“Un patto per l’Italia per evitare il disordine sociale”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

 

Entrano in vigore oggi le misure del dpcm che il premier Giuseppe Conte ha presentato ieri in conferenza stampa. Le restrizioni al momento colpiscono in particolare bar, gelaterie e ristoranti oltre che palestre, piscine, cinema e teatri. E, insieme a coprifuoco, didattica a distanza e smart working, puntano a ridurre drasticamente l’incidenza dei flussi di persone sul trasporto pubblico locale. Il governo auspica che l’intervento sia sufficiente per evitare un secondo lockdown da qui a Natale. La situazione in Europa non è migliore, in Francia e Spagna in particolare si registrano trend di crescita dell’epidemia più forti di quello italiano, come del resto nel Regno Unito. Abbiamo parlato delle ricadute sull’economia con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

 

Sabella, il weekend oltre che dall’intervento del Governo è stato caratterizzato da fenomeni di disordine sociale in due città importanti come Napoli e Roma, segno della pericolosità di un altro rallentamento per la nostra economia. Da questo punto di vista, che previsioni possiamo azzardare?

È difficile fare previsioni in questo momento perché non abbiamo idea della possibile evoluzione dell’epidemia. E auguriamoci che abbiano ragione al Governo, ovvero che questa stretta adottata ci permetta di evitare un secondo lockdown. Non concordo con i toni apocalittici sul nostro Paese perché vi è chi in Europa, e non solo, sta peggio di noi. Non credo quindi che, in caso di secondo lockdown, saremo gli unici. Questo per dire che se vi sarà un problema per l’economia sarà esteso. E quindi saranno adottate misure comuni a livello europeo per esempio. Il problema nostro, tuttavia, è da una parte che il nostro tessuto produttivo, in particolare la piccola impresa, è molto fragile, quindi chi chiude oggi – magari per la seconda volta – rischia di non aprire più; dall’altra, con un debito pubblico così alto abbiamo più difficoltà nell’immediato ad attuare misure di sostegno al lavoro e all’impresa; e sono proprio i tempi con cui si interviene a fare la differenza. Napoli e Roma ci dicono, in questo senso, che dobbiamo stare molto attenti, il disordine sociale è il rischio più grande che corriamo. È vero che la salute è la cosa più importante, ma è anche vero che non c’è salute senza economia.

Pare evidente che il Governo non abbia un piano per proteggere e rilanciare la nostra economia. Perché questa politica debole e cosa auspicare adesso?

Siamo senza un indirizzo politico – e ciò è molto pericoloso – perché il governo è male allestito e frammentato al proprio interno. Intanto, non vi è una presenza capace di una visione economica di crescita e di sviluppo, Gualtieri è uomo più legato a politiche di bilancio e Patuanelli, da questo punto di vista, è giovane e poco esperto. Andrebbe scritto un piano per la resistenza e per la ripartenza, ma è un lavoro che può essere frutto soltanto di un percorso condiviso, dal Governo e dalle rappresentanze di impresa e lavoro. Non tanto per dare il contentino a Confindustria e sindacati che lamentano di non essere coinvolti nei provvedimenti adottati, ma perché, diversamente, la miglior idea rischia di restare lettera morta.

Il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi propone un “patto per l’Italia”, qual è il suo pensiero?

Si, questa è la strada. Dico di più: dentro la Confindustria e nel sindacato ci sono le risorse e le intelligenze più preziose per costruire un piano per l’economia. Vi sono centri studi che, a differenza dei partiti, producono ancora studi e ricerche valide. Proprio in questi giorni, Bonomi ha presentato il manifesto programmatico degli industriali dal titolo suggestivo “il coraggio del futuro”. È difficile però costruire il futuro attraverso un Patto per il Paese se, però, la Confindustria continua a litigare con le controparti e a non avere un dialogo col Governo. Intendiamoci: non sto dicendo che questa situazione è colpa della Confindustria, dico che soltanto la Confindustria ha la forza di essere soggetto propulsore per ricomporre questa situazione frammentata.

Gli industriali, in questa fase difficile, sono sembrati invece più attenti al loro interesse particolare. Cosa dovevano fare secondo lei?

Dentro le organizzazioni di rappresentanza è sempre molto difficile mediare e fare emergere una linea. Ed è chiaro che, in assenza di una linea, prevale l’interesse particolare. Per questi motivi, è semplicistico dire cosa la Confindustria doveva fare… mi sarei però aspettato, nel momento in cui il contagio iniziava a diffondersi, che gli Industriali dessero un segnale inequivocabile a tutela della salute e della vita dei lavoratori. È quello che hanno fatto alcune grandi imprese: hanno chiuso subito per rendere i loro luoghi di lavoro più sicuri e predisposti per il tracciamento delle persone. Era sufficiente affermare in modo forte che le persone e il lavoro sono la risorsa più importante che abbiamo, e che quindi va tutelata. In quel momento c’è stato il primo cortocircuito forte col sindacato, ci si è messi a litigare sulle attività essenziali per arrivare a quella misura stupida sui codici ateco senza privilegiare, invece, standard di sicurezza dentro i luoghi di lavoro. È anche vero che in quella fase si era dentro il semestre bianco di Boccia e la designazione di Bonomi: resta il fatto che questo segnale non è arrivato e ne sono seguiti momenti di tensione molto forte con i sindacati.

Anche di recente, in particolare sui contratti, sono emerse tensioni forti tra Confindustria e sindacati…

Ecco, anche in questa fase mi è sembrato che non ci fosse la giusta consapevolezza tra le Parti che in questo momento di debolezza della politica non vi è altra possibilità: sono loro che devono supplire a questa mancanza. Bonomi ha più volte parlato di una rivoluzione dei contratti. Al di là del fatto che da anni, ormai, i contratti li scrivono in modo indipendente le federazioni di categoria – le confederazioni fanno sempre più fatica a scrivere le politiche contrattuali in un momento di forte cambiamento dentro i luoghi di lavoro – a me sembra che l’unica cosa da fare in questo momento sia ciò che viene proposto – ancora una volta – dai metalmeccanici, dalla Uilm in particolare: né aumenti, né licenziamenti. In un momento di contrazione così potente per l’economia, ha senso discutere di distribuzione della ricchezza quando abbiamo il problema della sopravvivenza? Inoltre, questa idea che si crea crescita dai contratti mi sembra vecchia come la macchina a vapore. L’unica leva reale per la crescita sono gli investimenti, ciò che manca in questo Paese da quasi 30 anni. E, guarda caso, sono 30 anni che non crescono i salari. Auguriamoci che il Recovery Fund sia occasione per rilanciare davvero la nostra industria.

In questo senso, come potremmo sfruttare al meglio il Recovery Fund?

