“La competizione tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini si sposterà sul Vaticano”. Intervista a Maria Antonietta Calabrò

Giorgia Meloni, Matteo Salvini (Ansa)

All’interno della destra italiana si sta sviluppando, in maniera ormai palese, una competizione, per l’egemonia politica e culturale, tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Una competizione  che toccherà anche gli ambienti vaticani e  quelli ultra conservatori statunitensi . Come si svilupperà? Ne parliamo con Maria Antonietta Calabrò, vaticanista, giornalista d’inchiesta all’Huffingtonpost .

 

Mariantonietta, nei giorni scorsi a Roma, al Plaza Hotel, si è svolto un convegno della “National conservative conference” (un Think tank internazionale ultra conservatore). Il titolo del convegno era emblematico: “Dio, onore, patria: il presidente Ronald Reagan, Papa Giovanni Paolo II e la libertà delle nazioni”. C’erano diversi leader ultra conservatori europei, da Orban alla Meloni. Dei rilevanti aspetti politici parliamo dopo. Soffermiamoci prima sul titolo della Conferenza. Non trovi strumentale utilizzare il nome di San Giovanni Paolo II per una operazione in evidente contrasto con Papa Francesco? In nome di che cosa si usa la figura di Giovanni Paolo II?

“Appena ho saputo dell’iniziativa mi venuto in mente un detto che mi è stato riferito più di quindici anni fa, poco dopo l’elezione di Benedetto XVI. “Il Papa che va bene è sempre il Papa morto”. Anche la  Conferenza di Roma  non sfugge a questo aforisma. Giovanni Paolo II venne vissuto ai suoi tempi come un pericoloso destabilizzatole dello status quo, tanto che gli spararono. Anche dopo la caduta del Muro di Berlino venne attaccato per le sue aperture, concretizzatesi nello spirito di Assisi, per non parlare della sua ferma opposizione alla guerra in Iraq, del suo anatema contro i mafiosi e della sua critica al capitalismo selvaggio che lo trasformarono anche lui in un …”comunista”.

Quindi, l’operazione non è strumentale solo in rapporto al magistero di Papa Francesco, ma lo è per la memoria stessa del Papa Polacco.

Del resto gli organizzatori , riguardo  a Papa Francesco, hanno fatto un po’ male i loro conti. Visto che fu proprio Wojtyla a nominare cardinale Bergoglio. Secondo me il tentativo fatto a Roma, di brevissimo respiro, ha a che fare con la necessità di tentare di  trovare una nuova “sponda” in una figura che è stata Papa, visto che il riferimento che questa destra ha fatto negli ultimi anni al Papa emerito,  Ratzinger, ha perso, strada facendo, molto del suo appeal”.

E cioè?

“Il riferimento ad un essere cristiani “  et si Deus non daretur,” anche se Dio non esistesse, ha fatto il suo tempo . Il fatto è che lo stesso Ratzinger ne ha preso pubblicamente le distanze, già molti, molti anni fa.  Lo stesso  risulta nei documenti preparatori della sua Enciclica “Caritas in veritate” (2009), che ho pubblicato pochi mesi fa sull’Huffingtonpost. La formula degli atei devoti è sopravvissuta a lungo, ma solo sui media”.

 

Sappiamo benissimo che Gíovanni Paolo II era un anticomunista tenace, ma non era un uomo di destra. Le sue encicliche sociali parlano chiaro. E poi era un grande europeista.Lo stesso Reagan non era come Trump. Insomma se l’intento era di dare un’ anima agli ultra conservatori mi sembra che sia venuta fuori solo una “furbata ” per interessi politici… È così?

“Si, ma  bisogna intendersi su cosa si vuole dire con la parola politica. Mi sembra che si tratti di un tentativo di fornire un apparato ideologico-valoriale a movimenti, personaggi e anche partiti politici chenon  hanno sufficienti radici ideali. E’ il dramma di questa galassia di destra millennials: che va dallo scrittore conservatore Rod Dreher al cattolico austriaco che ha buttato nel Tevere la statuetta lignea della Pachamana”.

 

Al Convegno ha partecipato Giorgia Meloni. La stessa Meloni ha partecipato, a Washington, al “National prayer breakfast”. Ci puoi spiegare perché questo evento è così importante per gli ambienti USA e perché questa apertura di credito nei confronti di Giorgia Meloni? Agli occhi degli USA perché è più affidabile rispetto a Salvini?

