“Inno alla vita”.
Intervista a Vito Mancuso.

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1014343_371075966327323_1514365032_nquesta_vita_bigVito Mancuso, è un filosofo-teologo, per certi versi, “atipico” rispetto alla teologia ufficiale. Resta un punto interessante della sua riflessione teologica: lui vuol rendere ragione della speranza cristiana. E lo fa con la mediazione della cultura contemporanea. Come in questo suo ultimo libro, “Questa vita” (ed. Garzanti), dove ci vuole offrire una “spiritualità dell’armonia” dell’armonia della vita, che metta in discussione alcuni paradigmi contemporanei (ovvero la visione meramente strumentale della natura). 

Qual è la logica profonda della vita?

La logica profonda della vita, da come la interpreto io e come tento di riesprimerla nei libri, è quella della relazione armoniosa e generatrice di vita e che appare in modo paradigmatico nel rapporto madre-figlio. Sono consapevole che la vita oltre che armonia contiene disarmonia, oltre che generazione contiene degenerazione, oltre che vita contiene morte. Insomma il negativo mi è ben presente, però vedo che questo momento che chiamiamo negativo è in funzione di un momento più ampio, più profondo che è la generazione della vita. Se gli animali tolgono la vita ad altri animali lo fanno per nutrire se stessi e per la riproduzione della specie. È questo il vero obiettivo dell’esistenza, la vita che genera vita, l’armonia. Una armonia che si farà sempre più complessa.

Lei si schiera contro due opposte visioni: da un lato quello che vede la vita come l’espressione necessaria di un “progetto” che scende dall’alto, e dall’altro quella che la vede come una lotta selvaggia di tutti contro tutti. Propone una nuova “visione” espressa in questo “paradigma”: “Logos+caos=pathos”. Una cosa un poco complessa. Cosa significa e come , viene declinato?

Io parto dal presupposto he ho imparato da Hegel che tutte le filosofie, tutte le visioni del mondo in qualche modo sono vere e tutte sono false, perché nessuna è completa in se stessa. Io penso che ci sia effettivamente un progetto, una direzione dell’essere e in questo vedo la verità di quella parte di umanità che ragiona alla luce di un progetto intelligente, al contempo vedo la verità di chi nega tutto ciò e di chi pensa che esista una contingenza arbitraria, selvaggia, senza progetto. Sono due visioni che si contrappongono ma che sanno cogliere parte della totalità. Cosa dice questa totalità? Con quella formula logos+caos=pathos cerco di tenere insieme queste visioni. Il logos rinvia alla ragione, alla logica, una direzione o un senso nelle cose lo dimostra il fatto della mente che si interroga, mente che è scaturita dal caos primordiale. Allora o noi pensiamo ad una serie di coincidenze, combinazioni assolutamente fortuite o obiettivamente rintracciamo una direzione. Al contempo c’è il caos, il logos non domina tutto il reale, si impasta con il reale, se dominasse tutto il reale non ci sarebbe la libertà e non ci sarebbe la vita. Questi due elementi insieme danno il pathos, cioè passione, nel senso di ciò che appassiona, ma anche ciò che fa soffrire, la vita è anche sofferenza.

Da questo paradigma lei fa “discendere”  lo stare al mondo con “ottimismo   drammatico”.  Una polarità, per dirla con Romano Guardini, dinamica…è così?

È una formula che amo molto, ripresa da un grande teologo russo Pavel Florenskij, lui in realtà parlava di ottimismo tragico, io preferisco drammatico, perché dramma in greco significa “azione”, quindi rimanda ad un ottimismo processuale, qualcosa che si fa. Questa è una formula che traduce quello che dicevo.

Lei parla dell’essere come “energia”, e quindi non come “sostanza”. Eppure, direbbero i padri della metafisica senza “sostanza” non siamo. Può spiegarci, allora, la “dinamica” dell’essere-energia?

Qui ci muoviamo su livelli di cose molto complesso, posso dire quel poco che io riesco a capire è che tutto si muove, e in questo movimento tutto è a lavoro, energia dal greco significa “al lavoro, all’opera, in atto”. Questa è la comprensione più matura di quel fenomeno a cui gli antichi si sono sempre rivolti con il nome di “essere”, penando l’essere come già compiuto, il mondo come eterno, come perfetto, Aristotele da questo punto di vista è il padre di questa prospettiva. La prima categoria mediante la quale si pensa l’essere è la sostanza. Questo discende dal fatto che il mondo è un “entelechia”, una perfezione, è eterno, è compiuto, tutto è già compiuto. Oggi questa visione, che è stata alla base del pensiero cristiano, tenuto conto che Aristotele è stato il filosofo su cui Tommaso D’Aquino ha basato la sua teologia, oggi questa filosofia risulta falsa, c’è un’evoluzione della vita, un’evoluzione del cosmo, perché l’essere è al lavoro, occorre pensarlo come movimento, come energia. Naturalmente l’essere non è solo energia, ma è anche informazione, perché l’energia diventa lavoro ordinato quando viene informata, quando c’è un’intelligenza, che splama, che mette ordine all’energia.

