Fake news e giornalismo di pace. Il messaggio di Papa Francesco per la 52° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.

 

«La verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace è il tema scelto dal Santo Padre Francesco per la 52ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Il testo ha avuto grande risonanza, data dall’attualità del tema, nell’opinione pubblica mondiale.

Pubblichiamo di seguito il Messaggio del Papa per la Giornata che quest’anno si celebra, in molti Paesi, domenica 13 maggio, Solennità dell’Ascensione del Signore:

Messaggio del Santo Padre

«La verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace

Cari fratelli e sorelle,

nel progetto di Dio, la comunicazione umana è una modalità essenziale per vivere la comunione. L’essere umano, immagine e somiglianza del Creatore, è capace di esprimere e condividere il vero, il buono, il bello. E’ capace di raccontare la propria esperienza e il mondo, e di costruire così la memoria e la comprensione degli eventi. Ma l’uomo, se segue il proprio orgoglioso egoismo, può fare un uso distorto anche della facoltà di comunicare, come mostrano fin dall’inizio gli episodi biblici di Caino e Abele e della Torre di Babele (cfr Gen 4,1-16; 11,1-9). L’alterazione della verità è il sintomo tipico di tale distorsione, sia sul piano individuale che su quello collettivo. Al contrario, nella fedeltà alla logica di Dio la comunicazione diventa luogo per esprimere la propria responsabilità nella ricerca della verità e nella costruzione del bene. Oggi, in un contesto di comunicazione sempre più veloce e all’interno di un sistema digitale, assistiamo al fenomeno delle   “notizie false”, le cosiddette fake news: esso ci invita a riflettere e mi ha suggerito di dedicare questo messaggio al tema della verità, come già hanno fatto più volte i miei predecessori a partire da Paolo VI (cfr Messaggio 1972: “Le comunicazioni sociali al servizio della verità”). Vorrei così offrire un contributo al comune impegno per prevenire la diffusione delle notizie false e per riscoprire il valore della professione giornalistica e la responsabilità personale di ciascuno nella comunicazione della verità.

  1. Che cosa c’è di falso nelle “notizie false”?

Fake news è un termine discusso e oggetto di dibattito. Generalmente riguarda la disinformazione diffusa online o nei media tradizionali. Con questa espressione ci si riferisce dunque a informazioni infondate, basate su dati inesistenti o distorti e mirate a ingannare e persino a manipolare il lettore. La loro diffusione può rispondere a obiettivi voluti, influenzare le scelte politiche e favorire ricavi economici.

L’efficacia delle fake news è dovuta in primo luogo alla loro natura mimetica, cioè alla capacità di apparire plausibili. In secondo luogo, queste notizie, false ma verosimili, sono capziose, nel senso che sono abili a catturare l’attenzione dei destinatari, facendo leva su stereotipi e pregiudizi diffusi all’interno di un tessuto sociale, sfruttando emozioni facili e immediate da suscitare, quali l’ansia, il disprezzo, la rabbia e la frustrazione. La loro diffusione può contare su un uso manipolatorio dei social network e delle logiche che ne garantiscono il funzionamento: in questo modo i contenuti, pur privi di fondamento, guadagnano una tale visibilità che persino le smentite autorevoli difficilmente riescono ad arginarne i danni.

La difficoltà a svelare e a sradicare le fake news è dovuta anche al fatto che le persone interagiscono spesso all’interno di ambienti digitali omogenei e impermeabili a prospettive e opinioni divergenti. L’esito di questa logica della disinformazione è che, anziché avere un sano confronto con altre fonti di informazione, la qual cosa potrebbe mettere positivamente in discussione i pregiudizi e aprire a un dialogo costruttivo, si rischia di diventare involontari attori nel diffondere opinioni faziose e infondate. Il dramma della disinformazione è lo screditamento dell’altro, la sua rappresentazione come nemico, fino a una demonizzazione che può fomentare conflitti. Le notizie false rivelano così la presenza di atteggiamenti al tempo stesso intolleranti e ipersensibili, con il solo esito che l’arroganza e l’odio rischiano di dilagare. A ciò conduce, in ultima analisi, la falsità.

  1. Come possiamo riconoscerle?

Nessuno di noi può esonerarsi dalla responsabilità di contrastare queste falsità. Non è impresa facile, perché la disinformazione si basa spesso su discorsi variegati, volutamente evasivi e sottilmente ingannevoli, e si avvale talvolta di meccanismi raffinati. Sono perciò lodevoli le iniziative educative che permettono di apprendere come leggere e valutare il contesto comunicativo, insegnando a non essere divulgatori inconsapevoli di disinformazione, ma attori del suo svelamento. Sono altrettanto lodevoli le iniziative istituzionali e giuridiche impegnate nel definire normative volte ad arginare il fenomeno, come anche quelle, intraprese dalle tech e media company, atte a definire nuovi criteri per la verifica delle identità personali che si nascondono dietro ai milioni di profili digitali.

Ma la prevenzione e l’identificazione dei meccanismi della disinformazione richiedono anche un profondo e attento discernimento. Da smascherare c’è infatti quella che si potrebbe definire come “logica del serpente”, capace ovunque di camuffarsi e di mordere. Si tratta della strategia utilizzata dal «serpente astuto», di cui parla il Libro della Genesi, il quale, ai primordi dell’umanità, si rese artefice della prima “fake news” (cfr Gen 3,1-15), che portò alle tragiche conseguenze del peccato, concretizzatesi poi nel primo fratricidio (cfr Gen 4) e in altre innumerevoli forme di male contro Dio, il prossimo, la società e il creato. La strategia di questo abile «padre della menzogna» (Gv 8,44) è proprio la mimesi, una strisciante e pericolosa seduzione che si fa strada nel cuore dell’uomo con argomentazioni false e allettanti. Nel racconto del peccato

originale il tentatore, infatti, si avvicina alla donna facendo finta di esserle amico, di interessarsi al suo bene, e inizia il discorso con un’affermazione vera ma solo in parte: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?”» (Gen 3,1). Ciò che Dio aveva detto ad Adamo non era in realtà di non mangiare di alcun albero, ma solo di un albero: «Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare» (Gen 2,17). La donna, rispondendo, lo spiega al serpente, ma si fa attrarre dalla sua provocazione: «Del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”» (Gen 3,2). Questa risposta sa di legalistico e di pessimistico: avendo dato credibilità al falsario, lasciandosi attirare dalla sua impostazione dei fatti, la donna si fa sviare. Così, dapprima presta attenzione alla sua rassicurazione: «Non morirete affatto» (v. 4). Poi la decostruzione del tentatore assume una parvenza credibile: «Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (v. 5). Infine, si giunge a screditare la raccomandazione paterna di Dio, che era volta al bene, per seguire l’allettamento seducente del nemico: «La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile» (v. 6). Questo episodio biblico rivela dunque un fatto essenziale per il nostro discorso: nessuna disinformazione è innocua; anzi, fidarsi di ciò che è falso, produce conseguenze nefaste. Anche una distorsione della verità in apparenza lieve può avere effetti pericolosi.

In gioco, infatti, c’è la nostra bramosia. Le fake news diventano spesso virali, ovvero si diffondono in modo veloce e difficilmente arginabile, non a causa della logica di condivisione che caratterizza i social media, quanto piuttosto per la loro presa sulla bramosia insaziabile che facilmente si accende nell’essere umano. Le stesse motivazioni economiche e opportunistiche della disinformazione hanno la loro radice nella sete di potere, avere e godere, che in ultima analisi ci rende vittime di un imbroglio molto più tragico di ogni sua singola manifestazione: quello del male, che si muove di falsità in falsità per rubarci la libertà del cuore. Ecco perché educare alla verità significa educare a discernere, a valutare e ponderare i desideri e le inclinazioni che si muovono dentro di noi, per non trovarci privi di bene “abboccando” ad ogni tentazione.

 

  1. «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32)

La continua contaminazione con un linguaggio ingannevole finisce infatti per offuscare l’interiorità della persona. Dostoevskij scrisse qualcosa di notevole in tal senso: «Chi mente a sé stesso e ascolta le proprie menzogne arriva al punto di non poter più distinguere la verità, né dentro di sé, né intorno a sé, e così comincia a non avere più stima né di sé stesso, né degli altri. Poi, siccome non ha più stima di nessuno, cessa anche di amare, e allora, in mancanza di amore, per sentirsi occupato e per distrarsi si abbandona alle passioni e ai piaceri volgari, e per colpa dei suoi vizi diventa come una bestia; e tutto questo deriva dal continuo mentire, agli altri e a sé stesso» (I fratelli Karamazov, II, 2).

Come dunque difenderci? Il più radicale antidoto al virus della falsità è lasciarsi purificare dalla verità. Nella visione cristiana la verità non è solo una realtà concettuale, che riguarda il giudizio sulle cose, definendole vere o false. La verità non è soltanto il portare alla luce cose oscure, “svelare la realtà”, come l’antico termine greco che la designa, aletheia (da a-lethès, “non nascosto”), porta a pensare. La verità ha a che fare con la vita intera. Nella Bibbia, porta con sé i significati di sostegno, solidità, fiducia, come dà a intendere la radice ‘aman, dalla quale proviene anche l’Amen liturgico. La verità è ciò su cui ci si può appoggiare per non cadere. In questo senso relazionale, l’unico veramente affidabile e degno di fiducia, sul quale si può contare, ossia “vero”, è il Dio vivente. Ecco l’affermazione di Gesù: «Io sono la verità» (Gv 14,6). L’uomo, allora, scopre e riscopre la verità quando la sperimenta in sé stesso come fedeltà e affidabilità di chi lo ama. Solo questo libera l’uomo: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32).

