Democratici verso il Congresso: sarà il PD di Renzi? Intervista a Giorgio Tonini

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Con le convention di Bari (Matteo Renzi) e Roma (con la presenza degli altri candidati: Cuperlo, Civati e Pittella) di sabato scorso è partito il Congressso del Partito Democratico. Un inizio segnato da polemiche sulle affermazioni di Matteo Renzi sull’amnistia. Resta, comunque, il fatto che questo Congresso è importante per il PD, in particolare per la sua identità. Ne parliamo con Giorgio Tonini, vicepresidente dei senatori del PD.

 

Senatore Tonini, il congresso del PD è partito. Quali saranno i nodi che dovranno essere sciolti?

 

Insieme a quello, ovvio, della leadership, si dovrà capire qual è il “posizionamento politico” del Pd: se un posizionamento nobilmente conservatore, a difesa di assetti e istituti realizzati in un contesto storico radicalmente mutato, o invece un posizionamento attivamente riformista, che si proponga, secondo un antico slogan della CISL di Pierre Carniti, di “capire il nuovo, per guidare il cambiamento”. Perché il cambiamento, un cambiamento profondo e tumultuoso, è in atto in questi anni di crisi come mai prima: nel mondo, a livello globale, prima ancora che in Italia. E la vera questione è se vogliamo essere, come Paese e come partito, tra coloro che il cambiamento vogliono produrlo e guidarlo, almeno in parte, o se viceversa ci rassegniamo a subirlo.

 

Un recente sondaggio, SWG, pubblicato dal Corriere della Sera nei giorni scorsi da il Centrodestra, nonostante la sua crisi,  in testa e un PD in calo consistente. Insomma la pancia del Paesi non guarda a voi. Perché?

 

Per la verità, la maggior parte dei sondaggi dà il Pd in testa. Ma non è questo il punto. Il punto è che sarebbe una pia illusione, da parte del Pd, pensare che basti l’uscita di scena di Berlusconi per vincere le elezioni. La realtà è ben diversa: c’è una vasta parte dell’elettorato che piuttosto che votare il centrosinistra è disposta a votare perfino Grillo. Proprio il fenomeno Cinque Stelle ci dice peraltro che l’elettorato italiano è tornato mobile e il primato elettorale è tornato contendibile. La “vocazione maggioritaria” del Pd, ossia la determinazione a proporsi come il “partito del Paese”, come avrebbe detto Nino Andreatta, può dunque rivelarsi la strategia vincente. Purché il Pd sappia proporsi come un partito saldo nei suoi principi e valori costitutivi, ma aperto alla ricerca pragmatica delle soluzioni migliori, anche perché realistiche e innovative, ai problemi degli italiani di oggi, non del secolo scorso.

 

Senatore, allinterno del PD, sono saltati quasi tutti sul carro del vincitore. Insomma è allopera lantico vizio italico. Lei che è un renziano della prima ora come giudica tutto ciò?

 

Beh, in primo luogo come una rivincita delle ragioni che mi avevano portato, insieme a pochissimi altri parlamentari, a sostenere la candidatura di Matteo Renzi alle primarie del centrosinistra. Quelle primarie furono vinte nettamente da Bersani, ma su una linea politica, quella dell’arroccamento a sinistra, che si è dimostrata perdente, come del resto noi avevamo previsto, alle elezioni di febbraio. Oggi la stragrande maggioranza dei nostri elettori e dei nostri militanti sembra aver capito che per vincere, non solo non bisogna chiudersi nel fortino della nostra base tradizionale, ma bisogna uscire in campo aperto, per conquistare nuovi consensi, compresi quelli di molti elettori delusi da Berlusconi o da Grillo. Vede, noi siamo maggioranza tra i pensionati e i dipendenti pubblici, ma siamo solo la seconda forza, dopo Cinque Stelle, tra i giovani, e addirittura la terza tra quanti vivono sul mercato: non solo imprenditori, artigiani, commercianti, ma perfino tra gli operai. Come si fa a pensare di vincere e poi governare con questa struttura della rappresentanza? La ragione per cui ho votato Renzi alle scorse primarie è che lui ha capito questo. Ora che l’hanno capito in tanti assistiamo a precipitose conversioni di dirigenti che fino a poche settimane fa gli avevano dato della spia di Berlusconi. Ma queste sono storie di ordinaria miseria della politica. L’importante, come ha detto Renzi, è che nessuno pensi che ci sia un carro su cui salire. Semmai ce n’è uno da spingere. Su una strada molto in salita…