“Io penso che la Meloni stia cercando un rapporto Oltreoceano, che con il suo partito non c’è mai stato. Alla fine non ha avuto l’opportunità di nemmeno una foto con Trump. Ha potuto salutare il Segretario di Stato Mike Pompeo. Salvini ebbe un incontro nel giugno dello scorso anno con Pompeo, al dipartimento di Stato , ma era vicepresidente del Consiglio e Ministro dell’Interno, e non andò affatto bene. Dopo due mesi la Lega e’ uscita dal  governo. Ed è arrivato “Giuseppi” (Conte).

L’evento del National parer breakfast risale al diciottesimo secolo, e ha avuto una nuova forma in base ad una legge del 1951. E’ un evento cui per legge deve partecipare il Presidente degli Stati uniti in carica, per sollecitare il popolo americano a ricorrere alla preghiera. Da noi sarebbe impensabile. Invece il  legame tra la vita civile della nazione americana e il rapporto con Dio è profondo: sulla moneta è inciso il motto “in god we trust”, il giorno del suo insediamento, il Presidente giura sulla Bibbia, non sulla Costituzione”.

 

Matteo Salvini, nei mesi scorsi, aveva ricevuto la “benedizione” del Cardinale Ruini, ex potentissimo presidente della CEI. Che tipo di conseguenze ha avuto la benedizione ruiniana? E come si sta muovendo Salvini nel mondo cattolico italiano?

“Lo  schema riuniamo non è storicamente più riproponibile. Assolutamente. Magari Salvini stravince le prossime elezioni, quando si tornerà a votare. Ma  se ciò avverrà ,le avrebbe stravinte comunque. Voglio dire che le potrebbe stravincere, non perché incamera i voti cattolici, ma  proprio perché l’Italia non è più ormai un paese cattolico”.

 

Opus Dei e Comunione e liberazione: come guardano a questi movimenti all’interno della destra italiana?

“Non guardano, secondo me. Francamente. Con tutti i loro limiti, si tratta di due strutture pienamente ecclesiali e quindi in comunione con il Papa, che è uno solo e che è Francesco”.

 

E la C E I come reagisce a queste manovre? 

“L’ha ben detto il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della CEI , chi non perde occasione di attaccare il Papa, chi pensa che la barca di Pietro sia troppo stretta, se ne faccia una ragione e vada da qualche altra parte”.

 

Per concludere pensi che, nei prossimi mesi, si svilupperà maggiormente la “gara” tra Salvini e Meloni per conquistare il voto cattolico?

“Ribadisco, che oggi come oggi, a livello di opinione pubblica diffusa, non esiste più un sentimento cattolico della popolazione. Ma penso che la Meloni porterà la competizione con Salvini anche per rapporto alla Chiesa ed in particolare al Vaticano.    Saprà essere più sottile e rassicurante. E’ una donna: è più duttile, meno grezza. Anche perché baciare rosari e farsi i selfie a Medjugorie, alla fine, non aggiunge molto. Se non la volontà di accaparrarsi per la propria politica delle pratiche religiose, ma poi trasforma questo in folclore e lascia il tempo che trova. Pochi giorni fa è stata pubblicata una bellissima copertina del Tablet in cui si vede Papa Francesco contendere lo stivale della penisola italiana a Salvini. Per il momento, forse, ci è riuscito”.

“Nel sovranismo ‘l’uomo forte’ alimenta un clima di egoismo e di nazionalismo esasperato”. Intervista a Padre Bartolomeo Sorge SJ

Anche nell’ambito del mondo cattolico italiano il “sovranismo” sta facendo discutere gli intellettuali, i teologi e i laici impegnati in politica. Sappiamo che Papa Francesco, nel suo Magistero sociale, ha più volte, anche con parole dure, messo in guardia dai pericoli del populismo e del sovranismo. Ma quali sono, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, i limiti di questo orientamento politico?  Il cattolicesimo democratico ha ancora un ruolo nella società italiana?  Quali sono le “strutture di peccato”che condizionano gravemente la politica italiana? Di tutto questo parliamo con un grande protagonista del cattolicesimo italiano: Padre Bartolomeo Sorge. Padre Sorge, gesuita, è  stato per molti anni direttore di due prestigiose riviste cattoliche: La Civiltà Cattolica e Aggiornamenti Sociali. Ha inoltre diretto l’Istituto Pedro Arrupe di. Palermo. Nel suo lungo apostolato intellettuale ha collaborato alla stesura di documenti importanti del Magistero della Chiesa. E’ autore di numerosi saggi. Tra gli ultimi ricordiamo quello scritto con la politologa Chiara Tintori: Perché il populismo fa male al popolo. Le deviazioni della democrazia e l’antidoto del «popolarismo» (Ed. Terra Santa, 2019).

