“Il liquido amniotico del filantropocapitalismo è la diseguaglianza". Intervista a Nicoletta Dentico

Con le loro fondazioni dominano il mondo. Sempre più potenti sono le
fondazioni dei moderni “filantropi”, ma sarebbe meglio definirli
“filantropicapitalisti”. I loro nomi? Sono i soliti Gates,
Tuner, Zuckeberg. Senza dimenticare i Rockefeller. Il “turbocapitalismo”
trova, così, altri spazi di dominio. Ma quali sono i nuovi ambiti in cui
esercitano il loro potere di influenza politico e sociale? Ne parliamo con
Nicoletta Dentico, giornalista d’inchiesta, autrice di un saggio, molto
documentato, appena uscito in libreria: “Ricchi e buoni? Le trame oscure del
filantrocapitalismo” (Editrice Emi, pagg. 288, Euro 20). Nicoletta Dentico, è
esperta di cooperazione internazionale e diritti umani. Ha coordinato in Italia
la Campagna per la messa al bando delle mine vincitrice del Premio Nobel
per la Pace nel 1997, e diretto in Italia Medici Senza Frontiere con un ruolo
importante nel lancio della Campagna per l’Accesso ai Farmaci Essenziali.
Cofondatrice dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (Oisg), ha
lavorato a Ginevra per Drugs for Neglected Diseases Initiative, e poi per
l’Organizzazione mondiale della sanità. Dal 2013 al 2019 è stata consigliera
di amministrazione di Banca Popolare Etica e vicepresidente della
Fondazione Finanza Etica. Dirige il programma di salute globale di Society for
International Development (Sid).

Nicoletta, è davvero molto interessante il tuo libro. È una autentica
radiografia del turbocapitalismo contemporaneo. Infatti sotto la
“filantropia” c’ è un preciso disegno economico-culturale e quindi
anche politico… È così?
Distinguerei fra filantropia tout court e filantrocapitalismo, che è la fattispecie
di strategia filantropica che il mio libro vuole illuminare. Che cos’è, il
filantrocapitalismo?  E’ un modello operativo con cui i ricchi imprenditori del
mondo industrializzato riescono a intrecciare la loro azione imprenditoriale
con la azione umanitaria, ovvero l’ideazione di “un’azione del bene” – diciamo
così – che serve in buona sostanza ad oliare gli ingranaggi delle imprese,
industrie multinazionali perlopiù, per favorire la loro progressiva penetrazione
e influenza nei luoghi delle decisioni politiche, a livello internazionale.  Nella
logica del filantrocapitalismo scompare il discrimine tra mondo profit e mondo
non profit, anzi la lotta alla povertà diventa un approccio nuovo ed efficace ad
assicurare la massimizzazione del profitto. I ricchi filantrocapitalisti sono
convinti infatti che il mercato sia la sola soluzione alle sfide del pianeta e alle
esigenze di miglioramento sociale che riguardano gran parte della
popolazione mondiale. Da vincitori della globalizzazione, in un ordine
economico che divide il mondo sempre di più tra sommersi e salvati, i ricchi
filantropi  si sono messi a gestire anche i poveri con traiettorie che quasi mai intaccano, anzi talvolta persino rafforzano, le dinamiche di ingiustizia che
governano il mondo. Ma il potere dei loro soldi ha una capacità di seduzione
senza pari, anche nei confronti della politica.

Vediamo le origini del fenomeno. Lo sappiamo che in sé la “filantropia”
esprime “amore per l’umanità”. Ma è nel contesto americano drlla fine
dell’ottocento e i primi del novecento, con Carnegie e Rockefellerr, che
la filantropia esegue la sua mutazione “genetica” : diventa “amore”
calcolato. Come si sviluppa la loro “filantropia”?
La consuetudine del “dono” come meccanismo sociale di relazioni  risale agli
albori della storia umana, come ci ha spiegato il sociologo francese Marcel
Mauss, ed è una azione sociale che investe molti ambiti della vita, da quella
affettiva e religiosa a quella economica. La nascita invece della filantropia
organizzata, delle prime fondazioni che strutturano e professionalizzano la
beneficienza risale alla prima industrializzazione in America, che coincide con
la costruzione di una nazione dalla natura profondamente oligarchica. Il
nuovo capitalismo industriale della fine dell’800 favorisce il repentino sviluppo
di  grandi fortune legate alla costruzione di ferrovie e strade, alle estrazioni
petrolifere, alla nascita dell’industria dell’acciaio. I Rockefeller e i Carnergie –
pur nella differenza delle loro storie – sono i due grandi plutocrati apripista.
Arricchitisi grazie ai loro monopoli industriali – nel settore del petrolio
(Standard Oil) e dell’acciaio (Carnegie Steel Company) rispettivamente – i
due tycoon decisero di mettere in campo una parte delle loro fortune per
compensare la immagine di imprenditori senza scrupoli, ma soprattutto  per
neutralizzare le spinte di rinnovamento sociale che premevano da parte delle
classi sociali sfruttate e poco pagate. Insomma, una forma nuova di
bipolarismo tra capitalismo sfrenato alla ricerca di profitti, e paternalistica
beneficienza con il denaro spietatamente ammassato. Il Vangelo della
Ricchezza, il libro di Carnegie del 1889 che spiega questa strategia, è un vero capolavoro in questo senso, e servirebbe anche per capire i filantropi più moderni.

