“Non sarebbe sufficiente oggi un nuovo ’68: occorre qualcosa di più e di meglio”. Intervista a Mario Capanna

(ARCHIVIO ANSA/KLD)

Quest’anno cade il cinquantenario del ’68. Anno indimenticabile! In tutto il mondo occidentale, e non solo, i giovani creano  il “movimento studentesco”. In Italia, Francia, Germania E Usa, per limitarci ai più importanti, i giovani contestano un intero sistema. Nell’Est Europa inizia la “Primavera di Praga”, in America Latina nasce la “Teologia della liberazione”, sulla scia della Conferenza di Medellin. Insomma il mondo, pur nella diversità di situazioni, in quell’anno, visse una stagione di grande mutamento.

Per ricordare che cosa ha significato il ’68 per l’Italia, abbiamo intervistato un protagonista di primo piano di quel tempo:  Mario Capanna, leader del Movimento Studentesco milanese.

Capanna, lei è stato un leader, tra gli altri, indiscusso del movimento studentesco che ha dato origine al ’68. Partiamo da lei: perché il brillante studente della Cattolica di Milano, Mario Capanna, aderisce al “Movimento”? Cosa è scattato in lei? 

Era l’estate del 1967, all’Università Cattolica del tutto incredibilmente anticipiamo il ‘68 perché occupiamo l’università nel novembre del 1967. Il pretesto fu specifico perché in piena estate, quando gli studenti erano in vacanza, il Collegio Accademico decise un forte aumento delle tasse di iscrizione all’Università, portando la Cattolica ad essere una delle Università più care d’Italia. Quando rientrammo chiedemmo di vedere i bilanci e alla nostra richiesta fu ovviamente opposto un rifiuto, così che iniziò uno stato di agitazione dopo il quale si giunse all’occupazione, decisa da un’assemblea.

Il Rettore di allora, Franceschini, guida la reazione della polizia, violando tra l’altro per la prima volta la sacralità della Cattolica, cui noi opponiamo resistenza passiva e quindi veniamo portati via uno a uno. Da parte di noi studenti vi era già da tempo un sentimento critico nei confronti dell’Università: ci chiedevamo perché dovessimo leggere Marx o alcuni teologi di frontiera di nascosto. C’era un clima di chiusura che evidentemente non era più sopportabile.

Il fenomeno del ’68, che, come è noto, ha avuto una sua simultaneità planetaria, fu definito di “contestazione globale”. Ora la parola “contestazione”, nell’impoverimento linguistico di oggi, dà l’idea del bastian contrario cui nulla va a genio, nemmeno le cose giuste. Ma la parola contestazione ha radici nobili: deriva dal verbo latino “contestor” composto da cum, ossia “con”, e testis, che significa “testimone”. La contestazione è ciò che il testimone vede toccando con le proprie mani e quindi il suo dire è difficilmente smentibile. Il ‘68 è questa liberazione, prima individuale poi collettiva, in cui ad ogni critica corrispondeva sempre la costruzione di un punto di vista contrario e collettivo.

Qualcuno ha parlato del ’68 come una “rivoluzione degli intellettuali”, condivide questo giudizio?

No, perché a scendere in lotta sono soprattutto gli studenti ma un minuto dopo, basti pensare alle grandi lotte dell’autunno caldo, scendono in lotta milioni di lavoratori e di impiegati oltre che di intellettuali. È stata una rivoluzione culturale nel senso più ampio del termine, perché coinvolge persone comuni ed è per questo che ne stiamo ancora parlando.

Maestri e “cattivi” maestri. Per lei quali sono stati i Maestri e invece quelli, che poi, si sono rivelati “cattivi” maestri?

Questa questione è facilmente risolvibile sulla base della seguente osservazione: è innegabile che i poteri hanno frontalmente contrastato i grandi movimenti del ‘68 ricorrendo ad una violenza sistematica, perfino alle stragi, e quindi è innegabile che i poteri hanno spinto il mondo in una direzione esattamente contraria ai nostri obiettivi e auspici. La domanda è: dove hanno portato il mondo? Lo hanno portato all’attuale terza guerra mondiale a pezzi (secondo la definizione che ne dà Papa Francesco), ai mutamenti climatici, che sono arrivati al punto di pregiudicare il mondo, alla società dell’1%, dove l’1% possiede ricchezze superiori al restante 99%, come conseguenza della globalizzazione. I cattivi maestri non siamo stati noi, ma coloro che hanno opposto la loro violenza alle nostre pacifiche manifestazioni.