 

Nell’ultimo rapporto CENSIS c’è un punto che ha colpito molto l’opinione pubblica: un italiano su due «spera nell’«uomo forte al potere», che non debba preoccuparsi di parlamento ed elezioni. Tutto questo in un quadro sociale sempre più «incattivito» e ansioso. Che spiegazione si è dato in questa «speranza» nell’uomo forte?

Il rapporto CENSIS conferma la crisi della democrazia rappresentativa in Italia. Questa, che è la forma più alta di democrazia finora sperimentata, dava sicurezza ai cittadini, perché poggiava sulle ideologie di massa, le quali garantivano coesione, ispirazione ideale e speranza. Nello stesso tempo, l’esistenza di partiti ideologici, fortemente strutturati grazie al «centralismo democratico», facilitava e in certa misura imponeva la partecipazione dei cittadini alla elaborazione e al controllo della politica nazionale.

Venute meno le ideologie di massa (smentite dalla storia), sono venuti meno di conseguenza i partiti ideologici, e i cittadini si sono trovati sbandati e insicuri. A questo punto, il bisogno innato di sicurezza che tutti abbiamo ha alimentato l’illusione che il superamento della crisi di fiducia e dello sbandamento seguiti alla fine dell’era ideologica, si sarebbe ottenuto affidando il potere a un solo «uomo forte». Sono nate così le due pseudo-ideologie del populismo e del sovranismo.

Nel populismo, l’«uomo forte» esercita il potere, richiamandosi direttamente al popolo, praticamente ignorando le intermediazioni istituzionali, caratteristiche della democrazia rappresentativa. E’ rimasta famosa la frase di uno di questi «pseudo-salvatori della patria»: «Anche se la Magistratura mi condanna, non importa; c’è il popolo che mi vota!» E’ evidente che, negando l’equilibrio e l’autonomia dei diversi poteri, si distrugge la democrazia rappresentativa.

Nel sovranismo invece l’uomo forte mira a ottenere democraticamente i «pieni poteri»; si atteggia, perciò, a difensore dei confini, dei valori e dell’identità nazionale («prima gli italiani!»), e non esita perfino a strumentalizzare la fede e i simboli religiosi. Così facendo, però, alimenta e diffonde un clima di odio, di egoismo, di razzismo e di nazionalismo esasperato..

Papa Francesco, con il suo magistero evangelico sociale, in questi anni ha messo in guardia contro i pericoli del populismo e del sovranismo. Ciononostante, diversi cattolici, anche fra la gerarchia, subiscono il fascino sovranista. Perché? Qual è la cosa più pericolosa del sovranismo?

I cattolici sono particolarmente sensibili alle ragioni appena ricordate. Del resto. non è la prima volta che membri del clero e della Gerarchia si lasciano affascinare dalla difesa  che l’«uomo forte» ostenta di alcuni valori che stanno a cuore alla Chiesa ai credenti, quali la difesa della vita, l’indissolubilità del matrimonio, l’affissione pubblica del crocifisso e altre forme di religiosità. Non ci si rende conto che la «buona politica» non consiste solo nel tutelare l’uno o l’altro valore fondamentale, se contemporaneamente – come avviene in tutte le dittature – si negano la libertà e altri diritti essenziali alla convivenza umana.

 

Le chiedo: come studioso della “Dottrina sociale” della Chiesa, la quale è molto attenta alle ragioni dei poveri, c’è una via per riavvicinare la democrazia ai poveri?