Liberazione dalla falsità e ricerca della relazione: ecco i due ingredienti che non possono mancare perché le nostre parole e i nostri gesti siano veri, autentici, affidabili. Per discernere la verità occorre vagliare ciò che asseconda la comunione e promuove il bene e ciò che, al contrario, tende a isolare, dividere e contrapporre. La verità, dunque, non si guadagna veramente quando è imposta come qualcosa di estrinseco e impersonale; sgorga invece da relazioni libere tra le persone,

nell’ascolto reciproco. Inoltre, non si smette mai di ricercare la verità, perché qualcosa di falso può sempre insinuarsi, anche nel dire cose vere. Un’argomentazione impeccabile può infatti poggiare su fatti innegabili, ma se è utilizzata per ferire l’altro e per screditarlo agli occhi degli altri, per quanto giusta appaia, non è abitata dalla verità. Dai frutti possiamo distinguere la verità degli enunciati: se suscitano polemica, fomentano divisioni, infondono rassegnazione o se, invece, conducono ad una riflessione consapevole e matura, al dialogo costruttivo, a un’operosità proficua.

  1. La pace è la vera notizia

Il miglior antidoto contro le falsità non sono le strategie, ma le persone: persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità; persone che, attratte dal bene, si responsabilizzano nell’uso del linguaggio. Se la via d’uscita dal dilagare della disinformazione è la responsabilità, particolarmente coinvolto è chi per ufficio è tenuto ad essere responsabile nell’informare, ovvero il giornalista, custode delle notizie. Egli, nel mondo contemporaneo, non svolge solo un mestiere, ma una vera e propria missione. Ha il compito, nella frenesia delle notizie e nel vortice degli scoop, di ricordare che al centro della notizia non ci sono la velocità nel darla e l’impatto sull’audience, ma le persone. Informare è formare, è avere a che fare con la vita delle persone. Per questo l’accuratezza delle fonti e la custodia della comunicazione sono veri e propri processi di sviluppo del bene, che generano fiducia e aprono vie di comunione e di pace.

Desidero perciò rivolgere un invito a promuovere un giornalismo di pace, non intendendo con questa espressione un giornalismo “buonista”, che neghi l’esistenza di problemi gravi e assuma toni sdolcinati. Intendo, al contrario, un giornalismo senza infingimenti, ostile alle falsità, a slogan ad effetto e a dichiarazioni roboanti; un giornalismo fatto da persone per le persone, e che si comprende come servizio a tutte le persone, specialmente a quelle – sono al mondo la maggioranza – che non hanno voce; un giornalismo che non bruci le notizie, ma che si impegni nella ricerca delle cause reali dei conflitti, per favorirne la comprensione dalle radici e il superamento attraverso l’avviamento di processi virtuosi; un giornalismo impegnato a indicare soluzioni alternative alle escalation del clamore e della violenza verbale.

Per questo, ispirandoci a una preghiera francescana, potremmo così rivolgerci alla Verità in persona:

Signore, fa’ di noi strumenti della tua pace.
Facci riconoscere il male che si insinua in una comunicazione che non crea comunione.
Rendici capaci di togliere il veleno dai nostri giudizi
Aiutaci a parlare degli altri come di fratelli e sorelle.
Tu sei fedele e degno di fiducia; fa’ che le nostre parole siano semi di bene per il mondo:
dove c’è rumore, fa’ che pratichiamo l’ascolto;
dove c’è confusione, fa’ che ispiriamo armonia;
dove c’è ambiguità, fa’ che portiamo chiarezza;
dove c’è esclusione, fa’ che portiamo condivisione;
dove c’è sensazionalismo, fa’ che usiamo sobrietà;
dove c’è superficialità, fa’ poniamo interrogativi veri;
dove c’è pregiudizio, fa’ che suscitiamo fiducia;
dove c’è aggressività, fa’ che portiamo rispetto;
dove c’è falsità, fa’ che portiamo verità.
Amen.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2018, memoria di san Francesco di Sales

FRANCESCO

 

(Testo ripreso dal Bollettino n. 0061 della Sala Stampa della Santa Sede del 24-01-2018)

“Ambizione, vanagloria e traditori di fiducia sono il cancro della Chiesa”. Il testo del discorso di Papa Francesco alla Curia Romana

(L’Osservatore Romano/Pool Photo via AP)

Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento di Papa Francesco, tenuto questa mattina in Vaticano, alla Curia Romana nel corso dei tradizionali auguri natalizi. Come ogni anno, da quando è iniziato il suo pontificato, Papa Bergoglio continua la sua analisi delle malattie della Curia vaticana. Il discorso non fa sconti ai traditori di fiducia, ovvero a quelle persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma, non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità, si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si autodichiarano erroneamente ‘martiri del sistema’, del ‘Papa non informato’, della ‘vecchia guardia’, invece di recitare il mea culpa”. Evidenti, in questo passaggio, sono i riferimenti del Papa agli ultimi episodi che hanno visto come protagonisti negativi alcuni esponenti della Curia Romana.

 

 

Cari fratelli e sorelle,

 

Il Natale è la festa della fede nel Figlio di Dio che si è fatto uomo per ridonare all’uomo la sua dignità filiale, perduta a causa del peccato e della disobbedienza. Il Natale è la festa della fede nei cuori che si trasformano in mangiatoia per ricevere Lui, nelle anime che permettono a Dio di far germogliare dal tronco della loro povertà il virgulto di speranza, di carità e di fede.

Quella di oggi è una nuova occasione per scambiarci gli auguri natalizi e auspicare per tutti voi, per i vostri collaboratori, per i Rappresentanti pontifici, per tutte le persone che prestano servizio nella Curia e per tutti i vostri cari un santo e gioioso Natale e un felice Anno Nuovo. Che questo Natale ci apra gli occhi per abbandonare il superfluo, il falso, il malizioso e il finto, e per vedere l’essenziale, il vero, il buono e l’autentico. Tanti auguri davvero!

Cari fratelli,

avendo parlato in precedenza della Curia romana ad intra, desidero quest’anno condividere con voi alcune riflessioni sulla realtà della Curia ad extra, ossia il rapporto della Curia con le Nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese Orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’Islam e le altre religioni, cioè con il mondo esterno. 

Le mie riflessioni si basano certamente sui principi basilari e canonici della Curia, sulla stessa storia della Curia, ma anche sulla visione personale che ho cercato di condividere con voi nei discorsi degli ultimi anni, nel contesto dell’attuale riforma in corso. 

E parlando della riforma mi viene in mente l’espressione simpatica e significativa di Mons. Frédéric-François-Xavier De Mérode: «Fare le ‎riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti»[1].‎ Ciò evidenzia quanta pazienza, dedizione e delicatezza occorrano per raggiungere tale obbiettivo, in quanto la Curia è un’istituzione antica, complessa, venerabile, composta da uomini provenienti da diverse culture, lingue e costruzioni mentali e che, strutturalmente e da sempre, è legata alla funzione primaziale del Vescovo di Roma nella Chiesa, ossia all’ufficio “sacro” voluto dallo stesso Cristo Signore per il bene dell’intero corpo della Chiesa, (ad bonum totius corporis)[2]. 

L’universalità del servizio della Curia, dunque, proviene e scaturisce dalla cattolicità del Ministero petrino. Una Curia chiusa in sé stessa tradirebbe l’obbiettivo della sua esistenza e cadrebbe nell’autoreferenzialità, condannandosi all’autodistruzione. La Curia, ex natura, è progettata ad extra in quanto e finché legata al Ministero petrino, al servizio della Parola e dell’annuncio della Buona Novella: il Dio Emmanuele, che nasce tra gli uomini, che si fa uomo per mostrare a ogni uomo la sua vicinanza viscerale, il suo amore senza limiti e il suo desiderio divino che tutti gli uomini siano salvi e arrivino a godere della beatitudine celeste (cfr 1 Tm2,4); il Dio che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi (cfr Mt 5,45); il Dio che non è venuto per essere servito ma per servire (cfr Mt 20,28); il Dio che ha costituito la Chiesa per essere nel mondo, ma non del mondo, e per essere strumento di salvezza e di servizio.

Proprio pensando a questa finalità ministeriale, petrina e curiale, ossia di servizio, salutando di recente i Padri e Capi delle Chiese Orientali Cattoliche[3], ho fatto ricorso all’espressione di un “primato diaconale”, rimandando subito all’immagine diletta di San Gregorio Magno del Servusservorum Dei. Questa definizione, nella sua dimensione cristologica, è anzitutto espressione della ferma volontà di imitare Cristo, il quale assunse la forma di servo (cfr Fil 2,7‎). Benedetto XVI, quando ne parlò, disse che sulle labbra di Gregorio questa frase non era «una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire. Egli era intimamente colpito dall’umiltà di Dio, che in Cristo si è fatto nostro servo, ci ha lavato e ci lava i piedi sporchi»[4].