(DANIEL DAL ZENNARO/ANSA/PAL/SIM)

Rispetto agli altri Paesi, penso alla Germania, alla Francia e agli Usa, qual è la caratteristica del ‘68 italiano?

Anzitutto la durata. Da noi il ‘68 comincia addirittura nel 1967 e va avanti per tutto il biennio 68-69. Secondo, il fatto che praticamente già alla fine della metà del 1968 ad esempio in Germania e in Francia il movimento è già in spegnimento. Da noi vi è stata questa radicalità cui ha contribuito molto lo stesso mondo cattolico, nel 1968 si cominciano a vedere i frutti del Concilio Vaticano II, ad esempio i preti operai che vanno alla catena di montaggio e fanno apostolato in questa forma nuova. Il ‘68 italiano si configura come quello di maggior durata a livello mondiale.

Il Maoismo è stato, per alcuni, un mito negativo di quegli anni. In Francia ha portato ad una degenerazione del ’68 specie tra gli intellettuali. E’ così?

Tenga conto di una cosa: io, ad esempio, non ho mai portato il distintivo di Mao. Questo è per dire che noi della rivoluzione culturale eravamo assai poco informati in realtà, ma coglievamo il significato di fondo di un’idea di rivoluzione permanente. Quando Mao dice “sparate sul quartier generale”, cioè non passivizzatevi, continuate ad innovare idee, coglievamo questa idea di rivoluzione permanente che era incoraggiante. La rivoluzione culturale cinese come sappiamo non è stata tutta rose e fiori, però addirittura viene chiamato l’esercito per porvi fine non diversamente dalla repressione nei paesi occidentali.


Nella sfera della politica il mito era quella della “rivoluzione”. Ma quale rivoluzione? Per qualcuno, più tardi, la “rivoluzione” ha preso bruttissime strade…
 

Ecco vede la parola rivoluzione non va mai usata con leggerezza, perché è molto impegnativa. Per me la rivoluzione era pacifica, il ‘68 nasce e si mantiene rigorosamente pacifico. I primi episodi di violenza si verificano quando la polizia interviene. Questa è una prima discriminante. Dopodiché 99’una rivoluzione delle idee è per certi aspetti la rivoluzione più profonda: si realizza quella che i greci chiamavano metanoia, cioè conversione, un modo nuovo e alternativo di vedere il mondo. Per questo aggiungo una caratteristica pregevole del ’68: non è stata una rivoluzione consumata, in quanto non è caduta preda delle dinamiche simmetriche di quei poteri che voleva combattere. Il ’68, al contrario della rivoluzione francese, non si è dovuto appoggiare né ad un Robespierre né ad un Napoleone.

Per alcuni è stato il Movimento Operaio che ha salvato il ‘68 italiano. Nel senso che l’intreccio tra le lotte studentesche e quelle operaie dell’autunno    caldo del ’69 ha contribuito a dare maggiore robustezza e concretezza al 68‘.  Per LEI?

Credo di doverlo confermare, anche perché spesso abbiamo scarsa memoria storica. Si pensi al mondo del lavoro prima del ’68: la settimana lavorativa era di 48/52 ore la settimana, la Costituzione non entrava in fabbrica, addirittura c’erano i reparti di confino dove venivano mandati i lavoratori meno docili, come alla Fiat, dove si praticava lo spionaggio. Con il ’68 e l’autunno caldo del ‘69 si sono creati i consigli di fabbrica; i lavoratori sull’esempio degli studenti si riuniscono in assemblea; si ottiene la parità normativa tra operai ed impiegati; si strappano aumenti salariali uguali per tutti; addirittura i lavoratori strappano 150 ore all’anno in cui non lavorano, ma studiano per elevare il loro livello di cultura e di conoscenza. Il ‘”68” operaio potenzia e rafforza il ‘68 studentesco giovanile.

(Pino Farinacci/ANSA/CD)

Alcuni giornalisti e intellettuali hanno scritto, in questi giorni per ricordare l’avvenimento, che l’Italia ha avuto il ’68 che è durato più a lungo, circa dieci anni di più rispetto agli altri Paesi. Condivide questo giudizio? Se si, perché?

Io su questo sono abbastanza poco convinto, perché nel pieno degli anni ’70 siamo di fronte al terrorismo. Si badi, siamo di fronte a ben tre forme di terrorismo: quello di Stato (non a caso la strage di Piazza Fontana è passata con un nome ben preciso: “strage di Stato”); terrorismo di sinistra (BR ecc.); terrorismo fascista (Ordine Nuovo ecc.). Per quanto riguarda il terrorismo di sinistra non solo non è figlio del ’68, ma addirittura si configura come la negazione non riuscita del ’68. Ecco perché la periodizzazione ’68-’77 a mio avviso è indebita, proprio perché la seconda parte degli anni ‘70 è radicalmente diversa dall’esperimento del ’68. Viceversa è vero che nella prima parte degli anni ’70, con i movimenti femministi, sono anch’essi un prolungamento positivo del ’68.

