Politica Criminale. Intervista ad Alfio Mastropaolo

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blog meleL’Indagine della Procura di Roma, guidata dal procuratore Pignatone, sulla “Mafia Capitale”, sta scoperchiando un mondo fatto di colpevole connivenza tra politica e criminalità organizzata. Quali conseguenze avrà sulla politica italiana? Ne parliamo con il Professore Alfio Mastropaolo, Ordinario di Scienza della Politica all’Università di Torino.

Professore, l’inchiesta sulla “Mafia Capitale” della Procura di Roma ci consegna una immagine devastata e devastante della politica: una politica totalmente asservita ad una banda di criminali (con a capo due “personaggi” come l’ex terrorista fasciomafioso Carminati, e un affarista “rosso” senza scrupoli come Buzzi) che ha fatto affari, nella Capitale, ai tempi della Giunta Alemanno. Insomma l’impressione che si ha e che quest’inchiesta, per alcuni analisti, segni la fine della poco gloriosa “seconda Repubblica”. Per lei?
La politica è un’attività come un’altra per conquistare il potere. Il quale, di per sé, non ha nulla di malvagio. E uno strumento con cui si tengono assieme gli esseri umani. Può però essere usato in molti modi, perché in molti modi questi ultimi li si può tenere assieme. Il potere può essere democratico, quando è esercitato in maniera condivisa e a beneficio di molti. E può non esserlo, quando è esercitato da pochi a beneficio di pochi. Può essere esercitato a beneficio dei ceti popolari o delle classi medie. Può essere esercitato a vantaggio dei ceti privilegiati. Da lungo tempo ormai a questa parte il potere è esercitato da pochi privilegiati a beneficio di se stessi e di pochi sodali.
Le ragioni per cui questo è successo sono complesse. Quella fondamentale è che i molti – e le classi medie e popolari – sono stati emarginati dalla vita politica. Basti pensare al destino toccato ai partiti di massa e ai sindacati. Questo ha fatto sì che potentati politici e potentati economici si mescolassero.
Che i potentati economici – non c’è bisogno di far nomi – usino la politica per arricchirsi, e che i potentati politici entrino anche loro nel giro degli affari, distogliendo la politica dal suo fine specifico, che è l’interesse generale, non è la prima volta che succede. Succede da quando è stato inventato il governo rappresentativo, nel quale chi detiene risorse economiche è avvantaggiato. Avveniva già nell’Inghilterra del 700. Mettere in gioco le classi medie e popolari, che, per il tramite  delle organizzazioni di massa, rivendicavano politiche di redistribuzione della ricchezza, era invece un modo per bilanciare i potentati economici e per contrastare gli incesti tra politica e economia.
Fra l’altro, le organizzazioni di massa si coagulavano grazie all’ideologia, la quale poneva robusti vincoli morali all’azione politica e forniva a chi faceva politica anche sostanziose gratificazioni simboliche: lavoravano, i politici, per costruire un mondo nuovo. Ebbene, tutto questo è – provvisoriamente – finito. Com’è finito un altro antidoto, che era la professionalità delle pubbliche amministrazioni, anch’essa inventata molto tempo fa per contenere le degenerazioni della politica elettiva.  Quando un funzionario si sente un servitore dello Stato, e dell’interesse generale, solitamente reclama il rispetto della legalità e avversa gli abusi. Ultimamente, invece, in nome dell’efficienza e contro il “burocratismo”, le pubbliche amministrazioni sono state indebolite e disperse, con l’effetto di asservirle ai potentati affaristici, politici e economici che siano.
Il mondo di ieri non era il regno delle fate. È giocoforza che le cose umane sian imperfette. Ma per un certo tempo le cose sono state disposte in modo da opporre resistenza al degrado e da favorire, per strappi, dei miglioramenti. Nella situazione attuale, che è dominata dai principi del profitto, dell’arricchimento, dell’individualismo appropriativo, in cui per l’appunto la politica si è ridotta a mero esercizio del potere, il decadimento si è rivelato inevitabile. Tanto più che i delicatissimi congegni della democrazia sono stati maneggiati – da tanti: società civile inclusa – con sciagurata superficialità.
La crisi economica, il declino del sistema produttivo, il disseccamento dell’apparato industriale, il collasso dei consumi, hanno fatto il resto. Se vuoi accumulare potere e ricchezza immischiarsi con la politica è assai più promettente – e assai meno faticoso – per gli stessi imprenditori, o per gli aspiranti tali, che non fare innovazione e  magari creare posti di lavoro.
E dunque, per concludere, guai a considerare la politica l’arto infetto di un corpo sano. Non ne usciremmo mai. È l’arto infetto di un corpo malato.

