“Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale”. Intervista a Padre Francesco Occhetta

Domani a Cagliari si aprirà la Settimana Sociale dei Cattolici italiani. Tema di quest’anno il lavoro: “Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale”.
Siamo alla 48ª “Settimana Sociale”. Come si sa, è un’iniziativa nata in Francia nei primissimi anni del ’900, che in Italia prende le mosse, su suggerimento di Giuseppe Toniolo, nel 1907, a Pistoia. Sono passati ben 110 anni. È incredibile quanto tempo sia trascorso! Le Settimane Sociali delle origini servirono a far maturare i cattolici nell’impegno sociale (anche se nel 1905 – con l’Enciclica “Il fermo proposito” – la Sede Apostolica consentiva, in casi particolari, l’impegno politico). Saranno presenti alla Settimana, oltre ai delegati provenienti dalle Diocesi, anche principali protagonisti dell’impegno sociale italiano. Come si svilupperà la Settimana? Quali saranno le attese? Ne parliamo con Padre Francesco Occhetta, gesuita esperto di questioni sociali e padre scrittore della rivista “La Civiltà Cattolica”.

Padre Occhetta, Lei fa parte del Comitato Organizzatore delle “Settimane Sociali dei Cattolici italiani”, oggi nella contemporaneità “liquida”, nel tempo della Quarta Rivoluzione Industriale, perché la Chiesa italiana ritiene ancora valido, dopo 110 anni dalla prima, lo strumento delle Settimane Sociali?

Certamente, per la Chiesa in Italia non si tratta di un evento autocelebrativo, ma di un aiuto per tutti, per il Paese, che serve per capire come sta cambiando il mondo del lavoro, quali lavori muoiono e quali nascono, e come formarsi e dove cercare il lavoro, ma anche come accompagnare le persone che lo hanno perso e sono disperate.

Il 27 maggio scorso, sotto il grande capannone dell’ILVA di Genova, il Papa ha manifestato la sua commozione nel vedere il porto da cui suo padre e i suoi nonni emigrarono nel 1929. L’atto di partire per raggiungere altri lidi è l’immagine che evoca anche il senso del lavoro ai giorni nostri.

 Il punto storico è servito come introduzione per il tema della 48ª Settimana Sociale. Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale”. Un tema affascinante, ricco di complessità. Nel leggere l’Instrumentum laboris ci si trova di fronte ad un’analisi realistica del lavoro in Italia, ma anche alla denuncia di situazioni critiche pur senza dare spazio al fatalismo. È così, Padre?

 Sì, è così. Anzitutto, è una denuncia di tutto ciò che umilia il lavoro, lo rende dis-umano o lo nega. Si legge nel documento preparatorio che ispira la Settimana Sociale: “Papa Francesco parla di ‘cultura dello scarto’. Purtroppo, non è difficile constatare che una tale cultura di morte è ancora oggi ben presente nel mondo del lavoro italiano, dove ci sono ancora troppe zone di sfruttamento e di disagio, dai problemi del caporalato a forme di precarietà e di discriminazione, in particolare verso le donne, non accettabili. Per questo, il primo registro che viene suggerito è quello della denuncia: mettere al centro l’uomo e dare centralità alla vita significa prendere la misura del più povero come termine di riferimento irrinunciabile della vita buona” (1). Partiremo da qui perché non tutto il lavoro è umano. Nel 2016 i lavoratori precari hanno raggiunto il 14% e per quasi due milioni di lavoratori a termine il contratto ha avuto una durata inferiore ad un anno, per non parlare dei lavori pericolosi e malsani, che nel 2016 hanno causato 935 morti sul lavoro. Lo ha scritto Mons. Nunzio Galantino, segretario della CEI: “Ripartire insieme significa anzitutto denunciare i lavori che mortificano e offendono il lavoratore. Ma non può finire qui: la Chiesa in Italia ha deciso di ‘ascoltare’ per capire la realtà che cambia. A Cagliari presenteremo volti e storie del lavoro che cambia in fabbrica e fuori. Sono i volti a restituire umanità al lavoro, contrastando ogni possibile deriva tecnocratica”.

C’è un paradigma che attraversa tutto il documento: quello del “lavoro creativo”. Un tema ricorrente negli studi di sociologia contemporanea. Il termine “lavoro creativo” viene usato, in quell’àmbito, per sottolineare lo spartiacque tra il lavoro del XX secolo e quello del XXI. Mi sembra di cogliere nel vostro documento una profondità concettuale che evita una simile banalizzazione. Qui, nel documento, entra in gioco la questione dell’antropologia del lavoro. Di che cosa si tratta?

Occorre rinnovarsi ed essere flessibili per poter lavorare. I lavoratori devono però essere protetti. Il lavoro inteso in senso stretto non deve crearlo lo Stato, ma le imprese. Alle istituzioni spetta tuttavia il compito di rimuovere gli ostacoli alla creazione e alla garanzia dei posti di lavoro: ad esempio, l’eccessiva burocrazia, le lungaggini della giustizia civile, l’enorme tassazione, la corruzione e il clientelismo, il costo eccessivo dell’energia rispetto alla media europea, i problemi dell’accesso al credito o a forme alternative di finanziamento, come quella del capitale a rischio, o dell’accesso alla banda larga per tutte le imprese del Paese. La nuova antropologia del lavoro si basa sulla disintermediazione del rapporto di lavoro e sulla qualità della prestazione, non più sugli orari e il luogo di lavoro fissi. Lo smart-working ne è un esempio. C’è poi un altro tema che tocca l’antropologia: il lavoro di cura. La nostra proposta chiede di diminuire le ore di lavoro per investirle nella cura – intesa come assistenza – di bambini, anziani, dei più deboli, in famiglia e nei quartieri di riferimento, e per la coltivazione delle relazioni e della propria umanità. Un orario di lavoro ridotto e una maggiore cura di chi ha bisogno permetterebbero allo Stato di risparmiare su alcune spese di assistenza.

Nell’Instrumentum laboris si parla di “lavoro degno”. Anche questo è un paradigma non banale. Che cosa s’intende?

Il futuro del lavoro degno dipende dalla capacità della comunità politica di affrontare e superare il tema delle diseguaglianze, della distribuzione e di un’equa tassazione, non ultima quella delle grandi imprese globali che competono ad armi non pari con le piccole e medie imprese non internazionalizzate, potendo sfuggire quasi sempre al prelievo fiscale degli Stati in cui producono, creano lavoro e vendono beni.

Si parla di precarizzazione del lavoro, dunque non si può non parlare del Jobs Act. Qual è il Suo giudizio su questo strumento?