Tornando al filantropocapitalismo tu affermi che alla base c’è
l’ottimismo del win-win. Cosa vuol dire?
L’ottimismo del win-win (vincono tutti, per intendersi) deriva dalla convinzione
che il metodo imprenditoriale sia il miglior veicolo del miglioramento umano.
Con le erogazioni e soprattutto gli investimenti a favore dei poveri, è possibile
per le fondazioni filantropiche far approdare le loro imprese di riferimento in
paesi comunque non ancora colonizzati e dunque promettenti, grazie a molte
facilitazioni fiscali, o addirittura con fondi pubblici quando si tratta di
programmi internazionali di sviluppo. Vincono i poveri, e vincono i ricchi. La
logica win-win è semplice: se i poveri vengono trasformati in consumatori ,
non saranno più emarginati, perché alla fine anche loro staranno sul mercato.
E da clienti possono riconquistarsi la loro dignità.

Una delle frasi più importanti del tuo libro è : “la diseguaglianza è il
liquido amniotico del filantropocapitalismo”. Questa, secondo me, è la
chiave di lettura di tutto il libro. Alla fine l’opera del
filantropocapitalismo è la perpetuazione delle grandi differenze sociali.
È così?
Certo. Questa forma di filantropia strategica, e vorrei dire egemonica, è al
tempo stesso un effetto della deregolamentazione dell’economia e delle
finanza, e quindi un sintomo di un sistema capitalistico generalmente inadatto
e indisponibile a redistribuire le ricchezze da un lato. Ma è anche una
garanzia di mantenimento del potere finanziario, in un campo di gioco senza
regole. Sappiamo che i soldi parlano. Sappiamo che la concentrazione di
ricchezza nelle mani di pochissime persone – un fenomeno che ha raggiunto
livelli mai visti prima nella storia – implica la affermazione di un potere che è
in grado di soppiantare anche la sfera politica. Inoltre non dimentichiamo che la azione filantropica, soprattutto quando si parla di grandi fondazioni
miliardarie, è uno degli escamotage di
agevolazione fiscale più robusti che si possano immaginare. E dunque il
paradosso è che sono i cittadini che pagano le tasse a sovvenzionare i
filantropi senza aver voce in capitolo sulle loro scelte, invece di destinare quei
soldi alla fiscalità generale degli stati.

Facciamo qualche nome: Gates, Turner, i Clinton, Zuckerberg, Soros
ecc. Fanno riferimento agli USA e in Europa?
In effetti mi sono occupata perlopiù di filantropi americani, perché è lì che il
fenomeno del filantrocapitalismo si è affermato con maggior vigore e capacita
di ramificazione negli ultimi 20 anni. Ma il fenomeno filantropico sta dilagando
ovunque, si contano oltre 200.000 fondazioni nel mondo, 85.000 delle quali
sono insediate in Europa. Alcune delle realtà più affermate di
filantrocapitalismo in salsa europea sono quelle delle fondazioni di impresa
(corporate foundations), che sono nate negli ultimi anni, sulla scorta degli
Obiettivi del Millennio e ora con gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile delle
Nazioni Unite. Penso alla Stiching INGKA Foundation, creata nel 1982 da
Ingvar Kamprad, il miliardario svedese che ha fondato IKEA; alla Nestlé
Foundation, che ha aperto anche un suo dipartimento salute (Nestlé Health
Service); la Welcome Trust in Gran Bretagna, che si occupa di ricerca
scientifica; la Robert Bosch Stiftung; la Vodafone Foundation, ramificata in
quasi tutti i paesi europei.

Parli molto di Gates e un pò di Soros. In cosa si differenzia Soros
rispetto agli altri?
Soros non persegue una agenda filantrocapitalista nel senso tecnico del
termine. George Soros con la sua Open Society Foundations persegue una
agenda di promozione dei diitti civili, non partecipa ai processi internazionali
delle Nazioni Unite e la sua filantropia non si porta dietro la interazione strutturale con il settore privato, come invece fanno Gates, Zuckenberg,
Clinton e altri. Soros è un filantropo iconoclasta, non per nulla i settori che
maggiormente sostiene riguardano i fenomeni migratori e le questioni sulla
proprietà intellettuale. Insomma, Soros è tutta un’altra storia!

Con la potenza del denaro riescono a condizionare Stati ed
Organizzazioni internazionali (ONU). Un esempio è la presenza
tentacolare della Fondazione di Gates. Anche qui ha avuto fiuto….dove
si sviluppa il suo progetto filantropico?  Ci sono conflitti di interesse
con Microsoft?
Mutuando da Umberto Eco, potremmo definire Bill Gates l’Ur-filantropo. Il più
iconico, il più ricco, il più potente, il più intrusivo. Anche quando l’OCSE fa la
mappatura della filantropia, lascia da parte Gates perché la storia della sua
fondazione è un capitolo a parte. Gates sviluppa il suo progetto filantropico in
ogni ambito della vita umana. Il suo percorso è iniziato nel campo della
salute, e io mi sono confrontata con la sua fondazione su questo terreno. Ma
si occupa di nutrizione e agricoltura con il progetto di Rivoluzione Verde in
Africa, di cui parlo nel mio libro, insieme alla Rockefeller Foundation, si
occupa di cambiamenti climatici, di modelli di inclusione finanziaria, di
educazione (soprattutto in America), di ricerca scientifica, di politiche nel
campo dell’energia. E’ praticamente impossibile sfuggire al suo raggio di
azione. La storia di Microsoft e della sua Fondazione vanno di pari passo da
parecchio tempo, soprattutto nel campo della agricoltura in Africa questo
intreccio si è molto rafforzato come tento di raccontare nel mio libro. La spinta
alla digitalizzazione che COVID19 ha imposto al mondo non farà altro che
accelerare e irrobustire i fenomeni di interazione tra le attività di Microsoft e
quelle della Fondazione Gates.