Prima di tutto, dobbiamo resistere e superare questo autunno difficilissimo, sia sul piano economico che su quello sociale. Nel frattempo, auspichiamo che rapidamente Commissione e Parlamento europeo mettano a punto il Recovery Fund e che si avvii questo processo di sostegno fondamentale agli stati membri. Ciò va nella direzione, anche, di rilanciare le filiere produttive, sia da un punto di vista della loro innovazione tecnologica sia da un punto di vista della loro maggior sostenibilità ambientale. L’Italia è secondo Paese manifatturiero d’Europa e potentemente integrata con la grande piattaforma produttiva tedesca. Questo ci dice che abbiamo una grande opportunità di rilanciare la nostra economia ma che ognuno deve fare la sua parte: la formazione delle persone, le loro competenze, l’innovazione digitale, i nuovi modelli organizzativi, la produzione sostenibile, i nuovi approvvigionamenti energetici… sono tutte voci che costituiscono il Green New Deal europeo che dobbiamo mettere a sistema – in Italia vi sono numerose pratiche avanzate – e che possono essere le fondamenta per il “Patto per l’Italia” di cui parla Bonomi. Bisogna governare non solo la crisi ma, anche e soprattutto, l’innovazione del nostro sistema produttivo e la transizione ecologica ed energetica. Il Recovery Fund serve a questo e le economie avanzate sono concentrate su questi obiettivi. Se non lo fa anche l’Italia, si ritroverà staccata. Con pesanti conseguenze sul piano sociale. Inutile dire che non ce lo possiamo permettere.

“RECOVERY FUND: INDIETRO NON SI TORNA, ECCO PERCHÉ”. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA

Com’è noto, è scontro aperto tra Parlamento e Consiglio europeo sul negoziato per il bilancio Ue 2021-2027 e il piano Next Generation EU, di cui il Recovery Fund è il principale pilastro. Uno stop che fa aumentare il rischio di uno slittamento di tutto il pacchetto e su cui sempre più probabilmente il prossimo vertice europeo del 15 e 16 ottobre sarà chiamato a intervenire. Al centro della contesa c’è la richiesta del Parlamento di aumentare gli stanziamenti previsti nella proposta di bilancio su ben 15 capitoli di spesa, tra cui i programmi per digitalizzazione e lavoro. Ma anche l’obiettivo di rafforzare il legame tra rispetto delle regole dello stato di diritto ed erogazione dei fondi europei, un tema che tocca direttamente Polonia e Ungheria, Paesi sotto osservazione per le norme con cui, secondo la Commissione, sono stati messi in discussioni alcuni principi democratici fondamentali. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry4.0 ed esperto di politiche europee.

Sabella, cosa sta succedendo in Europa relativamente al rallentamento del piano Next Generation EU?

È un negoziato molto complesso, lo sappiamo dall’inizio. Al Parlamento tocca dare seguito e concretezza all’accordo politico del Consiglio ed è normale che possano esservi delle criticità e delle complicazioni. In un mondo in cui la comunicazione non avesse questo livello di pervasività, ciò non costituirebbe notizia alcuna. Ma lei sa meglio di me non è così, tanto che un simile contrattempo diventa notizia da prima pagina.

Sta dicendo quindi che la trattativa andrà avanti e si concluderà positivamente?

Si, sto dicendo questo. Non credo che il Parlamento europeo possa fermare un accordo raggiunto tra 27 capi di governo e in cui le grandi potenze sono tutte dalla stessa parte (Germania, Francia e Italia). Evidentemente, in questo momento, vi sono ragioni di merito e fisiologiche che comportano un rallentamento dei lavori parlamentari. Certo, nel frattempo la finanza pubblica di molti stati nazionali soffre – come la nostra ad esempio – ma, ahimè, non c’è niente da fare. Sottolineerei piuttosto, ancora una volta, la grande risposta che l’Unione europea sta dando all’emergenza sanitaria ed economica.

Perché, secondo lei, sul Recovery Fund non vi saranno sorprese?

Torniamo per un momento al 19 maggio 2020, quando inizia il negoziato che poi porta all’accordo di luglio. Angela Merkel dice: “Lo Stato nazione non ha futuro, la Germania starà bene solo se l’Europa starà bene”. Può la cancelliera Merkel pronunciare parole di questa pesantezza ed essere smentita dai fatti? Anche in sede di Consiglio, l’accordo è stato molto complesso, ma era chiaro che si sarebbe arrivati lì. Per due ragioni fondamentali. La prima è di natura economica: la necessità di innovare l’industria – in Germania questa esigenza è molto forte – è ciò che ha convinto i tedeschi che è il momento di investire e che, oggi, con le sole politiche di bilancio si rischia di morire sotto i colpi dell’economia cinese e americana. Investire, naturalmente, significa anche creare opportunità per il lavoro in un momento di forte contrazione che si aggiunge a un rallentamento generale in cui soffre, in particolare, l’occupazione. E se a soffrire è l’occupazione, ne risentono a loro volta mercato e consumo. Nell’ottica di rivitalizzare domanda e mercato interno – visto che l’export cala e probabilmente calerà sempre più – oggi non resta che questa strada.

E la seconda ragione a cui alludeva?

La seconda ragione è di natura politica: questa è la grande occasione per far crescere l’integrazione dell’Unione europea. Ed è condizione necessaria per tornare a essere competitivi nei confronti di USA e Cina. Non dimentichiamoci che negli ultimi anni, mentre rallentava il commercio mondiale, USA e Cina continuavano a produrre ricchezza. Dal 2017, invece, Europa e Germania in particolare – che ne è l’epicentro produttivo – interrompevano la loro crescita. Ciò da una parte in ragione del rallentamento degli scambi, dall’altra in conseguenza del calo di competitività dell’industria europea. Ed è questo fattore che ha portato già la Commissione Juncker a condividere il piano Green New Deal che trova oggi sbocco nel Recovery Fund. Non può essere quindi un intoppo di natura parlamentare a fermare questa grande macchina che è in corsa da quasi 3 anni e che è destinata a cambiare l’Unione europea.

In questo momento in Europa vi è una interessante crescita della produzione industriale che ci induce a sperare nella ripresa, anche se resta l’incognita di una seconda ondata pandemica e l’ombra di nuovi lockdown. Come vede, al netto di queste variabili, l’Europa nel mondo post covid?

L’Italia è proprio uno dei Paesi europei in cui la produzione industriale si sta riprendendo meglio. Come lei giustamente richiama, vi è qualche incognita per cui possiamo dire che intanto dobbiamo preoccuparci di lavorare duro per colmare il deficit tecnologico e di competitività che abbiamo nei confronti di USA e Cina. Come sappiamo, negli ultimi 5 anni l’85% degli investimenti in intelligenza artificiale è stato realizzato in aziende americane e cinesi: è ovvio che il gap in innovazione digitale generi poi questo ritardo sui mercati. Per questo, soprattutto, serve il Recovery Fund, oltre che a portare su livelli di maggior sostenibilità le nostre filiere produttive. Le due cose sono tuttavia connesse.

