Alla scoperta dell’ “Internet delle cose”. Intervista ad Antonino Caffo

Spread the love

Si è aperta giovedì a Roma, al Parco della Musica, la mostra “Maker Faire Rome 2014”, un evento dove i cosiddetti “artigiani digitali” mettono in mostra le più importanti innovazioni tecnologiche. Questo ci offre l’occasione di parlare dell’Internet delle cose (“Internet of Things”). Lo facciamo con Antonino Caffo, giornalista dell’edizione on-line del La Stampa (www.lastampa.it) e Panorama (www.panorama.it).

Antonino CaffoCaffo, incominciamo con il dare una definizione di “Internet delle cose”, che a molti sembra un concetto astruso invece è un termine concreto. Cosa s’ intende con questo?

L’internet delle cose è la definizione che si utilizza per descrivere quelli oggetti inanimati, tra cui i classici che abbiamo con noi da anni, che adesso possono diventare intelligenti e scambiare informazioni connettendosi alla rete.
Un esempio sono i gadget che supportano l’attività fisica, come i braccialetti, con cui registrare i propri allenamenti, lo stato di salute e i risultati raggiunti o i cosiddetti smartwatch, che donano nuova luce ad un accessorio semplice come l’orologio, che ora può arrivare a compiere azioni molto complesse, degne di uno telefonino.
Il panorama dell’Internet delle cose è però nato per funzioni diverse come il controllo di grandi flussi di persone (ad esempio le telecamere connesse ai siti della polizia nel caso di concerti, eventi di interesse pubblico, manifestazioni) o il monitoraggio di complessi industriali.
La declinazione verso oggetti più vicini al pubblico è stata la naturale conseguenza dello sviluppo di internet e del successo degli smartphone. In questo senso il livello di educazione “digitale” ha permesso che altri tipi di oggetti, notoriamente noiosi come lampade, persiane e orologi, acquistassero maggiore interesse verso il consumatore.

Secondo l’economista Jeremy Rifkin la post-rivoluzione dell’IoT (internet of Things) sarà il motore decisivo per lo sviluppo planetario. Non è un po’ esagerato Rifkin?

Si pensi che secondo vari studi di ricerca entro il 2020 gli oggetti connessi alla rete (quindi anche quelli considerati IoT) saranno tra i 50 e i 200 miliardi. Questo vuol dire che tutti avremo con noi almeno un dispositivo in grado di andare su internet, che si tratti di uno smartphone, un tablet o un’automobile. È evidente che anche il commercio troverà in questo modo sbocchi ulteriori. Aziende che normalmente oggi offrono i loro prodotti su internet potranno pensare di sviluppare un’app per l’orologio così da avvisare gli utenti quando si trovano vicino ad un loro negozio e approfittare di un particolare sconto, oppure l’automobile potrà connettersi (in parte lo fa già) a sistemi di infomobility e scoprire come fare per evitare il traffico. Con questa logica potranno aprirsi delle partnership di collaborazione importanti, magari con le stazioni di servizio, di carburante o motel. Insomma il campo di azione, almeno per lo sviluppo di idee, è davvero illimitato.
In questo modo non solo si potrà dare nuovo spazio all’economia ma anche creare nuovi posti di lavoro con figure competenti, che sappiano interpretare e usare i dati inviati da dispositivi intelligenti con un fine particolare. Ad esempio ci vorranno persona che sappiano filtrare i dati sullo stato di salute inviati dalle persone al medico, oppure analisti che dovranno studiare come le persone usano le Smart TV (anch’esse parte del mondo IoT) per andare su internet, e quali applicazioni future potranno avere maggiore successo su questo apparecchio. Al contrario di chi sostiene che l’Internet delle cose farà perdere il lavoro a molte persone, a mio parere credo che avverrà il contrario, con la richiesta di figure sempre più capaci di dare un significato concreto ai dati analitici raccolti con tali dispositivi.

