Aldo Moro, lo statista e il suo dramma. Intervista a Guido Formigoni

13bcbb6cover26474-jpegDOMANI al Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e delle alte cariche dello Stato, si svolgerà la Cerimonia per il Centenario della nascita di Aldo Moro. Lo statista pugliese è stato l’uomo più importante, dopo De Gasperi, per la democrazia italiana. La sua tragica fine, ucciso barbaramente dalle BR, segnò per sempre la storia dell’Italia repubblicana e della Democrazia Cristiana. Quali sono le radici politiche di Aldo Moro? Cosa ha significato Moro per la democrazia italiana? Di questo, e altro, parliamo con lo storico Guido Formigoni, Ordinario di Storia Contemporanea all’Università IULM di Milano. Formigoni è un conoscitore profondo della vicenda politica morotea. E’ appena uscita, per la casa editrice Il Mulino, una biografia sul leader democristiano: Aldo Moro, Lo statista e il suo dramma. (pagg. 490).

Professor Formigoni, il 23 settembre sono cento anni dalla nascita Aldo Moro, lei ha appena pubblicato una corposa biografia, per la casa editrice Il Mulino, sullo statista pugliese. Il suo è stato un lavoro profondo di ricerca archivistica. Quali novità storiografiche sono presenti nel suo libro? 

Ho tentato di dare un’immagine di Moro che tenga assieme gli aspetti diversi della sua personalità, come uomo, credente, intellettuale, giurista, marito e padre di famiglia, oltre che politico. Non è cosa semplice, soprattutto per la riservatezza del suo carattere, che ha lasciato poche tracce. Ma egli, pur essendo profondamente dedito alla sua vocazione politica, non ha mai voluto essere un “politico di professione”. Poi, ho voluto inserire la sua biografia su uno sfondo internazionale complessivo (le carte americane sono a questo proposito molto utili) e in una comprensione più articolata del dibattito politico interno alla Dc (soprattutto in alcuni momenti cruciali). La documentazione inedita aiuta a fare qualche passo avanti in questa direzione.
Devo anche dire che ho tentato di fare un lavoro che sia simpatetico con il personaggio (condizione necessaria per capirlo), ma non agiografico. Ho anche individuato alcuni limiti e soprattutto una tensione interna alla sua politica, che mi ha fatto usare il sottotitolo “Lo statista e il suo dramma”. Non solo il dramma dell’assassinio, ma della crescente difficoltà che egli sperimentò a far convergere tutti gli elementi della sua proposta politica.

Sicuramente dopo De Gasperi è l’uomo più importante nella storia della democrazia italiana. Qual era la sua visione della politica? Per alcuni, denigratori, rappresentava “gli arcani del potere”. Invece era l’uomo che guardava lontano, nel senso che capiva i movimenti profondi della società italiana. Perché questa dicotomia?

Il suo modo di far politica, e anche la sua peculiare leadership, erano in effetti complessi da capire. Non tanto per il luogo comune del linguaggio astruso (che gli fu cucito addosso: fu la stampa a confezionare addirittura alcune delle famose espressioni contraddittorie, come “convergenze parallele”). In realtà egli parlava con grande logicità e chiarezza, anche se non era certo un demagogo e forse era un po’ prolisso e qualche volta noioso. Ma il problema è più profondo. Da una parte egli capiva in anticipo molti problemi e sapeva dove voleva andare: aveva un progetto, un discorso sul ruolo dello Stato rispetto alla società e sul ruolo dell’Italia nel mondo, che erano indubbiamente lungimiranti. Ma aveva poi la convinzione che questo progetto andasse perseguito con grande prudenza e trainandosi per così dire un mondo che era lontano, distratto, problematico. Per non causare controreazioni pericolosissime (in un paese dalla democrazia fragile e incerta), non bisognava mai forzare. Costruire piuttosto lentamente il consenso. Qui stanno le origini sia di alcuni suoi grandi successi, sia di una possibile rilettura del suo ruolo come pigro insabbiatore delle novità, quando non riusciva a rendere palese che le sue lentezze erano mirate a non pregiudicare un obiettivo, e non semplicemente frutto di conservatorismo. Comunque, quando lo riteneva necessario, sapeva usare la battaglia e la durezza del confronto delle idee: si pensi alla lotta contro il ritorno indietro reazionario dei primi anni Settanta.

Moro è un “figlio” spirituale di Montini (che diventerà, poi, Papa Paolo VI). La sua era una spiritualità profonda, per certi versi, a mio modo di vedere, anche mistica. Quali sono le radici della spiritualità morotea?

Certo, abbiamo coscienza di un legame con la cultura montiniana e la sintesi tra fede e modernità che essa perseguiva. Però abbiamo poche tracce per indicare i tratti profondi e personali della sua spiritualità. Possiamo ricordare la frequentazione diretta del Vangelo fin da giovane, il piacere nell’incontrare il Concilio (anche se non ne parlò mai in pubblico), alcuni struggenti cenni di fede negli scritti dalla prigionia brigatista. Non so se si possa parlare di mistica, ma certo di una fede interiorizzata e vissuta, che ogni giorno guidava la vita.

Qual è stato il contributo più importante di Aldo Moro nella storia dei cattolici italiani?

Forse il suo impegno a costruire le premesse di una autonomia della Dc dalla Chiesa, costruita non su una laicizzazione qualunque, ma sulla coscienza di un’assunzione di responsabilità del laicato, nel dialogo onesto con la comunità cristiana tutta. La battaglia sul centro-sinistra (osteggiato dalla gerarchia) coincide con questo difficilissimo processo, che riesce a ottenere risultati importanti (anche se la generazione successiva alla sua non coltiverà molto tale assetto). La sua idea di ispirazione cristiana come “principio di non appagamento” e stimolo interiore verso la giustizia, espressa nel congresso della Dc del 1973, è il risvolto ulteriore di questa coscienza forte di una unità tra fede e vita non giocata sul richiamo confessionale, ma piuttosto sulla coerenza delle scelte quotidiane.

Quest’uomo mite aveva molti nemici (dagli Usa alla destra cattolica). Dove nasce quest’odio? Cosa faceva paura di Aldo Moro?

Non solo la destra cattolica, ma tutta la destra. Pensiamo alla P2. Pensiamo a una certa stampa ferocemente a lui avversa. Nel caso degli Stati Uniti bisogna distinguere: da una parte c’è la vera ostilità preconcetta di Kissinger, dall’altra invece ci sono ambienti politici e diplomatici che percepiscono la sua capacità politica e lo stimano e apprezzano (soprattutto nel mondo progressista kennediano). Nei suoi nemici c’era probabilmente proprio la consapevolezza che egli guardava altrove e che poteva riuscire a realizzare progetti di cambiamento, non era solo un innocuo utopista. In questo senso era percepito come più pericoloso di altri: era un vero statista, non un predicatore qualunque.

