ADDIO A GIOVANNI AVENA, CRONISTA E CRISTIANO RIGOROSO. UN TESTO DI VALERIO GIGANTE

 

 

Nella giornata di ieri, presso la sua casa di Ciampino a Roma, si è svolta una breve cerimonia laica di commiato a Giovanni Avena. La morte di Giovanni Avena è avvenuta nella tarda serata di sabato scorso. Per chi si occupa di informazione religiosa Giovanni era un grande punto di riferimento. Infatti è stato il riformatore della prestigiosa agenzia di stampa ADISTA. Una combattiva testata di informazione religiosa, che ha fatto dell’indipendenza da ogni potere la sua cifra più alta. Giovanni era un giornalista rigoroso, e la sua conoscenza delle fonti lo rendeva prezioso a molti vaticanisti . Per me era anche un amico. Un amico generoso. Lo voglio ricordare con le belle parole di Valerio Gigante, dell’Agenzia Adista, scritte il giorno dopo la sua morte. Informo, inoltre, che Il 23 settembre, nel salone della Comunità di Base di San Paolo alle ore 17, ci sarà un incontro su di lui.

 

Nel momento in cui lo scriviamo ci pare impossibile. Eppure la lunga malattia che ne ha segnato gli ultimi anni di vita ci avrebbe dovuto preparare. Da ieri, 4 settembre, Giovanni Avena non c’è più. Si è spento serenamente, verso le 23.

Giovanni Avena non ha fondato Adista, ma è come se olo avesse fatto. Se non l’ha fondata, l’ha rifondata. È stato infatti tra i protagonisti della trasformazione della testata (1979) da agenzia della Sinistra Indipendente a cooperativa di soci impegnati nell’idea di una informazione libera dai condizionamenti del potere economico, ecclesiastico, partitico, profondamente incarnata in una prospettiva evangelica, di sinistra, laica e pluralista.

In questi casi si dicono spesso frasi tipo “senza Giovanni Adista perde una parte importante della sua storia”. Ma non è così. Adista è Giovanni, nel senso che il suo contributo ha profondamente cambiato il giornale e la vita di ciascuno di noi che lo ha incontrato, conosciuto, stimato. Ciascuno di noi del collettivo di Adista porta dentro qualcosa della sua testimonianza umana, politica ecclesiale. E ogni giorno nel lavoro che facciamo, nelle relazioni che abbiamo, qualcosa di Giovanni  vive attraverso di noi. Nulla di lui è perduto, se non la possibilità, che abbiamo avuto anche nel lungo periodo della sua malattia, di confrontarci con lui, di avere il suo punto di vista sulle vicende attuali, sulle questioni della gestione della cooperativa, sulle iniziative da prendere per rilanciare la nostra informazione.

Giovanni era nato nel 1938. È stato per molti anni prete e parroco. A Palermo, dove divenne parroco della parrocchia del Cuore eucaristico di Gesù in corso Calatafimi, (1971), poco dopo che il card. Pappalardo – che inizialmente lo teneva in grande considerazione – era diventato arcivescovo della diocesi, era un prete stimato e di grandi prospettive. Poi le sue posizioni (a livello politico ed ecclesiale, a partire dalla sua posizione a favore del divorzio) gli alienarono progressivamente il favore della Curia. A ciò si aggiungeva la sua posizione intransigente rispetto al malaffare della Democrazia Cristiana e al connubio tra Chiesa, politica, criminalità mafiosa.

Ma soprattutto, la vita di Giovanni cambiò il giorno in cui volle entrare nell’’ospedale psichiatrico che era collocato proprio al centro del territorio parrocchiale, tra via Pindemonte e via Giuseppe Pitrè, che erano esattamente i confini della parrocchia. Divenuto parroco, il suo primo pensiero fu di entrare in quella struttura, con lo stesso spirito con cui voleva entrare nelle case dei parrocchiani per far fare amicizia aprire un dialogo con loro.

