RECOVERY FUND: LA GRANDE OCCASIONE PER L’ITALIA DI DIVENTARE UN PAESE PIÙ MODERNO E PIÙ VERDE. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Buone notizie in arrivo da Bruxelles. La Commissione propone un Recovery Fund da 750 miliardi. risorse che si aggiungono agli strumenti comuni già varati. Una svolta importante – come dice il commissario Ue Paolo Gentiloni – per fronteggiare una crisi senza precedenti. Il Recovery Fund, ribattezzato “Next generation Eu”, sarà agganciato al prossimo bilancio Ue 2021-2027 che varrà 1.100 miliardi. Per l’Italia si tratta di 172,7 miliardi di aiuti, 82 a fondo perduto. Ne parliamo con il direttore di Think-industry 4.0 Giuseppe Sabella, anche per approfondire le implicazioni di questo ingente sostegno all’economia italiana ed europea.

Sabella, il Recovery Fund è indubbiamente una svolta importante per il futuro dell’Unione europea: mai la Commissione si è impegnata in un’emissione di questa scala. Cosa significa innanzitutto a livello europeo questa decisione?

Non c’è dubbio che si tratti di un evento decisivo per il futuro dell’Unione. Per la prima volta si sposta la politica comunitaria dall’austerity agli investimenti, e lo si fa in modo sostanzioso: è, finalmente, la nascita dell’Unione del lavoro. Il Recovery Fund, infatti, servirà essenzialmente per rilanciare l’industria europea, e quindi il lavoro. C’è da dire anche che vi sono stati membri ancora contrari – Olanda in particolare ma anche Svezia, Danimarca e Austria – ma, per quanto la proposta dovrà ottenere il via libera del Consiglio e del Parlamento europeo, si tratta ormai di una scelta irreversibile. Tanto che, non meno di una settimana fa, Angela Merkel ha parlato di fine dello stato nazione.

Su cosa si fondano in particolare le parole della cancelliera tedesca “lo Stato nazionale non ha futuro, la Germania starà bene solo se l’Europa starà bene” ?

Intanto, Angela Merkel sa bene che il nuovo corso della globalizzazione sarà meno multilaterale e più regionale, in primis per il rallentamento del commercio mondiale – fatto degli ultimi tre anni in particolare e accelerato dalla pandemia – e, in secondo luogo, dalla guerra commerciale Usa-Cina. In ultimo, fattore forse più interessante, il back reshoring delle produzioni e la riconfigurazione delle supply chain – le catene globali del valore – sta portando gli stati a invertire le scelte che hanno connotato gli ultimi 30 anni, basati sull’idea malsana che la Cina fosse la grande fabbrica del mondo e che, per questo, la manifattura andasse delocalizzata, in Cina come del resto in India e nei Paesi dell’est. La crescita del dragone è stata tale e così imprevista che oggi la Cina è la più grande potenza economica mondiale. Non solo hanno massimizzato i vantaggi delle nostre delocalizzazioni ma i loro investimenti nel digitale l’hanno resa l’economia più avanzata del mondo. Ora, con i mercati americano e cinese che sanno essere rigogliosi per le rispettive produzioni, anche quello europeo deve trovare la giusta coesione, cosa che passa da un lato per un crescente protezionismo a favore dei prodotti europei – che risponda ai dazi americani e cinesi – e dall’altra a un rafforzamento della propria capacità produttiva, anche in termini di innovazione. Angela Merkel, in sintesi, sa molto bene che il principale paese produttore, la Germania appunto, starà bene se il mercato europeo sarà pronto ad accogliere i suoi prodotti. Ecco perché è importante, per citare le sue parole, che “l’Europa starà bene”.

La necessità di rilanciare l’industria passa anche dall’innovazione della produzione. Non a caso, già qualche mese prima dell’epidemia, Ursula Von Der Leyen parlava del Green New Deal. È questa la strada dell’innovazione?

Si, è questa. L’Europa ha la grande occasione di diventare non solo l’epicentro dell’innovazione industriale ed energetica – e quindi, cosa che già sta avvenendo, di rendere il suo mercato interno sempre più legato al prodotto green – ma anche di lanciare una sfida per un nuovo multilateralismo mondiale fondato in particolare sulla lotta ai cambiamenti climatici. L’industria, dentro la crisi ambientale, sarà naturalmente decisiva per ristabilire il nuovo equilibrio. Sono tutti elementi che ci dicono quale grande occasione ha davanti il nostro Paese: da una parte, infatti, beneficeremo del fondo in ragione di ciò che ci spetta, dall’altra, lo stesso rilancio dell’industria tedesca è fattore molto importante per l’Italia che non solo resta la seconda potenza manifatturiera d’Europa, ma anche molto integrata proprio con la grande piattaforma teutonica.

Cosa può comportare, in termini di cambiamento di modello produttivo, il green new deal?

Tra i suoi obiettivi fondamentali il green new deal prevede il contenimento delle emissioni in linea con l’agenda 2030, ovvero -55% di co2 entro il 2030 e 0 entro il 2050 (carbon neutrality). Naturalmente, ogni stato membro dovrà fare la sua parte. E, anche il nostro, la sta facendo seppur vi è ancora molto da fare. Per raggiungere questi obiettivi, da una parte è indispensabile l’impegno del sistema Paese e, in particolare, degli enti locali: i modelli urbani espansivi vanno rivisti con una nuova definizione del processo edilizio – la normativa urbanistica vigente è del 1942 – con tecnologie per impianti che ci mettano in condizione di avvicinarci all’obiettivo del 2050, tenendo presente che le città e i centri più urbanizzati sono i luoghi di maggior concentrazione sociale. Dall’altra parte, va ridato slancio alla trasformazione della mobilità, dell’energia e dell’economia circolare. Le energie rinnovabili giocano un ruolo strategico verso lo sviluppo sostenibile. E l’industria della mobilità sarà ancora centrale, per quanto meno di ieri perché le persone si sposteranno meno. Il trasporto pubblico va decarbonizzato completamente spostandolo verso l’elettrico e il biometano. Quest’ultimo è ormai combustibile fondamentale per i mezzi pesanti, va utilizzato anche in città.

A che punto siamo attualmente in Europa e in Italia circa gli obiettivi di transizione energetica?