Analogo atteggiamento diaconale deve caratterizzare anche quanti, a vario titolo, operano nell’ambito della Curia romana la quale, come ricorda anche il Codice di Diritto Canonico, agendo nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice, «adempie alla propria funzione per il bene e al servizio delle Chiese» (can. 360; cfr CCEO can. 46). 

Primato diaconale “relativo al Papa”[5]; e altrettanto diaconale, di conseguenza, è il lavoro che si svolge all’interno della Curia romana ad intra e all’esterno ad extra. Questo tema della diaconia ministeriale e curiale mi riporta a un antico testo presente nella Didascalia Apostolorum, dove si afferma: il «diacono sia l’orecchio e la bocca del Vescovo, il suo cuore e la sua anima»[6], poiché a questa concordia è legata la comunione, l’armonia e la pace nella Chiesa, in quanto il diacono è il custode del servizio nella Chiesa[7]. Non credo sia per caso che l’orecchio è l’organo dell’udito ma anche dell’equilibrio; e la bocca l’organo dell’assaporare e del parlare. 

Un altro antico testo aggiunge che i diaconi sono chiamati a essere come gli occhi del Vescovo[8]. L’occhio guarda per trasmettere le immagini alla mente, aiutandola a prendere le decisioni e a dirigere per il bene di tutto il corpo.

La relazione che da queste immagini si può dedurre è quella di comunione di filiale obbedienza per il servizio al popolo santo di Dio. Non c’è dubbio, poi, che tale dev’essere anche quella che esiste tra tutti quanti operano nella Curia romana, dai Capi Dicastero e Superiori agli ufficiali e a tutti. La comunione con Pietro rafforza e rinvigorisce la comunione tra tutti i membri.

Da questo punto di vista, il richiamo ai sensi dell’organismo umano aiuta ad avere il senso dell’estroversione, dell’attenzione a quello che c’è fuori. Nell’organismo umano, infatti, i sensi sono il nostro primo legame con il mondo ad extra, sono come un ponte verso di esso; sono la nostra possibilità di relazionarci. I sensi ci aiutano a cogliere il reale e ugualmente a collocarci nel reale. Non a caso Sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei Misteri di Cristo e della verità[9].

Questo è molto importante per superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano. Quando questo avviene, però, si perde la gioia del Vangelo, la gioia di comunicare il Cristo e di essere in comunione con Lui; si perde la generosità della nostra consacrazione (cfr At 20,35 e 2 Cor 9,7).

Permettetemi qui di spendere due parole su un altro pericolo, ossia quello dei traditori di fiducia o degli approfittatori della maternità della Chiesa, ossia le persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma – non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità – si  lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del “Papa non informato”, della “vecchia guardia”…, invece di recitare il “mea culpa”. Accanto a queste persone ve ne sono poi altre che ancora operano nella Curia, alle quali si dà tutto il tempo per riprendere la giusta via, nella speranza che trovino nella pazienza della Chiesa un’opportunità per convertirsi e non per approfittarsene. Questo certamente senza dimenticare la stragrande maggioranza di persone fedeli che vi lavorano con lodevole impegno, fedeltà, competenza, dedizione e anche tanta santità.

È opportuno, allora, tornando all’immagine del corpo, evidenziare che questi “sensi istituzionali”, cui potremmo in qualche modo paragonare i Dicasteri della Curia romana, devono operare in maniera conforme alla loro natura e alla loro finalità: nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice e sempre per il bene e al servizio delle Chiese[10]. Essi sono chiamati ad essere nella Chiesa come delle fedeli antenne sensibili: emittenti e riceventi.

Antenne emittenti in quanto abilitate a trasmettere fedelmente la volontà del Papa e dei Superiori. La parola “fedeltà”[11] per quanti operano presso la Santa Sede «assume un carattere particolare, dal momento che essi pongono al servizio del Successore di Pietro buona parte delle proprie energie, del proprio tempo e del proprio ministero quotidiano. Si tratta di una grave responsabilità, ma anche di un dono speciale, che con il passare del tempo va sviluppando un legame affettivo con il Papa, di interiore confidenza, un naturale idem sentire, che è ben espresso proprio dalla parola “fedeltà”»[12].

L’immagine dell’antenna rimanda altresì all’altro movimento, quello inverso, ossia del ricevente. Si tratta di cogliere le istanze, le domande, le richieste, le grida, le gioie e le lacrime delle Chiese e del mondo in modo da trasmetterle al Vescovo di Roma al fine di permettergli di svolgere più efficacemente il suo compito e la sua missione di «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione»[13]. Con tale recettività, che è più importante dell’aspetto precettivo, i Dicasteri della Curia romana entrano generosamente in quel processo di ascolto e di sinodalità di cui ho già parlato[14].

Cari fratelli e sorelle,

ho fatto ricorso all’espressione “primato diaconale”, all’immagine del corpo, dei sensi e dell’antenna per spiegare che proprio per raggiungere gli spazi dove lo Spirito parla alle Chiese (cioè la storia) e per realizzare lo scopo dell’operare (la salus animarum) risulta necessario, anzi indispensabile, praticare il discernimento dei segni dei tempi[15], la comunione nel servizio, la carità nella verità, la docilità allo Spirito e l’obbedienza fiduciosa ai Superiori.

Forse è utile qui ricordare che gli stessi nomi dei diversi Dicasteri e degli Uffici della Curia romana lasciano intendere quali siano le realtà a favore delle quali debbono operare. Si tratta, a ben vedere, di azioni fondamentali e importanti per tutta la Chiesa e direi per il mondo intero.

Essendo l’operato della Curia davvero molto ampio, mi limiterei questa volta a parlarvi genericamente della Curia ad extra, cioè di alcuni aspetti fondamentali, selezionati, a partire dai quali non sarà difficile, nel prossimo futuro, elencare e approfondire gli altri campi dell’operato della Curia.

La Curia e il rapporto con le Nazioni 

In questo campo gioca un ruolo fondamentale la Diplomazia Vaticana, che è la ricerca sincera e costante di rendere la Santa Sede un costruttore di ponti, di pace e di dialogo tra le Nazioni. Ed essendo una Diplomazia al servizio dell’umanità e dell’uomo, della mano tesa e della porta aperta, essa si impegna nell’ascoltare, nel comprendere, nell’aiutare, nel sollevare e nell’intervenire prontamente e rispettosamente in qualsiasi situazione per avvicinare le distanze e per intessere la fiducia. L’unico interesse della Diplomazia Vaticana è quello di essere libera da qualsiasi interesse mondano o materiale. 

La Santa Sede quindi è presente sulla scena mondiale per collaborare con tutte le persone e le Nazioni di buona volontà e per ribadire sempre l’importanza di custodire la nostra casa comune da ogni egoismo distruttivo; per affermare che le guerre portano solo morte e distruzione; per attingere dal passato i necessari insegnamenti che aiutano a vivere meglio il presente, a costruire solidamente il futuro e a salvaguardarlo per le nuove generazioni. 

Gli incontri con i Capi delle Nazioni e con le diverse Delegazioni, insieme ai Viaggi Apostolici, ne sono il mezzo e l’obbiettivo. 

Ecco perché è stata costituita la Terza Sezione della Segreteria di Stato, con la finalità di dimostrare l’attenzione e la vicinanza del Papa e dei Superiori della Segreteria di Stato al personale di ruolo diplomatico e anche ai religiosi e alle religiose, ai laici e alle laiche che prestano lavoro nelle Rappresentanze Pontificie. Una Sezione che si occupa delle questioni attinenti alle persone che lavorano nel servizio diplomatico della Santa Sede o che vi si preparano, in stretta collaborazione con la Sezione per gli Affari Generali e con la Sezione per i Rapporti con gli Stati[16]. 

Questa particolare attenzione si basa sulla duplice dimensione del servizio del personale diplomatico di ruolo: pastori e diplomatici, al servizio delle Chiese particolari e delle Nazioni ove operano. 

La Curia e le Chiese particolari

Il rapporto che lega la Curia alle Diocesi e alle Eparchie è di primaria importanza. Esse trovano nella Curia Romana il sostegno e il supporto necessario di cui possono avere bisogno. È un rapporto che si basa sulla collaborazione, sulla fiducia e mai sulla superiorità o sull’avversità. La fonte di questo rapporto è nel Decreto conciliare sul ministero pastorale dei Vescovi, dove più ampiamente si spiega che quello della Curia è un lavoro svolto «a vantaggio delle Chiese e al servizio dei sacri pastori»[17].

La Curia romana, dunque, ha come suo punto di riferimento non soltanto il Vescovo di Roma, da cui attinge autorità, ma pure le Chiese particolari e i loro Pastori nel mondo intero, per il cui bene opera e agisce.

A questa caratteristica di «servizio al Papa e ai Vescovi, alla Chiesa universale, alle Chiese particolari» e al mondo intero, ho fatto richiamo nel primo di questi nostri annuali incontri, quando sottolineai che «nella Curia romana si apprende, “si respira” in modo speciale questa duplice dimensione della Chiesa, questa compenetrazione tra l’universale e il particolare»; e aggiunsi: «penso che sia una delle esperienze più belle di chi vive e lavora a Roma»[18]. 