Siamo alla fine della nostra “chiacchierata” Capanna. Nel ’68 c’era uno slogan: Ce n’est qu’un début, continuons le combat! Oggi può essere ancora attuale?

Lo slogan del Maggio francese, che non a caso viene ricordato, è molto pertinente, perché se aspettiamo che siano i governi a risolvere i problemi di cui parlavamo prima (della terza guerra mondiale a pezzi ecc.), aspettiamo invano. Viceversa la grande lezione strategica che viene dal ’68 è essenzialmente questa: quando le persone si mobilitano, quando le idee camminano su milioni di gambe di giovani uomini e donne si strappano conquiste importanti, cui ancora oggi parliamo; quando invece provale la passività e la delega i problemi non vengono risolti e quindi si moltiplicano e si aggravano. Non sarebbe sufficiente oggi un nuovo ’68: occorre qualcosa di più e di meglio.

Un sogno di pace è ancora possibile in Israele? La storia di Neve Shalom. Intervista a Brunetto Salvarani

 

Sono giorni drammatici per Gerusalemme. La decisione del Presidente americano, Donald Trump, di insediare l’ambasciata Usa a Gerusalemme sta creando caos e morte. Eppure, tra mille difficoltà, c’è ancora, in Israele, chi non si rassegna. E’ il caso del piccolo villaggio, situato nella biblica Valle di Ayalon, di Neve Shalom. Ne parliamo, in questa intervista, con il teologo Brunetto Salvarani. Continua a leggere

Storia di un “avvocato di strada” contro il caporalato. Intervista a Massimiliano Arena

Nel foggiano la piaga criminale del caporalato frutta, secondo alcune stime, circa 38 milioni di Euro all’anno. Una cifra da capogiro. I moderni schiavi sono immigrati, donne e uomini, anche italiani. In Capitanata esistono 6-7 ghetti, sono luoghi ad alta concentrazione di persone, generalmente si attestano ad una presenza minima di circa 2-300 persone in modo stanziale, che hanno un incremento costante di persone fino a raggiungere il momento di presenza massima, nei mesi estivi, verso luglio con presenze che arrivano anche a 5.000 persone. C’è l’impegno dello Stato, con un commissario ad hoc, dei sindacati e della società civile, il volontariato, per contrastare questo triste fenomeno. Tra queste esperienze c’è una storia che merita di essere raccontata: quella di Massimiliano Arena, fondatore della sezione foggiana degli “avvocati di strada”. In questa intervista ci parla del suo percorso di vita e della sua esperienza a difesa dei senza diritti.

Massimiliano, mi piace chiamarla per nome, se è d’accordo, lei è un avvocato, esperto in diritto di famiglia (e di questa sua specializzazione parleremo nel corso dell’intervista), ha studiato alla LUISS, prestigiosa università privata, per diventare un avvocato d’impresa (sognando magari di lavorare in qualche mega studio legale specializzato in questa attività). Però durante l’Università qualcosa stava cambiando. Cosa è successo? Una crisi di fede? Una messa in discussione di alcuni valori in cui credeva?

Ero andato alla LUISS e ci andrei tutta la vita perché credo sia una delle migliori università, allo stesso tempo ebbi una profondissima crisi perché l’ambiente era altamente competitivo e non ebbi in quel momento la capacità di reggere quello spirito, quel livello di ambizione. La crisi venne con il terremoto in Umbria nel ’97;  mi ritrovai a fare il volontario quasi per caso per cinque settimane dormendo  in una tenda della Caritas. Tornato a Roma, studiare diritto amministrativo o tributario mi sembrava abbastanza inutile  e così presi una decisione dentro di me: che ciò che studiavo doveva servire per aiutare altre persone.  Questa riflessione mi ha dato la spinta per terminare l’università.

Questa crisi ha prodotto in lei il desiderio di un impegno per l’altro (i poveri). Quali sono state le sue esperienze di volontariato?

