IL RUOLO DELL’EUROPA E DEGLI ACCORDI DI PARIGI NELLA CRISI ITALIANA. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA  

 

In Italia la crisi di governo si sta sempre più complicando. I problemi dell’economia sembrano dirimenti dentro l’ingarbugliata matassa che non sarà semplice sciogliere. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0, che spiega perché a suo parere vi è un ruolo importante della politica internazionale che inciderà sulle scelte che condurranno a un nuovo governo.

Sabella, secondo lei in questa crisi – ed eventualmente nella sua soluzione – vi è una questione di fondo che, al di là dei protagonisti, potrebbe delineare un nuovo quadro politico?

Si, secondo me questo fil rouge esiste e non va cercato in casa nostra. O, almeno, vanno considerati alcuni elementi che sono sempre più visibili a livello di politica internazionale. Infatti, mentre hanno preso il via le consultazioni, nel mondo avvengono cose importanti.

Per esempio?

Martedì, intervenendo al World Economic Forum di Davos, Angela Merkel ha preso una posizione piuttosto anomala e netta nei confronti di Xi Jinping: “la Cina non è trasparente sul covid e sulla gestione dell’emergenza sanitaria” ha detto la cancelliera tedesca. Se consideriamo che la Germania è il più importante partner commerciale della Cina, va da sé che queste non sono parole, per dir così, ordinarie. Inoltre, in queste ore il neo presidente americano Joe Biden ha firmato un pacchetto di 17 ordini esecutivi che segnano un cambio di linea rispetto all’amministrazione Trump. In particolare, il piano del presidente americano prevede 2 mila miliardi per affrontare la crisi climatica e creare nuovo lavoro; inoltre, lo stesso pacchetto porterà al blocco delle nuove concessioni per estrazione di combustibili fossili. In una battuta, il Green New Deal non è più soltanto europeo.

E questo cosa significa? E, soprattutto, cosa c’entra con le nostre vicende?

Teniamo conto che, sempre a Davos, Xi Jinping è stato molto duro contro gli USA e contro gli “isolazionismi arroganti”, parole sue. E sappiamo bene che, nei confronti della Cina, Biden non può che andare in continuità con quanto fatto da Trump, salvo nei toni. Ecco perché le dichiarazioni di Merkel sono significative, perché danno evidenza di quel riavvicinamento tra Europa e USA che Biden ha annunciato non appena eletto, riportando gli USA dentro gli accordi di Parigi sul clima. Tutto questo è premessa al nuovo multilateralismo che sta nascendo, in cui la questione climatica e gli investimenti connessi sono centrali. Ora, il Recovery Plan o Next Generation EU che dir si voglia, sono la grande scommessa europea di rilancio delle filiere produttive in un’ottica di sostenibilità ambientale e sono il pretesto – che a mio modo di vedere non è solo un pretesto – che ha creato questa crisi di governo.

In che senso non sono solo un pretesto?

Vi è un intento diffuso, che tocca tutti gli ambienti politici, di rinnovare il governo italiano e che trova sponde in Europa e anche negli USA, da un lato in ragione del fatto che dall’altra parte dell’Oceano inizia un nuovo corso politico e non dispiacerebbe vedere un governo italiano più orientato a ovest e meno verso il Sol Levante. Non è un caso che Giuseppe Conte, nel suo intervento alla Camera, abbia definito gli USA “il partner più importante”. Dall’altro lato, l’Europa ci ha messo a disposizione 209 miliardi di euro: è chiaro che a Bruxelles, e a Berlino soprattutto, vi è interesse che il Recovery Plan in Italia funzioni, per più ragioni. Non pare che in Europa siano stati contenti dopo aver visionato la bozza che il governo italiano ha inviato, anche se il piano definitivo è atteso per la fine di aprile. Da qui le preoccupazioni europee, in particolare tedesche. E il malcontento dei Paesi nordici, che del tutto d’accordo con questo programma non sono mai stati.

Cosa ha scontentato in Europa del Recovery Plan italiano e perché l’Italia è osservato speciale in questo importante investimento europeo?