È parte degli obiettivi europei raggiungere il 30% di utilizzo di energia derivata da fonti rinnovabili entro il 2030. Nel contenitore UE vi sono molteplici situazioni differenti: dagli stati virtuosi come Svezia 53.8%, Finlandia 38.7%, Lettonia 37.2%, Austria 33.5%, a stati molto meno competitivi come Lussemburgo 5.4%, Malta e Olanda 6%. In Italia più del 18% del consumo totale di energia del paese proviene da rinnovabili con un 8% costituito dal fotovoltaico. Oggi tutti i comuni italiani hanno piani energetici che coinvolgono una forma almeno di energia rinnovabile: bio-energia, eolico, geotermico. Attualmente, la forma di produzione dominante ed in espansione è stata l’idroelettrico, ma nel prossimo futuro il solare potrebbe divenire la chiave energetica della penisola. L’Italia è un Paese che, come si vede, sta facendo la sua parte. Non possiamo perdere l’occasione di essere un Paese più moderno, cosa che passa da una modernizzazione che riguarda anche il digitale e il sistema delle infrastrutture. Innovare significa, appunto, investire verso il nuovo, ovvero nella direzione del digitale e del sostenibile. E ciò ha ricadute su produttività, creazione di valore aggiunto e occupazione, in particolare di qualità che vuol dire soprattutto occupazione giovanile.

Saremo capaci di cogliere questa occasione?

L’Italia deve urgentemente darsi una prospettiva di crescita reale, che sappia rilanciare un Paese depresso dalla contrazione dell’economia cui la pandemia ha soltanto dato l’ultimo colpo. Sono anni che non cresciamo. Servono idee chiare e una task forse di dirigenti che sappiano governare questa transizione. Le risorse ci sono, non possiamo sbagliare. Tra tre anni i grandi Paesi – Germania, UK, Francia, USA, la Cina lo vedremo – avranno fatto passi importanti. Se non li facciamo anche noi, rischiamo di trovarci primi nella classifica dei paesi emergenti, ma di lasciare il gruppo di quelli avanzati.

Perché ha dubbi sulla Cina?

Non è da escludere che emergano fragilità che potrebbero portare la Cina finanche ad una crisi interna: vedremo intanto cosa ne sarà del caso di Hong Kong. E cosa succederà al termine di questa pandemia. Le stesse proiezioni della Via della seta non sono più così ispirate. In sintesi, mi pare che qualche variabile vi sia.

Vulnerabili, come il coronavirus sta ridisegnando la geopolitica mondiale. Intervista a Vittorio Emanuele Parsi

Occorre cominciare a concepirci come l’equipaggio di un solo e insostituibile vascello, che all’infinito naviga in uno sterminato oceano. La nave è vulnerabile, e la sua componente più vulnerabile è costituita dall’equipaggio, la cui sicurezza non può venir messa in secondo piano: perché la solidità e la resilienza di un sistema sono dettate da quelle dell’elemento più fragile.” Il Covid-19 sta mettendo sottosopra il nostro mondo. Anche gli equilibri di potenza. Quali scenari per la geopolitica mondiale? Ne parliamo con il professor Vittorio Emanuele Parsi, che ha dedicato proprio a questo tema un interessante ebook, uscito per Piemme. Il titolo del saggio è: Vulnerabili. Come la  pandemia cambierà il mondo. Vittorio Emanuele Parsi è Professor of International Relations ASERI Director all’Università Cattolica di Milano.

Professor Parsi, il suo interessante ebook prende in considerazione i possibili scenari geopolitici mondiali che il terribile virus Covid-19, con i suoi devastanti effetti sanitari, economici,  sociali e politici  sta producendo. E il titolo che ha dato al suo saggio è la sua chiave di lettura degli avvenimenti. Tutti, a causa di questa epidemia, ci siamo ritrovati più fragili e vulnerabili.  Facciamo il nostro dialogo dal concetto di “vulnerabilità” . Per lei quindi il mondo va ripensato dalla vulnerabilità, e dunque dalla fragilità. E’ davvero una bella sfida culturale e politica ai paradigmi che andavano di moda nel tempo “pre covid 19”. E’ così professore?

Sì è una sfida gigantesca. Si tratta di ricordarsi che nel nostro mondo iperglobalizzato la forza complessiva del sistema dipende da quella umana, la più vulnerabile. Nei sistemi complessi la ridondanza, la duplicazione di alcuni dei sottosistemi, serve a garantire l’efficacia, il funzionamento, anche a scapito parziale dell’efficienza. In termini concreti, il fattore umano è stato quello sacrificato sempre di più negli ultimi 30, costretto ad adattarsi ai ritmi e alle velocità degli altri (le merci, il denaro, le informazioni). Si immagini se una nave venisse progettata, costruita e condotta ignorando la necessità di proteggere l’equipaggio. Eppure è la stessa logica che si sta riaffermando, quando si oppongono le ragioni della ripresa dell’economia a quelle della sicurezza dei lavoratori: la necessità di fatturare e fare profitti, rispetto ai costi della protezione dei lavoratoti. Ma la sicurezza è il presupposto perché i talenti di ognuno possano trasformarsi in ricchezza per tutti.

Ora veniamo ai possibili scenari del nuovo mondo. Non sarà facile abbandonare i vecchi schemi. Certo per qualcuno, direi stoltamente, il mondo “post covid” sarà una occasione di “restaurazione”. Io penso che questo sia lo scenario con meno probabilità di riuscita, chi potrebbero essere i nuovi, se mai esistessero, “Metternich” di questo “disordine”  restaurato (parafrasando Emmanuel Mounier)? Usa o Cina?

In uno scenario di Restaurazione non avremmo alcun Metternich. Cina e Stati Uniti continuerebbero a competere per la leadership di un sistema globale che resterebbe tanto instabile, iniquo e quindi alla fine fragile quanto quello da cui provenivamo. Dietro i vari Trump e Xi, avremmo i veri “vincitori” della pandemia: poco importa se con passaporto cinese, americano od olandese. Penso a Daniel Zhang (Ali Baba), Mark Zukerberg, Jeff Bezos (Amazon), che dalla pandemia e grazie alla pandemia hanno tratto enormi profitti. Come i costruttori di armi, aerei, navi durante le due guerre mondiali: ma che per ora non  corrono il rischio che i loro extra profitti vengano pesantemente tassati, come invece sarebbe giusto. E come infatti accadde in tutti i sistemi liberal-democratici dopo le guerre mondiali.  Con la parziale eccezione dell’Italia. Non mi stupisco che Alain Elkann non veda nulla di strano nel chiedere allo Stato di farsi carico della socializzazione delle perdite, mentre con i soldi che FCA ha in pancia paga uno straordinario dividendo agli azionisti. Il nonno non agiva molto diversamente,  del resto. Noi opponiamo spesso il modello di capitalismo di mercato (occidentale) al capitalismo di concessione (cinese). Ed è vero che hanno caratteristiche diverse per la tutela della proprietà privata e per il rapporto tra élite economica ed élite politica. Nell’uno il rischio è che la prima controlli la seconda; nell’altro la certezza è che la seconda controlla la prima. Ma in realtà, i due modelli si parlano e sono all’interno di un unico sistema finanziario globale. E a mano a mano che tendono all’oligarchizzazione e alla concentrazione di ricchezza, reddito, opportunità e potere, si assomigliano sempre di più.