La Chiesa non è contraria a priori, anzi, c’era molta attesa, ma sono state le cattive applicazioni e le eccessive strumentalizzazioni politiche che si sono scatenate su quella scelta, a renderlo uno strumento non condiviso.

Parliamo del movimento sindacale. Un protagonista importante nella difesa del lavoro. Date le sfide gigantesche che il mondo del lavoro deve affrontare, Lei pensa che dalla Settimana Sociale possa arrivare un appello per l’unità del sindacato italiano? Sarebbe un grande fatto storico…

Ci vorrebbe un miracolo, ma non lo escludo. La crisi in cui versa il sindacato è nota: la perdita d’identità tocca la natura, la funzione e il ruolo della sua missione sociale. Ai sindacati confederali sono iscritti circa 12 milioni di lavoratori (5,7 milioni alla Cgil, 4,4 milioni alla Cisl e 2,2 milioni alla Uil), ma solo il 10% sono giovani.

Le tensioni interne ai tre sindacati confederali rimangono il principale ostacolo per definire una riforma radicale. Nei tempi supplementari che rimangono sono urgenti la digitalizzazione, ripensare il diritto di sciopero, la protezione di chi lavora in proprio e il rilancio del ruolo sociale come fondamento della vita democratica.

Anche la cultura d’impresa deve fare i conti con la Rivoluzione 4.0. Anche qui c’è una parola forte sull’eccessivo ottimismo nei confronti della robotica. È così Padre?

No, c’è realismo. Uomo e robot agiranno insieme e questo rapporto va reso umano. Al centro della riflessione ecclesiale rimane da definire quali sono le caratteristiche che tutelano l’uomo in relazione alla macchina. Quale governance gestirà questo processo? Con quale trasparenza e intenzioni saranno programmate le macchine? Quale tipo di alleanza etica e antropologica sarà possibile stabilire tra chi programmerà e produrrà le macchine e chi le utilizzerà?

Nell’Instrumentum laboris c’è l’invito ad andare oltre Cagliari. E di un rinnovato impegno dei cattolici in politica e nel sociale c’è bisogno. Nel tempo di Papa Francesco, come si svilupperà questo impegno?

Già, l’Instrumentum laboris e i lavori di Cagliari saranno come una pista per decollare. Dipenderà da come le chiese locali e la società investiranno sulla semente che selezioneremo insieme. Certo a Cagliari presenteremo quattro proposte concrete che riguarderanno quattro àmbiti: la formazione; il nuovo lavoro, con riferimento alla cosiddetta “gig economy” e al pericolo del caporalato digitale; i nuovi modelli di vita, riconoscendo la distinzione tra lavoro tradizionale e lavoro di cura; l’Europa, “come nostra casa comune, unica modalità con cui possiamo realmente affrontare le sfide di un mondo sempre più globalizzato”. Poi la parola passerà alla società, che dovrà decidere se trasformare in cultura politica le nostre riflessioni, le risorse spese e i nostri studi.

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(1) Linee di preparazione per la 48° Settimana Sociale dei Cattolici italiani, in www.settimanesociali.it

 

Martiri per Cristo e amici dell’Islam. Presto beati i monaci di Tibhirine? Intervista a Padre Thomas Georgeon

Padre Thomas Georgeon

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996, sette dei nove monaci trappisti che formavano la comunità del monastero di Tibhirine, fondato nel 1938 vicino alla città di Médéa, 90 km a sud di Algeri, furono rapiti da un gruppo di terroristi. Il 21 maggio dello stesso anno, dopo inutili trattative, il sedicente “Gruppo Islamico Armato” ha annunciato la loro uccisione. Il 30 maggio furono ritrovate le loro teste, i corpi non furono mai ritrovati.

Di questi martiri è in corso la causa di beatificazione. A che punto è?

Ne parliamo, in questa intervista, con Padre Thomas Georgeon, Postulatore della Causa.

(AFP/Getty Images)

Padre Georgeon, nel 2013 è stato nominato postulatore per la causa di beatificazione dei monaci trappisti di Tibhirine, in Algeria, uccisi dalla violenza dell’islamismo radicale nella primavera del 1996. La causa riguarda anche altri 12 religiosi cattolici, che tra il 1994 e il 1996 sono rimasti vittime della violenza terroristica. Tra loro c’è anche Monsignor Clavérie, un esponente di spicco della  Chiesa d’Algeria. Lei, assieme ai vescovi di Algeria, nelle settimane scorse è stato ricevuto da  Papa Francesco. Come si sa, al Pontefice sta molto a cuore questa beatificazione. Alcune voci vaticane parlano di una svolta positiva del cammino di beatificazione. Questo vuol dire che presto saranno beatificati?

La Santa Sede segue questa causa da tempo e con cautela. Dobbiamo rispettare la procedura della Congregazione delle cause dei Santi, manca ancora un’ultima tappa che, speriamo, potrà condurre alla beatificazione a breve. È vero che la Congregazione, sin dall’inizio, è sempre stata generosa e solidale nel modo di trattare la causa e il postulatore, e ne sono molto grato. Papa Francesco ci ha ricevuti con grande attenzione e conosce bene la causa e le sfide che essa rappresenta. L’incontro è stato molto positivo; per me il punto più bello e significativo dell’incontro è stata la domanda del Papa circa il giovane musulmano ucciso assieme a Mons. Clavérie. Se fosse stato possibile, penso che Papa Francesco l’avrebbe aggiunto alla causa! E qui troviamo tutto il senso profondo e spirituale di questa causa: un martirio con i musulmani e non contro di loro. I 19 presunti martiri hanno scelto di rimanere fedeli a un popolo, a una terra, a una Chiesa che soffrivano. Però l’amico vero non se ne va quando l’altro soffre, ma gli sta vicino e vive la compassione.

Vorrei aggiungere che ci troviamo di fronte ad una Causa di santità collettiva o comunitaria, riscoperta oggi dalla Chiesa (fu una delle intuizioni forti di Chiara Lubich), e che fu spesso nella storia della Chiesa un aspetto essenziale del martirio. I nostri 19 martiri, se fossero beatificati, sarebbero una grande luce per la Chiesa, testimoni del dialogo più autentico tra cristiani e musulmani, testimoni della Luce dell’amore di Gesù.

È indubbio che questa beatificazione si colloca anche in una congiuntura complicata per l’Islam, e l’Algeria è terra d’Islam. C’è il rischio di ferire la sensibilità islamica? Insomma, com’è vista questa beatificazione, nell’ambiente dell’Islam d’Algeria?

