La figlia del Papa. Un libro di Dario Fo

copertina“In tutte le storie famose, come quella dei Borgia, si trovano sempre diverse versioni del dramma.Nella maggior parte dei casi, però, si scopre un intento deformante, soprattutto dal punto di vista storico. Personalmente non ho fatto altro che ricercare la verità”. Così il premio Nobel Dario Fo spiega la sua ultima opera letteraria,  un libro, uscito oggi nelle librerie per i tipi di Chiarelettere, sulla figura di Lucrezia Borgia. E nel pomeriggio di oggi a Milano, presso l’aula magna dell’Università Milano – Bicocca, c’è stato uno spettacolo-presentazione del volume a cura della Compagnia teatrale “Fo-Rame”.

 

Lucrezia, Figlia di un papa, tre volte moglie (un marito assassinato), un figlio illegittimo… tutto in soli 39 anni, in pieno Rinascimento. Una vita incredibile, da raccontare. Ci hanno provato scrittori, filosofi, storici. Di recente sono state dedicate a Lucrezia serie televisive di successo in Italia e all’estero.

 

Ora, eccezionalmente, il premio Nobel Dario Fo, staccandosi da ricostruzioni scandalistiche o puramente storiche, ci rivela in un romanzo tutta l’umanità di Lucrezia liberandola dal cliché di donna dissoluta e incestuosa e calandola nel contesto storico di allora e nella vita quotidiana. Ecco il fascino delle corti rinascimentali con il papa Alessandro VI, il più corrotto dei pontefici, il diabolico fratello Cesare, e poi i mariti di Lucrezia, cacciati, uccisi, umiliati, e i suoi amanti, primo fra tutti Pietro Bembo, con il quale condivideva l’amore per l’arte e, in particolare, per la poesia e il teatro. Tutti pedine dei giochi del potere, il più spietato.

 

Una vera accademia del nepotismo e dell’osceno, tra festini e orge. Come oggi. Perché il romanzo della famiglia dei Borgia è soprattutto la maschera del nostro tempo che, visto attraverso il filtro di quel periodo, ci appare ancora più desolante e corrotto.

 

 

Dario Fo, La Figlia Del Papa, Ed. Chiarelettere, Milano 2014, pagg. 208, € 13,90.

 

 

Per gentile concessione dell’Editore pubblichiamo un breve estratto del libro

 

 

A piedi giunti nel fango

 

Sulla vita, sui trionfi e sulle nefandezze più o meno documentate dei Borgia si sono scritte e messe in scena opere e pièces teatrali, realizzati film di notevole fattura con attori di fama e, ultimamente, anche due serie televisive di straordinario successo. Qual è il motivo di tanto interesse verso il comportamento di questi personaggi? Senz’altro la spudorata mancanza di pulizia morale che viene attribuita loro in ogni momento della vicenda.

Un’esistenza sfrenata a partire dalla sessualità fino al comportamento sociale e politico.

Fra i grandi scrittori che ci hanno raccontato drammi, cinismi e amori di questa potente famiglia ci sono ad esempio Dumas, Victor Hugo e Maria Bellonci. Ma uno dei più noti è John Ford, elisabettiano dell’inizio del Seicento, che mise in scena Peccato che sia una puttana, opera ispirata quasi sicuramente alle presunte avventure di Lucrezia Borgia e suo fratello Cesare, che la leggenda assicura essere stati amanti. La nostra amica Margherita Rubino ha condotto una ricerca sui drammi scritti nel tempo stesso dei Borgia e ha scoperto ben due autori, Giovanni Falugi e Sperone Speroni, che trattano della vicenda mascherandola con una provenienza romana, nientemeno che da Ovidio.

Certo che se stacchiamo di netto dal Rinascimento italiano la storia di papa Alessandro vi e dei suoi congiunti ne otteniamo una saga sconvolgente, dove i personaggi si muovono senza alcun rispetto per gli avversari e spesso nei propri stessi confronti.

La vittima da immolare ogni volta, fin dalla sua infanzia, è senz’altro Lucrezia. È lei che viene buttata tanto dal padre che dal fratello in ogni occasione nel gorgo degli interessi finanziari e politici, senza un briciolo di pietà. Di cosa ne pensi la dolce figliola non ci si preoccupa assolutamente. Del resto è una femmina, un giudizio che valeva anche per un padre futuro papa e un fratello prossimo cardinale. Anzi in certi momenti Lucrezia è un pacco con tondi seni e stupendi glutei. Ah, dimenticavamo, anche i suoi occhi sono carichi di malìa.