 Veniamo al secondo scenario, direi drammaticamente suggestivo. Uno scenario da “fine dell’impero romano”. Che cosa caratterizzerà questo secondo scenario? E aggiungo questo è lo scenario, per me, più pericoloso, già qualche segnale lo abbiamo…

È lo scenario di una deglobalizzazione drastica e incontrollata, che potrebbe aversi anche come contraccolpo del fallimento del tentativo di restaurazione. Tutte le istanze sovraniste sarebbero esaltate, perderemmo persino la consapevolezza che comunque viviamo tutti su un solo pianeta e su un solo pianeta tutti insieme potremmo morire. Ci dimenticheremmo che, anche una volta completamente sconnesso e ridotto in sfere economiche più o meno autarchiche e sfere di influenza politica chiuse le une alla altre, resterebbero una serie di problemi e sfide per loro natura globali che definiscono l’interdipendenza “naturale”, quella a cui non potremo mai sfuggire. Sono sfide oltretutto sempre più pressanti e urgenti (quelle ambientali, le pandemie, le migrazioni), che necessitano della collaborazione tra gli Stati (e non solo), sia pure su una base diversa dall’attuale. E invece noi avremmo perso persino la prassi e la fiducia nel multilateralismo, cioè nel metodo che riconosce che arrivare a una sintesi che tuteli gli interessi di tutti comporta il sacrificio di una parte di quelli di ognuno e uno sforzo continuo e instancabile.

 Tra i tanti pericoli, che lei intravede, nella transizione verso il “nuovo mondo” c’è quello del rischio autoritario. Perché?

 Perché nel primo scenario si rafforzerebbero quelle spinte tecnocratiche e decisioniste che, dietro la competenza degli “esperti”, ridurrebbero ulteriormente lo spazio deliberativo della democrazia (la discussione, il confronto aperto delle ipotesi, l’argomentazione trasparente degli interessi e dei valori che si ritengono prioritari e più degni di protezione) per imporre le “scelte necessarie e obbligate”. Un modo di aggirare la conquista del consenso che svuota e delegittima la democrazia e il principio di eguaglianza tra gli uomini e le donne che ne sta alla base. È un meccanismo che abbiamo visto all’opera durante il decennio che ha seguito la grande crisi finanziaria del 2008 e quella del cosiddetto debito sovrano del 2011. Il risultato è stato quello di alimentare sovranismo e populismo, i quali reclamano di dare la voce al popolo, di interpretarne  i bisogni e id desideri, ma in realtà si appropriano del tutto (il popolo sovrano) per gli interessi di una parte (la porzione di popolo che li appoggia). Guardi, il popolo dei sovranisti/populisti sta al popolo vero, come l’immagine riflessa in uno specchio al soggetto che si specchia o, per essere contemporanei, come il logaritmo di ricerca di Google delle “nostre” preferenze alle nostre vere preferenze.

E con il sovranismo come la mettiamo ?  Trump e Putin come giocheranno questa partita?

Trump e Putin credo la stiano giocando malissimo. Solo che il primo deve vedersela con un sistema politico che è ancora competitivo, con un sistema mediatico che non controlla totalmente, con l’impatto disastroso della pandemia negli Stati Uniti che non riesce a nascondere (neppure impedendo al dottor Fauci di riferire al Congresso degli Stati Uniti). Putin non ha questo problema, ma ha un’economia in ginocchio, un consenso ai minimi termini ed è “un uomo solo al comando” da troppo tempo.                                                       

Parliamo dell’Europa. Durante la pandemia, o meglio agli inizi non si è dimostrata all’altezza. Errore riconosciuto dalla stessa presidente della Commissione Europea. Adesso pare, grazie alla “conversione” di Angela Merkel, che sia  disposta a fare un salto di qualità.  E’ ottimista sul ruolo dell’Europa?               

L’Europa è stata colta come al solito in mezzo al guado; ma, o riesce a far sentire ai suoi cittadini di essere in grado di “fare la differenza”, o rischia di affogarci nel fiume che sta guadando. E noi con lei, purtroppo. Merkel inizia a capire che, di egoismo in egoismo, la Germania rischia di perdere quell’enorme capitale, per lei molto remunerativo in particolare da dopo la riunificazione tedesca, rappresentato dall’Unione Europea. Merkel stava finendo ostaggio dei giochini dei suoi partner minori (l’Austria, l’Olanda, la Svezia…), che non hanno certo i medesimi, poderosi interessi industriali della Germania. Questo spiega il suo (forse tardivo) nuovo coraggio europeista. E sulla strada ha trovato Macron, un altro in cerca di una sponda robusta per non finire travolto da una presidenza che è  stata sempre più percepita dai francesi come ostile alla stessa idea di interesse generale: nella Repubblica comunque erede della Rivoluzione del 1789, decisamente un po’ troppo. Vedremo se questa serie di debolezze (alle quali vanno aggiunte quelle di Spagna e Italia) riusciranno a compiere l’impresa di salvare quel grandioso progetto politico, innanzitutto politico, che era e deve restare l’Unione Europea.

Veniamo al terzo scenario, quello del “Rinascimento”. E’ lo scenario più positivo, e più affascinante. Implica un cambio radicale di paradigma, ovvero il perdere sul serio la vulnerabilità della persona umana. Questo implica una diversa concessione della politica, dell’economia. Una globalizzazione dell’umano e non delle cose.  Chi saranno i protagonisti di questo “ridisegno” del mondo? Papa Francesco può essere tra questi? 

Si tratta di ripartire dalla centralità dell’uomo: senza un nuovo Umanesimo non è possibile alcun Rinascimento. In questo la storia si ripete. Significa, in ultima analisi, ricordarsi che senza uomini e donne non c’è economia, non c’è politica, non c’è cultura, non c’è società. Qualunque attività umana deve servire l’uomo. Ricordiamoci che una nave senza equipaggio è inutile, è un vascello fantasma. E certo che Papa Francesco è un testimone di tutto questo. Ma non può essere lui a fornirci la leadership politica e la visione economica, né è uomo da prestarsi a chi vorrebbe strattonarlo di qui e di là per interessi di parrocchia. Siamo fortunati ad avere un pontefice come lui in un momento come questo. Ma ricordo che sarebbe ingiusto, ingeneroso e troppo comodo scaricare su un “re taumaturgo” la responsabilità di ogni cambiamento. Sta a noi farci iterpreti di un tempo nuovo di Rinascita. Impariamo dalla lezione appresa durante la pandemia. Quel poco o quel tanto di rallentamento che c’è stato nella diffusione del virus è dipeso dalle nostre scelte individuali. Noi abbiamo fatto la differenza, capendo che proteggere gli altri era il solo modo per ricevere quella protezione moltiplicata per 60 milioni: altro che i 60.000 vigilantes che qualche scriteriato propone… Guardi, per cambiare le cose servono una un perno, una leva e una forza da applicare alla leva. La forza è quella delle miriadi di braccia degli sfruttati dalla globalizzazione delle cose, che devono solo tornare a credere che nulla è impossibile. La leva è rappresentata dalle idee che da trent’anni circolano sulla necessità di cambiare registro, prodotte da economisti politici del calibro di Picketty, Stiglitz, Krugman, Reich, Rodrik, Mazzucato… e la lista è lunga. Il perno è costituito da un punto in cui possa concentrarsi una decisione politica. un punto in cui il potere politico sia contendibile da leadership capaci di farsi alfieri del cambiamento. Le elezioni americane di novembre sono il momento più evidente e ravvicinato dove questo cambiamento può innescarsi. Se lì cambia l’idea di cosa è accettabile, normale, “giusto”, il contagio sarà inarrestabile e investirà innanzitutto l’Europa. E le premesse ci sono. Questa è la crisi economica, politica e sociale più grave dal 1929: ebbene, dalla Grande Depressione si uscì con il New Deal. Fu la drammaticità della crisi a rendere possibile Roosevelt e il suo “Nuovo Contratto”. E a cambiare l’America, e poi l’Europa per i successivi 45 anni.