Continuiamo a parlare di Gates. Sappiamo che è molto interessato alla
ricerca sul vaccino anti Covid. Come si intrecciano le cose?
Bill Gates nel 2015, dopo lo scoppio di Ebola in Africa, fece confluire a
Seattle importanti esponenti della comunità scientifica per la definizione di
scenari sanitari. In quella occasione fu annunciato che un patogeno molto
contagioso sarebbe arrivato prima o poi, ed era solo una questione di tempo.
Da quel momento la sua fondazione ha irrobustito gli investimenti nelle
industrie farmaceutiche e soprattutto biotech. In America, in Europa, in Cina.
Dunque, al momento dell’arrivo di Covid19, Gates era probabilmente l’uomo
più preparato per organizzare la rete internazionale di industrie di cui è
importante investitore. Anche perché è sempre Gates che ha creato le entità
pubblico-private più accreditate ormai nella orchestrazione di ricerca e
produzione di vaccini nel mondo:  la Global Alliance for Vaccine Immunization
(GAVI) e la Coalition for Epidemic Preparedness Innovation (CEPI) . Quindi possiamo dire che è lui il kingmaker della partita che riguarda i vaccini, e la
loro distribuzione nei paesi del sud del mondo.

Approfondiamo, ancora, un poco la vicenda dei vaccini anticovid. Le
grandi multinazionali come Pfizer, per esempio, sono coinvolte. Una
delle battaglie è quello sul vaccino come Bene comune. Non sarà facile
agli Stati imporre questo status. Qual è il tuo pensiero?
Certo la partita dei vaccini poggia su moltissimi progetti di ricerca – non se ne
sono mai visti tanti in un solo periodo temporale – ma su poche realtà
industriali. Non dobbiamo dimenticare che prima di Covid19 l’85% della
produzione di vaccini dipendeva da 4-5 aziende al masssimo. I  governi
occidentali hanno finanziato la ricerca per il vaccino con imponenti contributi
pubblici (16 miliardi di euro la CE, 11 miliardi di dollari gli USA) ma senza
porre alcuna condizione all’industria farmaceutica quanto a prezzi, strategie
di accesso, trasparenza degli studi clinici. E mentre i leader politici
continuano a parlare di vaccino bene comune, le aziende brevettano le
innovazioni di know how e prodotti scoperti anche grazie a un finanziamento
pubblico senza precedenti.
L’emergenza sanitaria prodotta dal nuovo coronavirus richiede – come mai
prima – condizioni di accesso rapido a tutti gli strumenti medicali, inclusi i
prodotti farmaceutici come  diagnostici vaccini e  farmaci, per la prevenzione
del contagio e la cura delle persone malate. La perdurante scarsità di prodotti
medicali che colpisce soprattutto – ma non solo – i paesi a basso e medio
reddito mette in grave pericolo la vita del personale sanitario nel mondo,
determina il decesso di un numero significativo di lavoratori essenziali,
prolunga la pandemia. Per questo in questi giorni siamo impegnati in una
campagna di raccolta firme che chiede al governo italiano di sostenere la
richiesta di India e Sudafrica all’Organizzazione Mondiale del Commercio di
sospendere tutti i diritti di proprietà intellettuale in materia di prodotti
farmaceutici e medicali, durante la pandemia di Covid19.  Sarà una battaglia
durissima, le aziende private e i governi occidentali si oppongono e non vogliono sentire storie, ma smuovere le acque in questo ambito potrebbe
aprire il varco al nuovo normale che dovremo costruire una volta che il
contagio sarà finito.

Torniamo ancora al filantropocapitalismo. Qual è il suo rapporto con la
democrazia?
Il filantrocapitalismo per natura e per cultura non si occupa di democrazia,
casomai usa il potere dei soldi per dirottarla e neutralizzarla. Ce lo dicono
senza equivoci le storie che ho raccontato nel libro. Lo avevano capito bene i
politici americani alla fine dell’800, il rapporto di tensione e contrasto tra
democrazia e filantropia. Peccato che le classi politiche del mondo
contemporaneo non abbiano la stessa consapevolezza di sé e della loro
responsabilità nei confronti delle costituzioni democratiche.

Per i sovranisti Gates e Soros sono i grandi nemici. Eppure anche loro, i
sovranisti, hanno le loro fondazioni. È così?
Certo che anche i sovranisti hanno le loro fondazioni e le loro filiere
filantropiche che li sostengono. Nelle loro incarnazioni contemporanee, le
fondazioni rispondono talvolta quasi esclusivamente all’esercizio del potere.
Abbiamo per esempio sentito parlare dalla inchieste giornalistiche dei miliardi
di euro che sono arrivati ai sovranisti europei da una congiuntura di donazioni
di fondazioni di estrazione rigidamente conservatrice americana, in alleanza
con finanziamenti di miliardari russi vicini a Putin, entrambi interessati ad
erodere lo stato di diritto nel nostro continente. Fondazioni che hanno trovato
sponde anche in circoli molto conservatori della Chiesa cattolica, e che tanto
per stare nelle nostre vicinanze hanno permesso a Steve Bannon di
esercitare la sua azione di influenza strategica da una abbazia del centro
Italia. Cose dell’altro mondo!

Arriviamo al termine del nostro colloquio. È possibile una vera
filantropia?
Credo che la vera filantropia, ovvero in senso etimologico l’unico vero amore
per l’umanità, è quello che passa attraverso il cammino della uguaglianza, la
libertà e la democrazia. E’ quello che riconosce a tutti e tutte la medesima
dignità.

Le quattro sfide di Biden

Come si muoverà Joe Biden nello scacchiere internazionale? Quali saranno i suoi rapporti con le potenze mondiali? Quali le sue priorità? Ne parliamo, in questa intervista, con il professor Vittorio Emanuele Parsi, Ordinario di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano.
Professore, il risultato delle presidenziali americane, per qualche osservatore italiano, rappresentano una sorta di “25 Aprile per l’America e per il mondo” . Che mondo ci ha lasciato Trump?

Professor Vittorio Emanuele Parsi

L’effetto più devastante di quattro anni di presidenza Trump è stato aver legittimato e amplificato un clima di scontro permanente e di ridicolizzazione della verità. È la tossina peggiore che può essere inserita nel corpo di una democrazia, in grado di staccare la carne della società dallo scheletro delle sue istituzioni, come un botulismo della politica. Trump ne ha fatto un uso massiccio e crescente, a mano a mano che il dilettantismo e l’incompetenza della sua azione veniva amplificata dalla magnitudine dei problemi che non riusciva ad affrontare.
Veniamo al Presidente eletto, Joe Biden. Quale sarà la prima mossa, secondo Lei, che farà per ridare credibilità agli USA nello scenario internazionale? O pensa, invece, che per prima cosa proverà a pacificare la società americana?

Le due cose vanno insieme, per molti aspetti. Ma la priorità è ovviamente alla dimensione domestica. Se vorrà riuscire a essere il presidente di tutti gli americani, Joe Biden dovrà dimostrare di non essere “un uomo per tutte le stagioni”. Le sfide che lo attendono sono talmente gigantesche che soltanto una leadership salda ed efficace potrà produrre la riunione sotto una sola bandiera di una nazione lacerata. Queste sfide si chiamano, rispettivamente: disintossicazione della società dal mix esplosivo di sovraeccitazione e bugie che hanno caratterizzato questa stagione; gestione responsabile della pandemia; riequilibrio dell’economia; rilancio della leadership americana nel mondo.
Parliamo dei nodi strategici (Unione Europea, Russia, Cina, Medio Oriente, Israele e Africa). I leader europei (quelli non sovranisti) hanno tirato un sospiro di sollievo. C’è da sperare in un rilancio della alleanza con l’Europa?  Cosa potrà concedere?

Il problema non è la concessione, ma la consapevolezza che la grandezza di un Paese, come di un essere umano, dipende dalla qualità delle relazioni che ha con gli altri.

In che senso?

L’America è stata grande quando è stata la leader del mondo libero e un esempio per gli altri. Il recupero di questa “tradizione”, la tradizione del secolo americano per noi europei è la migliore garanzia.
Nei confronti del protagonismo di Putin come si porrà?

La Russia perde il suo miglior interlocutore. In ogni caso la tradizione democratica recente è di forte diffidenza verbo la Russia. Poi, intendiamoci, la Russia ha ben maggiori problemi. Il rinsaldarsi della relazione con UE e dentro la NATO ovviamente riduce lo spazio di manovra di Mosca.
Sulla Cina  ci sarà un approccio pragmatico?

Cina e USA sono ormai su una rotta di confronto. Ma si può impedire che questo degeneri in un conflitto (sia pure non armato). Certo la politica di Biden si attende meno erratica e provocatoria. Ma con i dazi, il deficit commerciale USA verso la Cina è aumentato…

Medio Oriente e Israele. Sappiamo che Trump era tutto schiacciato su Beniamin Netanyahu. Che con Trump si è reso protagonista della politica cosiddetta “Pace di Abramo”. Dimenticando, così, i palestinesi i. Ci saranno novità?

Questo è il quadrante più complicato. Netanyahu è ben consapevole di aver perso “il miglior amico di Israele”. Del “suo” Israele, intendiamoci. Ma Biden non potrà facilmente recedere dal trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e dal riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture siriane del Golan. Sugli insediamenti illegali e illegittimi dei coloni israeliani nei territori palestinesi occupati (dal 1967) potrebbe invece esserci un cambiamento. Così come sul finanziamento alle autorità palestinesi e alle agenzie ONU che consentono al popolo palestinese di sopravvivere.

Su Erdogan e Iran?  Su Erdogan sarà più duro?

Biden è stato l’artefice del JCPOA e della fine dell’ostracismo dell’Iran. Tenterà di ristabilire un accordo con l’Iran, sia pure a condizioni diverse dal vecchio trattato. Sarà probabilmente disponibile ad aiutare economicamente Tehran, in cambio  di maggiori rassicurazioni sui suoi programmi missilistici e tecno-nucleari. Con Erdogan possiamo aspettarci minor condiscendenza e maggior contrasto alla sua disinvolta politica di espansione regionale.

L’Africa può tornare ad essere strategica per gli Usa?

Non più di quanto lo sia stata negli ultimi anni. Sarà importante per stabilizzare il continente in chiave di contrasto all’islamismo estremista e all’espansionismo cinese.

All’Italia ridarà un ruolo di interlocutore privilegiato?

No. Ma l’Italia si può solo avvantaggiare di un. Presidente USA favorevole al multilateralismo, alle istituzioni internazionali, alla UE.  il ritorno degli USA a una politica dia attenzione transatlantica e non ostile alla UE semplifica la nostra politica estera.

Insomma con Biden torna il multilateralismo? 