Guadagnare bene è un grandissimo rischio, la più grande malattia di cui ci si possa ammalare è l’egoismo, abbiamo il dovere di restituire tutto il bene che ci viene dato, alle volte anche immeritatamente, dalla vita. Ho il piacere di fare un lavoro che mi piace e mi appassiona, grazie al quale guadagno dignitosamente e quindi è giusto che questo mio lavoro sia rivolto come fanno tanti altri miei colleghi a persone che, per il solo fatto che puzzano o che non sono vestite bene o che non sanno parlare bene, non entrerebbero mai in uno studio legale. E’ dunque l’avvocato che deve scendere in strada e mettersi a disposizione. E’ anche una grandissima forma di educazione del proprio io; non significa che sono una persona buona, perfetta, molte volte mi viene abbastanza facile perdere le staffe e non avere pazienza. Tutto ciò serve per abbassare il mio il mio ego e ricordarmi  di quanto sono fortunato e di quanto devo ancora dare. Il giorno della laurea ho comunicato ai miei genitori che da lì a poco sarei partito alla volta dell’Ecuador  con l’operazione Mato Grosso come volontario. Subito dopo l’Ecuador mi legai tantissimo ai miei amici dell’operazione Mato Grosso, organizzazione che ha tantissimi giovani in Italia che lavorano tutto l’anno per inviare fondi alle missioni in Ecuador, Bolivia, Perù e Brasile.  Nel ’99 in Brasile, nel 2000 in Perù e poi ci fu una pausa di sei anni in cui lavorai sostanzialmente come volontario in Italia, con un gruppo di ragazzi  nella mia città, Foggia, facendo lavori  tra i più umili, come sgombero cantine, traslochi, imbiancature, e il ricavato andava in missione. Dal 2006 ho ripreso i miei viaggi, sono stato in Bolivia, dove mi sono recato quasi ogni anno e dove nel 2010 sono stato per un anno chiudendo il mio studio legale. Nello stesso periodo cominciai a collaborare anche con un altra organizzazione e mi sono recato in Guinea Bissau e in Angola con progetti a favore dell’infanzia e dell’adolescenza. In contemporanea nel 2005 ci fu l’apertura nei pressi della stazione di Foggia dello sportello Avvocati di Strada, che ho il piacere di guidare da allora, e spero di passare presto il testimone perché non credo in quel tipo di volontariato che si identifica in una persona sola,è sempre necessario un ricambio generazionale.

Ed è grazie a quell’esperienza, Operazione Mato Grosso, che scatta la “scintilla” di diventare avvocato per aiutare chi ha bisogno, Qual è stato il percorso di maturazione che ha portato lei a diventare “Avvocato di Strada”? Perché proprio questo impegno?

 Per restituire dignità o identità a chi non le ha. Spesso si pensa che la professione più nobile sia quella medica. Ma se a un senza fissa dimora, che sia italiano o straniero, non viene restituita la dignità della residenza anagrafica, non può accedere alle cure sanitarie e quindi da qui si evince l’importanza della professione di avvocato.

Così nel 2005 fonda a Foggia, nella sua città, lo sportello Avvocato di Strada. Sappiamo il contesto drammatico della provincia di Foggia: capolarato e mafia. Lo sfruttamento disumano degli “invisibili” (le persone sfruttate dai caporali) frutta al caporalato foggiano 38 milioni di euro all’anno. Una cifra impressionante. Ci sono iniziative, oltre all’opera di repressione delle forze dell’ordine, di contrasto del fenomeno per opera, ad esempio, del sindacato.La sua opera come si svolge in questo contesto? Quanti avvocati siete?

Da anni combattiamo contro i mulini a vento del caporalato, il problema è uno soltanto. Per denunciare il caporalato ci vuole chi  sporge querela, chi fa la denuncia; spesso noi raccogliamo frustranti storie di caporalato però poi nessuno di questi braccianti ha il coraggio, la voglia, la forza di denunciare. Tutto si ferma lì. Il sindacato ha fatto tanto o meglio alcuni sindacalisti e ci hanno anche affiancato in un periodo in cui con la regione Puglia tentammo di far emergere situazioni di sfruttamento a fronte di incentivi, i braccianti  però avevano paura di uscire dal circuito lavorativo. Questo fenomeno esiste e non ce ne possiamo lamentare perché se entriamo in un discount e pretendiamo di comprare un barattolo di pomodori pelati a 60 centesimi va da sé  che qualcuno alla fonte è stato sfruttato e quel qualcuno quasi sempre è il bracciante, che sia italiano o straniero, bianco o di colore, non ha importanza, lo sfruttamento non ha etnia, nazionalità colore di pelle. Siamo circa 12 avvocati e offriamo consulenza legale gratuita a chi ne ha bisogno.

Può raccontarci qualche episodio positivo?