È previsto infatti che il 35% delle risorse del Recovery Fund siano destinate all’evoluzione sostenibile delle produzioni e alla lotta al cambiamento climatico. Perché lei dice che digitale e sostenibilità ambientale sono due aspetti connessi?

Perché il processo di digitalizzazione genera una crescente e progressiva dematerializzazione dell’economia. La digitalizzazione sta rendendo l’industria sempre più indipendente dalle materie prime. Come dice Andrew McAfee, capo ricercatore al MIT di Harvard, il progresso tecnologico ha cambiato pelle: computer, internet e tecnologie digitali ci stanno permettendo di dematerializzare produzioni e prodotti consentendoci di consumare sempre di più attingendo sempre di meno. Dematerializzare significa appunto conseguire una riduzione dell’uso di materie prime nell’economia, aumentando la produttività delle risorse naturali per unità di valore. E il digitale è il nuovo motore che rompe col paradigma dell’era industriale della macchina a vapore e dei suoi discendenti capaci di attingere dai combustibili fossili. Poi c’è tutto il capitolo delle energie alternative, del gas al posto del carbone, dell’auto elettrica e dell’economia circolare. Sono tutte voci previste nel Green Deal europeo col quale l’Europa intende tornare a competere con USA e Cina e raggiungere nel 2050 la carbon neutrality (emissioni zero).

Secondo lei, quindi, l’Europa tornerà tra i grandi del mondo?

Io penso che l’Europa oggi stia facendo un grande lavoro e stia, almeno sulla carta, rispondendo a un processo di involuzione che dura da troppo tempo, dalla crisi del 2008 a cui abbiamo risposto con le sole politiche di bilancio. Oggi, quantomeno, si stanno mettendo delle basi importanti per la ripartenza, non dimentichiamoci che in Europa vi sono ancora livelli di disoccupazione molto alti. E, come dice papa Francesco nella recente enciclica Fratelli Tutti, “in una società realmente progredita, il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale”. Abbiamo bisogno di tornare a investire dopo trent’anni in cui abbiamo fatto gli investimenti più importanti nel mondo asiatico. Questo è oggi programma comune in Europa, l’Unione ha un futuro se tornano a crescere economia e lavoro. Ecco perché il Recovery Fund è irreversibile, al di là dei contrattempi parlamentari e di quella narrazione che piace molto agli antieuropeisti.

Eni porta l’ex Ilva nel Green New Deal. Intervista a Giuseppe Sabella

Si è tenuto ieri pomeriggio un vertice al Ministero dello Sviluppo Economico a cui hanno preso parte il Ministro Patuanelli e i sindacati. Dagli elementi che sono emersi, anche in virtù di alcune dichiarazioni di chi era presente, la vicenda Ilva sembra giunta ad un punto di svolta. Anche perché, in assenza di un vero cambio di marcia, ArcelorMittal potrebbe lasciare Taranto dal 1 dicembre 2020. Inoltre, la notizia diffusasi in serata relativamente all’incarico affidato a Eni – da parte di Mittal – per la progettazione delle bonifiche di suoli e falda a Taranto, suona come una novità importante. Ne abbiamo parlato Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0, che dall’inizio segue le vicende della ex Ilva.

Sabella, ieri sera – al termine del vertice al Mise – i sindacati hanno deciso di sospendere lo sciopero dei lavoratori dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal di Taranto previsto per oggi. Si tratta indubbiamente di un segnale positivo. Come sta evolvendo la situazione?

I sindacati ieri hanno avuto rassicurazione da parte del Governo soprattutto in relazione al confronto che dal primo ottobre si aprirà con ArcelorMittal relativamente al nuovo piano industriale e agli assetti proprietari del gruppo, in modo da chiudere presumibilmente la trattativa entro il mese di ottobre. Del resto non vi è alternativa: o il Governo si accorda con Mittal o la multinazionale franco-indiana lascerà l’Italia. Personalmente, come anche in altre occasioni ho avuto modo di dire a RaiNews, non ho mai creduto a questo scenario che sarebbe oltremodo funesto per la nostra industria.

Qual è intanto la situazione nella ex Ilva, in particolare a Taranto?

Com’è noto, recentemente è partita un’altra massiccia dose di cassa integrazione. Solo nel sito di Taranto vi sono quasi 5.000 lavoratori in cig per 9 settimane. La produzione di acciaio sta viaggiando a livelli molto bassi, si stima che a fine anno raggiungerà 4 milioni di tonnellate rispetto agli 8 previsti. Da una parte incide senza dubbio il rallentamento del commercio mondiale anche se i mesi di marzo e aprile – quelli con il lockdown più pervasivo – sono quelli in cui Arcelor Mittal è ricorsa meno agli ammortizzatori sociali, evidentemente sfruttando il fermo di qualche competitor diretto. Dall’altra, restano i problemi relativi alla crisi del settore auto – aggravatasi con la pandemia – e alla concorrenza cinese e turca. Ciò spiega le difficoltà che il colosso della siderurgia ha incontrato nel 2020. Vi sono però responsabilità del Governo che ne hanno rallentato la ripresa.

A cosa si riferisce in particolare?

Intanto, a marzo di quest’anno veniva finalmente risolto il contenzioso esploso con la revoca dello scudo penale: Mittal ritirava la sua volontà di recedere e il Governo si impegnava a realizzare investimenti green. Siamo quasi a ottobre e nessuno ha ancora contezza di cosa intende fare il governo. Addirittura, tra lunedì e martedì di questa settimana, a tal proposito il ministro Roberto Gualtieri ha rilanciato l’idea della produzione a gas (idrogeno, tecnologia DRI), molto costosa – è ciò in cui il Governo si è impegnato – ma in grado di avviare la grande fabbrica verso un vero percorso di sostenibilità ambientale. Poco dopo, il responsabile del Mise Stefano Patuanelli diceva che la produzione a gas non è un’ipotesi concreta. È evidente che al governo non hanno le idee chiare. Ed è grave, perché è ovvio che in questo contesto l’azienda ha tutto da guadagnare – scaricando i costi del personale sulle casse dello Stato con la cig – e a farne le spese sono i lavoratori.

Perché Mittal potrebbe lasciare l’Italia e perché secondo lei non lo farà?

