La figura “sovversiva” del Cardinale Michele Pellegrino

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Questo che pubblichiamo sono i punti centrali della famosa lettera pastorale “Camminare insieme” (1971) scritta dal Cardinale Michele Pellegrino , all’epoca Arcivescovo di Torino. Michele Pellegrino è stato una figura importante nella Chiesa Cattolica italiana del dopo Concilio. Anni attraversati da profondi cambiamenti sociali, politici, culturali. Il “sogno” di Padre Michele Pellegrino era quello di una chiesa povera, dell’ascolto e della libertà.  Ovvero come efficacemente osserva Simona Borrello, «l’annuncio evangelico e la conversione ai tre valori base di un umanità giusta e dignitosa per tutti: la povertà come ricchezza, la libertà da ogni idolo e la fraternità come stile di vita». Una lettera che, all’epoca, fece scandalo. Tanto da far scrivere, allora, al Sole 24 Ore, il quotidiano della Confindustria, che “il cardinale predicava il vangelo di Carlo Marx”. Altri tempi, certo, ma quello che resta, invece, è il frutto migliore della teologia del Concilio Vaticano II cui da poco si è celebrato  i cinquant’anni della sua indizione. Parole profetiche, quelle del Cardinale Pellegrino, nel senso biblico del termine. Parole di una Chiesa della “compagnia degli uomini” che si pone al servizio del Vangelo per la liberazione degli ultimi. Una sintesi sulla figura e l’opera di Michele Pellegrino la si può trovare in: Enzo Bianchi – Luigi Ciotti – Ernesto Olivero, Michele Pellegrino. Padre della Chiesa. Padre della Città. Edizioni Dehoniane, Bologna 2012, pagg. 94. € 8,00.

Denuncia doverosa

10. È dovere della Chiesa – di tutta la Chiesa e anzitutto di coloro a cui spetta in primo luogo l’ufficio profetico come maestri autentici della fede, i vescovi e i presbiteri, loro immediati collaboratori – denunciare l’abuso del denaro o del potere, così come si denunciano (o si dovrebbero denunciare) tutti i peccati: la bestemmia, l’adulterio, il furto…
Non dico, anzi non lo credo, che la denuncia basterà a eliminare quest’abuso, questo peccato che lede la giustizia e la carità fraterna. Ma Dio non ci chiede di eliminare dal mondo il peccato. Ci chiede di denunciarlo, come l’ha denunciato Cristo, come l’ha denunciato Giovanni Battista, e prima, i profeti dell’Antico Testamento, e poi, nella storia della Chiesa, i santi e i profeti che non sono mai mancati. D’altra parte, sono le stesse voci del magistero che ci invitano a questo. lo temo che le voci profetiche del magistero in questo campo non abbiano nella predicazione e nella pastorale quotidiana la risonanza che dovrebbero avere.
Cito solo alcuni documenti più recenti: la Mater et Magistra e la Pacem in terris di Giovanni XXIII, la Po- pulorum Progressio e l’Octogesima Adveniens di Paolo VI. ‘Ma bisognerà tener presente anche l’insegnamento dei vescovi (nella diocesi, nella regione e nella nazione), come pure alcuni documenti importanti dell’episcopato dei vari paesi.
Accanto alla denuncia dell’abuso del denaro e del potere, dobbiamo pure denunciare quel consumismo nel quale si esplica un’altra forma immorale di potere, mascherato ma non meno deleterio, che invece di cercare il vantaggio dell’uomo, proponendogli quello che veramente giova per le sue necessità reali e per il suo sviluppo, cerca unicamente di sfruttarlo a beneficio della produzione e del capitale, attentando alla sua libertà e minando le sue strutture propriamente umane.
Come per tutte le forme del male che alligna nel. l’uomo e nella società, non basterà fermarsi alle manifestazioni esterne vistose. « L’egoismo e il dominio sono, fra gli uomini, tentazioni permanenti. È pertanto necessario un discernimento sempre più avvertito per togliere alla radice le situazioni che sono frutto d’ingiustizia e per instaurare progressivamente una giustizia sempre meno imperfetta» (21).
La denuncia del peccato e delle situazioni di palese ingiustizia dovrà essere confermata dalla testimonianza personale di giustizia e di solidarietà. Occorre cercare insieme le mete che il cristiano si deve proporre e i mezzi che lo debbono sostenere nel cammino per l’attuazione della giustizia. Sarà impegno dei credenti inserirsi concretamente nelle vicende umane con l’attività sociale e politica svolta nelle forme richieste dalla vocazione di ciascuno, «per far evolvere le strutture e adattarle ai veri bisogni presenti» (22).
Conviene aggiungere che, nella doverosa fedeltà alle norme evangeliche, non tutti i cristiani sono chiamati a vivere la povertà a un livello rigorosamente uniforme. C’è chi, scegliendo uno stile di vita singolarmente povero e austero, rende una testimonianza che suona per tutti come richiamo alle esigenze essenziali che s’impongono al seguace di Cristo povero. Non risulta che Gesù portasse un vestito di peli di cammello come Giovanni il Battista, né che mangiasse locuste o miele selvatico (23). Anzi il Salvatore non aveva difficoltà a riconoscere che il Battista e i suoi discepoli conducevano una vita più austera che lui e i propri discepoli (24).