 

 

Il Popolo e gli dei. Un libro sulla grande crisi

5260849“La sovranità si è spostata verso i gironi opachi e incontrollati della grande finanza internazionale, quella che orienta, giorno per giorno, secondo dopo secondo, il nuovo dominus: il mercato. Vista con lo sguardo del cittadino essa diventa lontana, inafferrabile, apolide: il popolo e gli dei non sono mai stati più lontani.
Se la sovranità, con i suoi nuovi dei, slitta sempre più verso l’alto, dove va il popolo? In teoria è lrnella nube del mugugno e della rabbia, si trasforma da comunità di cittadini a esercito di sudditi”.

Questa è la chiave di lettura del libro, scritto a quattro mani, da Giuseppe De Rita, presidente del Censis, e dal giornalista Antonio Galdo per i tipi della Laterza. Il titolo da l’idea del paradigma basilare del libro “Il popolo e gli dei. Così la grande crisi ha separato gli italiani” (pagg. 104. € 14,00).

Che è poi la proiezione su scala nazionale della più grande frattura “sismica”, la “faglia” planetaria prodotta dalla “iperglobalizzazione”, tra la “superelitè” del potere finanziario globale e il resto del mondo (ivi compresa anche la politica degli Stati sovrani).

Dove i primi sono sempre più ricchi e i secondi sempre più poveri.

L’Italia, come il resto del mondo occidentale, non sfugge alla “logica” diabolica che la grande crisi ha prodotto in questi ultimi anni.

Se è vero che nella nostra Costituzione, come nel resto del Costituzionalismo moderno e contemporaneo, la sovranità appartiene al popolo in questi ultimi anni in realtà, come detto all’inizio, si è assistito ad un grande furto di sovranità. Ovvero il potere reale si è spostato verso entità sempre più astratte (il Mercato) ma, in realtà, molto reali.

Così gli “Dei”, le elitè tecnocratiche -politiche, si collocano sempre più lontane dal popolo. Un popolo italiano, definito dagli autori con grande realismo e perfino crudeltà analitica, come popolo della sabbia: “fragile per definizione, esposto ai rischi prodotti dal potere cieco dei mercati, dal furto della sovranità, dalla crisi della rappresentanza”. Queste sono le tre grandi crisi che attraversano la società italiana. Gli “Dei”, o la “casta” secondo altri, godono di ogni tipo di privilegio mentre il distante si perde nei mille rivoli della crisi (dalla disoccupazione, alla perdita di garanzie sociali ed economiche): “il vento soffia sul popolo della sabbia crea dune e avvallamenti, scatena tempeste”. Tempeste che sfociano nel ribellismo sterile dell’antipolitica. Una crisi di rappresentanza che tocca tutti gli istituti della partecipazione dai partiti alle istituzioni europee (vissute come burocrazia tecnocratica).

E’ la mancanza di un ideale, di un progetto, di un sogno condiviso ovvero di quella “chimica sociale” che produce una società solidale.
Secondo l’analisi dei due autori, le responsabilità di questo processo che ha separato in modo quasi definitivo la società civile da coloro che sono chiamati ad amministrarla vanno divise equamente tra le due parti in causa. Il “popolo”, infatti, negli anni della Crisi non ha saputo porsi come entità collettiva capace di pretendere il rispetto dei propri diritti, preferendo frammentare le sue richieste in un pulviscolo di lamentele senza scopo e accontentandosi di sparare a zero, in modo generalizzante e qualunquista, sulla classe politica in toto, mentre “gli dei” hanno approfittato della situazione per consolidare il proprio potere e gestire al meglio i propri affari, disinteressandosi totalmente dei loro doveri nei confronti della collettività. Il risultato di questo processo è un Paese che esce dalle maglie della crisi come irrimediabilmente frammentato, un Paese in cui ogni individuo rimane chiuso nel suo piccolo guscio nel tentativo di tutelare se stesso e in cui l’idea stessa di società diventa sempre più labile, sempre più difficile da afferrare.

La soluzione di questa frattura, difficile per gli autori, passa per una nuova stagione di protagonismo di partecipazione politica. Solo con una nuova statualità si può ripristinare il comune destino degli italiani.

(dalla Rivista Arel n° 3/2013)

La “guerra fredda” tra il Cardinale Bagnasco e Papa Francesco. Intervista a Francesco Antonio Grana

imagesUno scontro che dura da mesi quello tra il Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e Presidente della Cei, e Papa Francesco. Segno di una Cei allo sbando. Su questo abbiamo intervistato Francesco Antonio Grana, vaticanista de ilfattoquotidiano.it

Grana, lei, pochi giorni fa, in un articolo su ilfattoquotidiano.it, scriveva della “abissale” differenza tra il card. Bagnasco e il magistero di Papa Francesco. Non è un po’ troppo forte questo? Perché?

