Intervista a Valerio Onida

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Valerio Onida è stato eletto giudice costituzionale dal parlamento italiano il 24 gennaio 1996. È eletto presidente il 22 settembre 2004. Cessa dalla carica di presidente della Corte costituzionale il 30 gennaio 2005. E’ docente di giustizia costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano e presidente emerito della Corte costituzionale. Attualmente è candidato Sindaco alle Primarie per il Centrosinistra a Milano. Suoi ambiti di ricerca sono, ovviamente, il Diritto Costituzionale e il Diritto Amministrativo. Così mentre ci avviamo, purtroppo con confusione, a celebrare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia è bene riflettere sul più prezioso del nostro patrimonio comune: la Carta Costituzionale del 1948.

Professor Onida, la nostra Carta Costituzionale ha più di 60 anni. Sessantadue anni, indubbiamente, portati bene. Eppure fa tristezza constatare la discrepanza tra le macerie della politica attuale e la lungimiranza del testo costituzionale. Giuseppe Dossetti diceva della Costituzione che “essa porta l’impronta di uno spirito universale e in certo modo transtemporale” Quali sono, oggi, i “punti fermi” della nostra cultura costituzionale?

Le Costituzioni non invecchiano, perché esprimono principi e valori tendenzialmente permanenti della comunità. Per questo è esatto quanto diceva Dossetti circa lo “spirito universale e in certo modo transtemporale” di cui la nostra Costituzione reca l’impronta. Eguaglianza degli esseri umani, diritti inviolabili e doveri inderogabili della persona, compiti attivi di giustizia affidati ai poteri pubblici, divisione ed equilibrio dei poteri, garanzie di rispetto della Costituzione e delle leggi, apertura ad un ordine internazionale che limiti le sovranità nazionali per assicurare “la pace e la giustizia fra le Nazioni”, sono i punti fermi della nostra cultura costituzionale.

Nel dibattito sulla riforma costituzionale, di frequente, si dice: “La prima parte è intangibile. La seconda parte si può modernizzare”. Le chiedo, alla luce della storia contemporanea, non vede una necessità di arricchire la prima parte della Carta del 1948 con i nuovi diritti?

Prima parte della Costiuzione, sui diritti e doveri dei cittadini, e seconda parte, sull’ordinamento della Repubblica, non possono essere  separate. Si tengono l’una con l’altra. Così, per esempio, le garanzie di effettività dei diritti e di rispetto della legalità costituzionale stanno nella seconda parte, ma sono essenziali perché la prima parte non si riduca ad un semplice manifesto politico, come talvolta accadeva con le Costituzioni dell’Ottocento. I cosiddetti “nuovi diritti” non  sono per lo più che lo sviluppo di principi già insiti nei diritti civili, politici e sociali affermati nelle Costituzioni del secondo dopoguerra. Per esempio i diritti legati all’uso dei nuovi mezzi di comunicazione non sono che l’evoluzione, alla luce del progresso tecnologico, dei principi in tema di libera espressione, di pluralismo democratico, di ruolo dei mezzi di comunicazione, propri del costituzionalismo; il diritto alla riservatezza o privacy non è che lo sviluppo dei principi costituzionali sui diritti della persona, sulla dignità dell’uomo e sulla trasparenza dei pubblici poteri fondati sul consenso dei governati. Per lo più non c’è bisogno di nuove norme costituzionali: bastano le leggi e l’evoluzione di una giurisprudenza sempre più espressione di indirizzi comuni che si affermano al di là degli stessi confini nazionali.

Viviamo in un mondo globalizzato, Tutto è interdipendente. Si può parlare, oggi di internazionalizzazione del diritto costituzionale? Quali sono le basi di questo sviluppo?