L’idea di Moro sulla DC era un’idea riformista e progressista, pur nei limiti della struttura del partito. E’ così?

Beh, lui si rende conto che la Dc è (degasperianamente) un partito composito che deve stare al centro del sistema e garantire in qualche modo il suo equilibrio complessivo. Cioè appunto la sua lenta trasformazione verso il modello dello Stato sociale previsto dalla Costituzione. In questo senso la Dc per lui va guidata dall’interno con abilità e prudenza, senza forzature, portandosi dietro possibilmente tutto il moderatismo. Per questo spesso interloquisce con le correnti della sinistra interna, ma solo tra il 1969 e il 1973 si fa mettere nell’angolo con le sinistre: lui voleva piuttosto gestire in modo progressista un partito ambivalente, non fare semplicemente testimonianza dall’opposizione.

La “terza fase”, il disegno politico-strategico moroteo, si interruppe con la sua tragica fine. Quale sarebbe stato lo sviluppo della democrazia  italiana?

Questo è difficile dirlo. C’è una controversia sul modo di intendere il progetto della terza fase. Recentemente molti hanno messo l’accento sulla sua volontà di fermare l’avanzata comunista, di logorare il Pci in mezzo al guado. Io non credo sia da leggere in questo modo. E’ chiarissimo da tutte le fonti che egli non pensi al governo insieme al Pci: non accetta la proposta berlingueriana del compromesso storico.
Pensa che non sarebbe accettabile né nel paese né a livello internazionale, e soprattutto vede ancora la lentezza del processo di ripensamento del partito comunista. Ma pensa necessaria una fase di avvicinamento e rilegittimazione reciproca per coinvolgere il Pci più radicalmente sul terreno della difesa delle istituzioni democratiche, in modo da favorire il suo processo di revisione ideologica e politica. Al fondo di questo percorso forse ci sarebbe stato il superamento della “democrazia diffiicile” segnata dall’impatto delle guerra fredda. Ma non è certo facile immaginare in che modi e in che tempi.

A quasi 40 anni dalla sua morte resta sempre la domanda: perché fu ucciso?

Sicuramente fu ucciso dalla follia brigatista che vedeva in lui ben più di un semplice simbolo del potere democristiano, ma propriamente colui che poteva stabilizzare la democrazia (con il suo dialogo con il Pci, ma anche con la sua attenzione ai movimenti sociali post-sessantottini). Poi, è evidente che i cinquantacinque giorni sono ancora un buco nero in cui non sappiamo tutta la verità, nemmeno su aspetti molto banali e concreti (la prigione, i tempi…). Per cui c’è la sensazione che sull’azione delle Br forse si sia innestata anche la volontà di altri ambienti che odiavano il suo ruolo politico. Si è spesso citato la Cia o il Kgb (senza nessun appiglio diretto in realtà). Forse sarebbe anche da guardare a centri di potere interni alla società italiana, che condizionavano ad esempio la passività degli apparati di sicurezza…

Cosa resta della sua lezione politica?

A tratti sembra di essere ormai troppo lontani dai suoi giorni per poter parlare di una lezione viva. Anche perché purtroppo la sua assenza non ha aiutato una continuità delle sue intuizioni, dei suoi metodi e della sua ispirazione. Ma credo senz’altro che anche la politica attuale potrebbe imparare dalla sua capacità di intuire i problemi storici senza farsi condizionare troppo dall’attualità, dalla sua volontà di usare in modo mite la parola e la ragione per ricondurre sempre le tensioni su un terreno di dialogo e di crescita della democrazia, della sua arte della mediazione non finalizzata alla propria sopravvivenza, ma all’evoluzione lenta e sicura di un sistema fragile come la democrazia italiana.

Carlo Donat-Cattin uomo di Stato e leader della Dc. Un testo di Francesco Malgeri

Oggi, nel pomeriggio, al Senato in aula Koch, si è svoto un convegno, nel 25° anniversario della sua morte, per ricordare la figura di Carlo Donat Cattin. Il leader della sinistra sociale della Dc. Grande figura di sindacalista, cresciuto alla scuola di Pastore, è stato un protagonista della politica italiana della “Prima Repubblica”. Al convegno, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sono intervenuti il Presidente del Senato Pietro Grasso, il professor Francesco Malgeri – che ha tracciato un profilo storico dell’uomo di Stato – Franco Marini, Emanuele Macaluso, Maurizio Sacconi e Pierferdinando Casini.

Di seguito pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, il testo dell’intervento del Professor Francesco Malgeri, grande studioso del cattolicesimo politico italiano.

Signor Presidente della Repubblica,
Signor Presidente del Senato, Signore e signori,

A venticinque anni dalla morte, ricordiamo oggi un uomo che ha lasciato un segno profondo nella storia dell’Italia repubblicana. Formatosi, sin dagli anni Trenta nell’associazionismo cattolico a Torino, ebbe parte attiva nella Resistenza, e, nell’immediato dopoguerra, lo troviamo al centro delle battaglie sindacali, giornalistiche e politiche in Piemonte. Nel corso degli anni Cinquanta, il suo nome è già al centro della vita politica e sociale nazionale. Sono anni segnati da un aspro confronto ideologico tra le forze politiche, ma anche carichi di attese e speranze, grazie ad una straordinaria accelerazione dello sviluppo economico del nostro paese, e, sul piano politico alla svolta del Centro-sinistra, con l’inserimento nell’area di governo del partito socialista che, rompendo lo schema frontista, si propose come forza politica disponibile all’incontro e alla collaborazione con i partiti di democrazia laica e cattolica. Un processo che avvenne in un quadro internazionale segnato da importanti novità: la destalinizzazione in Unione sovietica, le rivoluzioni polacche e ungheresi, il processo di distensione avviato da Kruscev, la presenza di Kennedy alla Casa Bianca e la grande svolta nella storia della Chiesa, con Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II.