Sulla differenza abissale fra la Cei di Bagnasco e Papa Francesco bisogna dire innanzitutto che stiamo assistendo a uno scontro che è ormai in atto da diversi mesi, ovvero dall’autunno scorso quando Papa Francesco ha escluso il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, dalla  Congregazione per i vescovi. Questo è stato un gesto molto eloquente che non ha precedenti: mai infatti un presidente della Cei era stato escluso dal dicastero della Curia romana che si occupa di scegliere i vescovi nei paesi di antica evangelizzazione, Europa in primis. Questo gesto è certamente l’inizio di un conflitto fra i due abbastanza evidente a cui sono seguiti altri segni altamente significativi. Cosa ci dice l’esclusione di Bagnasco dalla Congregazione per i vescovi? È un segno di grande disistima del Papa verso Bagnasco perché i membri di questo dicastero provvedono alle nomine episcopali, cioè a valutare i sacerdoti che possono diventare vescovi e i trasferimenti dei presuli da una diocesi all’altra. Bagnasco non solo è stato escluso, ma è stato sostituito, nella Congregazione, con il vicepresidente della Cei più anziano per elezione, ovvero monsignor Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia. Lo stesso Bassetti ha ricevuto poi subito dopo la porpora da Papa Francesco.  Il conflitto tra Bergoglio e Bagnasco è abbastanza evidente e il Papa non ha ricevuto l’arcivescovo di Genova alla vigilia della prolusione di gennaio del Consiglio episcopale permanente della Cei, come è prassi, mentre invece lo ha ricevuto alla vigilia dell’ultimo Consiglio episcopale permanente,  quello di marzo. E poi, ultimo gesto forte di questo grande contrasto fra i due, è stata la decisione del Papa di aprire l’assemblea generale annuale della Cei di maggio in Vaticano pronunciando la prolusione che di norma spetta al presidente della Conferenza episcopale italiana. Quindi, come si vede, il conflitto non solo esiste ma è molto forte e nasce dalla visione periferica della Chiesa che ha Papa Francesco. Da non dimenticare che Bergoglio è stato anche presidente della Conferenza episcopale argentina e conosce bene i meccanismi di queste istituzioni. La Cei, oggi totalmente allo sbando, non ha saputo orientarsi sulle linee del pontificato di Bergoglio

Quali sono, nella Cei, gli oppositori di Papa Francesco?

Certamente l’oppositore principale è il presidente della Cei, il cardinale Bagnasco, che in questo momento svolge un ruolo assolutamente imbarazzante, e certamente sarà ancora più imbarazzante quello che avverrà a maggio quando il Papa, davanti a oltre duecento vescovi italiani, pronuncerà la prolusione togliendogli di fatto il microfono, come ho scritto su ilfattoquotidiano.it. È una chiara delegittimazione della leadership di Bagnasco. Il presidente della Cei in questo momento farebbe bene a rimettere il mandato non avendo più la fiducia del Santo Padre. La disistima di Francesco verso Bagnasco evidentemente si ripercuote a catena sui suoi confratelli dell’episcopato italiano.

Una figura importante nella Cei, in questo momento, è quella di mons. Nunzio Galantino…

Sì, il Papa ha scelto come segretario generale della Cei il vescovo di Cassano, monsignor Nunzio Galantino, abbastanza giovane per ordinazione episcopale, è vescovo da appena due anni. Francesco ha per lui un’attenzione privilegiata perché lo ha scelto in questa fase di transizione molto difficile per la Cei, chiamandolo a traghettare questa istituzione verso l’elezione del suo presidente. Il Papa vuole, infatti, che la Cei, come avviene in tutte le altre conferenze episcopali del mondo, elegga il suo presidente. Attualmente solo nel nostro Paese egli è nominato dal Papa che è primate d’Italia. Francesco ha scelto Galantino come suo braccio destro, come suo uomo di fiducia e adesso l’ha confermato segretario generale della Cei per cinque anni. Con un altro segno di grande affetto Bergoglio ha deciso di visitare, nel prossimo mese di giugno, la diocesi di Cassano. Quindi se da un lato Bagnasco è l’oppositore del Papa, Galantino è l’uomo che in questo momento sta cercando di concretizzare quelle riforme invocate da Bergoglio. Bisogna anche sottolineare un’altra cosa a favore di Galantino e cioè che sta cercando di mediare molto tra le posizioni dei due, di Bagnasco e di Bergoglio. Questo gli fa onore perché non ha voluto giocare un ruolo di forza avendo la fiducia piena del Papa, ma sta cercando di consentire una transizione più serena possibile.

Un altro oppositore è Scola?