Ricordo quella di un ragazzo rumeno  che non aveva documenti  e che fu investito dal trattore del suo padrone come lo chiamava lui, datore di lavoro come andrebbe chiamato. Il suo datore di lavoro non voleva nemmeno portarlo in ospedale, fu soccorso sul posto e solo il giorno dopo, grazie ad alcuni amici, fu accompagnato in ospedale dove venne riscontrata la frattura di tibia e perone. Grazie agli avvocati di strada ha avuto un  risarcimento  e poi  è tornato in Romania dove con quei soldi ha aperto un bar  – ristorante e dove conduce una vita dignitosa.

In questa sua opera hai mai ricevuto minacce dalla mafia o dai caporali?

Non abbiamo mai avuto nessun tipo di intimidazione, allo stesso tempo però quando abbiamo tentato l’ingresso in alcuni ghetti intorno a Foggia non c’era una bella aria, c’era tensione, qualcuno ha urlato perché sapeva bene che stavamo entrando nel ghetto per scardinare alcune sacche di illegalità. Ma tutto si è fermato lì.

Torniamo a parlare di Lei, Massimiliano. Quanto ha contato la sua fede nella scelta per gli ultimi?Ha affermato, in una intervista, che per lei la “misericordia” è un mistero più grande della risurrezione. E’ una affermazione assai forte. Eppure con lua testimonianza, per usare un termine antico, è un “operatore” di misericordia….

Mi viene da rispondere in questo modo: la bellezza della professione dell’avvocato sta nel non giudicare  nessuno e  nel difendere tutti quelli che hanno sbagliato e non quelli che intendono sbagliare. Secondo me è quanto di più misericordioso ci sia.

Quali saranno i suoi impegni futuri? So che ha aperto una start up…

Il mio impegno futuro è percorrere sempre più la strada dell’innovazione nella mia professione di avvocato e far crescere la mia ultima creatura, la start up Sliding Life, ideata per fornire risposte legali, psicologiche, pedagogiche e fiscali a chi sta affrontando una separazione o un divorzio.  Il mondo del lavoro sta cambiando, quindi dobbiamo essere pronti ad ogni forma di innovazione, ciò significa inventarci nuovi lavori o nuove forme di produzione del  nostro lavoro. Credo ad esempio che quello dell’avvocato sia un lavoro che non finirà mai, allo stesso tempo, però, ci viene richiesto  di farlo in maniera diversa. L’impatto delle tecnologie non può essere sottaciuto, l’avvocato non può essere più quello nascosto dietro una montagna di carte ad aspettare un cliente ipotetico e potenziale nello studio, l’avvocato deve viaggiare, deve essere sui social, deve essere smart, in tempo reale o anche on demand così come le altre libere professioni. Il bello dell’innovazione è che non ha bisogno di essere localizzata in alcune parti geografiche per cui in questo il Sud può vincere il proprio gap, sfruttando le menti brillanti che ha. Il mio desiderio è che  il mio nuovo progetto Sliding Life diventi opportunità di lavoro per tanti. Sliding Life fa dell’innovazione il suo leitmotiv perché per la prima volta persone che non si conoscono possono scambiare informazioni in tempo reale in qualsiasi momento della giornata, possono trovare il miglior professionista, fissare una conference su skype o direttamente un appuntamento con il libero professionista, che sia avvocato, psicologo, consulente pedagogista, o fiscale che faccia al proprio caso, dare un voto ad ognuno di questi.  Quindi i liberi professionisti potranno ricevere un voto dalla propria clientela; questa prospettiva certamente farà cambiare il mercato del lavoro, che avrà un volto più giovane e al passo con i tempi. La clientela potrà scegliere il meglio e noi professionisti dobbiamo essere pronti al cambiamento. Tale cambiamento sarà ancora più significativo se centralizzato al Sud, è necessario mettere da parte l’atteggiamento di passività e diventare ‘eroi della restanza’, puntando su creatività e innovazione

Giovanni Bianchi, profeta del cristianesimo sociale italiano. Un ricordo

Giovanni Bianchi (AUGUSTO CASASOLI/A3/CONTRASTO)

Giovanni Bianchi è stato Presidente Nazionale delle Acli dal 1987 al 1994. Nel 1994 entrò, su invito di Martinazzoli, nel PPI. Ne divenne poi Presidente del Consiglio Nazionale. Nella primavera 1995 è stato in prima linea, in qualità di presidente del partito, nella disputa contro Rocco Buttiglione che aveva schierato il Ppi nel centro-destra con Silvio Berlusconi. Bianchi ha guidato la protesta interna insieme con Gerardo Bianco. Seguì, poi, la militanza nella Margherita e nel PD. Autore di innumerevoli saggi sulla politica e di storia del Movimento operaio. I funerali si svolgeranno domani alle 16 nella Chiesa di Santo Stefano a Sesto San Giovanni. Ecco un ricordo personale.