Si accorse di una situazione ai limiti dell’immaginabile, oltre ogni concetto di dignità umana. Giovanni iniziò così una lunga battaglia per i diritti umani calpestati di quei malati che nemmeno venivano considerati esseri umani. Lì dentro, anche tanti bambini. Bambini dai 7-8 anni in su.

Attraverso il suo impegno e con molta fatica Giovanni riuscì a far uscire, almeno per qualche ora, alcuni dei malati reclusi, a fargli fare qualche attività, mettendoli in contatto con la parrocchia e il quartiere. Nel frattempo, saldando la sua iniziativa anche con le lotte di Basaglia e di altri psichiatri democratici per la chiusura dei manicomi, denunciava le terribili condizioni in cui versava l’ospedale.

Alla fine riuscì a liberare almeno i bambini da quella realtà. Ma pagò il prezzo dell’allontanamento dalla parrocchia e dalla diocesi. E molti dei malati che aveva liberato furono nuovamente internati nell’ospedale. Fino alla legge che finalmente chiuse i manicomi. Ma per alcuni di loro fu ormai troppo tardi.

Era il 1977 e Giovanni, che riesce a ottenere l’incardinazione nella diocesi di Frascati, trova casa a Roma. Si reca ad Adista, che aveva parlato di lui negli anni delle sue lotte come parroco di punta a Palermo, e inizia a collaborare. Da lì, rapidamente, diventa un punto di riferimento per la redazione e il braccio destro (e pure il sinistro) del presidente della cooperativa e direttore storico di Adista, Franco Leonori. Quando Franco Leonori va in pensione, assume direttamente un incarico – quello di presidente e amministratore – che già nei fatti esercitava da tempo, mentre Eletta Cucuzza prendeva la direzione della testata.

Di esercitare il ministero smise progressivamente, dalla metà degli anni ’90. Soprattutto dopo l’arrivo nella diocesi di Frascati di mons. Matarrese, succeduto a mons. Luigi Liverzani, che lo aveva accolto benevolmente. Alla Chiesa cattolica non chiese mai nulla. Non voleva la congrua e l’8 per mille. Non volle nemmeno chiedere la dispensa dal ministero, per non sentirsi nell’obbligo di giustificare le sue scelte e di farne giudicare la bontà a una gerarchia a cui non riconosceva questo diritto. Conobbe in quegli anni Ivana, che sarebbe diventata sua moglie nel 2006, con cui ha vissuto una splendida storia d’amore e che lo ha accudito con enorme dedizione fino alla fine.

Per oltre 40 anni Giovanni è stato il punto di riferimento di una galassia di realtà, personalità, intellettuali del variegato mondo della sinistra cristiana. Sono pochi quelli che non lo hanno chiamato per avere un commento, un parere, un consiglio. Rispondeva a tutti, giornalisti vaticanitsti compresi (che lo chiamavano ogni volta che accadeva qualcosa di rilevante per avere la sua puntuale e radicale lettura dei fatti) con generosità e senza mai pretendere nulla per sé, nemmeno che venisse citato. O che venisse ricordato il suo contributo alla stesura di centinaia di lettere, discorsi, comunicati, articoli, appelli che ha contribuito a promuovere o a far circolare.

Per raccogliere sottoscrizioni per il giornale ha letteralmente girato l’Italia. Spesso in un weekend partecipava a due tre eventi in città diverse. Viaggiava in treno, dormiva in cuccetta, parlava di Chiesa, attualità, politica. E poi chiedeva a tutti di abbonarsi a Adista, affinché le idee che sentiva circolare negli incontri a cui partecipava avessero in Adista lo strumento per diffondersi.

Per il collettivo di Adista è stato il punto di riferimento fondamentale sia dal punto di vista organizzativo, che da quello intellettuale. Non si chiudeva numero a Adista senza prima portare le bozze del giornale a Giovanni, affinché rivedesse la lunghezza dei pezzi, la loro disposizione, e la loro titolazione. Lui suggeriva, tagliava, trovava sempre titoli fulminanti (i titoli di Adista per moltissimi anni sono stati un suo marchio di fabbrica).