L’Italia è paese strategico in questa ricostruzione non solo perché gli investimenti in particolare franco-tedeschi sono tanti nel nostro paese ma anche per altre ragioni: in primis, il commissario Gentiloni ha sempre detto che l’Italia è la vera scommessa del Next Generation EU, anche perché siamo il paese che più beneficia dei fondi europei; in secondo luogo, la Germania ha rinnegato la sua posizione sull’austerity accogliendo le richieste dei Paesi dell’area mediterranea, Francia e Italia in particolare: al di là che il Recovery Fund interessava anche a loro – per rilanciare la loro industria – per i tedeschi sarebbe uno smacco se in Italia non desse frutto. Consideriamo inoltre che l’industria italiana è fortemente integrata con quella tedesca e, anche per questo, a Berlino auspicano che noi sappiamo approfittare dei fondi. Ciò premesso, questa prima bozza era colpevolmente incompleta, di idee e di analisi. Per fare qualche esempio, siamo un Paese che per caratteristiche può contribuire in modo importante alla produzione dei vaccini: le previsioni del governo prevedono, invece, fondi solo per acquisti e per la ricerca; inoltre, tutti i ragionamenti abbozzati sono manchevoli rispetto ai ritorni occupazionali ad esempio. È un piano debole, ma penso che al governo ne fossero consapevoli. È quello che sono riusciti a fare dopo un paio di mesi di forte immobilismo. Tuttavia, è questa una fase troppo importante per essere azzoppata dall’immobilismo politico. Ecco perché sono convinto che in particolare da Bruxelles sono molto attenti e vigili sulla nostra crisi e perché il Presidente Mattarella, al quale toccherà prendere una decisione importante, dovrà tener conto anche dei fattori non solo di casa nostra.

Il Recovery Plan italiano è quindi debole lei dice. Cosa dovremmo fare secondo lei?

Anzitutto, abbiamo bisogno di un governo che abbia contezza di quelle che sono le leve per rilanciare l’economia: da una parte le infrastrutture, l’innovazione digitale, la semplificazione, insomma ciò che possiamo chiamare riforme strutturali che sono problemi annosi, quindi noti a tutti; dall’altra, però, abbiamo bisogno di persone capaci di leggere e di entrare nei processi dell’economia, che vuol dire sapere quali sono quegli asset in grado di generare valore e ricchezza: in particolare, il chimico-farmaceutico, la meccanica di precisione, il tessile, elettronica e computer, ottica, apparecchiature in legno… ma attenzione alle energie rinnovabili, al riciclo, e alla mobilità elettrica che sta per svilupparsi in modo dirompente.

L’industria dell’auto è stata il simbolo dei processi di industrializzazione più recenti. Lo sarà anche stavolta?

Sono cambiate molte cose, un po’ in ragione dell’accesso e non del possesso – si pensi in particolare a car sharing e car pooling – ma anche in ragione del fatto che i più giovani, così sensibili alla questione ambientale, vedono nell’auto un soggetto dell’inquinamento. Ma sono convinto che la mobilità elettrica rappresenterà la grande transizione ecologica ed energetica a cui l’Italia darà un contributo importante. Proprio in questi giorni, la stampa inglese parlava di “punto di non ritorno” per quanto riguarda l’auto elettrica, dell’utilizzo di massa in virtù del crollo del costo delle batterie che ha già portato a un boom delle vendite nel 2020 stimato in un +43% a livello globale. Sempre in queste ore, l’Unione Europea ha infatti approvato un programma che prevede 2,9 miliardi di euro a sostegno della ricerca e sviluppo per le batterie a case e aziende che operano nel Vecchio Continente, da Stellantis, a BMW, a Tesla, assieme a operatori energetici come EnelX e altri grandi nomi come Solvay. Un’iniezione di liquidità che permetterà all’Europa di poter competere con gli altri big del settore, cinesi in testa (che detengono l’80% della produzione mondiale) e giapponesi, raggiungendo l’indipendenza nel ramo della produzione di batterie. L’investimento sull’elettrico, da parte dell’Europa, era evidente già dall’ultimo anno della commissione Juncker. E, sempre secondo gli inglesi, la svolta è vicina: tra il 2023 e il 2025 i veicoli a zero emissioni diventeranno più economici di quelli

Governo: “Cinque giorni per evitare la ‘guerriglia’ permanente”. Intervista a Fabio Martini

 

dibattito per la fiducia al Senato (Ansa)

Sono giorni di fibrillazione per la politica italiana. Come si svilupperà il quadro politico? Ne parliamo, in questa intervista, con l’inviato della Stampa Fabio Martini.