E’ in questo contesto che Donat-Cattin entrò a pieno titolo nella vita politica nazionale come consigliere nazionale della Dc dal 1954 e membro della direzione del partito dal 1959. Raccogliendo l’eredità di grandi leader sindacali come Rapelli e Pastore, Donat-Cattin divenne, in seno alla Democrazia cristiana, la guida indiscussa della Sinistra sociale, che dal 1964, con “Forze Nuove”, assunse la fisionomia di “gruppo di pressione sindacale” nel partito, acquistando sempre più una “precisa qualificazione politica”1. La Sinistra sociale fu espressione di una scuola, una cultura, un pensiero, che affondava le sue radici nella storia del cattolicesimo sociale italiano, animato da una intransigenza e da un impegno etico che mai venne meno2. Eletto deputato nel 1958, la sua presenza in Parlamento proseguì per ben trentatré anni, per otto legislature, fino al 1991, di cui le prime cinque alla Camera e le ultime tre al Senato. Nel dicembre 1963, cominciò per Donat-Cattin anche una lunga e intensa attività di governo: sottosegretario alle Partecipazioni statali nei primi tre governi di centro sinistra, guidati da Moro, fino al giugno 1968, fu, in seguito, ministro del Lavoro, del Mezzogiorno, dell’Industria, della Sanità, concludendo il suo iter governativo con il ritorno, nel 1989, al Ministero del Lavoro.

Donat-Cattin credette nel Centro-sinistra come reale strumento di trasformazione politica, sociale ed economica del paese, per costruire uno “stadio più alto di civiltà” e avviare sostanziali riforme, superando da un lato la logica del profitto capitalistico e dall’altro il collettivismo di ispirazione marxista. Si coglie in lui l’esigenza di dar vita ad un sistema economico in grado di offrire all’uomo, al lavoratore, uno sviluppo non alienante, ma costruito sulla base di equilibri ispirati al rispetto della persona e dei valori più profondi che devono guidare la convivenza civile. Con la nomina, nell’agosto del 1969, a Ministro del Lavoro nel secondo governo Rumor (confermato nel 3° e nei successivi governi di Colombo e di Andreotti, sino al giugno 1972) spettò proprio a Donat- Cattin gestire la drammatica situazione segnata dall’esplodere delle agitazioni operaie del 1969, di quell’“autunno caldo” che era conseguenza della crisi determinata dalla conclusione del processo espansivo dell’economia italiana. Un momento delicatissimo, segnato, tra l’altro, anche dalla contestazione giovanile e dall’emergere del terrorismo e della strategia della tensione. Fu lui portare a conclusione nel 1970 l’iter legislativo – avviato dal suo predecessore, il socialista Giacomo Brodolini – dello Statuto dei lavoratori. Donat-Cattin ebbe a definirlo “un fondamento dello Stato democratico” e “il completamento del sistema di libertà” nel nostro paese. Agli attacchi di chi attribuiva alla legge un orientamento demagogico e populista, replicava definendo lo Statuto “il riconoscimento al cittadino lavoratore dei diritti personali di libertà anche quando svolge attività produttiva dipendente”. In questi anni strinse un rapporto di reciproca stima e amicizia con Aldo Moro, che Donat-Cattin definì “l’unico uomo strutturalmente aperto a sviluppi della democrazia fuori da una logica di semplice difesa del potere della Dc”3. Questo rapporto, fino alla tragica morte dello statista pugliese, evidenzia un confronto intenso e profondo. Può apparire singolare questa amicizia tra due personalità così diverse e a loro modo così forti. La formazione sociale e sindacale di Donat-Cattin, forgiatasi nella durezza degli scontri e delle battaglie del movimento operaio, forse mal si conciliava con la sofferta riflessione culturale e politica di un intellettuale del Mezzogiorno, che non era diretta espressione della tradizione del cattolicesimo sociale. Ciò che li univa era soprattutto una visione della democrazia che si misura nel rapporto con la società, con le sue attese e le sue richieste. Lo affascinò di Moro la capacità di lettura e interpretazione dei fenomeni sociali, a partire da quel discorso del novembre 1968, ove, di fronte ai movimenti che stavano investendo in quei mesi la società e la scuola italiana, parlò di “tempi nuovi “, del “moto irresistibile della storia” e di una “nuova umanità che vuol farsi”. Dal suo canto Moro mai cercò di depotenziare la Sinistra sociale, considerandola “un elemento decisivo e insostituibile per caratterizzare in senso popolare l’attività politica della Con Moro Donat-Cattin si confrontò nelle fasi più delicate della storia della Repubblica. Proprio nel 1968 fu Moro a dissuaderlo dall’idea di uscire dal partito per dar vita ad un nuovo soggetto politico. Quando poi, dieci anni dopo, Moro, con il discorso ai gruppi parlamentari del 28 febbraio 1978 indicò la strada della solidarietà nazionale e della convergenza parlamentare con i comunisti, Donat-Cattin sciolse le sue riserve dopo un intenso e severo confronto con il Presidente della Dc, giudicando poi un vero “capolavoro politico” il modo in cui era riuscito a realizzare quel disegno. Di lì a poco vennero i giorni di scelte difficili e sofferte, di fronte alla sorte dell’amico vittima della violenza terroristica. Le lettere e gli scritti di Moro dal carcere lasciarono un segno nell’animo di Donat-Cattin. Quelle parole, a volte crude e pesanti, svelavano, a suo avviso, “pagine tristi di uno squallido mondo del potere”. Quelle pagine, scriveva con la sua consueta franchezza ed asprezza, “scavano giudizi contro il sistema e contro di noi democratici cristiani”. E sulla incapacità di salvare la vita al suo amico ci ha lasciato un interrogativo inquietante: “Potevamo essere meno rigidi? Dovevamo agire di più, inventare, sommuovere, minacciare, ritorcere, pagare, pregare di più per ottenere la salvezza? […] un malessere mi percorre e un senso di colpa personale e di pena mi stringe. Da allora il cuore sarà inquieto per sempre”5 Nei mesi successivi, quando entrò crisi la solidarietà nazionale, Donat-Cattin fu contrario ad un possibile coinvolgimento del Pci nell’area di Governo. Com’è noto, fu lui a scrivere il testo del “preambolo” al congresso di Roma del 1980. Nell’atteggiamento di Donat Cattin emergeva non solo il rifiuto dello Stato inteso come “economia statizzata e burocratizzata” ma un rischio, a suo avviso fatale per la democrazia, giudicando l’ipotesi di un governo Dc-Pci, come “una maggioranza pressoché unanimistica, con tutti e due i piedi dentro la ‘democrazia consociativa’ senza controllo, slittante verso la strategia incontrollabile di piccoli gruppi dirigenti”6. Ed infine non trascurava il pericolo di una alleanza nella quale la Dc doveva assumere il ruolo di polo moderato.