Povertà nelle strutture ecclesiali

11. La povertà dev’essere testimoniata anche nelle strutture della Chiesa. Partiamo da un principio elementare ed evidente che non si tiene presente abbastanza, con la conseguenza o di ricercare, nell’attività pastorale, i beni economici in misura sproporzionata alloro fine, o, all’opposto, di voler prescindere dalle necessità economiche connesse con la pastorale. L’attuazione dell’opera salvifica che Cristo ha affidato alla Chiesa, «quale organismo visibile, attraverso cui diffonde su tutti la verità e la grazia» (25), necessita, nel suo svolgimento concreto, anche di mezzi economici. Esemplificare mi pare superfluo. Non si può prendere come norma un ideale astratto di povertà. La misura delle risorse di cui la Chiesa ha bisogno e il modo di impiegarle devono essere determinati secondo le esigenze del ministero. Certamente, lo spirito di autentica povertà che deve animare la vita d’ogni cristiano deve tanto più caratterizzare il comportamento della Chiesa, a tutti i livelli e in tutte le sue manifestazioni. Come stiamo a questo riguardo? Vi sono sacerdoti, religiosi e religiose, parrocchie e comunità che danno una testimonianza ammirevole di povertà accettata e praticata in silenzio e in letizia. Ma ciò non avviene sempre. Non basta il fatto che si dispone di risorse abbondanti (si tratti di persone o di enti) a legittimare spese superflue o l’accumulo di capitali non necessari. Chiunque, persona o istituzione, ha più di quanto gli occorre deve guardarsi dal mostrare superbia e dal mettere la sua speranza in ricchezze precarie, preoccupandosi invece di fare del bene e di essere generoso con gli altri (26).
Lo spirito di povertà dovrà anche presiedere, insieme con la preoccupazione pastorale, alla scelta dei campi di lavoro più adatti alle persone e alle istituzioni della Chiesa. Se in questa scelta il fii1e di lucro è prevalente, si è fuori strada. Quando si commette questo errore, oltre il rischio di dare al mondo una controtestimonianza, si può mettere seriamente in pericolo la vocazione di chi ha cercato nella comunità il mezzo per vivere il Vangelo nella carità e nell’apostolato e s’accorge (se non s’accorge è peggio) d’essere divenuto soltanto uno strumento per far guadagnare soldi all’istituzione.
Consuetudini di vecchia data, che trovano spiegazione nelle vicende storiche, fanno sì che a determinate prestazioni di ministero corrisponda un compenso in denaro. È evidente che ciò non significa una compravendita di beni spirituali, ma un mezzo per provvedere al sostentamento di chi dedica tutto il suo tempo e le sue forze al ministero sacro e per far fronte alle necessità della Chiesa. La mentalità del nostro tempo, che ritengo in ciò più conforme allo spirito del nostro ministero, propone come una meta a cui tendere lo sganciamento della singola prestazione ministeriale dal compenso in denaro. Quello che in vari ambienti si è già realizzato dovrebbe a poco a poco diventare norma comune. Ma ciò richiede, oltre allo spirito di disinteresse e di fiducia nella provvidenza divina da parte dei sacerdoti, un senso di corresponsabilità da parte dei fedeli e un serio impegno di provvedere alle necessità dei sacerdoti e delle comunità. Fa parte dell’opera pastorale educare i fedeli alla coscienza di questo preciso dovere.
Nella costruzione e nell’arredamento delle chiese e dei locali richiesti dallo svolgimento delle attività pastorali è necessario evitare le spese non richieste dalle esigenze funzionali e da un decoro rettamente inteso, che nulla ha da fare con la ricchezza e lo sfarzo.
In ogni caso, la ricerca dei mezzi economici necessari all’azione pastorale non deve mai indurre a compromessi con qualsiasi forma di potere  – si pensa naturalmente al potere politico e a quello economico, che del resto spesso si implicano a vicenda – che mettano in qualsiasi modo in pericolo la piena libertà della Chiesa e le impediscano di agire secondo lo spirito del Vangelo.