Papa Francesco ci ha chiesto di essere molto delicati perché non si deve ferire, bisogna che l’evocazione di questa vicenda sia occasione per guardare verso il futuro. Ma, indubbiamente, c’è sempre il rischio di ferire la sensibilità. Perciò è necessario fare delle catechesi adatte sul senso cristiano del martirio. Catechesi per i cristiani ma anche per i musulmani algerini. Il martire è quello che dà la sua vita per gli altri, non quello che si fa esplodere in mezzo alla folla per uccidere. Il senso della parola “martirio” è “testimone”, in quel senso questi martiri sono stati testimoni di Cristo e dell’amicizia che può creare dei legami stretti con l’altro, anche se non condivide la stessa fede. Non è l’uomo che converte l’altro, solo Dio può farlo.

Nel contesto attuale dell’Algeria c’è un cammino di pacificazione chiaro e il desiderio del paese di sanare le ferite ancora aperte in tutte le comunità musulmane e cristiane (durante il decennio nero, dal 1990 al 1998, si parla di 200.000 vittime). Sembra proprio che un’eventuale beatificazione potrebbe essere il contributo della Chiesa a questo cammino. Ovviamente, bisogna spiegare bene cos’è una beatificazione, e che non si tratterà di fare vedere dei buoni cristiani uccisi da cattivi musulmani. Sembra che possa essere ben accolta da parte del governo l’eventualità di una beatificazione celebrata nel paese. Opposizione ce ne sarà sempre, magari pure nella Chiesa!

 

Torniamo a parlare dei sette monaci dell’Atlante, li ricordiamo con i loro nomi Christian, Luc, Christophe, Michel, Bruno, Celestin e Paul. Venivano da esperienze diverse, eppure nella semplicità della Trappa, una vita di contemplazione e di amicizia con il Signore, e nell’umiltà del loro lavoro sono stati un segno di speranza per quelle popolazione dell’Algeria profonda. Quale era la loro visione dell’Islam?

La loro visione dell’Islam non era unitaria! Christian, sia per la sua storia, sia per i suoi studi, era il più coinvolto nella dinamica del dialogo con l’Islam. Quando è stato eletto priore della comunità nel 1984 ha provato a spingere i suoi fratelli sul suo cammino, però non tutti ne condividevano la meta. Ci sono state delle tensioni. Alcuni fratelli non erano a Tibhirine per l’Islam ma più per radicalità di scelta, povertà, nascondimento … E tutti erano riservati nei confronti di una teologia del dialogo troppo concettuale. Hanno preferito scegliere la strada del dialogo della salvezza, del dialogo spirituale e del dialogo della vita. Il famoso “vivere insieme” che facciamo fatica a vivere oggi. L’Islam di cui parlava Christian era un Islam particolare, aperto al dialogo, quello dei sufi che venivano al monastero ma che non rappresenta l’Islam in generale, meno aperto e poco desideroso di legami con i cristiani.

Per Christophe, i suoi rapporti con i credenti dell’Islam avevano come scopo d’imparare da loro ciò che il Signore desiderava dirgli tramite questo contatto. Non credo che si ponesse come uno che vuole insegnare. Michel si nutriva degli incontri di preghiera con i sufi; il suo sguardo sull’Islam assomigliava ad un cammino condiviso verso Dio, in cui si aiuta a vicenda … Insomma, si può capire la loro visione se si parla di speranza. Speranza che ciascuno possa capire qual era il progetto di Dio su tutti gli uomini, e cioè portare alla comunione, la sua comunione, tra tutti gli uomini.

Parlando di loro non si può non parlare del Priore Christian de Clergé e del suo testamento scritto poco prima  di essere ucciso. Un documento straordinario. “Se mi capitasse un giorno di essere vittima del terrorismo, vorrei che si ricordasse che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese”. Scriveva così Christian nel testamento. Una sintonia con la Chiesa delle periferie tanto cara a Papa Francesco. Una Chiesa che non fa proselitismo ma si pone in amicizia umana con i poveri d’Algeria. Ho colto bene la visione ecclesiologica di Christian?

Sì, la parola vera è “amicizia”, incontrare l’altro nella sua differenza per arricchirsi a vicenda. Andare verso Dio e andare verso l’altro è un tutt’uno e non posso fare altro, diceva P. Christian. La stessa gratuità è necessaria e non si può andare avanti senza spogliarsi e senza rischio. Una cosa che colpisce è il desiderio dei fratelli di non cadere in un comunitarismo che esclude l’altro. C’era per loro una coscienza di una presenza da vivere là dove Dio li aveva chiamati: il servizio della preghiera e dell’incontro, una visitazione d’amicizia. Niente di trascendentale … ma una casa nella casa dell’Islam. Una piccola stanza amica che si apre su ciò che unisce. Christian non credeva molto nel dialogo teologico, per lui il dialogo era anzitutto esistenziale, cioè la vita con i vicini e la gente del paese, tramite la condivisione delle attività quotidiane e l’accoglienza al monastero.

L’Algeria è sempre stata un “laboratorio” storico del dialogo tra Cristianesimo e Islam. Un dialogo che nel XX Secolo ha conosciuto grandi protagonisti: Luis Massignon, i Piccoli Fratelli di Charles de Foucault, il Cardinale Duval (grande amico di Papa Paolo VI), senza dimenticare i padri domenicani del Cairo e, più vicino a noi,  il Padre Gesuita Paolo Dall’Oglio. Cosa può portare, oggi, lo “Spirito di Tibhirine” al dialogo tra Islam e Cristianesimo?

Tibhirine è un silenzio diventato Parola. Bisognerebbe sapere cos’è realmente lo “spirito di Tibhirine”. Nessuno conosceva Tibhirine prima … dei poveri monaci che vivevano nelle montagne d’Algeria … poi, “quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti” come dice San Paolo. Ecco il primo segno … non dobbiamo avere paura della nostra fragilità, della nostra piccolezza, dobbiamo accettarla e viverne perché è là dove Dio si rivela a noi e ci rivela di fronte agli altri.

Mi sembra che lo spirito di Tibhirine sia una sorta d’incarico spirituale che tutti abbiamo ricevuto: cercare il volto di Dio nell’altro, anche se crede diversamente di me. Dare di nuovo senso alla differenza nel quotidiano delle nostre vite. Se ignoriamo l’altro, allora crescerà il comunitarismo, perché si penserà che l’altro è solo un pericolo e che è meglio rinchiudersi tra di noi, circondati da chi ci somiglia. Ma ecco che i fratelli di Tibhirine non si sono mai ripiegati su loro stessi, neanche nei momenti più pericolosi.