Carlo Donat-Cattin morì il 18 marzo 1991, in un periodo in cui la vita politica italiana stava vivendo quella delicata fase di passaggio che prelude alla crisi del sistema dei partiti, nato nella stagione della Resistenza e della Costituente. Un sistema che, per quasi mezzo secolo, aveva retto le sorti della Repubblica. Prima ancora che il ciclone di tangentopoli venisse a travolgere molti uomini e cose della vecchia Italia, Donat-Cattin comprese chiaramente che la crisi che investiva i partiti era anche crisi morale: la degenerazione era il risultato del venir meno delle “tensioni” e delle “ragioni ideali” dell’azione dei partiti. Il sistema dei partiti era degenerato – scrisse – “al livello della moralità media (scarsa sempre più scarsa) del Paese”, chiedendosi anche se avesse contribuito al degrado il permanere al governo per molti decenni degli stessi partiti, in primo luogo della Democrazia cristiana. Anche se non visse la fase conclusiva della crisi del sistema politico italiano, fu in lui chiarissimo il timore di un cambiamento che poteva abbassare il livello democratico della vita politica, determinare possibili derive plebiscitarie, con un peso eccessivo e invadente del potere economico e finanziario.

Restano oggi a noi i risultati della sua intensa presenza nella storia politica del nostro Paese e nella vita del suo partito. Se in quegli anni si è costruito in Italia uno Stato sociale che sanò antichi squilibri, offrendo ai cittadini più deboli il supporto e il sostegno delle istituzioni pubbliche, non poco pesò la pressione e l’azione svolta dalla Sinistra sociale e dal suo leader. Un riconoscimento che col passare degli anni sembra correre il rischio di diventare una colpa, ma che Donat- Cattin intese difendere sempre con grande convinzione. Intervenendo al XVI Congresso del partito nel 1984 ebbe a dire: “Si afferma che noi abbiamo contribuito a costruire lo Stato sociale e che noi non vogliamo distruggerlo. Noi siamo del tutto coscienti della crisi dello Stato sociale […]. Ma il tema centrale è il rapporto tra il sociale e l’economico, perché la spesa sociale non è un lusso, ma è un bisogno dell’uomo del nostro tempo, dell’uomo a reddito medio basso, che non c’è ragione di mettere in condizioni diverse da chi ha altri livelli di reddito”7. Se, infine, la Democrazia cristiana nella sua lunga storia non è stata un semplice collettore di consenso elettorale, ma è stata anche espressione di una cultura, di un pensiero e di partecipazione convinta di classi sociali appartenenti al mondo del lavoro, che ne hanno qualificato la fisionomia interclassista, lo si deve anche e soprattutto a Donat-Cattin. C’è una pagina molto bella, nella quale spiegò la natura articolata e complessa del suo partito. Intervenendo alla Camera il 12 agosto 1979 ebbe ad affermare: “Siamo cresciuti nel solco tracciato per faticosi decenni nella gleba dell’Italia contadina, tra le minoranze cattoliche dei quartieri operai e degli opifici di vallata della prima e della seconda industrializzazione, nel popolo minuto dedito all’artigianato e al commercio, nella schiera interminabile di educatori, intellettuali, uomini di pensiero, nella più ristretta schiera di imprenditori, di scienziati, di ricercatori chiamati alla vita sociale dalla ispirazione cristiana. Siamo popolo nell’accezione sociologica, chiamato alla politica secondo una spinta partita dalla base del mondo cattolico, alla conquista di una dimensione laica”. Non va infine dimenticato quanto contarono per lui i valori, i princìpi, le istanze ideali, che devono nutrire l’impegno politico e sociale. Il richiamo ai valori profondi, “per i quali vale la pena di vivere e sacrificarsi fino in fondo”, confessò di averli assorbiti nella sua casa paterna, “dove l’intransigenza della fede si sposava al più inflessibile antifascismo” e tra gli “amici e compagni d’arme della Resistenza”. Ed aggiunse: “Occorre il recupero civile di vessilli morali precisi e trascinanti, quel che Moro chiamava ‘un nuovo senso del dovere’, quel che Solženicyn lamenta come assenza quasi totale nell’Occidente consumistico e materialistico. Senza quel recupero costruiremmo ogni giorno qualche fantasma nel vuoto”8.
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1 La mia DC. Intervista a Donat Cattin di Paolo Torresani, Vallecchi, Firenze 1980, p.
2 Atti del VII congresso nazionale della DC, Cinque lune, Roma 1961, p. 314.
3 La mia Dc, cit., p. 35.
4 N. Guiso, Carlo Donat-Cattin. L’anticonformista della sinistra italiana, intervista a Sandro Fontana, Marsilio, 1999, pp. 54-5.
5 C. Donat-Cattin, Quell’uomo, trent’anni per l’Italia. Una vita per la politica, “La Gazzetta del popolo”, 16 marzo 1979.
6 La mia DC, cit., pp. 63-5.
7 Atti del XVI congresso nazionale della Democrazia cristiana, Spes-Dc, Roma 1985, p.
8 La mia DC, cit., pp. 117, 138.

“La Legge e la Coscienza”. Un testo di Pierluigi Castagnetti in ricordo di Mino Martinazzoli.

martinazzoli_620x410Di seguito pubblichiamo il testo del Discorso, tenuto a Brescia lo scorso 4 settembre,  in occasione del IV anniversario della scomparsa di Mino Martinazzoli durante la presentazione del libro “La legge e la coscienza”.

Ricordare Mino Martinazzoli qui a Brescia è sempre una emozione. Farlo in occasione della presentazione di tre suoi importanti testi che rappresentano quello che giustamente Tino Bino definisce il suo “testamento spirituale”, lo è ancor di più.

Se è vero infatti che il suo testamento politico è racchiuso nei suoi interventi congressuali e in quelli parlamentari, non c’è dubbio che nei testi che presentiamo stasera è contenuta l’essenza del suo pensiero più profondo che trascende, comprendendola, la lezione di una vita spesa per le istituzioni.

Nella prefazione Tino Bino rivela poi due episodi dei suoi ultimi giorni, molto toccanti, che illuminano la sua morte. Una morte silenziosa, dignitosa, avvolta nel mistero e nella speranza, che ne rende ancora più grande la statura umana e fa venire alla mente un verso di uno dei suoi poeti più frequentati, Giorgio Caproni,

…l’uomo che se ne va

e non si volta: che sa

d’aver più conoscenze

ormai di là che di qua…(1)

Mino è sicuramente stato una delle personalità politiche più importanti e originali della nostra repubblica, il cui carisma era legato, oltrechè a una particolare intelligenza della storia, alla sua capacità di parlare cesellando le parole, levigandole, approfondendone il valore e il significato. Per lui, come per il suo maestro Aldo Moro, la parola era la politica, la responsabilità della politica e degli uomini.

