La solitudine dei lavoratori

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Quando c’è di mezzo la Fiat e la lotta degli operai della Fiat la loro vicenda diventa paradigmatica per tutto il Paese. E’ sempre stato così. Troppi intrecci, a volte non sempre trasparenti, legano la Fiat al nostro Paese.

A leggere il libro di Giorgio Airaudo (responsabile auto della Fiom-Cgil), La solitudine dei lavoratori (Einaudi Editore, pagg. 99, € 10,00), se ne trae ancor più la convinzione di questa vicenda paradigmatica per la società, per la politica italiana.

La chiave di lettura del libro è nelle sue ultime righe: “Dobbiamo riportare nella politica (…) la rappresentanza, e con questa la cittadinanza del lavoro, per uscire da quella solitudine che, per troppo tempo, in questo paese, ha trasformato in fantasmi le donne e gli uomini che lavorano”.

Il punto sta qui: nel nome della post-modernità (quale?) la politica e la società si sono dimenticati degli operai, della fatica fisica del lavoro. In realtà nella post-modernità c’è tanta modernità.

E allora il merito di questo libro è di riportare all’attenzione la dura concretezza della vicenda Fiat per tutto il paese. In questa vicenda sono in gioco i diritti dei lavoratori, la civiltà giuridica italiana, l’economia industriale dell’Italia, e il ruolo del sindacato.
Il libro contiene tutti i dati che è bene conoscere sul declino del mercato dell’auto e su una crisi dagli esiti tuttora così incerti da far temere per la stessa esistenza di Mirafiori. E benché questi dati siano spesso riportati in questi mesi sulle pagine dei giornali, il loro impatto resta fortissimo: oltre 28.000 persone lavoravano a Mirafiori nel 2000, oggi sono 13.000.

In nome della globalizzazione Marchionne ha portato avanti un modello “neoaziendalista”, condizioni di lavoro più gravose, con riduzione drastiche delle pause (il rispetto dei tempi di lavoro è un traguardo difficile da raggiungere perché come testimonia una operaia “perché la linea di montaggio va troppo velocemente, o le pause sono insufficienti, o fa troppo caldo o fa troppo freddo o, ancora, i componenti sono difettosi o mal posizionati”), senza certezze sui prodotti, che mette in discussione, secondo Airaudo, gli stessi diritti dei lavoratori.

Per l’autore la vicenda ha aspetti più politici che economici-industriali.

Ovvero per questa impostazione “neoaziendalista” si tratta di “riposizionare il lavoro in una condizione più subordinata, selezionando nella globalizzazione i lavoratori dei paesi emergenti, e appiattendo e facendo precipitare la collocazione degli operai e degli impiegati italiani ed europei, costringendoli a ridiscendere quella scala sociale faticosamente risalita nel Novecento. Il lavoro, secondo questa ipotesi, un unico diritto: il lavoro stesso. La disponibilità deve essere totale, con un’idea dispotica del lavoro umano, il tempo di vita subordinato al mercato, al flusso dei suoi prodotti, all’investimento. Un’ipotesi dove il rischio d’impresa viene garantito dall’impegno senza limiti delle donne e degli uomini che lavorano, dalle operaie e dagli operai che dovrebbero quindi sacrificare anche i propri affetti e le cure per sé e per gli altri, appunto, al dio pagano del mercato. Così si genera un rovesciamento tra le merci e gli esseri umani: Con le prime che prendono vita, soggettività e finalizzazione, le donne e diventano merci, mere risorse disponibili, purché obbedienti”.

E per Marchionne l’entrata in scena della “globalizzazione” porta con sé un “dopo Cristo” che vorrebbe cancellare tutto quello che è venuto prima:”Io vivo nell’epoca del dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi interessa e non mi riguarda”.

Ed ecco, allora, la tesi aziendale dell’ingovernabilità delle fabbriche, della ridefinizione della rappresentanza sindacale (e quindi della democrazia in fabbrica) dell’attacco al contratto nazionale, dell’uscita da Confindustria.

Troppi lacci e lacciuoli che non consentono di adeguarsi allo “spirito dei tempi”. In questo attacco c’è anche una visione pessimistica dell’Italia incapace di stare al passo della “modernità”. Un ottimo pretesto per deitalianizzarsi.

Così il libro ripercorre tutte le vicende che hanno fatto la cronaca e la storia delle relazioni industriali e sindacali degli ultimi due anni (da Pomigliano a Mirafiori). Si parla pure dei fantomatici piani d’investimento di Fabbrica Italia. E nel ripercorrere quegli avvenimenti si sottolinea l’assenza della politica. Una politica che non va al di là della “apertura” di tavoli di discussione inconcludenti.

Si torna , così, al punto di partenza: tutta la vicenda Fiat ha aperto un conflitto che comunque si concluda segnerà in Italia un nuovo equilibrio nel rapporto tra capitale e lavoro.

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