 

Fabio Martini (AUGUSTO CASASOLI/A3/CONTRASTO)

Fabio Martini, il governo ha ottenuto la fiducia del Senato. Una fiducia molto problematica, che non rende facile la vita al governo. Ma davvero Conte è uscito vincitore nel duello con Renzi?

«I fatti per ora parlano chiaro. Matteo Renzi voleva far cadere Giuseppe Conte e il governo ha ottenuto due fiduce. Per non entrare in contraddizione con la propria battaglia, Renzi aveva deciso di  votare no  e invece, per non perdere gran parte dei suoi parlamentari, ha fatto astenere Italia Viva. Il primo round lo ha vinto Conte.  Sul piano dell’immagine, che non è più un optional come ai tempi della Prima Repubblica ma qualcosa che viene messo in discussione ogni giorno e ogni ora dal martellamento di vecchi e nuovi media, l’esito della “partita” è ‘più controverso: Renzi, grande affabulatore, non è riuscito a farsi capire e la sua “manovra” a molti è parsa più pretestuosa che spassionata. Il presidente del Consiglio, per puntellare la propria maggioranza, si è impegnato in una caccia al volenteroso che non è un tonico per un’opinione pubblica sempre più disincantata. Per restare alla metafora agonistica, per capire l’esito finale dello scontro, occorre attendere ancora qualche settimana e la risposta ad una domanda che appare banale mentre la risposta non lo è: il presidente del Consiglio e i due partiti di governo sapranno trasformare una crisi nata per caso, in un’opportunità per potenziare il governo e dunque consentire agli italiani di stare un po’ meglio?»

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QUESTO 25 APRILE. UN TESTO DI LIDIA MENAPACE.

Lidia Menapace ci ha lasciato. E’ morta questa notte nel reparto malattie infettive dell’Ospedale di  Bolzano dove era ricoverata da diversi giorni a causa del Covid. Aveva 96 anni. Grande cordoglio ha suscitato, nella opinione pubblica, la sua scomparsa.

Pierluigi Castagnetti, suo amico di militanza nella DC, ricordando Lidia Menapace, con  un post su Facebook, afferma che è stata una delle migliori intelligenze del Paese.

Una vita intensa la sua: staffetta partigiana, l’impegno giovanile nella Fuci, gli studi alla Cattolica di Milano, la militanza nella sinistra DC, che lascerà negli anni ’60, la militanza nel PCI e successivamente nel Manifesto, fino ad arrivare alla elezione in Senato nelle liste di Rifondazione Comunista. Militante femminista e pacifista. Dunque donna appassionata e coltissima . La vogliamo ricordare con un testo di un suo intervento, del 2014, all’Arena di Verona durante una manifestazione del movimento pacifista.

Ovviamente il suo intervento esprime il suo deciso pacifismo, ma come scrive Giorgio Tonini , ex senatore PD e suo collega nella Commissione difesa del Senato, “Lidia era una collega esigente, ma sempre costruttiva”.

Il testo  viene pubblicato per gentile concessione del sito www.azionenonviolenta.it.

Questo 25 aprile

Cerco di dare un titolo oggettivo al massimo, ma mi verrebbe da dire : “Ancora come un tempo, sopra lItalia intera, soffia il vento e infuria la bufera!” Perché di questa natura sono i sentimenti che mi ispirano alcuni  fatti avvenuti il 25 aprile  e che considero sciagurati.

Cerco di elencarli e poi ci discuto, sicuramente l’Arena di Verona merita il plauso di tutto il popolo della pace e della nonviolenza che trasmette una memoria non morta della Resistenza, riscrivendo in parte la storia e arricchendola: una impresa giusta e opportuna, che riavvia la ricerca e la conoscenza di quegli eventi quando ancora un certo numero di testimoni  diretti vivono e possono parlare. A Verona ho seguito gran parte della giornata e tutto quello che ho sentito, visto, partecipato mi è parso molto bello ricco affettuoso appassionato, tutto, e così vario da non produrre nemmeno un minuto di stanchezza o noia.