Ma no. Certo nessuno si è dimenticato che poco più di un anno fa, il 13 marzo 2013, è partito un telegramma di auguri per “Papa Scola” a firma dell’allora segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, poi nominato da Papa Francesco alla guida della diocesi di Latina, che certamente non è una grande diocesi. In quel telegramma la Cei si “sgamò”. Certamente quello è stato il segno che il candidato di Bagnasco al pontificato era Scola. Ora l’arcivescovo di Milano compare meno anche sui giornali, ma non lo vedrei come un oppositore del Papa. Anche se bisogna dire qualche visione diversa con Francesco c’è. Per esempio anche sull’Expo di Milano loro speravano che il Papa accettasse subito l’invito. Sono andati da Francesco con una delegazione insieme al cardinale Scola e invece il Papa ha risposto con un semplice “vedremo” che nel linguaggio episcopale vuol dire no.

Quindi un bilancio fallimentare quello di Bagnasco?

Oserei dire che è fallimentare con il pontificato di Papa Francesco. Un esempio significativo è questo: il Papa non è un “primus inter pares” e quindi nella Chiesa cattolica al Papa si obbedisce e se il Papa chiede ai vescovi di eleggere il proprio presidente non capisco perché debbano passare mesi e mesi di discussioni nel Consiglio episcopale permanente, da gennaio a marzo, per dire che invece bisogna portare al Papa una lista di quindici nomi. C’è tanta confusione perché evidentemente c’è la volontà di contrastare Francesco. Se il Papa chiede un’elezione, la richiesta è un atto di educazione da parte del Papa, ma al Papa si obbedisce. Quindi non capisco perché Bagnasco, e con lui i suoi fedelissimi, non abbiano obbedito al Papa che aveva chiesto semplicemente di adeguare la Cei a tutte le altre conferenze episcopali del mondo.

Quindi il disegno di Papa Bergoglio è quello di una profonda ristrutturazione della Cei… 

Sì, è cosi! Nel lungo cammino verso l’elezione del presidente certamente lui ha indicato in Bassetti una particolare predilezione. Gli ha dato la porpora, lo ha messo al posto di Bagnasco nella Congregazione per i vescovi. Però se si va all’elezione il Papa non può certo imporre un candidato, ma è l’episcopato che dovrà scegliere liberamente. Ma, certamente, i vescovi italiani non saranno miopi davanti a un segno di così grande predilezione di Bergoglio verso Bassetti. Tra l’altro è da sottolineare che egli è stato anche rettore di seminario e la sua preparazione è certamente importante per dare suggerimenti sia per contrastare e prevenire i casi di pedofilia, sia per valutare la scelta dei candidati all’episcopato. Ha un curriculum che il Papa ha apprezzato molto, però se si va all’elezione si va all’elezione. Lo stesso Bagnasco potrebbe essere paradossalmente riconfermato dai suoi confratelli. Il problema è che Bagnasco è ben consapevole di non avere la fiducia dei suoi confratelli e questo è il segno eloquente che c’è uno sfaldamento dell’episcopato italiano che è sotto gli occhi di tutti.

Quando ci sarà l’elezione per il nuovo Presidente della Cei?

Dovrebbe essere a novembre. È già indetta l’assemblea generale speciale della Cei. Adesso è importante sentire quello che il Papa dirà a maggio. In quell’occasione Francesco darà dei criteri che poi l’assemblea generale dell’episcopato italiano dovrà votare. Da li dovrà uscire uno statuto nuovo e poi a novembre ci sarà l’elezione. A questo punto si è capito che il segretario generale non verrà sostituito e si procederà soltanto con l’elezione del presidente. Dobbiamo vedere chi la spunterà. Se la Cei di Bagnasco con una sorta di listone con quindici o venti nomi come dicono, oppure Papa Francesco con un’elezione secca.

Perché NO agli F35? Intervista a Gianni Alioti

IMG_4455 Si ritorna a parlare di F35, il caccia bombardiere della Locked,messo sotto accusa per i costi eccessivi e, per alcuni esperti, anche per la scarsa affidabilità. Il programma tocca ovviamente molteplici punti per l’italia : da quello politico militare a quello economico. Ne parliamo con il sindacalista Gianni Alioti, responsabile dell’Ufficio Internazionale della Fim-Cisl (il sindacato dei metalmeccanici della Cisl).

Alioti, quali sono i costi del programma “Joint Strike Fighter” (F35)?