Biden ha annunciato in un programma di interventi pubblici e di nuova regolamentazione dell’economia persino superiore a quelli presenti nel programma di Obama. È la sola rotta percorribile, per quanto ardua, affinché gli Stati Uniti possano tornare a essere il Paese leader delle democrazie. Le angosce che hanno gonfiato le vele di populismo e sovranismo rimangono tutte. E devono essere affrontate senza illudersi che un ritorno al passato sia la soluzione. Una globalizzazione meno selvaggia, un mercato più inclusivo ed equo, uno sviluppo più attento alla salvaguardia del pianeta, una società che non mortifichi qualità e aspirazioni della sua metà femminile: sono tutti obiettivi più a portata di mano con l’America che senza l’America o contro l’America. Ecco perché la vittoria di Joe Biden è stata accolta con tanta soddisfazione da tutti i leader europei. Da sola non basterà a rimettere in carreggiata multilateralismo e internazionalismo liberale, né risolverà magicamente i problemi ambientali. Neppure cambierà la realtà di una crescita relativa del ruolo cinese nel mondo o delle tensioni esplosive del Medio Oriente: ma ci fa guadagnare tempo, ci fornisce rassicurazioni sul metodo e sulla responsabilità con cui Washington si muoverà nei prossimi quattro anni. Ci offre, in sintesi, maggiori speranze di successo.

“Nati per riaccendere la speranza nella notte della politica”. Intervista a Marco Bentivogli

Marco Bentivogli (Ansa)

Nata da pochi giorni e già fa discutere l’opinione pubblica. Parliamo di “Base Italia”, un’associazione per “far tornare l’Italia a crescere”, come dice Marco Bentivogli, ex segretario dei metalmeccanici della Cisl, e ora coordinatore di Base Italia. Il presidente è Floridi, nel comitato scientifico figurano nomi importanti: da Carlo Cottarelli alla docente di Diritto del Lavoro Lucia Valente, dal gesuita Francesco Occhetta al sociologo Mauro Magatti.  Quali sono le sfide che lancia “Base” alla politica italiana? Ne parliamo, in questa intervista, con Marco Bentivogli.

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“Il Recovery fund imporrà stabilità alla politica italiana”. Intervista a Fabio Martini

Fabio Martini

Archiviate le elezioni regionali la politica italiana dovrà fare i conti con una realtà assai complicata sotto molteplici punti (dall’economia all’emergenza sanitaria). Come si svilupperà il posizionamento delle forze politiche nei prossimi, decisivi, mesi? Ne parliamo, in questa intervista, con l’inviato , e cronista politico, della “Stampa”Fabio Martini.

 Fabio Martini , le elezioni amministrative e il Referendum appena svolte ci consegnano alcuni elementi di riflessione politica. Analizziamoli separatamente. Primo elemento : la spallata dei sovranisti contro il governo Conte è fallita.  

Domanda: il fallimento della spallata dovrebbe essere un ottimo incentivo per la stabilità governativa e rendere l’azione di governo, come vorrebbe Zingaretti, più efficace. Eppure all’orizzonte si vedono elementi di difficoltà, dovute alle tensioni  nei Cinque stelle. Insomma la stabilità è una illusione ottica? 

«No, la stabilità non è un’illusione ottica: è un imperativo categorico imposto da un’emergenza imponente, dalla gestione di una pioggia di miliardi che inchioda i i governanti al loro posto, dall’atteggiamento dei principali personaggi di opposizione, che sembrano incapaci di suscitare una convincente “mozione popolare” che riallinei il “Paese legale” (che può contare su una legittima maggioranza in Parlamento) e il “Paese reale” delle intenzioni di voti e delle 15 Regioni di centro-destra contro le 5 di centro-sinistra. Soltanto un collasso sanitario e sociale può sconvolgere il quadro politico e d’ altra parte l’attuale decrescita dei Cinque stelle potrebbe diventare destabilizzante soltanto nell’improbabile caso che alle fine negli Stati generali dovessero vincere i fautori del ritorno alle origini, linea incarnata da Di Battista. Ma se invece i sostenitori del “Vaffa”, dopo aver perso il congresso, dovessero andarsene (cosa possibile), nella vasta palude dell’attuale Parlamento non mancherebbero i “responsabili”».

 

Secondo elemento di riflessione: il PD. Il partito democratico ha dimostrato una ottima tenuta (mantenere la Toscana e la Puglia). E Zingaretti si stabilizza e rafforza al suo interno. Però i problemi “ontologici”, chiamiamoli così, non sono risolti. È così Fabio?

«La “percezione” di una tenuta del Pd è legata all’aspettativa (motivata) di una possibile, storica sconfitta nella roccaforte Toscana. Qui, nell’ultima settimana, il “richiamo della foresta” ha funzionato, mentre in Campania e in Puglia a vincere sono stati i due Governatori uscenti, non certo il simbolo del loro partito. Dove invece poteva esprimersi un fattore-Pd – le Marche e la Liguria – i democratici hanno perso nettamente. I problemi “ontologici” restano tutti, ma ora il Pd è a favore di vento: il suo segretario è nettamente più saldo e dalle personalità più attrezzate del suo partito, può estrarre il know how necessario per provare a trasformare il Recovery fund in un autentico volano di crescita, anziché in una somma di micro-investimenti utili soltanto a carpire consensi effimeri da segmenti di opinione pubblica».