Perché l’accordo del marzo scorso prevede che senza gli investimenti che il governo si è impegnato a fare – a cui seguirà un nuovo assetto societario con la partecipazione dello Stato in ArcelorMittal Italia – dal 1° dicembre 2020, Mittal potrebbe lasciare l’Italia esercitando una clausola rescissoria di 500 milioni di euro. Fino a quando il Governo non presenterà una proposta concreta a Mittal – che investimenti vuole fare, quanto vuole investire e che quota vuole di Arcelor Mittal Italia – il player franco-indiano farà sempre più rallentare lo stabilimento, producendo acciaio altrove e andando verso il recesso a dicembre. È auspicabile che non si verifichi questo scenario perché non sarà semplice trovare un altro player privato. A ogni modo, come dicevo, sono convinto che questo resterà solo un pericolo perché l’operazione che è alle porte sarà molto conveniente per ArcelorMittal.

Perché secondo lei questa operazione risulterà conveniente e interessante per ArcelorMittal? E se mai non lo fosse e Mittal lasciasse, esiste un altro investitore che potrebbe subentrare?

Non credo che possa esistere un altro investitore che, al punto in cui è giunta la vicenda, decida di immolarsi su una strada così patologica e complessa. E lo Stato non è in grado di gestire la situazione da solo, già lo abbiamo visto negli anni del Commissariamento (2012-2018). L’expertise del privato è fondamentale, il pubblico non riesce nemmeno a fare politiche per l’industria 4.0 tanto è il deficit di innovazione che registriamo in Italia figuriamoci a gestire uno dei siti più complessi che abbiamo. Quindi, bisogna che il Governo faccia di tutto per non perdere Mittal. A ogni modo, ieri sera Patuanelli ha dato queste rassicurazioni ai sindacati.

Nello specifico, cosa ha reso noto il Ministro ai sindacati?

Sulla base di qualche indiscrezione, possiamo dire che Patuanelli ha detto loro che a breve dovrebbe arrivare a conclusione la due diligence avviata da Invitalia e finalizzata al possibile coinvestimento in ArcelorMittal. Quanto agli investimenti, il titolare del Mise avrebbe parlato di un fondo da 3 miliardi di euro, risorse che in gran parte arrivano dall’Europa per riprogettare e modernizzare la grande fabbrica. Lo stabilimento dell’ex Ilva va indirizzato verso una sua evoluzione green. A Taranto vi è uno dei distretti industriali più importanti d’Europa, con vicino un porto strategico. Non solo va rilanciato con le risorse del Recovery Fund – il cui fine è il rilancio delle produzioni anche in un’ottica green – ma potrebbe anche diventare una delle operazioni più interessanti del Green New Deal tanto caro a Ursula von der Leyen e a Giuseppe Conte. La portata dell’operazione spiega da sé perché per ArcelorMittal sia conveniente.

Intanto, nelle ultime ore si è diffusa la notizia che Mittal ha incaricato Eni per la progettazione delle bonifiche di suoli e falda dell’ex Ilva a Taranto. Pare elemento dirimente, lei cosa ne pensa?

Sono d’accordo con lei. Questa è una notizia importantissima. Eni Rewind, società ambientale di Eni e centro di eccellenza nel risanamento e nella valorizzazione delle risorse naturali in ottica circolare, si occuperà di assistere ArceloMittal nella progettazione degli interventi di bonifica dell’area ex Ilva a Taranto. L’accordo tra Mittal ed Eni contempla anche l’assistenza specialistica nell’iter autorizzativo finalizzato all’approvazione da parte degli enti preposti del progetto di messa in sicurezza operativa dello stabilimento ArcelorMittal Italia a Taranto. Insomma, la scadenza elettorale alle spalle permette ora al Governo di dedicarsi ai dossier urgenti. Questo è uno di quelli. È l’ultima chiamata per la ex Ilva e, questa volta, non si può sbagliare.

Ripartenza verde, come il nuovo “whatever it takes” della BCE. Intervista a Giuseppe Sabella

Ripartenza verde: industria e globalizzazione ai tempi del covid è il nuovo lavoro di Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0 che spesso intervistiamo su RaiNews.it a commento delle vicende economiche. Pubblicato da Rubbettino Editore e nelle librerie da pochi giorni, il libro ha come tema centrale l’industria e la transizione ecologico-energetica nel quadro della nuova globalizzazione e del ruolo nuovo che Sabella ritiene avere l’Unione Europea. Lo abbiamo intervistato per capirne di più.

Sabella, per cominciare la nostra conversazione, vuole spiegare l’aforisma che ha messo nell’introduzione: “l’industria ha preceduto la filosofia”. Sembra una tesi da sinistra hegeliana… Eppure la contemplazione del mondo, post-pandemia, è quanto mai necessaria per entrare in profondità con quello che è successo…

Iniziamo col dire che questo libro, in linea con quanto sta avvenendo nelle stanze del potere mondiale più lungimirante, celebra il primato dell’economia reale sulla finanza. La ricchezza delle nazioni – per scomodare il grande Adam Smith – non può che essere l’ingegno delle persone, il lavoro, la loro capacità di produrre beni. Abbiamo creduto per molti anni, invece, che la ricchezza andasse cercata nella rendita finanziaria, nei mercati. Come possono questi prosperare se viene meno la spinta verso l’innovazione e la produzione di beni? Questo per dire che certamente c’è un po’ di enfasi dentro quell’aforisma che lei cita, ma anche molta verità. Cos’è l’industria se non il più sofisticato sistema tecnico che abbiamo inventato e sviluppato per coniugare le risorse della terra e il lavoro dell’uomo? In questo senso, l’industria ha preceduto la filosofia perché già nell’antichità, ancor prima che l’uomo fosse in grado di porsi le domande fondamentali sulla propria esistenza, già era capace di creare strumenti tecnici, persino per formarne degli altri. Ma, continua l’aforisma, “è il previsto che coglie di sorpresa l’uomo esperto”…

Mi sta quindi dicendo che è questa sorpresa, questo stupore, che porta l’uomo alla contemplazione del mondo?

Non stavo dicendo questo ma lei fa molto bene a rimarcare questo tratto. La pandemia ha fermato il mondo intero e ci ha costretto a ripensare la nostra vita. Non esiste più il mondo pre-covid, i discorsi in cui si parla di un “come prima” non hanno fondamento. Il mondo post-covid è un mondo nuovo perché oggi abbiamo piena consapevolezza che vi sono agenti – i microbi – che sono tanto piccoli quanto pericolosi. E che con loro dobbiamo convivere. Da qui una serie di abitudini e un’organizzazione sociale nuova, per certi versi anche migliore. Mi riferisco in particolare allo smart working, alla riduzione della mobilità e ad un conseguente calo degli assembramenti. E anche la stessa morfologia urbana cambierà, le periferie saranno più vive e più belle, perché le persone – proprio in virtù del lavoro a distanza – andranno sempre più a cercare la qualità della vita.

