ‘democrazia consociativa’ senza controllo, slittante verso la strategia incontrollabile di piccoli gruppi dirigenti”.

Ma egli intendeva anche evitare che la Dc venisse sospinta a destra, ad interpretare un ruolo conservatore nel quadro politico nazionale. Aveva affermato, un anno prima, il 12 agosto 1979 alla Camera, per definire la fisionomia del suo partito: “Noi non siamo marxisti né siamo liberali. Siamo cresciuti nel solco tracciato per faticosi decenni nella gleba dell’Italia contadina, tra le minoranze cattoliche dei quartieri operai e degli opifici di vallata della prima e della seconda industrializzazione, nel popolo minuto dedito all’artigianato e al commercio, nella schiera interminabile di educatori, intellettuali, uomini di pensiero, nella più ristretta schiera di imprenditori, di scienziati, di ricercatori chiamati alla vita sociale dalla ispirazione cristiana […] E siamo i continuatori della tradizione politica del popolarismo”.

Negli ultimi anni della sua vita matura la crisi del sistema politico italiano. Donat-Cattin non crede che la soluzione si dovesse trovare nel cambiamento del vecchio sistema, imperniato sul ruolo centrale dei partiti e sul sistema proporzionale. Temeva fortemente un cambiamento poco ponderato, che rischiava di incidere negativamente sulla vita democratica nazionale. Temeva soprattutto le avventure plebiscitarie, i partiti personali, il peso eccessivo e l’ingresso sempre più invadente del potere economico e finanziario nella vita politica italiana.

La sua morte, avvenuta il 17 marzo 1991, precede di poco le grandi trasformazioni destinate a modificare radicalmente quel sistema politico nel quale Donat-Cattin si era formato e aveva operato. Precedeva di poco anche la conclusione della lunga esperienza politica della Democrazia cristiana, di cui era stato una delle espressioni più vivaci e coerenti, avendone animato i dibattiti con l’obiettivo di rivendicare il “primato del sociale” e di riaffermare la natura popolare del partito.