 

Il terzo elemento è rappresentato dai 5stelle. La vittoria del referendum sul taglio dei parlamentari non lenisce le ferite di un corpo indebolito. Anzi per certi versi le amplifica. Se l’unico risultato positivo, con la partecipazione di altri soggetti più o meno sinceri, è quello di una battaglia anticasta e poi perde sul territorio locale questo prova, ancora una volta, l’irrisolta identità. E questo favorisce le sirene del populismo interno. Intanto anche il fondatore, Beppe Grillo, torna a sparare sulla democrazia parlamentare e fa la pace con Casaleggio. Insomma il caos regna sovrano. Andremo verso una scissione? 

«Tra le ipotesi in campo, affidarsi subito ad un leader (di fatto di nuovo Di Maio), ad un Direttorio (con la presenza di un “contiano”) alla fine prevarrà quella di accostarsi agli Stati generali con un processo partecipato. Una soluzione al ralenti, che non premia nessuno dei contendenti, ma lascerà uno stato di tensione permanente: non esattamente un balsamo per il governo. Ma per la scissione è presto per fare previsioni».

 

Il quarto elemento riguarda il fronte sovranista (Lega e Fratelli dItalia). Anche qui i punti problematici non mancano. Mettendo tra parentesi, per ora i guai giudiziari di Salvini e Lega. Per la Lega riguarda la coabitazione Salvini – Zaia. Riuscirà Zaia ad avere un effetto moderato su Salvini?  

«Sulla Lega, sul suo leader e sul presidente della Regione Lombardia incombono diverse – e non trascurabili – vicende giudiziarie che potrebbero pesare, ma solo nel caso di una clamorosa evoluzione negativa. In questo senso andranno seguiti gli effetti della vicenda lombarda: se per caso la situazione dovesse precipitare verso uno scioglimento del Consiglio regionale, il risultato di eventuali elezioni anticipate potrebbe avere effetti di lunga durata. Sia sulla politica nazionale che sugli assetti del centrodestra. Non necessariamente a svantaggio di Salvini. Ma sono tutti scenari estremi: in mancanza di clamorose svolte extrapolitiche, Salvini resterà il capo della Lega. Sarà lui a decidere se, come e quanto “resettarsi”: impresa non facile, perché ogni leader ha un carattere e un’identità e travestirsi non porta mai bene. Certo, il Salvini comparso domenica da Lucia Annunziata era diverso dal solito: sempre determinato ma più discorsivo. Meno «è tutto sbagliato, è tutto da rifare». Un “nuovo” Salvini? Presto per dirlo».

 

La crescita di Fratelli d’ Italia è dovuta al carisma comunicativo della Meloni, ma appare evidente il problema della classe dirigente di Fratelli d’Italia. Anche per la Meloni si pone il problema di ammodernare il suo partito. Insomma nascerà un nuovo centro destra? 

«Fratelli d’Italia cresce gradualmente e senza soste: un fenomeno politico da non sottovalutare. Grazie alla grinta politica e ad una buona efficacia comunicativa, Giorgia Meloni sta per  entrare in una “categoria” – gli “over 20” per cento – che richiede uno spessore aggiuntivo: il carisma. Come dimostrano sia Salvini che Di Maio la grinta ti porta su, ma senza gravitas rischi di cadere. Meloni, se si escludono alcuni quadri ex An (Urso, La Russa, Storace) e un personaggio di spessore come Guido Crosetto, non dispone di una “tastiera” politico-culturale e di una rete di relazioni all’altezza delle sue ambizioni. I prossimi mesi diranno se avrà compreso la questione».

 

Una battuta su Forza Italia.. Sempre più in discesa… Sarà irrilevante?
«I risultati nelle Regionali dimostrano che oramai Forza Italia è in dissolvenza. La malattia di Berlusconi ha bloccato, per rispetto del vecchio leader, un’implosione che era già pronta. Ma tutto evolve verso un superamento di Forza Italia, comprese le tentazioni di affidare le chiavi del partito a Giorgia Meloni, Il duo Toti-Carfagna potrebbe presto dar forma ad un soggetto nuovo, il cui successo dipende dalla risposta a due domande: sarà una semplice e ben assortita somma di personalità? Oppure risponderà ad una domanda inevasa da anni, quella di un soggetto moderato e autenticamente liberale nel centrodestra? Con una chance in più: in un futuro dopo-elezioni Politiche, segnato dall’incertezza e da numeri ballerini, un soggetto di questo tipo potrebbe tranquillamente convergere con un centrosinistra che decidesse di emanciparsi dai Cinque stelle». 

 

Una seconda battuta veloce riguarda Renzi e Calenda. Hanno capito che il sogno centrista è finito? 

«Matteo Renzi ha dovuto prendere atto che persino nella sua Toscana l’appeal si è affievolito e dunque la sua Italia Viva rischia l’evanescenza. Carlo Calenda è molto diverso da Renzi: non si è misurato con la sua Azione ed è l’unico, fiammeggiante oppositore del governo che argomenta le sue ragioni. Il consolidamento di uno Zingaretti che guarda a sinistra, può aiutare Calenda nel tentativo di far crescere una forza liberale anche tra i progressisti. Impresa complicata dato il contesto, ma l’uomo ha coraggio, tenacia, idee. Certo, la ripetuta convinzione che quasi tutti gli altri, tranne lui, siano in malafede e impreparati, non aiuta la sua impresa».

Quinto elemento riguarda il premier Conte. Ha ricevuto una boccata di ossigeno dal referendum e dalle regionali. Però, anche per lui, è arrivato il momento di cambiare registro. La gestione dei fondi europei impone questo cambio. Riuscirà? 

