“Costruire, nel Pd, attorno al Pd e anche oltre il Pd l’unità dei riformisti”. Intervista a Giorgio Tonini

Giorgio Tonini (La Presse)

La politica italiana vive giorni di grande fibrillazione .Sullo sfondo c’è ancora la vicenda ConsipIntanto prosegue a sinistra il dibattito sulle nuove possibili alleanze di governo.

Di questo parliamo con il Senatore Giorgio Tonini, vice-presidente del gruppo PD al Senato e Presidente della Commissione Bilancio a Palazzo Madama.

Senatore Tonini, in questi ultimi 15 giorni la politica italiana ha vissuto un “immenso gioco dell’oca”. Mi riferisco certamente alla vicenda della legge elettorale e, legata a questa, alla “scoperta” (che assomiglia alla scoperta dell’acqua calda) da parte di Renzi delle coalizioni. Mi scuso per la durezza Senatore: ma è credibile un politico che si comporta così?

 

La politica italiana è entrata in una nuova fase di grave incertezza strategica il 4 dicembre scorso, quando l’esito negativo del referendum ha segnato il fallimento dell’ambizioso disegno riformatore che doveva dare all’Italia una solida democrazia maggioritaria. Il tanto vituperato «combinato disposto» di riforma del bicameralismo e legge elettorale maggioritaria a doppio turno avrebbe consentito di andare al voto, al termine di questa legislatura, poco importa se qualche mese prima o meno, consegnando nelle mani dei cittadini elettori il potere di decidere a quale partito assegnare la maggioranza dei seggi in Parlamento e la possibilità di governare in modo stabile per l’intera legislatura. Svanita, per l’ennesima volta, questa prospettiva, a causa certamente degli errori di Renzi e di tutti noi, ma anche dell’irresponsabilità di gran parte della classe dirigente, non solo politica, del paese, ci siamo ritrovati in pieno contesto neo-proporzionale: alla persistenza del bicameralismo paritario, si sono aggiunte, nel frattempo, due sentenze della Corte costituzionale che hanno drasticamente indebolito la possibilità di imprimere una curvatura maggioritaria alla legge elettorale. È in questo scenario che il segretario del Pd, che nel frattempo ha vinto nuovamente la sfida democratica per la guida del partito, ha cercato di corrispondere all’appello del presidente Mattarella di dare comunque al paese una legge elettorale omogenea alla Camera e al Senato e condivisa da un ampio schieramento di forze politiche, ben oltre i confini della maggioranza di governo.

 

Quindi, anche negli ultimi giorni, Renzi ha le idee chiare, secondo lei? A molti non parrebbe…

 

L’atto di responsabilità e generosità, da parte di Renzi e del Pd, di non lasciare nulla di intentato per corrispondere alle sollecitazioni del Capo dello Stato, è stato scambiato, non sempre in buona fede, per un’abiura del principio maggioritario e per un’opzione a favore di quello proporzionale. In ogni caso, ci ha pensato l’ennesimo voltafaccia del M5s a far fallire l’accordo sul sistema tedesco e a far tornare tutti alla casella di partenza di quello che lei ha giustamente definito un gioco dell’oca. La casella di partenza sono le leggi elettorali vigenti (l’Italicum alla Camera e il Porcellum al Senato), come modificate dalle due citate sentenze della Consulta. In entrambe ha resistito un barlume di maggioritario: alla Camera col premio di maggioranza attribuito alla lista che prenda più voti delle altre e superi la soglia del 40 per cento dei votanti; al Senato con una soglia di accesso al riparto dei seggi fissata all’8 per cento in ciascuna regione… È in questo contesto che si è tornati a parlare di coalizione, o meglio, almeno alla Camera, di una «lista coalizionale» di centrosinistra, imperniata sul Pd come soggetto federatore di uno schieramento più ampio. Ad essere sinceri, non mi pare una grande novità, tanto meno una svolta. È quello che il Pd ha sempre detto e pensato, almeno da quando Renzi è il segretario.

 

A molti è parso di vedere chiaramente nell’accordo sulla legge proporzionale la pazza voglia di dar vita, dopo il voto, ad una «Grande coalizione» con il Cav. Insomma siamo alle solite:  il tatticismo renziano ha sempre un unico obiettivo, quello di tornare a Palazzo Chigi. Non le sembra che sia giunto il momento di cambiare per davvero? 

 

Il Pd ha fatto proprio, fin dalla sua fondazione, dieci anni fa, il principio  sul quale si basano tutte le democrazie parlamentari europee: alla guida del governo è chiamato il leader del partito più votato, che dunque è al tempo stesso capo del partito e del governo. Solo in Italia questa norma è continuamente sottoposta a obiezioni e critiche che nel resto d’Europa sono incomprensibili. Merkel e May, Tsipras e Rajoy hanno una sola cosa in comune: tutti e quattro sono premier del loro paese, in quanto sono, e fino a quando resteranno, leader del partito più votato. A Londra come a Berlino, a Madrid come ad Atene, sarebbe semplicemente inimmaginabile, perché in definitiva antidemocratico, che il premier fosse il leader di un partito minore, o un esponente minore del partito principale, o addirittura una personalità non di partito. Perfino in Francia c’è questa fusione di leadership politica e istituzionale, a condizione che il presidente eletto conquisti anche una chiara maggioranza parlamentare. Aggiungo che in tutte le democrazie europee si forma il governo attorno al leader del partito più votato, perfino nel caso che questi non disponga della maggioranza assoluta dei seggi in parlamento, come è il caso, in questa fase, di tutti e quattro i leader-premier citati. Nessuna forza minore si sognerebbe infatti di condizionare il proprio appoggio al governo esprimendo un veto alla premiership nei confronti del leader del primo partito. Presentare quindi la sacrosanta ambizione del leader del Pd di tornare alla guida del governo del paese attraverso una vittoria elettorale, anziché come la fisiologia di una democrazia matura e compiuta, come una pretesa capricciosa, se non una deriva autoritaria, non è altro che una delle manifestazioni più vistose e preoccupanti dell’anomalia della democrazia italiana, un’anomalia che il paese sta pagando cara da ormai troppo tempo.