E perché è il previsto a cogliere di sorpresa l’uomo esperto?

Come diceva il grande aforista colombiano Nicolás Gómez Dávila, “più che l’imprevisto, è il previsto che coglie di sorpresa l’uomo esperto”. La tecnica – e qui vengo ai suoi limiti e alle virtù della contemplazione che lei saggiamente richiama – genera in noi l’illusione di poter prevedere gli eventi. Qualcosa possiamo certamente controllare, ma la natura – ancora una volta – ci ha mostrato il suo volto felino, per certi versi anche velenoso. È un dualismo che dura da sempre quello del rapporto uomo-natura e che soltanto l’ideologia può pensare di archiviare. È, in questo senso, l’ideologia della previsione, del misurabile, della tecnica appunto. Quel grande filosofo della scienza che è stato Giulio Giorello non ha mai smesso di denunciare il pericolo della tecnica come idolo. Negli ultimi 30 anni, per esempio, il mondo occidentale aveva previsto di rilanciare la propria produzione di ricchezza delocalizzando le produzioni. Ma ciò non è andato secondo aspettative. Anzi, è successo che, in 20 anni, la Cina è cresciuta moltissimo non solo in capacità produttiva ma anche in tecnologia, tanto da essere oggi la più importante manifattura a livello mondiale e il Paese più avanti nella frontiera digitale; ed è l’economia che il mondo e gli USA, l’altra superpotenza, stanno inseguendo. Secondo le nostre previsioni, il processo di off shoring – ovvero di delocalizzazione produttiva – avrebbe dovuto fare la nostra fortuna: in questo modo, producendo a basso costo, avevamo previsto di rafforzare il nostro potere d’acquisto. Non avevamo invece fatto i conti con i cinesi e con la Cina che, invece, abbiamo fatto grande noi, perché lì abbiamo destinato la nostra manifattura, la nostra tecnologia, le nostre competenze, le nostre invenzioni, etc. Tutto questo ha arricchito chi ha investito nei Paesi a basso costo di produzione ma ha impoverito l’Occidente. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: oggi la Cina è il vero vincitore della globalizzazione, sebbene il ciclo che viene sia pieno di variabili.

Cosa ci aspetta nel futuro prossimo venturo? Le previsioni ci danno l’immagine di un momento molto difficile che, in parte, deve ancora arrivare.

Premesso che la pandemia, in particolare nei mesi di marzo e aprile, ha fatto dei danni ingenti in tutto il mondo a livello di produzione industriale – Italia meno 47,5%, Francia meno 36,3%, Germania meno 26,8%, Spagna meno 32%, UK meno 20,3% nel mese di aprile (marzo poco sopra lo zero), USA meno 16,6%, in Cina i mesi più duri sono stati quelli di gennaio-febbraio (produzione industriale meno 13,5%) – è evidente che in Italia vi è stato un lockdown più pervasivo rispetto alle altre economie avanzate e che il nostro Paese, anche in ragione delle previsioni, ha davanti a sé la sfida più importante degli ultimi 50 anni. Sapremo invertire la rotta? Al di là di noi, Cina e USA saranno quelli di prima? Gli USA stanno conoscendo serie difficoltà nella gestione del fenomeno pandemico, sia a livello sanitario che sociale. Per quanto riguarda la Cina, non sono convinto di ciò che per esempio sostengono Prodi e Forchielli, che sarà ancora l’economia più forte. Per il dragone il post-covid potrebbe essere, come per esempio sostengono Tremonti e Sapelli, l’inizio di una crisi interna importante. Insomma, le incognite non mancano. E, se devo dire dove vedo più certezze, direi Europa.

Perché questa nota di ottimismo sul Vecchio continente? Da dove origina?

L’Europa, già prima della pandemia, stava lavorando su un programma comunitario di rilancio dell’economia e delle produzioni, non solo in chiave ecologica ma anche in chiave di innovazione digitale: è questo il Green New Deal. Non è un caso che, proprio in questi giorni siano successe due cose importanti: in primis, l’Europa ha lanciato la piattaforma di cloud computing Gaia-X, proprio per iniziare a colmare il ritardo che ha sul digitale con i big di USA e Cina; è il progetto di una nuova infrastruttura europea per la gestione dei dati che sappiamo essere decisiva nell’era digitale. In secondo luogo, in un’intervista al Financial Times Christine Lagarde si è detta “pronta a esplorare ogni strada per sostenere il rilancio dell’industria europea anche nell’ottica di fronteggiare il cambiamento climatico”. In precedenza, già la Presidente Von Der Leyen aveva manifestato tutta la sua determinazione per il Green New Deal, che solo l’emergenza sanitaria ha reso meno in primo piano nei lavori della Commissione. È quindi un ottimo segnale che anche un’istituzione come la BCE trasmetta tutta la sua convinzione in tal senso. Lo potremmo definire, dopo quello di Mario Draghi, il “whatever it takes” di Christine Lagarde. Purtroppo però in questo quadro in cui l’UE da segnali importanti non solo per la sua industria ma anche per la sua integrazione, l’Italia pare reagire in modo molto parziale alla situazione. Non bastano le misure assistenziali, è fondamentale pensare anche alla ripresa, le aziende hanno bisogno di strumenti per progettare il futuro. Da questo punto di vista, il decreto rilancio è una delusione. Vi sono sì i bonus per edilizia e auto ma non vi è praticamente nulla per l’innovazione d’impresa. Deve ripartire il piano industria 4.0 in modo poderoso. Imprese e industrie vanno sempre più portate sull’orizzonte digitale, su cui l’Europa è indietro: l’85% degli investimenti in intelligenza artificiale sono stati fatti in aziende americane e cinesi. Anche per questo, e non soltanto per fronteggiare l’emergenza climatica, è nato il Green New Deal. Per l’Italia, secondo Paese manifatturiero d’Europa, è occasione fondamentale che non possiamo mancare: nel giro di tre anni, rischiamo di uscire dal gruppo dei Paesi avanzati.

A proposito di ambiente, Papa Francesco sembra essere l’unico leader mondiale in grado di trasmettere messaggi per le masse sull’importanza della cura del pianeta. Da questo punto di vista, la politica non sembra aver compreso l’emergenza climatica.