La grave questione del rapporto tra democrazia e povertà non si risolve con l’assistenzialismo (sebbene in certi casi, esso sia necessario), ma il problema va affrontato all’origine e alla radice, cioè eliminando le disuguaglianze. Tuttavia, ciò non è possibile, se la politica non ricupera la tensione etica e ideale, oggi smarrita, se la politica economica, in particolare, non è orientata al bene comune, che oggi è costantemente sacrificato alla ricerca del profitto e di altri’interessi settoriali. La politica finanziaria non può essere fine a se stessa. Nello stesso tempo, però, occorre trovare il modo di interpellare direttamente i poveri e le periferie sociali ed esistenziali, coinvolgendoli come soggetti responsabili del loro stesso sviluppo e non considerandoli solo un obbiettivo da raggiungere o un problema da risolvere. Si tratta, in altre parole, di realizzare una «democrazia matura».

Qual è la «struttura di peccato», per usare un termine della dottrina sociale della Chiesa, che condiziona la politica italiana?

Purtroppo non ce n’è una sola, ma le strutture di peccato che condizionano la nostra politica nazionale sono numerose e di natura diversa.  Alcune ci sovrastano dall’esterno, come per esempio il sistema economico internazionale, che – in questa stagione di progressiva globalizzazione – sono quelle che più generano disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo e nello sviluppo dei singoli popoli, fino a «uccidere», come denuncia papa Francesco. Vi sono poi molte altre «strutture di peccato», prive di solidarietà, che mirano esclusivamente al proprio profitto (si pensi, per esempio, ai paradisi fiscali, alle mafie e alle varie forme di organizzazione del crimine e della corruzione, all’industria della guerra e degli armamenti) e impediscono la nascita di una società fraterna e giusta, inclusiva, in grado di armonizzare sviluppo e integrazione.

Un autorevole Cardinale, in una intervista al Corriere della Sera,  ha affermato che il cattolicesimo democratico ha esaurito la sua rilevanza Le chiedo: il cattolicesimo democratico può avere ancora un ruolo in questa Italia egemonizzata dalla cultura «sovranista»?

Il cattolicesimo democratico non ha affatto esaurito la sua forza propulsiva. Grazie anche al ruolo determinante e insostituibile che esso ha avuto sia nella rinascita del Paese, dopo  le devastazioni dell’ultima guerra mondiale e del ventennio fascista, sia nella elaborazione della Carta costituzionale, i cui principi fondamentali concordano con la tradizione cattolico-democratica (in piena sintonia con la dottrina sociale della Chiesa): personalismo, solidarietà, sussidiarietà, bene comune. Ecco perché i grandi protagonisti del cattolicesimo democratico, da De Gasperi a Moro, non hanno perduto il loro valore ideale ed esemplare, sebbene la loro figura e la loro prassi partitica non siano più riproducibili nella mutata società dei nostri giorni, post-ideologica, secolarizzata e globalizzata.

Ci sono stati tentativi, anche recenti, di ricostruzione di strumenti politici cattolici (partiti d’ispirazione cristiana), mentre anche la Chiesa italiana insiste sulla esigenza di una presenza politica dei cattolici più efficace. C’è una via per un rinnovato protagonismo laicale profetico?

La presenza di un partito d’ispirazione cristiana (quali furono il Partito Popolare prima e la DC poi) si era resa necessaria nell’epoca delle ideologie di massa, quando votare per un partito significava scegliere una determinata ideologia, cioè preferire l’uno o l’altro tra modelli alternativi di società. La DC, perciò, incarnava l’ideologia «cattolica», contrapposta all’ideologia «comunista» e a quella «liberista».  Oggi, nell’era post-ideologica e della globalizzazione, i partiti sono sempre necessari, ma non ha più senso parlare di «partiti ideologici». Tanto meno ha senso parlare di partito o di politica «cattolici», dopo il Concilio Vaticano II. Nel mondo globalizzato non c’è più spazio per le vecchie contrapposizioni ideologiche. C’è bisogno invece di una «buona politica» universale, fondata su un nuovo umanesimo comune. E’, questa, una mèta difficile da raggiungere, perché è difficile cambiare mentalità, dopo cinquant’anni di battaglie e di lotte ideologiche; difatti non abbiamo ancora trovato quale nuova forma di presenza i cattolici debbano adottare per contribuire a realizzare una «buona politica» universale, condivisibile da tutti gli uomini di buona volontà, al di là delle vecchie appartenenze ideologiche. Papa Francesco ha dedicato a questo tema alcuni densi paragrafi della sua prima enciclica Evangelii gaudium (nn. 223-233), che devono ancora essere ben capiti, approfonditi e applicati. Ecco perché educare e formare soprattutto i giovani alla ricerca di nuove forme d’impegno sociale e politico dovrebbe essere una delle più importanti preoccupazioni pastorali della Chiesa. Un po’ come fece in Italia, a suo tempo, Pio XI, quando, durante la dittatura fascista, si preoccupò di preparare all’impegno sociale e politico una schiera di laici maturi, attraverso l’Azione Cattolica e l’Università Cattolica di Milano.