Le visite ad limina Apostolorum, in questo senso, rappresentano una grande opportunità di incontro, di dialogo e reciproco arricchimento. Ecco perché ho preferito, incontrando i Vescovi, avere un dialogo di reciproco ascolto, libero, riservato, sincero che va oltre gli schemi protocollari e l’abituale scambio di discorsi e di raccomandazioni. È importante anche il dialogo tra i Vescovi e i diversi Dicasteri. Quest’anno, riprendendo le visite ad limina, dopo l’anno del Giubileo, i Vescovi mi hanno confidato che sono stati ben accolti e ascoltati da tutti i Dicasteri. Questo mi rallegra tanto, e ringrazio i Capi Dicastero qui presenti.

Permettetemi anche qui, in questo particolare momento della vita della Chiesa, di richiamare la nostra attenzione alla prossima XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Chiamare la Curia, i Vescovi e tutta la Chiesa a portare una speciale attenzione alle persone dei giovani, non vuol dire guardare soltanto a loro, ma anche mettere a fuoco un tema nodale per un complesso di relazioni e di urgenze: i rapporti intergenerazionali, la famiglia, gli ambiti della pastorale, la vita sociale… Lo annuncia chiaramente il Documento preparatorio nella sua introduzione: «La Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi. Come un tempo Samuele (cfr 1 Sam 3,1-21) e Geremia (cfr Ger 1,4-10), anche oggi ci sono giovani che sanno scorgere quei segni del nostro tempo che lo Spirito addita. Ascoltando le loro aspirazioni possiamo intravedere il mondo di domani che ci viene incontro e le vie che la Chiesa è chiamata a percorrere»[19].

La Curia e le Chiese Orientali

L’unità e la comunione che dominano il rapporto della Chiesa di Roma e le Chiese Orientali rappresentano un concreto esempio di ricchezza nella diversità per tutta la Chiesa. Esse, nella fedeltà alle proprie Tradizioni bimillenarie e nella ecclesiastica communio, sperimentano e realizzano la preghiera sacerdotale di Cristo (cfr Gv 17)[20] 

In questo senso, nell’ultimo incontro con i Patriarchi e gli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali, parlando del “primato diaconale”, ho evidenziato anche l’importanza di approfondire e di revisionare la delicata questione dell’elezione dei nuovi Vescovi ed Eparchi che deve corrispondere, da una parte, all’autonomia delle Chiese Orientali e, allo stesso tempo, allo spirito di responsabilità evangelica e al desiderio di rafforzare sempre di più l’unità con la Chiesa Cattolica. «Il tutto, nella più convinta applicazione di quella autentica prassi sinodale, che è distintiva delle Chiese d’Oriente»[21]. L’elezione di ogni Vescovo deve rispecchiare e rafforzare l’unità e la comunione tra il Successori di Pietro e tutto il collegio episcopale[22]. 

Il rapporto tra Roma e l’Oriente è di reciproco arricchimento spirituale e liturgico. In realtà, la Chiesa di Roma non sarebbe davvero cattolica senza le inestimabili ricchezze delle Chiese Orientali e senza la testimonianza eroica di tanti nostri fratelli e sorelle orientali che purificano la Chiesa accettando il martirio e offrendo la loro vita per non negare Cristo[23].

La Curia e il dialogo ecumenico

Ci sono pure degli spazi nei quali la Chiesa Cattolica, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, è particolarmente impegnata. Fra questi l’unità dei cristiani che «è un’esigenza essenziale della nostra fede, un’esigenza che sgorga dall’intimo del nostro essere credenti in Gesù Cristo»[24]. Si tratta sì di un “cammino” ma, come più volte è stato ripetuto anche dai miei Predecessori, è un cammino irreversibile e non in retromarcia. “L’unità si fa camminando, per ricordare che quando camminiamo insieme, cioè ci incontriamo come fratelli, preghiamo insieme, collaboriamo insieme nell’annuncio del Vangelo e nel servizio agli ultimi siamo già uniti. Tutte le divergenze teologiche ed ecclesiologiche che ancora dividono i cristiani saranno superate soltanto lungo questa via, senza che noi oggi sappiamo come e quando, ma ciò avverrà secondo quello che lo Spirito Santo vorrà suggerire per il bene della Chiesa»[25].

La Curia opera in questo campo per favorire l’incontro con il fratello, per sciogliere i nodi delle incomprensioni e delle ostilità, e per contrastare i pregiudizi e la paura dell’altro che hanno impedito di vedere la ricchezza della e nella diversità e la profondità del Mistero di Cristo e della Chiesa che resta sempre più grande di qualsiasi espressione umana.

Gli incontri avvenuti con i Papi, i Patriarchi e i Capi delle diverse Chiese e Comunità mi hanno sempre riempito di gioia e di gratitudine.

La Curia e l’Ebraismo, l’Islam, le altre religioni

Il rapporto della Curia Romana con le altre religioni si basa sull’insegnamento del Concilio Vaticano II e sulla necessità del dialogo. «Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro»[26]. Il dialogo è costruito su tre orientamenti fondamentali: «il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni. Il dovere dell’identità, perché non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro; il coraggio dell’alterità, perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti; la sincerità delle intenzioni, perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione»[27]. 

Gli incontri avvenuti con le autorità religiose, nei diversi viaggi apostolici e negli incontri in Vaticano, ne sono la concreta prova. 

Questi sono soltanto alcuni aspetti, importanti ma non esaurenti, dell’operato della Curia ad extra. Oggi ho scelto questi aspetti, legati al tema del “primato diaconale”, dei “sensi istituzionali” e delle “fedeli antenne emittenti e riceventi”.

Cari fratelli e sorelle, 

come ho iniziato questo nostro incontro parlando del Natale come festa della fede, vorrei concluderlo evidenziando che il Natale ci ricorda però che una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta. In realtà, una fede soltanto intellettuale o tiepida è solo una proposta di fede, che potrebbe realizzarsi quando arriverà a coinvolgere il cuore, l’anima, lo spirito e tutto il nostro essere, quando si permette a Dio di nascere e rinascere nella mangiatoia del cuore, quando permettiamo alla stella di Betlemme di guidarci verso il luogo dove giace il Figlio di Dio, non tra i re e il lusso, ma tra i poveri e gli umili.

Angelo Silesio, nel suo Il Pellegrino cherubico, scrisse: «Dipende solo da te: Ah, potesse il tuo cuore diventare una mangiatoia! Dio nascerebbe bambino di nuovo sulla terra»[28].

Con queste riflessioni rinnovo i miei più fervidi auguri natalizi a voi e a tutti i vostri cari. 

Grazie!

Grazie!

[Benedizione]

E, per favore, pregate per me.

 

 

[1] Cfr Giuseppe Dalla Torre, Sopra una storia della Gendarmeria Pontificia, 19 ottobre 2017.

[2] «Per pascere e accrescere sempre più il popolo di Dio ha istituito nella sua Chiesa vari ministeri che tendono al bene di tutto il corpo» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogmLumen gentium, 18).

[3] Cfr Saluto ai Patriarchi e agli Arcivescovi Maggiori9 ottobre 2017.

[4] Catechesi nell’Udienza generale del 4 giugno 2008.

[5] Cfr Giovanni Paolo II, Discorso alla riunione plenaria del Sacro Collegio dei Cardinali, 21 novembre 1985, 4.

[6] 2, 44: Funk, 138-166; cfr W. Rordorf, Liturgie et eschatologie, in Augustinianum 18 (1978), 153-161; Id., Que savons-nous des lieux de culte chrétiens de l’époque préconstantinienne? in L’Orient Syrien 9 (1964), 39-60.

[7] Cfr Incontro con i sacerdoti e i consacrati, Duomo di Milano, 25 marzo 2017.

[8] «Quanto ai diaconi della Chiesa, siano come gli occhi del vescovo, che sanno vedere tutto attorno, investigando le azioni di ciascuno della Chiesa, nel caso che qualcuno stia sul punto di peccare: in questo modo, prevenuto dall’avvertimento di chi presiede, forse non porterà a termine il [suoi peccato]» (Lettera di Clemente a Giacomo, 12: Rehm 14-15, in I Ministeri nella Chiesa Antica, Testi patristici dei primi tre secoli a cura di Enrico Cattaneo, Edizioni Paoline, 1997, p. 696). 

[9] Cfr Esercizi Spirituali, N. 121: «La quinta contemplazione sarà applicare i cinque sensi sulla prima e la seconda contemplazione».

[10] Nel commento al Vangelo secondo Matteo di San Girolamo si registra un curioso paragone tra i cinque sensi dell’organismo umano e le vergini della parabola evangelica, che diventano stolte quando non agiscono più secondo il fine loro assegnato (cfr Comm. in Mt XXVPL 26, 184).

[11] Il concetto della fedeltà risulta molto impegnativo ed eloquente perché sottolinea anche la durata nel tempo dell’impegno assunto, rimanda ad una virtù che, come disse Benedetto XVI, «esprime il legame tutto particolare che si stabilisce tra il Papa e i suoi diretti collaboratori, tanto nella Curia Romana come nelle Rappresentanze Pontificie”. Discorso alla Comunità della Pontificia Accademia Ecclesiastica, 11 giugno 2012.

[12] Ibid

[13] Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 18.

[14] «Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare “è più che sentire”. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo “Spirito della verità” (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli “dice alle Chiese” (Ap 2,7)» Discorso nel 50° anniversario del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015.

[15] Cfr Lc 12,54-59; Mt 16,1-4; Conc. Ecum. Vat. II, Cost. pastGaudium et spes, 11: «Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l’universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo, orientando così lo spirito verso soluzioni pienamente umane».