Il diritto costituzionale nasce con una ispirazione universalistica, fondandosi su “verità di per sé evidenti” (come scrivevano i costituenti americani del Settecento) che riguardano l’intera umanità e non solo questo o quel popolo. E’ vero che per decenni il costituzionalismo si è sviluppato in contesti nazionali, mentre il diritto internazionale restava ancorato alla logica delle potenze, delle alleanze e della guerra. Ma a partire dalla seconda guerra mondiale, con la fondazione dell’ONU, l’approvazione della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo (cui hanno fatto seguito le grandi convenzioni internazionali sui diritti umani), la fine dell’era del colonialismo, l’umanità ha preso consapevolezza del fatto che nessuna pace e nessuna giusta convivenza anche internazionale è possibile senza che i diritti umani fondamentali siano affermati e rispettati “ovunque nel mondo”. La realtà fattuale è spesso ancora lontana, ma la strada è tracciata e dobbiamo percorrerla con determinazione.

Qual è la visione della laicità nella nostra Costituzione?

Laicità vuol dire prima di tutto distinzione dell’ordine delle istituzioni civili (lo Stato) da quello delle confessioni religiose (che sono libera e pluralistica espressione organizzata della società). In Occidente la consapevolezza di questa distinzione e della sua necessità è maturata da tempo. Oggi, di fronte a ideologie, a espressioni culturali e  a prassi che sembrano negare il significato profondo di questa distinzione, sembra quasi che la nostra cultura arretri anch’essa e torni a dimenticarsene. La Costituzione sta lì a ricordarci che questo è un principio irrinunciabile, “supremo”, come ha affermato la Corte costituzionale.

Tornando al nostro Paese, si parla spesso, non senza ragione, di rischi profondi per il nostro patrimonio costituzionale. Quali sono, secondo Lei, principalmente questi rischi?

I rischi per il nostro patrimonio costituzionale stanno soprattutto  nell’affievolirsi nella società, specie dopo la fine delle ideologie tradizionali e delle loro traduzioni politiche, della coscienza diffusa circa il valore fondante dei principi del costituzionalismo come “anima” e cemento del nostro stare insieme, nella comunità locale, in quella nazionale, in quelle sovranazionali e in definitiva nella famiglia umana di cui tutti siamo parte e siamo responsabili.

Per come si è sviluppata  la storia civile italiana (ovvero  allo scarso senso della nazione) come vede il federalismo?

Il federalismo nella storia del costituzionalismo è soprattutto una formula di assetto dei poteri che mette insieme diverse comunità minori intorno ad una più ampia e dunque ad una impresa comune: tende perciò ad unire e non a dividere. Da noi la giovane storia nazionale ha a lungo ostacolato un riconoscimento pieno del valore delle autonomie territoriali. Oggi la Costituzione le riconosce e le promuove, e si tratta di adeguare ad esse l’ordinamento legislativo e amministrativo e il sistema fiscale e finanziario. Se dunque federalismo significa questo, dobbiamo  lavorare per realizzarlo e rafforzarlo, responsabilizzando le autonomie territoriali al di là di ogni resistenza paternalistica e di ogni forma di parassitismo. Se invece federalismo significasse spinta alla chiusura egoistica delle comunità locali (“teniamoci i nostri soldi”) rispetto alle esigenze dell’interesse generale e della solidarietà nella Repubblica “una e indivisibile”, allora sarebbe una tendenza negativa, da combattere. Ma è la prima l’interpretazione giusta del sistema costituzionale riformato nel 2001.

Commenti (2)

  1. Ho già avuto modo di sentire, anche dal vivo, il prof. Onida, che oltre ad essere sinetico ed easustivo al tempo stesso, dimostra sempre una certa lungimiranza nelle sue risposte, con cui non posso che concordare pienamente. Parole sagge insomma. Ce ne fossero di politici che prendessero spunto dalle sue idee.
    Specialmente in quest’ultimo periodo nel quale la Costituzione è sotto stress…

  2. Come al solito domande puntuali e ad ampio raggio con risposte altrettanto precise con miscelata l’aridità della legge ad un commento oggettivo in modo da diffondere a tutti cultura…..COMPLIMENTI!

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