Se dovesse indicare a un giovane che vuole impegnarsi seriamente in politica una figura cui ispirarsi, per esemplarità, chi consiglierebbe?

Avrei solo l’imbarazzo della scelta… Preferirei, perciò, spiegargli la bellezza dell’impegno politico in sé. Insisterei sul fatto che dedicarsi alla politica è una «vocazione» e non una professione come un’altra qualsiasi. Infatti, vi sono scelte professionali che suppongono la vocazione, in quanto esigono la donazione totale di se stessi al servizio degli altri e del bene comune, rinunziando a cercare il proprio interesse e la propria affermazione; così avviene, per esempio, per un medico o per un sacerdote. Avere la vocazione significa soprattutto realizzare nella propria vita la sintesi tra spiritualità (tensione etica e ideale) e professionalità. Per essere bravi politici (o medici o preti) non basta essere «santi», ci vuole anche la preparazione professionale; ma non può  bastare la sola professionalità, se manca la «santità», cioè la dimensione oblativa, tipica di chi vive un ideale.

In questi mesi si è affermato il movimento delle «sardine». Cosa L’ha colpita di più?

Il fenomeno delle «sardine» costituisce una reazione positiva della coscienza democratica di fronte ai fenomeni patologici del populismo e del sovranismo e di fronte alla crisi e all’inerzia dei partiti. Le «sardine» quindi vanno viste come un segnale positivo, una ventata di aria nuova e fresca! Tuttavia, è ancora presto per giudicare quali siano la reale consistenza del movimento e il suo vero messaggio politico. Siamo di fronte a una gemmazione: può crescere e svilupparsi, ma potrebbe anche «bruciarsi» e seccare.

Ultima domanda: Lei ha un sogno per l’Italia?

Più che un sogno è un voto e un impegno: che tutti gli italiani imparino a vivere uniti, rispettandosi diversi.

 

(Ha collaborato Chiara Tintori)

“Mi auguro che il Pd possa presentarsi come uno sbocco accogliente e interessante per le Sardine”. Intervista a Giorgio Tonini

Sono giorni di acuta fibrillazione per la maggioranza governativa. Infatti è alla ricerca di una possibile mediazione sulla prescrizione. Non sarà facile mediare tra due rigidità contrapposte: quella di Renzi e quella del ministro Bonafede. Intanto nel PD, dopo lo scampato pericolo in Emilia-Romagna, si è aperto un dibattito sulle prospettive future di quel partito. Ne parliamo, in questa intervista, con Giorgio Tonini Capogruppo Pd nel Consiglio della Provincia autonoma di Trento e della Regione Trentino-Alto Adige ed esponente di spicco dell’anima liberal del PD.

Giorgio Tonini, mi consenta, prima di addentrarci nel tema principale della nostra conversazione (il PD), di fare una domanda di stretta attualità politica. Ovvero non è che Matteo (Renzi) sta esagerando sulla prescrizione? I toni sono apparsi un po’ troppo “salviniani”… il governo avrebbe bisogno di coesione… Invece qui siamo all’opposto, non le pare?
Sulla prescrizione sono sostanzialmente d’accordo con Matteo Renzi, che del resto sta ripetendo e rilanciando le ragioni del no del Pd alla riforma voluta e imposta dal M5S ai tempi del governo con la Lega. Lega che ora strilla e strepita, ma quando era al governo, quella riforma ha subìto e votato senza fare una piega. Penso che non possa non esserci, nel nostro ordinamento giuridico, un termine che traduca in pratica il principio costituzionale della ragionevole durata dei processi. Per evitare l’abuso delle prescrizioni bisogna sveltire la macchina della giustizia, non allungare indefinitamente i tempi. Detto questo, se si decide di andare al governo coi grillini, e Renzi ha deciso questo, anche forzando la parte più scettica del Pd, non si può non sapere che su temi come questi, posto che a nessuno si può chiedere l’abiura delle posizioni sostenute, è inevitabile ricercare e costruire faticose mediazioni. Renzi finge di ignorare questa elementare verità.
E finisce così per comportarsi come, ahimè, si comportano tutti i partitini, che hanno
l’ossessione della visibilità. Anche a costo di minare la coesione e la stessa credibilità
delle coalizioni di governo di cui fanno parte. È una dura legge della politica, che prescinde
in una certa misura dalla volontà soggettiva dei singoli leader. Una legge che ho visto
drammaticamente all’opera nel Senato diviso in due come una mela al tempo dell’Unione
(2006-08). Fu anche per superare quella situazione che nacque il Pd.

