“Siamo nella seconda ondata e la Lombardia rischia molto”. Intervista a Francesca Nava

Francesca Nava (Twitter/@franziskanava)

Continuano a crescere i casi di “Corona virus” in Italia. Sono 5.372 i nuovi contagi nelle 24 ore trascorse. Lo rileva il bollettino della Protezione civile. Ieri erano stati 4.458. L’aumento è di 914 nuovi contagi. Due giorni fa erano stati 4.458. 28 i morti.  Siamo in piena “seconda ondata”, come sta affrontando il “sistema” questa nuova pericolosissima ondata? Ne parliamo con Francesca Nava, giornalista d’inchiesta del programma di Rai Tre “Presa Diretta”.  Francesca Nava è anche autrice  di un grande libro d’inchiesta sulla pandemia,  pubblicato dalle Edizioni Laterza: “Il Focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale”.

Francesca, il tuo libro inchiesta, frutto di un gran lavoro di indagine, ha indagato sulle tragiche conseguenze dell’epidemia di Covid-19 nella bergamasca, in particolare nella Val Seriana, e nella città di Bergamo. Ma del tuo importante lavoro parleremo dopo. Vediamo di “attualizzare” la riflessione. Siamo ormai nella seconda ondata, quanto rischia il “sistema” lombardo? 

Il sistema lombardo, considerato un modello sanitario di eccellenza, sappiamo bene tutti che da anni punta a fortificare le grandi strutture ospedaliere, in un’ottica ospedalo-centrica. Questo è avvenuto negli anni a discapito di un’area strategica della sanità, vale a dire la prevenzione, che sul territorio è stata praticamente dimezzata. Durante la pandemia di Covid-19, nelle terapie intensive lombarde abbiamo avuto un indice di mortalità pari al 55%, a fronte di una media nazionale che si è mossa tra il 25 e il 40%. Questo è un dato significativo, che ci consegna una delle principali criticità di questo sistema: i pazienti in ospedale ci sono arrivati tardi, quando ormai erano in condizioni disperate. Non c’è stato nessun filtro. Ciò nonostante l’attenzione continua ad essere puntata sui letti di terapia intensiva, che chi governa la regione, ma anche a livello nazionale, rivendica di aver incrementato. Tuttavia, la lezione di Bergamo e della prima ondata pandemica in Lombardia ci ha insegnato che non sono le terapie intensive la chiave di volta.

 

La giunta regionale della Lombardia è consapevole dei gravi rischi che corre la Regione? 

Io credo che ne sia ben consapevole, ma la volontà di mantenere uno status quo a vantaggio della famosa eccellenza ospedaliera lombarda potrebbe diventare una trappola mortale. Il sistema lombardo, o meglio il modello sanitario lombardo, durante questa pandemia ha manifestato delle gravi falle. Falle di cui si parla da anni, ma purtroppo fino a quando i nodi non sono venuti al pettine – attraverso situazioni di estrema criticità ed emergenza, come quelle che abbiamo vissuto a marzo – è stato difficile porre il tema sul tavolo di un dibattito politico serio.

 

Per entrare più nel dettaglio, sappiamo che la grande lacuna del “sistema” lombardo è la medicina di prossimità. Ovvero la lettera “T”  (territorio) è assente. In questi mesi ci sono stati tentativi di rimediare a questa grave lacuna?  Cosa sta facendo la regione Lombardia?

Oggi abbiamo una grandissima opportunità: rimettere in discussione questo modello, ripensarlo, adeguarlo; voglio dire che dopo aver visto i carri militari con i morti di Bergamo, dopo le immagini delle terapie intensive al collasso, dopo il grido di disperazione lanciato dai medici di base e dagli infermieri dell’assistenza domiciliare, dopo aver scoperto che migliaia di persone sono morte in casa soffocate e senza cure, oggi anche la maggioranza che governa Regione Lombardia si è accorta che ci sia qualcosa da “rivedere” e si è resa conto che la legge 23 del 2015 (legge sperimentale e in scadenza a fine anno), la cosiddetta riforma sanitaria Maroni, debba essere quanto meno rivisitata. Bisogna capire come la regione intenderà farlo. Quel che è certo è che centinaia di operatori sanitari lombardi, soprattutto bergamaschi, stanno chiedendo a gran voce alle istituzioni regionali di creare una regia, di mettere in campo una comunicazione tra ospedali e territorio, di potenziare la medicina di prossimità, di cura domiciliare. In buona sostanza, di creare un filtro a monte, di mettere le reti a 2500 metri, perché abbiamo capito che la diga a valle non può fermare una valanga. Le persone in terapia intensiva non possono più arrivarci in fin di vita, altrimenti finirà tutto come a marzo, temo. Questo al netto della strategia di sorveglianza epidemiologica e di contact tracing, in Lombardia come altrove ancora troppo confusa e disorganizzata, e al netto delle problematiche  nell’approvvigionamento dei vaccini anti-influenzali, su cui potremmo aprire un’altra parentesi. I rischi, dunque, in questa temuta seconda ondata sono su svariati fronti e le azioni da intraprendere, a partire dalla Lombardia messa in ginocchio dalla prima violentissima ondata, sono urgenti.