Una scelta preferenziale

12. Riconoscere secondo il Vangelo il valore della povertà vuol dire rispettare e amare i poveri, mettersi dalla parte loro con una scelta preferenziale. Cristo, che è venuto a salvare tutti senza eccezione, ha proclamato beati i poveri e ad essi ha riconosciuto il primato dell’annuncio della salvezza. «Lo Spirito del Signore… mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella» (27). La Chiesa non può fare altra scelta. Questa non è demagogia: è Vangelo. «Il Vangelo», ammonisce Paolo VI, «ci inculca il rispetto privilegiato dei poveri e della loro particolare situazione nella società» (28).
Ho già accennato ai vari modi con cui si manifesta la povertà, alle varie categorie di poveri. Tenendo presente la realtà, spesso dura e cruda, e le scelte prioritarie già fatte a suo tempo nella nostra diocesi, dobbiamo riconoscere che «nel tessuto sociale del nostro tempo esiste la “povertà di classe”: si danno, cioè, classi sociali povere, le quali assumono sempre più un atteggiamento di rifiuto, di contrapposizione radicale e di impermeabilità nei confronti della società globale, a mano a mano che, sotto la spinta delle ideologie, maturano in esse la coscienza di classe e la conseguente strutturazione organica di quanti vi appartengono. L’esempio tipico è quello della classe operaia. Ma accanto ad essa si devono porre purtroppo numerose altre categorie di persone che non contano, di cui si dispone senza chiedere il loro parere, i cui membri per il solo fatto di appartenervi non riescono a farsi sentire, a far valere i propri diritti, ma restano automaticamente emarginati, esclusi dal progresso, dalla cultura, dalle responsabilità. Basti pensare, per esempio, alla nuova classe degli ‘immigrati’, la quale spesso in una sola nazione raggruppa diversi milioni di persone, praticamente disattese e prive dei più elementari diritti politici, civili, umani.
Ora, l’esistenza di queste classi povere, il fatto cioè che oggi sociologicamente parlando la povertà sia un ‘fenomeno di classi intere, ripropone necessariamente ai cristiani in termini nuovi di ‘scelta di classe’ il dovere evangelico della preferenza per i poveri» (29).
«Alla luce dell’insegnamento evangelico la scelta cristiana di classe deve consistere essenzialmente nella priorità e nella preferenza che i cristiani, per vocazione nativa e in vista del regno di Dio, sono tenuti a dare non solo a parole, ma in modo effettivo ed efficace, alle classi più povere nella loro azione pastorale e sociale, di evangelizzazione e di promozione umana» (30).
Non si tratta di novità. La Chiesa, spesso accusata, e non sempre a torto, d’essersi messa dalla parte dei potenti, ha dato in ogni secolo splendida testimonianza evangelica, con la parola e con l’opera, di solidarietà verso i poveri e gli indifesi. Perché, dichiarava S. Agostino, «siamo servi della Chiesa del Signore e soprattutto delle membra più deboli» (31); perché, proclamava S. Massimo, «è beata quella comunità,… che, mentre pensa alle ricchezze eterne, cerca di allontanare dai fratelli la povertà temporale» (32).