Quando, ormai malato, ha progressivamente lasciato le sue responsabilità, delegandole a altri, si è percepito tutto l’impegno, il peso, l’importanza di ciò che aveva fatto, con dedizione e nell’ombra. Solo facendo ciò che aveva fatto lui ne abbiamo percepito appieno l’importanza e la straordinarietà.

Giovanni era stato sul punto di morire molte volte. E tutte quante si era ripreso. Il suo testamento lo aveva già scritto nel 2015, durante una delle crisi che aveva attraversato. Non lo aveva mai voluto cambiare. Lo pubblichiamo qui di seguito:

 

LE MIE VOLONTA’ POST MORTEM

IL MIO GRAZIE A DIO, ALLA VITA E A QUANTI MI HANNO AMATO

Ho creduto ardentemente nel Dio di Gesù Cristo che ho sentito costantemente presente nella mia vita e nella vita di quelli che mi hanno accompagnato con affetto e stima; ma anche di quelli che non hanno avuto da me quanto era loro diritto avere o si aspettavano da me. Ciascuna e ciascuno di essi mi hanno beneficato con generosità, amicizia e sinceri rimproveri. Per questo li saluto e li ringrazio.

Ho creduto anche nella Chiesa come comunità di padri, madri, fratelli, sorelle, amici e avversari. Non ho piu creduto, invece, nella Chiesa dal volto e dalle azioni istituzionali: questa non mi è stata madre, ma neppure matrigna. Fin da ragazzo le avevo dedicato i miei ideali e il mio entusiasmo giovanile, ma quando, adulto, ho voluto realizzare con la pochezza delle mie capacità intellettuali ma con la generosità della mia esistenza, per e con le con le persone incontrate nel mio servizio umano e spirituale, sono stato “prudentemente demotivato e pesantemente angariato fino all’emarginazione e al ripudio. Penso ancora con dolore ai miei amici piccoli e adulti dell’Ospedale psichiatrico di Palermo, luogo di torture e sofferenze inaudite, dimenticati da tutti, Chiesa compresa, perché soggetti inutili alla società, e pericolosi per la convivenza civile. I miei superiori ecclesiastici mi impedirono, destituendomi dal servizio parrocchiale, di condividere con le donne e gli uomini del quartiere, la lotta per la dignità e i diritti umani, dei reclusi entro l’Ospedale psichiatrico. Il dolore di quella obbedienza mi ha trafitto e ha interrotto la mia comunione con i gestori istituzionali della Chiesa. Quella ferita non si è mai cicatrizzata e ancora sanguina. Per questo, alla mia morte, non voglio essere oggetto di alcuna pratica religiosa e funerale liturgico “somministrati e concessi” da una struttura di Chiesa ipocrita, povera di misericordia e ricca solo di potere e arroganza.

 Pertanto, non voglio alcun funerale ecclesiastico e sarò felice solo di un sobrio momento laico di memoria e preghiera, nell’ambito della Comunità cristiana di base di S. Paolo dove, negli anni ottanta, appena cacciato dalla Chiesa di Palermo e dalla Congregazione del Boccone del Povero, ho potuto ritrovare la pace e la dignità che mi erano state sottratte. Desidero anche che il mio corpo non venga “depositato” in un qualsiasi cimitero. Dispongo, invece, che venga cremato e che le ceneri siano disperse. Grazie di cuore a tutte e a tutti che comprenderanno queste mie volontà e mi perdoneranno se non le condividono.

Desidero salutare con grandissimo affetto i miei compagni e compagne di lavoro di Adista. Non mi bastano le parole per ringraziarli del bene che mi hanno voluto, della generosità con cui mi hanno sopportato quando non sono stato all’altezza delle loro attese: per questo chiedo scusa a tutte e a tutti, e confido, come sempre ho confidato nella benevolenza. Saluto e ringrazio tutte tutte, tutti tutti ho incontrato negli ambienti nei quali ho militato, lavorato e condiviso fatiche, speranze, sconfitte e risultati.

Abbraccio e bacio tutte e tutti. 