Una ricerca del Politecnico di Milano ha individuato ben sette macro-aree di applicazione dell’ “Internet of Things”: dalle smart-city alla sanità. Quali sono attualmente, in Italia, le maggiori applicazioni in questa logica?

Sicuramente siamo molto attivi nel campo delle Smart City. Le grandi città, come Roma e Milano, utilizzano varie apparecchiature che rientrano nella prima categoria individuata dall’Osservatorio Internet of Things del Politecnico. Semafori connessi a videocamere, rilevatori di fumo gestiti da remoto e quelle che vengono chiamate “smart grid” (gestione intelligente degli apparati elettrici e idraulici) sono una realtà. La sfida è poter trasferire questi dispositivi almeno in tutti i capoluoghi di provincia. Si tratta di tecnologie scalabili, ovvero che si possono adattare ad ogni situazione, con evidenti vantaggi e risparmi economici (ad esempio si potrà conoscere ciclo di vita di un tubo prima che si rompa concretamente e debba essere sostituito).
I cittadini forse non si accorgono molto di questi cambiamenti. Sotto questo punto di vista, l’IoT che sfonderà sarà di certo quello della categoria degli indossabili.

Una frontiera interessante sono gli “indossabili”. Ci spiega il significato?

Non bisogna confondere l’Internet delle cose con le tecnologie indossabili o wearable, concetto molto di moda ultimamente che è solo una delle declinazioni di IoT. Per indossabili ci si riferisce infatti a dispositivi capaci di comunicare con la rete, piccoli e da poter propriamente “indossare”. Che si tratti di occhialini, bracciali, orologi o fotocamere, siamo dinanzi ad accessori che hanno quasi perso la loro caratteristica principale per assumere forme e utilizzi diversi, grazie all’accesso alla rete. Possiamo considerare gli indossabili come una categoria dell’Internet delle cose. Di certo è quella più vicina alle persone per via dei costi più accessibili (ci sono braccialetti anche a meno di 100 euro) e della possibilità di essere portati sempre con sé (non mi sognerei mai di viaggiare con un rilevatore di fumo intelligente, mentre con uno smartwatch si, e avrebbe anche più senso).

Ultima domanda. Quali sono gli scenari problematici per questa frontiera?

Tante possibilità ma anche dubbi e problematiche riguardano la gestione dei cosiddetti Big Data, ovvero la raccolta di più informazioni su un individuo. Se fino a poco tempo fa tutto si limitava a ciò che contenevano smartphone e tablet, ora le informazioni sensibili sono un po’ ovunque e l’Internet delle cose farà elevare all’ennesima potenza il traffico di dati privati sulla rete.
Il problema è che ogni cosa che viaggia su internet è, almeno ipoteticamente, violabile dai criminali informatici. Più oggetti personali si connettono al web, più sarà ampio lo spettro a disposizione di queste figure per rubare i nostri segreti, o semplicemente informazioni personali che ci appartengono.
Non è un contesto da sottovalutare. Se un criminale dovesse entrare in possesso dei dati scambiati dal mio braccialetto per il fitness, che registra l’ora in cui sono uscito di casa, i chilometri trascorsi e il rientro, il ladro potrebbe verificare se esco di casa sempre alla stessa ora e in quali giorni. Entrare indisturbato per tentare un furto non sarebbe così un gran problema.
C’è un evidente problema sicurezza che va affrontato. Molto spetta alle aziende produttrici che devono assicurare la massima efficienza degli oggetti e dei canali di comunicazione (la necessaria crittografia dei file durante lo scambio, ovvero l’illeggibilità degli stessi ad occhi indiscreti) oltre all’affidabilità delle piattaforme che conservano i dati sensibili. Tre elementi fondamentali (hardware, software e cloud) che, assieme ad una corretta educazione delle persone, potranno decretare il successo o il fiasco dell’Internet delle cose.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *