Perché confini

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Il titolo che abbiamo dato a questo blog è Confini.
La parola è altamente significativa per la nostra epoca.
Ma nel tempo, il terzo tempo, della globalizzazione ha senso parlare di confini?
Alcuni confini sono spazzati via dal furore dell’ipercapitalismo finanziario, vedi la crisi economica che stiamo vivendo, per cui nessuno è al sicuro dentro i “propri” confini (a meno che non si voglia tornare all’isolazionismo economico). Altri confini, invece, si sono allargati come è il caso dell’Europa di questi anni (con ridefinizioni spaziali ad Est del Danubio).

Insomma la globalizzazione non ha reso il mondo piatto. Anzi!

Nuovi confini sono nati. Producendo nuove paure.

Seguendo il ragionamento di Zygumunt Bauman, filosofo e sociologo tra i massimi interpreti della realtà contemporanea, si può dire che oggi c’è un rapporto non omogeneo tra libertà e sicurezza: “Se c’è troppa sicurezza senza libertà c’è schiavitù, se invece c’è troppa libertà senza sicurezza abbiamo la mancanza di speranza, la disperazione. Pertanto, bisogna trovare il giusto equilibrio. Oggi il pendolo si sta spostando e le persone sono sempre più disperate, perché hanno  nuovi sempre meno sicurezza: persone che perdono il posto di lavoro, fabbriche che chiudono perché si delocalizzano; anche le competenze che il mercato del lavoro richiede stanno cambiando per cui oggi potremmo esser necessari e domani no. Pure i rapporti , le alleanze cambiano e si riformano secondo i nuovi schemi di mercato: se sono insoddisfatto verrò rimborsato dall’altra parte. Tutto è a brevissimo termine”.
E’ la società liquida di Bauman, tutto è instabile, tutto è fragile.

E l’ Altro, lo straniero (il mistero per eccellenza), diventa insopportabile alle nostre fragili identità paurose…
Così sorgono i nuovi “confini” interiori dell’uomo contemporaneo. E sono più pesanti di quelli culturali, politici ed economici del passato.

Purtroppo quando la politica sceglie la semplificazione nei confronti dell’alterità (dello Straniero, del “diverso”) i danni si moltiplicano. All’apparente “sicurezza” immediata vi sarà, nel medio e lungo periodo, una insicurezza sociale, un ebetismo culturale che produrrà arretratezze sociali tipiche delle società chiuse.  E la società italiana rischia questo.
Di trovarsi, cioè, di fronte ai grandi mutamenti globali ad essere una società povera (non solo economicamente ma soprattutto culturalmente).

Allora “Confini” vuole essere un tentativo di andare oltre i confini (vecchi e nuovi). Per iniziare a scoprire nuove storie positive.
Sapendo, per dirla Con Jacques Attalì, che ““Tutto diverrà mobile, in quanto precario: gli uomini, gli oggetti, le istituzioni, le imprese, le informazioni, chiaramente, ma anche gli svaghi nel turismo e nelle maschere, nei labirinti e nelle droghe dell’ipermondo. (…). I valori del nomadismo saranno quelli di società sempre sulla breccia e al limite di due mondi, necessariamente rispettose dei valori delle civiltà sedentarie che le accolgono o le tollerano.  Più tardi si organizzerà la simultaneità dei nomadismi plurali, la promiscuità delle tribù diverse, la fratellanza dei cugini”.

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