La guerra di Anonymous all’Isis. Intervista ad Antonino Caffo

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ANSA

(ANSA)

Il sedicente stato islamico si combatte anche via web. Dopo il tragico venerdì di sangue, quello delle stragi di Parigi, gli hacker di Anonymous hanno dichiarato guerra all’Isis. Si calcola che migliaia di siti vicino all’Isis siano stati oscurati dall’attacco dei paladini mascherati. Inoltre secondo Anonymoys, i jihadisti stanno preparando la “giornata mondiale del terrore”. Si tratterebbe di otto attacchi contemporanei in altrettanti Paesi: tra questi ci sarebbe l’Italia, e ancora la Francia.  Come si svolge questa cyberwar? Quali gli obiettivi di Anonymous? Ne parliamo, in questa intervista, con Antonino Caffo, giornalista del settimanale Panorama ed esperto di social network.

Anonymous, dopo i drammatici fatti di Parigi, ha dichiarato guerra all’Isis: “Il web non è posto sicuro per voi!” hanno detto i paladini mascherati ai nemici dell’Isis. Insomma siamo in piena cyberwar. Quali gli obiettivi?

Dimostrare alle milizie cibernetiche del sedicente stato islamico che la battaglia oggi si combatte anche sul web, attraverso Facebook e Twitter. Internet è diventato un luogo privilegiato per far passare informazioni particolari, aumentare la propaganda e, in generale, arruolare possibili nuovi adepti. Non è un caso se alcuni europei convertiti all’Islam “comunicato” dall’Isis siano giovani, cresciuti a pane e social network e dunque più facili da agganciare.

 

Puoi spiegarci come opera Anonymous? Il” deep web” è la frontiera del conflitto?

Il metodo principale finora era stato il DDoS, ovvero un tipo di attacco hacker con cui si crea un blackout di un determinato sito web o servizio. Dopo la dichiarazione di guerra all’Isis le cose sono cambiate. Con un distributed denial of service non si possono mandare ko Facebook o Twitter, e non sarebbe nemmeno giusto. Gli sforzi degli Anonymous si concentrano allora sull’individuazione di persone possibilmente legate ai terroristi. Le ricerche si svolgono soprattutto sul deep web, ovvero in quella parte di internet non direttamente accessibile ai motori di ricerca come Google, ma navigabile con strumenti particolari, tra cui il browser Tor. Qui ci sono forum di discussione, chat e portali nascosti dove è possibile scambiarsi informazioni restando il più anonimi possibile. Si tratta di un luogo a metà strada tra il legale e l’illegale, tant’è è vero che il deep web rappresenta il giardino di fioritura privilegiato per negozi digitali di droga o di scambio materiale pedo-pornografico. Ovviamente il lato oscuro della rete non è solo nelle mani dei criminali ma è chiaro che se c’è qualcuno che vuole sfruttare internet per compiere azioni non proprio etiche è qui che va ad operare.

 

Ci sono stati, in questi giorni, attacchi di Anonymous verso l’Isis. Quali risultati concreti hanno realizzato gli “Anon”?

Spegnere migliaia di account Twitter ritenuti molto vicini ai terroristi. Quando gli hacker “buoni” dicono che per l’Isis non c’è posto su internet intendono proprio questo: qualunque persona attiva in rete, soprattutto sui social network, riconosciuta come divulgatore della jihad, verrà smascherata e cancellata dal web. Ma sappiamo benissimo che l’eliminazione di un account da internet non è per nulla definitiva. Tutti possono aprire decine di account fasulli con cui riprendere discorsi interrotti prima. Il compito degli Anonymous non è semplice ma ha un valore assoluto, perché li pone in una posizione di assoluto valore agli occhi degli occidentali, sia privati che interni governi, certi  di aver trovato un aiuto fondamentale nella lotta all’Isis.

 

Come guardano i Servizi di intelligence l’opera degli attivisti? C’è collaborazione tra loro e i servizi?

Non direi collaborazione ma un certo dialogo si. Fin quando gli Anonymous pensavano a stuzzicare aziende o governi, le loro azioni restavano in un limbo ben circoscritto agli addetti ai lavori. Quando invece hanno lanciato il guanto di sfida all’Isis è ovvio che la loro notorietà sia aumentata e per questo anche le responsabilità. Gli Anon non sono più una caricatura di una tipologia di utente di internet, quello più smanettone che si oppone all’ordine costituito delle cose, ma diventano un supporto decisivo nella lotta al terrorismo, una sorta di ramo digitale del governo statunitense e degli alleati. Ogni organo militare nazionale ha un settore specializzato nella cyberwar ma è ovvio che l’appeal e l’interesse verso gli Anonymous sia maggiore, e sotto un certo punto di vista più interessante.

 

Ultima domanda: Il web si sta sempre più militarizzando?

– In realtà non ha mai smesso. Internet nasce come strumento di comunicazione extra per i militari e tale è sempre rimasto. Che poi sia stato creato un internet “commerciale”, ovvero disponibile a tutti, è solo una conseguenza. Anche oggi molte delle innovazioni tecnologiche vengono prima testate a livello militare e poi introdotte sul mercato. Ne sono un esempio le telecamere di sicurezza connesse ad internet, i sistemi di crittografia digitale l’integrazione dell’Intelligenza Artificiale in dispositivi portatili. In tal senso il deep web è ciò che è stato Intranet all’inizio: uno spazio condiviso ma solo ad alcuni; non una rete aperta e liberamente navigabile come quella a cui siamo abituati oggi. Molte delle attività quotidiane si svolgono su piattaforme connesse alla rete; quando un’azione militare, come gli attentati terroristici, scuotono le coscienze di tutto il mondo è ovvio che anche il popolo del web si mobiliti per chiedere più sicurezza e protezione. Vita digitale e vita organica hanno oramai intrapreso un percorso di crescita simbiotica che probabilmente non potrà più essere scisso.

 

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