 E in questo “nuovo mondo” un ruolo strategico lo giocherà la Sanità più che le armi. E’ così professore?

Le armi resteranno importanti purtroppo. Ma la grandezza di una potenza non sarà solo misurata in termini di atomiche o cannoni e neppure di Pil o tasso di crescita: ma anche e soprattutto in termini di benessere, di equità del suo sistema sociale, economico e politico. Perché l’equità è il vero moltiplicatore dei talenti e della ricchezza.

 Ultima domanda. In origine i verdi tedeschi lanciarono uno slogan: pensare globalmente e agire localmente. Forse  è arrivato il tempo di metterlo in pratica davvero questo slogan… Che ne pensa?

Oggi la sfida è ancora più audace: pensa globalmente e agisci sia localmente sia globalmente. Guadagna un metro ovunque si possa guadagnare terreno. È la consapevolezza della nostra finitezza, della nostra vulnerabilità, a costringerci a pensare in grande a essere audaci, a spingerci a pretendere un sistema che consenta alle nostre capacità di essere esaltate e non schiacciate.

 

 

Galli Della Loggia e Ruini: nostalgici della Chiesa d’ordine. Intervista a Guido Formigoni

 

 

 

Nell’opinione pubblica cattolica italiana hanno fatto discutere gli interventi, nei giorni scorsi, di Ernesto Galli Della Loggia e di Camillo Ruini. Rispettivamente
storico, Galli della Loggia, ed ex presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Camillo Ruini. Due interventi che hanno toccato il postconcilio e l’attuale
pontificato. Cerchiamo, in questa intervista, con il professor Guido Formigoni, ordinario di Storia Contemporanea all’Università IULM di Milano, di approfondire il significato di queste prese di posizione.

 

Professor Formigoni, la Chiesa Cattolica ha appena celebrato i cento anni della
nascita di Giovanni Paolo II. Un centenario che ha proiettato, da parte di
qualche alto prelato, anche giudizi sugli ultimi cinquant’anni della storia della
Chiesa contemporanea. Ma andiamo con ordine. Chiedo a lei, come storico, un
giudizio sintetico su Karol Wojtyla. Al di là dell’apologia, e in questi giorni se
n’è vista troppa, qual è la cifra del pontificato di Giovanni Paolo II?

Beh, difficile ridurre a una cifra semplice e sintetica un pontificato tra i più lunghi
della storia recente e senz’altro complesso come quello di Giovanni Paolo II. A mio
modo di vedere (e anche nei limiti della mia conoscenza), senz’altro il quadro
iniziale del pontificato è stato collegato alla ripresa e alla valorizzazione del concilio
(che si era chiuso da meno di quindici anni), ma con la caratteristica originale di
attribuirvi un nuovo timbro “istituzionale”. Il senso del messaggio del papa era un
rinsaldamento della Chiesa come struttura centralizzata e autorevole, come forza
sociale in grado di esprimere una visione forte del mondo e della storia, sia
nell’Occidente secolarizzato che nell’Oriente comunista e anche nel cuore delle
nuove esperienze dei popoli extraeuropei e del loro rigoglio di sviluppo religioso. In
questo senso l’esperienza polacca della Chiesa storicamente concepita come guida
della nazione indubbiamente contava. Per cui, in alcune realtà come quella italiana
dove il cammino postconciliare aveva seguito uno sviluppo proprio, centrato sulle
chiese locali, la valorizzazione del laicato, il pluralismo teologico, il dialogo con
l’esterno, questa logica apparve e fu piuttosto impositiva, provocando una crisi
indubbia (si ricordi l’approccio del papa al convegno ecclesiale di Loreto). Oppure si
ricordi il senso di una stretta sulle esperienze di comunità di base in America Latina,
con la connessa riaffermazione dell’autorità episcopale oltre che i limiti rigidi
imposti alla teologia della liberazione. Il papa pensava tutto ciò come un “tradimento del concilio” (titolo di un libro polemico che uscì in quegli anni)? Io direi di no,
anche se la sua sensibilità e il suo approccio deciso e volitivo aprivano uno scontro
multiforme ma visibilissimo su come intendere alcune delle conseguenze nella
recezione del Vaticano II. Il sinodo del 1985 non a caso rilanciò l’idea del concilio
come “grande grazia di questo secolo”: tutt’altro rispetto alla sua rilettura come
causa di tutti i mali contemporanei, che era propria della destra cattolica. E che il
papa restasse nel solco del Vaticano II lo si vide poi da alcuni gesti e parole
importanti: la tenuta sulla riforma liturgica; la critica estesa anche al capitalismo
dopo il crollo del comunismo europeo nel 1989; il deciso impegno per la pace e
contro ogni giustificazione religiosa della guerra, partito dalla grande preghiera
interreligiosa del 1986; l’apertura al ripensamento del ruolo papale nella “Ut Unum
Sint”; la richiesta di perdono per i peccati della Chiesa connessa al grande Giubileo
del 2000.

Dicevano all’inizio che il centenario ha offerto l’occasione, a qualche autorevole  prelato, in questo caso ad un cardinale italiano, Camillo Ruini, già Presidente
della Conferenza episcopale italiana sotto Wojtyla, di esprimere un giudizio su
una stagione complessa, quella del post concilio. Secondo Ruini con Giovanni
Paolo II “la Chiesa è uscita da quella posizione difensiva sulla quale era stata a
lungo costretta dalla crisi del dopo Concilio e ha potuto riprendere l’iniziativa,
soprattutto nell’ambito dell’evangelizzazione”. Un giudizio che tocca in pieno il
pontificato di Paolo VI. Al di là della modalità espressiva assai poco felice e
sbrigativa, è difficile pensare con Papa Montini, uomo dotato di grande cultura
e di raffinata visione “politica” del cattolicesimo, ad una Chiesa difensiva come
quella dell’immediato postconcilio. Mi sembra che il “dottor sottile”
dell’episcopato italiano qui voglia colpire il Concilio e la sua visione di Chiesa
sulla frontiera del dialogo con la modernità. Eppure Wojtyla, con i suoi limiti
ermeneutici, ha confermato su diversi punti (il dialogo est-ovest,  il dialogo
interreligioso, ecumenico, la critica al modello di sviluppo economico) il
Pontificato di Paolo VI. Qualcosa non torna nel giudizio di Ruini. E’ così
Professore?