[16] Cfr. Lettera Pontificia, il 18 ottobre 2017; Comunicato della Segreteria di Stato, il 21 novembre 2017.

[17] Christus Dominus, 9.

[18] Discorso alla Curia romana, 21 dicembre 2013; cfr Paolo VI, Omelia per l’80° compleanno, 16 ottobre 1977: «Si, Roma ho amato, nel continuo assillo di meditarne e di comprenderne il trascendente segreto, incapace certamente di penetrarlo e di viverlo, ma appassionato sempre, come ancora lo sono, di scoprire come e perché “Cristo è Romano” (cfr Dante, Div. Comm., Purg., XXXII, 102) […] la vostra “coscienza romana” abbia essa all’origine la nativa cittadinanza di questa Urbe fatidica, ovvero la permanenza di domicilio o l’ospitalità ivi goduta; “coscienza romana” che qui essa ha virtù d’infondere a chi sappia respirarne il senso d’universale umanesimo» (Insegnamenti di Paolo VI, XV 1977, 1957).

[19] Sinodo dei Vescovi – Assemblea Generale Ordinaria XV, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, Introduzione.

[20] Da una parte, l’unità che risponde al dono dello Spirito, trova naturale e piena ‎espressione nell’«unione indefettibile con il Vescovo di Roma» (Benedetto XVI, Esort. ap. post-sin. Ecclesia in Medio Oriente, 40). E dall’altra parte, l’essere ‎inseriti nella comunione dell’intero Corpo di Cristo ci rende consapevoli di ‎dover rafforzare l’unione e la solidarietà in seno ai vari Sinodi patriarcali, ‎‎«privilegiando sempre la concertazione su questioni di grande importanza ‎per la Chiesa in vista di un’azione collegiale e unitaria» (ibid.)‎.

[21] Parole ai Patriarchi delle Chiese Orientali e agli Arcivescovi Maggiori,  21 novembre 2013.

[22] Insieme ai Capi e Padri, agli Arcivescovi e ai Vescovi orientali, in comunione ‎con il Papa, con la Curia e tra di loro, siamo tutti chiamati «a ‎ricercare sempre “la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza e la ‎mitezza” (cfrTm 6,11); [ad adottare] uno stile di vita sobrio a immagine di ‎Cristo, che si è spogliato per arricchirci con la sua povertà (cfr 2 Cor 8,9) […] ‎‎[alla] trasparenza nella gestione dei beni e sollecitudine verso ogni debolezza ‎e necessità» (Parole ai Patriarchi delle Chiese Orientali cattoliche e agli Arcivescovi Maggiori, 21 novembre 2013).

[23] Noi «vediamo tanti nostri fratelli e sorelle cristiani delle Chiese orientali sperimentare persecuzioni drammatiche e una diaspora sempre più inquietante» (Omelia in occasione del centenario della Congregazione per le Chiese Orientali e del Pontificio Istituto Orientale), Basilica di Santa Maria Maggiore, 12 ottobre 2017). «Su queste situazioni nessuno può chiudere gli occhi» (Messaggio nel centenario di fondazione del Pontificio Istituto Orientale, 12 ottobre 2017).

[24] Discorso alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità ‎dei Cristiani, 10 novembre 2016‎.

[25] Ibid.

[26] Discorso ai partecipanti alla Conferenza Internazionale per la Pace, Al-Azhar Conference Centre, Il Cairo, 28 aprile 2017.

[27] Ibid.

[28] Edizione Paoline 1989, p. 170 [234-235]: «Es mangelt nur an dir: Ach, könnte nur dein Herzzu einer Krippe werden, Gott würde noch einmal ein Kind auf dieser Erden».

 

Dal SITO: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/december/documents/papa-francesco_20171221_curia-romana.html

 

“Le accuse di Müller? Il Papa se la ride” . Intervista a Francesco Antonio Grana

La clamorosa uscita, pubblicata ieri dal “Corriere della Sera”, del cardinale Müller, ex Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, che sferra un duro attacco a Papa Francesco sta facendo discutere l’opinione pubblica. Ne parliamo con Francesco Antonio Grana, vaticanista del ilfattoquotidiano.it, che ha appena pubblicato il libro dal titolo “Sedevacantisti”. Un libro importante per chi vuole saperne di più sull’attuale conflitto interno alla Chiesa Cattolica.

Francesco Grana, nel tuo libro, dal titolo assai forte “Sedevacantisti”, analizzi gli anni di pontificato di Papa Francesco. Anni in cui la rivoluzione evangelica di Bergoglio ha trovato molti ostacoli e anche una opposizione, minoritaria sicuramente, ma molto rumorosa. Il cardinale Müller, ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, attraverso un colloquio, uscito ieri,  con il Corriere della Sera, ha mandato un “pizzino” (così lo ha definito, esagerando, l’Huffington Post) al Papa. Müller afferma, tra l’altro, che un gruppo di vescovi conservatori e progressisti (una sorta di Grosse Koalition) lo vogliono alla guida di un gruppo contro il Papa. Ovviamente  Müller rifiuta tutto questo e rinnova fedeltà al Papa. Tu stesso ne parli nel tuo libro dei rapporti non idilliaci tra Müller e Bergoglio. Il porporato tedesco fa anche altre affermazioni, assai pesanti, ne parleremo subito dopo. Come va interpretata questa intervista di Müller? Dall’intervista traspare una grande amarezza per come è stato trattato dal Papa. Qual sono le ragioni di questo dissidio con il Papa?

Spero che questa intervista non sia davvero un “pizzino” di Müller al Papa. Sarebbe gettare fango sulla porpora che indossa e che gli ha dato proprio Francesco. Dire che un gruppo di tradizionalisti, ma anche di progressisti lo vuole a capo di una fronda anti Bergoglio è già scendere in campo e dichiarare la sua disponibilità a ricoprire un ruolo che finora aveva svolto, in maniera inefficace secondo i nemici del Papa, il cardinale Burke. Bisogna cambiare leader e trovarne uno più autorevole e credibile e Müller, agli occhi degli oppositori papali, ha il curriculum giusto. Con la sua intervista il porporato non fa che dimostrare che i nemici  del Papa hanno ragione e che hanno puntato sul cavallo giusto. Non si può parlare di unità nella Chiesa, di comunione col Papa, e poi puntargli il dito pubblicamente con una reprimenda durissima. Certamente nell’intervista traspare la grande amarezza di Müller per essere stato licenziato da Francesco dalla guida della Congregazione per la dottrina della fede, ma ciò non può giustificare o addirittura assolvere il comportamento del cardinale nei confronti del Papa. Quali sono le ragioni del dissidio? Conosciamo, per esempio, il durissimo attacco che Marie Collins, l’ex vittima irlandese della pedofilia del clero, ha fatto contro il porporato. La Collins, che era stata nominata da Francesco tra i membri della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, si è dimessa puntando il dito proprio contro Müller e accusandolo di aver continuato a insabbiare i casi di pedofilia dei sacerdoti. Il Papa solo sa se questo e altri motivi lo hanno spinto a non rinnovare l’incarico a Müller alla fine del quinquennio. Ciò che è sicuro è che il giudizio di Francesco sull’operato del cardinale è stato negativo, altrimenti non lo avrebbe licenziato.

C’è un’altra affermazione di Müller che colpisce ed è questa: “Le autorità della Chiesa, però, devono ascoltare chi ha delle domande serie o dei reclami giusti; non ignorarlo o, peggio, umiliarlo. Altrimenti, senza volerlo, può aumentare il rischio di una lenta separazione che potrebbe sfociare in uno scisma di una parte del mondo cattolico, disorientato e deluso. La storia dello scisma protestante di Martin Lutero di cinquecento anni fa dovrebbe insegnarci soprattutto quali sbagli evitare”. Sappiamo bene a cosa si riferisce il cardinale: ai famosi “dubia” sul documento “Amoris laetitia” e sulla sua apertura alla comunione, attraverso un percorso di discernimento, ai divorziati e risposati. Ti chiedo: ma davvero nella Chiesa c’è tutto questo disorientamento?

 

Premetto una cosa: Müller, almeno pubblicamente, ha sempre difeso l’Amoris laetitia affermando che rispetta pienamente il magistero della Chiesa. Forse pensava che bastasse questa difesa, per così dire, d’ufficio per garantirsi la fiducia del Papa. Ma si è dovuto ricredere. Francesco non ama gli adulatori. Le posizioni di Müller su tantissimi temi teologici stonano con le aperture che Bergoglio, dopo un cammino sinodale di due anni, fa nella sua esortazione. Mi sembra a dir poco ridicolo che si parli ancora dei “dubia”. Francesco risponde ogni giorno nelle omelie che pronuncia durante la sua messa mattutina nella cappella di Casa Santa Marta. Non di radio, infatti, il Papa attacca coloro che sono rigidi come i farisei nell’applicazione della legge e non conoscono la misericordia. Francesco ha indetto un Giubileo straordinario della misericordia che mi sembra la migliore risposta ai “dubia”. Se uno è sordo non è certo colpa di Bergoglio. Disorientamento nella Chiesa? Non credo. Chi cerca di alimentarlo è già fuori della Chiesa e lo fa solo per colpire il Papa. Si poteva dire lo stesso del pontificato di san Giovanni XXIII quando Roncalli annunciò la volontà di indire il Concilio Ecumenico Vaticano II. Ma senza quell’evento oggi la Chiesa cattolica molto probabilmente sarebbe quasi scomparsa.