 

Ciao Giovanni, carissimo amico fraterno. Ti avevo sentito un mese fa, avevamo parlato di Ruggiero Orfei. Nostro comune amico. Ti devo tanto Giovanni. Ti devo l’amore per le Acli, la conoscenza di Simone Weil, della teologia del lavoro di padre Chenula riscoperta del popolarismo di Luigi Sturzo,  di Giuseppe Dossetti, di Padre Turoldo e l’amore per l’ebraismo (indimenticabile era stato il tuo intervento nel giardino dei Giusti a Gerusalemme). Ti avevo conosciuto a Perugia all’incontro dei pacifisti europei. Era stato l’amico Gigi Bobba a farci conoscere. Ti devo l’amicizia con Pino Trotta e BepiTomai. Ti devo il primo lavoro dei miei anni romani, una ricerca sull’identità studentesca con il Bepi. L’ospitalità nella casa con Bepi e Pino. Quante risate. Una umanità stupenda la tua.. La tua ironia era micidiale. Assistere ai dialoghi di voi tre in cucina, quando tu rientravi dai tuoi impegni era davvero unspettacoIo. Il tuo cristianesimo carnale era radicato nella Paola di Dio. Gli incontri con Padre Pio Parisi. I dialoghi sulla laicità. Erano belle le tue Acli. Piene di pensiero politico.

Per te i cristiani che entrano in politica devono essere eticamente credibili, professionalmente competenti, politicamente abili. In quest’ordine!”E poi l’indimenticabile battaglia nel PPI (partito popolare italiano ) contro Buttiglione: i cattolici democratici non andranno mai a destra!

Tanti ricordi porto nel cuore e nella mente. Ricordo la tua sconvolgente meditazione al funerale di tua figlia SaraGiovanni sto piangendo…. Non ho parole! Vengo a sapere che oggi anche Carlo Grazioli se ne è andato. Un altro amico, conosciuto con Mino Martinazzoli. Il paradiso si arricchisce di persone bellissime. Noi continueremo il nostro pellegrinaggio con il cuore pieno di dolore, ma con la ragionevole speranza cristiana di incontrarli al termine della nostra fatica terrena.

Fine vita: profezia e attualità in una riflessione inedita di fratel Arturo Paoli

Per gentile concessione dell’agenzia Adista pubblichiamo questo di Arturo Paoli, esponente di spicco del cattolicesimo conciliare e religioso dei Piccoli fratelli del Vangelo, recentemente scomparso. Ci sembra di grande attualità questa lucida riflessione di Paoli su un tema, il “fine vita” così delicato e importante

(Dino Biggio) Chi non ricorda il calvario di Eluana Englaro e della sua famiglia, con tutte le discussioni e le polemiche che sollevò in campo politico, ma anche ecclesiastico, per lo più dettate da interessi di parte che poco avevano a che vedere con il bene di Eluana? [La ragazza, 21 anni, studentessa universitaria, aveva avuto un gravissimo incidente stradale il 18 gennaio 1992. Dopo 17 anni in stato vegetativo permanente, e dopo quattro giorni di sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione, era morta nel tardo pomeriggio di lunedì 9 febbraio 2009. La richiesta della famiglia di interrompere l’alimentazione forzata, considerata un inutile accanimento terapeutico, aveva scatenato nel nostro Paese un aspro dibattito sui temi legati alle questioni del fine vita. Dopo un lungo e straziante iter giudiziario, l’istanza era stata accolta dalla magistratura per mancanza di possibilità di recupero della coscienza e in base alla volontà della ragazza, che era stata ricostruita tramite testimonianze, ndr].

Fratel Arturo Paoli, che sul caso aveva riflettuto e meditato a lungo, aveva espresso il suo pensiero quattro giorni prima della morte della ragazza, durante la celebrazione della messa comunitaria del giovedì, nel salone della casa Beato Charles de Foucauld di San Martino in Vignale, dov’era ospitato dalla diocesi di Lucca.