Per non essere acritica devo dire però che molto mi ha fatto stizza un ragionamento” del vicepresidente delle Acli, nota assolutamente dissonante, per fortuna non ripresa da nessuno. Sembra che le Acli intendano  lanciare la proposta dellesercito europeo, una cosa scandalosa!. Se ho capito bene, ma ho sentito con le mie orecchie e visto sul grande schermo la frase che un esercito europeo sarebbe un elemento di unificazione e costerebbe meno dei vari eserciti nazionali, un “ragionamento dissennato”

Allora riprendo un discorso che iniziai non pochi anni fa,  quando si stava discutendo della riforma delle N.U. e del Consiglio di sicurezza. Proponevo allora che l’Europa si unificasse con la decisione della neutralità militare, dato che sul territorio europeo già esistono stati neutrali, come Svezia Austria Finlandia San Marino. Una Europa neutrale con il peso della sua storia avrebbe l’autorevolezza per proporre un Consiglio di sicurezza delle N.U. a rotazione tra tutti gli stati che le compongono ecc. Vedevo in una proposta come questa il segno di un taglio deciso, come per dire: “La seconda guerra mondiale è finita davvero: adesso bisogna mettere mano a una organizzazione internazionale autorevole che parta dal primo comma della Dichiarazione universale dei Diritti umani” che dichiara: “La guerra é sempre un crimine” e perciò propone la costituzione di strutture di polizia internazionale per prevenire contenere e punire il crimine. So che il discorso è solo abbozzato, ma mi pare che tiene ancora e vorrei che non fosse lasciato cadere.

Non averlo accolto, nè altri eventuali di questo segno ha portato sì alla fine del secondo dopoguerra, ma col ritorno alla politica di prima di essa, sicchèé abbiamo ormai due superpotenze, che trattano imperialisticamente gli affari del mondo , “pronte” a buttare il mondo stesso nella guerra: e dire che uno dei due capi è Nobel per la pace!

Mi pare urgentissimo non lasciar cadere la cosa. Per il resto Verona e l’Arena è la vera grande profonda appassionata speranza, la primavera del mondo.

 

Dalla “Velina” ai Social. Un libro sul cambiamento del giornalismo politico italiano

Diciamo subito che di un libro così, un bilancio e una analisi, compiuti da giornalisti professionisti, su come è cambiato, negli ultimi 25-30 anni, il giornalismo politico italiano, sentivamo la necessità.

Ed è un primo risultato per questo piccolo volume, Raccontare la politica, edito da «ytali», giornale online fondato e diretto da un giornalista politico di grande esperienza come Guido Moltedo.

Il libro risponde a questo bisogno, offrendo una bella carrellata di interviste (13 sono gli interpellati) ad alcuni tra i maggiori cronisti politici italiani.

Il giornalismo politico in Italia ha una grande tradizione. Che oggi, nel tempo iperconnesso della rete, attraversa una fase di grande cambiamento correlato, ovviamente, con quello della politica.

E così che attraverso le 13 interviste viene fuori un quadro problematico del giornalismo politico.

Verrebbe da domandarsi cosa ne penserebbe un gigante come Enzo Forcella. La citazione non è casuale perché proprio lui, nel 1959 sulla rivista Tempo Presente, ne caratterizzava il tratto con pungente ironia (dal titolo emblematico “millecinquecento lettori”):

«Un giornalista politico, nel nostro paese, può contare su circa millecinquecento lettori: i ministri e i sottosegretari (tutti), i parlamentari (parte), i dirigenti di partito, i sindacalisti, gli alti prelati e qualche industriale che vuole mostrarsi informato. Il resto non conta, anche se il giornale vende trecentomila copie. Prima di tutto, non è accertato che i lettori comuni leggano le prime pagine dei giornali, e in ogni caso la loro influenza è minima. Tutto il sistema è organizzato sul rapporto tra il giornalista politico e quel gruppo di lettori privilegiati. Trascurando questo elemento, ci si esclude la comprensione dell’aspetto più caratteristico del nostro giornalismo politico, forse dell’intera politica italiana: è l’atmosfera delle recite in famiglia, con protagonisti che si conoscono sin dall’infanzia, si offrono a vicenda le battute, parlano una lingua allusiva e, anche quando si detestano, si vogliono bene».
Ora, per carità quel tempo è lontanissimo. E, oggi, i “protagonisti” (quei protagonisti di cui parla Forcella) quando si detestano non si vogliono proprio per niente bene. Cioè il livello della politica si è notevolmente abbassato, le classi “dirigenti” non sono all’altezza e quei pochi faticano molto a fare un discorso di qualità politica.

In un quadro così, il mestiere di giornalista politico assume una notevole caratterizzazione etico- politica.