 

Un altro punto di negligenza sono state le Rsa. Lì si è compiuto un’autentica strage di anziani. Attualmente com’è la situazione? 

Le case di riposo lombarde, rimaste chiuse da marzo a giugno a causa del Covid-19, versano in condizioni finanziarie disastrose. Nel primo semestre si sono perse un milione di giornate di lavoro, vale a dire 100 milioni di euro. Una cifra che potrebbe raddoppiare nel secondo semestre, anche a causa degli aumenti dei costi dei dispositivi di protezione personale, i cui prezzi si sono gonfiati in questi mesi. Tutte questo avrà nell’immediato pesanti ricadute occupazionali. A fine anno scadranno centinaia di contratti di lavoro a termine, parliamo di operatori sanitari delle Rsa a cui è già stato detto di cercarsi un altro impiego. Le conseguenze sono duplici: o un taglio dei servizi per gli anziani o un aumento vertiginoso delle rette. In mezzo a questo buco finanziario c’è poi il discorso sanitario. Il contenimento dei focolai, che durante la prima ondata non è stato fatto, trasformando le Rsa in trappole mortali. Ad oggi non esiste uno screening epidemiologico nelle Rsa lombarde gestito dal pubblico. Nè sui pazienti né sugli operatori sanitari. E’ tutto lasciato all’iniziativa dei gestori privati, vale a dire al buon senso. Solo sui nuovi ingressi, ovvero sui nuovi degenti, viene adottata una politica del doppio tampone con un isolamento di almeno 14 giorni. Ma certamente questo non basta. La popolazione anziana che occupa le case di riposo, inclusi gli operatori sanitari che ci lavorano fianco a fianco, è senza dubbio quella più fragile e a rischio morte, anche per questo andrebbe messa in campo una strategia di mappatura epidemiologica periodica gestita dall’operatore pubblico. Mi sembra il minimo.

 

Le indagini della magistratura riguardo le Rsa come stanno procedendo?  

Ci sono diverse procure lombarde che stanno indagando su quanto avvenuto in molte Rsa della regione. Il caso più clamoroso è senz’altro quello del Pio Albergo Trivulzio, la storica casa di riposo milanese, dove a fine febbraio vennero trasferiti in primi 17 pazienti positivi dimessi da un ospedale bergamasco. Quello fu l’inizio del primo focolaio micidiale: solo al Trivulzio morirono centinaia di persone e altrettante si sono ammalate anche tra gli operatori sanitari. Grazie alle denunce di alcuni lavoratori siamo venuti a sapere che in quei giorni e in quelli successivi c’erano medici in corsia che ordinavano agli infermieri di non utilizzare le mascherine per non allarmare i pazienti. La magistratura ha iscritto sul registro degli indagati diversi medici e dirigenti. L’accusa è quella di epidemia colposa, ma le indagini sono tutt’altro che chiuse.

 

Qual è l’umore degli operatori sanitari (medici, infermieri e volontari)?

Nelle case di riposo il clima è molto teso. C’è sfiducia e preoccupazione. Sul territorio i medici di base si sentono sempre più isolati e anche gli infermieri del servizio di assistenza domiciliare vivono la frustrazione di non vedersi riconosciuto il lavoro straordinario svolto nei mesi folli dell’emergenza. Ad oggi non hanno ricevuto nessun compenso per le ore extra lavorate. Non solo, proprio il servizio ADI (acronimo di Assistenza Domiciliare Integrata, gestito dal privato convenzionato, ma finanziato dal Servizio Sanitario Nazionale) rischia di assottigliarsi per mancanza di investimenti e per la fuga degli infermieri, liberi professionisti. Tra l’altro proprio gli operatori ospedalieri (soprattutto bergamaschi) hanno appena promosso questa lettera aperta alle istituzioni (sottoscritta da 500 addetti ai lavori) per lanciare l’allarme sulla seconda ondata, come dicevamo all’inizio di questa intervista, una preoccupazione che nasce dentro agli ospedali, dove cresce sempre più la consapevolezza che innanzitutto gli interventi di sanità pubblica vanno programmati sul territorio. Un segnale lampante del disagio profondo vissuto dagli operatori sanitari lombardi nel loro complesso. Senza un sistema integrato, in cui i vari livelli della sanità si parlano e si coordinano, saremo punto e a capo.