E, magari, un ultimo pensiero che ci lasciano: una vita senza Dio non ha senso.

 

Il monastero di Tibhirine era un “segno sulla montagna”. Il vostro Ordine pensa che sia maturo il tempo del ritorno nell’Atlante?

Purtroppo, il tempo non è ancora maturo. Per diversi motivi, primo fra tutti direi perché c’è un peso noto d’eredità che non è da poco. Ovviamente, da parte della gente dei dintorni come pure da parte della Chiesa d’Algeria, c’è un’attesa, un desiderio di vedere dei monaci tornare a Tibhirine. Il nostro Ordine ha provato a mandare una comunità in Algeria, io sono stato uno dei monaci che erano disposti a tornarvi. Dopo alcuni mesi, nel 1998, ho capito che era ancora troppo presto. Era necessario lasciare tempo al tempo. Alcuni fratelli sono rimasti, con grande coraggio, ad Algeri fino al 2001, poi il tentativo si è concluso per via dell’impossibilità di abitare nel monastero per motivi di sicurezza. Dal 2001 al 2016, grazie alla tenacità e all’immane lavoro di padre Jean-Marie Lassausse, il monastero è rimasto vivo, divenendo meta di pellegrinaggio per i cristiani e per i musulmani. Da un anno la comunità del Cremini Ne prova a vivere nel monastero per assicurare una continuità. La cosa è ardua e non si sa come andrà a finire. Ma il monastero rimane proprietà del nostro Ordine e … chissà, un giorno sarà possibile vedere dei monaci vivere di nuovo lassù.

Ultima domanda: Voi appartenete all’ordine di  Thomas Merton. Una figura straordinaria della spiritualità del XX secolo. Un uomo di contemplazione ma anche di profezia sulla storia dell’uomo. Allora le chiedo: perché la trappa può essere un segno di profezia sul mondo?

Segno di profezia, penso che lo siamo già anche senza volerlo! Siamo chiamati a vivere con autenticità sempre più grande la nostra vocazione e la nostra consacrazione, tenendo conto delle esigenze del presente, così da essere testimoni di preghiera assidua, di sobrietà, di unità nella carità. Ecco il riassunto delle parole di Papa Francesco al nostro Capitolo Generale del 23 settembre scorso. Tutti gli elementi della nostra vita devono convergere per creare uno spazio nel cuore del monastero, e nel cuore di ciascuno là dove Dio e Cristo possano essere scoperti come il vero centro della vita. Ciò richiede della gratuità che manca tanto nel nostro mondo. Però mostrare che l’unione con Dio conduce all’unificazione della vita in Dio è una vera missione nel mondo e nella Chiesa di oggi. Ecco perché le foresterie dei monasteri sono sempre più piene di gente che cerca come arrivare all’incontro con Cristo per dare un autentico significato alla vita. Il mondo di oggi, a volte, somiglia ad un deserto moderno, e noi proviamo a vivere una vita comunitaria di comunione dove, come per tutti gli uomini, c’è chi soffre e c’è chi lotta … Profezia di comunione!


Testamento spirituale di Padre Christian de Chergé

Frère Christian de Chergé, priore della comunità, 59 anni, monaco dal 1969, in Algeria dal 1971. La personalità forte, umanamente e spiritualmente, del gruppo. Figlio di generale, ha conosciuto l’Algeria durante tre anni della sua infanzia e ventisette mesi di servizio militare in piena guerra d’indipendenza. Dopo gli studi al seminario dei carmelitani a Parigi, diventa cappellano del Sacré-Cœur di Montmartre a Parigi. Ma entra ben presto al monastero di Aiguebelle per raggiungere Tibhirine nel 1971. È lui che fa passare l’abbazia allo statuto di priorato per orientare il monastero verso una presenza di “oranti in mezzo ad altri oranti”. Aveva una conoscenza profonda dell’Islam, come si può ben capire leggendo questo bellissimo testo, e una straordinaria capacità di esprimere la vita e la ricerca della comunità. Lo pubblichiamo per aiutare il lettore a comprendere lo straordinario spessore spirituale di Padre Christian.

Quando si profila un ad-Dio

 

Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese.

 

Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.

 

La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.

 

Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.

 

Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.

 

Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la “grazia del martirio”, il doverla a un algerino chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’Islam.

 

So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’Islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.

 

L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.

 

Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: “Dica adesso quel che ne pensa!”. Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.

 

Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’Islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.

 

Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.

 

In questo grazie, in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!

 

E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!  Insc’Allah!

 

Algeri, 1º dicembre 1993 

Tibhirine, 1º gennaio 1994

 

Christian †

 

Dal sito : http://www.ora-et-labora.net/ecumenismotibhirine1994.html

“IL TARLO DELLA VOCAZIONE POLITICA È LA CORRUZIONE”. Un testo di Papa Francesco

Il testo che pubblichiamo è l’intervento del Papa, tenuto questa mattina a Cesena, durante la sua visita alla città romagnola prima di proseguire poi per Bologna. Parole  forti e significative sull’autentico significato dell’impegno politico.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Mi piace iniziare la mia visita a Cesena incontrando la cittadinanza, in questo luogo così significativo per la vita civile e sociale della vostra città. Una città ricca di civiltà e carica di storia, che tra i suoi figli illustri ha dato i natali anche a due Papi: Pio VI, di cui ricordiamo il terzo centenario della nascita, e Pio VII.

Da secoli questa Piazza costituisce il punto d’incontro dei cittadini e l’ambito dove si svolge il mercato. Essa merita dunque il suo nome: Piazza del Popolo, o semplicemente “la Piazza”, perché è del popolo, spazio pubblico in cui si prendono decisioni rilevanti per la città nel suo Palazzo Comunale e si avviano iniziative economiche e sociali. La piazza è un luogo emblematico, dove le aspirazioni dei singoli si confrontano con le esigenze, le aspettative e i sogni dell’intera cittadinanza; dove i gruppi particolari prendono coscienza che i loro desideri vanno armonizzati con quelli della collettività. Io direi – permettetemi l’immagine –: in questa piazza si “impasta” il bene comune di tutti, qui si lavora per il bene comune di tutti. Questa armonizzazione dei desideri propri con quelli della comunità fa il bene comune. In questa piazza si apprende che, senza perseguire con costanza, impegno e intelligenza il bene comune, nemmeno i singoli potranno usufruire dei loro diritti e realizzare le loro più nobili aspirazioni, perché verrebbe meno lo spazio ordinato e civile in cui vivere e operare.