Ne troviamo conferma anche in alcune mirabili pagine di questo volume a proposito del sostantivo “nicodemismo”, scavato in profondità sino a rilevare l’inganno di una immagine attribuita al grande rabbi come l’uomo della visita notturna a Gesù, anziché come l’uomo che si è fatto interpellare in profondità dall’ insegnamento del suo interlocutore sino a farlo proprio, seppure nella sofferenza del dubbio e della non completa comprensione.

Martinazzoli era un seduttore del pensiero.

Con la parola catturava l’intelligenza dei suoi ascoltatori e interlocutori, li  trascinava lungo percorsi argomentativi anche impervi per costringerli all’approfondimento e al confronto; basterebbe ricordare il silenzio pensoso con cui erano seguiti i suoi interventi in parlamento. Per evocare una immagine classica, si può dire che nel suo discorso c’era l’ispirazione di Peitho e di Charis, le dee della persuasione e della grazia, poiché ciò che convince, come osserva Christian Meier, non sono semplicemente “le argomentazioni, ma qualcosa che va al di là di queste: la maniera di formularle, di esprimerle, il modo di presentarsi in pubblico, in definitiva la grazia, in cui spiritualità, spontaneità e consapevolezza, misura e libertà si uniscono “(2).

Di lui  è stato detto che fosse un intellettuale prestato alla politica. Io preferisco dire, parafrasando ciò che scrisse Achille Ardigò a proposito di Giuseppe Dossetti (3), che “in lui c’era l’intellettuale nel politico e il politico nell’intellettuale”, per rispettare e rendere onore a una persona che – giustamente-  ha sempre rifiutato l’idea di  non essere pienamente politico.

Mi soffermerò su ciò che più mi ha colpito nei  testi raccolti nel volume “La legge e la coscienza”, al di là dell’intrigante e sempre attuale conflitto fra la coscienza, la legge, il potere.

I tre testi sono apparentemente molto diversi, ma uniti dalla stessa ricerca sulle questioni di fondo che ha accompagnato Martinazzoli per tutta la sua esistenza e che io riduco a due: il senso della vita e il senso della democrazia.
Sì perché, pur essendo vero che almeno i primi due testi trattano di personaggi biblici, non è men vero che, dopo un’accurata esegesi del testo sacro, Martinazzoli lo contemporaneizza, lo fa parlare dei nostri problemi, senza forzature, quasi per un naturale sviluppo di un pensiero coltivato nella sua radice più lontana e portato a maturazione lungo il cammino della storia successiva. Qualcuno potrebbe sospettare in questa supposta piegatura del discorso un tentativo di riflesso autobiografico. Conoscendo Martinazzoli mi sento di negarlo: la sua sobrietà e il suo pudore glielo impedivano. E’ giusto invece cogliere un suo personale riconoscersi nella profondità e originalità di tali personaggi.

Martinazzoli non nasconde infatti la sua simpatia per Mosè, Nicodemo e Manzoni, proprio perché, dopo averne indagato in profondità lo spessore, vi ha trovato sofferenze spirituali e morali largamente condivise.

La solitudine innanzittutto.

“E’ un grande e solitario italiano – scrive infatti -il cittadino Alessandro Manzoni. Impolitico non perché ignorasse Macchiavelli ma perché non gli riusciva di comprendere un potere disgiunto dalla ragione morale”.
Così come dice di sentire il dovere di “pronunciare l’elogio di Nicodemo, della sua discrezione, persino dei suoi dubbi e della sua ambiguità”.

Ma è soprattutto attorno alla figura di Mosè che io colgo la suggestione, che  molto lo intriga, del peso e della sofferenza per la sua destinazione profetica. Perché, viene da chiedersi, l’aspetto tragico del servizio della parola, della profezia, viene sottolineato nella figura di Mosè piuttosto che in quella di altri grandi profeti, come Abramo ad esempio?  Andrè Neher, il grande rabbino francese, dà questa risposta: “Perché il profeta secondo Abramo è un individuo, il profeta secondo Mosè è inserito nella storia di un popolo. Abramo è il profeta da solo, è da lui che nasce il popolo; la missione di Mosè, invece, lo introduce nell’ambiente di una comunità umana… E allora necessariamente si crea il conflitto, la lotta concreta, il dialogo con gli uomini. Ed è un dialogo molto difficile e molto differente dal semplice dialogo con Dio, perché è molto più sottomesso al rischio dello scacco” (4).

Profeta del popolo e con il suo popolo, dunque.

Potremmo cogliere proprio in ciò la ragione della simpatia di Martinazzoli il quale, non a caso, pur scegliendo, per una sua postura caratteriale e in parte soffrendone, una certa solitudine, mai ha considerato la possibilità di un’esperienza umana e politica disgiunta da quella di una comunità, di un popolo. Il popolarismo per lui era esattamente questo: la scelta di camminare fra il popolo e insieme al popolo, costasse pure – e Dio sa quanto gli costò – sofferenze, incomprensioni e conflitti.

Un’altra suggestione che attraversa i tre testi è quella della rinascita.

Nei suoi discorsi politici Martinazzoli parlava spesso dell’esigenza di un ricominciamento, che è una declinazione meno impegnativa e più storica, anche se non rinunciava all’idea che a questo nostro tempo fosse necessaria una vera e profonda conversione culturale ed etica, diciamo pure antropologica. Sul testo del vangelo di Giovanni a proposito di Nicodemo, Martinazzoli indugia molto sulla risposta che Gesù dà alla domanda del suo interlocutore (“Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?): “Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio…Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque nato dallo Spirito”. Mistero. Fede. Dubbi. Fascino. E proprio su questi interrogativi di Nicodemo, solo due giorni fa su Avvenire, scrivendo del Giubileo e delle ultime sorprendenti e profetiche prescrizioni a suo riguardo di papa Francesco, Pierangelo Sequeri chiosa: “Si può rinascere dall’impossibile. Non è la perfezione che cambia la storia: sarebbe già affondata. E’ la conversione che la cambia. La cambia individualmente e anche collettivamente” (5).

