Tecnocrazia versus Democrazia? Intervista ad Alfio Mastropaolo.

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La nascita del governo Monti ha suscitato grande discussione nell’opinione pubblica italiana. Per qualcuno, esagerando, si è trattato della vittoria della “tecnocrazia”sulla “democrazia”. Per parlare di questo abbiamo intervistato il professor Alfio Mastropaolo, docente di Scienza Politica alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Mastropaolo ha studiato a fondo il fenomeno dell’antipolitica e i problemi della democrazia. L’ultima sua opera, “La democrazia è una causa persa? Paradossi di un’invenzione imperfetta”, è uscita quest’anno per Bollati Boringhieri.

Professor Mastropaolo, nell’opinione pubblica europea, italiana in particolare, si sta dibattendo sul ritorno, in politica, dei “tecnocrati”. Per qualcuno siamo entrati, in questo si notano convergenze di analisi tra la destra populista e l’estrema sinistra, in un’epoca in cui è vincente la “tecnocrazia” sulla “democrazia”. E’ una esagerazione?

Non mi pare che sia tanto una questione di convergenza di analisi, quanto una paradossale e apparente denuncia contemporanea dell’espropriazione della democrazia elettorale. Mi pare tuttavia che ci siano sostanziose differenze. La destra cosiddetta populista, nella sua versione italiana, denuncia l’espropriazione della sua idea di democrazia. Il mandato elettorale per questa destra è assoluto, comunque lo si ottenga – anche con una legge elettorale vergognosa come il Porcellum – e si grida alla sostituzione del governo uscito vincitore dalle elezioni, rivendicando un nuovo appello alle urne. Altri, che non identificherei per nulla con la sinistra estrema, ritengono democraticamente e costituzionalmente ineccepibile la scelta del presidente Napolitano di prendere atto delle dimissioni del governo Berlusconi, essendo venuta meno la sua maggioranza, e di proporre un altro capo del governo, ma si chiedono si interrogano sulla fisionomia politica di questo governo e sul programma che esso si accinge a adottare. Assodato che il paese attraversa una situazione di emergenza – di cui l’operato del governo Berlusconi è quasi totalmente responsabile – in questa situazione di emergenza si è costituito un governo la cui composizione solleva qualche dubbio in chi abbia a cuore le categorie più deboli della popolazione italiana e a prima vista in grande sintonia con la grande finanza internazionale, la Banca Europea e la Commissione di Bruxelles. Sono due obiezioni molto diverse. Personalmente, costatata la composizione – apparentemente apolitica del governo – sono dell’idea che vada giudicato su cosa farà. Ha promesso di tutelare i giovani e le donne? Ha promesso di non accanirsi su chi ha già dato? Bene, vediamo se mantiene la promessa. Tutto fuorché un’adesione a scatola chiusa in nome dell’emergenza.

Non si può negare che, vista da un certo punto di vista, la “tecnocrazia” è una “aristocrazia” , che vive di cooptazione basata sul sapere, e quindi inevitabilmente limita la “democrazia”. Eppure la “democrazia” ha bisogno del “sapere” per le sue scelte. Allora il punto sta nella natura, nell’essenza, del “Kratos” (cioè del potere). Può esistere una “competenza” assolutamente spoliticizzata?

Tutto, o quasi, ha un valore politico e ha effetti politici. Lo sappiamo ormai da un pezzo. Dunque non esiste un sapere assoluto. Quarant’anni fa la verità (prevalente) degli economisti era la teoria keynesiana. Oggi la loro verità è il neoliberalismo. Così vanno le cose del mondo. Nel mondo scientifico osserviamo contese non meno accanite di quelle politiche. E queste contese sono gravide di effetti politici. Credo che l’atteggiamento democraticamente più appropriato sia l’umiltà e la prudenza. Lo so: andare in giro con l’etichetta di scienziato garantisce un sovrappiù di valore alle cose che dici. Ma i veri scienziati sono quelli che credono alle loro scoperte, ma sono pronti a confrontarle con quelle altrui.

Giovanni Sartori, in un saggio di parecchi anni fa, affermava che: “la teoria della ‘classe teoretica’ (…) è la vecchia illusione platonica del filosofo-re”. Quindi la tecnocrazia per Sartori è un’illusione. Per lei?