Parliamo del PD. Il successo di Bonaccini, in Emilia – Romagna, ha portato una boccata di ossigeno ai Dem. Al di là della particolarità regionale, c’è una lezione che può valere per l’intero partito?
La prima lezione, la più importante, è che non bisogna mai dimenticare che in democrazia
nulla è per sempre e che qualunque vittoria e qualunque sconfitta sono sempre reversibili.
Nel nostro dibattito pubblico c’è invece troppa emotività legata a situazioni contingenti.
Ricordo ancora lo psicodramma, in parte abilmente provocato, ma in parte anche sincero,
che si aprì nel Pd nel 2008, dopo la (inevitabile e assai onorevole) sconfitta di Veltroni, col
33 e mezzo per cento e 12 milioni di voti. Nei mesi successivi, come accade in tutte le
democrazie del mondo, i sondaggi premiarono Berlusconi (si chiama “luna di miele” e
gratifica tutti i governi…) e punirono il Pd, a vantaggio di Italia dei valori, il movimento di Di
Pietro che aveva preso il 4 per cento alle elezioni e veniva accreditato dell’8. C’era chi sosteneva che il Pd era già morto e il futuro del centrosinistra era l’ex-pm… Bene, io penso
che la prima lezione del voto emiliano è che bisognerebbe lasciarsi meno impressionare
dalle istantanee e sforzarsi un po’ di più di cogliere le tendenze di medio-lungo periodo, le
uniche sulle quali si possa ragionevolmente intervenire. Con pazienza e tenacia, due virtù
sconosciute ad un sistema politico-mediatico ossessionato da quello che Tomaso Padoa-
Schioppa chiamava lo short-termismo.

Il successo emiliano, però, ha messo in evidenza dei limiti grossi del riformismo di quella regione. Ed è anche un limite di tutto il riformismo a livello nazionale. Ovvero la distanza dai piccoli centri e dalle periferie…
Uno dei fenomeni di medio-lungo periodo evidenziati dal voto emiliano è in effetti il
dualismo tra aree urbane e aree rurali/montane e tra grandi e piccoli centri. La sinistra è
forte in città e la destra (in particolare la Lega) nelle campagne. Non è una novità. Già
dieci anni fa il sociologo bolognese Fausto Anderlini aveva segnalato la massiccia
infiltrazione della Lega nelle aree periferiche dell’Emilia Romagna. E aveva rilevato come
la persistente egemonia del centrosinistra in quella regione, specularmente alla situazione
del Veneto, fosse dovuta proprio alla prevalenza demografica delle aree urbane. Anderlini
ammoniva il centrosinistra rispetto all’emergere di una nuova insidia: il manifestarsi e lo
strutturarsi, principalmente nelle aree urbane, del M5S, che rischiava di svuotare
dall’interno il principale bacino elettorale del Pd, come in effetti è avvenuto negli anni
successivi. È stata proprio la riconquista del proprio elettorato urbano, grazie al declino del
M5S, la principale spiegazione del successo del Pd e di Bonaccini. Ma proprio per questo
la vittoria del centrosinistra in Emilia, che pure testimonia la resilienza del Pd e la sua
possibile ritrovata superiorità competitiva rispetto alla minaccia di erosione da parte del
M5S, non segna affatto il superamento delle ragioni strutturali del primato della destra,
oggi a guida leghista, nel nostro paese.