Il giudizio di Ruini mi pare vada oltre Giovanni Paolo II stesso. Allude a un ruolo
del concilio del causare una situazione di crisi nella Chiesa che è concetto frutto di
una lettura storica non neutrale e ricca di conseguenze: molto diverso naturalmente è
vedere invece sotto i cosiddetti “anni dell’onnipotenza” fermentare una crisi del
cattolicesimo contemporaneo, cui il concilio provò a rispondere. L’ipotesi per cui
Paolo VI si ridusse a una posizione difensiva è smentita dalle ultime ricerche
storiche, che hanno messo in luce come indubbiamente il papa attraversò una fase di
incertezze, dubbi e sconforto nell’immediato post-concilio, venendo molto turbato
dalla violenta ondata anti-istituzionale che dalla società investiva la Chiesa. Ma è
ormai chiaro che negli ultimi anni di pontificato il suo approccio divenne molto più saldo, sereno e fiducioso, fino a quegli interventi come l’«Evangeli nuntiandi» del
1975 che erano attraversati da una logica tutt’altro che difensiva, ma innovativa e
propositiva, sul nocciolo stesso della questione dell’evangelizzazione.

Veniamo, ora, al secondo fatto, non direttamente legato al centenario di papa
Wojtyla, ma dato il personaggio coinvolto, forse un qualche legame c’è. Mi
riferisco a  Ernesto Galli della Loggia. Un personaggio assai controverso nella
sua “competenza” ecclesiale. Lo storico si è reso protagonista, con ben due
articoli apparsi sul “Corriere della Sera”, di un duro attacco a Papa  Francesco.
Nel primo, in estrema sintesi, si “accusa” la Chiesa guidata da Bergoglio di non
avere alcun impatto politico in quanto, il “discorso pubblico” del Papa, sarebbe
ridotto a ideologia (perché perde ogni specificità religiosa).  Non solo ideologia
ma anche i suoi destinatari, dei discorsi, sarebbero non più gli uomini di buona
volontà ma i poveri e i movimenti. Sociali. Affermazioni, queste, facilmente
smontabili. Nel secondo articolo, poi, si accusa il Papa nel suo annuncio in
favore dei poveri di mettere in secondo piano l’obbligo dei credenti verso Dio è
anche per questo che diventa un discorso ideologico e quindi, inevitabilmente, la
conseguenza è che la Chiesa diventi come un “partito”. Le accuse sono assai
pesanti.  Professore che idea si è fatto di questi attacchi? Perché questa
virulenza, da un “maestro” (si fa per dire) del moderatismo italiano?

Non scopriamo oggi la preferenza di Galli Della Loggia per una Chiesa che porti un
contributo d’ordine sul modello della «religione civile», in un mondo governato dalla
logica individualistica del liberalismo moderato. Questo lo porta a criticare un
pontificato che non sta proprio nelle sue corde, per l’acquisizione di un modello
post-cristianità totalmente diverso da quello da lui auspicato, in cui l’influenza della
Chiesa è affidata alla coscienza delle persone, in un orizzonte di libertà che ha
dismesso ogni sogno di potere mondano. Al di là di questa divergenza di opinione,
quello che spicca nei suoi editoriali è un approccio per così dire «fissista» alla
teologia e alla Chiesa, quasi che un certo modello del passato (impostazione
filosofica veritativa, autorità centralizzata, dottrina della Chiesa centrista, istanze di
conversione del mondo esterno…) sia dato per ovvio ed eterno. Per cui di fronte a un
papa che sposta il tiro sulla predicazione di un’esperienza del divino centrata sulla
misericordia di Dio rivelata nel vangelo di Gesù, egli si trova spiazzato e reagisce in
modo francamente un po’ eccessivo, giudicando queste posizioni prive di originalità
religiosa e lontane dal vangelo: che cosa sia propriamente religioso lo potrà decidere
chi è dentro nella Chiesa, più che un osservatore intellettuale esterno, per quanto
partecipe? Quello che poi Galli nota correttamente è invece che il papa ha preso un
indirizzo molto più universalista nell’indirizzare il suo messaggio, oltre le mura
dell’Occidente: naturalmente ancora una volta la sua lettura è di segno negativo, ma
qui egli coglie nel segno.

Di fronte a questi attacchi “brilla” l’assenza di una qualche reazione cattolica…E’ così?

Non saprei dire se ci sia stata totale passività… Una certa mancanza di reazione fa
parte probabilmente di un approccio ecclesiastico generale che non ama la polemica
intellettuale pubblica (a torto o a ragione). Ma è anche forse da attribuire in parte a
un approccio generale della Chiesa italiana che mi pare un po’ statico: mi sorprende
sempre quanto la parte di questa comunità cristiana che dovrebbe essere più in
sintonia con le novità del pontificato di Francesco – dopo anni di incertezze e
difficoltà vissute nel corpo ecclesiale – in realtà sia come timorosa e prudente,
semplicemente in ottica di ripetizione del magistero papale, più che non
nell’assunzione di una propria funzione trainante nella Chiesa per far fecondare e
rilanciare quanto il papa suggerisce.

Eppure nel mondo post-covid19 il ruolo della Chiesa sarà fondamentale. Non
solo nell’ambito delle opere di carità ma anche nella ricostruzione morale del
Paese.  Le sfide sono davvero enormi, e il papa Francesco, con buona pace di
Galli Della Loggia, ha detto parole chiare in questo tempo di Pandemia.  In
questo senso il discorso “politico” dei cattolici potrà giocare un ruolo
fondamentale. Vede spazi per un protagonismo dei laici cattolici?

A questo proposito le cose sono complesse: non credo ci sia niente di scontato.
Francesco ha computo gesti e detto parole di alto livello, soprattutto nella invocazione a Dio, solo in piazza San Pietro. Siamo tutti nella tempesta, nella stessa barca: nessuno è autosufficiente e padrone di sé stesso. Un messaggio forte, che dalla vulnerabilità non trae discorsi vecchio stile sul castigo divino o inviti alla flagellazione e all’ulteriore depressione, ma una invocazione allo Spirito perché aiuti coloro che stanno reagendo, in modo comunitario, mettendosi assieme, ai danni della tragedia cosmica. Questo messaggio a me appare forte e forse può mettere in carreggiata un modello per la pedagogia religiosa e per la risposta cristiana ai problemi del nostro tempo. Potremmo sicuramente anche dire che ci sono elementi di antropologia e di umanità tali da basare anche una prospettiva politica nuova. È però palesemente solo un inizio. Da qui a maturare una capacità politica di tradurre questo atteggiamento in scelte e  consapevolezze acute e prudenti, ce ne passa. Far nascere un progetto politico all’altezza dell’«epoca di cambiamento» che stiamo vivendo non è cosa cui basti buona volontà ed entusiasmo, né ricchezza di principi. Non sono sicuro che nel cattolicesimo italiano si stiano muovendo oggi risorse all’altezza di questa sfida, difficilissima per quanto entusiasmante.