La centralità della piazza manda dunque il messaggio che è essenziale lavorare tutti insieme per il bene comune. E’ questa la base del buon governo della città, che la rende bella, sana e accogliente, crocevia di iniziative e motore di uno sviluppo sostenibile e integrale.

Questa piazza, come tutte le altre piazze d’Italia, richiama la necessità, per la vita della comunità, della buona politica; non di quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi. Una politica che non sia né serva né padrona, ma amica e collaboratrice; non paurosa o avventata, ma responsabile e quindi coraggiosa e prudente nello stesso tempo; che faccia crescere il coinvolgimento delle persone, la loro progressiva inclusione e partecipazione; che non lasci ai margini alcune categorie, che non saccheggi e inquini le risorse naturali – esse infatti non sono un pozzo senza fondo ma un tesoro donatoci da Dio perché lo usiamo con rispetto e intelligenza. Una politica che sappia armonizzare le legittime aspirazioni dei singoli e dei gruppi tenendo il timone ben saldo sull’interesse dell’intera cittadinanza.

Questo è il volto autentico della politica e la sua ragion d’essere: un servizio inestimabile al bene all’intera collettività. E questo è il motivo per cui la dottrina sociale della Chiesa la considera una nobile forma di carità. Invito perciò giovani e meno giovani a prepararsi adeguatamente e impegnarsi personalmente in questo campo, assumendo fin dall’inizio la prospettiva del bene comune e respingendo ogni anche minima forma di corruzione. La corruzione è il tarlo della vocazione politica. La corruzione non lascia crescere la civiltà. E il buon politico ha anche la propria croce quando vuole essere buono perché deve lasciare tante volte le sue idee personali per prendere le iniziative degli altri e armonizzarle, accomunarle, perché sia proprio il bene comune ad essere portato avanti. In questo senso il buon politico finisce sempre per essere un “martire” al servizio, perché lascia le proprie idee ma non le abbandona, le mette in discussione con tutti per andare verso il bene comune, e questo è molto bello.

Da questa piazza vi invito a considerare la nobiltà dell’agire politico in nome e a favore del popolo, che si riconosce in una storia e in valori condivisi e chiede tranquillità di vita e sviluppo ordinato. Vi invito ad esigere dai protagonisti della vita pubblica coerenza d’impegno, preparazione, rettitudine morale, capacità d’iniziativa, longanimità, pazienza e forza d’animo nell’affrontare le sfide di oggi, senza tuttavia pretendere un’impossibile perfezione. E quando il politico sbaglia, abbia la grandezza d’animo di dire: “Ho sbagliato, scusatemi, andiamo avanti”. E questo è nobile! Le vicende umane e storiche e la complessità dei problemi non permettono di risolvere tutto e subito. La bacchetta magica non funziona in politica. Un sano realismo sa che anche la migliore classe dirigente non può risolvere in un baleno tutte le questioni. Per rendersene conto basta provare ad agire di persona invece di limitarsi a osservare e criticare dal balcone l’operato degli altri. E questo è un difetto, quando le critiche non sono costruttive. Se il politico sbaglia, vai a dirglielo, ci sono tanti modi di dirlo: “Ma, credo che questo sarebbe meglio così, così…”. Attraverso la stampa, la radio… Ma dirlo costruttivamente. E non guardare dal balcone, osservarla dal balcone aspettando che lui fallisca. No, questo non costruisce la civiltà. Si troverà in tal modo la forza di assumersi le responsabilità che ci competono, comprendendo al tempo stesso che, pur con l’aiuto di Dio e la collaborazione degli uomini, accadrà comunque di commettere degli sbagli. Tutti sbagliamo. “Scusatemi, ho sbagliato. Riprendo la strada giusta e vado avanti”.

Cari fratelli e sorelle, questa città, come tutta la Romagna, è stata tradizionalmente terra di accese passioni politiche. Vorrei dire a voi e a tutti: riscoprite anche per l’oggi il valore di questa dimensione essenziale della convivenza civile e date il vostro contributo, pronti a far prevalere il bene del tutto su quello di una parte; pronti a riconoscere che ogni idea va verificata e rimodellata nel confronto con la realtà; pronti a riconoscere che è fondamentale avviare iniziative suscitando ampie collaborazioni più che puntare all’occupazione dei posti. Siate esigenti con voi stessi e con gli altri, sapendo che l’impegno coscienzioso preceduto da un’idonea preparazione darà il suo frutto e farà crescere il bene e persino la felicità delle persone. Ascoltate tutti, tutti hanno diritto di far sentire la loro voce, ma specialmente ascoltate i giovani e gli anziani. I giovani, perché hanno la forza di portare avanti le cose; e gli anziani, perché hanno la saggezza della vita, e hanno l’autorità di dire ai giovani – anche ai giovani politici –: “Guarda ragazzo, ragazza, su questo sbagli, prendi quell’altra strada, pensaci”. Questo rapporto fra anziani e giovani è un tesoro che noi dobbiamo ripristinare. Oggi è l’ora dei giovani? Sì, a metà: è anche l’ora degli anziani. Oggi è l’ora in politica del dialogo fra i giovani e gli anziani. Per favore, andate su questa strada!

La politica è sembrata in questi anni a volte ritrarsi di fronte all’aggressività e alla pervasività di altre forme di potere, come quella finanziaria e quella mediatica. Occorre rilanciare i diritti della buona politica, la sua indipendenza, la sua idoneità specifica a servire il bene pubblico, ad agire in modo da diminuire le disuguaglianze, a promuovere con misure concrete il bene delle famiglie, a fornire una solida cornice di diritti–doveri – bilanciare tutti e due – e a renderli effettivi per tutti. Il popolo, che si riconosce in un ethos e in una cultura propria, si attende dalla buona politica la difesa e lo sviluppo armonico di questo patrimonio e delle sue migliori potenzialità. Preghiamo il Signore perché susciti buoni politici, che abbiano davvero a cuore la società, il popolo e il bene dei poveri. A Lui, Dio di giustizia e di pace, affido la vita sociale e civile della vostra città. Grazie.

 

Dal sito: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/october/documents/papa-francesco_20171001_visitapastorale-cesena-cittadinanza.html

La lotta al militarismo di Don Lorenzo Milani. Intervista a Sergio Tanzarella

Papa Francesco nel visitare,  il 26 giugno scorso nel 50° anniversario della morte, la tomba di Don Lorenzo Milani a Barbiana, paesino della Diocesi di Firenze, ha voluto ricordare la vita esemplare del priore di Barbiana.  Il Pontefice ha spiegato il suo gesto come «risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo Vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale». Quel gesto, ha detto il Papa, «oggi lo fa il Vescovo di Roma. Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani – ha precisato -, ma dice che la Chiesa riconosce in quella
vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa».Tra questo modo esemplare di vivere il Vangelo c’è stata, certamente, la lotta al militarismo. Una battaglia, quella di Don Milani, ancora attuale. Ne parliamo, in questa intervista, con il professor Sergio Tanzarella.
Sergio Tanzarella è ordinario di Storia della Chiesa nella Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale a Napoli.