Insomma dove c’è più bisogno di proteggere, il PD non c’è. Una brutta eterogenesi dei fini per una forza di sinistra. Non è venuto il tempo di elaborare una idea di sinistra per la “protezione”? Perché lasciare alla propaganda securitaria della Lega questo tema?
È un grande tema europeo e occidentale. Provo a rispondere con le parole di Branko
Milanovic, che sull’ultimo numero di “Foreign Affairs”, dedicato al futuro del capitalismo,
scrive che “Il malessere occidentale rispetto alla globalizzazione è in gran parte il prodotto
del gap tra la ristrettezza numerica delle élite premiate dalla globalizzazione stessa e le
masse che ne hanno tratto ben modesti benefici e, più o meno fondatamente, identificano
nel commercio globale e nell’immigrazione le cause dei loro mali”. Rispetto a questo
malessere, le forze politiche di sinistra vengono percepite come impotenti, se non
addirittura complici. E se non è visibile nessuna realistica prospettiva di tutela e
promozione degli interessi deboli dentro la globalizzazione, si finisce per considerare
come unica risorsa disponibile l’opposizione alla globalizzazione in quanto tale, attraverso
le forze politiche, sociali e culturali di stampo populista, sovranista, identitario. In quello
stesso saggio, Milanovic sostiene (e per quanto mi riguarda condivido questa sua
posizione) che non sarà il ritorno ad un vecchio schema socialdemocratico la via d’uscita
della sinistra dalla sua crisi. Piuttosto servono vie nuove, come quella che lo stesso
Milanovic definisce “People’s capitalism”, capitalismo popolare, “simile al capitalismo
socialdemocratico nella preoccupazione per la disuguaglianza, ma proteso verso un tipo
diverso di uguaglianza, centrato non più tanto sulla redistribuzione del reddito, quanto su
quella degli asset, in particolare finanziari, e di skill, di profilo formativo e professionale”.
Suggestioni interessanti, ma siamo, come si capisce, molto indietro rispetto all’urgenza di definire una proposta programmatica convincente e vincente. Una proposta che peraltro
dovrà assumere una dimensione europea. E questo, stante l’attuale stato di salute
dell’Unione, è un problema nel problema.

Ora per Zingaretti è prioritario aprire il PD, “spalancare” le porte, per usare una espressione di Papa Wojtila, a tutto il campo progressista. Però, paradossalmente, non è un limite? Voglio dire che Bonaccini è stato in grado di raggiungere altri lidi, lo stesso Beppe Sala vince perché raggiunge mondi diversi. Qual è il suo pensiero? E ancora: questa apertura, che cerca Zingaretti, implicherà una rottura delle oligarchie interne? Qui c’è il tema della cessione di potere alla società civile…
Quello dell’apertura alla società civile è un tema permanente nella vicenda storica dei
grandi partiti, che tendono sempre a stabilizzare il primato del gruppo egemonico, anche a
prezzo di perdere una quota di consensi. Il Pd si è proposto sin dalle origini come “partito
aperto”, sul piano organizzativo, e “a vocazione maggioritaria”, su quello politico e
programmatico. Siamo tuttavia lontani dal raggiungimento di questo modello. Al contrario,
il Pd in questi anni ha conosciuto una grave involuzione oligarchica, che ha segnato un
ritrovato controllo dell’establishment correntizio sul partito, attraverso la gestione delle
carriere politiche. Basti pensare ai criteri con i quali è stata composta la delegazione del
Pd al governo: l’antico manuale Cencelli lasciava più spazi alla fantasia… La progressiva
chiusura su se stesso del partito “aperto” (si pensi al rarefarsi del ricorso alle primarie
come strumento per rendere effettivamente contendibili le candidature, almeno alle
cariche monocratiche) ha portato anche ad un parallelo, progressivo appannarsi della
“vocazione maggioritaria”, fino a revocare in dubbio l’identità stessa del Pd come Casa
comune dei riformisti. Al contrario della tensione unitaria e unitiva che caratterizzava
l’Ulivo e poi il Pd delle origini, basati sulla scommessa che l’incontro tra forze e tradizioni
politiche diverse fosse elettoralmente oltre che politicamente espansivo, fino a raggiungere
ceti, interessi, culture collocati ben oltre i tradizionali confini della sinistra, oggi assistiamo
ad una nuova, pericolosa tendenza alla divisione e alla frammentazione. Mi auguro che
Zingaretti voglia e riesca ad invertire questa tendenza e a rilanciare in termini innovativi la
duplice impresa del partito aperto e a vocazione maggioritaria.

