Fine vita: profezia e attualità in una riflessione inedita di fratel Arturo Paoli

Per gentile concessione dell’agenzia Adista pubblichiamo questo di Arturo Paoli, esponente di spicco del cattolicesimo conciliare e religioso dei Piccoli fratelli del Vangelo, recentemente scomparso. Ci sembra di grande attualità questa lucida riflessione di Paoli su un tema, il “fine vita” così delicato e importante

(Dino Biggio) Chi non ricorda il calvario di Eluana Englaro e della sua famiglia, con tutte le discussioni e le polemiche che sollevò in campo politico, ma anche ecclesiastico, per lo più dettate da interessi di parte che poco avevano a che vedere con il bene di Eluana? [La ragazza, 21 anni, studentessa universitaria, aveva avuto un gravissimo incidente stradale il 18 gennaio 1992. Dopo 17 anni in stato vegetativo permanente, e dopo quattro giorni di sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione, era morta nel tardo pomeriggio di lunedì 9 febbraio 2009. La richiesta della famiglia di interrompere l’alimentazione forzata, considerata un inutile accanimento terapeutico, aveva scatenato nel nostro Paese un aspro dibattito sui temi legati alle questioni del fine vita. Dopo un lungo e straziante iter giudiziario, l’istanza era stata accolta dalla magistratura per mancanza di possibilità di recupero della coscienza e in base alla volontà della ragazza, che era stata ricostruita tramite testimonianze, ndr].

Fratel Arturo Paoli, che sul caso aveva riflettuto e meditato a lungo, aveva espresso il suo pensiero quattro giorni prima della morte della ragazza, durante la celebrazione della messa comunitaria del giovedì, nel salone della casa Beato Charles de Foucauld di San Martino in Vignale, dov’era ospitato dalla diocesi di Lucca.

Ecco, di quella riflessione sono riuscito ad avere la registrazione, grazie alla sollecitudine di una cara amica. Un pensiero lucido, quello di fratel Arturo, che non ha mai perso l’occasione per levare sempre alta la sua voce in difesa dei più deboli, di coloro che non hanno voce. In questo come in altri casi, la Chiesa cattolica si è dimostrata piuttosto “piccina”, ma al suo interno ci sono sempre state “altre” voci, come quella di fratel Arturo, emerse nonostante i tentativi di metterle a tacere.

Le discussioni vivaci, spesso ipocrite, che si sono riaccese in questi giorni, in seguito alla dolorosa vicenda di Dj Fabo (Fabiano Antoniani), mi hanno convinto dell’opportunità di riproporre quella riflessione di fratel Arturo Paoli, perché sono persuaso che, se dovesse parlare oggi, egli amplierebbe la platea dei destinatari del suo messaggio.

Questo il testo – pubblicato per la prima volta oggi da Adista – che ho estrapolato dall’omelia più ampia proposta da fratel Arturo il 5 febbraio 2009, prendendo lo spunto dal Vangelo di Marco 6,7-13, e che descrive uno dei tanti invii dei discepoli di Gesù agli uomini. Questa riflessione è di un’attualità sconcertante, direi profetica. Sembra pronunciata per i tempi che stiamo vivendo oggi. 

Stasera vorrei soffermarmi con voi a riflettere un po’ sull’argomento così delicato di cui si sta parlando tanto e che sta generando un preoccupante disorientamento. Devo confessare che in quest’ultimo periodo ho seguito poco le notizie di stampa, sia per ragioni di tempo, ma soprattutto perché esse mi deprimono. L’unico modo per difendermi e mantenere la tranquillità è quello di non seguirle. Forse in questo c’è un po’ di viltà, ma è la verità. Ci sono dei fatti di cronaca che vengono assunti dalla stampa – meglio sarebbe dire da chi la governa – con l’obiettivo di distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dai guai veri della nostra società. Vengono così creati ad arte dei fatti sensazionali e scandalistici falsi, che giungono anche a tradire la dottrina della Chiesa proveniente dalla rivelazione di Dio. Pensate un po’ alla confusione che regna sulla problematica della vita e della morte, dell’eutanasia, dell’accanimento terapeutico eccetera.

La prima legge è molto chiara e non dovrebbe creare conflitti: la vita umana è da considerarsi tale quando essa può esprimere liberamente la propria facoltà di pensare, di ragionare, di amare.

La seconda legge è anch’essa altrettanto chiara: nessuna persona è obbligata a mantenersi in vita – o a mantenere in vita altre persone – usando mezzi innaturali, come quello della nutrizione o della respirazione assicurate attraverso strumenti meccanici.

Il disorientamento di oggi nasce proprio dalla grande confusione tra eutanasia e rifiuto di utilizzare questi mezzi straordinari, che sono pur sempre il frutto di conquiste della scienza e della tecnica di cui riconosco la grande valenza.

Il caso della ragazza di cui si parla tanto è davvero emblematico: è ammalata da tantissimi anni; è provato che non sussista alcuna speranza di ritorno ad una vita normale, senza l’utilizzo di mezzi assolutamente innaturali; i suoi genitori si rifiutano di continuare a tenerla in vita in questo modo. Proprio non riesco a capire come si possa parlare di omicidio! Sono profondamente convinto che sia gravemente peccaminoso usare questo linguaggio, perché esso è contro la verità e perché crea forte disorientamento nell’opinione pubblica, condizionandone la libertà. Il desiderio dei genitori va nella direzione di liberare la propria figlia da un inutile martirio. Stabilire in modo appropriato le probabilità di coscienza della ragazza è sicuramente un’indagine difficile, se non impossibile, però ritengo assolutamente colpevole porre sullo stesso piano la rinunzia a mezzi meccanici di mantenimento in vita e l’omicidio. Non si può ragionevolmente sostenere che sia vita quella di mantenere artificialmente il respiro di una persona che ha già perso totalmente i connotati della persona stessa, non potendo più né pensare, né parlare, né amare. Se questa ragazza fosse vissuta trent’anni fa, a quest’ora sarebbe già uscita dal mondo tranquillamente, senza polemiche, semplicemente perché mancavano questi ritrovati della scienza, certamente importanti in molte situazioni, ma che non possono ridarle una benché minima possibilità di vita normale.

Polemiche strumentali

La cosa a me sembra molto chiara. Oggi si fanno tante polemiche che a me appaiono sempre più strumentali e mosse da precisi interessi e finalità da raggiungere. Ma queste polemiche altro non fanno che accrescere la confusione, che divide e impedisce di condurre relazioni pacifiche e, soprattutto, crea profonde crisi di fede. Bisogna stare molto attenti a non perdere la pace, né l’unità, né la fedeltà a Dio, a motivo di queste polemiche esasperate, che ci sono state anche in passato, ma che restavano relegate in ambito domestico, ristretto, mentre oggi, proprio per i mezzi potenti di comunicazione di massa, vengono gridate, amplificate e diffuse in modo molto più estensivo, provocando sconvolgimenti molto gravi.

Per mantenere la calma e la serenità in mezzo a tanto clamore, tutte le mattine mi fermo un bel po’ di tempo ad ascoltare la voce dello Spirito, che per me è come un lavacro che rigenera la mia fede e la mia speranza, preservandole dal turbamento.

Tutti dovremmo trovare un tempo da dedicare a questo ascolto, perché tutti noi che diciamo di professare la fede in Cristo dovremmo sentirci responsabili di questa fede. E riallacciandomi all’inizio della riflessione, dico che siamo responsabili in quanto inviati. È proprio questa responsabilità che ci impone d’essere saldi su questioni così gravi. Io non sono né teologo né moralista, ma queste cose le ho studiate e seguite con molta attenzione, proprio per l’esigenza di non disorientare nessuno.