Gli “F35” – sviluppati e prodotti dalla Lockheed Martin – sono il programma più costoso di tutti i tempi nella storia degli armamenti convenzionali. Ad ogni monitoraggio da parte del Government Accountability Office (Goa), la sezione investigativa del Congresso degli Stati Uniti d’America dedita all’auditing e alla valutazione, i costi del programma si moltiplicano. Nell’ultimo rapporto del Goa, pubblicato il 24 marzo 2014, i costi di sviluppo e produzione degli F35 sforano le previsioni iniziali di ben 160 miliardi di dollari (circa il 75% in più). Se guardiamo all’intero ciclo di vita del programma (che include la gestione, le manutenzioni e le riconfigurazioni ecc.) il Congresso Usa stima un costo totale di mille e cinquecento miliardi di dollari. Una follia per i contribuenti americani! Un bancomat – a ricarica illimitata – per la Lockheed Martin………..

Eppure molte persone si sono scandalizzate “ideologicamente” quando l’amministrazione Obama è intervenuta, ad esempio, con risorse pubbliche per salvare l’industria dell’auto dalla bancarotta. Le stesse, però, non s’interrogano su come lo Stato americano interviene nell’economia e nelle politiche industriali attraverso le ingenti spese militari. Con un’aggravante! Nel caso di GM e Chrysler, i soldi ricevuti in prestito dal Governo sono stati restituiti – in pochi anni – con gli interessi. Eppure nel caso di Lockheed Martin e dell’intero complesso militare-industriale i soldi erogati dal Pentagono alimentano un “pozzo senza fondo”. Se si analizza, infatti, l’andamento crescente delle spese militari e del debito pubblico negli Usa – da metà degli anni’90 al 2012 – le due curve coincidono.

In Italia i costi della nostra partecipazione al programma dipenderanno dalla scelta finale d’acquisto. Se fosse confermato l’ordinativo di 90 aerei, ai costi attuali, finiremmo per spendere oltre 14 miliardi di euro. Ma la stima totale dei costi per l’intero ciclo di vita del programma supera i 52 miliardi di euro (circa 70 miliardi di dollari).

Quanto ha già speso l’Italia per gli F35?

Sono stati già spesi ad oggi 3 miliardi e 400 mila euro. La cifra ha riguardato – dal 1998 ad oggi – la partecipazione alla fase di ricerca e sviluppo del prodotto, la realizzazione di una linea di assemblaggio dedicata agli F35 a Cameri (intorno agli 800 milioni di euro equivalente all’investimento di Fiat a Pomigliano) e l’acquisto dei primi 6 aerei. E’ di questi giorni la notizia che il Segretariato Generale della Difesa – senza aspettare le decisioni di Camera e Senato per la conferma dei contratti definitivi d’acquisto – ha firmato l’ordinativo per parti, materiali e componenti dei lotti di produzione 8 e 9. Significa predeterminare l’acquisizione di altri otto o quattro aerei, in aggiunta ai primi sei. In pratica il Governo Renzi, al momento, si è limitato a bloccare l’iter di contrattazione preliminare con gli Stati Uniti per gli aerei del 10° lotto annuale di produzione.

Quali sono i limiti strategici del programma? A quale di modello di Difesa fa riferimento il programma?

Il Joint Strike Fighter F35 è un aereo con caratteristiche stealth, in pratica invisibile ai radar. E’ stato concepito negli anni’90 come un unico caccia-bombardiere in grado di sostituire – con tre versioni differenti – altre tipologie di aerei da combattimento in uso alle forze armate americane (aeronautica, marina e marines).

Non ho competenza alcuna per giudicare il programma dal punto di vista strategico militare…….. Ma per quel poco che ho letto esistono molti dubbi – anche in ambienti militari – che questo programma rifletta il mutato contesto strategico e risponda coerentemente alle reali minacce alla sicurezza presenti su scala mondiale. Se, però, valutiamo i ritardi accumulati (sette anni), i tantissimi problemi tecnici non risolti e l’aumento esponenziale dei costi, mi sento di affermare che la decisione di continuare a investire negli F35 dimostra – ancora una volta – che non sono gli scenari geo-politici emergenti a decidere la struttura delle forze armate e quali sistemi d’arma debbano essere sviluppati dall’industria militare, ma viceversa.

Uscendo dal programma si rischia di pagare costose “penali”?

La Rete Disarmo ha dimostrato – documenti alla mano – che l’uscita dal programma non comporta alcun pagamento di penali………….Se si decidesse di uscire ora dal programma F35, l’Italia dovrà rispondere solo dei contratti firmati per l’acquisto definitivo dei primi sei aerei e di questo ennesimo pasticcio sui lotti di produzione 8 e 9.

Quali sono le ripercussioni sul piano occupazionale?