 

Parliamo del tuo libro. Come ho detto all’inizio il tuo saggio è frutto di un grande lavoro di inchiesta  sui tragici avvenimenti avvenuti, nei mesi più acuti della pandemia, nella bergamasca e nella città di Bergamo. Nel tuo saggio ci sono dei punti fermi, vediamone alcuni: come sappiamo tutto ha inizio in un ospedale della Val Seriana. E qui si commette il primo grave errore. Ovvero il virus non viene isolato. Come è stato possibile questo errore devastante?  Quale era la catena di comando?

L’ospedale di Alzano Lombardo, dove tutto è cominciato quel fatidico 23 febbraio, dipende dalla ASST (Azienda Socio-sanitaria Territoriale) Bergamo est, con sede a Seriate, alle porte di Bergamo. Parliamo di un vero e proprio “fortino leghista”, dal momento che la direzione generale e sanitaria è di nomina politica ed è stata selezionata su indicazione dei governatori leghisti della Regione Lombardia, prima Roberto Maroni e poi Attilio Fontana. Sulla mancata chiusura dell’ospedale e il mancato isolamento del virus sta indagando la Procura di Bergamo, con ipotesi di reato che vanno dall’omicidio colposo all’epidemia colposa. Ad oggi ci sono almeno due indagati, ma l’inchiesta è ancora coperta da segreto istruttorio, dal momento che è stata chiesta una proroga. Gli inquirenti hanno incaricato il professor Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di Microbiologia dell’Università di Padova, di mettere a punto uno studio per determinare se vi sia un nesso di causalità tra la mancata chiusura dell’ospedale, la mancata zona rossa di Alzano e Nembro, e il vertiginoso incremento di mortalità che si è registrato nelle settimane successive nella bergamasca e in tutti i comuni limitrofi all’ospedale “Pesenti Fenaroli” di Alzano Lombardo. Ricordiamo che in alcuni paesini della Val Seriana l’incremento è stato anche del 1000 fino al 2000%. Quel 23 febbraio il direttore medico dell’ospedale di Alzano, Giuseppe Marzulli (che io intervisto nel libro), si rifiutò di riaprire il pronto soccorso (chiuso solo per poche ore) dopo l’accertamento dei primi casi positivi al Covid-19, ma rimase schiacciato sotto quella che anche tu definisci giustamente la “catena di comando”. Qualcuno, da Seriate o da Milano, questo lo verificherà la magistratura, ha ordinato di riaprire tutto, alimentando così una violenta catena di trasmissione del virus. Quella domenica di fine febbraio le persone che si trovavano dentro all’ospedale, vale a dire utenti del pronto soccorso, operatori sanitari e famigliari dei pazienti, vennero tutti mandati a casa senza nessun tracciamento. Una follia epidemiologica.

 

Ci sono, in questa tragedia, dei giorni “maledetti” uno è il 23 febbraio, quello dell’ospedale di Alzano, quali sono stati gli altri giorni tristemente “memorabili”?

Ci sono almeno tre date che io ritengo “memorabili” in questa vicenda, oltre al 23 febbraio. La prima è quella del 29 febbraio, quando a Palazzo Lombardia, a Milano, si tiene l’ennesima riunione della task force lombarda con il presidente Fontana, l’assessore al Welfare Giulio Gallera, altri assessori e gli scienziati di Regione Lombardia. I dati che arrivano dal tracciamento in corso, a partire dalla zona rossa del lodigiano, dicono chiaramente che il virus si sta diffondendo a macchia d’olio su tutto il territorio regionale. Si stanno facendo test a campione e la situazione è fuori controllo. Gli ospedali sono già intasati di malati Covid. Sono i giorni degli aperitivi del sindaco di Milano Sala con il governatore del Lazio Zingaretti e i giorni di Milano is running, Bergamo is running. Eppure ci sono cluster già a Bergamo, Cremona, addirittura si trovano casi positivi in Valtellina, in provincia di Sondrio. Bisogna chiudere in fretta. Quella sera il presidente Fontana si attacca al telefono e chiama diverse persone, tra cui anche il presidente di Confindustria Lombardia, Marco Bonometti, per sondare gli umori di un eventuale provvedimento più drastico. In quei giorni la regione è “zona gialla” con misure di contenimento cosiddette lievi: scuole chiuse, divieto di assembramento, chiusure anticipate di locali notturni. Gli scienziati lombardi fanno presente che bisogna fare di più. Le persone non hanno la percezione della gravità della situazione. A raccontarmelo nel libro “Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale” è proprio il capo della task force lombarda, il direttore sanitario dell’ATS Milano, l’epidemiologo Vittorio Demicheli, che ascolta la telefonata in viva voce tra Fontana e Bonometti. Quest’ultimo all’argomentazione del governatore sulla necessità di creare altre zone rosse o eventualmente di chiudere la Lombardia, visti i dati del contagio, risponde “Eh, ma io ho la Jaguar in produzione…”. Credo che qualunque altro commento sia superfluo. La zona rossa in Val Seriana non si farà mai. La regione non depositerà mai una istanza formale. Non solo, quando si è poi deciso di “chiudere” la Lombardia (con un provvedimento d’intesa con il Governo) lo si è fatto con una misura che io definisco un colabrodo, con la famosa “zona arancione”, che ha lasciato le fabbriche aperte. E qui c’è l’altra data memorabile: l’8 di marzo. Quel giorno, due settimane dopo i fatti di Alzano Lombardo, viene preso un provvedimento che drastico non è, visto che lascia circolare nella regione più industrializzata d’Italia milioni di persone per ragioni di lavoro. Il giorno dopo arriva il famoso lockdown nazionale, che obbliga a rimanere tutti a casa, ma permette a chi lavora di spostarsi e quindi di affollare mezzi di trasporto pubblici e mense. La terza data memorabile è senza dubbio il 18 di marzo, la data della famosa foto dei carri militari che sfilano dietro al cimitero monumentale con le bare dei morti di Bergamo, portati anche fuori regione, dal momento che il forno crematorio della città non è più in grado di smaltirli. Questa data è lo spartiacque. Da lì in poi tutti gli italiani capiranno che il virus non scherza. Le fabbriche verranno chiuse cinque giorni dopo, il 23 marzo. Un mese dopo lo scoppio del focolaio di Alzano Lombardo. Troppo tardi. Tre mesi fa l’Istat ha certificato che esiste un nesso tra incremento della mortalità e mobilità per pendolarismo.

 

Per quale ragione, secondo te, non si è fatta subito la zona rossa di Alzano? Nel rimpallo delle responsabilità, tra regione e   governo, chi ha commesso la negligenza più grave?

La Val Seriana è la culla industriale della Lombardia. Chiuderla significava “chiudere un polmone economico del Paese”. Questo non lo dico io, lo ha detto recentemente il capo del Comitato Tecnico Scientifico, Agostino Mozzo. Mi sembra che questa dichiarazione si commenti da sola. Nessuno, né regione, né Governo, ha avuto il coraggio di intervenire per isolare un focolaio nel cuore pulsante dell’economia italiana.

 

Il dolore è davvero immenso per i bergamaschi, e per tutta l’Italia. Non si può ripartire come Paese senza aver dato risposte e giustizia ai parenti delle vittime e ai cittadini di quella terra bergamasca. Ti chiedo: tu che sei bergamasca cosa percepisci della consapevolezza, di questa tragedia, nella classe dirigente italiana?

Ad oggi ci sono centinaia di esposti depositati in Procura a Bergamo per chiedere alla magistratura di fare chiarezza su quanto avvenuto nella bergamasca. Sono richieste legittime dei famigliari delle vittime, oltre seimila a Bergamo in meno di due mesi, che pretendono verità e giustizia. Chi doveva lanciare l’allarme e non lo ha fatto? Chi ha deciso di riaprire un ospedale infetto? Ci sono state pressioni per non creare una zona rossa in Val Seriana? A chi spettava istituirla? Chi doveva aggiornare il piano pandemico nazionale? Chi doveva rifornire ospedali ed Rsa con dispositivi di protezione individuale vista l’allerta internazionale lanciata a fine gennaio dall’Organizzazione Mondiale della Sanità? Domande, che meritano delle risposte. Anche solo per ricucire quella ferita aperta e sanguinante, che nel bel mezzo di una seconda ondata pandemica terrorizza chi ha visto l’orrore in faccia. A Bergamo ci sono state persone a cui i volontari del 118 hanno mostrato le foto dei cadaveri chiusi in sacchi neri e ammassati nei corridoi degli ospedali per disincentivarle a far ricoverare i propri famigliari ammalati. A Bergamo una persona su quattro è morta in casa, asfissiata, senza cure. Tutto questo non può essere dimenticato. Senza verità non c’è futuro. Abbiamo imparato la lezione? I cittadini bergamaschi senza dubbio sì. In Val Seriana i test di serio prevalenza hanno certificato che un abitante su due ha contratto il virus. La consapevolezza e la responsabilità individuale da queste parti è totale. I nostri governanti hanno imparato la lezione? Saranno in grado di proteggerci da una seconda ondata? Non so rispondere a questa domanda. O meglio, non voglio rispondere. Quello che vedo non mi sta piacendo, non c’è stata una riflessione seria su quanto accaduto, non c’è stata una reale ammissione degli errori fatti. A parte la consapevolezza individuale, vedo un sistema sanitario legato a politiche ben rodate e difficile da scalfire dall’oggi al domani. Il rischio di ricommettere ancora gli stessi errori, purtroppo, c’è. Molto, a questo punto, dipenderà da noi. Dai cittadini.

 

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