«Anche i detrattori di Conte si stanno rendendo conto che l’uomo, al netto dell’ evidente autocompiacimento che muove pensieri e parole, dopo due anni ha imparato il “mestiere” e ha incrementato le relazioni. Ora Conte è chiamato alla stessa impresa che interpellò Mario Monti nella fase-1 del suo mandato: scontentare i partiti che lo sostenevano e fare riforme dolorose ma utili. Non servono necessariamente lacrime e sangue, ma sapersi emancipare dalle pressioni di tutte le lobbies, imprenditoriali, sindacali e di varia natura, e provare a mettere, come diceva una vecchia pubblicità, “il Tigre nel motore” del Paese. Se lascerà diluire il carburante, il rischio è che stavolta la macchina Italia vada in panne. I più recenti pronunciamenti di Conte su Quota 100 e reddito di cittadinanza, se portati avanti, potrebbero preludere ad una “fase 2” nella postura politica di Giuseppe Conte: da abilissimo notaio del patto Lega-5 stelle e poi Pd-Cinque stelle a battistrada. Da leader-follower a leader-leader. La scommessa è questa: non resta che attendere»
.
Ultima considerazione riguarda il nuovo ruolo dei governatori. Indubbiamente la gestione del Covid li ha favoriti. Per qualche osservatore sta nascendo un nuovo populismo “virale”. Qual è il tuo pensiero? 

«Restiamo ai fatti: al netto di protagonismi esibiti, alcuni Governatori (non tutti) hanno svolto un ruolo trainante durante la crisi Covid. Il plebiscito raccolto da Vincenzo De Luca è il premio ad un’azione e ad una predicazione che è l’esatto opposto del populismo demagogico. Non appena il virus si è manifestato e non aveva ancora le dimensioni successive, il presidente della Campania ha subito indicato le misure più drastiche, che nei giorni successivi sono state letteralmente “copiate” dal governo e dalle altre regioni. E inizialmente lo ha fatto, andando contro il senso comune dei campani. De Luca sapeva che lasciare la briglia sciolta al ribellismo campano, avrebbe potuto portare ad una strage in una Regione ad altissima densità abitativa. Successivamente quel pugno duro si è trasformato in consenso da parte di cittadini, che hanno “delegato” al Governatore la gestione della loro ansia e si sono sentiti protetti dall’autorità pubblica. Per un politico-leader questa combinazione rappresenta il massimo: unire il proprio vantaggio politico con l’interesse generale».

Il grande bivio di Giorgia Meloni. Intervista a Fabio Martini

Giorgia Meloni (Ansa)

Nel centrodestra si sta imponendo la figura di Giorgia
Meloni. Sarà lei la leader della coalizione? Ne parliamo
con Fabio Martini inviato e cronista parlamentare del
quotidiano “La Stampa”.

Fabio Martini, sempre più Giorgia Meloni sta facendo
parlare di sé. Sicuramente un dato è certo, almeno
stando ai sondaggi: il suo partito è in crescita (supera
abbondantemente il 13%, e insidia da vicino il
Movimento 5stelle). Domanda: a parte il tradizionale
voto di destra (cui anche la Lega beneficia) sembra di
capire che l’espansione di questo partito stia
avvenendo grazie a quella parțe di società arrabbiata
che ha votato per i 5stelle e la lega, senza dimenticare
il voto borghese di forza Italia (mettendo, in questo
ambito, il voto cattolico tradizionalista). È così?

Fabio Martini (AUGUSTO CASASOLI/A3/CONTRASTO)

Oramai viviamo in una sondocrazia, con sondaggi più o meno attendibili che misurano qualsiasi evento, e quindi da una decina di mesi sappiamo che è in atto un’escalation di intenzioni di voto
a favore dei Fratelli d’Italia. Nessuno ci ha spiegato ancora e in modo analitico le ragioni di questo boom, ma se guardiano ai numeri reali e non virtuali, capiremo qualcosa in più. Nelle elezioni Politiche del 2018 la Lega di Salvini raccoglie il 17,3% dei consensi, Fratelli d’Italia di Meloni il 4,3%. Totale: 21,6%, percentuale che a leggerla oggi ci stupisce per le sue dimensioni circoscritte. Ma un anno dopo, al culmine di scelte politiche ben mirate e di un’efficace presenza sui media vecchi e nuovi,
Salvini raddoppia la percentuale (34,3%) strappando voti ai Cinque stelle, mentre Meloni resta sostanzialmente al palo (più 2,1%). Passano tre mesi, Salvini calcola male le sue mosse, gli altri fanno un nuovo governo e dall’autunno inizia l’escalation di Meloni. Tutta ai danni della Lega, tutta dentro il perimetro del centrodestra e intercettando in gran parte quel voto di protesta indistinto che era passato dai Cinque stelle alla Lega.