É un’illusione, com’è spessissimo un’illusione la verità. É vero che se stai troppo sotto la pioggia e ti bagni corri altissimi rischi di pigliarti il raffreddore. Ma è vero che un debito pubblico elevato come quello italiano è insostenibile? Io non sono un economista. Mi pare che l’essenziale sia pagare gli interessi. E allora la crescita mi pare infinitamente più importante che non il debito. I mercati oggi sostengono però un’altra verità e hanno pure la forza di imporla. Scopriremo prossimamente se stanno solo cercando di ottenere interessi più alti, se vogliono la fine dell’Euro o qualcos’altro. Non illudiamoci. É naturalmente possibile – e fa parte del gioco – che qualcuno si giochi la partita della democrazia dicendo: io non sono un mestierante della politica, sono un tecnico che la sa lunga. Quindi consegnatemi le leve del potere. Se nel rispetto delle regole ci riesce, mi sembra un esito come un altro, che dimostra solo quanto sia debole la politica convenzionale. Mi fa sorridere solo il fatto che quando il governo Berlusconi cominciò a governare – già, perché a modo suo governava – una delle sue prime mosse fu la delegittimazione dell’università: gli accademici erano dei parassiti strapagati e poco produttivi. Bene: ha dovuto cedere il testimone proprio agli accademici!

Ora di fronte alla complessità dei fenomeni economici odierni c’è bisogno di più regole e di più politica. E la vicenda degli “indignados” lo dimostra. Come giudica questo fenomeno?

La finanza internazionale ha bisogni di regole. Lo sanno pure le pietre. E servono autorità politiche che gliele impongano. Il problema è che le autorità politiche odierne sono deboli. Godono di poco consenso o non sanno suscitarlo. Perché? Per tante ragioni. Una volta la politica otteneva consenso grazie al conflitto. Proponeva visioni alternative del mondo. Oggi la politica è diventata unanimista e pacificata, ma questo la rende impotente contro i potentati economici. Gli indignados fanno politica e ripropongono l’idea di un mondo diverso. Vedremo se questa idea riuscirà a alimentare un’alternativa politica, o se la politica si è attrezzata in modo da neutralizzare ogni alternativa. Io penso che prima o dopo le cose cambiano. Viviamo un momento d’incertezza, che sollecita a pensare un mondo diverso.

Tornando alla politica e quindi alla “democrazia”. La democrazia italiana ha vissuto un lungo periodo, quello di Berlusconi, sotto l’egida del populismo (che è poi l’altra faccia dell’antipolitica). Ora siamo entrati in una “fase nuova”. Lei pensa che il futuro della politica italiana sarà meno “avvelenato” dal berlusconismo?

Il berlusconismo non è un fenomeno casuale, una malattia giunta da qualche remota galassia. E’ figlio della nostra storia. Del declino industriale, dell’ubriacatura per le riforme istituzionali e elettorali, dell’illusione da tanti coltivata del leader salvatore, dell’impotenza della sinistra e di tante altre cose ancora. Siamo usciti da questa storia o questa storia ha solo avuto una battuta d’arresto? Io caldeggio la seconda ipotesi. Ma penso anche che potremmo approfittare della battuta d’arresto per superare il berlusconismo. E sono anche convinto che Berlusconi non ha affatto scritto lui il suo copione populista. Era bene nella parte. Ma è da almeno un trentennio che i diversi attori della società italiana e della sua politica hanno scritto quel copione.

Ultima domanda: La democrazia è una causa persa?

No. La democrazia ha un futuro sicurissimo. Il mondo è troppo complicato per tornare ai regimi autoritari. Bisogna vedere che futuro, ovvero di quali contenuti la democrazia verrà riempita. La democrazia è unicamente un hardware, piuttosto modesto. Quale software le verrà proposto? Per ora sono modesti pure i software disponibili. Il mondo non sta meglio, ma sta peggio e lo sviluppo dei paesi una volta sottosviluppati, che spesso si accompagna all’adozione di tecniche democratiche di governo, non ha in realtà reso il mondo molto più uguale. Ma non è detto che sia così per sempre. Io punterei sul freeware. Sul demo software. Ci sono in giro un mucchio di idee interessanti e nuove. Nell’attesa, non avendo di mio grandi idee, sono convinto che abbia ragione chi sostiene che il compito di chi osserva il mondo stia nel mostrarne gli aspetti che ritiene inaccettabili.

Commenti (2)

  1. A distanza di un anno le intenzioni del governo tecnocrate di Monti lascia i cittadini con l’amaro in bocca per le irrilevanti vittorie economiche, per il risanamento morale e soprattutto per la mancata ricrescita occupazionale

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