Ho un ricordo molto vivo, che è riaffiorato alla mia memoria e che risale a molti anni fa: in occasione della morte del cardinal Giovanni Benelli, arcivescovo di Firenze, nacquero delle discussioni polemiche, che rimasero però contenute e silenziate. Il cardinale era stato colpito da un violento attacco cardiaco, che non lo privò della capacità di ragionare, o meglio, la riacquistò in modo abbastanza soddisfacente. Vista la gravità della situazione, il chirurgo che lo aveva in cura gli prospettò la possibilità di praticare un intervento estremamente delicato e rischioso, che lasciava un tenue filo di speranza per la sua sopravvivenza. Gli chiese perciò il consenso per poter procedere. Il cardinale, dopo averci pensato sicuramente con molta attenzione, rifiutò di dare il suo consenso. Si levarono subito i commenti: «Ma questo è un rifiuto della vita!». No, dico io, quello del cardinale è stato un rifiuto a cui aveva pieno diritto e in perfetta sintonia con la dottrina morale cristiana e cattolica, che stabilisce: quando a una persona gravemente malata e in pericolo di vita viene prospettata una possibilità di intervento molto rischioso, con scarsissime probabilità di riuscita, essa può legittimamente rifiutare il ricorso a mezzi straordinari. Ed è proprio ciò che ha fatto il cardinale Benelli, in piena fedeltà alla legge di Dio. Ha accettato di dire il suo amen alla vita in modo pacifico.

Contro la verità

La nostra società è guidata da criteri assurdi, lontani dalla verità politica e anche dottrinale. Viviamo un momento estremamente caotico, confuso, in cui le scelte sono mosse da interessi personali e non dalla ricerca sincera della verità. Si creano così dei polveroni, si intorbidiscono le acque, per impedire che si faccia chiarezza, con l’intento di intralciare la prosecuzione di certi esperimenti scientifici che, di fatto, si vogliono proibire. Si procede quindi per condanne. Si condanna un po’ tutto e si chiude bottega perché non si può andare avanti. Pazienza se non si può fare chiarezza. Questa è la ragione vera all’origine della creazione di certe esagerazioni spaventose che scuotono le coscienze.

La povera Eluana, di fatto, è morta già da diciassette anni. Con quale coraggio si può affermare che essa è una persona ancora viva, quando la sua è sempre stata una condizione vegetativa, che si è potuta mantenere esclusivamente attraverso l’impiego di strumenti meccanici artificiali?

Questo abbaiare, questo gridare da tutte le parti, in effetti nasconde la gravità dei veri problemi della vita, occultando le profonde ingiustizie che colpiscono tanta parte dell’umanità. Basti pensare all’impiego delle enormi risorse finanziarie per la fabbricazione delle armi, per il traffico della droga eccetera. Questi sono i grandi drammi che dovrebbero scuoterci profondamente, mentre invece perdiamo enormi energie in diatribe assolutamente distruttive. Ed è molto grave, anzi gravissimo, che molte autorità religiose le alimentino con le loro prese di posizione, proprio per la responsabilità di guida che esse rivestono. Anche perché dovrebbero sapere benissimo, per via della loro scienza, che la dottrina sostiene proprio il contrario di quello che affermano. Ma arrivare a parlare di omicidio è, ripeto, addirittura peccaminoso, perché è contro la verità.

Da: http://www.adista.it/articolo/57127

A Vent’anni dalla morte di Giuseppe Dossetti. Un testo di Pierluigi Castagnetti

Giuseppe DossettiDi seguito pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, la relazione di Pierluigi Castagnetti al Convegno, che si è tenuto a Bologna giovedì scorso con la partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “Costruzione e Rinnovamento. Dossetti fra Costituzione e Concilio” organizzato dall’Istituto di Scienze Religiose di Bologna per ricordare il grande costituente nel ventennale della morte.

 