Roma, 13 gennaio 2015

Giovanni Avena

CIAO FRANCO! IL MIO RICORDO DI FRANCO MARINI

Franco Marini (GettyImages)

Questa mattina è morto Franco Marini. Politico e sindacalista, aveva 87 anni. Segretario generale della Cisl, poi presidente del Senato e poi ministro del Lavoro, segretario del Partito popolare italiano ed europarlamentare. Marini è morto per complicazioni legate al Covid.

A inizio gennaio era risultato positivo al coronavirus e ricoverato all’ospedale San Camillo de Lellis di Rieti. La notizia della scomparsa è stata data con un tweet da un altro esponente di lungo corso dei Popolari, Pierluigi Castagnetti che ha ricordato l’amico come “uomo integro, forte e fedele a un grande ideale: la libertà come presupposto della democrazia e della giustizia. Quella vera”. Di seguito un piccolo ricordo personale.

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De Gasperi tra Costituente e ricostruzione. Un testo di Marta Cartabia (Presidente della Corte Costituzionale)

Pubblichiamo, per gentile concessione della “Fondazione Trentina Alcide De Gasperi”, il testo della Lectio degasperiana 2020 tenuta, il 18 agosto a Pieve Tesino, dalla Professoressa Marta Cartabia (Presidente della Corte Costituzionale).

«Ti chiameranno riparatore di brecce, restauratore di case in rovina per abitarvi».

Questo splendido passo di Isaia (Is 58,12), a me molto caro, ci introduce al tema scelto con grande lungimiranza dagli organizzatori per la Lectio degasperiana di quest’anno: «Ricostruzione e Costituzione».

La parola ricostruzione risuona da mesi nella riflessione pubblica ed è risuonata nel corso di questa estate, specie nelle ultime settimane, in occasione della cerimonia di inaugurazione del nuovo ponte di Genova, ricostruito, appunto, dopo la tragedia del crollo di due anni fa.

In quella occasione, l’architetto Renzo Piano, che ha donato il progetto del nuovo ponte, nel suo intervento di saluto, ha espresso, con parole bellissime, pensieri profondi da cui desidero prendere le mosse per la nostra riflessione odierna.

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L’ultimo saluto a Giorello: “Giulio era musica”. Intervista a Giuseppe Sabella

Ieri, a Milano, parenti e amici hanno dato l’ultimo saluto a Giulio Giorello. Non un funerale ma un dolce congedo che, anche nelle parole di chi ne ha ricordato frammenti di vita (la moglie Roberta Pelachin, Vittorio Sgarbi, il Rettore dell’Università di Milano Elio Franzini, etc.), ha fatto apparire quell’immagine di lui che si unisce a quella dell’epistemologo, del filosofo della scienza: Giorello è stato un filosofo della libertà. E i suoi libri testimoniano questa fortissima tensione per la libertà che negli ultimi anni si è sempre più accentuata. Non a caso, lo avevamo intervistato (leggi qui) proprio in occasione della sua ultima pubblicazione Società aperta e lavoro (Cantagalli 2019), scritta insieme al suo allievo Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0, che collabora con RaiNews.it sui temi economici e del lavoro.

E proprio a Sabella abbiamo chiesto un ricordo del professore.

Giulio è stato strappato dall’affetto di chi continuerà ad amarlo in modo molto improvviso. Come si è saputo, aveva contratto il covid e, dopo due mesi di ospedale e due tamponi negativi, sembrava averlo superato. Ma una volta dimesso, ha avuto qualche complicazione che nel giro di pochi giorni si è rivelata letale. È quindi questa una ferita, per chi è affettivamente legato a lui, che chiede tempo per guarire. Ad ogni modo, è morto con un viso disteso e bello.

Che genere di filosofo è stato Giorello?

Allievo di Ludovico Geymonat, Giorello è stato un filosofo che non solo si è dedicato agli studi epistemologici, a Karl Popper in particolare e a chi ne ha discusso le posizioni, ma che – proprio come Popper – ha creduto che il metodo scientifico fatto di congetture e confutazioni potesse essere anche il giusto metodo per la costruzione della democrazia liberale. Non a caso, nel nostro Società aperta e lavoro c’è un capitolo che si intitola dalla fabbrica dei cieli alla società aperta. Giorello aveva questa sana tensione alla vita civile. In poche parole, Giorello è stato un intellettuale, figura che manca così tanto ai nostri giorni.