13. Queste considerazioni, rapportate alla realtà d’una diocesi pienamente investita dal processo di industrializzazione, confermano la necessità e il dovere pastorale di impegnarsi a fondo per il mondo del lavoro, in primo luogo per il mondo operaio. È vero che all’interno di questo si verificano situazioni molto diverse: ma rimane il fatto che, mentre vi sono operai che non possono trarre dal lavoro i mezzi per condurre un’esistenza degna dell’uomo, la condizione operaia nel suo insieme soffre di quell’«asservimento» alla propria attività che è denunciato dal Concilio e che «non trova assolutamente giustificazione nelle cosiddette leggi economiche» (33).
Troppo spesso la proprietà «diventa il titolo per comandare e disporre degli uomini che lavorano, in termini molto autoritari e forme generalmente non rispettose della dignità, della libertà e della partecipazione dei lavoratori» (34).
Senza dubbio, questa condizione di predominio ingiusto e di sfruttamento « trascende le classi sociali perché ogni uomo, per il peccato, può opprimere altri, anche in famiglia, all’interno della classe operaia, in ogni ambiente o gruppo sociale, nei quartieri, nelle città, a livello internazionale» (35).
Proprio perché l’ingiustizia domina troppo spesso nei rapporti sociali, la Chiesa, che «cammina insieme all’umanità tutta e sperimenta insieme al mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l’anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo» (36), si sente solidale con gli oppressi e gli sfruttati e con quanti operano « per costruire nuovi rapporti di giustizia e di fraternità» (37).
Vale per tutta la Chiesa ciò che scrivevano recentemente i vescovi del Cile: «La Chiesa deve preoccuparsi di tutti: perché la sua missione consiste nell’essere segno e strumento (cioè sacramento) dell’amore universale di Gesù Cristo che chiama tutti gli uomini a superare le frontiere reali di qualsiasi egoismo (di nazione, di razza, di partito, di ideologia) per rendere vera l’unità dell’unico popolo di Dio.
Tuttavia, ciò che abbiamo detto precedentemente non impedisce che, con Gesù Cristo, la Chiesa, con decisione e con tutto il cuore si consacri a servire di preferenza quelli che per Lui sono stati e saranno sempre i prediletti: quelli che soffrono, i poveri, gli abbandonati, coloro che per tanto tempo sono vissuti in situazioni apertamente contrarie alla loro condizione e dignità di figli di Dio» (38).
Mi immagino che a questo punto qualcuno mi rivolgerà il rimprovero che molti rivolgevano a S. Giovanni Crisostomo: «Non la smetti di armare la tua lingua contro i ricchi? Non la smetti di prenderli sempre di mira?». E il vescovo di Costantinopoli rispondeva: «Ma sono forse io che combatto i ricchi? Sono io che mi armo contro di essi? Non è vero, invece, che quanto io dico e faccio è per il loro bene, e che sono loro ad affilare le spade contro se stessi? Non ha forse dimostrato l’esperienza che io, il severo censore, io che non finisco di rimproverare, cercavo il loro vantaggio, e che i veri nemici erano proprio quelli che di ciò facevano colpa a me?» (39).
C’è bisogno di aggiungere che l’impegno della Chiesa verso i poveri, verso tutti i poveri, ha come mira essenziale l’ evangelizzazione? Lo scopo della Chiesa non può non essere quello che Cristo ha proclamato il primo obiettivo della Sua missione: portare la buona novella ai poveri. La denuncia delle situazioni di ingiustizia e di oppressione è l’aspetto negativo ma necessario dell’annuncio salvifico, che deve manifestare ai fratelli l’amore del Padre e di Cristo Salvatore”.

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