Voglio esprimere anch’io, signor Presidente della Repubblica, la mia gratitudine per la sua presenza oggi, che rende giusto omaggio a una delle maggiori personalità italiane della seconda metà del secolo scorso, e sono grato al prof. Melloni per avermi proposto di illustrare l’originalità del suo apporto alla politica in senso stretto. Quando si parla del Dossetti politico, infatti, si è soliti soffermarsi sul suo rilevante apporto all’Assemblea Costituente piuttosto che su quello non meno importante alla costruzione concreta degli strumenti e degli obiettivi, sia sul piano nazionale che internazionale, affidati alla nuova generazione di politici democratici e, in particolare, ai cattolici nel secondo dopoguerra del secolo scorso.
Dossetti è stato per due periodi non lunghi (1945/46 e 1950/51) vice segretario della Democrazia Cristiana; in effetti, dal 1945 al 1951, fu l’alter ego di Alcide De Gasperi, leader indiscusso del partito e del paese.
I rapporti fra i due non sono facili da definire perché, al di là di una profonda stima reciproca e persino  ammirazione per aspetti delle rispettive personalità che ognuno riconosceva all’altro, al fondo vi erano visioni globali e strategiche assai diverse.
Diversi i percorsi formativi e le esperienze precedenti dell’uno e dell’altro.
Diverso era l’approccio alla politica: De Gasperi non disdegnava parlare della politica come “vocazione” e come “professione”, Dossetti relegava invece l’impegno politico al Kairòs, al momento storico preciso.
Diverso era il ruolo attribuito al partito politico: per De Gasperi doveva essere subordinato alla centralità dell’azione del governo, per Dossetti esattamente il contrario.
Diverso era il modo di vedere il rapporto fra politica ed economia: per De Gasperi doveva essere molto stretto, collaborativo e, com’era solito dire, “realistico”, per Dossetti doveva essere di separazione netta, non rinunciando in ogni caso al primato della politica.
Diversa era la visione delle alleanze internazionali: per De Gasperi occorreva realisticamente prendere atto che Yalta, oltre che la geografia, aveva collocato l’Italia nella parte occidentale del mondo e la nostra politica estera doveva trarne tutte le conseguenze, per Dossetti non si doveva rinunciare all’ambizione di una certa autonomia, pur riconosciuti i vincoli di Yalta.
E si potrebbe continuare.
Perché allora Dossetti accettò di impegnarsi in prima persona all’interno della DC?
Per tante ragioni anche se diverse nelle due occasioni in cui fece il vice-segretario.
La prima volta venne scelto, infatti, da De Gasperi e Piccioni  praticamente in sua assenza, essendo bloccato all’ospedale di Grosseto a causa di un incidente stradale, con non poco personale disappunto, non avendo allora alcuna intenzione di impegnarsi nel partito.  De Gasperi voleva che ad affiancare il vicesegretario Piccioni fossero due giovani, uno del nord (Giuseppe Dossetti, appunto) e uno del sud (Bernardo Mattarella). Scelta che si rivelò poi imprevedibilmente decisiva – De Gasperi ancora non poteva saperlo – per fare prevalere la Repubblica al successivo referendum istituzionale.
Per dire lo spirito con cui Dossetti accettò, basta ricordare quanto ebbe a scrivere il 22 agosto 1945 a p. Agostino Gemelli: “Ho cercato di fare di tutto per sottrarmi. Ma a un certo punto mi sono dovuto convincere che avrei mancato a un dovere, increscioso e di gran lunga trascendente le mie possibilità, ma sempre un dovere, che data la situazione, sarebbe stato egoismo rifiutare di adempiere”.
Si dimise dopo qualche mese per dissensi con De Gasperi nella conduzione del partito e per la scelta del referendum istituzionale, sospettando egli una riserva mentale nel segretario a favore della monarchia. Quelle dimissioni furono silenziose e in qualche modo silenziate, con la complicità dell’interessato che, nel frattempo, ottenuta la vittoria della Repubblica al referendum, si dedicò con tutte le sue energie al fondamentale lavoro dell’Assemblea Costituente.
La seconda volta, invece, nel 1950, fu costretto ad accettare per altre ragioni, di nuovo ancora difficilmente eludibili.
Dopo le elezioni del 1948 Dossetti infatti, assieme al gruppo dei suoi amici, iniziò una lunga battaglia interna al partito per indurlo ad affrontare una nuova stagione delle riforme che, in una qualche misura, trasformasse in scelte politiche quelle valoriali contenute nella Costituzione, vincendo le resistenze di quanti cercavano di riprendere e rilanciare una strategia  economica di stampo liberal-capitalistico, l’on. Pella in particolare, quando, invece, a suo avviso era maturo il tempo di una seconda fase “espansiva” dell’economia, che si facesse carico del costo altissimo pagato dai ceti popolari nei primi anni del dopoguerra. Questa iniziativa portò il gruppo dossettiano a registrare un certo successo al congresso di Venezia del 1949, e la successiva apertura di una, per il momento abbastanza prudente, strategia riformistica che necessitava però di un sostegno unitario di tutto il partito, a maggior ragione dopo la contrastata adesione dell’Italia alla Nato, dopo gli incidenti alle Fonderie di Modena in cui vennero uccisi diversi operai  per mano della polizia e dopo un accorato appello sia di De Gasperi che del segretario Gonella. Dossetti era il capo della minoranza interna e non poteva sottrarsi all’assunzione di una responsabilità adeguata alla gravità del momento.
Anche in questo caso l’esperienza si concluse dopo meno di un anno con le sue dimissioni, questa volta però accompagnate da inevitabile clamore e conseguenze politiche per molti versi traumatiche.
E’ giusto aggiungere però che, in entrambe le occasioni, l’accettazione da parte di Dossetti di un impegno diretto nella segreteria del partito fu anche il frutto di un tormento di fondo che lo ha sempre accompagnato:
era giusto infatti assumere il dato dell’immodificabilità della natura della DC, partito sostanzialmente moderato, senza aver provato a cambiarla?
E poi: se era vero ciò che i dossettiani avevano sempre sostenuto, e cioè che la democrazia, dopo la lunga esperienza fascista, per affermarsi realmente avesse bisogno di una solida coscienza democratica nel popolo, perché rinunciare a utilizzare il partito come luogo in cui educare alla partecipazione democratica le masse, nella fattispecie e in particolare quelle cattoliche?
Ancora: se era vero quanto affermato dall’arcivescovo di Baltimora, cardinale Gibbon (citato da Dossetti anche in occasione del suo più importante intervento all’Assemblea Costituente) e cioè che: “Il secolo futuro sarà il secolo in cui la Chiesa non si accorderà con i Principi e i Parlamenti, ma si accorderà con le grandi masse popolari”, perché rinunciare a usare lo strumento che nelle democrazie è espressamente preposto a collegare lo Stato con le masse, il partito politico?
C’era infatti allora il rischio concreto, e Dossetti lo verificava giorno dopo giorno, di una riproposizione nei fatti del modello di democrazia liberale prefascista con la conseguente nuova estraneizzazione del popolo e il sostanziale tradimento della Costituzione e, a monte, della Resistenza.
Queste le ragioni che lo tormentavano e che alla fine, in entrambe le occasioni, lo indussero ad accettare di impegnarsi.
E come gestì Dossetti quelle esperienze di vice segretario della DC.?
Innanzitutto affrontò l’impegno con molta professionalità. Quando assumeva un impegno vi si dedicava totalmente, cercando di conoscere  e impossessarsi della natura dell’istituzione o del tema che gli erano affidati, facendosi normalmente aiutare da uno stuolo di esperti e studiosi, i migliori allora disponibili. Padroneggiare la materia per poterla modellare, riformare, finalizzare agli obiettivi preposti: questa era la sua regola.   Diversamente dal suo amico Aldo Moro che riteneva che  il pensiero e la parola contenessero già  in sé il farsi della politica e della storia, Dossetti riteneva che il pensiero e la parola fossero solo il presupposto di ogni azione la quale, per concretizzarsi, necessitasse di strumenti, strutture e istituzioni.
Questa a me pare  la chiave per capire l’impegno massiccio, meticoloso e puntiglioso, profuso da Dossetti nella costruzione del partito. Impresa particolarmente ardua, perché si trattava di realizzare un amalgama interno fra realtà e sensibilità molto diverse, si trattava di inventare una forma-partito “a-confessionale” ma ad “ispirazione cristiana”, autonoma ma contigua alla Chiesa, somigliante ma non simile alle altre DC nate o nascenti nel resto del mondo.
La mole e il “metodo di lavoro” di Dossetti erano veramente impressionanti, un metodo che sapeva affascinare e “conquistare” chi ne era coinvolto o anche solo chi l’osservava dall’esterno: insomma, si può ben dire che Dossetti abbia rappresentato un caso abbastanza raro di intellettuale e pensatore originalissimo capace di trasformarsi in realizzatore concretissimo come pochi, tanto quando lavorava in politica che quando lavorava nel Concilio o in Curia a Bologna.
Leggiamo ne “La coscienza del fine” alcuni appunti sugli esercizi spirituali del 1950 che ci aiutano a capire meglio: “Sempre più distaccato da ogni sottinteso personale, da ogni posizione o atteggiamento di prestigio, di affermazione delle mie idee o della mia persona. Prudente e paziente nelle attese e nei molti disappunti e contrasti…Costante, deciso, energico e concludente…Specificatamente e direttamente sempre rivolto a fare il bene dei poveri e degli umili, a soddisfare le esigenze di giustizia e di pace della povera gente, a sentire i gemiti degli afflitti, degli oppressi, dei disoccupati…” .
Perché, allora, abbandonò per la seconda volta la vicesegreteria nazionale e, di lì a poco, anche l’incarico di parlamentare?
Roberto Villa nel suo recente volume (“L’invenzione del partito”, ed. Zikkaron), pone la questione se realmente dette le dimissioni o fosse stato dimissionato.
Io penso che dette le dimissioni, nel senso che la sua fu una scelta a lungo meditata e radicata, una scelta dunque “sua personale”, seppur indotta dalla definitiva costatazione dell’immodificabilità della natura del partito, e dell’invincibilità del condizionamento di troppi ambienti “esterni”- a partire dalla Chiesa- nazionali e internazionali, non disponibili  a favorire quei cambiamenti cui aveva legato la sua permanenza in politica.
Fu Dossetti stesso a parlarne ai preti della diocesi di Pordenone-Concordia nel 1994: “La mia stagione politica è durata sette anni, mettendoci dentro anche il periodo della clandestinità; nel ’52 era già finita. Finita, si! Io ho deciso che fosse finita, e sono ancora profondamente convinto che dovesse finire e che sarebbe stato un grande errore proseguirla, perché non avrei raggiunto gli obiettivi che mi ripromettevo di raggiungere, e comunque avrei ingannato, illuso troppa gente”.
Ad Alberto Melloni, nel 1994, aveva già confidato: “ Io stavo dentro ma a certe condizioni. Avevo ambizioni per il partito, non per me, ma per il partito e il paese, sì. Invece è succeduta un’età in cui non c’erano più ambizioni se non per per sé,  per le proprie affermazioni personali.…”.
Mariano Rumor, in un’intervista al settimanale “La Discussione”, aggiunse invece che Dossetti,  sin dai primi momenti dell’impegno romano, gli confidò di aver deciso di farsi prete già durante la Resistenza, quando sull’appennino reggiano, nella chiesetta di Costabona (Villa Minozzo), fu costretto a forzare la serratura del  tabernacolo per poter assumere tutte le ostie consacrate  conservate nella pisside, nel timore di una possibile profanazione da parte delle truppe naziste in fase di avanzamento a tappeto in un’operazione militare di rappresaglia: “In quel momento lo decisi” .
Come si vede sono tante e profonde le ragioni, avvalorate nel tempo dall’interessato, che sono alla base di questo suo ritiro dalla politica. Ma, seppur diverse, non sono in contraddizione.
Mi sembra di potere affermare che Dossetti ha sempre ritenuta temporanea, cioè destinata a finire, la sua esperienza politica, ma la costatazione definitiva che il perseguimento dei  suoi obiettivi politici avrebbe richiesto un impegno molto lungo e compromessi troppo esosi, l’ha indotto a finirla in quel tempo, scelto da lui.
Conclusivamente vorrei dire che Dossetti è sempre stato un personaggio scomodo. Di lui per lungo tempo si è faticato a parlare sia in sede politica che ecclesiale. Fondamentalmente perché si era sempre posto come segno di contraddizione rispetto alla realtà, alla realtà dell’uso del potere in particolare, sia da parte della politica che da parte della Chiesa. Il tema del potere era centrale nella sua riflessione e nella sua esperienza. Dominare il potere (terreno privilegiato da Satana) con l’intelligenza e la fortezza, per non esserne dominati, è stata una delle sfide più importanti della sua vita.
Di lui poi colpiva, e intimidiva, la straordinaria intelligenza storica, la capacità di vedere e interpretare i processi in corso, grazie a una precisa attitudine a ordinare e nello stesso tempo relativizzare le decisioni. Per comprenderne il senso può essere utile ricordare quanto disse nel 1957 a un gruppo di ragazzi della Giac di Bologna “Non c’è possibilità di crescita della storia, nel senso in cui lo intende lo storicismo, perché non è possibile. Una volta che Cristo è venuto, è morto, è risorto ed è asceso, non si può più verificare qualche cosa che aggiunga qualche cosa a questo. Perché l’unico fatto veramente decisivo e riassuntivo è già verificato…”.
Ecco, con questa bussola, gli riusciva particolarmente facile  valutare le vicende del suo tempo con giudizi sempre definiti con nettezza.
Le vicende internazionali in particolare, che ha continuato a osservare anche dopo la scelta monastica, sempre preso come era dall’assillo della pace nel mondo, diventano così il terreno in cui eserciterà sino alla fine dei suoi giorni la sua testimonianza profetica di cristiano, di politico e da ultimo di monaco.
Forse questa intelligenza della storia e la fiducia nella Costituzione come garanzia e ancoraggio insostituibile per la nostra democrazia, rappresentano ancora oggi l’eredità più preziosa di un’esperienza politica per tante ragioni divenuta comprensibilmente inattuale, seppur sempre intrigante.