Ci racconta un episodio significativo?

Ricordo un episodio quando ero studente, proprio negli anni della tesi – che mi fece fare su Geymonat – che descrive molto bene il professore. Avendo lui intuito la mia passione per la metafisica (kantiana ed hegeliana in particolare), in un colloquio che seguiva alla lettura del primo capitolo mi disse: Sabella, sa cosa dice Aristotele nell’Etica? Pensi pure Platone al bene in sé, noi vogliamo il bene di questi cittadini qui. Io naturalmente gli feci quella che secondo me resta un’obiezione valida: Professore, come si fa a volere il bene di questi cittadini qui se non si ha un’idea di bene? Ho compreso nel tempo che la sua domanda aveva un senso di verità molto profondo e che sintetizzava bene il suo pensiero: o le idee sono in grado di agire e di modificare la realtà o non sono nulla, sono astrazioni. E, contro queste astrazioni, lui ha condotto fino all’ultimo la sua battaglia. Sono convinto, oggi, che se possiamo parlare di verità, la verità è dentro questa tensione che c’è tra Platone e Aristotele, come tra Hegel e Marx, e che è una tensione al vero. E al bello.

Nel 2010, Giorello pubblicava per Longanesi Senza Dio. Del buon uso dell’ateismo. È giusto quindi ricordarlo come un ateo?

Il sottotitolo di questo libro che lei cita, Del buon uso dell’ateismo, dice ancora una volta moltissimo di lui. Giulio, da uomo non solo di filosofia ma anche di scienza, riteneva che la pratica scientifica e civile dovesse prescindere da Dio e dalla religione. Era un perfetto laico, convinto che qualsiasi scelta dovesse essere libera e responsabile. Non a caso amava gli illuministi come Adam Smith, Denis Diderot, David Hume. Ma, a proposito di Dio, ricorderei anche che Giorello ha avuto un rapporto speciale col cardinal Martini e che amava Baruch Spinoza. Noi sentiamo e sappiamo di essere eterni diceva Spinoza: è arduo, soprattutto oggi, dire che il grande filosofo olandese fosse un ateo.

Lei si occupa di economia e di industria, cosa vi legava tanto da condividere pensieri, dibattiti pubblici e, anche, un libro?

L’industria è stata e continua a essere il sistema tecnico più sofisticato che abbiamo inventato e sviluppato per coniugare le risorse della terra e il lavoro dell’uomo, quello fisico come quello intellettuale. È il più grande prodotto della scienza moderna. Ma, contrariamente al tempo degli albori del sistema di fabbrica, oggi abbiamo ragione di credere che non ci sia uno schema preordinato che in qualche modo sciolga l’enigma della storia, come per esempio voleva Marx. Crediamo invece che gli individui possano di continuo cambiarne l’apparente direzione. Una vera e propria direzione della storia in sé e per sé non esiste, il suo corso è imprevedibile perché, in particolare, è imprevedibile l’evoluzione scientifica e tecnologica. Ecco, oggi siamo nel cuore della rivoluzione digitale, che è la rivoluzione dell’industria, quella che chiamiamo Industry 4.0. Questo è diventato con gli anni il mio principale oggetto di studio che a lui interessava molto perché, appunto, è prova evidente del fatto che non è l’ideologia a cambiare il mondo ma la tecnica, perché questa è il vero contenitore in cui ricade la forma più alta di conoscenza: la tecnologia e le macchine non sono infatti nient’altro che idee della scienza in marcia diceva Giorello. Scienza e tecnica si fanno luce a vicenda, il loro rapporto è circolare, vive di continui riflessi. E così è sempre stato, soprattutto nell’antichità, quando ancor prima che l’uomo fosse in grado di porsi le domande fondamentali sulla propria esistenza, già era capace di creare strumenti tecnici, persino per formarne degli altri. Ovviamente la significatività della crescita tecnico-scientifica non deve minimamente far dimenticare la riflessione etica sulla condizione umana: altrimenti, il successo tecnologico può diventare un idolo. E di idolatria, diceva Giorello, non abbiamo alcun bisogno.