Parliamo delle “6000 Sardine”. Le Sardine hanno fatto un grande lavoro di “coscientizzazione” nel popolo del centrosinistra e non solo. Però, in questi giorni, sono uscite delle fibrillazioni causate da una fotografia con Benetton. È stato un brutto scivolone certamente. Forse per loro è suonata una campana d’allarme?
Il principale motivo dell’interesse che hanno suscitato in me le “Sardine” è stato il loro
presentarsi come un movimento contro la politica “contro” e per una politica “per”. In
questo senso hanno ricreato il clima dell’Ulivo di Prodi e del Pd di Veltroni. Dopodiché,
sappiamo che questi movimenti, che in alcuni tornanti storici possono giocare un ruolo
decisivo, sono strumenti monouso. Mi auguro che il Pd possa presentarsi come uno
sbocco accogliente e interessante per le energie, in particolare giovanili, che con quel
simbolo solo apparentemente leggero (come l’ulivo anche il pesce è un antico simbolo
cristiano…) si sono radunate e ritrovate. Alle elezioni emiliane, a me pare che le “Sardine”
abbiano rappresentato il principale veicolo simbolico del ritorno al Pd dei voti persi in
direzione del M5S. Un “effetto collaterale” provocato dalla bulimia comunicativa di Salvini e
del suo messaggio estremistico e divisivo. Col suo invadente presenzialismo nella
campagna elettorale emiliana, Salvini ha ripolarizzato fortemente lo scontro sull’asse
destra-sinistra, ridimensionando l’altro crinale, quello vecchio-nuovo. Salvini ha così
prosciugato l’acqua nella quale nuotavano i grillini che sono tornati al centrosinistra in
forma di sardine. Ma per le ragioni strutturali descritte da Anderlini, se prevale l’asse destra-sinistra, in una regione come l’Emilia-Romagna, finisce per vincere la sinistra. Una
strategia suicida, quella del leader della Lega, se si pensa che gli sarebbe bastata una
cifra elettorale appena più alta dei grillini per assicurarsi la vittoria. Dopo il pesante
fallimento della prova di governo e la sconcertante ingenuità con la quale ha condotto la
manovra di palazzo che avrebbe dovuto portare alle elezioni anticipate, Salvini esce dalle
elezioni emiliane fortemente ridimensionato anche come stratega elettorale. Il che non
significa, almeno nell’immediato, che non resti fortissimo sul piano del consenso.

Zingaretti dice: siamo tornati al bipolarismo “destra-sinistra”. Le chiedo come si fa a concepire un nuovo bipolarismo quando i 5 Stelle continuano nella loro ambiguità e l’accordo, tra le forze di governo, prevede una forte legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5%?
Dalle elezioni regionali (tutte, non solo quelle dell’Emilia-Romagna) è emersa una
conferma dello schema bipolare lungo l’asse destra-sinistra. Credo tuttavia che sia un
errore ragionare di legge elettorale avendo presente il panorama politico (e magari, perfino
i rapporti di forza) di una determinata stagione. È una delle varianti più gravi di quello che
prima, citando Padoa-Schioppa, chiamavo lo short-termismo. Per me la legge elettorale
deve garantire la rappresentanza, ma anche combattere la frammentazione e soprattutto
consentire ai cittadini di decidere chi debba governare. Mi piacerebbe che il Pd si sedesse
al tavolo del confronto con questa visione ben chiara. Poi sulle scelte tecniche si possono
fare tutte le mediazioni. Purché sia chiara la visione di democrazia che proponiamo. E si
provi a tradurla in una legge elettorale che valga se non per sempre, per un arco
temporale di lungo respiro.

Ultima domanda: Qual è l’avversario più temibile, nella destra, Giorgia Meloni o Matteo Salvini?
Oggi il leader della destra è Salvini, domani non sappiamo. Perché i leader passano, gli
schieramenti, la destra e la sinistra, si modificano, evolvono o involvono, ma restano. Per
questo ho sempre trovato, non saprei dire se più penose o più risibili, le scissioni motivate
da questioni contingenti. Una volta si usciva da un partito in base al giudizio sull’Unione
Sovietica. Oggi si lascia perché non si condivide un segretario o una scelta di governo. Ma
la politica democratica ha bisogno di istituzioni forti e di partiti grandi e stabili. Non
dell’inseguimento di mode passeggere.