Ecco, di quella riflessione sono riuscito ad avere la registrazione, grazie alla sollecitudine di una cara amica. Un pensiero lucido, quello di fratel Arturo, che non ha mai perso l’occasione per levare sempre alta la sua voce in difesa dei più deboli, di coloro che non hanno voce. In questo come in altri casi, la Chiesa cattolica si è dimostrata piuttosto “piccina”, ma al suo interno ci sono sempre state “altre” voci, come quella di fratel Arturo, emerse nonostante i tentativi di metterle a tacere.

Le discussioni vivaci, spesso ipocrite, che si sono riaccese in questi giorni, in seguito alla dolorosa vicenda di Dj Fabo (Fabiano Antoniani), mi hanno convinto dell’opportunità di riproporre quella riflessione di fratel Arturo Paoli, perché sono persuaso che, se dovesse parlare oggi, egli amplierebbe la platea dei destinatari del suo messaggio.

Questo il testo – pubblicato per la prima volta oggi da Adista – che ho estrapolato dall’omelia più ampia proposta da fratel Arturo il 5 febbraio 2009, prendendo lo spunto dal Vangelo di Marco 6,7-13, e che descrive uno dei tanti invii dei discepoli di Gesù agli uomini. Questa riflessione è di un’attualità sconcertante, direi profetica. Sembra pronunciata per i tempi che stiamo vivendo oggi. 

Stasera vorrei soffermarmi con voi a riflettere un po’ sull’argomento così delicato di cui si sta parlando tanto e che sta generando un preoccupante disorientamento. Devo confessare che in quest’ultimo periodo ho seguito poco le notizie di stampa, sia per ragioni di tempo, ma soprattutto perché esse mi deprimono. L’unico modo per difendermi e mantenere la tranquillità è quello di non seguirle. Forse in questo c’è un po’ di viltà, ma è la verità. Ci sono dei fatti di cronaca che vengono assunti dalla stampa – meglio sarebbe dire da chi la governa – con l’obiettivo di distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dai guai veri della nostra società. Vengono così creati ad arte dei fatti sensazionali e scandalistici falsi, che giungono anche a tradire la dottrina della Chiesa proveniente dalla rivelazione di Dio. Pensate un po’ alla confusione che regna sulla problematica della vita e della morte, dell’eutanasia, dell’accanimento terapeutico eccetera.

La prima legge è molto chiara e non dovrebbe creare conflitti: la vita umana è da considerarsi tale quando essa può esprimere liberamente la propria facoltà di pensare, di ragionare, di amare.

La seconda legge è anch’essa altrettanto chiara: nessuna persona è obbligata a mantenersi in vita – o a mantenere in vita altre persone – usando mezzi innaturali, come quello della nutrizione o della respirazione assicurate attraverso strumenti meccanici.

Il disorientamento di oggi nasce proprio dalla grande confusione tra eutanasia e rifiuto di utilizzare questi mezzi straordinari, che sono pur sempre il frutto di conquiste della scienza e della tecnica di cui riconosco la grande valenza.

Il caso della ragazza di cui si parla tanto è davvero emblematico: è ammalata da tantissimi anni; è provato che non sussista alcuna speranza di ritorno ad una vita normale, senza l’utilizzo di mezzi assolutamente innaturali; i suoi genitori si rifiutano di continuare a tenerla in vita in questo modo. Proprio non riesco a capire come si possa parlare di omicidio! Sono profondamente convinto che sia gravemente peccaminoso usare questo linguaggio, perché esso è contro la verità e perché crea forte disorientamento nell’opinione pubblica, condizionandone la libertà. Il desiderio dei genitori va nella direzione di liberare la propria figlia da un inutile martirio. Stabilire in modo appropriato le probabilità di coscienza della ragazza è sicuramente un’indagine difficile, se non impossibile, però ritengo assolutamente colpevole porre sullo stesso piano la rinunzia a mezzi meccanici di mantenimento in vita e l’omicidio. Non si può ragionevolmente sostenere che sia vita quella di mantenere artificialmente il respiro di una persona che ha già perso totalmente i connotati della persona stessa, non potendo più né pensare, né parlare, né amare. Se questa ragazza fosse vissuta trent’anni fa, a quest’ora sarebbe già uscita dal mondo tranquillamente, senza polemiche, semplicemente perché mancavano questi ritrovati della scienza, certamente importanti in molte situazioni, ma che non possono ridarle una benché minima possibilità di vita normale.