 

Lesito del Congresso appare scontato (ossia una vittoria larga di Matteo Renzi). Per lei è così?

 

Nei pronostici Renzi è di gran lunga il favorito. Ma l’ultima parola l’avranno prima gli iscritti e poi, l’8 dicembre, i nostri elettori. La decisione su chi sarà il segretario del Pd è nelle loro mani, non in quelle dei sondaggisti.

 

Veniamo alla cronaca. Renzi e lamnistia. Il sindaco è stato criticato da alcuni esponenti del Governo e da altri del PD. Qual è la sua opinione?

 

Non mi risulta che il governo abbia in animo di avanzare una proposta su amnistia e indulto. Del resto, due ministri, Cancellieri e Quagliariello, in poche ore hanno detto due cose diversissime tra loro su un… dettaglio, come gli effetti di un eventuale provvedimento di clemenza sulle vicende giudiziarie di Berlusconi… Parliamo di cose serie. Napolitano ha mandato un messaggio alle Camere per ricordare al Parlamento il vergognoso stato delle carceri, oggetto di ormai ripetute condanne internazionali dell’Italia per violazione dei diritti umani. Napolitano ha detto in sostanza a noi parlamentari e ai nostri gruppi e partiti che la situazione, così com’è, è insostenibile e intollerabile. Possiamo fare tre cose: cambiare le leggi per rendere meno frequente la carcerazione, almeno preventiva, e più rapido l’iter dei processi; aumentare il numero dei posti in carcere (ne mancano 20 mila) costruendone di nuovi; oppure assumerci la responsabilità di non essere capaci di fare né l’una né l’altra cosa, dichiarare con onestà il nostro fallimento e votare un provvedimento di clemenza.

Renzi ha preso sul serio il messaggio di Napolitano. E ha preso l’impegno di battersi, da segretario del Pd, per i primi due obiettivi: meno leggi “carcerogene” e più carceri nuove. Quanto all’amnistia e all’indulto, perché avrebbe dovuto fare suo il nostro fallimento? Perché avrebbe dovuto lanciare la sua candidatura con un messaggio di rassegnazione, anziché di speranza e di impegno?

 

Carlo Galli, deputato del PD e politologo, in un articolo, di qualche tempo fa, apparso sulledizione on line della rivista Il Mulino, scrive, su Renzi, che la sua indeterminatezza è tanto affascinante quanto ambigua. Insomma ripete più , con altre parole, le critiche di Bersani e ,in parte, di Dalema sulla genericità delle idee di Matteo Renzi. Come risponde a queste critiche?

 

Mah, mi verrebbe da dire “da che pulpito”… Non mi riferisco in particolare a Galli, ma più in generale a quanti hanno guidato il partito per quattro anni senza mai dire nulla di chiaro e preciso sul piano programmatico. Veltroni aveva dato vita, dopo la vittoria di Berlusconi, al “governo ombra” del Pd, proprio per costringere il partito a fare un’opposizione di merito, capace di delineare un’alternativa sul piano programmatico oltre che politico. Quella esperienza fu abbattuta, per la verità già da Franceschini, con sciocco autolesionismo. Abbiamo visto come è andata a finire: “smacchiamo il giaguaro” è diventata la nostra parola d’ordine. Ma lasciamo perdere il passato. Ora, certo, Renzi deve presentare un documento congressuale nel quale mettere nero su bianco le sue proposte: sul piano politico, su quello programmatico, su quello della forma partito. Ma non è vero che debba partire da zero: c’è anzi sovrabbondanza di analisi e proposte, che vanno ora sintetizzate. Insieme a Enrico Morando, per fare solo un piccolo esempio, abbiamo riempito un volume di proposte (“L’Italia dei democratici”, edito da Marsilio, seconda edizione con la prefazione di Matteo Renzi), di chiaro e netto orientamento riformista.