Un tratto però, quello del rapporto tra giornalista politica e gruppo di potere, è ancora presente.

Ed è proprio questo che fa dire a Fabio Martini (giornalista de «La Stampa») nel suo contributo presente in questo libro, che «nella tradizione giornalistica italiana l’elemento di fiancheggiamento del potere politico è stato importante fin dagli albori dell’Ottocento»: «Il Risorgimento», pubblicato a Torino e fondato da Camillo Benso conte di Cavour, portava con sé una doppia cifra, quella giornalistica e quella politica. Lo stesso discorso vale per «Giovine Italia», organo del movimento fondato da Giuseppe Mazzini. Questa connotazione politica degli inizi è restata. «La Repubblica» dal 1976 è un grande e influente giornale, convinto che «informare è importante, ma ancora più importante è far prevalere l’idea del giornale: un’impostazione che ha assunto in alcuni casi toni clamorosi, come nel caso delle dieci domande a Berlusconi. Si tratta di un atteggiamento che si è allargato, con i giornalisti “influencer” che in rete mischiano le informazioni con le opinioni.
Questo però non è il nostro compito: un giornalista dovrebbe aiutare il pubblico a leggere le vicende, non dare la propria personalissima opinione. Da questo punto di vista è deprimente lo spettacolo che i giornalisti offrono nei talk show: prendono parte e tifano. I telespettatori oramai si aspettano – o sono rassegnati – a vederli come parte in gioco. E questo, ahi noi, vale per gran parte dei giornalisti ospiti e dei conduttori. Un disturbo bipolare che conferma un dato di fondo: chi fa informazione politica ha perso credibilità». Martini coglie nel segno, e questo è un problema atavico del giornalismo italiano. Certo, la stagione di Tangentopoli, una stagione breve, è stata vissuta dalla stampa italiana come un periodo in cui la presa della politica sul sistema informativo si allentò. Ed è in questo periodo che nacquero i nuovi format informativi sulla politica. Oggi quell’onda si è esaurita e la sensazione, più diffusa, è quella della ripetitività. E questo non va d’accordo con la qualità.

Il libro è utile, come si diceva all’inizio, per la panoramica che offre dell’evoluzione che vi è stata nel giornalismo politico italiano.

Interessante e gustosa la testimonianza di un decano del giornalismo politico come Giorgio Frasca Polara su Vittorio Orefice, autentica “divinità” del giornalismo politico della Prima Repubblica, le cui “veline” influenzavano più di un giornale (di lui .Giulio Andreotti, scrisse sul Corriere, che era stato “governativo ma mai servile).

Oggi il “pastone” è praticamente scomparso e il giornalista politico rincorre sui social l’ultima dichiarazione del leader politico. Addirittura, tra i politici, c’è chi chiede l’intervista scritta al giornalista e questo non è certo di aiuto per la qualità del prodotto. Sulla questione sono puntuali le osservazioni di Alessandra Sardoni, Maria Teresa Meli e Augusto Minzolini.

Nel tempo della velocità della rete, della spettacolarizzazione della politica, su cui si sofferma Stefano Menichini, c’è spazio ancora per l’approfondimento, come osserva giustamente Marco Di Fonzo, cronista politico di Sky Tg24: «Approfondimento non è solo un programma lungo (e lento) su un singolo argomento. Penso anche a un approfondimento che può stare all’interno di una diretta di due minuti. In altre parole, non racconti solo quanto detto dal politico di turno, ma inquadri le dichiarazioni della giornata, le spieghi in tempo reale a chi ti sta ascoltando. C’è una grande ricerca di senso riguardo a tutti i grandi temi, dalle questioni internazionali all’ambiente, dalle migrazioni all’economia. Se riesci ad essere credibile, la gente ti segue, perché si rende conto che il mondo va molto veloce e non riesce da sola a mettere insieme la valanga di dati e informazioni a disposizione. Le persone faticano a mettere assieme il quadro complessivo di quel che accade e noi possiamo essere un punto di riferimento prezioso». Questo è il giornalismo.

Matteo Angeli e Marco Michieli, Raccontare la politica, Ed. Ytali 2020, pp. 146, €10,00

LO SVILUPPO SOSTENIBILE DEL PAESE NEL CONTESTO EUROPEO. UN DOCUMENTO DI KOINÉ SUI FONDI EUROPEI PER LA RICOSTRUZIONE

Si avvicina il tempo delle scelte che Governo e Parlamento devono fare sul NEXT GENERATION EU, sul MES e sul SURE. Queste misure ci possono mettere concretamente nelle condizioni di far convivere la gestione della pandemia da Covid 19 e l’avvio di un nuovo sviluppo sostenibile del Paese.