Dall’Europa mi pare stiano arrivando segnali e messaggi chiarissimi, per una volta mi sentirei di plaudire a ciò che sta facendo l’eurogruppo. L’Europa potrebbe anzi lanciare una nuova idea di multilateralismo fondata proprio sul climate change, sulla cybersecurity, sulle migrazioni. USA e Cina hanno nei confronti dell’ambiente un atteggiamento diverso: benché l’innovazione dell’industria non sia da meno, Trump in particolare sul “green” è molto freddo. Perché sa bene che l’Europa, prima degli USA, ne ha fatto una questione identitaria, anche grazie a Greta Thunberg e al suo movimento dei fridays for future. Il termine Green New Deal è oltretutto nato negli USA quando, nel 2019, il Congresso proponeva un pacchetto chiamato proprio Green New Deal che mirava a far fronte ai cambiamenti climatici oltre che alla disuguaglianza economica. Ma Trump e i repubblicani non hanno apprezzato e, da questo punto di vista, siamo stati più bravi noi europei. Una vera beffa per gli americani. Stringendo però sulla sua domanda, e quindi sul Papa, direi che il recente documento della Santa Sede In cammino per la cura della casa comune: a cinque anni dalla Laudato sì è segno che, sul problema, l’attenzione del Pontefice e della Chiesa è molto alta. Del resto l’emergenza è tale e il messaggio biblico è chiaro: “il Signore pose l’uomo nel Giardino affinché lo coltivasse e lo custodisse” (Genesi 2.15). Oggi è l’ora, in particolare, della custodia del pianeta e della cura della casa comune, come dice Papa Francesco.

Economia della crisi. Intervista a Salvatore Biasco

 

Nel fine settimana si terrà  il  Consiglio UE . Un passaggio importante per il futuro dell’economia europea. Il premier sta giocando in Europa una partita decisiva per il suo governo. E’ sul fattore economico e sull’efficacia delle misure anticrisi che si giocherà nel medio termine il futuro dell’Italia e dell’Europa. Ne parliamo, in questa intervista, con un importante economista Salvatore Biasco. Biasco è stato professore di Economia internazionale. Ha studiato a Roma e Cambridge e insegnato a Modena e Roma. Già Vice Presidente della Società Italiana degli Economisti e premio Saint-Vincent per l’Economia, è autore di libri influenti in ambito economico. Ha anche pubblicato saggi in campo politologico, abbinando sempre lo studio dei meccanismi economici a quello delle determinazioni sociali. In materia fiscale, poi, è stato Presidente, nella XIII Legislatura, della Commissione Bicamerale per la Riforma Fiscale e autore del “libro bianco” sull’imposizione sulle imprese che porta il suo nome.

Professore, stiamo vivendo mesi drammatici. Le previsioni europee, per questo anno, sulla nostro sono nere: – 11,2%. Un dato inquietante. Nell’ambito della UE siamo il paese che sarà più colpito economicamente dalla pandemia. Le chiedo: pensa che il governo sia all’altezza della situazione?

Qualche segnale ci dice anche che le cifre finali potrebbero essere meno drammatiche, ma certo la sostanza non cambia.  Ci siamo trovati ad affrontare una situazione inedita, primo paese in occidente, senza grandi possibilità di manovrare la spesa pubblica. Penso che per gli interventi volti a tamponare la perdita di reddito di tante categorie di lavoratori, il governo, pur con qualche errore, abbia agito bene, ma la situazione ha rivelato la debolezza di tutto l’apparato amministrativo, che ha fatto perdere tempestività e non ha risposto come avrebbe richiesto dalla situazione Ora, però, siamo in un’altra fase e si tratta di dare rapidamente una spinta alla domanda. Non a caso, non con puri trasferimenti, ma indirizzando la spesa pubblica in modo da prefigurare un modello diverso di economia: ecologica, governata, solidale, istruita e all’avanguardia tecnologicamente, con poco spazio per la corruzione e l’evasione. Non voglio esprimere giudizi sulle capacità del governo, vedremo. Mi sembra abbastanza consapevole della situazione.  Certo gli aiuti che ad esso vengono dai partiti sono scarsi; lì vige la preoccupazione di guadagnarsi il consenso in questo o quel settore e meno quella di disegnare un’Italia del futuro. L’opposizione pure non indica nulla e capitalizza le ansie che percorrono il corpo sociale.

Al di là delle singole misure, lei vede nel Governo una strategia, o per meglio dire, una visione di Paese da ricostruire? Quali Sono secondo lei le priorità per ripartire?

Non scopro nulla parlando di infrastrutture, ma occorre guardare oltre, molto più lontano per orientare l’oggi. Personalmente metterei il primo impegno nella ricostruzione della macchina amministrativa. Abbiamo la fortuna di dover reclutare oltre mezzo milione di unità e ringiovanire la PA.  Occorre contestualmente identificare le diverse missioni che attengono a parti diverse del settore pubblico, rinunciando all’uniformità organizzativa, contrattuale, di organizzazione del lavoro e di struttura delle responsabilità decisionali. Da qui far partire una selezione della dirigenza e dei quadri con professionalità adeguata ai singoli obbiettivi.

Poi occorre uno Stato capace di guidare l’economia secondo criteri che una volta si sarebbero detti di “programmazione” (perché no? anche settoriale). Il tutto connesso a filiere imperniate su missioni di ricerca che chiamino a raccolta le migliori capacità industriali e organizzative, le università e i centri di ricerca, e che siano organizzate in modo tale da essere driver di sviluppo produttivo e territoriale.  Penso a missioni centrate sull’informatizzazione, la mobilità territoriale, i beni culturali, la chimica verde l’efficienza energetica e poche altre. Dobbiamo ambire a che, nei settori per noi più importanti, l’Italia non sia solo un hub produttivo, ma anche i ricerca (informatica, alimentare, farmaceutica, biomedicale, ecc.). E non aver paura a sviluppare con impegno diretto dello Stato (anche in partnership) produzioni che sono deboli nella nostra matrice industriale – pur avendo le potenzialità produttive e pur facendone largo uso (penso ad alcuni beni strumentali legati ai piani di sviluppo della mobilità, dell’informatica ecc.).

Nell’emergenza del coronavirus abbiamo sancito che lo Stato può intervenire nei contratti privati (il blocco dei licenziamenti), requisire fabbriche a fini collettivi (per produrre mascherine), interferire nella libera disposizione delle proprietà (golden rule). Non arretriamo da principi di questo tipo, ma usiamoli intelligentemente per guidare uno sviluppo dall’alto in una economia mista. Userei quell’impostazione anche per determinare un incremento dei salari che non gravi sul bilancio pubblico. Credo poco a trasformazioni produttive che si sviluppino spontaneamente guidate dal mercato o che avvengano solo attraverso incentivi alla profittabilità privata. La stessa determinazione di intervento va posta nello spingere il sistema delle piccole imprese al rafforzamento finanziario e alle fusioni. Strutture pubbliche possono essere promotrici dirette di reti di imprese e di un sistema di brokeraggio tecnologico posto al servizio delle piccole e medie imprese. Spendiamo subito, se possibile partendo da programmi ambientali e di sistemazione del territorio.