In questi ultimi mesi la leader di Fratelli d’Italia ha cercato
di crearsi un profilo “repubblicano” (diciamo così), cercando
di distanziarsi dall’altro sovranista che è Matteo Salvini. Per
esempio questo è avvenuto sul Recovery Fund. Però
nell’ultimo dibattito parlamentare, sulla proroga dello “stato
d’emergenza”, i toni del suo intervento sono stati assai
virulenti. A me sembra che  il suo profilo “repubblicano” sia
più forma che sostanza. Qual è il tuo pensiero?
Un intervento assai significativo perché ha segnato l’immagine
di Giorgia Meloni: per le argomentazioni («deriva liberticida,
siete pazzi irresponsabili»), assai più hard di quelle usate dagli
altri esponenti del centrodestra, ma anche per il linguaggio del
corpo: viso trasfigurato e decibel alti. Un’immagine “tosta” che
propone il bivio assai importante che riguarderà Meloni nei
prossimi mesi: concentrarsi sul voto di “pancia”, continuando ad
erodere la Lega, oppure rafforzare il profilo di “destra
repubblicana”, bipartisan sulle questioni di interesse nazionale?
In altre parole: leader di un partito-coalizione o di un partito
nella coalizione? O per capirsi ancora meglio: leader di un
partito o leader della coalizione? L’ultima Meloni fa pensare ad
una scelta più concentrata sul successo dei Fratelli d’Italia ma la
politica italiana è molto mobile e un ulteriore incremento dei
consensi per il suo partito, potrebbe indurre Meloni a riprendere
il progetto avviato e non concluso da Gianfranco Fini: una destra
nazionale potenzialmente capace di parlare al Paese e non solo
ad una fetta di elettorato.

Sul piano dei rapporti internazionali Giorgia Meloni, per
esempio nei potentissimi  circoli ultraconservatori americani
ed europei,  offre maggiore “affidabilità” caratteriale
di  Matteo Salvini. Ma questa “affidabilità” è sufficiente per
proporsi come leader di una destra moderna?
In alcuni circoli internazionali, oltre all’affidabilità caratteriale, è
richiesta soprattutto l’affidabilità atlantica. Che Matteo Salvini
non ha garantito. Nel momento della sua ascesa, si è appoggiato
a circoli che puntano a destabilizzare l’Europa e in particolare a
Vladimir Putin, rispetto al quale la Lega non è stata in grado di
mantenere le promesse, che erano quelle di un’azione politica
volta ad allentare le sanzioni. Meloni si è collegata invece ai
circoli della destra conservatrice americana (quella che guardò
con simpatia a Fini) ed europea. L’ancoramento atlantico
sicuramente può aiutare l’ascesa di Giorgia Meloni.

E sempre per rimanere in ambito internazionale il partito
della  Meloni fa parte del Gruppo dei “Conservatori e
Riformisti Europei”, un gruppo euroscettico e
antifederalista. Anche qui siamo lontani dall’idea di una
destra europea sognata da Gianfranco Fini, per cui il suo si
al “recovery fund” sembra più dettato dall’interesse
nazionalistico che dallo spirito di condivisione europeistico.
Cosa ne pensi?
Dopo il risveglio dell’Europa, i sovranisti – per dirla con
Romano Prodi – hanno preso una bella “botta”. Meloni, che è
sempre stata border line, ci resterà. Ma certo siamo lontani anni
luce dalla scelta fatta da Gianfranco Fini, che rappresentò l’Italia
– assieme a Giuliano Amato – nella Convenzione chiamata a
scrivere la Costituzione europea.

Tutti sanno che Giorgia Meloni viene dal Msi, quanto di quel
partito è rimasto nella cultura politica di Giorgia Meloni?
Quando l’Msi per la prima volta si presenta alle elezioni
politiche col simbolo di Alleanza nazionale, Giorgia Meloni
aveva 17 anni. Ma sicuramente An, il partito nel quale lei è
cresciuta, aveva le sue radici nell’Msi.  Un partito che, dal 1946
al 1995 ebbe leader forti e dialettica interna vivacissima: quella
vivacità oggi si è spenta, comanda Giorgia. An e Msi erano
partiti stimolati da intellettuali non conformisti: diradati. I tratti
principali della cultura politica missina sono quasi tutti
scomparsi e perciò assenti in Giorgia Meloni. Il nostalgismo:
assente. Il presidenzialismo: assente. La rivendicazione delle
mani pulite come conseguenza dell’emarginazione politica:
assente. Meloni però ha ereditato da Msi e An un bene
immateriale: la scuola politica. Quel dna che le consente quasi
sempre di restare nell’ambito del “politicamente corretto”. E in
ogni caso vengono dall’Msi i “colonnelli” che, pur indotti a stare
un passo indietro, restano gli unici che tra i Fratelli d’Italia
possano vantare professionismo politico: Ignazio La Russa,
Adolfo Urso, Francesco Storace, Fabio Rampelli.

Giorgia Meloni ha una visione della politica ”muscolare” .
E  per sua natura tendente alla semplificazione (vedi il tema
dell’immigrazione), in questo non si distingue molto da
Matteo Salvini. Domanda   perché alcuni settori moderati (o
supposti tali) sono attratti da lei?
Lo dicevamo prima: avere o meno come interlocutori anche
elettori moderati è l’enigma dei prossimi mesi. Per ora non sono
gli elettori in cima ai pensieri di Giorgia Meloni.

Quanto pesa il populismo nella prassi, diciamo nell’estetica
politica di Giorgia Meloni?
Se c’è una differenza tra lei e i leader della destra del passato sta
proprio in una certa “estetica populista”: Almirante e Fini sono
stati capi che hanno espresso una forza demagogica e
contestativa, naturali per un partito rimasto ai margini per
mezzo secolo, ma entrambi accompagnavano la forza
d’urto con quella che Giovanni Sartori gravitas. Un
approccio che, per ora, sembra difettare alla leader di
Fratelli d’Italia:

Ultima domanda: come si svilupperà il rapporto, destinato a
diventare molto conflittuale, con Salvini?
Le diversità, le divergenza e i contrasti sono destinati ad
aumentare. Già oggi l’affetto reciproco è basso ma occorre dare
atto ai due di aver finora soffocato con notevole abilità questa
diffidenza.