Ed ecco che si compie la svolta del suo paradigma: la vita oltre che “curata”, conosciuta, va “nutrita” . Ci sono pagine, nel libro,  intense sul “nutrimento”. Nutrimento che tocca più livelli… Dall’emozione al cibo…Di cosa manca l’uomo contemporaneo?

A livello del discorso in cui siamo secondo me quello che manca è una comprensione integrale del fenomeno che chiamiamo vita. La vita non è solo vita fisica, ma la vita si dice in molti modi. I greci antichi avevano tre termini bios, fenomeno biologico, zoe, vita animale, vitale, psiche, vita psichica. Dobbiamo pensare la vita come formata da corpo, psiche e spirito, quindi nutrire la vita significa nutrire tutti e tre. Mentre oggi si ha ben chiaro il nutrimento del corpo e abbastanza chiaro il nutrimento della psiche, non si ha abbastanza chiaro quando si deve pensare al nutrimento dello spirito. Questo secondo me è il grande limite della contemporaneità.

Venendo al cibo, siamo nel tempo dell’Expo, lei è un sostenitore della dieta vegetariana. Perché?

Io semplicemente nel libro testimonio – non è nient’altro che testimonianza – il fatto che da qualche anno a questa parte non mangio più carne per celebrare la vita in un certo senso, per rendermi più attento alla comunione di tutti gli esseri viventi, noi siamo “created from animals”, creati a partire dagli animali, senza gli animali non saremmo qui né dal punto di vista evolutivo né come fotografia dell’esistenza. La nostra vita è intimamente connessa a quella degli altri esseri viventi. Ecco prendere consapevolezza di questo è  prendere consapevolezza del dolore che l’esserci come esistenza vitale provoca ad altri animali, prendere consapevolezza di questo significa chiedersi che cosa si può fare per diminuire questo dolore. Non ci sarà mai la possibilità finché ci sarà la vita in questo mondo, di vivere un mondo senza dolore, io sono consapevole che anche la dieta vegetariana non è tale da impedire completamente di procurare dolore ad altri esseri viventi. Quando uno mangia un pezzo di pane sembra che non faccia niente di male a nessuno, ma l’aratro quando entra nel campo per seminare è probabile che abbia ucciso diversi microrganismi. Quindi non c’è la possibilità di una zona incontaminata, però c’è la possibilità di diminuirla ed è questo il senso della dieta vegetariana.

Lei, nel suo libro, fa una feroce critica, come abbiamo già detto, alla visione contemporanea della natura, e propone una  spiritualità dell’armonia. Quali sono i capisaldi?

I capisaldi della spiritualità e dell’armonia sono anzitutto un desiderio chiamiamolo formale. Cosa vuol dire? Vuol dire che noi possiamo scegliere, guardando il mondo, il punto di vista. Il mondo contiene fenomeni negativi e fenomeni positivi. Qual è il punto di vista per cogliere ciò che c’è di più importante nel mondo? Il punto di vista della spiritualità come armonia è quello che privilegia il bello, la giustizia, la verità (essere veritieri), è quello che privilegia il lato positivo della vita, è sostanzialmente l’ottimismo, che non ignora tutte le dimensioni di negativo, ma che vuole fare leva sul famoso bicchiere mezzo pieno per costruire la propria visione di mondo.

In-fine, Professore, cos’è la vita?

Dipende qual è il punto di vista da cui ci mettiamo, se ragioniamo da fisici, da scienziati, da amanti. Tutte le risposte sono plausibili al riguardo. Mi viene in mente il volto sorridente di Albert Schweitzer con i suoi baffoni, lui che era un grandissimo musicista, poi filosofo e teologo che lasciò tutto, si iscrisse a medicina e poi lasciò l’Europa e andò nel centro dell’Africa e passò la vita a curare malattie incurabili. Proprio per questo ricevette il Premio Nobel per la pace. Lui diceva rispetto per la vita, questo è il fondamento per l’etica, per una libertà che responsabilmente decide come vivere. Un fenomeno incredibile, meraviglioso, di ciò che la scienza dice di noi. Pensiamo come sia complessa la vita, come sia preziosa. Forse il nostro pianeta è l’unico su cui la vita si è prodotta, forse. È un fenomeno estremamente prezioso, di rispettarlo con tutti i mezzi, avendo questo rispetto, questa reverenza.

 

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