“Nel mondo di mezzo” (questa è la definizione di Carminati) la corruzione è il motore che fa andare avanti il “sistema” del “mondo di sopra”. Insomma c’è una putrefazione morale una adorazione totale alla “dea tangente” (così la chiama Papa Francesco). La corruzione ha una sua dottrina e sua megalomania: tutto si compra. Come è possibile contrastare questa cultura? Dov’è sta la radice di tutto?

Sicuramente un discorso pubblico più ricettivo ai temi della moralità pubblica, della solidarietà, della democrazia come regime che tutela la grande massa dei cittadini, per quanto non risolutivo, sarebbe di grande aiuto. Solo che Papa Francesco è davvero vox clamans in deserto. Abbiamo un presidente del consiglio che finanzia il suo partito, erede dei grandi partiti popolari che hanno costruito la democrazia italiana, a forza di cene coi  milionari e che mostra il più sdegnoso disprezzo per il popolo bue che l’ha votato, illudendosi che lui avrebbe promosso un effettivo  rinnovamento. Che questo lo conduca al disastro elettorale e politico il presidente del consiglio lo sa bene. Solo che, invece di cambiar strada, irride all’astensione, che è un avvertimento degli elettori, e punta a riscrivere la legislazione elettorale in modo tale da immunizzarsi da un eventuale disastro.

Nella “seconda repubblica” vince il leaderismo (sia di destra che di sinistra), e tutto questo viene definito come “modernizzazione” della politica. Le “selezioni” delle classi dirigenti avvengono in luoghi che sono lontani dai problemi quotidiani della gente. Non  trova che anche questo leaderismo sia un fattore di degenerazione della politica?

Il leaderismo non è una degenerazione. Anch’esso in democrazia è un rischio endemico. Per contrastarlo serve una concorrenza politica reale. Se ci sono forze politiche inclini al leaderismo, e intellettuali “di servizio” che lo legittimano, l’antidoto sono forze politiche che valorizzino il coinvolgimento popolare. Soffocare la concorrenza riducendola a competizione tra due leader avvelena la lotta politica.  Quel che è successo, non solo in Italia, è che le forze politiche si sono messe tutte d’accordo nell’assecondare il leaderismo e nello strozzare la concorrenza. Quando la concorrenza è strozzata tutto però diventa possibile. Come, per esempio, la comparsa sulla destra dello schieramento politico di forze politiche eversive e antidemocratiche, che molto approssimativamente denominiamo populiste, le quali attraggono il malcontento della parte moderata dei ceti medi e popolari e magari lo orientano verso il razzismo.
C’è qualche segno che sviluppi simmetrici siano possibili anche a sinistra: Tsipras e Podemos vanno interpretati in questo modo. Non come populismo di sinistra, bensì come forme radicali di protesta contro l’asservimento della sinistra convenzionale all’affarismo. La componente democratica di queste ultime formazioni è piuttosto evidente: rivendicano politiche a beneficio dei più e non dei pochi. Il problema è che i potentati affaristici e i loro sodali politici potrebbero, come hanno già fatto in passato, favorire l’eversione di destra pur di contrastare la protesta di sinistra.

Lei è uno studioso dei populismi. Quanto populismo c’è nella politica italiana?

Io non userei la parola populismo, che appunto vuol dire ben poco. Nella politica italiana c’è invece pochissimo popolo (se non nelle invettive di chi promuove leaderismo e razzismo) e tantissimo livore nei confronti del mondo politico. È paradossale che questo livore sia coltivato dal mondo politico stesso, oltre che dai media (come ben sappiamo per lo più controllati da potenti gruppi imprenditoriali). Ma è da un pezzo che i politici pensano di fare economia di discorsi più seri suscitando livore antipolitico. È facile prendersela con Roma ladrona o col teatrino della politica, oppure proporre la rottamazione di un po’ di politici di lungo corso. Ben più difficile è elaborare e mettere in atto impegnativi – e costosi – programmi per rilanciare il nostro sistema produttivo, per potenziare le pubbliche amministrazioni, per rinnovare la scuola, per promuovere l’occupazione. E via di seguito.

Ultima domanda: Davvero il futuro “bipolarismo” italiano sarà tra Renzi e Salvini?

Ultimamente non siamo un paese granché fortunato. Ma la fortuna, fortunatamente, è cieca. Speriamo che stavolta abbia pietà di noi.

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