A distanza di anni un consuntivo sulle ricadute occupazionali del programma JSF F35 può essere fatto. La prospettiva di creazione di due mila posti di lavoro subito e dieci mila a regime, principale argomento usato per convincere politica e parlamentari a sostenere l’entrata dell’Italia nel programma, si è rivelata falsa. Erano stati nel 2007 l’ex-sottosegretario alla Difesa, Forcieri, l’ex-ministro Parisi e il generale Tricarico, allora capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica italiana, a sbandierare questi numeri.

Nel 2012 l’ex-ministro della Difesa, ammiraglio Di Paola ha ridato i numeri, mai smentiti dal suo successore Mauro. Aveva sostenuto che il programma degli F35 significava una crescita operativa, tecnologica e occupazionale notevole: 10mila posti di lavoro in 40 aziende, con particolari effetti positivi sulla base militare di Cameri, in provincia di Novara”. L’unica differenza con i dati del 2007 è che non si parlava più di nuovi posti di lavoro, ma di sostituzione. Il calo di migliaia di occupati nell’industria aeronautica italiana non poteva nel 2012 essere più occultato. Uno dei pilastri della politica bipartisan a sostegno degli F35 si è sgretolato miseramente. E l’argomento occupazione a sostegno del programma F35 si è rivelato un boomerang contro coloro che lo hanno lanciato.

A distanza di 7 anni, nonostante una spesa di 3,4 miliardi di euro le persone impegnate direttamente a Cameri sono solo alcune centinaia (in maggioranza trasferite da Torino) e fino al 2018 non supereranno le 600 unità. Secondo fonti industriali si parla – nell’ipotesi più ottimistica – di un impiego a regime dopo il 2018 di circa 1.600 persone a Cameri (circa il 70% della fabbricazione delle ali + assemblaggio finale dei F35 italiani e olandesi), a cui bisogna aggiungere circa 700 persone tra Caselle, Foggia e Nola + l’outsourcing (alcune centinaia di addetti in aziende di componentistica elettronica, elettrica, idraulica ecc.). Non si supererebbero, nel totale di 20-40 aziende coinvolte, i 2.500 addetti complessivi. Secondo nostre fonti, più realistiche, non si supererebbero i 1.500 addetti. Tranne alcune nuove assunzioni a Cameri, parliamo di lavoratori già occupati – nelle aziende coinvolte – spostati sul programma F35.

Quante sono le aziende italiane impegnate nel programma?

Se ci atteniamo alle cifre dichiarate nelle audizioni parlamentari dal Segretariato Generale della Difesa e da Finmeccanica, le imprese italiane coinvolte nel progetto sarebbero circa 90 con contratti finora stipulati per complessivi 715 milioni di dollari, 565 dei quali da aziende di Finmeccanica. In comunicazioni dirette della Rete Disarmo con l’ufficio Lockheed Martin in Italia risulta che “il totale delle aziende della supply chain italiana a cui sono stati assegnati dei contratti di fornitura direttamente dall’azienda americana (senza contare i contratti di subfornitura assegnati da altri partner del programma) è pari a 27”. Di queste solo 14 hanno, in questo momento, contratti attivi sul programma F35 (molto meno delle stime diffuse dalla Difesa).

Secondo un rapporto della campagna “Taglia le ali alle armi” il ritorno industriale, rispetto agli investimenti, sarebbe del 19 %. Troppo poco per un programma dai costi esorbitanti. E’ Cosi?

L’analisi prodotta dalla Rete Disarmo non è stata smentita. Tiene conto del totale dei contratti sottoscritti dalla Lockheed Martin con le aziende italiane, per una valore totale di 667 milioni di dollari, circa 530 milioni di euro. Per la linea di assemblaggio di Cameri si tratta di soli 136 milioni di dollari (circa 110 milioni di euro) che potranno crescere solo con ulteriori acquisti italiani di F35 o di eventuale inizio di produzione degli aerei olandesi. Siamo, pertanto, di fronte ad un ritorno inferiore ai 700 milioni di euro, a fronte di una spesa già effettuata di circa 3,4 miliardi di euro (fasi di sviluppo + primi acquisti) con un ritorno del 19%.

I vantaggi industriali e occupazionali attesi sono nei fatti molto meno di quanto si è sostenuto in ambito politico e militare a sostegno della partecipazione italiana al programma. La prima “vittima” è stata l’Avio -partner di Rolls-Royce – che con la scelta americana di utilizzare un solo motore – quello della canadese Pratt&Whitney – rimane esclusa. La seconda è la Selex ES (l’azienda di elettronica per la difesa di Finmeccanica) che porterà a casa “solo della minutaglia”. Solo adesso molti si accorgono che il ruolo di partner di 2°livello per l’industria italiana nel programma F35 significa essere semplicemente dei sub-fornitori (spesso marginali), lontani dal ruolo primario giocato nel programma Eurofighter.