Aldo Moro, lo statista e il suo dramma. Intervista a Guido Formigoni

13bcbb6cover26474-jpegDOMANI al Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e delle alte cariche dello Stato, si svolgerà la Cerimonia per il Centenario della nascita di Aldo Moro. Lo statista pugliese è stato l’uomo più importante, dopo De Gasperi, per la democrazia italiana. La sua tragica fine, ucciso barbaramente dalle BR, segnò per sempre la storia dell’Italia repubblicana e della Democrazia Cristiana. Quali sono le radici politiche di Aldo Moro? Cosa ha significato Moro per la democrazia italiana? Di questo, e altro, parliamo con lo storico Guido Formigoni, Ordinario di Storia Contemporanea all’Università IULM di Milano. Formigoni è un conoscitore profondo della vicenda politica morotea. E’ appena uscita, per la casa editrice Il Mulino, una biografia sul leader democristiano: Aldo Moro, Lo statista e il suo dramma. (pagg. 490).

Professor Formigoni, il 23 settembre sono cento anni dalla nascita Aldo Moro, lei ha appena pubblicato una corposa biografia, per la casa editrice Il Mulino, sullo statista pugliese. Il suo è stato un lavoro profondo di ricerca archivistica. Quali novità storiografiche sono presenti nel suo libro? 

Ho tentato di dare un’immagine di Moro che tenga assieme gli aspetti diversi della sua personalità, come uomo, credente, intellettuale, giurista, marito e padre di famiglia, oltre che politico. Non è cosa semplice, soprattutto per la riservatezza del suo carattere, che ha lasciato poche tracce. Ma egli, pur essendo profondamente dedito alla sua vocazione politica, non ha mai voluto essere un “politico di professione”. Poi, ho voluto inserire la sua biografia su uno sfondo internazionale complessivo (le carte americane sono a questo proposito molto utili) e in una comprensione più articolata del dibattito politico interno alla Dc (soprattutto in alcuni momenti cruciali). La documentazione inedita aiuta a fare qualche passo avanti in questa direzione.
Devo anche dire che ho tentato di fare un lavoro che sia simpatetico con il personaggio (condizione necessaria per capirlo), ma non agiografico. Ho anche individuato alcuni limiti e soprattutto una tensione interna alla sua politica, che mi ha fatto usare il sottotitolo “Lo statista e il suo dramma”. Non solo il dramma dell’assassinio, ma della crescente difficoltà che egli sperimentò a far convergere tutti gli elementi della sua proposta politica.

Sicuramente dopo De Gasperi è l’uomo più importante nella storia della democrazia italiana. Qual era la sua visione della politica? Per alcuni, denigratori, rappresentava “gli arcani del potere”. Invece era l’uomo che guardava lontano, nel senso che capiva i movimenti profondi della società italiana. Perché questa dicotomia?

Il suo modo di far politica, e anche la sua peculiare leadership, erano in effetti complessi da capire. Non tanto per il luogo comune del linguaggio astruso (che gli fu cucito addosso: fu la stampa a confezionare addirittura alcune delle famose espressioni contraddittorie, come “convergenze parallele”). In realtà egli parlava con grande logicità e chiarezza, anche se non era certo un demagogo e forse era un po’ prolisso e qualche volta noioso. Ma il problema è più profondo. Da una parte egli capiva in anticipo molti problemi e sapeva dove voleva andare: aveva un progetto, un discorso sul ruolo dello Stato rispetto alla società e sul ruolo dell’Italia nel mondo, che erano indubbiamente lungimiranti. Ma aveva poi la convinzione che questo progetto andasse perseguito con grande prudenza e trainandosi per così dire un mondo che era lontano, distratto, problematico. Per non causare controreazioni pericolosissime (in un paese dalla democrazia fragile e incerta), non bisognava mai forzare. Costruire piuttosto lentamente il consenso. Qui stanno le origini sia di alcuni suoi grandi successi, sia di una possibile rilettura del suo ruolo come pigro insabbiatore delle novità, quando non riusciva a rendere palese che le sue lentezze erano mirate a non pregiudicare un obiettivo, e non semplicemente frutto di conservatorismo. Comunque, quando lo riteneva necessario, sapeva usare la battaglia e la durezza del confronto delle idee: si pensi alla lotta contro il ritorno indietro reazionario dei primi anni Settanta.

Moro è un “figlio” spirituale di Montini (che diventerà, poi, Papa Paolo VI). La sua era una spiritualità profonda, per certi versi, a mio modo di vedere, anche mistica. Quali sono le radici della spiritualità morotea?

Certo, abbiamo coscienza di un legame con la cultura montiniana e la sintesi tra fede e modernità che essa perseguiva. Però abbiamo poche tracce per indicare i tratti profondi e personali della sua spiritualità. Possiamo ricordare la frequentazione diretta del Vangelo fin da giovane, il piacere nell’incontrare il Concilio (anche se non ne parlò mai in pubblico), alcuni struggenti cenni di fede negli scritti dalla prigionia brigatista. Non so se si possa parlare di mistica, ma certo di una fede interiorizzata e vissuta, che ogni giorno guidava la vita.

Qual è stato il contributo più importante di Aldo Moro nella storia dei cattolici italiani?

Forse il suo impegno a costruire le premesse di una autonomia della Dc dalla Chiesa, costruita non su una laicizzazione qualunque, ma sulla coscienza di un’assunzione di responsabilità del laicato, nel dialogo onesto con la comunità cristiana tutta. La battaglia sul centro-sinistra (osteggiato dalla gerarchia) coincide con questo difficilissimo processo, che riesce a ottenere risultati importanti (anche se la generazione successiva alla sua non coltiverà molto tale assetto). La sua idea di ispirazione cristiana come “principio di non appagamento” e stimolo interiore verso la giustizia, espressa nel congresso della Dc del 1973, è il risvolto ulteriore di questa coscienza forte di una unità tra fede e vita non giocata sul richiamo confessionale, ma piuttosto sulla coerenza delle scelte quotidiane.

Quest’uomo mite aveva molti nemici (dagli Usa alla destra cattolica). Dove nasce quest’odio? Cosa faceva paura di Aldo Moro?

Non solo la destra cattolica, ma tutta la destra. Pensiamo alla P2. Pensiamo a una certa stampa ferocemente a lui avversa. Nel caso degli Stati Uniti bisogna distinguere: da una parte c’è la vera ostilità preconcetta di Kissinger, dall’altra invece ci sono ambienti politici e diplomatici che percepiscono la sua capacità politica e lo stimano e apprezzano (soprattutto nel mondo progressista kennediano). Nei suoi nemici c’era probabilmente proprio la consapevolezza che egli guardava altrove e che poteva riuscire a realizzare progetti di cambiamento, non era solo un innocuo utopista. In questo senso era percepito come più pericoloso di altri: era un vero statista, non un predicatore qualunque.

L’idea di Moro sulla DC era un’idea riformista e progressista, pur nei limiti della struttura del partito. E’ così?

Beh, lui si rende conto che la Dc è (degasperianamente) un partito composito che deve stare al centro del sistema e garantire in qualche modo il suo equilibrio complessivo. Cioè appunto la sua lenta trasformazione verso il modello dello Stato sociale previsto dalla Costituzione. In questo senso la Dc per lui va guidata dall’interno con abilità e prudenza, senza forzature, portandosi dietro possibilmente tutto il moderatismo. Per questo spesso interloquisce con le correnti della sinistra interna, ma solo tra il 1969 e il 1973 si fa mettere nell’angolo con le sinistre: lui voleva piuttosto gestire in modo progressista un partito ambivalente, non fare semplicemente testimonianza dall’opposizione.

La “terza fase”, il disegno politico-strategico moroteo, si interruppe con la sua tragica fine. Quale sarebbe stato lo sviluppo della democrazia  italiana?

Questo è difficile dirlo. C’è una controversia sul modo di intendere il progetto della terza fase. Recentemente molti hanno messo l’accento sulla sua volontà di fermare l’avanzata comunista, di logorare il Pci in mezzo al guado. Io non credo sia da leggere in questo modo. E’ chiarissimo da tutte le fonti che egli non pensi al governo insieme al Pci: non accetta la proposta berlingueriana del compromesso storico.
Pensa che non sarebbe accettabile né nel paese né a livello internazionale, e soprattutto vede ancora la lentezza del processo di ripensamento del partito comunista. Ma pensa necessaria una fase di avvicinamento e rilegittimazione reciproca per coinvolgere il Pci più radicalmente sul terreno della difesa delle istituzioni democratiche, in modo da favorire il suo processo di revisione ideologica e politica. Al fondo di questo percorso forse ci sarebbe stato il superamento della “democrazia diffiicile” segnata dall’impatto delle guerra fredda. Ma non è certo facile immaginare in che modi e in che tempi.

A quasi 40 anni dalla sua morte resta sempre la domanda: perché fu ucciso?

Sicuramente fu ucciso dalla follia brigatista che vedeva in lui ben più di un semplice simbolo del potere democristiano, ma propriamente colui che poteva stabilizzare la democrazia (con il suo dialogo con il Pci, ma anche con la sua attenzione ai movimenti sociali post-sessantottini). Poi, è evidente che i cinquantacinque giorni sono ancora un buco nero in cui non sappiamo tutta la verità, nemmeno su aspetti molto banali e concreti (la prigione, i tempi…). Per cui c’è la sensazione che sull’azione delle Br forse si sia innestata anche la volontà di altri ambienti che odiavano il suo ruolo politico. Si è spesso citato la Cia o il Kgb (senza nessun appiglio diretto in realtà). Forse sarebbe anche da guardare a centri di potere interni alla società italiana, che condizionavano ad esempio la passività degli apparati di sicurezza…

Cosa resta della sua lezione politica?

A tratti sembra di essere ormai troppo lontani dai suoi giorni per poter parlare di una lezione viva. Anche perché purtroppo la sua assenza non ha aiutato una continuità delle sue intuizioni, dei suoi metodi e della sua ispirazione. Ma credo senz’altro che anche la politica attuale potrebbe imparare dalla sua capacità di intuire i problemi storici senza farsi condizionare troppo dall’attualità, dalla sua volontà di usare in modo mite la parola e la ragione per ricondurre sempre le tensioni su un terreno di dialogo e di crescita della democrazia, della sua arte della mediazione non finalizzata alla propria sopravvivenza, ma all’evoluzione lenta e sicura di un sistema fragile come la democrazia italiana.

Carlo Donat-Cattin uomo di Stato e leader della Dc. Un testo di Francesco Malgeri

Oggi, nel pomeriggio, al Senato in aula Koch, si è svoto un convegno, nel 25° anniversario della sua morte, per ricordare la figura di Carlo Donat Cattin. Il leader della sinistra sociale della Dc. Grande figura di sindacalista, cresciuto alla scuola di Pastore, è stato un protagonista della politica italiana della “Prima Repubblica”. Al convegno, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sono intervenuti il Presidente del Senato Pietro Grasso, il professor Francesco Malgeri – che ha tracciato un profilo storico dell’uomo di Stato – Franco Marini, Emanuele Macaluso, Maurizio Sacconi e Pierferdinando Casini.

Di seguito pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, il testo dell’intervento del Professor Francesco Malgeri, grande studioso del cattolicesimo politico italiano.

Signor Presidente della Repubblica,
Signor Presidente del Senato, Signore e signori,

A venticinque anni dalla morte, ricordiamo oggi un uomo che ha lasciato un segno profondo nella storia dell’Italia repubblicana. Formatosi, sin dagli anni Trenta nell’associazionismo cattolico a Torino, ebbe parte attiva nella Resistenza, e, nell’immediato dopoguerra, lo troviamo al centro delle battaglie sindacali, giornalistiche e politiche in Piemonte. Nel corso degli anni Cinquanta, il suo nome è già al centro della vita politica e sociale nazionale. Sono anni segnati da un aspro confronto ideologico tra le forze politiche, ma anche carichi di attese e speranze, grazie ad una straordinaria accelerazione dello sviluppo economico del nostro paese, e, sul piano politico alla svolta del Centro-sinistra, con l’inserimento nell’area di governo del partito socialista che, rompendo lo schema frontista, si propose come forza politica disponibile all’incontro e alla collaborazione con i partiti di democrazia laica e cattolica. Un processo che avvenne in un quadro internazionale segnato da importanti novità: la destalinizzazione in Unione sovietica, le rivoluzioni polacche e ungheresi, il processo di distensione avviato da Kruscev, la presenza di Kennedy alla Casa Bianca e la grande svolta nella storia della Chiesa, con Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II.

E’ in questo contesto che Donat-Cattin entrò a pieno titolo nella vita politica nazionale come consigliere nazionale della Dc dal 1954 e membro della direzione del partito dal 1959. Raccogliendo l’eredità di grandi leader sindacali come Rapelli e Pastore, Donat-Cattin divenne, in seno alla Democrazia cristiana, la guida indiscussa della Sinistra sociale, che dal 1964, con “Forze Nuove”, assunse la fisionomia di “gruppo di pressione sindacale” nel partito, acquistando sempre più una “precisa qualificazione politica”1. La Sinistra sociale fu espressione di una scuola, una cultura, un pensiero, che affondava le sue radici nella storia del cattolicesimo sociale italiano, animato da una intransigenza e da un impegno etico che mai venne meno2. Eletto deputato nel 1958, la sua presenza in Parlamento proseguì per ben trentatré anni, per otto legislature, fino al 1991, di cui le prime cinque alla Camera e le ultime tre al Senato. Nel dicembre 1963, cominciò per Donat-Cattin anche una lunga e intensa attività di governo: sottosegretario alle Partecipazioni statali nei primi tre governi di centro sinistra, guidati da Moro, fino al giugno 1968, fu, in seguito, ministro del Lavoro, del Mezzogiorno, dell’Industria, della Sanità, concludendo il suo iter governativo con il ritorno, nel 1989, al Ministero del Lavoro.

