Il primato dell’Italia nell’export mondiale di “armi comuni”. Intervista a Carlo Tombola

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Nei giorni scorsi Opal (Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia) , ha presentato il nuovo Annuario sulle armi leggere fabbricate in Italia. Il titolo del rapporto è significativo: Commerci di armi proposte di pace. Ricerca, attualità memoria per il controllo degli armamenti.
Come si vede un rapporto dettagliato che contiene novità rilevanti sul commercio di armi leggere. Ne parliamo con il professor Carlo Tombola, coordinatore scientifico di Opal.

Professore, qualche giorno fa voi di Opal avete presentato la nuova edizione dell’Annuario sulle armi leggere. L’Italia detiene il primato dell’Export mondiale di questo tipo di armi. Può fornirci qualche cifra significativa?

“È la novità più importante del nostro Annuario. Lo studio pubblicato dal nostro ricercatore Giorgio Beretta sui dati statistici dell’Onu (qui una sintesi e alcune Tabelle), mostra che nell’ultimo decennio l’Italia ha superato Germania e Stati Uniti nell’esportazione di “armi comuni”, cioè di armi non militari (fucili, carabine, pistole, rivoltelle, e relative parti) ed è leader mondiale di questo specifico mercato con una quota di quasi il 20%. Questo dato si conferma anche prendendo in considerazione solo gli ultimi cinque anni, nonostante si stiano prepotentemente affacciando nuovi produttori, Cina, Brasile e Turchia in testa: il mercato è in crescita, e anche lo è anche la quota italiana, sebbene più lentamente rispetto ai principali concorrenti. In dieci anni si è trattato di poco meno di 3,2 miliardi di dollari di esportazioni (Germania 2,4; USA 2,1), per armi destinate non solo alla caccia e al tiro sportivo ma anche alla difesa personale e alle forze dell’ordine, che non rientrano tra i destinatari specificamente “militari” e che dunque non sono sottoposte al regime di autorizzazioni a cui sono sottoposte invece le armi fornite alle forze armate.

Quali sono le principali zone geo-politiche di destinazioni di questa produzione?
Nell’insieme, nell’ultimo decennio le armi comuni italiane hanno raggiunto 127 paesi di tutti e cinque i continenti. I mercati principali si trovano tradizionalmente nell’Unione Europea (34%) e soprattutto negli Stati Uniti (37%). Qui negli ultimi anni l’effetto-annuncio di legislazioni restrittive – poi mai adottate a livello federale – ha “drogato”il mercato delle armi e delle munizioni leggere, facendo registrare un’impennata degli ordini mai registrata.

In quali Paesi si registrano dati di crescita dell’export armiero?
Oltre che negli Stati Uniti – e a differenza che nell’Unione Europea, area in declino soprattutto per un’attività venatoria ormai invecchiata e“di nicchia” – l’export di armi comuni italiane si è rafforzato nel Centro e Sudamerica, e nei paesi del Medioriente e dell’Africa settentrionale, cioè in aree fortemente interessate dalla violenza politica o della malavita organizzata, e i cui governi risultano coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani. È anche in forte crescita l’export verso l’Asia sud- ed estremo-orientale, dove India e Cina stanno diventando clienti importanti. Persino nell’Africa sub-sahariana, mercato “povero”e secondario per le armi italiane, il 2013 ha rappresentato un anno record.

Il distretto bresciano ha il primato assoluto in questa produzione, in particolare con la Fabbrica Beretta. Le chiedo il governo riesce a controllare l’export di questa multinazionale italiana? Ovvero vi sono affari della “Beretta” con i regimi repressivi?
I governi che si sono succeduti negli ultimi anni non hanno alcun interesse a controllare severamente un’azienda florida come Beretta, fiore all’occhiello del made in Italy e capofila della lobby nazionale delle armi. Soltanto il governo Letta, anche grazie alla presenza di Emma Bonino agli Esteri, intervenne per sospendere l’export di armi (anche di Beretta) verso l’Egitto, durante la sanguinosa repressione dei “fratelli musulmani”, caso però rimasto isolato.
Le “armi comuni” italiane vengono prodotte da aziende che si sono nel tempo fortemente concentrate, tanto sul territorio che nella composizione del capitale. Il “distretto armiero” bresciano è oggi dominato da una multinazionale come il gruppo Beretta, che ha importanti impianti produttivi in Italia (Gardone Val Trompia e Urbino) e all’estero (in Finlandia, negli Stati Uniti e soprattutto in Turchia) e che è anche produttore in proprio di ottiche di precisione e controlla numerose aziende commerciali in tutti i continenti. Beretta può facilmente eludere le legislazioni restrittive spostando semilavorati e prodotti finiti all’interno del proprio gruppo e decidendo di esportare da altri paesi: per esempio, dalla Turchia il gruppo Beretta fornisce clienti in altri 40 paesi del mondo.

Non c’è solo il caso della Beretta, c’è anche la Fiocchi di Lecco (azienda leader per le munizioni leggere). Quali sono le anomalie nell’export di quest’ azienda?
Nel settore delle munizioni leggere, Fiocchi ricopre un ruolo simile a quello di Beretta nelle armi leggere. È molto presente sul mercato USA, dove ha una controllata industriale, ed esporta tutte le aree geografiche del mondo grazie a elevati standard di qualità. Anche Fiocchi è da sempre impegnato nell’export militare, tuttavia nelle Relazioni della legge 185/90 le registrazioni relative a Fiocchi sono stranamente carenti, come se le forniture non fossero state effettuate, mentre risultano invece regolarmente pagate.

Ultima domanda: Come giudica il livello di controllo politico del Parlamento italiano su tutta questa rilevantissima materia? Cosa andrebbe fatto per garantire maggior trasparenza?
Lo giudico colpevolmente distratto, dal momento che sono pochissimi i parlamentari che prestano attenzione alla materia, e la maggior parte è espressione della lobby armiera che è fortemente avversa a ogni trasparenza. Basti pensare che da ben otto anni il parlamento non esamina le Relazioni della legge 185/90, e che nel frattempo gli esperti governativi hanno silenziosamente operato cambiamenti “tecnici”che rendono sempre meno leggibili i dati stessi.

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