Polemiche strumentali

La cosa a me sembra molto chiara. Oggi si fanno tante polemiche che a me appaiono sempre più strumentali e mosse da precisi interessi e finalità da raggiungere. Ma queste polemiche altro non fanno che accrescere la confusione, che divide e impedisce di condurre relazioni pacifiche e, soprattutto, crea profonde crisi di fede. Bisogna stare molto attenti a non perdere la pace, né l’unità, né la fedeltà a Dio, a motivo di queste polemiche esasperate, che ci sono state anche in passato, ma che restavano relegate in ambito domestico, ristretto, mentre oggi, proprio per i mezzi potenti di comunicazione di massa, vengono gridate, amplificate e diffuse in modo molto più estensivo, provocando sconvolgimenti molto gravi.

Per mantenere la calma e la serenità in mezzo a tanto clamore, tutte le mattine mi fermo un bel po’ di tempo ad ascoltare la voce dello Spirito, che per me è come un lavacro che rigenera la mia fede e la mia speranza, preservandole dal turbamento.

Tutti dovremmo trovare un tempo da dedicare a questo ascolto, perché tutti noi che diciamo di professare la fede in Cristo dovremmo sentirci responsabili di questa fede. E riallacciandomi all’inizio della riflessione, dico che siamo responsabili in quanto inviati. È proprio questa responsabilità che ci impone d’essere saldi su questioni così gravi. Io non sono né teologo né moralista, ma queste cose le ho studiate e seguite con molta attenzione, proprio per l’esigenza di non disorientare nessuno.

Ho un ricordo molto vivo, che è riaffiorato alla mia memoria e che risale a molti anni fa: in occasione della morte del cardinal Giovanni Benelli, arcivescovo di Firenze, nacquero delle discussioni polemiche, che rimasero però contenute e silenziate. Il cardinale era stato colpito da un violento attacco cardiaco, che non lo privò della capacità di ragionare, o meglio, la riacquistò in modo abbastanza soddisfacente. Vista la gravità della situazione, il chirurgo che lo aveva in cura gli prospettò la possibilità di praticare un intervento estremamente delicato e rischioso, che lasciava un tenue filo di speranza per la sua sopravvivenza. Gli chiese perciò il consenso per poter procedere. Il cardinale, dopo averci pensato sicuramente con molta attenzione, rifiutò di dare il suo consenso. Si levarono subito i commenti: «Ma questo è un rifiuto della vita!». No, dico io, quello del cardinale è stato un rifiuto a cui aveva pieno diritto e in perfetta sintonia con la dottrina morale cristiana e cattolica, che stabilisce: quando a una persona gravemente malata e in pericolo di vita viene prospettata una possibilità di intervento molto rischioso, con scarsissime probabilità di riuscita, essa può legittimamente rifiutare il ricorso a mezzi straordinari. Ed è proprio ciò che ha fatto il cardinale Benelli, in piena fedeltà alla legge di Dio. Ha accettato di dire il suo amen alla vita in modo pacifico.

Contro la verità

La nostra società è guidata da criteri assurdi, lontani dalla verità politica e anche dottrinale. Viviamo un momento estremamente caotico, confuso, in cui le scelte sono mosse da interessi personali e non dalla ricerca sincera della verità. Si creano così dei polveroni, si intorbidiscono le acque, per impedire che si faccia chiarezza, con l’intento di intralciare la prosecuzione di certi esperimenti scientifici che, di fatto, si vogliono proibire. Si procede quindi per condanne. Si condanna un po’ tutto e si chiude bottega perché non si può andare avanti. Pazienza se non si può fare chiarezza. Questa è la ragione vera all’origine della creazione di certe esagerazioni spaventose che scuotono le coscienze.

La povera Eluana, di fatto, è morta già da diciassette anni. Con quale coraggio si può affermare che essa è una persona ancora viva, quando la sua è sempre stata una condizione vegetativa, che si è potuta mantenere esclusivamente attraverso l’impiego di strumenti meccanici artificiali?

Questo abbaiare, questo gridare da tutte le parti, in effetti nasconde la gravità dei veri problemi della vita, occultando le profonde ingiustizie che colpiscono tanta parte dell’umanità. Basti pensare all’impiego delle enormi risorse finanziarie per la fabbricazione delle armi, per il traffico della droga eccetera. Questi sono i grandi drammi che dovrebbero scuoterci profondamente, mentre invece perdiamo enormi energie in diatribe assolutamente distruttive. Ed è molto grave, anzi gravissimo, che molte autorità religiose le alimentino con le loro prese di posizione, proprio per la responsabilità di guida che esse rivestono. Anche perché dovrebbero sapere benissimo, per via della loro scienza, che la dottrina sostiene proprio il contrario di quello che affermano. Ma arrivare a parlare di omicidio è, ripeto, addirittura peccaminoso, perché è contro la verità.

Da: http://www.adista.it/articolo/57127