Non c’è bisogno di dire che la sanità anche va ridisegnata in modo tale da renderla reale condizione per il rilancio del Paese con investimenti specifici, anche in informatica e nei settori della fornitura, tenendo un approccio capillare, capace di prevenire e di essere tarato sulle persone e diffuso nel territorio.

Non dimentichiamo, però, che negli anni del declino non sono mancate istituzioni dedicate allo sviluppo, regolazioni adeguate e talvolta nemmeno finanziamenti, ma è mancata la capacità di governarne i processi, avere una barra di riferimento, curare le necessità operative e la filiera di comando, tenere la guida e il coordinamento degli attori, risolvere le questioni in modo olistico. E’ ciò che va curato maggiormente oggi in tutti i campi.

So che lei è stato molto critico sul “piano” Colao. Perché, secondo lei, non può essere il “piano” per la rinascita dell’Italia?

Si tratta di interventi sparsi, molte volte importanti, mischiati, però, a tante altre raccomandazioni che poco hanno a che fare con la ripartenza, a indicazioni di buon senso, auspici e provvedimenti emergenziali. Difficile trovare una gerarchia di temi o una distinzione di efficacia. Forse in due mesi non si poteva fare di più, ma se si guarda il Rapporto nel suo complesso si ricava l’impressione che l’Italia possa crescere solo sburocratizzando all’eccesso, deregolamentando, riducendo le protezioni dei risparmiatori, la partecipazione dei cittadini e trovando nello Stato il finanziatore di ultima istanza di ogni iniziativa che il settore privato debba a suo merito intraprendere. Poca consapevolezza dei nodi di governance di cui parlavo nella risposta precedente. Difficile allora considerare questo Rapporto un progetto ambizioso che guardi al futuro di un Paese che voglia cambiare pagina sia riguardo al suo declino e sia alla sua inaccettabile situazione sociale.

Sarà un autunno carico di tensioni?

Quello che possiamo dire è che il Coronavirus ha messo a nudo le diseguaglianze esistenti e le ha acuite, quelle tra chi è protetto e chi no, tra chi ha accesso alla connessione e alla migliore conoscenza e chi no, tra chi ha avuto la possibilità (e chi no) di accedere alla sanità privata di fronte al blocco delle cure per malattie non legate alla pandemia, tra  chi ha vissuto la quarantena in un ambiente confortevole e chi in un ambiente angusto e degradato, chi aveva sufficienti risparmi accumulati e chi no. Qui abbiamo un altro dei pilastri su cui L’Italia va ricostruita; maggiore protezione, maggiore eguaglianza, servizi pubblici efficienti e universali. Certamente gli effetti negativi della pandemia sull’organizzazione sociale sono stati gravi e continueranno oltre la sua fine. Mi aspetto, se non tensioni, una crescita del malcontento, Per quanto il sostegno al reddito possa essere mantenuto – e non ho dubbi che lo sarà – e per quanto vi sia consapevolezza dell’enorme sforzo finanziario in corso –  non tutte le aspettative di sostegno saranno per forza di cose universali (raggiungeranno tutti quelli che ne avrebbero bisogno) o consentiranno il recupero del reddito perso; in più, chi ha utilizzato i propri risparmi li ha visti assottigliarsi o azzerarsi. Per questo è importante che adesso sia sveltita la ripartenza e che si creino rapidamente occasioni di lavoro.

Torniamo per un attimo congiuntura politica ed economica. Mi riferisco, cioè, al MES SANITARIO. Non trova assurdo non prendere questi fondi? Cosa fa paura?

Ovviamente fa paura il ricordo della Grecia: Ma penso che la lezione sia stata imparata dall’Europa e, in ogni caso, la condizione attuale è solo di spendere in modo razionale le risorse che ci potrebbero essere assegnate. Rimane il ricordo di quell’esperienza scellerata che conferisce alla sola parola ”Mes” una valenza emotiva, che oggi non è appropriata. Io non esiterei ad utilizzarlo dietro adeguate garanzie, anche perché è la condizione affinché la Bce possa intervenire sul mercato primario dei titoli di Stato, praticamente senza limiti. Tuttavia, va detto che quelle risorse sono un prestito a tassi di favore (non un regalo) e che, non rappresentando dotazioni trascendentali (36 miliardi), possono essere sostituite da un indebitamento diretto dell’Italia sui mercati finanziari. Qualcosa perderemmo sui tassi di interesse, ma non cifre rilevanti per cui non farei un dramma se alla fine per ragioni politiche il ricorso al Mes venisse accantonato.

Allarghiamo lo sguardo della riflessione. Soffermiamoci sull’Europa. La pandemia ha fatto sospendere i “sacri dogmi” del rigorismo. Mettendo in atto misure di sicurezza economica: il Recovery fund e Mes senza condizioni per la spesa sanitaria. Pensa che questa sospensione sarà una buona occasione per ripensare l’Europa nella sua dottrina economica? O, invece, è pessimista nel senso, cioè che i paesi “frugali” ritorneranno ad imporre i loro dogmi?

L’Europa ha fatto passi avanti impressionanti, su cui nessuno avrebbe scommesso sei mesi fa. E’ stata immediata la sospensione di regole di bilancio e aiuti di Stato. La Bce, dopo due giorni di esitazione, si è impegnata in un programma di acquisto illimitato di titoli di Stato per contenere gli spread e in più ha fornito ingente liquidità quasi gratuita alla banche per sostenere il credito. E’ stata attenuata la condizionalità sul Mes. La Merkel ha annunciato di voler superare la regola dell’unanimità nelle decisioni. Si è superato – per ora nelle intenzioni di Ursula – il tabù dei trasferimenti comunitari e dell’emissione di titoli comuni passando attraverso un allargamento del bilancio comunitario. Un programma consistente di 1500 miliardi di euro, di cui a noi toccherebbe la parte del leone. Sebbene cosa succederà del progetto Ursula sia tutto da verificare perché ancora soggetto a trattativa, i mutamenti sono di rilievo. Sarà difficile tornare alle regole precedenti. La cartina di tornasole è il bilancio comunitario, vale a dire la capacità dell’Unione di dotarsi di una significativa politica della domanda, che affianchi la politica monetaria nella funzione di spinta all’economia. Il bilancio comunitario porta con sé la definizione del finanziamento, sia in deficit (comunitario, quindi con euro bonds) sia con entrate proprie dell’Unione (Carbon tax, Tobin tax, porzioni di una tassa comune consolidata sulle multinazionale che ponga fine all’utilizzo dei paradisi fiscali). Molto altro va fatto, ma di fronte alla istituzione di un significativo bilancio comunitario diventerebbe meno impellente. Mi riferisco all’unione finanziaria e all’introduzione della golden rule. Nello stesso tempo, occorrerà porre mano a un programma comunitario per la disoccupazione e è urgente è il varo di un diritto del lavoro europeo volto a porre un argine al precariato e a rafforzare i sindacati. L’Europa è a un bivio; fermarsi vuol dire perire, dopo lo sconvolgimento e la messa a nudo dei problemi che ha portato la pandemia. Se qualche paese frugale non l’ha capito rischia di sfasciare tutto, ma cederà. Una precisazione: l’Italia è un paese frugale, da trent’anni circa con un bilancio primario positivo, surplus in conto corrente con l’estero, basso indebitamento privato e un debito pubblico in termini assoluti tenuto sotto controllo – fino allo scoppio della pandemia – dal livello di 25 anni fa. Abbiamo solo ereditato la scelleratezza degli anni ’80.