Galli Della Loggia e Ruini: nostalgici della Chiesa d’ordine. Intervista a Guido Formigoni

Nell’opinione pubblica cattolica italiana hanno fatto discutere gli interventi, nei giorni scorsi, di Ernesto Galli Della Loggia e di Camillo Ruini. Rispettivamente storico, Galli della Loggia, ed ex presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Camillo Ruini. Due interventi che hanno toccato il postconcilio e l’attuale pontificato. Cerchiamo, in questa intervista, con il professor Guido Formigoni, ordinario di Storia Contemporanea  all’Università IULM di Milano, di approfondire il significato di queste prese di posizione.

 

Guido​ Formigoni (Augusto Casasoli/A3/Contrasto)

Professor Formigoni, la Chiesa Cattolica ha appena celebrato i cento anni della nascita di Giovanni Paolo II. Un centenario che ha proiettato, da parte di qualche alto prelato, anche giudizi sugli ultimi cinquant’anni della storia della Chiesa contemporanea. Ma andiamo con ordine. Chiedo a lei, come storico, un giudizio sintetico su Karol Wojtyla. Al di là dell’apologia, e in questi giorni se n’è vista troppa, qual è la cifra del pontificato di Giovanni Paolo II?

Beh, difficile ridurre a una cifra semplice e sintetica un pontificato tra i più lunghi della storia recente e senz’altro complesso come quello di Giovanni Paolo II. A mio modo di vedere (e anche nei limiti della mia conoscenza), senz’altro il quadro iniziale del pontificato è stato collegato alla ripresa e alla valorizzazione del concilio (che si era chiuso da meno di quindici anni), ma con la caratteristica originale di attribuirvi un nuovo timbro “istituzionale”. Il senso del messaggio del papa era un rinsaldamento della Chiesa come struttura centralizzata e autorevole, come forza sociale in grado di esprimere una visione forte del mondo e della storia, sia nell’Occidente secolarizzato che nell’Oriente comunista e anche nel cuore delle nuove esperienze dei popoli extraeuropei e del loro rigoglio di sviluppo religioso. In questo senso l’esperienza polacca della Chiesa storicamente concepita come guida della nazione indubbiamente contava. Per cui, in alcune realtà come quella italiana dove il cammino postconciliare aveva seguito uno sviluppo proprio, centrato sulle chiese locali, la valorizzazione del laicato, il pluralismo teologico, il dialogo con l’esterno, questa logica apparve e fu piuttosto impositiva, provocando una crisi indubbia (si ricordi l’approccio del papa al convegno ecclesiale di Loreto). Oppure si ricordi il senso di una stretta sulle esperienze di comunità di base in America Latina, con la connessa riaffermazione dell’autorità episcopale oltre che i limiti rigidi imposti alla teologia della liberazione. Il papa pensava tutto ciò come un “tradimento del concilio” (titolo di un libro polemico che uscì in quegli anni)? Io direi di no, anche se la sua sensibilità e il suo approccio deciso e volitivo aprivano uno scontro multiforme ma visibilissimo su come intendere alcune delle conseguenze nella recezione del Vaticano II. Il sinodo del 1985 non a caso rilanciò l’idea del concilio come “grande grazia di questo secolo”: tutt’altro rispetto alla sua rilettura come causa di tutti i mali contemporanei, che era propria della destra cattolica. E che il papa restasse nel solco del Vaticano II lo si vide poi da alcuni gesti e parole importanti: la tenuta sulla riforma liturgica; la critica estesa anche al capitalismo dopo il crollo del comunismo europeo nel 1989; il deciso impegno per la pace e contro ogni giustificazione religiosa della guerra, partito dalla grande preghiera interreligiosa del 1986; l’apertura al ripensamento del ruolo papale nella “Ut Unum Sint”; la richiesta di perdono per i peccati della Chiesa connessa al grande Giubileo del 2000.

 Dicevano all’inizio che il centenario ha offerto l’occasione, a qualche autorevole prelato, in questo caso ad un  cardinale italiano, Camillo Ruini, già Presidente della Conferenza episcopale italiana sotto Wojtyla, di esprimere un giudizio su una stagione complessa, quella del post concilio. Secondo Ruini con Giovanni Paolo II “la Chiesa è uscita da quella posizione difensiva sulla quale era stata a lungo costretta dalla crisi del dopo Concilio e ha potuto riprendere l’iniziativa, soprattutto nell’ambito dell’evangelizzazione”. Un giudizio che tocca in pieno il pontificato di Paolo VI. Al di là della modalità espressiva assai poco felice e sbrigativa, è difficile pensare con Papa Montini, uomo dotato di grande cultura e di raffinata visione “politica” del cattolicesimo, ad una Chiesa difensiva come quella dell’immediato postconcilio. Mi sembra che il “dottor sottile” dell’episcopato italiano qui voglia colpire il Concilio e la sua visione di Chiesa sulla frontiera del dialogo con la modernità. Eppure Wojtyla, con i suoi limiti  ermeneutici, ha confermato su diversi punti (il dialogo est-ovest,  il dialogo interreligioso, ecumenico, la critica al modello di sviluppo economico) il Pontificato di Paolo VI. Qualcosa non torna nel giudizio di Ruini. E’ così Professore?

 Il giudizio di Ruini mi pare vada oltre Giovanni Paolo II stesso. Allude a un ruolo del concilio del causare una situazione di crisi nella Chiesa che è concetto frutto di una lettura storica non neutrale e ricca di conseguenze: molto diverso naturalmente è vedere invece sotto i cosiddetti “anni dell’onnipotenza” fermentare una crisi del cattolicesimo contemporaneo, cui il concilio provò a rispondere. L’ipotesi per cui Paolo VI si ridusse a una posizione difensiva è smentita dalle ultime ricerche storiche, che hanno messo in luce come indubbiamente il papa attraversò una fase di incertezze, dubbi e sconforto nell’immediato post-concilio, venendo molto turbato dalla violenta ondata anti-istituzionale che dalla società investiva la Chiesa. Ma è ormai chiaro che negli ultimi anni di pontificato il suo approccio divenne molto più saldo, sereno e fiducioso, fino a quegli interventi come l’«Evangeli nuntiandi» del 1975 che erano attraversati da una logica tutt’altro che difensiva, ma innovativa e propositiva, sul nocciolo stesso della questione dell’evangelizzazione.