Professor Tanzarella, lei, insieme ad altri storici della Chiesa italiani, ha curato la pubblicazione, uscita per i meridiani della MONDADORI, di tutte le OPERE DI DON MILANI. Inoltre ha PUBBLICATO per le edizioni “Il pozzo di Giacobbe” una edizione a due lettere importantissime di don Lorenzo: la lettera ai cappellani militari e ai giudici, con un apparato di note e una articolata post fazione. Partiamo da qui, prendendo spunto, anche, da un episodio grave di questi giorni. Mi riferisco al tentativo messo in atto dall’ordinario militare e dal cardinale Sarah, di “promuovere” San Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano. Tentativo riuscito.  Questo è un episodio che EVIDENZIA quanto sia dura a morire, in certi ambienti cattolici tradizionalisti, la mentalità di alleanza tra trono e altare, e se si vuole la persistenza di una mentalità militarista. La domanda è: hanno ancora senso i cappellani militari?

La presenza attuale, così come è organizzata con la equiparazione di fatto alla gerarchia degli ufficiali con stellette e stipendi, appare il risultato di una concezione delle relazione Stato-Chiesa ormai inattuale, frutto di un neocostantinismo di inizio XX secolo cui diede ulteriore sviluppo il fascismo. Che dei preti possano fare un servizio di assistenza spirituale a dei soldati potrebbe anche essere accettabile, ma fuori dalla struttura e dalla organizzazione delle forze armate. Ci sono i cappellani ospedalieri e quelli delle carceri ma restano preti, non diventano né dottori né ufficiali della polizia penitenziaria. L’ordinariato militare andrebbe chiuso e le competenze rimesse alle singole diocesi. La presenza dei cappellani militari equiparati agli ufficiali è stata concepita per la I guerra mondiale e per le guerre coloniali. Qualcuno ha le lancette dell’orologio ancora ferme nel ministero della difesa e nella Chiesa. Occorrerebbe che si dicesse che i tempi di Agostino Gemelli e di Reginaldo Giuliani sono finiti, irrimediabilmente finiti. E invece questi cosa fanno? Prendono il povero Giovanni XXIII e lo fanno patrono dell’esercito.

Ritorniamo alle lettere di don Milani. La lettera ai cappellani militari non è solo una lettera a favore dell’obiezione di coscienza, ma anche una critica al militarismo che ha  investito la storia d’Italia dal Risorgimento in poi. Qual è la chiave interpretativa che il priore di Barbiana utilizza per smontare IL MILITARISMO e  quindi per criticare la storia ufficiale d’Italia?

La tesi sostenuta e dimostrata da Milani è che tutte le guerre italiane dall’Unità in poi sono state del tutto ingiustificabili (ad eccezione della Resistenza). Con questo giudizio crolla uno dei miti della storia nazionale insieme a quello dell’italiano buon soldato e pacifico colonizzatore. Gli italiani in guerra e nelle colonie si macchiarono di delitti e di crimini al pari di altri soldati ed eserciti. Furono tutte guerre imposte agli italiani dal potere politico e da quello industriale attraverso una astuta e ossessiva propaganda e con un sistema di coercizione che non lasciava scampo. Quella di Milani fu una denuncia tanto forte che ancora oggi non se ne fa quasi parola. Un processo di demistificazione pericolosissimo per la retorica patriottarda. Pretendere di celebrare don Milani prescindendo da questi e da altri suoi scritti è il massimo della contraddizione. Ma oggi c’è un ministero della Istruzione che mentre vuole che nelle scuole si studi Milani contemporaneamente celebra la I guerra mondiale e deporta per centinaia di ore gli studenti nelle caserme per i percorsi dell’alternanza Scuola-Lavoro.

Vi sono limiti in questa visione di don Milani? oppure, invece, mantiene una      sua validità ?

Si trattò di una analisi storica acutissima che mantiene tutta la sua validità quanto ancora oggi sconosciuta. Tanto più valida se la si confronta con le logiche del ministero dell’Istruzione impegnato oggi nelle celebrazioni della I guerra mondiale ancora presentata come IV guerra di Indipendenza, decisiva per il completamento dell’unità nazionale e momento felice di coesione tra italiani. Ancora non si ha il coraggio di dire la verità, la verità oggettiva su una guerra inutile che gli italiani, soprattutto un popolo di contadini e di pastori analfabeti furono costretti a combattere, e nella quale morirono in 700.000. Una catastrofe nazionale che continua a fare paura e per questo deve essere mistificata e raccontata come atto di eroismo. Milani ebbe il coraggio di dimostrare le menzogne di questa propaganda, menzogne che circolano indisturbate ancora oggi.

Allarghiamo l’orizzonte e guardiamo all’intera opera di don Milani. Egli è stato un giudice severo sull’impegno politico dei cattolici italiani. Quali erano i criteri fondamentali per un buon impegno politico?

Certo né neutralità né moderazione. Per Milani le leggi devono servire a difendere coloro che sono svantaggiati ed esclusi nella società non i garantiti. Ma in parlamento siedono quasi tutti i rappresentanti di quest’ultimo gruppo. Per lui non si possono amare i poveri e non volere leggi migliori. Il collateralismo dei suoi anni presentava una situazione esattamente opposta a questa idea: La Pira e Dossetti erano delle eccezioni emarginate e perseguitate. Per Milani i cattolici dovevano spezzare la giustificazione del privilegio e restituire ai poveri le possibilità di cui erano privati. Non c’era però la sostituzione di una classe sociale con un’altra quanto il superamento della divisione in classi.

Milani si definisce “maestro” dei suoi ragazzi. Ma è un “maestro” che  si fa compagno di cammino nel percorso di “coscientizzazione” dei ragazzi di Barbiana. C’è qualcosa che rimane ancora valido dell’esperienza di Milani? Cosa ha dire agli insegnanti di oggiAggiungi un appuntamento per oggi?