Come si spiega questa popolarità del professore e, anche, l’affabilità che lo contraddistingueva?

Giulio è stata una persona amabile, perché aveva un cuore gentile e generoso. Aveva una capacità di pensare e di comunicare molto lineare. Era molto diretto ma garbato, era in grado di esprimere qualsiasi idea senza offendere nessuno, perché era rispettoso ed elegante nei modi. Ricordo sin da quando ero studente la sua insistenza sull’eresia della scienza. In questo senso, Giulio ci ha insegnato ad essere eretici. E che il progresso della conoscenza come della civiltà si fonda su questa irriverenza, a dire il vero non sempre gentile e garbata come era lui. Leggere ciò che scriveva era emozionante perché il suo modo di esprimersi era musicale. Non a caso, oltre alla birra irlandese, amava la musica. E Bach in particolare, che nel giorno del congedo ci ha accompagnato con la sua musica. Aveva un senso dell’ironia particolarmente affilato e divertente: chissà se lo spirito è santo o solo sopra i 40 gradi? ogni tanto si chiedeva sorridendo. Oggi qualche risposta concreta comincerà ad averla.

Ernesto Cardenal,  mistico rivoluzionario dell’America Latina

 

Ernesto Cardenal, il grande poeta e teologo nicaraguense, è morto, a 95 anni, domenica a Manugua. Da tempo malato era stata la voce morale e spirituale della “rivoluzione sandinista” contro la feroce dittatura di Somoza.

Cardenal, infatti, è stato uno dei più grandi difensori della teologia della liberazione in America Latina. Il suo impegno politico – era diventato, nel 1979,  ministro della Cultura durante il primo governo di Daniel Ortega – lo ha portato a entrare in conflitto con il papa Giovanni Paolo II, che gli proibì di esercitare il sacerdozio nel 1984. Un anno prima, durante la sua controversa visita in Nicaragua, Wojtyla l’aveva affrontato, Cardenal si inginocchiò davanti al Papa all’aeroporto di Managua. Quando tentò di prendergli la mano per baciarla, Giovanni Paolo II la ritirò e quando chiese la sua benedizione lo ammonì: “Prima deve riconciliarsi con la Chiesa”. Per il suo impegno venne sospeso a divinis.

La sanzione della Chiesa è durata fino a metà febbraio dell’’anno scorso, proprio quando  Cardenal era stato ricoverato in ospedale gli giunse, da parte di Papa Francesco , la riammissione all’ordine sacro.

Nella  sua ultima intervista , rilasciata al quotidiano spagnolo El Pais, aveva affermato: “ Non sono mai stato un sacerdote per amministrare i sacramenti, per fare i matrimoni, le comunioni (…) Il mio sacerdozio è diverso, è pastorale. Sono diventato sacerdote grazie alla mia unione con Dio, è qualcosa di mistico”.

Era diventato uno dei più critici oppositori di Daniel Ortega, attuale dittatore del Nicaragua.

Come scrive  oggi, sul sito del quotidiano El Pais, la sua amica poetessa Gioconda Belli:

“L’integrità e la fermezza di Cardenal non potevano resistere alle manovre con cui Ortega si appropriò del FSLN negli anni Novanta. Il poeta si era dimesso dal partito.

Stufo della politica, Cardenal  si immerse in una vita ritirata, e da quella vita (…) puntò il suo telescopio nella notte oscura e cominciò a curiosare intorno al Dio dell’universo. Affascinato dal mistero della vita umana in mezzo a quell’imperscrutabile immensità, scrisse il suo monumentale Cantico cosmico “Siamo polvere di stelle”.