L’Europa ha già definito il campo degli interventi di quei tre strumenti e siamo molto d’accordo che non vadano considerati dei salvadanai dai quali si dà poco o tanto a tutti, senza selettività. Il compito degli Stati è appunto quello di favorire progetti privati e pubblici che alzino la qualità delle produzioni, dei servizi e del lavoro. Con questa iniziativa, vogliamo individuare concreti obiettivi, vere scelte di priorità, decisivi strumenti di gestione trasparente, efficace e rapida di queste enormi risorse e così evitare il rischio di non utilizzare al massimo questa opportunità storica.

Su questo  tema l’Associazione Koiné (che raggruppa intellettuali, sindacalisti ed economisti) ha organizzato un webinar, che si è tenuto nella giornata di ieri,che ha visto la partecipazione di esperti di rilievo. IL seminario, coordinato da Raffaele Morese (Presidente di Koiné), è stato molto partecipato. Molti sono stati gli interventi, ricordiamo quelli di : P.P. Baretta (Sottosegretario MEF), R. Prodi* (già Presidente Commissione Europea),  P. Albini (Confindustria), E. Amiconi (Fondaca), P.P. Bombardieri (UIL), E. Cipolletta (Assonime), V. Colla (Regione Emilia Romagna), S. Cofferati (Sinistra Italiana), C. De Vincenti (Merita), G. Legnini (Commissario Aree Terremotate Centro Italia), M. Messori, T. Nannicini (PD), L. Sbarra (CISL), T. Scacchetti (CGIL), G. Vacca. .

Di seguito pubblichiamo il testo con le proposte programmatiche di Koiné.

 

 Dopo il referendum sul taglio dei parlamentari e le elezioni in 7 Regioni e in molti Comuni, l’attenzione degli italiani è tutta concentrata sulla nuova emergenza sanitaria. Ma nello stesso tempo si avvicina il tempo delle scelte che Governo e Parlamento devono fare sul NEXT GENERATION EU, sul MES e sul SURE che si aggiungono ai Fondi Strutturali (35 MD non ancora spesi). Queste misure ci possono mettere concretamente nelle condizioni di far convivere la gestione della pandemia da Covid 19 e l’avvio di un nuovo sviluppo del Paese. Esso non deve essere caratterizzato dall’assistenzialismo. Ma va finalizzato sia a trasformare in meglio quantità e qualità delle produzioni, dei servizi e del lavoro, sia a ridurre sul serio il divario socio-economico tra Nord e Sud.

L’Europa ha già definito il campo degli interventi di quei tre strumenti e siamo molto d’accordo che non vadano considerati dei salvadanai dai quali si dà poco o tanto a tutti, senza selettività. Il compito degli Stati è appunto quello di definire priorità nei confini prefissati a scala europea. Questi non possono essere sottoposti a revisione periodica, a ritardi operativi ma neanche condizionati a scapito del rispetto dei diritti umani e democratici che sono a fondamento della costruzione dell’Unione europea.

Ci giochiamo il presente e il futuro dell’Italia, mettendo alla prova la sua classe dirigente politica, economica e sociale. Al di là della drammaticità pandemica, che va gestita con sempre maggiore competenza e tenacia, gli italiani ora vogliono che, con la stessa capacità, se non meglio, si guardi con lungimiranza allo sviluppo e non ci si limiti alla mera sopravvivenza dell’esistente e al sovranismo dell’autarchia.

Di conseguenza, individuiamo 4 obiettivi:

  • Rimanere agganciati all’Europa per rifondarla come entità politica sovrana, capace di federare Stati che possono mantenere la propria identità senza metterla continuamente in contrapposizione con la scelta europeista di fondo.
  • Stabilire per legge che le risorse europee relative ai tre strumenti siano destinate per i 2/3 dell’intero ammontare alle attività produttive, alle grandi infrastrutture ecosostenibili e al Mezzogiorno.
  • Favorire la compartecipazione delle aziende italiane alla creazione di campioni tecnologici europei, in grado di competere alla pari con altre potenze industriali nel mondo globalizzato.
  • Assicurare l’equilibrio tra innovazione tecnologica, tutela ambientale, efficienza organizzativa e impatto di genere, alta qualificazione degli occupati e riduzione del divario Nord/Sud.