L’esempio della scrittura collettiva resta esemplare. Contro il modello della scuola e della società competitiva, della giustificazione della concorrenza, Milani applica un metodo cooperativo cui corrisponde un modello di società della condivisione. È evidente che è difficilissimo per un insegnante rifarsi a Milani anche perché la linea ministeriale, dalle prove Invalsi ai finanziamenti concessi a chi ottiene migliori risultati, è proprio quella della premialità concessa a chi è già privilegiato. Gli insegnati soffocati da circolari, funzioni dai nomi di fantasia più inverosimili, ottusità della dirigenza scolastica, classi di 30-35 studenti, inutili aggiornamenti e riunioni sono di fatto impediti. Tuttavia resta ancora spazio per organizzare una resistenza intellettuale che possa contribuire ad aiutare a formare coscienze nella autonomia e nella libertà. Il conformismo può essere combattuto: mantenendo alto il senso critico di fronte al potere che pretende genuflessioni e inchini e accrescendo il livello culturale di un popolo.

La “categoria” del povero in Milani non è solo una categoria sociologica. E’ sociologica e teologica insieme. E’ così?

Ha fatto bene a usare le virgolette. Per Milani i poveri diventano la ragione della propria vita, coloro che gli sono stati affidati e per la cui liberazione ha orientato tutta la sua pastorale. Chiariamo bene, non una azione benefica, ma un preciso impegno di giustizia sociale. Un impegno che non ha nessun altro fine che restituire ai poveri ciò di cui sono stati derubati: i diritti, la lingua, la vita. Ma essi non sono una categoria ma persone, ognuno con il proprio nome e la propria storia. Di fronte alle generalizzazioni per gruppi sociali, per ideologie, per professioni Milani ribadisce più volte il primato assoluto della persona.

 Don Milani ha avuto rapporti con intellettuali del suo tempo. Come era visto dalla cultura italiana dell’epoca?

Domanda complessa. Difficile rispondere in poche battute. I suoi corrispondenti, i suoi recensori o coloro che pubblicamente ne hanno affermato l’importanza parlano da soli e offrono una idea di che genere di intellettuali potesse apprezzare Milani: Luciano Bianciardi, Ignazio Silone, Gaetano Arfè, Pier Paolo Pasolini, Tommaso Fiore, Mario Lodi, Giuseppe Gozzini e poi giornalisti come Giorgio Pecorini, Mario Cartoni, Enzo Forcella. Uomini tra loro certo diversi, ma che ebbero la capacità di cogliere in Milani la grandezza di una testimonianza liberante e senza doppi fini e la capacità di penetrare la grave crisi della società italiana oltre l’illusione dei miti delle mode, del consumismo, del benessere e del boom economico. Per cosiddetti uomini di cultura del presente mi limito a ricordare che un certo Cacciari ebbe recentemente la sfrontatezza di sostenere che Milani poteva essere paragonato al prete plurinquisito Luigi Verzè.

Per molti giovani della nostra generazione (la mia e la sua professore) è stato un punto importante nella formazione. Le chiedo: OGGIAggiungi un appuntamento per oggi cosa può dare don Milani ad un giovane?

Innanzitutto l’impegno per la ricerca della verità e poi il coraggio che ci vuole per questa ricerca. E’ il riconoscimento di una sovranità che non ha bisogno di deleghe ma di responsabilità personale. Infine la consapevolezza che occorre andare sempre controcorrente anche se facendo così occorre mettere in conto di dover pagare un prezzo altissimo per propria carriera.

Ultima domanda: tra i giovani preti è viva la memoria di don Milani?

In giro per l’Italia in questi anni ho trovato numerosi preti anziani o di mezza età che avevano letto tutto quello che potevano su Milani e di Milani. Alcuni confessavano che la sua testimonianza era stata decisiva per la propria vocazione, per la pastorale e per la vita. Il contributo di Milani per una parte del clero italiano è sorprendente, forse quasi non immaginabile, ma enorme.

La conoscenza si abbassa notevolmente per i giovani preti. Dei suoi scritti resta qualche vaghissima citazione, a volte anche imprecisa o sbagliata. Gli studi di Storia della Chiesa e di Teologia Pastorale non lo prendono nemmeno in considerazione. Ci sono ovviamente rare eccezioni tra cui i miei studenti della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale che, ormai da molti anni, Milani cominciano a leggerlo dal primo giorno del corso di Storia della Chiesa contemporanea. E diversi di questi la lettura di Milani non la lasciano più.

 

 

“Il Sindacato ha le sue grandi stagioni quando è profezia”. Un testo di Papa Francesco

Papa Francesco

Pubblichiamo il testo integrale del discorso, tenuto questa mattina in

Vaticano, ai delegati della Cisl in occasione del loro Congresso Nazionale.

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

AI DELEGATI DELLA CONFEDERAZIONE ITALIANA SINDACATI LAVORATORI (CISL)

Aula Paolo VI

Mercoledì, 28 giugno 2017

 

Cari fratelli e sorelle,

vi do il benvenuto in occasione del vostro Congresso, e ringrazio la Segretaria Generale per la sua presentazione.

Avete scelto un motto molto bello per questo Congresso: “Per la persona, per il lavoro”. Persona e lavoro sono due parole che possono e devono stare insieme. Perché se pensiamo e diciamo il lavoro senza la persona, il lavoro finisce per diventare qualcosa di disumano, che dimenticando le persone dimentica e smarrisce sé stesso. Ma se pensiamo la persona senza lavoro, diciamo qualcosa di parziale, di incompleto, perché la persona si realizza in pienezza quando diventa lavoratore, lavoratrice; perché l’individuo si fa persona quando si apre agli altri, alla vita sociale, quando fiorisce nel lavoro. La persona fiorisce nel lavoro. Il lavoro è la forma più comune di cooperazione che l’umanità abbia generato nella sua storia. Ogni giorno milioni di persone cooperano semplicemente lavorando: educando i nostri bambini, azionando apparecchi meccanici, sbrigando pratiche in un ufficio… Il lavoro è una forma di amore civile: non è un amore romantico né sempre intenzionale, ma è un amore vero, autentico, che ci fa vivere e porta avanti il mondo.

Certo, la persona non è solo lavoro… Dobbiamo pensare anche alla sana cultura dell’ozio, di saper riposare. Questo non è pigrizia, è un bisogno umano. Quando domando a un uomo, a una donna che ha due, tre bambini: “Ma, mi dica, lei gioca con i suoi figli? Ha questo ‘ozio’?” – “Eh, sa, quando io vado al lavoro, loro ancora dormono, e quando torno, sono già a letto”. Questo è disumano. Per questo, insieme con il lavoro deve andare anche l’altra cultura. Perché la persona non è solo lavoro, perché non sempre lavoriamo, e non sempre dobbiamo lavorare. Da bambini non si lavora, e non si deve lavorare. Non lavoriamo quando siamo malati, non lavoriamo da vecchi. Ci sono molte persone che ancora non lavorano, o che non lavorano più. Tutto questo è vero e conosciuto, ma va ricordato anche oggi, quando ci sono nel mondo ancora troppi bambini e ragazzi che lavorano e non studiano, mentre lo studio è il solo “lavoro” buono dei bambini e dei ragazzi.