Ora è lì, sicuramente ben accolto nella Via Lattea. Per noi, in Nicaragua, è difficile vederlo sparire. Ci mancherà il suo berretto nero, la sua figura, la sua voce che ci legge la poesia, la sua santa indignazione contro la tirannia”.  (https://elpais.com/cultura/2020/03/01/actualidad/1583097960_185042.html).

Di seguito pubblichiamo una famosa poesia  di Ernesto Cardenal: Preghiera per Marilyn Monroe.

 

Signore

accogli questa ragazza conosciuta in tutta la terra con il nome di Marilyn Monroe  anche se questo non era il suo vero nome

(ma Tu conosci il suo vero nome, quello dellorfanella violentata a 9 anni e la piccola commessa che a 16 aveva voluto ammazzarsi)

e che adesso si presenta davanti a Te senza nessun maquillage

senza il suo Addetto Stampa

senza fotografi e senza firmare autografi

sola come un astronauta davanti alla notte spaziale.

Essa sognò da bambina che si trovava nuda in una chiesa

(secondo quel che racconta di Time)

davanti a una folla prostrata, con le teste sul pavimento

e doveva camminare in punta di piedi per non pestare le teste.

Tu conosci i nostri sogni meglio degli psichiatri.

Chiesa, casa, antro, sono la sicurezza del seno materno

ma anche qualcosa più di ciò…

Le teste sono gli ammiratori, è chiaro

(la massa di teste al buio sotto il fiotto di luce).

Ma il tempio non sono gli studi della 20th Century Fox.

Il tempio – in marmo e oro – è il tempio del suo corpo

in cui sta il Figlio dellUomo con una frusta in mano

a cacciare i mercanti della 20th Century Fox

che hanno fatto della Tua casa di preghiera un covo di ladri.

 

Signore

in questo mondo contaminato di peccati e di radioattività

Tu non incolperai soltanto una piccola commessa.

Che come ogni piccola commessa ha sognò di essere una stella del cinema.

E il suo sogno divenne realtà (ma come la realtà del tecnicolor)

Essa non fece altro che agire secondo il copione che le demmo

– Quello delle nostre stesse vite – Ed era un copione assurdo.

Perdonala Signore e perdona noi

per la nostra 20th Century

per questa Colossale Super-Produzione nella quale tutti abbiamo lavorato.

Essa aveva fame di amore e le abbiamo offerto tranquillanti.

Per la tristezza di non essere santi

le venne raccomandata la Psicoanalisi.

 

Ricorda Signore la sua paura crescente della macchina da presa

e lodio per il maquillage – mentre insisteva a truccarsi ad ogni scena – e come divenne più grande l’orrore

e più grave la mancanza di puntualità negli studi.

 

Come ogni piccola commessa

sognò di essere una stella del cinema.

E la sua vita fu irreale come un sogno che uno psichiatra interpreta e archivia.

 

Le sue storie d’amore furono un bacio con gli occhi chiusi

che quando si aprono gli occhi

si scopre che è stato sotto i riflettori

e spengono i riflettori!

e smontano le due pareti della stanza (era un set cinematografico)

mentre il Regista si allontana col suo quaderno

perché la scena è ormai stata girata.

O come un viaggio in yacht, un bacio a Singapore, un ballo a Rio

il ricevimento nella dimora del Duca e della Duchessa di Windsor

visti nella stanzetta dellappartamento miserabile.

Il film terminò senza il bacio finale.

La trovarono morta sul letto con una mano sul telefono.

E i detectives non seppero chi stava per chiamare.

Fu come uno che ha fatto il numero dellunica voce amica

e sente solo la voce di un disco che gli dice: WRONG NUMBER.

O come uno che ferito dai gangsters

allunga la mano verso un telefono staccato.

 

Signore

chiunque fosse quello che stava per chiamare

e non chiamò (e forse non era nessuno

o era Qualcuno il cui numero non sta nella Guida Telefonica di Los Angeles) rispondi Tu al telefono!

 

(Traduzione dallo Spagnolo di Antonio Melis – dal sito: http://www.casadellapoesia.org/poeti/cardenal-ernesto/preghiera-per-marilyn-monroe/poesie)