Per “rinascere di nuovo, si tratta effettivamente di tornare nel grembo: in quello di Dio, però, e non in quello della propria madre “(6).
Tornando al Mosè, vorrei brevemente soffermarmi sul percorso singolarissimo impresso da Martinazzoli ai testi del Pentateuco, per sospingerli nei meandri più intriganti del dibattito aperto, oggi ormai in tutto il mondo potremmo dire, sulla crisi della democrazia. Se la sua intenzione fosse stata quella di fare una lettura politica del testo biblico avrebbe potuto soffermarsi forse sui tanti spunti offerti dai dialoghi di Mosè con il faraone alla ricerca, come ha fatto in modo memorabile p. Carlo M. Martini (7), del loro insospettato valore politico, ma soprattutto alla ricerca del “faraone che è in noi” e del “Mosè che è in noi”.
E invece no, Martinazzoli rumina sino a sminuzzarlo il testo, senza volere distaccarsene, facendosi trascinare quasi senza intenzione: dalle tavole alla legge, dalla legge alla libertà, dalla libertà alla democrazia, partendo dalle “profondità minerali della storia” e, camminando attraverso i classici greci, su su sino a Heghel e Kafka, per arrivare a cogliere il definitivo salto di qualità del modello democratico moderno quando esso ha potuto configurarsi come “patto fra eguali”. Le tavole di Mosè evidentemente centrano con questa eguaglianza. “Giunti a un’epoca della storia – scrive – che dichiara come diritto la dignità di ogni creatura, non dovremmo indietreggiare”. (E invece proprio le cronache di questo tempo  che ci parlano dei flussi nuovamente biblici dei migranti, ci descrivono un maledetto indiettreggiamento che mette a dura prova la nostra capacità di “restare umani”). Martinazzoli ha ben presente, lo ha sempre avuto sin da quando lo ha scoperto, che “la dolorosa fondazione del fondamento” di quel patto fra eguali ha portato l’”inaudita potenza speculativa” di Antonio Rosmini (come l’ha definita Giuseppe Capograssi) a individuare nella persona la ricapitolazione di tutto, di ogni diritto, essendolo essa stessa: “non la persona ha il diritto, ma la persona è il diritto”.
In questo principio rosminiano è racchiuso tutto il sistema di pensiero di Martinazzoli, dell’uomo, del politico e dello statista.
Alcune altre figure, non moltissime per la verità, possono essere indicate come i suoi punti di riferimento: Sturzo, De Gasperi, Moro, Tocqueville, Montini e Manzoni appunto. Ma questo punto solido, questa pietra angolare su cui appoggia buona parte dell’antropologia e della filosofia rosminiana lo ha veramente conquistato.
Giuseppe Capograssi è il filosofo del diritto che, insieme a Leopoldo Elia costituzionalista e Mino Martinazzoli uomo più dedicato alla politica, ha contribuito a sviluppare il personalismo rosminiano.
Capograssi in particolare, pensatore molto stimato da Mino, ne ha fatto una sintesi assunta anche dagli altri due quando ha definito la persona come un’individualità infinita che ha bisogno del rapporto con gli altri, attraverso l’immersione nella storia, per raggiungere la sua pienezza; ma , nello stesso tempo, “proprio perché la persona è il diritto, la storia è storia di legislazioni, di istituzioni, di ordinamenti e di coazioni, l’affermazione positiva e volontaria che essa fa di se stessa nella individualità originale ed insostituibile della sua vita in mezzo al concreto” (8)

Queste considerazioni ci hanno portato al largo se ripensiamo i punti da cui siamo partiti.
Il viaggio di Mosè a un certo punto finisce, quantunque incompiuto.
Il prudente capo ebreo Nicodemo si trova imprevedibilmente a raccogliere il corpo crocefisso di Gesù.
Manzoni si trova solo a contemplare impotente le ragioni di una ingiustizia inopinatamente consentita dal Signore della storia.
Tre figure che costringono a riflettere sull’imperscrutabilità delle ragioni e delle circostanze che sottendono i diversi destini personali.

A Martinazzoli è toccato quello di una leadership politica non cercata ma non rifiutata, accompagnata da una incolpevole solitudine che non è mai degenerata in isolamento, non foss’altro  per le sue frequentazioni intellettuali, di uomini e autori, cui è stato chiesto di porre i sigilli sulla fine di una esperienza politica in cui più di altri aveva creduto. Lo ha fatto conservandone l’essenza, anzi risalendo alle radici primigenie per trovare quelle gocce di linfa generativa necessarie a chi, venendo dopo di lui, avesse avuto l’ambizione se non di una rinascita almeno di un ricominciamento o di una reinvenzione.

Per arrivare poi alla conclusione, valida per lui e per noi tutti, che “Amare il proprio destino, assumerne tutto lo spazio di libertà e di responsabilità: questa è forse, la ventura delle venture”.

 

NOTE

1) Giorgio Caproni, “Tutte le poesie”, senza titolo, Garzanti ed.
2) Christian Meier, “Politica e Grazia”, Il Mulino
3) “Di Dossetti si può dire che c’era il monaco nel politico, e il politico nel monaco”
4) André Neher, “L’essenza del profetismo”, Marietti ed.
5) Pierangelo Sequeri, “La Chiesa sfida anche se stessa”, Avvenire, 2 settembre 2015
6) Pino di Luccio s.j., “Qoèlet, Nicodemo e la vita eterna”, La Civiltà Cattolica, n. 3958 del 30 maggio 2015
7) Carlo Maria Martini, “Vita di Mosè”, Borla ed.
8) “Il diritto secondo Rosmini”, citato in Giorgio Campanini, “Giuseppe Capograssi, nuove prospettive del personalismo”, Studium ed.

dal sito:  www.pierluigicastagnetti.it

 

 

“Lo Spirito di Stella”: una vita al massimo. Intervista ad Andrea Stella

Andrea-Stella GDL 2014
E’ stato Candido Cannavò, il grande direttore della Gazzetta dello Sport deceduto nel 2009, a scoprirlo qualche anno fa. Nel suo bellissimo libro “E li chiamano disabili”, ci aveva raccontato la storia di Andrea Stella e di altre persone straordinarie.  Ora Andrea presiede una Onlus, “Lo Spirito di Stella”, che ha diversi progetti tra cui i “Sailing Campus”. Una vera e propria scuola di vela itinerante. Una iniziativa , cominciata cinque anni fa, che sta avendo successo. Coinvolge, infatti, persone abili e disabili insieme. Il “Tour” è iniziato a giugno a Desenzano sul Lago di Garda e terminerà a settembre a Savona, dopo aver toccato importanti località come Trieste e La Spezia. Questo ci offre l’occasione per parlare della storia di Andrea e fare un piccolo bilancio della sua attività.

 

Andrea, lei è un bellissimo esempio. Una persona che ha fatto del “limite” una forza che gli ha consentito di rompere le barriere di ogni tipo. Può raccontarci, sinteticamente, l’origine della sua storia?

Avevo 24 anni, mi ero appena laureato in legge e, prima di cominciare a lavorare, sono andato a Miami per una vacanza. Volevo divertirmi e studiare un po’ di inglese, ma una sera dei malviventi  mi hanno sparato per rubarmi un’auto presa a noleggio. Non avevo reagito in alcun modo, probabilmente erano tossicodipendenti… Non sono mai stati presi…

Dopo il grave ferimento che accadde?