Inoltre, proponiamo 7 scelte di priorità:

  1. a) – la ricerca di base, per consentire la compartecipazione sempre più estesa a scala europea dei nostri centri di ricerca pubblica, procedendo anche ad una razionalizzazione e unificazione degli enti esistenti, in una unica Agenzia Strategica. Senza ricerca di base, non si fanno neanche ricerche applicate pubbliche e private, per cui diventa sempre più debole il contributo che i ricercatori italiani possono dare al sistema produttivo e urbano e quindi costretti ad andare all’estero.
  2. b) – l’ecosostenibilità, per la messa in produzione dell’energia a idrogeno e per abbattere completamente le emissioni di CO2 con priorità agli impianti produttivi e strutture territoriali energivori (climatizzazione calda e fredda, mobilità sui grandi percorsi e urbana, agricoltura e zootecnia). A questo scopo, va estesa la normativa dello sgravio del costo complessivo dell’investimento del 110% ai progetti pubblici e privati, capaci di produrre effettivi risultati entro i prossimi 10 anni.
  3. c) – la digitalizzazione, con la costituzione della Rete Unica Pubblica, estesa a tutto il territorio nazionale, attraverso la quale realizzare in via prioritaria una unificazione accelerata delle piattaforme digitali della Pubblica Amministrazione centrale e periferica in modo che si accresca la trasparenza (anche per combattere meglio mafie e criminalità), si abbatta l’evasione fiscale in modo significativo e possano dialogare velocemente assicurando ai cittadini un vero sportello unico; ovviamente, va messo in campo un ampio programma di alfabetizzazione dei cittadini e dei lavoratori per familiarizzare con i nuovi linguaggi.
  4. d) – l’innovazione tecnologica, con la modulazione dei finanziamenti tecnologici e organizzativi, già impostati con Industria 4.0, in relazione agli effetti sull’occupazione diretta e indotta dei progetti presentati; qualora questi prevedessero il ricorso ai contratti di solidarietà attivi e passivi, vanno destinati contributi aggiuntivi.

e)- la riqualificazione professionale di eventuali esuberi occupazionali non riassorbibili dalle aziende, assicurando anche agli adulti in età avanzata il ricorso alla formazione professionale e in ogni caso la tutela reddituale a ciascun lavoratore fino a nuovo lavoro acquisito, con una trasformazione del SURE in un programma di medio periodo.

f)- le infrastrutture materiali che rappresentano un investimento insostituibile a tutti i livelli istituzionali, specie per quanto riguarda sia la messa in sicurezza del territorio a partire dalle aree terremotate e dal sistema delle acque, sia l’adeguamento delle strutture scolastiche per assicurare a tutti gli studenti parità di condizioni nell’apprendimento.

  1. g) – la sanità, per la quale la dotazione per l’Italia, già predefinita dalla Commissione Europea con il MES, va utilizzata appieno e redistribuita alle Regioni per investimenti strutturali in tecnologie avanzate, in ambienti adeguati, in risorse umane sempre più qualificate.

Infine, indichiamo 3 modalità di gestione delle risorse:

1 – l’istituzione di un Alto Commissariato che, per tutta la durata del NEXT GENERATION, del MES e del SURE consenta una gestione trasparente, rapida e coordinata – sulla base delle direttive del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’economia – dei progetti presentati, accolti e validati anche dalla Commissione Europea, al fine di realizzarli nei tempi e nei modi convenuti.

2 – la costituzione di una Agenzia Nazionale o la ridefinizione della missione dell’ANPAL per la realizzazione della mobilità da posto di lavoro a posto di lavoro degli adulti esuberanti come da punto e.

3 – tutti i progetti presentati per ottenere i finanziamenti europei devono essere corredati da un parere motivato delle OO.SS. maggiormente rappresentative dei lavoratori interessati.

 

Koiné ritiene che la concretizzazione di questi 14 punti possono contribuire a caratterizzare la qualità dello sviluppo futuro del nostro Paese, a far uscire dal tatticismo la discussione pubblica, a mantenerci in sintonia con quanto si sta ipotizzando da parte degli altri Paesi europei.

09/11/2020