Il Si della Consulta alla Fecondazione Eterologa: Una scelta di civiltà? (1) Intervista a Giorgio Tonini

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medium_110305-183037_mi111207pol_0005Dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla fecondazione eterologa si è acceso un forte dibattito nell’opinione pubblica sulla Legge 40. Pubblichiamo la prima intervista su questo tema, lo facciamo con  il Senatore Giorgio Tonini del PD, che è stato, all’epoca della discussione e approvazione della Legge 40,  capogruppo dei DS in commissione sanità e relatore di minoranza della legge.

 

La Legge 40 (quella sulla Fecondazione medicalmente assistita) ha subito “smantellamenti” , in questi 10 anni di “”vita”, continui. Sono  state 30 le sentenze di tribunali civili. La legge  è frutto di un bipolarismo etico assai poco convincente. Qual è  stato il grande limite di questa legge?

 

Il doppio limite della legge 40 è stato quello di essere una legge ideologica, anche a costo di affermare norme irragionevoli, e di essere stata approvata con una maggioranza divisiva, nella più assoluta sordità alle ragioni altrui. Il principale aspetto ideologico della legge 40 è stato la pretesa di affermare uno statuto giuridico dell’embrione umano come persona, anche fuori dal corpo della donna, dunque “in provetta”. Doveva essere una sorta di rivincita rispetto alla legge 194, che tuttavia non si è avuto il coraggio di mettere in discussione a viso aperto. Il risultato è stato paradossale e irragionevole: il combinato disposto della 40 e della 194 portava infatti l’ordinamento giuridico italiano a tutelare in modo assoluto l’embrione in provetta, considerato persona sacra e inviolabile, “fermo restando quanto stabilito dalla 194”, ossia la dipendenza del feto, nei primi mesi di gravidanza in modo pressoché totale, dal principio di autodeterminazione della donna. Una contraddizione insostenibile, che la Corte, come era prevedibile e come avevamo previsto nel corso del lungo e inutile dibattito in Senato, ha smantellato pezzo dopo pezzo.

 

Veniamo alla sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale il divieto di fecondazione eterologa. Per il Settimanale “Famiglia Cristiana” si tratta di una follia italiana in quanto potrebbe favorire una “fecondazione selvaggia per tutti”.  Qual è il suo parere?

 

La fecondazione eterologa è una pratica controversa, che propone notevoli problemi di gestione: al contrario di quella omologa, che si pratica all’interno della coppia sposata o stabilmente convivente, l’eterologa comporta l’intervento di un donatore esterno alla coppia e pone quindi il problema della gratuità della donazione, dell’anonimato che non può comunque essere assoluto, del diritto del nato da fecondazione eterologa a conoscere i suoi genitori biologici, e così via. Anche in questo caso, tuttavia, si sarebbe dovuto legiferare cercando il consenso più largo possibile attorno ad una normativa essenziale e ragionevole, che tenesse d’occhio il mainstream europeo. E invece, anche su questo punto, si è scelto un approccio ideologico e si è voluta una prova di forza divisiva e anche un po’ arrogante. In nome, si è detto e si sente ripetere anche oggi, del diritto del figlio ad avere due genitori naturali: un diritto che sovrasterebbe quello improprio dei genitori sterili ad avere un figlio. Considerazioni apparentemente di buon senso, attraverso le quali tuttavia la legge pretende di penetrare ambiti misteriosi come quello del senso della vita, fino a voler stabilire le condizioni minime entro le quali si abbia diritto a venire al mondo. Ma può la legge affermare che al di sotto di quelle condizioni minime (nascere da due genitori che siano anche quelli biologici) non abbia senso venire al mondo e quindi si abbia il… diritto di non nascere? E ancora, se è sensato sostenere sul piano etico che una coppia sterile non abbia il diritto di procreare a tutti i costi, è plausibile e ragionevole tradurre questa raccomandazione morale in un divieto assoluto a ricorrere alla fecondazione eterologa “artificiale”, posto che quella, sempre eterologa, ma “naturale” nessuno si sognerebbe di vietarla? Si tratta, come è evidente, di aporie insuperabili, figlie della impropria sovrapposizione tra il dialogo etico e l’obbligo giuridico.

 

Dal punto di vista delle coppie  sterili questa sentenza è una buona notizia. Ma la maternità e la  paternità biologica è ancora un valore per la società secolarizzata?

 

Credo sia ancora un valore, ma giustamente e opportunamente relativizzato, in favore del primato della maternità-paternità sociale. I genitori adottivi, una realtà sempre più diffusa e giustamente apprezzata, anche se anch’essa non priva di rischi e difficoltà, si ribellano al solo sentir distinguere tra figli “propri” e figli “adottati”. Questa positiva maturazione non poteva non riversarsi anche sulla procreazione medicalmente assistita. A mio modo di vedere è giusto sostenere la preferibilità etica dell’adozione rispetto alla fecondazione eterologa: perché accanirsi con le tecniche per far venire al mondo un bambino, quando ce ne sono milioni abbandonati? Ma un conto è un rispettoso dialogo etico, altra cosa è porre un obbligo o un divieto, con la forza della legge, in una materia così intima e sensibile.