 

Pisapia, Prodi in questi giorni hanno lanciato segnali chiari. E Prodi si è messo a disposizione per tenere unito il Centrosinistra. Lo sosterrete senza riserve? Insomma sarete aperti alla mediazione? E quali punti strategici dovrebbe avere una buona mediazione? 

 

Il Pd è nato per unire il centrosinistra. Ma l’unità del centrosinistra è un obiettivo totalmente altro rispetto ai due miti politici della Prima Repubblica: l’unità delle sinistre e l’unità politica dei cattolici. La definizione del Pd che preferisco è quella che ne diede Romano Prodi: il Pd è la «Casa comune dei riformisti», quei riformisti che prima erano divisi lungo linee di frattura disegnate dalla guerra fredda e che solo dopo la caduta del Muro di Berlino è stato possibile riunire, prima nell’Ulivo e poi nel Pd. Questa è l’unità che dobbiamo costruire, nel Pd, attorno al Pd e anche oltre il Pd: l’unità dei riformisti per cambiare l’Italia, per renderla un paese moderno e aperto, competitivo e inclusivo. Come i governi del Pd hanno cercato e stanno cercando di fare in questa difficile legislatura. Non possiamo invece riproporre agli elettori, che sarebbero i primi a rifiutarla, una unione senz’anima, machiavellica, pensata e costruita solo per vincere, ma poi nei fatti incapace di governare, perché priva di un vero collante politico e programmatico. Il Pd è nato proprio per superare le coalizioni coatte, tenute insieme solo dal nemico comune e per dare una vocazione maggioritaria all’unità dei riformisti.

 

Domenica prossima ci saranno i ballottaggi. In alcune realtà il PD è allo sbando. Non sarebbe ora che Renzi sì prenda cura del partito? 

 

Sì, spero che la nuova segreteria riesca a fare di più e meglio di quanto non siamo riusciti a fare noi negli anni scorsi. Detto questo, il Pd è il partito che ha già vinto nel numero maggiore dei comuni dove si è votato l’altra domenica e dove non ha vinto è quasi ovunque al ballottaggio. Dunque non è affatto allo sbando. Come avrebbe detto Mark Twain, la notizia della morte del Pd è risultata largamente esagerata. Così come, sempre alla luce dei risultati delle amministrative, è apparsa largamente esagerata e quantomeno prematura l’attribuzione al M5s dell’aura dell’invincibilità.

 

Ultima domanda: Renzi sarebbe disposto anche per la prossima legislatura a lasciare il campo a Gentiloni in nome di un interesse superiore, l’unità del centrosinistra?

 

Pensare di costruire l’unità del centrosinistra contro il leader del Pd, indicato come candidato premier da una consultazione popolare che ha coinvolto quasi due milioni di persone, mi parrebbe una ben strana pretesa. Su questo Gentiloni per primo ha detto parole chiare. Se gli elettori daranno al Pd la forza per proporsi come asse portante del governo del paese nella prossima legislatura, a guidare il governo non potrà che essere chiamato il leader del Pd. Come avverrebbe in tutti gli altri paesi d’Europa.

La nuova “Rivoluzione Metalmeccanica”
Intervista a Giuseppe Sabella

Siamo nell’epoca dell’industria 4.0. Il termine Industria 4.0 (o Industry 4.0) “indica una tendenza dell’automazione industriale che integra alcune nuove tecnologie produttive per migliorare le condizioni di lavoro e aumentare la produttività e la qualità produttiva degli impianti” (da Wikipedia). Il nuovo contesto produttivo pone non pochi problemi al sindacato confederale. Come sta rispondendo a questa sfida? Ne parliamo con Giuseppe Sabella. Sabella è direttore di Think-inthink tank specializzato in lavoro e welfare nel cui comitato scientifico fanno o hanno fatto parte eminenti studiosi e esperti, quali in particolare Tiziano Treu, Giuliano Cazzola e Sergio Belardinelli. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: “Rivoluzione Metalmeccanica – dal caso Fiat al rinnovo unitario del contratto nazionale” (Guerini e Associati, 2017). Il libro è da pochi giorni nelle librerie.

 

Sabella nel suo libro “Rivoluzione Metalmeccanica – dal caso Fiat al rinnovo unitario del contratto nazionale” (Guerini e Associati, 2017), mette in evidenza il nuovo protagonismo dei Sindacati dei metalmeccanici (Fim-Fiom-Uilm). Intanto, prima di addentrarsi nel libro, parliamo per un attimo del Congresso, appena concluso, della Fim-Cisl. Quali sono state le novità strategiche?

Credo che il Congresso della Fim sia stato un evento importante. A parte la grande partecipazione di persone che dimostra che il sindacato – a differenza del partito – è un luogo ancora vivo e capace di aggregare, tutti coloro che hanno avuto modo di prendervi parte hanno potuto percepire nitidamente che la Fim è un’organizzazione che sta guidando la trasformazione del movimento sindacale: è chiaro che qui c’è la consapevolezza di cosa sia il lavoro oggi e di cosa richieda a chi lo rappresenta; per dirlo con parole care a Marco Bentivogli, di cosa sia il Lavoro 4.0: in particolare, contrattazione “sartoriale”, ovvero sempre più prossima all’impresa.