Qual è la posizione del sindacato sugli F35?

La domanda andrebbe declinata al plurale, nel senso che nei sindacati esistono – come è ovvio – diverse posizioni. Come ufficio internazionale della Fim-Cisl abbiamo da subito “fatto le pulci” al programma F35. Non solo con uno sguardo critico allo spreco di risorse pubbliche, ma anche dal punto di vista delle ricadute industriali, ingegneristiche, tecnologiche e occupazionali. Abbiamo smontato le reiterate bugie sui nuovi posti di lavoro e abbiamo chiesto – a tutti gli attori coinvolti – di ripristinare verità e responsabilità. Siamo stati parte attiva nel lavoro della Rete Disarmo (di cui siamo – insieme alla Fiom-Cgil – tra i promotori) e della campagna “Taglia le ali alle armi”. Non senza contraddizioni e differenti opinioni al nostro interno, specie con alcune strutture territoriali. Non senza divisioni tra le diverse sigle sindacali. Ma non abbiamo mai perso la “bussola”…… dei nostri valori statutari. E il tempo ha confermato che le nostre critiche – mai ideologiche – erano fondate su solidi argomenti e su un’analisi/conoscenza della realtà. Devo, però, ammettere che nel 2006-2007 e negli anni successivi non è stato per nulla facile, da sindacalisti metalmeccanici, compromettersi con il No agli F35.

Esistono alternative al Programma F35? Quale modello di Difesa è più adatto al nostro Paese?

E’ sempre più frequente che ci vengano imposte scelte economiche, politiche e militari con l’argomento che non esistono alternative. E’ successo anche per giustificare la partecipazione italiana al programma F35. Quante volte ci siamo sentiti dire che l’uscita da questo programma equivarrebbe a rinunciare all’’aeronautica militare italiana? Oppure che l’F35 è l’unica alternativa per sostituire 160 aerei (Tornado, Amx e Av-8b Harrier) che – nell’arco di 15 anni saranno dismessi? O che sono indispensabili, nella versione a decollo verticale, per le nostre portaerei?

In realtà le alternative esistono, come dimostrano le scelte di Francia e Germania e della maggioranza dei paesi dell’Unione Europea, con i quali dovremmo essere impegnati a costruire una Difesa comune. Se la Francia ha puntato ai suoi caccia Rafale prodotti dalla Dassault, la Germania sta sviluppando una nuova versione del caccia multi-ruolo Typhoon Eurofighter per coprire, oltre le funzioni di intercettazione (terra-aria) anche quelle di attacco al suolo (aria-terra).

L’elaborazione di un nuovo modello di Difesa italiano dovrebbe – pertanto – inquadrarsi nell’impegno europeo, finalizzato a una politica di sicurezza e di difesa comune. Ciò dovrebbe valere anche per le politiche di approvvigionamento delle forze armate di ciascun paese, nella prospettiva di una maggiore integrazione e razionalizzazione dello strumento militare. L’orizzonte dentro il quale misurare e valutare le scelte del nostro paese, anche in materia di sistemi d’arma e di politiche industriali, non può che essere il rafforzamento dell’identità europea della Difesa. L’opposto della scelta compiuta con la partecipazione al programma F35!

Il PARTITO DELLA POLIZIA. UN LIBRO DI CHIARE LETTERE

 

IL PARTITO DELLA POLIZIAImputati. Condannati. Premiati. Nessun abuso può essere commesso contro cittadini inermi. Se non è così, i responsabili devono saltare. In Italia ciò non è avvenuto. E continua a non avvenire, dai tempi delle torture alle Br fino alle morti di Cucchi, Aldrovandi, Uva e molti altri: la polizia non garantisce la sicurezza, la politica non sorveglia, la stampa non sempre denuncia, la magistratura non sempre indaga. Perché questa anomalia? Come rivela Filippo Bertolami, poliziotto e sindacalista, “negli ultimi anni si è assistito al paradosso di un sistema capace da un lato di coprire e premiare i colpevoli di violenze e insabbiamenti, dall’altro di punire chi ha ‘osato’ mettersi di traverso”.

Vince la paura. Il partito della polizia è troppo forte. troppe protezioni politiche a destra e a sinistra. Da Berlusconi a Prodi, Violante, Renzi. De Gennaro, ora presidente di Finmeccanica, e i suoi collaboratori non si toccano. Troppe onorificenze. Troppe amicizie. Anche tra i media. Intanto le auto rimangono senza benzina e gli agenti continuano ad avere stipendi da fame mentre vengono assegnati appalti miliardari. Il partito della polizia è anche il partito degli affari. “Se non c’è una cultura del diritto in chi orienta il pensiero collettivo – sostiene il criminologo Francesco Carrer – mi chiedo come possa nascere in un corpo di polizia i cui vertici sono più attenti ai desiderata dei politici che alle esigenze di chi è in prima linea.” Un libro duro, appena uscito in libreria, questo di Marco Preve che fa riflettere su questo sistema trasversale e potente.