Donat-Cattin credette nel Centro-sinistra come reale strumento di trasformazione politica, sociale ed economica del paese, per costruire uno “stadio più alto di civiltà” e avviare sostanziali riforme, superando da un lato la logica del profitto capitalistico e dall’altro il collettivismo di ispirazione marxista. Si coglie in lui l’esigenza di dar vita ad un sistema economico in grado di offrire all’uomo, al lavoratore, uno sviluppo non alienante, ma costruito sulla base di equilibri ispirati al rispetto della persona e dei valori più profondi che devono guidare la convivenza civile. Con la nomina, nell’agosto del 1969, a Ministro del Lavoro nel secondo governo Rumor (confermato nel 3° e nei successivi governi di Colombo e di Andreotti, sino al giugno 1972) spettò proprio a Donat- Cattin gestire la drammatica situazione segnata dall’esplodere delle agitazioni operaie del 1969, di quell’“autunno caldo” che era conseguenza della crisi determinata dalla conclusione del processo espansivo dell’economia italiana. Un momento delicatissimo, segnato, tra l’altro, anche dalla contestazione giovanile e dall’emergere del terrorismo e della strategia della tensione. Fu lui portare a conclusione nel 1970 l’iter legislativo – avviato dal suo predecessore, il socialista Giacomo Brodolini – dello Statuto dei lavoratori. Donat-Cattin ebbe a definirlo “un fondamento dello Stato democratico” e “il completamento del sistema di libertà” nel nostro paese. Agli attacchi di chi attribuiva alla legge un orientamento demagogico e populista, replicava definendo lo Statuto “il riconoscimento al cittadino lavoratore dei diritti personali di libertà anche quando svolge attività produttiva dipendente”. In questi anni strinse un rapporto di reciproca stima e amicizia con Aldo Moro, che Donat-Cattin definì “l’unico uomo strutturalmente aperto a sviluppi della democrazia fuori da una logica di semplice difesa del potere della Dc”3. Questo rapporto, fino alla tragica morte dello statista pugliese, evidenzia un confronto intenso e profondo. Può apparire singolare questa amicizia tra due personalità così diverse e a loro modo così forti. La formazione sociale e sindacale di Donat-Cattin, forgiatasi nella durezza degli scontri e delle battaglie del movimento operaio, forse mal si conciliava con la sofferta riflessione culturale e politica di un intellettuale del Mezzogiorno, che non era diretta espressione della tradizione del cattolicesimo sociale. Ciò che li univa era soprattutto una visione della democrazia che si misura nel rapporto con la società, con le sue attese e le sue richieste. Lo affascinò di Moro la capacità di lettura e interpretazione dei fenomeni sociali, a partire da quel discorso del novembre 1968, ove, di fronte ai movimenti che stavano investendo in quei mesi la società e la scuola italiana, parlò di “tempi nuovi “, del “moto irresistibile della storia” e di una “nuova umanità che vuol farsi”. Dal suo canto Moro mai cercò di depotenziare la Sinistra sociale, considerandola “un elemento decisivo e insostituibile per caratterizzare in senso popolare l’attività politica della Con Moro Donat-Cattin si confrontò nelle fasi più delicate della storia della Repubblica. Proprio nel 1968 fu Moro a dissuaderlo dall’idea di uscire dal partito per dar vita ad un nuovo soggetto politico. Quando poi, dieci anni dopo, Moro, con il discorso ai gruppi parlamentari del 28 febbraio 1978 indicò la strada della solidarietà nazionale e della convergenza parlamentare con i comunisti, Donat-Cattin sciolse le sue riserve dopo un intenso e severo confronto con il Presidente della Dc, giudicando poi un vero “capolavoro politico” il modo in cui era riuscito a realizzare quel disegno. Di lì a poco vennero i giorni di scelte difficili e sofferte, di fronte alla sorte dell’amico vittima della violenza terroristica. Le lettere e gli scritti di Moro dal carcere lasciarono un segno nell’animo di Donat-Cattin. Quelle parole, a volte crude e pesanti, svelavano, a suo avviso, “pagine tristi di uno squallido mondo del potere”. Quelle pagine, scriveva con la sua consueta franchezza ed asprezza, “scavano giudizi contro il sistema e contro di noi democratici cristiani”. E sulla incapacità di salvare la vita al suo amico ci ha lasciato un interrogativo inquietante: “Potevamo essere meno rigidi? Dovevamo agire di più, inventare, sommuovere, minacciare, ritorcere, pagare, pregare di più per ottenere la salvezza? […] un malessere mi percorre e un senso di colpa personale e di pena mi stringe. Da allora il cuore sarà inquieto per sempre”5 Nei mesi successivi, quando entrò crisi la solidarietà nazionale, Donat-Cattin fu contrario ad un possibile coinvolgimento del Pci nell’area di Governo. Com’è noto, fu lui a scrivere il testo del “preambolo” al congresso di Roma del 1980. Nell’atteggiamento di Donat Cattin emergeva non solo il rifiuto dello Stato inteso come “economia statizzata e burocratizzata” ma un rischio, a suo avviso fatale per la democrazia, giudicando l’ipotesi di un governo Dc-Pci, come “una maggioranza pressoché unanimistica, con tutti e due i piedi dentro la ‘democrazia consociativa’ senza controllo, slittante verso la strategia incontrollabile di piccoli gruppi dirigenti”6. Ed infine non trascurava il pericolo di una alleanza nella quale la Dc doveva assumere il ruolo di polo moderato.

Carlo Donat-Cattin morì il 18 marzo 1991, in un periodo in cui la vita politica italiana stava vivendo quella delicata fase di passaggio che prelude alla crisi del sistema dei partiti, nato nella stagione della Resistenza e della Costituente. Un sistema che, per quasi mezzo secolo, aveva retto le sorti della Repubblica. Prima ancora che il ciclone di tangentopoli venisse a travolgere molti uomini e cose della vecchia Italia, Donat-Cattin comprese chiaramente che la crisi che investiva i partiti era anche crisi morale: la degenerazione era il risultato del venir meno delle “tensioni” e delle “ragioni ideali” dell’azione dei partiti. Il sistema dei partiti era degenerato – scrisse – “al livello della moralità media (scarsa sempre più scarsa) del Paese”, chiedendosi anche se avesse contribuito al degrado il permanere al governo per molti decenni degli stessi partiti, in primo luogo della Democrazia cristiana. Anche se non visse la fase conclusiva della crisi del sistema politico italiano, fu in lui chiarissimo il timore di un cambiamento che poteva abbassare il livello democratico della vita politica, determinare possibili derive plebiscitarie, con un peso eccessivo e invadente del potere economico e finanziario.