Infine c’è un passaggio in cui Müller afferma che bisogna superare la visione della Chiesa come “ospedale da campo”. E auspica un magistero alla Steve Jobs, ovvero un magistero che sia capace di dare una visione forte alla società. Una critica non da poco sia a Francesco che ai suoi collaboratori. Non ti fa impressione tutto questo?

Lui afferma che “oggi avremmo bisogno più di una Silicon Valley della Chiesa. Dovremmo essere gli Steve Jobs della fede, e trasmettere una visione forte in termini di valori morali e culturali e di verità spirituali e teologiche”. Ho riso non poco leggendo questa metafora perché francamente non mi sembra appartenga tanto al lessico del cardinale Müller. Ovviamente mi sbaglio visto che l’ha pronunciata lui. Se il cardinale vuole la Chiesa del Sant’Uffizio con le scomuniche e i roghi ha sbagliato secolo. Credo che Francesco stia testimoniando al mondo, e non solo al cattolicesimo, i grandi valori morali e culturali e le grandi verità di fede di cui il cristianesimo è depositario da duemila anni. Pensiamo soltanto alla drammatica emergenza dei profughi e agli appelli costanti del Papa sempre accompagnati da gesti forti ed eloquenti.

Questo di Müller è certamente l’ultimo di una serie di episodi, e tu nel tuo libro ne parli approfonditamente, di critiche che in questi, ormai, quasi cinque anni di pontificato hanno investito Jorge Mario Bergoglio. Ti chiedo: dove sta la radice di tutta questa acredine? C’è chi lo giudica eretico, superficiale. Insomma siamo al ridicolo…

In “Sedevacantisti” tento di rispondere a tutte queste accuse che ormai si moltiplicano anche se francamente, per fortuna per il Papa, non provengono da nemici autorevoli. Dove sta la radice di tutto questo? Certamente Francesco è un Pontefice che pone seri interrogativi, che mette in discussione il “si è sempre fatto così”, che invita a superare la mentalità corrotta e collaudata della Curia romana e delle gerarchie ecclesiali. Tutto ciò non trova naturalmente accoglienza e disponibilità in tutti, bensì anche avversione in chi, pensando la Chiesa come una grande azienda, si vede distrutta una carriera che vedeva già assicurata. Promozioni e porpore con Francesco non sono più automatiche e scontate e quindi nei carrieristi nasce subito un sentimento di avversione nei confronti del Papa. Un’avversione che mette in moto alcune azioni tese a sabotare il pontificato e a costringere Bergoglio a dimettersi. I sedevacantisti vogliono soltanto accelerare il prossimo conclave.

 

La rivoluzione di Francesco divide e continua a dividere. Ti chiedo: resisterà Francesco? Le Conferenze Episcopali fanno resistenza (vedi quella USA)?

Francesco resisterà perché si sente parte di un disegno molto più grande di lui. È a guida della Chiesa per servire l’umanità e lo fa con una umiltà e una grandezza impressionanti. Che ci siano delle resistenze è più che normale, anche a livello di Conferenze Episcopali. Negli Stati Uniti Bergoglio può contare su pastori di sua totale fiducia che stanno applicando il suo magistero con grande attenzione. Ci possono essere delle diversità, ma non credo che quella degli Usa sia una Chiesa avversa al Papa. Ce ne sono altre, come quella polacca, più infastidite da certe posizioni di Francesco. E lo dicono apertamente.

Ultima domanda: Papa Francesco come vive tutto questo?

Ridendo. Credo che dopo essersi fatto una grande risata il Papa pensi alla sua agenda quotidiana che è abbastanza ricca. Francesco non si lascia turbare da nulla di tutto ciò. Va avanti spedito nella sua missione. Preferisce abbracciare un povero, un sofferente, un profugo piuttosto che perdere tempo con chi lo definisce eretico. E non si può non ammettere che fa proprio bene.

“Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale”. Intervista a Padre Francesco Occhetta

Domani a Cagliari si aprirà la Settimana Sociale dei Cattolici italiani. Tema di quest’anno il lavoro: “Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale”.
Siamo alla 48ª “Settimana Sociale”. Come si sa, è un’iniziativa nata in Francia nei primissimi anni del ’900, che in Italia prende le mosse, su suggerimento di Giuseppe Toniolo, nel 1907, a Pistoia. Sono passati ben 110 anni. È incredibile quanto tempo sia trascorso! Le Settimane Sociali delle origini servirono a far maturare i cattolici nell’impegno sociale (anche se nel 1905 – con l’Enciclica “Il fermo proposito” – la Sede Apostolica consentiva, in casi particolari, l’impegno politico). Saranno presenti alla Settimana, oltre ai delegati provenienti dalle Diocesi, anche principali protagonisti dell’impegno sociale italiano. Come si svilupperà la Settimana? Quali saranno le attese? Ne parliamo con Padre Francesco Occhetta, gesuita esperto di questioni sociali e padre scrittore della rivista “La Civiltà Cattolica”.

Padre Occhetta, Lei fa parte del Comitato Organizzatore delle “Settimane Sociali dei Cattolici italiani”, oggi nella contemporaneità “liquida”, nel tempo della Quarta Rivoluzione Industriale, perché la Chiesa italiana ritiene ancora valido, dopo 110 anni dalla prima, lo strumento delle Settimane Sociali?

Certamente, per la Chiesa in Italia non si tratta di un evento autocelebrativo, ma di un aiuto per tutti, per il Paese, che serve per capire come sta cambiando il mondo del lavoro, quali lavori muoiono e quali nascono, e come formarsi e dove cercare il lavoro, ma anche come accompagnare le persone che lo hanno perso e sono disperate.

Il 27 maggio scorso, sotto il grande capannone dell’ILVA di Genova, il Papa ha manifestato la sua commozione nel vedere il porto da cui suo padre e i suoi nonni emigrarono nel 1929. L’atto di partire per raggiungere altri lidi è l’immagine che evoca anche il senso del lavoro ai giorni nostri.

 Il punto storico è servito come introduzione per il tema della 48ª Settimana Sociale. Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale”. Un tema affascinante, ricco di complessità. Nel leggere l’Instrumentum laboris ci si trova di fronte ad un’analisi realistica del lavoro in Italia, ma anche alla denuncia di situazioni critiche pur senza dare spazio al fatalismo. È così, Padre?

 Sì, è così. Anzitutto, è una denuncia di tutto ciò che umilia il lavoro, lo rende dis-umano o lo nega. Si legge nel documento preparatorio che ispira la Settimana Sociale: “Papa Francesco parla di ‘cultura dello scarto’. Purtroppo, non è difficile constatare che una tale cultura di morte è ancora oggi ben presente nel mondo del lavoro italiano, dove ci sono ancora troppe zone di sfruttamento e di disagio, dai problemi del caporalato a forme di precarietà e di discriminazione, in particolare verso le donne, non accettabili. Per questo, il primo registro che viene suggerito è quello della denuncia: mettere al centro l’uomo e dare centralità alla vita significa prendere la misura del più povero come termine di riferimento irrinunciabile della vita buona” (1). Partiremo da qui perché non tutto il lavoro è umano. Nel 2016 i lavoratori precari hanno raggiunto il 14% e per quasi due milioni di lavoratori a termine il contratto ha avuto una durata inferiore ad un anno, per non parlare dei lavori pericolosi e malsani, che nel 2016 hanno causato 935 morti sul lavoro. Lo ha scritto Mons. Nunzio Galantino, segretario della CEI: “Ripartire insieme significa anzitutto denunciare i lavori che mortificano e offendono il lavoratore. Ma non può finire qui: la Chiesa in Italia ha deciso di ‘ascoltare’ per capire la realtà che cambia. A Cagliari presenteremo volti e storie del lavoro che cambia in fabbrica e fuori. Sono i volti a restituire umanità al lavoro, contrastando ogni possibile deriva tecnocratica”.

C’è un paradigma che attraversa tutto il documento: quello del “lavoro creativo”. Un tema ricorrente negli studi di sociologia contemporanea. Il termine “lavoro creativo” viene usato, in quell’àmbito, per sottolineare lo spartiacque tra il lavoro del XX secolo e quello del XXI. Mi sembra di cogliere nel vostro documento una profondità concettuale che evita una simile banalizzazione. Qui, nel documento, entra in gioco la questione dell’antropologia del lavoro. Di che cosa si tratta?

Occorre rinnovarsi ed essere flessibili per poter lavorare. I lavoratori devono però essere protetti. Il lavoro inteso in senso stretto non deve crearlo lo Stato, ma le imprese. Alle istituzioni spetta tuttavia il compito di rimuovere gli ostacoli alla creazione e alla garanzia dei posti di lavoro: ad esempio, l’eccessiva burocrazia, le lungaggini della giustizia civile, l’enorme tassazione, la corruzione e il clientelismo, il costo eccessivo dell’energia rispetto alla media europea, i problemi dell’accesso al credito o a forme alternative di finanziamento, come quella del capitale a rischio, o dell’accesso alla banda larga per tutte le imprese del Paese. La nuova antropologia del lavoro si basa sulla disintermediazione del rapporto di lavoro e sulla qualità della prestazione, non più sugli orari e il luogo di lavoro fissi. Lo smart-working ne è un esempio. C’è poi un altro tema che tocca l’antropologia: il lavoro di cura. La nostra proposta chiede di diminuire le ore di lavoro per investirle nella cura – intesa come assistenza – di bambini, anziani, dei più deboli, in famiglia e nei quartieri di riferimento, e per la coltivazione delle relazioni e della propria umanità. Un orario di lavoro ridotto e una maggiore cura di chi ha bisogno permetterebbero allo Stato di risparmiare su alcune spese di assistenza.