 

Quali sono i punti chiavi dellidea di Partito Democratico di Renzi. Non c‘è il rischio che, data la sua ambizione di fare il premier, tutto si risolva in una mera operazione di immagine sul partito. Non le pare che ad esempio Cuperlo sia più attrezzato per svolgere un lavoro sulle fondamenta del PD?

 

Renzi ha capito che non ci sono scorciatoie. Come avviene in tutte le grandi democrazie del mondo, il premier è il leader del partito che, da solo o in coalizione con altre forze minori, conquista la maggioranza dei consensi. Dunque non ha nessun senso, almeno dal mio punto di vista, la dottrina D’Alema, secondo la quale Renzi dovrebbe candidarsi a premier, ma non a segretario del partito. Questa dottrina serve solo a perpetuare l’anomalia italiana che prevede un leader di partito “post-comunista”, che ha in mano il potere politico reale, ma non può presentarsi come candidato premier, in quanto “figlio di un dio minore”, e allora indica un altro per questo ruolo. Fu così, nel 1996, con la candidatura di Prodi lanciata dallo stesso D’Alema. Ma le vicende successive hanno dimostrato che questo schema, anomalo in Occidente, poteva andar bene solo in una fase di passaggio, che andava rapidamente superata riunificando le due figure in un’unica leadership. Per questo, pur con molto ritardo, abbiamo fatto il Pd. E abbiamo scritto nello statuto che il leader del partito è di norma il candidato premier. Renzi si inserisce perfettamente in questa continuità con le fondamenta del Pd. Cuperlo invece, persona che stimo e di cui sono amico da tanti anni, propone di rimetterle in discussione, quelle fondamenta, per tornare allo schema dalemiano che precede la costituzione del Pd. Detto questo, Matteo Renzi, da segretario del partito, è chiamato a riuscire in un’impresa nella quale non riuscimmo noi con Veltroni: quella di dare forma organizzata ad un’idea nuova di partito. Un’impresa che richiede un pensiero nuovo, sulla forma partito, e tanto, tanto lavoro collettivo.

 

Ritorniamo, per un attimo, alla politica carismatica. Renzi Certamente è un leader carismatico ma lItalia, per come è messa (molto male), ha davvero bisogno, dopo il fallimento di Berlusconi, ancora  di cercare un carisma per uscire dalla crisi?

 

Come ha insegnato Max Weber, direi in modo definitivo, il carisma è una dimensione imprescindibile della leadership. Sia di partito che di governo. Detto questo, è chiaro che il carisma è una condizione necessaria, ma non sufficiente, del buon governo. Berlusconi sovrabbondava di carisma, ma si è dimostrato “unfit”, inadatto a governare, come aveva previsto in una celebre copertina l’Economist. Per quanto riguarda il partito, quello che conta è se esiste o meno un’istituzione-partito che preesiste e sopravvive al carisma di una leadership, o se invece si identifica con essa, come avviene nel caso del partito “personale”, o addirittura “padronale”, come è il caso del Pdl. Il Pd è un partito che genera leadership (e le distrugge anche, con una certa frequenza…), ma non si risolve in esse.

 

 

Ultima domanda: Renzi e Cuperlo potranno collaborare?

 

Certo che si. Hanno entrambi l’intelligenza e la statura adeguate a sapere che c’è il tempo della competizione e poi, attorno al vincitore, il tempo della collaborazione. Per il bene del partito e soprattutto del Paese.

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