Restano oggi a noi i risultati della sua intensa presenza nella storia politica del nostro Paese e nella vita del suo partito. Se in quegli anni si è costruito in Italia uno Stato sociale che sanò antichi squilibri, offrendo ai cittadini più deboli il supporto e il sostegno delle istituzioni pubbliche, non poco pesò la pressione e l’azione svolta dalla Sinistra sociale e dal suo leader. Un riconoscimento che col passare degli anni sembra correre il rischio di diventare una colpa, ma che Donat- Cattin intese difendere sempre con grande convinzione. Intervenendo al XVI Congresso del partito nel 1984 ebbe a dire: “Si afferma che noi abbiamo contribuito a costruire lo Stato sociale e che noi non vogliamo distruggerlo. Noi siamo del tutto coscienti della crisi dello Stato sociale […]. Ma il tema centrale è il rapporto tra il sociale e l’economico, perché la spesa sociale non è un lusso, ma è un bisogno dell’uomo del nostro tempo, dell’uomo a reddito medio basso, che non c’è ragione di mettere in condizioni diverse da chi ha altri livelli di reddito”7. Se, infine, la Democrazia cristiana nella sua lunga storia non è stata un semplice collettore di consenso elettorale, ma è stata anche espressione di una cultura, di un pensiero e di partecipazione convinta di classi sociali appartenenti al mondo del lavoro, che ne hanno qualificato la fisionomia interclassista, lo si deve anche e soprattutto a Donat-Cattin. C’è una pagina molto bella, nella quale spiegò la natura articolata e complessa del suo partito. Intervenendo alla Camera il 12 agosto 1979 ebbe ad affermare: “Siamo cresciuti nel solco tracciato per faticosi decenni nella gleba dell’Italia contadina, tra le minoranze cattoliche dei quartieri operai e degli opifici di vallata della prima e della seconda industrializzazione, nel popolo minuto dedito all’artigianato e al commercio, nella schiera interminabile di educatori, intellettuali, uomini di pensiero, nella più ristretta schiera di imprenditori, di scienziati, di ricercatori chiamati alla vita sociale dalla ispirazione cristiana. Siamo popolo nell’accezione sociologica, chiamato alla politica secondo una spinta partita dalla base del mondo cattolico, alla conquista di una dimensione laica”. Non va infine dimenticato quanto contarono per lui i valori, i princìpi, le istanze ideali, che devono nutrire l’impegno politico e sociale. Il richiamo ai valori profondi, “per i quali vale la pena di vivere e sacrificarsi fino in fondo”, confessò di averli assorbiti nella sua casa paterna, “dove l’intransigenza della fede si sposava al più inflessibile antifascismo” e tra gli “amici e compagni d’arme della Resistenza”. Ed aggiunse: “Occorre il recupero civile di vessilli morali precisi e trascinanti, quel che Moro chiamava ‘un nuovo senso del dovere’, quel che Solženicyn lamenta come assenza quasi totale nell’Occidente consumistico e materialistico. Senza quel recupero costruiremmo ogni giorno qualche fantasma nel vuoto”8.
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1 La mia DC. Intervista a Donat Cattin di Paolo Torresani, Vallecchi, Firenze 1980, p.
2 Atti del VII congresso nazionale della DC, Cinque lune, Roma 1961, p. 314.
3 La mia Dc, cit., p. 35.
4 N. Guiso, Carlo Donat-Cattin. L’anticonformista della sinistra italiana, intervista a Sandro Fontana, Marsilio, 1999, pp. 54-5.
5 C. Donat-Cattin, Quell’uomo, trent’anni per l’Italia. Una vita per la politica, “La Gazzetta del popolo”, 16 marzo 1979.
6 La mia DC, cit., pp. 63-5.
7 Atti del XVI congresso nazionale della Democrazia cristiana, Spes-Dc, Roma 1985, p.
8 La mia DC, cit., pp. 117, 138.

“La Legge e la Coscienza”. Un testo di Pierluigi Castagnetti in ricordo di Mino Martinazzoli.

martinazzoli_620x410Di seguito pubblichiamo il testo del Discorso, tenuto a Brescia lo scorso 4 settembre,  in occasione del IV anniversario della scomparsa di Mino Martinazzoli durante la presentazione del libro “La legge e la coscienza”.

Ricordare Mino Martinazzoli qui a Brescia è sempre una emozione. Farlo in occasione della presentazione di tre suoi importanti testi che rappresentano quello che giustamente Tino Bino definisce il suo “testamento spirituale”, lo è ancor di più.

Se è vero infatti che il suo testamento politico è racchiuso nei suoi interventi congressuali e in quelli parlamentari, non c’è dubbio che nei testi che presentiamo stasera è contenuta l’essenza del suo pensiero più profondo che trascende, comprendendola, la lezione di una vita spesa per le istituzioni.

Nella prefazione Tino Bino rivela poi due episodi dei suoi ultimi giorni, molto toccanti, che illuminano la sua morte. Una morte silenziosa, dignitosa, avvolta nel mistero e nella speranza, che ne rende ancora più grande la statura umana e fa venire alla mente un verso di uno dei suoi poeti più frequentati, Giorgio Caproni,

…l’uomo che se ne va

e non si volta: che sa

d’aver più conoscenze

ormai di là che di qua…(1)

Mino è sicuramente stato una delle personalità politiche più importanti e originali della nostra repubblica, il cui carisma era legato, oltrechè a una particolare intelligenza della storia, alla sua capacità di parlare cesellando le parole, levigandole, approfondendone il valore e il significato. Per lui, come per il suo maestro Aldo Moro, la parola era la politica, la responsabilità della politica e degli uomini.

Ne troviamo conferma anche in alcune mirabili pagine di questo volume a proposito del sostantivo “nicodemismo”, scavato in profondità sino a rilevare l’inganno di una immagine attribuita al grande rabbi come l’uomo della visita notturna a Gesù, anziché come l’uomo che si è fatto interpellare in profondità dall’ insegnamento del suo interlocutore sino a farlo proprio, seppure nella sofferenza del dubbio e della non completa comprensione.

Martinazzoli era un seduttore del pensiero.

Con la parola catturava l’intelligenza dei suoi ascoltatori e interlocutori, li  trascinava lungo percorsi argomentativi anche impervi per costringerli all’approfondimento e al confronto; basterebbe ricordare il silenzio pensoso con cui erano seguiti i suoi interventi in parlamento. Per evocare una immagine classica, si può dire che nel suo discorso c’era l’ispirazione di Peitho e di Charis, le dee della persuasione e della grazia, poiché ciò che convince, come osserva Christian Meier, non sono semplicemente “le argomentazioni, ma qualcosa che va al di là di queste: la maniera di formularle, di esprimerle, il modo di presentarsi in pubblico, in definitiva la grazia, in cui spiritualità, spontaneità e consapevolezza, misura e libertà si uniscono “(2).

Di lui  è stato detto che fosse un intellettuale prestato alla politica. Io preferisco dire, parafrasando ciò che scrisse Achille Ardigò a proposito di Giuseppe Dossetti (3), che “in lui c’era l’intellettuale nel politico e il politico nell’intellettuale”, per rispettare e rendere onore a una persona che – giustamente-  ha sempre rifiutato l’idea di  non essere pienamente politico.

Mi soffermerò su ciò che più mi ha colpito nei  testi raccolti nel volume “La legge e la coscienza”, al di là dell’intrigante e sempre attuale conflitto fra la coscienza, la legge, il potere.

I tre testi sono apparentemente molto diversi, ma uniti dalla stessa ricerca sulle questioni di fondo che ha accompagnato Martinazzoli per tutta la sua esistenza e che io riduco a due: il senso della vita e il senso della democrazia.
Sì perché, pur essendo vero che almeno i primi due testi trattano di personaggi biblici, non è men vero che, dopo un’accurata esegesi del testo sacro, Martinazzoli lo contemporaneizza, lo fa parlare dei nostri problemi, senza forzature, quasi per un naturale sviluppo di un pensiero coltivato nella sua radice più lontana e portato a maturazione lungo il cammino della storia successiva. Qualcuno potrebbe sospettare in questa supposta piegatura del discorso un tentativo di riflesso autobiografico. Conoscendo Martinazzoli mi sento di negarlo: la sua sobrietà e il suo pudore glielo impedivano. E’ giusto invece cogliere un suo personale riconoscersi nella profondità e originalità di tali personaggi.

Martinazzoli non nasconde infatti la sua simpatia per Mosè, Nicodemo e Manzoni, proprio perché, dopo averne indagato in profondità lo spessore, vi ha trovato sofferenze spirituali e morali largamente condivise.

La solitudine innanzittutto.

“E’ un grande e solitario italiano – scrive infatti -il cittadino Alessandro Manzoni. Impolitico non perché ignorasse Macchiavelli ma perché non gli riusciva di comprendere un potere disgiunto dalla ragione morale”.
Così come dice di sentire il dovere di “pronunciare l’elogio di Nicodemo, della sua discrezione, persino dei suoi dubbi e della sua ambiguità”.