 Veniamo, ora, al secondo fatto, non direttamente legato al centenario di papa Wojtyla, ma dato il personaggio coinvolto, forse un qualche legame c’è. Mi riferisco a  Ernesto Galli della Loggia. Un personaggio assai controverso nella sua “competenza” ecclesiale. Lo storico si è reso protagonista, con ben due articoli apparsi sul “Corriere della Sera”, di un duro attacco a Papa  Francesco. Nel primo, in estrema sintesi, si “accusa” la Chiesa guidata da Bergoglio di non avere alcun impatto politico in quanto, il “discorso pubblico” del Papa, sarebbe ridotto a ideologia (perché perde ogni specificità religiosa).  Non solo ideologia ma anche i suoi destinatari, dei discorsi, sarebbero non più gli uomini di buona volontà ma i poveri e i movimenti. Sociali. Affermazioni, queste, facilmente smontabili. Nel secondo articolo, poi, si accusa il Papa nel suo annuncio in favore dei poveri di mettere in secondo piano l’obbligo dei credenti verso Dio è anche per questo che diventa un discorso ideologico e quindi, inevitabilmente, la conseguenza è che la Chiesa diventi come un “partito”. Le accuse sono assai pesanti.  Professore che idea si è fatto di questi attacchi? Perché questa virulenza, da un “maestro” (si fa per dire) del moderatismo italiano?

Non scopriamo oggi la preferenza di Galli Della Loggia per una Chiesa che porti un contributo d’ordine sul modello della «religione civile», in un mondo governato dalla logica individualistica del liberalismo moderato. Questo lo porta a criticare un pontificato che non sta proprio nelle sue corde, per l’acquisizione di un modello post-cristianità totalmente diverso da quello da lui auspicato, in cui l’influenza della Chiesa è affidata alla coscienza delle persone, in un orizzonte di libertà che ha dismesso ogni sogno di potere mondano. Al di là di questa divergenza di opinione, quello che spicca nei suoi editoriali è un approccio per così dire «fissista» alla teologia e alla Chiesa, quasi che un certo modello del passato (impostazione filosofica veritativa, autorità centralizzata, dottrina della Chiesa centrista, istanze di conversione del mondo esterno…) sia dato per ovvio ed eterno. Per cui di fronte a un papa che sposta il tiro sulla predicazione di un’esperienza del divino centrata sulla misericordia di Dio rivelata nel vangelo di Gesù, egli si trova spiazzato e reagisce in modo francamente un po’ eccessivo, giudicando queste posizioni prive di originalità religiosa e lontane dal vangelo: che cosa sia propriamente religioso lo potrà decidere chi è dentro nella Chiesa, più che un osservatore intellettuale esterno, per quanto partecipe? Quello che poi Galli nota correttamente è invece che il papa ha preso un indirizzo molto più universalista nell’indirizzare il suo messaggio, oltre le mura dell’Occidente: naturalmente ancora una volta la sua lettura è di segno negativo, ma qui egli coglie nel segno.

 

 Di fronte a questi attacchi “brilla” l’assenza di una qualche reazione cattolica…E’ così?

 Non saprei dire se ci sia stata totale passività… Una certa mancanza di reazione fa parte probabilmente di un approccio ecclesiastico generale che non ama la polemica intellettuale pubblica (a torto o a ragione). Ma è anche forse da attribuire in parte a un approccio generale della Chiesa italiana che mi pare un po’ statico: mi sorprende sempre quanto la parte di questa comunità cristiana che dovrebbe essere più in sintonia con le novità del pontificato di Francesco – dopo anni di incertezze e difficoltà vissute nel corpo ecclesiale – in realtà sia come timorosa e prudente, semplicemente in ottica di ripetizione del magistero papale, più che non nell’assunzione di una propria funzione trainante nella Chiesa per far fecondare e rilanciare quanto il papa suggerisce.

 

Eppure nel mondo post-covid19 il ruolo della Chiesa sarà fondamentale. Non solo nell’ambito delle opere di carità ma anche nella ricostruzione morale del Paese.  Le sfide sono davvero enormi, e il papa Francesco, con buona pace di Galli Della Loggia, ha detto parole chiare in questo tempo di Pandemia.  In questo senso il discorso “politico” dei cattolici potrà giocare un ruolo fondamentale.   Vede spazi per un protagonismo dei laici cattolici?

 A questo proposito le cose sono complesse: non credo ci sia niente di scontato. Francesco ha computo gesti e detto parole di alto livello, soprattutto nella invocazione a Dio, solo in piazza San Pietro. Siamo tutti nella tempesta, nella stessa barca: nessuno è autosufficiente e padrone di sé stesso. Un messaggio forte, che dalla vulnerabilità non trae discorsi vecchio stile sul castigo divino o inviti alla flagellazione e all’ulteriore depressione, ma una invocazione allo Spirito perché aiuti coloro che stanno reagendo, in modo comunitario, mettendosi assieme, ai danni della tragedia cosmica. Questo messaggio a me appare forte e forse può mettere in carreggiata un modello per la pedagogia religiosa e per la risposta cristiana ai problemi del nostro tempo. Potremmo sicuramente anche dire che ci sono elementi di antropologia e di umanità tali da basare anche una prospettiva politica nuova. È però palesemente solo un inizio. Da qui a maturare una capacità politica di tradurre questo atteggiamento in scelte e consapevolezze acute e prudenti, ce ne passa. Far nascere un progetto politico all’altezza dell’«epoca di cambiamento» che stiamo vivendo non è cosa cui basti buona volontà ed entusiasmo, né ricchezza di principi. Non sono sicuro che nel cattolicesimo italiano si stiano muovendo oggi risorse all’altezza di questa sfida, difficilissima per quanto entusiasmante.

Maggio 1970. La vittoria dei lavoratori. Una storica intervista a Carlo Donat Cattin

Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale il 20 maggio 1970, 50 anni fa, lo Statuto dei Lavoratori diventava legge dello Stato. Una legge che ha inciso profondamente sulle relazioni sindacali ed industriali. Ai contenuti dello Statuto ed alla sua approvazione parlamentare ha dato un contributo determinante il Ministro del Lavoro Carlo Donat-Cattin, che ha preso il testimone dal socialista Brodolini, prematuramente scomparso. Per ricostruire il contesto storico , e politico in cui avvenne la maturazione e l’approvazione dello Statuto pubblichiamo due contributi interessanti: un articolo di Giorgio Aimetti, che ringraziamo per la gentile concessione, giornalista e studioso della figura di Donat-Cattin, sul contributo determinante del politico democristiano all’approvazione dello statuto , il secondo contributo è una intervista a Donat-Cattin sul contratto dei metalmeccanici. In quella occasione spiega, l’allora Ministro del Lavoro, il fondamentale ruolo sociale e politico del sindacato per anche della società.

 

Lo Statuto di Carlo Donat-Cattin

 

Cinquantanni fa, Carlo Donat-Cattin riusciva a far approvare la legge 300, lo Statuto dei Lavoratori in una temperie che vedeva un fragile governo monocolore Dc sballottato in un clima politico e sociale surriscaldato dalla stagione dei contratti (ma anche dalle divisioni interne al socialismo italiano).

La ferma convinzione del ministro del Lavoro sull’opportunità del provvedimento era segnata dalla risposta che aveva dato al suo principale collaboratore del momento,  Gino Giugni che aveva avanzato più di una riserva dal punto di vista della giurisprudenza circa le modifiche che il Parlamento aveva introdotto alla legge voluta da Giacomo Brodolini.

«In questo momento si può fare tutto» aveva detto Donat-Cattin.

La frase, riportata da Emanuele Stolfi nel suo volume Da una parte sola, era in particolare la replica ai dubbi manifestati sull’introduzione dell’ormai ben noto articolo 18, ma era anche il segno di quanto la legge 300 fosse figlia dei tempi e delle lotte operaie che stavano animando il paese proprio mentre il Parlamento si dedicava alla nuova normativa che cambiava i rapporti di forza nel conflitto sociale.

Sul provvedimento approvato mezzo secolo fa si discute ancora in questi giorni. Ne ha parlato Avvenire con l’intervento di Pietro Ichino e di Tiziano Treu; qualche giorno fa ne ha parlato Paolo Guzzanti sul Riformista. C’è un clima di revisionismo diffuso, sia pure meno accanito di quello cresciuto durante la stagione di Renzi.

A cinquant’anni di distanza vale la pena di ricordare quei passaggi.

Donat-Cattin aveva preso a staffetta il progetto dello Statuto che era venuto in discussione per opera di Giacomo Brodolini dopo un paio di decenni di dibattiti, distinguo e divisioni che avevano attraversato non solo i partiti ma anche il mondo del lavoro. E da Brodolini, scomparso poco prima, Donat-Cattin aveva voluto prendere non solo il progetto di legge, ma anche la squadra di esperti dei quali il suo predecessore si era circondato. In primis Gino Giugni, socialista, che era stato l’estensore del provvedimento.

Una legge di sostegno dei sindacati e di tutela dei diritti dei lavoratori era stata auspicata già nel primo dopoguerra. Il titolo che avrebbe avuto di “Statuto dei lavoratori” era il frutto di una eredità monarchica. A battezzarlo così era stato, il 26 giugno 1920, Filippo Turati. Il suo cammino legislativo, interrotto dal fascismo e faticosamente ripreso con l’avvento della Repubblica, aveva incontrato opposizioni nella società, tra i partiti, ma anche nel mondo sindacale.

I cattolici impegnati nel mondo del lavoro avevano al loro interno posizioni differenti. Contrari erano gli esponenti della Cisl più ortodossa (a cominciare da Pastore, Storti e dal loro ispiratore Mario Romani), favorevoli, una minoranza della Cisl (in testa Donat-Cattin) e le Acli.

La discussione era quella dell’opportunità di inserire nella legislazione del paese norme che ad avviso di quanti erano contrari avrebbero dovuto essere invece frutto della dialettica sindacale.

Tanti dubbi manifestava anche buona parte del movimento extraparlamentare che era protagonista tra gli anni sessanta e settanta di lotte diventate più aspre durante l’autunno caldo.

La legge era stata un progetto a più mani. Anticipato dall’intuizione del leader socialista Turati aveva avuto un sostegno da parte cattolica, era stato rilanciato dal comunista Di Vittorio. Sarebbe stato votato, al Senato, persino dai liberali.

Donat-Cattin, sempre favorevole a una legge sindacale che sancisse, più che i limiti, i diritti del sindacato, era riuscito a condurre in porto un provvedimento che dalle lotte sociali del ’69 traeva ulteriore forza. Ma c’era voluta la sua determinazione perché fosse approvato al Senato a metà dicembre 1969, nei giorni dell’accordo contrattuale con i metalmeccanici e dell’esplosione della bomba di piazza Fontana.

La frase riferita da Stolfi era, più che una provocazione, una constatazione: di fronte alla sfida terroristica e alla sconfitta confindustriale nella vertenza dell’autunno caldo davvero si potevano conseguire risultati irripetibili, tanto più che il mondo politico intero appariva ancora commosso dalla tragica scomparsa dell’onorevole Brodolini che, ricordava il suo successore, «lavorava con il tempo scandito dall’orologio della morte». Ma c’era la difficoltà di superare l’attrito parlamentare,  la tendenza al rinvio, le sabbie mobili dei dubbi, l’inevitabile allungarsi dei tempi tecnici.

Di Donat-Cattin era nota non solo la dura determinazione, ma anche la capacità di sfruttare gli espedienti parlamentari, di conoscere i meccanismi legislativi, di mettere a frutto il suo  immenso prestigio guadagnato in quei giorni difficili presso il suo stesso partito che altrimenti avrebbe potuto insabbiare un iter che invece si voleva concludere velocemente.

Al Senato il ministro diceva: «Senza dubbio lo Statuto non è altro che una legge democratica, l’affermazione del pieno diritto dei lavoratori ad essere cittadini italiani in ogni parte del territorio nazionale ed in ogni loro funzione. È una legge che dà il valore, spesso non riconosciuto, del passaggio notevole che è intervenuto, nel pur faticoso arco quasi quindicennale della politica di centro sinistra nel nostro Paese».  Poi aggiungeva: «A posteriori, credo che questo periodo non abbia eguali nella recente storia italiana come dislocazione del potere sovrano», e concludeva: «Lo Statuto è una legge importante perché fissa alcuni principi che contano anche, anzi soprattutto, nelle fasi di riflusso».

Poi nei mesi successivi la caduta del governo Rumor rendeva ancor più complicato il cammino della legge. E ancora una volta era la determinazione del ministro a consentire di completare il suo iter parlamentare.

Lo Statuto, avrebbe detto ai deputati, rappresentava «unaffermazione dura e precisa dei diritti dei lavoratori che come cittadini partecipano alla Costituzione di una Repubblica fondata sul lavoro e vogliono che sia riconosciuta la possibilità di organizzazione e di manifestazione dei propri interessi, che essi sanno, autonomamente, inquadrare nel contesto degli interessi nazionali e che, attraverso questo strumento legislativo, vengono sostenuti senza briglia per laffermazione di queste esigenze e di questi ideali».

 

(dal sito: www.fondazionedonatcattin.it)

 

Di seguito l’intervista, tratta da RaiPlay, a Donat-Cattin. Il video è parte di una serie video, materiale d’archivio della Rai , dedicati alle lotte  sindacali che hanno portato all’approvazione della legge 300.