Sono stato in coma indotto per 35 giorni. La ferita al fegato era molto grave. Mi hanno salvato per un pelo. La pallottola, però, ha colpito il midollo spinale e non ho più potuto camminare.

Ha mai pensato di non farcela a superare il bruttissimo momento?

Certo che ci ho pensato, ho passato momenti tremendi. All’inizio è stata durissima, come essere stati catapultati in un’altra vita, ma una vita che non avrei mai voluto vivere. La prima reazione alla carrozzina è stata di rifiuto totale. “Piuttosto mi ammazzo”, pensavo.

La persona che più l’aiutata, nel superare il suo pessimismo, è stato suo padre. Perché?

Mio padre ha cercato di farmi reagire, mi ha proposto moltissime cose che potevo fare anche in carrozzina. Ha cercato gli ausili adatti. Mi ha spinto ha riprendere il mare e a tornare in barca a vela. Per me è stato fondamentale.

Il catamarano è stata la svolta della sua vita.  Essere riuscito a realizzare una imbarcazione, così imponente,  e renderla funzionale a persone con problemi motori non è cosa da poco. Questo induce ad un’altra considerazione: se è stato possibile rendere funzionale un mezzo inaccessibile ad un certo tipo di persone, allora la stessa “filosofia” della progettualità integrata può essere utilizzata per rendere accessibili per tutti le nostre città. Eppure, per il nostro Paese, sembra una Utopia… 

Ciò che mi ha spinto a far sì che la barca avesse una vita pubblica oltre che privata è stato proprio questo messaggio: “Se si può fare su una barca perché non si può fare in una città?”.
Per progettare una città, un servizio, un oggetto, bisogna partire dalle esigenze reali delle persone. Se un architetto progetta una cucina e non sa cucinare quella cucina non sarà mai funzionale! Deve chiedersi quale sarà l’utilizzo finale di quella cucina per studiarla bene. Per costruire il catamarano abbiamo fatto proprio questo: abbiamo studiato la mia situazione, che poi è quella di moltissime altre persone. E costruirlo ci ha fatto capire che  gli oggetti pensati per le persone con disabilità possono essere più funzionali anche per gli altri. Il telecomando per la televisione, ad esempio, è stato pensato per un disabile, ma è oggi usato da tutti. È questo il cuore del “ Design for all” o “ Progettare per tutti”: progettare senza barriere va a vantaggio della persona disabile, ma anche della mamma con passeggino o della persona anziana.

Nel 2003 fonda una Onlus, “Lo Spirito di Stella”, che ha diversi progetti. Può dirci i principali?

L’Associazione “lo Spirito di Stella” è impegnata in una campagna di sensibilizzazione sul problema delle barriere architettoniche e in iniziative volte a favorire l’inserimento dei disabili nella società. I progetti principali in corso sono i Sailing Campus, scuola vela itinerante per persone con e senza disabilità insieme, e i Corsi di sci per persone disabili che organizziamo a Folgaria in collaborazione con Scie di Passione.

Può spiegare meglio i “Sailing Campus” ? Quante persone sono state coinvolte?

Si tratta di una scuola vela itinerante che consente a ragazzi e adulti con e senza disabilità di cimentarsi, individualmente e in squadra, nel condurre le imbarcazioni della gamma Hansa. I partecipanti partecipano a lezioni teoriche e pratiche seguiti da istruttori professionisti, in un ambiente accessibile e inclusivo.
Ad ogni corso sono ammessi massimo 10 iscritti e ogni anno si svolgono sei campus per un totale di circa 60 partecipanti. Sono molte di più, però, le persone che ruotano intorno ai campus: istruttori FIV, volontari delle associazioni locali, Marina Militare…
I Sailing Campus vogliono avere una ricaduta positiva reale sui territori interessati: si controlla l’accessibilità del luogo dove si tiene il campus, ma si mappano anche gli alberghi della zona per dare sostegno ai partecipanti nella ricerca di strutture accessibili per il pernottamento. Dallo sport alla città, quindi, per creare accessibilità e integrazione.

Torniamo alle “barriere” che una persona “disabile” (bruttissimo termine) incontra. Qual è la più grande, secondo lei, che deve affrontare nel nostro Paese?

Il problema che vivo ogni giorno è la difficoltà, se non impossibilità, di muovermi liberamente. Le barriere fisiche sono le più dure. La Florida, luogo della sparatoria, è per me oggi paradossalmente un luogo di vacanza perché sono quasi completamente assenti le barriere architettoniche.  Lì posso scegliere un ristorante in base al cibo, non perché posso utilizzare i servizi igienici!
Barriere fisiche, ma anche mentali. I due concetti sono purtroppo intimamente legati. Il nostro Paese è impreparato ad accogliere le persone con disabilità. Mentre nel Nord Europa ci sono ragazzi che circolano liberamente in carrozzina senza che nessuno ci faccia caso o si stupisca, qui ti guardano come se fossi sceso da Marte. Ci sono troppe barriere e, a causa di queste, le persone disabili faticano a relazionarsi e ad integrarsi.

Ultima domanda: Andrea se dovesse sintetizzare in poche battute lo “spirito” di Stella, cosa direbbe?

Direi che Lo Spirito di Stella è una realtà che cerca di dare il proprio piccolo contributo per abbattere alcune delle troppe barriere, mentali e fisiche, che ostacolano la vita di molte persone, e cerca di farlo con progetti pratici concreti, come i corsi di sci e di scuola vela aperti a tutti, cercando di dare a tutti le stesse opportunità.

Arturo Paoli, “Amorizzare il mondo”. Un ricordo di un testimone radicale del Vangelo.