Come si sconfigge il sovranismo?

E’ qui che l’Europa ha il compito più importante. Occorre ridare speranza e futuro ai cittadini, rafforzare la cittadinanza dove si è indebolita negli ultimi trent’anni. E su tutto primeggia la creazione di opportunità di lavoro, di buon lavoro.  La chiave di volta è quella che dicevo prima; domanda, domanda e domanda. Domanda vuol dire produzione (e occupazione); vuol dire più produttività; vuol dire necessità per le imprese di allargare la capacità produttiva con investimenti, vuol dire innovazione. Se gli operatori percepiscono che questa è la stella polare della politica economica le aspettative cambiano e tutto si avvita positivamente. Si crea un clima di fiducia, cambia la propensione imprenditoriale al rischio e ad allargare la capacità produttiva, anche in anticipo della domanda. Quando questo avviene, la proiezione in avanti dell’espansione dei mercati allunga gli orizzonti di pianificazione temporale, porta a decisioni di spesa più audaci e induce un accrescimento del potenziale produttivo, che crea esso stesso le premesse affinché gli incrementi di capacità di offerta siano poi riempiti da addizioni effettive di domanda interna e da nuove esportazioni, venendo così a convalidare la giustezza dello scenario assunto ed estendendolo nel tempo. E’ possibile che non si sia imparato nulla dagli episodi di crescita sostenuta del dopoguerra (paesi europei, fino agli anni ’70, Sud Est asiatico, Reagan e Clinton)?. In questo quadro si può puntare alla costruzione di un orizzonte nel quale ricominciare a prospettare un obiettivo di piena occupazione e fiducia.

Occorre uscire dall’idea che una politica dell’offerta incentrata sui mercati possa essere il criterio unico di politica economica, come lo è stato per l’Unione di stampo liberista che ha puntato tutte le carte su concorrenza, flessibilità e imbrigliamento della presenza pubblica nell’economia (con esiti che non possono che essere definiti palesemente deludenti e insufficienti).  Il che non vuol dire che selezionate politiche dell’offerta (ad esempio nella ricerca e nell’istruzione, nelle reti) non  possano essere efficaci (dove lo sono e mai in linea di principio), ma è così solo se è di complemento in un’economia tenuta per altre vie a buon livello dell’attività economica.

 C’è una voglia di un nuovo intervento statale nell’economia. Come si può ricostruire un nuovo equilibrio tra stato e mercato?

Penso che la mia visione risulti da quanto detto in precedenza, specie quelle riferite all’Italia. Il mercato è uno strumento utile alla spinta produttiva, ma deve trovare uno Stato efficiente che guidi, indirizzi e disciplini l’azione privata. Il mercato non può essere il regolatore della società. Nel tempo si è persa la consapevolezza collettiva che una società guidata dal profitto privato produce incertezza sociale ed economica, una grave differenziazione sociale, fallimenti di mercato e instabilità economica (ma anche trasformazione), che solo col primato della politica sopra l’economia possono essere portati sotto controllo e governati nell’interesse collettivo. Si è persa anche la consapevolezza della natura cooperativa del processo di produzione, nel quale il capitale è un bene sociale, soggetto quindi a responsabilità sociale. Il che non contraddice la proprietà privata e il perseguimento del profitto individuale nell’attività produttiva, ma presuppone che alle imprese, in qualsiasi campo, sia assegnato un ruolo implicito di agenti attraverso i quali raggiungere un interesse collettivo, di occupazione, produzione, progresso tecnico, stabilità. Presuppone che vi sia un presidio/sorveglianza/ausilio/supplenza da parte dello Stato nello svolgimento di tale ruolo. Tutto questo va riconquistato nella cultura e nella pratica.

Ultima domanda : cosa ha dire Keynes oggi?

Si era smesso di insegnare Keynes nelle università di “avanguardia” o era stato ridotto a formulette inquadrate nell’economia mainstream dell’equilibrio astratto dei mercati. Keynes, se studiato effettivamente dà la migliore forma mentis per comprendere il capitalismo nelle sue linee essenziali e le forze che hanno influenza su produzione e occupazione. Mi piace vederlo in questa chiave metodologica più che come riferimento per ricette standardizzate. Nella sua visione, il capitalismo non è concepibile senza le istituzioni finanziarie in quanto il sistema è monetario di produzione, si regge su debiti e crediti e ormai ha la borsa come parte integrante del processo.  In più, la finanza acquista una veste autonoma rispetto alla produzione, in una serie di scommesse che creano piramidi finanziarie. Questo autore ci induce a vedere le decisioni simultaneamente dal punto di vista reale e finanziario in condizioni di incertezza sul futuro e, quindi mutevoli e instabili al mutare delle opinioni sul futuro: il mercato è anarchico, non si auto equilibra e le crisi sono endogene alla sua dinamica e alla sua logica Se è così, il sistema è in qualche modo dominato dalla fiducia collettiva, che influenza la disposizione e il comportamento degli operatori. Questa può dipendere da fattori esogeni ma sono l’azione pubblica e l’assetto istituzionale, che -, socializzando molte variabili e fornendo gli ancoraggi necessari – consentono in ultima istanza agli operatori di affrontare con più o meno ottimismo la situazione e rendono la fiducia medesima più alta o più bassa e i modi di guardare al futuro più aperti o meno incerti, o, al contrario, più densi di insicurezze e più labili. Se il grado di fiducia è la cornice in cui si muove l’intero processo economico, ne deriva l’azione pubblica ha il compito di muoversi in una direzione tesa a rafforzare la fiducia medesima, dominare la complessità e ridurre l’incertezza. Questa è la chiave che presiede alla crescita e alla stabilizzazione. Keynes parla a un certo punto di necessità di “socializzazione dell’investimento” per tenere la piena occupazione. Non è un caso che il bersaglio culturale della rivoluzione neo liberale sia la sua opera.