Nell’Instrumentum laboris si parla di “lavoro degno”. Anche questo è un paradigma non banale. Che cosa s’intende?

Il futuro del lavoro degno dipende dalla capacità della comunità politica di affrontare e superare il tema delle diseguaglianze, della distribuzione e di un’equa tassazione, non ultima quella delle grandi imprese globali che competono ad armi non pari con le piccole e medie imprese non internazionalizzate, potendo sfuggire quasi sempre al prelievo fiscale degli Stati in cui producono, creano lavoro e vendono beni.

Si parla di precarizzazione del lavoro, dunque non si può non parlare del Jobs Act. Qual è il Suo giudizio su questo strumento?

La Chiesa non è contraria a priori, anzi, c’era molta attesa, ma sono state le cattive applicazioni e le eccessive strumentalizzazioni politiche che si sono scatenate su quella scelta, a renderlo uno strumento non condiviso.

Parliamo del movimento sindacale. Un protagonista importante nella difesa del lavoro. Date le sfide gigantesche che il mondo del lavoro deve affrontare, Lei pensa che dalla Settimana Sociale possa arrivare un appello per l’unità del sindacato italiano? Sarebbe un grande fatto storico…

Ci vorrebbe un miracolo, ma non lo escludo. La crisi in cui versa il sindacato è nota: la perdita d’identità tocca la natura, la funzione e il ruolo della sua missione sociale. Ai sindacati confederali sono iscritti circa 12 milioni di lavoratori (5,7 milioni alla Cgil, 4,4 milioni alla Cisl e 2,2 milioni alla Uil), ma solo il 10% sono giovani.

Le tensioni interne ai tre sindacati confederali rimangono il principale ostacolo per definire una riforma radicale. Nei tempi supplementari che rimangono sono urgenti la digitalizzazione, ripensare il diritto di sciopero, la protezione di chi lavora in proprio e il rilancio del ruolo sociale come fondamento della vita democratica.

Anche la cultura d’impresa deve fare i conti con la Rivoluzione 4.0. Anche qui c’è una parola forte sull’eccessivo ottimismo nei confronti della robotica. È così Padre?

No, c’è realismo. Uomo e robot agiranno insieme e questo rapporto va reso umano. Al centro della riflessione ecclesiale rimane da definire quali sono le caratteristiche che tutelano l’uomo in relazione alla macchina. Quale governance gestirà questo processo? Con quale trasparenza e intenzioni saranno programmate le macchine? Quale tipo di alleanza etica e antropologica sarà possibile stabilire tra chi programmerà e produrrà le macchine e chi le utilizzerà?

Nell’Instrumentum laboris c’è l’invito ad andare oltre Cagliari. E di un rinnovato impegno dei cattolici in politica e nel sociale c’è bisogno. Nel tempo di Papa Francesco, come si svilupperà questo impegno?

Già, l’Instrumentum laboris e i lavori di Cagliari saranno come una pista per decollare. Dipenderà da come le chiese locali e la società investiranno sulla semente che selezioneremo insieme. Certo a Cagliari presenteremo quattro proposte concrete che riguarderanno quattro àmbiti: la formazione; il nuovo lavoro, con riferimento alla cosiddetta “gig economy” e al pericolo del caporalato digitale; i nuovi modelli di vita, riconoscendo la distinzione tra lavoro tradizionale e lavoro di cura; l’Europa, “come nostra casa comune, unica modalità con cui possiamo realmente affrontare le sfide di un mondo sempre più globalizzato”. Poi la parola passerà alla società, che dovrà decidere se trasformare in cultura politica le nostre riflessioni, le risorse spese e i nostri studi.

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(1) Linee di preparazione per la 48° Settimana Sociale dei Cattolici italiani, in www.settimanesociali.it

 

Martiri per Cristo e amici dell’Islam. Presto beati i monaci di Tibhirine? Intervista a Padre Thomas Georgeon

Padre Thomas Georgeon

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996, sette dei nove monaci trappisti che formavano la comunità del monastero di Tibhirine, fondato nel 1938 vicino alla città di Médéa, 90 km a sud di Algeri, furono rapiti da un gruppo di terroristi. Il 21 maggio dello stesso anno, dopo inutili trattative, il sedicente “Gruppo Islamico Armato” ha annunciato la loro uccisione. Il 30 maggio furono ritrovate le loro teste, i corpi non furono mai ritrovati.

Di questi martiri è in corso la causa di beatificazione. A che punto è?

Ne parliamo, in questa intervista, con Padre Thomas Georgeon, Postulatore della Causa.

(AFP/Getty Images)

Padre Georgeon, nel 2013 è stato nominato postulatore per la causa di beatificazione dei monaci trappisti di Tibhirine, in Algeria, uccisi dalla violenza dell’islamismo radicale nella primavera del 1996. La causa riguarda anche altri 12 religiosi cattolici, che tra il 1994 e il 1996 sono rimasti vittime della violenza terroristica. Tra loro c’è anche Monsignor Clavérie, un esponente di spicco della  Chiesa d’Algeria. Lei, assieme ai vescovi di Algeria, nelle settimane scorse è stato ricevuto da  Papa Francesco. Come si sa, al Pontefice sta molto a cuore questa beatificazione. Alcune voci vaticane parlano di una svolta positiva del cammino di beatificazione. Questo vuol dire che presto saranno beatificati?

La Santa Sede segue questa causa da tempo e con cautela. Dobbiamo rispettare la procedura della Congregazione delle cause dei Santi, manca ancora un’ultima tappa che, speriamo, potrà condurre alla beatificazione a breve. È vero che la Congregazione, sin dall’inizio, è sempre stata generosa e solidale nel modo di trattare la causa e il postulatore, e ne sono molto grato. Papa Francesco ci ha ricevuti con grande attenzione e conosce bene la causa e le sfide che essa rappresenta. L’incontro è stato molto positivo; per me il punto più bello e significativo dell’incontro è stata la domanda del Papa circa il giovane musulmano ucciso assieme a Mons. Clavérie. Se fosse stato possibile, penso che Papa Francesco l’avrebbe aggiunto alla causa! E qui troviamo tutto il senso profondo e spirituale di questa causa: un martirio con i musulmani e non contro di loro. I 19 presunti martiri hanno scelto di rimanere fedeli a un popolo, a una terra, a una Chiesa che soffrivano. Però l’amico vero non se ne va quando l’altro soffre, ma gli sta vicino e vive la compassione.

Vorrei aggiungere che ci troviamo di fronte ad una Causa di santità collettiva o comunitaria, riscoperta oggi dalla Chiesa (fu una delle intuizioni forti di Chiara Lubich), e che fu spesso nella storia della Chiesa un aspetto essenziale del martirio. I nostri 19 martiri, se fossero beatificati, sarebbero una grande luce per la Chiesa, testimoni del dialogo più autentico tra cristiani e musulmani, testimoni della Luce dell’amore di Gesù.

È indubbio che questa beatificazione si colloca anche in una congiuntura complicata per l’Islam, e l’Algeria è terra d’Islam. C’è il rischio di ferire la sensibilità islamica? Insomma, com’è vista questa beatificazione, nell’ambiente dell’Islam d’Algeria?

Papa Francesco ci ha chiesto di essere molto delicati perché non si deve ferire, bisogna che l’evocazione di questa vicenda sia occasione per guardare verso il futuro. Ma, indubbiamente, c’è sempre il rischio di ferire la sensibilità. Perciò è necessario fare delle catechesi adatte sul senso cristiano del martirio. Catechesi per i cristiani ma anche per i musulmani algerini. Il martire è quello che dà la sua vita per gli altri, non quello che si fa esplodere in mezzo alla folla per uccidere. Il senso della parola “martirio” è “testimone”, in quel senso questi martiri sono stati testimoni di Cristo e dell’amicizia che può creare dei legami stretti con l’altro, anche se non condivide la stessa fede. Non è l’uomo che converte l’altro, solo Dio può farlo.

Nel contesto attuale dell’Algeria c’è un cammino di pacificazione chiaro e il desiderio del paese di sanare le ferite ancora aperte in tutte le comunità musulmane e cristiane (durante il decennio nero, dal 1990 al 1998, si parla di 200.000 vittime). Sembra proprio che un’eventuale beatificazione potrebbe essere il contributo della Chiesa a questo cammino. Ovviamente, bisogna spiegare bene cos’è una beatificazione, e che non si tratterà di fare vedere dei buoni cristiani uccisi da cattivi musulmani. Sembra che possa essere ben accolta da parte del governo l’eventualità di una beatificazione celebrata nel paese. Opposizione ce ne sarà sempre, magari pure nella Chiesa!

 

Torniamo a parlare dei sette monaci dell’Atlante, li ricordiamo con i loro nomi Christian, Luc, Christophe, Michel, Bruno, Celestin e Paul. Venivano da esperienze diverse, eppure nella semplicità della Trappa, una vita di contemplazione e di amicizia con il Signore, e nell’umiltà del loro lavoro sono stati un segno di speranza per quelle popolazione dell’Algeria profonda. Quale era la loro visione dell’Islam?

