Papa Francesco e la nuova stagione della Chiesa italiana. Intervista a Massimo Faggioli

Il discorso di Papa Francesco, tenuto ieri nel Duomo di Firenze nell’ambito del 5 Convegno Nazionale della Cei, ha segnato, per molti osservatori, una svolta nella Chiesa italiana. Quanto sarà profonda questa svolta? Quali le conseguenze per la società ? Ne parliamo con Massimo Faggioli, Director Institute for Catholicism and Citizenship alla University of St. Thomas a St. Paul (MN – USA).

convegnoProfessor Faggioli, partiamo per un attimo dalla torbida vicenda di VatiLeaks2. Se l’obbiettivo era di mettere in difficoltà Papa Francesco, questo obbiettivo è completamente fallito. Qual è il suo pensiero? 
VatiLeaks 1 e 2 appartengono al passato, mentre la visione di chiesa di Francesco è il futuro. La riforma di Francesco (e Francesco è un papa che non ha paura di parlare di “riforma”) procede e quello che è emerso sono nature morte di abusi e immoralità passate di cui vediamo ancora le tracce. Ma i tempi sono cambiati con Francesco e non c’è dubbio che tutti percepiscono le differenze abissali tra Francesco e il mondo che esisteva prima di lui in certi angoli del Vaticano.

Veniamo al discorso del Papa, tenuto ieri nel Duomo a Firenze, alla Chiesa italiana. Per molti osservatori segna una svolta dalla “politica” ecclesiale degli ultimi 30 anni. E’ così?
È un cambiamento di atteggiamento che il papa propone alla chiesa italiana: più evangelico e meno politico, ma senza rifugiarsi nello spiritualismo. Giovanni Paolo II tentò di portare in Italia il modello polacco, ma questo tentativo di importazione di un modello non è quello che Francesco vuole. Francesco non ha un piano di azione ecclesiale, ma un’ecclesiologia che è profondamente conciliare. In un certo senso, potrebbe essere la ripresa del Vaticano II in Italia dopo un trentennio di modelli che erano frutto di altre strategie. Francesco parla poco del Vaticano II in maniera diretta, ma è chiaro che fa riferimento al Vaticano II che ha introiettato e assimilato in modo molto profondo.

Quali sono i punti di svolta?
Specialmente la messa in guardia di Francesco dai “surrogati” – potere, denaro, apparenza
– che sono stati parte di un certo modo di essere cattolici (chierici e laici) sulla scena pubblica. La centralità dei poveri non solo dal punto di vista sociale, ma spirituale. Il ruolo della chiesa non come lobby ma come madre di tutti e specialmente dei poveri. L’approccio al dialogo come distintivo di un certo modo di essere chiesa nel mondo plurale di oggi.

Può spiegarci l’attacco al “pelagianismo” e allo “gnosticismo”?
Sono due modi classici di criticare una certa idea di cattolicesimo che prescinde dalla centralità di Gesù Cristo e dalla semplicità e gratuità del suo messaggio. Francesco è radicalmente un centrista in termini teologici.

Tra i punti trattati nell’intervento, ricco e denso, colpisce il riferimento a “Don Camillo e Peppone”. Due personaggi immaginari che hanno segnato l’Italia dell’immediato dopoguerra. Qualcuno ha trovato debole questo riferimento del Papa in quanto all’epoca c’era un popolo. Oggi non c’è più nulla di tutto questo. Come va inteso quel riferimento?
Credo il papa si riferisse non a quel modello sociale e civile di Italia, ma a quel modello di pastoralità del ministero: don Camillo vedeva anche Peppone come una delle pecore del suo gregge. Era una chiesa universalista anche nel mondo delle divisioni ideologiche.
Oggi a volte sembra prevalere il settarismo e un cattolicesimo ideologico. Non è il problema principale della chiesa cattolica in Italia, ma in altre parti del mondo sicuramente sì. Questo ha avuto conseguenze su un certo modo di percepire la funzione del vescovo e anche influito su un certo modello di nomine episcopali. Il profilo pastorale dei vescovi nominati da Francesco è visibilmente diverso da quelli nominati nei 35 anni precedenti.

Nel suo discorso il Papa ha invitato la Chiesa italiana ad essere “creativa”, pensa che la comunità ecclesiale del nostro paese sia all’altezza?
Lo vedremo. Di certo la chiesa italiana ha ricchezze spirituali che sono state silenti per molto tempo, e non solo per colpa di una certa politica vaticana ma anche della refrattarietà della cultura laica italiana a interagire con quella cattolica. Quello che è importante è che il convegno ecclesiale di Firenze 2015 è un importante test a livello mondiale per la “chiesa della sinodalità” che Francesco ha delineato nel discorso al Sinodo del 17 ottobre scorso.

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