Veniamo al libro. Lei afferma che “i Meccanici stanno ridando la linea al movimento sindacale italiano”. Nella storia italiana, e non solo, non è sempre stato così?

Negli ultimi 20 anni sono state tante le tensioni e le rotture in seno al settore della metalmeccanica. È difficile dare la linea se non c’è unità. Ma la portata delle novità è stata tale – prima il caso Fiat e ora il rinnovo unitario – che oggi la metalmeccanica si pone come riferimento per il sistema delle relazioni industriali. Tuttavia, ogni settore ha la sua storia, la sua cultura, i suoi modelli: quindi, inutile pensare che tutti debbano fare come i meccanici.

Quale tipologia di sindacato si delinea in questa “Rivoluzione Metalmeccanica”?

Un sindacato capace di stare al fianco dell’impresa e di accompagnare la grande trasformazione. L’industria italiana ha risorse eccellenti, non si spiegherebbe altrimenti il successo del made in Italy nel mondo. Certo è che oggi più che mai queste risorse devono lavorare in modo compatto, armonico. In quest’ottica, in particolare nei luoghi di lavoro, il sindacato può essere un grande faro. Lo stesso rimando alla contrattazione aziendale non è soltanto importante per aspetti retributivi, ma anche per costruire il perimetro di regole più funzionale al luoghi di lavoro, all’impresa.

Quali sono i limiti di questa rivoluzione?

Benché in tutte le cose ci sia un limite, il rinnovo metalmeccanico – anche perché unitario – è una bella notizia per il lavoro nel nostro Paese. Certamente sarà la capacità di applicarne i dettami sul campo che farà la differenza. Lo spirito tuttavia è quello giusto, ci sono tutte le condizioni affinché questa grande intesa si possa rivelare un driver di cambiamento.

Come si sviluppa la dialettica, per usare una “categoria” filosofica, tra conflitto e partecipazione? Non mi sembra una questione secondaria anche per il contesto di “Industria 4.0”…

Sicuramente c’è una componente del movimento sindacale più partecipativa ed una che lo è meno. La partecipazione è la strada obbligata verso Industry 4.0, questo perché per vincere la sfida c’è bisogno di tutte le forze in gioco. “La persona al centro” ama ripetere Fabio Storchi – Presidente di Federmeccanica e, insieme a Marco Bentivogli, autore di una delle due postfazioni del libro di Sabella, ndr – ; se questo non è uno slogan, significa che è chiaro a tutti che il futuro dell’industria e delle nostre imprese dipende molto dalla risorsa più importante, dal singolo lavoratore.

Vi sono casi concreti di eccellenza nell’industria metalmeccanica che rispondono al nuovo contesto del 4.0?

Si, a partire da Fiat ora FCA: gli stabilimenti italiani sono l’avanguardia nel mondo. Ma direi anche Ducati, Lamborghini, Brembo, Finmeccanica… insomma, il comparto metalmeccanico non solo vale quasi il 10% del nostro pil – oltre che il 46% dell’intero settore industriale – ma traina anche l’intera manifattura e i suoi prodotti ad alto valore aggiunto fanno il giro del mondo. Sarei però cauto sul contesto 4.0: il sistema produttivo italiano ha molta strada da fare.

Non era scontato che, con la firma del CCNL del 26 novembre 2016, si arrivasse all’unità tra le sigle sindacali. Il caso Fiat era stato lacerante. Oggi parlano tutti la stessa lingua?

Sono costretti a parlarla, ne va della loro stessa sopravvivenza. Oggi chi chiede di essere rappresentato vuole solo una cosa: il lavoro. Basta vedere quanto è costato alla Fiom il caso Fiat, decine di migliaia di tessere: certamente qualcosa è imputabile anche al comportamento antisindacale dell’impresa – che per questo è stata richiamata in sede giudiziale – ma molti lavoratori non hanno condiviso la battaglia di Landini. Lui stesso, a dire il vero, ha pubblicamente riconosciuto di aver sbagliato qualcosa. E oggi Fiom sta lavorando per rientrare in Fiat.

Un tempo l’operaio metalmeccanico incarnava la “classe generale”, era la misura della giustizia sociale. Nella situazione di oggi cosa può rappresentare?

Considerando quanto il settore è stato colpito dalla crisi economica – 300.000 posti di lavoro andati persi – oggi il lavoratore metalmeccanico rappresenta un modello di appartenenza alla comunità: ha sofferto in silenzio e oggi è di nuovo protagonista. Qualcuno si è permesso nell’Aula del Parlamento di dire “non siamo mica metalmeccanici”: in realtà questo certifica una sola cosa, la distanza della politica dal paese reale. E, se pensiamo alla grande capacità di sintesi che arriva da questo rinnovo, questo afferma la grande possibilità di rinascita che la rappresentanza del lavoro oggi ha.

Quale Nuova politica per l’Italia ? Intervista a Marco Damilano

Marco Damilano (Contrasto)

Il Nuovo è stato la via italiana al governo e alla politica. Ora sembra smarrito, per incapacità di elaborazione, fragilità culturale, inconsistenza progettuale. Ma nessuna restaurazione del passato è possibile. E l’Italia ha bisogno di una nuova politica, per uscire da questo limbo senza riforme e senza partiti, senza destra e senza sinistra, senza vecchio e senza nuovo. Serve un Nuovo che sia ricostruzione, rigenerazione. Allora la domanda è: quale nuova politica? Ne parliamo con Marco Damilano, vicedirettore del settimanale L’Espresso, che ha dedicato all’argomento un libro, appena uscito in libreria, dal titolo “Processo al nuovo” (Editore Laterza, pagg. 149, € 14,00)

Marco Damilano, il tuo libro è un processo radicale alla categoria del “nuovo” nella politica italiana. Un concetto assai evanescente … è cosi?

«Certo, ma anche affascinante. Il nuovo in questi venti anni è stato qualcosa di più di una forma comunicativa: è stato una sostanza. Giulio Bollati in “L’italiano” ha scritto anni fa che il trasformismo di fine Ottocento è stato la via che l’Italia si è data per modernizzare il Paese, con tutte le storture che conosciamo. Direi che allo stesso modo in questi ultimi decenni il nuovo – i leader che si sono presentati con la caratteristica del nuovo – è stata la via che la politica si è data per mascherare la verità di un paese che ha attraversato una lunga stagione di declino. E in questo, alla fine, si è rivelato evanescente, inadeguato. E lo dico dal punto di vista di uno che alle innovazioni politiche e istituzionali ha creduto e continua a credere».

La tua analisi parte dalla fine degli anni ’70. L’emergere della figura di Bettino Craxi, con il progetto della “Grande Riforma Costituzionale”, l’idea, cioè, di cambiare il Paese attraverso le Riforme. Una idea anticipatrice del renzismo….? O, per meglio dire, quanto craxismo c’è nella politica italiana di oggi?

«Nel 1979 Craxi scrive sull’Avanti, il quotidiano socialista, un editoriale intitolato “Ottava legislatura”, in cui lancia l’idea della Grande Riforma delle istituzioni. Siamo poco dopo l’omicidio di Aldo Moro, il vero spartiacque della storia repubblicana italiana: con il suo assassinio si interrompe il processo di autoriforma dei partiti e il peso della crisi della politica, che è una crisi di rappresentanza della società, si sposta sulle istituzioni e sulla Costituzione. L’altra innovazione craxiana è il cambiamento del partito socialista: da partito delle correnti a partito del capo, a forte leadership personale. In questo c’è l’anticipazione di alcuni fenomeni dei decenni successivi: il berlusconismo, il renzismo. Anche se Craxi si muoveva ancora, almeno all’inizio, in una situazione in cui la politica era forte. E la parola riforma richiamava tra i cittadini l’idea di un cambiamento in meglio. Mentre negli anni più vicini a noi ha assunto un significato opposto: restringimento dei diritti, tagli dello Stato sociale. E questo capovolgimento semantico pone un problema in più ai riformisti di tutta Europa».

Gli anni ’80 sono gli anni del conflitto sulla modernizzazione della politica italiana tra De Mita e Craxi…Incominciava anche la crisi del PCI di Berlinguer. Chi  vinse la battaglia sul nuovo? De Mita parlava di superare le categorie “Destra” “Sinistra” .  Venne sconfitto, perché Troppo avanti De Mita? Oppure era inconsistente il progetto?

«Per De Mita il superamento delle categorie di destra e sinistra significa rilanciare la Dc in un sistema bipolare che già allora il segretario della Dc voleva costruire. La Dc non si era mai definita come partito conservatore o di centrodestra, per De MIta deve diventare il partito dell’innovazione, contrapposto al Pci che in questo schema diventa il partito della conservazione, e al Psi di Craxi con cui c’è la sfida per la modernizzazione. Com’è finita, lo sappiamo. Hanno perso tutti. Nessuno è riuscito davvero a cambiare il sistema politico italiano. E l’economia negli anni Ottanta si è sviluppata a prescindere dalla politica».

Gli anni si chiudono con Il CAF…La restaurazione pura……è così?

«Craxi finisce ingabbiato nell’alleanza con Andreotti e Forlani, le destre democristiane. E manca il grande appuntamento con la storia, la caduta del muro di Berlino e la trasformazione del Pci. Il suo tramonto comincia qui».

Arriviamo agli ’90. L’esplosione, dopo Tangentopoli, del “nuovo”. Fu il “vero” nuovo? Oppure si può dire che la Seconda Repubblica non è mai nata?

«Oggi possiamo dire che Mani Pulite fu una rivoluzione soltanto giudiziaria. Quelle inchieste travolsero i partiti perché la loro crisi si era già consumata, ma non furono in grado di costruire un autentico cambiamento politico, e d’altra parte questo compito non poteva essere affidato ai giudici e ai pm. Servivano comportamenti nuovi, come scrisse già in quegli anni lo storico Pietro Scoppola. E nuovi partiti, nuovi leader, che arrivarono, in effetti, ma con il volto del berlusconismo. Che è stato nuovo, nuovissimo nelle forme, ma non ha cambiato il Paese: il ventennio del Cavaliere in politica si è concluso con un bilancio avvilente».

L’Ulivo fu il grande sogno. IL PD è la realizzazione del sogno?Considero l’Ulivo di Romano Prodi alla metà degli anni Novanta il momento di massimo equilibrio tra innovazione e tradizione, con un leader che si proponeva come sintesi di culture diverse e non come padrone del suo campo. Un tentativo ambizioso di cambiare la politica italiana: la democrazia dell’alternanza, il potere di decisione affidato ai cittadini, nella scelta dei candidati con le primarie e dei governi con sistemi elettorali coerenti con questo obiettivo. Il Pd è nato troppo tardi e in una situazione completamente mutata: di crisi economica, di crisi politica e di crisi culturale. E il sogno è rimasto tale, fino a trasformarsi, come avviene in questi giorni, in un incubo: l’incubo del ritorno della Prima Repubblica senza i partiti della Prima che avevano comunque il loro ruolo».

Torniamo per un attimo agli anni 68-70. Moro parlava di “Tempi nuovi” , ben altro spessore rispetto alla vacuità di  oggi ….

«A differenza di quello che ha scritto una certa pubblicistica Moro non era pessimista, guardava alle novità con curiosità e con acume. Erano i tempi nuovi del grande cambiamento degli anni Sessanta-Settanta. La mia generazione ha vissuto uno sconvolgimento maggiore: la globalizzazione, la rete. Ma oggi questi cambiamenti fanno paura. Se si parla di caduta dei muri vengono in mente immigrazione selvaggia, dumping sociale e terrorismo globale, Trump ha vinto per questo motivo: sul clima ha contrapposto gli interessi degli operai americani a quello mondiale della tutela ambientale. Se si parla di internet non viene più in mente l’agorà democratica ma le fake news e la post-verità. Se si pensa all’Europa c’è la crisi dell’euro. E mancano politici come Aldo Moro in grado di pensieri lunghi: sono in gran parte schiacciati sul presente, sull’istante, sull’ultimo tweet.

Monti, Renzi e Grillo. Il nuovo diventato vecchio..Per Renzi poi l’eterogenesi dei fini gli ha giocato un brutto scherzo. Come si svilupperà il “renzismo” nei prossimi anni?

«IN questi giorni c’è una nuova trasformazione: da leader sindaco d’Italia, come immaginava il sistema fondato sull’Italicum, Renzi sta diventando il segretario di un partito che dovrà fare una coalizione con alleati scomodi, Forza Italia e Berlusconi. Da uomo della competizione a capo del Pd come “argine della tenuta democratica del Paese”, così lo ha definito nel discorso del Lingotto a Torino prima di essere rieletto segretario del Pd. L’argine è qualcosa di solido, ma anche di statico, immobile. Quello che si prepara a essere Renzi nei prossimi anni: l’amministratore di una importante rendita di posizione, non più il leader che si gioca tutto su una sfida e che se perde va a casa. Lui ha perso ma è rimasto al suo posto, per interpretare la stagione opposta a quella precedente. La stessa parabola sta seguendo il Movimento 5 Stelle: da partito di lotta si appresta a diventare una casa accogliente per un nuovo tipo di establishment. Lo vedremo nei prossimi mesi: cambiamenti di pelle, nuovi trasformismi».

Nella parte finale del libro scrivi:  “Dopo gli uomini del Nuovo –scrive Damilano, – per salvare e difendere le innovazioni serviranno gli uomini della transizione, gli eroi della ritirata, personaggi alla frontiera tra il vecchio e il nuovo, destinati all’incomprensione e non spaventati dall’impopolarità, disposti a rinunciare a qualcosa di se stessi e della loro narrazione. Uomini del ponte, alternativi alla richiesta di uomini forti che avanza in Occidente”. Pisapia?

«Non so se Pisapia riuscirà ad avere queste caratteristiche. Di certo la risposta non è la restaurazone dei vecchi partiti e delle vecchie culture (rifare la sinistra, rifare la Dc…), ma un’innovazione che non sia puramente di facciata. E di questi uomini e di queste donne ci sarà sempre più bisogno. Perché altrimenti il nuovo continuerà a consumare se stesso. Accelerando la crisi della politica».

“I ‘nuovi voucher’ sono una via per combattere il lavoro nero, ma non bastano”. Intervista a Marco Bentivogli

La manovra correttiva da 3,4 miliardi nel 2017 concordata con Bruxelles sarà votata, nel pomeriggio, alla Camera, che oggi darà il suo via libera votando la fiducia al maxiemendamento identico al testo licenziato dalla commissione Bilancio, si sono aggiunti alcune novità. A cominciare dal “nuovo voucher”  (PrestO). Il provvedimento è stato oggetto di forte polemica tra il governo e la Cgil. Ma anche tra Pd e i “bersaniani” . Cerchiamo di capire, in questa intervista,  con Marco Bentivogli, Segretario Nazionale della Fim-Cisl, la “natura”  e le criticità dei “nuovi voucher”

 

Bentivogli, ancora una volta i “voucher” sono la “pietra dello scandalo” nell’ambito della regolazione del lavoro occasionale. Il governo dopo averli aboliti, per evitare il Referendum Cgil, adesso li rimette, sotto altro nome (ora si chiamano “PrestO”). Non   le pare un po’ assurdo e, francamente, irritante il comportamento del governo. .Insomma la Cgil, questa volta, ha ragioni da vendere….

Il tema dei “voucher” è sicuramente importante, benché riguardi lo 0.3% sul totale delle ore lavorate nel 2015 in Italia. Ma di fronte ad una disoccupazione giovanile più alta d’Europa e al forte deficit infrastrutturale che pesa sul nostro paese, forse bisognerebbe concentrare gli sforzi  sulla risoluzione dei problemi con il dialogo sociale. Per questo ha ragione da vendere Sabino Cassese quando dice che i costi del tempo perduto sono oramai insostenibili. Come ho avuto già modo di dire sulla vicenda voucher, l’inventore del Gioco Dell’Oca – chissà chi è e chissà se ne ha mai avuto consapevolezza – è anche l’inventore di una straordinaria metafora della vita politica italiana: ogni 10 caselle si ritorna al punto di partenza. Sui voucher è stato fatto un gran pasticcio. La Cgil ha deciso di trasformare uno strumento buono e utile in un’arma di battaglia ideologica, per di più in un clima di campagna elettorale permanente: tutto questo sulla pelle dei lavoratori ed alle loro spalle. Sui “vecchi voucher” sarebbe bastato un provvedimento per riportarli  al loro scopo iniziale, prima che l’asse Alfano-Bersani-Casini, con la riforma del lavoro introdotta dal governo Monti, ne estendesse l’utilizzo agli impieghi non saltuari. Sarebbe stato sufficiente ripristinare le condizioni iniziali, vale a dire ricondurli ai lavori meramente occasionali, dunque ad arma di contrasto del sommerso. La Cgil ha deciso, invece ,di farne una battaglia ideologica, come spesso accade sui temi del lavoro nel nostro Paese. L’abolizione decisa dal governo al fine di scongiurare il referendum si è dimostrata un boomerang politico per il Pd  e Renzi perché in questo modo è stato confermato che a vincere in questo paese è sempre chi frena. Il Pd ha rinunciato a fare battaglia coraggiosa perché è mancato il radicamento tra i tanti italiani che vogliono il cambiamento, cui evidentemente si preferiscono con le élite di fantomatici innovatori. La morale è che i populisti non si inseguono, si sfidano.

Veniamo ai “PrestO”, ci sono novità (certamente la maggiore tracciabilità e trasparenza). Per lei qual è la più importante?

Il “nuovo voucher” PrestO”, dove la “O” maiuscola sta per occasionale, introduce diverse novità e limiti, come quello dell’utilizzo per le imprese solo fino a 5 dipendenti e l’introduzione di una  soglia di 5 mila euro per datori di lavoro e lavoratori e non più di 2500 dallo stesso datore di lavoro. Cambia anche il valore lordo, che passa da 10 a 12 euro orari (10 netti), e si introduce per le famiglie che volessero farvi ricorso per i lavori domestici ( baby sitting, assistenza agli anziani, lezioni, private ecc.) il cosiddetto “libretto famiglia”. Il libretto sarà  nominativo e prefinanziato, conterrà cioè prestazioni da 10 euro l’ora a cui la famiglia dovrà poi aggiungere due euro l’ora che verserà per i contributi Inps e Inail. Mentre per le imprese fino a cinque dipendenti  (escluse quelle edili e degli appalti) i vecchi buoni verranno sostituti da un “contratto di prestazione occasionale”. Per ogni ora di  lavoro il compenso sarà di 9 euro, cui poi si aggiungeranno i contributi Inps, pari al 33% del compenso, e quelli Inail, pari al 3.5%. Le aziende agricole potranno utilizzare per il lavoro occasionale solo pensionati, studenti e disoccupati. Inoltre “ PrestO” non sarà più acquistabile dal tabaccaio, ma dalle imprese potrà essere attivato esclusivamente sulla piattaforma  del’Inps e per cui totalmente tracciabile mentre le famiglie dovranno aprire il libretto sul sito Inps o presso gli uffici Postali.

Le novità quindi sono molte rispetto ai vecchi voucher, che erano uno strumento sicuramente più flessibile ma che si prestava ad alcuni abusi. Di positivo c’è sicuramente la reintroduzione della tracciabilità, che viene rafforzata. Le imprese dovranno comunicare almeno un’ora prima dell’inizio della prestazione i dati sul lavoratore, il luogo di svolgimento della prestazione, l’oggetto, la durata e il compenso. Su quest’ultimo, la novità è che non potrà essere inferiore a 36 euro, il che significa che non saranno consentiti impieghi al di sotto delle 3 ore; così come non sarà possibile andare oltre le quattro ore consecutive. Un’altra rigidità della quale francamente si poteva fare a meno.

Ma è proprio questa la via migliore per combattere il lavoro nero?  

Sicuramente è una via, anche se va aggiustato il tiro su alcuni aspetti. Questa nuova versione dei voucher in effetti sana alcune criticità che contraddistinguevano la vecchia formula.  La cosa più importante è che ci dotiamo di uno strumento in grado di evitare che i lavoratori occasionali ripiombino nel nero, che divengano dei “fantasmi” per il fisco, che restino privi di tutele sul fronte previdenziale e assistenziale. Certo, anche se non voglio andare ad ingrossare le fila dei benaltristi, è evidente che bisogna agire pure su altri fronti: il primo che segnalo è quello dei controlli e dell semplificazione. Purtroppo negli ultimi venti anni tutti i governi hanno disinvestito dall’attività ispettiva, lasciando praterie aperte ai furbi. L’abolizione pura e semplice si è rivelata la solita scorciatoia delle “anime belle” che si vogliono mettere a posto la coscienza ignorando il problema.

La verità è che se la lotta al lavoro nero si vuole fare davvero, e necessario innanzi tutto favorirne l’emersione, con controlli che diano visibilità ai comportamenti devianti. Chi controlla, ad esempio, se quello che sulla carta figura come un part-time in realtà non va oltre l’orario stabilito, con pagamento in nero delle ore extra (sempre che vengano pagate)o non si configuri come un lavoro stagionale?

E’ deluso dal governo? Non sarebbe stato meglio coinvolgere il Sindacato?

Di certo sono deluso per come il governo ha gestito la fase precedente. Prima ha avviato un confronto sulle modifiche dei voucher, ha chiesto ai sindacati il loro parere, poi ha fatto dietrofront e ha stabilito l’abolizione. In questo modo ha penalizzato le posizioni più responsabili e riformiste, premiando invece, per un calcolo politico di corto respiro, quelle più massimaliste. Nessuno pensa che l’epoca della concertazione possa rivivere dopo 30 anni, ma mi chiedo se in questo modo non si finisca per portare l’acqua al mulino di chi, come i movimenti populisti, chiede di saltare ogni mediazione per rivolgersi direttamente alla “gente”. Anche il Pd è stato tentato dalla disintermediazione in un momento i cui si percepiva in posizione di forza. Non vorrei che cadesse nello stesso errore per la ragione opposta, cioè perché, dopo la sconfitta del 4 dicembre, si sente più debole. Credo invece che sia nell’interesse di tutti – anche del governo – valorizzare il dialogo con chi nel sindacato ha scelto la strada delle riforme. Lasciando da parte per un momento la questione dei voucher, vedo con preoccupazione la crisi di fiducia nella politica che attraversa le democrazie occidentali. E’ la crisi che l’ex direttore generale della Bbc Mark Thompson analizza nel suo ultimo libro, in cui viene messo in luce lo stravolgimento del linguaggio del dibattito pubblico che si è prodotto con l’irruzione dei social media. Una comunicazione in cui le notizie hanno vita sempre più breve e le emozioni prevalgono sui giudizi degli esperti spalanca praterie ai populisti e rende sempre più difficile formare l’opinione pubblica. Lo vediamo bene, purtroppo, quando al centro di un dibattito del genere finisce il lavoro. Leggo in queste ore che la manovra del Governo sul “lavoro occasionale”  è un “attacco alla democrazia”. Ormai a sentirli e’ un pericolo quasi quotidiano, penso che il più grande attacco sia delegittimare il senso delle parole con un loro utilizzo roboante che ha il solo effetto di abbassare la guardia da eventuali pericoli reali.

Ultima domanda : questa volta c’è l’ accordo sulla legge elettorale , per lei questo significa andare alle elezioni anticipate ? Oppure pensa che sia meglio concludere la legislatura ?

Non entro nel dibattito sulle elezioni anticipate. In linea di massima mi sembra evidente che una legge elettorale in grado di assicurare, quanto meno sul piano teorico, la possibilità di dotare il paese di un governo stabile vada fatta. Preferivo un sistema maggioritario ma credo che in Italia ci sia una nostalgia di proporzionale. Nel contesto in cui ci troviamo, con l’Europa che ci tiene sotto osservazione sui conti, il profilarsi, dopo le elezioni in Germania, di un rilancio dell’asse franco – tedesco e, non ultimo, la probabile uscita dal Quantitative Easing della Bce, l’instabilità è un rischio che non possiamo permetterci.

LA SVOLTA “BERGOGLIANA” DELLA CEI. INTERVISTA A FRANCESCO ANTONIO GRANA

Il cardinale Gualtiero Bassetti, appena nominato Presidente CEILa nomina del Cardinale Bassetti alla Presidenza della Cei (Conferenza episcopale italiana) segna un punto di discontinuità nella Chiesa italiana. Quali gli  sviluppi? Ne parliamo con Francesco Antonio Grana, vaticanista e Direttore dell’Agenzia di Stampa on line “Il Faro di Roma”.

 

Francesco Grana, la nomina di Bassetti, cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, alla  presidenza della Cei segna definitivamente la fine del lungo ciclo “ruiniano”. Qual è il bilancio di quella stagione?

 Il ruinismo è decisamente finito. Anche se Ruini sostiene che esso sia ancora vivo al di fuori dell’Italia, in altri Paesi europei. Certamente quella stagione della Chiesa italiana oggi sarebbe improponibile con un Papa come Francesco. Ha avuto ragione di vita con san Giovanni Paolo II che ha impostato la Cei in un modo certamente diverso da ciò che oggi Bergoglio chiede a questo organismo ecclesiale. Bisogna sottolineare, però, che Ruini era fedelissimo di Wojtyla e che il Papa polacco nutriva verso il porporato emiliano una stima piena. Il ruinismo, ovvero la presenza forte della Chiesa italiana sul dibattito pubblico, con un interventismo politico abbastanza spiccato, ha funzionato proprio per questo tandem efficace: Ruini-Wojtyla. Fare un bilancio oggi è difficile perché non è rimasto concretamente molto di quella stagione che nessuno rimpiange. Viviamo una Chiesa con un’impostazione decisamente diversa data da Bergoglio. La dimensione pastorale è predominante. È presto per dire se ciò sarà efficace o meno. Certo chi vorrebbe oggi applicare il modello Ruini per stabilire un ponte tra i 5 Stelle e la Chiesa cattolica è destinato a fallire.

 

Quali sono stati i limiti?

Il ruinismo è nato con la fine della Prima Repubblica e con essa della Democrazia Cristiana che ha visto il voto cattolico dividersi, non in modo omogeneo, in tutto l’arco costituzionale. È quindi frutto di un passaggio storico senza il quale quella stagione non solo non avrebbe avuto senso, ma non sarebbe nemmeno esistita. Alcuni limiti li ha fatti notare lo stesso Francesco quando ha rigettato l’espressione di “valori non negoziabili” tanto cara a Ruini e a Benedetto XVI. Per il Papa latinoamericano non è possibile stabilire una scala di gradazioni all’interno della categoria dei valori. Questo è certamente un primo e importante limite del ruinismo. Un altro limite è quello nel dibattito bioetico: al di là del valore della vita dal suo concepimento al suo fine naturale che ovviamente nessuno mette in discussione, non si possono affrontare i singoli casi con un giudizio senza alcuna misericordia. La vicenda di Piergiorgio Welby a cui furono negati i funerali perché aveva scelto l’eutanasia oggi appare a moltissimi dentro la Chiesa una decisione errata. Nel caso di dj Fabo la posizione delle gerarchie cattoliche è stata esattamente l’opposta consentendo la messa in suo suffragio. Altro limite è stato paradossalmente proprio l’efficace interventismo politico che, seppure è riuscito in quegli anni a ottenere significativi risultati elettori, ha dato poi il via alla stagione dell’antipolitica che è appena all’inizio.