 

 Marco Preve, giornalista, è nato nel 1963 a Torino. Cresciuto a Savona, vive a Genova dove è cronista di giudiziaria, ma non solo, della redazione locale de “la Repubblica”. Ha seguito le indagini sul serial killer Donato Bilancia, il giallo della contessa Agusta, le principali inchieste in tema di corruzione e soprattutto il G8 di Genova del 2001 e tutti i processi che ne sono seguiti. Collabora con “l’Espresso” e “Micro-Mega”. Ha un blog intitolato “Trenette e mattoni”, e ha scritto due libri, sempre con Chiarelettere: IL PARTITO DEL CEMENTO, nel 2008, con Ferruccio Sansa; LA COLATA, nel 2010, con Ferruccio Sansa, Andrea Garibaldi, Antonio Massari e Giuseppe

Marco Preve Il Partito della Polizia. Il sistema trasversale che nasconde la verità degli abusi e minaccia la democrazia, Chiarelettere, Milano 2014, pagine 288, € 13,90

 

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto del libro:

La fotografia

 Cominciamo da una tavolata. Perché alla fine, in Italia, quello che conta è dove ti hanno messo a sedere. Il 17 dicembre 2009, sulla terrazza coperta dell’hotel Eden di Roma, un nutrito gruppo di irriducibili si riunisce per celebrare, e proseguirne la missione nel mondo, la gran sacerdotessa dei salotti della capitale, Maria Angiolillo, scomparsa due mesi prima.

A organizzare la serata è una parlamentare allora del Pdl, Giustina Destro. Uno dei re dei paparazzi, il fotografo Umberto Pizzi, immortala questa rentrée di adepti per il sito di «Dagospia». In un tripudio di abbronzature fuori stagione, décolleté generosi, cravattoni, gessati, nasi affilati e grandi labbra, Pizzi, come un novello Pellizza da Volpedo, sforna un affresco dell’«Ultra» Stato. C’è naturalmente la schiera dei politici, soprattutto di destra, e accanto a loro celebri giornalisti di destra e sinistra, della tv e della carta stampata, da Bruno Vespa a Lucia Annunziata passando per Stefano Folli e Antonio Di Bella, garanti della concorrenza, futuri sottosegretari e viceministri come Antonio Catricalà, direttori generali Rai come Mauro Masi, l’amministratore delegato delle nostre ferrovie Mario Moretti, imprenditori, finanzieri, il presidente della Lega Calcio ed ex direttore di Confindustria Maurizio Beretta, e tante belle signore, alcune importanti come la manager Eni Raffaella Leone o la produttrice Edwige Fenech, altre, accompagnatrici di uomini in vista. Durante la cena siederanno a gruppetti

sapientemente miscelati. La serata sembra rispondere a una sola regola: promiscuità totale. Mondi che, per un corretto funzionamento della democrazia e del fondamentale rapporto controllori e controllati, dovrebbero forse frequentarsi solo in situazioni istituzionali o professionali, e invece qui brindano, si baciano e abbracciano, si mettono in posa per le foto e soprattutto mostrano grande intimità.

Ma, a noi, è una sola la tavolata che interessa. Ed è quella dove, forse, tutti vorrebbero stare. Lo si capisce prima di tutto dal fatto che proprio lì troviamo la «padrona di casa», l’onorevole Giustina Destro. E poi perché le mani appoggiate sulla candida tovaglia, illuminata solo da candele racchiuse in bicchierini di vetro rosso, sono quelle dei massimi simboli del potere.

Ognuno è lì a rappresentare il proprio partito. Il partito della politica, prima di tutto, con la Destro in compagnia del più volte ministro Claudio Scajola; il partito del cemento con il costruttore Francesco Bellavista Caltagirone; il partito del dietro le quinte con Maddalena Letta, moglie dell’intramontabile Gianni. E poi c’è il partito della polizia, con il suo capo, il prefetto Antonio Manganelli.

Che certi «attovagliamenti», come li definisce «Dagospia», possano riservare imbarazzanti sorprese, lo scopriremo più avanti, in una delle tante vicende nebulose che racconteremo in queste pagine provando a fare chiarezza. Ma ora quel che conta è la premessa di partenza: per un lungo arco temporale della storia italiana, periodo tuttora in corso, il gruppo di vertice della nostra polizia si è comportato come se fosse un partito.