Ma è soprattutto attorno alla figura di Mosè che io colgo la suggestione, che  molto lo intriga, del peso e della sofferenza per la sua destinazione profetica. Perché, viene da chiedersi, l’aspetto tragico del servizio della parola, della profezia, viene sottolineato nella figura di Mosè piuttosto che in quella di altri grandi profeti, come Abramo ad esempio?  Andrè Neher, il grande rabbino francese, dà questa risposta: “Perché il profeta secondo Abramo è un individuo, il profeta secondo Mosè è inserito nella storia di un popolo. Abramo è il profeta da solo, è da lui che nasce il popolo; la missione di Mosè, invece, lo introduce nell’ambiente di una comunità umana… E allora necessariamente si crea il conflitto, la lotta concreta, il dialogo con gli uomini. Ed è un dialogo molto difficile e molto differente dal semplice dialogo con Dio, perché è molto più sottomesso al rischio dello scacco” (4).

Profeta del popolo e con il suo popolo, dunque.

Potremmo cogliere proprio in ciò la ragione della simpatia di Martinazzoli il quale, non a caso, pur scegliendo, per una sua postura caratteriale e in parte soffrendone, una certa solitudine, mai ha considerato la possibilità di un’esperienza umana e politica disgiunta da quella di una comunità, di un popolo. Il popolarismo per lui era esattamente questo: la scelta di camminare fra il popolo e insieme al popolo, costasse pure – e Dio sa quanto gli costò – sofferenze, incomprensioni e conflitti.

Un’altra suggestione che attraversa i tre testi è quella della rinascita.

Nei suoi discorsi politici Martinazzoli parlava spesso dell’esigenza di un ricominciamento, che è una declinazione meno impegnativa e più storica, anche se non rinunciava all’idea che a questo nostro tempo fosse necessaria una vera e profonda conversione culturale ed etica, diciamo pure antropologica. Sul testo del vangelo di Giovanni a proposito di Nicodemo, Martinazzoli indugia molto sulla risposta che Gesù dà alla domanda del suo interlocutore (“Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?): “Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio…Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque nato dallo Spirito”. Mistero. Fede. Dubbi. Fascino. E proprio su questi interrogativi di Nicodemo, solo due giorni fa su Avvenire, scrivendo del Giubileo e delle ultime sorprendenti e profetiche prescrizioni a suo riguardo di papa Francesco, Pierangelo Sequeri chiosa: “Si può rinascere dall’impossibile. Non è la perfezione che cambia la storia: sarebbe già affondata. E’ la conversione che la cambia. La cambia individualmente e anche collettivamente” (5).

Per “rinascere di nuovo, si tratta effettivamente di tornare nel grembo: in quello di Dio, però, e non in quello della propria madre “(6).
Tornando al Mosè, vorrei brevemente soffermarmi sul percorso singolarissimo impresso da Martinazzoli ai testi del Pentateuco, per sospingerli nei meandri più intriganti del dibattito aperto, oggi ormai in tutto il mondo potremmo dire, sulla crisi della democrazia. Se la sua intenzione fosse stata quella di fare una lettura politica del testo biblico avrebbe potuto soffermarsi forse sui tanti spunti offerti dai dialoghi di Mosè con il faraone alla ricerca, come ha fatto in modo memorabile p. Carlo M. Martini (7), del loro insospettato valore politico, ma soprattutto alla ricerca del “faraone che è in noi” e del “Mosè che è in noi”.
E invece no, Martinazzoli rumina sino a sminuzzarlo il testo, senza volere distaccarsene, facendosi trascinare quasi senza intenzione: dalle tavole alla legge, dalla legge alla libertà, dalla libertà alla democrazia, partendo dalle “profondità minerali della storia” e, camminando attraverso i classici greci, su su sino a Heghel e Kafka, per arrivare a cogliere il definitivo salto di qualità del modello democratico moderno quando esso ha potuto configurarsi come “patto fra eguali”. Le tavole di Mosè evidentemente centrano con questa eguaglianza. “Giunti a un’epoca della storia – scrive – che dichiara come diritto la dignità di ogni creatura, non dovremmo indietreggiare”. (E invece proprio le cronache di questo tempo  che ci parlano dei flussi nuovamente biblici dei migranti, ci descrivono un maledetto indiettreggiamento che mette a dura prova la nostra capacità di “restare umani”). Martinazzoli ha ben presente, lo ha sempre avuto sin da quando lo ha scoperto, che “la dolorosa fondazione del fondamento” di quel patto fra eguali ha portato l’”inaudita potenza speculativa” di Antonio Rosmini (come l’ha definita Giuseppe Capograssi) a individuare nella persona la ricapitolazione di tutto, di ogni diritto, essendolo essa stessa: “non la persona ha il diritto, ma la persona è il diritto”.
In questo principio rosminiano è racchiuso tutto il sistema di pensiero di Martinazzoli, dell’uomo, del politico e dello statista.
Alcune altre figure, non moltissime per la verità, possono essere indicate come i suoi punti di riferimento: Sturzo, De Gasperi, Moro, Tocqueville, Montini e Manzoni appunto. Ma questo punto solido, questa pietra angolare su cui appoggia buona parte dell’antropologia e della filosofia rosminiana lo ha veramente conquistato.
Giuseppe Capograssi è il filosofo del diritto che, insieme a Leopoldo Elia costituzionalista e Mino Martinazzoli uomo più dedicato alla politica, ha contribuito a sviluppare il personalismo rosminiano.
Capograssi in particolare, pensatore molto stimato da Mino, ne ha fatto una sintesi assunta anche dagli altri due quando ha definito la persona come un’individualità infinita che ha bisogno del rapporto con gli altri, attraverso l’immersione nella storia, per raggiungere la sua pienezza; ma , nello stesso tempo, “proprio perché la persona è il diritto, la storia è storia di legislazioni, di istituzioni, di ordinamenti e di coazioni, l’affermazione positiva e volontaria che essa fa di se stessa nella individualità originale ed insostituibile della sua vita in mezzo al concreto” (8)

Queste considerazioni ci hanno portato al largo se ripensiamo i punti da cui siamo partiti.
Il viaggio di Mosè a un certo punto finisce, quantunque incompiuto.
Il prudente capo ebreo Nicodemo si trova imprevedibilmente a raccogliere il corpo crocefisso di Gesù.
Manzoni si trova solo a contemplare impotente le ragioni di una ingiustizia inopinatamente consentita dal Signore della storia.
Tre figure che costringono a riflettere sull’imperscrutabilità delle ragioni e delle circostanze che sottendono i diversi destini personali.

A Martinazzoli è toccato quello di una leadership politica non cercata ma non rifiutata, accompagnata da una incolpevole solitudine che non è mai degenerata in isolamento, non foss’altro  per le sue frequentazioni intellettuali, di uomini e autori, cui è stato chiesto di porre i sigilli sulla fine di una esperienza politica in cui più di altri aveva creduto. Lo ha fatto conservandone l’essenza, anzi risalendo alle radici primigenie per trovare quelle gocce di linfa generativa necessarie a chi, venendo dopo di lui, avesse avuto l’ambizione se non di una rinascita almeno di un ricominciamento o di una reinvenzione.

Per arrivare poi alla conclusione, valida per lui e per noi tutti, che “Amare il proprio destino, assumerne tutto lo spazio di libertà e di responsabilità: questa è forse, la ventura delle venture”.

 

NOTE

1) Giorgio Caproni, “Tutte le poesie”, senza titolo, Garzanti ed.
2) Christian Meier, “Politica e Grazia”, Il Mulino
3) “Di Dossetti si può dire che c’era il monaco nel politico, e il politico nel monaco”
4) André Neher, “L’essenza del profetismo”, Marietti ed.
5) Pierangelo Sequeri, “La Chiesa sfida anche se stessa”, Avvenire, 2 settembre 2015
6) Pino di Luccio s.j., “Qoèlet, Nicodemo e la vita eterna”, La Civiltà Cattolica, n. 3958 del 30 maggio 2015
7) Carlo Maria Martini, “Vita di Mosè”, Borla ed.
8) “Il diritto secondo Rosmini”, citato in Giorgio Campanini, “Giuseppe Capograssi, nuove prospettive del personalismo”, Studium ed.

dal sito:  www.pierluigicastagnetti.it