112Arturo Paoli - ph Davide Dutto_2Arturo Paoli, classe 1912, nel prossimo novembre avrebbe compiuto 103 anni, è morto nella notte tra la domenica e lunedì nella sua Lucca (dove era stato ordinato sacerdote). I funerali si svolgeranno domani nella Cattedrale di Lucca. Paoli è stato uno straordinario testimone del cristianesimo. Una voce unica in Italia. Un vero “profeta” biblico, l’ultimo dei “patriarchi” della fede in Italia. Da giovane prete partecipa alla Resistenza, salvando centinaia di ebrei (impegno che gli varrà il riconoscimento, nel 1999, da parte  di Israele del titolo di Giusto delle Nazioni). Diventa, sul finire degli anni ’40, vice-assitente nazionale della Giac (la gioventù dell’Azione Cattolica italina),stringe, in quel tempo, un grande rapporto d’amicizia Giovanni Battista Montini (futuro Papa Paolo VI). Viene esiliato da parte delle gerarchie vaticane del’epoca,lascia così l’incarico in Azione Cattolica. Diventa   cappellano sulle navi degli emigranti italiani in Argentina. L’ Argentina e l’America Latina diventano la sua patria di elezione. Per quarantacinque anni il suo impegno per la liberazione dei poveri e la giustizia sociale si svolge in quell’immenso continente. Diventa uno dei protagonisti della Chiesa della Liberazione. Infatti il  suo libro Dialogo  della liberazione è una delle matrici del movimento nato in Sudamerica e conosciuto in tutto il mondo con il nome di Teologia della liberazione. Da Piccolo fratello di Charles de Foucauld (l’eremita francese che morì solitario nel deserto di Algeria), per quarantacinque , come abbamo detto, in America Latina: Argentina, Venezuela, Brasile e molti altri Stati sudamericani diventa animatore di comunità ecclesiali. Vivendo nei quartieri più poveri delle città latinoamericane. A Buenos Aires conosce Padre Bergoglio, futuro Papa Francesco (con il quale si incontrerà nel gennaio del  2014 a Santa Marta in Vaticano).  Nel 2005 lascia, a 93 anni, l’America Latina e fa ritorno in Italia. Nel 2006 ha ricevuto la Medaglia d’oro al valore civile dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. GLI ULTIMI anni della sua vita sono sempre intensi. Numerosi sono i suoi incontri con i giovani. NEL farsi discepolo di Charles de Focault, “piccolo fratello universale”, Arturo Paoli ha perseguito un ideale semplice e radicale: “amorizzare il mondo. In questa logica non risparmiava critiche all’Europa, un continente, scriveva Paoli, che ha perso il senso della solidarietà con gli ultimi. In questo c’è grande sintonia con il Magistero di Papa Francesco.

Per ricordarlo pubblichiamo, per gentile concessione dell’Editore, un estratto del suo ultimo Libro, uscito nel 2013 per Chiare Lettere, “Cent’anni di fraternità”.

In conclusione
I giovani mi chiedono spesso perché sono prete. La risposta vera non può limitarsi alla parola «vocazione», che per loro è assolutamente incomprensibile. Forse la migliore risposta a quelle domande, che nascono spontaneamente nell’incontro con uno che si suppone esperto su problemi della nostra epoca, è quella che darebbe Dostoevskij, che ha coltivato una certa dimestichezza con i monaci del suo tempo. Con loro ha trovato una risposta profonda a quei pensieri che lo tormentavano giorno e notte. Forse la vostra curiosità nasce dal fatto di interessarmi di voi senza la domanda: sei credente? Frequenti la chiesa? Mi interessa soprattutto l’amicizia, che non è un termine strettamente religioso anche se viene alla mente e al cuore di Gesù. Gesù si interessa essenzialmente di amorizzare il mondo, cioè di migliorare le relazioni fra gli esseri umani che spesso sono tormentate e difficilmente si placano.

Un lungo weekend
Potrei dire di essere in attesa di sorella morte che, per i giovani che mi frequentano, è un’attesa molto strana. Ho spesso sognato un weekend della vita, che vedo farsi strada nel tempo oltre le mie previsioni, come un ritiro silenzioso nell’attesa della sua visita, che non ho mai temuto.
Quando ci penso ricordo la morte di mio nonno: un’attesa quasi indifferente, come quella di un amico che non conosci e che si è annunziato. Mio nonno visse per quarantacinque giorni solo bevendo acqua. Interrogavo il suo silenzio che interrompeva solo con me e, nel passare dei giorni, lo vedevo farsi sempre più sereno, come nell’attesa di un amico sconosciuto con cui si pensa lieto l’incontro. Mio nonno aveva messo a posto, come si diceva al tempo, «i suoi conti con Dio» attraverso una lunga conversazione con il parroco. Forse immaginava la venuta di qualche angelo.
Quel tempo che dedicavo al letto del nonno, che non sopportava altri che non fossero altrettanto intimi, mi riempì di sorpresa e forse di saggezza. Imparare a morire mi ha donato una saggezza precoce che riempie la misteriosa parola «vocazione».

L’esistenza in gran parte è una scelta
Ecco la risposta che spesso dono ai giovani che mi visitano, riconoscendomi una persona un po’ strana e forse interessante. Vorrei convincerli che l’esistenza in gran parte è una scelta. Ed è questa convinzione la più interessante per me e la più difficile per i giovani. Il mondo che li circonda, comprese la famiglia, la scuola, la società in genere, sembra interessato a togliere loro il tempo di riflessione necessario per una scelta libera. Qualche adulto, se non mio coetaneo ma vicino, mi chiede perché nel Sessantotto i giovani mostrassero una vivacità eccezionale che oggi sembra scomparsa.
C’è oggi qualcosa che libera i giovani dalla fatica di scegliere, e questo è il maggior pericolo che ho visto apparire nel lungo tempo della mia vita.
Ricordo che mi colpì, leggendo la biografia di sant’Agostino scritta da Giovanni Papini, lo scrittore più in voga in quel tempo, un capitolo che portava il titolo «L’uragano della pubertà»: per noi era veramente tale. Ma pare non si possa dire altrettanto per i giovani di oggi perché, invece dell’uragano, potrebbero parlare di una stanca e noiosa stagione invernale che sembra eterna. Si adattano a questa stagione grigia, immobile, dove anche le novità tecniche vengono assunte con una certa monotonia. La tecnica suscita curiosità ma non attesa, non provoca sentimenti sconosciuti. Sono in attesa di una novità.
Ripenso che nella mia giovinezza ebbe molta importanza l’amicizia con Giorgio La Pira, che riuscì a liberarmi da quel famoso «uragano» e a farmi pensare che avrei potuto essere, come lui, un educatore di giovani. Giorgio La Pira esercitava su di me una potenza così viva da trasformare il mio mondo interiore. Mi aiutò a trovare nella vita di fede il sogno della mia esistenza. Le amicizie a cui mi aprì mi portarono un tipo di pensiero e di interessi che mi erano sconosciuti fino a poco tempo prima.
Sono sempre stato più educatore che apologeta della fede che praticavo.
Forse la generazione presente ha bisogno di questo atteggiamento, che può creare un interesse che vince il rifiuto a una ricerca di fede.

IL LIBRO

coverArturo Paoli, CENT’ANNI DI FRATERNITÀ, Postfazione di Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la Pace, Edizioni Chiarelettere, Milano 2013, pagg. 112, € 12,00.