E quando non sempre e non a tutti è riconosciuto il diritto a una giusta pensione – giusta perché né troppo povera né troppo ricca: le “pensioni d’oro” sono un’offesa al lavoro non meno grave delle pensioni troppo povere, perché fanno sì che le diseguaglianze del tempo del lavoro diventino perenni. O quando un lavoratore si ammala e viene scartato anche dal mondo del lavoro in nome dell’efficienza – e invece se una persona malata riesce, nei suoi limiti, ancora a lavorare, il lavoro svolge anche una funzione terapeutica: a volte si guarisce lavorando con gli altri, insieme agli altri, per gli altri.

E’ una società stolta e miope quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e obbliga una intera generazione di giovani a non lavorare quando dovrebbero farlo per loro e per tutti. Quando i giovani sono fuori dal mondo del lavoro, alle imprese mancano energia, entusiasmo, innovazione, gioia di vivere, che sono preziosi beni comuni che rendono migliore la vita economica e la pubblica felicità. È allora urgente un nuovo patto sociale umano, un nuovo patto sociale per il lavoro, che riduca le ore di lavoro di chi è nell’ultima stagione lavorativa, per creare lavoro per i giovani che hanno il diritto-dovere di lavorare. Il dono del lavoro è il primo dono dei padri e delle madri ai figli e alle figlie, è il primo patrimonio di una società. È la prima dote con cui li aiutiamo a spiccare il loro volo libero della vita adulta.

Vorrei sottolineare due sfide epocali che oggi il movimento sindacale deve affrontare e vincere se vuole continuare a svolgere il suo ruolo essenziale per il bene comune.

La prima è la profezia, e riguarda la natura stessa del sindacato, la sua vocazione più vera. Il sindacato è espressione del profilo profetico della società. Il sindacato nasce e rinasce tutte le volte che, come i profeti biblici, dà voce a chi non ce l’ha, denuncia il povero “venduto per un paio di sandali” (cfr Amos 2,6), smaschera i potenti che calpestano i diritti dei lavoratori più fragili, difende la causa dello straniero, degli ultimi, degli “scarti”. Come dimostra anche la grande tradizione della CISL, il movimento sindacale ha le sue grandi stagioni quando è profezia. Ma nelle nostre società capitalistiche avanzate il sindacato rischia di smarrire questa sua natura profetica, e diventare troppo simile alle istituzioni e ai poteri che invece dovrebbe criticare. Il sindacato col passare del tempo ha finito per somigliare troppo alla politica, o meglio, ai partiti politici, al loro linguaggio, al loro stile. E invece, se manca questa tipica e diversa dimensione, anche l’azione dentro le imprese perde forza ed efficacia. Questa è la profezia.

Seconda sfida: l’innovazione. I profeti sono delle sentinelle, che vigilano nel loro posto di vedetta. Anche il sindacato deve vigilare sulle mura della città del lavoro, come sentinella che guarda e protegge chi è dentro la città del lavoro, ma che guarda e protegge anche chi è fuori delle mura. Il sindacato non svolge la sua funzione essenziale di innovazione sociale se vigila soltanto su coloro che sono dentro, se protegge solo i diritti di chi lavora già o è in pensione. Questo va fatto, ma è metà del vostro lavoro. La vostra vocazione è anche proteggere chi i diritti non li ha ancora, gli esclusi dal lavoro che sono esclusi anche dai diritti e dalla democrazia.

Il capitalismo del nostro tempo non comprende il valore del sindacato, perché ha dimenticato la natura sociale dell’economia, dell’impresa. Questo è uno dei peccati più grossi. Economia di mercato: no. Diciamo economia sociale di mercato, come ci ha insegnato San Giovanni Paolo II: economia sociale di mercato. L’economia ha dimenticato la natura sociale che ha come vocazione, la natura sociale dell’impresa, della vita, dei legami e dei patti. Ma forse la nostra società non capisce il sindacato anche perché non lo vede abbastanza lottare nei luoghi dei “diritti del non ancora”: nelle periferie esistenziali, tra gli scartati del lavoro.

Pensiamo al 40% dei giovani da 25 anni in giù, che non hanno lavoro. Qui. In Italia. E voi dovete lottare lì! Sono periferie esistenziali. Non lo vede lottare tra gli immigrati, i poveri, che sono sotto le mura della città; oppure non lo capisce semplicemente perché a volte – ma succede in ogni famiglia – la corruzione è entrata nel cuore di alcuni sindacalisti. Non lasciatevi bloccare da questo. So che vi state impegnando già da tempo nelle direzioni giuste, specialmente con i migranti, con i giovani e con le donne. E questo che dico potrebbe sembrare superato, ma nel mondo del lavoro la donna è ancora di seconda classe. Voi potreste dire: “No, ma c’è quell’imprenditrice, quell’altra…”. Sì, ma la donna guadagna di meno, è più facilmente sfruttata… Fate qualcosa. Vi incoraggio a continuare e, se possibile, a fare di più. Abitare le periferie può diventare una strategia di azione, una priorità del sindacato di oggi e di domani. Non c’è una buona società senza un buon sindacato, e non c’è un sindacato buono che non rinasca ogni giorno nelle periferie, che non trasformi le pietre scartate dell’economia in pietre angolari.

Sindacato è una bella parola che proviene dal greco “dike”, cioè giustizia, e “syn, insieme: syn-dike,“giustizia insieme”. Non c’è giustizia insieme se non è insieme agli esclusi di oggi.

Vi ringrazio per questo incontro, vi benedico, benedico il vostro lavoro e auguro ogni bene per il vostro Congresso e il vostro lavoro quotidiano. E quando noi nella Chiesa facciamo una missione, in una parrocchia, per esempio, il vescovo dice: “Facciamo la missione perché tutta la parrocchia si converta, cioè faccia un passo in meglio”. Anche voi “convertitevi”: fate un passo in meglio nel vostro lavoro, che sia migliore. Grazie!

E adesso, vi chiedo di pregare per me, perché anch’io devo convertirmi, nel mio lavoro: ogni giorno devo fare meglio per aiutare e fare la mia vocazione. Pregate per me e vorrei darvi la benedizione del Signore.

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