Fine del PD? Intervista a Giorgio Tonini

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Grave è la crisi che sta attraversando il Partito Democratico. Le ultime vicende politiche (vedi l’elezione del Presidente della Repubblica) hanno fatto emergere un partito diviso. Ne parliamo con il senatore del PD Giorgio Tonini. Tonini è un esponente dell’anima liberal del Partito Democratico.

Tonini, la domanda è d’obbligo, esiste ancora il PD?
Le elezioni hanno visto frustrate le ambizioni del Pd di conquistare una chiara maggioranza nel paese e in parlamento e di poter così dar vita ad un governo di centrosinistra. Come è noto, il Pd ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e quella relativa al Senato. Ma si è fermato ad un umiliante 25 per cento, perdendo più di tre milioni dei voti che Veltroni aveva portato a casa nel 2008. Una sconfitta clamorosa, tanto più se si considerano le condizioni in cui versava il nostro principale avversario, il Pdl: si è parlato di rimonta di Berlusconi, ma rispetto al 2008 il centrodestra ha semplicemente dimezzato i suoi consensi. È naturale che davanti ad un simile spreco, di una occasione storica forse irripetibile, il vertice del partito sia stato spiazzato, fino a perdere la lucidità più elementare nella conduzione delle due difficili partite della formazione del governo e della elezione del presidente della Repubblica. Ed è altrettanto naturale che la base sia stata sottoposta ad una tensione emotiva molto forte, man mano che la via del dialogo e della collaborazione tra avversari si dimostrava l’unica strada possibile, per quanto anch’essa incerta e difficile. Detto questo, se il governo Letta vedrà la luce, il Pd, con il 25 per cento dei voti, si troverà a ricoprire tutte le principali cariche istituzionali. E le elezioni regionali friulane dimostrano che, pur partecipe della crisi generale dei partiti e della politica, il Pd mantiene una grande forza, almeno relativa. E la capacità di rappresentare e di parlare al Paese, pur in un momento straordinariamente difficile.

Parliamo di Bersani. Adesso è diventato il “capro espiatorio” di tutti i “mali” del PD. Ma le cose sono più complicate. Quale è stato l’errore strategico d Bersani?
Quando un partito deve registrare uno scarto così grande tra le ambizioni e i risultati, è normale che il leader ne tragga le conseguenze dimettendosi. È una pratica che consente alle organizzazioni di mettersi alle spalle le sconfitte e di ricominciare. Bersani ha pagato l’errore strategico di aver abbandonato la vocazione maggioritaria del Pd, il naturale orientamento (almeno per un partito di centrosinistra) alla conquista dei voti mobili. E di aver rinchiuso il partito nella cittadella fortificata dell’elettorato tradizionale della sinistra: ceti medi urbani impiegatizi e intellettuali, pensionati, giovani studenti, regioni del centro Italia. Una strategia più facile, perché esentata dalla fatica dell’innovazione, politica e programmatica. Ma una strategia suicida, tanto più in una fase nella quale la fine del berlusconismo apriva spazi sterminati all’iniziativa del Pd.

Veniamo alla vicenda incredibile di Prodi. E’ stato il momento più drammatico di tutta la vicenda. Cento “franchi tiratori” sono un gruppo parlamentare. Come è stato possibile questo?
Onestamente non sono riuscito a darmi una risposta. Anche perché nessuno di quei 101 ha avuto la dignità politica di rivelare se stesso e le sue ragioni. Mi aspettavo qualche defezione, ma non la voragine che si è aperta sotto i nostri piedi. Credo che si possa spiegare solo con il concorso di diversi fattori: dissenso politico su una candidatura che dopo l’affondamento di quella di Marini, basata sull’intesa col centrodestra, si presentava invece come una scelta di rottura, in quanto tale avvertita come almeno potenzialmente foriera anche di elezioni anticipate; banali e meschine rivalità correntizie; la penetrazione nelle fila dei nostri parlamentari della propaganda a favore di Rodotà…