 

Quella stagione è stata segnata dalla conflittualità con la politica. In nome dei valori non negoziabili si è ristretto il campo della autonomia dei laici cattolici. Pensi che ora si apriranno spazi? 

Ruini ha sempre respinto l’idea di un partito dei cattolici e ha guardato con molta simpatia al centrodestra. Con Berlusconi c’è stato un lungo e proficuo dialogo che l’ex premier intensificava proprio nei momenti in cui la sua condotta morale era messa alla gogna processuale e mediatica. Bisogna, però, sottolineare che esiste anche l’altra parte della medaglia ovvero l’interventismo della politica nella vita della Chiesa cattolica. Un’immagine che non fa notizia, che si preferisce celare, ma che esiste e non è marginale. Pensiamo, per fare un esempio attuale, al leader della Lega Matteo Salvini che va a trovare a casa il cardinale Raymond Leo Burke. O al ministro degli Esteri Angelino Alfano che è di casa nell’appartamento di monsignor Rino Fisichella. Dubito che trascorrano il tempo della visita a pregare: si parla di politica e di come si possono orientare i voti dei cattolici. In fondo sono proprio i laici più lontani dalle sagrestie che paradossalmente cercano l’approvazione e il consenso della Chiesa. Pensiamo a quanto in queste settimane i 5 Stelle stanno, in modo a dir poco goffo, “corteggiando” il voto cattolico. Grillo è arrivato perfino a definire il suo Movimento “francescano”. Un’eresia, un vero e proprio scivolone oltre che una caduta di stile prontamente bacchetta dal Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.

 

Bassetti, nella sua prima conferenza stampa, ha affermato che non sarà calcolatore. Cosa significa? Una chiesa più libera da fardelli?

Dare un giudizio sulla presidenza del cardinale Bassetti a poche ore dalla sua nomina sarebbe giocare al chiromante. Il porporato deve ancora “entrare” nel suo nuovo ruolo con un Papa che chiede di reinterpretare la presidenza della Cei alla luce dei criteri pastorali da lui indicati nel documento programmatico del suo pontificato, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Certamente, come Bassetti ha chiarito, il suo non essere un calcolatore non vuol dire essere un improvvisatore. Ma è la volontà di mettersi in ascolto di tutto l’episcopato italiano e creare quella rete di collaborazione e di raccordo tra i vescovi e il Papa per attuare una pastorale incarnata nei problemi delle persone, soprattutto di quelle che vivono nelle periferie non solo geografiche ma esistenziali.

 

Come e quando nasce l’amicizia con Bergoglio?

 Credo che risalga almeno a prima del pontificato. Francesco ha subito testimoniato in modo chiaro, pubblico e concreto la sua stima, oltre che la sua amicizia, per Bassetti. Nei primi mesi del suo pontificato lo ha voluto subito tra i membri della Congregazione per i vescovi, poi nel suo primo concistoro lo ha creato cardinale, nel 2016 gli ha affidato le meditazioni per la Via Crucis al Colosseo, e infine lo ha nominato alla presidenza della Cei.

 

Quali sono le priorità?

Le priorità sono tante: dai migranti che bussano alle nostre porte, alla pedofilia dei preti e non solo; dalla tutela della vita, alla formazione del clero, fino alla difesa della famiglia e a una pastorale efficace per i giovani che vivono il grande dramma della disoccupazione. Sono tutti temi indicati da Bassetti nella sua prima conferenza stampa. Ma c’è una vera priorità ed è quella di sintonizzare l’orologio della Chiesa cattolica su quello dei fedeli di oggi. Le chiese non si svuotano in Italia, i cosiddetti “sbattezzi” nel nostro Paese non sono rilevanti, ma spesso la pastorale è antica e ancora frutto di pregiudizi. Il Papa chiede di spalancare le porte e di accogliere tutti come in “un ospedale da campo”. Bassetti è il “primario” giusto per attuare questa conversione pastorale.

 

Pensi che i circoli tradizionalisti aumenteranno il conflitto contro il Papa per questa nomina?

Certamente Bassetti non è un “lefebvriano”. Non ama i paramenti cinquecenteschi e non indossa abiti cardinalizi lussuosi. E’ un pastore con l’odore delle pecore come piace a Bergoglio e come è lui stesso. E’ facile prevedere che ciò non piacerà ai tradizionalisti che vedono solo nella forma, anche quando è anacronistica come quella che propongono, la sostanza. A Francesco piace esattamente il contrario. Così come a Bassetti.

 

Piano piano Bergoglio continua il suo cammino di cambiamento. Cosa manca ancora per il suo completamento? 

Il volto della Chiesa cambia anche attraverso gli uomini. Le idee hanno bisogno di gambe, non viaggiano nell’etere. Quindi l’aver creato già 61 nuovi cardinali è un segnale importante verso questa conversione pastorale chiesta alla Chiesa da Francesco. Ma pensare che la riforma si esaurisca con le nomine sarebbe utopistico. Preziosi, per esempio, sono stati i due Sinodi dei vescovi sulla famiglia dai quali è scaturita l’esortazione apostolica Amoris laetitia, così come il Giubileo straordinario della misericordia. Francesco traccia una vera e propria enciclica dei gesti dando l’esempio per primo. In questo modo egli propone alla Chiesa un cambiamento che per sua natura è graduale. Se così non fosse, alla fine del suo pontificato non ne resterebbe traccia.