La loro visione dell’Islam non era unitaria! Christian, sia per la sua storia, sia per i suoi studi, era il più coinvolto nella dinamica del dialogo con l’Islam. Quando è stato eletto priore della comunità nel 1984 ha provato a spingere i suoi fratelli sul suo cammino, però non tutti ne condividevano la meta. Ci sono state delle tensioni. Alcuni fratelli non erano a Tibhirine per l’Islam ma più per radicalità di scelta, povertà, nascondimento … E tutti erano riservati nei confronti di una teologia del dialogo troppo concettuale. Hanno preferito scegliere la strada del dialogo della salvezza, del dialogo spirituale e del dialogo della vita. Il famoso “vivere insieme” che facciamo fatica a vivere oggi. L’Islam di cui parlava Christian era un Islam particolare, aperto al dialogo, quello dei sufi che venivano al monastero ma che non rappresenta l’Islam in generale, meno aperto e poco desideroso di legami con i cristiani.

Per Christophe, i suoi rapporti con i credenti dell’Islam avevano come scopo d’imparare da loro ciò che il Signore desiderava dirgli tramite questo contatto. Non credo che si ponesse come uno che vuole insegnare. Michel si nutriva degli incontri di preghiera con i sufi; il suo sguardo sull’Islam assomigliava ad un cammino condiviso verso Dio, in cui si aiuta a vicenda … Insomma, si può capire la loro visione se si parla di speranza. Speranza che ciascuno possa capire qual era il progetto di Dio su tutti gli uomini, e cioè portare alla comunione, la sua comunione, tra tutti gli uomini.

Parlando di loro non si può non parlare del Priore Christian de Clergé e del suo testamento scritto poco prima  di essere ucciso. Un documento straordinario. “Se mi capitasse un giorno di essere vittima del terrorismo, vorrei che si ricordasse che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese”. Scriveva così Christian nel testamento. Una sintonia con la Chiesa delle periferie tanto cara a Papa Francesco. Una Chiesa che non fa proselitismo ma si pone in amicizia umana con i poveri d’Algeria. Ho colto bene la visione ecclesiologica di Christian?

Sì, la parola vera è “amicizia”, incontrare l’altro nella sua differenza per arricchirsi a vicenda. Andare verso Dio e andare verso l’altro è un tutt’uno e non posso fare altro, diceva P. Christian. La stessa gratuità è necessaria e non si può andare avanti senza spogliarsi e senza rischio. Una cosa che colpisce è il desiderio dei fratelli di non cadere in un comunitarismo che esclude l’altro. C’era per loro una coscienza di una presenza da vivere là dove Dio li aveva chiamati: il servizio della preghiera e dell’incontro, una visitazione d’amicizia. Niente di trascendentale … ma una casa nella casa dell’Islam. Una piccola stanza amica che si apre su ciò che unisce. Christian non credeva molto nel dialogo teologico, per lui il dialogo era anzitutto esistenziale, cioè la vita con i vicini e la gente del paese, tramite la condivisione delle attività quotidiane e l’accoglienza al monastero.

L’Algeria è sempre stata un “laboratorio” storico del dialogo tra Cristianesimo e Islam. Un dialogo che nel XX Secolo ha conosciuto grandi protagonisti: Luis Massignon, i Piccoli Fratelli di Charles de Foucault, il Cardinale Duval (grande amico di Papa Paolo VI), senza dimenticare i padri domenicani del Cairo e, più vicino a noi,  il Padre Gesuita Paolo Dall’Oglio. Cosa può portare, oggi, lo “Spirito di Tibhirine” al dialogo tra Islam e Cristianesimo?

Tibhirine è un silenzio diventato Parola. Bisognerebbe sapere cos’è realmente lo “spirito di Tibhirine”. Nessuno conosceva Tibhirine prima … dei poveri monaci che vivevano nelle montagne d’Algeria … poi, “quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti” come dice San Paolo. Ecco il primo segno … non dobbiamo avere paura della nostra fragilità, della nostra piccolezza, dobbiamo accettarla e viverne perché è là dove Dio si rivela a noi e ci rivela di fronte agli altri.

Mi sembra che lo spirito di Tibhirine sia una sorta d’incarico spirituale che tutti abbiamo ricevuto: cercare il volto di Dio nell’altro, anche se crede diversamente di me. Dare di nuovo senso alla differenza nel quotidiano delle nostre vite. Se ignoriamo l’altro, allora crescerà il comunitarismo, perché si penserà che l’altro è solo un pericolo e che è meglio rinchiudersi tra di noi, circondati da chi ci somiglia. Ma ecco che i fratelli di Tibhirine non si sono mai ripiegati su loro stessi, neanche nei momenti più pericolosi.

E, magari, un ultimo pensiero che ci lasciano: una vita senza Dio non ha senso.

 

Il monastero di Tibhirine era un “segno sulla montagna”. Il vostro Ordine pensa che sia maturo il tempo del ritorno nell’Atlante?

Purtroppo, il tempo non è ancora maturo. Per diversi motivi, primo fra tutti direi perché c’è un peso noto d’eredità che non è da poco. Ovviamente, da parte della gente dei dintorni come pure da parte della Chiesa d’Algeria, c’è un’attesa, un desiderio di vedere dei monaci tornare a Tibhirine. Il nostro Ordine ha provato a mandare una comunità in Algeria, io sono stato uno dei monaci che erano disposti a tornarvi. Dopo alcuni mesi, nel 1998, ho capito che era ancora troppo presto. Era necessario lasciare tempo al tempo. Alcuni fratelli sono rimasti, con grande coraggio, ad Algeri fino al 2001, poi il tentativo si è concluso per via dell’impossibilità di abitare nel monastero per motivi di sicurezza. Dal 2001 al 2016, grazie alla tenacità e all’immane lavoro di padre Jean-Marie Lassausse, il monastero è rimasto vivo, divenendo meta di pellegrinaggio per i cristiani e per i musulmani. Da un anno la comunità del Cremini Ne prova a vivere nel monastero per assicurare una continuità. La cosa è ardua e non si sa come andrà a finire. Ma il monastero rimane proprietà del nostro Ordine e … chissà, un giorno sarà possibile vedere dei monaci vivere di nuovo lassù.

Ultima domanda: Voi appartenete all’ordine di  Thomas Merton. Una figura straordinaria della spiritualità del XX secolo. Un uomo di contemplazione ma anche di profezia sulla storia dell’uomo. Allora le chiedo: perché la trappa può essere un segno di profezia sul mondo?

Segno di profezia, penso che lo siamo già anche senza volerlo! Siamo chiamati a vivere con autenticità sempre più grande la nostra vocazione e la nostra consacrazione, tenendo conto delle esigenze del presente, così da essere testimoni di preghiera assidua, di sobrietà, di unità nella carità. Ecco il riassunto delle parole di Papa Francesco al nostro Capitolo Generale del 23 settembre scorso. Tutti gli elementi della nostra vita devono convergere per creare uno spazio nel cuore del monastero, e nel cuore di ciascuno là dove Dio e Cristo possano essere scoperti come il vero centro della vita. Ciò richiede della gratuità che manca tanto nel nostro mondo. Però mostrare che l’unione con Dio conduce all’unificazione della vita in Dio è una vera missione nel mondo e nella Chiesa di oggi. Ecco perché le foresterie dei monasteri sono sempre più piene di gente che cerca come arrivare all’incontro con Cristo per dare un autentico significato alla vita. Il mondo di oggi, a volte, somiglia ad un deserto moderno, e noi proviamo a vivere una vita comunitaria di comunione dove, come per tutti gli uomini, c’è chi soffre e c’è chi lotta … Profezia di comunione!


Testamento spirituale di Padre Christian de Chergé

Frère Christian de Chergé, priore della comunità, 59 anni, monaco dal 1969, in Algeria dal 1971. La personalità forte, umanamente e spiritualmente, del gruppo. Figlio di generale, ha conosciuto l’Algeria durante tre anni della sua infanzia e ventisette mesi di servizio militare in piena guerra d’indipendenza. Dopo gli studi al seminario dei carmelitani a Parigi, diventa cappellano del Sacré-Cœur di Montmartre a Parigi. Ma entra ben presto al monastero di Aiguebelle per raggiungere Tibhirine nel 1971. È lui che fa passare l’abbazia allo statuto di priorato per orientare il monastero verso una presenza di “oranti in mezzo ad altri oranti”. Aveva una conoscenza profonda dell’Islam, come si può ben capire leggendo questo bellissimo testo, e una straordinaria capacità di esprimere la vita e la ricerca della comunità. Lo pubblichiamo per aiutare il lettore a comprendere lo straordinario spessore spirituale di Padre Christian.

Quando si profila un ad-Dio

 

Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese.

 

Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.

 

La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.

 

Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.

 

Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.

 

Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la “grazia del martirio”, il doverla a un algerino chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’Islam.

 

So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’Islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.

 

L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.

 

Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: “Dica adesso quel che ne pensa!”. Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.

 

Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’Islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.

 

Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.

 

In questo grazie, in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!

 

E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!  Insc’Allah!

 

Algeri, 1º dicembre 1993 

Tibhirine, 1º gennaio 1994

 

Christian †

 

Dal sito : http://www.ora-et-labora.net/ecumenismotibhirine1994.html