Un protagonista di questi giorni drammatici è stato Matteo Renzi. Franco Marini, nell’intervista a Lucia Annunziata, ha affermato che la sua ambizione è sfrenata. Come giudica il comportamento di Renzi? E’ ancora credibile?
Non ho condiviso tutte le mosse di Renzi. Ma le sue sono state sempre battaglie a viso aperto. A viso aperto ha contrastato la candidatura di Marini e a viso aperto ha lanciato quella di Prodi. Si può essere d’accordo o meno con lui, ma è innegabile che questo suo stile, al netto di giudizi sulle persone spesso sgraziati ed eccessivi, se raffrontato ai pugnali e ai veleni dei franchi tiratori, è un elemento di moralizzazione della politica. Soprattutto, Renzi ha avuto il merito di contrastare la strategia bersaniana di chiusura del Pd nel recinto della sinistra tradizionale e di dare corpo alla vocazione maggioritaria.

Per molti osservatori la scissione del PD è molto probabile. Pensa che non sia possibile una “coabitazione” con Barca?
Non credo nella scissione. Come in Italia non c’è un grande spazio per il centro equidistante (lo dimostra da ultimo il risultato dignitoso, ma certo non esaltante di Monti), altrettanto si deve dire della sinistra anti-riformista, come dimostra da ultimo il flop di Ingroia. Potrebbe esserci (ma ne dubito) una scissione parlamentare, ma senza grandi effetti elettorali. Sono invece convinto che il Pd ha enormi potenzialità espansive, a condizione di riuscire ad andare oltre la cultura politica di quella che Aldo Moro chiamava la “stagione dei diritti” e che già allora chiedeva di arricchire con “un nuovo senso del dovere”. Se il generoso tentativo di Enrico Letta, sulla scia dello straordinario discorso di Napolitano ai grandi elettori, avrà successo, penso che potrà aprirsi una fase nuova della storia del Pd, una fase segnata da una piena maturità politica.

Napolitano ha posto come condizione, per la sua rielezione, la condivisione di un programma politico “condiviso”. Riuscirà il PD a reggere?
Riflettendo sul passaggio che abbiamo dinanzi, mi tornava in mente in questi giorni una splendida pagina di Emmanuel Mounier, scritta alla vigilia della seconda guerra mondiale. Il fondatore di Esprit rifiutava la visione di Carl Schmitt secondo la quale la politica si fonda sull’identificazione del nemico e riproponeva il primato della ricerca del bene comune. Anche il Pd è nato per andare oltre il bipolarismo fondato su coalizioni “contro”, in favore della competizione (che in certe fasi può anche diventare collaborazione) tra forze capaci di proposte “per” il paese. È questo che chiedono oggi gli italiani al Partito democratico.

Commenti (2)

  1. Credo che il Pd abbia bisogno di una profonda ripulita interna ( es.i 101 farabutti che si sono nascosti piuttosto di affrontare a viso aperto una posizione diversa ). Credo soprattutto che abbia bisogno di affermare una identità di sinistra più nitida, certamente non demagogica come appare per molti appartenenti a SEL.Non si debbono più avere legami sentimentali con dogmi del XX secolo; ma perseguire pragmaticamente l’interesse per il lavoro, i lavoratori, i precari, i disoccupati, gli esodati ed i pensionati. Questa è la sinistra che potrebbe battere una destra che è insita in molta parte dell’elettorato italiano.

  2. La contraddizione di fondo del PD, come dell’intero sistema politico, è stata e rimane ancora, a mio modesto avviso, una sola: come possono gli stessi soggetti che hanno segnato e accompagnato la fine di un’esperienza politica, quella dei partiti della ricostruzione del Paese, far nascere e sviluppare soggetti nuovi ? E’ come pretendere di far nascere un organismo vivente da soggetti “moribondi”. Operazione che in natura come nella vita sociale non può essere. Allora lasciamo per un attimo da parte il passato e poniamoci domande radicali: che cosa vogliamo essere, che cosa siamo in grado di fare per i nostri territori, assai assai diversi, per il nostro Paese, assai assai depresso. Le stesse domande che si posero i nostri genitori all’indomani del disastro seguito alla guerra.

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