 

E’ giusta l’esclusione di single e per le coppie omosessuali ?

 

Su questo punto c’era stato allora un ampio consenso. La procreazione medicalmente assistita è una pratica sanitaria, finalizzata a porre rimedio all’infertilità (o anche, come chiedevamo noi, alla prevenzione della trasmissione delle malattie genetiche). Non è una pratica da utilizzare per procreare al di fuori di uno stabile rapporto di coppia. Naturalmente, ora c’è il rischio che il pendolo del bipolarismo etico, irresponsabilmente attivato dieci anni fa, corra verso l’estremo opposto…

 

Anni fa il filosofo laico tedesco Jurgen Habermas  metteva in guardia verso lo “scivolamento di una genetica liberale, vale a dire una genetica regolata dalla legge della domanda e dell’offerta”. Adesso con questa sentenza cade l’ultimo mattone su cui reggeva la legge 40, quindi si torna indietro di 10 anni. Quindi si porrà il problema di una nuova normativa. E’ possibile un cammino più laico di quello fatto con la legge 40? Ovvero raggiungere una mediazione alta su questo tema delicatissimo?

 

Sul piano giuridico, la legge 40 resta in piedi, depurata dei suoi eccessi. Può darsi che si debba lavorare a qualche rifinitura, ma non c’è nessun vuoto normativo. Quanto alla “mediazione alta”, che avevo auspicato nella mia relazione di minoranza proprio citando Habermas, come testimone di una preoccupazione, che avrebbe dovuto essere comune, a normare, in modo ragionevole e consapevole del limite della politica e del diritto, una materia così sensibile, penso che dieci anni fa si sia persa un’occasione forse irripetibile. Ora, grazie alle sentenze della Corte, si deve provare a fermare il pendolo del bipolarismo etico, creando le condizioni, culturali e politiche, per un incontro, sulle materie che riguardano la vita e la famiglia, attorno a soluzioni legislative miti e ragionevoli, che tengano d’occhio il mainstream della società e non inseguano le minoranze estremiste, pur nel rispetto di tutte le idee e di tutte le posizioni.

 

Nel 2005 la Chiesa italiana entrò con forza nella battaglia referendaria sostenendo l’astensione. Ma era la  Chiesa del Cardinale Ruini. Oggi con Papa Francesco quale sarà secondo lei l’atteggiamento della Chiesa?

 

Dieci anni fa si saldarono, nella Chiesa, quelli che a me e non solo a me parvero allora due errori storici: una asimmetria nel magistero, che considerava “non negoziabili” sul piano politico-legislativo le posizioni della Chiesa stessa in materia bioetica o di etica sessuale e familiare, mentre questo non avveniva, ad esempio, per le questioni sociali; e una forte esposizione politica della Chiesa stessa, che pensò di porre rimedio alla fine dell’unità politica dei cattolici nella Dc, dando vita ad una nuova unità politica dei cattolici attorno ad un progetto definito culturale, ma in realtà tutto politico, di adesione collettiva, contrattata dalla stessa gerarchia, al polo di centrodestra, a sua volta alla ricerca di un’identità dopo il fallimento dell’ipotesi del partito liberale di massa. La crisi economica, che ha capovolto la gerarchia delle priorità nel dibattito pubblico, riportando in primo piano le questioni economiche e sociali, la vittoria di Obama negli Stati Uniti con il concorso di una larga maggioranza di cattolici e, in Italia, la nascita e il progressivo affermarsi del Partito democratico, come casa comune dei riformisti fondata sul dialogo e la reciproca contaminazione tra laici e cattolici, hanno spazzato via quel vecchio schema. L’avvento di Papa Francesco mi pare stia aprendo un orizzonte nuovo per il magistero cattolico: non c’è più la vecchia asimmetria, semmai c’è un primato della questione sociale su quelle bioetico-familiari. E c’è soprattutto la riaffermazione conciliare della distinzione dei piani: alla Chiesa la proposta, tanto più forte quanto più mite ed umile, dei principi evangelici; alla politica, nella sua autonoma responsabilità, la definizione delle norme giuridiche, nel libero confronto con tutte le posizioni presenti nella società. In ogni caso, la Chiesa di Francesco non chiede il supporto del braccio secolare per affermare i suoi valori, ma si affida alla fecondità evangelica della predicazione alle libere coscienze delle donne e degli uomini del nostro tempo.

 

 

 

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